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LA CIVILTÀ CATTOLICA

ANNO DECIMOQUINTO

VOL. X.

DELLA SERIE QUINTA

ROMA

COI TIPI DELLA CIVILTÀ CATTOLICA

1864

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Luglio 2016

IL TRATTATO DI LONDRA E IL TRATTATO DI ZURIGO

I.

Ragionevolezza di subordinare l’osservanza

dell’un trattato all’osservanza dell'altro.

Chi si pone a considerare con qualche studio la quistione danese, che è l'evento a cui sono oggidì attirati principalmente gli occhi li tatti, non può fare che non vi scorga una grandissima analogia colla quistione italiana. Nell'una e nell'altra è impegnato il così detto principio di nazionalità; nell'una e nell'altra si avvera il fatto compiuto d'un'occupazione militare; coll'una e coll'altra sono connessi riguardi di ordino universale; nell’una e nell’altra è involta la fede da serbarsi ad un pubblico trattato, non ancora eseguito. Il trattato di Londra vuol mantenuta l'integrità della Monarchia danese; il trattato di Zurigo vuol serbali i diritti de’ diversi Principi italiani, con non altra unità nella Penisola, che la federativa. Ambitine questi trattati rimangono tuttavia sospesi.

Or a noi sembra non poterci essere stravaganza sì matta né capriccio sì irragionevole, come quello di pretendere assolutamente l'osservanza del primo, senza concedere al tempo stesso l'esecuzione del secondo. Ciò apparirà evidentemente dal breve parallelo, che istituiremo tra l'uno e l'altro.

Noi diciamo: Tutte le ragioni che militano per l'adempimento del trattato di Londra, militano ancora, e con assai maggior forza, per l'adempimento del trattato di Zurigo; e nessuna difficoltà può proporsi contro di questo, la quale non sia più verace e di mollo maggior peso contro di quello. Veniamo alle prove.

Perché dee osservarsi il trattato di Londra? Perché vi è impegnata la lealtà e l'onore delle Potenze, che lo sottoscrissero; e perché vi è legato l'interesse di varii Stati europei. Or l'una e l'altra di queste ragioni valgono ancora e più fortemente pel trattato di Zurigo. E di fermo, non fu esso altresì sottoscritto in nome della sacrosanta ed individua Trinità da tre Principi cristiani? Non costituisce esso altresì un pubblico contralto internazionale, che lega in faccia a Dio ed al mondo la coscienza e l'onore de’ suoi alti contraenti? Poniamo pure che il Governo piemontese non sia soggetto al giure universale di natura e delle genti, né tenuto a mantener la parola data e giurala. Certo è che il medesimo non può dirsi de’ due potentissimi Imperatori, che legarono a quel patto la loro fede di cristiani e di Principi. Nella coscienza di costoro la firma apposta a quel trattato costituisco un dovere sacro ed inviolabile, che inesorabilmente ne reclama l'esecuzione; e il sentimento di onore, che tanto vuol essere più delicato, quanto più alto è il grado della persona, non può non provare acutissime punture ogni giorno che s'aggiunge al differimento di quella.

Per ciò poi che spetta i diritti e gl'interessi dei terzi, l'adempimento del trattato di Londra è voluto dal diritto della Danimarca e dall’interesse delle Potenze, adiacenti al Baltico; l'adempimento del trattato di Zurigo è richiesto non solo dai diritti dei Principi che, in onta di quello, vennero spodestati, ma, ciò che più monta, è comandalo imperiosamente dal diritto e dall'interesse supremo di tutto il Cattolicismo, che nella persona del suo Pontefice si vede spogliato del più legittimo e sacro possedimento. La libertà del Baltico è certamente qualche cosa di rilevante, Ma ognun vede quanto sia da più la libertà delle coscienze cattoliche, legata strettamente coll'indipendenza politica del loro supremo moderatore.

Ma, si dirà, il Piemonte grida di non potersi acconciare all’esecuzione del trattato di Zurigo. Anche l'Alemagna protesta di non potersi acconciare all’esecuzione del trattato di Londra. Se dunque non si tien conto dei richiami alemanni; perché dovrà tenersi conto dei richiami piemontesi? Escon essi forse da gole più esercitate e più robuste?

Ma l'unità nazionale d'Italia scapita coll'osservanza del trattato di Zurigo. Anche l'unità nazionale tedesca scapita coll'osservanza del trattato di Londra. La difficoltà dunque, dov'anche fosse vera, o è valida per entrambi i casi, o per entrambi è nulla. Ma v'ha di più: essa per la nazionalità tedesca ha qualche valore; non ne ha nessuno per la nazionalità italiana. Imperocché coll'osservanza del trattato di Zurigo si concede all’Italia l'unica unità, di cui essa è capace, vale a dire la federale 1, e si ripongono i singoli Slati, usur

1 Che la sola unità federativa possa competere all’Italia fu tesi comune di tutti i liberali italiani più assennati. Basti citarne qualcuno, a mo' di saggio. «La Sovranità temporale dei Papi può armonizzare ed essere conciliabile con quella specie di unità che sola può esser possibile per l'Italia, vale a dire unità per mezzo della Confederazione; e Gioberti e Balbo lo hanno pienamente dimostrato.» Così il Galeotti, ora Deputato al Parlamento subalpino, nella sua opera: Della Sovranità e del Governo temporale dei Papi, pag. 190. E il Ranalli nel suo libro: Del Riordinamento a" Italia, dimostra ampiamente la ripugnanza che per molti capi presenta l'Italia a formare uno Stato unico, e tra le altre cose dice: «Una nazione, che per quattro mila anni è dimorata sempre distinta di dominii, fa ragionevolmente inferire avervi in essa qualcosa, che invincibilmente a renderla imo Stato unico si oppone. E siccome quel che si sperimenta per lunghezza di secoli, ha bene le sue ragioni e cagioni, così, dove queste fossero cercate, non fuggirebbero per avventura alla mente del sapiente: il quale le troverebbe o nella postura o nella configurazione, o nel clima, o in altro. E la stessa dimostrazione di costante ripugnanza a uno Stato solo basterebbe per doverne argomentare la non bontà, non potendo riuscire mai buono ciò che per essere effettuato, ha mestieri di violenza.»

Vero è che presentemente per non incorrere l'ira della fazion dominante flou si osa più in pubblico esprimere sì falle cose. Tuttavia anche adesso non mancano degli animi franchi e coraggiosi, che affrontano di gran cuore il pericolo per non tradire la verità e il bene della patria. Così ha fatto ultimamente l'egregio Luigi Alberti, il quale in un suo opuscolo, dato alla luce in

pati dal Piemonte, sotto Principi italiani; laddove coll'osservanza del trattato di Londra l'unità stessa federativa germanica resta intaccata e si ripone uno Stato tedesco sotto una Corona scandinava. Con qual logica adunque si disprezzerebbe la difficoltà dov'essa ha valore, e si calcolerebbe dov'essa è insussistente?

Ma il voto del popolo italiano? Questa obbiezione non crediamo che si oserà più porre innanzi dal Piemonte, per non sentirsi scrosciare sul viso le risa di tutti i Diplomatici d’Europa; tanto è nota oggidì la buffonesca commedia, colla quale si procurò di simulare quel voto. Tuttavia si ammetta per poco che esso sia vero. Non abbiamo noi dall’altra parte il volo del popolo alemanno ed in ispecie de’ due Ducati, i quali nei modi più solenni e legali hanno espressa la ferma lor volontà di non più tornare sotto la signoria danese? E notate, che un tal volo non è stato espresso, come tra noi, sotto la minaccia del pugnale e la violenza d'un' invasione, ma liberamente ed anzi contro l'influenza e le ordinanze dei governanti. Notale altresì, che con esempio non ordinario questo voto del popolo tedesco si trova in mirabile armonia con quello della maggiorila dei suoi Principi. Imperocché la più gran parte dei Sovrani alemanni si oppone all’esecuzione del trattato di Londra; e se da essi dissentono l'Imperatore d'Austria e il Re di Prussia con altri, ciò è solamente pel rispetto che questi onoratissimi Principi professano al diritto riconosciuto e alla fede dei trattati. Così stando le cose, con qual coerenza in un caso si antiporrebbe la fede pei contratti al voto vero del popolo, e nell'altro questa stessa fede si posporrebbe al voto falso e simulato?

Il quale argomento tanto più cresce di forza, quanto che niuno può ignorare, il voto de’ popoli italiani, checche voglia fingersi del passato, essere presentemente contrario alla mostruosa unità statuale, che contro ogni dettame di ragione e di storia si è presso loro

questi giorni in Firenze, promulga altamente che il solo sistema federativo è applicabile all'Italia secondo ragioni storiche, geografiche e politiche; e liberamente rimprovera coloro, che a gran detrimento della patria han mutalo questo programma, da essi un tempo caldamente propugnato. A proposito d'una aggiunta al capitolo XVIIÌ dei Can della Toscana. Protesta e schiarimenti di Lvm Aibebti, Firenze 1861.

voluta impiantare. II solo fallo di diciotto province, dovute tener tuttavia in istillo più che d'assedio, acciò si contentino della beatitudine unitaria ad esse donata, è un testimonio assai eloquente; per nulla dire dei popoli delle Marche, della Romagna, della Toscana, dei Ducati di Parma e di Modena. Gli stessi Lombardi (tranne i rivoluzionarii di professione) sembrano oggimai pentiti del cambio fatto. Da tutte parli della Penisola non altro s'invoca, che la fine di questa baldoria del nuovo regno, il quale non ha prodotto che frutti amarissimi di dissensione, d'immoralità, di prigionie, di gravezze, di miserie, di maggior dipendenza dallo straniero.

II.

Probabilità dell’anzidetta

subordinazione dei due trattati.

Non crediamo esserci alcuno sì losco di mente, che non vegga la superiorità delle ragioni, che militano per l'adempimento del trattato di Zurigo, in paragone di quelle che militano per l'adempimento del trattato di Londra. Ma ciò riguarda la quistione nel puro giro speculativo, e non tocca la pratica; massimamente in questo tempo nostro, nel quale per lo più la pratica corre a rovescio dei dettami della ragione. Nondimeno noi stimiamo molto probabile che questa volta non sarà così; e a formare un tal giudizio ci confortano due argomenti.

D primo è che non possiamo supporre nella prudentissima Austria uno sbaglio, sì madornale, di lasciarsi fuggir di mano una congiuntura sì acconcia per esigere ciò, che la giustizia e il suo onore le consigliano. Questo sarebbe per lei un errore imperdonabile; e tanto più imperdonabile, in quanto essa non potrebbe incontrare veruna seria difficoltà, per parte delle altre Potenze, secondoché dimostreremo net seguente paragrafo. Argomentando dunque dalle ragioni di avvedutezza, non sembra potersi dubitare, che venendosi al punto di esigere dall’Austria il mantenimento del trattato di Londra, essa esigerà in contraccambio l'adempimento del trattato di Zurigo.

Il secondo argomento, che e' induco a così credere, è il fatto stesso che si sta svolgendo sotto i nostri occhi nella controversia danese.

Che cosa stiam noi mirando? Dall'una parte l'esercito austro-prussiano non solo ha invaso i Ducati, ma si è spinto ancora nel Jutland; e forse, quando uscirà questo articolo, di già Duppel e Fredericia saranno state espugnate. Dall’altra parte, non ostante l'appello sì pressante della Danimarca, le Potenze più interessale in tal quistione, sembrano guardar il progresso delle armi alemanne con pienissima indifferenza. La Svezia, benché stimolata dalle minacce e dai tumulti della parie democratica, dichiara non doversi per anco ricorrere alla spada. L'Inghilterra, benché si tratti della causa del padre di colei che deve esserle regina, e da ogni parte la sospingano interpellanze di Deputali, clamori di giornali, voli di popolo; par che si rida di lutto ciò, e si tien certa d’un assestamene pacifico della vertenza. La Russia serba un perfetto silenzio, e vien anzi creduta alleata dell’Austria e della Prussia. La Francia infine, benché sembri avere alcuna velleità di muoversi, si astiene dal farlo, per la certezza di restar sola nella lolla. Come si spiega questo contegno? È forse da credere che alle anzidette Potenze poco imporli lo smembramento della Danimarca? Tutt'altro; l'integrità di cotesta monarchia è per esse punto irremovibile e capitale. Piuttosto che permetterne lo smembramento, esse incontrerebbero i pericoli e i danni d'una guerra europea. Né ciò per troppa riverenza, che portino alla santità de’ trattati, giacché molti altri lasciarono infrangere, senza curarsene; sì veramente per l'interesse lor proprio, che vi è mescolato, e per l'equilibrio della bilancia europea, la quale altrimenti andrebbe sossopra. Se la Germania unisse a sé la parte continentale della Danimarca, diverrebbe in breve potentissima eziandio per mare, ed avrebbe di più nelle proprie mani un passaggio facile e sicuro per trasportare sollecitamente le sue flotte dal mar Nordico nel Baltico e viceversa. Un tanto vantaggio all’Alemagna non si consentirebbe giammai dall’Inghilterra e dalla Francia. Quanto poi alla Svezia, essa in quell’ipotesi si vedrebbe quasi necessitata di congiungere a sé il residuo della smembrala Danimarca, restando così padrona assoluta dello stretto del Sund. Il che eseguito, la Russia resterebbe come incarcerata in fondo al Baltico, alla mercé de’ navigli svedesi e germanici. Ognun vede l'impossibilità di un tale stato di cose; e però la conservazione intera della Corona di Danimarca è cosa, da non potersi rivocare in dubbio. L'assestamento finale, dopo la guerra, sarà senza fallo il ritorno al trattato di Londra; e la certezza del comune interesse delle Potenze a non lasciarlo infrangere ha indotto in errore la Danimarca, dandole a credere che da loro le sarebbe venuto per via delle armi quell'aiuto, che non le verrà se non per via de’ negoziati diplomatici, dopo che la sconfitta l'avrà resa meno ostinata.

Ma se è così, perché l'Austria e la Prussia, le quali non possono ignorare sì fatte cose, ciò non ostante muovono innanzi gli eserciti, e par che s'affrettino a rendere un fatto compiuto non solo il possesso dei Ducati, ma la conquista eziandio della terraferma danese? E credibile che esse si sobbarchino a tanto dispendio di sangue e di danaro per non conseguire altro fine, che quello di far osservare un trattato, il cui principal beneficio non è per loro ma per la Danimarca, e il quale è inviso a tutte le Potenze germaniche?S'impadroniscono di paesi, da restituirsi poscia al vinto, pel solo gusto di averli una volta occupali? Saria fanciullaggine il persuadersene. Egli è assolutamente da pensare che qualche altro scopo si asconde sotto tali fatti; qualche grande vantaggio da cavarsi da una almeno delle due Potenze alleate, ad ottenere il quale l'altra concorre in vista di altre utilità patteggiate o sperate. Or qual sarà l'anzidetto scopo? Non crediamo d'essere temerarii, se diciamo che molto probabilmente esso è di ottenere dalle Potenze, che in contraccambio del sacrifizio che si fa di rendere alla Danimarca le terre occupate, per tener fede al trattato di Londra, si permetta all’Austria di costringere colla forza il Piemonte ad adempire il trattato di Zurigo. Questa sola supposizione ci darebbe la chiave per aprire tutto l'enimma, perché ci spiegherebbe dall’una parte il contegno pacifico delle Potenze, sicure che la integrità della Monarchia danese sarà serbata, e dall’altra ci spiegherebbe le operazioni bellicose dell'Austria e della Prussia nello Schleswig e nel Jutland, non ostante la persuasione di dover poscia restituire la preda. Quelle operazioni, secondo noi, mirano soltanto a porre un antecedente, che renda ammissibile e necessario un conseguente.

Di più una lai supposizione ci spiega anche a meraviglia la ritrosia della Francia a partecipare della Conferenza, già proposta e vivamente promossa dall’Inghilterra. Non è inverisimile che il Gabinetto delle Tuileries preveda, nello scioglimento pacifico di quella controversia, alcuna cosa che non gli garba. Finalmente la fatta supposizione ci spiega l'attitudine che va pigliando l'Italia per le vicine emergenze. È manifesto che essa si mostra impensierita, si arma, raccoglie truppe dalle province meridionali, le agglomera verso il Po ed il Mincio. A che tanta agitazione? Per tentare un colpo di mano nel Veneto? Questa risposta sarebbe giusta, se si trattasse di movimento garibaldino. Ma qui si tratta di movimento da parte del Governo; e il Governo sa benissimo avergli l'Inghilterra dichiarato più volte che alla Venezia non pensi. La libertà dell’Adriatico esige che la Venezia resti all’Austria. Oltreché una aggressione del Veneto non potrebbe farsi dal Piemonte, con isperanza di riuscimento, senza aver ai fianchi la Francia nelle battaglie; e il Governo francese nelle presenti circostanze non potrebbe avventurarsi a una seconda guerra italica. Ma senza ciò, chi mira le disposizioni militari, che prende il Piemonte, s'accorge subilo che esse tendono alla difesa piuttosto che all’offesa. Il Piemonte dunque non intende aggredir l'Austria, ma teme d'essere aggredito dall’Austria, e d'essere aggredito, dopo composte le cose colla Danimarca; giacché non crederà giammai che l'Austria voglia da sé ingaggiarsi in nuova guerra, nel tempo stesso che ne sta facendo un' altra. Or qual potrebbe essere lo scopo di questa tanto probabile aggressione austriaca, se non quello di far finalmente eseguire il trattato di Zurigo?

III

Improbabilità di serio contrasto

da parte delle Potenze.

Dirà taluno: è certamente assai verisimile che l'Austria chieda, come condizione del ritorno al trattato di Londra, la facoltà di far eseguire il trattato di Zurigo. Ma tal facoltà le sarà poi consentila dalle altre Potenze? Ragioniamone un poco.

Certamente non è credibile che la Svezia o la Prussia o la Russia siano per porvi opposizione. La Svezia non ha alcuno interesse che l'Italia sia piuttosto unita che divisa. La Prussia, oltre alla medesima indifferenza, si trova in amichevoli relazioni coll'Austria. La Russia dovrebbe anzi andar contenta di quel fatto dell'Austria, sì per veder indebolita la parte rivoluzionaria, che dà tanto da fare anche a lei, sì pel sommo interesse che ha a veder mantenuto il trattato di Londra, senza cui la Germania e la Svezia diventerebbero signore del Baltico, e sì finalmente per riparare così il grand'atto d'ingratitudine da lei commesso verso il figlio di Ferdinando II, col riconoscimento, almen di fatto, del preteso regno d'Italia. L'opposizione dunque a quella giusta dimanda dell’Austria non potrebbe venire, che dall’Inghilterra o dalla Francia. Noi pensiamo che né anche questo potrebbe avverarsi, almeno in modo serio ed efficace.

Se si trattasse di chiedere che queste due Potenze cooperassero anch'esse a costringere colle armi il Piemonte perché mantenga le giurate obbligazioni; vediamo bene che la dimanda tornerebbe vana del lutto. L'Inghilterra risponderebbe che non ci è il suo tornaconto a far guerra; e la Francia ripeterebbe che non può combattere contro quelli, a lato dei quali una volta ha combattuto. Per quanto la prima risposta sia mercantile, e la seconda più che cavalleresca; nondimeno bisognerebbe tenerle per buone e contentarsene. Ma, per buona ventura, non si tratta di ciò. L'Austria, come dicemmo, non chiederebbe d'essere aiutata, ma solo-di non essere disturbata; non chiederebbe che altri concorra con lei a fare, ma solo che niuno concorra a impedirla di fare. E in ordine a ciò, non ci sembra che l'Inghilterra o la Francia potrebbe efficacemente attraversarsi.

E quanto all'Inghilterra, essa si è mostrata tenera dell'Italia, non può negarsi; ma senza dare per lei né un quattrino, né un uomo. Essa dunque può agevolmente serbarsi in seno la medesima tenerezza Ira i medesimi limiti; con lode di rimaner così consentanea a sé stessa. Né le dovrebbe sembrare strano che si procacciasse colla forza l'adempimento di un trattato, quando questa appunto è stata la ragione da lei allegata per iscusare l'indifferenza che sta mostrando, in ordine al progresso delle armi tedesche nel continente danese. A coloro che ne la rimproveravano, ella ha risposto, che avendo l'Austria e la Prussia dichiaralo di operare a solo fine d'indurre la Danimarca a osservare gli obblighi assunti, non ci era ragione d'impedire che le anzidette Potenze procurassero colla coazione il mantenimento di un trattato. Or basta che l'Inghilterra dia la medesima risposta, nella Conferenza prossima, relativamente all’Austria pel trattato di Zurigo. In somma, quel che imporla all’Inghilterra è il mantenimento del trattato di Londra, richiesto dal proprio interesse, che è la sua legge suprema. Purché l'Austria si pieghi a quello, l'Inghilterra non sarà arcigna ne dura per ciò che concerne l'Italia. Rimane dunque la Francia. Ma staremmo a vedere se la Francia vorrà opporre ostacolo all’esecuzione di un trattato, da lei stessa conchiuso e giuralo! Né altri ricordi la celebre spiegazione, data dal Thouvenel, che cioè il trattato deve adempirsi, ma senza costringimento armato. Quella spiegazione, acciocché riesca tollerabile, vuol essere intesa in uno di questi due modi: o relativamente al tempo, o relativamente alla Francia. Relativamente al tempo, in quanto cioè prima si cercassero le vie pacifiche, e non si venisse alle forze, se non quando quelle fossero esaurite. Relativamente alla Francia, in quanto ella, dovendosi venire alla forza, vi restasse estranea, lasciando all’altra parte interessata tutto il carico di adoperarla. Così intesa la spiegazione, può passare. Ma se s'intendesse in modo del tutto assoluto, sicché non debbasi neppure dall'Austria e in niun tempo costringere il Piemonte a compiere i doveri assunti; chi non vede la ridicolezza di tal pretensione? E che direbbesi di un tribunale, il quale nel dar ragione a una delle parti contendenti, non solo si negasse a far eseguir la sentenza, ma vietasse di costringere come che sia il debitore a pagare? Non sarebbe giustamente imputato o di mattezza o di comunella col truffatore? Noi Siam lungi le mille miglia dal credere che tale sia stato il senso, in che quella spiegazione fu data. Ma dov'anche, per impossibile, tale ella fosse, per fermo niuno oserebbe di ripeterla in un Congresso di Diplomatici gravi ed onorali. La Francia dunque non potrebbe presumersi, almen secondo ragione, che voglia frapporre ostacolo alla esecuzione coatta del trattato di Zurigo per parte dell'Austria.

Al più potrà lavarsene le mani; e appunto questo, e non altro che questo, verrebbe domandato.

Ma tìngiamo, per toccare tutte le ipotesi, che ella voglia opporsi. Il potrà poi efficacemente? Sembra che no. Le condizioni presenti son molto diverse da quelle del 59. La Francia è stanca di tante spedizioni. Il Messico tiene distratta una parte dell’esercito; e al malcontento interno, che sì disastrosa spedizione ha suscitalo, non è prudente aggiugnerne un nuovo. Per la guerra poi, da farsi in prò dell’Italia, o si chiederebbe il consenso della Camera legislativa, o no. Il non chiederlo sarebbe pericoloso; il chiederlo provocherebbe probabilmente una negativa. Oltreché nel 59 i Cattolici poterono acquietarsi per via di assicurazioni e di promesse. Ciò non sarebbe fattibile nel 64, veduto l'esito di quelle promesse. Queste ed altre considerazioni, che per brevità si tralasciano, mostrano quanto sia poco verisimile che nelle circostanze presenti la Francia intraprenda una seconda guerra contro l'Austria per aiutare il Piemonte. Ma poniamo che l'intraprenda. Essa, secondo ogni apparenza, avrebbe questa volta a fronte non la sola Austria, ma la Prussia altresì e la Russia. Or se quando ebbe a combattere la sola Austria col vantaggio per sé dei cannoni rigati, fu a un pelo che restasse di solfo e la sua vittoria si assomigliò di mollo a quella di Pirro sopra i Romani; ben può temersi di peggio, dove l'Austria, migliorala già nell’esercito e nelle armi, venga al conflitto con a lato due altre grandi Potenze. Il Governo francese si metterebbe ad un rischio, dal quale la più volgare prudenza dovrebbe sconsigliarlo.

Conclusione.

Sembra indubitabile che il ritorno al trattato di Londra, con forse qualche lieve modificazione, debba essere il termine della quistione danese. Secondo tutte le ragioni di giustizia, di convenienza, di opportunità, l'Austria potrebbe esigerne, come prezzo, l'adempimento del trattato di Zurigo. Non potendovisi opporre la Francia, il Piemonte resterebbe solo a sostenere il cozzo delle armi austriache. L'esito di un tal cozzo non sarebbe dubbioso, chi ricorda Novara, e guarda le peggiorale condizioni dell’esercito piemontese, per gli elementi discordi onde è composto, e il disinganno dei popoli da lui tiranneggiali e anelanti oggimai a scuotere l'aborrito giogo. Dove questo discorso si naturale si avverasse, il Governo piemontese sarebbe alla fine costretto dalla forza a restituire il mal tolto; e forse anche la Lombardia gli scivolerebbe dalle mani, giacché l'Austria non vorrà esser sì dolce, da contentarsi che il vinto goda con danno di lei i vantaggi di un trattato che esso stesso ha lacerato. L'unico frutto che resterebbe al Governo torinese di tante frodi e violenze, e rapimenti e guerre, sarebbe la perdita di Savoia e di Nizza, cedute alla Francia; giacché questo è il solo di tutti i fatti, compiuti in questi cinque anni, che non verrà più disfatto.

Allora sfolgorerebbe di sua vera luce il monumento, che dee innalzarsi a Camillo Cavour; giacché apparirebbe che la sua vera gloria e i suoi meriti immortali coll'Italia sono stati d'averla sguernita de’ suoi più validi propugnacoli, e aperto libero il varco all’invasione straniera. L'unità poi italiana ci avrà guadagnato assai ancor essa; giacché le oppressure, le arsioni delle città e de’ villaggi, le carcerazioni a migliaia, l'aumento importabile de’ balzelli, le fucilazioni in masse, ed ogni sorta di sopruso e di tirannide esercitala sopra i popoli meridionali della Penisola, han generato in essi un amore fraterno sì tenero, e stretta un'intimità sì tenace di scambievoli affetti, che ci vorranno secoli per attenuarne la forza.

Nondimeno tra tanti mali ci sarà un vantaggio reale, ed è l'aver i popoli nostri imparato, benché con dura e crudele esperienza, che cosa possono e debbono aspettarsi dalle rivolture politiche, dal patriottismo liberalesco, e dalle bugiarde promesse de’ settarii. Il Piemonte poi a sue spese imparerà quanta prudenza sia stata quella, anche secondo i calcoli umani, di correre avventatamente dietro la prosperità de’ fatti compiuti, lasciandosi dopo le spalle un diritto non solo naturale ma sancito con solenne trattato.


























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