Eleaml


Non fatevi allontanare da questo testo dal linguaggio adoperato dall’autore!

Salvatore Romano scrive uno dei migliori testi che io abbia mai letto sul tracollo del Regno delle Due Sicilie. E lo fa con un linguaggio antico, pieno di termini che non troverete in nessun dizionario e spesso se ne intravvede il significato solo dal contesto.

L’autore mena fendenti a destra e a manca, non risparmia nessuno siano essi borbonieschi o allobroghi.

Il suo libro ha un grande pregio, cerca di penetrare le regioni umane e personali che paralizzarono o inficiarono l’iniziativa di alcuni comandanti dell’esercito. L’abbandono della Capitale, da parte del Re Francesco II, uno degli esempi maggiormente demoralizzanti per chi avrebbe dovuto combattere ed opporsi all’avanzata dell’eroe dei due mondi.

Per quanto riguarda la Sicilia, ho ritrovato una delle narrazioni più credibili della disfatta dell’esercito e della perdita dell’isola.

Dal suo testo emerge un La Masa come il vero stratega della conquista della Sicilia a fronte di un Garibaldi a cui erano completamente ignoti luoghi e persone.

Personalmente mi ero sempre domandato come mai a Marsala la popolazione avesse ignorato i garibaldini e a Salemi invece no.

La risposta è: La Masa.

Precedette Garibaldi durante l’avanzata verso Palermo, contattando persone e raccontando che i garibaldini fossero “quattromila” per invogliare i titubanti a sollevarsi.

Il tradimento di taluni ufficiali borbonici fece il resto.

Zenone di Elea – Agosto 2017

SALVATORE ROMANO

IL SOLDATO NAPOLITANO 

O DA NAPOLI A GAETA

ERRATA CORRIGE

della storia e della filosofia della storia contemporanea

«Non, si quid turbida Roma

Elevet, accedas.»

A. PERSIO FLACCO, Satira I.

NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DEL COMMEND. G. NOBILE

Via salata Ventaglieri, 14.

1869

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

IBRO I

LIBRO I

ERRATA CORRIGE

IL SOLDATO NAPOLITANO

LIBRO I

SOMMARIO

Dell'opera — Si convince di calunnia chi accusò il soldato napolitano di essere stato lo sgherro della tirannide borbonica e di avere avversato alla unità d'Italia — D' onde prese argomento d'incolorirsi lo sfumato e recentissimo disegno della unità? Fuor d'Italia — Si profila l'intendimento politico delle corti di Pietroburgo, di Berlino e di Parigi, e poi si torna all'argomento —Il Buonaparte, Cavour, ed i caporali della emigrazione politica di ogni regione italica—Da Villafranca a Palermo—Condizione d'Italia e del reame delle Due Sicilie —I Comitati—Giuseppe Garibaldi parte per le Due Sicilie —Che si andava discutendo dalle varie gradazioni di parte costituzionale propugnatrice dell'autonomia sovrana del nostro reame —De' cospiratori per conto di Savoia—Da Lilibeo a Palermo—Parte piemontese arbitra del Ministero del reame del Mezzodì —1 capi dell'esercito borbonico — Improvvisi scoppi d'ibrido unitarismo— Da Reggio a Napoli Garibaldi padrone del campo—La corte borbonica e le milizie fedeli in Napoli a sei del mese di settembre 1860.


CAPITOLO I

«Preludio — Perché ci siamo proposti di scrivere e di pubblicare ora il presente lavoro.»

Soldati, e napolitani, noi sentimmo da gran pezza il debito di narrare le cose della guerra occorse innanzi agli occhi nostri dal maggio dell'anno 1859 al febbraio del 1864.

Ci parve storia feconda di casi strani ed inauditi di eroismo e di vigliaccheria, di lealtà commendevole e di fede antica alla religione de' giuramenti, di slealtà contennenda e di tradigioni codarde di venderecci, di arroganze giuridiche e di negazione del giure, di macelli, di arsioni, di smantellamenti e mine in nome di una patria comune, e di miseri fatti di più miseri uomini di parte, i quali dal fratricidio ostentarono di trarre virtù a rifarla, e poi inverecondamente chiarirono cui loro credè per essi Italia non fosse altro che il proprio ventricolo.

E l'avremmo scritta e fatta imprimere se non fossimo stati preceduti da mestieranti di storia partigiana: fra quali coloro, che incensarono alle facili vittorie all'oro corruttore, finora tengono il campo. La storia ch'eglino dettarono è un testamento di menzogne e di calunnie, la meglio parte scagliate villanamente contro eroismo, lealtà, fede e giure vinti da vigliaccheria, da slealtà, da tradigioni e da conculcamento di qualsivoglia ragione giuridica.

Contro costoro ci sarebbe piaciuto gettare il guanto di sfida se fosse stato lecito stimare uomini di onore coloro i quali ne perdettero perfino la memoria.

D'altronde eglino, ispirati alla politica di conquista furfantinamente domandata di reintegrazione e di unificazione (non di unità) scrissero, colorendo della stessa, i loro racconti sciancati, moncherini ed asmatici.

E questa febbre di dettare storie di parte crebbe a dismisura; e noi che intendevammo storiare soltanto coi principi del soldato fiero dell'onor suo, ci rimanemmo del farlo reputando che, in si patologico esaltamento partigiano, pochissimi avrebbero avuto animo pacato e tranquillo per leggerci e giudicarci senza passione.

Ma ora tutto va sbollendo; e si direbbe anzi che gli elementi di ordine, scosso e rovesciato da promotori e fautori del presente italianismo, sieno diventati il migliore strumento di costoro a conservare ciò che risente troppo della violenza o contraddizione della sua origine. Quindi noi, dato di piglio alla penna come prima impugnammo la spada a difesa di giure e di onore, serbando cosi fede inconcussa a principi professati con inviolabilità di giuramento, adesso scriviamo e pubblichiamo quasi a mo' di episodio ciò che gli scrittori di parte o travvisarono per malignità di animo od ommisero ad arte o tacquero per ignoranza.

Il momento in cui uscimmo di Napoli seguendo nel settembre del 1860 il principe a cui giurammo fedeltà (il quale allora dalla sua capitale alle fortezze di Capua e di Gaeta imparava la via dell'esiglio) e quello della resa di Gaeta (alle armi del fratello cugino del principe medesimo) e della nostra dispersione per vari presidi, fanno i punti estremi della nostra storia.

Da quel breve spazio di tempo ritrarremo il carattere, la fede, il genio e l'azione del soldato napolitano senza ch'entri alcuna mistura di risentimento politico partigiano nelle cose della nostra storia.

Raffronteremo il carattere, la fede, il genio e l'azione di tale soldato col carattere, la fede, il genio e l'azione di tanti che di que' giorni nefasti lo vilipesero perché adempieva al debito di onore, dessi che adesso onorano temendo il soldato del reame d'Italia perché fedelmente difende la giurata bandiera del suo signore.

Dal confronto deriveremo un complesso di giudizi utilissimi a chi vive in mezzo a tanta fluttuazione e sciupio di uomini e di cose; fra sì acre e violenta lotta di principi e di passioni scapestrate; fra chi spera nel passato irrevocabile chi impallidisce al presente lubrico e sdrucciolevole; fra chi nell'avvenire sogna l'età dell'oro mentre vive di ortiche e lambrusche, nudo e senza tetto, e chi lo paventa nuotando ne' favori della presente fortuna. Noi, soldati di onore, saremo quindi meno politici che morali, ovvero non saremo, impostori per essere sinceri e liberi espositori di verità inoppugnabili.

Non sarebbe per noi lo studio della parola, della frase del periodo, ove la eleganza avesse a nuocere alla schiettezza ed evidenza del dettato. Poterono bene Tucidide, Xenefonte e Giulio Cesare, mercé delle loro storie immortali, agli allori di Marte intrecciare quelli di Minerva; ma noi che siamo umili ammiratori delle loro virtù incomparabili belliche e storiche, noi ci proponiamo d'imitarne solo la semplicità e la chiarezza, noi che non potemmo né potremmo emularli nelle altre cose eccellentissime.

Quindi Italia ci giudichi, anziché dal lato di contraffatori del vero per ira o per parte, da quello di propugnatori ed affermatori sinceri del vero medesimo.

Da Napoli a Gaeta si svolse una lezione suprema pei principi e pe' popoli.

Se noi la raccogliemmo chi se ne dorrà?

Quante ansie! quanti dolori! quante inclite virtù! quante speranze inaridite col pianto! quanti disegni di gloria infranti dalla avversità della fortuna voltabile I qual tesoro di diritti domestici e cittadini seppellito nel baratro di una immeritata sconfitta! quanta altezza umiliata 'l quanta bassezza esaltata! quanti assassini perpetrati all'ombra della fede, generosa largitrice di onori e di premi a cui reputava sua lancia invincibile! quanti cenci conversi in toghe seriche! quanti abbietti nobilitati od illustrati dalla loro ribalderia fortunata! quanta grandezza d'animo nella sconfinata ira della sorte nemica! quanta viltà in molti tristi nell'usare de' favori di questa! quanti propositi di magnanimità eroica da una parte! quante promissioni nefarie di perversa e petulante insolenza da un'altra!

Vorremmo sapere e potere condurre almeno in iscorcio il ritratto di quello che accadde in que' lunghi se' mesi nei quali il giure veniva misconosciuto dal giure, l'onore dall'onore, la fede dalla fede, la lealtà dalla lealtà. Ma l'animo, tornando sopra scene cotanto tristi, si raccende di troppo perché vaglia a contenersi ne' termini imposti dalle ragioni di convenienza e di arte a coloro che scrivono.

Indulgenza adunque verso lo scrittore, il quale, fra i sommovimenti politici volti alla ricostituzione nazionale, militò sotto la bandiera di chi era principe di parte della nazione in sul ricostituirsi col cuore palpitante per la futura grandezza di quella, colla mente sul giuramento e colla mano sull'elsa della spada a lui sacra. Se lo scrittore, posto fra Italia e! suo giuramento solenne, tenne fermo a quest'ultimo (perché per la fede e l'onore non solo la patria ma si getta fortune e vita), e nòn mori, e vive narrando di quella fiera battaglia che lo assalse e della compassionevole barbarie di chi codardo lo vituperò nel martirio, oh questo scrittore ha diritto a quella indulgenza se, narrando, talvolta insorga e sbalestri, e se tale altra, riconcentrato nel suo soggetto, spinga l'analisi fino all'estremo!

Ei si propose di rivendicare onore offeso, e di usare della vendetta a documento de' presenti e de' posteri.


vai su


CAPITOLO II

«Si prova avere mentito e mentire per la gola coloro che denunziarono e denunziano il soldato napoletano siccome manigoldo della tirannide borbonica e nemico della unità d'Italia».

Mentirono per la gola, mentirono imbecilmente, turpemente mentirono avanti alla opinione pubblica, alla storia contemporanea, alla autorità di principio informativo dello spirito della milizia, alle leggi di morale, alle regole di urbanità civile, nonché alla prudenza politica, coloro i quali crederono farsi ragione delle contumelie postribolesche onde ci copersero, con lo appellarci complici e sgherri di quella che ora impunemente e lucrosamente domandano tirannide borbonica —di cui molti di essi a noi notissimi mendicavano i favori con fratesca umiltà, ed a cui avversarono per lo arduo principio italianissimo di non averli ricevuti.

Ne erano degni? No di certo se si pone mente alla insaziabilità loro di ascendere adoperando ogni arte; di allargarsi in cintura con quel del popolo; di zelare con ardore sconfinatamente servile, più che altro, i pregi della museruola per chi non è ancora contento della dose di libertà che gli ammanirono e di cotanto bene di Dio del quale lo inoffano, (conosciuto sotto i nomi barbari di tasse, balzelli, taglie innumerevoli, infinite, e più di altrettante); di encomiare la virtù delle manette contro i ladri vulgari; di far l'apoteosi de' strumenti più orribili inventati dal genio della oppressione umana, cui con solerzia compassionevole applicano a miseri da odio di parte o da angustia estrema delle cose prime o da qualsivoglia passione mossi a delinquere violentando persone ed averi; di legiferare a mo' de' principi feudali, che pensano sempre a trappole e lacciuoli politici e sociali; e di vantare essere eglino, e non altri, gli autori di questo vivere presente florido, riposato, tranquillo, libero, beatissimo.

Si, mentirono avanti alla opinione pubblica ed avanti a se stessi bandendoci siccome complici e sgherri di tirannide. Ed ecco perché.

Fino alla morte del padre del principe nostro nessuno ci aveva insegnato che giurare fede alla bandiera di una monarchia o di una repubblica, vuoi democratica solo o vuoi democratica e sociale, significasse essere complici e sgherri di tirannide. Sappiamo dalle storie, che narrarono della origine, dello svolgimento progressivo e del perfezionamento degli ordini della milizia, nessuna differenza essere mai corsa fra i soldati del principato ed i repubblicani. E la non ci poteva avere, né e è, né ci sarà mai badando all'ufficio ed all'intendimento degli eserciti.

L'ufficio di coloro, i quali danno il nome alla milizia, è riposto nello esercitarsi nel maneggio delle armi, nello apprendere ad eseguire con precisione le prescrizioni strategiche e tattiche, e nel correre a giornata pugnando senza mai volgere le spalle al nemico, serbando in tutto gli ordini e' segreti de' duci supremi.

L'oggetto della loro istituzione è la difesa de' confini, dell'onore e dei diritti della monarchia o della repubblica. Ov'eglino conseguano queste cose, viene tolta ogni cagione di riprenderli di complicità e di ferocia a pro' di tirannide nell'uso che fanno delle armi.

Cittadini della stessa patria, s'individui dessa in un uomo di corona od in un uomo coperto il capo di beretto frigio, eglino mentre rappresentano il giure della forza, rappresentano e propugnano la forza del giure proprio delle genti civili.

Noi concediamo alla filosofia del giure ed alla scienza economica le milizie stabili essere in flagrante contraddizione co' loro postulati e pronunziati incontrovertibilmente umanitari, e quindi tornare di estrema pernicie all'aumento progressivo della ricchezza materiale, intellettuale e morale delle associazioni umane; ma finché le conquiste nobilissime delle medesime non renderanno inutili tante ed ognora crescenti agglomerazioni di uomini armati, i soldati serberanno sempre l'ufficio e l'intento stesso.

Anzi non saranno diversi neppure quando la cultura civile abolirà codesti eserciti permanenti; imperoccchè, accadendo che popoli o nazioni o razze, benché abbiano pigliato a governarsi da se rimandando i biechi pedagoghi, per maleintesi o per invidia o per altre cause si levino in armi a difendere il proprio, territorio o ad invadere l'altrui, non potranno mai preferire le regole per le quali uno diviene soldato ed opera da soldato. Ora noi fummo soldati. Dunque per questi rispetti mentirono quelli che ci svillaneggiarono dipingendoci quali complici e sgherri della tirannide borbonica.

Sarebbero stati scusabili in parte alcuna se noi per avventura si avesse fatto opera aggressiva dei domini e de' diritti legittimi di qualcuno. Prezzolati strumenti della conquista monarchica o repubblicana (di qualsiasi più o menu mendace pretesto di convenienza o di necessità le piaccia cuoprirsi lo sgrugno da Truffaldino) i soldati, anche a noi soldati napolitani, mettono ribrezzo ed orrore.

E vieppiù ne aborriremmo se mai osassero dirizzare la mira de' fucili e de' cannoni ad esterminio di coloro che li avessero preceduti fortunatamente nelle vie desolatrici della stessa conquista colla fanciullesca persuasione di convertirla in reintegrazione di autonomia nazionale e giuridica; e vieppiù ancora se costoro fossero stati loro compagni al bivacco e fra la mitraglia, e se gli uni e gli altri fervessero dello stesso sangue,

In quanto a noi si sapeva di un diritto pubblico europeo per cui da secoli i dicasti delle provincie meridionali avevano dovere di respingere chiunque venisse di fuori ad attentare alle loro prerogative sovrane, ed a fiaccare di dentro chi avesse ardito altrettanto. Ebbimo quindi armi civili; ma sé Sicilia pianse, Napoli non rise.

Ci accusarono nemici della unità. Di grazia, dal ventuno al quarantanove dove esisteva il concetto della unità italiana o per monarchia o per repubblica?

I nostri principi nel quarantasette cominciarono con leghe; e queste affermano rispettoso riconoscimento delle loro reciproche prerogative sovrane. E qui c'entra il concetto di unità? Giuseppe Mazzini, ed una brancata di mestieranti politici (che adesso mangiano legittimamente i frutti del male di tutti) quanti repubblicani sommavano per assumere in sul serio l'ufficio egemonico delle posso democratiche di Italia e formare un repubblicone spirante da tutti i porri il centralismo del principato alla cui scuola erano stati nudriti ed educati?

Certamente le posse democratiche di Italia non si mossero; ed egli e que' politicanti dovettero poche ore di vita e di gloria discutibile a Giuseppe Garibaldi, che diventò alternativamente partigianone loro e del principato secondo ch'eglino si sentivano d'arrischiare o per se o per cotestui, salvo sempre d'imporsi a tutti. Ed anche da questa il concetto della unità repubblicana dove stava di casa?

Volete vederlo? Non è fatta neppure dal principato la golata unità; e se piaciavi sapere quello che sia di presente il reame italico in punto di coesione assimilatrice degli elementi eterogenei che Io compongono, informatevene dalla Statistica de' polizieschi e della berrovaglia.

Que' che dall'altr’ieri sbucarono fuori unitari, nel quarantotto erano frammentari. I Siciliani lo erano di sicuro. Nè gli unitari d'oggi, (que' del continente) i quali nell'anno medesimo tempestavano acciocché a Sicilia si classe la estrema unzione, allora erano tali, perché riporre questa al freno del principato borbonico voleva dire ristorare l'autonomia regionale e non intendere a ricostituzione unitaria di tutta la penisola. () Ben si vantano di aver patito esigli e galere per professione di unitarismo; ma chi vuole loro prestar fede?. Dicono: i processi pubblici lo provano. Sia.

Quanti erano i sospetti unitari? Se ce ne date venti, vi offriamo le corone civiche, ossidionali e campali donate dalla gratitudine spaventina alla eroica Sangiovannara. E poi que' processi sarebbero articoli di bottega poliziesca per amore di guadagno.

Gli avversi sanno a memoria di quai modi usino le Polizie furfantine a spegnere le parti che giudicano ostili al governo proprio. Non vi ha orrore morale, politico e sociale di cui non sieno capaci.

Da noi i riformatori stentorei furono di leggeri fatti credere unitari quando annaspavano per Costituenti. La Polizia sarda, benché fosse conscia che il suo governo intendeva ad allungare le mani sulla Lombardia e sui Ducati, pure perseguitava brutalmente quanti, dopo l'armistizio Salasco e la caduta di Roma e di Venezia. balbettavano di unità monarchica o repubblicana.

Ed a coloro che posero a rivedere le buccie a propositi conquistatori de' suoi pagatori, e professavano solennemente costoro né per se né per altri volere o poter avere Italia una, e doverlasi attendere dal popolo con Programma di opposto indirizzo, essa dava il nome di mazziniani, di clericali e di austriacanti. Finita la gazzarra co' ballottamenti del sessantasei, li nomina papettini, borbonici, granduchisti, duchisti,. austriacanti, mazziniani e socialisti. Si vede che la sarda, cambiatasi in Polizia italica, non la cede punto alla borbonica. Polizia sempre Polizia.

E, tornando al segno, quanti gl'impiccati? Fuori il numero, modesti improvvisatori di unità attanagliata!

Ad ogni modo; stando al diritto pubblico europeo, stando al fatto delle leghe de' nostri principi, e stando parimenti al fatto che di unità né monarchica né repubblicana ancora se n'ha punto, se i pretesi unitari ebbero esigli e galere, anziché la forca ed il piombo del moschetto, hanno da aver ne grazia alla inumanità del principe, che, dato di frego alla legge di maestà, salvò loro la vita, sapendo meglio di qualunque che la colpa in essi non nacque da patriottismo sibbene da libidine insoddisfatta d'impieghi e di lucri. Un repubblicano di nostra conoscenza disse: fece male a non ispegnerli, ch'eglino in vita dovevano guastare le cose sue e quelle d’Italia universa.

Che razza di repubblicano sia costui qui non si cerca.

Quel principe, che aveva costituito il reame, di un tratto si ebbe addosso la rivolta sicula già proceduta fino ad esautorarlo con armi e decreti; e la rivolta partenopea ch'era ad ordinarsi a Costituente.

Per costituire che? Nulla: per innalzare barricate.

Vinte entrambe dalle armi, sputarono napello su tutto e su tutti gli avvinti alta ragione del giure pubblico esterno ed interno. Essi le vittime; e tiranni tanto gli ossequenti quanto i vendicatori di quel giure.

E noi, ordinati a difesa del reame da assalti esterni ed interni, noi ch'eravamo forza a cenni di chi personificava il reame, noi consci de' trattati pe' quali il personificatore del reame aveva dovere di conservarlo incolume e fecondarlo di semi progressivamente educativi ed omogenei alla di lui ragione naturale e tradizionale, noi devoti ad esso per debito di cittadini e per giuramento di soldati, noi certi che l'unitarismo era una fiaba od un movente a novità mercatine, noi potevammo dire al principe: non siamo difensori del tuo, si del diritto di chi è ribellante alla ragione de' patti?

Noi, forza, ce ne andammo col giure; e chi non aveva giure ricorreva alla forza illegittima. Diciamo chi non aveva giure, perché rivolgimento non è giure: desso nasce da giure abusato; ed in tale caso è' disperazione giustificata da estreme necessità. E queste necessità estreme non erano nel quarantotto, perché il principato fin là protesse mite e largo di quanto contribuisce ad elevare un popolo ad alto grado d'incivilimento, e quindi alla più nobile delle missioni, a quella di maestro di ragione civile.

Dunque anche per questi nuovi rispetti mentirono coloro che ci affibiarono l'appellativo. avviliente di complici e di sgherri della tirannide borbonica. Per Dio! se eravamo complici, lo eravamo con l'anfizionato sovrano di tutta Europa; e, s'eravamo sgherri, lo. eravamo del giure formulato e promulgato dall'anfizionato medesimo.

Nè ci si opponga: cotale anfizionato non ebbe mandato da popoli per deliberare inappellabilmente sui loro destini, poiché i popoli non protestarono né colla parola né colle armi alle di lui sentenze, ed invece le accettarono.

Ma le accettarono o le subirono? Disputa inutile. I popoli l'ebbero come leggi; e come tali le eseguirono.

E non toccava a depositari di esse farle rispettare? E noi, braccio di que' depositari, le femmo rispettare.

E per questo, ripetiamo, complici e sgherri di tirannide? Eppure i casermatici del presente reame italico poterono fulminare di mitraglia in Aspromonte e a Fantina, sostenere a Sinalunga, in Alessandria e a Caprera, e poi a Mentana far isperimentare da chassepots napoleonici coloro che, iniziato il moto unitario del sessanta, volevano compierlo nel sessantadue e nel sessantasette, affinché i Plebisciti non divenissero ironica parola priva di senso, senza che ad essi uomo torcesse manco un capello,!

Per converso i cuculi de' quali or ora meravigliammo la specie classica di unitarismo, levando i pezzi contro Giuseppe Garibaldi (prezzo infame di un infamissimo mercato) lodarono a non finirla mai il paolotto Menabrea e il poliziotto Gualterio perché seppero impedire l'orrendo attentato contro le stipulazioni settembrine, per le quali Italia dee rimanere divisa à jamais, secondo Rouher il pappagallo del Due Decembre.

E noi, con reame stabile, con reame riconosciuto da tutte le potente, con reame sotto la salvaguardia de' loro trattati, noi dovevammo essere maledetti perché adempivammo fedeli al nostro dovere, niente più niente meno che al nostro dovere?

Nè ci cuoce dell'insulto perciò eravamo soldati di principato,(ché ci cuocerebbe mille tanti più se fossimo stati soldati di repubblica, quantunque uno ed identico il debito nostro nell'uno e nell'altra), ci riesce di suprema incomportabilità perché ci venne buttato facchinescamente in faccia da coloro, i quali nel quarantotto e nel quarantanove affollavano de' polmoni acciocché il principe relegasse lo Statuto ne' plutei del Museo archeologico; da coloro, i quali, per paura di se, avevano il coraggio di denunziatori degli altri; da coloro, finalmente, i quali dimenticarono l'opera pretoriana dei mercenari elvetici, non ricordandosi che noi fummo creduti di polso troppo italiano per non consumare freddamente uno spaventevole fratricidio. A noi si riserbava la infamia, a pretoriani l'oblio. Ciononostante se il reame si ricompose ad unità, non a costoro, a noi il principe lo dovette, benché con animo poco riconoscente.

vai su

CAPITOLO II

«Della origine, formazione, e de' principi della setta de' fuorusciti politici oggi denominata consorteria — Non erano unitari — D' onde proceda unitarismo e quanto fosse sarcastico fin dal suo stato embrionale Il Buonaparte e la spedizione di Roma che significassero —Savoia sua alleata nella impresa levantina Conseguenze».

La guerra principesca del quarantotto e del quarantanove sul Po e sul Ticino ebbe un esito a tutti noto. Fino a cinque Decembre del cinquantuno la emigrazione politica, colata nel reame sardo da tutte le regioni italiche, era stata distinta poliziescamente nelle varie parti alle quali s'addisse negli anni precedenti. Di queste la più armeggiona e procacciante, la più sfrontata, ingorda ed ambiziosa, la più sarcastica schernitrice delle ragioni di principio, fu quella de' caporali di quattro disperati regionari, i quali si vendettero alla politica del 6 agosto 1848 e del 23 marzo 1849, manifestatasi chiara nel famoso Decreto di Moncalieri, stupenda affermazione dello spirito unitario e di libertà che lo informò...

Dalla regione meridiana ne piovve in quel sacco un certo numero, ma scarso rispetto a quello che vi cadde dalle altre; ed esso di qualche fuggito per tremarella di qualche esulato con passaporto di bando e di qualche speculatore di martirio politico.

I rimasti in casa erano in condizione di annaspatori di congiure e di nuovi padroni (muratini o savoini non ci cale indagarlo); e per quel fior di roba ch'era uscito del reame nessuno mise fuori un motto di dispiacere. L'universale non li conosceva. Nè si fece caso torcile Scialoia, Piria e pre' Trinchera si recarono a Torino e si unirono al glorioso coro che co' caporali degli altri regionari formò il Collegio degli Abati della cricca consortiera che condusse Italia ai presenti termini. Conciossiaché la spedizione buonapartesca su quel di Roma, e l'enunziato Decreto di Moncalieri, mallevassero che la mente de' signori della Senna e della Dora non volgesse alla unità d'Italia. ()

Se non ci fossero stati due ambiziosi potentissimi, l'uno a settentrione e l'altro ad occidente di Europa, Luigi Filippo di Orleans (che da noi suscitò il fuoco il quale doveva consumare i cesariani in sul Po a profitto di Francia) e Tsar Nicolò di Holstein Gottorp (che, varcando il Prudi, cogli stati mediterranei minacciava i commerci del mondo) non sarebbero nati gli avvenimenti, che mutarono faccia alla stessa Europa ed al mondo.

Il Buonaparte colla detta spedizione quanto mirava a procacciarsi i suffragi venturi della chiericia, già potentissima in Francia, altrettanto, avendo un piede sul Tevere, macchinava di dare scaccomatto alle stipulazioni del quindici, che posto avevano la sua dinastia al bando delle regnanti. Ed a cui principalmente doveva una tale onta era la Casa degli aargoviani di Habsborgo.

E perocché il Due Decembre (che gli cesso favorevole per le arti clericali, e per le mene de' vecchi adoratori delle aquile fulminee del primo impero, nonché per gli acutissimi timori de' possidenti e de' banchieri e per le incalzanti speranze di salire de' cupidi capi dell'esercito, abituati a padroneggiare oltracotanti) gli lastricasse il cammino all'ambito fastigio della imperiale onnipotenza, ed Inghilterra vicina, emula formidabile, e tutti gli stati della terra lo riconoscessero Cesare gallico, da una stese la mano al gabinetto britannico e dall'altra al pedemontano col recondito consiglio di farsi scudo degli interessi levantini a favore del primo, ed a danno dell'autocrate moscovita, e degl'interessi meridionali od italici a favore del secondo, ed a danno dell'imperatore d'Austria, i due acerrimi nemici della sua Casa.

Il fuoco della conquista russa divampava dal golfo di Finlandia alle bocche danubiane; e 'l Buonaparte del principe savoino si fe' un ausiliario per la disastrosa campagna della Tauride. Russia ebbe scalfito un tallone nel mezzodì di Sabastopoli; e Turchia, Italia sarda, Inghilterra e Francia nella Chersoneso fatale lasciarono oltre 300m. cadaveri, scompigliarono ed isterilirono la vita produttiva ed economica dell'universo mondo civile, e guadagnarono fama di vittoriose col trattato di Parigi del cinquantasei, di cui Russia romperà i patti sempreché gliene venga occasione o n'abbia talento.

Austria, invocata a sì cruenta e selvaggia crociata, memore de' benefizi ricevuti da Paskewitz nel quarantanove, e schiva di pugnare accanto a vessilli de' napoleonidi, e forse persuasa che la campagna terminerebbe con nullo o scarso frutto pegli alleati, contentandosi al fatto di una neutralità armata, si alienò contemporaneamente l'animo delle corti di Pietroburgo e di Francia (in apparenza rappiastratesi durante il Congresso di Parigi dell'anno 1856) e diede ardimento al savoino di metter la bocca sur una certa quistione italiana (formulata a Plombieres) innanzi a parrucconi del Congresso medesimo, e di deporre contro la politica d'Austria, accagionandola di serbare Italia in continui turbamenti e rivolture con gravissimo pericolo della pace del mondo.

E noi si comprese assai bene che alla taurica terrebbe dietro la guerra eridania con sommo giubilo de' Brandeborghesi e de' Romanoff; ma non sospettavammo punto che si promuovesse da Francia per la unità monarchica di tutta la penisola. E ci apponemmo.

Napoleone III, calando a giornata contro i cesariani nella valle del Po, annunziò ch'ei veniva a liberare Italia dalle Alpi all'Adriatico, (non dalle Alpi al Mediterraneo, al Ionio ed al Tirreno); e, sì annunziando, assicurava il pontefice, Leopoldo di Toscana e 'l nostro principe. E che non volesse Italia una, e che non aspirasse ad averla una neppure Savoia, se non bastassero i preliminari di Villafranca e la maniera speciale con cui egli die' a questa Lombardia, e la maniera speciale con cui essa la ricevé dopo i prodigi di Varese, di Como, di Palestro e di San Martino, (ne' quali scorse purissimo sangue di ogni regione italica), soccorrerebbero alla nostra affermazione la subitanea ragione di prudenza con cui gl'insipienti caporali vecchi e nuovi della vecchia e nuova emigrazione (organata ed ordinata a farsi sbudellare monarchicamente) accolsero quel beffardo fatto compiuto; e la ruffianesca apologia che ne fecero, attestando ciascuno dovesse essere soddisfatto di un reame, che, per Lombardia, darebbe la sua frontiera occidentale, e ad oriente avrebbe per confine il quadrilatero delle fortezze lombarde e venete, a settentrione la Rezia, (tutti arnesi di prevalenza straniera) ad austro papato e noi.

E fino dal settembre del 1860 R. Bonghi, da tanto ch'era unitario, arrovellava nel Nazionale (contennendo accattone ermafrodito) contro ai pazzi, i quali fantasticavano per Roma capitale; ed interprete fedele de' disegni napoleonici riflessi nel suo padrone ed ispiratore Cavour, così proludeva a fasti settembrini del 1864 ().

È da aggiungere che anche noi si avrebbe corso la sorte delle armi contr'Austria se le condizioni di schietta e leale alleanza non fossero state eluse da fastidiose tergiversazioni, da equivocità e sottintesi, e da intendimenti discrepanti dalla loro pura ragione obbiettiva. E codesta deliberazione non era osteggiata di certo da Russia a cui quella mancò di fede sì spudoratamente ne' suoi maggiori bisogni.

Nè tanto dispiaceva ad Inghilterra, la quale preferiva ad un Murat o ad un napoleonide il nostro giovane principe costituzionale per non veder crescere soverchiamente sul Mediterraneo la ormai formidabile potenza francese, quanto poteva offendere il capo della dinastia bonapartesca, che, struggendosi di annichilire i borbonidi, dal rifiuto reciso di re Ferdinando di contribuire al prospero processo della guerra levantina del cinquantatré avendo cavato picche e smacco, avrebbe ardentemente desiderato di vendicarsi nel figlio, — a cui inesperienza giovanile della perversità de' propositi di uomini ciechi alla luce del tempo che avanza, e consumati nelle opere della prepotenza, fece esordire la vita di re con un proclama atto ad agitare viemmaggiormente gli animi infuocati per novità. E siccome poc'anzi finì Isabella in Ispagna, cosi voleva finire l'improvvido principe delle nicchianti Due Sicilie. Questa la causa precipua delle lunghiere e delle diffidenze fra le corti di Torino e di Napoli.

Il Buonaparte sapeva già da nostri proscritti Poerio e compagnia ch'eglino si sarebbero adoperati volentieri affinché trionfasse la candidatura al trono, delle provincie meridionali di uno della sua Casa. Sperava che l'amnistia, aprendo le porte di ritorno in quelle provincie a tutta la già nota masnada de' caporali, costoro la mestassero tanto con parenti, con amici e con noti, da farle sollevare contro il monarca e costringerlo ad abbandonare il reame.

Rifuggiva da ogni altro mezzo, perché, se la fortuna o la virtù avesse altri così secondato da raggiungere un tale fine, non era agevole disporlo a cederglielo in dono. E vi rifuggiva ancora per non parere di voler destare od alimentare con esterni argomenti un'azione sovversiva del principio di autorità o di legittimità.

Per chi penetri nelle riposte e vere cagioni degli eventi umani queste cose sono sufficienti a dimostrare perché que' caporali, reduci dall'esiglio, capitanando il partito d'ordine, sembrassero piuttosto favorenti a federazione che ad unità.

Senza dubbio Giovanni la Cecilia stette per la dinastia regnante fino all'inoltrare verso Salerno del conquistatore della Sicilia.

Verissimo, degli altri caporali buon numero assunsero apostolato murattino; ma è vero ancora che quando il partito di azione, e più di questo i veri repubblicani di prima, di dopo e di adesso, esestuando di nobile sdegno alle prodizioni ed alle abbiettezze de' potenti, raccesero per tutta Italia l'inestinguibile fuoco di riazione a qualunque arbitrio villano, ladro e laido, e volsero con voce, con penna e con armi a chiarirli che, in onta alle loro pattuizioni segrete, Italia sarebbe una, non dalle Alpi all'Adriatico, bensì dal Norico a Capo Passaro, gl'intrighi per quella candidatura in moltissima parte cessarono.

Cavour che aveva ripigliato l'ufficio di ministro de' ministri, edotto di lunga mano dal marchese Villamarina (muso da, spillare i segreti del barone di Brennier facendo le lustre di assecondare le brame dell'imperadore) di ciò che si stava tramando da Francia; ed accertato da banditi, che d'Inghilterra via per Parigi gli erano caduti a Torino fra piedi, Palmerston e Russell averli tolti dal proposito di tirarsi sul collo un napoleonide, e fermo avendo nel pensiero L. C. Buonaparte gli tirasse un altro colpo al mezzodì dopo averlo vulnerato nel settentrione, divise) di spaccarla da unitario ad ogni costo. Fatto testa a banditi, i quali in galera avevano aguzzato la lama dell'odio e della vendetta, e quindi accoglievano bramosamente ogni proposta la quale avesse colore di offerir mezzi sicuri da saziare l'una e l'altra passione fierissima e; messigli a parte dei propri disegni coloro antichi fratelli (gli esuli, che curò di tenersi bene edificati dacché col mezzo della sua e della Polizia nostra seppe ch'erano fior di monarchici abilissimi in opera di colta e dotta servitù) gli aveva di lunga mano inviati da noi, già retti a monarcato rappresentativo, acciocché minassero ad una volta il trono del principe e stroncassero i fili della trama buonapartesca: certo che di costì avrebbe avuto per se Italia e il mondo, i quali mal comportavano che la idea del nuovo Cesare Gallico si affermasse con lo distendersi della di lui dominazione ormai troppo pericolosa.

Ma conveniva aver buono in mano prima di gettare la maschera; ed a lui tornava conveniente evitare moti che non fossero di popolo meridiano. Imperocché se voleva sottrarre il nostro reame al principe legittimo od agli artigli di qualcuno di sangue napoleonico che lo golava, non voleva meno di costoro rispettare in apparenza le ragioni del principio di autorità e di legittimità.

Da un'altra parte tutta Europa principesca, fosse per burla o per tremarella, faceva ressa onde le stipulazioni di Parigi, di Vienna, di Verona e di Laybach violate tante volte, e le recenti di Parigi e di Zurigo, venissero religiosamente eseguite.

Finalmente (dopo i preliminari di Villafranca) a cagione delle trappolerie di Plombieres e di questi umori bisbetici del principato, gli animi si adersero minacciosi, che per tutta Italia corse grido di tradigioni. Savoia non aveva accolto i voti annessivi di Toscana e di Emilia, riferendosi a farlo quando un Congresso europeo (che non si vide mai) avesse dato ragione alla libertà di quelle regioni di cambiare di padrone, essa peroratrice disinteressata; ed intanto i caporali de' sommovitori sparnazzati per le medesime regioni adoperavano contro coloro i quali, dal proclama napoleonico di Milano all'annunzio de' preliminari. detti, si riconfermarono nella opinione che la guerra del Po volesse dire ristringere Austria per allargare Francia e Savoia.

E tanto più violentemente gli perseguitavano con calunnie, arresti e sfratti quanto più dessi, vedendo in qual conto si tenevano i suffragi di popoli liberi, mostravano di voler pigliare le redini del moto e di spingerlo fino agli estremi. Urbano Rattazzi in questo mezzo tempo ispirava i provvisori di Parma, Modena, Bologna e Firenze; e di quante infamie poliziesche e sbirresche costoro s'insozzassero non tocca a noi certamente rapportarlo alla memoria delle generazioni vegnenti perché si rimescolino.

E Rattazzi, per quante insidie tendesse, per quanti poliziotti e sbirri bramosi sguinzagliasse loro contro, per quanto di fede avesse nel felice esito dello canzonare la troppo credula democrazia ancora in lattime, non riuscì ad impedire la fatale andata de' mille, la quale cadde opportuna (quantunque dapprincipio avversata anche da Cavour, che successe a tanto dabben messere) per far sapere a tutti come fosse fatto il genio della conquista in gonnello di mascalzone.

Cavour dunque anche rispetto alle cose di casa era in imbarazzi gravissimi, ché i fatti di Plombieres, rischiarati da questi accidenti, lo mettevano nella necessità di scegliere tra Francia ed Italia.

E romperla colla prima non appariva né prudente né giusto; e certo era di molto pericolo, poiché ei non aveva per se né Italia né il mondo de' diplomati, vecchi tranellatori.

E porre l'altra all'ultimo dell'avversione a padronanze abusanti sfacciatamente della fede, del sangue e delle fortune sue, equivaleva a perdita certissima della egemonia politica, economica e militare, che in nome di tutte e tre queste cose, consacrate dalla imprescrittibilità ed inalienabilità del giure umano, ora mascherate di nazionalità ed ora di rientegrazione etnografica, la gente de' Subalpini si appropriarono per cagione della fretta dagli unitari ad ogni costo di trovar capi visibili sacri ed inviolabili, i quali unificassero, senza considerare che unificherebbero per se e non per il popolo.

Laonde egli volse l'animo a provvedere affinché Francia da noi raccogliesse vento dalla seminagione di murattismo, ed Italia si adagiasse sul letto delle speranze infiorato di lusinghe. Cioè il famoso genio tolse ad ingannare Francia ed Italia per ingrossare ed ingrassare il Piemonte alle loro spese.

Veniva dunque opportuno e rigorosamente necessario ammonire i nostri martiri banditi,col resto della masnada, fatta già alla egemonia subalpina, «correre tempi gravidi di nuovi e solennissimi avvenimenti» non riuscire agevole temperare a consigli prudenti gli animi di una crescente moltitudine di audaci, i quali gli ultimi casi deplorevoli riguardando meglio siccome effetti de' biechi consigli degli uomini che dello incalzare della cieca e voltabile fortuna, sono decisi a muovere guerra guerreggiata contro chiunque ardisse opporre resistenza all'incantevole loro ideale della unità della penisola; ed ormai i prestantissimi e di maggiore autorità fra loro e sulle plebi, e che pure tanto contribuirono al felice e glorioso esito della campagna recente, non fare più mistero del fine al quale contendono; e trarre alle insegne la gioventù, infiammarla alla santa impresa di quella unità loro, fornirla d'armi e di pecunia, ecco ciascuno lo vede, lo encomia e lo ammira. E quale diga reggere allo impeto di questa fiumana ovunque prorompente?

Noi fin qui si ebbe cura d'ispirare idee che non eccedessero le ragioni di un giusto interesse comune, persuasi che, tolta di mezzo la fedifraga ed oppressatrice potenza degli Habsborgo, fosse più facile comporci in governi federali, i quali seguissero la generosa ed equa politica di Savoia.

E voi per questo reputaste, con un napoleonide a Napoli, coll'impero a Roma, e con noi alleati fedelissimi qui nelle regioni superne, fosse naturale e di solidità incomparabile una Italia cosi federata; e poiché codesto era ne' voti di tutti, noi non ci rimanemmo dello insistere a pregarvi di procedere cauti nel preparare quanto fosse mestieri a raggiungere simile intento, solo avvertendovi non forse la diplomazia avverserebbe la candidatura di un napoleonide, prevedimento che si avverò lorché ne toccaste a que' sommi moderatori della pubblica cosa britannica. Ed ora voi non volete il principe Borbone né lo vogliono gli unitari scatenati.

Se costoro movessero per il mezzodì, e,che la sorte li secondasse, o dite non sembrerebbevi ragionevole aiutarli e poi profittare delle loro vittorie?

In quanto a noi, se occorresse loro sinistra fortuna, non avremmo perduto nulla né di reputazione né di forza: ci guadagneremmo tutto ove la spuntassero. Nè il Buonaparte né gli altri monarchi ci potrebbero imputare a colpa un fatto cui s'incolorisse di risoluta e patente volontà nazionale. Aiuti a danni del pontefice, questo no. Io e voi quanto il Buonaparte ci rimetteremmo della nostra efficacia se frangessimo la potentissima arme della cattolicità romana. Ma circa al Borbone gli è un altro paio di maniche.

Non siamo noi che non lo vogliamo, né soli voi non lo volete, è tutta Italia, è il nemico acerrimo di tutti i Capetidi, è il Buonaparte che non lo vuole. E se costui non lo vuole per ingrandirsi, Italia non Io vuole per riordinarsi ad unità.

Giacche le cose sono venute in tali termini che quanto femmo debbasi veder vaporare in nulla se non si faccia i desideri degli unitari; poiché questi desideri s'incarnerebbero a detrimento del principio di autorità (ché di legittimità adesso non approda intenerirsene) avvegnaché se il rivolgimento vittoriasse da solo, correrebbe a Roma difilato a proclamare forme di pubblico reggimento al tutto opposte alle propugnate da noi, e noi saremmo dannati a recitare la parte di turiferari de' mascalzoni fortunati; e perché, essendo il re di Napoli bersaglio de' dardi cospiratori da scagliare noi con que' nostri nemici politici, economici e militari, quasi fossimo tutti un corpo ed un'anima sola, è di suprema necessità trovare modo di torgli la corona, vi scongiuriamo (e vi promettiamo ninnoli di cavalieri, uffici eminentissimi, ed oro a palate se riuscirete) di guadagnarvi l'animo de' capi delle milizie di terra e di mare.

Di pecunia potete loro offrirne e di molta; conservazione ed innalzamento di gradi va da se, salvo infamarli poi o purgarcene rimandandoli, ché i traditori attende infamia con isolamento. E noi vi affidiamo al nostro ambasciadore Villamarina, il quale sa emulare l'onesto patriottismo del nostro Boncompagni, ambasciadore taumaturgo alle corti di Firenze e di Modena e di Parma, a voi notissimo.

Il Villamarina ha già lingua con L. Romano e con tutti i vecchi e nuovi Bruti delle logge massoniche. E se non erriamo lavora di conserva col conte di Siracusa, al quale fa credere cose mirabili e saviamente piene di spavento; ed il conte pensa a pancia ed a fichi.

Alessandro Dumas entra nella cricca; ma è francese. Da tutto codesto voi capite ch'e vi conviene tirare all'unitarismo; e, secondo che spira il vento, improvvisarvi li perii membri de' Comitati di azione, acciocché le plebi non diminuiscano fiducia in voi, i quali elleno venerano guai martiri della tirannide borbonica, per quelli cioè che vi pingeste voi stessi agli occhi loro.

E giova assai pei nostri fini. Se verrà l'ora digrancire qualche cosa e devono preferire le vostre alle unghie degli unitari de' veri Comitati di azione. Lo faranno di certo, perché fra voi de' falsi e quelli unitari de' veri Comitati di azione non intercedendo esteriore differenza di sorte, vi anteporranno a costoro per la solenne ragione del martirio, che diverrà il vostro diploma di sbranapopoli e d'incespabuonsenso.»

Infrattanto, sapendo quanto furono republicani gli eterni e devoti servidori della monarchia in tutta la penisola, se ne levi que' delle stirpi venete e liguri, e quindi quanto lo fossero allora il lombardo A. Bertani, il sor Frappolli, il La Farina (storico di casa rinsavito a mo' di E. Ollivier) Crispi, La Masa (repubblicano fra le ombre) e via via (conciossiaché avesselo informato il leguleio Urbano di Alessandria, il quale negli anni innanzi li aveva conci per benino, anzi pochi mesi prima, estimandoli rei di maestà perché con repubblicanismo monarchico anfanavano per unità) ci cacciò in mezzo de' suoi indettati superlativi; e tira tira, lasca lasca, nega e concedi, tergiversa e seconda, furono stretti gli accordi, che sembravano accordi fra gente della stessa parte quantunque l'animo degli uni covasse il disegno di sfruttare per conto proprio ed esclusivo l'arte ed i cimenti degli altri.

La società Rubattino si lascia involare due vapori dagli Argonauti nel porto di Genova. Sopravi ascende Ercole calato da villa Spicola, non dimentico di Deianira (la gelosa politica allobroga) sprezzante delle svenevolezze di Omfale (la bastarda politica di G. Mazzini che argomentava averlo schiavo) ed ammattito per Jole figlia di Eurito, la quale abborrivalo perché, dopo la strage della di lei casa e lo smantellamento di Eculia, avevate spento Ifito il fratello (la sublime politica avversante al militarismo, personificazione del giure della forza, la quale sdegnosa respinge gli allori di Marte belligero pe' rami di Olive della industre Minerva). Lica (la gioventù armata) nescio stagli a costa.

Molti eroi lo accompagnano. Salpa. All'isola degli Aranci issa bandiera tricolore in cui s'inquarta la nota croce la quale ha per motto fert, fert, fert; ed annunzia di andare pel vello d'oro di Palermo, di Napoli, e di... No, di Napoli; e non più, ché qui s'ha a fare tappa, grida il medico Bertani ().

Ma Giovanni Nicotera che fe' intanto a Castelpucci?

Come ci andò?

Perché ci stette anche dopo la prima e la seconda spedizione ermafrodita se era evidentemente provato che lo invadere quel della chiesa non ispettava agli uomini della parte di azione?

Quel democrate monarchico collocai l'ulissèo Luigi Pianciani conte papettino, famoso per la difesa di Ancona, per le cortesie usate dalla Conciergerie di Parigi verso G. Mazzoni di Prato, () pe' duelli di Londra cantati da V. Merighi, perché non trasse l'amico Giovanni di genepraio, e facendo le ficche a Bettino Ricasoli non corse seco in Sicilia quando c'era da menare le mani?

Vi andò a cosa fatta; e spezzovvi la innocente spada per volgere calmo ed intatto alla sua Egeria francese, e fra le ombrie castellane dettare un ridicolo libro apologetico, cui imprimeva Daeli a Milano, l'onesto amico di Dottesio, l'instancabile fabbricatore di utili fallimenti. ()

Ned egli ned il Nicotera pugnarono nel continente. Caspita! non avevano ucciso manco uno scricciolo della spianata di santa Rosalia!.. Se non che non ci torna ragionare di costoro: guardiamo e passiamo oltre.

Giuseppe Garibaldi è ormai a veggente del porto di Dio () dagli antichi chiamato Lilibeo.

E qui ci fermiamo per ripigliare il discorso nel Capitolo seguente.


vai su


CAPITOLO III

«Continuazione della stessa materia — Stato degli animi allorché si diffuse la nuova della spedizione garibaldesca in Sicilia.»

Abbiamo già fatto abbastanza per cenni, né ci sembra dover aggiungere altro affinché si comprenda da che e quando originasse la professione di unitarismo ne' nostri banditi del 'l 859 e negli esuli per decreto o per paura o per ispeculazione pressocché tutti muniti di passaporto regolare dal barbaro e figlicida governo borbonico.

Di presente ci conviene dire perché e come apparisce estemporaneamente che le provincie di là e di quà del Faro manifestassero di volersi annettere al reame sardo, in codesto seguendo l'esempio delle emiliane ed etrusche, quantunque Savoia avesse rifiutato i loro suffragi annessivi col pretesto di cui abbiamo toccato.

I due legni a vapore che recavano l'avanguardia dell'esercito piemontese ordinato alla conquista delle regioni meridiane d'Italia, erano giunti a Lilibeo passando innosservati fra legni sardi mossi a mandarli a picco e fra quelli della marina borbonica, i quali fecero da Cagliostri lorché quasi tutti e due, votati di genti, di armi e di munizioni stavano a pigliare del largo per altra destinazione.

Nè fregate, né vascelli francesi ivi incrociavano sinistri; e, se qualche nave spagnuola si fosse mostrata a fiaccare l'audacia degli aggressori, c'erano le inglesi preparate a difenderli, esse che ne furono gli agnioli tutelari lungo il viaggio.

Questo anello di Ogige da cui l'ebbero i vapori garibaldeschi che non furono ma veduti per coloro i quali avevano mandato almeno di catturarli?

Lo abbiamo detto: da Cavour, il quale con Inghilterra voleva togliere il nostro reame al Borbone perché non cadesse ne' napoleonidi.

Non è nostro riferire tutti gli accidenti che accompagnarono e seguirono la invasione della Sicilia per parte de' garibaldeschi. Contenti ad avere riaffermato essere nati da necessità create dalla cupa ambizione della dinastia conquistatrice de' napoleonidi, sempre torbidi per se e per altri, abbiamo provato per indiretto che noi ne fummo le vittime innocenti.

E, perché s'intenda meglio il senso di queste parole di oscuro colore, rammenteremo il fine lagrimevole de' tentativi dello sbarco di Sapri del 1856 e del moto inconsulto del marchese Bentivegna in Sicilia. Ed anche allora dell'andata nell'isola di M. Quadrio pe' Comitati di azione, e poi che il Crispi vi s'immise per novità, nessuno die' segno di brandire uno stocco per cominciarle.

E potè bene N. Fabrizi dell'isola di Malta scagliarvi dentro le bombe incendiare dì G. Mazzini; ma, per conto d'insorgere, gl'isolani risposero picche. Anzi al Crispi, Dio sa perché, frullò nella testa etnèa il pensiero di dissuadere il Garibaldi della impresa sciorinando telegrammi e lettere venutogli dell'isola, i quali concordavano nel sostenere ch'essa non si leverebbe.

Ci vollero la persistenza di G. La Masa, e le pratiche da lui fatte a Torino con que' del Comitato di Associazione Nazionale (Cavour) e col pedicure romagnuolo Farini (Cavour) ed a Genova con N. Bixio (soprannominato Carneade) e con altri caporali siculi, come a dire V. Errante, Interdonato, ec., per indurre Garibaldi a porsi in mare.

E tanto poria rinferrare di grosso la opinione nostra che prima della scesa di costui sulle coste orientali di Sicilia nessuno giudicava prudente commettersi alla pericolosa ventura di un rivolgimento politico ed armato, memori già de' funesti effetti di quello del 1818 e delle improvvide macchinazioni degli anni susseguenti.

E se i Siciliani, famosi pe' Vespri onde spensero gli Angioini per darsi agli Aragonesi mani e piedi legati, facendo così lieta la vendetta di Corradino Cesare svevo giurata dal salernitano Giovanni da Procida e conseguita a favore di Costanza; se i Siciliani, autori delle armi civili del quarantotto, e forse del misero fine della guerra di Lombardia, e tutto per reggersi autonomamente, ma con altro principe; se i Siciliani, ingrati nemici del monarca, il quale fece sempre i desideri loro, ed allora stesso che ribellanti avrebbero meritato le maggiori punizioni; se finalmente i Siciliani, intesi costantemente ad avversare la concordia fratellevole con noi del continente, non consertirono a sollevarsi, significa che di unità non ne volevano sapere (non ne sapevano), significa che non prestavano fede alle sperticate promissioni degli esuli, e significa ancora che la tirannide borbonica non fosse poi cotanto scellerata quanto i Procoli della fortuna propizia s'industriarono di far credere.

Ora se per Sicilia, in opposizione a queste tradizioni ed a questi sentimenti separatori, si tenne alla legalità ed all'ordine (riassunti nella sicurezza personale e reale e nella libertà di operare quanto contribuisce al progressivo benessere economico e sociale di ciascuno e di tutti, e codesto all'egida delle migliori leggi ed istituzioni politiche, amministrative, civili, economiche, penali, ec., che Italia ed Europa avessero ed abbiano ancora) dove trovare nelle moltitudini del nostro continente chi sognasse di rinnovare le improvvide perché anacrone e frammentarie imitazioni del repubblicanismo greco e romano efemeramente tentate colla repubblica partenopèa nello scorcio del passato secolo?

Chi avrebbe voluto cimentarsi a moti sovversivi degli ordini del principato con in sugli occhi la baldoria de' massoni del ventuno, conversa in esigli, proscrizioni, galere e patiboli, appunto perché figliata da moti incomposti iniziati da uomini senza programma unitario, senza il paese educato e tendente ad unità, senza Europa disposta ad accettare il nazionalismo e l'etnologismo, e con alla testa un principe a cui Dio aveva dato tutto fuorché il genio delle guerre di popolo per ricostituire nazioni, tutto fuorché la fede nel trionfo finale della giustizia divina ed umana?

Il Trocadero lo provò. E se Ferdinando Borbone a Laybach fu fedigrafo, quale fede serbò a patti chi consegnava il nerbo dell’esercito e degli attrezzi militari una alle casse dello stato al duce supremo delle armi cesariane, ed abbandonava alla sanguinaria legge penale de' soldati e de' cittadini quanti lo stigarono a ricomporre Italia in balia di se?

E quale unitario colui che dal trentuno al trentatré imporporò le zolle subalpine del sangue degli addetti o sospetti addetti alla Giovane Italia?

Quale italianissimo un principe che fino al marzo del quarantotto fa mano bassa su chi osanna al giacobino Pio IX?

Era unitario quando nel quarantotto faceva proporre ad Austria la cessione delle Venezie due giorni prima fuse nel suo reame (poliziesco e pretoriano per eccellenza) e tanto per mezzo dell'ambasciadore britannico accreditato appo la sua corte? ()

Sì, sì fu della stessa fede di Francesco IV per la quale i novatori del trentuno ebbero quel ch'ebbero. nel modanese. Più onesto il cannibale Gregorio XVI, al quale bastò l'animo di bandire avrebbe fatto strangolare qualunque settario gli capitasse fra le mani. E mantenne la parola dopo soffocati i moti di Bologna e di Rimini.

Sicché, a dirla, la fede de' principi ne' momenti di soqquadro della cosa pubblica è come l'araba fenice che ciascuno dice che sia di certo, ma nessuno sa dove.

Per noi soldati napolitani stranieri ad ogni maledizione di parte, superbi di non essere stati spergiuri per mangiare il pane infame de' traditori, noi in punto a principi abbiamo una idea fissa, ed è, che su per su. sieno tutti dodici oncie buon peso e che dall'uno all'altro non ci scatti neppure un grano. E ci verrà fatto di sostenere ciò che ora affermiamo allegando fedelmente alcune cose avvenute dopo il subisso del 1860 e del 1866. Ora si fa punto.

E così le provincie del continente meridiano d'Italia di quale giudizio si sarebbero mostrate seguendo l'esempio de' Pepe, Meneghini e soci del ventuno? E per avventura le avreste dette savie se si fossero impuntate a recitare la commedia del quarantotto?— O che non sapevano appuntino della eloquenza ventricolare de' costituenti di Monteoliveto?—Quale dunque l'autorità di costoro?

Quella che acquistarono mercé la Costituzione largita da Ferdinando II prima di qualunque altro principe italiano, e spontaneamente, ciò che non fece ogni altro principe italiano, certo più larga che non la diede veruno altro principe italiano. E perché que' ventriloqui persero l'autorità procacciatasi per sola generosità del monarca?

Lo abbiamo detto, perché volevano costituire il reame in guisa da raspare fino al sangue. E tanto sicuramente non indica spirito patrio e meno che meno unitario. E potevano in sul serio annaspare per unità?

Lo dissero; e mentirono mille volte per la gola. Che unità volessero col pontefice capo in pectore di un embrione mostruoso di lega fra nostri principi (eccettuato quello di Monaco ligure) col savoiardo che rifiutava la corona sicula offerta al suo secondo genito, il duca di Genova, babbo di Margheritella; con Sicilia così divisa da noi; con Venezia repubblicana; con parte mazziniana li ad attizzar fuoco per abbruciare i re; e col popolo ignaro affatto di cose di politica e pronto sempre per chi gliene dia, in verità non si saprebbe indovinarlo.

Almeno che si avesse inteso di qualche catechismo o di qualche opera politica, di cui fossero stati autori celebrati, la quale fosse stata dirizzata ad unire in un fascio estetico le posse popolari della penisola! Ma nulla, nulla, null'affatto pubblicarono essi in proposito; e se taluno si fece apostolo della scuola mazziniana, e' si creò di botto primo consolo; e, se non ci credete, andate per il signor Musolino, ed avrete il fatto vostro.

Noi non si fa appunti sulla industria di codesti valentuomini di raccomandarsi guai martiri di patriotismo unitario alle moltitudini, le quali stimarono sempre patria loro il reame delle Due Sicilie, e non avevano mai sentito chiacchierare di unità italica, meno ancora de' modi da adottare per conseguirla, ed assai meno ancora di quelli da usare per ordinarla a vita nuova.

Di che ignoravano affatto in che consistesse questo martirio cotanto vantato da que' struzzi politici ed economici. Che se po' po', caparbi, persistessero a dirsi unitari e martiri alle spalle di queste ragioni, sarebbe cortesia pigliarli a scappellotti. D'altronde anche questo è troppo, ché li onorerebbe. Ci riserbiamo di fotografarli alla greppia: là sarà aperto di quale unitarismo e di quale martirio intendessero parlare a cui non li poteva capire.

E adunque le moltitudini del continente meridiano d'Italia da questa non avrebbero mosso frasca.

Nè s'ha a ire in lorinci ad accattar prove nuove noi che le si ha tra le mani. Allorché per l'amnistia loro accordata dal costituzionale principe Francesco, riedirono, il paese neppur se ne addiede. I loro parenti, gli amici, i lasciati a bocca asciutta dal governo per essere in fama di polli da galera, e qualche curioso, ecco chi li accolse. Mettiamo pegno che di otto milioni di meridionali è dire molto se quattro migliaia diedero indizio di avere avvertito il loro ritorno.

Ed osano parlare del paese commosso, entusiasta, ovante alla loro ricomparsa sull'orizzonte de' mercati politici?

Non avevano né autorità né coraggio questi paladini d'Italia venuti a casa del figlia del loro tiranno.

Sentite! Un articolo di pessima qualità, e proprio di tutti i modi di governo civile della presente età immoralissima perché corrottissima (in grazia del cesarismo romano insinuatosi come veleno in tutte le parti della vita domestica e cittadina di umanità sociale) è la Polizia.

E qui non differiva sicuro da quelle degli altri stati d'Italia e di fuori.

E noi ebbimo i Canosa, i Pecheneda, i Campagna, gli Aiossa, i Maniscalco, e di altri ribaldi di simile getto, siccome Savoia ebbe i suoi Della Margherita, i suoi Lazzaris, i suoi Galateri, i suoi Tosi, Pinelli, i Rattazzi, e Micono. Nè i giornali di regia democrazia oggi commendano quel che uscì da Gualterio e dai Cantelli e che uscirà certamente da Ferraris, perch'eglino non lodarono neppure la cattura di Garibaldi consumata dal loro Urbano Rattazzi, nel 1867 Ministro dell'Interno e Polizia. Veramente ove si avessero a confrontare le geste de' polizieschi del reame italico con quelle de' polizieschi del reame delle Due Sicilie, quelle de' polizieschi del reame italico starebbero a quelle de' polizieschi del reame delle Due Sicilie come 80 sta a 100. Udiamo anche dire a parecchi vissi sotto la dominazione austriaca che fra l'austriaca e la Polizia del reame italico c'è la stessa proporzione.

Vero o non vero, ciò che verissimo è, che Polizia è Polizia dappertutto, una orribile cosa, un postiema che s'infossa e dilata ampiamente nell'organismo intellettuale, morale, politico, civile, ec., delle associazioni umane, e che le mena a risolversi miseramente. E tale era eziandio per le provincie nostre.

Soperchierie, provocazioni, concussioni, vituperi di spionaggio, cospirazioni inventate fra le orgie, contumelie a supposti patrioti, carceramenti seguiti da perquisizioni domiciliati pe' veri, ed a tutte le ore del giorno e della notte, si contano a milioni. Quindi gli offesi a torto o giustamente rispetto agli ordini della pubblica sicurezza del reame, impennarsi contro agli sgherri offensori.

Noi non si sa se attendano il momento di vendicarsi degli affronti sanguinosi recati loro dalla Polizia di Savoia quando era sarda e poi che si cammuffò ad italica, gli esuli, i quali in Piemonte non potevano cambiare di casa o trasferirsi da un villaggio all'altro senza il permesso della Polizia scritto e timbrato sulla Carta di Permanenza, ned erano sicuri di far dieci passi sulle vie pubbliche senza venire soffermati dalla sbirraglia e molestati da un lungo interrogatorio poliziesco con richiesta e lettura de' recapiti, né di pranzare né di dormire tranquilli senza che o poliziotti o carabinieri (pane della stessa farina) li sorprendessero e svegliassero e non di rado li traducessero alla Questura o ad altro tribunale poliziesco sotto specie di avere udito da essi parole minacciose e dure a cagione di procedimenti si soavi, che tanto bene caratterizzano lo spirito dell'ospitalità e della fratellanza politica de' nostri egemoni.

Forse, esuli di buona pasta, eglino lucrarono di bello con sì peregrini e nuovi titoli di martirio quando li presentarono agli egemoni, non più cretini della valle di Aosta, ma geni di unitarismo ibrido e di libertà manganata.

Eh! lucrarono, oltre di molti altri de' primai, niente meno che gli uffici di Ministri dell'Interno e Polizia, di Segretari generali, di Prefetti, Sottoprefetti di Questori, d'Ispettori provinciali, di Delegati di Pubblica Sicurezza, Sicurezza, con quel tocco di paga che ci viene dietro, e si sa, e con quell'altro che piove loro addosso, e che non si sa.

Intanto alla testa l'anagrafi poliziesca mette R. Conforti, F. Crispi, S. Spaventa, D. Marvasi, ec.; verso l'ombelico i complici Nardis, d'Amore, Indelli, La Cava, Cacavone, Colucci, De Luca, d'Afflitto, Bruni, Rudini ec., Manzi, Mititeri, Poggiali, ec.; e giù verso i zoccoli sbirraglia gallonata, spie, ruffiani, e roba simile, a ciocche. E se abbiano superato i maestri di casa, e quel che più importa, que' del Piemonte, sarà dimostrato altrove. Avverarono un'altra volta l'eo immitior quia tolleraverat, ma in maniera degna di loro ().

Certamente su costoro vola come aquila il marsico conte di Culagna del retore L. Settembrini; e la eroina Sangiovannara col satellizio de' bettolieri, rigattieri, parrucchieri, arrotini, cantinieri, scarpolini, e sensali di ogni articolo commerciabile, potrebbero attestarlo. Peraltro senza mendicare si ignobile testimonianza, noi ci riferiamo alla pubblica opinione, la quale fra il Canosa borbonico e il Canosa italico ha sentenziato costui sovrastare a quello come Io stupratore di una vestale all'amasio di una vecchia Aspasia. — Buon prò.

Ma da noi, come prima fu proclamata la Costituzione, non gli esuli a scaraventarsi su Polizia e poliziotti, ma furono certi patrioti, nati e cresciuti fra le quinte del teatro burattinaio de' mimi politici da mille al bezzo, i quali spinservi sopra la geldra de' camorristi, che pure tenevano partita aperta con quella. Fattone strage e falò, que' buoni cristiani poco mancò non si stimassero altrettanti Spartachi. Erano zero, e zero rimasero, levatone fuori alcuno, che adesso ha piantato bottega di pubblicista con la testa di Giano, sempre li per buscarsi foss'anche una misera prefettura.

Gli esuli dunque non fecero nulla in que' giorni primaverili della nostra vita costituzionale e paesana, ché dimestichezza non c'era tra loro ed i nostri, nemmeno conoscenza, manco fiducia. Arzigogolavano alle loro case in provincia od in terre castellane su quello che direbbe l'oroscopo della Dora onde avviarsi a fare qualche cosa, tanto per far vedere che i Comitati d'ordine non volessero mangiare il pane a tradimento. Dunque le moltitudini, tranne un po' di sfogo di pochi contro la Polizia, i quali avevano passato i loro giorni oscuri ed ignorati, al sovvenire de' banditi e degli esuli continuarono a vivere chete e tranquille.

Le cose di là del Liri e del Tronto si sapevano da banditi e dagli esuli; ma se ne parlava con riserbo perché i preliminari di Villafranca inforsarono l'avvenire ch'eglino si avevano finto colla fervida loro immaginazione lieto e paradisiaco. Da noi non facevan frutto i diari de' superlativi se appena si dava retta a quanto riferivano e moderatamente giudicavano il Corriere Mercantile di Genova ed il Journal des Débats di Parigi; ed anche questi reputati merce di contrabando ne' primi mesi costituzionali del governo. E presto davvero i nostri torsoli fritti li per li sbucati fuori

Briarei politici come funghi al piovigginare settembre,aprirono negozio di politica; ma, procedendo sempre in carraia, se non ci fosse stata qualche ragliata, nessuno li avrebbe riconosciuti per quegli asini ci' erano. E coloro che, intinti delle cose intime del medesimo governo costituzionalmente ammodernato, avevano studio ed abito di disegnarle in modo di renderle sempre gradevoli all'universale, mutato veste, comparvero innanzi al pubblico in costume di Don Bartolo, paurosi di quello di Figaro indossato fin là.

Per l'andazzo del tempo, smesso di lesinare sulle cifre del dare e dell'avere, a bandiera spiegata inoltrarono pel campo delle riforme, d'onde avvanzarono a discutere di politica trattando l'argomento della federazione italiana per la indipendenza italiana; e misero sangue a provare che Savoia e ‘l principe nostro, salve le convenienze verso la Sedia apostolica, potevano fare cose meravigliose.

Tanto si lasciava dire perché non si poteva impedire che si ragionasse cosi, e perché cosi. giovava che si ragionasse. E que' banditi ed esuli se ne andavano con essi in quanto a proposito federativo, ma non ponevano bocca sulla dinastia. Ad ogni modo l'autonomia non fu mai messa in questione fino ai casi siculi.

Ed ora rileva fortemente toccare dello stato degli animi di ogni parte de' nostri autonomisti e di ogni parte de' nostri unitari di monarcato e di repubblica.


vai su


CAPITOLO IV

«Quali oracoli consultassero ed a qua’ consigli venissero i prudenti de' nostri autonomisti per provvedere alla integrità, alla sicurezza ed al progressivo miglioramento del reame.»

L'universale amava il principe perché figlio di madre pia ed infelice. Deploravano i prudenti che per arti novercali fosse serbato inconscio degli arcani dell'impero, fuori de' consigli secreti degli amicissimi, e manco affatto a ministeri della milizia.

Dannato a vivere una vita da zoccolante, consideravano le difficoltà grandi che lo attraversavano per giugnere a perfetta conoscenza delle persone e delle cose del reame, del loro e dell'indirizzo di quelle di fuori.

Temevano a ragione che, montando in trono, sendo stato improvvidamente suggerito a bandire ch'ei seguirebbe in tutto gli esempli paterni da uomini non ignari che di costi egli avrebbe offeso l'aspettazione di molti, i quali desideravano maggiore rispetto verso coloro che dal quarantotto in poi erano stati involti nelle sciagure de' costituenti per colpa di falsi denunziatori e più di severità verso tanti ribaldi ascesi ad uffici éminenti dello stato a prezzo del conculcamento de' vincoli di sangue, de' principi di morale e delle ragioni di ogni giure, per ignoranza delle difficili e complicate arti di governo, per non avere punto di contezza delle persone e delle cose da governare e da amministrare, per essere ingolfato a gola ne' pregiudizi e nelle superstizioni bevute a larghi sorsi alla scuola gesuitica, siccome quegli ch'era di corpo caloscio e di mente angusta, senza pratica di sorte nel maneggio de' negozi umani; chiuso fra le spire di una politica contumace, assai di lieve non fosse rimasto ludibrio di qualche uragano furiosissimo desto da passioni male sopite e da ambizioni insodisfatte: nelle quali, date dalla fortuna occasioni favorevoli, arguivano avrebbero soffiato esterne cupidini di più vasta dominazione.

Soggiungevano: conforta bensì vedere l'erario pubblico ricolmo, abbondante l'annona, il commercio non infecondo, le arti e le industrie fiorenti, onorate le scienze, protette le lettere, il credito grandissimo, copiosa la pecunia, facili le transazioni, istituti e strade dischiusi all'attività sociale, premiati prudentemente gli utili trovati, nessuna invidia alle straordinarie virtù, più care le temperate e praticabili agevolmente dalla maggioranza cittadina e di maggior profitto e sicurezza a privati ed al governo, ed in comparazione di molti altri stati minore il numero de' delitti e per quelli di maestà raddolcito il rigore delle leggi dalla clemenza del principe; ma altre cose dentro e fuori del reame occorrono alla mente aventi natura di compromettere questa felicità presente di cose, lo svolgimento progressivo delle quali ci verrà di certo dal progressivo esplicamento ed applicazione dell'amplissimo Statuto costituzionale.

Continuavano quindi: poiché la ragione de' governi assoluti è di sopprimere affatto quella della vita collettiva, noi della inferiore e quelli della superiore Italia occidentale (Piemonte e Lombardia) da Romani in qua fummo educati dal principato accentratore ed assorbente ad accentrare ed assorbire. Equità, proporzionalità e reciprocità (vocaboli che rilevano vivere fraterno e di libertà conveniente di uguali) ci erano altrettante incognite.

Arraffare legalmente ed illegalmente; scavalcare gli altri per metterci in sella in luogo loro; ardere per altezza d'impieghi, per larghezza di stipendi, per ordini equestri e per titoli di nobiltà; sommuovere cielo e terra per conseguirli; vendere per ciò coscienza, dignità, giure, ed all'uopo amicizie, sangue e la patria stessa, più che frequente, è comune a tutti. Di qua la nostra idolatria per la forza, le nostre viltà da venderecci, le nostre ipocrisie ne' templi, nelle case e nelle pubbliche ragunanze, e di qua l'abito di mentire compagno di quello di tradire.

Noi si è naturati a comporci a qualunque esterno atteggiamento della persona; ed adoperiamo con maravigliosa spontaneità della parola per celare ciò che agogniamo conseguire: c'inganniamo sempre a vicenda. Non crediamo a nessuno perché mentiamo per abito; e fingiamo una fiducia illimitata soltanto per cogliere al trabocchetto chi ha la stoltezza di crederci.

Noi non amiamo altri, amiamo noi soli; eppure sappiamo colorirci dell'appassionato cosi da illudere anche gl'insensibili; o trucidiamo impunemente sensibilità, fede, morale, giure! Chi più di noi vanta onestà ed onore? Ma cercate ne' paesi più corrotti del mondo; e voi non troverete la millesima parte de' cittadini che costumino rubare dall'alto al basso come si vede da noi, e che falliscano a patti solenni privati e pubblici come il più de' nostri sogliono fare.

Altrove si coltiva la pietà e si attende alle arti, alle lettere ed alle scienze, s'intende anche per giovarsene chi le esercita e le professa, ma principalmente a promuovere puri e nobili sentimenti di devozione verso! arcana causa dell'essere se tutte le speculazioni di setta) ma principalmente a formare il gusto colla scuola del bello, ma principalmente per diffondere la luce del genio creativo e dinamico entro alle formole estetiche del giusto e del vero.

Al di. sopra dell'io, là domina il noi; e dunque la civiltà di principio e di fatto con tutti i suoi beni meravigliosi ed inestimabili. Qui si fa mestiere e bottega del sacerdozio e delle cose sacre nella più eccelsa parte del tempio. Ove vedete le opere idolatriche del culto che oppugnino quelle della casa e della città' siccome incontra che si veggano nel mezzodì ad ogni pie' sospinto?.

Il farisaismo, la bacchettoneria, l'ozio consumatore in saio di penitente e di supplice, appo i nostri sono tutta la religione che ammorbidisce i divani, rallegra le mense, e riempie i forzieri della sarcastica, chiericia. Fare un prete od un monaco per le nostre famiglie è fare la migliore delle speculazioni sociali.

Ecco perché nelle case intristisce la vita delle giovani domandate bizzocche, ecco perché stupite la ridicolaggine di bimbi che vanno per le vie in tonaca francescana, domenicana, benedettina, liquorina, sagramentina, pasqualina, paolina, e via via.

Quali uomini e quali donne possono venire da questa scuola di parassiti, di asini, di mummie? E tu apprenderai di medicina, dicono i genitori ad un ragazzo citrullo; e come il nonno impinguerai. Altri: bimbo, se tu sai, con lo studio di diritto si diventa avvocato, maestrato, ministro; e degli avvocati perbenino nessuno die' mai povero il tiro secco; e' maestrati hanno per se attori e rei convenuti; e' ministri chiappiano ogni cosa. Bada dunque allo studio del diritto poiché ti è scala ad ascendere od arricchire.

Odi anche a dire: figlio mio, questo è il secolo del macchinismo; e chi sappia di Matematica, di Fisica e di Meccanica, Dio gli dia vita lunga!, in breve ora ti si fa un Creso. E ti rimarresti dal badare a queste cose che tanto bene t'impromettono di uno splendido avvenire? E questo ed altro; onde ti senti schiantare le orecchie, significa che lo studio qui è mezzo, non fine.

L'impiego o là posizione del giovane domandano sopra tutto coloro che sono richiesti della propria figliuola a di lui sposa. Non si è uomo di considerazione se non si è una livrea dello stato o di qualche ricco truffaiuolo. Darsi a fare da se la fortuna propria ovvero a derivarla dalla propria abilità ed onesta operosità non è titolo sufficiente alla stima di questi nostri servi della pena.

Per questo da noi il più degl’ingegni eretti o sublimi maturarono nella solitudine; e le opere loro ritengono del selvaggio e dell'irto o rivelano le acutezze profetiche di chi raddensò le proprie forze informandole a tipi corpulenti e sfumati, intuiti, non considerati coll'occhio abituato a confronti, e quindi non estimati secondo le leggi di successione e di relazione d'onde risulta l'armonia delle cose metamorfiche del tempo e dello spazio.

Verissimo di pochi che, approfondendosi nell'analisi delle Cause degli avvenimenti universi della natura e di umanità, con ampiezza di argomentazioni sintetiche fecondarono il campo delle speculazioni astratte della filosofia della storia e del giure con dettati eccellenti o peregrini.

Nulladimeno, se da una porrete mente all'agiatezza della fortuna, agli argomenti del sangue e della condizione sociale per cui poterono conversare con tutto il mondo delle umane intellezioni e manifestazioni sensibili, dall'altra vi tornerà facile riconoscere in que' dettati piuttosto che l'affermazione della coscienza del debito di giovare ad umanità, l'affermazione del genio nostro sottilmente giuridico e dialettico, fusione felice del pelasgolirseno col doricolatino.

Laonde ciò che si riferisce agli esercitamenti di puro, diletto, se da noi si pagano a teatri, non si curano ne' loro inventori, ovvero, comprando il piacere che destano in noi, noi ci crediamo dispensati da ogni rispetto, verso di quelli. Ed è raffinatezza di sensualismo di schiavi civili, è oltraggioso egoismo.

Se non vi ha di che crescere, di che manifestarsi potente, di che attrarre gli sguardi delle moltitudini, se non vi ha sfarzo e pompa Scenica morti o vivi, se non vi ha rumore, stupore, meraviglia, o se non vi ha marea di passioni, il meridionale è impassibile.

L'universo ed umanità devono individuarsi in lui; e grazia se se ne contenti. E codeste conseguenze della scuola dell'accentrare e dell'assorbire necessitano repulsione continua. E cosi si spiega perché da noi nessuna grande cosa possa attribuire la sua origine ad azione sintetica e collettiva, la quale, essendo negazione della forza accentrativa ed assorbente, s'intende per assimilazione ed armonia de' fattori delle opere conferenti al massimo e migliore benessere degli uomini. Ed assimilazione per chi sappia è associazione. E noi di associazioni di capitali e di lavoro, appartengano alle ragioni dello intelletto od a quelle del cuore oppure a quelle de' muscoli, se ne formò mille e se ne sciolse diecimila appunto perché ciascuno de' loro componenti tirò ad inghiottire gli altri.

E dove è assente il principio morale e supremo di equità, proporzionalità e reciprocità, quanto è impossibile l'associazione durevole degli elementi delle umane attività, altrettanto è difficile che un aggregato di antropofagi moderino le proprie azioni secondo leggi ed ordini, i quali richiedano l'attuazione di quel principio.

Noi abbiamo leggi ottime per un popolo disfatto da venti secoli non interrotti di tirannide. E che sperare? Che lo Statuto costituzionale lo rifaccia a nuovo. Avrà poi la costanza di concorrere al di lui esplicamento ed applicazione?

Ahimè! costanza lo schiavo? E 'l napoletano, nonché dall'abito di servire, è tratto a novità dal genio della stirpe e dalla condizione del luogo in cui vive, ove alle mutazioni costanti della temperatura atmosferica corrispondono quelle del volere e dell'operare.

E que' prudenti e sagacissimi ingegni, cosi sottilmente proseguivano: ma altre idee si affollano nella mente quasi arretratesi ad una misteriosa e tristissima immagine dell'avvenire di queste provincie, d'Italia e di tutti i governi raffazzonati colle ragioni giuridiche de' Quiriti.

Da noi i dinasti, levane i bizantini, dal dominio longobardico in qua intesero a spegnere o ad affievolire le potentissime delle famiglie feudali. E ciò nasceva dalla indole del principato accentratore ed assorbente e dal bisogno ch'ebbero di trovare presidi di dominazione fuori di quelle, le quali arbitravano incontrastate del destino della Corona. Ne compri crearono una nuova specie di nobiltà paesana, cui arricchivano a proporzione de' servigi che ad essi rendeva. E cosi non la sola spada, ma la toga eziandio, il lutto dottorale, la cazzuola del fabbricatore e la marra del campagniuolo furono degne d'investituire feudali.

Odoperarono della gente nuova quei bravi dinasti per raumiliare la vecchia, e crederono così di aver rinvenuto nelle gare e contenzioni che facilmente si susciterebbero fra l'una e l'altra il mezzo sicuro di tenerle soggette e devote ambedue. Ma si dovettero presto sgannare, ché tra loro ricchezza e nobiltà non conservano a lungo il broncio, m diventano necessariamente solidali l'una dell'altra.

Quindi se, prima di questa nuova infornata di nobili plebei, que' feudatari li costringevano frequentemente ad esulare del reame, dopo, per la fusione degl'interessi di tutti, rimasero proprio a discrezione de' medesimi.

La insolenza di questi rapinatori delle cose de' Comuni (demaniali o no) e perfino di signorie appartenenti alla Corona, era giunta a tale che gl'imperi, i reami e le ducee sovrane di Europa erano diventati un covo di masnadieri.

I dinasti, veduto vano quanto da se ciascuno aveva fatto per non avere imbarazzi nell'esercizio diretto delle attribuzioni della propria sovranità despotica, a provvedere alla comune salvezza, presero a stringersi solidariamente con quelle stipulazioni internazionali, che chiamano Trattati, delle quali tuttora se ne servono per dare addosso tutti insieme alla scuola emancipatrice e di equazione politica. Ma le differenti condizioni di governi, di razze, di regioni, di leggi, di tradizioni, di costumi o di civiltà, e quindi talvolta la ripugnanza fra gl'interessi degli schiavi reciproci, ostarono al pronto e completo adempimento de' loro impegni. Allora, rispettando sempre le dette stipulazioni, fatto tesoro di sagrestia, Polizia, pretoriano e strozzino con un po' più di giudizio, volsero a stipulazioni fra la gente dello stesso sangue.

Quindi Luigi XIV di Francia (il vero fondatore della autocrazia monarchica e civile dell'evo moderno) congegnò il famoso Patto di famiglia che da due secoli circa è il testamento di condotta politica di tutti i rami della stessa, e cagione precipua della servitù della razza latina.

Sappiamo che allorquando il Patto di famiglia fu fatto, esso significò soltanto garanzia di despotismo e non arme per crearlo in casa. Di fermo quel principe, a cui lo si dee, aveva già compresso ed attrito la feudalità francese; e Carlo III che di Spagna veniva a cingersi la fronte del diadema delle Due Sedie potè leggere tranquillamente la Storia della Congiura dei baroni di Napoli di Camillo Porzio: i baroni erano stati fiaccati. e ridotti alla impossibilità di turbare e sconvolgere le cose del reame con minaccia dell'autorità assoluta e della sicurezza de' dinasti.

Cionondimanco i nobili non s'acchetavano volontieri al pensiero di aver perduto la più cara delle loro prerogative, quella dell'esercizio delegato di molte parti della sovranità su' vassalli compresi nella sfera giurisdizionale de' loro domini; e quindi mal comportavano di essere uguagliati ad essi innanzi alle leggi comuni.

Sempre altieri ed oltracotanti verso i popoleschi, benché la Corona avesse rispettato i loro titoli di nobiltà ed i loro diritti possessori, studiarono il modo di vessare que' miseri nelle ragioni universitarie e di dominio prediale nonchè in quelle di pedaggio, di dazio, di portolania e di altro senza che il principe ne adombrasse o ne patisse offesa. Infatti, anche dopo l'abolizione de' feudi, essi imperversarono.

Tuttavia il Codice civile rimase aperto contro di loro ed a favore degli oppressi; ed alquante delle fortune da essi proditoriamente o violentemente surrepite furono rivendicate a cui spettavano.

Ma il democratismo ladrone trapiantato da noi, regnanti Giuseppe e Murat, fece progressi tali da sostituire la prepotenza borghese alla baronale; e quindi non possiamo dissimulare che le corti borboniche di Napoli, di Madrid e di Parigi si riapersero a nobili, e specialmente a fedeli alla fortuna del principe appellato legittimo, e si chiusero quasi intieramente alla gente novellina.

A costei i Borboni l'esiglio co' suoi dolori acutissimi, a costei quanto con novità rifersero trappoliere e voraci contribuì a renderli sempre oscillanti fra il rigore e la clemenza, fra la tirannide e la libertà. E la baronia partecipò in larga dose alla coppa delle loro sventure. Quindi eglino, per rispetto a principi di sangue, di autorità, di reintegrazione compensativa, e di conservazione, la risollevarono.

E fu opera incauta, perché le leggi, il nesso delle cose create di recente, i pensieri, le relazioni, la vita nuova, e l'intendimento universale delle umane attività manifestamente contrastavano colle abolite arroganze cantali. E se davano sicurtà i Trattati del quindici e del ventuno, la minavano attorno poderosamente i nascenti bisogni contrari di un altro modo di civiltà: il diploma del meccanico veniva. a surrogare quello della nobilèa.

Il principato se n'avvide tardi; e quasi per adonestare il fatto misero della propria inavvedutezza con segni di prudente e generoso accorgimento, stese la mano all'operaio diventato banchiere; e lo chiamò fondamento della prosperità progressiva de' suoi fedelissimi perché applicava i capitali al lavoro a divorarne i frutti in pregiudizio del proletario che li produceva, ed ascendere colla pecunia a dominare ed arbitrare de' governi e de' popoli.

Da quel momento la nobiltà blasonica fu spenta prossoché intieramente; e! paese, adoratore della forza, volse il cuore alla nobiltà bancaria, che sa sfruttarlo maestrevolmente.

Accadde intanto che l'abuso della fortuna a poco a poco rendesse sospetta, indi abominata questa ultima turba di nuovi scorticatori del genere umano.

Più ingordi delle altre due specie di nobili, meno di essi rispettosi della ragione de' diritti di Dio e di quelli della specie umana, punto simili a loro in cortesia ed urbanità, inferiori in coltura, disprezzatori della promessa, del patto e dell'onore ch'eglino serbano, eseguiscono e difendono a costo degli averi ed anche delle persone, spensierati quindi della fama ottima siccome dell'avvenire sicuro, porci in brago, si ravvoltolano nell'immondezzaio della usura e del furto legittimo, del monopolio, della froda, della menzogna e di tutti gl'indicativi del pessimo e dell'infame, del parricida e del fratricida.

La innumerevole compagnia de' diseredati del giure di partecipare all'esercizio delle attribuzioni sovrane perché diseredati del giure possessorio dalla patria potestà primeva, dardeggiati da raggi del sole luminosissimo delle scoperte e de' conseguenti effetti politici, economici e sociali delle medesime, fra le strette del vivere captivo alla tirannide del capitale, scorsei o le forme divine della libertà politica, economica e sociale; e l'adorarono.

Ispirati da essa, per la via di tristi e di liete sperienze, giunsero alle più vere ed insieme più ardite e solenni conclusioni: il lavoro dissero, è capitale; per la libera associazione e distribuzione de' suoi fattori rivendicherà tutto l'uomo a se stesso; il lavoro, capitale, rivendicando l'uomo a se, per ragione teorematica di scienza prescriverà ogni forza accentrativa ed assorbente e proclamerà e qualità di liberi produttori; il lavoro, capitale, prescrivendo il centralismo politico e quindi l'economico, che lo rappresenta e lo sonfa di se, nella reciprocità di uffici fra i liberi produttori darà in fatto la loro fratellanza col benessere morale é materiale proporzionato alla virtù produttiva di ciascuno.

E qui è palese che se il principato dovette usare della vecchia e della nuova aristocrazia feudale e civile per saga e per toga, finché non venne su l'ultima prepotentissima della banca dei calli; e se adesso, sendo al capestro di costei, con lo spogliare estremamente le moltitudini de' lavoratori federati tra loro in infinite associazioni autonome, si scava un abisso da cui con quelle tre forze non potrà uscire giammai, la sua durata riesce assai più problematica da noi.

Le nostre moltitudini operaie non hanno siccome le altre di Europa e di America una idea adeguata delle cause trasformatrici degli argomenti dell'odierno organamento delle forze sociali. Elleno non si accorsero de' procedimenti del centralismo, il quale fin dalla sua origine provvide alla sua conservazione con ciò che contribuisce a risolvere.

Prima a se; poi si appoggiò al ferro de' compagni di conquista; indi si fe' dalla scienza; ed ultimamente, non potendo più contare né del ferro né della scienza nobilitata, si credè tutto alla pratica della crisocrazia diventata arbitra di cannoni e di penne col mezzo dell'oro venutole dalle macchine o dalla distribuzione del lavoro.

Giunse la sua volta anche alla crisocrazia, e le nostre moltitudini non s'addiero delle virtù produttive, che si associarono fra loro in ogni angolo del mondo per emancipare i prodotti dalla tirannide di quella e costituirsi federalmente e solidariamente in unica nobiltà umana, in quella de' liberi lavoratori che liberamente si governano.

Non è che noi si mancasse di mirabili scrittori di cose di economia sociale, ché da Serra a Bianchini, a Scialoia, a Trinchera, a Savarese, ec., il mezzogiorno eminé anche da questa sulle altre regioni d'Italia. Ma di codesti scrittori, taluno, a mo' de' loro concittadini M. Gioia e G. Racioppi, i quali della Statistica fecero una troppo sottile, benché eccellentissima, Metafisica, si mise troppo a sillogizzare sulla vera origine, natura, sviluppo, importanza ed intendimento della scienza economica, aggiundevi di certe sue teorie dedotte da empirisimo.

E gli altri tradussero più o meno, fedelmente i pronunziati degli economisti che li precessero; e senza molta ragione pratica reputarono fossero applicabili a qualsivoglia condizione politica ed economica come le forme algebriche lo sono a tutte le ragioni del calcolo sublime od a quelle delle forze.

Abbiamo pure di molti mestieranti di scienze sociali, capacissimi di foggiarle a quella guisa di mercantilismo che ne fa altrettante baldracche della crisocrazia bancaria e finanziale degli stati. Ma nessuno tramutò le teorie in dottrine di praticabilità.

Eppertanto le moltitudini de' nostri operai non sanno neppure d'onde incominciare, non diciamo, per comporsi federalmente e solidariamente colle Associazioni internazionali, ma nemmeno per costituirsi in Associazioni operaie napolitane, autonome ciascuna, federate e solidali tra loro nell'intento di sottrarre il lavoro dalla ferocia inumana del capitale ed a rappresentare se stesse in ogni ufficio di lavoro, di uso de' prodotti e di governo delle persone e delle cose proprie.

Ciascuno delle nostre moltitudini operaie ha una scienza opposta a quella delle Associazioni che oggi formano il nucleo delle forze trasformatrici de' vincoli del presente organismo sociale; ed abbiamo detto quale scienza essa sia.

Ora supponiamo che, sendo, per la dubbia fortuna del principato e della nobiltà detta, venuti alla necessità di reggerci sulle flessibili gruccie della crisocrazia, a costei qualche speculatore offra un mercato più ampio per le speculazioni strozzine. Non v'ha dubbio, considerando i probabili utili maggiori i quali proverrebbero dall'offerta a suoi capitali, dessa mon esiterà ad accettarla, sapendosi da tutti che il banchiere, ladrone cosmopolita col bollo di Giuda sul fronte, non ha né Dio, né patria, né genitori., né moglie, né figliuoli, né parenti, né amici co' quali stimi di essere legato da vincoli indissolubili: il Dio, e tutto, per lui gli è l'oro.

Non importa se dall'intonaco de' palagi, da dipinti, dalle suppellettili, dalle stoviglie, dalle mense, daletti soffici, da cocchi, dalle livree, dalle impunture delle sue vesti escano voci miste a sangue ed a lagrime di vedove e di pupilli spogliati, di fanciulli stuprati, di vergini sforzate, di matrone disonorate, le quali gridino all'assassino: coll'oro crescente ne' cumuli egli espia ed illustra i suoi delitti: coll'oro piega storia a pingerlo tipo perfetto di onestà, di onore e di beneficenza: coll'oro il sicario diventa il genio di umanità.

«Rubate, rubate molto, rubate a tutti, rubate sempre, rubate legalmente più che potete, diceva a suoi un nostro droghiere (il quale aveva avvelenato mezza Napoli, fallito prudentemente venti volte, falsato strumenti pubblici, e consumato le opere dell'aggressore e del lenone trafficando della carne de' suoi, del delatore e dello sgherro, rubate imperturbati) ecco io messi insieme meglio di un milione e mezzo di ducati aguzzando le ugne sull'altrui. Rubo ancora, ruberò finché avrò vita; e sono, sarò un fior di galantuomo; lo sarò anche dopo morto siccome ha detto il mio avvocato, buon anima, il quale spezzò le manette ai gendarmi e il laccio al boia facendo perdere il giudizio ai miei giudici quante volte gli truffati da me ricorsero per loro acciocché mi morissero.»

Perloché, accettando la offerta, incomincierà quelle che chiamano operazioni. Su qual ceto della cittadinanza agirà affinché la offerta porti i suoi frutti?

Sulla parte che nulla ha da perdere e tutto da guadagnare, sul proletariato ossia sulle moltitudini. Se mostrerà oro a costoro, se prometterà a costoro larghi premi ove sostengano la ragione di chi vuoi rendere Italia a se stessa (intendiamo ad un padrone solo) se a costoro rappresenterà il futuro onusto di beni li ad aspettarle per gettarveli in seno, o che penseremmo non basti loro la vista di fare una santa fede contro di noi quasi fossimo i loro nemici più acerrimi?

E i capi di opifici; i negozianti, e chiunque abbia cari pelle e quattrini si faranno certamente dalla crisocrazia per pararsi dalla vicina bufera desolatrice, ed anzi ché spenderne uno, a buscarsene mille con la fama d'italianissimi. Oh l'onta seguirà il danno se non si faccia petto alla sorte che ci minaccia!

Se mai (che Dio no! permetta) se mai le nostre moltitudini diventassero leva della crisocrazia mercatina per atterrare il trono delle Due Sicilie e tradire queste provincie feraci di uomini e di cose elettissime a cui le offeri di che traricchire, in un attimo e senza sforzo di sorte, l'offerente si vanterà di aver trovato la maggioranza ben pensante del nostro reame già matura alla vita politica, cioè atta alla cooperazione di chi suda da tutti i porri per unificare la penisola!!!

Vedremmo i banditi e gli esuli che ora, gattoni, rigiaciono cogli occhi chiusi e le ugne serrate, questi mezzani di novità lucrative, li vedremmo poscia entrare tra offerente, comperatore e trafficato a far terna di cui abbia cuore da difendere le cose nuove colle arguzie del delatore, colle celie del poliziotto e colle amenità dello sbirro. Meraviglieremmo salsicciai Ispettori di Pubblica Sicurezza, Delegati parrucchieri, Marescialli e Brigatieri scarpolini, spie ne' ruffiani.

Da questo letamaio di corrottissimi smosso e rimescolato quanti vermi schifosissimi ascenderanno listati della luce seducentissima sprigionata dagli aurei dischi della crisocrazia!

Il mezzogiorno ne darà quanto e più ne diede e da quell'oasi di moralità poliziesca, sbirresca, pretoriana e truffaldina, conosciuta coll'illustre nome di reame sardo. Senonché, soggiungevano, fendono in parte questa fosca ombria dell'avvenire due punti luminosi, e confortano a non disperare dell'ammiglioramento e della fermezza maggiore de' pubblici ordini presenti. Di que' due punti uno è de' proprietari e l'altro della milizia.

Quelli per istituzione e per abito consuetudinario difficilmente si cacciano in innovazioni delle quali non conoscano la natura ed il fine; e questi per fede giurata, per sentimento di onore profondissimo, per costumanze cavalleresche, per essere estranei affatto alle lotte politiche e per inveterata persuasione che la loro assisa siano il principe e i suoi diritti sacri ed inviolabili, non tollerano neppur che si discuti sull'uno e sugli altri.

Per altro la speranza conserverà fiore di verde purché quanti sienvi appo noi uomini di fede e di autorità, di mente provvidi e di opera solerti nello antivenire i mali che ci sovrastano pur troppo a cagione degli abusi precedenti (né dimenticati da lesi, né cessati da coloro che li commisero con danno grave e quasi irreparabile della famiglia regnante e di tutto il reame) lasciato da un canto rancore, invidia ed ambizione, si riuniscano, discutano e deliberino su' provvedimenti da proporre alla Corona affinché per trascuranza de' medesimi non succeda ciò che ogni buono napolitano dee, inorridendo, sfuggire.

Quindi. vorremmo ch'eglino, deputando i loro migliori a riferire innanzi alla corte degli spedienti che giudicherebbero più acconci a vincere le interne e le esterne animavversioni, ove si manifestassero pericolose, concorressero nella ragione prudente di proporre eccellentissimi e provatissimi consiglieri del principe, ponendo l'animo in particolar guisa a quelli delle cose estere, dell'Interno e Polizia, di Grazia, Giustizia e Culto, di Finanza e di Guerra.

Per Parigi e per Torino adesso sicuramente ci vuole chi vaglia a por fine agl'intrighi arruffati, alle tergiversazioni ed agl'indugi pensati. Proponga dirittamente a ministri del Buonaparte e di Vittorio Emmanuele di Savoia federazione e lega offensiva e difensiva tra principi regnanti d'Italia; incalzi per l'accettazione e stipulazione immediata de' patti per l'una e per l'altra; ed annunzi a gabinetti europei l'effetto affermativo o negativo della proposta, ragionandovi sopra così ch'essi debbano farla propria in ogni eventualità a difesa del giure.

Il ministro dell'Interno e Polizia dee purgare le provincie d'Intendenti, di poliziotti, di urbani e di tutto quel nembo di violentatori del giure personale e reale, i quali negli ultimi dodici anni fomentarono le cause di cospirazione de' buoni contro il governo pessimamente consigliato ed appestato da quel leppo di ribaldi.

Ponendo in vece loro uomini amanti sinceramente della monarchia (ordine) e della libertà (legalità) uomini con seguito meritato dall'ingegno, dagli studi loro, da sperienza e fermezza di propositi, uomini vergini di arti, di combricole partigiane e cari a tutti per pratica di eminenti virtù domestiche e cittadine, sbolliranno, se mai fossero accese negli animi, passioni conferenti a sconvolgere e perdere gli ordini presenti. 11 consigliere di Stato con portafogli di Grazia, Giustizia e Culto, dall'universale stimato incorrotto ed incorruttibile, il primo de' nostri grandi giureconsulti, nemico di dedizioni e di peculato in qualunque de' maestrati, e deciso a disfarsi di chiunque abbia tradito il sublime mandato di sacerdote della giustizia. Informato minutamente dal collega dell'Interno e Polizia della condotta di ogniuno, e più direttamente da documenti rimasti ne' pubblici archivi dello stato, destituisca, traslochi, innalzi secondo che gli paia richiederlo l'interesse del governo e de' privati.

La Finanza agguardi a modi pe' quali Cavour e Lanza, Lanza e Cavour in Italia iniziarono l'epoca bancarottaia, al processo avventato, alla equivocità. delle promesse loro, alla riluttanza delle produzioni nografi a seguire il principio di libera concorrenza con le straniere, alla tirannide di colpirle nelle singole loro trasformazioni, seccandone cosi la sorgente, alla incoerenza dell'offrire continuo e del continuo domandare colla ostentazione di un credito efemero.

Questo non poggia su proprietà stabili determinate ed estimate trigonometricamentè e geodeticamente da Agrimensori e da Periti patentati, e quindi non su equità e proporzionalità di tributi, non dunque su credito fondiario o locativo, in conseguenza non su valori relativi di cose agevolmente commerciabili.

Cotai cose sono ignote alla vera Statistica, perché povere o manche di presidi catastrali ed ipotecari ordinati, semplici e speditivi. Non poggia manco su proprietà mobili, avvegnaché i mezzi di enumerarle, qualificarle ed apprezzarle sieno arbitrari, confusi, quasi tutti aggressivi e spogliatori.

E neppure poggia su' tributi indiretti, perché la ragione di questi non basa sulla ragione equa e naturale de' diretti, i quali ivi sono simboleggiatoti della iniquità, della ferocia, del caos. Soggetti a continue fluttuazioni causate dalla necessità or di aumentarne or di minuirne la enormezza per invogliare a prestiti i crisocrati e per soddisfare a creditori sempre più esigenti perché sempre più diffidenti da una parte, e da un altro canto per non eccitare riazioni o moti collettivi esasperando soverchiamente l'animo de' poveri aggravati con rigori esattivi, come mai potranno, essere pegno di fede pubblica?

E poi fra tributi prediali e gl'immobiliari e indiretti non vi è proporzione, fossero pure (il che non è, come dissimo) determinati gli uni e gli altri da certe ragioni di principio e dì fatto. La obbiettività della legislazione finanziaria di codesto paese, quantunque s'incolorisca del progressivo riformismo economico della gente degli Anglosassoni, i più alacri, più ingegnosi e più perfetti produttori della nostra civiltà, è feudale nella sua intima essenza.

Si fa all'amore colla possidenza, e si flagella spietatamente e progressivamente chi vive de' servigi che presta allo stato, ad essa, ed al capitale. La somma è che di qua appunto s'impoverisce le moltitudini nullabbienti e fattrici della ricchezza pegli 9ziosi magnati del governo,, pegli oziosi signori di latifondi, e pegli oziosi Plutoni della crisocrazia bancaria, i quali arricchiscono in ragione diretta del consumo che fanno de' frutti dell'opera di quelle.

E quando la povertà della maggioranza cittadina sarà ridotta a rappresentare il cruschello, ed anche questo ammuffito, scarso ed incerto, la minoranza formata da codesti oziosi consumatori ove ne piglierà?

Certamente da quanto accumularono con esizio dell'universale. Ma a ciò non si poteva o non si voleva o non si sapeva badare.

Ora la guerra dell'indipendenza, ora quella per la difesa della civiltà turca (!!!) nella Tauride contro gli assalti della barbarie moscovita (!!!), or l'altra per calmare i dolori di tutta Italia pigliando Lombardia a mo' di chi elemosina e dando balia con frontiere nazionali alla Francia sorella (cotanto generosa caritatevole!!!) furono i balocchi co' quali si distrasse le menti dal pensare alle tasche.

A sopperire alle ingenti spese richieste a condurre il negozio della conquista non bastarono gli articoli beni ecclesiastici, ferrovie, proprietà demaniali, conversioni di rendite, fu forza avere ricorso a nuovi debiti. Si tornò a crisocrati stranieri, e si prese a ricorrere anche a capitali de' privati del paese.

Prestiti ne furono fatti di certo a condizioni disperate. Le rendite, che rivelano le ultime stoccate mortali date ad ogni elemento produttivo, ora provano con evidenza terribilmente matematica i finanzieri del governo sardo, prelevate le somme indispensabili per le spese pubbliche, non poter soddisfare agl'interessi de' capitali mutuati, e quindi essere lungi dal pareggio fra gl'introiti e gli esiti dello stato.

Ma il credito s'è veduto su che si fondi; ma s'è veduto la sproporzione che havvi fra le somme contributive di chi ne ha e non produce e quelle di chi non ne ha e produce; ma si è veduto che le seconde procedono in ragione inversa della produzione e diretta dell'ozio privilegiato de' consumatori; ma si è veduto che lo spirito di fiscalità feudale, tenendo alla progressiva consunzione delle forze produttrici, prepara la necessità di attaccare qualsiasi natura d i possidenza od a spegnere la vita individuale e collettiva. Dunque i prestiti esteri e nazionali da che cosa verranno garantiti?

Si escogitò il più funesto e più ladro degli spedienti. Con mendaci ragioni di potenza si mise innanzi la Banca sarda siccome istituzione meravigliosa di credito. Chi ne formò il fondo di cassa?

Quattro strozzini divorati dalla sete di arricchire a spese de' balordi già rimpitocchiti dal governo modello, com'ei lo chiamano, non sappiamo se per imbecillità o per fine ironia.

Quale la sua riserva metallica? Da 12 a 31 milioni essa giunse; ed ora ci sono ed ora non ci sono più. Che è dunque?

Un casotto di bari, che con fantasmagoriche apparizioni di cartamoneta si sono fatti credere padroni dell'oro coniato del mondo universo. E poiché la truffa riuscì perché il ministro di Finanza la legittimò per interesse proprio e per quello dello stato, in vista delle offerte di favolosi dividendi ch'eglino fanno a cui pigli delle sue azioni, vi si tuffarono dentro le rendile della possidenza e' frutti de' risparmi.

Onde codesta Banca così venne a formarsi davvero la riserva metallica permanente che non ebbe dal principio della sua fondazione fin a questo momento.

I cointeressati, non trafficando del proprio, si di quello delle moltitudini produttrici, non ricevono pro' dal pareggio tra l'attivo e 'l passivo dello stato, invece giova loro rappresentare le ragioni del debito pubblico, facendolo argomento di monopolio proprio ed esclusivo.

Questo delitto contro la morale giustizia trae mezzo d'impunità dalle necessità estreme nelle quali pone lo stato col monopolio ch'esercita solidariamente coi ministri di Finanza dello stesso. Quindi è facile prevedere che la Banca sarda lungi di essere potenza di credito appo i veri speculatori crisocrati di fuori e di dentro, sia l'indicatore sicuro di estinzione di qualsivoglia specie di virtù produttrice, e quindi cagione certa di presagire bancarotta.

Il quale fatto vieppiù celeremente accadrà senza rimedio quanto maggiormente cresceranno le brame male nascose, di distendere ancora i confini della signoria di Savoia; imperocché il bisogno di conservare le presenti capestrerie finanziarie contribuirà di certo a nuove ed ingentissime gravezze sfruttate dal monopolio della crisocrazia bancaria.

Le stesse cause quanto peggiorano più tanto peggiorano più gli effetti loro. Guai a noi se una invasione armata de' Subalpini c'importasse le loro leggi e gl'istituti loro finanziari e di credito! Dopo, vòtatici di questa abbondanza, anzi redundanza, bellezza e bontà rarissima di pecunia metallica, c'inonderebbero di moneta cartacea speculando di agiotaggio giudaico, e mettendoci tutti al verde.

Provveda quindi il nuovo Ministro di Finanza del presente nostro reame costituzionale acciocché il Ministro degli affari esteri con quello dell'Interno e Polizia scovrano al nudo gl'intendimenti invasivi e conquistatori della politica sarda; ed egli da un altra per sua e per opera di valorosissimi economisti contemporaneamente rilevi la natura vorace del mostro immane ed informe, che è la Finanza bancarottaia de' Sardi informata alla medesima politica essenzialmente e formalmente feudale. E questo faccia incontanente.

Conseguirà il suo intento contrapponendo alla condizione finanziaria ed economica del sardo la condizione finanziaria ed economica del reame delle Due Sicilie ().

Ed acciocché i proprietari non si lascino adescare dalle offerte de' favolosi dividendi, a quali accennammo, perché sarebbe incalcolabile il danno derivante alle terre ed a fabricati rustici ed urbani dall'acquisto delle azioni della banca enunziata, il quale per logica conseguenza reca l'abbassamento progressivo de' prezzi de beni stabili e del lavoro delle moltitudini operaie agricole ed artigiane; né queste dieno retta agli avvocati del monopolio per usura e per furto legittimo; e, più inclinate a vendersi all'oro che a procurarselo con associazioni di lavoro e con risparmi (onde applicarlo con libera libertà politica, economica e sociale a produzioni progressivamente moltiplicabili e perfezionabili) non si rilascino in braccio di chi suole strangolarle col cordone della borsa, nulla meglio di descrivere le scaturigini della produzione del nostro reame e delle leggi che le regolano e difendono.

Ed in ispecie s'intrattenga sulla genesi delle nostre istituzioni di eredito, prima su quella del Banco e poi su quella del Gran Libro,. non ommettendo le altre.

Il Banco e il Gran Libro colla ragione dell'antico, dello spontaneo, e del molto dato loro in deposito pe' differenti scopi di sicurezza, di comodo e di utile involgono i massimi interessi economici e sociali de' singoli ordini della cittadinanza.

Depositari ed insieme amministratori fiduciari e gratuiti, si l'uno che l'altro significano un valore reale fungibile, i cui elementi sono rappresentati da cedole che si possono cambiare in esso all'istante.

La onestà dell'interesse da medesimi assicurato su' capitali depositati e nascente dal moto diffusivo delle operazioni utilitarie effettuabili con questi, anziché distrarre i metalli preziosi, li trae a loro con sempre maggior pressa.

E noi se volessimo (date certe, urgenti ed impreviste necessità) emettere di carta moneta quattro quinti di più della riserva metallica, il solo Banco di Napoli, per il credito suo, serberebbe a quella valore pari a questa; e verrebbe estinta, (cessate quelle necessità vere e non simulate) col mezzo delle casse ricevitoriali dello stato, alle quali trimestralmente somministrerebbe un terzo in contante, prelevabile dagl'interessi derivanti dal complesso delle sue operazioni, finché non ve ne rimanesse in corso nemmeno una.

E queste ed altre cose che per brevità si tralasciano, poste con logico ordine e con evidenza e verità incontrovertibile di ragioni e di fatti, quanto gioverebbero a sbaldanzire l'audacia bancarottaia de' mercatini della Dora, altrettanto conferirebbero ad infervorare i nostri a guardarsi a piedi prima di muovere a stringersi con coloro i quali promettono facilmente tutto per ingoiar tutto sicuramente. Ed avendo abbondanza di pecunia privata e pubblica, or che le novità pericolosissime, deste, fomento e maneggiate dall'uomo del due Decembre, si manifestano ed avvicinano con celerità non mai veduta pe' tempi innanzi, secondo N. Macchiavelli si ha il nerbo principale per pararsi contro le insidie e pigliar pe' capelli la voltabile e fugace fortuna.

Per altro, e così finivano il loro discorso, incombe al Ministro delle armi riformare di molte cose negli ordini della milizia, ed apparecchiare e serbar pronte tutte le forze disponibili del reame per fronteggiare qualunque oste venisse ad assalirlo da terra o da mare.

Vorremmo prima di tutto che si togliesse fuori un certo numero di generali, quelli in ispecie i quali salsero per ragione di nobiltà o per arti di corte e di caserma. La superbia ed oltracotanza loro hanno riscontro soltanto nella ignoranza supina e nella loro muliebre viltà.

Tiranni insopportabili, anzi che capi zelanti della scienza, della disciplina e dell'onor militare, da gran tempo si sono alienati gli animi de' propri dipendenti; e se venisse da dovere andare a giornata né in essi avremmo sicurtà per larghezza ed accorgimento di disegni, né per rapidità e simultaneità di moto, né per istratagemmi ed audacia prudente nel moderarlo acciocché s'incarnino.

Comandare chi non sa, ed è codardo, ed obbedire chi non crede a lui, e lo sprezza ed odia, le sono cose che infatto di guerra si convengono più con le condizioni di principati i quali vanno per la via inclinata a minarvi in fondo irreparabilmente, anziché per la saliente da percorre con gloria e sicurezza. Per non aggiungere nuova esca agli scon tenti, ciò si faccia con autorità accoppiata a modi di apparente rispetto e riconoscenza.

Un grado di più, un minnolo di cavaliere di più, un tocco di paga di più, una parola lusinghiera di più nel giornale ufficiale ad attutire le tempeste del tronfio e povero amor proprio di cotai bravi fra le donne, ecco ciò che si costuma fare da chi vuole levarseli d'attorno senza fastidi.

E considerato il sapere eminente, la temperanza e prudenza di giusto impero, la fede provata, e l'amore della gloria ardentissimo negli altri gradi, si attenda subito alle promozioni ponendo per principio la ragione del merito vero, per ragione le necessità che ci premono, e per fine il dovere di conservazione e di miglioramento interno ed esterno delle nostre relazioni!

Ancora è da pensare a quella nuvolaglia di uccelli dal becco d'oro e dalle ali di colibrì in collanina di mirto. Sono codesti gli ufficiali ammogliati: maschere di eroi singolari, con la celata di Marte in testa e con il tirso di Bacco nelle mani quando non rappresentino Achille vestito da donna. Rari di costoro i disposti a dimenticare i piaceri dell'ozio enerve fra i prandi; la sottanina, le danze, i teatri, e le sale profumate, per le fatiche ed i pericoli del campo.

Nella Iliade di Omero si legge di Atride Agamennone (re dei re della impresa troiana) che, per una fanciulla tolta al Pelide, causò estremi danni agli Achivi sulle rive della Troade; conciossiaché l'offeso forte ed invitto, il primo degli eroi ivi scesi a vendicare nella sovversione di Troia l'onta recata a quel superbo dal fratello di Ettore, si togliesse co' suoi dal1 esercito. Ed ivi si legge pur anco che Paride, appunto colui il quale, rapendo Elena argiva moglie di Menelao fratello dello stesso Agamennone, aveva recato quest'onta alla casa di cotestoro, non seppe far altro che fuggire innanzi al lampo delle lancie degli Aiaci e de' loro compagni.

Eppure ne' ginecèi d'Ilio, tutto inzibettito e cascante di donnesche mollezze, avanti alle femmine sostentava ch'ei di un tratto avrebbe spento le falangi assediatrici della patria città! Bene gli altri eroi greci e troiani avevano mogli; ma di tutti il nubile Pelide Achille ebbe vanto di aver vendicato Europa dagl'insulti dell'Asia.

Ettore, il valentissimo campione della gente pergamea, quando, ucciso Patroclo amico del Pelide, udì il rumore spaventevole delle grida di costui per aver perduto la metà dell'anima sua, presentì che Patroclo spento lo trarrebbe della nera capitana ad esizio di Troia. Ed il Pelide, cui le preghiere del duce supremo delle armi non valsero a commuovere allo scempio che ne faceva Ettore, il Pelide si scaraventò nella pugna a mo' di leone famelico a vendetta di quel suo caro.

Una fanciulla recava la sconfitta ai principi della gente achea; ed un giovane eroe, spento nell'agone dell'onore, un eroe pure nubile, strappa la vittoria di pugno al vincitore e propugnatore delle mura, de' patri dei, e delle cose più care agli uomini, coll'asta vindice del giovane eroe suo amico nubile. Ettore non resiste alla furia del Pelide vestito delle armi di divino lavoro operato da Vulcano per Teti che gliele recò. Ripara fra le mura di Troia; e marito e padre ed eroe, provocato da Achille che lo infama siccome codardo lepratto celere alla fuga, prima rompe in espansioni di affetto coniugale verso la moglie Andromache; poi paleggia Astianatte il tenero figlio come padre che presagisce di non vedere mai più i suoi carissimi; e finalmente, quasi impietrito al profetico e toccante linguaggio di quella sua amatissima, la quale vorrebbegli contrastare l'andata fatale co' pegni più sacri del di lui affetto, col cuore palpitante per questi e colla mente volta a glorificarsi unico, sublime ed insieme vano baluardo della patria diletta pugnando la pugna estrema contro i fati che inesorabili lo dannano ad essere vittima espiatoria di un amore vietato, discende della regia piena di querimonie e di lagrime, e fuori delle porte scèe, che gli si schiudono stridendo sui cardini, si misura col Pelide per cadergli a piedi cadavere, e così avvinto alla di lui biga funesta venire trascinato sette volte attorno le mura iliache spettacolo miserando della ferini e della labilità e contraddizione della umana fortuna.

Dunque il nubile Patroclo sostenne pegli Atridi coniugati il terribile impeto del coniugato priamide, e cadde con grandissimo pericolo di quelli; e' I nubile Achille sostenne per l'amicizia l'impeto del coniugato priamìde, e lo spense. Oh l'amore della vita non si confà con quello delle armi! Mogli e ca:tapulte o cannoni, figli e stragi, economia domestica e sacchi, smantellamenti ed arsioni di templi, di palagi e di città, sono termini che si collidono e distruggono a vicenda.

Le Clelie, le Vetturie e le Cornelie sono donne eccezionali nella storia della civiltà come eccezionale fu la scuola repubblicana politica e militare privata e pubblica de' Quiritidi alla quale attinsero. Ma quando questa scuola fu trasformata in quella del cesarismo delle case Livia, Giulia e Claudia, e che le mogli seguirono i mariti nelle guerre lunghe e lontane, i cavalli delle vittorie e de' trionfi latini imbolsirono, e sulle provincie della conquista corsero disfrenat. i quelli della selvaggia vendetta delle genti camuse dell'artico.

E le loro Velede pur ebbero i barbari; e ne' tempi di mezzo e ne' più prossimani al nostro prestantissime femine fiorirono. Tuttavolta per qualche Pulcella d'Orleans e per qualche Segurana, ec., voi avete le Brunechildi, le Cunizze da Romanò, le Ninon, le Fontespan, ec., come di fronte a quelle nostre Clelie, Vetturie e Cornelie ci si offrono spiacevolmente le Ersilie, le consorti piagnucolanti degli Attutì Regoli, le Livie, le Agrippine, le Messaline, e quante altre corrutrici del genio romuleo con pessime arti contraffecero le Aspasie e le Pitonici atticamente attiche.

Si dice le donne essere la virtù più possente che si abbia ad infiammare i petti delle giovani generazioni alle opere eccellenti per la patria e per il progressivo suo incivilimento. Non lo crediamo punto punto rispetto alla guerra.

Ci darete un popolo a cui le donne imperino, formino e guidino le armate, educhino, ed amministrino la pubblica cosa?

Ed allora ci spingerete verso la età mitica delle Amazoni nella quale la famiglia scompare coll'uomo e colla sua storia. Infatti Strabone, Libro XI, che noi dal greco voltiamo nel nostro idioma, scrive così:

«Circa alle Amazoni poi l'antica e la presente età narrano le cose medesime, in verità prodigiose e assai lontane dalla fede. Chi mai avrebbe potuto credere ci avesse potuto essere un esercito di donne od una città od una gente? e non solo avere esistito ma di più che si fossero date ad invadere gli stati altrui?»

Ben è vero ch'Erodoto esalta le virtù marziali degli Sciti; bene è vero che Ippocrate nell'opera Dell'aria, delle acque, delle terre e de' posti dice delle mogli di quelli: «cavalcano, adoperano l'arco, e saettano da cavalli, e pugnano coll'oste finché sono vergini, e non fanno copia di se agli uomini ove prima non abbiano spento tre de' nemici»; ben è vero che Nicola Damasceno nel libro De'costurni, toccando de' Galattofagi, le celebra per bellica prestanza, siccome Giustino, Libro II, Capo II, le pinge ardimentose compagne de' mariti co' figliuoli. Ma da tutto ciò non apprendiamo nulla intorno alla gloria procacciatasi per via delle armi da mariti e dalgli loro. E desse pure sono una eccezione nella storia di quelle de' popoli delle epoche storiche.

Non si nega che le donne ne' primordi de' governi liberi concorrano cogli uomini, ottemperando alle leggi ed agli usi pubblici, nello educare i figliuoli a prove di militare e civile eroismo colle virtù della continenza e della reciprocità.

E pur si concede che, allorquando il massimo della schiavitù richiede il massimo della riazione alla tirannide, sendo elleno depositarie nate de' più segreti consigli e delle ansie mortali dell'uomo; dividendo secolui e colla cittadinanza la soma de' mali aggravati sull'universale; e per la sensibilità squisita della fibra loro compassionando di ogni misero e più di colui dal quale ebbero ed hanno testimonianze dilettissime di amore; e per la sagacia e solerzia del genio del cuore scovrendo o praticando con meravigliosa prontezza e precisione i mezzi migliori ad alleviarlo de' crudeli affanni ond'è oppresso ed a letiziarlo de' frutti della fatica degli onesti, operino cosi da eccitare l'entusiasmo per un vivere largo e spingere la età virile ad organare e la gioventù animosa ad applicare gli argomenti della comune emancipazione.

Però mentre non si nega l'una e si concede l'altra di queste due cose, cade in mente che circa alla prima quel modo di governi liberi, di qualunque ragione sia stato, non lo iniziarono desse; e solo per esserne partecipi, avendo condizione per madri, di mogli, di spose e di figlie e per ciò stesso per essere tenute a secondare i fondatori e continuatori di quelli, avere contribuito co' mariti a fecondare l'animo de' figli di sentimenti di eroismo, di, gloria e di libertà: ufficio che andò diminuendo di efficacia a mano a mano che la sicurezza e 'l benessere relativo destarono negf individui passioni acutissime, per la soddisfazione delle quali ciascuno si persuase non bastassegli la patria e 'l mondo.

E siccome codesto non poteva avvenire senza sovvertire gli ordini dello stato e quelli della natura, ne conseguita si principiasse dal cospirare e si finisce col conculcare leggi, virtù, scienza, ed a mutare tutto colla pessima mente e col perversissirno cuore di chi sagrifica tutto a se col giure della forza traditora.

E noi apprendemmo da Plutarco nella vita di Licurgo delle madri laconie, le quali, adattando a figli lo scudo in quella che movevano ad oste, dicevano loro: o con questo o su questo, intendendo cosi avessero a tornare in patria o vittoriosi o pugnando caduti da forti sullo stesso; e che a quale di essi, volgendo le spalle al nemico fosse fuggito codardamente, chiudevano le porte e cuoprivano di scherni. Non ci fe' meraviglia alcuna.

A Sparta si potè snaturare la donna rendendola superiore a suoi istinti. Era il governo informato a repubblica da gente di sangue reale; e tanto basta.

Se si riuscì a farle correre nude, ancora vergini, in certami pubblici senza che arrossissero per pudore; se si riuscì a renderle insensibili alla morte de' loro portati, che i cittadini facevano precipitare dal monte Taigeto se nascevano gracili od imperfetti di forme; se non respiravano che sangue nemico ed insuperbivano insolenti di una libertà da ladri e da cannibali, meraviglierete forse, se, sitibonde di quel sangue per continuare a vivere in repubblicano despotismo, misconoscevano i frutti de' propri visceri perché non ne versarono a torrenti o perché non imporporavano la terra del proprio a difesa di si libera patria?

Ah non citate le spartane siccome modello di madri e di libere cittadine! Le madri di Sparta sono negazione della donna; le cittadine di Sparta sono negazione della cittadina che comprende nella sua anima delicata le più nobili virtù e le svolge ed attua liberamente a benefizio di tutto il genere umano.

Esse sono un assurdo della natura e della civiltà progressiva. D'altronde, terminata la guerra poloponnesiaca (conseguenza delle passioni acutissime deste nelle individualità repubblicane degli Elleni dopo che con eroico sforzo comune conficcarono e respinsero da Europa l'asiana prepotenza conquistatrice de' Persi), la quale preparò grandissimi elementi favorevoli alla conquista macedonica ed alla romana, le eroine di Sparta invidiarono la libertà sensuale delle femine degl'Iloti, avendo già principiato ad assaporare i piaceri delle attiche.

E da questo canto non ci pare commendevole il grande guerriero e storico Tucidide, a cui piacque gettare un velo sopra la prorompente immodestia di codeste nemiche acerrime della sua repubblica, perocché desse non fossero lo scellerato Agamennone, il quale nella Tauride scannava la propria figlia Ifigenia, per nasconderne la faccia come di costui fece Timanto.

E per quanto concerne alle donne che pongono lo sottile penetrare dell'ingegno a veder via di muovere gli oppressi a scuotere il giogo tirannico diventato insopportabile, convien badare in quali guise di reggimento politico e sociale sieno state allevate per attribuire loro il giusto grado di merito a cui hanno diritto.

Se tentano libera libertà in repubblica corrottissima, ne' loro gagliardi ci danno nuovi Gracchi, nuovi Bruti e nuovi Cassi espiatori della universale corruttela senza alcun pro', anzi conferendo a più dura servitù.

Se mossigli spengono tirannide di corona quando la personalità giuridica o l'autonomia sovrana di ogni cittadino non si rinviene più fuorché in quella, eglino facilmente non vogliono oppure non sanno sostituirla colla vera sovranità collettiva o con quella di ciascuno cittadino.

Non vogliono, perché le moltitudini abituate a servitù, reputandoli uomini ardenti di desiderio del bene loro per averli veduti correre pericolo supremo di vita e di fortune affine di liberarle lorché morirono o scacciarono il principe a cui udirono dire doversi imputare i mali che le travagliavano, corrono tosto follemente a supplicarli di porsi nelle ragioni del signore estinto od espulso. Ed un po' di arte, un po' di audacia ed un po' di fortuna bastano ad essi per porsi in capo il diadema.

E, se non frequenti, non rari i casi ne' quali a cui riuscì di finire un tiranno coll'intento di vendicare a literià i tirannegiati, non riesca ad ordinare costoro all'esercizio diretto de' loro diritti imprescrittibili ed inalienabili, d'onde solo l'uomo trae ragione di chiamarsi liberamente libero. Codesto nasce prima perché vi sono parecchi stadi da percorrere avanti che lo schiavo acquisti coscienza di adempiere a doveri e scienza di esercitare cosi i que' diritti suoi: le quali cose e' se le dee procacciare soltanto con dolorose e continue sperienze. E poi c'è codesto che coloro i quali tolsero di mezzo il principe oppressore sono schiavi. Non ponno recare leggi ed ordini di libertà conveniente agli schiavi redenti da loro colla scienza dello cospirare e dell'uccidere. Invece il vecchio imbastiscono col nuovo, perfezionato da studi settari.

Diciamo settari, perché per sette si cospira; e le sette seguono i capi come pecore matte; e fanno..., fanno da pecore bestialità superlative. Quando sentite che uno fu od è uomo di parte, segnatevi: egli è un tiranno in maschera repubblicana o monarchica.

Finalmente li possono muovere contro questo o quello principe per metterne un altro in vece sua. In tutti i tempi della vita delle umane e civili aggregazioni vi ha qualche cosa d'indeterminato e di operoso infaticabilmente, il quale produce nuovi aspetti nelle estrinsecazioni delle loro facoltà intellettive e sensitive.

E quella qualche cosa è il genio della perfettibilità o del progressivo perfezionamento di esercizio delle facoltà medesime, il quale si manifesta un azione dialettica, onde a miseri e mediocri ingegni venne in mente di creare due deità, l'una del bene e l'altra del male, una che distrugge e l'altra che crea. La quale stolta sentenza applicarono anche alla Ontologia politica; e ieri sera il prof. De Sanctis in un'altra delle sue cicalate su N. Macchiavelli, ebbe muso di dire che a certe stagioni le idee se ne. vanno come i popoli; e piantò lì il chiodo de' cicli vichiani con aria dommatica da stupirne lo Scoto.

E tutte codeste aberrazioni e tutti questi vaniloqui sfumano avanti a quel genio che, trasformando, migliora perennemente, nulla perdendo del finito sensibile, e moltiplicando e facendo irradiare per virtù diffusiva di amore gli enti del finito soprassensibile con forme elette nuove.

E ‘l genio della perfettibilità inteso a ridurre in particolari e proprie autonomie sovrane omogenee e federali tra loro le differenti stirpi delle nazioni e delle razze della umana comunanza, fra le altre, nelle inconscie famiglie distinte, politiche e sociali, di ciascuna nazione o di ciascuna razza, pose la febbre di agitare e di agitarsi per venire all'autonomia particolare e propria, offerendo loro siccome mezzo la unità sotto di un solo colla esclusione di qualunque altro principe, perché uno solo, per chiunque vegga ciò che si squaderna per il presente mondo politico ed economico volgente alla emancipazione ed alla libertà convenientemente libera di pensiero e di azione, è negazione di questa condizione subbiettiva ed obbiettiva della vita individuale e comunale.

Diventando ultimo anello della catena dell'io spezzata in nome suo, per la stessa ragione ch'ei così legittimò l'abolizione della legittimità su cui gli altri poggiavano, quelle stirpi con minore o più veramente con nessuno grave e lungo travaglio aboliranno anche la sua.

Eppertanto in luogo della numerica, personificata in lui, porranno la unità giuridica, per la quale s'intende la federale risultante delle singole autonomie sovrane federate tra loro, onde sono formate le singole nazioni e. le singole razze. Per il genio di perfettibilità, la egemonia principesca a formare unità nazionale di governo accentrativo ed assorbente, è mezzo risolvente delle relazioni tra l'io e ‘l noi, e quindi origine del riorganamento politico e sociale delle posse di ciascuno e di tutti gli uomini nell'esercizio loro diretto con virtù espansiva ed assimilatrice.

Ora, le donne, movendo tessè la gioventù slava, tedesca, greca ed italiana a formare le quattro unità etnografiche europee, il Panslavismo, il Pangermanismo, il Panellenismo e 'l Panlatinismo, violavano di principio e facevano violare di fatto la ragione della legittimità di molti principi in favore dell'autocrate di tutte le Russie, del re di Prussia, di Giorgio I e del signore nominale di Savoia; e senza saperlo e senza volerlo costituivano quello che la diplomazia chiama precedente giuridico, pel quale, date certe necessità, il popolo può rimandarli tutti quanti in barba al crimenlese loro, ultima usurpazione de' diritti imprescrittibili ed inalienabili dell'uomo.

E senza saperlo, perché che cosa avete loro detto voi, dottori di egemonia principesca, ch'elleno potessero fare per non compromettere la legittimità del,principe egemone, il quale mercé vostra abolì quella de' principi fratelli, identica alla sua, pigliandosi quanto in conseguenza possedevano per diritti identici a suoi?

E senza volerlo, perché nello intendere a spegnere a di lui pro' quelli i quali a par suo erano principi per la grazia di Dio e della forca onde condurre la fabbrica della unità numerica accentrativa ed assorbente, voi di certo non volevate stabilire un precedente che per indiretto tornasse a popoli argomento inoppugnabile di abolirlo siccome individuazione loro e vostro amore e sollecitudine. E che no 'l voleste, e' si vede alle Camere, a Tribunali, alle Polizie, alle,caserme, a diari ed ovunque fungiate dell'ufficio di livree sue.

Chi più di voi imperverserebbe stolidamente feroce contro chi difendesse il giure de' principi spodestati?

E chi più di voi pronti a calunnie e vituperi ed a qualunque più rea guisa di violenze personali e reali contro i banditori e fautori di governi regionali federati tra loro e ciascuno autonomo, indipendente e ministro di se e delle cose sue?

Peggio se per la vostra monarchia propugnasse la unità di repubblica nazionale dello stampo delle greche e delle romane. Peggio che peggio ancora se tirasse ad unità federale di repubbliche regionali politiche e sociali assecondando l'indirizzo della scuola di reintegrazione dell'uomo giuridico e di giustizia sociale!

Sicché le donne patriotiche di questi istanti di ebullizione degli elementi trasformatori delle forme di reggimento pubblico disadatte all'indirizzo detto, movendo gli uomini da quali erano state tirannicamente dominate epperò educate a servitù a queste tre maniere di fini, ignoravano ciò che volevano; e conseguivano ciò che li consacrava alla vendetta, o creava una tirannide nuova, o spegnendo i principi naturali di parecchie regioni geografiche e politiche di una nazione oppure di una razza, e riducendo queste in soggiezione di uno solo, lasciava l'addentellato di nuovi rivolgimenti da partorire una ragione di governo opposta affatto alla unità monarchica accentrativa ed assorbente.

Di più, gli uomini mossi da loro per l'ultimo fine non conseguono neppure la pallida gloria di autori del medesimo, sendoché il principe egemone a ragione od a torto se l'attribuisce tutta. Il compenso che ricevono è una livrea di gallone o di toga, la quale li mette, fra gli ultimi del suo vecchio servidorame.

In costrutto codeste donne politicanti in momenti di tempo simili a presenti guastano e non acconciano le cose. E se voi ammirate Stefania che spegne Ottone Cesare tedesco, noi non le diamo lode alcuna: essa vendicava l'ombra di Crescenzio e non l'onta della italica servitù alla straniera dominazione. Stefania, per noi vale un Ravaillac quanto costui un Felice Orsini.

Per un tiranno che spegnete, la schiavitù contenta ve ne improvvisa mille. Celebrano la Pulcella di Orleans; e sta bene. Ma hanno pensato che dessa personificava il sentimento di odio nazionale e non quello della libertà?

Pugnava contro un despota a sostegno di un altro. E poc'anzi le nostre unitarie senza saperlo e senza volerlo fecero comedia d'italici crepacuori, abbrunando, gemendo e piagnendo ad ispirazione del Piccolo Corriere La Farina-Cavour ().

Adesso hanno le vesti di trionfo; adesso sposano gl'inni di libertà del Pescantini... alla tarlata chitarra di Berta; adesso ridono del riso della letizia balenante da loro occhi di gazella. Hanno fatto Italia. Quale, se le nostre non vincano la virile ripugnanza a vestire corazza ed a imbracciare scudo per fare quello che non si conosce o non si vuole?

Ahimè! anch'esse correranno al lutto, sfiniranno per lamenti, e si fonderanno in lagrime a cagione delle Due Sicilie vedove di unità e di libertà.

Frattanto noi siamo lungi dall'ammettere che le donne non possano essere possentissima leva a far crollare il vecchio edificio religioso, politico e sociale per innalzarvi sopra quello de' governi a popolo. Ma perché lo divengano, ci vuole la scuola di libera libertà.

E libera libertà si consegue quando la coscienza di adempiere a debiti di uomo, e la scienza di esercitare direttamente i diritti di uomo imprescrittibili ed inalienabili, sieno coscienza e scienza di tutti e si riassumano in una formala conforme alle aspirazioni della odierna civiltà; quando la compulsione di cause identiche e contemporanee, tragga l'uomo individuo e collettivo ad incarnarla; quando nella di lei attuazione con mezzi incruenti o cruenti predomini ed ordini i fatti il principio di reciprocità. In questo sublime concetto ed uso della libera libertà è ripostala scienza educativa della donna, e, per la donna, della famiglia e dello stato.

Fuor di qua ogni trattazione posta a rinnovare l'uomo per la donna e la donna per l'uomo o è dommatica., e serve ad ogni tirannide, od è empirica, e serve di cerotto a guarire piaghe in cancrena, od è ideale, e serve di turibolo ad incensare la vanità di schiave degne di pietà o di chiave per fischiare alla loro debolezza prostitutrice della malia della grazia e delle virtù morali e civili domestiche e cittadine a piaceri che corrompono e risolvono i vincoli sociali.

E siccome uri tale concetto ed un tale uso della libera libertà s'informano al principio di reciprocità, ne viene per illazione necessaria che quando rappresentano la vita interiore ed esterna dell'uomo individuo e collettivo, escludano tutte la cause possibili dell'egoismoi ch'è personificazione del giure del più forte.

E fra queste sono principalissime il dommatismo religioso, politico, economico, e le armi stanziali. E dunque chiaro che la donna educata alla scuola ed all'uso della libera libertà secondo principio di reciprocità avversi le armi stanziali che sentano la dommatologia antropofaga del giure del più. forte.

Il principio di reciprocità è negazione di quello dell'arroganza, della usurpazione, della violenza giuridica, della guerra, che n'è il corollario; ed è solenne affermazione di quello di associazione, di solidarietà, di lavoro, e quindi di pace. La odierna civiltà, che dirizza a libera libertà individuale e collettiva per usarne al condotto del principio di reciprocità, torna la donna al suo ufficio naturale.

Da essa domanda solo l'impero della grazia armoniante con l'impero della forza; domanda efficacia di amore solerte, dilicato e soave a temperare voluttuosamente gl'impeti dell'amore virile aggressivo e trasmodante; domanda lavoro di armonia per carità, lavoro di pace per bellezza estetica degli elementi dell'azione del genio creativo e dinamico della libera libertà religiosa, politica, economica sociale. Essa è nata a procreare per amore e serbare con amore, non ad inizzare altrui ad uccidere per odio. La donna vera non può essere che questa.

E finché non sia tale, e dunque finché duri il pretesto oppressivo della necessità delle armi stanziali per difendere diritti e ragioni sempre rispettati da popoli, ché dalla vicendevolezza degli uffici non possono derivare argomento di lederli, è prudenza tenerla lontana dal soldato, nel cui cuore la scuola dell'io fin dalla culla aveva deposto i semi dell'avversione per tutto ciò ch'è liberamente libero e pericoloso eroicamente.

La donna di ogni epoca fu tratta istintivamente ad appoggiarsi all'uomo, il quale è simbolo della forza. In ogni epoca preferì l'uomo gagliardo al vigliacco. In ogni epoca appassionò pel guerriero più che per l'uomo pacifico; e se voi sapete bene interpretare la storia sublime del mitismo eroico, vedrete e saprete s'essa non consacrò le primizie del suo orto chiuso a qualunque Ercole, a qualunque Dioniso, a qualunque Perseo, a qualunque Piritoo, a qualunque Pentèo, a qualunque Achille, a qualunque Ulisse, a qualunque Teseo. Ma allora la gioventù ed interezza de' secoli elaborava la età delle incomparabili euritmie, fiore o colore gentile della libera libertà rudimentale della vita collettiva.

Or non così: tutto senso perché tutto egoismo. La moglie del soldato è la sconfitta del soldato in casa e nel campo. E fosse anche più casta di Minerva e di Penelope, la ragione degli eserciti, delle armi, e delle guerre de nostri tempi non comporta più che le Artemisie: seguano i Sersi, le Ottavie gli Antoni, e le Agrippine i Germanici. Per ciò i più savi monarchi quanto di rigore e di difficoltà non oppongono tuttora a connubi de' soldati?

Quale dote e quale contradote non richiedono per conceder loro che li contraggano? E siccome de' ricchi ve n'ha pochi i quali dieno il nome loro alla milizia, così i più, essendo poveri, conservano un celibato che contrasta coll'obbietto dell'atto creativo.

Il soldato del principato odierno, è innegabile, è una contraddizione permanente con quell'atto; è un mezzo di corrompimento e di consumazione; è fuor della casa e della patria in casa ed in patria; rappresenta lo straniero e 'l nemico de' suoi ad ogni occasione. Si è troppo beffardo quando lo si appella argomento di cultura, sapendo ch'è negazione del lavoro progressivo e dei suoi prodotti. Cionondimanco le necessità presenti lo vogliono. Se dunque dee essere, sia quale è richiesto dalla condizione del tempo.

Eppertanto noi, ripigliavano, saremmo lieti se il Ministro delle armi facesse vincere partito fra Deputati e Pari, quindi innanzi, da Capitani dell'esercito in giù, i matrimoni vengano proibiti finché rimangono sotto la bandiera; e de' coniugati, toltine i Sergenti, i Caporali ed i soldati semplici, parte se ne adoperi in uffizi civili e parte rendano alla Corona i loro servigi nelle piazze, nelle fortezze, ne' porti e nel ministero. Prendere dalle varie armi Furieri e Caporali de' più capaci e sperimentati, e farne altrettanti ufficiali da sostituire loro, sarebbe rinfrescare la vita dell'esercito stesso e darle omogeneità, energia e vivacità.

E per noi capitalissimo è risvegliare i sentimenti di onore e di gloria additando alla gioventù il cammino delle armi di difesa ed all'uopo d'ingrandimento del suolo natio. Proclamiamo il principio delle leve in massa, e statuiamo diversi centri d'istruzione e di organamento militare per chi accorra volontariamente al vessillo della patria.

Di codesto non ne potrebbe adombrare la famosa egemonia subalpina, la quale fece appello a tutte le passioni ed a tutti i giovani della penisola perla guerra dell'Italia una e libera dal Moncenisio al Mincio; e fra regolari e garibaldeschi n'ebbe da cinquantadue mila. Ora pure a Milano, a Parma, a Modena, a Bologna ed a Genova si fa raccolta di volontari; e certo quella egemonia saprà perché.

Se noi dunque accorriamo alle difese, preparandoci alle offese ove ci traggano esterne aggressioni (e ciò senza tirare nel paese armi straniere) noi adempiamo al più sacro de' nostri doveri; e nessuno ha diritto d'impedircelo: E perché si comprenda queste provincie solere al detto accompagnare il fatto, sarebbe del Ministrò medesimo per decreto regio determinare que' centri e delegare ufficiali dell'esercito a recarvisi per istruzione ed organamento.

Formate le nostre landwher, fornitele di ca pi col capo, di armi da valere, di munizioni da durare e di casse militari da essere sempre colme, lesto lesto sarebbe da pensare alle fortificazioni di qualunque guisa, e specialmente a quelle di mare. Dotarle abbondevolmente di ogni munimento di guerra come fosse guerra da principiare domani.

Distribuire le varie Divisioni dell'esercito a piedi ed a cavallo ne' posti ove il supposto nemico potrebbe offenderci più sicuro. Por troppo cuore alle città fortificate no, anzi prepararsi a correre la campagna rasa col nerbo delle genti. Da terra sul Garigliano e sul Liri meglio di quarantamila tra fanti e cavalli; in Sicilia altrettanti; dappertutto vedette con segnali per conoscere la mente e la potenza della battaglia nemica. La flotta co' legni un po' guasti, ma rimpalmati, stia costeggiando; e con quelli di alto bordo o di più ordini, forti di gioventù, d'armi e di

Provvigioni, pigli il largo ed incroci ne' punti pe' quali debba passare l'oste di mare. La capitale, le città,. e le terre sieno affidate alla Guardia Nazionale ed alla Gendarmeria. Poste tutte le forze del reame sul piede di guerra, come dicono in lingua bastarda, mano ad esercitarle giorno e notte; e dire ad Europa che, invitate al ballo, sono pronte, e che, lasciate tranquille, sdegnano l'ozio.

Il principe sempre a cavallo ed il priiino alle manovre; il principe visiti tutte le forze del reame, e le consideri e le accenda di entusiasmo per la guerra. Percorrendo tutte le provincie, ed ascoltando i voti de' popoli, li coroni, e se li avvinca più strettamente; il principe cioè si faccia ammirare per coraggio, per prudenza, per generosità d'animo e per giustizia.

Dopo cui (progredivano dicendo quegli studiosi e conti delle cose di governo) utilissimo fondare giornali nella capitale e nelle provincie, e confortarli a manifestare senza riserva di sorte quanto vedono, quanto sentono e quanto giudicano convenire alla progressiva floridezza politica e sociale del reame.

Da una parte l'esercito e 'l re, e da un'altra i popoli tutti compresi del dovere di affetti, di consigli e di aiuti scambievoli; e su tutti la libertà e I giure; e su tutto la conservazione e! perfezionamento progressivo di ciascuno e di tutti. Ecco la unione e la forza, la forza e la libertà, la libertà e ‘l benessere, secondo principato costituzionale.

Concludevano: ma a questo non si giunge se il Ministro dell'Interno e Polizia non pone sua cura specialissima a convincere i banditi e gli esuli amnistiati che egli sta su loro, attorno di loro, con loro sempre ed ovunque, e che non lascerà loro spazio per angusto che sia a nuove macchinazioni contro il reame.

Fra essi e 'l governo un abisso scovrendo qualche fatto che minacci la tranquillità e la sicurezza del paese. Ed ove stridessero, dirlo pur francamente: la presente pressura de' pubblici negozi d'Italia e di Europa e la novità degli ordini politici del reame sforzano il governo ad opera rassicuratrice.

E que' Salomoni, pelle e camicia col Segretario, non se ne potranno recare, perché egli nel Capo XVII del Principe a sostegnó del suo assunto allega quel di Virgilio messo in bocca alla tiria signora di Birsa: «il fato incalzante e la novità del reame mi tirano a codesti provvedimenti e a difenderne i confini con armi ampiamente distribuite» ().

E quelle gemme di martiri non fiateranno, perché co' diari (se non facessero fede pienissima le relazioni della nostra ambasciata) potremmo loro provare che nel beato Eliso subalpino si sostiene in carcere, si confina e proscrive, si vitupera col poliziotto e col birro e si calunnia ed infama col sicario della verità e manovale della stampa delle spese segrete, qualunque non affolli de' polmoni ad osannare, alle mire cose fiorite ne' campi di Custoza e di Novara, foriere del Decreto di Moncalieri e delle cariche di cavalleria (così pure si usa dire in lingua bastarda) irrompente sopra il popolo sciarmato di cui erano affollati i sopportici e le vie di Torino.


vai su


CAPITOLO V

«Del modo col quale si tentò di raggiungere codesto fine — Non lo si raggiunge — Egoismo ambizioso, lebbra di cui era infetto eziandio ciascuno de' nostri migliori.»

A sì gravi e giuste sentenze facevano eco uomini spettabilissimi per ingegno, dottrina e pratica nel ministero delle cose private e pubbliche. Fra maestrati, l'avvocheria, e parecchi insigni nella professione delle arti, delle lettere e delle scienze, si vide nascere di repente il disegno di ricorrere per tutti gli ordini della gerarchia religiosa, politica, economica, militare, sociale, ec., ricercando dell animo, degli studi, delle parti, della guisa degli uffici, della fortuna e della fama di ciascuno membro de' medesimi, cosi applicando in parte ciò che al principiare della campagna del quarantotto era stato proposto con previdenza e con consiglio profondo a governi costituiti e provvisori della penisola per un libro impresso a Modena dagli Amici eredi Soliani.

A' Comitati settari della conquista monarchica e della unità repubblicana meramente politica, a quali veniva buona ed eminentemente patriotica l'accessione di qualunque sia elemento benché in esso fossero riunite tutte le condizioni che fanno l'uomo perdutissimo, volevasi contrappore Commissioni politiche, economiche e militari, le quali scernendo frumento da loglio, organassero le virtù possibili del reame, e proponessero a Consiglieri della Corona di accettare il modo e l'obbietto dell'azione loro, salve le modificazioni che reputassero opportuno di farvi rispettando alle esigenze delle cose al di dentro ed al di fuori del reame stesso, considerate rispetto alle cagioni supreme dello indirizzo odierno delle umane attività.

Si era nella persuasione, pei tempi e per la gravità presente delle circostanze, che al governo bisognasse conoscere minutamente e sicuramente delle persone e delle cose nostre; senza la quale conoscenza minuta e sicura esso non si poteva determinare a provvidenze interne ed esterne atte ad antivenire avvenimenti di esizio al reame, ed a creare una maniera di attività delle persone e delle cose dette acconcia e rispondente all'indirizzo odierno delle umane attività e tutta propria e conforme alle indole ed al gènio nostro particolare.

Nè fuori di quelle Commissioni vi era probabilità di raggiungere. l'intento, perché i diari pubblici venivano scombiccherati la maggior parte da vecchie volpi, che, fiutato il momento, in giornea di paladini della risurrezione di Lazzaro (il popolo converso in bestia stupida e feroce dalla opera diuturna e demolitrice del principato), s'industriavano di far dimenticare il loro passato piantando casotto burattinesco di novità e mettendosi in riga di superlativi.

Costoro né ricercare delle persone e delle cose, né tollerare che altri il facessero. E voi che avete intelletto sano e studio affermare sicuri essere ruffa politica (poliziesca) della stessa natura di cotestoro quei prudentissimi Erodi della retta ragione morale, politica, economica e sociale, i quali dalle efemere. efemeridi loro vanno ripigliando di colpa gravissima verso la religione dei segreti della vita privata coloro, che, non ammettendo differenza alcuna fra onestà ed onestà fra giustizia e giustizia, fra scienza del vero e scienza del vero, fra incorrotto ed incorruttibile maestrato domestico ed incorrono. ed incorruttibile maestrato cittadino, indagano della vita e del carattere di ciascuno, persuasi che quegli si debba chiamare e desiderare alla formazione delle leggi, alla interpretazione ed applicazione loro, alla gestione in somma de' negozi del paese, che in casa ed in piazza sia vero specchio di virtù e quindi causa di opera onesta e progressivamente utile alla convivenza civile. La virtù ha uno de' torti più ammirandi, quello della modestia: dessa non si proferisce; dessa si cela nella propria luce. Le talpe non la vedono, ed i pipistrelli ed i gufi l'aborrono.

Ed eglino fanno l'assoluta maggioranza delle creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio 'l E certi manovali di qualché giornali,, che hanno il muso di spacciarsi per progressisti (voce presa, a nolo da quegl'ingegni arguti di oltralpe) per tale rispetto sono, pipistrelli e gufi. In fede vostra, lettore, quando c'è da eleggere chi legiferi, amministri e difenda le cose di ciascuno e di. tutti., non è debito sapere fil per filo quale sia stato nel vivere privato, e quale sia il giudizio che di lui ha l'universale, l'uomo che volete deputare ad uffici pubblici di capitale rilevanza?

Stando a pipistrelli ed a gufi, s'ha a suffragare per quelli che armeggiano fra le quinte per farsi credere protagonisti della, commedia intitolata fra gabba!... E noi così avremo a eleggere pipistrelli o gufi, ché non v'ha null'altro animale migliore di loro per quello ch'eglino con modestia particolarissima dicono di se, sieno partigiani destri o partigiani sinistri.

Ed un elettore che, per pipistrelli e guti, voglia pernici ed aquile, dee aspettare di là ha da venire per sapere de mestieranti politici, dovete vedere ad occhi chiusi ed ove annidino e dimorino.

Chi tolse ad apprendervelo? Ecco un nostro amico (in apparenza di parte politica contraria alla nostra) sognò, credenzone de' secoli preadamitici l, di allargare i termini del libro or ora ricordato, e ponendogli nome Delle persone e delle cose d'Italia, rilevare con più ampio discorso il buono e il cattivo di ciascuna regione peninsulare.

Dovevano farglielo imprimere in diversi volumi là sul Tamigi; ma un pipistrello in forma di arpia, un tale che oggi è diventato democrate regio (repubblicano davvero ostentò di esserlo per le sue buone ragioni; e per la verità, si dee dirlo a suo onore, nqu lo fu mai) grinta sinistra quanto il genio del tradimento, e storico e pubblicista da stupirne la vanità ambiziosa chi sappia l'abbiccì de' fatti nostri e degli altrui, gli fe' a Londra quello che gli fe' nel cinquantatré; e l'opera, dal riassunto in fuori, non vide il giorno.

I pipistrelli ed i gufi, la è detta, non sopportano luce di sorte. Dunque era da bimbi credere che di costi ci venisse contezza minuta e precisa delle persone e delle cose nostre per usarne debitamente. Parimenti a sì prudente lavoro non contribuivano quelli i quali né per diretto né per indiretto avevano avuto lingua sulla causa e sulla condizione degli avvenimenti, sendo vissi lontani da chi li moderava o riiraevali con intendimento di parte, sia per tempera di natura fatta alle opere di pace e di sicurezza domestica, sia per l'ingeno vòlto a speculazioni senza attenenze politiche, e sia ancora per fastidio di tutti e di tutto veggendo mitriate e coronate le più esose furfanterie.

E la gioventù, educata da sagristia e da Polizia, quantunque per la indole sua anelasse a novità e dasse virtù potente a produrla, ed i furbi od i poeti politici gliela pingessero con incantevoli tinte, non era di si felice memoria da ricordarsi di fatti mai narrati intorno al novero ed alla qualità delle singole persone e delle singole cose d'Italia (fino al sessanta Italia né storia ebbe né statistica propria verace ed esatta; e peranco non ha verace l'una, ned esatta l'altra, ché il popolo delle monarchie dee sapere pagare di borsa e di sangue ed obbedire adorando alla mazza, e n'ha d'avanzo), né per la età sua e per gli studi aveva potuto conoscere da se e le prime e le seconde, e meno le relazioni loro con quelle de' paesi d'oltramonte e d'oltramare.

Eppertanto, esordendo la vita pubblica co' diari e con opuscoletti, e tenendo necessariamente all'ideale, al fantastico ed all'umoristico più che al reale ed al serio (che domandano lunganimità e spontaneità di sagrifizio nel travagliarvisi attorno per cavarne frutti buoni e durevoli a benefizio privato e pubblico) si esauriva ed incadaveriva per, rifarsene vendendo penna e coscienza al maggiore offerente.

Poche sventuratamente sono le eccezioni che ne possa fare la critica politica, non severa, ma giusta estimatrice della importanza delle azioni degli uomini. E dunque neppur da questa avevano da uscire le indicazioni complete e giudiziose della condizione delle persone e delle cose nostre.

E que' valentuomini giustamente estimavano che neppure al governo stesso sarebbe stato agevole e sicuro conseguirle domandandole a coloro ch'erano a suoi stipendi. Tranne uno scarsissimo numero di probi ed onesti, di dotti e sperti delle cose pertinenti all'ufficio che fungevano, di amanti sinceri e fautori costanti di un riordinamento di argomenti idonei ad esplicare le forze intellettive e sensitive dell'uomo meridionale secondo l'obbietto manifesto della presente civiltà, il resto erano gente d'uomini privi di fede, rotti a peculato, pronti ad ogni più abbietta azione la quale servisse di scala a montar su e metter lardo; posti al risucchio dello stato per ambito o per favore i più, gli altri per tirocinio di livree comandate di fare la parte de' manichini.

Empirici parassiti, i prudenti li appellavano piaga del paese. Servidorame bindolo di cuore, e di mente teologo, andavano per le bocche de' popoleschi siccome stumia di ribaldi imbacuccati nel feraiuolo di Santo Alessio. Violenti con isfrenatezze da sgherri, i moderati di ogni colore li stimavano sorgente di corrompimento di tutte le classi sociali e strumento da cavare l'abisso sotto il trono.

Era burocratismo la potenza padrona del reame; e le altre provincie d'Italia n'erano infette del pari, ché assioma del principato è stato sempre di avere buoni anziché schiavi sapienti.

E chi oda ciò che si va ricantando di quello della gente subalpina, (a cui si aderì e con cui si fuse la nostra: entrambe di speciale e singolarissimo merito nell'arte di antropomorfizzare); e chi osservi per esso a che sono venuti i particolari ministeri dello stato una alla pubblica cosa; e chi intenda diritto della masnada di que' che lo formano, de' vampiri cioè del senso comune e de' sazievoli mettitori di dadi pessimi fra i pochi intenti a por termine al traffico inverecondo de' nomi, degli studi e delle fortune del più ricco e più nobile paese di Europa e del mondo, non potrà ammeno di giudicare con noi quanta insania la fosse andare per questa cloaca massima ad attingere lume puro e mero di storia delle persone e delle cose delle quali parliamo.

11 burocratismo italiano di oggidì è copia informe e disgustosissima di quella colluvie di teologanti e di politicanti da cui fu contraffatta la bellissima e gloriosissima delle umane razze, la ellenica, e da cui gli avanzi della grandezza del genio romano, per essa temperato alla estetica cosmica, caddero codardamente sotto le barbare scimitare, del fanatico adoratore di Allah e del suo profeta Maometto.

Putta di corte e di ministero, co' segreti di parte, menzognera sfrontata, calunniatrice per mestiere, torbida, sussurona, mascagna, di mediocrità infarcite di orgoglio perché vòte di proondo sapere, adusata a serbare padroni che facciano le sue voglie e a far dare il capitombolo a coloro i quali tirino a serbarla in briglia o a disfarsene, questa adultera della forza, questa imbrogliona rapinatrice, questa ma«era della scienza e della libera libertà la burocrazia è, e sarà sempre remora al progresso, bollettinaia della Borsa, lenone degli ermafroditi politici ed economici, e sensale dei negozianti di pudore, di onore, di dignità, di giustizia, di gloria.

Nessuno per essa è uomo se dessa non lo catechizzi, battezzi, cresimi e comunichi. Se potessimo digredire dal proposito ne faremmo un ritratto compiuto a edificazione del nostro popolo.

Laonde rimanevano soltanto quelle Commissioni come mezzo sicuro di venire alla conoscenza minuta e determinata finitamente e giustamente delle persone e delle cose del reame.

Senonché nel fare la eletta de' membri de' quali dovevano essere costituite, toccava riferirsi alla,mobile fama, la quale nelle monarchie non di rado viene usurpata, e quindi è bugiarda, ché in esse la ottima veramente appartiene al martirio intellettuale, morale, politico e sociale, il quale ha i suoi panegiristi quasi sempre postumi. E Perocché l'oracolo tornasse equivoco, convenne discendere nell'angusta cerchia de' notissimi ed intimissimi.

Erano troppo pochi. Rinvenire e dare prestanti e chiari ingegni decisi per autonomia e federazione, ciascuno de' quali sapesse, volesse e potesse studiare, conoscere e riferire delle persone e delle cose proprie dell'ordine di cittadinanza, che il voto de' colleghi della Commissione particolare nella quale fosse stato posto gli avesse commesso di scrutare, fu impossibile.

Molte dovevano essere le Commissioni perché lo studio si potesse condurre in ogni provincia con calma, diligenza e precisione; e di tale stampo d'ingegni vi aveva di grande penuria. Per arroto, lorché si venne sugli eligendi, nessuno si credè inferiore ad altri; tutti volevano sovrastare; e quindi ognuno riluttava a sagrificare l'amor proprio a quello della patria: la famiglia degli schiavi è semenzaio di despoti. Eziandio mancava una specie di disegno di ciascun lavoro da eseguire e del modo di ordinarlo agli altri acciocché tutti insieme offerissero un quadro vivo e parlante della condizione personale e reale.

Da noi non si badò mai alla più difficile e più necessaria delle discipline pratiche, intendiamo parlare di quella dell'organare, perché non siamo accomodati all'associazione de' capitali d'ingegno, di pecunia e di lavoro.

Le monarchie, maestre per se di organare, si oppongono costantemente allo svolgimento dello spirito di associazione temendo non forse tolga loro l'emporeo degli schiavi. Assueti per eternità di servaggio a riconoscere in esse il privilegio di pensare e di operare a talento, e ad imitare servilmente ciò che pensano ed operano, gli schiavi non si rammentano più di avere anima e corpo su' quali in terra nessuno ha balia; epperò hanno per domina ch'elleno sieno una virtù divina o rappresentazione di una virtù divina in cui sia grazia ed onore agitarsi e vivere.

Sembra che, ripugni loro la idea di agitarsi e di vivere indipendentemente da quella, ovvero di assumerne l'autorità e gli uffici. Gli schiavi confondono il giure di associazione col delitto di perduellione; e tanto appresero alla scuola ila loro tiranni. Sicché pegli schiavi anche quando i tiranni furono costretti a proclamare quel giure (mettendovi attorno spia e sbirro) lo associarsi fu opera di apostolato e di lunghe sperienze.

Nella superiore Italia non v'ebbe neppure chi sapesse fare uno Statuto organico per coloro che alla fine avevano capito giovare di molto l'associazione de' capitali d'ingegno, di pecunia e di lavoro. Ed a Torino, che prima approittò del detto giure, fu applicato quello delle associazioni operaie di Francia, recato di Parigi (ove era stato per l'arte a lunga dimora) da un lattaio della sagoma del nostro sor Tavassi, che evangelizzò i cretini suoi compaesani sulla utilità dello associarsi.

Qui non narreremo de' poveri fasti delle associazioni operaie de' Subalpini dal Procuste della formidolosa e quindi suspicace politica accentrativa ed assorbente ridotte alla misura del letto fatto loro per adagiarvisi, ché codesto ci trarrebbe via per quelle delle altre regioni italiche, e non finiremmo per anni.

D'altra parte né le une né le altre avendo avuto scienza e proposito politico ed economico di emancipazione giuridica e sociale e di unità federale senza abdicare all'autonomia di ciascuna, ed alcune soltanto intendimento politico in contraddizione dell'economico, il quale consiste nell'attuare il principio di reciprocità —, virtù di liberi, di fratelli e di uguali, virtù armonicamente espansiva —, anche un tocco basterebbe ad accrescere il cumulo delle cause di afflizione e di esasperamento degli animi dedicati allo studio de' mezzi reintegrativi della sovranità piena ed intiera dell'uomo individuo.

Invece gioverà aggiungere che il neonato unitarismo monarchico e neonato unitarismo repubblicano d'Italia con lo disputarsi il primato didascalico di quelle plastiche mandre di pecori politici, ciascuno per adoperarle secondo il principio a cui era ordinato, conferirono ad annoiarle, a renderle apatiche affatto alla vera scuola reintegratice, a disporle ad una specie di esistenza meccanica devota all'autorità della crisocrazia, indifferenti se si nomini da principato o da repubblica.

Ciò peraltro non sarebbe accaduto se avessero avuto coscienza di dovere e scienza di giure di essere, pensare ed agire da uomo: per le quali cose i mastri di monarchia ed i mastri di repubblica unitaria, — in vena di conservarle sempre né pupilli —, avrebbero cessato del folle antagonismo, conciossiaché elleno, spinte dall'istinto di conservazione e di perfezionamento progressivo, colla iniziativa e virtù propria si sarebbero emancipate da loro ed unite federalmente e solidariamente in opera d'intento comune, senzaché nessuna perdesse la sua autonomia e il giure a dividendi proporzionati al capitale d'ingegno, di pecunia e di lavoro messo a contribuzione dell'ente sociale, ed all'amministrazione ed uso esclusivo de' medesimi.

E di qual guisa conseguire scopo cotanto libero, giusto equo ed umano? E verità apodittica che lo schiavo è ritratto fedele del tiranno. Il tiranno non divide nulla cogli altri perché suppone che l'universo gli appartenga per giure innato, ed anche, se ci fosse, qualche altra cosa.

Lo schiavo si reputerebbe nulla ove cielo, terra, umanità non fossero la sua reggia, il suo teatro ed il suo granaio. A somiglianza del tiranno imperversa imbestiato contro cheché immagina resistente alle sue modeste voglie d'ingolare il mondo.

Se gli giova mentire, mente; se tradire, tradisce; se grancire, grancisce; se scannare scanna anche quanto le generazioni umane o rispettarono od ebbero sempre caro e santo.

Dominato dal malo demone dell'io, al par del tiranno vendica tutto a se; e di conseguenza non conviengli adottare il principio di reciprocità per diffondere, si quello del giure della forza par accentrare ed assorbire.

Epperò è risolvente; e perché risolvente gli è negazione del principio associativo; e perché contrasta all'associazione, è riottoso agli studi pe' quali si organa. Che se questo schiavo per cielo, per sangue e per abito sia facile ad intuire la ragione delle cose e facile a trovar maniera di farsela argomento di esclusiva, propria, sua, esaltazione e preeminenza, e facile a transigere con la infamia morale, politica e sociale pur di andare sopra tutti per mettersi tutti siccome fondamento del suo orgoglio e della sua insaziabile cupidine di larghezze, d'imperio e di fatto scenico e grottesco, torna quasi impossibile vederlo reagire a queste passioni, genio della sua vita, per comporsi colla modestia, colle massime di chi pratica abnegazione, colla operosità culla ed incessante, considerata come coefficiente del benessere di ciascuno e di tutti.

E questo schiavo, non lo dissimuleremmo per oro al mondo, è appunto l'immoralissimo degl'immorali abitatori d'Italia, il degenere nepote degli Oschi e degli Elleni.

Da noi non attecchi mai la pianta associazione perciò il verme corruttore dell'io ne rose gli stami. Associazione a guisa di quelle de' canzorristi e de' briganti ve n'ha; peraltro non durerebbe senza l'astuzia e il flagello di un satrapo. Ma si è detto che la mancanza di spirito di associazione afferma quella degli studi organatori.

Dunque è della evidenza maggiore che allo strignere de' conti que' prudentissimi e valentissimi signori non concludessero nulla a cagione dell'io che vi gettò in mezzo il pomo della discordia. E quelli i quali per amor patrio proponevano Commissioni (argomento sicurissimo a procacciare minuta e precisa conoscenza delle persone e delle cose nostre per ordinarle ad una ragione di attività che rispondesse all'obbietto di quella di tutti i popoli civili) per amor personale conferivano ad attravarsarne la istituzione.


vai su


CAPITOLO VI

«Altra maniera di uomini pure di parte di autonomia sovrana e politica di regione, teme di accettare le proposte discorse fin qui, e' particolarmente respinge ogni partecipazione de' reduci dall'esigilo al maneggio della pubblica cosa del reame.»

Stordivasi ancora a politici divisamenti di un'altra foggia di uomini, che all'affetto caldissimo di campanile congiungevano quello della propria famiglia, e più veramente l'egoismo loro personale, individuale.

Costoro comprendevano assai bene che l'astro allobrogo si elevava a guisa di cometa sanguigna sull'italico orizzonte, spinto dalla bufera delle passioni compresse senza prudenza, avuto rispetto a circostanza ed a proporzione, da principi rinfrancatisi all'inalveamento del torrente delle scosse e de' sommovimenti del quarantotto e del quarantanove.

Tuttavia stimavano fosse intempestivo ricorrere ad un cambiamento radicale del modo con cui s'avrebbe dovuto esercitare le virtù interiori ed esterne del reame. Anzi in codesto vi scorgevano di molti pericoli, che, dovendo far precedere la innovazione da un'inchiesta su' fatti e sulle qualità delle persone e delle cose di ciascuno degli ordini della cittadinanza, di necessità il maggior numero delle persone avrebbero levato un grido di orrore contro la insolenza di coloro che la farebbero.

Quale poteva andar sicuro di pena? A confessarlo, pochissimi. Dunque per onore e per interesse tutti dovevano unirsi a comune salvezza e minacciare gli audaci in luogo di subire gli effetti della loro azione inquisitoria. Di corto, dicevano, si scinderà il paese preparandolo indebolito a diventare più facile preda a cui talenti divorarselo.

Considerando le guise tenute da Inghilterra (che encomiavano siccome tipo perfetto di prudenza nello introdurre a rilento utili mutazioni e quando bisogni estremi le domandino) consigliavano di non mettere mano ad innovazione alcuna, bastando per essi lo Statuto costituzionale, la cui esplicazione, fatta per pubbliche e solenni discussioni giuridiche da Consiglieri della Corona, da Pari, da Deputati e dalla stampa uffiziale ed indipendente, sostenevano senza esitare, avrebbe recato progressivamente a savi mutamenti consentanei allo spirito de' tempi ed alla particolare condizione del reame.

Non ammettevano fossero ragionevoli certi appunti che si facevano alla Polizia. Con una comparazione poliziesca provavano, se non migliore la nostra, non fosse manco la pessima.

Desideravano, peraltro ch'essa avesse maggiore rispetto alle nuove ragioni politiche della cittadinanza; chiedevano Regolamenti di Polizia, i quali, ispirandosi all'obbietto del medesimo Statuto, le rendessero più agevole fare il suo compito schivando odiosità nel prevenire atti che potessero violare le leggi comuni. In quanto a Codici, proseguivano, sono di tanta eccellenza da non vedere in quale parte loro contrastino essenzialmente collo spirito statutario; e per qualche menoma cosa, più riguardante alla forma che alla sostanza, la quale ne discordasse, il paese eminentemente giuridico avrebbevi provveduto issofatto.

Noi, soggiungevano, riconosciamo essere degnissimo di commendazione lo zelo con cui i riformatori radicali instano affinché il principe si assicuri di effetti ottimi nell'uso delle armi; cionondimanco, essendo questa la grave e dilicatissima delle materie, non vorremmo che il troppo zelo pel bene partorisce. un effetto opposto e deplorevolissimo.

Se voi attaccate le suscettibilità delle maestrature civili con improvvida inchiesta, fate male; ma fate opera di parricidi se attaccate quelle dell'esercito.

Re Ferdinando II, ch'era re davvero, e vorremmo dire il prototipo de' re, seppe condurre meravigliosamente anche la bisogna della milizia. Vedendo lo ingrossare de' tempi, creò di pianta uno de' più begli eserciti di terra e di mare che:si possano ammirare nel continente europeo. Oltre a conventi mille uomini di ogni arme, reame irto di fortezze inespugnabili, numerose batterie di cannoni di campagna e di assedio, artiglieri dotti, eletta cavalleria, flotta ingente e munita di tutto punto delle cose richieste alle imprese di mare, arsenali stupendi, tutto abbondante di squisite munizioni e provvigioni, fede provata ne' capi, soldati devotissimi al principe ed alla patria: ecco ciò ohe non si dee manco per celia ripigliare o di esiguità o d'ignoranza o di codardia o di corruzione.

Baluardo delle nostre istituzioni, l'esercito di terra e di mare, inaccessabile a qualsivoglia proposta infamante, le difenderà coll'eroismo con cui i figli difendono i padri loro dagl'iniqui aggessori.

Se (e cosi finivano) se que' cittadini dabbene ci domandassero: con si grande, con si bello e con sì meraviglioso esercito terrestre e marittimo, ci sta egli bene quel nodo di quindicimila Svizzeri mercenari a quali sono riferite le ecatombe miserande del quarantotto? E non depongono in nome di tanti innocenti, che spensero contro i consigli del principe cocciuto nel conservarle col denaro del paese?

E co' Svizzeri, lancia della corte, quale può essere l’animo de' nostri?

Dite! parevi codesta saviezza di Consiglieri, i quali in quella che un giovane principe ascende per la prima volta i gradini del trono vacillante de' suoi maggiori, gli mettono in bocca parole di sapor di agresto anziché parole generose o piene di affetto conciliativo affinché gli offesi dimenticano le trascorse ingiurie, supposte o meno, e gli scontenti fidino al tutto di rinvenire in lui un largo distributore di benefici ed un giusto rimuneratore delle opere degli ingegni e delle predare virtù degli animi educati alla scuola della pace e del lavoro?

Dite! parevi codesta saviezza di Consiglieri, i quali a questo giovane principe non persuadono di allontanare ogni cosa che ricordi sangue, pianto, desolazione, lutto privato e lutto pubblico?

Dite! parevi codesta saviezza di Consiglieri, i quali non mettono bocca sul triste fatto che il giovane principe lasci i vestigi funesti della strage del quindici maggio del quarantotto in que' sgherri prezzolati di Svizzera, e poi manifestano una parlantina singolare nello censurare i più lievi fatti de' nostri soldati e di multarli di castighi severissimi?

Dite! parevi codesta saviezza di Consiglieri indurre il giovine principe a rimanere ozioso nella reggia in luogo di suscitare nel suo animo il sentimento di dovere e di piacere visitando guarnigioni e provincie, udendo e soddisfando a voti, ragioni o bisogni, e raffermando tutti nella fede sincera verso la sua Casa?

Dite! parevi codesta saviezza di Consiglieri trattenere il giovane principe in pettegolezzi di corte in luogo di sollevarlo alla disamina delle complicatissime questioni della politica universale del principato e della repubblica democratica e sociale contendenti ciascuna al governo esclusivo di umanità civile?

Dite! parevi codesta saviezza di Consiglieri di non avere spinto il giovane principe a togliere al governo allobrogo le bocche e le braccia de' profughi e de' banditi politici chiamandoli a più alti uffici dello stato e compromettendosi con essi di volere fuori d'Italia ogni straniero e di formare con Savoia e la sedia apostolica una unità federale che vincesse della mano gli accordi delle corti italiane de' tempi di Lorenzo De' Medici e di Alfonso di Aragona, tempi felicissimi oltre qualunque altro che mai vedessero le nostre floride regioni?

Satisfatti dell'ambizione smoderata e della sete ardente di onori e di larghezze, divenuti essi stessi arbitri della fortuna del reame, o che avrebbero frapposto indugi a venire da un'alleanza armata ad una lega politica e dalla lega alla federazione unitaria?

Ignoravano per avventura non essere mai stato dell'. interesse di Francia soddisfare agi' Italiani consentendo loro unità territoriale e politica o numerica e giuridica?

È per avventura ragionevole che Savoia macchini per tale unità con l'impero francese a Roma ed a Nizza e coll'austriaco a Venezia ed a Roveredo?

E tutto ciò non mena il discorso a concludere, che i Consiglieri del giovane principe lo traggono a cose da farlo precipitare in un baratro di disastri dai quali solo un miracolo stranissimo lo poria cavar fuori?

E non mena a dubitare eziandio della fede di alcuni di loro, i quali colle lustre di schivare disordini palpano le passioni ardenti di que' profughi e banditi e de' più brutti ceffi de' nostri popoleschi lancieri della camorra? E non vi sembra probabile che si ordisca qualche prodizione?

Se ci straziassero l'animo con simili querele, noi risponderemmo loro: via gli Svizzeri; risponderemmo loro: il principe viaggi visitando il reame da principe civile e militare; risponderemmo loro: il principe s'informi e cribri le cagioni de' presenti casi d'Italia e di ogni paese civile, si formi un criterio esatto delle stesse che li produssero e li serbano, e provveda con questo a determinare così l'azione propria che Italia e ‘l reame conseguano salvezza, potenza ed onoranza.

Circa alle altre cose risponderemmo: non vi ha nessuno giusto motivo di proverbiare il principe se ripone fiducia in uomini a quali piacque ch'egli testimoniasse pubblicamente riconoscenza e devozione filiale, che per nulla lo impegnava verso il paese.

La Carta costituzionale, fondendo l'autorità regia colla sovranità legislativa de' rappresentanti del popolo, non gli toglieva la responsabilità morale se gli assicurava la irresponsabilità giuridica de' suoi atti; e non è da sospettare punto ch'ei volesse sottrarsene se mai errori e danni avvenissero, né scusarsi di farlo accettando incostituzionalmente petizioni intese a troncare i patti stipulati fra la Corona ed il popolo, poiché non gli può essere nascoso il duro giudizio messo da tutti i principali politici del mondo su quelle delle quali il di lui augusto genitore si fece scudo per chiudere le Camere, e, sotto specie di sospensione, levare le guarentigie costituzionali e tornare all'esercizio delle attribuzioni dell'imperio assoluto inforsando di qua la durata della sua dinastia.

Ed in quanto all'assumere i profughi ed i banditi politici agli eminentissimi uffici dello stato, risponderemmo finalmente: profughi, banditi o proscritti politici, no, no, no; e sentite perché.


vai su


CAPITOLO VII

«Continuazione — Quegli uomini difendono il consiglio di respingere ogni partecipazione de' reduci dall'esigilo al maneggio della pubblica cosa del reame stonando i fatti della emigrazione politica di tutti I tempi con tocchi scultivi e rapidissimi.»

Le storie, narrando delle conseguenze de' rivolgimenti degli stati, posero che la parte in questi soggiaciuta fosse di tre modi. L'uno era de' cittadini di si eccelse ed ineffabili virtù repubblicane da avere indotto i loro concittadini a bandirli (i principi li fanno strangolare o morire altrimenti per odio insito di essi, come nota Tacito, verso meriti e verso vizi d'incomparabile grandezza) temendo dello splendore delle geste onda glorificarono ed illustrarono se e la patria, per le quali pensavano che potessero senza contrasto spegnere le libertà di questa e farsi tiranni.

L'altro era de' cittadini repubblicani, i quali, sendo rimasti vinti nelle armi civili, da vincitori,. de' quali pure non avrebbero comportato la insolenza, venivano costretti ad esulare dal suolo natio e rammingare alla ventura per contrade straniere.

L'ultimo in fine era de' cittadini o spontaneamente volti per le vie dell'esiglio o costretti ad irsene per timore delle leggi o per proscrizione, alla quale può anche tenere dietro un'amnistia. Costoro o congiurarono contro il principe per essere stati offesi da lui o per porne un altro in vece sua o per mutare in repubblicani gli ordini della monarchia.

Il primo modo di esuli, benché fosse veramente di personaggi ragguardevolissimi per morali, civili e militari virtù, neppure desso fu immune di colpa patricida. Erodoto riferisce di Temistocle (sublime mestatore democratico in Atene) che, bandito dalla repubblica, e riparato in Susa appo Serse re di Persia, cui aveva sconfitto a Salamina e costretto a fuggire in Asia, prestasse facile orecchio alla passione della vendetta, se sia vero quello che si andò buccinando, forse da parte aristocratica sua nemica giurata.

La seconda ragione di esuli, la quale appare numerosa fortemente, per essere derivata (la contenzioni per primato di cittadini su' cittadini della stessa repubblica, già verso il suo occaso, significa più incisivamente la ferocia de' ciechi odì di parte.

Eccezione fa Coriolano appo i Romani, aristocratico idrofobo, il quale nell'esilio prepara arminemiche e se ne fa duce supremo volgendole contro Roma per sagrificarla agli eccessi dell'ambizione e della vendetta, passioni fierissime che lo avevano invaso con orribile furia.

Fra lui e Pisistratidi, fra lui e Tarquinio, fra lui ed Aristagora ed Istieo (i primi di Atene, il secondo di Roma e gli ultimi tiranni di Mileto e di altri posti della Ionio asiana) intercedeva questo ch'egli fu ad un punto che non involgesse la sua patria nel nero panno de' morti e che. quelli imputarono a fortuna il non essere stati spenti crudelmente da loro concittadini.

E costoro e molti altri antichi sovvertitori degli ordini pubblici quanto macchinassero contro le patrie libertà lo riferirono con libertà pari alla eloquenza i più celebri scrittori degli annali di umanità civile, puta Ecateo, Erodoto, Polirlo, Diodoro, T. Livio e parecchi altri che si tralasciano per brevità. Non diremo di Cinna, di Silla, di Sertorio, di Perpenna e di coloro i quali furono proscritti dal secondo triunvirato, ciò troppo lungi ci caccerebbe il larghissimo tema.

Più acerba doglia pungeva l'animo degli esuli e de' banditi dalle repubbliche dell'evo medio, perciò con se recavano tutto un principio co' suoi argomenti, opposto al principio informatore del governo a popolo de' vincitori loro ed agli argomenti pe' quali vigeva.

Esulava dalla patria tutta la peste guelfa o tutta la peste ghibellina: modo di esuli differentissimo. dal primo degli accennati, perciò questi nell'esiglio portavano i segni di quanto può la invidia de' potenti ambiziosi, i quali, coprendosi del flauto di vigili e gelosi custodi della libertà e della potenza della repubblica, avevano mosso le moltitudini leggermente voltabili de' popoleschi (avvezzi a stimarsi liberi sulla parola irretiva ed interessata dell'aristocrazia pratica o demotica, furfantina personificazione in più padri tributi del principio di autorità assoluta) a punirli coll'ostracismo della inclita colpa di avere allargato e raffermo appunto libertà e potenza.

Tornando dall'esiglio, come Aristide e Cicerone, lungi dal pensare a vendicarsi ed a tiranneggiare, crebbero lustro e vigore agli ordini repubblicani. E differiva puranco dal secondo modo, imperocché, quantunque nelle contenzioni e nelle armi civili oggi l'una, domani galeggiasse l'altra delle fazioni che si disputavano la somma delle cose, mai né quella né questa mutò sostanzialmente il principio informatore della repubblica.

E’ provato amplissimamente dagli Annali di quell'acuto e profondo politico C. Cornel. Tacito (i quali chi ben consideri diedero la materia del Principe a N. Macchiavelli) che anche allora che prepoterono i triunviri G. Cesare, il Maglio Pompeo e L. Grasso, Ottaviano, Marcantonio e Lepido, nulla si cambiasse rispetto a leggi, ad istituti e ad ordini.

All'opposito, si apprende da medesimi che molto tempo dopo della battaglia di Azzio e della estinzione delle ultime reliquie delle parti repubblicane di Bruto e Cassio, della pompeiana e dell'antoniana, cioè dopo che Ottaviano, recatisi in mano i pubblici negozì, amministrò solo irre. sponsabilmente, e senza controllo, co' modesti nomi di principe, di pontefice ottimo e massimo e di tribuno della plebe, cioè come despota religioso, politico, civile, finanziero e militare, e non meno lungo la eterna tirannide di Tiberio Cesare, rimasero gli stessi vocaboli (eadein vocabula); e se le cose che significavano non erano più le stesse (sed dia in sensuni veniebant) perché Tiberio, astutissimo e sottilissimo talento inventore di diritti nuovi (callidus et noci iuris repertor Tiberius), in fra le altre, ridusse la legge di maestà, — per la quale, fiorendo la repubblica, i fatti commessi a danni di questa venivano ripresi (arguebantur) e' detti (dieta) avventatile contro passavano quasi inosservati (impune erant)—, proprio in una testa gorgonica da convertire in ismalto qualunque a cui la vergogna della abbietta serviti dell'universale avesse messo in pugno il ferro e sulla bocca la parola per finirlo, cionondimeno il fondo del quadro durava.

Il giure quiritario non cambiò per essere divenuto cesareo, come quello del principato feudale persiste ancora a giugulare le moltitudini benché si domandi rappresentativo o costituzionale.

Non così gli esuli e' banditi dalle repubbliche medioevali. Portando seco il nerbo di parte guelfa o. quello diparte ghibellina portavano conseguentemente tutto un principio e tutti gli argomenti pei quali s'incarna. E perocché in politica quanto maggior seguito ha un principio tanto maggiore tenacità d'animo nel farlo prevalere manifestano coloro che lo propugnano, ogniuno comprende quali e quante arti adoperassero quegli esuli e banditi a muovere cielo, terra ed inferno contro i cittadini della loro patria.

Spesso, profittando degli odi, di que' della loro contro la parte degli avversi, lorché ruinavano in guerra aperta, accorrevano in aiuto de' medesimi. Vittoriando, se li facevano ausiliari, improntando insieme su'correttori delle città e terre natie. Arridendo loro la fortuna, esercitavano brutalmente il giure di rappresaglia e diroccare castella, atterrare torri, saccheggiare ed ardere città e terre, stuprare, imbestiare dando nel sangue, spezzare imprese, abolire leggi, statuire improvvisi ed incerti ordini privati e pubblici, ovvero fra stragi e ruine rinnovare tutto violentemente, era opera scellerata di quegli esuli e di que' banditi.

Meno male che per lo grande sforzo degli uomini di ogniuna delle parti nequissime e perniciosissime, riuscendo ne' loro disegni, nell'alterno imperio rappresentavano se stesse collettivamente e sovranamente.

Ciononpertanto, limate all'estremo da guerre fratricide, tornarono presto agli amori adulterini col giure della forza individuale. Le potentissime ed ambiziosissime delle famiglie loro, indettatesi colle potentissime ed ambiziosissime di altre repubbliche municipali, volsero a chiedere aiuti ai principi e l'une e le altre a sostenersi scambievolmente tentando tirannide di uno solo soffolto da pochi indettati.

Per non essere i popoleschi peranco corrottissimi, le loro emule nella stessa repubblica poterono a tempo eccitarli a punirle di si ree macchinazioni; e dovettero esulare: locché intervenne pure a quella delle medesime emulo, la quale, largheggiando d'oro e di protezione, aumentava di clientele e di devotissimi, e, conservando parole ed atti di liberti e quasi di licenza popolare, di giorno in giorno si liceva strada nella mente e nel cuore de' popoleschi stessi per giugnere ad impadronirsi delle cose.

Firenze sola, per non parlare di Verona co' suoi Monticoli e Cappelli, di Mantova co' suoi Bonacolsi e Sordello, di Bologna co' suoi Pepoli e Bentivoglio, di Genova co' suoi Dorieschi e Fieschi, e di' innanzi, la sola Firenze è documento dolorosissimo di quanto possa frenesia di parte ed ambizione di regnare. Pazzi e Strozzi, Salviati e Ridolli, Adimari e Rucellai, Alamanni e Serristori, ec., ec., golavano il dominio supremo della repubblica.

Ciascuna ricca, ciascuna culla e dotta degli argomenti di governare, ciascuna dispregiatrice della divinità e conculcatrice inverecondissima di ogni dovere e di ogni diritto degli uomini, ciascuna adoratrice dell'oro, e di ciò che corrompe e compera abilissima ad usare per salire e soverchiare, ciascuna mulinava come spegnere l'altra.

Più di tutte ricca, più di tutte culta, più di tutte studiata e conta delle arti di umiliare i potenti colle braccia degli umili, era la famiglia de' Medici, la quale, quantunque, richiamata, tornasse dall'esiglio, nulla operò per immutare gli ordini della repubblica.

Simulando dimenticanza delle ingiurie patite, stringendo la mano a nemici occulti e palesi, e continuando a parteggiare pe' popoleschi, se non di diritto, di fatto si poteva dire padrona ed arbitra della repubblica.

Si cospirò e si congiurò contr'essa; si venne agli assassini; nulla, si ommise per atterrarla. Fu inutile ogni prova.

I popoleschi, corrotti dalle fortune ed affascinati dal fasto e dalla sovrana liberalità sua, già edotti dalla sperienza che le gare fra i potenti ambiziosi hanno per unico oggetto dominare soli di tutto e di tutti, abituati a riconoscersi strumento materiale e necessario della fortuna dell'uno o dell'altro di quelli; senza idee di sovranità collettiva fiorenti dall'esercizio diretto de' diritti imprescrittibili ed inalienabili di ciascuno; affetti di morbo sagrestano e quindi incapaci d'iniziare mutamenti radicali pe' quali quell'esercizio tornasse l'uomo individuo e collettivo alla sua autonomia (avvegnaché stimassero fosse di buono cittadino cristiano venerare gli oracoli di quella forca, che si chiama principio di autorità, la quale con un pie' sull'altare e coll'altro fisso sul trono si solleva altissima stendendo il destro delle braccia ferali contro Dio e 'l manco contro umanità) i popoleschi, cose di uso e di consumo, e non persone giuridiche, adorarono il vitello d'oro de' Medici e divennero loro lancie contro quanti ne agognavano la rovina.

Quindi gli Strozzi e complici sprecarono miseramente tesori e vite quando raccozzalisi presunsero di far impeto sulle genti di quelli, di sforzare le porte di Firenze, e di precipitare a trucidarli. I popoleschi non erano pepli esuli e pe' banditi: erano pe' Medici padroni più forti, più splendidi e più accorti di loro, eglino che no! furono nemmeno per Ferruccio Ferrucci, per Michelagniolo, pel Castiglione, per L. Alemanni e per tanti e tanti altri valentissimi (de quali F. D. Guerrazzi fece l'apoteosi nell'Assedio di Firenze fidando la pintura sublime delle gesto meravigliose ed inestimabili, direbbe Benvenuto Cellini, di que' magnanimi, nell'animo di queste nostre generazioni di vivi morti susciterebbero nobili e possenti sdegni contro tirannide ed ispirerebbero loro consigli rivendicatori della sovranità popolare), perché per essi non rappresentavano né coscienza né aspirazione popolare toscana, né coscienza né aspirazione popolare italiana per unità repubblicana federale o concentrativa ed assorbente.

Erano anomalie del tempo, ultimi raggi di un giorno caduto irrevocabilmente nella notte de secoli, un dardo lanciato dal guerriero morente contro lo scudo del vincitore che irrompe.

Non valse tutta Grecia contro la fortuna seconda di Filippo, non valse tutta la ragione giuridica di Roma contro le legioni che passarono il Rubicone; e potevano valere un branco di esuli e di banditi contro quella de' Medici surta a mo' della macedone e della giuliana dalla corruzione e dalla assuetudine de' popoleschi a correre dietro, servire ed adorare la forza maggiore?

S'infamò Demostene, e bebbe il veleno Socrate; e la greca libertà si spense ugualmente. Caddero Bruto e Cassio sotto il cesariano; cadde Marco Tullio sotto il ferro antoniano; caddero Trasea Peto ed Elvidio Prisco, Eneo Seneca e C. Gneo Agricola sotto la infamia liberiana, neroniana e domiziana; caddero mille santissimi petti sotto bipenni, avvelenati, traffitti dallo stocco de' manigoldi de' nuovi principati; e dovevano andarne esenti quattro campioni del giure e della libera libertà vòlti a conficcare le forze del mondo papesco e cesareo con un popolo riflessivamente adoratore di papa e di Cesare?

Giuseppe Mazzini lodò forte al prestantissimo de' nostri scrittori contemporanei, Guerrazzi, perchè coll'Assedio di Firenze, e quasi con tutti i suoi inimitabili scritti, romanzeggiando appassiona e non consente laicare fuor de' suoi lirici trascendimenti.

Oh la scuola di sentimentalismo politico!.. Giuseppe Mazzini e F. D. Guerrazzi badino qua frutti abbiano dato ne' Domini che ora timoneggiano la pubblica cosa; e confessino ch'essa causò la rovina d'Italia per eccesso di buon volere.

Dunque è vero che allo estinguersi del fuoco della libera libertà non è sufficiente virtù alcuna per ridestarne la forza? Non è questo il luogo da discuterne.

E dalle cose ragionate intorno agli esuli ed a banditi dalle repubbliche de' tempi di mezzo, fossero desse nella interezza della vita o piegassero alla tomba, si cava questo costrutto, ch'eglino nella interezza di quelle, ove riescano a rimpatriare colla scacciata degli avversi, recano semi di corruzione e di servilità e quindi di risolvimento; e nel loro declinare al tramonto, accadendo per favore di parte che ne riafferrino le redini, le spengono, e ne divengono tiranni scelleratissimi. Imperocché, individuandosi in ciascuno di essi, fra medesimi riamangano in balia di colui il quale per le ragioni poste innanzi teste superi gli emuli.

Ora se tanto intervenne ne' momenti di tempo ne' quali la libera libertà aveva le guancie o purpurine od impallidite, ma libertà era, figurisi uomo la lunga Iliade di orribili fatti scatuiienti dall'azione de' profughi e banditi politici del principato, che abbia messo radici profonde ne' visceri di un popolo, di una nazione, di una razza!

Eglino, tanto che esulino spontanei per non si poter vendicare di offese fatte loro dal principe, quanto per timore delle leggi di maestà del principato, consci di averle violate od. usando delle armi o de' consigli o della pecunia per sostituire al vecchio un padrone nuovo od a quella di uno solo la signoria di ciascuno, e quanto ancora per ordine sovrano, se ne vanno colla testa degli schiavi e col cuore sussultante deliberi che ignorano affatto di libera libertà, cioè coll'animo di chi non intende né sente di altra libertà fuorché della propria, la quale propriamente è la individuazione di quella di tutti.

Quali sono questi profughi, questi banditi politici? Il maggior numero o diremo più veramente l'assoluta maggioranza loro appo tutte le genti è di giovani, il più nullabbienti, pochi proprietari o banchieri ricchi, qualcheduno di lignaggio nobile, e 'l resto intinti appena, e sfumatamente, dell'arte di governare, appresa da chi la ritrasse da una condizione di privato e di pubblico reggimento di uomini e di cose, la quale troppo si disferenzia dalla domandata per ire all'intendimento della nuova civiltà che albeggia luminosissima dalla stanza romita del libero pensatore, dalla zolla sudata del bifolco e dalla caligginosa fucina dell'artefice.

Coll'ottimo assioma «nulla del principe e poco di Dio» sagrestano e poliziesco (unici dottori di vivere a modo, patentati dalle maestà di corona) ne avevano fatto altrettanti vasi di elezione per la legalità e l'ordine fin da allora che chiamavano babbo e dindi e correvano alla beva tirandosi su per le sottane infiorate della nonna, bacchettona, epperò fior di prudenza.

Rasciutti li denti, la parocchia e 'l buon governo continuavano ad illuminarli circa alla scienza di gingillare la umanità.

Uscendo de' pupilli, il paroco li faceva spiare da suoi penitenti e 'l governo dalla Polizia. Inutile precauzione, perché gli erano ragazzi tanto avanti nell'arte di parere, che nessuna barba d'uomo li avrebbe mai potuto redarguire di fallo. Parevano vecchi scaltriti in ogni materia di simulare per tradire, arraffando prima e sbeffando dopo; ed erano ancora in lattime!..

Questi sono i miracoli della scuola sagrestana e poliziesca 1... "Eruditevi voi che pretendete ad egomoni religiosi, politici e sociali della nostra gioventù citrulla, grulla, e colla tremola gocciolina dell'aspersorio benedetto sulla zucca enciclopedica.

Ma perché emigrarono? Se fossero sempre stati in carraia non avrebbero scelto di torturarsi nell'esiglio invece di rimanere sicuri ed onorati in patria gustando frutta copiose e soavi di pace e di amore. Dunque volsero le spalle alla pila dell'acqua santa ed al capo del buon governo. Si e no, almeno da noi. Da noi qualche nobile perché il principe gli negò un brigidino od un gallone o perché gli e' il viso delle armi a cagione di qualche ridicola mancanza alla etichetta di corte.

Quel famoso conte Cavour, colui che i suoi encomiasti per utili fini domandano genio d'italianismo, egli che oggi baratta uomini e provincie con uomini e provincie come sul mercato cambiano ciuchi con muli, esulò del Piemonte avendo eccitato la collera del sanguinario gesuita re Carlo Felice di Savoia per essersene ito, chi sa in quale sera?, a giuocare al bigliardo in un caffè sotto a portici di Po di Torino con sulle spalle taurine la livrea di paggio di corte in servizio.

E qualche sfaccendato figlio di banchiere a cui il governo non die' carta bianca per negoziare la pecunia all'onestissimo cento per uno od a scovare le cose demaniali comperando al mille per uno o per rincarare il prezzo di quelle di consumo conducendole in appalto o per contratto privato coll'interesse sicuro di uno o due milioni per mille.

Qualche ambizioso figlio di piccolo proprietario, il quale, quantunque lesinasse su se' balocchi al dì per vivere a studio ed uscire buccalare universitario, all'ultimo non si trovò in mano neppur tanto che gli bastasse da far la pratica per entrare de' magistrati o per avere facoltà di bisticciarsi con questi in fatto di difendere e di offendere il tuo o 'l mio o per potere legittimamente disegnare una garitta od una prigione od un fano per sant'Apollonia o per aver diritto di ammazzare il genere umano colla scusa di volerlo guarire de' morbi che lo tormentano, ec., ec.

Onde al misero, col capo sui profili della scienza tratti lì lì da cattedratico ed ortodosso barbassoro, e collo stomaco voto e contratto, né bene sapiente né bene ignorante, buono a tutto ed inetto a fare un non nulla di buono, operosissimo in ozio consumatore, venne caro astrologare su partiti rischiosi e su fortune da avventuriero, e mucciarsela.

Qualche bertuccia poetica da addormentare i caudati signori di Arcadia, qualche letterato fatto a vapore sui cartoni della Grammatica e della Retorica, qualche politico dotto delle lettere di Ugo Foscolo, del programma indefinito, ed in attuabile di G. Mazzini per fondere la vecchia e cavare di stampo ideale una giovane Italia, delle tirate di Berchet, delle storie incendiarie (!!!) di quel buon diavolo di C. Botta, delle ubbie castratorie del protologo protoquamquam pre' V. Gioberti sopranominato il gesuita moderno, delle anili aspirazioni neoguelfe di C. Balbo, de' poveri casi di Rimini di M. D' Azzeglio, delle febbrili prorompenze di F. D. Guerrazzi, delle centonate erudite dell'Archivio storico italiano de' nostri politici barbogi, delle fronzose chiacchiere politiche stemperate in versi dall’Aleardi, da pre' F. Ongaro e da quella cima di ingegno cortigianescamente poligono ch'è il cantore delle scosciate della Esster (per trecento lire!!), delle proposte di vivere comunale di Saint Simon e di Fourier, solidali L. Blanc, P. Lerrù, e! magno Proudhon, tutti giovani da scrivere sonetti a rime obbligate ad onore di San Macario od a gloria di qualche cuoco, tutti giovani ardenti per novità, tutti disposti al martirio per una patria che non conoscevano, permettete, neanche geograficamente, tutti dunque degni di essere noverati nel patrio martirologio. E poi havvi la schiera dei gravi lettori imberbi del giornale Des Débats, del Times e perfino di quello De propaganda fide..

E sovrani a questi Enceladi della futura Italia venivano i dandy's ed i lion's, brava gente sapete Sapevano contar sulle dita, e senza adoperar l'erre, discorrevano spropositati con voce nasale de' virtuosi di teatro, delle mode, della guisa di costumi adottati a Parigi pel mattino, per la sera, per comparse pubbliche, per soirées, per feste di ballo e per la chiesa, ove ammiravano con devota petulanza le bellezze pallenti al loro aspetto fosforico.

Costoro erano il diario delle tresche, degli amorazzi, delle gelosie, de' giuochi di rischio, delle cene, degli adulteri, degli stupri e di cose altrettali coperte da sagristia e Polizia col lenzuolo sudicio di una carità, ch'era fornite alle scatenate passioni de' nervi guizzanti: esecranda arte politica di far credere spregiudicata e indulgente la brutale tirannide de' padroni stranieri e di casa.

Questi Cinedi (notissima fossa di ogni laidume, di codarde ipocrisie, di tersitiche spacconate di giovani di onore sull'articolo di sostenere la gola o la gamba di questa cantante o di quel ballerino in confronto de' trilli di un altro o delle lascive movenze di un'altra, la ragion di partire i capegli, di disporre i peluzzi della barba, di annodare la cravatta, del taglio, della stoffa noncliù del. colore delle vesti, la beltà della propria dama, la eccellenza del tale romanzo, la mirabile condotta del melodramma, del dramma della commedia e della farsa a, b, c, la incomparabile potenza de' concenti paradisiaci dello spartito d, il portento della cabaletta e, dell'a solo f, del coro g, del finale h; ec.,) costituivano la créme del bello e grande mondo.

Le sale profumate e circonfulse di luce sprigionata da aurei doppieri, superbe di quanto inventa e sa condurre con ricchezza di materia e di travaglio il talento volubile della baccante lascivia, della industre mollezza, della corpulenta melanconia de' soddisfatti, sarebbero comparse un cimitero se non fossero state triclini e pulvinari di orgiasti in grazia di quei giovani d'oro.

Là eglino gli Apollini punitori severi de' provocanti Tarsia, là emuli di qualunque Tersicore, là a prova vincitori de' Satiri saltanti, là Adoni da far istruggere d'amore le Veneri frustate e le catecumene di Astharte, là Paridi, inappellabili giudici delle Grazie sorelle, là coppieri da superar Ganimede, là araldi alati di amori divini, Mercuri incomparabili, là attici buffoni da sorpassare infinitamente i vanti di Mulo.

E vecchie e donne e spose e vergini fanciulle rapirseli cogli occhi, e mariti bendati e fratelli prudenti applaudire a que' geni del canto, del suono, della danza, del brio, della gaiezza, della facile arguzia e della invidiabile dottrina del piacere. E davvero erano giovani per benino!

Ne' teatri, alle serate di divertimento permesso da sagristia e Polizia, a prandi diplomatici, alle cene ghiottone, a spettacoli diurni, in qualunque crocchio, in qualunque capanello, a corte o in chiesa co' santi ed in taverna co' parassiti, sapevano praticare appuntino la savia lezione di Galateo fescennino, che impone di guardarsi bene, quando si è in buona società, dallo infastidire la gente con questioni e discussioni di politica, di diritto, di filosofia astratta o morale, di libertà, di studi economici, di benessere intellettuale, morale e sociale. La buona società non vuoi pensare, vuoi inebbriarsi di tutte le più soavi emozioni sensive per addormentarsi fra le rose su' soffici divani della cauta spensieratezza.

Questo si chiama vivere come conviene vivere. Le erudite pedanterie, le fisime de' dotti, le utopie de' novatori, le sazievoli sperienze de' fisiomani, quell'ammattire sulle storie, sulle ragioni de' tempi, sulle' provvidenze per ammigliorare la condizione politica e sociale de' popoli, e via via, mandano alla galera e al patibolo se non vi procurano cenci, il disprezzo de' più, la compassione degli esperti. E po' poi sono materie da trattarle a cui tocca.

Quindi que' giovani, de' quali si noverava buon numero de' nobili, di possidenti di latifondi, di bancocrati, di negozianti e di artisti, di gente di teatro, di avvocati, causidici, procuratori e notai in erba, e di alcuni del buon governo o delle Delegazioni o Intendenze o Governi o Prefetture che si chiamassero o delle Preture o de' Tribunali o delle Camere di Commercio o de' Conti, e così innanzi, tutti alla rinfusa, tutti di una scuola e tutti della stessa mente e dottrina, tanto costumavano nelle case de' Commissari di Polizia e de' Direttori di Pubblica sicurezza () quanto in quelle delle putte da conio e ne' palagi dorati de' principi e della gente patrizia. I giovani aristocrati avanzavano eroicamente impettiti colla livrea di Guardie Nobili a Milano e a Venezia, di palatine o di altro a Torino, a Parma, a Modena, a Roma, a Napoli, tranne nelle metropoli del principato di Monaco e della repubblica di San Marino...

E que' della borghesia, lisciati, inzibettiti e svenevoli, figurini e figurotti della moda straniera, pompeggiavano ovunque di libera virtù di telaio, di forbici, di ago e di salda a trapunti, tutti ricercatezza e finitezza scrupolosa di abbigliamento dalle due dita del cervello voto alle cinque de' piedi alla chinese, vetrine di bijouteries, lampadari della curiosità femminiera, amuletti uterini, frasconi di chiosco, pappagalli di qualunque smanceria.

Per altro questa turba di eunuchi del pensiero e dell'azione de' forti e magnanimi, queste mascoline baldracche del sarcastico giure della forza clamidata, queste vanità a contorni di persona, se rispettavano ed eseguivano puntualmente le prescrizioni del Galateo al tiaso orgiastico, non volevano farsi stimare tanto frivoli quanto lo erano di fatto.

Si piccavano di scienza e di dottrina, citando frontispizi e indici sommari di opere mai lette, meravigliosamente legate e riposte ne' plutei moganei della biblioteca di zio pre. te, fra le risate corali di chi li ascoltava.

Mostravano di essere il non plus ultra di spirito; e sfoggiavano il loro valore componendo e sciogliendo logogrifi e sciarade, assassinando qualche caramboul parigino, recitando a memoria epigrammi, bestemmiando logica e buon senso.

Tra loro ci aveva de' talentini da sermone e da satira (chè sermone e satira fioriscono dalla fiaccona universale, ossia in età schiave, viziate, enervi); ma non sapevano profondire le piaghe politiche e sociali che si andavano allargando. Non le avevano studiate, ch'egli era pericolo studiarle, pericolo, studiatele, scovrirle, indicandone cause, condizione e rimedi.

Non ne sapevano ette. Volgendosi nell'umoristico, il sermone e la satira per loro divennero pasquinate da far ridere il volgo de. mortali o quelle che conosciamo col nome di caricature. Per queste fra tanti talvolta destò il ghigno sardonico A. Fusinato vicentino.

Fuor di codesta cerchia a quegli spiriti arguti non era chiusa la palestra del giornalismo, che a balia e dottoresca aveva la Imperiale, Regia, Granducale, Pontificia e Ducate Censura messa a prevenire scapatette politiche di cervelli balzani, ed a far arare diritto quantunque balordo in cera di voler ragionare da uomo.

Su per le colonne delle efemeridi potevano impunemente sbracciarsi facendo le prime armi contro ingegni eretti e sublimi (rara avis, ma ve n'era), da detti, dagli scritti e dalla vita de' quali tradisse una epopea di rancori, di disprezzi e di maledizioni a tiranni esecrabili ed a schiavi obbiettissimi, e derivasse la formula della coscienza del tempo, del giure dell'uomo, dell'azione sincrona degli argomenti dalla civiltà emancipatrice:

Mediante quelle sarcastiche colonne potevano impunemente screditare storia e giure, schernire virtù eminenti, insinuando sospetti, calunniare infamemente le grandi onestà aborrenti dalle private e dalle pubbliche turpezze di ruffiani e barattieri politici e sociali per obbligo o per diletto.

Per quelle colonne potevano impunemente servire alle segrete brame de' tiranni facendo studio di screditare le libere istituzioni delle repubbliche andando a caccia di fatti, che all'occhio dello schiavo, affetto di glaucoma, paiono conseguenze di principi contrari al cheto vivere (cioè all'ordine sepolcrale de' principati); ed invece all'occhio del libero, acuto come quello della calandra,

lo sono di que' principi, i quali dall'attrito dialettico e dalla ragione de' contrari, fanno schizzare nuove scintille di luce per rischiarare ad umanità intiera il cammino che mette ad un avvenire più felice per miglior modo di esercitare le sue potenze.

Gli è evidente che di costoro era composto il fiore della cittadinanza italiana. Quindi per l'autorità delle ricchezze, per il fatto continuo del largheggiare co' produttori di quanto la lieto il vivere lussureggiante, e per la fama di generosi protettori e soccorritori degli afflitti dalla fortuna o compressi dalla umana insolenza, (fama che nasce dal mestiere di mecenatismo. proprio di età effeminate in opulenza schiavesca) dal cameriere al parrucchiere, dal lenone alla contoniera, dal paggio di corte allo spazzaturaio, dal sarto all'armaiuolo, dal tappezziere al maestro di musica, dal cuoco al castaldo di campagna, dal fattore al fabbro ferraio, dal canestraio al fabbricante di carrozze, dal merciaio al pizzicagnolo, dal droghiere all'ortolano, dal cantiniere al tavernaio, dal legatore di libri al cenciaiuolo, dal pescivendolo al macellaio, dall'orafo al ferravecchia, dal rivendugliolo al negoziante, dal facchino al mastro d'arte, dal mozzo di barca all'ammirante di flotta, ec., ec., que' giovani potevano contare sicuro di avere soggetti od attenenti tutti gli ordini della cittadinanza urbana e di contado. Epperciò medesimo potevano contare sicuro della gioventù di quegli ordini ove fosse da bravare pericoli o da far baldoria. Epperciò pure potevano contar sicuro se venisse da guadagnarci mostrando di essere una potenza collettiva qualunque, sempre a discrezione di chi più ne suocciolasse in be' cicli gialli e coniati.

Le quali industrie non avevano a fallire perché, levatine pochi alla greppia del padrone, i quali non si sarebbero scapati per nuove veglie, tutti gli altri sapevan niente affatto di questo mondo di qua. Fuori di andare in chiesa a messa ed a predica o sul Comune a sentire la sapienza del Sindaco o dal Commissario a farsi fare le loro ragioni per qualche scappelloto buscato a ciel sereno, e' non sapevano far altro che curvarsi avanti a principi ed a loro ciambellani (non ommessa la sbirraglia metuenda) a ricchi nobili e plebei (che onoravano del titolo di cavalieri, di baroni, di conti, ec., e più spesso di quello di lustrissimi, di magnifici, di donni e di eccellenze) ed al prevosto, in una parola a chi ne aveva e lo godeva alle spese della loro pelle. Di fermo per que' giovani saputi questi ignoranti erano un tesoro inapprezzabile in qualunque occorrenza.

Poveri e nudi, d'ignoranza più che francescana, co' bernoccoli e co' lobi cerebrali del capo fatti apposta a perfezionare l'arte di servire, colle vertebre dalla cervice a lombi usate ad arcuarsi alla presenza de' superiori; e per questo abbastanza astuti, sempre aperti alle ispirazioni che fruttano pane e donna, vinci e letto, camicia e sorriso de' ricchi; temperati ad ogni ragione di fatica per l'esercizio perenne de' muscoli che reseli robustissimi; acefali perché in loro non ammettono avervi capo, e di conseguenza incapaci di far moto che sia ove taluno autorevole non ve li spinga e li moderi, dovevano necessariamente riguardare i giovani saputi, doviziosi e potenti siccome maestri, signori e duci.

E tale roba erano i futuri Soloni, Camilli e Cincinnati d'Italia fino agli anni Domini 1846.

Ma, affinché la narrazione e 'l giudizio su questa gente singolarissima incedano ordinati e chiari, a noi giova dire di ciò ch'erano coloro i quali prima di questo tempo risvegliarono nella penisola le politiche passioni, che per la imprudenza di alcuni, per la mala fede di altri, per la ignoranza e corruzione dell'universale, e per la nota perfidia delle ambizioni principesche, si trasformarono in tante e si contrarie guise, intantoché oggimai, con tutto il resto, se ne vanno, se non sono ite, le corrose reliquie di rispetto, non per l'altrui, ma per la dignità e l'onor proprio: tanto fangose le anime de' buoni sudditi derpaterno reggime de' nostri padroni di scettro e di corona I

E perché si vegga quest'ordine e questa chiarezza nel discorso nostro, noi divideremo la emigrazione italiana educata a servitù da nostri padroni di scettro e di corona, in tre ordini generali. Il primo è di quelli ch'esularono d'Italia dal ventuno al quarantasette. L'altro di quelli ch'esularono da varie delle regioni politiche d'Italia dal quarantasette al quarantanove, e si rifuggiarono in Piemonte, in Isvizzera, in Francia, in Grecia, in Inghilterra ed in America. Il terzo è di quelli che, dal cinquantasei sino all'anno presente, ruinarono a frotte fra subalpini da quel della chiesa, dal Tirolo italiano, dall'Illiria, dall'Istria e dalle Venezie.

Occuperà l'opera nostra la significazione de' principi propugnati dagli emigrati dell'ordine primo, i quali, benché sotto l'ideale comune della indipendenza italiana sembrino formare una parte sola, cionondimanco differiscono affatto tra loro per ragione di principi, di mezzi e di fini. Vero è che, anche in questa differenza, da tutti si porta la impronta del peccato originale ovvero della scuola dell'io accentrativo ed assorbente.

Que' del ventuno volevano Italia senza saper come e quale e con chi e per chi. Mistura eterogenea di repubblicanismo anacrono, di massonismo corrotto, decrepito e bandieraio, di costituzionalismo napoleonico, giacobini e giorindini, montanari e valligiani, cattolici e protestanti, deisti ed atei, metafisici ed epicurei, erano tutt altro che uomini da riuscire all'incarnazione dell'ideale, la indipendenza italiana.

Monarchici marci sino alle barbe, ciascuno pensante più ad innalzare se stesso che a tornare Italia in sua intiera balia, ne' figli di costei non seppero riprodurre la coscienza del dovere e la scienza del diritto, non considerando che soltanto per l'adempimento del primo e per l'esercizio diretto del secondo ciascuno diviene uomo ed opera da uomo.

L'obbietto della indipendenza dice tutto e dice nulla. Dice nulla se la non si determini per via della scienza della libera libertà di ciascuno e di tutti precedentemente formulata per apottemmi di comune intendimento, accettata e fatta propria dall'universale.

Supposto ch'essa dica tutto, per venirci bisognava fare l'una o l'altra di queste due cose. O volgere ad abolire il principato e proclamare governo a popolo; ed in questo negozio è necessario che il. popolo faccia da se mosso da coscienza di debito e da scienza di giure. Senza codesti due moventi supremi il suo moto, sendo galvanico, finisce in atonia. Né que' maleaccorti a ciò badarono punto. Dunque.. O trarre il principato per qualunque argomento a romperla contro chi ce la tolse; e la cosa torna al medesimo, ché i principi non si trucidano fraternamente fra loro eccettoché per ingrossare di pecore e zebe e tonderle e squartarle a piacere proprio.

Se per la beffa della indipendenza si collegano parecchi contr'uno, dato che costui perda lo stato, se lo disputano poscia tra se; e ne fa le spese il popolo.

Difficilmente però, e solo in circostanze che gli dieno sicurtà di tirare a casa ogni cosa e di usarne come suole assoluto padrone, un principe si lascia andare a far le voglie de' sommovitori della pubblica cosa armando contro due o più monarchi per distendere i termini dello imperio, ché, facendolo senza tale sicurtà, incorrerebbe nella nota d'ignorante degli umori umani colla probabilità di rimanerne a discrezione, ove pure gli riuscisse la impresa.

Avvegnaché quei sommovitori, il più gente torbida, arrischiata ed ambiziosa, riferendo a se stessi il merito della iniziativa del fatto, vogliano soverchia parte de' frutti della vittoria; e così destino invidie e rancori tra il vecchio servidorame, e contribuiscano ad invogliare le moltitudini per il passato, e quindi a dare retta a coloro, i quali, confrontandolo col presente, provino irrefutabilmente la cagione della peggiorata condizione propria stare nella insaziabilità di dominio e di larghezze del principe nuovo e di quelli.

Di che, siccome un monarca, per quanto asino sia (con buon rispetto) il suo mestiere lo sa sempre fare dal più al meno al par di qualunque altro della sua carne, avendovi quella sicurtà che. diciamo, prima di correre l'agone delle armi vuole che si sappia (sempre mentendo) ch'ei non va a giornata per brama di allargarsi, sibbene coll'umanissimo e civilissimo fine di spezzare le catene dalla tirannide poste a piedi ed a polsi delle creature di Dio, spintovi a farlo dalla pietosa magnanimità sua (!!!) e de' suoi antichi fedeli.

Ci mette gli antichi fedeli, in vista per non compromettere innanzi a principi, i quali intende a spogliare, coloro che ve lo spronano e lo aiutano alla impresa destando rumori ed armi nella signoria di questi, ma in effetto per indurre gli animi delle moltitudini a stimare que' suoi fedeli siccome unica autorità dopo la sua, e conseguentemente a riconoscere quasi legge quello che prudenza leonina suggerisca loro di comandare o di consigliare.

Savoia, dal quarantotto in qua, de' suoi casermatici, poliziotti e strozzini (gente curta, burocratica e feudale supremamente) fabbricò gli egemoni, tanto lodati... da pre' V. Gioberti (ed era loro conterrazzano l! I) nel Rinnovamento d'Italia, che, ben letto, vale più di una corona, per chi tre anni avanti di lui col suo libro Del principio di azione sintetica, ec., diede coraggiosamente il prudente consiglio di convocare Comizi sovrani in ciascuno de' nostri stati di allora affinché preparassero piena e certa materia di conoscenza della condizione delle persone e delle cose loro, la quale recata da mandatari de' medesimi nel Comizio nazionale, con quella degli altri venisse argomento sicuro di profondi criteri per costituire Italia senza bisogno di egemoni e meno ancora di Dittatori.

Nè basta. Venutagli seconda la fortuna delle armi, dee imporre a nuovi sgobboni se ed i fedeloni di casa, e quanto feudalmente ordì ed applicò a cambiare gli uomini in automi.

Non basta ancora. Poiché le leggi sue, paragonate a quelle Civili penali ed economiche delle provincie conquistate, porieno sembrare capestri da barbari, convenienza, necessità e politica furfantina gli fanno debito di rifarle col mezzo de' caporali de' sommovitori detti, a quali farà capire essere volere suo non si detragga punto alla sostanza irreriva o capziosa ed inquisitrice, che mai vuolsi ommettere; e rimangano intatte le vecchie disposizioni intorno a Polizia, sbirri, spiè, ruffiani, mercatini ed amministrazione di Comuni e di Provincie, salvo se vi abbia la uggia della Carta costituzionale, di farle adottare dalle Camere de' popoleschi e de' signori raffinandone lo spirito con qualche lambicco straniero se i nostrali non facciano più al proposito.

Ne viene di qua che le leggi nuove, contraffazione in peggio delle antiche, contrastino per forma alle costumate violenze di polizieschi, di sbirri e d'Intendenti o Governatori o Prefetti e di pubblicani, e che lo spirito statutario rimanga un indovinello indissolubile a bendalo del giure della forza e a detrimento continuo della forza del giure.

I nuovi servi, i quali erano abituati con leggi ed istituzioni chiare e nette, che assicuravano ineccezionalmente l'azione giuridica, contro cui non poteva punto l'arbitrio prepotente né per iniqua prescrizione, né per sinistrare di norme contrarie al giure pubblico e privato, né per finzioni giuridiche di maestrati, schiudendo latissima e rettissima via alle appellazioni, additando con semplici mezzi non dispendiosi la natura e la maniera degli abusi giurisdizionali, chiunque ne fosse l'autore, e conseguendo giustizia solenne in favore de' lesi, ma in modo spiccio, limpido, disinteressatissimo: i nuovi servi, travolti nel caos di leggi e di istituzioni disformi opposte a libera libertà personale e reale, invasive, spogliatrici, antrapofaglie: i nuovi servi, affamati, bastonati e scherniti da queglino stessi ad eccitamento dei quali corsero a novità credendo alle sperticate promissioni che gli avevano fatto di un avvenire di rose d'oro, prendono dalle querele e da queste procedono a fatti se il principe non provveda.

Ed una delle migliori provvidenze consiste nel corrompere e comperare uomini in fama di letterati o di scienziati bene pensanti e commettere loro di pingere innanzi agli occhi delle moltitudini quale scaturigine de' loro mali que' caporali di sommossa e di ribellione da esse eletti a rappresentanti del proprio giure personale e reale.

Codesto barco di aguzzini della ragione giuridica non tralasciano occasione di ripetere ne' principati rappresentativi il monarca (sacro ed inviolabile) avere le mani legate a fare i1 bene desiderato dal suo cuore paterno; e poiché egli riferisce grande porzione della sovranità sua a ministri responsabili (quando? dove? come? perchè?) ed alle Camere, si sommette anch'ei alle leggi che fabbricano in comune (riservandosi arbitrio di pace e di guerra; di grazia, e di mandare al pascolo gli onorevoli se non intendano che cosa significhi regnare, non importa se per la sola grazia di Dio, o per la grazia di Dio e per la volontà del popolo, da nostri arguti messeri chiamato nazione, ché po' po' tutt'uno gli è) a cui dolga il dente vada per altri cerusichi, che non sono di certo que' vecchi rivoltosi incoreggibili; ma non tocchino del monarca, buon uomo! che non sa, non fa e non può fare niente pe' suoi pecori beneamati.

La sfrontatezza bugiarda col crisma della legittimità di principio e di legalità di massima viene assorbita docilmente da nuovi servi, a quali allargano la bocca i taumaturghi di Polizia ed altri complici.

Lo che fanno tanto più presto quanto viene loro di giorno in giorno viemmaggiormente aperto dalle azioni atroci e mercatine di que' loro eletti (levane pochissimi, ed anche questi invischiati giuratamente nel principio di autorità, statlone da fecondare di servi adoratori di quanto sontuosamente significa il giure della forza anche le più restie e vergini coscienze), i quali, quanto prima si sidono negli stalli di Parlamento o di Paria, si dimenticano degli elettori e della. patria (che non istudiarono mai) ricordandosi solo di se.

E si ricordano lorché tirano a sfogare odi di persona; ed a far vincere qualche loro partito per quanto estremo ed ineseguibile possa essere. E si ricordano più specialmente lorché trafficano di coscienza e di dignità vendendo i voti a cui loro dia lucrosissimi uffici pubblici o pecunia con essi: co' quali argomenti escono poi in superbia brutalità di tiranni esecrabilissimi.

Ove cosi il principe salvi se stesso perdendo nella opinione dell'universale coloro che lo mossero ed aiutarono nella guerra di conquista e nell'ordinare il vecchio e 'l nuovo a leggi ed istituzioni, l'intendimento riposto delle quali sia di formare, (prima decomponendo a modino a modino colla chimica della Polizia, della Istruzione Pubblica, del pretoriano e del finanziero, e poi assimilando ed unendo col glutine dell'oro, degli uffici e delle onorificenze gli elementi dell'uda e dell'altro) una stupenda torma di belve civili obbedientissime tutte di un pelo e tutte di una misura, tutte dello stesso talento e tutte dello stesso stomaco, allora può credersi sicuro quasi principe di piperno.

Discreditati al cospetto delle moltitudini de' servi queglino che conferirono alla sua possanza maggiore, e' li domina a sua voglia. Di fermo, se, scontenti di ciò ch'ebbero da lui a guiderdone del tanto che gli fecero, invocassero i benefizi propri e ricorressero alle moltitudini per farseli meglio valere, e' ci guadagnarebbe questo. Dapprima si leverebbe di ogni obbligo verso di loro, accusandoli d'ingratitudine; dappoi soddisferebbe agli umori delle moltitudini serve manifestandoli autori delle leggi, le quali le captivarono, impitocchirono ed inasinirono più che per lo innanzi, ed insazievoli arpie de' loro frutti sudati.

Siccome poi pe' sommovitori degli stati (a cambiar di padrone in maschera di Arganti della indipendenza nazionale) e' ci ha a essere o asso o sei; e l'asso non frutta. e ad avere il sei e' tornano alle arti usate del cospirare e del congiurare, così il principe, applicando le leggi loro (al tornio delle quali direste essere state fatte quelle de' Pica e de' Crispi. Pica non da Pico, da Pinco, forse, certo è venuto dai lombi del Dio Impicco; e Crispi uscì dalla dea Increspa, ché per la fede di Cristo null'ha di comune co' Sallusti Crispi; ed ecco ce lo provò V. Sallustio in Vico lungo della Trinità, N. 60, e ce lo provò con alla mano il suo albero genealogico, il quale lo fa discendere diritto diritto da quella buona lana degli orti famosi, dallo storico di Giugurta e di Catilina (fior di virtù per que' tempi) senza manco accennare a Francesco Avvocato e Deputato Crispi, Dio gli perdoni! apostata patentato e caposquadra de' fonditori di stornelli e sciarade politiche), ne può far mozzare la testa dal boia umanitario e poi dormire tranquillo sui cuscini della riconoscenza e della giustizia monarchica.

Ma a di che corrono, finché non si venga all'osso, da divorare ce n'è ancora per questo basso mondo di qua; ed eglino, creaturi della Banca e della usura, e fratelli uterini de' sette peccati capitali, avranno abbastanza di giudizio in testa per conservare testa ed offa unta e provvedere a più copiose e più squisite imbandigioni.

E neppure basta. Il principe, rassicuratosi da questa parte non potergli cadere addosso una folgore che lo incenerisca, dee purgare lo stato di una pessima genia di nemici dell'ordine nuovo delle cose.

Non sono i vecchi legittimisti retrivi codesti, ché i vecchi legittimisti retrivi, costumati all'acqua santa ed all'ombria poliziesca, abbiano anche ardore di desiderio di veder giù i loro soppiantatori, non hanno sangue, hanno acqua nelle vene. Improvvidi dell'avvenire perché naturali nell'abito di circoscriversi nel presente, caparbi nello respignere le lezioni eloquentissime del passato, nuovissimi ed avversissimi al nuovo che li sposta e contradia a quella serie d'idee e di concetti fossili architettati nella loro povera mente da babbo e mamma allievi spettabili del pievano e del sor Commissario di Polizia, quale sorte di nemici del nuovo queste povere mummie del tempo andato per non tornar più, uomini, i quali non videro né minatori né mine, e quindi balordamente se e 'l principe proprio esposero a ruina irreparabile? Usati a credere le loggie massoniche, e qualunque altra setta religiosa, politica e sociale essere colpite di anatema dall'infallibile re de' re, eglino vissero stranieri ed ignari affatto allo spettacolo delle cose che si andarono schierando alla loro presenza con aspetti sempre nuovi; e ne hanno ancora paura appunto perciò le reputano opere del demonio.

Opera del demonio chiamarono anche il vapore e la elettricità. Figuratevi che cosa pensino delle tavole danzanti, del magnetismo e dello spiritismo vendicato anche dallo spirituale barone V. Caprara!

Quindi, insociabili pur vivendo in società, i legittimisti non riuscirono mai da se a ricuperare i beni della vita animale e vegetale, loro unica delizia; e per quant'oro burlino o per quanto sangue reazionario e brigantesco facciano versare coll'oro, eglino rimarranno sempre alla condizione di piante, le quali vivono finché hanno omogeneo concime, umore omogeneo, cielo e cura omogenea. Ma questo complesso di cose, si va consumando a misura del crescere e fiorire delle novità. Dunque, intisichiti, essi morranno presto senza avere neppure un cane che loro raccomandi l'anima. Requiescant in pace.

Ned i crisocrati, ned i possidenti di vaste campagne e di superbi e sontuosi palagi, ned i commercianti, né chi (come opportunemeute e giustamente osservarono poco prima i nostri orrevolissimi ristoratori della cosa pubblica, adottando le proposte della scienza e della presente sperienza) né chi, ripetiamo, non sa vivere se non ingiallisce ed allividisce nel pubblico impiego col lustro di rabberciata od ammodernata. livrea, né chi fe' studio ed abito di vendere l'ingegno all'incanto; né chi a gola né diletti della carne sdegna opera da uomo libero ed utile a se ed a suoi simili, è davvero nemico della fortunata dinastia, degli egemoni, e della combriccola de' spellatori de' popoli.

Conciossiaché il crisocrate non abbia padrone mentre in sembiante figura di essere il servo de' servi di tutti. 11 crisocrate non trova mai la porta chiusa in qualunque luogo vada, e qualunque principato o repubblica ivi sia. L'utilitarismo monopolico lo lega intimamente con qualunque ceffo giudaico, sia turco o cristiano.

I grandi possidenti, co' frutii delle réndite cumularono tanto da vivere in assoluta indipendenza sfoggiando lusso e divertendosi a diritta e a mancina. E che importa loro se comandi Truffaldino o Gano? Tanto non possono loro mancare il sindacato, il Consiglio Municipale, il provinciale, la direzione o la presidenza alle amministrazioni di pii istituti, un tocco di carta a suggelli principeschi che li nomini cavalieri, commendatori, e catapani onorari.

Chi può molto sta sempre a gala.

Eppure i commercianti sono quelli,che hanno cavato fuori la bella novità del diritto di libera importazione e di libera esportazione e quindi di libera concorrenza, in ciò ispirati e sostenuti da crisocrati autori di un altro diritto, vecchio come il giure patrio, cioè di quello della usura, i quali vogliono libera azione o libera espansione per la loro pecunia e libero ritorno della stessa agli ingordi loro forzieri!

Crisocrati e commercianti, e gli uni e gli altri cosmopoliti a chi dia loro di sbramarsi con crescenti cumuli di metalli preziosi snudano e danno anche i podici, de' quali il senso delicato ne ha schifo.

E che semenza di Epaminondi e di Arigtidi sieno que' cosi, i quali menano la vita nelle stanze mefitiche de' pubblici impieghi, da persuadervi ch'eglino pospongano il foglio pauatoriale colla impresa del nuovo alla fame seguace della caduta del signore vecchio, andate per le Cancellerie principesche, e troverete suppliche sopra suppliche innumerevoli imbrattate di viltà oltre ogni credere basse e contennende, d'onde vi verrà lume a vedere l'incallito nel servire ad uno &ferirsi colla faccia fresca a servigi di un altro padrone.

E si dica altrettanto de' manigoldi delle lettere e delle scienze, i quali perché non hanno principio alcuno da seguire, operando o scrivendo operano e scrivono per chiunque li paghi professando teorie e dottrine oppostissime e ripugnanti tra loro.

E, per convincercene, non s'ha a far altro che confrontare i fatti e gli scritti di coloro, che fino al 1816, 1817 e 1818 militarono colla penna delle torcie (il popolo toscano cosi domanda le putte di tutti) sotto le bandiere del principato assoluto d'Austria nella Lombardia, nelle Venezie, in Toscana e nel modanese, de' Borboni nelle Due Sicilie ed a Parma, di Savoia nel reame sardo e del pontefice in quel della chiesa, co' scritti che sborrarono dal 1789 in qua e co' bruttissimi fatti che commisero per prezzo.

Se volete spudorati senza comparazione, se volete bugiardi, se volete ipocriti, se volete spie di ogni parte, se volete ruffiani di ogni potere, se finalmente volete complici di ogni nefandigia, vo' li avrete in queste carogne dalla faccia doppia a guisa del mitico Giano.

Buoni per tutti in tutti i tempi ed in qualunque maniera di governo, queste sanguisughe della morale, del giure, dell'onore e della fortuna di tutti, sono i felici del mondo nella estimativa del mondo scempio e pusillo. Ah quanto bene li stimatizzò Persio, anima fieramente sdegnosa de' Polidamanti (Polvdamas) delle troiane (et troiadas) o baldracche, e de' Labeoni citrulli (Labeonem) de' suoi di, lorché usci «Oh! te felice, Giano, cui cigogna al mondo unqua punse la nuca!» (o Jane, a tergo pena nulla ciconia pinsiti.

Or si comprende assai di lieve tutta questa roba di magazzino monarchico seguire al mercato il compratore, e quindi, senza imputabilità, a mo' delle cose di uso e di consumo, passare dall'uno all'altro. Per la qual coso dessa non formerà mai falange compatta e grossa a ruina del padrone in pie'.

Dunque altri musi, altri cervelli, altri petti, altre ragioni di studi, di principi e di abitudini sono richiesti per trovarvi dentro il virus da infettare gli stami della vita beata di uno stato formato per tali modi e di tali elementi e governato ed amministrato da, tali leggi, da tali istituzioni e da tali uomini perdutissimi.! per trovarli, domandatelo agli autori, fautori e campioni, domandatelo al Ministro dell'Interno Polizia, domandatelo a Prefetti, a Questori, a delatori, a gendarmi di carabina e di efemeride, domandatelo a bordelli, domandatelo a tutto il servidorame del nuovo imperio felicissimo, e voi li vedrete nella lista dei sospetti e de' sorvegliati, de' carcerati, de' banditi e de' doportati; li vedrete perfino nel novero delle spie ed insieme de' vagabondi e degli accattoni; li vedrete pure tra parassiti e i crapuloni e nel medesimo tempo tra gli oziosi, i viziosi ed i corruttori della gioventù. Essi entrano nelle dimostrazioni (voce di lingua bastarda è di significato politico civilmente servile) di teatro, di piazza, di chiasso e di taverna.

A loro imputati delitti di falso, di diffamazione, di contraffazione, di mendacio, di stoccate e di furto.

Li chiamano atei in gonnello di bacchettoni, cospiratori in aria di chi venera l'ordine delle cose vigenti, ignoranti superbissimi in cinico feraiuolo di filosofi, rifiuto di qualunque ceto, di qualunque ragione di persone, ed ahime! anche delle donne da conio.

Costoro hanno un genio loro particolare che li agita (e, benché conservatori, noi non temiamo chiamarlo eco fedele della voce della coscienza e della scienza della presente umanità civile contendente alla reintegrazione dell'autonomia sovrana dell'uomo individuo e collettivo); e tirano a buttar giù dell'empireo messer Domine Dio empiamente personificato e triplicato da capi de' padri tributi primevi, e giù de' troni i principi, personificazione del ferocissimo giure di patria podestà e quindi negazione del giure umano, per porre invece del primo la forza arcana dell'essere riflessa nelle sue armoniche estrinsecazioni, ed invece dei secondi il massimo di libertà conveniente a ciascuno ed a tutti gli uomini.

Secondo costoro ragione, libertà e lavoro, giustizia nella distribuzione e discrezione nell'uso de' frutti del lavoro devono essere l'autorità divina ed umana, sola, unica, immutabile, a cui dee attendere chi voglia conseguire il massimo della felicità relativa od il minimo de' mali, siccome disse bene, «non ci ricorda più, forse il Genovesi.

In verità, ragione, libertà e lavoro, distribuzione equa ed uso conveniente de' frutti del lavoro, le sono potenze di sì logiche, eccelse ed insuperabili virtù, che, se non fossimo conservatori (!!!) diressimo alla ricisa contr'essi non potere a lungo avere vanto la bieca e tenebrosa dommatofobia del giure divino. Ma non ci conviene questa scuola terrena a noi invecchiati nella celeste (!!!). E, non fosse altro, per interesse della fabbrica, sosterremo, anche a costo di venire accusati di contraddizione, essere debito di un principe, ingranditosi alle spalle di congiure, di cospirazioni e di sedizioni, sbarbicare dal suolo queste piante letali di uomini, che, per fare uomini, vogliono la sola, unica ed immutabile autorità di ragione,di libertà, lavoro, giustizia, proporzionalità e discrezione.

Questa autorità, consentanea all'obbietto dell'atto creativo, è antitesi all'autorità per giure divino, ch'è manifesta e brutale riazione permanente alle virtù operose di umanità, la quale le perfeziona progressivamente, assimilando se sempre più all'obbietto detto a cui ascende.

Di che per istinto di conservazione (e non vi daremo torto se lo chiamaste bestiale) a quel principe converrà spegnere o moralmente o fisicamente codesti inflessibili campioni dell'autorità di principio.

Si capisce che anche questo giuoco frappoco non userà più, perché il Foto divino (cioè la luce universale cui direste ragione di essenza di ogni essere per Efesto urgente in lui; di forma di ogni essere per le Càriti voluttuose immagini del piacere naturale ed estetico, Sfingi dagli enimmi inestricabili fuorché pegli Edipi invasi da Eroto punitore della Psiche incaute nello scindere il mistero della vita; e di obbietto di ogni essere per Armonia, donna del concento deificata miticamente e ragionata da Severino Boezio con la più soave e sublime filosofia rifulse nella mente delle misere e captive moltitudini.

E cotestoro dalla costituzione del governo geratico, accentrativo ed assorbente, della patria podestà de' capi tributi primevi, e del collettivo, e pure geratico, de' figli dei medesimi, i padri (patres), i patrizi, gli aristocrati, via per le successive loro trasformazioni monarchiche e repubblicane geratiche e demotiche (distinzione posta ragionevolmente da Erodoto e da Diodoro di Sicilia) pugnarono senza posa e sempre aumentando e sempre perfezionando gli argomenti di lotta ed i modi di usarli per emanciparsi dagli arbitri tirannici di quella patria podestà.

La quale, infulata e coronata o repubblicana, accentrando ed assorbendo con iniquo, progressivo ed incessante pervertimento della natura umana, all'ultimo doveva venire a questa di rappresentare individualità fuori della legge della perfettibilità dell'uomo individuo e collettivo: individualità sterpone, individualità inaridite da gettare preda del fuoco del divino Foto della scienza purificatrice dell'atmosfera di umanità di tutti gli imbratti di autorità da esse personificata a danni della perfettibilità detta, rispondente al doppio obbietto dell'essere sensibile e soprasensibile ad un tempo —: per le quali due condizioni di sensibile e di soprasensibile sovrasta a tutti i contigenti mensurabili; e da una si compone coll'atomo procedendo dal polipo all'arcangelo, e dall'altra colla sensazione procedendo dal concetto del finito astratto determinabile all'apprensione della causa arcana dell'essere, infinito sussistente da se ed ideabile.

Il divino Foto della scienza fu l'acuta lente con cui le moltitudini introvidero le geratiche versuzie de' fabbricatori degli oracoli armonici, traitici, samotraci, eleusini, delfici, sibillini, ec., ec.; onde le religioni, ovvero le ragioni della civiltà, dalla cerchia ristretta de' collegi sacerdotali (negozianti di politica truifaiuola, proprietà esclusiva de' padri coscritti che li formavano) si espansero in elle, già spogliate del bieco giure possessorio e quindi del religioso (politico, civile e militare) da capi dei padri tributi, principi dispotici, e da padri tributi primevi, quali volsero la signoria oppressatrice di que' capi in governo geratico collettivo, che serbò le stesse ragioni sovrane e gli stessi intenti tirannici modificati dalle necessità imposte dalle medesime moltitudini non peranco serve. Allora le religioni o le civiltà, di geratiche divennero demotiche.

Ma se gli arcani dell'impero ad esse vennero aperti, el!etici non avevano arte e costume di adoperarne gli argomenti, né soggetto ned oggetto da applicarli. Quindi nella primeva civiltà demotica li applicarono i loro capi emancipatori (le prime maschere, costituzionali, i primi gabbatori legittimi di quelle povere diseredate del giure umano, i Mosè, i Draconi, i Licurghi, i Romoli, ec.),chiamando a compagni e complici i più furbi, stimati svisceratissinii loro dalle medesime, troppo credule ed ormai abituate a reputarsi senza capo, eppertanto vòlte ad averne qualcuno secondo le speranze ed i bisogni da quali erano agitate.

Ed il divino Foto della scienza, apposto avendo miglior lente agli occhi loro, videro e conobbero che il geratismo ed il demotismo di uno o di pochi significava perfezionamento progressivo dell'arte e del costume di opprimerle vieppiù; e pensarono a non voler più sapere di padri nati dell'argilla organata. Laonde annunziarono ch'elleno non riconoscevano più la patria podestà terrena, ma soltanto il supremo giure proprio di ogni governo civile.

Dissero che avevano un padre comune a cavalcioni del firmamento, e ch'erano i figli suoi adottivi secondo la grazia sua rivelata per mezzo del primogenito de' vivi e de' morti, pure generato da lui, il quale mandò ad esse lo spirito di fratellanza, di libertà e di uguaglianza innanzi allo stesso padre affinché non servissero più alla tenebrosa politica della carne coronata bensì a quella che rigenera l'uomo, di schiavo facendolo padrone di se.

E si ordinarono a società (ecclesie) di emancipatori e di emancipati; e così a poco a poco la patria podestà monarchica e repubblicana si andò affievolendo perché non arbitrò più delle coscienze.

Così la religione o la civiltà di demotica si mutò in democratica, a ciò contribuendo particolarmente l'accentrare progressivo e l'assorbire ingordissimo del cesarismo. Luigi Napoleone Buonaparte, tessendo l'apologia della natura tirannica e corruttrice della politica di Giulio Cesare, non s'addiede di Giulio Cesare ch'era mezzo a distruggere il centralismo e quindi a far trionfare il principio di emancipazione politica e sociale delle moltitudini converse in cose.

E se il filosofo galileo, Gesù di Nazaret, ovvero se Paolo, per finissimo accorgimento politico, non avesse personificato la causa arcana dell'essere e quindi foggiato l'animo delle medesime moltitudini ad una fede che riferiva a debito curare delle cose superne a preferenza delle terrestri; se cadutogli in mente di guardarsi dal fecondare quella fede di enti e di fatti ripugnanti colla ragione umana e di ostacolo alla reintegrazione dell'uomo nell'esercizio diretto delle sue attribuzioni sovrane, le avesse nudrite della fede nella onnipotenza delle forze e de' diritti loro; e se finalmente per silenzio e splendore di opera avesse rinnovato colla religiosa la fede politica così che fossero rimaste acefale rispetto a capi visibili od astratti così personificati emiticamente creduti tre in uno ed uno in tre senza verun bisogno per conto della causa arcana dell'essere e per conto della virtù e della missione di umanità, a quest'ora non avremmo più il gerarchismo né monarchico né repubblicano, e quindi non più il principio di autorità da quello adombrato, bensì il principio di reciprocità in atto, che è l'autorità di principio esercitata da coscienza di adempiere doveri e da scienza di esercitare direttamente diritti umani imprescrittibili ed inalienabili.

La divisione d'imperio in civile è religioso, creando due polarità, ciascuna delle quali per fini apparentemente contrari tirarono e tirano ad assorbirsi vicendevolmente, produsse un funesto antagonismo tra le forze di umanità: antagonismo di pensiero e di azione a cui riferiamo lentezza e martiri nell'opera di ricomporle ad opera liberamente libera ad armonizzante.

E il divino Foto della scienza ancora perfezionò le lenti alla vista degl'intelletti umani delle moltitudini; ed elleno scorsero nel mitismo cristiano un procedimento politicamente e socialmente accomodato alle condizioni di età di fusione e di trasformazione, e contrastante colla ragione e col giure all'autonomia personale di ogni uomo, al compenso ed all'uso equo e conveniente de' prodotti delle sue potenze, ed all'intendimento finale dell'intiera umanità.

Ed ecco, così abbattuto il mitismo dommatico della scuola filosofica del galileo; ecco quindi gettato a terra il paradiso, a terra il purgatorio, a terra l'inferno; ecco proscritto il tre uno e l'uno tre; ecco cessata la fede nella maternità e verginità di colei che fu bandita figlia del suo figlio; ecco in breve tolto il sopranaturale, il rivelato divinamente, il miracolo, la predestinazione, la grazia, l'esorcismo, la espiazione, ec., ossia ecco annullato il gerarchismo dommatico e proclamata la democrazia pura, la ragione dell'uomo, l'autonomia dell'uomo senza pedagogo.

Di che ora, invece della gerocrazia accentrativa ed assorbente e quindi brutalmente tirannica, avete osservazione, studio e sperienza fuse e formulate in sentenze maestre di tutte le età: sentenze le quali, anziché da fede pecorina, ci derivano dalla ragione di fatti individuali e collettivi della natura in genere, ed in ispecie di umanità.

Oh noi! Che mai diranno i posteri eredi di un Fisco, il quale si estima creaturo della patria podestà coronata, contraffazione della L. Giulia maiestatis, spelonca di supremo spionaggio legittimo, fanatico e stolidalmente feroce avversario della libera libertà in nome della legittimità e della legalità prescrittibile ed alienabile, sgherro schifoso del pensiero e dell'azione ripugnanti con leggi che annichiliscono la umana personalità?

Che diranno apprendendo che il Fisco costituzionale della tirannide borbonica ci lasciò tanto di libertà da dire inpunemente queste orribili cose?

E tu, il quale leggi nel bianco e quindi intendi in contrario (ex adverso), di ciò che dice il nero, non dimenticarti di noi che si comperò la maschera alla bottega de' conservatori per ridere scompisciandoci alle argomentazioni paradossastiche de' mastri di legalità e di ordine fiscale, i quali minacciano di sfondare il cielo con un pugno se il giure della forza non si mostri terribile contro coloro che buffonano agli appicchi ed alle loro grettole sagrestane, poliziesche e sbirresché. Noi ricantiamo ad essi quel di Persio: «questo mio coperto, questo mio ridere tanto niente, io non te lo vendo per qualunque siasi Iliade ().»

Ora i sommovitori della pubblica cosa italica del ventuno quanto quelli del trentuno non fecero né l'una né l'altra delle due cose che si richiedono per ottenere la independenza e l'unità nazionale ed etnografica della patria loro con ordini di repubblica o di principato.

Eppertanto si dee ad essi particolarmente se ancora l'universale della nostra gente perdura nella ignoranza delle proprie forze e della maniera di esercitarle, esclusa la ragione di autorità di persona qualunque.

In verità ciò cll'eglino fecero in que' due periodi del nostro moto emancipatore fu ricopiato fedelmente dai sommovitori del quarantasette, quarantotto e quarantanove, nonché del cinquantanove e del sessantasei.

Nel ventuno si crederono a principi, e il feldmaresciallo Bubna li fe' ricredere. A Bubna fu data ragione a Tropau ed a Laybach.

Quindi lo Spielbergo immortalò la politica della fedifraga Casa di Habsborgo; la santa pietà tigresca del beffardo sire Ferdinando I borbonide (), rampollo fecondo del coronato macellaio di Francia; la paterna sensibilità del magnanimo genitore, il quale, pugnando da gregario nelle armi liberticide dell'insipiente e brutale Carlo X contro Spagna costituzionale, scontò (cantava G. Giusti) il breve fatto di avere canzonato i massonici sommovitori d'Italia nescia di se (branco di cósi acefali, impari,e per ogni verso contrastanti tra loro): e di costì si procacciò tutto l'animo delle corti europee e della stessa Austria, che poco prima gli voleva carpire la corona.

Onde il di lui primogenito, duca di Savoja, impalmò l'habsborghide arciduchessa Adelaide madre di Umberto principe di Piemonte ed erede del trono.

Eppertanto a quanti venne fatto di sfuggire Spielbergo o patibolo, esularono.

Di certo que' del trentuno, stringendosi attorno all'austriaco Francesco IV duca di Modena, impreparati più di quelli del ventuno,'senza disegno ragionevole di moto simultaneo e collettivo di tutte le posse popolari d'Italia, quindi senza il popolo, nemici per imitazione automatica di papa e Cesare, ed insieme senza mezzi e senza modi di sostituire al principato il governo a popolo, avversati da monarchi di, tutta la terra trinceati dietro le rapinatrici e popolicide stipulazioni del quindici, ebbero corda alla strozza palle di piombo al cuore, catene a piedi ed esigli lunghi e durissimi.

Il popolo di ogni regione italica peggiorò politicamente e socialmente per colpa de' medesimi.

Diremo frappoco deliro pedissequi, sommovitori della pubblica cosa della nostra penisola, fatalmente famosi a cagione delle stoltezze e delle infamie politiche e sociali e peggio, per le quali Europa monarchica rise dal quarantasette in qua, e il fiore de' propugnatori di vera repubblica democratica e sociale fu pesto ed imbratto di sporcizie monarchiche. Di presente c'intratteniamo su' valentuomini dannati da principi a cruciati maggiori nel ventuno e nel trentuno, guiderdone della fede riposta in essi.

Que' dello Spielbergo furono i più spettabili cittadini da quella della scienza, della dottrina e delle virtù morali e civili. Ma loro si apprese il morbo endemico di emancipare Italia dallo straniero per metterla a discrezione del principato domestico, quasicché allora dessa avesse padroni di sangue latino e non invece di franco e germanico: signori del sangue nostro, ned allora, né adesso ne ha.

Nessuno seppe, affatto, levata fuori la esosa dominazione austriaca, chi, secondo essi, avrebbe sfogliato Lombardia, le Venezie, la Rezia italica e la Chersoneso illirica, (più che da Strabone dagli scrittori del Lazio con passione antietnologica compresa ne' confini naturali della patria nostra) con nome ed autorità di monarca.

Nessuno seppe con costui quanta parte avrebbe avuto il popolo nel governo delle persone e delle cose proprie.

Nessuno seppe guai vincoli strignerebbero tra loro i diversi principati peninsulari rispetto agli ordini della pace e della guerra, rispetto alle alleanze, al sistema monetario, al debito ed al credito pubblico, rispetto alla politica nazionale ed internazionale, alle dogane, al commercio, alla industria, ec.: cose da doverle sapere ogni cittadino prima di muovere a novità.

Non si rivoca in dubbio che gli uomini del Conciliatore (non di quello del Commendatore borbonico Giampagolo Cognetti, frate dell'ex-garibaldino pre' Biagio, dottore in Teologia, Tirteo fra gli Arcadi, Pio Metello fra i Pellegrini Affaticati, socio dell'Accademia dei Trasformati, della Cosentina, ec., ec., poscia storico indiavolato di Pio IX e del suo secolo, cristiano dunque cattolico, apostolico e romano, ortodosso co' debiti crismi, uomo senza parte, senza ragione di fatti di parte, senza lingua, solo prete ed apologista del giure divino), accortisi che gl'Italiani d'Italia, fra il tredici e! quindici, meno de' Tartari della Tartaria indipendente, mostrarono di volere e di sapere comporre ad unità qualunque le forze loro per finirla con interne e con esterne tirannidi, abbiano messo fuori il nobile e generoso motto: educhiamo il paese. Peraltro, sendo eglino il maggior numero de' più nobili e più doviziosi Lombardi, circoscrissero la educazione teorica e pratica all'ambito della regione propria.

Forse lo fecero per l'avversione naturale de' principi alla diffusione de' lumi civili, i quali l'accrebbero nell'esiglio trilustre; e, reduci alle loro reggie, la manifestarono scovertamente ed inverecondamente, inveendo contro tutto che ricordasse le recenti innovazioni rateomandate e determinate dal progresso della cultura politica e sociale delle umane associazioni.

A Castelreagh, Ministro britannico che consigliavalo a dare una Costituzione politica al suo reame, da tanto che ne volle apprendere della inglese, dell'americana, della elvetica e della napoleonica fatta ed applicata sugli occhi suoi, il saputo e largo re di Sardegna, rispondeva appo lui di Costituzioni ve ne avesse a capelli, innuendo a quelle grette delle università municipali e provinciali, specie di raccolte di privilegi, di esenzioni, d'immunità, di consuetudini e di ordini amministrativi aventi modo e quasi autorità di leggi per sanzione monarchica: cosi sconfinatamente ignorante delle cose di governo era quel somiero coronato per la grazia di Dio!

È indarno domandare se quel Ministro che non si peritò dare a simile principe la repubblica ligure stesse bene il palo de' Turchi per insegnare con morte sì giusta a tutti i ministri del mondo come la scienza del giure imprescrittibile ed inalienabile punisca la violenza esercitata da autorità derivante da giure prescrittibile ed alienabile.

Il fatto si è che quell'argutissimo re, anziché costituire come noi s'intende, fece rinculare la grama cultura de' ricuperati suoi pecori fino a tempi della più oltraggiosa arroganza di despotica feudalità. E se Toscana ebbe Ferdinando III religioso custode delle leggi leopoldine, e le Due Sicilie serbarono il Codice Napoleone, è pure innegabile che quello granduca lorenese e 'l principe borbonide del nostro reame andarono di conserva con Carlo Felice di Savoia e colle corti modanese e pontificia nello attendere a cancellare dall'animo de' nostri ogni traccia degl'innovamenti recati dalle precedenti novità del mondo, ed a preparare la giovane generazione a benemeritare del capestro giuridico dell'arbitrio coronato merce le sedute cure del gesuita e dello sbirro.

Eppertanto solo in Lombardia Casa d'Austria, la quale per Bellegarde aveva promesso a Lombardi ed a Veneti Costituzione e libertà con benessere materiale, doveva procedere con larghezza di modi e sembrare di promuovere ogni guisa di studi conferenti al progressivo miglioramento della condizione popolare, anziché osteggiarla con sofismi o colla forza.

E sembrò veramente che sentisse il debito di adoperare così per non nimicarsi provincie da molto tempo abituate ad essere padrone di se—: indirettamente le lombarde, sulle quali dessa da Vienna aveva esercitato quasi una immagine di giure di soprasovranilà fino alle novità dell'ottantanove ed in ispecie del novantatre e novantaquattro —: direttamente le venete per essere visse da quattordici secoli in ordini di repubblica, spenti da poco affinché vigessero in vece loro. que' corrompitori del principato rappresentativo del primo Buonaparte.

Ma le erano lustre. Voleva bensì che il nuovo suo reame formato di quelle due regioni transpadane esplicasse meglio degli altri stati d'Italia le facoltà intellettive e sentitive dell'uomo (e di conseguenza moltiplicò, perfezionò ed applicò ogni guisa di civili istituzioni, negando a torbidi ed aggressivi padri della Compagnia di Gesù qualunque ingerenza nelle materie d'insegnamento religioso e civile, ed appena appena, ed assai tardi, e manifestando di farlo di mala voglia, e ponendovi miriadi di condizioni coibenti, tollerò che aprissero casa a Cremona, a Verona ed a Venezia); tuttavolta di Costituzione non arrischiò mai di far motto, vuoi perché temesse che, costituendo quel reame, il rimanente de' suoi domini la sforzassero ad ordinarli a reggimento rappresentativo: fatto il quale sarebbe agevolmente diventato incentivo allo svolgimento delle dottrine etnologiche, cagione sicurissima di affievolirla di forza per gl'intendimenti di razza opposti a quelli della sua dinastia, per la differente natura de' geni slavo, tedesco e latino,—che con grande difficoltà arguiva potere far procedere concordi a significare la volontà sua, — necessaria negazione di quella di ciascuno de medesimi, conseguentemente per differenza di lingua, di storia, di tradizioni, di letteratura, di arti, di usi, di costumi, d'indirizzi o di aspirazioni, cc.; e vuoi ancora perché, conoscendo dessa la mente di Russia, di Prussia e di Francia alimentatrici interessate degli studi etnologici ridotti ormai a ragione di scienza amplissima, sospettasse ch'elleno nel medesimo reame ne accendessero l'amore, e che quindi le toccasse vedere unì falange invincibile d'idee di reintegrazione della personalità etnografica sinistrarla e torle i frutti della vincitrice politica armata della conquista.

Anzi, introducendo una maniera di Polizia all'aspetto esteriore urbana, rispettosa, e diremmo quasi paurosa, certamente circospetta e lontana da qualunque segno di provocazione, le aggiunse la Censura preventrice de' libri e stampe, il cui compito precipuo era di studiare l'indirizzo politico degli scrittori e delle opere, e di riferire affinché il Dicastero Aulico di Polizia provvedesse.

Di fatti in quel reame la Polizia sgherana o sbirresca non ebbe vita sotto l'impero, perché il gabinetto imperiale di Vienna aveva una Polizia a se, una Polizia aulica, una Polizia altamente politica, che traeva lume dagli atti censori, dalle ambasciate e dalle relazioni di uomini di studio e di prudenza grandissima ed in pubblici uffici, da esso mandati viaggiundo per gli stati civili, accìocché dalla osservazione delle cause, de' mezzi e degl'intendimenti dell'attività di ciascuno degli ordini politici e sociali de' medesimi, ritraessero argomenti da migliorare la condizione de' popoli soggetti.

Quel Dicastero aborrì dall'andare razzolando nel pantano della convivenza civile, come fanno coloro i quali pretendono ad egemoni polizieschi, sbirreschi, casermatici e strozzini d'Italia, quanto vi ha di più putrefatto e schifoso, di più ignorante e villano, di più aggressivo e furfante.

Nella sua Polizia non entravano persone di vivere privato immorale, incivile, rusticano, provocatore, rissoso, dato al sangue, nefando inventore di delitti comuni o di maestà, calunniatore di mestiere, e via discorrendo.

Esso li voleva scevri di ogni macchia, disposti a conciliazione prudente, contegnosi e non oltracotanti, e di bocca riservati.

Li toglieva da laureati in diritto o da maestrati di fama integerima.

Il giure personale e reale religiosamente rispettato. Non tollerava che i giornali infamassero alcuno; chiudeva gli occhi ove per amor suo avessero oppugnato le altrui massime professate pubblicamente se in opposizione a principi fondamentali della monarchia ed alle ragioni della conquista. La sua Polizia né insultava né faceva insultare in casa con perquisizioni, né con pigli sarcastici e minaci per le vie e ne' convegfii pubblici coloro che sospettava o sapeva avversarla.

Rarissime le perquisizioni domiciliari; e queste quando cento sovr'uno era convinta di scovrire qualche cosa.

Garbata e civile oltremodo la guisa con cui compieva il debito odiatissimo. Nessuno rodiato dalla bassa sporcizia sazievole di poliziotti o di gendarmi travestiti; e la spia esecranda non osava seguirlo come ombra funerea. Invece nessun poliziotto o gendarme armato passeggiare per le vie cittadine: a lui interdetto frammettersi ne' luoghi ove la cittadinanza fosse a intrattenersi danzando o diallogando o mangiando o solazzandosi.

Quando poliziotto o gendarme, in divisa del brutto mestiere, ne' giardini pubblici, ne' teatri, nelle ragunanze di ricreazione, di piacere, di studio e di altro simile?

Dare questo indecente spettacolo è serbato alla gente di que' sedicenti egemoni i quali si dicono nati e sputati italianissimi.

Oh la Italia poliziesca e sbirresca che farebbero se venisse loro il temo di acciuffarci!

Ed Austria, a togliere alla Polizia qualunque si fosse pretesto di arbitrio, compose e promulgò il Codice de' Delitti e delle Gravi Trasgressioni di Polizia.

Roba da despoti, lo si ammette, roba degna di un Metternich, in cui era entrata l'anima del conte Kaunitz venuto da noi meridionali ad organare una Polizia, la quale infamasse quella di Filippo II, roba da inorridirne. Ma legge era; e se dura i Lombardi ed i Veneti dovevano gettarla in faccia allo straniero tiranno.

E per quella legge la Polizia non poteva sconfinare, ed i cittadini (sudditi) non avevano scusa se colpivanli le pene ch'elleno comminavano a violatori.

Voi a vostra posta potevate ragionare a diritto ed a rovescio di cose di stato in privato ed in pubblico; professare principi diametralmente opposti a quelli del governo cesareo lodare o biasimare qualunque dottrina politica ed economica; e nessuno vi molestava.

Guai per altro nominare Austria ed involgerla in sentenze di disapprovazione! Allora faceva capolino quel Codice terribile. E quale balordo avreste rinvenuto, il quale si fosse messo negli artigli della legge e de' suoi interpreti per la imprudenza di nominarla?

Ora, si poteva parlare così perché Austria aveva cattedra domandata di Scienze Politiche, da cui sgorgavano eziandio larghissimi rivi di ragione economica, perocché né politica si svolga debitamente senza economia né. questa senza di quella: s'immedesimano tra loro; e G. Mazzini ed i suoi, che non vollero mai capirla, non ottennero mai nulla di grande, di stabile e di florido.

E se tale operò per la Polizia, tale pure operò per la Censura di libri e stampe. Dottissimi e probissimi gentiluomini formavano a Vienna il Dicastero Aulico di Polizia e Censura; e dopo i moti del ventuno e del quarantotto, a cagione dello zelo sparvierato de' nostri, i quali dalle sventure della patria traevano forza a raddoppiarlo a pro' dei manigoldi coronati che la opprimevano, quanti Lombardi e Veneti desideravano metter fuori cose ritraenti dello spirito del tempo e quindi con temperato discorso rilevatrici de' bisogni italici e denunziatrici delle cause che si frapponevano a soddisfarli, drizzavano i loro manoscritti alla Revisione aulica vindobonese, sdegnando di commetterli al giudizio de' Censori italiani poliziescamente insevienti contro le più savie proposte della scienza nemica di viltà e di bugiarda devozione alla abominevole maestà della forza brutale.

Ed i Censori aulici tedeschi li rinviavano quasi sempre coll'imprimatur non di rado accompagnandolo con encomi generosi, insegnando così a quei nostri sicari del senso comune come, in luogo di uno zelo barbaro servile e mercatino o della matta ferocia di che offendevano negl'ingegni eretti e gagliardi, avessero avuto obbligo di onorarli, di promuoverne il culto, e di facilitare a loro concittadini la via di attuarne i commendevoli propositi.

Peraltro non era tutto oro buono, perché la politica habsborghese, quantunque troppo tardi, pose ad ire contro li effetti di quella egemonica degli Hohenzollern e degli Holstein Gottorp, i quali, al mercato degli studi emancipatori, avendo preferito gli articoli Economia ed Etnologia, già forniti d'innumerevole copia di ciascuno degli altri conferenti al massimo e migliore uso di quelli, dirittamente procedevano a dominare soli, ed assolutamente, delle maggiori, più omogenee e più vigorose famiglie civili contemporanee. Ed accennano già alla germanica ed alla slava od al Pangermanismo ed al Panslavismo.

Laonde se col Codice dei Delitti e delle Gravi Trasgressioni di Polizia s'ingegnò di antivenire ogni azione esterna diretta a risolvere le catene colle quali aveva sforzato parecchi branchi di quattro differenti condizioni di razze di genio diverso a convivere ed operare come fossero branchi della stessa pianta, in ciò reagendo a tutte le ragioni di natura e di libertà, col Dicastero Aulico di Polizia e Censura operò colla febbre nell'anima contro qualunque autore e qualunque opera, che avessero avuto intendimento di reintegrare in unità politica e sociale le divise famiglie di ogni razza civile.

Ed un nostro amico repubblicano democratico e sociale, della scuola di federare tra loro le regioni particolari di ciascuno popolo, di ciascuna nazione e di ciascuna razza, che sino dalla giovinezza, per ragione de' suoi lunghi e profondissimi studi sullo indirizzo politico e sociale delle civili aggregazioni della età presente, in una opera domandata La Donna aveva detto quale diverrebbe la razza slava al condotto de' Moscoviti, eppertanto fatto arguire alla prossima risoluzione della mostruosa unità dell'impero habsborghese, quel nostro amico di costi ferì tanto al vivo la politica aulica di Vienna da vedersi barbaramente cassare dal manuscritto, già con l'imprimatur censorio, e lodato come lavoro filosofico, erudito, di stile immaginoso e forte, tutto quel Capo elaboratissimo il quale faceva ritratto del Panslavismo () in relazione col Pangermanismo, col Panlatìnismo e col Panellenismo.

Di che e' non se ne querelò punto, poiché aveva così potuto accertarsi la parte più vulnerabile della dominazione austriaca fosse riposta appunto nella eterogeneità' de' suoi clementi, e 'l più sicuro de' mezzi a farla risolvere il promuovere la unità federale de' vari rami di ciascuna razza civile.

Certo che se gli Slavi si unissero federalmente cogli Slavi, i Tedeschi co' Tedeschi, i Latini co' Latini, Austria si ridurrebbe a diventare simbolo vano della unità ungarica, e, diremo meglio, arme dell'ambizione de' maggiari, superba nobiltà barbara e feudale, contro le dottrine e le posse democratiche, le quali anche sul Danubio, sulla Leitha e sulla Drava indicano apertamente di volersi emancipare dalla tirannide regia e magnatizia o da qualunque guisa di centralismo ().

Ed Austria che comprendeva facilmente le sarebbe accaduto di venire a tali termini se la politica fosse entrata a voler formare la unità etnografica delle razze slava, tedesca e latina; e temendo forte del nostro genio creativo e dinamico, il quale procedè sempre per cattolicità d'imperio di leggi per armi, e di scienza cosmica per leggi, e di progresso sicuro per abito di osservare, acume d'intuire, celerità di eseguire con ragione di sintesi armonica, e prudenza nell'usare per virtù di grandi sperienze, a cui tutto è stato dato e tutto ha per rinnovare egemonia latina di principio, tenne. fisso lo sguardo su noi; e contro studi i quali ci avrebbero potuto menare un'altra volta al primato civile (non confondibile con quello guelfeno di pre' V. Gioberti) fremebonda e circospetta fieramente ed incessantemente pugnò!

Sicché per tutte e per molte altre ragioni somiglianti a queste, e che qui non enumeriamo per amore di brevità, è luculentemente manifesto ch'essa, da mero colore di cultura enciclopedica in fuori, nulla lasciava proibendo libera libertà; ch'essa su ogni altra applicazione della mente dei propri schiavi per quella infervorava specialmente che si riferisce alla parte pratica della scienza economica ed a singoli accidenti di attenenza alla medesima; ch'essa non poteva volere attuare un governo costituzionale con patente, pericolo della sua esistenza. E tutto questo viene a dire che il nobile e generoso motto degli uomini del Conciliatore, educhiamo il paese, non avrebbe mai potuto affermarsi rispetto alla Lombardia sola nel significato obbiettivo teorico e pratico delle voci Politica ed Economia.

Ed il Conciliatore fu sospeso; ed i prestantissimi che lo redavano, parte alla forca, parte allo Spielbergo e parte in esiglio, noi dicemmo essere stati uomini per molte parti spettabili, peraltro non tacendo in loro non avervi avuto programma da definire quale fosse il concetto che avevano delle forze italiche, de' modi che intendevano seguire per ordinarle, e del fine comune a cui avrebbero voluto e dovuto ordinarle. Nè bene unitari monarchici né bene unitari repubblicani, rappresentando in confuso le aspirazioni di umanità civile in sullo trasformarsi, anfanavano per una incognita senza mai poter gridare eureca col celebre siracusano.

Il maggiore numero erano fattura di scuola monarchica; e per quanto armeggiassero contro tirannide, all'ultimo cadevano genuflessi avanti un ideale di principe ottimo, pio, felice, augusto, padre della patria, trionfatore: ideale cui finsero dacché furono colti al fascino delle glorie del primo Buonaparte, ideale a mo'di quello di Dante e del Segretario fiorentino, la incarnazione del quale è un voto da pazzi perché monarchia è negazione di libera libertà.

Eglino ebbero V. Monti, buffone politico contennendo,ultimo sacerdote delle muse della Mitologia, turiferario della Cisalpina, del papa, del primo Console e dell'imperatore.

Ebbero fra Silvio Pellico, il quale ricorse per le vie del coturno alfierano, e fece il Bruto coll'anima di coniglio cattolico, apostolico e romano.

E né lui né Alfieri colle loro tragedie cavarono un ragno dal muro. In secoli ne' quali l'azione del principato e della plebe popolesca de' suoi schiavi s'intinge di dommatico da quella delle leggi e delle consuetudini; in secoli ne' quali lo spirito di emancipazione soffiato in quegli schiavi non ancora si rivela dalla loro coscienza, non dalla scienza, non dagli esperimenti rivendicatori del jure umano proprio di ogni uomo, fatti con perfetto organamento degli argomenti che adducono ad intendimento si alto; in secoli ne' quali il malessere si sopporta codardamente dall'universale e 'l benessere spaventa e rende antropofago il particolare; in secoli ne' quali per eroismo s'intende assassinio e non si ha il coragggio né dell'uno né dell'altro; in secoli ne' quali Dio è un mito e 'l nostro pianeta una galera di eunuchi a servizio di pochi infami, e si adora quel Dio meno di costoro, si teme meno di costoro e meno di costoro si serve; in secoli ne' quali la scimmia o 'l mandrillo con la volpe e la iena sono la perfettissima immagine dell'uomo civile; in secoli ne' quali l'uragano delle passioni giganti non iscoppia perciò incatenato dalla monarchia impaurita e vigilato dagli schiavi allo stipendio di costei; in secoli ne' quali il concitato dinamismo dialettico di fatto non segna formulato il concitato dinamismo dialettico di principio, e quindi non vi ha il prestigio del pensiero e dell'azione drammatica di tutta umanità; in secoli finalmente nei quali la somma delle supreme virtù morali e cittadine non risplenda in un grande popolo liberamente libero, il cui genio s'ispiri a tutte le prove solenni della natura, alle estrinsecazioni di una lotta ciclopica fra i propugnatori delle dottrine dell'io ed i campioni di quelle del noi, ovvero fra tiranni (pochi) e gli schiavi (maggioranza assoluta del genere umano), e che a codesto popolo non appartenga lo pintore delle stesse, di sublimi e di vere tragedie non ne avrete mai.

E, se ne avrete, saranno una imitazione più o meno perfetta di quelle degli scrittori fioriti in governi repubblicani all'apogeo della fortuna e cultura loro; e, se ne avrete, faranno 'l effetto di una stupenda finzione retorica; e, se ne avrete, gli schiavi civili le leggeranno per avere argomento da eccitare le pigre e lasse fibre di femminiera sensualità e forse per avvezzarsi ad assistere impassibili alle infamie cruente de' tiranni di corona. Le tragedie d'altronde segnano l'epoca di pericolo, di decadimento, e di estinzione della libera libertà.

Incomparabili quelle dell'epoca di pericolo; ed Eschilo ed Euripide hanno il vanto di creatori inimitabili. Affetate in quella di decadimento, e ridondanti di arguzie, che accennano al regno dalla commedia corruttrice e della satira mordace; cadaveri imbalsamati ed in lussureggianti vesti trapunte in oro in quella della schiavitù.

Seneca è tragico? Pro forma passi; ma ch'ei colorisse attingendo alla tavolozza a cui tolse la magia delle sue scene il genio della libera libertà greca, né noi né chi s'intenda di questa maniera di cose mai lo porla sostenere. Frattanto i tragici greci non impedirono la tirannide di Pericle e quella di Alessandro di Filippo Macedone, che involse nella sua la ruina delle elleniche libertà; e Seneca co' suoi furori tragici non ispense il cesarismo affinché rifiorisse una repubblica impossibile.

Nè Schiller pe' tedeschi ottenne di più di quello che colle loro tragedie ottennero pe' francesi i tragici della corte di Luigi XIV. E quanto diciamo de' tragici s'intenda detto eziandio degli oratori, de’ filosofi, ec.

Per la qual cosa Vittorio Alfieri inorridiva a villani trionfi repubblicani della plebe parigina, egli, il tragico; e si toglieva d'entro Firenze perciò non lo infangasse la sozzura della plebe repubblicana educata alla scuola de' Medici e de' Lorenesi.

Poi si vantava per nobiltà di lignaggio, alla quale attribuiva tutte le perfezioni divine; ed in questo mezzo tempo surse la tirannide, unica delle tirannidi, quella del fondatore della dinastia buonapartesca. Giù a terra subito i mascalzoni dal beretto frigio, ché il primo Console della serenissima repubblica de' caponi è diventato Cesare di corona.

Si calmi dunque il tragico iroso della vinifera Asti, il sor Marchese Alfieri. Fra Silvio Pellico uccise l'impero napoleonico o l'impero hubsborghese con la Francesca da Rimini e con la Ester d'Engaddi? No, perché Francesco I allo Spielbergo gli tolse la frega di sognare delitti scettrati e vendette popolari.

E, povero Silvio! a lui, che non era buono da uccidere manco una mosca, a lui doveva toccare lo Spielbergo come a reo di maestà, a lui che scrisse Le mie prigioni da fra servita, (furono uno zuccaro prelibato pe' padri della famosa Compagnia tra quali aveva un fratello al pari di M. D'Azzeglio) proprio a lui che recitava il rosario colla marchesa di Barolo!

Ebbero Piero Maroncelli, a cui la chiericia romana aveva dato i primi lumi di sapere ortodosso. Piero, commentando Le mie prigioni dell'amico Silvio, ed aggiungendo del proprio, da nel metafisico.

Si aggira per il campo della filosofia della storia esplicando a suo modo la ragione degli avvenimenti di umanità pensante, sensibile ed attiva significati dalla letteratura; e s assottiglia per creare nuova scuola a cui applicare di certe forme da lui coniate di fresco per esprimere la natura e gl'intenti della vecchia. E una critica che ricopia il bisogno d'innovare con modi al tutto permessi dalla Polizia monarchica e dal Galateo aristocratico; e la critica nacque e poi mori: non se ne parla più né di essa né dell'ottimo Piero.

Ebbero medici di gran fama, patrioti anch'eglino dello stesso stampo; e Rasoci non vide lo Spielbergo: stette a casa attorno gli ammalati fisici, veduto che fu tutto tempo perso aver cercato di guarire gli ammalati politici e sociali.

Ebbero giuristi sovrani; 'l Romagnosi autore della Genesi del diritto penale compie' l'opera Dei delitti e delle pene dell'immortale Beccaria; col suo vasto e ponderatissimo trattato sulla costituzione politica e sociale degli stati allargò e perfezionò lo Statuto del Buonaparte e di Sevez.

Ma questo ultimo lavoro che abbraccia anche tutti i possibili contingenti della vita politica e sociale di un popolo, di una nazione e di una razza qualunque, e che li subordina alla ragione suprema della personalità giuridica, fatalmente s'informa alla speculazione giuridica della patria podestà de' Quiritidi; eppertanto riconosce per uomo chi possede, quantunque dalla complessiva ragione de' suoi pronunziati paia tradire timidamente la idea della universalità di suffragio.

È un trattato al quale non possono guardare. sdegnosamente né principato né repubblica; conciossiaché insegnando a costituire con più di giustizia e con più di rispetto al giure imprescrittibile ed inalienabile dell'uomo individuo e collettivo che non facessero i costituenti inglesi e francesi, si avvicinasse più. a modi ed a fini degli Statuti costituzionali di America e di Svizzera, quantunque dedotti anch'eglino dallo spirito quiritario modificato alla condizione politica e sociale degli uomini di si liberi governi.

Il Romagnosi costituì meglio che non abbiano costituito nella fine dello scorso secolo i Pagano, i Coco, i Russo, e tanti altri stiracchiatori di platonismo e di aristotelismo repubblicano.

Il Romagnosi riassunse nel suo trattato costituzionale quanto rinvennero ed applicarono di meglio gli antichi e nuovi legislatori de' popoli; messevi dentro molto del proprio; e tutto compose a meravigliosa unità di principi, di mezzi e di scopi. Sta bene. Peraltro aveva la monarchia ne' lobi cerebrali e fra le pieghe del cuore. Sagrificava al principio di autorità. Non vi confondete: era giurista; e nessuno più de' giuristi predica inculcando cieca obbedienza all'autorità delle leggi.

Ognuno serba in credito la roba sua. E se in Italia è avvenuto quel che avvenne, ed avviene quel che avviene, e si fece quel che si fece, e si fa quello che si fa per cambiarla in vassallo od in baldracca di qualsiasi tiranno di reggia o di piazza, riferitelo tutto a questa lue di dottori in Bure utroque per gingillare umanità pecorona. Tandem Romagnosi sapeva fare uno Statuto come Silvio Pellico una tragedia e Piero Maroncelli una storia critica, ma non sapeva fare un popolo, né si curò di saperlo.

L'infame Paride Zajotti, che fu suo discepolo, briccone matricolato, ribaldissimo, nel processo aperto contro di quella fulgida onoranza della scienza e della virtù, fu spia, e ad un tempo giudice e boia per conto d'Austria, uomo, quanto i suoi confratelli sparsi per tutti gli uffizi polizieschi dell'impero di questa, sofficcone, procacciante, ingordo, voltafaccia, ec., ec., (); Paride Zaiotti, brutta contraffazione de' discenti dell'illustre figliuolo di Sofonisba; Paride Zaiotti adulatore dell'ortodosso A. Mazzoni (premiato di 12mila lire all'anno dal cattolico popolo italiano), e perfino calunniatore di qualunque altrettanto celebre scrittore di romanzi storici che olezzassero di patriotismo puro e quindi rompessero lancie contro ogni natura di tirannide in bautta di principio di autorità (scrisse e fece imprimere un libro intorno alla letteratura romanza); Paride Zaiatti conferì a rendere vieppiù santa e veneranda la memoria di tanto uomo e vieppiù sconsacrata e maledetta la sua (). E que' del Conciliatore ebbero pure il conte Giovanni Arrivabene, che col conte Porro Lambertenghi e con qualche altro si potè levare fuori di patria da fuggiasco esiliando per terre straniere. Ottimo messere il conte mantavano; ma col cuore nel principato, non esercitò liberamente la testa a costituire Italia una per un monarca che fosse puta la Fenice dei re, un re galantuomo, un caporale dei zuavi e quanto altro di meglio può inventare la feconda fantasia de' sette sapienti della scuola turiferaria del principato. Una cosa buona fece senza saperlo. Applicò l'ingegno agli studi della scienza economica allargando le idee degli scrittori del Caffè ed ordinandole a principi di Smith.

Bene. La economia politica è la sola pittura storica veridica più viva e più bella delle cause precipue della trasformazione degli ordini politici e sociali della vecchia costituzione degli stati. Dessa sola rileva la quantità, la natura, la fazzione e 'l modo progressivamente più perfetto degli argomenti che operano questa trasformazione.

A lei quindi dobbiamo la conoscenza del presente indirizzo delle attività de' popoli civili verso l'utile reale o benessere materiale maggiore e migliore possibile; e quindi ancora la giusta interpretazione de' motivi della lotta di pensiero e di azione fra concentratori ed assorbenti (feudalità di corona o di beretto frigio informata al giure quiritario de' padri Albani) ed i discentratori ed espansivi (democrazia ex-lege per essi, e per la scienza del giure giure unica legittima sovranità): lotta, che da una parte significa l'estremo della immoralità de' violenti per il giure della forza, il cui esercizio è prescrittibile ed alienabile; e dall'altra il più toccante spettacolo della virtù del lavoro illustrata da privazioni, da abnegazione e da martirio intellettuale, morale politico e sociale.

La economia politica annunziò il massimo e 'l migliore de' coefficienti della ricchezza essere libera libertà sociale, la quale implica necessariamente libera libertà politica, negazione di giure accentrativo ed assorbente; e dirselo conta dell'enunziato indirizzo de' motivi di codesta lotta, convinta del trionfo vicino delle ragioni del lavoro su quelle dell'ozio consumatore o della maggioranza assoluta degli uomini produttori stilla bieca e ladra minoranza de' consumatori antropofaghi.

E poiché le ultime conclusioni della medesima scienza sono libertà, libertà, libertà, libertà in tutti e per tutti ed in tutto e per tutto, il conte Giovanni fece da uomo savio consacrandovisi in Brusselle.

Per altro avrebbe fatto meglio se avesse avuto minore zelo teorico e maggiore attitudine pratica, ché uno può essere un dottissimo e profondissimo economista e non essere buono a produrre la più piccola fortuna.

Quella mente acuta ed arguta, vastissima e solertissima di Carlo Cattaneo, quell'immenso cuore di Carlo Cattaneo, quell'incomparabile buon senso pratico di Carlo Cattaneo si piacque forte della Dinamica.

Sceso dalle teorie economiche e politiche, nelle cinque giornate di Milano affermò libera libertà economica per libera libertà politica e viceversa, cioè affermò l'autonomia sovrana dell uomo individuo; affermò virtù discentrativa e d'indefinita espansione; affermò l'uomo e 'l suo diritto, l'uomo e le sue mani, l'uomo e i suoi prodotti, l'uomo e la giustizia distributiva e commutativa, l'uomo e la vita vera; l'uomo e l'obbietto dell'attività dell'uomo ().

Quindi Cavour doveva farlo segno a poveri strali spuniati della politica di accentramento e di assorbimento. Cattaneo non era Arrivabene.

Austria, che non poteva pensare differentemente da Cavour, Austria amnistiò l'innocuo pubblicista conte Arrivabene, che corse a visitare quasi ogni anno i patri lari mantovani.

Per noi Austria fece male a non nominarlo Consigliere Aulico fregiandolo del titolo di cavaliere della Corona di ferro di La Classe; e fece molto bene Savoia onorandolo ed accarezzandolo.

Scomettiamo che ne farà un senatore fossile ed un cavaliere senza paura!

Ebbero altri non meno illustri e commendevoli per patria pietà; ma nessuno meglio dell'ab. Parini seppe scegliere materia più accomodata al tempo plasmato dalla tirannide napoleonica onde ritirare gli animi dal lezzo del servilismo della vecchia e della nuova aristocrazia, remora funesta al progresso dello spirito emancipatore ed equatore.

Per quel tempo il Sermone (specie di Satira urbana condita di sali attici, dotta di uomini e di cose e diretta a scovrire grandi viltà e grandi delitti politici e sociali, valeva più di ogni cospirazione e di ogni congiura. Gaspare Gozzi, vivacissimo veneziano, quanto questo santissimo lombardo, emulò felicemente Orazio, Persio e Giovenale.

Forse entrambi li superarono perché, ispirandosi all'amore dell'universale degli uomini anzi che a quello della plastica libertà quiritale o monarchica, contrapponevano l’adempimento del debito di reciprocità alle arroganze superbe del vizio dominante ed infuriante ne' potenti oppressori.

Cionondimanco neppure Panini disegnò un modo di rinnovamento italico il quale avesse per base la reintegrazione dell'uomo nell'esercizio diretto delle sue attribuzioni sovrane.

Gli uomini del Conciliatore, e quanti furono involti ne' casi tristi del ventuno non erano discesi ne' visceri del popolo: rimasero nell'atmosfera ammorbato del gerarchismo e della egemonia. Certo non fecero prò per il popolo le loro inconsulte ed eterne cospirazioni e congiure massoniche convergenti alla gerarchia ed alla egemonia principesca.

Imitatori loro, que' del trentuno si spinsero settariamente al moto iniziandolo con un arciduca d'Austria duca di Modena e con due napoleonidi! Il primo, per la Casa, capospia delle corti e degli uomini in fama di novatori, e gli altri in vena di risollevare per conto proprio l'aquila caduta a Waterloo colle mani de' nostri, trattarono da quel ch'eran i balordi che credettero loro. Dopo i casi delle Romagne la storia patria registrò due interventi contemporanei, l'uno dei cesariani e l'altro de' francesi sulle terre italiche; le geste della forca da Modena al Tronto; e l'esiglio de' più fortunati.

E dal ventuno e dal trentuno il popolo italico non fece nulla da sé e per sé perché, non partecipe degl'intendimenti de' sommovitori, ed ignaro de' mezzi che si erano proposti di adoperare per raggiungerli, non aveva causa ragionevole di novità. Il popolo non si muove se non per un perché limpido, un perché che gli dia lavoro e pane, un perché che gli dia pace e sicurezza, libertà ed amore.

E de' massoni, carbonari, calderari, ec., ec., che corsero il tribolato sentiero dell'esiguo lungo questo periodo di tempo, pressoché ogni regione italica ne diede la sua parte.

Noi si è già detto che, quantunque avessero in cuore il principato costituzionale di stampo straniero, pure la testa loro fosse veda di ciò ch'è richiesto per ordinare ad azione simultanea e collettiva le singole virtù italiche (precedentemente emancipate dal principio di autorità mercé la scienza dell'adempimento del debito di reciprocità e dell'esercizio diretto del giure imprescrittibile ed inalienabile di ciascun nonio) affine di costituire con ragioni ed elementi nostri un modo di unità principesca o repubblicana, la quale rispondesse alla condizione de' bisogni particolari e comuni del paese ed all'indirizzo della odierna civiltà.

Quindi, ch'esulando, recavano seco un ideale indefinito di patriotismo di fondo monarchico inverniciato di libertà, ch'era la incognita a cui il tempo spingeva consci ed inconsci.

Noverare e giudicare quanti e quali temi svolgessero nelle varie parti della terra da essi corse rammingando, e quali e di quali frutti sieno state le geste loro, se non è abbastanza noto all'universale e se non è stato riferito fedelmente o senza amore di parte, non è compito nostro ritessere queste vecchie orditure.

Ci sembra invece prezzo d'opera rammentare che ciascuno di loro sfogò passioni acerbissime colorendole de' colori politici del governo del paese a cui riparò e nel quale dimorò, salve le forme proprie della fatta particolare dell'ingegno, degli studi, della lingua paesana. E chi era nato alle muse e chi alle lettere e chi alle scienze politicava più o meno liricamente, più o meno logicamente, e quindi più o meno utilmente.

E se erano uomini di azione, purché vi fosse da menare le mani in qualche rivolgimento, non tenevano punto a discutere se desso avesse obbietto di perfezionare l'esercizio diretto o delegato de' diritti in ordini di governi monarchici o repubblicani o di reintegrare altrui nell'esercizio stesso o di porre un principe od un presidente di repubblica in luogo di un altro o di far prevalere un partito sovra un altro.

Eppertanto in breve volgere d'anni e que' del ventuno e que' del trentuno significarono differentissimi ed oppostissimi principi politici e sociali; e quindi ciascuno, a tenore di quello che professava, intendeva ad educare di lontano i cittadini della regione natia.

D'onde nacquero in Italia le differentissime ed oppostissime guise di parti che dal trentuno in poi la serbarono divisa, quantunque per accidenti estranei affatto alle ragioni di quegli esuli, delle moltitudini ch'eglino così educarono, e de' principi che le tenevano in cavezza, dopo il Due Decembre napoleonico assumesse aspetto di unità, la quale fu al tutto monarchica. Imperocché fin dal quarantasei, e più in ispecie lorché nel quarantotto i proconsoli coronati d'Austria costituirono la penisola, colti all'improvviso ed impauriti dal moto procedente dal Vaticano, gli esuli, quanto prima rividero le singole ragioni loro, riconoscessero la parte propria al tutto debole e tutte insieme affatto disformi le une dalle altre, e nessuna bene nota o preferita dall'universale de' cittadini assoluta mente nuovi a principi che propugnavano ed a fini a quali contendevano, e tutte sospette, vigilate e screditate paternamente dalle indettate Polizie del monarcato in maschera costituzionale; eppertanto, fatto di necessità virtù, ognuno mirando allo scopo della parte sua, volgessero al pontefice (archetipo di principato assoluto si religioso che civile), indi a que' proconsoli in genere, e finalmente a Savoia in ispecie, veduto che né papa, né principi borbonidi, ned habsborghidi, avevano concepito come quella la idea stupenda che Italia fosse uno carcioffo da divorarlo una foglia alla volta.

Lo che non sarebbe avvenuto di certo se negli esuli non vi fosse stato quel fondo monarchico del quale si è detto, e se Io studio dell'andazzo dei tempi li avesse fatti accorti del bisogno di fondersi tra loro e di seguire un programma comune da svolgere con prudente apostolato che attingesse vigore dalle ragioni dell'umano progresso e dalle necessità della patria Italia.

Non avendolo fatto a cagione del difetto ne' più di quello studio per il quale avrebbero conosciute e ricopiate le ragioni del progresso umano, e perché non seppero mai delle vere necessità delle moltitudini de' nullabbienti (maggioranza assoluta della patria stessa) sapendo ciascuno soltanto di ciò che sentivano e desideravano gli uomini della sua parte (erano quella pasta di giovani de' quali toccammo più in su) e nella regione particolare in cui nacque; e per giunta irasturando la materia delle riforme sociali per la quale avrebbero potuto signoreggiare delle forze vive della nazione e contrapporle alle tirannidi interne ed esterne, logicamente ne veniva che gli sforzi loro naufragassero offendendo nei scogli del principato.

Di fermo la maggioranza non fu per nessuno di essi in particolare: fu pel pontefice, pe' principi in genere, ed in ispecieltà per il Signore di Savoia, ch'eglino stessi deificarono siccome egemone.

Nel quarantasette e nel quarantotto la maggioranza non li conosceva per essersi stranati dalla patria da tanti anni. Non li conosceva perché la causa del loro esiglio non era stata la sua; oavvegnaché eglino facessero moto da se, per setta, con ragioni privilegiate, mezzo arcane e quindi esclusive.

Non li conosceva perché da paesi stranieri ove dimoravano corrispondevano cogli ordini de' cittadini nostri, i quali di principio e di fatto sovraneggiavano, e si avevano seco col linguaggio di chi ordina e paga, e non con quello che istruisce, ugualia, affratella, fonde, unisce, e coopera ad intento comune. E da ultimo non li conosceva perché non iscrissero mai per essa, e perché, se l'avessero fatto, non era capace d'intendere ned aveva tempo di badare alle loro teorie, dottrine e discipline, fosse pure stato permesso di studiarle liberamente e fossero state tutte dirizzate a svolgere un solo pensiero.

E se tali erano gli esuli, quali fossero stati que' che vissero allo Spielbergo e nelle galere allobroghe, pontificie e borboniche dopo il ventuno, il trentuno il trentatré e! quarantotto e quarantanove, non cade dirlo.

Privi di relazioni e di opere che gl'informassero di ciò che avveniva dentro e fuori d'Italia, ciascuno inteso d'amore per il principato e di odio inestinguibile verso il principe proprio, eglino respiravano vendetta contro costui, e volevano trarla col mezzo di qualche altro despota vandalo od ostrogoto; e nulla più volevano, e nulla più sapevano volere.

La somma è che il poeta piemontese, Berchet, il quale dall'esiglio apostrofava cosi re Carlo Alberto di Savoia: esacrato Carignano nel quarantotto gli fu a piedi. E 'l conte di Santarosa, che gioì di essere assunto all'ufficio di Consigliere della Corona costituzionale di quel principe, era fratello di Santorre caduto nell'isola di Sfacteria di rimpetto a Navarino pugnando contro le coorti egiziane d'Ibrahim a pro' dell'Ellade risorta al grido Cristo è risorto (Kpiaroc; avícrro eccitato dalla politica cosmopolitica russa, tradotta inconsapevolmente ne patri carmi dall'incomparabile Riga, e rappresentata dall'ambiziosa famiglia degl'Ipsvlanti, insuflati da Capodistria (tutti articoli di monarcato), di Santorre colonnello, di Santorre vittima della condotta dannata del medesimo principe nel moto del ventuno.

Antonini, piemontese, che nell'esiglio apparve seguire coscienziosamente parte mazziniana, giunto a Genova su nave e con pecunia francese per generosità di A. Lamartin in compagnia dei pochi ed insieme di tutti quelli i quali all'appello di G. Mazzini accorsero alla guerra per la Santa Causa, alla intimazione dell'italianissimo governo sardo di sciogliere la legione de' gauchos sotto il suo comando, nel quarantotto rispose mettendosi sotto il vessillo dell'esercito regio.

Il piemontese Gallenga dal tentato e confesso regicidio, l'anima stessa di Melegari, a Londra diserta la bandiera di Mazzini; si affretta all'apostolato regio; entra nel Parlamento subalpino; n'esce per tornare sul Tamigi e per ripartirvi corrispondente del Times e per dir corna al nostro terribile Cromwell suo antico maestro e duce, e cose grate e mirabili dell'egemone coronato de' negozi bellici per diventarlo de' politici e sociali d'Italia.

Non tocchiamo manco di Cavour piemontese. Cesare Balbo basterebbe a dimostrare quale fosse l'intimo pensiero de' patrioti subalpini se non avessimo pre' V. Gioberti a provarcelo senza covertele.

L'Abate, esule, che da un indigesto eccletismo filosofico metafisico, ontologico, politico, giuridico e morale, raffazzonato a scienza enciclopedica, tolse argomento di rifare guelfamente la patria mediante l'aspersorio del papato e la spada del principato, da Losanna, ove sgobbava patrioticamente con F. Boni, nel quarantotto cala in Piemonte, e gareggia con Pinelli e Rattazzi a cui meglio riesca di far trionfare l'antica politica del conte De Maistre per ingrandire il reame sardo.

Il conte Pellegrino Rossi, dopo avere maestrevolmente operato la trasformazione della Costituzione elvetica (pure intinta di centralismo, benché temperato dall'azione collettiva de' rappresentanti delle singole repubbliche cantonali) va a Parigi, e da Luigi Filippo riceve la cattedra di Economia Politica; da lui è nominato ed inviato ambasciadore appo la Sedia Apostolica; intriga perché il Paraclito scenda sulla zuca di Giovanni Mastai-Ferretti, pontefice secondo il cuore di re Luigi Filippo stesso; amico del pontefice, risegna l'ufficio di ambasciadore per assumere quello di Ministro dell'amico suo; ed ei, educato alla scuola monarchica del modanese, e parimenti innamorato di federazioni, ei che tanto fece per la elvetica, si diede a tutt'uomo perché Italia risorgesse una federalmente con reggimento monarchico e non repubblicano. In questo senso ruppe le uova nel paniere di pre' V. Gioberti, che trafficava per quel forte reame dell'alta Italia, il quale un anno dopo fini coll'ingresso de' cesariani nella cittadella di Alessandria: gloria illustre che di costi A. Rattazzi si procacciò, non minore di quella derivatagli dalla tresca unitaria del napoleonico Aspromonte e della napoleonica Mentana: gloria che ogni onesto veggente chiama con altro nome, benché il corrispondente fiorentino del Dovere del barone V. Caprara oggi (30 giugno), forse equivocando fra scopo politico e scopo finanziero, riferendo in proposito la opinione della Opinione, che non l'attribuisce più a lui sibbene a due suoi gabinetti, soggiunga che questo diario «parlando di Aspromonte e di Mentana rende almeno giustizia all'uomo che ne fu vittima ().

E G. Ferrari mente sublime, filosofo spettatissimo, virtù privata e pubblica onoranda su qualunque altra, benché propugnasse federazione repubblicana, ei, che, quasi adorando la grandezza dell'uomo individuo, operò sempre per rinnovarlo nella sua autonomia sovrana, lasciato Francia, ov'ebbe cattedra di Filosofia e fama eminente, discese in Italia a giurare fede al principato costituzionale in bautta di unitario.

E che abbiano fatto gli esuli politici reduci dalla Spagna, puta i Durando (piemontesi), Cialdini (modanese), ec., e' ve lo possono dire i galloni di generali da essi guadagnati militando pel signore di Savoia.

E lo stesso P. Giannone, l'autore dell'Esule, l'amicissimo di G. Mazzini, vecchio e venerando professore di contraffatto repubblicanismo quiritario, fu inviato a Parigi Segretario dell ambasciata Toscana da governo principesco, il quale, imperando Guerrazzi, disdegnò il matrimonio colla repubblica romana, perché, diceva lo stesso Guerrazzi (Don Arlotto Mainardi, ec.) sarebbe stato simile a quello che si contrae in articulo mortis.

E chi lo potrebbe credere?

Quel G. Mazzini, il quale, analizzate le cose di que' del ventuno, e ciò che accadde nel trentuno, apprese e si convinse essere impossibile venire alla unità repubblicana alla foggia di quella de' Quiritidi fidando nell'animo de' principi; eppertanto, voltosi alla gioventù da noi già rilevata, e non agl'idioti ed a plebei, con settaria tenebrosità s'industriò di farla leva per atterrare la monarchia: quel G. Mazzini, il quale, senza il popolo, con quella gioventù corrottissima ed ignorantissima presumeva di legare in un fascio tutte le famiglie politiche d'Italia, apponendovi la leggenda Dio e Popolo: quel G. Mazzini che, alle male prove messe di fare insorgere il nostro, da lui repubblicano non curato e quindi non istudiato mai, ricorse all'alleanza de' popoli stemperandosi in un cosmopolitismo politico manco per difetto di studio e di organamento delle forze produttive o degli elementi della vita sociale: quel G. Mazzini che fece morire più che nascere campioni della sua fede: quel G. Mazzini, venne in Italia nel quarantotto senza gente e senz'autorità. Ei trovò tutti i figliuoli della Giovane Italia attelati sotto le bandiere del principato, tranne qualcheduno, che pure pochi anni dopo giurò fedeltà al principato costituzionale unificatore.

Gioberti e Cesare Balbo tenevano il campo. Solo, e dopo l'armistizio Salasco, qualche ragazzo profugo dalla terra natia ricorsa da cesariani o rimessa all'usato giogo de' padroni rinvenuti dalla paura de' moti inconsulti di quello e de' due anni precedenti, si ricordò che se non si poteva fare un'Italia una principescamente, lo si avrebbe potuto repubblicanamente li per lì.

Ed i pochissimi, i quali non avevano avuto alcuna sorte di compromissioni monarchiche, incominciarono a tirare colpi contro il principato, a sublimare la vita repubblicana, ed a chiamare a raccolta la gioventù per piantare il chiodo frigio nel cranio coronato del signore allobrogo, bandito, s'intende, come traditore della santa causa.

Allora vennero fuori i vocaboli per lo avanti ignoti di albertisti, di giobertiani, di clericali e di mazziniani. Gli albertisti alla loro volta, forti del numero e della universale ignoranza e servilità politica, regalavano il titolo di austriacanti a quanti non s'achetavano alla ragione della politica egemonica del principe allobrogo.

Gli albertisti erano i più spettati e seguiti dalle moltitudini cretine. Fra loro il nerbo de' mazziniani da G. Mazzini lascia ti a discrezione della politica di re Luigi Filippo applicata sagrestanamente ad Italia dal pontefice diretto da P. Rossi e riflessa da Savoia, la quale abilmente profittò della fede neoguelfa ingerita negli animi dal Primato di pre' V. Gioberti: fede che si confaceva appuntino col principio di autorità religiosa e politica de' principi e de' popoli perdutamente cattolici: fede d'altronde, la cui obbiettiva non guastava pe' principi, e se ne andava colla ragione obbiettiva dell'azione della odierna civiltà, e quindi con quella de' popoli.

Alla diffusione di questa fede conferirono le cause seguenti. Prima, la condotta perfidiante del principe pontefice, che colla Enciclica de' 29 aprile di quell'anno disertò scovertamente e sfacciatamente dalla causa nazionale, legittimando cosi ciò che i monarchi di Toscana e di Napoli andavano mulinando acciocché Austria la spuntasse; e quindi la rivoluzione, che la immaginazione degl'ignoranti individuava nella casa di Savoia, venisse spenta.

Dopo, le lettere famose di G. Mazzini al pontefice ed a re Carlo Alberto, le quali, mettendolo in flagrante contraddizione colle sue teorie politiche anteriormente bandite e propugnate, causarono cosi il facile, non pericoloso ed utile trovavarsi de' suoi da quelle, che contendevano ad unità repubblicana, nelle giobertiane, le quali serbavano divisione e domandavano lega italica per indipendenza a favore (non lo diceva, ma a questo operava). della egemonia del padrone di casa. Indi, la ignoranza e la inerzia conseguente della maggioranza paesana che, non chiamata a tempo a partecipare della ragione e de' sperati effetti del moto di un bastardume di gente di uomini di opposti principi e di fini politici opposti; e d'altra parte abituata fin là a reputare Casa d'Austria invincibile perché nella sua mente era che fosse protetta dalla Madonna, dalla quale i preti gli avevano fatto credere procedesse dirittamente, se non buffonava, era rimasta impassibile a predicozzi, alle lusinghe ed alle geste di controsenso de' paladini delle autonomie, delle leghe principesche e della indipendenza.

Singolarissima cosa 'l L'unitarismo repubblicano di G. Mazzini, il solo il quale prepotesse per ragione di principio e di obbietto, sfasciò dileguando per ragione di mezzi innanzi ad un moto non iniziato da lui, che pure ne aveva iniziati parecchi sagrificando in ciascuno più vittime che non ne mietessero Austria e tutti i nostri principi suoi proconsoli dal ventuno al quarantotto!

Non valse a quest'uomo lo impennarsi contro Savoia sconfitta co' rimastigli fedeli, non tutti di mente da prevedere che difetto di organismo e di pecunia da parte sua, accopiato a legittima indifferenza da parte delle moltitudini a quanto loro prometteva, deponevano irrevocabilmente contro la guisa de' suoi ordini e de' suoi conati sempre forieri di lutti.

Ei si vide respinto ne' suoi caporali dal Dittatore delle lagune (redivive repubblicane per convenienza politica del momento). E G. Garibaldi, venuto di America colla scienza della Giovane Italia e del suo Apostolato, quando tentò di richiamare in vita la santa causa, messa in cataletto dalle armi imperiali e regie, raggranellando qualche manipoli popolari, si accorse che né egli né Mazzini avevano la scienza del popolo, né il popolo la scienza loro. Riurtato e fulminato fra le forre e le creste montane di Val d'Intelvì, odiato e derelitto da regi, non aiutato dal popolo che non lo conosceva, balzato in svizzera, trabalzò a Genova colla sua spada sola a raccogliere le ovazioni del Circolo Italiano presieduto dall'arcigno F. Boni, a cui venne in testa di scegliere Venezia per costituire Italia, col Mezzogiorno tornato in più dura servitù; col papa rilasciatosi in grembo de' cesariani; col Piemonte avverso e pronto a porsi anche col diavolo piuttosto che subire le conseguenze della politica repubblicana; e con Leopoldo di Lorena ed il pontefice da Gaeta intesi a rifarsi colle industrie della nobiltà toscana e della chiesa, la quale in breve riguadagnò loro le moltitudini capone e deditizie.

E neppure da F. D. Guerrazzi ebbe accoglienza la sua proposta di fondere Toscana con Roma per improntare uniti dalla centrale contro quanti dalla Italia superiore e meridiana ci venissero ad aggredire, e per rispandere il moto unitario dalle Alpi al mare.

Troppo tardi, stando le cose nella condizione da noi esposta finora. Infatti, con misera ragione politica e con più misera ragione militare ei destò sedizione e rivolta nella capitale ligustica, stimando che uno piccolo sforzo di uomini,. benché parati ad ogni prova, non appoggiati da nobiltà, non da crisocrazia, non da mercadanti, ec., bastassero a spegnere principato e ad improvvisare repubblica.

Il generale Avezzana (piemontese monferrino) sotto i cui ordini supremi quello sforzo era stato messo, accettando l'ufficio di scavezzare il collo al figlio dell'uomo coronato del ventuno e del trentatré, diede indizio di non conoscere né Genova ned Italia, né la natura de' principi né quella de' popoli, né ciò ch'era possibile conseguire in que' momenti di stupore imbecille de' più e di fremito vesano de' pochi de' nostri, né ciò che richiedevano le' manifeste aspirazioni della civiltà.

Ed Alfonso Ferrero della Marrnora, più cattolico del papa e più regio del suo principe, e quindi italianissimo a prova di bomba, lo ammonì bombardando e prendendo la città, non ribelle ma in preda di pochi ribelli, che anche agli Stati Uniti di America repubblicana si comprimeva le matte ribellioni e si sottoponeva i ribelli alla legge di maestà.

Quindi a quel generale ed a forsennati del provvisorio repubblicano fu gran ventura fuggire e poter far le fioche al giudizio che li dannava del capo una a G. Mazzini. Quindi a G. Mazzini falli in tutte le parti la speranza di avere dalla sua i nepoti degeneri delle repubbliche marinare d'Italia.

Che si poteva aspettare dagli eunuchi del principato feudale? Dopo la Enciclica del 29 aprile il pontefice aveva perduto ogni prestigio innanzi a repubblicani, siccome l'egemonia principesca del Piemonte, dopo la prima Custoza, l'eccidio scellerato di Brescia e la sconfitta, il sacco e la dispersione di Novara, si era affatto perduta innanzi a quelli ed innanzi a pochissimi sinceri, caldi fautori e battaglieri di principato costituzionale, appartenenti alle regioni italiche che si erano commesse alla fede ed alle armi sue senza patto alcuno.

Quindi il pontefice fuggi codardamente ed incostituzionalmente dalla contessa di Spaur lasciando Roma a cui la volesse; e Vittorio Emanuele di Savoia dopo il 23 marzo, non festeggiato di certo, fraccorse le vie della sua capitale per andarsi a chiudere nel castello di Moncalieri: peraltro conservando di fatto la Carta costituzionale del suo reame.

Peraltro a Genova non fu possibile sollevar la bandiera di S. Giorgio perché là il principe costituzionale stette in casa; e pugnò contro chi lo tentò; e vinse.

A Roma fu conveniente quanto eralo stato a Venezia dieci mesi prima, anzi fu necessario proclamare la forma di governo repubblicano avvegnaché non vi avesse più ragione nemmeno di tollerare la monarchica dopo l'esperienze tristissime dell'anno precedente e di quello.

Ma quali gli uomini che la fonderebbero? quali sarebbero i loro provvedimenti per le cose della pace e della guerra? quali argomenti favorevoli potrebbero accampare per sostenere ch'eglino resisterebbero alla riazione interna d'Italia ed esterna di Europa coronata, avviata a vendette di sangue e di pecunia?

Gli uomini erano i medesimi che indarno la mestarono a Venezia per avere Manin e la sua repubblica dalla loro; erano i medesimi che fecero le tristi novità liguri; erano gli stessi che travvolsero il pontefice ne' passi della fuga; erano gli stessi che, militato poco prima pel principato in numero scarsissimo, s'erano volti a Roma, non per repubblica romana, e per avventura neppure per italiana (siccome scrissero i due nobili Morosini e Casati quasi volessero togliere perfino la più lieve ombra di sospetto che i legionari, guidati dal nobile lombardo Manara, ivi pugnassero per la causa del popolo o della libera libertà anziché per la indipendenza d'Italia!! A Roma ed in que' tempi!) federale e monarchica.

E se vi aggiungi qualche dilettante di fucilate umanitarie e cosmopolitiche venuto di fuori e qualche speculatore di baraonde politiche, tutto sommato, di battaglie italiche ce n'erano da contarle sulle dita.

Il papato non aveva fatto soldati, aveva fatto sbirri; non aveva fatto cittadini liberi ed aperti, aveva fatto schiavi e simulatori finissimi; non aveva voluto ingegni da unire; aveva voluto cospiratori da risolvere.

E quindi Roma e Bologna, più che qualunque altra città, castello o terra del già stato della chiesa, diedero meglio gendarmi a soldati, e gente da tafferugli di bisca a polizieschi repubblicani, che coorti armate di uomini usciti spontaneamente dalle fila popolari di ciascuna delle provincie già pontificie colla coscienza di adempiere al dovere di pugnare a difesa, ad ingrandimento, a fermezza sicura, ed a gloria solennissima della repubblica (se mai fosse stata liberamente libera o democratica e sociale di principio e di fatto) e colla scienza di esercitare il giure ad esso corrispondente di conficcare per qualsifosse verso chiunque avesse posto ostacolo all'adempimento di un ufficio si santo.

Sua Eccellenza il pazzo L. Farini pedicure, il signor conte C. Rusconi, ed i ricordati Morosini e Casati, toccarono con opposto disegno degli uomini e delle cose della efemera repubblica romana; ma ommisero di riferire o sorvolarono a sciente il giudizio recatovi intorno dal signor Castellani rappresentante della repubblica maniniana avanti alla mazziniana.

La relazione fatta da costui al Dittatore delle lagune non ne fa certamente l'encomio. Anzi fu per consiglio suo se questi non mandò a Roma Deputati per la Costituente, quantunque il Dittatore di Toscana non fosse giunto a tanto di tirannide d'imporre al popolo di non inviarne.

Il qual consiglio e' lo compendiava in queste parole: «Venezia combatte per l'indipendenza, ossia per una causa rispettata dagli stessi nemici, ond'è che la sua eroica difesa potrebbe friabile probabilmente la libertà.»

E lo rischiarava toccando argutamente degli elementi che formavano la Costituente, concludendo che ove Venezia vi partecipasse «resterebbe compromessa per una causa, che strettamente non è la sua» ().

Se la repubblica veneziana sentiva cosi per la romana; se Guerrazzi non ne volle sapere di piantarne altre dietro le spalle del magnanimo genitore ch'era per ire ad oste colla testa del polacco Chrzanowski profugo politico e col cuore genuino di U. Rattazzi sgabellatore poliziesco di pre' V. Gioberti; se Genova cadde; se tutto era tornato a principi, o che giudicava della sua bandiera il cittadino Mazzini?

Forse il popolo italiano era accorso a difenderla ed a piantarla sulle rocche nelle quali annidavano i nostri tiranni?

Non potrebbe dire di sicuramente che fossero Italiani gl'Inglesi, gli Ungheresi ed i Polacchi de' quali era formato il maggior nerbo delle armi repubblicane e noi non si dimenticò i nomi di Laviron, di Podulak, di Hang, di Bess, d'Isensmid de' Milbitz, di Dobrowoleskv, di Maslowiki e di Fopfer, se ci ricordiamo de' piemontesi G. Durando di Mondovi, e del rammentato G. Avezzana di Casale di Monferrato, del nizzardo G. Garibaldi, di G. Mameli e di N. Bixio genovesi, di Manara e Morosini lombardi, de' meridionali Amadei, Mazzacapo e dell'ignoto (allora) G. Nicotera, napolitani, de' romani Galletti, Roselli, Bartolomei, Masi, Pianciani (Pff!!!) e di altri capi di fama più o meno illustre.

Dunque Italia popolare non era con lui; e contro di lui era tutto il principato europeo. Dunque la neonata repubblica era un fuoco fatuo acceso occasionalmente con il fiammifero dell'ideale di un repubblicanismo plastico, di un repubblicanismo quiritario, di un repubblicanismo anacrono, insufficiente e ripugnante alla cosmopolitia espansiva, conseguenza della scuola di libera libertà, che s'intende per l'adempimento del debito di reciprocanza.

Dunque doveva dileguare come un fuoco fatuo. E dileguò smentendo il nuovo Mosè ne' panni rattoppati di Crescenzio e di Cola di Rienzo, smentendo il nuovo Aronne in tunica di sanculot, pre' F. Ongaro, che con un paio d'occhi viperini, scintillanti di luce maligna, allungandosi su quelle sue gambe da satiro, oscenamente gridò Novum Pascha, vedendo l'Abate Spala celebrare all'altare privilegiato al pontefice, assistito da due frati famosi che gli servirono da suddiacono e da diacono, il protestante gridatore Gavazzi e il pentito oratore Ventura; e smentendo fatalmente il nuovo Giosuè, G. Garibaldi, il quale da Val d'Inielvi e da Genova avrebbe dovuto dedurre argomenti irrefragabili per arguire qual destino dovesse avere simile repubblica.

Dessa nel Triumvirato e nella Dittatura non significò la solennità de' fatti avvenuti da Cinna e Silla ad Augusto, perché dessi esprimevano un momento di tempo in cui umanità civile si andava trasformando e deducende da vincoli della conquista captivante, traendosi per le vie della emancipazione al conseguimento della libera libertà di ciascuno e di tutti. Invece estrinsecò la più triste cagione de' fatti medesimi, diciamo il soverchio accentrare e 'l soverchio assorbire degli uffici della vita collettiva, ché tanto vagliono Triumvirato e Dittatura.

Certo là ove è mestieri di Triumviri e di Dittatori non popolo liberamente libero, là vi sono schiavi o cose di uso e di consumo.

Il Buonaparte, più accorto continuatore della politica seguita da Meroveidi, dalla dinastia di Heristal, dai Capetidi, da suo zio e da Luigi Filippo, a Roma volle guadagnarsi la chiericia perché in Francia gli soccorresse una a que' di sua parte nel disegno di convertire la repubblica di tutti nel cupo impero di lui solo: arduo disegno ripugnante affatto colla ragione subbiettiva ed obbiettiva della vera scuola sociale da cui tolse i colori per di certi suoi libri affine di illudere ed eludere l'aspettazione della democrazia sociale.

Se la guadagnò; imperocché ingannando contemporaneamente i conservatori ed i repubblicani francesi, i conservatori ed i repubblicani italiani, ed imboccando di chicche avvelenate la corte romana ricoverata nel morocomio principesco di Gaeta, in grazia delle spudorate industrie di Baroche e di Rouher formulate dal cittadino Drouyn con diplomatica maestria, in grazia del barcamenare di Lesseps, e del politico equivocare della lettera scritta a Nev, la quale velava i segreti ordini dati ad Audinot generalissimo delle armi spedite in Italia, ed in grazia specialmente della ragionevole apatia che incolse i popoli a tutti i maneggi sparvierati de' caporali politici di corona o di beretto frigio, egli in pochi di estinse la efemera repubblica mazziniana; strappò il pontefice agl'intrighi de' diplomati habsborghesi, bavaresi e castigliani; lo ripose nel Quirinale; e si piantò sul Tevere come scolta, palatina a tenere in rispetto i Cesariani ed i loro accoliti clamidati, ed a palpare i vecchi compagni della famosa impresa delle Romagne, facendo loro balenare sugli occhi contingenze analoghe a voti degli uomini del trentuno. 11 Buonaparte a Roma equivaleva al Buonaparte a Vienna per la via di Torino ossia Francia in luogo d'Austria arbitra della pubblica cosa italica.

Così Luigi Filippo fe' fin papa per Mazzini; Mazzini una repubblica per Luigi Buonaparte; Luigi Buonaparte un'Italia per la Francia.

Rimasta sola alla breccia, la repubblica maniniana doveva soccombere. Il monarchico costituzionale Guglielmo Pepe, lasciato nelle lagune mille e mille illustri vittime di una politica senza ragione politica, di una politica di vano orgoglio personale e municipale, colla bandiera del leone alato piegata e deposta in un sarcofago (diversa assai da quella che i Dalmati un di con la solennità della religione e del pianto involarono agli artigli insanguinati dell'aquila ladra del primo Buonaparte), il generalissimo di quella repubblica, il famoso Don Chisciotte del ventuno, volse esule un'altra volta alla terra ospitale di Francia attraversando Torino, ove offerse il suo omaggio al principe costituzionale per convincere chi nol fosse stato ch'ei a Venezia pugnava contr'Austria per Italia e non per repubblica.

E fra N. Tommaseo esulò col brigidino di Santo Antonio del fuoco azzeccato alla flanella repubblicana; ed a Corfù, poiché gli si spense la repubblica, impalmò una greca vivendo seco socraticamente. E Manin lesto lesto straniò dalla patria diletta; e colla moglie e co' figli riparò sulla Senna. Gli altri di sua parte ivi ed altrove.

Daniele Manin, che con N. Tommaseo dalmata e Nazari lombardo, primo nel quarantasette consigliò Austria a smettere dell'asprezza del suo impero ed a temperare l'aulicismo accentratore ed assorbente a voti ragionevoli de' Lombardi e de' Veneti, i quali si limitavano a chiederle meno di quello ch'essa aveva promesso loro per Bellegarde e stipulato colle potenze rappresentate ne' Congressi di Parigi, di Vienna e di Verona; D. Manin, il quale una al Tommaseo suggerì ad Austria il mezzo ed il modo di venire a tale disegno con profitto e sicurezza di quella e de' popoli del medesimo reame floridissimo, (consigli e suggerimenti gettati, perché se Austria non costituì i suoi domini di Lombardia e delle Venezie quando era ancora fresca la sua promessa e 'l patto stipulato per farlo. non li costituì per le ragioni addotte più in su); D. Manin che così non era né repubblicano né unitario monarchicamente o mazziniamente; D. Manin che dapprima per convenienza rinnovò pessimamente gli ordini della abolita oligarchia repubblicana della sua patria natia e dappoi per ambizione li ritenne dittatorialmente; D. Manin, esulando, non aveva amici né conservatori' né monarchici costituzionali, né repubblicani davvero.

Ma D. Manin era avvocato, ed avvocato da saperne più del diavolo, uomo dunque da cavare il sottile dal sottile, da giuocare sicuro il giuoco del pro' e contro di Carneade, e da approfittare degli scacchi degli avversi vincendo la giornata allora stesso che la sconfitta sembra inevitabile.

Dirizzando a Parigi, non vide Torino, ché Torino non istette per Venezia repubblicana: monarchia e repubblica fanno a calci tra loro. E poi in Piemonte erano que' valentuomini de' Comitati delle città di terraferma, a quali nel quarantotto era piaciuto serbare divise epperò deboli le Venezie, rifiutando la egemonia di Venezia e dandosi anima e corpo a quella del principato allobrogo, gl'italianissimi!

A Parigi G. Mazzini ne aveva di belli de' suoi; e quindi gli era da far mala prova mettersi in cozzo con essi giugnendo nella capitale di Francia.

Edotto della condizione della pubblica cosa italica ed europea, conobbe che stavano di fronte due principi opposti tra loro, il monarchico e' I repubblicano (benché circa a questo non avesse fatto gran conto dell'elemento sociale); e cammin facendo pensò maniera di assumere una specie nuo va di Dittatura politica senza offendere né l'uno né l'altro.

Fondando l'Associazione Nazionale, non urtò di certo contro le suscettibilità loro. Avvegnaché, intendendo a comporre insieme i singoli elementi della patria comune onde organarli e prepararli a levarsi da qualunque dipendenza a straniera signoria e ad ordinarsi ad unità, tacendo della forma di governo ch'egli avrebbe preferito, andava al fine golato da ogni principe che si fosse messo nelle necessità di Savoia, e com'essa avesse avuto la politica tradizionale del carcioffo, armi e postura acconce ad incarnarla, e vicini da stigarla sempre a fatti bellici ed a costringerla a spegnerli per qualsifosse modo; e del pari da ogni repubblicano della scuola quiritaria di G. Mazzini: fine che Savoia non poteva raggiungere da sola anche se per conseguirlo avesse violato le ragioni della legittimità de' cugini di corona: fine che i mazziniani non seppero ottenere perché non ebbero mai pensato ad organare, preparare ed ordinare al medesimo le forze nazionali, e senza far motto di forma di governo.

Ben presto diventò una potenza più ragguardevole che non fu quando era Dittatore. Non frappose indugi a chiarire Savoia, ripetendo l'argomento dilemmatico di Mazzini: se tu badi veramente a rifare Italia, ecco noi ci associamo teco nell'opera; se credi di ricondurci a pupilli, noi ti faremo vedere com'è fatta la virtù e la sovranità popolare. Non disse proprio così, ma a un bel circa lo stesso. Il Manin, ci metto la testa, era più per Savoia che per Mazzini.

Diventato arbitro delle ragioni contrarie del principato e della repubblica, non è a dire se i seguaci e propugnatori della causa del Mazzini e di quella della feudale Savoia si affrettassero a trar vantaggio ciascuno per la sua adoperando per tutti i modi migliori di averlo per se. Ma fra il principe di Savoia e G. Mazzini ci aveva differenza grandissima rispetto ad autorità, a coerenza ed a forza, differenza in quanto a relazioni internazionali, differenza nella ragione di afferrare le circostanze e di maneggiarle con accortezza a profitto proprio, differenza finalmente nell'esercizio dell'arte di trarre a se e di avvincere tutte le forze repulsive e di farne il miglior capitale.

Dopo quello che la fraseologia della politica furfantina del giure della forza chiamò disastro di Novara, Savoia divenne più potente di prima. Le sue disfatte si cambiarono in vittorie. Benché il Decreto di Moncalieri accennasse ad un proposito retrivo ed antinazionale, essa si avvide di non poterlo attuare. Smesse. E non lo attuò perché il Due Decembre poteva significare un redde rationem de' fatti ingiuriosi del quattordici e del quindici; epperciò tornava accostarsegli supplice e farselo lancia di conquista serbando Statuto e carattere con egemonia.

Non lo attuò perché il Piemonte mostrò di non volersi acconciare a subire l'onta di Custoza e di Novara. Non lo attuò perché fin dal Luglio del quarantotto principiò a diventare rifugio di quanti per cose politiche esulavano dagli altri stati d'Italia. Dunque, attuandolo, era quanto voler perdere presto o tardi la corona; e serbando Statuto, carattere ed egemonia, equivaleva, al probabile ingrandimento de' suoi stati mediante le armi della conquista.

E perocché necessità, interesse e convenienza la avessero consigliata a tornare a furori patriotici, ed a Plombieres pattuisse di finirla un Austria e. di volersene andare colla dinastia napoleonica, purché da una guerra in comune con questa contro di quella venisse qualche foglia di carcioffo, pose l'animo a far suo il fondatore e 'l direttore solertissimo dell'Associazione Nazionale. Di che per tutto il reame sardo diffusi liberamente gli stampati della fabbrica associatrice, per tutto il reame aperti Comitati, per tutto il reame i diari anche più riservati elogiare al Manin.

Naturalmente que' scritti si aveva a diffonderli pure negli altri stati d'Italia, istituire Comitati, e mettere in fama il genio e! patriotismo del Manin. E tanto il governo allobrogo non pòteva fare da sé. La Diplomazia avrebbe levato i pezzi se avesse potuto provare che Ambasciadori, Consoli o qualsifosse modo di ufficiali diplomatici di Sardegna si fossero assunti il compito d'introdurre nelle provincie italiane soggette ad altri principi materie ordinate a sovvertire gli ordini de' loro governi. E Savoia allora non aveva bisogno di ricorrere a questo spediente per ire al suo proposito.

Essa poteva sfruttare la emigrazione politica di tutta Italia, la quale emigrazione (se ne trai qualche repubblicani unitari meramente politici, alcuni di federazione, e talun altro democratico e sociale, e tutti vigilati dal di lei governo e tutti o per una o per altra calunnia da esso poliziescamente infamati) era di gente di uomini di giudizio, devoti alla legalità ed all'ordine, sgobboni, e qualcuno di orecchie finissime, gemma proprio della regia Polizia.

Non a Roma con Mazzini, non a Venezia con Manin erano andati quella gente savia e prudente: erano andati nel reame sardo a spaccarla da italianissimi. Da unitari no, perché fino all'agosto del quarantanove furono per riformine, per leghe principesche, per autonomie, e, manco male, per indipendenza italiana, vecchio enimma buono per ogni panzanella politica.

E la emigrazione si prestò quanto meglio potè. Senonché. per uti scritti di Associazione, transeat, e se ne poteva introdurre qua e qua; ma l'articolo Comitati sarebbe costato troppo da noi meridionali. Con questo non neghiamo però ch'e non se ne fondasse qualcuno come a dire a Napoli, Cosenza, Reggio, Messina e Palermo. Senonché gli erano di quella bietta di amici degli emigrati politici che volevano guadagnare alle spese del solo nome innocentissimo di membri comitati. Irrequieti per famelica oscurità famosa, desideravano qualche cataclisma sociale anziché politico. E poi di qual politica parlare o quale principio politico professore eglino che di politica non n'ebbero mai a sapere, neppure teoricamente, e per arroto mancavano di pratica nel maneggio de' negozi degli stati?

Metteteci la paura per la pelle, ché, a chiacchiere tra loro non si vergognavano di appellarsi Muzi Scevole, a fatti poi sorvanzavano il coraggio de' lepri. E l'avessero anche avuto, come mostrarlo co' Mazza, co' Fasolis, co' Campagna, co' Maniscalco, i quali per oliato poliziesco vincevano della mano que' prestantissimi uomini che furono Del Carretto, Pecheneda, Canosa, Pietracatella e De Matteis, terrore delle Calabrie?

Sicché, tirando i conti, da noi i Comitati furono un punto impercettibile dello spazio e del tempo. Non cosi però su quel della Chiesa, ne' ducati, e particolarmente nella Lombardia e nelle Venezie. In Toscana non attecchirono per due ragioni.

L'una era che co' cesariani e colla nobiltà e co' banchieri che gl'introdussero non ci aveva di che sperare. L'altra era che il popolo delle città e delle campagne, il quale nell'aprile del quarantanove aveva già preparato sicuro l'ingresso di quelli, che precedettero il ritorno di Leopoldo di Lorena, stando per tutti que' signori, rendevano, se non pericoloso, vano scaparsi per Comitati.

Tuttavia le fila erano state tese abilissimamente dal Manin; e la emigrazione politica peninsulare riunita in Piemonte, se non ve ne aggiungeva di molte altre, affollava de' polmoni a rafforzarle e farle operare il più e 'l meglio che potevano.

Cosi Manin adoperava la monarchia e 'l paese a rifare Italia; e diventò tutto della monarchia e del paese perciò l'uno e l'altro palesavano virtù da volerla e poterla rifare.

Dunque fino al quarantotto ed al quarantanove gli uomini dell'esiglio politico del ventuno, del trentuno, trentadue e trentatré, di. parte monarchica o oppure di parte repubblicana, furono inetti a rinnovare Italia con ordini politici di monarcato costituzionale o di repubblica unitaria. Invece, ogni volta che ritentarono le prove per ottenere il fine loro, nonché fallire alla metà, inabissarono il paese in un baratro immenso di mali sempre più funesti a libertà ed a benessere sociale.

Sopprimendo ciò che rispetta alle cose tristissime del ventuno e del trentuno, e profilando soltanto quelle che accaddero dal trentatré al cinquantasette, di grazia guai frutti recarono La Giovine Italia e l'Apostolato di G. Mazzini?

Domandatelo al boia di S. M. il re Carlo Alberto di Savoia; domandatelo alla I. R. ed Apostolica Casa d'Austria; domandatelo a S. M. (D. G.) il re Signore Nostro Ferdinando II; domandatelo a tutti i principi d'Italia. Le ombre di Vochieri, de' Bandiera, de' Moro, de' Pisacane e compagni sorgono degli avelli co' capegli irti e lordi di sangue rappreso; e con occhi, con mani e con cenni imprecano all'autore del loro fine miserando.

Eppure la setta mazziniana ormai ristretta in pochissimi individui con a capo l'autore del motto agitatevi ed agitate, in faccia a simili orrori non si arretra e nasconde!

Vero è che pre' G. Sirtori la ruppe col dommatismo mazziniano; vero è che F. Orsini, ondeggiando fra Mazzini e Manin, sembrò volesse far parte da se solo; vero è che G. B. Varè, per Losanna in cui era a collaborare per Mazzini, elesse Torino ove si diede all'avvocheria; vero è che P. Valussi disertò dalla bandiera Dio e Popolo, e, fuggito in Piemonte, su pe' giornali di ogni colore si affermò senza reticenze di sorte quattro quarti intieri per la famiglia magnanima de' sardi (); vero è che A. Cavaletto ed A. Aleardi volsero la schiena italianissima a quella bandiera con quanti ufficiali della I. e R. marina veneta furono complici e compagni de' baroni Bandiera ed adorarono al sole allobrogo che ora li scalda; vero è che C. Correnti e 'l famoso P. Maestri (ambo glorioso di Commendatori dell'ordine allobrogo de' due santi vulgarissimi) disdissero a parole ed a fatti ogni accordo col vecchio cospiratore; vero è che la inclita spada di costui, il nizzese G. Garibaldi, in un meeting avvenuto in Londra ad Hannover Square nel cinquantatré dichiarò francamente di volere recarsi in Italia ad offerire i suoi servigi al re di Sardegna; vero è che Avezzana abbandonò gli Stati Uniti di America e viaggia ora per tornare al patrio stendardo subalpino; vero è che l'anno scorso il Mazzini vide la più eletta parte de' suoi addetti correre a campo contro i cesariani sotto quello stesso stendardo; vero è che M. Marchi e fra Pittavino (Ausonio Franchi) quanto il ricordato F. Orsini gli buttarono in faccia censure sanguinose senza che G. Ricciardi, Musolino, N. De Luca, ec., ec. abbiano mai impugnato la penna a purgarvelo; vero è dunque che, toltine A. Saffi, F. Campanella, F. Crispi, Cuneo, Savi, Mosto, V. Brusco Onnis, G. Modena, F. Boni, i ragazzi Marangoni, Rosolino Pilo, A. Mario, e non sapremmo quali altri di minor conto, egli è un partito questo del Mazzini da meritarne nemmanco il nome; ma è pure altrettanto vero ch'ei non posa mai, e che vuole far parlare di se coi suoi costumati tentativi, i quali finiscono sempre colla peggio de' balordi che ancora durano a mettere ciecamente la vita eseguendo i suoi ordini.

E qui nella prossimana isola di Malta e tiene aperta una fucina di rivolta.

Nicola Fabrizj modanese, dopo di lui, principe de' cospiratori, da quell'isola getta fiamme comburenti dì repubblicanismo sulle coste calabre e sicule.

Un tempo là infuriava anche quel demone fatalissimo, L. Zuppetta, ma i quattrini lo spinsero in Piemonte ove, chiesto e non ottenuto cattedra di giure a qualche Università, continua macchiando con N. Mignogna e compagni contro la pace e la incolumità di questo nostro felicissimo e beatissimo reame. ()

A Genova è il cuore di Mazzini, là i giovani rimasti fedeli alla sua fede politica fervono di opera repubblicana. Da Genova via per il Piemonte vanno spargendo notizie false e spropositate; e per imprudenza anche vere e pericolose. Peraltro con tutto questo tramestio G. Mazzini ha cessato di essere il terribile egemone delle posse giovanili d'Italia. Quind'innanzi e co' suoi non saranno più di ausiliari di forze regie compiendo cosi l'opera del proprio annientamento.

Dopo codesto si argomenta giusto affermando in Italia la egemonia rivoluzionaria (cosa incredibile a dirsi!) essere rimasta al governo del principe allobrogo.

Manin transì; ed a Torino governo ed emigrazione gli fecero esequie splendide e sontuosissime. Un pre' Bernardi, veneto, amicone della consorteria della sua regione, gli recitò l'elogio funebre.

Cavour napoleonico riceve tutto il lavoro del defunto dal di lui amico fedelissimo Degli Antonj di Venezia; stabilisce a Torino il Comitato Centrale dell'associazione enunziata; ne fa Presidente il marchese Giorgio Pallavicino e Segretario il già mazziniano G. La Farina di Sicilia, profugo politico del quarantotto: a cui la emigrazione meridionale si aderì facilmente perché egli aveva prostituito il nome e'1. fatto repubblicano al nome ed al fatto monarchico, e quindi era con essi una sola ed identica cosa. Giuseppe La Farina non differiva da G. Massari come da loro non si disferenziavano G. La Cecilia e G. duca di Sandonato, G. Pisanelli ed A. Plutino, R. Conforti e G. del Re, Assanti e Marvasi, V. Errante e Castiglia, ec., ec.

Giuseppe La Farina, personificando il principio informatore dell'Associazione maniniana, di cui ebbe da Cavour napoleonico ufficio di Segretario, dalle cose discorse intorno alla natura dell'Associazione medesima è patente che si doveva agitare ed agitare senza dire se per Italia una monarchicamente o se una giuridicamente o se una federalmente.

In questo stava il segreto della politica di Cavour napoleonico, cioè di potere, a tempo dato, ed a data occasione, ed a suo talento, aggruppare attorno al vessillo allobrogo tutta la gioventù italiana; spingerla contro chiunque facesse ostacolo a disegni del Buonaparte e del suo padrone; ed a cosa fatta rimandarla come arnese inutile, salvo che al morire di fame abbandonata crudelmente nelle piazze e sulle strade pubbliche non preferisse acconciarsi al mestiere del pretoriano, dello sbirro, del poliziotto, della spia () o dello sgherro della penna ().

E nessuno si poteva lagnare. Che cosa aveva promesso egli? Nulla più di scacciare l'austriaco. Così non si rendeva responsabile di nulla avanti al principato ed alla diplomazia sua. Anzi così non si assumeva manco la responsabilità morale de' pessimi atti d'ingratitudine e di brutale ribellione ad ogni sentimento di umanità. Umanità un diplomatico regio! un negoziante! un borsaiuiolo! colui che propose e fece adottare la legge della usura libera come il sole! Umanità uno strozzino! E' non se l'assumeva perché non figurava ch'ei facesse, figurava che facesse La Farina; e La Farina alla sua volta non figurava di fare lui, figurava che facesse il sentimento nazionale.

Laonde contro quanti onesti ingannati ebbero abbandono, fame e cenci a guiderdone delle fatiche e de' pericoli della guerra ed aborrirono dal vendersi a sì onesti padroni, si diede fiato alle trombe giornalistiche e poliziesche: si denunziarono siccome giovani scontenti, siccome giovani ascesi in Piemonte per condurre vita da oziosi e da vagabondi sgrettolando alle altrui spalle, siccome giovani che ne' loro paesi non avevano arte né parte.

E perché la calunnia pigliasse colore di verità: si faceva mettere loro addosso le mani del poliziotto o dello sbirro bandendoli così guai delinquenti provati. E ciò intervenne appunto l'anno scorso.

Peraltro assai pochi i giovani di petto tale da resistere da un canto a gridi de' primi bisogni e dall'altro alle seducenti promesse de' ruffiani del giure della forza; e ciò accadeva per questo. Dopo il Due Decembre in Piemonte la emigrazione politica ortodossa, di cui la parte massima era di Lombardi e di Veneti, fu, dissimo, reggimentata.

Il gerarchismo ed il dommatismo dovevano farne un portento di apostoli, di guerrieri e di truffaldini. I caporali di codesta plebe emigrata, indettati dal governo, e colmi dal governo di onori e di larghezze particolarmente, ci messero attorno l'opera castratoria, spiona, adulterina e pervertente: ne formarono un ottimo arnese di Polizia e di caserma.

L'ingegno di G. La Farina quanto quello di G. Massari, di pre' F. Trinchera e del duca di Sandonato; e consorti meridionali; di Marmocchi toscano; di C. L. Farini, di Biancoli, e campagni di quel della chiesa; di N. Bianchi, di Gioia, de' due fratelli Minghetti e de' due figli di Ciro Menotti (!!!) e compagni de' ducati; dell'eminentissimo sor S. Tecchio, de' conti Antonini ed Onigo, di C. Pisani, di un sedicente conte Braschi, dell'ingegnere senza ingegno Bernardino Bernardi di S. Bernardino, di Meneghini, di quella perla che fu G. Stefani, di quel tamburo del conte G. B. Giustiniani e compagni delle Venezie; del conte G. Casati e figliuoli, de' fratelli conti Borromeo, dei nobili fratelli Camozzi, de' conti Martinengo, del duca A. Litta e del conte Giulio suo fratello, del conte Giacomo Greppi, del conte Rizzini, de' marchesi Araldi ed Ala Ponzone, del nob. L. Benintendi, del conte Martini (stimmatizzato da C. Cattaneo nella sua profondamente politica narrazione delle cose spettanti alla insurrezione lombarda) e compagni lombardi, fino alla morte di D. Manin ed alla parlantina di C. Benso di Cavour nel Congresso diplomatico de' rappresentanti delle grandi potenze a Parigi, ristrinsero il proprio esercizio catechetico politico, poliziesco, ec., Delimiti del reame ospitale.

Ma dacché C. Benso di Cavour fu ordinato dal Mefistofele delle Tuglierie di agitarsi e di agitare acciocché Austria per onore suo più che per la sicurezza propria venisse prima alla ragione suprema del cannone, La Farina col Piccolo Corriere agitò tutte le fila comitati della penisola mentre il medesimo Cavour, informato da lui, che alla sua volta era informato appuntino da Comitati, quali sarebbero stati gli uomini di maggior credito in ogni nostra regione politica, operava con Polizia diplomatica a guadagnarseli per altre vie e ad usarli ad ogni occorrenza.

E fra questi scelse nobili ricchi e banchieri. Quindi G. Pepoli, già partecipe delle compromissioni di Plombieres, ed Arese, quegli congiunto e questi amico personale di Luigi Buonaparte, comunicando i segreti a loro intimissimi dell'aristocrazia peninsulare, li volsero a parte allobroga. Quindi Minghetti, Campello, CesariniSforza, Pignatelli, principe di S. Giuseppe, Laiatico de' principi Corsini, Ridolfi, Gualandi dei Sismondi, Bartolomei, Caponi, Orazio e Bettino Ricasoli, Cambray-Digny (e quanti feudatari toscani si struggevano di vendicare la oltraggiosa ingratitudine mostrata loro dal principe lorenese cui a spese della reputazione propria e della causa italica avevano fatto tornare a Pitti) Costabili, duca di Varano, Morosini, Michieli, Zeno, senza noverare parecchi altri non meno ragguardevoli nobili, si accordarono co' Comitati di ordine nella esecuzione delle ingiunzioni napoleoniche, che a quelli pervenivano per via di Cavour entro gli articoli del Piccolo Corriere del La Farina.

E molti Comitati sono stati istituiti per mezzo della potentissima aristocrazia, benché il più de' nuovi debbasi alla solerzia del La Farina, il quale rittemprò anche i fondati da Manin e da se stesso di più energici e risoluti elementi. Li volle di giovani, de' migliori, de' più culti, de' più docili e de' più operosi.

E Popoli e Minghetti notomizzavano bruscamente l'amministrazione della cosa pubblica pontificia proludendo ai fatti del cinquantanove. E 'l Piccolo Corriere, raffrontando a suo modo la condizione delle altre regioni politiche d'Italia con quella de' Subalpini, eccitava negli animi avversione a principi di quelle e desiderio ardentissimo di comporsi con essa predicata egemone degna delle cose di tutta Italia.

Ora con uno ed ora con altro pretesto discorreva di parte mazziniana come della più funesta e contennenda delle sette politiche; ed a poco a poco ispirava ne' giovani un sentimento di orrore contro la stessa, il quale contrastava colla cieca loro devozione alla egemonica Savoia dallo stesso diario assomigliata al Messia della patria.

Quindi, fra il novembre del cinquantotto e 'l gennaio del cinquantanove, al La Farina bastò toccare le fila comitati perché la gioventù affluisse in Piemonte da ogni angolo d Italia. Dal Mezzogiorno pochissimi giovani accorsero; e la cagione della scarsezza loro da noi è stata indicata altrove. Ma le altre provincie, in ispecie le pontificie, le ducali, le lombarde e le venete, ne diedero da stupirne forte.

Cavour dunque prima che si aprisse la campagna che doveva calmare i dolori, da quali il meglio delle provincie italiche erano travagliate per colpa della tirannide dei loro principi incorreggibili e stolidamente feroci, della gioventù italiana fe' validissimo braccio alla politica conquistatrice e frammentaria. Venuto il momento di menare le mani, la massima parte si mise nelle armi regolari, e la minima (da lui stancheggiata in mille guise perché metteva odore quasi repubblicano, quantunque in fatto fosse una ingannata gregoria monarchica) seguì gli ordini della milizia garibaldesca, a cui egli volle porre il nome de' Cacciatori delle Alpi affinché manco per ombra uomo potesse dire la guerra contro Austria si facesse con armi di nome italico: tutto doveva ripetere la sua ragione di essere ed il suo modo di essere dalla regione dei cretini.

Senonché, dopo la guerra, la quale terminò ne' preliminari di Villafranca, la milizia garibaldesca, sciolta in barbara maniera siccome in barbara maniera fu trattata la regolare che non si acconciò a rimanere sotto la bandiera, si agitò ed agitò per rispondere al Buonaparte ed a suoi castaldi d'Italia con armi di popolo offeso e deliberato (dicevano i garibaldeschi per bocca di Mazzini) ad emanciparsi da qualunque tirannide dalle Alpi al mare Mediterraneo. Ma Benso di Cavour, l'aristocrazia, i banchieri, e la gioventù d'Italia erano padroni del campo. La coscienza, ormai provatamente monarchica, rispondeva dappertutto all'indirizzo della egemonia piemontese.

La egemonia piemontese disponeva senza controlli di volontà, di corpi, di fortune e di rivolgimento. Cavour ebbe la prudenza poliziesca di compromettere tutti e tutto mettendo tutto e tutti ai servigi della egemonia de' suoi padroni. E chi aveva da andare sotto una bandiera che non fosse la piemontese? Certamente quando Garibaldi deliberò di muovere per le provincie rimaste al pontefice, e Cavour glielo contese, la gioventù italiana non si oppose seco lui al divieto superbo. Invece L. Fortis e J. Comin col Pungolo di Milano e P. Fambri col Corriere della Emilia, da bravi giovani di casa sbottoneggiavano i folli generosi e dicevano al paese che seguirli in quella impresa era quanto guastare le frutta stupende raccolte teste dalla industria del genio dell'incomparabile, del sommo, del divino mugnaio di Leri, del sor C. Benso di Cavour.

E la impresa fu sventata. Ora si macchina per una spedizione nelle nostre provincie. Ma se l'aristocrazia di blasone e di banca, se tutta la gioventù, se tutti e tutto sono in mano di codest'uomo è possibile che la si faccia? Nel Mezzogiorno poi, co' nostri cento e ventimila soldati, con tanta copia di armi da pie' e da cavallo, con la nostra flotta, coll'animo de' cittadini tutti per l'ordine presente delle cose, ove la si facesse, e non fosse fatta con consenso ed aiuto di Cavour, la riuscirebbe ad eccidio degli audaci che la tentassero. Senonché si sa che i Comitati della emigrazione, anche ministrando U. Rattazzi, attendevano impunemente a coscrivere giovani a tale scopo; ed ora che il conte è tornato all'arbitrio di ogni cosa non s'interruppe l'opera minacciosa.

Dunque Cavour lascia fare. Dunque Cavour agogna anche al nostro reame. Ora, dato che, volendo o non volendo il Ministro potentissimo, Garibaldi s'imbarchi e volga a nostri lidi, se riesca a farsi largo in qualche provincia, è probabilissimo che quello gli dia gente, pecunia e carta bianca, posto che operi con bandiera regia e contribuisca all'ampliazione de' domini di Savoia. Anzi si ode dire ch'ei sia di già imbarcatosi e veleggi alla nostra volta. E se veleggia, può egli farlo con esito felice se la nostra emigrazione non lo soccorra, sapendo che, soccorrendolo, fa i desideri, se non del conte, certo quelli de' massoni sieno monarchici o sieno repubblicani?

D'altronde que' della emigrazione meridiana, qualora l'ardito avventuriere con o senza il consenso e l'aiuto cavouresco approdasse alle sponde delle nostre provincie continentali od insulari, di certo non vorrebbero perdere la occasione di vendicarsi de' danni bugiardi che sostengono avere patito dalla durizie pretesa dell'impero di re Ferdinando.

Ed uomini che rinunziarono alla propria autonomia personale e giuridica mettendosi a discrezione altrui; ed uomini, i quali, spinti da astio contro chi negò loro pubblici uffici per esserne al tutto indegni, disfrenarono in delitti di maestà; ed uomini esulati senza religione verso i Dei immortali e verso la patria, sentine di vizi, ambizioni trasmodanti, ed acutissimi ingegni a rinvenire e grinte perdutissi me nell'adottare qualunque mezzo per quanto turpe ed infamante egli sia onde soddisfarle, accattoni politici e sociali dall'alto al basso, più o meno garbatamente, e taluni e forse tutti presti a por le mani ed arraffare l'altrui, violatori de' diritti inviolabili siccome ospiti ed amici, rapitori di donne e complici di farli domestici, poligami e Sodoma o Gomorra ad un tempo, adulatori sfrontati, trafficatori e schernitori di ogni cosa santa, rotti a menzogna ed a calunnia, uomini tali adopererebbe Cavour per contrapporre la sua fede politica aggressiva alla nostra conservatrice, ed a quella de' mazziniani ora moventi a questa volta, se vero è ciò che si ode, condottiero Garibaldi, quantunque mascherata della bandiera colla impresa di Savoia, perché decisa a qualunque croce per venire alla unità che non fu pattuita né a Plombieres né all'occasione che Plon Plon impalmò Clotilde di Savoia.

Intendimento di Cavour, per quello che s'è veduto anche nell'agosto dell'anno scorso, è di agire colle mani degli esuli politici di ogni sagoma, pigliandosi, s'intende, i frutti della loro opera automatica; e rimandandoli, ed all'uopo di vituperandoli poi ove non si contentino dì servirlo negli inferiori se non ne' più abbietti uffici dello stato, per quanto eminenti sieno quelli de' quali li faccia fungere in momenti fuggevoli che richiedono d'investirli di somma ed assoluta autorità e circondarli di prestigio quasi maestatico.

Ora codesti amorini infiammati per la legge Siccardi, ammirati pegli incarceramenti e pegli esigli degli arcivescovi Morangiù e Fransoni, per la fine di monsignor Artico vescovo di Asti, plaudenti alle laidezze tavernaie e postribolesche delle quali bruttava sì canonici mitrati quella ciana politica sarcasticamente chiamata Gazzetta del Popolo (di cui n'ebbe schifo lo stesso A. Brofferio eterodosso se ve n'ha uno): la quale insultava tanto la chiericìa idrofoba per le arroganze politiche della Curia Romana incammuffate di dommatismo, quanto la prudente e disposta ad accettare dalla podestà civile gli ordinamenti che non invadessero le ragioni del domma e della morale evangelica, e tutta vòlta a vedere guisa e adoperare acciocché Italia, serbato il principio di autorità, senza ire a tratti ed a sbalzi.

Con improntitudini sbrigliate e furiose non tragga a ribellione la coscienza delle moltitudini esterefatte alle fuie novità le quali s'incoloriscono di eresia e di socialismo in feraiuolo di repubblicano unitario; codesti briganti col cipresso de' martiri attrecciato al tirso de' Bacchidi ed al mirto de' Citereidi; codesti cospiratori e congiuratori contro principi e popol per trionfo di ambizioni propositi,cenciosi, famelici, spiantati, truffaiuoli; codesti ebrei erranti, se Cavour la spunti mereè l'audacia di Garibaldi, voi qui li vedrete alzare il capo togliendosi di qualsiasi riserva; buttarsi da quella de' volontari di Garibaldi acconciandosi al muso sgherrano la maschera di uomini di azione, finalmente imporsi loro in nome de' Subalpini e sinistrarli nel disegno della unità, e rispondere ad essi, che per ciò si quereleranno e minaccieranno guerra civile, con lo pingerli siccome faziosi e con lo rinfacciarli de' loro vanti di vittoriosi.

Ripeteranno le parole che pronunzierà U. Rattazzi: vinsero perché pugnarono sotto la croce di Savoia; li udirete schernirli siccome quelli che se ne tengono per essere la rappresentanza del partito di azione, gettando loro in volto la bestemmia politica di Cavour: il governo è un partito; e confondendosi cogli egemoni pedemontani non si rimarrano dallo strombazzare inverecondamente stolti: tocca a noi dirigere il movimento, copiando alla lettera le parole del pedicure Farini; ed all'ultimo di sostentare grottescamente: l'Italia l'abbiamo fatta noi, dessi che quando il tamburo rulla e la mitraglia semina la morte si nascondono fra le sottane di qualche baldracca o stravizzano al trattore od alla bettola od infuriano ne' giuochi di azzardo o dalle colonne de' diari mentono il sole che sale e scende per la erta del cielo, i codardi sazievoli prostituiti al giure della forza!

Immaginarsi quel che farebbero di persone e di cose! Liste traditore (per ispirito di vendetta e per amore di subiti guadagni per se e soci di pubblica grassazione) denunzierebbero agli egemoni un numero infinito di servi fedeli ed onesti; e gli egemoni li getterebbero nelle angoscie della estrema miseria mettendo ne' loro uffici i denunziatori é' soci di pubblica grassazione. E se i miseri dalla brutale e flagrante ingiustizia si richiamassero ad umanità se non a vindice equità di giudizio, gli egemoni sarebbero pronti a rispondere loro: non possumus; e del rifiuto inumano abbiatene grazie a vostri martiri.

Delle cose manco discorere. A que' lupi voraci, a que' pezzentoni, a que' disperati paiono i mille anni di accapigliare tutto il divino e l'umano. E Cavour, che a Farini lasciò fare quel che fece a Modena, ed al suo boa strictor, Buoncompagni, quel che fece a Firenze (e tutti e due mediante il genio inventivo di un ruffiano di corte, dell'infame poliziotto Curletti, del quale fu presentato da Pepoli e da Minghetti come del Giove degli italianissimi venuti su nella sagristia e nella Polizia del Beatissimo Santissimo padre) lascierà loro intiera balia d'impolparsi di quel di tutti, certo che la gazzarra durerà poco, e ch'egli verrà colla Polizia, la Finanza, e la Banca sarda, colla berrovaglia e'! pretoriano e co' dottori di fede ortodossa e di abbaco monopolistico, a piantar negozio di governo riparatore levandoci le penne maestre, e perfino la libertà di piangere e di maledire agli aguzzini.

Dunque ripetiamo: emigrati ne' supremi uffici pubblici del reame, no, no, no, mille volte no.

Tali furono le parole, tali i giudizi di questa parte di cittadini autorevolissima perché studiata e conta di persone e di cose di ciascuna regione politica d'Italia.

Noi le abbiamo riferite sulla fede del nostro amico repubblicano, il quale, per conoscere e poi narrare ad istruzione della generazione fanciulla ed adolescente, seppe mettersi fra tutte le parti e vedere e toccare con mano quanto ordinarono e quanto fecero ciascuna: fede che le cose dal cinquantanove e dal sessanta fino a di presenti vieppiù resero e rendono ammiranda per veracità, per dottrina, per antiveggenza e provvidenza e per intendimento sapientemente emancipatore ed equatore. Crediamo di giudicarla com'è.


vai su


CAPITOLO VIII

«Delle nuove della Sicilia e dell'aspetto di Napoli e delle Provincie —Segreti maneggi de' Comitati e della corte borbonica.»

Ch'è ch'è si sente a dire dallo sbarco de' garibaldeschi a Marsala. Il popolo ignora tutto affatto; ed i prudenti non credono. Ma la notizia viene confermata,da un altra che annunzia la vittoria di Calatafimi e la rotta de' nostri. A questa tiene dietro l'altra dell'assedio e della presa di Palermo e di Milazzo; e, nel corto giro di assai pochi giorni, della perdita della Sicilia, tranne la fortezza di Messina; della calata dei garibaldeschi in Calabria; di Reggio da essi strappata con eroico ardimento alle armi de' difensori; delle inaudite infamie di viltà de' nostri generali abbiettamente venderecci; dell'inoltrare de' vincitori verso Principato citra; della insurrezione calabra, lucana ed apula che li assicura da tergo e dal fianco sinistro intantoché la flotta dittatoriale li munisce incontrastata contro ogni attacco dal fianco destro; e dell'arrivo a Salerno del generale Garibaldi proclamatore Dittatore di tutte e due le Sicilie.

Alla prima notizia si domandò chi l'avesse recata; e non seppe dircelo alcuno, perché il Comitato centrale di ordine si teneva studiosamente e gelosamente celato agli occhi vigili della Polizia. E si teneva così, sia per quello che abbiamo posto nel Capitolo II da p. 23 a p. 25, sia perché aspettava di vedere ove parasse la bisogna di quella guerra di armi tanto disuguali, e sia ancora perché L. Romano non aveva peranco promesso di accedere alla parte subalpina e di cooperare ad altri a trarre alla stessa i capi dell'esercito di terra e di mare, quantunque parecchi di que' della nostra flotta, sapendo quinto interveniva a Torino ed a Genova tra Rattazzi, Garibaldi, Bertani e Frappolli, tra La Farina, Garibaldi e Crispi, tra Cavour pre' G. Sirtori, Cosenz, Mezzacapo, Medici e N. Bixio, tra Farmi, La Masa e tutti gli esuli siculi e partenopei; e, dal complesso delle cose e di casi nostri e di Europa, prevedendo che si potrebbe fare probabilmente una Italia regia ove il Mezzodì non reagisse alle forze annucleate, organate e dirette a conseguirla, siccome quelli che poco speravano in casa per la diuturnità della pace, sendo di tale natura la condizione geografica, idrografica, oreologica e topografica della nostra regione da non consentire di porgere altrui pretesto di assalirla colle armi per la difficoltà grande di difenderla a cagione della lunghezza interminabile delle sue costiere marittime, della levità de' munimenti bellici dal Garigliano al Tronto, e per il cammino dischiuso all'oste nemica lungo i versanti del Pennino, si fossero lasciati cogliere all'esca delle proposte e delle promesse dall'ambasciadore sardo Villamarina, fatte loro col mezzo de' suoi manovali ovvero de' membri di quel Comitato centrale napolitano: proposte e promesse da far sciogliere di tenerezza lo stesso diamante.

Ma quando Palermo dal mucchio di rovine a cui le bombe de' nostri ridussero uno de' suoi quartieri dianzi tanto solennemente maestoso e bello per la vastità e regolarità architettonica de' suoi palagi, additò ad Italia la bandiera con la impresa di Savoia (ormai per Garibaldi e pe' suoi, volere e non volere, diventata chiarissimo simbolo d'italica unità); ed i massoni siculi de' Comitati di ordine, con trasporto lirico proprio di quegl'isolani (mistura di Opici aborigeni od autottoni, di Pelasgi, di Elleni, di Fenici e di Arabi) narrarono i miracoli delle giornate panormitane, la dedizione de' nostri e la vittoria splendidissima de' garibaldeschi con tutti gli accidenti contristanti e lieti che vi s'intrecciarono, allora il centrale di Napoli, con cui erano intimamente legati, per la stampa clandestina principiò ad intendere gli animi a novità amplificando la estensione delle cose udite di per se tanto larga. E codesta stampa fin d'allora attese a tre cose rilevantissime.

Per la prima studiò di trascinare nella corrente del moto siculo gli eminentissimi che maneggiavano gli argomenti della pace e della guerra nel nostro reame, ponendo loro innanzi alla mente la gloria e' compensi larghissimi che si procaccerebbero entrando de' campioni desiderati di una causa, il cui fine era la unità d'Italia, indipendente, libera e ricchissima; e la imprudenza dello tentennare a decidervisi vedendo ormai le armi vincitrici de' garibaldeschi ingrossare gigantescamente di dì in di per grandissimo numero di ufficiali e di soldati di quelle regolari, i quali, date le dimissioni loro o disertando (prescio ed assenziente Cavour) ad esse si andavano aggregando, sendosi ormai effettuate, due nuove spedizioni dal golfo di Genova.

Per la seconda badava a levare de' garibaldeschi ogni ragione di appropriarsi la gloria delle loro geste fortunate mentre n'esagerava la portata. Quindi accennava al governo sardo siccome a fautore e nerbo delle armi de' medesimi nonché ad egemone loro.

E, proseguiva, se i volontari procedono vittoriando incontrastati con aiuti e presidi sardi, evidente è che i frutti delle vittorie loro debbansi estimare piuttosto sardi che garibaldeschi. Anzi devono domandarsi frutti italici per egemonia subalpina.

E lasciando il discorso de' presidi e degli aiuti, essa diceva que' frutti spettare a Savoia anche per questo che costei con Inghilterra stette volteggiando pe' mari tirreno, siculo e mediterraneo affinché la prima e le spedizioni susseguenti non fossero molestate da alcuno nel loro cammino.

Il che, soggiungeva, non è neppure tutto imperocché, dato che non avesse maneggiato maestrevolmente il negozio del non intervento, Spagna ed Austria avrebbero di leggieri fatto opera validissima di troncare il detto moto e di ripristinare le cose nello stato loro primiero.

Dunque, considerando per ogni aspetto la ragione delle cose presenti, tutto induce a credere che, acquiescente Europa, Savoia non indietreggerà più nella impresa delle Due Sicilie. E non esitò menomente di affermare che nulla forza sarebbe bastata a costringervela, sagramentando che ne' frangenti supremi della fortuna delle armi non si sarebbe peritata di avere ricorso a leve in massa: Savoia non isfodera la spada per ritornare a casa con l'onta della sconfitta.

Lo che, terminava, dee far capire achiunque ami Italia e la prosperità crescente della propria fortuna non essere più tempo da indugiare, ché dandosi incontànente alla politica unificatrice, conseguendo que' due sommi beni, si evitano i grandissimi mali della esecrazione pubblica, seguendo la fortuna di una famiglia messa al bando di umanità da tutti i più illustri personaggi della odierna civiltà, e della perdita degli uffici e degli stipendi, causa miserissima di più misero vivere.

Il qual modo di argomentare della stampa clandestina prese a diventare comune a complici ed agli amici subito dopo che Garibaldi annunziò ad Europa ed al mondo ch'ei filerebbe per il continente a spegnere la tirannide borbonica, avendo già toltole dal diadema stillante di sangue la gemma corruscantissima della Sicilia. E per la ultima cosa, ch'era la prima pegli autori suoi, essa stampa clandestina andava disponendo gli animi a tesoreggiare del patriotismo de' martiri politici, cioè degli autori suoi, e della scienza e delle arti di governo (trappoliere) delle quali erano maestri barbati.

Ciononpertanto il Romano non si decideva, perché reputava re Francesco avesse ancora tanto di forze da potere far piegare la fortuna avversa dalla sua, e perché l’umore di alcuno dei principi del sangue incominciava ad inagrire contro certi vecchi amici e famigliari loro, da quali aveva preso ad uscire tale spirito di rassegnazione allo sinistro procedere degli eventi che contrastava di troppo con quello della fede e della devozione congiunte ad uno zelo fin là dimostrato ardentissimo a difesa ed augumento delle cose e dell'onore di quelli.

Laonde se in lui non avesse parlato il debito di Ministro, queste due considerazioni sarebbero bastate di certo a tenerlo sul riservato ed indurlo a provvedere a casi suoi. E poi se le nuove condizioni della Corona a lui in fama di onesto e temperato cittadino (amato e riverito dal popolo cortigiano e plebeo, non si per la levatura dello ingegno, per la copia degli studi civili di ogni ragione, e peculiarmente di quelli chi si rapportano alla scienza delle leggi, per la fecondità, amplitudine e logica ed armoniosa determinatezza di eloquio lucentissimo, quanto perché l'animo aveva dolce e benevolo e ‘l modo di costumare popolarmente spedito ed urbano), a lui ordinato a giustizia e ad equità, a lui lealissimo, diedero l'ufficio difficile ed insieme inviso ed esecrato di condurre le cose fosche della Polizia tortuosa ed irretiva, contro la quale da pochi giorni il popolo si era scaraventato furiosamente a ciò desto dall'animavversione di alcuni contro le di lei ribalderie cotanto a lungo tollerate: se, ripetiamo, quelle nuove condizioni della Corona richiesero che a lui si commettesse codesto ufficio in momenti di commozione e di aspettazione grandissima, non conviene preterire che la Corona sapeva di avere in esso a Consigliere un uomo stato grandemente offeso pe' turbamenti del quarantotto, un uomo bensì amnistiato dappoi, ma un uomo, il quale, per essere visso in Francia fra I più grandi agitatori, conosceva di lunga mano ove dirizzassero i negozi politici e sociali del mondo, un uomo finalmente a cui l'autorità nelle congregazioni delle loggie massoniche, epperciò la più minuta conoscenza dell'animo delle persone e delle cose del reame, offerivano motivi certi di risolversi in date circostanze ad abbracciare partiti che forse avrebbero compromesso la dinastia.

Quindi l'essere stato assunto a quell'ufficio per fare i desideri della minoranza degl'inviperiti contro le infamie poliziesche e la maggioranza degli onesti e moderati che detestavano ogni maniera di provocazione, di soppruso e di violenza giuridica personale e reale, non tolse che di nascosto non fosse spiato, e spiato assiduamente, e spiato dappertutto.

Questa è stata sempre la ragione della gente dei Borboni (ragione comune a tutti i principi) negl'istanti di supremi pericoli presenti di abbandonarsi a discrezione di coloro, de' quali più temevano per la popolarità della fama loro e per! autorità de' fatti egregi della vita; e per codesto di circuirli di spie e di usarli finché que' pericoli duravano, e vintili per virtù degli stessi, di disfarsene; e non di rado di avocare a se accuse imposte a delatori calunniosi per perderli.

Quante volte, traendone caso di maestà, pegl’indettati e complici Tribunali ordinari, non te li spacciavano? Di questo L. Romano ne sapeva da insegnarne agli altri; ed eragli venuto fatto di conoscere quali fossero le spie stategli messe attorno. Vecchio massone, conversava con esse quasi fosse loro intimissimo; e facendo sembiante di essere colto da gravi pensieri per la piega delle cose, chiedeva loro se, posti in luogo suo, avrebbero fatto quanto proponeva di fare a salvezza del trono e dell'altare.

E siccome proponeva spedienti di natura ferinamente poliziesca da applicare colle usate arti del principato, le spie, le quali sapevano appuntino che codesto era nel cuore della corte e de' cortigiani, riferivano a quella ed a questi intorno alle cose ragionate seco; e tornavano a lui svelando un po' per volta gli arcani disegni dell'una e degli altri ().

Cosi coloro de' quali eglino adoperavano per iscovrire i di lui consigli segreti (che non scoversero mai) per esso furono argomento facile e sicuro a scovrire i loro. Cionondimanco il signor Liborio, abbenché indispettito di tanto perfidiare scellerato, fin qui serbò l'ufficio con fede di cavaliere.

Leale di natura e compassionevole, convinto che il principe Francesco (povero onanista e quindi doppiamente citrullo), era raggirato dalla pessima genia de' perdutissimi de' quali si circondò inscientemente, confidava or fu quattro anni al nostro amico repubblicano di averlo persuaso a romperla affatto cogli uomini del passato irrevocabilet a gettarsi nelle provincie e tenerle in rispetto; a porsi alla testa delle sue armate e fronteggiare i crescenti pericoli di una lotta di difesa non disperata; a rinunziare alle ragioni ed ai titoli di cugino e di alleato del monarca sardo; e quindi a pensare che, ove mai la fortuna gli si fosse mostrata ancora ostile, era meglio perire come Galba che come Ottone, meglio come Manfredi che come Carlo X e Luigi Filippo. Consigli inutili, ché il destino non esorato incalzava i borbonidi.

Chiederanno adesso amici ed avversi: perché! signor Liborio non risegnò l'ufficio vedendo i tristi frutti della sua lealtà? Perché, rispondiamo, se i borbonidi erano padroni di perdersi, non lo erano di trascinare a perdersi con loro le nostre provincie ed Italia. Non lo risegnò dunque tanto per non abbandonare un infelice destinato ad essere vittima espiatoria delle grandi colpe de' suoi maggiori, quanto per serbarsi alla causa dell'eroismo onorando e dell'italianismo di nuovo conio, cui non bilanciò né analizzò bene, e cui ammise come chi subisce una necessità meno cruda di un altra. Liborio Romano non fu contento della egemonia e de' fatti suoi, no; e mori a Patu della morte mesta dell'uomo al quale l'amor patrio non diede una patria bensì un'arena di gladiatori di truffa politica e sociale.

Frattanto il Comitato centrale, cresciuto di molto numero di nuovi esuli reduci (), diedesi a tradurre in visibile il moto invisibile de' Comitati delle provincie continentali de' quali aveva la egemonia dipendente da cenni della subalpina.

Considerato che i garibaldeschi erano pe' fatti generosi e non per le ciancie mercatine, volle dissimulare la sua inerzia e codardia sotto la maschera di Comitato centrale di azione, la quale ordinò adottassero eziandio que' Comitati da esso dipendenti, con qualunque nome tronfio e contradditorio si domandassero.

Così con costoro serviva meglio alle mire ambiziose e conquistatrici degli egemoni subalpini e si accapparava l'animo grato de' vincitori. Essendo composto del meglio de' capi magni, degli esuli e de' banditi costoro si addiedero che qualche cosa pur era da fare, ché maschera è sempre maschera e fatti sono sempre fatti.

Certissimo è che fino agli ultimi di Luglio del sessanta que' solenni buffoni non avevano fatto nulla, ove non si voglia dire fosse lo stesso che andare incontro al cannone lo stare discutendo nelle sale del palazzo dell'ambasciadore sardo sui modi da usare per guadagnare alla rivolta tutti i capi della nostra milizia terrestre e navale con promesse di gradi e di stipendi maggiori, accreditate da be' ruzzoli di monete d'oro o da buoni pagabili a vista da certi banchieri (del pudore di quelli che sogliono tenere cassa aperta a saldare le partite veneree di qualche augusto urangutano); ed ove ancora non li s'abbia a domandare uomini di azione, perché dallo infuriare con istampati clandestini riboccanti d'invettive saettate contro il borbonide ed i suoi protessero a guerra aperta dacché seppero che G. Garibaldi, vinti i nostri in Sicilia, si accingeva a passare lo stretto: cosi consigliato da Cavour il quale lo donava di un milione bello e tondo.

Il maggiore sforzo della loro virtù attiva consisté nello spacciare di certi uomini da Napoli per le provincie recando a Comitati nuove e novelle passate per il croiuolo cavouresco del marchese di Villamarina, ed istruzioni, ordini, programmi e proclami, un subisso ().

E qui è debito appellare a documenti a smascherare questa turba di ambiziosi parassiti e marionette del Comitato centrale di Associazione Nazionale di Torino. Garibaldi, avvisato dagl'intimissimi suoi che i Comitati di ordine avevano preso la. maschera de' Comitati di azione dopoché furono accertati ch'ei sbarcherebbe nel continente, e ciò più per serbar credito di personaggi di alto affare bandendosi per suoi commessi e manovali, che per cooperare seco con animo risoluto ed aperto nelle cose le quali domandano abnegazione, sagrifizi e pericoli, quantunque probabilissimamente certo degli aiuti del governo centrale, se ne fosse venuto bisogno certo ed urgente, decise di costringerli a por termine alle mene coverte e di uscire in piazza a rispondere co' fatti egregi a superbi vanti di caporali del moto insurrezionale. Ed aveva ancora da aspettare che si muovessero?

Ei voleva far credere alla diplomazia non fosse di suo capo per forze ch'egli avesse di grande polso se poneva piede nel continente, sibbene per essere stato invocato dal popolo sollevato contro la tirannide insopportabile da cui era oppresso.

Scrisse quindi su questo lepido tema una lettera a N. Mignogna in Napoli, la quale, se non fosse stata dettata da lui, nessun altro da Cavour in fuori avrebbe potuto scriverne un'altra simile per significare in poche parole e con tanta precisione la politica del medesimo governo centrale: tanto per avventura Garibaldi pare lungi dal pretendere ad antagonista di Cavour od a procedere seco ostilmente!

Eccola — «Comando Generale dell'esercito nazionale —Messina 31 Luglio 1860 — Caro Mignogna. Io prima del 15 Agosto spero di essere in Calabria. Ogni movimento operato nelle Provincie Napolitane in questa quindicina, sarà non solamente utilissimo, ma darà di più una tinta di lealtà in faccia alla Diplomazia al mio passaggio sul continente (Cavour! Cavour!). Qualunque Ufficiale dell'esercito napolitano che si pronunzi pel movimento nazionale sarà accolto fraternamente nelle fila di questo esercito con proprio grado e promosso secondo il merito — Dite a vostri prodi del continente (quanta ironia dopo le premesse!) che presto saremo insieme a cementare la sospirata da tanti secoli Nazionalità Italiana— G. Garibaldi—Al Signor—Il Signor Presidente del Comitato della provincia di Bari.» ()

Infatti un fantasma d'insurrezione armata fu veduto quando era di nessun momento per l'esercito garibadesco e non comprometteva punto la pancia degli eroi estemporanei della cosi detta truppa insurrezionale divisa in Colonne manodotte da Camillo Boldoni sull'Adriatico e da Federico Salomone sul Tirreno e sul Mediterraneo.

E non ommetteremo che in Calabria. i fatti non protessero altrimenti. E quando Garibaldi di Sicilia mandò i duecento guidati da Missori ad esplorare la maniera de' siti e la condizione degli animi delle moltitudini del reggino calabro, Missori ed i suoi non ebbero gli aiuti promessi dal Comitato di Reggio; e l'ambizioso, sbirresco ed ingordo Agostino Plutino, che n'era l'anima, volle che lo scosceso Aspromonte per i garibaldeschi fosse perfido asilo nel sessanta siccome fu loro fatalissimo due anni dopo pe' tradimenti altissimi che allargavano il proprio ordito nella sua città di fede sempre greca ().

Ed i duecento audaci, anziché una colonna di 1300 e più uomini armati, ed al condotto del sedicente Colonnello A. Plutino, rinvenne i borboniani forti, e le moltitudini inermi, ed in sepolcrale silenzio.

Neppure dopo la presa di quella città le moltitudini calabre dimostrarono entusiasmo per Italia una e quindi pe' valorosi che fino a quel dì contribuirono tanto a formarla col senno coraggioso e colle armi fortunate. Di leve in massa pel catanzarese e pel cosentino, punto, nemmeno si vide che ci fosse un certo numero di volontari bene ordinati ed addestrati alle cose della guerra.

Il nostro amico repubblicano ingelò la sera che giunse a Paola su' legni della piccola flotta sicula alla calma della gente popolare simile ad una protesta o per lo meno alla più profonda apatia.

I Calabri si destarono e presero a voler diventare eroi quando nuove vittorie conseguite dalle armi garibaldesche, parte per tradigione e parte per vigliaccheria de' generali dell'esercito nostro, diminuirono di tanto le ragioni dell'attendere l'esito della guerra da doversi palesare scovertamente avversi alla reintegrazione della nazionalità italica non parteggiando per la fortuna de vincitori.

Il quale fatto prova al massimo della evidenza che i Comitati di azione erano pochissimi e senza autorità, quelli di ordine automi i quali nulla facevano, senza, tutto per ordine o permissione del Comitato taurinese, organo della politica napoleonica di Cavour ().

Ed in vero quando i Comitati di ordine mutarono in quelli di azione per trasformarsi incontenente in Governi Provvisori, partendo tra loro membri con singolare modestia e disinteresse gli umili uffici di Prodittatori e poi di Governatori, di Sottogovernatori, di Presidenti e di consiglieri di Tribunali, ec., di Colonnelli, di Maggiori, ec., delle milizie insurrezionali distinte in milizie assimilate alle regolari ed in milizie urbane appellate Guardie Nazionali?

Quando De Benedictis si sublimò a Demostene perorando la causa della rivolta violando la santità del giuramento solennemente prestato?

Quando Amilcare Anguissola da Garibaldi fe' battezzare Il Veloce che comandava per re Francesco col nome di Tukery?

Quando Vacca e D'Amico sinistrarono per benemeritare della egemonia pedemontana?

Quando il duca di Mignano scrisse al Presidente de' ministri del principe che lo aveva colmato di onori e di ricchezze: «non posso più portare sul mio petto le decorazioni di un governo, il quale confonde gli uomini onesti, retti e leali con quelli che meritano soltanto disprezzo?»

Quando la duchessa sua moglie scrisse al medesimo principe: «Sire, il posto di dama di Corte non mi appartiene; e però restituisco a V. M. il brevetto di nomina? Quando Briganti, Melendez, Calandrelli, Ghio, Gallotti, Flores, ed altri si concessero proditoriamente e codardamente alle armi garibaldesche?

Quando quel famoso A. Nunziante dall'Adelaide, fregata sarda, eccitò l'esercito borboniano a fraternizzare col garibaldesco? quando volse per Parigi il fedelissimo D'Ischitella, ed i generali Del Balzo, Fonseca, Garofano e D'Agostino si dimisero?

Quando lo stesso Zio del principe, il conte di Siracusa, cantò il Deprofundis alla propria dinastia? quando Cavour drizzò il suo ultimatum alla Sedia Apostolica? quando codesto Cavour partecipò al Signor Winspeare nostro ambasciadore presso la corte allobroga che il governo del suo re commetteva alle battaglie sarde d'invadere i confini del nostro reame?

Ricorriamo alle date.

Quando il Generale Lanza con trentamila uomini agguerritissimi, e con un numero di eletti generali, brigadieri, colonnelli ed ufficiali, quali erano Salzano, Marra, Cataldo, Letizia, Landi, Bonopane, e parecchi altri, il 30 maggio, dopo avere banchettato lautamente con Garibaldi, stipulò la resa di Palermo, iniziando cosi i giorni nefasti de' tradimenti e delle viltà, gettando sgomento ed ira in tutte le anime fedeli del nostro esercito, e proludendo alla infamia colla ruina della pubblica cosa sicula e napolitana.

Quando nel giugno il colonnello Ansani impose al Maggiore Bosco la capitolazione di Melazzo per ordine del nostro governo a cui la presa di Palermo aveva tolto il senno.

Quando nell'agosto Garibaldi, sceso nel continente, fece una passeggiata trionfale da Villa S. Giovanni a Salerno.

Eppertanto lorché L. Romano, deducendo dalla dedizione della guarnigione di Cosenza che il rivolgimento politico ed armato degli unificatori e degli unitari non lasciava più dubbio che la fortuna avesse abbandonato la dinastia borbonica,. da vero Ministro dell'Interno e Polizia, nel Consiglio della Corona presieduto da Spinelli, preso punto e misura con costui e con Pianelli Ministro della guerra, nel mese di agosto affermò ed in quello di settembre riaffermò la politica unificatrice del pari che la unitaria dei cavoureschi e de' garibaldeschi: per la quale aveva avuto bocca con Villamarina, con Persano e con la stessa camorra, che poscia consegnò a R. Conforti ed a S. Spaventa perché ne usassero scegliendo ceffo da ceffo dei più ribaldi co' quali ergere il solido edifizio di questa moralità da cui germinano tanto fiore di onoranza e tanto splendore di gloria e di potenza italiana!l

Vedete dunque che il Comitato centrale di Napoli, egemone de' provinciali, municipali e distrettuali del Mezzodì suona a raccolta in quella che i garibaldeschi hanno quasi compiuta la missione de' soldati della unità italiana. E chiede uomini e denari a provinciali, municipali e distrettuali!I!

Ecco quindi il Comitato provinciale lucano, consostanziale a quello o che si rifletteva da lui come Iride da Iride (e 'l nostro amico repubblicano sospettò sempre; eppertanto non credette mai al democratismo regio dei Mignona, degli Albini dei Lacava, dei Senise, ec., de' quali discorre ne' Pellicelli d'Italia ec., ec., argutamente disputando col primo sulla ittiologia e su' grani dalle sponde del lago a Patria; col secondo intorno a censiti e a registri della panciona detta Ricevitoria provinciale di Benevento; col terzo della Legge Rattazzi alla Sottoprefettura, de' poliziotti, de' carabinieri e delle spie alla Questura di Napoli, e di manovre di partito ne' convegni fiorentini de' sinistri capitanati da U. Rattazzi o dal suo faccendiere F. Crispi; col quarto alla Sottoprefettura di Lagonegro, non usando seco né dell'agro né del dolce dell'intrepido paladino dell'autorità pagatrice con quello del popolo, cioè del faceto Saverio Favatà celebre proprietario e redattore del più celebre diario noto all'universo e in altri siti, La Nuova Basilicata, ec., ec.,) in su' due piedi domandare uomini e denari a quello della provincia di Terra di Bari.

E questo in una ragunanza tenuta a Gioia a 17 luglio presieduta da Luigi de Laurentiis di Altamura deliberava () che de' 4340 Ducati che in quel momento serbava nella cassa provinciale se ne prelevasse 3000 «da inviare immantinenti al Comitato lucano per i propri bisogni e per attuare il movimento d'iniziamento» (è uno scrivere che in verità farebbe invidia ad A. Ferrero della Marmora ed al Ministro Ferraris, il quale detta Circolari poliziesche con uno stile da far guaire i cani, se per avventura non peggiore di quello di su'cellenza Pironti, giù di lì).

Item lo stesso Comitato provinciale del barese, il quale alla deliberazione fe' tenere dietro la spedizione di que' 3000 Ducati al loro destinatario (sempre per l'oggetto indicato) ne aveva mandato altri 4200 a quello di Napoli: lo che è stato dichiarato dal verbale della seduta che avvenne in Bari a 13 Agosto, nel quale, fra le altre cose, si legge:

«2. che a vista delle condizioni particolari le quali si offrono alla presenza de' nuovi avvenimenti, novello Comitato sia costituito in Altamura come luogo che meglio di Putignano si offre alle relazioni più spedite, nelle quali da oggi innanzi dovranno entrare le province di Basilicata, Bari e Lecce».

Ommettiamo di riferire quanto si fece da Comitati di Capitanata, degli Abbruzzi, di Molise, de' Principati ultra e citra, nonché di Terra di Lavoro e delle Calabrie fino allo sbarco di Garibaldi nel continente, perché i de' Luca, i de' Feo, i Tripoti, i de' Virgiliis, i De Sanctis, ec., co' soci delle altre provincie sendo ora illustri livree togate e sagate degli egemoni ai quali servirono da manichini, ovvero personaggi forti e molto metuendi, ci potrebbero convenire di falso e peggio. Di che ci limitiamo alle cose che seguono.

I Comitati del continente dal più al meno operarono tutti per conto proprio (cioè i loro membri) ché dalla scienza dell'egoismo in fuori non n'ebbero altra di sorte. Figuratevi I si era alla metà di agosto; e 'l Comitato centrale di Napoli, che si domandò anche Comando Centrale (com'eran lesti que' messeri ad assumere nomi e titoli d'imperio!), il quale aveva per mano destra quello provinciale della Lucania, richiesto da esso, scriveva modestamente così:

«Comando centrale di Napoli — Il Comitato centrale di Napoli ordina a quello di Bari ad attendere alla promessa ben generosa e fraterna data alla Lucania de' duecento armati, stanteché quella provincia il 18 corrente inizierà il movimento a nome di Vittorio Emmanuele 11 e di Garibaldi Duce Supremo e Dittatore. Sarà facile a generosi baresi marciare su Potenza per la volta di Genzano.»

Dunque non si era tanto forti di gamba là in Basilicata; e per conseguenza si era deboli a Napoli. Comprendiamo benissimo che i Lucani volevano avere il vanto d'iniziare il moto insurrezionale; ma non ci cape nella testa perché avessero aspettato a farlo quando fruttava quasi nulla a cagiòne de' casi avventurosi degni di comedia e di romanzo ormai seguiti nelle Calabrie.

Una provincia di mezzo milione di abitanti che per muoversi da una, va pitoccando 3000 Ducati, e 200 uomini da un'altra, e non si muove se non le sia concesso da un Comitato, quale era il napolitano composto di parassiti eunuchi, non ha diritto d'iniziativa insurrezionale: essa non significa coscienza di adempiere ad un dovere supremo e scienza di esercitare un diritto corrispondente al medesimo per affrancarsi da qualunque personificazione del principio di autorità.

Ora se il Comitato centrale di Napoli era manovale di quello egemonico di Torino, almeno sapeva qualche cosa e forse tutto il pensiero politico di Cavour.

Invece i Comitati meridionali, che gli obbedivano, non sapevano neppure cosa fossero, perché esistessero, cosa volessero e cosa potessero volere e fare. Era ragionevole: essi non dovevano badare ad altro che ad agitarsi e ad agitare secondo la parola di ordine di Mazzini appropriatasi dagli egemoni della Dora, i quali soli avevano la privativa di ogni perché. Quindi nella citata deliberazione del Comitato provinciale di Bari riunito in Gioia a 17 luglio col titolo di Comitato della società unitaria nazionale (era una mistura di Comitato di azione e di Comitato di ordine!!!) residente nella provincia di Bari si legge:

«Questi (volontari) nel N. (bello quello ne!!) di 200 saranno pronti appena che il movimento sarà iniziato dietro indicazione del giorno con ordine preciso del Comitato di Napoli... ed in pari tempo si prega il Comitato napolitano a voler mandare delle istruzioni precise onde i volontari potessero (oh potessero!) uscire da singoli municipi della provincia per recarsi sul tenimento (!!!) lucano o in altro sito (come se s'era convenuto di farli volgere per a Potenza?) che il Comitato napolitano crederà.»

Si vede dunque che que' bravi Signori del Comitato della provincia di Bari non facevano nulla per iniziativa propria. Senonché eglino stessi si addossarono la cura di fornire alla storia contemporanea una prova luminosa ch'erano tante teste di legno. Infatti, riunitisi in Altamura a 21 agosto, lasciarono scritto sur una carta posseduta dal nostro amico repubblicano:

«Prima di tutto si è dato lettura di vari programmi (misericordia!) ed avvisi sia del Comitato Centrale di Napoli, sia del Comitato Lucano (il Maramaldo degli uomini di quello, su' quali per un felice innesto crebbero giganti gli esuli ed i banditi)».

«Si è aperto e dissuggellato un plico (o che un plico che si apre non si dissuggella?) che tempo fa il Comitato centrale dell'Ordine (stupendo l'articolo dell'!) di Napoli inviava con la ingiunzione che si dovesse aprire a nuovo ordine (che buona pasta di rivoltosi ch'erano que' Pugliesi! Smentirono tosi quel di Dante ove bugiardo fu ogni pugliese).

«All'oggetto il Comitato ha voluto ascoltare le rivelazioni di due Membri Consulenti (politiconi ciclopici) tornati dalla metropoli; e ciò per bene fare intendere e determinare la nostra profession (on!) di fede (che diavolo dunque avevano insegnato al popolo, Cireneo conculcato di tutti gli ambiziosi speculativi?) e i nostri principi politici (e fede e principi in che si di 200 sferenziano politicamente tra loro?).

«Si è alla (alla!) unanimità dichiarato riconoscere noi il solo Comitato di ordine fuso nel Comitato dell'Unità Nazionale che vuole Vittorio Emmanuele re dell'Italia una ed indipendente (dunque noi si aveva ragione di dire che i Comitati d'ordine non si erano dichiarati per unità prima delle vittorie garibaldesche in Sicilia quantunque Cavour da qualche tempo li avesse avvisati di non istare più sul tirato, ed a norma de' casi si gettassero nell'unitarismo)— non già altro Comitato unitario (si allude a mazziniani, che serbavano ancora il denominativo di Comitati di azione), il quale cerca di velare le sue misteriose idee sotto i nomi più cari che l'Italia onora (oh l’insigne ipocrisia da loyolei consumati!) e che si vorrebbero far servire di pretesto» ().

E che cosi li estimassero il Comitato centrale di Torino  'l centrale di Napoli suo portavoce, lo si evince dalle seguenti cose uscite di strozza da quello della Lucania, il quale sappiamo ormai essere stato l'ombra terribile di ambidue, còsi stupendi del principio di concentrazione e di assorbimento politico e sociale, spiegato colle parole oneste legalità ed ordine, mutate poi nelle altre autorità e libertà, che stanno fra loro come la forca e 'l festino nuziale.

Il Comitato lucano, da Corleto raccoltosi in Potenza, ai 18 agosto fece nascere un terremoto. Caspita! Ossequente agli ordini del centrale napolitano già noti al lettore, iniziò il movimento insurrezionale impegnando Potenza e le terre prossimane a tirare il collo a 200 gendarmi ch'erano al condotto del capitano Salvatore Castagna.

Vedete bene quanto questo negozio fosse grave! Basta. Castagna, il quale per debito del suo ufficio, non potendo permettere che alcuno ribellasse a vigenti ordini del reame, volle ovviare a primi segni, lasciato quindici morti, altrettanti feriti, ed intorno a trenta prigionieri, bravamente fuggi co' rimastigli cencinquanta riparando sulle colline prospettanti da destra la terra di Tito. E 'l valente Signor Ulisse Caldani si vantò di averlo fatto cedere al rivolgimento. Ecco come narra l'accaduto in una scritta consegnata al nostro amico repubblicano:

«Il medesimo di, racconta il Caldani, del 18 Agosto una parte della Guardia Nazionale di Tito al numero (al?) di trenta persone sotto la direzione del suo Capitano D. Ulisse Caldani andava in Potenza, che era il punto di radunanza di tutti gli armati della provincia. Giunti al mezzo del loro cammino, scorsero alla loro diritta, in. alcune lontane colline, i gendarmi fuggitivi, che avevano fatto sosta per alcuni momenti onde riaversi delle fatiche e degli stenti della giornata.»

Qui il Capitano delle cristiane genti, avvisando fosse inutile «seguitare il preso cammino, quindi inutile di rafforzare il Capoluogo (rafforzare?) in cui non vi erano nemici da combattere e dove era già convenuta forza bastante dalle terre vicine» pensò a Tito, alla sicurezza ed alla gloria di Tito. Divisò di scannare que' cencinquanta gaglioffi co’ coltellacci de' suoi trenta paladini divisi in piccoli drappelli. Epperò «e' si mise in giro (!!!) benché fosse sorgiunta la notte. Precedendo uno de' drappelli, s'avvenne in que' cani Saraceni. Vennero impugnate vicendevolmente le armi (!!!), dopo di che ognuno indietreggiò (!!!) Allora il Tenente della Gendarmeria Signor Barnaba, imbattutosi in un villano di Tito (!!!) chiese abboccamento col Capitano della Guardia Nazionale», il quale ebbe a usare si bene dello ingegno arguto e faceto da mettergli in corpo uno spavento da crepar d'accidente. Il Barnaba tornato a suoi, riferì ch'egli era proprio il mondo intiero armato ed ormeggiante furiosamente sulle poste loro, e che buon per essi se calassero ad accordi.

L'Argante Castagna non se lo fece ripetere; e si rende a sei campioni, ovvero al Goffredo Buglione che li capitanava. Ma perché rendersi a sei bifolchi? Perché il Capitano de' sei bifolchi, mentr'era a trattare della dedizione de' Saraceni allibiti di paura, additò loro fra le ombre della notte un esercito numeroso in grossi steli di grano d'India; e 'l Capitano de' Saraceni, a cui quella paura fè pigliare per sol&ati que' grossi steli di grano d'India, naturalmente depose le armi (). Ma non fu quella la cagione della resa, fu questa.

Il Castagna avendo mandato per aiuti a Salerno, e questi avendogli fatto diffalta appo Auletta (), non reputò da uomo savio commettere la propria e la vita de' suoi ad un tentativo di rivincita, in una provincia tutta nemica e brulicante di armi. Il sangue del ventenne Luigi Guerreggiante da essi sparso sarebbe stato vendicato su loro con solennità di modi.

Dunque tanto chiasso per così poco?

I meridionali sono tuttora come i Greci loro maggiori, dei quali scriveva Tacito: sua tantum mirantur.

Era dunque loicissimo che dopo si romorosa vittoria la Lucania si ordinasse a Governo Provvisorio prodittatoriale. Eh! ell'era gallina gialla caduta in piatto di lassù e da non istarci lì a soffiar sulle dita anziché trinciare da parassito. Il Mirabeau, G. Albini, aveva rasciutto li denti; e 'l Saint Just, N. Mignogna, non ebbe mai più bella occasione di mostrare il proprio genio repubblicano.

Questo ambo però era troppo modesto per non guardarsi dal far echeggiare il cedant arma togae dell'Arpinate. Esso quindi si associò un Lafayette, quasi un Buonaparte, un certo Camillo Boldoni, intorno al quale il Comitato centrale napolitano di ordine scriveva da Napoli a settembre al Provvisorio altamurano: «vorrà codesto Governo Provvisorio comunicare la presente nostra lettera al Colonnello Boldoni, che dipende da questo Comitato—Il Comitato di Napoli.»

Infatti, dopo que' prodigi di eroismo che udiste contro la furia di 200 gendarmi, il Corriere Lucano (ridicola contraffazione del Piccolo Corriere di G. La Farina) nel suo primo numero sotto la rubrica Atti del Governo a 23 agosto pubblicava: «Vittorio Emmanuele re d'Italia — Il Generale Garibaldi Dittatore delle Due Sicilie— 1. Un Governo Prodittatoriale si è stabilito per dirigere la grande insurrezione lucana (che fantasia da galeotti!) — 2.  I suoi componenti sono i cittadini Nicola Mignogna — Giacinto Albini, ec. ec. 3. I suddetti componenti sono in seduta permanente nell'antica sala dell'Intendenza— Potenza, il di 19 agosto 1860 — Per il Dittatore Garibaldi i Prodittatori N. Mignogna. — G. Albini — I segretarii, ec. ec.».

Installatosi, il Provvisorio ordina lo stesso giorno «che sia affidato il comando esercito patriotico al benemerito (!l!) colonnello C. Boldoni». Ma il colonnello dipendeva dal Comitato centrale di ordine di Napoli.

Dunque il Provvisorio lucano era un automa il quale si volgeva e rivolgeva a talento di quello: era il fior di Clizia. Dutique tutto quel nonnulla tanto vantato ch'ei fece in figura vuolsi attribuire a quello. Ora quello tirava le fila a mo' del burattinaio lorché glielo ingiungeva il torinese. Igitur.

Senonché quel Provvisorio lucano prese ragione e modo di Governo davvero. Distribuì gli uffici eminentissimi fra gagliardi de' suoi (di N. Alianelli esso fece uno spedaliere siccome quello dì Torino aveva fatto G. Casati azzeccacataplasmi all'ospedale militare di Brescia: due grandi persone da bene Alianelli e Casati!), i quali nulla affatto trascurarono per tirar su amici e parenti. E bravi i Mastodonti della futura Italia!: «al nuovo liberto fa bisogno di pappare ()».

Messisi in seggiola, mostrarono i denti subito, subito.

Comandando a bacchetta, imperarono sul Comitato provinciale di Bari, cui fraternamente sfruttarono per benino di quattrini e di genti... Con un ukase de' 2a agosto. «Il Governo Prodittatoriale lucano ordina, che conformemente a  ciò che si è disposto con atto de' 19 agosto, il Signor L. De Laurentiis di Altamura in Bari (Altamura in Bari! che s'ignorava perfino la Geografia di casa?) è incaricato d'istituire delle Giunte insurrezionali ne' Municipi de' Circondari di Lecce e Bari.»

O che avevano fatto dunque fino allora que' rivoltosi insatanassati?

Pazienza che Capitanata, Molise, Abbruzzi, i Principati, Terra di Lavoro pressoché al tutto fuori del teatro della guerra, e con armi borboniane sul collo, avessero improvvisato una diarrea di Colonnelli, Maggiori e Capitani senza reggimenti, senza battaglioni e senza compagnie, tanto per poter dire poi che parteciparono alle fatiche ed a pericoli de' restitutori della cosa italica!

Pazienza che le Calabrie, pure con grande nerbo di forze borboniane nel cuore e con G. Garibaldi procedente vittorioso da Reggio a San Giovanni, non facessero motto di alzarsi a fare da se e per se come avrebbero dovuto I Pazienza che Napoli chiacchierasse al solito sazievolmente, ed al più al più, riferendosi al Comitato centrale di ordine, ispiratore ed ispirato ad una volta da L. Romano o dal Ministero Spinelli, si disponesse, secondo il caso, a far sussurro in sembianza d'insurrezione contro il principe quando era in sull'irsene! Ma non si può comportare che il barese ed il leccese, proprio li a vedere il fumo del cannone, avessero aspettato fino a que' di ad organarsi militarmente! Oh le teste fini de' Comitati, centrale di Torino, centrale di Napoli, e provinciale della Lucania! Tant'è.

E con altro idromele dello stesso giorno 2, N. 159, scriveva: «interessa intanto che il barese, imitando il tucano, faccia subita sventolare la bandiera insurrezionale e che i cittadini da per ogni dove sorgano come un sol uomo al guido di Viva Vittorio Emmanuele, viva Garibaldi, viva la Unità».

Dunque costoro erano tre incognite per quelle provincie. Se davvero le avessero avute in testa e nel cuore, e se avessero inteso e sentito la rilevanza del momento di menar colpi per incarnare ne' primi e nell'altra la ragione giuridica della scienza ed il voto della coscienza, non si sarebbero ridotte a ripetere pappagallescamente le voci imperative de' pappagalli di quel governo.

E fu obbedito. Il barese ebbe il suo Governo Provvisorio prodittatoriale. E qui diciamo ch'esso fra tante fanciullaggini commesse in lungo ed in largo fece una cosa degnissima di lode: elesse a suo Prodittatore il nob. cav. V. Rogadeo di Bitonto, giovane assai culto, grandissimo cuore per l'Italia e per umanità, integro di vita e puro di ogni colpa, di larghezze copioso e quasi pari a ricchissimi della sua ubere regione, eminente sugli altri per virtù domestiche e cittadine, nemico di accentramenti e di assorbimenti e quindi propugnatore di ragione politica e sociale esercitata direttamente da ciascuno e da tutti.

Deputato al Parlamento, votò colla sinistra a cui appartenne fin d'allora che que' di Puglia gli diedero mandato di rappresentare la loro sovranità individuale e collettiva; ma, più del popolo che del principato aborrì dall'entrare in que' maneggi tenebrosi de' caporali di sua parte pe' quali intendono solo ad impadronirsi della somma delle cose. Ei né ambisce, né chiede, né vuole pubblici uffici, contento a quello derivantegli dal mandato de' suoi elettori cui vorrebbe adempiere ben altrimenti che non consentano lo Statuto, le attanagliate interpretazioni dello Statuto, e 'l Regolamento per applicazione dello Statuto ().

Senonché avrebbe potuto sembrare soverchia l'arroganza d'imperio nel Governo prodittatoriale della Basilicata, e partorire effetti di esempio perniciosissimo; ed ecco il Comitato centrale d'ordine, suo patrono in Napoli, accorrere a raddolcire l'asprezza della impressione, che produsse in taluno de' membri del Provvisorio di Bari ancora residente in Altamura, con questa pillola confezionata nel Laboratorio chimico della Polizia piemontese. Noi riportiamo tutto intero questo documento. Esso è lume limpidissimo a riconoscere che cosa intendessero per libera libertà i campanari; gli accoliti ed i diaconi della nuova Signoria li in sul gravarsi soave sulle nostre spalle. E stato scritto a 4 settembre.

«Questo Comitato è lieto di apprendere il trionfo che la Causa Nazionale ha riportato in Altamura (quali i nemici trionfati?), che il Governo Provvisorio quivi proclamato sia composto di uomini giustamente riveriti nella Provincia. Di un Prodittatore non è in alcuno modo mestieri; anzi pensiamo che il crearne uno che non fosse spedito dal Dittatore con mandato espresso e speciale, sarebbe non pure una violazione di forme e di principi (gua! E l'autonomia sovrana dell'individuo, della farriglia, del Comune e della Provincia ove la mettete Domine?), ma eziandio una mancanza di rispetto verso l'Eroe (quanto di unzione sagrestana!), innanzi al quale tutti c'inchiniamo come al Liberatore di questa nostra carissima Patria».

Osservazione. Salvo (Ruggero Bonghi, parliamo con voi) salvo poi mandarlo al patibolo se gli fosse saltato in testa di andare a Roma. Infatti col titolo A Roma nel settembre del sessanta il vostro Nazionale pubblicò quell'articolo famoso da noi citato sin dapprincipio di questo profilo storico, nel quale era detto.

«Ora perché si sarebbe temerari a correre alla impresa di Roma, lo sapete. Perciò a questa impresa non possiamo più essere tutti; e finora non abbiamo vinto se non perché eravamo tutti».

Tutti? Ohme! tutti? Anche a Calatafimi? anche a Palermo? anche a Milazzo? anche a Melito? anche a Reggio eravate voi, mestierante di politica, voi nemico capitalissimo della unità, perché voi con quello articolo dichiaraste alla ricisa si dovesse spegnere il rivolgimento dal quale ci venne tanto e dal quale solo deesi attendere tutto?

La ipocrisia vostra che a Roma don si anderebbe senza il consenso di Francia, se il giure di averla non entrasse nella coscienza dell'universale, ed ove non occorressero casi propizi ed occasioni opportune, fu ipocrisia vulgare, fu ipocrisia poliziesca e sbirresca, fu ipocrisia sirocchia della ironia caustica da gendarmi della misura di quella intimezza vostra, S. Spaventa, fu ipocrisia furfantina, mercatina e traditora, fu ipocrisia matricida.

La quale apparve patente di luce funesta quando gongolaste ai lutti di Aspromonte; quando v'impettiste per la vittoria del capestro o violenza giuridica od infrazione matta de' patti, accompagnata da scherno e da violenza personale reale, cioè della Convenzione settembrina; quando profanaste il tempio della storia adulterando e schernendo il martirio di Mentana, e quando, inorridiamo a riferirlo!, v'inebbriaste del sangue di Torino, di Parma, di Ravenna, di Ancona, anzi di tutta Italia, vomitando ditirambi infernali alle Eumenidi scellerate che lo sparsero a torrenti.

Miserabile, che nel Nazionale, nella Perseveranza e nella Rivista, adoperaste bieco ed adoperate a pervertire il senso comune ed a fuorviare la pubblica opinione con trappoliere argomentazioni dedotte dal principio che rinnega l'autonomia dell'uomo, vi affaticate indarno ad elevare a cielo giure scritto ed arbitrio incircoscritto (jus et arbitrium, diceva Sallustio colla bocca del numida Aderbale, stimmatizzando profondamente l'atrocità dell'imperio quiritario della corrottissima repubblica di Roma: «città venale e da annichilirti di un fiato (urbem venalem et cito perituram) trovando chi ti comperi» (si emptorem invencrts)apostrofò Giugurta, il coronato usurpatore sanguinario!) ché sul giure della forza, imposto e scritto dalla forza, e sull'arbitrio suo, s'innalzano la imprescrittibilità ed inalienabilità del giure umano col domina divino del debito di reciprocanza e le ragioni Conseguenti di un principio di giustizia morale, che proclama innocente il reo della legge di quel giure e delle antropofaghe trascorrenze di quell'arbitrio.

Vedete! la vostra giustizia condanna il Gazzettino Rosa; la pubblica coscienza lo assolve: la vostra giustizia mitraglia, arresta, ed infama, specialmente per opera vostra; la pubblica coscienza, si fa scudo alle vittime;. reclama la libertà de' sostenuti in fetide prigioni co' fedati di delitti comuni; ed accorre innanzi a giustizieri, (ignoriamo se dello stampo di quelli deleinpi de' primi Cesari () de' quali tocca Giovenale) a deporre contro le provocazioni sconfinatamente sazievoli di una bestiale Polizia maestrevolmente organata da Piemontesi e perfezionata da Napolitani; a scovrire tutte le infamie di coloro che la inizzano a danni degl'inermi per giustificare ogni loro attentato contro vite e fortune private e pubbliche, a convincere il mondo civile e barbaro che il Piemonte allargato dalle Alpi al mare siculo converse Italia, dapprima divisa in piccole, in una sola e grande galera secondo la espressione argutissima di C. Cattaneo—segno agli strali avvelenati di parte vostra—: la vostra giustizia partigiana potrà per avventura mettere a sottile disamina legale le parole ed i fatti di Paolo Fambri, di Raimondo Brenna, di Civinini, et alla hujus modi masnadae, e confrontandole colla Legge dolcissima pe' falliti, pe' scrocconi, pe' borsaiuoli, ec., ec., argomentare ad incolpabilità, compensando le affermazioni de' battezzati co' dinieghi de' circoncisi; e quindi invocare il siamo onesti del feudatario di Broglio per cuoprire qualche altro povero caraibo; ma il giudizio dell'assoluta maggioranza di ciascuno de' ceti della cittadinanza nostra ha già condannato coloro che venissero assolti (): giudizio inappellabile.

Si sa a gran pezza che voi, decisi fermamente a non cedere al popolo la egemonia delle sue forze, vi serrate attorno il principio di autorità come le vespe fanno attorno il capo loro, e che a mo' delle vespe, le quali, si avventano contro chi le stuzzica in vespaio, voi vi avventate contro chi vi batte nascosi dietro la cortina atra del gerarchismo e del dommatismo del giure della forza e dell'arbitrio intesi per quel principio. Ma si sa ancora che chi ha ingegno agile e largo, che chi ha molti studi, e che chi al par vostro fa professione di lettere e di patriotismo suole sempre andarsene col giure giure, colla ragione dell'umano incivilimento progressivo, e co' postulati della filosofia morale. E voi non siete di mente soro e di studi povero e voi professate lettere e siete intinto delle speculazioni della filosofia.

Come si spiega dunque che abbiate a durare in tanta furia di passioni antropofaghe contro chi opera costante a reintegrare l'uomo nell'esercizio diretto de' suoi diritti imprescrittibili ed inalienabili? Ecco dal settembre del sessanta in qua voi non vi rimaneste un momento dello attendere alla estinzione delle migliori che da noi vanno schiarando alle moltitudini concaptive il cammino che mette a quello esercizio.

Deesi dire che voi, educato a servitù, mettiate l'ingegno a servigio di qualunque oppressore colla persuasione di operare opera civile e. patria? Ed in questa ipotesi, signor Ruggero, vo sareste il primo degli apostoli della umanitaria ghigliottina morale.

Quando mente acuta e sveglia, quando molto studio delle cose civili e quando profonda conoscenza degl'intendimenti dell'universale (che contraddiano a quelli del gerarchismo e del dommatismo, i quali s'incarnano in qualunque foggia di tormentatori del genere umano) si mettono a servigi del prescrittibile, dell'alienabile, dell'assurdo e dell'antropofago, cadono in colpa di maestà umana. E ciascuno ha diritto di dire: maledetti, ite ad inselvarvi: fra le pantere e non fra gli uomini il consorzio vostro.

Voi adoprereste il patibolo contro: noi ci contentiamo di questo: Arrossite di voi, povero Ruggero, de' fatti vostri, e di coloro che seguiste finora come paladino; convertite l'ingegno, gli studi e le azioni vostre a far trionfare il principio della vita liberamente libera immedesimalo nell'adempimento del debito di vicendevolezza di uffici. Rigeneratevi in cittadino d'Italia e di umanità produttrice sdegnando di rappresentare la parte del bruco consumatore. Voi siete della scuola plastica, di quella dell'io, perché guerreggiate guerra iniqua e bestiale contro quella del noi. Abbastanza e troppo fin qua voi e Spaventa con La Farina, Farini, Ricasoli, e gli altri pellicelli d'Italia, abbastanza e troppo avete fatto per gerarchismo e dommatismo tirannico, fate Pier la reintegrazione dell'autonomia sovrana dell'uomo, latte per l'amore diffusivo, assimilatore ed armonizzante, fate qualche cosa per la morale, per la giustizia, per la equità, per la libera libertà.

Voi dovete farlo anche per salvarvi. Non udite il cupo romoreggiare della procella del rinnovamento politico e sociale, che mette turbinosa dal solco e dalla officina e procede schiantando gli edifizi superbi della feudalità castellana e bancocratica?

Non vedete queste due orde devastatrici di oziosi consumatori invocare gli estremi della forza assoldata per iscongiurare follemente l'ultima ora esacrata della loro vita? Non vi prende orrore di una battaglia ch'elleno solidariamente stanno affrettando colla disperata fiducia di sgominare le intrepide e solidali coorti della maggioranza di umanità, le stolte! che non considerano il tempo avanzare col decreto dell'abolizione loro? E voi per esse reagire alla ragione di umanità trafficando si compassionevolmente i tesori dell'intelletto; del cuore e della scienza?

Voi avete letto, credo, la storia della guerra peloponnesiaca. Ora Tucidide fe' dire a Cleone di Cleeneto, uno de' personaggi di quel suo grande dramma plastico: «In ispecie poi coloro, i quali senza cagione di sorte danneggiano alcuno, lo perseguitano fino a spegnerlo e perderlo all'intuito; avvegnaché sospettino sempre sovrasti loro pericolo dal nemico lasciato sopravvivere» ().

E Tacito ci legò questo monito:

«I benefizi pure tornano lieti se paia poterli ricambiare, ove poi sorvanzino il poter nostro, per gratitudine rendiamo odio» (). E N. Macchiavelli nel Principe, Capo III, riassumendo le sentenze di que' due celebri scrittori dell'antichità civile greca e romana, cosi scrisse: «Di che si cava una regola generale, quale non mai o raro falla: che chi è cagione che uno diventi potente, rovina; perché quella potenza è causata da colui o con industria o con forza; e l'una e l'altra di queste due è sospetta a chi è divenuto potente.»

Voi che dovete avere nell'animo tutti gli aspetti pe' quali l'organismo e! processo del pensiero, siccome disse il vostro Giambattista Vico, si manifestò agli annali dell'opera di umanità ed alla meditazione della sapienza, riconoscerete in queste lezioni il genio ferino del giure della forza e dell'arbitrio progressivamente perfezionato ne' suoi esercitamenti antropofaghi.

E siccome quegli il quale toccate con mano approssimarsi il tempo da esercitare con libera libertà la forza e l'arbitrio del giure ciascuno e tutti, non potete ammeno di sollevare lo stendardo della morale giustizia e della sociale equità, ed inoltrare pugnando contro cui l'una e l'altra conculchi ne' loro apostoli e soldati.

E tanto avete a farlo per la grandezza de' benefizi da essi recati alla vostra parte quanto per la capitale ruina recata alla loro; avvegnaché con quella di risolvere per qualunque mezzo il problema della nostra unità, eglino militassero eroicamente con programma politico d'intendimento al tutto contrario di quello che fino allora la eletta parte de' medesimi avevano seguito. E se scerpate le più nobili piante con quali edificherete l'edifizio della unità nazionale?

Forse con quelle di U. Rattazzi, di C. Cavour, di D. Micono, di G. Lanza, di Ponza di San Martino, di G. Chiaves, di Q. Sella, di Sorrisio, di Bertéa, di Farina, di Monale, di Cesana, di Capriolo, di Biancheri, di A. Ferrero della Marmora, di Pettinengo, di Bertolè Viale, di Persano, di Provarla, di Cavalli e de' Cavallini, degli Strada, di Ferraris, di Sambuy, di Piola, del Della Rocca, di Groppello, di De Sonnaz, dei Nasi, di Alberti, di Noris, di Pissavino, di Pralormo, di Cibrario, di Govone, di Cicala, di De Foresta, di Villamarina, di Bosio, di Daneo, di Berti, di Scavia, di Vismara, di Casalis, di Bottero, di Cadorna, di F. Govean, di Buoncompagni, di D' Azeglio, di Cordero e di Cordera, di Clair, di Zoppi, di Montiglio, di Pico, di Del Carretto, di L. Fasella, di Sanguinetti, di Sauna, di... che 'l diavolo se li porti tutti quanti?

Forse con quelle di Broglio, di Visconti Venosta, di Guerrieri Gonzaga, di C. Arrivabene, di Greppi, di Trecchi, di Annoni, ec., e di tutti i crepascolanti? Forse con quelle di Bembo, di Pasqualigo, di Giacomelli, di Comin, di L. Fortis (caporali de' Pungoli) di Brenna, di Fambri, e di tanti altri ghiri delle disfatte Venezie?

Forse con quelle de' Ricasoli, di Peruzzi, di Bastogi, di Susani, di Cambray-Dignv, di C. Finzi, di C. Bianchi, di E. Montazio, di A. Vannucci, di Civinini e del resto della brutta cricca toscana? Forse quelle di Biancoli, di Ranuzzi, di Campello, di Minghetti, di Spada, di Audinot, di Pepoli, di L. Pianciani, di Cesarini Sforza, di F. Gualterio e del poliziotto Curletti, senza dire del resto della turba de' figli della scuola sagrestana?

Forse con quelle di Gioia, di Pallavicini, di Minghelli, di Malmusi, de' Menotti, di N. Bianchi, di E. Cialdini e soci de' ducati emiliani?

Forse quelle di R. Conforti, di A. Scialoia, di F. Trinchera, di M. Pironti, di L. Settembrini, di Nisco, di Nolli, del principe D'Alessandria, di Carano, de' Massari, di Pisanelli, di P. Ciccarelli, di Assanti, di P. E. e di V. Imbriani, di Poerio, de' Plutino, degli Stocco, di Melodia, de' Del Re, di G. duca di S. Donato (sinistro pacchiano), di Gemelli, di N. De Luca, di Pica, di Rudinì, di Stoppa, di Vincenzo Salvatore (!!!), d'Indelli, di Nunziante, di Colucci Prefetto e di Colucci Deputato, di Pianelli, d'Anguissola, di Vacca, d'Amico, ec. ec., ec.?

E come se conferirono politicamente a mettere Italia in balia della più sparvierata delle dinastie, ed economicamente nelle male branche della vorace bancocrazia individuata nella Banca Nazionale e sue pertinenze, la quale l'ha conversa in una piazza di accattoni dopo che quella operò il massimo per mutarla in mandra senza dignità, senza ragione di se e de' suoi diritti? E come se per queste due iniquità atrocissime Italia ned una è ned accenna a volersi più acconciare con egemoni che la capestrarono, affamarono ed infamarono?

Suvvia da bravo, Ruggero, ditemi perché ora parte vostra regni soltanto per forza e per sofismi!

Ditemi perché il governo, che è di parte vostra, non abbia modo da farci sapere ch'esiste fuorché imperversando con Polizia, con esattore e con pretoriano!

Ditemi quindi perché le moltitudini dieno retta a dottori di scuola sociale e tirino a trasformarla in comunistica! Certamente tutte queste cose nascono perché l'io delirante persiste a flagellare il noi da cui or ora trasse la sua legittimità.

Qui, è chiaro, c'è violazione armata delle stipulazioni del sessanta. Codesto fatto non le ha forse spezzate? Laonde non potrebbe accadere un'altra maniera di Plebiscito?

Sicuramente. E riconfermerebbe l'obbietto di quello che il popolo ha veduto violare dal sessantadue in qua?...

Fidate voi ancora nel Buonaparte e nella sua durata, voi che colante' improvvidamente andate insinuando Italia interzata co' napoleonidi e cogli habsborghidi dover essere, non sappiamo quale macchina fulminante per distruggere i sognatori di Panslavismo e di Pangermanismo e con essi quelli di una Europa ordinata a repubblica democratica e sociale in ciascuna delle sue regioni federate tra loro e quindi serbanti la propria autonomia?

Dunque non vi siete ancora accorto di quello che si va svolgendo dall'Artico all'Orenoco, dalla Finlandia al Tamigi, e dalla Senna al Reno ed al Danubio?

Badate, Ruggero, è quella procella, di cui ve ne feci motto: s'avanza: savatevi; e lasciate ch'essa vendichi umanità coll'esterminio de' suoi oppressori.

Lettore, non a caso o per dimenticanza del nostro soggetto ci soffermammo a R. Bonghi.

Noi che rispettiamo ed onoriamo agli alti ingegni non potemmo si che non ci arrestassimo avanti a quest'uomo, il quale è di gran lunga più fecondo di A. Ranieri e di L. Settembrini (che si argomentò di ridurre a fette i borbonidi, con una pasquinata ampollosa e stucchevole fatta saltar fuori dalle quete e sicure onde dell'Arno ospitale () appunto nella ora delle più grandi prove de' garibaldeschi in Sicilia) più del secondo di stile terso, e meno logico del primo, da cui viene sorpassato di molto in profondità, in candore di discorso ed in ragione di vita politica e sociale ().

Quest'uomo, costante nell'uso dell'ingegno potente e degli studi svariatissimi a difendere gerarchismo e dommatismo a pernicie certissima d'Italia e di umanità, potrebbe cambiarsi in lancia possente della scuola emancipatrice ed equatrice. Noi ammiriamo il suo ingegno e ne deploriamo gli errori. Non crediamo ch'egli abbia tanto pervertito il cuore che la mente sua non lo possa ancora ritemperare alle virtù cittadine de' liberamente liberi. Sarebbe possibile ch'egli continuasse ad imperversare contro la luce? Speriamo di no.

Intanto non possiamo dissimulare che il Comitato centrale di ordine dee a lui il più e 'l meglio che fece dal luglio agli ultimi di novembre. E facile arguire che la parte catechetica che ora ricopiamo sia stata stillata da lui in quello laboratorio di canzonature.

Continuiamo a trascriverla.

Taluni uomini, trasportati da smodata ambizione han trovato modo di farsi strada insino a Garibaldi; e poiché questi naturalmente desiderava di promuovere in questa parte d'Italia una insurrezione che valesse a solenne ed írrepugnabile manifestazione del voto nazionale (ahimè, Garibaldi!) e lo chiamasse a venire tra noi, era lor facile di ottenere lettere, che li autorizzasse a quell'opera. Or di queste lettere costoro han tratto profitto per sopraffare le menti volgari, e son giunti in certi luoghi a farsi riconoscere Prodittatori ().»

«Questo esempio non va seguito come quello che ci allontana dal nostro principio di far l'Italia una; e fraziona invece il regno in tante Prodittatore. Conseguentemente è nostro parere che codesta Giunta non si debba intitolare altrimenti che Governo Provvisorio fino all'ari rivo del Dittatore Garibaldi; ché né il nostro Comitato,  né altro qualsiasi ha il diritto d'imporre un Prodittatore a cotesto Governo Provvisorio, il quale, avendo la coscienza della sua dignità e del suo diritto dovrebbe risolutamente respingerlo.  

Stimiamo indispensabile avvertire cotesto Governo Provvisorio di essere cauto a non accettare né nomine,  né consigli che emanassero o particolarmente da qualsfasi individuo ovvero da altro Comitato che velasse temporaneamente forme accettabili (), principi ascosi ed estremi, i quali in questo periodo dello svolgimento della causa italiana non potrebbero che rovinarla, e farci ricadere nel più abbietto dispotismo.»

Ognuno per questo ukase consigliatore sarà convinto che il Comitato centrale napolitano di ordine, mentre si mostra rispettoso de' canoni gerarchici e dommatici del giure della forza, cioè di quelli del principio di autorità, da una vuole accrescere prestigio alla Prodittatura lucana a potere la di lei mercé padroneggiare più sicuro sul barese e sul salentino; e, dall'altra, col moderare le prorompenti passioni d'imperio, riservare alla egemonia allobroga l'arbitrio elettivo delle persone ad essa cognite ed intime per identità di principio, di fatto e di obbietto.

Lo che torna al medesimo da noi già osservato, vale a dire che i Comitati provinciali, municipali e distrettuali erano marionette le quali si muovevano a cenni di quello, che la tenne sull'unitario od antiannessionista i cui membri più autorevoli furono G. Libertini, per nominarne alcuno e 'l peperino L. Zuppetta: il quale fe' assai perché la formula del suffragio universale implicasse la idea del dovere da quella di Savoia e di giure da quella del popolo di compiere il Programma unitario.

E la tenne perché per la formula detta si abdicava di diritto e di fatto al principio de' rivolgimenti politici popolari, ch'è di non sostare, e meno ancora di porsi in mano di esterni arbitri, la natura de' quali intenda a fini ripugnanti coll'esercizio diretto della sovranità collettiva, sibbene di procedere ingrossando ed invigorendo di elementi demolitori del vecchio e di elementi edificatori del nuovo col disegno della libera libertà nell'adempimento del debito di reciprocanza da noi tante volte ripetuto ed altrettante inculcato.

E perocchè, abdicando cosi senza determinare a Savoia il tempo ed il modo di venire alla unità, poco più fosse da fare dello annettersi a costei incondizionatamente (come voleva Cavour nemico ed amico degl'interventi secondo che tornasse) veniva che il governo partito significato dalla francescana obbedienza dei Comitati di ordine la tenesse su' Comitati unitari od anteannessionisti. Infatti quando usci il Garibaldi zuppettino (il Teseo della politica dittatoriale) il Piccolo corriere (il Marte della cavouresca), il Nazionale (il suo Piritoo) si erano messi in tasca nove milioni di creaturi stati immersi nel fonte sacro.

Se li avevano guadagnati eglino, e pe' Comitati di ordine, non i Comitati di azione mazziniani od i Comitati garibaldeschi domandati unitari monarchicamente; e veramente se li avevano guadagnati per virtù taumaturga de' famosi cartellini del si o no, merce capitata loro dal fondaco torinese, merce fabbricata nella officina Cavour, la Farina e Farini ad uso salutare de' badaloni della della Toscana e di tutti quanti, merce di sicura provenienza, peso e prezzo giusto, tutto netto di tara.

Dato il si a complici ed a girasoli, nonché al fango che serve a formare ogni motta ed ogni rialto, piatto largo per qualunque a via lanciata andasse all'urna ad affermarsi italianissimo, detto certe parole di avviso furfantino per chi fosse tentato ad abusare della libertà deponendovi il no, la plebe togata e sagata e la plebe proletaria e tavernaia golanti de' pomi del giardino delle Esperidi subalpine tra la fettuccia e 'l cilindro in sulla tesa del cappello ostentavano azzeccato il libero si maiuscolo processionando per le vie, ammiccando, schiamazzando, urlando viva di ogni stampo e di ogni colore.

E ci fu suffragio che avresti detto baldoria se non fosse stato un tiro maestro per esautorare principi e popoli e farne scempio con giure egemonico.

Qua volevasi venire; e qua si venne per l'audacia di un pugno di eroi tranellati da un pugno di codardi.

No, i Comitati non diedero nemmeno la tinta di lealtà al passaggio di Garibaldi sul continente. Non fecero nulla più di mascherate e di esercizi ginnici da corsobati cavoureschi, s'intitolassero dall'annessione incondizionata o dalla assoluta unità numerica e non giuridica ovvero dalla unità giuridica e non geografica ned etnografica.

No, non fecero nulla all'infuori di praticare ipocritamente i canoni lippi del mestiere di parere. Non fecero nulla all'infuori di comperare e vendere per raccomandata Buonaparte-Cavour.

Non fecero nulla all'infuori di preparare a servile uniformismo quelle plebi che ingannavano con bugiarde promesse per rendersele granaio e cariatidi.

Certo il grande iniziamento lucano fu una ironia; ed esso solo campeggia ne' fatti esterni della rivolta del sessanta, ché gli altri delle altre provincie non ebbero né cagione, né ragione, né presenti necessità gravissime di mettere la pancia obesa avanti le palle borboniane.

Essi si contentarono soltanto a comperare ed a vendere per quell'accomanditta spargendo la corruzione, la viltà ed il tradimento a mani piene.

Oh così si doveva incominciare l'era riparatrice de' mali morali, politici e sociali nati e moltiplicati per cura delle tirannidi coronate d'Italia, e particolarissimamente della borboniana, domandata negazione di Dio da un quaquero britannico!

E veramente dee godere dell'animo ciascuno italianissimo vedendo per tanto di eccellenza e di perfezione de' principi morali, politici e sociali la patria così una, così libera e così indipendente fiorire di geni e di fortune mostruose da Cavour a Menabrea, da Rattazzi a Ferraris da Cibrario a Bargoni, da Sella a Minghetti, da Rovere a Mordini, da A. Ferrero della Marmora a Bertolè Viale, da Persino a Ribotty, ec., ec.!

Del rimanente poveri garibaldeschi se Cavour avesse fidato sullo spirito marziale de' Comitati meridiani del continente, sull'autorità ch'eglino sfacciatamente sostennero di esercitare sulle nostre moltitudini, sulla coscienza e sulla scienza emancipatrice ed equatrice e sulla disposizione di queste di fondersi cogli altri Comparti politici e sociali d'Italia!

Sapeva benissimo quel ch'erano que' farabutti de' Comitati; e lo manifestava chiaro all'Ammirante Persano (famoso padrone delle acque di Lissa!.) dopoché Garibaldi si era insignorito di Sicilia, lorché gli scrisse: «sarebbe stato meglio, che i Napolitani compissero od almenoiniziassero l'opera rigeneratrice; ma poiché non vogliono e non possono muoversi, ec.»

La stessa opinione serbò nella lettera diretta ad un suo amico strettissimo, (C. L. Farini) dicendo:

«Ho notizie non cattive da Napoli. Vi ha ivi un gran numero di elementi di unione: vi manca la volontà energica e coordinatrice. X (Villamarina!)  promette di provvedere.»

Ma in nessun altra guisa migliore significò il suo giudizio su que' tristissimi fuorché con le seguenti parole che lessimo in un Documento del Conte di Cavour, p. 124, lavoro del turiferario di casa, del signor N. prof. Cav. Bianchi: «turba di mercanti di libertà, questuanti (l'impieghi, i quali non mai sazi di chiedere, per quanto loro si conceda, finiranno per divorare il cuore stesso della patria (e che c'è rimasto più con queste brutte Arpie?) se i reggitori della cosa pubblica non li affideranno (affideranno?) una volta per sempre a un compiuto disprezzo (che il disprezzo può essere per avventura più di uno?) senza curarsi dei loro clamori o delle immondeloro adulazioni.»

E perché ne adoperò? Furono pure arnesi buoni finché la fortuna non mostrò il viso! Ma a che discutere?

Eglino stessi, que' Comitati, ebbero qualche capone, il quale considerò dirittamente la figura infelice che facevano vantandosi Rodomonti e non movendo frasca. In fede loro dal giugno al settembre, lo vedeste, non fecero nulla toltane la spacconata contro le armi di Castagna e le scene buffe di Bari. E ad onore del vero convien dire che fra dessi v'ebbe alcuno, il quale non potè che non confessasse la vigliaccheria loro e l'apatia dell'universale.

Ricopiamo dalle memorie raccolte intorno a que' Comitati ciò che il Comitato Unitario Nazionale di Napoli si lasciava scappare in proposito: «mostrarsi incapaci a risorgere per propria virtù sarebbe codardia; colpa poi ed infamia l'inculcare calma e quiete (è un ciottolo mandato all'indirizzo del Comitato di ordine) quando la tempesta già minoreggia dintorno e quando Garibaldi e Bertani c'invitano a sorgere.»

E questo appunto in quella che il Dittatore si aveva spazzato e fatto libera la via per Salerno!

E lo stesso Comitato nel suo Bollettino della Rivoluzione, N. 2,21 agosto: «i momenti sono solenni; i nostri fratelli si battono nel nome tanto d'Italia; la nostra inerzia sarebbe delitto.»

Il fatto è che in mezzo a tanto fervore bellico di parole de' Prodittatori, de' Provvisorì e de' Comitati si aveva smarrito le traccie del buon senso; e si diferiva di giorno in giorno a correre là ove s'aveva a incontrare i pericoli certi della guerra del campo e non di quella femminesca delle mura cittadine.

Quindi il Capo dello Stato Maggiore generale dell'esercito garibaldesco a 27 agosto scriveva da Rosarno al Provvisorio di Bari:

«Si permette al Signor Liborio Romano (non il Ministro veh! un altro, ma della stessa lana) di Molfetta, Giudice Istruttore di questo Consiglio di Guerra di recarsi nelle Puglie; e si da a lui in pari tempo piena facoltà di sollevarle in nome del Dittatore Generale Giuseppe Garibaldi contro il governo borbonico a favore della unità italiana sotto il regno di Vittorio Emmanuele chiamato al trono d'Italia (e la tinta di lealtà?... se ne ila dunque; e la libertà di ordinarci a quella guisa di pubblico reggimento che ci fosse sembrata migliore ci era così tolta dunque? e non si faceva così d'Italia la famosa grande galera di C. Cattaneo?) Egli inviterà la gioventù a prendere le armi, e l'organizzerà in bande. Del fatto e del di lui operato farà rapporto al generale Dittore, (e Furio Camillo Boldoni?.. Povero furio Camillo! Rimarrà al sazievole ufficio di caporale furiere della Guardia Nazionale o ‘l Comitato di ordine lo farà battistrada dell'esercito subalpino volgente al Tronto senza invidia di F. Salomone?). S'invitano quindi i Comitati a riconoscerlo qual nostro emissario, e come tale a prestargli tutti gli aiuti possibili per conseguire lo scopo. ()»

Che abbia fatto l'eroico Signor Liborio Romano la storia non lo dice: potrebbero dirlo i Comuni, la Provincia, i Comitati, il Provvisorio del barese, i legionari, e più e meglio di tutti il Deputato cav. V. Rogadeo. Ei fu un Colonnello un po' più legittimo de' Signori Teodoro Pateras e N. De Luca, del Maggiore F. De Feo e di tanti altri, i quali ebbero poi il sacramento della confermazione dall'episcopo Dittatore assistito dal corepiscopo pre' G. Sirtori.

Gli erano tempi di eroismo quelli; e qual meraviglia dunque se tallirono tanti Golia, tanti Ercoli e tanti Titani? Apparvero e scomparvero per metamorfosarsi in Cerberi dell'erario del popolo credenzone impinguantisi all'ombra de' dicasteri dello stato legittimo del reame italico per suffragio di popolo sì arguto.

Senonché è tempo ormai di torci d'entro a tanto leppo; e di congiungere Palermo e Napoli per una linea le cui estremità opposte si denominino Lanza e Liborio Romano di Patu e non di Molfetta.

Giuseppe Garibaldi, passando sulla testa di Lanza e di Liborio Romano (la migliore rappresentazione cavouresca) la percorre tutta solo. Da Napoli a Gaeta dessa si prolunga. Garibaldi avanza sovra, inseguendo e premendo a fianchi Francesco di Borbone, che drizza la fronte verso di lui pone in incerto la corona di allori da esso facilmente mietuti nel campo largo dello cospirare, della corruzione, dello spergiuro, del tradimento e della codardia.

La linea si prolunga ancora da Gaeta a Castelfidardo. Garibaldi ed i suoi si arrestano al Volturno intanto che il Signore di Savoia a grandi giornate discende alle sponde occidentali del Tirreno strappando loro gli allori e la conquista ed a Francesco di Borbone l'ultimo palmo di terra del suo reame.

Ma prima che si consumasse questo fatto, per cui è dimostrato solennemente quale sia la natura de' principi e quale quella de' popoli e quale condizione di casi e di cose conferiscano a spegnere la fortuna degli uni ed a produrre, crescere e far fiorire quella degli altri, non capì nulla, non sospettò di nulla, non provvide a nulla la corte de' borbonidi napolitani?

Cospirò contro uomini e cose quando gli uni e le altre non erano più per essa; e quindi cospirò da stolta, con modi da settari, con le ragioni de' fedifraghi e colle armi degli assassini; e non cospirò sempre unita ne' suoi elementi per identità di scopo, bensì divisa e per opposto intendimento.

Sua Altezza Reale il principe Luigi conte di Aquila e Sua Altezza Reale il conte di Siracusa, zii del re, si disputavano la palma del trionfo, l'uno adoperando a far mutare faccia all'avversa fortuna del nepote e l'altro a profittare della occasione in cui casi e cose evidentemente concorrerebbero ad atterrare l'edifizio di una politica aborrita dall'universale per ascendere il trono del nipote stesso, simulando devozione alla politica della unità federale de' principati peninsulari, della indipendenza e della famosa libertà costituzionale. Imbecilli e tristi entrambi!

Il principe Luigi non intendeva che con lo tentare la sospensione della Carta statutaria nel momento in cui era diventata insufficiente nella estimativa di coloro, i quali in Savoia avevano rinvenuto il vindice potente delle vere o false offese che dicevano avere ricevuto dal governo di Ferdinando II suo fratello, e 'l mezzo di colorire di quello della unità patria il sentimento di vendetta personale, non cambiava la faccia all'avversa fortuna del nepote, ma, per converso accelerava l'istante della sua rovina cui accompagnerebbe la esecrazione di tutti?

Il principe Luigi non intendeva che riazione allora era sinonimo di perdizione? E poi quale sicurtà nella ragione e quantità degli argomenti per sostenerla? Gl'intesi animi delle moltitudini, vedendo chiaro da parte delle armi conservatrici dedizioni traditore e sconfitte vigliacche, e da quella de' ristauratori della cosa italica assalti a visiera alzata, fede nella giustizia della causa di una nazione da tanti secoli miseramente divisa ed oppressa da tirannidi esose di fuori e da tirannidi esose di dentro, e solenni vittorie romanzesche, vittorie popolari, e vittorie sempre, principiarono davvero a dubitare delle virtù de' padroni vecchi e delle loro candate livree; ed a credere meravigliose, almeno più fortunate quelle dei nuovi in via di scacciare gli uni fiaccando le altre.

E dal dubbio entrarono presto nella speranza, e dalla speranza passarono di un tratto nella fede che si approssimassero i tempi ne' quali gli spilli darebbero pesche, i fiumi scorrerebbero di latte e di miele, e la terra dedalea spontanea offrirebbe copia inesauribile de' tesori di Cerere e Bacco senza che l'uomo sudasse ad estrinsecarne le utilità. E perocché i prudenti de' Comitati, ad avere le compagne favorevoli anziché nemiche alla impresa di spegnere la dinastia borbonica, avessero promesso la giustizia di dividere le proprietà demaniali fra nullabbienti de' Comuni, a quella dinastia erano state tolte due cose necessarie affinché vincesse la riazione politica e sociale: l'autorità del prete e! braccio de' contadini.

Quale autorità il prete se i novatori promettevano quello che dessa promise e non diede mai a que' nullabbienti, lasciando scientemente la maggiore e la migliore parte delle terre de' Demani Comunali a nobili di blasone e di banca, i quali con mille guise di arte ladrona e di violenze grassatrici se l'erano appropriate ()?

E' contadini non potevano ascoltare il prete che dissuadevagli a parteggiare per chi voleva far loro una giustizia da tanto tempo chiesta indarno ed ardentemente desiderata. Eziandio negl'intimi amici non poteva confidare il principe Luigi per venire al suo disegno; conciossiaché quale uomo che avesse pensato a casi propri, innanzi ad un esercito dileguato, ad un paese abbandonato alla conquista aggressiva, e ad un popolo eretto in isperanza di rifarsi delle pressure del passato, ad una nazione che da versanti delle Alpi e del Pennino, da campi diffusi e delle sponde sinuose dei suoi mari con una sola voce (de Comitati) reclamava il diritto imprescrittibile ed inalienabile alla propria autonomia, sarebbe stato cotanto folle nemico di se e della famiglia da commettere presente ed avvenire ad una riazione priva di forze di opinione, di affili e di opportunità di attuarsi?

E poi il Ministero Spinelli non era per avventura un ministero Cavour?

Dunque il principe Luigi era un imbecille tentando riazione lorché l'azione invasiva e conquistatrice era giunta ad invadere e conquistare perfino i Consiglieri della Corona di casa. Era poi da bestia ferocissima studiarsi di venire al sangue perché prevalesse l'assolutismo.

Il conte di Siracusa, considerato sotto l'aspetto di principe ambizioso, se abbia davvero nudrito speranza di recarsi in mano il diadema del nipote o se gliel’abbiano desta nell'animo amici e famigliari del calibro del sor Fiorelli (ora Direttore del Museo Nazionale, ec.) apparisce uomo senza punto di senso politico e di animo tristissimo. Senza mica di senso politico perciò la idea di porre sul trono di Napoli, invece di suo nipote o di un napoleonide lui o 'l principe di Carignano, era troppo vecchia e non usava più.

Valeva tanto quanto finché non si fosse scoverta la mente del Buonaparte su questa elettissima parte d'Italia. Quando lo fu, a Napoli non un altro borbonide qualunque, a Napoli vi doveva essere un allobrogo unificatore e non un allobrogo frammentario.

Un borbonide reagiva al principio della unità di cui Savoia aveva accettato implicitamente il programma; e quindi il principe di Carignano offendeva l’animo buonapartesco deciso ad annientare a suo profitto ogni casa regnante de' borbonidi, e quello degli emigrati politici italiani, i quali pe' Comitati si erano arrogati il diritto di rappresentanti delle aspirazioni e de' diritti incontestabili del popolo italico.

Ecco perciò il conte d'Aquila non riusci nel suo tentativo di riazione.

Egli vi si affidò in un momento di tempo in cui la stessa prudenza del serbare lo statu quo, pure rinunziando alla Sicilia, era stata sagacissimamente elusa dalla sublime imprudenza di voler riabilitare tutto il popolo italico all'esercizio diretto delle sue attribuzioni sovrane, patto di abdicarvi in favore di Savoia.

La Costituzione di giugno, sondo legittimo ostacolo a raggiungere codesto fine, una al principe veniva oppugnata da tutto il popolo stesso suscitato ad inganno dai suoi egemoni, i quali gli avevano promesso tutto, salvo di disporre di se e delle cose sue, come è stato ormai variamente dimostro.

Quindi il conte, reale di titolo, cadde sotto i colpi incruenti del popolo reale di fatto, che a Napoli si rifletteva in L. Romano, parelio di Cavour, in cui esso popolo a Torino s'individuava pe' suoi rappresentanti, que' de' famosi Comitati, balocchi di Cavour e adoperati da Cavour medesimo a farlo ballare la tarantella per addormentarlo coll'oppio dell'italianismo allobrogo condotto sul disegno del magnanimo alleato corso.

E sarebbe caduto anche se fosse riuscito a spegnere L. Romano (del quale il buon Cristoforo Muratori pose a guardia Cozzolungo munendolo di un revolver); avvegnaché il Comitato centrale fosse già stato avvertito delle orditure riazionarie e delle armi distribuite a gente mercenaria a formarne la trama.

Con Garibaldi maturante dalle Calabrie per Principato citra e con il Comitato ormai deliberato a correre ogni rischio pur di vincerla sull'animo e le arti sanguinarie di quel cupo genio di macelli umani, non era più possibile rifarsi.

E fa meraviglia forte che B. Cognetti nel Pio IX ed il suo secolo sbraiti tanto contro L. Romano, il quale quasi fino all'ultimo professò fede sincera al suo Signore; e lodi all'atroce. disegno del Conte di sopprimere le povere libertà costituzionali tuffandole fasciate in un lago di sangue cittadino quando era vano attentare a questo e di esizio estremo alla dinastia cercar di ottenerlo con fatti proditori e scellerati.

Il Cognetti, il quale narra che fu il Romano (cui chiama il Cavour del Mezzodì; e si appone) colui che trasse alla perdita quella dinastia, dica il Cognetti, il modo tenuto dall'A. R. del conte d'Aquila per salvarla, era o non era una flagrante violazione delle leggi di Pubblica Sicurezza?

Era o non era un delitto di maestà rispettando agli ordini costituzionali del paese?

E L. Romano, qualunque sia stato il mezzo con cui seppe ciò che quegli aveva macchinato e preparato contro quelle leggi e quegli ordini, non aveva debito di denunziarlo al sovrano e di provocarne un'adeguata punizione?

E poi a pre' Cognetti era celato che al conte d'Aquila era noto non sì il Comitato ma eziandio checché dentro si concertava a parole ed a fatti? Ora se il conte seppe tutto questo o lo seppe a tempo o troppo tardi ().

Se a tempo perché non invocò le leggi e gli ordini detti, e non mandò al diavolo le marionette cavouresche?

Se troppo tardi, ragione di più per guardarsi a piedi prima di romperla da traditore contro le une e gli altri. Prudenza dovevagli suggerire d'informarsi bene, ove non lo avesse saputo, se la Costituzione permetteva o vietava le riunioni pacifiche' de' cittadini.

E poiché le permetteva a condizione che non turbassero gli ordini dello stato e la sicurezza pubblica, dato che gli fosse venuto fatto di provare che le opere del Comitato manifestamente contendevano a turbare quelli e questa, non era mai tardi far eseguire le leggi di maestà.

Ed in questo caso, chi sa? avrebbe forse potuto stroncare le fila della cospirazione delle provincie continentali rimaste al nipote. Ma perfidiando da una parte, e dall'altra sovreccitando con fatti riluttanti all'obbietto delle leggi fondamentali del reame gli animi già di troppo inaspriti contro la sua e la condotta de' vecchi cortigiani ed inflessibili fautori e paladini della bieca arte eviratrice de' popoli, oltre di essere stato causa del proprio esiglio lo fu eziandio di quello del suo nipote, al quale a ragione od a torto furono imputate le cagioni delle sciagure delle provincie da lui ereditate.

Di certo, pre' Biagio, per le mani del conte passarono i provvedimenti proposti a quel suo mite nipote per durarla contro il destino che lo incalzava non esorato; e que' provvedimenti venivano da uomini che non erano punto unitari; da uomini che non appartenevano a verun Comitato o di ordine o di azione od unitario che si domandasse; da uomini in costrutto per lui chiamati a consiglio onde rimediare a mali estremi incombenti sulla sua casa (); da uomini che si sarebbero contentati di avere lui, e più volentieri il di lui fratello conte di Siracusa, a Vicario del reame durante l'assenza temporanea e determinata del re nipote loro (). El conte, pre' Biagio, di quella famosa lealtà cattolica, apostolica e romana di cui risplendettero tanto i reali borbonidi di Napoli, il conte in luogo di proporre si temperati e giusti provvedimenti al nipote acciocché li applicasse, insidiava alla vita di Romano, del Muratori e de' loro intimissimi (), il conte sgomentava la metropoli e le provincie coll'attentato della più infame riazione.

Dunque, pre' Biagio, a voi piace il sangue fumante di San Bartolomeo quanto quello dell'agnello pacifico?... Oh! andate là, pre' Biagio, che siete proprio un apostolo di veridicità gobba, di giustizia osmanlica, di fede furfantina e di carità idropica! E voi co' pari vostri pretendere a moderatori della pubblica opinione, a rettori ed amministratori delle cose degli stati e de' popoli, a dottori di storia, di politica, di economia, di giure, e di tutto, voi che col boia del principato vi struggete di strozzare libera libertà ovunque spunti per ingrassarne sagrestia co' funerali?

Oh! andate là, pre' Biagio co' vostri complici di legittimismo gerarchico e dommatico, voi ci mettete orrore! E voi, pre' Biagio, insultare a L. Romano morto ripigliandolo di aver cerco per vili arti poliziesche la fine de' giorni preziosi di Giampagolo Baglioni, cioè no, di Giampagolo frate vostro lorché la cricca di corte lo spacciò per le provincie a consultare gli animi, proprio allora che gli animi se le erano ribellati?

Fingeste d'ignorare che il Romano non ignorasse la corte di costì mulinasse per riazione contemporanea a Napoli ed in quelle per incolparlo di averla prevenuta?

Se Giampagolo nel passato avesse avuto per se qualche cosa a cui ricorrere per difendersi da giusti impeti de' Comitati o che vorreste negare ch'ei non se ne sarebbe valso? Avrebbe seguito l'esempio di G. La Cecilia, il quale, fiutato opportunamente il vento deleterico pe' vostri poveri padroni di allora e d'ora, si cacciò nella Lucania e si mise sotto l'usbergo dell'antica amicizia di N. Mignogna uno degli alter ego di Garibaldi per conto del Comitato centrale di Napoli mascheratosi da fromboliere garibaldesco ().

Per questo se' anni dopo Giampagolo vostro potè essere creduto capace di mestarla a pro' dell'esule Signor suo; e se alla giustizia i fatti non offersero per lo appunto il coltello pel manico, diedero però abbastanza alla coscienza ed alla opinione pubblica a non reputarlo moralmente scevro di colpa. D'altronde voi stesso maledite alla sorte la quale non volle che al conte toccasse di far razzia di coloro che voi con quella vostra lingua da scriba e fariseo chiamate rivoltuosi (rivoltosi) augustati (celebrati) da un eclatante (corruscante, patentissimo e che altro) fanatismo settario massonico e comitale ().

Dunque al Romano, conscio delle cose siccome Ministro dell'Interno e Polizia, e conscio ancora pe' Comitati prevalenti in grazia delle balordagini cospiratrici della corte liberticida, non si faceva opera patria sventando le nefande mene di costei, ma benanco opera di fedele servitore alla dinastia. Perché doveva mancare a questi obblighi impostigli dall'ufficio di Ministro e di buon cittadino?

Forse perché Giampagolo e soci lo surrogassero nell'opera del sangue e della galera? Oh! andate là, pre' Biagio, vo' siete troppo prete perché altri che legga tante bubbole della vostra castroneria storica, messe fuori col santo crisma della ingenuità e della convinzione poliziesca e sagrestana del retrivo calcolatore, non vi butti in faccia: avvocato stenterello di cause irrevocabilmente perdute, qual diamine vi tocca di saltar su a dir corna ad avvenimenti che originarono dalla virtù compensativa ed armonizzante, la quale, mercé il lavoro emancipatore ed. equatore della presente civiltà, ne' segreti umani elabora la revindicazione del giure giure usurpato ed esercitato brutalmente dal giure forza personificato nella patria podestà coronata o repubblicana?

Eppure de' segni del momento di trasformazione religiosa, politica e sociale di umanità civile ve n'ha da non poterlisi numerare! O che è questo un libro che voi e' vostri soli non sappiate leggere?

Voi lo sapete leggere per benino, pre' Biagio; ma non lo volete capire, dando retta alla passione de' tiranni di mitra e di corona, i quali in que' segni prevedono la prossimità della loro morte sicura; e con essa anfanate una ad essi per pararvi da colpi della di lei falce e continuare la vita di chi tripudia sulla ignoranza, sulla servitù e sulla miseria dell'universale!

Ah! pre' Biagio!.... in voi e ne' vostri si avvera quello de' libri da voi chiamati santi, cioè che Dio toglie la testa a cui vuol perdere. Ma voi, credete in Dio, voi, pre' Biagio?

I fatti, vostri ci dicono di no benché colle chiacchiere da partigiano idrofobo vi sforziate a far credere che ci crediate. Adagio, pre' Biagio!...

Noi per Dio s'intende la Idea infinita sussistente da se, senza tintura di tempo e senza ragione di spazio, la forza eterna dell'essere, la causa efficiente delle singole nature de' contingenti, amore o carità, come domandollo il rapito di Patmos, la virtù di armonia e l'armonia stessa, il vero vero o chi è vero da se, la sustanza del bene, la cagione del bene, la forma del bene e. l'obbietto del bene con tutte le quiddità dell'ottimo assoluto. E questo dal modo de' pensieri, delle parole e delle opere vostre non pare a veruna guisa che sia il vostro Dio

«Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;

E che altro è ila voi all'idolatre

Se non ch'egli uno e voi ne orale cento?»

diremvi col gerarchico e dommatico cantore delle vite spirituali delle vite inorganiche ed organiche di ciascuna natura, delle vite d'istinto e di volontà o di libero arbitrio, degli uffici loro e delle leggi che le governano?

E con questo Dio antropofago, pre' Biagio, si ha leggi, ordini, culto e vita da antropofaglii. Direste di no, pre' Biagio?

Senonché, pre' Biagio, gli è appunto quella virtù compensativa ed armonizzante che fa tutto, consenzienti o ripugnanti i nostri frati di argilla. E Mazzini, Cavour e Cialdini, ed A. Bertani, L. Romano e Garibaldi, e voi e noi non fummo e non siamo più di argomenti dell'azione dialettica di quella, in tanto degni di lode o di biasimo in quantoché, sendoci stato dato lume a bene ed a malizia, o liberamente eleggemmo di ordinarci alle leggi di amore o dell'armonia dell'universo iniziatrice de' nostri movimenti, o liberamente traemmo a contraddiarle, se non sia vero che gli uni concordando e gli altri discordando da esse non rappresentiamo necessariamente il principio procreativo e trasformativo ossia la potenza passiva di coefficienza e di modificazione: verità, se vera, verità madre terribile di negazione di ogni fede, madre della cieca ferità sensuale, madre della Notte e dell'Erebo dello intendere e del sentire.

Dopo tutto ciò affermiamo che ereditario è, ed usato pressoché da tutte le famiglie sovrane di principato e di repubblica, quando la cosa pubblica accenna a gravissime perturbazioni e sconvolgimenti profondi, partire fra loro membri gli uffici opposti di conservare e d'immutare.

Quindi non crediamo fosse vera l'avversione personale che gl'ingegni curti o mendaci dissero infierisse per ragione di principio fra gli zii del principe, il conte d'Aquila e quello di Siracusa. Il conte di Siracusa spiegò bandiera di opposizione co' colori puramente italici quando fu convinto che quella della sua dinastia non aveva più braccia sicure da reggerla; e non quando il Villamarina bazzicava seco facendo a chi meglio sapesse tranellare.

Il conte di Siracusa, simulando amore di novità, spiava in Villamarina-Cavour, suo cugino Vittorio Emmanuele, e Luigi Buonaparte.

Un po' troppo tardi per la verità; avvegnaché Villamarina non gli aprisse la mente a conoscere lo stato estremo della fortuna del nipote se non allora che (accettasse o rifiutasse di salvarsi cooperando seco al trionfo della politica inaugurata di fresco nella Italia superiore) era stato deliberato di tentare a qualunque costo la impresa del reame; e per ciò si aveva preparato ogni cosa nel migliore e più sicuro modo.

Ned abbiamo ragione di credere ch'ei fosse estraneo affatto alla stolida misura presa dal governo di suo nipote contro de' Filippo, de' Falco, di Bella, De Simone, Pessina e Fiorelli (suo famigliare ed intimissimo) dannando all'esiglio tante. persone innocenti di unitarismo; avvegnacché, se mai appetirono qualche cosa, e' fu il ghiotto boccone della Costituzione monarchica con perfetto ingranaggio acciocché le ruote si muovessero spedite e sicure, e si avesse lo spettacolo della magna libertà spagnuola di quella liberalona d'Isabella II e del banchiere e borsaiuolo Luigi Filippo, felice immagine di suo padre Liberté.

E di questa opinione nostra, prima del Villamarina fu il conte di Groppello, indi il nunzio pontificio ed il barone Brenier, ed all'ultimo anche l'ambasciadore britannico. Infatti ci fu sempre accordo tra i due fratelli; e parvero in uggia fra loro a cagione delle due lettere scritte al nipote dal secondo, cioè dal conte di Siracusa, negl'istanti ne' quali era follia resistere agli eventi o sperare di stornarne gli effetti pensando ad un Vicariato.

Il conte di Siracusa non ne volle sapere, perciò certo che Cavour non gli avrebbe lasciato fungere di si sublime ufficio, avendo già cosi condotto la bisogna della conquista da non avere a far altro fuorché stendere la mano, afferrare la corona del nipote di S. Luigi o del figlio della santa () e metterla in capo all'allobrogo.

Ma ormai è scoccata l'ora fatale.

Garibaldi a Salerno aspetta la partenza di Francesco II per entrare in Napoli.

Entrerà perché Francesco II, mandato in esiglio lo zio Luigi, col conte di Siracusa raccoltosi salvo dalla tempesta sulle sponde eridànie, senza autorità e senza amici, insidiato fuori e dentro della reggia, senza i consigli arditi di un re, di un giovane re, di un re politico e guerriero, non è re, è ombra di re, è ironia di re a re ed a popoli.

Ironia perché, sperando ne' tenebrosi maneggi della gente del sangue e del vecchio servidorame, e non avendo l'ingegno sottilmente accorto, opportunamente ed assolutamente deliberato, e fermo e destro nel farli servire a suoi disegni, n'è rimasto vittima volontaria, e ludibrio insieme.

Questa sarcastica larva di re, ispirato dall'istinto di conservazione, ripeté le codarde parole de' re deserti di amici, di virtù e di armi, i quali un di accorrevano a Roma per giustizia ed umanità soccorrevole, supplicando a superbi e crudeli Quiritidi; e quanto a quelli la giustizia ed umanità di costoro altrettanto a lui giovarono quelle de' monarchi di Europa suoi antichi amici e sostenitori ().

Ebbe la vergogna d'insudiciare la clamide genuflesso nel fango de' supplici indegni di merce per soffrire l'onta della straziante loro compassione intanto che il cugino allobrogo, non contrastato da essi, arrotava il ferro con cui compiere l'opera della conquista, quasi consumata in suo nome e con aiuti suoi da quel G. Garibaldi, il quale da Salerno attendeva ansiosamente l'annunzio ch'egli avesse abbandonato per sempre una corona le cui perle aveva offuscato con arti misere di tiranni forsennati e con viltà contennende di tiranni irrevocabilmente perduti.

Ei non regna più. Ottemperando senza discutere a consigli di L. Romano e dello zio conte di Siracusa, anzi che improntare contro il nemico, cede codardamente la sua capitale ad un solo uomo inerme; e non compianto da pochi fedeli rimasigli, inetti a prove gagliarde, perché prendono ad atteggiarsi ad allegria per paura de' vincitori, ed esecrato da tutti per amore estemporaneo d'Italia o del ventricolo, di libertà o di libidine d'imperio, a guisa del pavido e trambasciato pel delitto che va fuggiasco a nascondersi negli antri incalzato dalla giustizia punitrice, ei corre a chiudersi nelle fortezze di Capua e di Gaeta.

Quanto piccolo è il grande re!

E il più infelice degli uomini il re abbandonato da tutti!..

Da tutti?... Da tutti no. Eramo noi del giuramento prestato alla sua bandiera, eramo noi ne' quali ardeva il cuore per l'onore della nostra divisa, eramo noi che inorridimmo alle tradigioni ed alle vigliaccherie della meglio parte dei capi delle cose militari e civili, eramo noi soldati quanto alieni dall'occuparci degli errori di un re altrettanto decisi a difendere i suoi diritti: noi per avventura, più del ligittimo principe, in questo borbonide scorgemmo il più sventurato degli uomini. Dunque dovere, giustizia ed umanità c'imposero di seguirlo; e lo seguimmo.

Il Lettore dal presente Libro I° dedurrà agevolmente quanto fa la materia del II essere episodio, illazione, conferma dello stesso. Quindi episodio, illazione e conferma che si esplicano con brevità di discorso. Nè di molto c'intratterrà il III, il quale è un discorrimento critico per quello che si operò ad attuare le promissioni di un vivere felice e beato fatte largamente e sazievolmente dalla egemonia allobroga e da suoi adepti.

Ma sentiamo la penna fremere vibrando fra le mani convulse allo spettacolo che dee descrivere di un re perduto, che pugna contro la morte, e di un popoli), il quale, dopo redento, pugna contro mostruose violazioni di giure umane e civile, contro miseria, squallore e fame, contro ignoranza del vero e scienza del mentire, desco a cui erano state ripetutamente promesse unità nazionale (non etnografica), libertà a ciocche, ricchezza e felicità da nuotarvi dentro.

FINE DEL LIBRO PRIMO.

LIBRO II

SOMMARIO

Gli eserciti conquistatori — Garibaldi ed i suoi, Cialdini ed i suoi — Errori, tradimenti e viltà del più de' nostri generali —Il Castel Sant'Elmo, il generale Garzia, Calicchio e la San Giovannara — I Napolitani che restano ed i Napolitani che partono—Se fra capi dell'esercito i quali Seguirono re Francesco a Capua ed a Gaeta ve ne fosse alcuno disposto a tradirlo —Capua — Gaeta — Il re parte sulla lifouette— Che ne avvenisse dell'esercito borboniano dopo la resa di Capua e di Gaeta Ricordi.


vai su


CAPITOLO-I

«Garibaldi e! suo esercito e Lanza e le armi borboniane in Sicilia.»

Giuseppe Garibaldi è un grande guerriero? Riferiscono i suoi adoratori di certe azioni belliche da lui condotte là presso al gran Paranà, le quali celo rappresentano siccome un eroe. Anche per le fazioni disperate di Val d'Intelvi lo celebrano; e ne fanno un portento per quanto egli adoperò nel quarantanove su quel di Roma e dieci anni dopo su quel di Lombardia. Nè minori elogi gl'intessero nel sessantasei per aver superato grandi difficoltà inerpicandosi su per le Alpi retiche ad impedire che di là i Cesariani calassero a cogliere alle spalle le battaglie degli alleati serrate in pugna gigante co' loro.

Noi non vorremmo che alle lodi meritate ne fossero aggiunte altre che non gli si dovessero, né che i modi schernevoli usati verso di lui da suoi poveri avversari si scompagnassero dal giusto tributo di encomi che gli spettassero. Basta, noi, non lo giudicheremo altrimenti che comparando quello che ottenne con quello lasciatogli ottenere nel Mezzodì.

Giuseppe Garibaldi, adepto della Giovane Italia, sfuggi la fucilazione o la scure del carnefice de' reali di Savoia. Sotto le assise di soldato della loro bandiera azzurra e crociata non temè di concedere al cuor suo la colpevole facoltà di palpitare per la libertà repubblicana, di cui sicuro non aveva idea precisa, bensì vaga e sfumata, e tratta dall'emporeo degl'ideali di Giuseppe Mazzini.

Quindi divenne reo di maestà regia perché neofito della ecclesia di quel vulcanico genovese. E perocché l'ideale sia il più giovialone degli amici, il quale feconda la immaginativa di tipi sublimi per novità ed eccellenza di forma fantastica (tanto seducente per le anime fervide!) così accadde che l'anima del giovane Garibaldi faticasse continuamente alla incarnazione dell'ideale della repubblica quiritaria dello stesso genovese, e che non giungesse mai incarnarlo. La prima prova, la quale fu ad un punto che non gli costasse la vita, non lo guarì della ideomania politica; e, scappato della forca patria, non piacendogli i pronunziamenti pretoriani di Spagna, solcò mari e mari finché giunse alle sponde del fiume Plata ove si pose a campione, delle libertà latine de' Celtiberi spuntate dopo il moto di Francia dell'ottantanove, da certe teste di rapa, anziché a fame disperatissima di cruschello, stato riferito a sete ardentissima di libertà politica.

Dacché Witelock Ammirante di poderosissima flotta britannica, per que' coloni Celtiberi in sullo togliersi de' pupilli nel 1807 fu disfatto da terra e da mare; e costretto ad abbandonare sì feconda e sconfinata regione (la cui conquista da Inghilterra si giudicava compenso de' danni già patiti e rifugio negli imminenti pericoli a ragione temuti in Europa per la natura della politica guerriera ed invasiva dell'ambizioso impero napoleonico), dal Cimboraso alla estrema Guavra il continente americano arse del desiderio di purgarsi della tirannide madrilena tanto borbonica quanto buonapartesca e di ordinarsi a governo a popolo ad imitazione de' coloni Anglosassoni.

E per codesto di costi né re Ferdinando borbonide innanzi di abdicare a Bajona, né Giuseppe Buonaparte a lui succeduto, ned il medesimo abdicatario dopoché ripigliò la corona vigliaccamente ceduta a Napoleone I, fratello di quel Giuseppe, riuscirono nello intento di ridurre nuovamente a devozione un paese, il quale aveva saputo raumiliare colle armi della libertà l'orgoglio armato della potentissima Inghilterra, essendo ancora nella infanzia repubblicana. Un giorno la superba Spagna, vòlandosi del meglio delle sue armi terrestri e navali, si gittò su' ribelli, che l'avevano vinta tante volte con grandissima sua onta.

Fra suoi pretoriani noverava anche Espartero, il famoso duca della Vittoria, il quale insegnò all'ambizioso Prim l'arte (che tanto bene ora pratica Serrano) difficilissima di serbarsi sempre buono per principi e per popoli: politica o stolta o vile o traditora.

Credeva la corte madrilena (e cosi argomentano ancora tutti i principi) che uno esercito regolare, forte di numero, agguerritissimo, condotto da uomini avidi di dovizie, di potenza e di gloria espertissimi nelle cose delle armi, monarchico fin nelle più riposte parti dell'anima, avrebbe finalmente disperso que' ribelli e cancellato ogni traccia di rivolture; e non pensava che i suoi pretoriani usavano armi che si liquefanno al fuoco della libertà dallo intelletto via per la coscienza passato ne' polsi popolari.

Folle! chi resiste alle forze di un popolo intiero il quale pugna per la libertà? E non aveva fatto sperienza sufficiente?

Se non fossero state le infamie de' suoi viceré, le ingiustizie del suo Tribunale di Siviglia, le turpi speculazioni de' suoi Gesuiti, ed altro che non è nostro narrare, a levarsele contro sarebbero state bastevoli le sole promissioni della scuola emancipatrice ed equatrice e 'l fascino de' beni della libertà de' quali s'insaporavano gli Anglosassoni degli Stati Uniti del settentrione, applicatori felici de' pronunziati della medesima. Ed essa doveva por mente anche a questo che colonie separate per immensità di mari dalla comune madre patria vengono di leggeri a codesta scuola, trattevi dall'istinto di conservazione e di progressivo perfezionamento di esercizio delle loro potenze intellettive e sensitive e dalla insolenza degli aguzzini salariati dalla accentrativa ed assorbente, i quali in nome del padrone di corona che li paga perpetrano cose di sì rea natura da infervorarle per la prima. E che possono, ripetiamolo sempre, pochi aguzzini sagati e togati contro un popolo intiero che pugni per la libertà?

Finalmente le colonie hanno natura di esplicarsi liberamente in tutte le opere che conferiscono a renderle culte, ricche e potenti: lo che fanno non tanto per ragione di quello istinto, ma bene ancora affine d'innalzarsi al livello de' fratelli della comune patria antica.

Ora se genio ispiratore e direttivo di tale natura fosse la scienza del vivere liberamente libero sì politicamente che socialmente in tutte le applicazioni ed in tutti gl'indimenti suoi, chi, diciamolo un'altra volta, chi presumerà di vincere la scienza negl'accorgimenti e ne' suoi più mirabili effetti?

Spagna tirannica a Kondorkarki è spettatrice della più grande delle sue umiliazioni. I condottieri della grande armada consegnano ciascuno la propria spada al duce supremo delle armi ribelli, al vittorioso e modesto generale Sucre: Kondorkarki segna il primo periodo della libertà e della indipendenza de' Latini Celtiberi di America.

Da Kondorkarki a giorni ne' quali G. Garibaldi crebbe ed illustrò la sua fama di soldato cosmopolita della libertà, i Celtiberi americani, non avendo più nemici esterni da oppugnare, principiarono a sbudellarsi fraternamente tra loro.

Dal ventuno al ventisette, e dal ventisette a di presenti, i Latini Celtiberi europei ed americani al pari de' Latini Gallofranchi, Elvezì, Rumani ed Italici non ismessero ned ismettono di far moti per mutare principi o presidenti di repubbliche o sconvolgere gli ordini politici e sociali.

Razza bastarda, vecchia svertebrata, infrollita ed incarognita in tutti i vizi imperatori e servili, di ogni età della vita umana politica e sociale, sente forte lo spirito trasformatore della scuola emancipatrice ed equatrice, perché dal calore del fuoco urgente ne propri visceri nessuno ha potenza di pararsi: lo sente, e si agita, prorompe, fantastica.

Ma dessa è simile a donna riardente di amore per giovane e vigorosa beltà mascolina negli anni della decrepitezza a cui giunse per il cammino corruttore della licenza censiva, delle menzogne da trecca, delle ladre affezioni da putta di postribolo (genio maledetto che spoglia e rovina famiglie gettandovi in seno il serpe della gelosia, della discordia, del sangue e dello sterminio): la quale, non si potendo ringiovanire naturalmente, epperò dandosi all'arte di apparire fanciulla ingenua ed innocente, cascante di vezzi e di grazie noleggiate dal gioielliere, dalla modista, dalla crestaia, dal parrucchiere e dal mimo, confida di venire ricambiata dall'oggetto idolatrato del suo cuore; e sospira e si agita e sembra svenire per lui intantoché per non aspettarlo oziosamente infuria ne' soliti e più schifosi amorazzi, opera ad ordire intrighi e tresche più infami, a mettere tutto sossopra, tutto guastando, contaminando, disertando.

La razza nostra serba la sua forma esteriore; ma è decrepita: la nostra razza si commuove all'azione dello spirito trasformatore della epoca presente; ma dessa è l'emblema della perdutissima corruzione, eppertanto non s'informa a quello ascendendo seco gradualmente alla estrinsecazione della forma a lui conforme: la nostra razza anela all'amplesso del genio della emancipazione, della equazione e della libera libertà umana; ma desse l'ha abbandonata e la schernisce. Ed intanto che lo attende, illusa della sua bellezza incomparabile, dessa non requia, dessa adultera e fornica, dessa imperversa, dessa brutta consumando.

Noi crediamo che sia destinata a fondersi con altre razze giovani incrociando sangue con sangue.

E veramente quanto prima la gente Latina de' Celtiberi americani si divise ed emancipò dalla madre patria ispana, ordinandosi a repubblica perché altra guisa di governo non conveniva punto alla sua condizione politica, civile e sociale, nella sua libertà individuale e collettiva risenti la vecchia scuola accentrativa ed assorbente, cioè il sentimento solipsico, che dalla nuova guisa più larga, più sicura e più utile di svolgersi traeva argomento di maggiore intensità o di maggiore violenza accentrativa ed assorbente: in ciò differenziandosi affatto dalla gente celtogermanica degli Anglosassoni del settentrione, i quali, mercé dell'ampiezza delle libertà vendicatesi al condotto di G. Washington, accrebbero e perfezionarono il fraterno sentimento di reciprocanza di uffici, cui significarono sapientemente colla forma di reggimento politico federale, che afferma attuando l'autonomia sovrana dell'uomo individuo e della famiglia, del Municipio, della Provincia e di ogni stato regionale.

Ma la gente celtogermanica degli Anglosassoni americani non aveva conosciuto la virtù del filtro dell'antropofagismo quiritario; e quindi, non essendo naturata nella passività di volere, di sentimento, e di fortuna, funesta conseguenza del centralismo gerarchico, dommatico ed egemonico di quello, spedita e libera volse a perfezionare l'esercizio delle sue attribuzioni sovrane in modi corrispondenti all'obbietto delle umane attività.

Quindi non ebbe guerre civili, tranne una destale in seno dal principato europeo, il quale a questo fine le sollevò contro la parte corrotta dalla scuola quiritaria continuata dal papismo e dal cesarismo feudale.

La conquista spagnuola alle aurifere provincie del culto e moralissimo impero degl'Incas impose la legge dell'antropofaga feudalità di corona; ed alle tribù erranti dei pugnaci Guaranis e degli umani Kerandis, ec., fu forza cedere loro o fondendosi spontaneamente con essi o pugnando controvi con armi impari, e quindi con impari fortuna dalle Cordigliere del Perù e del Chili alle remotissime frontiere della dominazione imperiale dei rapaci Lusitani.

Tutti servi (la Messico a Rio Grande i nipoti della più antica, della più bella e della civile delle umane razze, la indiana. Padroni i Vicerè, i Governatori, i soldati e le loro famiglie.

Tra essi furono divise le terre verginali e feracissime strappate agl'indigeni colla sanguinaria violenza del ferro e del patibolo; e fra stessi partiti gl'indigeni, spogliati ed asserviti. E delle terre e degl'indigeni ciascuno n'ebbe quantità proporzionata all'ufficio proprio.

Il soverchio si vendeva a coloro i quali da Spagna, da Italia e da altre parti di Europa e d'Asia emigravano in que' posti in traccia di fortuna. Il diritto d'investitura con quello di soprasovranità venivano esercitati direttamente da monarchi ispani o per delegazione da Viceré e da Governatori loro. Due specie di possidenti e di possidenze introdotti nella conquista. Si chiamavano encomienderos i proprietari di latifondi chiusi, ed encomiende i latifondi, e saladeros i pascoli per mandre pure chiusi. Le Missioni de' Gesuiti ebbero la privativa della cultura e del commercio della yerba-matte.

A' più ricchi, ovvero a que' due modi di possidenti, una a Gesuiti, gli scavi delle miniere de' metalli preziosi, la pescagione de' coralli, ec. Dessi i capi nati, dessi gli amministratori diretti della pubblica cosa, eppertanto dessi i primi a principiare a non voler più dividere i frutti di una infame ladronaia colla ingorda corte madrilena.

Siccome coloro che avevano continua corrispondenza politica, industriale e commerciale con Europa, seppero primi del moto di Francia e degli effetti che ne seguirono. Laonde i primi innalzarono il vessillo della rivolta. Parecchi di loro, già fatti alle cose della guerra in Ispagna, iniziarono la insurrezione armata colla pecunia privata e pubblica de' prepotenti; e la dirizzarono lino all'assoluta indipendenza delle colonie dalla comune madre patria ed alla costituzione delle medesime in repubbliche democratiche di nome ed aristoligarchiche di fatto.

Nacque subito il militarismo colle sue Presidenze o ineglio colle sue Dittature. Di qua le lotte perenni tra la Presidenza o la Dittatura di una e la Presidenza o la Dittatura di un'altra che gli storici da bezzo dissero guerre civili tra repubblica e repubblica.

Al militarismo dittatoriale si contrapposero possidenza e commercio. Il despotismo militare si trasformò incontanente in despotismo crisocratico con colore civile; e quelle lotte divennero più atroci e più indecorose. ché non ebbero più limite le ambizioni de' potenti quando seppero di rinvenire un braccio forte contro a loro avversari nel prossimano Brasile, il quale da tre secoli in qua fomenta in essi odì di parte coll'intendimento d'indebolirli e di stendersi su per la riviera orientale senza contrasto o con piccolissimo sforzo.

E la presente guerra contro la repubblica del Paraguay è una nuova edizione ampliata, riveduta e corretta, delle moltissime suscitate dall'impero brasiliano palpando i caporali più audaci, più autorevoli e più accorti.

E noi opiniamo che il principato l'avrebbe vinta sulla repubblica se il governo di Washington avesse sonnecchiato a Rio Janeiro; else gli ambasciadori de' principi europei fossero stati persuasi che quello despotismo aristocratico con colore civile non sarebbe stata costretto a modificarsi in libera libertà politica e sociale di ciascuno e di tutti. Ma la politica previdente e logicissima di Monroe riassunta nelle parole l'America agl’Americani, s'immise od intervenne moralmente nella ragione delle precedenti quanto in quella della presente guerra; e non scorrerà molto tempo che voi udirete de' brasiliani tornati a casa «vuota stringnendo la terribil ugna», e della pace fatta tra Montevideo, Buenos-Ayres e l'Assunzione.

Anzi noi non dubiteremmo predire eziandio una lega offensiva e difensiva fra le repubbliche argentine contro il Brasile. A poco a poco la paziente a lunganime gente celtogermanica degli Anglosassoni americani assimilerà a se la latina de' Celtiben; e 'l denominativo Stati Uniti d'America non significherà più le repubbliche autonome del settentrione, sibbene le autonome di tutto il continente americano composte fra loro in unità mediante vincoli o patti federali, che non affievoliscono limitando, si rafforzano agevolmente allargando quasi senza termine la libertà politica e sociale della persona individua e collettiva.

La gente celtogermanica degli Anglosassoni dell'America diverranno il fusorio delle razze umane. Per essi eserciteranno le facoltà loro con la pienezza assoluta di libertà. Quindi naturalmente e logicamente e' sono gli egemoni nati delle forze popolari di tutta umanità civile e barbara: cosa che dee mortificare assai la burbanza del democratismo quiritario repubblicano e monarchico!

Il principato vide e vede, volle e vuole, tentò e tenta prevenire gli effetti della cosmopolitia espansiva ed assimilatrice disegnata ed applicata in parte dalla agemonia politica e sociale degli Anglosassoni (); e codesta muffa de' nostri democrati alla mazziniana ed alla cavouresca non dettero ancora segno di avvedersene?

Ora G. Garibaldi giunse sul Plata mentre le armi civili deste dalle cause enumerate dianzi ferveva no più atrocemente e più iniquamente. Montevideo pretesseva di pugnare per la libertà, Buenos-Ayres per il giuro; e nessuno diceva chiaro di pugnare per farsi sgabello della libertà e del giure a dominare de' più e del meglio. Con la brutale avarizia dei suoi maggiorenti, Buenos-Ayres per la verità abusò sempre della sua felice posizione geografica rispetto alle altre repubbliche argentine.

I diritti doganali gravarono di tanto le merci d'importazione e di transito da aver provocato sanguinosi e funestissimi conflitti.

Il protezionismo monarchico divenne antropofago quando fu repubblicano soldatescamente e crisocraticamente. Quindi G. Garibaldi, guerreggiando pegli interessi economici di questo o di quello de' contendenti arguì di combattere per libertà, non badando che libertà era solo ed unico pretesto per infuriare legittimamente.

Neppure se avesse improntato contro l'aggressione brasiliana avremmo detto ch'ei pugnava per libertà; imperocché, osservammo già, il Brasile soglia brandire le armi ed intervenire nelle terre de' contendenti tratto da uno di loro e sempre dal conficcato nella lotta.

E per questo nessuno ci accusi di poca reverenza per nome sì egregio, ché noi qui non si afferma ch'ei così non reputasse di farla da paladino di libertà, osserviamo solo ch'ei prese un granchio a secco confondendo il pretesto nobile col fatto mercatino ed oppressatore.

Alle corte: il nostro nizzese non capi un ette delle cagioni del buscherio in cui s'avvenne e nel cui mezzo credè rompere lancia di vendicatore di libertà repubblicana. Ei pugnò per un reale captivante stimando di pugnare per un ideale emancipatore ed equatore. E quanto ci corre tra l'uno e l'altro! Dall'ideale della libertà alla sua incarnazione ci vuole indubbiamente di molto.

In quanto poi alla scienza delle armi ed all'arte di usarle in guerre piccole o grandi, non si ha argomento da stimare che in lui sieno di estraordinaria estensione e perfezione; ed altri giudicherebbelo anzi soldato di ventura, e da tentare guerre minute e grosse con la più avventata precipitazione, che duce di soldati della libertà: il quale, oltreché conoscere esatto in genere la natura de' principi che agitano il mondo e quale sia la condizione delle singole famiglie politiche e sociali de' nostri tempi, sappia in ispecie e finitamente delle ragioni e degli accidenti degli uomini e delle cose pe' quali piglia a guerreggiare. Infatti di uomini e di cose e' non ne seppe e non ne sa punto; e se all'agitarsi ed agitare di mastro Pippo aggiunse ed aggiugne l'accoppare, e di propria mano, e con presente pericolo di Orsi in corpo una punta di baionetta od una palla di cannone ciò non prova punto ch'ei conoscesse mai o che che conosca adesso il numero e la condizione de' nemici, lo stato degli animi del paese in cui si ha da pugnare o si pugna, i principi informatori della politica, della economia e della milizia di esso, la guisa del suolo, delle difese e degli aiuti ne' quali può confidare o tutto ciò ch'è richiesto si conosca da un prudente capo di esercito prima di cimentarsi in imprese l'esito sinistro delle (valli possa ritardare il trionfo della causa della libera libertà e gettare in lutti inconsolabili famiglie innumerevoli.

Del rimanente non ebbe mai tempo di studiare ned occasioni frequenti e favorevoli ad esplicare il talento militare che grandissimo ha.

Gli attribuì genio qualche ammiratore delle di lui doti eminentissime, cioè della onestà sua e del suo disinteresse incomparabile, della fede cherubica, della credulità preadamitica, dell'amore ardentissimo per l'ideale della libertà, del suo coraggio eroico (personale) nello avventarsi contro checché stimi o gli si dica essere offendicolo ad incarnare quello ideale, del suo intuire subite meraviglioso sul campo di battaglia i più riposti intendimenti dell'oste avversa, de' suoi stratagemmi, della sua prudenza solerte nello nasconderli agli occhi della stessa oste e nello metterli a partito.

Generoso ed umano co' vinti, senza fasto fra gl'inni della vittoria, uguale de' fantaccini nellefatiche e nelle privazioni, è superiore a tutti nel sopportare i travagli delle pugno.

Vinse facilmente nelle battaglie di sorpresa a mo' di quelle de' guerrilleros: non sempre cosi ad armi uguali in campagna aperta. Nulladimeno il nemico quasi mai le tenne su lui.

E che tale quale prima si manifestò al di là dell'Oceano apparisse da noi dal quarantotto al sessantasette nullo porta contrastarlo; e noi qua e qua ne accennammo nel Libro precedente.

Certo è che nel quarantotto e quarantanove e non conosceva né uomini né cose italiche; e l'essersi messo nelle strette di Vai d'Intelvi fra la Svizzera neutrale, fra la fortuna di Savoia prostrata ed ostile ad armi popolari, fra i cesariani vittoriosi e fra! popolo italico, cioè fra la pila dell'acqua santa e 'l sermone del capo de' birri, lo prova incontrovertibilmente. E quella poi di avere mosso per a Roma cogli avanzi scarsi e disperati della disfatta (invocato dal buono G. Avezzana, il celebre fondatore di città ignote in America, il quale ivi pure era addottosi dopo i miseri conati repubblicani di Genova); e l'altra di avere creduto di poter vittoriare delle armi avverse del principato e de' suoi complici potenti e numerosissimi e quindi della restia inerzia del nostro popolo (il quale non sapeva nulla né di Mazzini, né di lui, né di Avezzana, neppure di se stesso, e meno di repubblica perché non ne aveva mai udito discorrere, e meno che meno del brutto mestiere di rischiare pane e giorni attelandosi sotto una bandiera di fede ignota), e tutto ciò colla bandiera Dio senza popolo, la non fu materia da cui gli venisse il diritto a essere creduto uomo da conoscere e sapere acconciamente maneggiare cause, mezzi e fini di uomini e di cose.

Bene stia che l'ultimo Velletri borbonico gli tornasse di gloria; ma vo' non vorreste lodarlo di prudenza e di saviezza vedendolo vinto dalle armi napoleoniche uscire di Roma e volgere a Venezia attraversando terre aggremite di sgherani armati nostrali e barbari, e cacciato dappertutto da que' della monarchia solidali tra loro nell'opera feroce di spegnerlo o di lasciarlo spegnere.

A Venezia I sendo disperso l'unico nodo ermafrodito di repubblicani quiritari!

A Venezia! co' cesariani campeggianti per tutta Italia superiore, i quali pel famoso trattato di pace del quarantanove stipulavano con Savoia si avesse siccome esuli politici legittimi i rifugiati nel di lei reame prima della pace (di Novara) e siccome bestie da staffile e da galera que' che vi s'immettessero dopo (questi non potevano essere altri all'infuori di coloro che si agitarono ed agitarono a Genova, in Toscana, a Roma e nelle Lagune; e quanto la Polizia abbia brutalmente insevito contro que' scervellati rompicolli, e di quanti nomi infamanti li cuoprisse, anche questo si vedrà ne' Pellicelli d'Italia del nostro amico repubblicano), obbligo stretto di biografarli e di riferire poliziescamente a norma delle auguste parti contraenti!

A Venezia! con Savoia irrompente armata mano su chi protestava contro patti umilianti e liberticidi!

A Venezia! mentre Europa monarchica rinfrancata procedeva con la usata ferocia allo sterminio de' credenti nella risurrezione di Lazzaro quattriduano, il popolo incarogna. Alla ricisa qui il senso comune non c'entra manco per miracolo.

Ed a Venezia non giunse ei, che., lungo la sua corsa a maniera di fuggiasco dal Tirreno all'Adriatico, seminò di cadaveri il cammino fatale.

Fu in quella che fra U. Bassi ebbe a dare l'ultimo fiato per istrozza austropontificia, che A. Brunetti (Ciceruacchio) e' figli provarono la clemenza del ferro assassino degli sgherri per la grazia di Dio e della Santa Sedia di Pieruccio e di Pagoluccio, e che la sua fedele ed eroica Anita transì fra le angoscie del terrore disperato.

Italia non era più di una orribile arena in cui le iene di camauro e di corona gareggiavano a chi valesse meglio nello incrudelire straziando corpi umani dopo avere imperversato contro le anime.

A che rimanervi colla probabilità di venire spenti quanti avevano dimostro di averle amore? Giuseppe Garibaldi ricorse i mari delle libere repubbliche del continente americano espedendo negozi d'industria e di commercio alla stessa guisa che a New York vi si addisse un'altra volta il vecchio suo amico A. Avezzana, Kam redivivo per la gloria di fondatore di nuove città.

Là Foresti, e là Basso gli toccavano il cuore con Italia crocifissa.

Le notizie che costei, ne' suoi miseri termini militari, politici, economici e sociali, osava riprendere le armi, non per se, ma per la causa del Buonaparte figurata in quella della salvezza di Europa dalle barbare aggressioni. moscovite, non gli concessero tempo a riflettere all'obbietto della guerra levantina di Europa.

Veduto che Savoia s'era messa fra gli Argonauti che veleggiavano all'acquisto del vello d'oro, sognò grandezza, gloria, libertà, un acquazzone di felicità felicissima per Italia e per tutti.

Proprio di là aveva a venire!!!, tanto più che il Giove Pluvio era l'uomo fuggito di Aremberg per la corona polacca (onde al parrucchiere Conneau ci andette quasi metà delle gambe per ricondurlo a mamma Ortensia in Isvizzera), l'uomo di Strasborgo, di Satory e di Boulogne, il muratore del Castello di Ham, il socialista, quello del Due Decembre... liberalone, sa ella!, e, se no! crede, badi alla Vita di Giulio Cesare, degno ritratto di anima sì eccelsa e si grandemente umanitaria ed inciviliente!

Quindi, via per l'Atlantico va in Inghilterra a dire a repubblicani cosmopoliti ch'egli volerebbe ad offerire la spada a servigi di Savoia (), senza avvedersi che la metteva a quelli del Buonaparte.

E qui si capisce che in lui non ci fosse, la menoma idea di volerla spaccare da generalissimo.

E che non pensasse a codesto si può vederlo dall'ufficio ch'ebbe e dal modo con cui gli fu commesso nel cinquantanove, tempo determinato dal Giove Pluvio della Senna a farci scendere a catinelle la benedetta acqua della Italia dalle Alpi all'Adriatico, la quale, accidenti alla fortuna!, rimase storpiata in quella ch'era a volgere a questo per la rosea via del quadrilatero delle fortezze della Lombardia e delle Venezie.

Sospetto al principato egli e molti de' suoi, da Varese a Como belle prove di coraggio e di accorgimento militare diede sicuramente con essi; ma dovette alla paura od alla ignoranza de' cesariani se si salvò quando gli venne il capogiro di rispingere buona parte della sua gente verso il Lago Maggiore ad atterrare un castellotto fortificato, e munitissimo di argomenti di difesa, con cannoni del Secolo XV e pochi ed inetti.

Generale de' volontari, da quella della Brianza e del lago di Conio giovò alla esecuzione de' disegni napoleonici di guerra sì gigante, quantunque in que' posti gli oltracotanti cesariani fossero di poco polso, ché la somma delle fazioni campali di necessità si aveva a vedere fra il Po, il Tirino, il Mincio e l'Adige, avvegnaché le armi alleate da questa convergessero ed in questa le avverse appuntassero.

E quando nacque Magenta, la quale figliò Solferino e S. Martino, il Generale de' volontari diventò eroe di lusso; e quindi sarebbe stato mandato a pegni se gl'inaspettati preliminari di Villafranca non avessero desto un incendio bellicoso di cui fu invasa tutta Italia.

Grande era il pericolo di covarlo in seno, gravissimo quello di persistere a volerlo spegnere (siccome lo tentò U. Rattazzi) e vieppiù grave se si fosse lasciato liberamente divvampare ed estendere. E poiché tutto si concentrava in G. Garibaldi odiatore supremo del mercato turpissimo di Nizza sua città natale; e Garibaldi si struggeva di provare al Buonaparte che Italia, deliberata a farlo, poteva rifarsi davvero una ed indipendente con armi proprie; e Garibaldi cogli esuli e con tutti aveva disegnato di fare un falò di papa, cardinali e borbonidi e satellizio, fu colta la occasione di allontanare l'incendio e di tentare fortuna colle armi dell'audacia disperata.

Quindi gli fu messo attorno brava gente di fuochisti di casa, i quali convennero seco della impresa del già reame nostro.

Ecco dunque Garibaldi un'altra volta generalissimo di un esercito in gestazione, bene più scarso di numero di uomini e di cose per difficile e ragionevolmente lunga guerra guerreggiata che non fosse stato quello che capitanò a Roma meglio. di dieci anni prima, — il quale aveva piegato alle armi repubblicane del Buonaparte. E tanto non dice ch'egli fosse ridivenuto generalissimo perché avesse dato prove di saper condurre giornate campali di rilievo, che conoscesse debitamente le ragioni di circonvenire fortezze, di allineare trincerando e di assalire, che dimostrasse la migliore guisa di contrarre in una battaglia compitissima le armi diffuse, e di precipitare sull'oste cogli accorgimenti di chi simula e colla prudenza di chi affronta dirittamente.

Ora questo generalissimo, di cui rilevammo testé le parti eccellentissime, come si è detto ignorava allo in tutto la condizione vera de' tempi, le cose del giure internazionale, del pubblico interno e del privato e quel ch'è peggio la qualità delle persone e la natura delle ragioni geografiche e topografiche d'Italia. E siccome per lui erano personaggi degni di uffici e di onorificenze grandissime quanti accorrevano alla bandiera della patria redenzione colle croce allobroga nel cuore, cosi, preferiti i vecchi commilitoni, partendo per Sicilia innalzò a primi gradi dell'esercito embrionale coloro i quali si offersero primi colla patente di patrioti rilasciata ad essi da Comitati di azione e,da quelli di ordine (lo si crederebbe?...).

Non erano però tutti merce di casa; conciossiaché i repubblicani cosmopoliti da Londra avessero soffiato nel fuoco delle Logge massoniche e ne' Comitati repubblicani unitari politici ed in quelli di repubblica unitaria e federale democratica e sociale; e da tutti questi opifizi di cosmopolitismo mandassero articoli di grandissimo pregio, a sentire i bollettini della borsa politica.

Il vero si è che, sendo emigrati politici la maggior parte, e soldati di mestiere, seguirono G. Garibaldi più per tòrsi di ozio e levarsi di angustie finanziere che per amore che avessero sincero della nostra reintegrazione nazionale. Taluno pensò a questa, ma non credè possibile che si potesse conseguire vedendo il misero apprestamento de' mezzi contendenti a tale fine.

Se vi si fosse riusciti, confidavano avrebberla ausiliaria delle armi patrie per venire alla ricostituzione della propria, senza por mente che la bandiera colla croce allobroga sotto alla quale militavano significava già arbitrio egemonico a pro' del governo subalpino; e che quindi avere lo sperato ausilio italico dipendeva da esso, il quale sul mercato della conquista poteva serbarselo per future speculazioni senza punto curarsi della identità della propria colla ragione politica professata da que' valentuomini tanto benemeriti della patria nostra.

E codesti valentuomini non avevano maggiore contezza del generalissimo delle persone e delle cose nonché della guisa degli accidenti del suolo italico. Forse ne conoscevano altrettanto i nostri paladini; e senza forse. E ciò si nota rispetto ad argomenti di guerra.

Per quanto rispetta agli argomenti di politica, in verità il generalissimo non era uomo da osare nulla né da quella di costituire politicamente e socialmente né dall'altra di legiferare, né per conto di organare né circa ad eletta di pubblici ufficiali. Prima perché non ne sapeva un'acca, e poi perché col programma che aveva bandito chiari anche i monelli di codeste materie non volersene impicciare, riservandole al buon giudizio del padrone e di coloro a quali cotestui ne commetterebbe l'ordinamento.

Infatti la emigrazione meridiana, che era più di avvocati di eccellenti mandibole che di pubblicisti a modo, gli diede de' sostituiti Procuratori degl'interessi piemontesi, i quali pose in luogo delle vecchie livree borboniche ne' ministeri ovvero in ogni ramo dell'azienda pubblica.

Dittatore egli medesimo siccome Vicario del Capitolo de' governatori torinesi, navigò sempre pel provvisorio; e se levate qualche decreto sul sale, sul tabacco, sull'annona, ec., decreto che lasciava le cose com'erano, non fece nulla affatto.

I suoi Prodittatori, carini!, volendo benemeritare della causa della egemonia allobroga, quanto i generali da esso improvvisati, lavoravano di conserva co' Ministri de' provvisori, tutta roba del ghetto cavouresco. Ma è tempo di venire alle cose della guerra lasciando da banda ogni altro discorso su quelle dell indirizzo politico e sociale dato alla cosa pubblica del reame tolto a borbonidi.

Il Lombardo ed il Piemonte, i due famosi legni della prima spedizione per Sicilia, sostarono a Talamone ove fu dato organamento agli elementi de' quali era formata. Dal Volume IV della Miscellanea già citata ricopiamo in proposito le cose che seguono:

«A Talamone G. La Masa era stato nominato Comandante della IVa Compagnia; ma, avendo esso dichiarato a Garibaldi che voleva combattere da soldato, ebbe la facoltà di surrogare altri al comando della stessa. Scelse il Colonnello Minutilli, il quale a Marsala fu eletto Direttore del Genio, e rimpiazzato nel comando della Compagnia dal Maggiore Mario Palizzolo.»

Dunque pre' B. Cognetti dove pescò la storia che il Minutilli da esso chiamato Minutelli fosse stato promosso a Talamone al grado di Capo del Genio? ()

Il vero è che l'organamento degli elementi detti seguì così: Generalissimo fu G. Garibaldi di cui se n'è discorso finora; Direttore dello Stato Maggiore fu pre' G. Sirtori. Costui era stato professore di Ginnasio in Gorla piccolo paesello di Lombardia, sua contrada, soldato della indipendenza ed insieme più repubblichesco di un frate francescano, uno de' membri del Comitato mazziniano di Londra, ed a Parigi studiosissimo dell'arte di ammazzare. Dopo il cinquantanove si sentì meno repubblichesco di D. Manin e più rispettoso della fortuna del terzo Buonaparte. Dappoi pulì di unitario a qualunque patto.

Nell'anno cinquantanove calò a Torino una a P. Maestri dalla capitale de' capponi. Da allora ad ora, veri o falsi, entrambi ammiratori di Cavour e conferenti seco segretamente.

L'uno Centurione de' soldati garibaldeschi e l'altro entrato loro medico di seconda mano nell'anno stesso.

Il primo infine divenne generale della egemonia allobroga e! secondo Capo della Divisione delle materie di Statistica della medesima. Quai stupendi caratteri la scuola di Mazzini!, n'è vero tu, A. Mario?.. Peralto sì pre' Sirtori quanto il flebotomo e regio bollettinaio statistico P. Maestri sono due persone di giudizio; e ciascuno come si vede sa il fatto suo.

Sangue freddo da prete il Sirtori, umore accademico da mercatino il sor Maestri: quegli Cristo e questi metterebbe all'incanto umanità, contenti a buscarsi anche l'ottanta per cento.

Aiutante generale fu il colonnello Thurr, di qualche importanza ne' fatti ungarici del quarantanove. Datosi a cospirare contro Austria e Russia (babbeo! ell'erano due amiche che si amavano dell'amore sincero con cui si amano due dame rivali di finitissima educazione politica e sociale) fu colto al trappolino; e se ne dedusse percorrendo il Danubio turco ed all'ultimo infuriando dal Tamigi alla Senna e dalla Senna alla Dora contro le medesime due rivali.

Quindi nel cinquantanove partecipò (per Savoia) alla esasperazione del partito di azione individuato in Garibaldi rispetto alla ragione delle armi. Indettatosi prima con Cavour e con La Farina mastri del partito di ordine, si lasciò eleggere a tale ufficio colla fiducia di potere a suo tempo mostrarsi sulla Leitha con L. Kossutk a dire l'ultimo verbo a Deak ed agli altri austriacanti: illusione elusa dal Orso coronato di Francia, che, dopo Messico e Sadowa, temè forte del genio della razza germanica, specialmente nella famiglia degli Anglosassoni; e mosse a serbarla divisa buttandosi fra Washington e Londra e fra Berlino e Vienna proprio come un asino morto cogli occhi aperti e la coda alzata da parere quasi vivo.

Uomo orgoglioso al par di qualunque uomo tartarico o maggiarico, educato alla scuola feudale della patria, fatto le armi sotto que' di Absborgo, poliglotta ed addottrinato abbastante, culto ed ordinato a modi della diplomazia aristocratica, nell'esercito garibaldesco non portò entusiasmo, portò energia pensosa e pertinace.

Genio militare non ha, forse talento più che vulgare; ed è molto.

La campagna del Mezzodì italico ne fece un generale co' fiocchi, il quale, ritiratosi nell'ospitale Piemonte, frammise i mirti del giardino buonapartesco agli allori del campo allobrogo.

Ora il brav'uomo oscilla fra Beust e Kossuth; e non è per nessuno, tranne per se e per la sua donna.

Intendente militare fu l'Acerbi, di cui ne dissero di belle e di brutte, di probabili e di assurde tutti gli uomini di parte opposta a quali approdava esaltarlo od abbassarlo. Lombardo quanto il cremonese Ripari medico superiore, al pari di costui, era siccome ancora lo è, senza colore politico chiaro e determinato: del resto più dabbene che furfantino, italiano di gente e di professione sincerissimo, sempre buono per Garibaldi, anche a ca del diavolo.

A Commissario civile questo corpo estemporaneo di spedizione ebbe F. Crispi siciliano.

Di natura torbido ed irruente di modi è costui; di studi scarso, per sofista e leguleio loico sottile, politico astuto ed audace si in campo mazziniano che in campo allobrogo. E se frappoco la violenza giuridica permanente del principato scaverà la fossa agli arbitri, e 'l popolo del lavoro produttivo sulle ruine di questo edificherà l'edifizio del governo diretto, politico, economico e sociale, per non ispolparsi pagando l'ozio governativo che vòta, capestra ed intenebra, gli è muso da uscire fresco e dinocolato campione della scuola emancipatrice ed equatrice de' repubblicani democrati e sociali; da farsi largo nel proletariato che sta compiendo il suo organamento federale solidale per tutta la faccia della terra civile a dispetto degli accentratori ed assorbenti della vecchia e rabbiosa feudalità armata; e forse da porsi su' migliori apostoli della riabilitazione giuridica dell uomo impattandola co' Fourier, co' Saint Simon e co' soci.

Perfetto don Girella, alla stessa guisa con cui saltò di pie' pari da Mazzini a Rattazzi!!! (onde dianzi a Parigi potè aversi sicurissimo co' bruchi più grossi della democrazia imperiale, desso che da più fa era stato ordinato sgomberasse di Francia siccome individuo affetto di lebbra mazziniana, inducendo cosi le meraviglie nell'ingenuo Courrier Français, il quale con iterati e frizzanti articoli lo ferì di fronti e di schiena costringendolo a scuse peggiori della consumata apostasia) è buono di buttarsi li per lì dalla pasciona imperiale di Francia!!! e regia d'Italia!!!, in quella del socialismo.

Oh l'atleta del giornale ufficiale di Sicilia è quello della Riforma fiorentina... Per Dio I avreste voi difficoltà a credere che non si mostrerebbe uguale a se stesso se prendesse a difendere i principi informatori del Comitato Centrale delle Associazioni produttrici del mondo civile?

Crispi appartiene a quelle comunali celebrità cospiratrici di Loggia e di Comitato segreto, le quali appunto perché, non facendo paura quai geni di opera aggressiva e surrettizia di giure personale e reale, si accettano senza sospetto nella cooperazione per un fine qualunque, s'impadroniscono senza contrasto del buono e del meglio delle fatiche altrui.

Eppure di certi gallozzoli di sinistra, che, non ammessi, pretendono a giudici di onestà, te lo predicano tipo perfetto di galantuomo!

Non si contrasta; ma si domanda di quale onestà lo lodino.

V'ha di certo una onestà ladrona, e da non si poter convenire in giudizio perché confezionata di tutti gli amminicoli della legalità de' Codici civili e penali. E per noi è oro rotto se a Fambri, a Brenna a Civinini, a Frascara, a Servadio, ec. (sicuramente meno esperti inventori od applicatori delle teorie fonetiche del ladro a cui nessuno possa dire: apri la mano, per avere egli rubato col più grande rispetto alla legalità e quindi colla massima circospezione) piaccia averla per cosa eccellentissima.

V'ha poi quell'altro stampo di onestà che si guarda a piedi prima di fare un passo per il cammino insidioso dei sùbiti guadagni, del facciamo quattrini per qualsiasi speculazione giudaica, onestà modesta, di frequente con tanto di guadagno da campare appena, appena, quasi sempre invisa a più, una onestà che non s'ispira dalla legalità umana, ma dalla eterna ragione del giusto impressa nella coscienza del genero umano. E questa per noi è oro buono.

Ora F. Crispi ha fatto cose da essere diventato di certo ricchissimo dall'altr'ieri in qua. Ergo o ha vinto una cinquina sic o fu donato largamente da qualche canonico o redò la terra di Gesse o rinvenne il pozzo d'oro.

Fuor di qua non si scappa, ché traricchire cosi di bello non si può stando alla sperienza degli onesti di ogni età ed a pronunziati della economia politica.

Accade bene che un avvocato di grido, professando di cabala fin dalla prima gioventù, accumuli di molto oro, e che, testa da trarne lecitamente l'ottanta per cento applicandolo a negozi lucrativi, lo moltiplichi in breve giro di anni. Ma il signor Francesco nostro non si può noverare frai i Demosteni, i Lisia, i Gracchi, i Catoni, i Tulli e gli Ortensi del Foro italico. Ma il Signor Francesco nostro corse lunghi anni in esiglio ne' quali non esercitò neppure la eloquenza di Demade col sorite di Carneade. Ma il Signor Francesco nostro ripigliò il mestiere di cavillare da leguleio attanagliando la ragione del tuo e del mio col furore invasivo di Scilla, di Mario e di Giulio Cesare quando si converse al principato, cioè da poco tempo in qua. E dato che co' riserbi fatti de' guadagni del mestiere si sia cacciato a capo fitto in traffichi mercatini di ogni maniera, se non emulò i Susani, i Brenna, i Fambri, i Civinini ec., ec., e' patroni loro, da lui scornati testé, in fede di Dio non si arriva a capire come possa essere diventato Creso da un momento all'altro ().

Vero è che questo nostro è chiamato il secolo de' portenti; e ci avanza il crederlo quando vediamo uno, il quale ieri era a leccare la padella de' ricchi, oggi impinguare colle imbandigioni di Crasso e di Lucullo.

Tuttavolta, noi timidi veneratori de' taumaturghi, ci riferiamo alla sperienza di ogni età, a pronunziati della Economia politica, ed a quel po' che imparammo da fatti nostri. E per questo articolo rimettiamo il bravo Signor Francesco al giudizio della Unità italiana, del Dovere di Genova (non di quello di Napoli) e del Popoletto d'Italia, da non confondere colla Pietra infernale o col Popolo borboniesco di quel fior di galantuomo, ch'è G. Gervasi (si buccina che ora e' gesti un altro diario, il quale sarà tolto e fasciato da suo compare G. La Cecilia, famosa mammana di tutti i concetti utilitari neonati) né coll'orribile Tuono né col plateale Abbate Taccarella di V. Salvatore—il quale a Torino ed a Milano siccome a Firenze si prese il compito italianissimo del prof. Raggi, di Battaglia e soci, intendiamo il compito di screditare C. Cattaneo e quanti convengono con quello altissimo intorno alle orribilità governative del reame italico ed intorno a rimedi da applicare al nostro popolo per guarirlo del morbo di apueumia del quale colui lo infettò mortalmente.

Oh! V. Salvatore è il braccio destro di R. Bonghi e di S. Spaventa, è un ragioniere ragionevole del Banco della ragione, arca di ogni scienza e modello di virtù casalinghe!l! e non truffaiuole.

Di tutti costoro pre' G. Sirtori più idoneo a condurre la impresa da quella delle armi; e nessuno a condurre il negozio di ordinare la conquista all'obbietto della scuola emancipatrice ed equatrice.

E 'l corpo di spedizione, che fu di sette Compagnie, ebbe il genovese N. Bixio al comando di una, di un'altra il barone Stocco calabrese, della terza il lombardo nob. Cairoli, della quarta Anfossi, della seguente Orsini, e delle rimanenti Carini e Palizzolo.

Nino Bixio è un marinaro, il quale, se mai si fosse dato a pirateria, state certi che avrebbe sorpassato tutti i pirati più celebri da tempi de' Fenici, de' Cartaginesi, de' Joni, ec., a quelli degli eroi famosi di Barberia.

Uomo senza fede in qualunque Dio, senza fede ne' destini di umanità, eppertanto sprezzalore sazievole di ogni cosa reputata santa e legittima da tutti gli uomini, N. Bixio è una miserabile cari catura di fort'esprit, un gaglioffo Marrast in sedicesimo, un ridicolo vantatore privato e pubblico della sua apostasia politica (era mazziniano idrofobo), uno speculatore contennendo d'italianismo.

Ingegno mediocre, raso di studi, ha abito d'irrompere violentemente, è crudele come l'usuraio, audace al pari di uno sgherro di ventura.

Esordi la sua vita politica con quattro chiacchiere repubblicane; e la continuò battagliando (ad occasione) per la causa d'Italia monarchica.

Egli ragiona colla punta della spada e col grilletto del revolver.

Duellante stolidamente feroce talvolta Nino rinvenne chi seppe chiarirlo non sempre andare impunita la insolenza dello spadaccino.

Egli ha il brutto vezzo di oggidi. Ora ogni ribaldo, fidando di vincerla sull'onesto per l'arte di maneggiare un'arme qualsiasi, è pronto a provocare.

Non diciamo ch'ei sia un ribaldo, diciamo ch'e gli è un violento il quale corre volentieri all'epigramma plateale per aver la gloria di farla da Cagliostro.

Fuor di qua è silenzio e tenebre. Non sa nulla d'Italia; e quindi men di nulla ne sapeva quando alla testa della sua Compagnia estemporanea sbarcò a Marsala, d'onde principiò a manifestare una barbara efferatezza d'animo e con una trasmodanza di maniere tale da aver fatto rimescolare qualunque sentisse di umanità e di dignità.

Da Capitano a Generale di Divisione ei salse, non v'ha dubbio, per molte prove di coraggio, ma desse non furono mai scompagnate da più abbominevoli tratti di ferocia brutale.

Insultò superiori ed uguali; e cogl'inferiori esercitò sciabola e revolver fossero gagliardi o formidolosi. Quali libertà dovessero spuntare da simile eroismo tartaro Italia ora può dirlo!

Stocco, quanto N. Bixio, armeggiò tirando stoccate alla fortuna avversa; e se poi, di Generale, si converse in Governatore civile di provincie, ciò convinca tutti ch'egli era buono da spada e da toga come lo fu per repubblica e per monarchia. Bellino il sor barone Stocco!

Benedetto Cairoli, a mo' de' Dandolo, de' Manara de' Morosini, dei quali si fece cenno nell'altro Libro, anfanava (mazzinianamente?...) per un'Italia magna; e non andava tanto pel sottile se avesse a cadergli in bocca dall'alto o slanciarvisi dal basso. Pura anima generosa, culto, fatto per oneste e solenni amicizie, affatto ignaro delle virtù auguillarie degli speculatori d'italianismo a qualunque parte appartengano, fratello di due eroi spenti nelle patrie battaglie, l'unico superstite confortatore di quella Ecuba sublime, Donna Adelaide madre sua adoratissima, Benedetto Cairoli fu animoso e nobile guerriero de’ tempi antichi, il quale si offerse vittima espiatoria delle colpe de' nostri maggiori sull'altare della patria.

A lui, benché giurato difensore di diritti che pure sono prescrittibili ed alienabili, a lui torni gradita questa non mercata postilla di encomio sincero. Ah perché la scuola e l'azione della tirannide di corona ci lasciò deserti di tipi numerosi somiglianti a questo eccellentissimo?... Viva la libera libertà politica e sociale di ciascuno e di tutti gli uomini!

Di Anfossi intrepido, di Orsini dotto e bilanciato, di Carini focosamente pensoso e di Palizzolo pronto, energico ed a misura, poco diremmo se non professassimo di animo sicuro ch'eglino, meno partigiani che italiani, colla mente ad abbattere tirannidi e col cuore a repubblica, meglio di G. Garibaldi correvano al disegno di G. Mazzini, perché Garibaldi pensava colla testa della egemone subalpino e sentiva col cuore di Mazzini, non si però che il sentimento non la cedesse all'antichissima fede del soldato allobrogo.

Chi ha tessuto debitamente le lodi belliche de' compagni di questi uomini della prima spedizione, di A. Mosto, del prof. F. Savi, di Canzio, di Nullo, di Missori, di Uziel, e di tanti altri, che noi qui ricorderemmo largamente se ci fossimo proposti di scrivere la Storia della guerra del Mezzodì e le cause e gli effetti suoi siccome fece il nostro amico repubblicano davvero?

Incuriosì delle cose recenti mentre ci esaltiamo vanamente per le vecchie, noi lasciamo un abisso fra il passato e l'avvenire; ed a cui fra posteri nascerà il desiderio di colmarlo converrà aver ricorso alla narrazione di scrittori venduti all'arbitrio della prevalente fortuna, i quali o preterendo o disformando o vituperando le inclite azioni de' nostri migliori, ormai sfrontati adulterarono la verità della storia e della filosofia della storia. E che sorta di argomenti politicamente e socialmente educativi delle venienti generazioni possano ritrarre da un amalgama furfante di sfacciate menzogne, non confutate o debolmente da contemporanei, ognuno lo cape di leggeri.

Ma noi non potremmo venire al disegno del lavoro che stiamo conducendo se non mettessimo in rilievo una figura nobilissima ed eminentissima entro al quadro dell'esercito garibaldesco. Essa è G. La Masa siciliano.

Giuseppe La Masa, pure degli adepti della Giovane Italia, a somiglianza del maggior numero de' mazziniani, nel quarantotto piegò al vento orleanese che spirava dalle sale dorate del Quirinale e del Vaticano, serbando però come idolo della sua prima gioventù l'ideale degl'ideali repubblicani dell'indomito e fiero genovese, (parole sagramentali degli apologisti di questo grande e singolarissimo agitatore ed iniziatore incontrastato de' moti pe' quali i furbi voraci, incoraggiati dalle circostanze nelle quali fu spinto l'universo mondo civile dalla diuturna, martirizzata e sempre più alacre, e sempre più robusta e sempre più logica opera emancipatrice ed equatrice del tempo, grancirono tutto e tutto guastarono della patria schernevolmente unificata) e con fiamma latente coltivandone la religione, argomentando fosse prestargli culto divino sagrificando anche a Moloch, antropofaga divinità di corona.

Meglio di G. La Farina e di F. Crispi nel quarantasette operò il fatto ardito e meraviglioso della rivolta e della emancipazione sicula, che fu poveramente conversa in livrea ed in captiva, prima del principe pedemontano e poi del borbonide. Di questa baratteria politica non egli l'autore ed il complice diretto; e nell'esiglio G. La Farina ebbe guiderdone del fatto turpe dal governo allobrogo, non lui serbatosi unitario.

Giuseppe La Masa di carattere espansivo, benché cospiratore antico, destro, sagace é segreto a morte, di mente immaginosissimo, di abito dilicata di costumàre, severo contro di se, indulgente verso gli altri, di un coraggio leonino, dopo il quarantanove riparò in Piemonte impiagato l'anima delle piaghe crudelissime delle quali il principato aveva coperto volto e cuore di Trinacria e di Esperia.

Là, intento sempre a cospirare contro le colpe, i delitti, gli errori, le infamie e le tirannidi umane, stimò approdasse a ciascuno di noi leggere la somma delle cose avvenute nella sua isola, commettendo con processo logico, e chiosando veridicamente, perché egli era stato principalissima parte di quelle, i Documenti che le affermavano.

Quindi co' tipi Franco di Torino pubblicò cosi tutti que' Documenti fra 'l cinquanta, cinquantuno e cinquantadue.

Nessuno ebbe a dolersi della brusca veridicità delle chiose per la splendentezza del vero significato de' Documenti irrefragabili.

Lo stesso G. La Farina, la cui ambizione ed arroganza appariva da vari uffici pubblici che seppe farsi conferire dalla cieca benevolenza de' suoi compaesani (i quali di lui ne avevano fatto un còso massimo), e specialmente da quello di Ministro della Guerra contemporaneamente ad altro ministerio, ei che di guerra ne sapeva quanto e meno di sua moglie, lo stesso G. La Farina non osò impugnare la verità de' fatti raccolti e commentati dal medesimo.

Solo F. Crispi colla bieca ed irosa formula de' sofismi avvocateschi uscì ad oppugnarlo in quello che sponeva circa un famoso processo penale.

Non lo avesse mai fatto! Il leale La Masa, punto del linguaggio aggressivo ed inurbano di quel superbo ambizioso, tornò alla prova; e tali e tante cose furono impresse e divulgate su questo ignobile episodio delle cose siculo del quarantotto e quarantanove che al Signor F. Crispi cadde la voglia di continuare nella polemica essendoglisi seccata la vena delle loquaci e vóte contumelie.

Il Crispi concepì odio inesprimibile contro il La Masa; e fu ed è odio isolano, e, quel che più monta, odio siciliano.

Il La Masa divise il suo soggiorno fra il Piemonte e la Svizzera italiana nudrendonsi continuamente di ogni ragione di studi politici, civili e militari.

Gli anni amari del lungo esiglio temperò co' soavi affetti della duchessa Bevilacqua di Bevilacqua veronese. Colta d'amore intemerato per il bello e giovane eroe delle patrie battaglie, gli die' la mano di sposa quella culta e dotta donna veneta, ardentissima di vedere Italia redenta dall'eterno servaggio che la opprime, educata all'infortunio, a lutti domestici, alle patrie sventure miserande.

Col duca fratello esulava la egregia a cui la rabbia de' cesariani aveva smantellato l'avito castello e posta in direzione la vastissima signoria. E nell'esiglio morivate quel caro superstite ed erede dell'illustre casato antichissimo. Austria per l'acerba morte inopinata si tolse tutto perché tutto soggetto a ragione feudale. Cosi da una coi cannoni e dall'altra coi canoni della feudalità ladrona annichilì la cospicua delle venete famiglie.

L'animo della giovane sposa ingigantì fra tanti disastri. Quella sua fisonomia aperta, dolce, tutta umanità non perse un'istante della sua serenità celeste; e tanti strazi fatti dagli uomini e dalla rea fortuna del suo cuore sensibilissimo non iscemarono in essa l'amore de' suoi e meno quello puro e santissimo verso l'illustre consorte, al quale fra i marosi della procelle parve angelo più che umana creatura. La eletta si fe' punto di unione fra lui e gli amici suoi, vicini e lontani, nobili e plebei, ricchi fossero o poveri, sapienti od ignoranti. Anima della carità, con le arti del cuore inceso delle più eccelse virtù morali, civili e sociali fecondò tutto di vita solennemente operosa per la patria e per umanità tuttaquanta.

Il generale la ebbe acuta e solerte cooperatrice nello studio indefesso di eccitare negl'Italiani continentali ed insulari, specialmente in que' di Sicilia, un vivo e profondo sentimento dì esecrazione per Absborgo e pe' suoi infami proconsoli scettrati d'Italia.

Vi aggiunse stimolo, se ci fosse stato bisogno di sprone, quel modo di politico disegno de' consigli del Buonaparte e di Savoia da cui tradiva una specie di dovere di ordinarci alla ragione di avvenimenti vicini e grandissimi per le mutazioni che arrecherebbero allo stato presente della pubblica cosa d'Italia. Veduto irsene ogni speranza di riuscire alla effettuazione de' noti propositi mazziniani, i quali, lungi da essere in venerazione appo le moltitudini popolari nel cinquantanove toccarono il massimo del discredito, il nostro si die' a proporre la creazione di un esercito, rivoltoso secondo i legittimisti, e di campioni della indipendenza e della unità nostra secondo i barbogi e' giovani dottori d'italianità.

Dirizzavasi a B. Ricasoli, l'Aristagora di Cavour, ché là in Toscana vi aveva ancora qualche filo di memoria delle vetuste glorie militari etrusche non offuscate da colpi di picca che si scambiavano fraternamente tra loro i feudatari guelfi della contessa Matilde e del duca d'Atene, due persone capaci di certo di mutare in eroi anche i polipi. Ma il feudatario di Broglio, grinta da mettere in croce mille Cristi al minuto se gli venissero fuori con giure sovrano e con lama o moschetto di popolo, il bravo Bettino rispose picche al generoso siciliano e per soprassello lo comandò di levarsegli d'in fra piedi entro ventiquattr'ore, ché il popolo toscano volevasi preservato dalla peste repubblicana. Infatti tutte le vecchie e le nuove livree della egemonia allobroga non si sono persuase mai ch'ei sentisse ed operasse sinceramente da monarchico.

Il Segretario del Comitato Centrale di associazione nazionale, G. La Farina, suo compaesano, dopo i preliminari di Villafranca sgobbò con zelo straordinario a colorire i consigli di U. Rattazzi, che in sostanza erano quelli di Cavour, contro i pretesi repubblicheschi mazziniani, i quali dal quarantotto in qua per la egemonia allobroga diventata governo del reame d'Italia furono il più terribile degli stocchi da spegnere qualunque ragione d'iniziativa di popolo aspirante all'esercizio diretto del giure imprescrittibile ed inalienabile di ogni uomo.

Italia inorridirà alla rivelazione de' fatti infami orditi e consumati brutalmente dalla Polizia italiana quando si appellava sarda e quando si fuse colla buonapartesca a perpetrare uno de' più mostruosi liberticidi che s'abbia mai veduto e saputo per ricordanza di vecchi e di scrittori: rivelazione dettata dal nostro amico repubblicano e messa ne' Pellicelli d'Italia, da lui che rinferrò forte i suoi giudizi su Polizia si nefandamente immorale, sì esosamente turpe, si sazievolmente ribalda, e sì universalmente esecrata, con la diligentissima raccolta di tutte le cose accadute or ora da noi intorno alla famosa cospirazione mazziniana.

Studiatane la natura non peranco bene lumeggiata e definita (incompresa da più e da meno) ne analizzò gli aspetti e gli accidenti, rilevò la condizione del momento rispetto a fattori de' fatti scellerati, e depose irosamente ad onta ed obbrobrio di cotestoro ché da una, non considerando le conseguenze di lagrimevoli denunzie e di discussioni pubbliche piene d'ira di parte e contendenti ad esizio di persone anziché a rimediare a pubblici mal prescrivendo l'azione e proscrivendo qualunque guisa di autorità accentrativa ed assorbente, dischiusero la cloaca massima delle lordure italiane ed appuzzarono tutto il mondo; e dall'altra, promovendo l'azione de' repubblicheschi mazziniani co' perdutissimi polizieschi (per intessere una tela di calunnie politiche da gettare sopra e covrire le violenze giuridiche e le prevaricazioni proprie, quelle adonestate col titolo gesuitico di sicurezza pubblica e queste d'indelicatezze, desse che, più di nefandissime prevaricazioni, sono supreme ribalderie ed infamie legittime, turbarono ogni elemento di ordine morale, civile e sociale ponendo per assioma al giure sommo essere lecito il libito.

E 'l La Masa veramente nella Emilia ed in Toscana era meno mazziniano di Alberto Mario, di miss Jessie With donna sua, di Rosolino Pilo, di Marangoni, di A. Brofferio autore della lepida e leggerissima cronaca chiamata I miei tempi, di F. Boni, e di' innanzi; e più di loro garibaldesco.

E garibaldesco allora voleva dire unitario politico in divisa monarchica di broccato d'oro.

Ma per La Farina, ovvero per la politica del Buonaparte riflessa dalla corte allobroga, anche l'essere garibaldesco contrastava.

Quindi D. Micono capospione del governo subalpino nella Emilia, ricevuti dispacci del Comitato per mezzo del Ministero dell'Interno e Polizia, pei quali era ordinato di stare su' passi anche del La Masa, mandò la biografia di costui a Curletti in Bologna il quale ne trasmise una copia al Buon Governo di quell'onestuomo del Boncompagni che al casotto de' burattini tricolori di Toscana faceva fare stupendissime parti al fiere, barone di Broglio. Sicché, non Ricasoli, ma la Polizia sarda, di cui era manichino, die' sfratto al Nostro.

Ma la improvvida ed insieme furfantina nazione producendo un effetto contrario a quello che la famosa egemonia (ormai impacciata nella stoppia della politica birbona. del tiberiano Luigi Buonaparte) sostituito lestamente ed opportunamente al Rattazzi il medesimo Cavour (fatto tanto sospirare a pecori d'Italia!...), La Masa per Garibaldi valse di molto, e quindi valse tutto per Savoia, appunto negli istanti più difficili della impresa delle Due Sicilie.

Senonché La Masa sendo ancora tutto quanto nella mente e nel cuore memore de' suoi fratelli siculi, fin dalla scesa della prima spedizione in Marsala fu fatto segno alla invidia male nascosa de' capi della gente di questa, eccettuane Garibaldi, ed all'odio cupo e quindi al sentimento atroce di vendetta di G. La Farina e di F. Crispi; e tanto per le cose discorse più in su. Solo Garibaldi, superiore alle misere passioni private, lo apprezzò sempre per quello che giustamente meritava.

Con quel suo dono rarissimo di penetrare ne' nascondigli de' vizi e nelle riposte virtù di coloro che lo avvicinano, comprese di un tratto il La Masa tornargli principalissimo se non unico mezzo da reggere all'urto de' borbonidi ().

E di fermo non appena la spedizione calò in Marsala, il generalissimo lo chiamò allo Stato Maggiore, «lo incaricò di scegliere la linea di movimento sulla Capitale, e lo autorizzò a fare tuttoquanto stimava utile, poiché esso non conosceva né il paese, né gli uomini. Sirtori divenne furioso di questo, e protestò ch'egli sarebbesi dimesso se altri faceva ciò che era riserbato a lui solo. ()

Chi' suscitò cotanto screzio, e maggiore, come narreremo, fra i capi più eminenti della spedizione?

O che non toccava a F. Crispi a comporre gli animi ad armonia vendicando al suo concittadino La Masa quella nobile parte di egemonia dallo stesso generalissimo Garibaldi spontaneamente ed incontrastabilmente attribuitagli?

Ahimè! Crispi aveva sempre fitto nel cuore il dardo dei Documenti pubblicati dal La Masa dieci anni prima.

Ma noi ci si dee soffermare prima alle parole «lo incaricò di scegliere la linea di movimento sulla Capitale;» e poscia alle altre «e lo autorizzò a fare tuttoquanto stimava utile poiché esso non conosceva né il paese né gli uomini.»

Dalle parole lo incaricò di scegliere la linea di movimento si deduce evidentemente che Garibaldi non ne aveva studiata né determinata alcuna prima di por piede in Sicilia. Egli stesso la conferma esplicitamente riferendo al La Masa piena balia di scegliere gli spedienti migliori per raggiugnere l'intento della spedizione. Quindi a buon diritto conclude il narratore di questi fatti di massima importanza ch'egli «non conosceva né il paese né gli uomini.»

E noi pure alla nostra volta si conchiude: per quale combinazione di eventi un uomo siffatto riesce ad abbattere un principato ricco, agguerrito e potente?

A compiere questo tocco sul nucleo dell'esercito meridionale stimiamo bastevole dire identico essere stato il principio politico professato dagli elementi che accessero allo stesso; ned in essi maggiore la scienza delle persone e delle cose meridiane tanto rispetto alla bisogna delle armi quanto a quella delle arti colle quali le passioni ex-legi de' rivolgimenti politici e le spostate condizioni degli uffici delle attività della convivenza politica e sociale si ricompongono armoniando in nuovi ordini di pensieri, di sentimenti e di azioni corrispondenti alle cagioni, agli argomenti ed a fini onde tutto fu sconvolto e manomesso. Ma se il principia monarchico informava parimenti gli elementi della prima e quelli delle spedizioni susseguenti, la condizione del rivolgimento tale era da richiedere ne' capi di ciascheduna almeno una larva di tatto pratico nello applicarlo quasi co' modi pe' quali si suole appropriare il repubblicano a popoli tratti a trasformarsi di carogne in eroi.

Ora C. Cavour, Il quale giustamente temeva non forse i mazziniani intromessi in ciascuna delle dette spedizioni, simulando fede nel programma Italia e Vittorio Emmanuele onde provvedere sicuri a fare Italia con ragione repubblicana, conseguissero che i Comizi popolari suffragassero per la forma di governo da loro predicata siccome sola ed unica corrispondente all'obbietto dell'azione rivoltosa (il quale a buon diritto riponevano nel massimo della libertà politica o nell'esercizio diretto delle attribuzioni umane, quantunque lo vincolassero alle viete e logore determinazioni del giure quiritario) adoperò in guisa che la conquista del Mezzodì conservasse la sola libertà di darsi al principe allobrogo, abdicando cosi all'esercizio diretto del giure umano e quindi al principio repubblicano.

Pel quale fatto furono inversi i termini del programma garibaldesco ché Italia venne dopo Vittorio Emmanuele o più veramente fu soppresso il termine Italia ed assorbito da Vittorio Emmanuele. La Francia son io, diceva l'indemoniato Luigi XIV; e C. Cavour venne a tanto da potere far ripetere al suo principe l'Italia son io. E 'l proposito cavouresco di ministero in ministero si andò affermando sempre più solennemente; e adesso ch'è mestieri cuoprir vecchi delitti di maestà nazionale con delitti nuovi, si mulina lo scacco matto a diritti popolari, e perfino a quelli derivati ad Italia da suoi Plebisciti che sono ben più inconcussi e meno, equivoci degli statutari. E due retrivi notissimi, Menabrea e Cambray-Digny dovevano essere chiamati a Consiglieri della Corona per coronare l'edifizio cavouresco, già disegnato nelle famose parole annessione incondizionata.

Ed ora la Nazione dell'autore del motto giudaico facciamo quattrini; la Perseveranza di R. Bonghi, insigne per arti liberticide e per maniere nuove di propugnare il principio di autorità, le quali si riassumono nell'esplicamento di una fraseologia giuridica, morale, politica, economica e storica, la quale, mentendo e calunniando, ha intento di calcare i buoni e di sollevare i pravi; il Corriere Mercantile di A. Papa, l'impunito assassino del Mazziniano Mestre, anzi per questo ed altro improvvisato cavaliere mauriziesco e lazzarone (), vanno in visibilio coloro frati di congregazione ortodossa pregustando le dolcezze della privativa di pensare, di parlare, di mentire, di calunniare, di accusare, di giudicare, di condannare, di fare e disfare, di far domma dell'assurdo, norma la violenza giuridica, abito la rapina, privata e pubblica, prudenza e saviezza governativa la libertà della ignoranza; come disse argutamente pre' De Sanctis o 'l cherco suo accolito Turacca nella Libertà monarchico costituzionale (non più repubblicana eh! Turacca?) obbligo l'impoverire, sapienza l'ire nudi e famelici, meritorio dirsi liberi nel capestro ed osannare ad ogni boia del giure e del senso comune. Ed hanno ragione.

Questa libertà di dire venduti agli sgobboni ed alle spie, di dire ladri ai ladri, liberticidi ai liberticidi, assassini agli assassini, di frugare ne' forzieri de' crisocrati d'oggi accattoni ieri, nell'anima de' speculatori d'italianismo unificatore od unitario oggi e l'altro giorno pazzi per riformine, per autonomie regionali, e per leghe reumatiche principesche; questa libertà di domandare a cui spetti nominare ministri per concludere da fatti loro intorno alla mente di chi li nomina; questa libertà di scovrire negli uomini della vecchia infamia feudale incamuffati di patriottismo rivoluzionario l'acetta di ogni possibile libertà; questa libertà di chiamarli arroganti ed asini, il maggior numero, il minore, mediocrità sazievoli infarcite d'empirismo burocratico e di scienza iugulatrice, e pressoché tutti Truffaldini della migliore ragione; questa libertà di getter loro in faccia: antichi e consumati ruffiani e manigoldi del giure della forza, i vostri biechi e poveri sillogismi liberticidi vi manifestano schernevoli vanità in figura titanica cui un soffio di collera popolare lì dileguare mercé la vindice strozza del boia; questa libertà di chiarire i riazionarì (oggi e ieri pretesi martiri del giure patrio) che Italia popolare li aspetta al varco della loro opera fedifraga e liberticida, oh! questa non può essere di certo la libertà da comportarsi per gente di uomini della loro risma.

Per questo trovarono l'indovinello delle meno mazziniano, tanto per principiare legalmente (!!!) a scaraventare, colle braccia degli sgherri pagati dal popolo in nome altrui, nelle carceri piil schifose una a qualche ragazzo animoso (il quale alla presenza delle loro insopportabili vessazioni multiformi e versicolori anteponga. la mazziniana alla scuola cavouresca od allobroga) ad iscaraventare, diciamo, quanti onesti tolsero a rivedere loro le buccie e ad accertare le Moltitudini essere eglino fuor della legge del giure umano e nazionale, politico, civile, economico e sociale.

Gli arresti, senza le forme previe, consuete e prescritte dalle Leggi e (la Regolamenti; la detenzione degli arrestati senza comunicare ad essi la causa della loro prigionia; la lunghiera brutalmente tirannica della istruttoria poliziesco-shirresca; la libertà data a noti per incapacità di azione politica, ed duoli per democratismo repubblicano politico o sociale, ed ignoti per l'opera dilicata e tanto lucrosa di spie () sono preludi certi del trionfo della politica poliziesca dell'arguto Luigi Buonaparte, la quale del vassallo reame d'Italia fa quello che fece la absborghese delle varie signorie messeci sul collo da Caroleidi barbari agli Ottoni, dagli Ottoni a Federici, da questi a Corradi ed agli Enrichi, dagli Enrichi a Sigismondi, a Massimiliani ed a Carli Cesari tedeschi.

ll Siécle l'altrieri (1 agosto corrente 1869) credette di addottrinarci notando la simultaneità ed identità di cagione, di modo e di fine con cui a Parigi, ed in qualche altra città di Francia, a Firenze, a Milano, a Napoli, a Verona, e via cosi, furono sostenuti i più validi propugnatori del giuro giuro. Ma da noi fino dal cinquantadue il nostro amico repubblicano aveva pubblicamente dichiarato a che Italia verrebbe se si ponesse col Buonaparte. E, siccome pronosticava la caduta irreparabile di costui, cosi divinava disastri ad Italia se si associasse alla fortuna del fedifrago, dello spergiuro, dell'uomo del sangue, quantunque il principato e la bancocrazia sua padrona (i quali per lui evitarono per un momento gli effetti del trionfo delle dottrine della scuola sociale) empiamente lo predicassero siccome uomo della provvidenza, siccome affermatore sublime del principio di autorità, cioè di legalità e di ordine, e siccome salvatore della società e della civiltà ().

E, tornando a Cavour, era agevole capire che, volendo venire a questa, per serbarsi l'animo dell'uomo della idea e della provvidenza, a cui la repubblica appariva una furia li a strangolarlo, coll'onesto fine di far vieppiù allargare di cintura il proprio padrone goloso delle ultime foglie del carciofo, avrebbe posto fra pochi mazziniani (equivoci e manifesti) casermatici e mestieranti di politica noverali fra fedeloni della egemonia allobroga.

Laonde se Garibaldi nella prima spedizione ebbe gli equivoci Sirtori, Bixio, il barone Stocco, Antonino Platino, e via discorrendo, nelle altre ebbe i Medici, i Cosenz, ec. Nè solamente gli equivoci, egli ebbe eziandio i monarchici dichiarati e provati si di casa che di fuori. E C. Cavour, per colorire meglio il disegno concepito di spiare e di attraversare alli uopo le rabbuiate aspirazioni de' mazziniani medesimi, non tanto volle sembrare facile e quasi disposto a parteggiare per una ragione di principi politici più larga e quasi democratica, ma non frappose ostacolo di sorte a volontari delle nazioni circonvicine, i quali colla repubblica nell'anima accorrevano a Garibaldi per propugnarla col moschetto.

Anzi fin sulle prime usò del credito di A. Dumas (che poco mancò. non si bandisse autore ei solo de' fatti meridiani sì nell'Indipendente che in quel suo zibaldone di storia che tratta delle cose de' borbonidi napolitani) per nascondere ciò che macchinava. E Dumas, facesselo per complicità o facesselo persuaso di giovare alla causa della unificazione, operò secondo il programma Italia e Vittorio Emmanuele, tirando però ad individuare quella in questo. E molto bene deve avere operato, se a lui, consigliante Villamarina, e proponente Cavour, il principe allobrogo fece il presente di un palagio e di un giardino a mare nella parte più frequentata di Napoli.

Laonde con Antonino Plutino fu messo alla pari La Flotte, e con N. Bixio Dune, con Sirtori Tuckery, con Cairoli Winkler, Heberardt, Rustow, e via via — Che panzanella!

Prima d'inoltrare accennando alle cose guerresche accadute in Sicilia, occorrono alla mente due cose, l'una è che Zambianchi, uno degli Argonauti volti per a Sicilia, scese a Talamone col famoso proclama di Garibaldi diretto a que' dello stato della chiesa affinché, sorgendo in armi, si togliessero dal papa per darsi a Cesare; e l'altra che G. Nicotera non fu lasciato partire da Castelpucci o ad ingrossare que' dello Zambianchi o ad aggiungere polso alle forze comandate dallo stesso Garibaldi.

Se ne disse bene di miraidi su questo; ma a parer nostro di certo nessuno imbrecciò nel vero. Castelpucci e Talamone, crediamo di apporci, erano i fuochi fatti accendere dal console romano sovranominato il temporeggiatore per eludere attenzione punita.

Infatti il pettegolezzo tra B. Ricasoli e Nicotera accoppiato a modi polizieschi e sbirreschi pe' quali il primo sciolse la Legione del secondo intanto che Garibaldi vittoriava guerreggiando in Sicilie, conquistando, sciente, consenziente e cooperante Cavour, e lo Zambianchi da Talamone diffondeva per quel della chiesa il predicozzo di Garibaldi vindice de' suoi diritti di generale della repubblica romana proclamata per libero suffragio di popolo, non può essere che un prodotto di arie truffaldina, una lustra per parere innanzi alla diplomazia ignari ed avversanti.

Sembra incredibile che Nicotera e Panciani non abbiano capito un giuoco di cosi facile intelligenza!.. Crediamo fermamente che Garibaldi lo avesse compreso. Peraltro Castelpucci e Talamone, nonché essere stati argomento in cui scusare il fatto della aggressione conquistatrice del già reame delle Due Sicilie, servirono eziandio a serbare i governi di Roma e di Napoli nella ragionevole persuasione che la corte di Torino infrenasse decisamente le trascorrenze degli unitari turchini e degli unitari rossi rispettando la legittimità degli autonomofobi bianchi e color tane.

Alla quale persuasione aveva dato colore di certezza la farsa precedente del divieto fatto a Garibaldi di trasgredire i limiti della Cattolica con minacce di finimondo per lui e pe' suoi.

Di qua la incuria, la apatia, il sonnecchiare del pontefice e del borbonide.

Alle quali cose, biasimevoli per fanciullesca imprevidenza, la egemonia subalpina coniropponeva aiuti efficaci alle sue armi irregolari di Sicilia, e lo ingrossare appo quel della chiesa delle regolari: fatti per chi aveva occhi da vedere più che sufficienti a concludere ch'essa tirava a dar di piglio al rimanente delle provincie italiche qualora fortuna arridesse intieramente a suoi propositi di conquista.

E di fermo quando i garibaldeschi, tolto Sicilia al borbonide, scesero in Calabria senza contrasto di navi allobroghe e borboniesche, Cavour avvisò Roma e Napoli ch'egli vedeva pericoli gravissimi per la legittimità (spiegata per la pace del mondo) lasciando ire la rivolta scapigliata di vittoria in vittoria, la quale, per lo numero infinito di scontenti a cagione della durezza de' governi loro e quindi de' risoluti a crescere forza a quella affinché la unità italica si effettuasse secondo l'aspirazione dell'universale. manifestamente indicava di volerla finire col vecchio edificando il nuovo sul terreno democratico.

Ed all'avviso fe' seguire le ragioni della comune difesa, che di poca villa sarebbe stata di sicuro s'egli non spingeva le armi del signore suo attraverso le provincie pontificie fino alla frontiera del reame di Napoli per arrestare il corso alle vittorie delle armi della rivolta.

Di che fu troppo tardi per papa e per Francesco II pensare alla difesa propria allorché Cavour li chiari che dessa spettasse a lui. E Lamoricière tesse a Castelfidardo per correre in Ancona con lena affannata e d'ivi involarsi sconfitto generale della chiericia anziché della democrazia; ed i generali di Francesco II tessero a garibaldeschi irregolari, scarsi di nu mero, non agguerriti, quasi stanchi d'inseguire un nemico che fuggiva a dirotta, per volgere transfugi e precipiti a Capua ed a Gaeta a sostenere l'impeto del nerbo delle forze regolari del principe savoino' già entusiasmato delle vittorie di Lombardia e di quel della chiesa, rivali delle irregolari, aventi a capi nemici personali ed irreconciliabili del generalissimo e Dittatore, cupidi di ecclissarne la gloria, ed indettati a romperla seco scovertamente ove consigli ed imperi non bastassero a distorglielo dal procedere su Lima; e quindi a sciogliere l'esercito suo ed a cedere la conquista al principe.

Sicché Castelpucci e Talamone a garibaldeschi non partecipi della mente del governo allobrogo, siccome la Cattolica, apparvero chiaro punti contrastati da questo alla effettuazione del loro disegno di emancipazione delle provincie soggette al pontefice ed al borbonide, mentre in fatto erano tre punti co' quali il medesimo governo voleva distrarre le corti di Roma e di Napoli dallo prepararsi a sostenere l'assalto che da garibaldeschi verrebbe ad essi per via di mare, il quale seguirebbe quello di terra delle armi regolari se fortuna sorridesse a quegli audaci, e la viltà de' nemici loro vi contribuisse.

In sostanza per que' tre punti o poco di qua o poco di là si andava e si va da Roma a Napoli. Non dovevano andarci i garibaldeschi rivoltosi prima di aver tolto il reame al borbonide, dovevanlo le genti regolari di Savoia per impedire quelli di trascorrere i termini imposti all'azione loro e strappare di pugno agli stessi il frutto del sangue e della audacia eroica.

Bene è vero che di Toscana qualche sciame di garibaldeschi irruppero nell'Umbria e nelle Marche, ma che potevano col loro duce Masi se nello stesso tempo i regi allobroghi non fossero entrati in quelle provincie?

E qui chiediamo: perché a Masi garibaldesco fu dato balia d'invadere quel della chiesa, e fu negata a Garibaldi ed a suoi?

Per la ragione recata innanzi testé. E Masi, che prese, avrebbe perduto Orvieto, e Zambianclii non sarebbe stato lasciato cheto a Talarnone se a tempo dato non avessero dovuto servire di avanguardia all'esercito regolare de' subalpini, a quali F. Gualterio ave va appianato il cammino co' Comitati.

E noi ora ci rimaniamo dell'analisi de' singoli elementi delle armi irregolari, ché codesto importerebbe né più né meno che un lavoro di parecchi volumi.

Basti che, dopo i preliminari di Villafranca, ira, sconforto e disperazione nella meglio parte de' nostri giovani, ed in alcuni amore di unità italica veduta confusamente in un orizzonte lontano di rose sfumate, in tutti quella specie di culto che prestavano a Garibaldi a cui parte mazziniana aveva fatto l'apoteosi senza che la cavvuresca ne adontasse perché intendeva a servirsene per conto proprio in maschera di rivoltosa, e l'incitamento dato ad essi dalla notizia che l'idolo loro volgesse in petto cose di grande novità come si vide dal tentativo della Cattolica, furono argomenti pe' quali si rannodarono insieme i primi germi delle forze vive del nostro paese.

E quali dessi fossero in realtà lo abbiamo detto nel Libro I, e particolarmente dalla pagina 100 alla pagina 109.


vai su


CAPITOLO-II

«Continuazione dello stesso argomento —De' regolari sardi al condotto di E. Cialdini.»

Non possiamo a meno di dare in contorno la fisonomia dell'esercito regolare allobrogo di cui era duce supremo il modanese E. Cialdini, il quale dell'esito della impresa delle provincie papali e delle fortezze borboniane dee di molto al disegno del suo comprovinciale Fanti, che, per condurla debitamente, aveva risegnato l'ufficio di Ministro della Guerra.

L'esercito de' reali di Savoia intesi alla conquista della maggior parte de' domini rimasti alla Sedia apostolica, e delle fortezze, unico avvanzo del reame delle Due Sicilie ancora devoto al borbonide, serbato sempre lontano dalla scuola giuridica emancipatrice ed equatrice, sguiva tradizionalmente la severità della disciplina militare.

La sua ragione politica era glorificarsi pugnando per il suo principe. giusta od ingiusta la causa della guerra. Quindi difenderlo da nemici o correre a giornata contro costoro in nome del medesimo, per lui era difendere la patria ed allargare i termini della patria. Desso non sa come siero nate ed ingrandite le dinastie di corona; e non gli cale di saperlo.

Questo sa che, quando il principe ordina, non gli è permesso discutere della natura e dell'obbietto dell'ordine: eseguisce, sia anche da far macello di milioni di cittadini a quali quell'ordine sembri ingiuria. Le novità del quarantotto, più di quelle del ventuno e del trentuno, gli tolsero in parte lo fare sgherrano ed aggressivo ond'ebbe fama orribile fin là; e sembrò incivilito colle note lustre monarchico-costituzionali.

Le cose del cinquantatré nella Tauride e quelle del cinquantanove sul Po gli accrebbero la apparenze oneste; ed oltre che più civile, fu stimato anche patriotico.

Per noi invece questi due sanguinosi momenti di tempo per esso furono migliore ammaestramento intorno alle guise di applicare perfezionata l'arte di distruggere uomini, pace domestica, lavoro e fortune sì private che pubbliche. E v'aggiunsero entusiasmo gli esempli del morire eroico dei soldati inglesi e francesi con in bocca il nome de' figli coronati di Pitt e di Ortensia: fu l'entusiasmo felino de' pretoriani stipendiati dalla bancocrazia anglo-franca e cosmica, la quale nella Russia odiò e combatté sempre il più possente ostacolo ad effettuare le sue speculazioni rapinatrici, liberticide ed antropofaghe.

Sappiamo pure di quale natura fosse il vapore di patriotismo fatto uscire da plastici cervelli della gente de' nostri schiavi mercè del fuoco unitario applicato loro da caporali di principato e di democrazia; e quindi sappiamo quali effetti potesse arrecare a quelli de' soldati, avendo già dimostro come si lasciassero maneggiare docilmente dalla egemonia allobroga si gli agitatori del primo che gli agitatori della seconda.

Tutto il patriotismo pretoriano si ridusse ad allungare le mani sull'altrui in nome delle aspirazioni nazionali per modi imperfetti, e per intendimenti opposti, con successiva ragione di tempo, ed assai intempestivamente formulate da caporali; ed a fucilare e mitragliare, se poliziotti e sbirri, una al boia, agli ergastoli ed alle galere, non bastassero o bastino contro quanti di fuori o di dentro osassero od osino tentare di rivendicarlo a principi od al popolo privati di fortune e di diritti sovrani (prescrittibili in quelli, imprescrittihili in questo) dalle armi desolatrici della conquista.

ll soldato allobrogo dal quarantanove in qua ammazzò ed ammazza per conquistare al suo principe terre, giure; tutto degli estinti; ammazzò ed ammazza per difendere la conquista; ammazzò ed ammazza acciocché la conquista venisse e venga informata da solo spirito padronale (feudale o bancocratico); ed ammazzò ed ammazza allegramente per distruggere la idea di emancipazione e di equazione. Matto! nessuna idea si distrugge, meno quella che rampolla dall'istinto che adombra la legge eterna di armonia da cui umanità è governata cogli altri contingenti dell'universo. Ma il nostro soldato imparò alla scuola sagrestana, poliziesca e casermatica la bella massima, che fare tutta questa roba per il principe voglia dire fare opera patriottica. Per lui, la è detta, il principe riassume la patria ed ogni sua. possibile aspirazione politica, economica e sociale.

Se non fosse coniato così non avremmo avuto né il traditore macello di Aspromonte, né quello di Fantina, né la strage nefanda di Torino, né le mostruosità di Palermo, né le infamie aguzzine del parmigiano, del ravennate, dell'anconitano, né queste ultime vergogne, sole capaci di macchiare incancellabilmente la fama di una nazione, fosse_ anche, non civile, semibarbara.

«Finché tu se' soldato, diceva il Foscolo, al generale Pino, non dirti libero, poiché ove pure pugnassi per maggiore gloria e grandezza della repubblica (e pugni invece pel più infame de' tiranni di corona) saresti sempre schiavo degli ordini della milizia, i quali, finché ne dipendi non ti consentono né ti possono consentire libertà. La nostra repubblica (là veneziana) cadde, non per difetto di virtù, militari nel popolo né per quella delle armi e della pecunia o per avere avuto interni nemici che la minacciassero di ruina, sibbene perché la sua nobiltà, lasciatasi sopravanzare e travolgere da chi adulterò e trasse a ragione despotica il principio reintegrativo della personalità sovrana dell'uomo quando necessitava usare di quelle virtù, di quelle armi e di quella pecunia, la tradì credendosi alla spada di.quello infame oppressatore, è diventando sua livrea schifosa togata e sagata.

Ed io pure, Pino, pagai il tributo della imbecillità umana cignendo ferro per colui cui stimai ordinato provvidenzialmente a redimere il mondo captivo applicando la ragione dei diritti dell'uomo. Lo pagai; e ne arrossisco. Però, il sai, ne feci ammenda solenne. Quanto meglio se avessi studiato al diritto la vera cagione del moto di Francia e l'animo del suo presente tiranno!

Mentre i parrucconi () s'invilivano adulando ad un ruffiano del Direttorio ladro (), accettando le sue teorie repubblicane novelline di forma e antidiluviane di principio, e prostituendo la propria, e paesana, vetustissima e gloriosissima sovranità fiorita dalle lagrime della gioia fraterna, alla straniera, repubblicana estemporanea, nata fra il sangue ed il terrore, e volta ad individuarsi nel tiranno che dico, io dovevo gettarmi fra dalmati, greci e veneti popolani colla parte di patriziato avversa alle novità francesi; sollevarli contro coloro i quali le favoreggiavano; purgare la repubblica degl'inferni; e, rinfrescatala di nuovi argomenti di vita intima ed esteriore, spingerla contro i traditori esterni.

Avremmo tarpato le ali alle aquile rapaci del primo console, che il nostro popolo nulla sapeva fuorché amare e difendere la sua repubblica. Noi non si aveva armi stanziali da dire veramente, che eletta di giovani per coscrizione de' nomi loro da dare alla milizia non ve n'aveva.

Le nostre masnade erano de' liberi cittadini che ne' supremi bisogni della repubblica si ragunavano, esercitavano nelle cose della guerra ed accorrevano a difenderla. Se maggiore il numero de' guerrieri di mare per la sua condizione geoidrografica, non di lieve polso le armi di terra.

Queste in ispecie formate di uomini della nobiltà rurale, tenuta per debito di vassallaggio feudale a fornire allo stato un nodo di militi corrispondente alla estensione di territorio e quindi alla quantità de soggetti al dominio di ciascun feudatario.

La nobiltà sovrana ovvero la patrizia non era esente dal contribuire il suo contingente proporzionato alle stesse condizioni.

Capi nati di questa gente di difensori delle patrie istituzioni erano gli stessi nobili, i quali avevano ufficio più o meno eminente nella condotta de' medesimi secondo che maggiore era o minore la loro giurisdizione feudale.

Con questa gente, incesa di fuoco inestinguibile per la grandezza e prosperità della repubblica, ovvero con questa repubblica surta alla propria difesa noi si avrebbe potuto non sì impedire la entrata degli aggressori francesi sulle nostre terre, ma benanco trarre loro contro; e col principato, (se perfidiante, in sullo sducciolo, e per dare il capitombolo non unendo in fascio le posse di tutta Italia) rispingerli oltralpe e conficcarli in casa. E prova n'hai, prestante amico, in quello che seppero fare le armi popolari delle nostre masnade repubblicane su quel di Verona.

Se io con que' del patriziato che stavano per la bandiera di San Marco avessi mai fatto civ che ti dissi testé, eppertanto se le dette armi fossero filate soccorse, il presente despota di Europa e del mondo non ci avrebbe spogliati ed asserviti. Si, Pino, la gloria de' veri prodigi di valore militare appartiene a’ liberi cittadini quando pigliano le armi a propugnare la pubblica cosa patria per deporle e tornare alle costumate arti del vivere civile dopo vendicatala dagli affronti esterni od aggranditala a spese de' principi suoi nemici irreconciliabili.

Noi per questa della milizia ci serbammo come il Municipio romano soleva adoperare ne' suoi incunaboli; e l'esempio nostro di presente approda agli Stati Uniti di America come da molto tempo agli Svizzeri.

Caduti sotto questo nuovo stampo di cesarismo umanicida, tu vedi parecchi de nostri, sue livree saltate, glorificarsi nello sterminio di uomini, di fortune e di diritti. Sta bene. Ma quella gloria viene da un uomo di corona, il quale li sforza a mettere vita, affetti, e tutto per lui, non da una repubblica libera e possentissima a cui si sentano chiamati spontaneamente a sagrificare ogni cosa per salvarla ed illustrarla al maggiore possibile, cioè a salvare e ad illustrare se stessi.

Ed in verità non si può vedere perché la onoranza e la fortuna derivate da un uomo, il quale domani, se gli torni, te le può impunemente mutare in infamia e povertà, debbasi preferire alla onoranza ed alla fortuna che ci vengano da una repubblica siccome testimonio solenne di avere noi benemeritato di essa e di umanità. Il guiderdone dell'eroismo de' pretoriani fece di cadavere a mille miglia fra vapori di lagrime e di angoscie mortali di captivi: quello dell'eroismo de' liberi olezza de' fiori del genio emancipatore ed equatore. Intanto, Pino, dacché prevalse il nuovo principato del córso, il coscrivere uomini da macello non cessa mai; e fra coscritti stupiamo entrata la febbre di procacciarsi gloria e fortuna militando sotto il vessillo di quello, il quale così nello stesso tempo che ci vòta di braccia ci vòta della libertà di disporre della nostra pecunia, imponendo, sostenuto dalle stesse braccia, di dargliela tutta per sostenerle nell'opera liberticida della conquista.

I coscritti a pro' del tiranno nella caserma imparano, più che a dimenticare il noi, le guise onde si pratica a ridurlo cariatide dell'io, dello stesso tiranno. Per essi sostiene l'azione corruttrice di questa Polizia, che è il raffinamento supremo di quella de' rimi Cesari latini. Ed ormai nulla rimane di libero; e, direi con Tacito, che sotto il peso delle infamie di costei avremmo perduto perfino la stessa memoria se fosse in nostra balia tanto lo dimenticarci che lo tenere la bocca chiusa.

Oh 'l affediddio bello insuperbire se pel cammino delle carnificine e de' capestri della conquista qualche nostra livrea gallonata salse duce di simile geldra di pretoriani, lancie spezzate dell'io oppressatore, nemici acerrimi della sovrana autonomia dell'uomo o della libera libertà, come domandò quella degli Svizzeri il Segretario fiorentino, maestro de' politicanti odierni! Io preveggo, Pino, che, ove noi non si ricorra allo spediente di negare sangue e tributi all'io oppressatore invocando le virtù degli oppressi ad insorgere armati contemporaneamente conlr'esso per tutta la penisola, a lottare animosi e fidenti nel trionfo del giure che non si prescrive né si aliena mai, ed a ripigliare la lotta con pertinacia e nerbo maggiore accadendo che s'abbia soccombere nel primo conato emancipatore ed equatore, il córso traditore diserterà dalle regioni fin ieri repubblicane, l'adriaca e la ligure, ogni germe di sentimento generoso, forse anche la ricordanza de' modi del governo della vita collettiva, e ridurrà Italia ad un semenzaio di vili pretoriani del giure della forza (). E tu, tu, Pino, tu che sai, tu che senti e intendi tanto, tu ti attristi, tu fremi, tu che puoi iniziare un moto da venire al disegno di una grande repubblica.

A che dunque ti ristai? a che non muovi a farlo? a che non lo fai gettando in faccia al tiranno le sue assise e le sue onorificenze aborrite; e, precedendo colla spada sguainata il nostro popolo insorto col proposito di ordinarsi a repubblica, non maturi il tempo della unità e della libertà del nostro paese?

Io mi sono indettato coi migliori patrioti del reame di Napoli, co' migliori delle provincie già pontificie, co' migliori delle granducali, co'  migliori delle ducali.

Il popolo ligure ed il veneto non sanno concepire la ragione di un solo uomo che comandi despoticamente a tanti milioni di cittadini; e noi se gli fa rinfocolare in seno l'amore di repubblica e l'odio di principato cotanto tirannico. E se i cretini vissi sotto la feudale Savoia non capiscono né vogliono saperne di governo a popolo, capiscono ch'è da finirla colla ladronaia di questi esosi Francesi e colla intollerabile ferocia del tiranno loro capo coronato.

Se ti risolvi di accettare il mio consiglio, rispondi tosto a Firenze per dove partirò giovedì da Treviso. Vettore Bon Benzon, G. Bianche!ti, e gli altri amici ti salutano. Addio ()».

Abbiamo tesoreggiato di questa lettera finora inedita del famoso autore dei Sepolcri perché dessa consuona affatto co’ principi che finora governarono la nostra vita politica, quantunque dessa sia stata alla cavezza di un giuramento antropofago. Ma non tali erano quelli di Cialdini e di Fanti, i quali co' fratelli Durando e parecchi altri de' nostri in Ispagna avevano pugnato, non per popolare, ma per sovranità di dinasti. Essi si vantano, i miseri! essere e di essere stati patrioti maiuscoli perché là menarono le mani a pro' d'Isabella di Borbone quindi per la bietta delle libertà strizzate fuori del pressoio delle Costituzioni principesche. E noi che conosciamo un po' la natura di codeste libertà, ridiamo volentieri in faccia a loro paladini, ma col riso della pietà, ciò maledirli non ci basta l'animo.

Enrico Cialdini al par di Fanti, de' Durando, e di altri ch'esularono pe' moti del trentuno, era vòto di contezze politiche, economiche e sociali. Laureato in jure utroque, fu uno di coloro che credettero all'italianismo di Francesco IV arciduca d'Austria e duca di Modena. Ciro Menotti e pre' Borrelli ci messero il capo a testimonio della stolta credenza, certo più riprensibili d'ignoranza e di avventatezza politica che non fossero il giovane dottorino ed i fratelli Fabrizj; avvegnaché la età loro andasse con passioni subite, generose sempre, benché spesso prive di buon nudrimento e vòlte ad intendimenti di massima pernicie.

Cialdini di Spagna portò la boria e l'alterigia castigliana, e nient'altro, d'è per conto di libertà libera nonne apprese punta alla caserma di Espartero, il quale in America la oppugnò con mala fortuna; e rispetto alle armi, come caporale, non condusse mai eserciti né li fe' operare secondo un disegno suo proprio.

Da emigrato e da giovane audace, ambiziosissimo quanto altri mai, e di povero censo, di chisciottate ne fece senza dubbio; e perciò lo tirarono su, e gli appesero al petto ninnoli e nannoli de' quali va gonfio, e ne fecero un messere di gallone da far paura. In Ispagna a codest'uomo del Panaro mancarono le occasioni ch'ebbe il Dottor Francia del Po là in sul Paraguay. Oh se gli fossero occorse! Abbiate per fermo ch'egli avrebbe sbalestrato anche da Dittatore di repubblica colla testa e col cuore del centralista di gallone e di toga, cioè colla scuola del civismo militaresco del principato assoluto.

Quando re Carlo Alberto di Savoia diede il famoso strappo alla veste inconsutile della monarchia assoluta, e si vestì a nuovo, rimanendo sempre re Carlo Alberto, naturalmente la spaccò da pio e clemente per paura di Francia orleanese che faceva filippeggiare la sacra Pizia de' sette colli. Eppertanto coll'amnistia invitò al banchetto di una Costituzione rachitica ed asmatica anche i. ragazzi esulati d'Italia per di certe imprudenze politiche, che in illo tempore vi costavano la testa se adesso vi procacciano carcere comune al parricida ed al grassatore con la coda di legittime calunnie.

E ci toccò naturalmente a vedervi assisi i fratelli Durando, Berchet, siccome si notò nel Lib. I, e tutta la ciurmaglia rea di maestà per aver tentato moti monarchico-costituzionali, salva l'autonomia di ogni principato. E re Carlo, a non perder tutto, sendo tratto pe' capegli, corso ansimante in Lombardia, tolse di un tratto i ducati; fece robe da orbi; e tornò a Torino coll'armistizio Salasco. In queste galoppate volle acompagni quanti de' profughi politici reduci avevano operato militarmente qualche opera perbenino a pro' della monarchia costituzionale.

Forse persuaso di chiappare per lo meno Lombardia e' ducati, preferì i reduci di queste regioni a qualunque altro, tranne certo a subalpini che prese tosto ad innalzare. Questi il di lui governo consultò intorno a quelli; ed i fratelli Durando, per non ire tanto alla lunga, da onesti commilitoni mallevarono ad una volta della ortodossia politica degli accennati Domini Fanti e Cialdini, e dell'animo loro fatto al tornio de' macellatori del genere umano.

Erano titoli troppo giusti e troppo commendevoli. Di più erano de' ducati. Dunque entrarono nel sodalizio degli insindacati uomini della egemonia legittimata da una Navara, da due Custoze e da una Lissa. La fede era certa, l'eroismo provalo, la prudenza e l'arte grandissime. Dunque Fanti e Cialdini abbiano presto i galloni di generali, e di generali, proprio di generali... Li ebbero. Saccozzi, il quale era davvero generale di Francesco lV..., loro duca, non ebbe nulla a ridire dello averli pari così di un tratto; e neppure dessi per la verità di vederlo ancora in pie'.

In tutte le guerre, chiamate della indipendenza d'Italia dagli scrittori cortigiani, e di conquista da veridici narratori ed estimatori de' fatti, cose egregie operarono. Sicché l'uno e l'altro pervennero a supremi gradi della milizia. A' giorni de' quali ora tocca la presente critica, Fanti ministro della guerra, e dimissionario, e Cialdini era generale di armata.

E l'uno e l'altro preposti alla condotta della guerra di un frate contro un altro frate di Corona.

Essi dell'esercito (puro di sangue repubblicano e fiore di pretorianismo monarchico, tutto piemontese di getto, se ne levi qualche novero di vampiri più piemontesi de' cretini di val di Stura); e l'esercito fu degnissimo di loro.

E voi quindi vedete il principe borbonide messo fra due fuochi. L'uno che dall'Adriatico volge per il Tirreno intanto che l'altro, procedendo da Lilibeo, punto opposto, drizza a spegnerlo sullo stesso mare.

Dunque G. Garibaldi procede sicuro. dalla sua parte, perché, conquistata Sicilia, le armi borboniesche non potranno contrastargli il passo, sendo distrate dalla rivolta e costrette a fare capo sul confine occidentale del reame contro le armi regolari al condotto di Cialdini,—il quale a grandi giornate (abbattute, come si è detto, ed annichilite le armi pontificie in onta al genio militare di Lamoriciére ed all'invitto coraggio del generale Zappi nel rispondere al furioso bombardamento di Pesaro, del bastardo generale Pimodan nel guado del Musone, nello dubbio scontro delle Cascine e nel più grave e decisivo colalo di Castelfidardo,. e dell'O' Reilly nello resistere pertinacemente nel Castello di Spoleto contro il fuoco incrociato delle artiglierie sarde) affrettava verso il Garigliano.

E dunque ancora E. Cialdini progredisce sicuro per la sua via. Certamente identico a quello di Garibaldi egli ha l'obbietto circa al reame delle Due Sicilie; e differisce da lui soltanto intorno a Roma ed alle Venezie, ché neppure il Dittatore di Sicilia, se golava queste due provincie più illustri a gloriose d'Italia, annaspava etnograficamente per correre sulla Corsica e su Malta, sul versante meridionale delle Alpi retiche e sulla Chersoneso illirica.

E qui dal rammemorato manuscritto I pellicelli d'Italia del nostro amico repubblicano ci venne fatto di estrarre le seguenti interrogazioni sulla egemonia allobroga, le quali sono una delle rivelazioni supreme dello spirito di quella.

«Voi del popolo, è scritto, sapreste perché dal quarantotto in quale egemonia allobroga adoperò emigrati. politici a spie degli emigrati politici?...

«Voi, del popolo, sapreste perché tra la feccia degli emigrati politici la egemonia allobroga scelse i pubblicisti,  gli storici, i dottori della distruzione (cui essa domanda istruzione pubblica) e gli disfrenò siccome cani idrofobi contro gli onesti e le opere che messero a disvelare i suoi arcani di conquista, le sue infamie poliziesche, le sue rapine finanziarie, la sua ferocia pretoriana e le sue loyolesche capestrerie cattedratiche?

«Voi del popolo, sapreste perché la egemonia allobroga tolse dalla confraternita de' caporali dell'aristocrazia emigrata i R. Commissari delle provincie invase dalle sue armi italianissime, i Presidenti de' Provvisori, i Governatori ed i Luogotenenti?

«E voi del popolo, sapreste perché la egemonia allobroga preferì a propri i faccendieri politici della turba degli esuli per mestarla a casa e nelle corti straniere?

«E, voi del popolo, sapreste perché la egemonia a allobroga dalla medesima turba cavò di molti Prefetti e peggiori manigoldi di Polizia, fossero vecchia canaglia de governi discaduti o gioventù coll'anima di Maupas o di Haussman o con quella de' loro maestri perdutissimi, Sallustio Crispo, Seiano, Macrone e Vibio Crispo pedemontano di Vercelli? ()

«Uno solo, il bestiale Curletti profugo politico romano, non vale egli mille altri assassini polizieschi della sua specie? Forse lo controbilancia il conte Biancoli altro profugo politico di Bologna.

«E, voi del popolo, sapreste perché la egemonia allobroga quando è da tirare qualche colpo maestro allo Statuto costituzionale. del reame o da irridere a Plebisciti o da tirare il collo alla cachetica libertà politica, letteraria o di stampa, alla economica e sociale, abbia ricorso a Farini, a LaFarina, a Visconti Venosta, a Minghetti, a Pica, a Crispi, a Bastogi, a Scialoia, a Ferrara, a Cambray-Digny, a Gualterio, a Bonghi, a ed a banditi, puta a Pironti, per tacere di mille altri, dei quali non parla mai la Statistica del sor P. Maestri nel Titolo De' fattori della riazione italiana al progressivo perfezionamento di esercizio libero e diretto delle umane facoltà,? ()

«E, voi del popolo, sapreste perché la egemonia allobroga, per questa invasione delle provincie centrali della chiesa e meridionali de' borbonidi, affidasse il nerbo delle nostre armi a due celebri emigrati politici, a G. Garibaldi e ad E. Cialdini?

«Voi del popolo, sapreste perciò la egemonia allobroga preparò l'antagonismo fra i volontari condotti dal primo ed i regolari condotti dal secondo? ()

«Voi del popolo, sapreste perciò la egemonia allobroga, poi ch'ebbe compiuta l'opera dell'antagonismo, volle sperimentare la fede de' garibaldeschi accettati fra regolari, contro Garibaldi quando da Ficuzza via per Aspromonte volgeva con pochi volontari fedeli al suo Programma a compierne la prima parte, Italia, perché venisse conseguente il predicato della seconda e Vittorio Emmanuele?

«Voi del popolo, sapreste perchè, non parliamo di Heberardt, il quale italiano non è, sibbene di Pallavicini (furono entrambi garibaldeschi ed entrambi ordinarono i loro a colpire di palla mortale su' greppi calabri di Aspromonte il generale che avevali innalzati a gradi eminenti nell'esercito italiano meridionale), sapreste perché la egemonia allobroga gli die' il compito di distruggere i briganti dopo avergli commesso quello di distruggere G. Garibaldi co' suoi perché volevano effettuare i voti popolari espressi co' Plebisciti?

«Voi, del popolo, sapreste perciò la egemonia allobroga da Aspromonte in qua perseguiti brutalmente (e senza rispetto a Costituzione, a giure personale e reale, ad umanità, a dignità, a debito di riconoscenza, a civiltà) quanti, i quali lasciatisi puerilmente ingannare, ed offesi nelle ragioni del diritto pubblico italiano e nelle legittime aspirazioni del tempo, studiano di ripigliare l'opera emancipatrice ed equatrice con un altro programma, che, sgombro di equivoci e di contraddizioni Ira rivolgimento politico e sociale e conservazione, meni la vita individuale e collettiva de' cittadini italiani alla vendetta di quelle ragioni ed all'affermazione dell'uomo uomo nello esercizio diretto de' suoi diritti sovrani imprescrittibili ed inalienabili, cioè alla incoronazione delle aspirazioni manifeste de' popoli civili della nostra età?»

Ed, a queste il nostro amico fa seguire una piena di altre domande che ne interpretano largamente i sensi e danno il vero obbietto dell'azione di siffatta egemonia.

Profitta ricopiarle.

«Ahi per Dio!, esclama egli, non vedete in tutto codesto un Programma di liberticidio lungamente e freddamente ordito ed attuato! Non vedete, prosegue, che, a venire ad un fine simile, quanto cannibalesco altrettanto sconfinatamente stolido e ridicolo, si ha ricorso, corrompendo e comperando, a profughi, a proscritti ed a banditi politici, acciocché non lo s'imputi alla italianissima egemonia allobroga, ma a que'  buffi, contennendi e voraci dottori di patriotismo?

«E quando quella egemonia ha la sfrontatezza oltracotante di scutarsi di un bandito, dicevo di un M. Pironti, il quale a parole ed a fatti va consumando il più tirannico de' delitti, quello di far colpa di maestà monarchica perfino il propugnare i principi di cachetica libertà costituzionale scavizzolata da cervelli ortodossi del principato, o che parevi ancora arcano lo spirito liberticida onde è informata?

«Vedete o siete talpe, voi del popolo?

«Capite o no che si tira a fare di noi una mandra di schiavi poveri ed ignoranti?

«Quando verrà il giorno del giudizio?»

Senonché per noi basta il. fatto significato dalla richiesta: «e, voi del popolo, sapreste perché la egemonia allobroga, per questa invasione delle provincie centrali della chiesa e meridionali de' borbonidi, affidasse il nerbo delle nostre armi a due emigrati politici, a G. Garibaldi e ad E. Cialdini?»

Profilati cosi i due eserciti invasori, dobbiamo compiere schizzo del borboniesco.


vai su


CAPITOLO-III

» Delle armi borboniesche e de' loro capi innanzi a capi di quelle dei volontari e de' regolari drizzanti contro di loro da mari siculo ed adriatico.»

Nel libro I demmo la natura, il carattere, la condizione e la fisonomia dell'esercito borbonico e de' suoi capi. Quel tocco è sufficiente. Qui non si ripete, qui si prova quanto si affermò. La prova si deduce dalla. comparazione de' capi e de' fatti de' capi dell'esercito garibaldesco co' capi e co' fatti de' capi del borboniesco.

Che fa a Marsala G. Garibaldi capo dell'esercito italiano de' volontari? Commette il più grave degli errori politici.

Esso che, ignaro delle persone e delle cose sicule, si confida nel siculo G. LaMasa, nome il più caro e 'l più popolare fra siculi, commettendogli la scelta della linea di movimento sulla capitale e dandogli eziandio balia di fare quanto altro reputasse utile, principia col reagire a sentimenti di un popolo volto ad emanciparsi e a divenire liberamente libero, esercitando autorità a mo' di un tiranno, che, avendo paura del popolo, si premunisce contro la ira del popolo spirante vendetta.

Primo atto di G. Garibaldi appena posto piede nell'isola di Sicilia fu di dichiarare Marsala in istato di assedio.

A questo proposito si legge nel citato Tomo IV della Miscellanea:

«In Marsala Turr e Sirtori s'inquietarono dell'entusiasmo che si era destato alla vista di La Masa; e ripresero vivamente la popolazione che ne gridava il nome: per cui fu gittato il ghiaccio e la diffidenza nel popolo, che si accrebbero a dismisura quando venne messa la città in istato di assedio.»

Altro non meno grave errore politico e militare fu l'essersi egli abbandonato di troppo alle torbide arroganze de' capi continentali allora stesso che debito di prudenza lo doveva muovere ad infondere in quelli dell'isola un concetto nobile ed elevato di se, mostrando di averli siccome principali fattori e condirettori del moto, ovvero nel popolo fiducia nella vittoria de' diritti e nella sua reintegrazione sovrana, affinché gli venisse potentissimo ausiliario. Infatti, dopo messo in su il La Masa, Garibaldi, quasi facesselo a schernirne la fama. l'autorità (e non era questo l'animo suo) lasciò impunito l’insulto fatto a quello, epperò a lui stesso duce supremo, lorché, dovendo avanzare sollevando terre e città contro i borbonieschi, per agevolare la via all'assedio ed alla presa della capitale, eppertanto alla conquista della isola, N. Bixio alla testa dell'avanguardia gl'intercettò il passo. ()

Ora ricercheremo perchè N. Bixio operò di tal modo? Che ci torna per avventura lo indagarlo? Vi ha di certe laidezze che il pudore vieta nominare. Per altro affinché altrui non salti in testa che storiamo di fantasia, ecco quello ch'è scritto su codesto nel medesimo Tomo IV della Miscellanea.

Dopo di avere costituito a Marsala il Governo Provvisorio in barba a Bixio, a Sirtori ed a compagni, che la posero in istato d'assedio, il La Masa, come si accennò, staccandosi da Garibaldi e dal suo Stato Maggiore, inoltrò nell'isola a spianare la via verso Palermo all'esercito microscopico de' garibaldeschi, ei che fin da Marsala aveva cominciato «a tessere le corrispondenze per tutta l'isola.»

«L'indomani (segue lo storico, che fu testimonio oculare di tutti gli accidenti della guerra meridiana de' garibaldeschi) partirono per Salemi.

«La Masa, vedendo il modo con cui era stato soffocato l'entusiasmo, primo elemento di una rivoluzione, propose a Garibaldi di andare innanzi solo onde annunziare a Salemi la spedizione, e preparare la popolazione a riceverla.

«Garibaldi approvò; e La Masa si mise in marcia. Fatto brevissimo tratto, arrivò al piccolo corpo di avanguardia, che faceva alto comandato da Bixio, il quale non gli permise di proseguire il cammino, dicendogli che non lasciava passare nessuno senza un ordine scritto del Dittatore.

«Ebbe un bel dirgli ch'egli, appartenendo allo Stato Maggiore non aveva bisogno dell'ordine scritto, e narrargli ogni cosa: N. Bixio fu inflessibile; e La Masa, fermandosi con Bixio, inviò un uomo da Garibaldi a dirgli la vertenza. Garibaldi gli mandò immediatamente l'ordine; e chiamò a se il Bixio.

«Questo fatto non ebbe la conseguenza che di far perdere un po' di tempo a La Masa e di manifestare la ostilità irragionevole di Bixio.»

Da questi due errori di Garibaldi avrebbe potuto procedere indubbiamente la ruina dell'esercito suo e della causa che propugnava. Ma in La Masa, anziché sentimento di vendetta dell'oltraggio ricevuto, parlava l'amore d'Italia e della libertà.

Egli, «accompagnato da due suoi antichi amici che ritrovò in Marsala (continua lo stesso storico) giunse in Salemi. Disarmò le guardie borboniche, birri, ec.; annunziò che il corpo di spedizione forte di più che quattromila soldati (onde dare più coraggio) lo seguiva; e fece preparare alloggio e vitto. Poi inviò una parte del popolo con musiche, bandiere, ec., all'incontro di Garibaldi.»

«Giunto il corpo di spedizione, La Masa andò a far insorgere tutti i paesi del Distretto; a costituirvi i governi Provvisori; proclamare la Dittatura di Garibaldi; disarmare i borbonici; chiamare alle armi; ed armare i contadini, spedendoli mano mano a Garibaldi.

«Per cui, intanto che gli altri riposavano di tappa in tappa, La Masa faticava enormemente, e si esponeva solo internandosi nei paesi ove impiegati, compagni d'arme, colonne mobili, ecc., tessevano una rete borbonica. Onde fu miracolo se cento volte non fu arrestato e fucilato.»

Dobbiamo ora narrare quali fossero la scienza strategica e tattica, politica e militare, e le conseguenti prodezze del piccolo esercito garibaldesco?

Noi non dettiamo storia noi giudichiamo de' fatti, qualunque sia la ragione degli scrittori che li raccontarono e la maniera con cui lo fecero. Pier Carlo Boggio, cui le male lingue (non sono le Malelingue di quel capo ameno di Gennarino Minervini) messero fuori fosse uscito dal prolungamento delle vertebre del mugnaio di Leri, ovvero di Succellenza C. Cavour, fabbricò storie ad uso di casa, su per su alla foggia di quelle che fra Giuseppe da Foria andò ammanendo per conto di un certo veneto Alessandro Baggio, classico associatore di libri, il quale la fe' da eroe papesco, regio e democratico (), da pubblicista () e da editore senza confronto (), uomo insigne e quindi noto a Polizie, a Prefetture, a Caserme ed a Tribunali civili e commerciali (): storie conflate di Bullettini, di Proclami, di Relazioni su scaramuccie e fazioni campali di Circolari, di Lettere, di Memorandum, di Note, di Dispacci, di Confidenziali di spie assoldate ed onorarie fra le corti ed i loro ministri intorno alle cose italiche, e fra la allobroga co' suoi consiglieri, ambasciadori e chargés d'affaires (che roba!) e quelle e quelli: storie da far guaire i molossi dell'imperadore del Giappone.

E noi che sappiamo perbene di qual savore sieno que' documenti ufficiali, noi che sappiamo perbene perché questa gente traditora del senso comune li raccozzasse a chiaro documento de' cicci ed a perpetuo monumento di gabbo poliziesco e diplomatico, noi che sappiamo per lunga sperienza degli uomini e delle cose quale sia il movente di simili birbonate di penne venderecce, noi usiamo ritrarre lo spirito di cosiffatta lue di storie e di storici al condotto delle cagioni dell'azione delle parti che si contendono la egemonia delle forze del mondo e quindi degli effetti ché partorirono oppostissimi alle promesse ree od oneste ed alle scuse superbe o fratesche delle quali le stesse parti sogliono profondere.

Per noi la storia è il fatto pro' o contro il giure imprescrittibile ed inalienabile dell'uomo: a questo ci atteniamo, non alla parola che maschera intenti sparvierati.

E ‘l fatto è che il piccolo. esercito garibaldesco non poteva durare manco un giorno innanzi alle battaglie borboniesche di terra e di mare ove i capi di queste avessero saputo o voluto fare il debito loro.

Se dunque il piccolo esercito la spuntò è evidente che lo dovette o ad imperizia od a tridigione di quelli e forse a tutte e due queste cose come si à toccato nel Libro I.

Da Marsala a Salemi che cosa gli opposero i capi dell'esercito borboniesco?—Nulla. —Come? Lo Strongoli, che aveva mostrato la tardiva determinazione di cannoneggiare i mille già scesi in Marsala, dee di certo aver partecipato l'avvenuto a Salzano generalissimo delle forze di terra e di mare poste a difesa della isola!

E Salzano alla sua volta dee averlo partecipato al ministero di guerra e marina! E ‘l ministero di guerra e marina dee avere partecipatolo al re in Consiglio; e quindi commesso alle navi da guerra di far catena e rete da Genova alla isola per impedire e catturare nuove spedizioni a quella volta!

Dee avere persuaso a Salzano a procedere di conserva con il nerbo della flotta contro un pugno di arditi, i quali avevano un capo ignaro assolutamente di persone e di cose sicule e partenopee ed ufficiali quanto lui stranieri alle une e alle altre e per arroto miseramente spinti da male celati rancori a contrariarsi a vicenda!

Dee avere indotto il Ministro dell'Interno e Polizia a vegliare e colle armi de' Gendarmi e colle Guardie Nazionali a reprimere qualunque moto di sedizione e di rivolta da chiunque venisse iniziato.

Dee avere fatto comunicare da quello delle cose di fuori a Ministri delle Potenze amiche, ed in ispecie al sardo, il governo essere costretto a provvedere con tutti i mezzi, suggeriti dal caso inaudito di straniera ed armata aggressione de' domini della Corona borbonica, alla difesa di diritti comuni a tutti i re e sanciti dal giure pubblico europeo (manipolato e confezionato bravamente tra loro senza manco degnarsi di badare a quello dei popoli) e quindi (solita formola di questa razza di furfanti) alla pace e. prosperità in sicurezza coll'ordine delle pecore della stessa Corona legittima (illegittimamente)! —Avvenne tutto codesto?—In parte minima.

Vero, verissimo che il Fulminante, legno della flotta borboniesca, poco dopo ebbe catto due vapori procedenti dalla Italia superiore con gente dirizzata ad ingrossare il microscopico esercito garibaldesco; ma è vero e verissimo del pari che da li ad alcuni giorni Amilcare Anguissola, Comandante del Veloce passò in parte garibaldesca; ma è vero e verissimo che quattro fregate borboniesche non andarono ad aiutare Beneventano Bosco nella difesa di Milazzo, se non mitragliarono le sue genti a mo' del Veloce loro fratello, imperocché per bocca del colonnello Ansani gli ordinassero in nome del ministero di stipulare la dedizione con Garibaldi; ed è pure vero e verissimo che quel famoso Fulminante una al suo frate l'Ettore Fieramosca, benché ordinati a sovragguardare le coste levantine de' Calabri, non videro i vapori che vi tragghettavano i garibaldeschi scortati da una squadriglia allobroga... E l'Aquila si diede al serio contro l'innocente Torino da cui era sceso il Dittatore.

Ergo, per uti marina borboniesca fe' peggio di nulla. Aveva avuto la iettatura...

Chi fe' a modo davvero fu la sorella marina sarda, furono i legni arguti delle flotte palmerstoniane e buonapartesche. Ammen.

E 'l sor Salzano infatti non abbisognava punto della flotta fedele, ei fedelissimo e fortissimo di 30m. uomini siccome dicemmo: il Salzano aveva solo da mostrarsi per far ire colle gambe in aria un migliaio di ragazzi, sforniti di tutto il convenevole per sostenere guerre grosse in campagna rasa, fuorché di audacia e d'immaginazione incesissima per l'ideale sfumato d'Italia una già messa alla strozza dal loro Programma. —Lo fece?—No.

Contento a spedirvi contro da 3m. uomini guidati dal generale Landi intanto che que' ragazzi augumenfavano via facendo il nerbo delle loro forze, e si occupò a bravare i palermitani collo stato di assedio e colle carabine de' gendarmi, gaudente noto ed esecratissimo sbirro Maniscalco, il quale imponeva alla Gazzetta ufficiale di Sicilia la pubblicazione delle più gaglioffe buffonerie novelliere rispetto allo stato degli animi ed alle gesta stupende de' pretoriani del suo padrone. ()

Il freddo calcolatore e giusto estimatore delle cose belliche d'Italia, il signore W. Rustow, nella egregia sua opera La guerra d'Italia del 1860 pinge con grandissima diligenza i fatti avvenuti in Sicilia de' qual i egli fu parte certamente non ultima; e da ogni linea di quella tradisce un senso profondissimo di stupore e di dispetto alla condotta tenuta da codesto generalissimo Salzano e dal suo successore Lanza nella difesa delle provincie commesse alla loro fede.

Noi partecipiamo allo stupore ed al dispetto del signore Rustow perché non ci parve né da capi militari né da capi politici ciò che fecero a giustificare la fiducia riposta in essi dal loro governo.

Landi, senza il sostegno del grosso dell'esercito, non potendo resistere alla insurrezione, che infuriava forte crescendo dall'africo al mare tirreno, co' suoi 3m. bravi, e rifugiandosi in Palermo, di certo doveva contribuire da una parte allo scoramento de' nostri soldati, e dall'altra alla esaltazione maggiore degli animi preparati a rivolta. E codesto accadde, quantunque co' suoi 3m. egli abbia gagliardamente corrisposto alla sua fama di duce abile e valoroso; imperocché nello scontro di Calatafimi fosse corso assai poco che non conficcasse garibaldeschi ed insorti.

Di fermo se gli fosse venuto l'aiuto richiesto indarno a Palermo, non si sarebbe ritirato da quella alla città di Alcamo in modo di sconfitto e di fuggiasco a ricevere a Partinico, a cui dirizzato si era tendendo alla capitale, un'altra brusca lezione dalle armi avverse.

Ned, abbandonando Partinico, gli sarebbe toccato il ripicchio disastroso di Montelepre per lo quale stremò sì di gente da essersi ridotte al grosso dell'esercito in Palermo con una misera larva di battaglie.

Ora codesto sarebbe mai avvenuto se Salzano avesse saputo e voluto fare il suo compito?

Ed era poi di costui, tolto di ufficio dopo il. fatto di Calatafimi e richiamato nel continente a render conto de' fatti suoi, che avevasi a fare un campione del Volturno e di Gaeta, un salvatore della Corona e quindi un vindice di quanto era stato perduto per colpa sua?

Il siculo Lanza, succedutogli, prosegui l'opera di risolvimento delle armi e quindi di parte borboniesca reagendo manifestamente a ragione politica e militare più a sciente che per ignoranza.

Costui, sapesse o no quale fosse la condizione della natura e della forza dell'esercito garibaldesco e degl'insorti che lo affiancavano, non poteva sicuro ignorare che, padrone de' posti più forti e meglio muniti di Palermo, gli correva obbligo di muovergli contro con il meglio delle sue genti. Ma lo sapeva all'intuito; conciossiaché, dopo i fatti di Calatafimi, di Partinico e di Montelepre, riusciti prosperi agl'invasori ed agl'insorti, apparisse manifestissimo a costoro non bastassero né scienza, né stratagemmi, né  gente per reggere in campo aperto all'urto di un esercito numeroso, disciplinato ed agguerrito, diretto da generali capaci e compresi dal sentimento di onore e di gloria.

Di vero quando G. Garibaldi, contro l'avviso dell'acuto e provvido La Masa, piegando a consigli de' nemici personali di questo, si approssimò alla capitale con ordini incauti ed avventati, a Monreale prima, e poscia al Parco ed a Corleone, si accorse dolorosamente di avere a fare con armi, le quali, ove fossero state ben condotte, lo avrebbero annichilito co' suoi.

A Monreale il pro' Rosolino Pilo cadde pugnando eroicamente; ma la battaglia d'insorti da lui diretti spulezzarono, traendosi sgomenta su' monti prossimani con fuga precipitosa. E qui i borbonieschi erano agli ordini del Maggiore Beneventano Bosco: con Bosco o si doveva morire o si doveva vincere: con lui si vinceva.

Il medesimo Bosco, uscito di Palermo con Von-Mechel, cui vedremo pugnare gagliardamente da Caiazzo a Maddaloni, volse gagliardo contro i garibaldeschi capitanati da Turr, i quali avevano posto campo al Parco, ove all'uopo avevano a convergere tutte le battaglie, presente il duce supremo Garibaldi, che le ordinava alla Piana de' Greci. Li disfece affatto.

Contemporaneamente Orsini, il quale con un altro nodo di garibaldeschi moveva da Ficuzza a Corleone, con tutta la sua artiglieria, con tutta la sua scienza militare, con tutto l'entusiasmo de' suoi e con tutta la eccellenza della posizione che prudentemente occupò, fu bistrattato da non dire di più dalle armi borboniesche, le quali gli additarono la fuga veloce a salvezza sua e de' suoi.

Ecco ove condussero ignoranza di persone e di cose e deliberazioni inconsulte ed intempestive di ambiziosi! E costoro osteggiare il La Masa?.. Ed ora piace ricopiare, pure dal Torno IV della Miscellanea tante volte rammentata, ciò che si riferisce a queste fazioni ed alla eccellenza delle provvidenze dello stesso La Masa: per le quali furono rivendicati gloriosamente i danni patiti a Monreale, al Parco ed a Corleone (onde disseccarono quasi all'intuito gli allori di Calatafimi, di. Partinico e di Montelepre) e si resero viemaggiormente patenti le tradigioni de' capi de' borbonieschi.

Il brano è preziosissimo; e da esso può vedere uomo che sia quale ragione di capitani di eserciti fossero costoro i quali in su' due piedi giuocavano Corone e popoli.

Gibilrossa «L'indomani (riferisce lo stesso storico da cui tolsimo le precedenti notizie) l'indomani a Calatafimi vennero dalla provincia di Palermo alcuni capi guerriglie a pregare Garibaldi di concedere che La Masa andasse secoloro nei loro paesi per mettersi alla testa delle guerriglie, ché al di lui nome tutto il paese sarebbe insorto. Garibaldi fece chiamare La Masa e gli domandò se fosse disposto ad andarvi. La Masa si dichiarò pronto a farlo quando Garibaldi lo credesse utile.»

«E così accompagnato da quattro o cinque siciliani, due soli dei quali armati, andò a fare insorgere le provincie di Catania e di Palermo, a disarmarvi i borbonieschi, ec.»

«Quella marcia, fatta dapprima per monti e valli, quando fu riunito un nucleo di circa duecento armati con banda e bandiera, proseguì nella strada consolare, non curando il pericolo delle colonne mobili che percorrevano il paese. Il corpo rivoluzionario quasi in trionfo percorreva la sua via e s'ingrossava continuamente.»

«Pensato che la montagna di Gibilrossa potesse essere ottimo punto per base di operazione sopra Palermo, dopo di essere stato ad esaminarla, La Masa concentrò colà gli armati; vi chiamò con differenti Proclami gli insorgenti di tutta Sicilia; costituì in Misilmeri il Comitato Rivoluzionario Centrale di tutta la isola; ed in sei giorni raccolse, organizzò, armò e disciplinò da cinque a sei mila uomini. Coi fuochi e coi rumori giunse a far credere che più che cinquantamila fossero gl'insorti in Gibilrossa: ciò che compi la rivoluzione morale, sgomentando le truppe ch'erano in Palermo ed altrettanto dando coraggio ai cittadini.»

«Ai 23 detto (s'intende di maggio), dietro domanda di Garibaldi, mandò un corpo a rinforzarlo al Parco; ed il 24 ricevette l'ordine di levare immediatamente il campo ed andare con tutte le sue forze a rinforzare Garibaldi.»

«Sebbene a malincuore lasciasse quella posizione, ch'egli stimava la migliore per l'attacco di Palermo, immediatamente obbedì. Ma, onde non isfiduciare gli armati, i paesi circonvicini, e Palermo stesso, disse che partivano semplicemente per una passeggiata militare.»

«Lungo la via, avvicinandosi al Parco, incontrarono numerose guerriglie sbandate, che dichiaravano essere state tradite da Garibaldi, il quale, mentre esse si battevano co' regi, invece di aiutarle, si ritirò e fuggi. La Masa a quelle voci impose tosto silenzio, dicendo ch'essi non capivano nulla delle mosse strategiche; che quella era una finta fuga per ingannare il nemico. E La Masa stesso lo credeva da prima. Prosegui verso il Parco ordinando la fucilazione per chi avesse replicato le parole fuga e tradimento; e obbligò quegli sbandati a mettersi alla coda ed a ritornare con lui al Parco da dove fuggivano. Lungo la via incontrò ad ogni istante altri fuggiaschi; e ripeté la stessa cosa senza che nessuno più si sbandasse. Ma, quanto più si avvicinava al Parco più verificava la positiva ritirata a rompicollo del corpo di spedizione. Finalmente, mandando esploratori sulle cime dei circostanti monti, ebbe dai pastori la certezza che Garibaldi avea preso la via di Marineo, e che era andare inutilmente. in bocca al lupo il proseguire.»

«La Masa allora decise di ritornare a Gibilrossa e rioccuparla immediatamente prima che i regi non andassero essi ad impadronirsi di quella importante posizione sopra Palermo. Scrisse in pari tempo a Garibaldi un biglietto, consigliandolo a non proseguire la ritirata, ché era lo stesso che rovinare la impresa, ed a portarsi invece anch'esso subito in Gibilrossa.»

«Chi circondava Garibaldi era di contrario avviso, per cui Garibaldi rispose ch'era più prudente ritirarsi in Corleone e colà risolvere il da farsi.»

«La Masa replicò tre corrieri, scongiurandolo a rinunziare a quel progetto ed a recarsi invece a Gibilrossa per marciare immediatamente sopra Palermo, perché esso aveva avuto avviso di rinforzi che stavano per giungere ai regi in Palermo (); e più tardi sarebbe divenuta più difficile la presa della capitale.»

«Finalmente la sera del 25 (maggio sempre) giunse in Misilmeri Garibaldi; e mandò sulla montagna a chiamare La Masa. Allora esso gli annunziò come quasi tutti i capi fossero di opinione di ritirarsi in Castrogiovanni ad attendervi nuove spedizioni () dal continente, ch'esso era indecisissimo vedendo tanta contrarietà di tutti a dirigersi verso la capitale. La Masa gli narrò lo spirito e l'entusiasmo dei suoi; e lo assicurò nonché gli garantì la presa di Palermo purché non si perdesse più un giorno.

«Garibaldi volle allora interrogare molti capisquadriglie; ed ebbe riscontrato la verità di quanto La Masa gli aveva detto. Però era sempre titubante. E La Masa allora lo pregò a volersi recare secolui in Gibilrossa a visitare il campo e gli armati pria di decidere. Garibaldi aderì; e si recarono sulla montagna. Visto quel corpo imponente e lo spirito degli armati, Garibaldi se ne mostrò lietissimo, e si rassicurò. Volle però nuovamente sentire i capiguerriglie; e fu tenuto un consiglio con essi, dietro il quale fu deciso l'attacco di Palermo. Garibaldi voleva attaccare la sera stessa; ma, dietro l'avviso dei più, fu stabilito invece per l'indomani all'alba.»

Stando le cose in questi termini da parte de' garibaldeschi e da parte de' borbonieschi, non ci vuole un grande sforzo d'ingegno per comprendere e concludere che fu per deliberazione pensata e stipulata se i primi non furono al tutto disfatti da secondi, ch'erano in Palermo e ne' dintorni meglio di 24 m. armati di tutto punto, secondo Rustow, e 30m. a detta dell'idrofobo borboniesco pre' B. Congnetti () e 29m. 720 stando alla memoria MS. ed inedita di un diligente ed accurato raccoglitore delle cose più minute che si riferiscono alle cose italiche avvenute dal quarantasei al sessantotto ().

Molti gli argomenti a provare questo assunto, che per ora si tralasciano. Noi qui ci rapportiamo alla narrazione dello storico fedele a cui attingemmo sinora.

Dessa manifesterà viemmeglio che Lanza abbandonò Palermo alla rivolta per determinazione pensata e stipulata di lunga mano.

Se la non fosse cosi come mai gli sconfitti al Parco, rannodatisi a Gibilrossa, avrieno avuto tempo e comodo di entrare in Palermo ad intimare la dedizione della città e de' vincitori alla fede de' quali era stata commessa la sua difesa?

Fatto singolare di audacia, cui non sapreste dire se più folle o più disperata, di un manipolo di uomini da un lato, e di vigliacca ed itterica inerzia da un altro, venduta meno all'unitarismo estemporaneo che alle promissioni di più larga e presente fortuna! Ecco intanto quello che fecero quel gomitolo di uomini e quello che loro lasciarono fare i capi di 30m. pretoriani.

Oh! La Masa ha diritto di essere riconosciuto da Italia per ben due volte testa e spada principale delle cose che dessa non seppe o non volle convertire a benefizio esclusivo della sovranità popolare. E Lanza ed i suoi complici hanno il dovere di rispettare il verdetto della storia, della filosofia della storia, della coscienza pubblica, del buon senso e dell'onore che lo condanna alla pena de' traditori. Ma udiamo ciò che narra lo storico intorno a La Masa ed a garibaldeschi; e poi considereremo più da presso la ragione de' fatti del Lama e de' suoi borbonieschi.

«Questione fra G. La Masa e N. Bixio ed entrata in Palermo.» — «La notte del 26 al 27 (maggio, già si sa) si levò il campo e si divise il corpo in due colonne.

«La prima era composta di tutte le guerriglie circa cinquemila uomini e di una trentina o poco più di Carabinieri, i soli che Garibaldi aveva concesso a La Masa, che aveva allo stesso domandato un sufficiente numero di continentali da porre alla testa con baionette e carabine, mentre le guerriglie erano malissimo armate con fucili da caccia e pistole nel maggior numero corrosi dall'essere stati nascosti sotto terra.

«Si contentò anche di quello scarso numero (onde non fare questioni), il quale era condotto dall'ungherese Tukery.

«Questa prima colonna era comandata da La Masa.

«La seconda colonna, con alla testa Garibaldi, era composta di circa settecento continentali (il fatto di Calatafimi ne aveva messi buon numero fuori di azione, ed un corpo con Orsini, inseguiti da’ regi, eransi internati a Corleone, per cui non rimanevano che circa settecento) e circa trecento siciliani.

«Con questa seconda colonna stavano tutti i capi.»

«Discesa la montagna, ed arrivato il La Masa co' suoi, li dispose ed ordinò. Poi, essendo quasi un'ora che essi sostavano là facendo alto ed aspettando la seconda colonna, La Masa tornò indietro per osservare se la vedeva giungere. Un fosso attraversava la via; e vide un trenta o quaranta siciliani rimasti indietro, che stavano bevendo a quel fosso.

«La Masa parlava con essi dicendo loro che andassero innanzi ad unirsi cogli altri, quando sopraggiunse Bixio solo a cavallo, il quale si mise a strappazzare orribilmente quei pochi.

«Poi si avvicinò ad essi e principiò a dare del frustino sulla faccia del primo incontrato ()»

«La Masa, indignato a quel procedere, ed in un momento in cui eravi bisogno di tutta la unione e l'armonia, perché sul punto di attaccare Palermo, disse al Bixio che quello non era il modo di agire. Bixio gli rispose con parolaccie indecenti, soggiungendo che non sapeva comandare ().

«La Masa soggiunse ch'erano dessi che non sapevano far nulla; e che dovevano a lui solo l'avere scelta e conservata la base di operazione; che del resto dal canto loro la impresa sarebbe stata già bell'e finita.

«Bixio continuava colle bestemmie, colle parole da trivio, ed a maltrattare i guerriglieri. E questi abbassarovo contro di lui i fucili e l'ingrillarono. La Masa s'interpose; ma, continuando Bixio a provocare con detti da galera, La Masa perdette la pazienza. E la cosa era per divenire grave quando sopraggiunse Sirtori, che richiamò ambidue alla solennità dell'istante, e fece finire l'alterco.

«Oltre alle dichiarazioni dei Siciliani, La Masa ne ha una anche del Bixio sulla verità di questo fatto.»

«Intanto giunse in vista la seconda colonna; e Bixio tornò indietro a raggiungerla nel mentre La Masa andava innanzi a porsi alla testa della prima, la quale andò ad incontrare il nemico.

«Al bivio della Scaffa, a mezzo. miglio dalla capitale, il combattimento della prima colonna fu accanitissimo, perde parte de' regi occupavano anche i mulini, le case, ed erano nascosti tra gli alberi: per cui accerchiavano da ogni lato i nostri. Bixio allora si staccò dalla seconda colonna ed andò a rafforzare la prima colla sua compagnia. Non ancora giunto alla testa di essa, dovette scendere da cavallo perché ferito.»

«Intanto La Masa il primo,seguito da alquante guerriglie, e da alquanti continentali, si slanciava sui ponti Testa e dell'Ammiraglio fulminati dalle palle nemiche, e li passava alla corsa mentre la maggior parte degli altri combattenti passavano di sotto agli archi del ponte non essendovi acqua.»

«Così proseguendo, La Masa, veggendo sempre fuggire dinanzi i regi, entrò in Palermo. Entratovi, ne percorse le vie alla corsa per vedere dove si fossero concentrati o rinchiusi i borbonici.

«Giunto a presso la Piazza Reale ove molti si erano rannodati, La Masa fece aprire la breccia dell'Ospedale, onde da quel lato andare a sorprenderli. Mentre i cittadini con pali di ferro erano intenti a quella operazione, La Masa andò ai Quattro Cantoni; fece aprire una bottega; prese un caffè; e poscia si avviò a Porta Termini incontro a Garibaldi per informarlo dove erasi concentrato il nemico e chiamare soldati a sorprenderlo nella Piazza Reale da quella breccia già condotta.»

«Trovò Garibaldi ch'entrava nella Piazza della Fieravecchia giusto in quel momento.

«In tutti i combattimenti successivi avvenuti nella capitale La Masa ebbe la principalissima parte nell'azione, ché, oltre di esserne il Comandante, le guerriglie ed i cittadini dipendevano da lui.»

«I continentali non ebbero gran parte nei fatti della città. Garibaldi e gli altri capi si occupavano del governo, ec. () e 'l La Masa rimase alla difesa della città ed ai combattimenti sino allo intiero sgombro dei regi.»

«Nel fatto di Porta Termini, avvenuto il 30 maggio dove fu ferito Carini, La Masa fu l'ultimo che rimase nel combattimento, così in quelli di Porta Maqueda, di Piazza dei Tedeschi, di Porta Montalto, di Albegheria, ec., ec.»

Salzano, via! aveva avuto un passato muratesco di colore  vivacissimo. Anzi per questo gliene toccarono di brutte. Siccome il meglio de' martiri (esuli, banditi ed altra roba simile) fino a que' dì per un Murat avrebbero impiccato mille borbonidi, si capisce perché a Palermo e' si fosse messo la benda agli occhi e si lasciasse venire addosso il male di gotta.

Conscio che quanto era avvenuto nella Italia superiore e centrale dovevasi attribuire alla politica ed alle armi di Francia, e che il terzo Buonaparte aveva manifesto per Laguerronière e per altri partecipi de' suoi disegni non andargli a verso una Italia una sì una Italia tre, giudicò, e non a torto per molti rispetti, in quell'aggressione garibaldesca, avvenuta così lesta e sicura, ci fosse dentro la mano potente di quel gigante de' mestatori politici e sociali.

Nel capo di quella eroica masnada ravvisò né più né meno di uno strumento della di lui politica scovertamente indiritta a torsi d'in su gli occhi qualunque principe borbonide di Corona.

Concluse quindi a Francesco Il si avesse a sostituire un napoleonide, il quale sicuramente non sarebbe altro dal figlio di re Gioacchino in fuori.

Ecco perciò vide e non vide, fece e non fece. E che questa ne sia stata la cagione ci sembra certo da ciò che, quando (facilmente assolto per la sua inerzia sapiente) s'addiede come C. Cavour a prezzo di Savoia e Nizza tirasse a volere il più e ‘l meglio della penisola, e come nel Mezzodì s'era messo avanti al Buonaparte, il quale non aveva più libertà di levargli di pugno il filo del moto cui abilmente preso aveva a maneggiare, anteponendo all'allobrogo il capelide, volse decisamente a pugnare per questo contro di quello, benché in momenti ne' quali nessuna prova anche la più eroica poteva bastare a salvezza del reame ormai perduto.

Ma Lanza! Lanza non ha difesa. Egli si era dato tutto ed in tutto al borbonide. Per costui non temé di volgere il ferro liberticida contro la isola natia. E perciò dunque intanto che Beneventano Bosco e Von-Mechel afferrano la vittoria pel crine ei tronca loro di netto le braccia affinché essa voli in seno agl'invasori da essi ridotti alla disperazione?

Se pietà della madre terra avevalo punto, se lo rimorse il tempo trasvolato, se risenti nelle vene l'ardore della patria grandezza, perciò accettare e conservare un ufficio il quale era necessaria negazione di ogni sentimento di umanità e di gloria italica?

Ma se pattuì la propria sconfitta co' principali faccendieri della egemonia allobroga, quale ragione allora di colorirsi da paladino della legalità e dell'ordine?

Dissero alcuni: nessuna di queste cause concorsero; fu paura ed inettezza. Ignoranti o bugiardi!

Paura? Che! Se aveva paura perciò non piombò addosso agli avversi disfatti a Monreale al Parco, a Corleone?

Se aveva paura perciò lasciare che si riavessero ed organassero a Gibilrossa e respingessero e rincalzassero fin dentro Palermo le genti scarse spedite ne' dintorni di questa a purgarla di loro?

Se aveva paura perciò abbandonare agl’invasori rifatti i magazzini fuori della città abbondantissimi di vittuaglia e di forniture di ogni sorte?

Perciò, se aveva paura, tesse Castel del Molo ed il Molo dominante del porlo anche da quella di terra?

Se aveva paura perché non si rinfrancò lorché Beneventano Bosco, abbenché i garibaldeschi fossero entrati nella capitale, fatto impeto vigorosissimo vi penetrò co' suoi ed era ad un punto di porre in comunicazione tra loro le proprie con le forze degli assediati compagni?

Dunque paura no —Inettezza? Manco che manco. Egli poteva far muovere verso quel di Palermo in tante colonne concatenate tra loro quanti erano i diversi punti estremi e centrali dell'isola buona parte delle armi di difesa e di sicurezza, lasciando sufficienti e bene agguerriti presidi nelle fortezze e nelle cartella cittadine.

Al loro approssimarsi doveva uscire con valido nodo di armati a piede ed a cavallo muniti di artiglieria da campo e da assedio, grave e volante.

I garibaldeschi sarebbero stati schiacciati, e neppure uno si sarebbe precipitato nel continente a recare la novella che de' mille non se ne aspettasse più. uno. Ma si ponga pure, e non si conceda, ch'ei di queste provvidenze non ne sapesse punto, non si potrà mai ammettere ch'egli ignorasse ciò ch'era accaduto a garibaldeschi e con quanto poca fatica avrebbe spentili se li avesse perseguiti nella fuga disperata.

Se gli può imputare ad inettezza sfornirsi de' mezzi di difesa e di offesa?

Fu inettezza quando allo spingersi de' borbonieschi condotti dal Bosco entro la città invasa in parte da garibaldeschi, egli, anziché rassicurarli subitamente con qualche battaglione, e da Fieravecchia, che avevano rioccupato, facilitare loro la congiunzione co' propri, assediati in Piazza Reale, porse facile orecchio al sarcastico Viceammiraglio inglese Mundy, il quale allora stesso, vedendo la sicura e prossima estinzione degl'invasori, gli propose di venire ad accordi con il capo di cotestoro?

Fu inettezza quando, aderendo alla proposta del Mundy invitò per lettera il Garibaldi ad abboccarsi seco sull'Annibale, capitana di quello?

Fu inettezza quand'egli co' generali Cataldo, Salzano, P. Marra, co' brigadieri Letizia e Landi, e con Bonopane colonnello dello Stato Maggiore convenne ad un banchetto garibaldesco libando alla dea Mercatina?

Fu inettezza quando firmò i patti deditizi impostigli da Garibaldi, e sgomberò affatto da Palermo?

Altri la domandi pure inettezza, noi persisteremo sempre a chiamarla schifosa e nauseante tradigione.

Trentamila uomini tolti alla difesa sicula non avrebbero conferito alla ruina delle cose borboniesche se il modo con cui lo furono non avesse persuaso anche a più pigri e duri di mente fosse cosa all'intuito fuori dell'ordinario e del naturale.

Da una parte un esercito che feceva meno di un Reggimento di soldati, un esercito disceso a furia in Sicilia in maniera misteriosa e da porre fra miracoli, un esercito ignorante degli uomini e delle cose che aveva intendimento di sommettere ad un nuovo padrone, un esercito senza pecunia, quasi sciarmato, potente solo per audacia e per sentimento poetico, un esercito non abituato all'uso delle armi ed alle fatiche della guerra, un esercito decimato a Calatafimi, balestrato a Monreale, al Parco, a Corleone, un esercito di cotal natura e di cotal foggia, un esercito tale rinfrescato di forze paesane raccogliticcie, inesperte di politica e di campo, forte d'impeto e non di consiglio, questo esercito si scaraventa su Palermo procede quasi incontrastato a Piazza Reale, ed intima le condizioni deditizie ad un altro di trentamila uomini, fior di gente di guerra, potente di artiglierie, di fortezze, di cavalli, di navi e di tutto! —È questo un fatto ordinario? E naturale?—No di certo.

Quindi le mobili fantasie della ignoranza si fingono Garibaldi ed i suoi siccome uomini di una specie superiore a quella dell'universale. Il popolo borghese ed il popolo soldato ne fanno altrettanti geni della vittoria e del prodigio. E quindi ancora coloro che riferiscono gli effetti alle cause loro, senza diminuire punto della vera gloria di un branco di gente di eroi, ragionevolmente deducono una potenza arcana, incontrastata ed incontrastabile avere gravato su' capi dell'esercito borboniesco ed averli indotti a prostituirsi alla corruzione in sembiante di virtù reintegratrice della pubblica cosa d'Italia. Ed ogni arcano germina finzioni meravigliose di paura e di ambizione spudorata.

Ecco quindi generali e maestrature borboniesche credere al genio di Garibaldi e de' suoi in quella potenza arcana mentre le moltitudini borghesi e pretoriane si affrettavano ad assimilarsele.

Eppertanto Gibilrossa divenne il principio del trionfo di quel genio e della sconfitta progressiva di quanti dopo Palermo tentarono di resistergli.

Che potevano più Bosco a Milazzo, a Catania Afan De Rivera, e Clary a Messina, se, contemporaneamente alla capitolazione di Lanza, F. Locascio una al Capitano Galluppi rendevano agl'invasori la formidabile fortezza di Siracusa, trasferendo la guarnigione nella vicina cittaduccia di Angusta? () E che potevano ormai più le difese contro il torrente vincitore ingrossato di rivolta, di tradigioni e di prestigio?

Bosco osò mostrare il viso alla fortuna pensando di poter opporre a quel torrente una diga insuperabile nella resistenza di Milazzo.

Fu un gagliardo uomo di onore il quale provò un'altra volta che, dati capi col capo ed incorruttibili, il soldato borboniesco sapeva ed aveva il coraggio di pugnare ed anche di vincere gli eroi. Ma nulla di più. Ei doveva soccombere sotto l'impeto de' tradimenti e delle diserzioni. La corrente elettrica della paura, dello sgomento e del desiderio di partecipare del nuovo per ascendere alto sulle ruine del vecchio aveva invase le anime de' capi ed anche de' soldati, Clary, che aveva posto terrore e versato tanto sangue per contenere Catania, cui affidò ad Afan de' Rivera intanto che mosse ad atterrire e dissanguare certe logiche di Aci Reale, non potè impedire la resa di quel prode leale; ché le nuove spedizioni venute ad accrescere le forze rilevanti dal rivolgimento trionfante ormai prevalevano alle sue.

Eppertanto Milazzo fu l'estremo colpo dato all'autorità politica e militare de' borbonieschi nell'isola. Infatti Clarv, ed Afan de' Rivera, accorso sostenerlo in Messina (lasciando Catania alla rivolta) contro l'impeto garibaldesco de' pu tti comandati da Medici e da Cosenz, dopo il fato di Bosco, si tolsero di ogni pensiero di rinfrescare la lotta per ricuperare il perduto.

Clary invece, consigliato dal ministero, stipulò col Medici (inviato da Garibaldi. a codesto) lo sgombero de' borbonieschi dalla città e la resa de' forti che le stanno a cavaliere.

Nulla più di siculo rimaneva a Francesco II dalla fortezza di Messina infuori.

Questi fatti, che si successero colla velocità del fulmine, furono pinti con tocchi vivacissimi da maestri de' Comitati di ordine e di azione, e da mestatori, loro procacciai e Torototelle, strombazzati per urbem et per orbem.

Le fervido fantasie delle provincie de' Calabri prossimani se ne commossero e comunicarono la commozione loro a capi ed al maggior numero de' soldati (altra parte poderosissima delle armi borboniesche messe apposta in que' siti a contrastare a vittoriosi garibaldeschi lo allargarsi sul continente del reame).

Quindi i capi da Melico a Salerno non vollero sangue fraterno; sibbene salve la pelle e la ragione di ammorbidirla col sugo da spremere dal popolo italiano — che si unificherebbe alluvionalmente per virtù di armi e d'oro della famosa egemonia affine di godere la libera libertà di diventare al tutto di lei somiero condotto da Polizia brutale, da sbirro e da pretoriano cannibalesco e da strozzino deicida ed umanicida.

E qui non è prezzo d'opera entrare in minute ricerche intorno alla maniera con cui furono consumati questi atti sazievoli; avvegnadioché rimescolarci e far rimescolare il mondo civile narrandoli largamente ci pare opera da pazzi.

E poi quando si dice al popolo: fosti unificato da un portento d'immoralità sparvierata, la quale per dieci anni si andò legittimando mercé di coloro che s'imposero siccome egemoni tuoi e ad una volta rappresentanti de' tuoi diritti per cancellare in te per fino le traccie della fisonomia umana, si spiega molta parte dell'argomento mostruoso.

Se si dice al popolo: la immoralità ne' corruttori e ne' corrotti, da essi legittimata siccome tuoi egemoni e rappresentanti, premia i suffragi che ti surrepirono per arti poliziesche con la pessima delle tirannidi, la quale in nome di una bugiarda e nefanda libertà spoglia l'uomo delle sue attribuzioni naturali, politiche e sociali colla massima sarcastica, coll'orror politico, col domma liberticida che spetta a lei regolarne l'esercizio; e quindi a poco a poco ne fa una belva da punire colle sue leggi di maestà e con quelle le quali pretendono a vindici del diritto privato personale e reale, si spiega. un'altra parte dell'argomento obbrobrioso.

Se poi si dica al popolo: la scuola monarchica, che produsse e produce corruttori e corrotti, non poteva né può durare se non ampliando i termini della violenza giuridica, e quindi calpestando brutalmente ogni ragione di giure internazionale e nazionale, il giure divino di famiglia, il. giure dell'uomo individuo, il giure di libero svolgimento del Pensare e del sentire, il santissimo giure di produrre liberamente e di usar liberamente del prodotto amministrandolo da sé e trasformandolo progressivamente a proprio profitto esclusivo, convenuto sempre che il cumulo degli utili diventi coefficiente del massimo benessere del produttore e della associazione dei produttori, e non de' consumatori oziosi e parassiti; e, finché non prevalga su dessa quella de' lavoratori morali e moralizzatori, tu sarai e rimarrai sempre cosa di uso e di consumo per gli oziosi parassiti, si spiega tutta la natura e l'obbietto dell'argomento infame.

E al popolo gioverebbe più per avventura se noi si raccontasse come Briganti e Melendez si concessero alla rivolta?

Che importerebbe al popolo se per ipotiposi gli significassimo il misero modo con cui Ghio si credè alla stessa rivolta con da intorno diecimila uomini una ad un tesoro di arnesi fabbricati dalla tirannide per ammazzare sudditi o fratelli di fede e di patria?

Che mai approderebbe al popolo lo mettergli innanzi la guisa con cui Gallotti franse i vincoli che Io legavano al borbonide?

O che profitterebbe egli toccando di quella con cui Caldarelli, anzi che accorrere in aiuto di Ruiz, si die' al Comitato cosentino, aprendo così il varco sicuro a Garibaldi ed a suoi per inoltrare fino a Salerno?

Oppure parrebbevi che il popolo ne guadagnasse istruendolo del contegno serbato da generali traditori, che da Salerno macchinavano la defezione di ufficiali e soldati ed il trionfo della rivolta pugliese e lucana?

O credete che 'l rifaremmo popolo davvero se gli dicessimo che a codesto li dispose e compulse la prudenza mercatina onde Tiriolo depose le armi colla propria gente?

Nè quindi arguiamo tornargli punto ove gli sponessimo per quale maniera Flores e Bonanno recisero i nervi alla nazione di Ariano e di tutto quel di Benevento, di Molise e di Avellino, il primo dando facoltà ad ufficiali e soldati di scegliere fra Garibaldi e l'irsene a Lari domestici, e l'altro consegnando di cheto ad E. Cosenz, sé e la gente che conduceva con tutte le cose da guerra.

Né gli sarebbe di alcun pro' ove si rammentasse e facesse capitale di quanto abbiamo detto negli ultimi Capitoli del primo Libro.

Infatti, che cosa piglierebbe desso se. a stringere tutto in uno, ora gli dicessimo che L. Romano, Pianelli, il duca di Mignano, Anguissola, D'Amico, Vacca, e così innanzi, avendo sfruttato Salzano e Lanza per conto della egemonia allobroga, colla turba parassita degli esuli, de' banditi e de complici, diventarono viri magni della panzanella domandata consorteria, e contribuirono alla presente loro grandezza ed opulenza, al presente e despotico manovalismo, e di conseguenza alla presente povertà, al presente fastidio di tutto, al presente abbandono di ogni santo proposito reintegrativo della personalità autonoma e sovrana dell'uomo, al presente precipitare di ciascuno ordine della cittadinanza nella più obbietta servitù pur di vivere, essendo letteralmente minacciata, non la politica (ché non se n'ha più a discorrere perocché ora domini bestialmente l'arbitrio de' voraci unificatori d'Italia); non la morale (ché moralità non procede dal portento della immoralità dell'arbitrio imperante), non la intellettuale (ché l'arbitrio tirannico si è già detto come, per quella di regolare l'esercizio della libertà, abbia capestrato perfino gl'istintivi intendimenti dell'animo) bensì la fisica esistenza? Piglierebbe mal di stomaco con il colore della vergogna.

Invece vorremmo (giacché tutto se n'è ito, e che nel continente del reame delle Due Sicilie al borbonide rimangono soltanto Napoli o Sant'Elmo, Capua, Gaeta e Civitella di Tronto) vorremmo che il popolo non giudicasse inconsideratamente o con ragione di parte quanto accadde da Reggio a Salerno.

Prima di ogni cosa non creda che tutti i generali, brigadieri, colonnelli ed altri ufficiali borbonieschi con parte de' soldati minuti disertassero per oro e per ambizione di salire; né manco creda che tutti s'infamassero per codardia.

E' vi contriburono in ispecie il modo della perdita di Palermo e con essa di tutta Sicilia; e quello degli ordini misteriosi e contradditori che ricevevano dal Ministro della guerra; le paghe mancate; le insurrezioni rinfocate; le tradigioni e le vigliaccherie dapprima impunite e poscia premiate; forse ancora un baleno d'idee seducenti, quelle di una grande patria; la inettezza del principe a mostrarsi principe; lo vedere e toccare con mano che parte borboniesca dileguava di giorno in giorno e che nessuno sorgeva a far testa alla forza risolvente; lo spettacolo della ebbrezza a cui venne l'universale degli uomini, i quali, nesci affatto delle cause riposte di eventi nuovissimi, meravigliosi ed inauditi, li riferivano piuttosto a divina che ad umana influenza.

Eppertanto giudicavano non tanto fosse stoltizia fidare ancora nella causa del borbonide evidentemente abbandonato dal cielo e dalla terra, sì debito volgere al sole nascente delle novità, dalle quali s'impromettevano un'oasi di felicità suina.

Invece di denigrare indistintamente chi perdeva in conseguenza di tradigioni di uomini educati alla sua scuola; invece di cospirare quando da sé si era resa indegna di governare, invece di studiare di soppiantare i suoi eletti, perché non rispondevano a suoi disegni perfidianti, ponendosi cosi in aperta contraddizione con se stessa, parte borbonica doveva avere il coraggio di armarsi tutta e di volgere verso il nemico che avanzava quasi stordito delle sue vittorie incruente; arrestarne i passi; sconfiggerlo e ristorare i mali dovuti alle aspirazioni del tempo piuttosto che alle arti degli uomini ed alle ire dell'avversa fortuna.

Posto che non lo avesse distrutto, bastava solo che gli rendesse impossibile il procedere innanzi per far isbollire gli entusiasmi sùbiti e le dorate fantasie di chi non sapeva la vera cagione degli eventi straordinari e riferivali a superne ed arcane influenze.

Primi a risensare sarebbero stati i capi i quali comandavano le armi dall'Adriatico al Tirreno; e certi che de' miracoli non ve n'aveva avuto punti, sì di assai fantasmagorie in tutte le scene occorse, di conserva colle battaglie cittadine avrebbero gagliardamente improntato contro gl'invasori vittoriosi, e spentili sulle sponde continentali dello Stretto.

E ciò tanto più facilmente sarebbe intervenuto con quanto più di acerbezza pungevano l'animo di molti soldati valorosi e sacri al giuramento ed all'onore quelle dedizioni misteriose, inconsulte, vigliacche e peggio, che vedevano succedersi con inesplicabile rapidità.

E parte borboniesca (la quale, pe' suoi storici pre' Biagio e Giampagolo Cognetti, G. De Sivo, Ritucci e compagni della stessa baratta, significò con tanto amore le geste della nazione di un branco di contadini intesi da preti e capitanati da sbirri nostrali e stranieri, messi giustamente nell'Albo de' briganti e come tali giustamente puniti) parte borboniesca sapeva (e lo narrò poi colla stessa compiacenza con cui sceneggiò il negozio di quella nazione) sapeva che Briganti, giudicato traditore da nostri, e traditore secondo essa, ed anche un sinsin secondo noi, fu steso al suolo cadavere dalle vindici palle de' fucili borbonieschi lorché volgeva per a Mileto.

Pre' Biagio Cognetti nel suo bacchico Pio IX ed il suo secolo accennò al tradimento di Calandrelli a Cosenza, ma non fe' motto della paura che gli misero in corpo gli aspetti tòrvi è minaci de' soldati, i quali, dirittamente estimandolo traditore, volevano finirlo come i loro commilitoni avevano spento Briganti.

E di codesto ecco quello che rinveniamo nel diario inedito dello storico parecchie volte rammemorato, il quale è nel IV Torno della nota Miscellanea.

«La Masa, è scritto, traversò tutta la Calabria sempre al fianco di Garibaldi; e gli fu utile in molti incontri. Arrivarono a S. Lorenzo di Padula, ove il general Caldarelli, che comandava un corpo da 1500 a 2000 regi, ed aveva capitolato, domandò a Garibaldi di essere protetto dalle sue truppe, che volevano fare di lui come avevano fatto altre dal generale Briganti, essendo la maggior parte reazionari (), e si dicevano traditi dal generale stesso. Garibaldi allora ordinò che La Masa col proprio aiutante rimanessero a custodia dell'ordine. E La Masa vi aggiunse anche il Signor Pareto di Genova, guida di Garibaldi. In tre rimanevano a tenere in ordine un corpo di truppe reazionarie ed ammutinate! Ebbero momenti in cui il generale Caldarelli e La Masa furono per essere trucidati!»

E di queste manifestazioni solenni di lealtà le battaglie borboniesche ne fecero ben parecchie, e quando ancora stanziavano Napoli e poi che da Napoli partirono per Capua e Gaeta.

E dunque perciò parte borboniesca non si armò tutta?

Anzi perché non si armò almeno una parte? Anzi perché non si armò neppur uno de' suoi paladini di suvero? Che era lessa? Esisteva davvero? Quanti la formavano?

Parte borboniesca si riduceva a pochi miserabili al bando della patria comune e della civiltà, ciò quanti fino allora uomini spettabili per ingegno, dottrina ed interezza di vita avevano sostenuto le ragioni del borbonide, vedendo costui sbalestrare e pigliare la natura del Pantalone di Goldoni spogliandosi di quella di principe, e di principe italiano com'ebbe la mutria di chiamarsi alla barba della storia genetliaca, si tolsero fuori ponendosi nel più rigoroso riserbo, aspettando gli avvenimenti che prevedevano sinistri al ragazzo citrullo della santa.

Sì, parte borboniesca era zero; zero è. Nè riuscirà a tornare in vita col mezzo delle urne elettorali siccome spera e crede S. Cognetti Giampagolo (), ché S. Catterina da Siena non protegge i sicari del giure umano e civile, essa che pugno e scrisse tanto bene contro le usurpazioni e le opere di sangue della Sedia apostolica.

E con qual muso pretendere ad autorevole, savia e prestante nelle cose della guerra e della pace un branco di scimmie sagrestane e poliziesche, spavalde co' vecchi schiavi e tremanti verga a verga cogli egemoni de' nuovi e' loro manovali sagati e togati?

E con qual muso pretendere che poveri comandanti delle fortezze di Messina, di Civitella di Tronto e di Castel Sant'Elmo serbassero fede in una fortuna evidentemente perduta per cause da chiunque difficilmente esplicabili?

I signori G. De Sivo, pre' B. e G. Cognetti, Ritucci, e quanti altri della loro masnada gridarono alla croce addosso a parecchi capi perché, perduta Sicilia e sbarcato sulle coste calabre l'esercito vittorioso, e quasi trasognando vedendoselo alle spalle, a fianchi e di fronte, reputarono fosse indarno resistere al destino che incalzava il borbonide loro padrone (il quale, anzi che dirizzare per i Calabri e per i Marsi a respingere da quella i volontari garibaldeschi e da questa i regolari allobroghi lì ad invadere i confini orientali del suo reame, poco stante abbandonò la capitale al Dittatore lasciandolo cosi ingigantire di credito e di gente, e fuggi ratto come iena vulnerata nascondendosi in Capua ed in Gaeta) dessi, quei signori, che avrebbero fatto se fossero stati comandanti della fortezza di Messina in luogo di Clary, rimasto isolato, in lontanissima parte dalle reliquie delle forze borboniesche, percosso dall'eco delle rapide e continue vittorie de' garibaldeschi e de' regolari allobroghi, che da due punti contrari procedevano ad unirsi fra le acclamazioni spontanee od ordinate delle popolazioni, ed uniti a conficcare quelle reliquie?

Che avrebbero fatto se avessero avuto il comando della fortezza di Civitella di Tronto invece del Maggiore L. Ascione () circondato dalla rivolta, insidiato dalla rivolta armata delle tre provincie degli Abruzzi dopo le stipulazioni di Salino (), dalla rivolta trionfante, dalla rivolta costituitasi in governo provvisorio, perfidianti e fedifraghi i pallidi borbonieschi, l'Intendente P. De Virgilì, il generale Veltri e F. De Blasiis? ()

Che avrebbero fatto al posto di Garzia comandante del forte Sant'Elmo, se come lui avessero veduto di quale modo uscì il principe e dove volse i passi co' suoi, perché usci e volse colà, e quello che co' medesimi fece entro ed attorno Capua e Gaeta intanto che due eserciti vittoriosi movevano a porlo nella necessità di sgomberare per sempre dal suolo delle Due Siche?

Che avrebbero fatto se come Garzia si fossero trovati fra una cittadinanza dagli esuli, da banditi e da complici imboccata dell'eterno viva Vittorio Emmanuele? viva Garibaldi? morte ai Borboni? Che avrebbero fatto se vedendo i capi delle Legioni della G. Nazionale una a milizieschi anfanare per mutar presto tunica, kepi, ec., di borbonieschi in allobroghi, e correre anelanti al Segretariato prodittatoriale a vendere martirio di carta pesta siccome merce da valere portafogli di Ministri, uffici di Consiglieri della Corte de' Conti: delle Corti di Cassazione e di Appello, di Presidenti di Tribunale, di Segretari generali, di Direttori del Debito Pubblico, del Lotto, del Dazio, delle Gabelle, ec., di Procuratorie Sostituiti Procuratori generali, di generali, brigadieri, colonnelli ec., dell'esercito meridionale, e di altri infiniti e più di altrettanti?

Con le armi cittadine volte a buscarsi il ben di Dio difendendo l'ordine e la tranquillità pubblica a pro' della nuova signoria allobroga e quindi in debito giurato di offendere i difensori della borboniesca siccome cagione di disordine e di conflittazioni, quale ragione di resistere il Garzia a cui il principe aveva dato il codardo esempio di cedere su tutti i punti alla invasione conquistatrice?

E forse poteva egli durare con un Municipio, il quale aveva trasferito i suoi diritti nella Dittatura come il ministero borboniesco aveva fatto de' suoi?

E tutte le maestrature e tutte le altre amministrazioni civili e pie non precepilavano a giurare nel nome della Dittatura, la quale rappresentava le ragioni della egemonia allobroga?

Ruere in servitium patres disse Tacito; e noi lo diciamo pure nauseati di tanta viltà: ruere in servitium patres; e nessuno Trasea Peto insorse a rendere meno contennenda sì schifosa abbiettezza servile: ruere in servitium patres; e Garzia doveva mitragliare la sovranità di un popolo schiavo, la quale dalla Dittatura doveva venire ballottata nel principato conquistatore?

Eh! chi pretende che Garzia avesse dovuto ridurre Napoli in un mucchio di sassi o è un asino senza imputabilità morale od è un ipocrita od è un insigne furfante.

Che ne dite, Signori G. De Scivo, pre' B. e Giampagolo Cognetti, e generale Ritucci?

E Clary cesse perché, sfumate le difese di Capua e di Gaeta, E.. Cialdini dalle opposte sponde dello stretto zancléo e da punti opposti dello stesso mare siculo con artiglierie di terra e di mare lo avrebbe incenerito.

E L. Ascione cesse perché Civitella di Tronto aveva attorno la rivolta armata; perché gli Abruzzesi, in onta ai telegrammi di A. Bertani (), benché venissero smentiti da altri dittatoriali (!!!) conseguenza del principio programmatico Italia e Vittorio Emmanuele (), erano corsi ansimanti in Ancona ov'era il nuovo padrone coronato a darsegli piedi a mani legate (tanto quelle vecchie arpie borboniesche facevano di proprio capo; desse che vennero risparmiate della forca dalla troppo sentimentale rivolta! E dove cosi il rispetto a suffragi del popolo tornato arbitro di se?).

E perché ancora, quantunque fosse ormai principiato l'ottobre, que' frati di Capua e di Gaeta non avevano guadagnato una linea del terreno abbandonato vigliaccamente all'esercito dittatoriale.

Ed in fine perché, avendo il principe allobrogo accettato l'Indirizzo della Deputazione abruzzese, aveva dunque dichiarato di accettare il giure sommo che gli conferiva; e dunque ancora di volerlo affermare in qualunque modo, precipuo de' quali era quello delle armi; e delle armi stesse onde allora aveva affermato quello trasmessogli dagli Umbri e da marchigiani con Indirizzi formulati da C. Cavour, e recitati per essi con pappagallesca energia da Regi Commissari, il napoleonide N. Pepoli e! subalpino L. Valerio.

E Garzia cesse per le addotte e per parecchie altre ragioni: sfortunato di avere dovuto cedere in maniera assai umiliante per un comandante di tanta fortezza.

Non a caso diciamo sfortunato; e lo vedremo nel Capitolo seguente.


vai su


CAPITOLO-IV

«Fabbricazione della unità e della libertà italiana nel patrificio degli esuli, de' banditi, de' parenti, affini, amici e complici loro, ovvero i manovali meridiani della egemonia allobroga e la cittadinanza napolitana, itosi re Francesco co' suoi.»

Chiunque abbia considerato attentamente lo svolgimento delle cose ragionate finora si sarà ormai convinto che il moto delle provincie meridionali significò conquista della egemonia allobroga mercé l'uso accorto degli esuli, de' banditi, de' proscritti e de’ loro parenti, affini, amici e complici, dando loro carta bianca di fare man bassa su tutto e su tutti affinché tutto e tutti diventassero roba sua.

Ora gli esuli, i banditi, i parenti, gli affini, gli amici e complici della Italia inferiore, spenta parte borbonica, in Primis et ante omnia pensarono di mettersi dirittamente in vece sua; indi di consumare l'opera distruttrice ed infamatrice delle armi garibaldesche e poi di dare alla egemonia allobroga, di cui sapete ch'erano manovali automatici, il resto di quanto italianissimamente avevano manomesso e sciupato.

Si distribuirono dunque tra loro gli uffici eminenti e più lucrosi della efemera Dittatura.

G. Pisanelli, R. Conforti, A. Scialoia, F. Trinchera, M. Pironti, D. Marvasi, G. Albini, Piria, S. Mancini, P. E. Imbriani, G. D. Romano, Mascilli, O. Serino, Nardis, S. Spaventa e B. suo fratello, L. Settembrini, F. De Sanctis, ec., ec., furono i faggiuoli di varia fazzione da C. Cavour prudentemente cavati della pentola: ora questi se si aveva ad illudere ed eludere il Dittatore ed i suoi; ed ora quelli fra costoro se rilevava dare l'ultima mano al lavoro della conquista sotto la Luogotenenza.

I ministeri cavouresco-dittatoriali e cavouresco-luogotenziali governavano coll'anima inquisitoriale de' polizieschi, truffaldina degli strozzini, proterva ed atroce degli sbirri, cupa e mendace de' gesuiti, oltracotante e pronta al sangue de' pretoriani.

Que' di Sicilia s'illustrarono per le botte patriotiche scambiatesi fra Crispi e La Loggia, per il giure di privativa esercitato dal primo col suo Precursore (), per le ubbie di Orsini, per le floscie virtù di V. Errante, per le manovre di Ferrara, per le trappole di G. La Farina, per le aspirazioni di Castiglia, d'Interdonato e degli Amari, per le ascose mine di Pisani, di Torrearsa, de' principi di Sant'Elia e di San Giuseppe, e per le flessioni vertebrali di quanti golavano il mitico simposio cavouresco, premio di lungo e sudato martirio di carta pesta.

In costrutto furono meglio ministeri di marionette fatti ballare da Prodittatori spertissimi dell'arte del burattinaio, che ministeri di gente di uomini che intendessero almeno a rappresentare le ragioni della dignità, non parliamo di quelle della imprescrittibilità ed inalienabilità del giure del popolo emancipato.

Non avendo sopra il Dittatore e quanti sospiravano sovranità popolare, si garrivano tra loro i membri de' medesimi; si disputavano non sappiamo quale onnipotenza; non regalavano mai gl'infelici ambiziosi ed ingordi. Buono che la Dittatura invani tosto e disparve, ciò Cavour ne assopi tosto le passioni con Portafogli di Ministri italiani, con uffici di Consiglieri di Cassazione, con Prefetture e con altre imbandigioni da soffocarli.

Così tacquero. Anzi lo stesso Crispi, che fin al sessantuno stette all'avanguardia del puritanismo mazziniano, persuaso che da questa non fosse da cavarci più di galera e di fame, buttò nella pozza de' disperati il povero Dio e Popolo abbronzito ed intirizzito dal freddo, e si fece battagliero della scuola politica che unisce, la quale per lui, non v'ha dubbio è la monarchica.

Di tanti siculi, i quali non fecero nulla o poco, ed ebbero tanto, il solo G. La Masa, che fece tantissimo, e non ebbe nulla, noi additeremo alla gioventù italiana siccome modello di vero ed eroico patriotismo. Quanto è grande nella sua modestia, nel suo ritiro, e nel silenzio finora serbato dignitosamente innanzi a vituperi di cui lo cuoprirono coloro, i quali, se bene guardino, devono a lui la presente loro fortuna!

Egli e Garibaldi ora scontano il fio di uri errore politico del quale così brutalmente abusarono la perfidia e la tradigione, la viltà e la ingordigia, la ignoranza e la violenza giuridica.

Ma i ministeri dittatoriali e luogotenenziali, che sursero a Napoli per arte e per forza di Cavour, all'ombra dell'autorità di Garibaldi, di Eugenio di Savoia, ec., costituirono proprio il centro governativo delle provincie meridionali né più né meno de' borbonieschi caduti di recente.

Infatti da essi s'ispiravano i prodittatoriali di Palermo. Eppertanto, sendoché i ministeri napolitani tanto sotto la Dittatura quanto sotto la Luogotenenza erano i manichini di quello di Torino capitanato ed informato da Cavour medesimo, ne consegue logicamente che i panormitani fossero manichini ordinati al moto da altri manichini — Quanta gloria ed onoranza per uomini che pretendevano a spaccamontagne di libertà senza sapere qual muso avesse!

Ed ecco i primi atti de' ministeri di qua e di là del Faro consistere in decreti d'importazione di tutti gli articoli della egemonia allobroga (); e con quanto rispetto alla volontà non peranco consultata del paese loro regionale; e con quanto rispetto alle molte cose ottime del precedente governo borboniesco, e con quanto rispetto alla differenza di condizioni territoriali, etnografiche, economiche e sociali non accade dirlo.

L'annessione incondizionata imposta da Cavour prima de' Plebisciti propugnarono quei miserabili! Quindi esercitavano ufficio tirannico essendo ancora in culla.

Ma noi si è detto ch'eglino avevano l'anima inquisitoriale, e peggio, de' polizieschi; ed altro dicemmo di que' rospi. Ed abbiamo detto il vero.

Zelando la causa del nuovo padrone, per benemeritare de’ coefficienti della di lui egemonia naturalmente dovevano insevire prima contro le vecchie e le nuove livree borboniesche e poi contro quanti la pretendevano ad uomini sofisticando sulla imprescrittibilità ed inalienabilità di quella caricatura chiamata giure umano.

Il ministero di Grazia, Giustizia e Culti e dell'Interno Polizia fecero casa nuova affatto. I borbonieschi, che prima di si belle novità non avevano avuto il buon senso di succhiare per bene di quello dello stato, epperò di farsi il covo, furono ridotti alla più squallida miseria dalla matina alla sera.

Sentite! in que' tempi d'oro pe' nostri esuli, banditi, ec., si studiò di creare una Polizia a modo ed a verso, la quale vincesse in infamia la borboniesca e per lo meno andasse del pari colla buonapartesca-allobroga. — E tutto dire! —E per venire al disegno finalmente si affidò tale compito a S. Spaventa, il quale deve essere stato generato probabilmente da un capospia e da una figlia di qualche sgherro o di qualche boia; e R. Bonghi, che nacque probabilmente da simile concubito umanitario, se s'ha a stare a quello che dice e che scrive, speriamo che confermerà questa nostra opinione, la quale d'altronde non lede i diritti di nessuno.

Ma per Silvio, a correre contro i borbonieschi in ufficio, specialmente contro gli altissimi di essi; i quali, consigliandosi con la pancia, avevano aderito a si belle novità; si richiedevano di parecchie cose che giustizia, prudenza, e la sua ignoranza di persone e di cose, come si è provato nel Libro primo, non gli somministravano punto. Altrettanto dite per ispegnere coloro che pretendevano ad uomini, fossero garibaldeschi o mazziniani di repubblica quiritaria.

Da quel poliziotto ch'è trovò sùbito il mezzo per raggiungere l'intento cui aveva comune al collega di Grazia, Giustizia e Culto. Indovinate quale fu? Fu la Camorra. ()

La camorra era una potenza formidabile, stata già adoperata opportunamente da L. Romano per conficcare la vecchia Polizia borboniesca. Silvio Spaventa e Colleghi temevano non forse la medesima ponesse a volerli uccidere cattolicamente a tempesta di ciottoli, ove avessero lasciato altrui balia d'illuminarla sulla cagione di sì belle novità con larghezza di argomenti dedotti da studi comparati. E più specialmente temevano di coloro che pretendevano ad uomini, fossero, dicevammo, garibaldeschi o fossero mazziniani di repubblica quiritaria.

Sapevano ch'era istintivamente portata ad andarsene con essi per la inusitata meraviglia delle geste e della fama loro. Era stata incesa da queste la sua fantasia plastica, poiché l'eroismo guerriero e politico ha i suoi ammiratori entusiasti nella ignoranza de' sensuali più che nella scienza delle cause riposte o palesi delle cose e degli effetti loro: la quale è propria di chi studia e ragiona sui fatti della natura e delle umane associazioni civili e barbare.

Dessa, che ne' suoi capi si era già compromessa per arte finissima di L. Romano, si vendette affatto a S. Spaventa. Laonde i ministeri dittatoriali e luogotenenziali ne divennero maestri e duci. Essi l'adoperarono contro borbonieschi, garibaldeschi, mazziniani, ec. Vinsero gli uni e gli altri. E cosi fecero il loro comodo.

In sulle prime, presente il Dittatore G. Garibaldi ed i suoi, le misero in bocca: viva Peppe! morte a Francischiello! (viva Giuseppe! morte a Cecchino!) La camorra si era persuasa che Garibaldi equivalesse per lei ad un Brevetto di Santa Fede e di obbligatoria comunione di beni.

Andatosene Francesco II, la poltiglia del popolaccio napolitano dedereccio, ladro, accattone e bugiardo dall'alto al basso, si sentiva rigare la schiena asinina, sollevando gli occhi a Castello Sant'Elmo, dello stesso sudore freddo di cui bagnava la fronte il pro' generale Garzia, il quale, come già lo sapete, n'era il fedele Comandante, al pensiero di dover sostenere una bandiera abbandonata dallo stesso principe e maledetta da cotanto modesta cittadinanza ebbra di vittorie non sue.

Che pensarono di fare per tale lo spasimo quegli arguti manovali della egemonia allobroga?

Pensarono di fare al dabbene Garzia una celia degna del bel talentino di S. Spaventa o del suo proavo Pecheneda. Dalla famiglia dei bravi (nessuno quindi ci accuserà di avere detto della famiglia de' camorristi) furono eletti un capitano ed una capitana di si illustre plebe cittadina.

Il Capitano fu quel Francesco Calicchio, il quale, pochi anni dopo il fatto che racconteremo, menò lo scudiscio attorno lo sgrugno ed il tergo di S. Spaventa, forse perché costui, usatone già a suo bell'agio, lo gittò poi via siccome arnese di cui non ne abbisognava più o perché reputasselo troppo usato.

Dalle quali picchiate il memore Calicchio buscò prigione e domicilio coatto con la cimasa in cui dissero che si leggesse: camorra.

E la capitana fu quel tocco di donna ch'è la famigerata o la nominata (voci proprie della Polizia allobroga e della sua benemerita arma) Sangiovannara, la quale per S. Spaventa aveva un amore che pari non si sa abbiane esistito mai fra le sottane femminine.

La eroina n'era riamata; e 'l cupido Conte di Culagna del suocero di E. Pessina, si sentiva crescere il cuore al comparire della faccia bella. Costei un dì, smesso lo friggere pesci, buttata via la padella del baccalà allo stuffato, lasciato li la caldaia de' maccheroni e la carafa dell'asprigna, dato voce agli eletti del trivio, della stalla, e..., pronta all'appello della patria, unisce i suoi battaglioni a quelli di Calicchio.

Che è? che è?, precedendo le loro genti armate di bastoni, di spiedi, di casseruole, di sciringhe e di scoppietti di sambuco, furono veduti ascendere per le coste pennine a bandiera spiegata, con la intenzione di tranguiare Sant'Elmo, Garzia e tutti come fossero uno spicchio di noce.

Sant'Elmo non se n'accorse; e Garzia ed i suoi per un momento furono presi dall'umore di spargere su que' caporali un po' di fiori di mitraglia. Ma la fu una tentazione, che sparì alla idea che erano que' due caporali ch'erano. Quindi, facendo sembiante di volere rispettare la volontà del grande popolo napolitano, il quale si faceva rappresentare da due caporali di fama tanto illustre, si concessero a voti di resa recati ad essi da cotestoro, il primo de' quali paragonavano a Furio Camillo!!! e la seconda alla ebrea Giuditta!!!, che per modo si onesto ed eroico!!! liberò Bettulia.

Il buon Conte di Culagna del suocero di E. Pessina da questa genia cavò Ispettori, Delegati, e 'l resto per assicurare il pubblico che la epidemia della libera libertà non lo travaglierebbe mai, anzi che godrebbe una salute da crepare fra la soma, il bastone e la cavezza e le fischiate patriotiche da suonargli all'orecchio ciuchino il ragioniere, il fiscale, lo sbirro, et reliqua.

Così il salsamentario fu improvvisato spia, giudice, e boia di quanti gli fosse piaciuto estimare rei di maestà monarchica, così il fruttivendolo, lo scarpolino così, così il ruffiano e la cantoniera, così il treccone, così il parrucchiere, così il sarto, così il sellarlo o maestro de' luoghi immondi—Oh la cittadinanza cadde in pure e sante mani!

Dicono ancora che Silvio, in ispecie lorché fu Luogotenente il co: Ponza del santo e... o, cioè di San Martino, fatto anche troppo per essere creduto un accidente de' borbonieschi in genere, e tutto per conciliare co' metodi dello scotista Giampagolo Cognetti, si lasse a fare incetta di canaglia poliziesca fra il borbonismo, scelti di certo i più capaci di trucidare il genere umano ove non fallisse il santo del primo del mese.

Soggiungono fosse venuto a questa appunto perché non era uomo da bazzicare con onesti (se mai ne avesse conosciuto alcuno per caso mero); eppertanto avere egli avuto in siffatta mescolanza di forche, più o meno detestabili, prove sopra prove da insevire sicuro contro borbonieschi e contro quanti pretendevano ad uomini.

Osservano peraltro che, a legittimare moralmente qualunque ribalderia di si esosa orda di assassini legittimi, tirasse loro sopra uomini in voce di onesti e moderati, uomini vissi senza infamia e senza lode, gente di nautri, buoni per Cristo e buoni per Barabba funesti a Cristo e funesti a Barabba, favorevoli a se soli.

Giusta osservazione; ma ci manca la coda. Eglino non posero mente che, dietro codesta santa genia di cacciatori di ogni virtù solenne e rara, e di ogni vizio grandissimo per infamar l'uno e trarre dall'altro argomento di farsi giudicare vindici di non sappiamo quale giustizia profanino le loro bocche sporche di bestemmia e di calunnia, ci stava Silvio co' Colleghi: a quali importava per fas o per ne fas serbare il presente ufficio lucrosissimo, e meritare vieppiù della grazia della egemonia allobroga affinché, cessate Dittatura e Luogotenenza, non mancasse di premiarli meglio con quello del popolo, unificato la mercé loro e mercé de' loro parenti, affini, amici e complici.

E di costi Silvio non avrebbe condotto a fine la cosa secondo il desiderio della egemonia padrona ed ispiratrice. Convenivagli operare non tanto in Napoli, ma cosi benanco in ciascuna delle provincie continentali del Mezzodì. Quindi, ricorso a codesto a noti, fraterni ed onesti (!!!) Comitati di Ordine, spinseli in ogni Capoluogo di provincia e di distretto a convertirsi in una specie di Comitati di Salute Pubblica, i quali gli furono altrettanti ausiliari di spionaggio mostruosissimo.

Eglino sé in prima, i parenti, e dopo gli affini, gli amici e' complici celebravano, si capisce a mettere in salvo a pro' di tutti della geldra presente ed avvenire (si erano già cacciati ove si divora legittimamente il buono e 'l meglio del popolo) indi accennavano a futuri consorti probabili e possibili, e da ultimo tiravan giù colpi mortali sui borbonieschi sgabellati e da sgabellare ad onore e gloria della chiesa truffaiuola.

E tutto codesto non bastò a Silvio, abbenché fosse e sia un vero genio di Polizia sazievolmente mascalzona. Di che, stando ancora in sull'organare le posse poliziesche e sbirresche, volle seco gente di Piemontesi da ciò, non già perché abbisognasse de' consigli loro od avesse l'animo a seguirli, sibbene per dimostrare ch'egli non solo conosceva lo spirito della egemonia padrona, e' mezzi pe' quali dessa solevasi rappresentare, ma che eziandio gli bastava la vista di aggiungere del proprio quanto valeva a maggiore e più sicuro profitto di tutti.

Ordinate le cose di tal guisa, il solerte Silvio potè fare a fidanza colle sue forze è correre la compagna poliziesca e sbirresca contro borbonieschi è contro quanti avevano la fisima di pretendere ad uomini.

Avendosi co' complici del ministero di Grazia, Giustizia e Culti, offerse loro due liste, una de' candidati e l'altra de' reprobi. In quella de' candidati tutta gente di casa; ed in quella de' reprobi quanti tenevano ufficio più alto e più lucroso, i quali dovevano cederlo a que' candidati di Napoli e delle provincie. Quindi d'improvviso sul lastrico le vecchie ed in trono le nuove livree.

E' non vi venga ora in mente di chiederci quali fossero i criteri che guidavano la Commissione per calcare gli uni e sollevare gli altri: era questione di pagnotta, non di giustizia, meno di convenienza, e meno ancora di umanità.

Non fu veduta mai al mondo tanta infamia di tristi, i quali, arraffato il monopolio della vita, della fortuna e della fama dei cittadini con arti di volpi, di scimmie, di anguille e di struzzi, abbiano in pochi giorni commesso tanti atti di rancore, di odio e di vendetta codarda di parte senza neppure avere buono o reo il merito di formare parte da sé.

Giovava improvvisare borbonieschi? Giù colpi da aguzzini alle vittime disegnate dalla libidine d'impero e di arricchire. Giovava inventare garibaldeschi o mazziniani per non avere chi strappasse di volto la bugiarda maschera d italianissimi? E giù a quanti li preferivano a codesti insigni furfanti ().

S' inaugurava l'era del governo riparatore: zitto dunque, scontenti.

E certamente quando Giandomenico Romano (il quale fu ordinato ad estirpare le male erbe borboniche ed a piantare gli alberi consortieri nel fecondo campo della universale dabbenaggine attonita, co' lumi spaventini e con quella potenza d'ingegno acuto ed arguto e con que' criteri di giustizia e di onestà che gli erano a mano, non toccando di quel sentimento di generosità verso i vinti, lealmente difensori della causa a cui avevano giurato fedeltà, in lui ed inquasi tutti i meridionali vincitori sempre vivo ed ardentissimo...) venne alla prova, la miseria ruinò dall'alto in basso a crepacuore estremo de' vinti; e la ricchezza e la onoranza proruppero dal basso all'alto a sbramare le passioni insaziabili de' vincitori senza combattere.

Il contingente de' Comitati fraterni non bastò a riempiere i vuoti lasciati da borbonieschi balestrati nella sùbita inopia e nella esecrazione, cui i diari al soldo spaventino destavano nell'animo delle nescie moltitudini.

E' ci fu Ministro di Grazia, Giustizia e Culti fra caporali della purgazione della maestratura napolitana, il già profilato unitario a chiacchiere ed a fatti livrea togata e quindi giurata di Ferdinando  II dopo i fatti di maggio del quarantotto, il misero leguleio empirico o burocratico, l'oscuro rivoltoso per calcolo, il politico senza storia patria ed universale, senza filosofia di storia e di giure, lo assetato di impieghi e di comando, l'ambizioso senza fondo e senza misura, il sarcastico e spudorato artefice di ogni maniera di trovati polizieschi in colore di trovati giuridici, () l'uomiciatto canonicale di forma e bruto schifoso di animo e di azione, il contennendissimo M. Pironti, il quale ora risplende di luce funerea siccome sole deprecato del sistema planetario della più feroce, inconsulta e matta riazione che mai governo civile tentasse, specialmente in condizioni quali sono di presente le politiche e sociali del mondo, di Europa monarchica in particolare, e più particolarmente ancora del famoso reame italico ammanito da teste e da cuori della tempera e della fatta della testa e del cuore di questo energumeno.

Costui in que' giorni ne' quali saliva l'astro della fortuna consortiera si piacque anche di recitare la parte di buffone. Invece di lasciarsi portare su per le ampie e facili scale del Palazzo delle Finanze ove aveva il suo uffizio, adagiato da Kaimacan sur una poltrona soffice, da parere una ricca sedia gestatoria, raccomandata a quattro capi di fune giranti per una carrucola attaccata verso il cornicione di quel edifizío colossale, si divertiva a farsi tirar su fino alla sede del suo impero incircoscritto ed insidacato, fino al settimo cielo.

A vederlo cosi elevarsi quello spauracchio di Temi, quella beffa della modestia, quell'assurdo del vero senso politico e sociale, anzi del senso comune, quale conosceva il messere intus et in cute si sbellicava delle risa.

Immaginarsi adesso fra lui, S. Spaventa e quel Paolo redivivo ch'è G. D. Romano (intimezza di U. Rattazzi!!!) quale magistratura si stasse creando! Vedete ora ch'ei, diventato estraparlamentarmente coefficiente massimo di un ministero aborrito dall'universale fin dal suo nascere, la mena pel ginepraio delle violenze giuridiche, vedete la sua docilità esemplare nel fare i di lui voleri.

Abiura insenseta la sua indipendenza, conculca la ragione delle leggi patrie, sagrifica tutto al nume della forza. E se qualcuno de' suoi al culto ch'essa presta a costui osasse opporre il culto che si dee prestare alla libertà di giudizio, alle ordinazioni giuridiche, a severi moniti de' prudenti, alla imprescrittibilità ed inalienabilità dell'esercizio del giure umano, alle civili e sociali consuetudini, a solenni pronunziati ed a postulati della scienza, alla giusta aspettazione degl'italiani (che di certo non si unificarono per servire peggio di prima, per vòtarsi più di prima, e per avere scuola la quale peggio di prima tirasse sagrestana e poliziesca a spegnere in loro le nozioni elementari della morale e sociale rettitudine ed onestà) è spacciato subitamente. Essa non si peritò, imperianie questo sbirro, questo marrano di Montuori in ag,giustacuore da gentiluomo, non si peritò perfino di conoscere delle cause di vera o falsa violazione politica delle leggi sulla stampa: cause che lo spirito statutario le aveva tolto e dato alla cittadinanza giurata, affinché non avesse a rappresentare l'assurdo giuridico di essere delatrice (Procura regia) o denunziatrice (ciò tanto è il medesimo) giudice (Tribunale penale invece della corte delle Assisie) e boia. Diciamo boia perché se essa accusa di maestà deve essere coerente a se stessa nel giudizio e nell'applicazione della pena.

Ben cercò di attanagliare la natura e l'intendimento de' reati di stampa, uscendo con biechi sofismi polizieschi; ma ormai Europa e! mondo civile hanno emesso l'inappellabile giudizio di condanna. Dessa e '! bifolco arcigno e gattone di Montuori sono ormai al bando della civiltà e del giure giure. Peraltro essa è tale quale fu creata da uomini nati col capestro sul collo, a quali non pare di essere padroni se non trattano di altri uomini come bestie da soma. Ma... a rivederci al vicino risveglio.

E se agevolmente si rinvenne maestrati di questo stampo, S. Spaventa ebbe eziandio la gloria di fornire la egemonia allobroga di Prefetti, Sottoprefetti, Questori, Ispettori, Delegati, Capitani, Tenenti, ec. di Pubblica Sicurezza, di Sindaci, di Giunte di Consigli Provinciali e Municipali (regolando l'esercito della libertà elettiva), di un mare di spie grandi e piccine, laureate ed analfabete, urbane e mascalzone, di un mondo di zaffi di brutto ceffo capaci di tutto, anche di andare per innocenti cittadini col pretesto di agguantare il corpo del delitto inventato, ed in effetto per recare e deporre questo corpo nelle case loro, onde perderli, come a dire cartelle falsificate () della Banca Nazionale o del Banco di Napoli, ed anche di tenere provvidamente il sacco a ladri ed omicidi.

E non diciamo nulla del provocare, contumeliare, schiaffeggiare, ferire ed uccidere per conto proprio o del governo, date certe occasioni e condizioni, o create certe necessità private o pubbliche.

La bisogna della Istruzione Pubblica dal nostro amico repubblicano domandata Distruzione Pubblica con codesto amorino di S. Spaventa, con quel magno viri L. Settembrini, con l'incomparabile P. E. Imbriani, con un R. Bonghi, ec., doveva procedere d'incanto. Un pre' Scavia, nullità superlativamente goffa ed enfiata di virtù pedantesche, burocratiche e poliziesche, un pre' Colomiati dal primus (!!!) novi principatus facinus, un Vismara, ed altra roba di magazzino loyoleo, calò dalle gelide rupi cozzie e graie ad istruire ed educare i discepoli di Pittagora, di Caronda, di Empedocle, di Teocrito, di Archimede, di Diodoro, di F. Gioia, di G. Bruno, di Telesio, de' Tasso, di Sanazzaro, di Campanella, di C. Porzio, di Giannone, di G. Filangeri, di G. V. Gravina, di G. B. Vico, di Coco, di Russo, di Briganti, ec., ec.! E quale istruzione! e quale educazione!

Costoro ed altri subalpini, impinguatisi alle spalle della ricca ignoranza meridionale per favore de' loro arguti ammiratori, cioè de' manichini del ministero cavouresco, alla loro volta dissero appo questo le lodi achee di personaggi sì preclari per dignità e per decoro.

Quindi eccoti una serqua di cattedratici meridionali, preti, frati, scimmie, liliputi del vecchio e del nuovo, zavorra appropriatissima a far ire a modo la barca del fosforo scientifico chiamato sole della sapienza istruttrice ed educatrice de' più chiari discepoli della Sacristia gesuitica e della Polizia politica dell'Attica subalpina.

Afferrato un gradino legittimo della scala del dottorato, i messeri, per la grande modestia loro, con le arti e le industrie della scuola sgobbon de' servi della pena, buttarono giù di una spinta chi stava su' gradini sovrani, e salsero sopra. I più vòti di scienza e di pudore, volarono. Infatti i palloni aereostatici, di natura loro ascendono sendo più leggeri dell'aria. Il nostro amico li nomina e stimmatizza tutti ne' Pellicelli d'Italia; ed ecco perché ora non vogliamo guastare lo stomaco parlando di Napoli, di Fusco e di altre simili beffe del profondo sapere.

Di Milizia S. Spaventa non ne sapeva, né punto né sa, ei che ha preferito sempre le soavi ed incruente battaglie socratiche alle acerbe e desolatrici de' castissimi Lacedemoni. Raccomandò alla generosità utile del ministero centrale di Torino quanti contribuirono seco a miracoli delle parate della G. N. per tenere in freno i borbonieschi, parte esulati spontaneamente e parte rintanati per paura della libertà, che veniva data da lassù e che si aveva a ricevere da mani sì intemerate.

Raffaele Conforti e Silvio Spaventa vollero ragionevolmente che il ministro delle Finanze trattasse l'articolo della ricchezza privata e pubblica così che nessuno degli esuli, de' banditi, de' parenti, degli affini e de' complici, tutti martiri nati e sputati, battezzati e cresimati, avessero più a ricordarsi del tempo infelice della loro miseria.

La ricchezza privata vollero creare per sé. La paga degli altissimi uffici che grancirono con singolare modestia, a quegli affamati non bastò.

Cavarono fuori la nobile ed italianissima speculazione del martirio. Allora i martiri li si moltiplicarono nelle mani. Fu detto a cauzione del pudore e de' principi di politica e di economia, che avere patito per la patria rigenerazione (Truffaldini!) dava diritto di rifarsi colla pecunia della patria. ()

Si accordarono tutti nell'accettare una massima cotanto grassa. Ma come fare con un Segretario Generale della Dittatura della tempera di A. Bertani?

Assalsero dunque il Dittatore di fronte e di fianco; ed il Dittatore; a cui la pecunia non toccò mai il nobile cuore e disprezza cordialmente cui se le prostituisca, stanco degli ignobili assalti, decretò il martirio loro fosse vero e famelico e quindi fosse giusto che chi non lo aveva ordinato né voluto lo pagasse di propria tasca.

Decreto mirabile e degno d'Italia in sul rinnovarsi con argomenti educativi di eroismo, di sagrifizi e di abnegazione!...

Il Decreto pubblicato a 23 ottobre nel Giornale di Napoli ordinava si prelevassero dalle rendite private de' borbonidi 6,000,000 dì Ducati in be' contanti e si distribuissero tra coloro i quali «furono carcerati, e condannati per causa politica o che furono violentemente espulsi dallo stato» (la Polizia espelleva eziandio spie maiuscole affinché lavorassero per lei colla corona di martiri in fronte).

Della distribuzione di que' se' milioni se ne seppe tanto o quanto perché i martiri non vollero mai dire quanti erano a partirseli. Filippo Boni, il quale dice la verità naturalmente non pensando essere debito dirla legalmente, usci con di certe sue tirate contro questa bazza del martirio meridionale, del suo prezzo, e della partizione del suo prezzo.

Non avesselo fatto! Coloro che avevano pappato legalmente quel ben di Dio, naturalmente lo convennero di calunnia; e dàgli dàgli lo fecero condannare, siccome probabilmente gli onesti e moderati (scheggie dello stesso zocco) cioè i cointeressati della Regia, lacerati dalle verità dette naturalmente da Lobbia, Martinati e compagni (quantunque moralmente e giuridicamente sostenute da C. Correnti, da Faccioli e da altre onestà note ed incontestabili) faranno condannare Lobbia, Cucchi e compagni!!! Caspita! a che dunque M. Pironti avrebbe violato cotanto le leggi del reame italico?..

Vero è che il già re Francesco II, invocando le leggi vigenti di codesto moralissimo reame, dianzi domandò se gli restituissero le ricchezze private; ma è vero pure che il ministero di codesto reame moralissimo rispose essere state distratte nello indennizzo de' danni recati dal di lui governo a liberi cittadini per professione di fede italianissima (!!!)—Risposta è questa da provare a chiunque che il governo italico è moralissimo di tutti i governi — Curiosa! il ministero risponde cosi; e molti de' martiri (poni fra costoro l'onorevole S. Morelli, l'illustre professore Zuppetta, e Tanti altri) de' se' milioni non ebbero manco tanto da comperare tre metri di corda per istrozzarsi... —Come va codesto?—Come va! converrebbe che i membri, i quali formarono la Commissione aristidesca delegata a distribuirli, numerasse i martiri che ne parteciparono e la somma loro data a indennizzo del martirio acclamato ad unanimità—E lo credete? — È debito — Ne dubitiamo forte — Perché? — Perché gli onesti e moderati sarebbero umiliati se dovessero rendere conto della gestione della cosa pubblica.

E' sono meglio di nove anni che amministrano la pecunia pubblica e che suggono ingordamente il sangue del popolo senza manco degnarsi di presentare i bilanci del primo triennio.

E vorreste ch'eglino stessi discendessero fino a giustificare l'uso fatto della inezia di venticinque e più milioni di lire, le quali infin de' conti erano cosa loro per decreto dittatoriale?...

Sta bene. Vediamo che cosa fecero della pecunia pubblica se non possiamo saperne una dell'uso della privata—Ahi misero! Scialoia, Trinchera, Sacchi sono forse bimbi?

Scialoia lorché diventò Ministro della Finanza del reame di riparazione rese conto dell'uso della pecunia pubblica?— Ma Sacchi stampò un libro cabolistico in cui vi aveva un abisso di cifre finanziarie, amministrative, di osservazioni economiche, ec.

Dunque gli onesti e moderati che ressero e moderarono la cosa pubblica di Napoli lungo la Dittatura e la Luogotenenza vennero all'abbaco e uscirono di banco senza macchia e senza paura. Che rispondete? —Quel fiore di compitezza cavalleresca, A. Ferrero Della Marmora, un di (era Ministro della guerra) interrogato da un Onorevole a rispondere a certa sua domanda, rispose: «rispondo che non rispondo nulla.» La stessa risposta vi do; non ne meritate altra migliore voi, che mostrate di aver letto colla parte postica il resconto sacchesco.

Questa dunque era la brava gente, la gente a pruova di bomba, la gente da fabbricare la unificazione italica nel patrificio della ignoranza, dell'ambizione, della insaziabilità di gradi, di onori e di larghezze, della oltracotanza sbirresca, del livore e della vendetta personale, della calunnia, della perfidia, della violenza giuridica, della sfida e del conculcamento della privata e della pubblica coscienza, della menzogna ufficiale, della immoralità di despotismo disfrenato, e, diciamolo ancora, della negazione di Dio e della umana natura.

Questa peste di uomini inverecondi, ordinati da Cavour di mandare il sor R. Conforti prima e poscia pre' F. De Sanctis a portare al Dittatore in Caserta la intimazione di cedere a regolari il terreno conquistato colla bandiera e col nome del principe allobrogo, e nel medesimo tempo che gli aveva fatto dirizzare da questo la lettera a cui si accennò più in su, dall'incompleto loro automa illustrato ottennero che telegrafasse al De' Virgili e Teramo nell'identico senso con cui aveva telegrafato contemporaneamente in Giulia ad A. Tripoli; e quindi che preparasse l'animo dei suoi a riporre la spada nel fodero ed a tornare d'onde erano partiti, lasciando in asso Italia ed individuando ogni cosa in Vittorio Emmanuele; e cosi si contraddicesse di principio e di fatto: contraddizione da cui germinarono le dissidenze, la ragione di nuovi ed improvvidi tentativi, le facili vittorie degli avversi, e quindi la presente divisione, debolezza e rovina nostra.

Tanto ottennero gli esuli, i banditi, i parenti, gli affini gli amici e’ complici loro; e tanto non bastava finché G. Mazzini, già segno alle insidie poliziesche e sbirresche della idrofoba egermonia allobroga, rimaneva a Napoli accanto a Garibaldi ed a suoi.

Non importava loro di averlo reso ridicolo dal quarantotto in là militando sotto la sua bandiera per farsi largo più sicuramente paladini del principato; e quindi, apostatando scovertamente, di essersi attelati sotto la bandiera savoina ad abbattere la propria.

Non importava loro di avere inverso le ragioni dei termini del Programma Italia e Vittorio Emmanuele col mezzo de' più fedeli alla bandiera abiurata, ingannati miseramente dall'italianismo della egemonia macedonica () de' subalpini, di cui erano automatici rappresentanti.

Non importava loro di sedere pro tribunali facendo scempio della libertà ancora innanzi che il popolo suffragasse per il principe allobrogo abdicando all'esercizio diretto de' suoi diritti imprescrittibili ed inalienabili (): avevano di mestieri che G. Mazzini andasse in malora.

Eppure G. Mazzini, che presenziava l'ultimo scorno de' suoi, di que' di si occupava a catechizzare le donne ed a sfogarsi con quelli de' suoi, i quali troppo tardi si accorsero di aver tratto le castagne delle brago cocenti per impinguarne gli avversi!

Lo fecero partire, invocando, ottenendo a Prodittatore l'ebete politico G. Pallavicino (di cui C. Cavour fu usante come di coperchio per covrire la merce del Comitato Centrale) ed inducendolo a metterlo in coscienza, gli dimostrando come due curve disuguali che s'intersecano in un punto dato fanno rettangoli opposti uguali tra loro, qualmente col voler egli persistere a rimanere a Napoli operasse opera d'itàlicida.

Anche questo toccò sentire al pover'uomo ch'ei, il quale aveva fiato tanto e più di tutti per raccendere nei petti italici il fuoco di patria reintegrazione, fosse diventato peggio di Carlo Felice re di Sardegna, peggio di Francesco IV duca di Modena, peggio di Ferdinando I re delle Due Sicilie, peggio di Metternich e di Radetzski, peggio del pontefice Gregorio XVII E, ahimè, che glielo avesse a dare proprio un martire dello Spielbergo, inconscio faccendiere del principato costituzionale!

E se ne andò, non per non guastare, sibbene perché la improvvida pieghevolezza di Garibaldi guastò il disegno cui sperava incarnare colla confusione di mezzi di contraria natura e di oggetto ripugnanti tra loro.

Se ne andò perché doveva tornar da capo, epperò cospirare contro il genio del male; e, cospirando, conficcarlo; e, conficcatolo, proclamare il regno della libertà, della fratellevolezza e della uguaglianza: lavoro reso indispensabile da quello stesso genio di conquista e di tirannide.

Adesso gli esuli, i banditi, i parenti, gli affini, gli amici e complici loro, non hanno più chi li attraversi nel compimento dell'opera della conquista, della spogliazione, del liberticidio, della calunnia.

Adesso que' pellicelli s'insinuano più profondamente nella vita della povera Italia e ne ammorbano e corrodono miseramente gli stami e ne inciprigniscono le piaghe e la riducono in carogna.

Adesso s'industriano a coonestare il fatto matricida colla ragione men dace della novità del reame, del bisogno di procedere sicuri, ripetendo nefari a squarciagola: chi non è con noi, è contro di noi, della convenienza di far legittimare tutto dal popolo che non sa nulla e ch'eglino fanno girare e rigirare come fa il cerretano delle figurette del Mondo Nuovo.

A due cose pensano. Una è di trarre questo popolo emancipato ad abdicare a suoi diritti sovrani imprescrittibili ed inalienabili, e di conferirli altrui.

L'altra è di trarre questo popolo, dopo averlo ridotto nuovamente mancipio dell'arbitrio sacro ed inviolabile infrangiato costituzionalmente, a deputarli alla Camera legislativa per condurre la bisogna di leggi, le quali a furia di proibizioni e d'imperi lo riducono ad automa cencioso.

Alla prima sarebbero venuti difilato se fra quelli di parte davvero monarchico-costituzionale (un tempo repubblicanoni sic) non ci fossero stati uomini da capire che cosa significasse a casa del mugnaio di Leri l'annessione incondizionata.

Questi, alzando la voce, fecero loro intendere non dovere ne potere il popolo credersi incondizionatamente a chi adoperasse a fargli cambiare di basto, e non più.

Il popolo imporrebbe la sua volontà sovrana mettendo per condizione al principe (cui eleggerebbe ed a cui non si darebbe) di unirlo. e renderlo libero con qualunque altra famiglia italica. Ed ecco doveri pel principe e diritti per il popolo. Abbastanza in tre mesi, anzi troppo il popolo avere veduto ed inteso; essere persuaso ove lesi menerebbe col governo della subdola equivocità e della violenza giuridica di uomini ambiziosi, ingordi, rapaci e schifosamente deditizi e mercatini; e ripugnare al di lui animo lo lasciarsi incatenare un'altra volta, e per uomini i quali non si vergognarono di bandirsi martiri d'italianismo libero e quindi suoi amici svisceratissimi.

Allora il borbonide era ancora co' suoi fra le mura di Gaeta; la nazione mostrava i denti; e la democrazia pura insultata nell'esercito meridionale metteva, fuoco e spiriti di vendetta. Incaponirsi per annessione incondizionata era stoltizia da far loro perdere vacca e cavezza. E per questo si rilasciarono.

Per verità si sentirono mancare il fiato perché temevano non forse Zuppetta, Libertini, Miceli ed altri ostentassero di essere monarchicostituzionali puro sangue, ed in sostanza fossero d'accordo co' mazziniani per muovere il popolo già offeso a suffragare per repubblica.

Alcuno di que' camorristi politici giunse perfino a dire che parte borboniesca, veduto il malo modo con cui procedevano le cose sue, pur di non darla vinta della mano a cavoureschi, avesse deliberato di unire i suoi suffragi a que' de' garibaldeschi, ch'essa confondeva in tutto e per tutto co' mazzipiani.

Dunque, a non perdere tutto, fattisi capitare da Torino i famosi cartelli col e col no, li distribuirono fra parenti, affini, amici e complici, fra propugnatori di annessione condizionata; e tutto andò d'incanto.

Il popolo australe d'Italia formulò il modo dell'annessione col suo Plebiscito così che, ove il principe non adempia al debito cui imposegli, di diritto può riassumere l'esercizio diretto delle sue attribuzioni sovrane.

Gli esuli, i banditi, i parenti, gli affini, gli amici e' complici loro, simulando gesuiticamente letizia, osannarono al fatto col fiele nel cuore. Peraltro si confortavano, poiché arguivano ch'essendo sacro ed inviolabile (finché il giure umano non patisca detrimento da’ fatti suoi, che sopra questo giure nulla v'ha di sacro e d'inviolabile) all'eletto non mancherebbero uomini di consigli arguti e di propositi decisi pe' quali il Plebiscito tornerebbe innocuo all'esercizio del giure sommo.

E codesti uomini erano dessi gli esuli, i banditi, i parenti, gli affini, gli amici e' complici loro. Che roba! E poiché codesti uomini da consigli irretivi e da propositi liberticidi dovevano essere provati al croiuolo delle urne elettorali, si sbracciarono tosto a Napoli e nelle provincie a dire e sagramentare ch'eglino soli, siccome martiri (nominati) della patria redenzione, dovevano rappresentare i diritti de' pecori a quali surrepirono un voto, per cui rinunziavano all'autonomia di persone sovrane e giuridiche. Ed i pecori del Plebiscito non li conoscevano manco!

Eglino, per non perdere tempo a narrare loro che cosa avessero fatto per meritare l'illustre nome di martiri, se e quale fede avevano ed avessero avuto, se fosse stata sempre la stessa, quale programma politico e sociale intendessero di attuare, se per incarnarlo conoscessero l'indirizzo de' negozi del mondo consumatore e produttore, e peculiarmente le persone italiche, la condizione loro morale, politica ed economica, i bisogni, le aspirazioni legittime, ed i suoi diritti, e via dicorrendo, scrissero i loro nomi spettabili sur un boccone di carta; li fecero imprimere; li spedirono a ciascuno dei Collegi elettorali delle provincie di qua del Faro; e s'imposero.

Altrettanto adoperarono quelli di Sicilia. Chi avrebbe  osato contrastar loro la palma?

Usciti tutti siccome gemme le più preziose dell'urna prudente e devota, gli uffizì della Parlantina allobroga fecero confermare ciascuno; e ciascuno entrò nella Parlantina allobroga colla mente a Cavour e col cuore alla greppia.

Col meglio de' Siculi eglino concorsero sempre a formare la maggioranza di Parlantina e quindi ad essere affermazione fedele delle proposte di ogni ministero.

Se dessi, anziché andarsene con ogni ministero per avere da ogni ministero qualunque voglia loro, fossero rimasi con il famoso Programma Italia una con Roma capitale del Plebiscito de' loro, cui avevano riaffermíto in Parlantina (ispirante Cavour, il quale di costi voleva cavare forza da far rispettare dalla diplomazia il fatto compiuto col voto unanime e solenne de' rappresentanti di un popolo diventato arbitro di se mercé le vittorie da lui riportati sopra i suoi tiranni di corona) non avremmo avuto il fratricidio di Aspromonte, il sangue di Torino, la Convenzione settembrina (prostituzione del giure nazionale alle insolenti intimazioni della corte imperiale di Francia melate di promesse traditore), non avremmo avuto Mentana, non i capestri polizieschi, non le permanenti violenze giuridiche de' ministeri, non l'abuso della forza brutale, non questo postiema che di di in di s'infossa viemmaggiormente nelle membra della nostra patria, il bancocratismo spogliatore e 'l militarismo provocatore e pronto a ribadire le nostre catene entro un mare di sangue.

Si, a Deputati meridionali, ad essi, ad essi soli Italia dee le presenti oppressure che la travagliano, la tisi morale che la consuma, l'insulto straniero che la raumilia, la immoralità che la risolve e la rende dispetta ed aborrila, nonché la prossima fallenza, effetto logico e necessario della mostruosa insaziabilità nel divorare, propria de' ventricoli della lurca mandra tigresca de' complici del crimine di maestà nazionale, tutti compresi, nessuno eccettuato.

Dalla fisonomia, dalla fede e da fatti di simile bruttura politica, economica e sociale potete argomontare sicuri alla fisonomia, alla fede ed a fatti della maggioranza cittadina delle plebi urbane e campagnuole.

Quindi la maggioranza cittadina di Napoli era un coreobato vestito da Arlecchino, la quale, a cenni taumaturghi della verga magica de' Truffaldini martiri suoi, dalla corda borbonica aveva spiccato un salto sulla allobroga, e danzandovi su a suon di nacchere e di zampogne sorrideva al ben di Dio della Polizia, della berrovaglia, del pretoriano, dello strozzino, ec., od a quella felicità tanta che viene dal denaro cavato dall'esercizio del nobile mestiere di spia, di sbirro, di ruffiano, di bancocrate e di aguzzino dell'umanità.

Su per giù tali i napolitani che rimanevano ().

E quelli che andavano?


vai su


CAPITOLO-V

«Vexilla regis prodeunt —Le difese di Capua e di Gaeta vacilla—no —11 Volturno — Capua cede e Gaeta è perduta — I re dileguano—Due parole da onest'uomo a cui le voglia sentire.»

Dalle vette de' monti levantini la rosea aurora annunziava l'avanzare del sole che in Napoli doveva risplendere per l'ultima volta sulle armi borboniesche.

Precedutele come chi le capitana, il principe ed i suoi del sangue le affidarono all'amore ed alla fede de' loro generali, benché a qualcuno. di costoro dovessero in parte la perdita di quasi tutte le provincie del reame.

Appena spuntato il di, ordinate di non rispondere a quale si fosse provocazione cittadina, e solo di attenersi alla difesa ove fossero state assalite da qualche orda cittadina di armati, le armi borboniesche movevano da Napoli seguendo il principe a Capua ed a Gaeta.

Il Comitato Centrale di Napoli aveva prevenuto del fatto la temperata e civile maggioranza cittadina de' plebei Lestrigoni e Lotofagi. Quindi. dalle finestre, dagli usci e dalle piazze dessa salutò fraternamente la loro triste partenza con fischi, con voci postribolesche di scherno, con maledizioni ed imprecazioni.

Dessa che tre giorni prima non osava alzar lo sguardo sbiecato contro gli Uffiziali dello stato, allora tolse subita a mostrare cosi il suo coraggio eroico, la educazione ed umanità sua. E fu mille tanti più procace e villana ne' detti e ne' modi quando i due famosi eserciti aggressivi e conquistatori, circondatele da terra e da mare, e fattele miserissimo bersaglio alla terribile violenza de' loro fuochi, le costrinsero alla disperata dedizione, e quindi a subire le ragioni di una vittoria fratricida.

Riversatele per le vie di Napoli cacciandone i militi sparnazzati per caverne e per isole, là all'insulto della fortuna fecead esse inorridire confuso quello degli uomini concittadini e fratelli loro. Ed anche alcuni ch'erano stretti con esse da intimi legami di sangue e di amicizia le contumeliarono co' modi osceni di una plebe bestiale e compera.

Costoro cosi confidavano di guadagnare qualche cosa mettendosi nella baraonda mercatina da cui in que' difficili momenti temevano venissero fratture di ossa più che unta pagnotta. Dio misericordioso potrà perdonare a tanto abisso di viltà: noi ci contenteremo di considerarlo nella sua nefandezza, schernendolo compassionevolmente con civile pietà.

Il principe e la sua famiglia anteposero prudenti al capuano l'asilo gaetano. 11 principe ed i fratelli incominciarono per que' posti pieni di funesti presagi a voler essere paladini. E non l'erano punto; e, se mai lo fossero stati, era troppo tardi per le ragioni ormai note al lettore.

I loro generali non avevano ne potevano aver fede in una riscossa con l'esercito garibaldesco incalzante da tergo e I regolare sardo prorompente di fronte e di fianco con armi terresti e marittime.

In alcuni forse parlò forte il sentimento di onore militare; e per questo attestò gli avversi. In nessuno genio guerriero; e l'Ulloa, pur gagliardo, valeva meglio un mezzano diplomatico che un abile ordinatore di giornale campali. Il resto meno di vulgarità casermatiche buone per gli spettacoli di parata.

Il fatto si è che, quantunque attorno alla bandiera del principe si rannodassero oltre a 49m. uomini disposti a voler vincere o morire, Salzano, Ritucci, e gli altri caponi, non provvidero manco ad una ragionevole difesa. Avvegnaché la linea del Volturno ne' posti i più muniti dalla natura lasciassero occupare dalle battaglie garibaldesche. Anzi furono tanto incuranti di que' posti da porre in Caiazzo, munitissimo fra essi a cavaliere del Volturno, un lievissimo presidio, senza badare a fortificarlo e renderlo inespugnabile cogli argomenti dell'arte bellica. E fu loro tolto, benché poscia ritolto; da garibaldeschi.

Da quella del Garigliano era già apparsa l'avanguardia delle genti sotto la condotta di Cialdini e di Fanti; si era inoltrata in parte fino sotto Capua a crescere nerbo a garibaldeschi; e Capua stessa, questa rilevantissima fortezza, era caduta; ed eglino non avevano ancora pensato a quella ragione di difese, le quali permettono a duci supremi di armi grosse di disporne all'uopo in diversi punti ed all'uopo di raddensarle in un solo contro il maggiore sforzo nemico.

E se, vedendosi sempre più angustiare di spazio dalle genti nemiche, benché fosse indarno, divisarono d'improntare con tutte le loro battaglie contro i preparati garibaldeschi, sperando colla disfatta di cotestoro di volgere sicuri sulla capitale, e prendendola di frustrare gl'intendimenti invasivi e conquistatori della egemonia allobroga, sì lo fecero da perdere anche il prestigio di che si sogliono colorire i supremi conati della. disperazione.

Le uscite di Capua fino al primo ed al secondo di ottobre dissero chiaramente che ne' soldati vi era animo di pugna guerreggiata e fede nella vittoria cruenta; e ne' capi loro inettezza e boria paurosa, e forse desiderio di affrettare in qualche modo la fine di un dramma nuovo in cui le parti del ridicolo contendevano la palma a quelle del serio e le ragioni della tradigione e della codardia la disputavano a quelle della moralità e dell'onore, della virtù e dell'eroismo.

Infatti i borbonieschi uscivano da gagliardi e rientravano nella fortezza di Capua sempre frustati, decimati ed incalzati alle reni. Le maggiori prodezze furono riservate a cannoni della fortezza quando i garibaldeschi, i quali non misuravano mai pericoli lorché era da glorificare il genio delle armi cittadine, si spingevano tino sotto le mura capuane inseguendoli ne' passi della fuga.

E le fecero davvero, e non al 5 settembre lorché appo la cascina Vitale e ne' dintorni di Virilasci la colonna Spangaro principiò a scaramucciare per conoscere il polso nemico, ma a 19. In questo di i garibaldeschi deliberarono di assalirle di qua e di là del Volturno; e le assalsero.

La brigata Puppi ch'ebbe l'onore della giornata, dopo sforzatole alla ritirata e bistrattatole con terribile attacco alla baionetta (attacco condotto dal Capitano conte Pontotti friulano, il quale comandava al IV Battaglione) ed inseguitole mane e sera del medesimo di fino alla porta della fortezza medesima, naturalmente dovè deplorare la perdita di molli bravi, ciò là dalla Stazione, a due passi dalla stessa fortezza, e dalla spianata che le si allarga dinanzi, non aveva difesa al fulminare de' cannoni de' forti di quella.

E quindi il Brigadiere Puppi, quella patria ed eroica onoranza chiarissima, fu spento, non da borbonieschi fuggiti e ruinanti a precipizio nella fortezza, sibbene da que' coraggiosi ed eroici cannoni eminenti sul capo de' garibaldeschi prodighi del loro sangue al riscatto della patria comune. E di questo non fa motto pre' B. Cognetti nel Pio IX ed il suo secolo.

Siccome non rilevò che l'intento dell'azione della brigata Puppi era di tenere in iscacco i borbonieschi di qua del Volturno acciocchè una parte delle genti garibaldesche, varcato il fiume medesimo, improntassero sul presidio borboniesco di Caiazzo e gli togliessero quel posto. Lo che fecero nello stesso giorno 19.

E noi abbiamo detto che i borbonieschi ripresero Caiazzo; e mente pre' B. Cognetti dicendo che lo ripresero quantunque ivi i garibaldeschi «fossero stati rafforzati dalle truppe del Medici.» invece diminuirono di numero.

Chi era fortissimo al loro paragone? Pre' Biagio lo sa a memoria: era il Brigadiere Colonna mosso a quella impresa con Won Mechel , il quale guidava una grossa riserva. Ma che giovava aver ripreso Caiazzo se non si passava il Volturno e non s'irrompeva contro la linea garibaldesca, che da S. Angelo si stendeva a Maddaloni?

Conveniva avere l'abilità ed il coraggio di sgominarla e d'impadronirsi delle posizioni lasciatele prendere di qua del Volturno e piombare diritto su Napoli e riporla sotto il freno soave del soavissimo figlio della venerabile per decreto!

Così si avrebbe potuto aggiustare fede a pre' Biagio che colla sbottoneggiata sua storia infarcita di bubbole avute siccome presente raro dal rantoloso ministero di Gaeta, celebra quale fatto guerresco degno di memoria quello di Monte Vairano in cui i pretoriani del suo padrone molestarono la ritirata da Piedimonte d'Alife di un manipolo di prodi al condotto di Esudafi, e gongola stolidamente di piacere riportando dalla Guerra d'Italia di W. Rustow (p. 113) le seguenti parole: «dopo» due soli tiri fatti dai napolitani, fu colto da timor panico» (il Reggimento Dunne) e fuggi a spron battuto.» Quasiché Rustow, che pure intinge involontariamente la sua in un po' di odio di razza, attribuisca per tale fatto genio guerriero a soli borbonieschi e quello de' conigli timidi a garibaldeschi.

Se i prodi e fedeloni del borbonide avessero avuto questo genio funesto, e que' due battibecchi fossero stati due vittorie davvero o che non avrebbero i primi passato il Volturno fra lo scaffo di Caiazzo e Formicola o Limatola intanto che i fratelli sbucando dalla fortezza di Capua simultaneamente avessero girato per la estrema sinistra della linea delle battaglie garibaldesche? Così queste non sarebbero state colte da due fuochi con la loro disfatta irreparabile? Perché non lo fecero? Eppure la XVIII Divisione Bixio non era peranco giunta sul terreno! ().

Non avevano letto sul Giornale di Napoli che a 24 il Dittatore ingiungeva a De Virgili ed a Tripoti di accogliere fraternamente i Piemontesi volgenti al reame e li a guadagnarne le frontiere? Ed aspettare a muoversi fino al I ottobre? E riunire tanto tardi le armi di Capua e di Gaeta cacciandovi dentro re Cecchino, fratesi e lo zio per rattristarli con lo spettacolo di un cruento insuccé (), lasciando cosi quasi indifesa la linea del Garigliano intantoché sopravi ingrossava l'oste formidabile de' subalpini? Se non fu tradimento, fu incapacità ed improvvidenza. E, se niuna di queste cose, fu paura sicuro.

A' fatti, i borbonieschi non la spuntarono. Dica pure il sig. G. De Sivo colla bocca della Gazzetta Ufficiale di Gaeta che in quel dì «alcuni Reggimenti non avevano ubbidito» all'ordine di cuocere la carne», che «qualche altro arrivava allora, onde s'ebbero a mandare i soldati alla pugna a chi stanco, chi col solo pane» (); e tutto codesto per dare maggiore risalto alle vane prove de' suoi, ché tanto di certo non gl'impedirà di concludere che se fra S. Angelo e S. Tammaro eglino mostrarono il soldato italiano di qualunque regione sia non cederla in valore a nessuno straniero, mancando del vero obbietto dell'eroismo patria e libertà., dovettero indietreggiare avanti la bandiera di chi pugnava appunto per la patria, se non libera, una. Infatti, benché la presa di S. Angelo in Formis avesse solennemente legittimato il titolo di valorosi ad alcuni borbonieschi; benché gravi perdite toccassero i garibaldeschi dalle Brigate Barbalonga e Polizzy, specialmente la XVII Divisione Medici, e più che gravissime le genti capitanate dall'intrepido generale G. La Masa; benché que' borbonieschi fossero di battaglie agguerritissime, al povero storico fu mestieri osservare che il generale Afan De Rivera, infelissimo in Sicilia, in quella giornata «era stato lungi dalla pugna» e «che i Brigadieri Barbalonga e Polizzy, coi soldati stanchi, sedettero sugli allori.» — Quali allori?..

Von-Mechel fece meglio per avventura improntando sulla destra dell'esercito garibaldesco? No. Se Rivera, Tabacchi e Sergardi non ruppero la destra de' garibaldeschi ei non s'aprirà la via per Napoli attraverso la sinistra.

Venga pure ad aiutarlo il pugnace Tabacchi rinfrescato di forze dopo il riposo preso sugli allori mietuti. Vengano tutti i borbonieschi: indietreggieranno colla fronte nuda di quegli allori tanto poco invidiabili. Se il colonnello Heberardt, il fucilatore di Aspromonte (!!!) avesse occupato le alture di S. Agata de' Goti anzi che limitarsi a tenere il mulino di Valle ed il pendio che conduce al Ponte; avvegnaché l'oste per quella via trascurata ed indifesa potesse drizzare sicura su Maddaloni ed inoltrarsi tanto da prendere di schiena tutta la linea (errore simile a quello commesso da Sacchi () rispetto a contraforti pennini che, digradando da S. Angelo a Maddaloni, serpeggianti frastagliano intorno a Capua le terre della Campania Felice bagnate dal Volturno (): posti che,  non occupati da garibaldeschi, costarono loro tanto sangue il 1 e 'l 2 di ottobre il Won-Mechel non si sarebbe impossessato di Monte Caro, di S. Agata, del Ponte di Valle, ec. minacciando ad una volta Maddaloni e Caserta (). Ma che? I borbonieschi si fransero al centro della sinistra garibaldesca ove ruggia il leone di Modena, il cavaliere senza paura, il Maggiore P. Spinazzi.

Questi, ripetendo a Villa Gualtieri le parole del Dittatore: qui si dee vincere o morire, precedendo i suoi si scaraventò su loro alla baionetta; subitamente li atterri; volse in fuga precipitosa; ringagaliardì l'animo della sinistra, che stretta e compatta gl'incalzò respingendoli da tutte le posizioni occupate.

Rotti a Maddaloni e pesti dalle artiglierie di Caserta, riguadagnando la via, in moltissime parti montane paurosamente sparnazzati, di assai caddero prigionieri sulle alture di San Leucio, di Caserta Vecchia, di Castel Morrone, e via via.

Non sappiamo ora perché il nostro Senofonte in sessantaquattresimo, pre' B. Cognetti, a p. 482 del Libro VIII del Pio IX ed il suo secolo, abbia avuto il muso di dire:

«era stato un duello terribile, che, ripetuto, doveva essere» fatale ai garibaldini, sgominati (!!!) per la quantità di morti e di feriti.»

Almeno suo compare De Siro ebbe il pudore di confessare che gli eroi di Francesco II riposarono sugli allori! Con questa frase adonestò quanto di più reo possa fare un esercito innanzi all'oste che gli mette sul naso la punta della spada.

Il due ottobre decise irreparabilmente della sorte della campagna e quindi di quella del borbonide coronato.

I borbonieschi volsero celeremente su quel del Garigliano lasciando a Capua un presidio di poco nerbo.

I garibaldeschi si fortificarono mirabilmente colle proprie artiglierie e con quelle che loro furono mandate dall'esercito piemontese.

Qui noi sdegneremmo di narrare, se non fosse compito nostro discutere sugli avvenimenti di allora, gli ultimi scappelotti che si scambiarono fraternalmente tra loro i pretoriani del borbonide e quelli dell'aimonide o beroldide () di corona. Ma se fossimo storici, che avremmo da dire? Dopo il ragionto finora qual non vede il destino serbato a Capua ed a Gaeta?

Nè ci punge vaghezza intenerire alcuno pingendo le angosce del principe incatenato a Gaeta e 'l disperato coraggio e la tardiva generosità della bavara sua consorte; né manco rattristeremo gli animi sacri all'onore recando fuori il modo con cui Pianelli si diede all'oste co' suoi dopo che Scotti ebbe pagato largamente lo scotto a Cialdini al Macerone; dopo che la linea del Garigliano era stata superata da costui, avendola abbandonata Barbier de' Tinan (!!!); e dopoché dal Garigliano al Liri e dal Liri al Volturno tenevano il campo que' dell'aimonide.

E che gioverebbe al popolo se facessimo ritratto del modo con cui i pretoriani allobroghi bombardarono ed ebbero Capua, consigliante alla dedizione il Generale Cornet, il quale si era convinto quanto potesse l'eroismo chisciottesco del Colonnello Lagrange?

E che gioverebbe al popolo sapere da noi quante bombe ci vollero per indurre il capetide clamidato a snidare di Gaeta e rifuggiarsi sulla Muette per ire in esiglio perpetuo? E che gioverebbe al popolo apprendere le paternali da codesto principe dirette a suoi pecori per sempre perduti nell'atto della sua incompianta ed oscura partenza?

S'intende dire di Vittorio Emanuele di Savoia, l'autore della Casa del quale chi pone sia stato Aimone gallofranco di gente) e chi Beroldo (di gente teutonica pura); e nessuno ha ancora provato debitamente a cui la si debba riferire. Eppure la non conta più di nove secoli o giù di li! Ma che sia di origine gallofranca o che lo sia di teutonica pura a noi non fa punto. Ci basta che non è di sangue latino o italico.

Sapete che cosa giova al popolo? Al popolo giova sapere che i pardi coronati se ne vanno, benché sacri ed inviolabili. Gli giova sapere che in meno di uno anno si è disfatto di quattro di questi eterni violentatori del suo giure imprescrittibile ed inalienabile. Gli giova anche sapere, che itosene! absborgo, per conto del re del triregno la è spacciata, perocché Roma sia appartenenza degl'italiani (cattolici o turchi) e non del mondo cattolico (figura rettorica dei sa. eTestani). Gli giova sapere da ultimo che quello principe, che si è tolto per elezione, punta la sua legittimità sulla virtù di un Plebiscito, il quale è contratto bilaterale, la cui obbligazione cessa quando uno de' contraenti non ne adempia le stipulazioni.

E codeste stipulazioni furono adempiute?

La Corona guai Consiglieri elesse? Ed i Consiglieri della Corona quali uomini le proposero per il maneggio della pubblica cosa?

E que' Consiglieri e quegli uomini che cosa sapevano? Che cosa volevano? Che cosa facevano? Che cosa sanno? Che cosa vogliono? Che cosa fanno?

Che cosa è Italia?

Per essa sono rinnovate le condizioni stesse per le quali furono balzati nell'esiglio ed esautorati gli altri principi? O tutto procede con ordine, con giustizia e con libertà?

Ecco quello che formerà il soggetto degli studi del Libro III.

FINE

ERRATA CORRIGE

IERRORCORREZIONI
Pag. Linea26 avvocato Calvinoavvocato E. Donatelli
21»7 conserfironoconvertirono
30»1 ch’elch'é
44»9 investituireinvestiture
47»20 lo sonfalo enfia
81»1 politici devoto vederepolitici. Voi dovete vedere

ad occhi ohi ubi od ovead occhi chiusi ove
105»29 segni quelsegui quel
134»28 a suo postoa sua posta
141»6 GuzzolettiGazzoletti
141»17 sobrie pesosobrie spese
150»32 A. RattazziU. Rattazzi
160»28 RinaldiRambaldi
161»31 RinaldiRambaldi
162»44 Piccolo CorrierePiccolo Giornale
164»35 cognizionecognazione
164»36 Piccolo CorrierePiccolo Giornale
171»1 FasolisSpagnolis
173»1 M. MarchiM. Macchi
173»20 macchiandomacchinando
184»12 proclamatoreproclamato
289»83 rattazzinianarattaziana
212»12 ci manifestòsi manifestarono
213»34 ColucciCatucci
215v23 chasseptschassepots
226v41 RaciappiRacioppi
229v38 gli saltògli saettò
244»8 WeshingtonWashington
244»29 Guaranis o degliKerandis degli umani
»umani KerandisGuaranis
251»25 A. AvezzanaG. Avezzana
272»9 TuraciaTorraca
318»34 SolseroSalsero
343»38 CorraoFirao























vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del Webm@ster.