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LA CIVILTÀ CATTOLICA

ANNO SETTIMO

Beatus populus cuius Dominus Deus eius.

PSALE. CXUII, (8.

VOL. IV

DELLA SERIE TERZA

ROMA

COI TIPI DELLA CIVILTA' CATTOLICA

1862

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Eleaml.org - Dicembre 2016

RIVISTA DELLA STAMPA ITALIANA

I

Principii della scienza del ben vivere sociale e della Economia pubblica e degli Stati, di Lodovico Bianchini — Napoli dalla stamperia Reale 1855.

L'illustre Autore di quest'opera diede già all'Italia interna afe scienza medesima, oltre molt'altri, un lavoro storico stampato in Palermo dal Lao nel 1845, il quale dovea, secondo il suo titolo, contenere anche i preliminari dottrinali. Non entra nell'assunto della Civiltà Cattolica il ragionare di quell'opera di' si vecchia data. Ma non possiamo ammeno di ricordarla; non solo perché ella forma in certo modo un'opera stessa colla seconda pubblicazione, ma anche per congratularci coll'Autore dei progresso che abbiam notato nell'andamento delle sue dottrine.

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Istituito in gioventù, per colpa non sua ma dei tempi, alla scuola di Giannone, egli lo presentava nella parte storica come uno de' più grand'uomini italiani, giusto defmitore delle relazioni fra lo Stato e la Chiesa, aggiungendo al ritratto una cornice che lascerebbe dubitare so sia indorala di lodi o d'ironia.

Tra l'altre è lodato l'avvocato Cesareo (P. I, pag. 182) come continuatore delle dottrine del Macchiavello e del Sarpi, e padre del Robertson, del Gibbon, dell'Hume! Può darsi censura più vituperosa di simile elogio?

Ma nell'ultimo or passato decennio gran mutazione avvenne nelle opinioni dei dotti Europei, vivamente eccitati a meditare dalle tremende scosse che han fatto traballare per ogni dove la società palpitante, minacciando rovina ad ogni ordine pubblico non che ad ogni Governo. La tremenda lezione sembraci non essere perduta anche per l'illustre Autore, il quale se non ritratta positivamente quelle dottrine, mostra però in questa seconda parte di tenere in molto maggior conto i vantaggi che reca la Chiesa all'ordine civile, e il diritto ch'ella ha di essere e di operare con libertà di società compiuta e indipendente.

Siamo persuasi che quanto più l'egregio Autore andrà meditando sui primi principii del ben vivere sociale, tanto più andrà rannodandosi all'universale consentimento dei dotti cattolici, i quali non veggono speranza di salute per la società, se non nella piena concordia de' due Poteri e nella riverenza dei governanti cattolici verso l'indipendenza dell'Autorità spirituale. E forse già sarebbe giunto l'Autore coi Walter, coi Phillips, cogli Hurter ecc. a codesta importantissima conseguenza, se non vi si fosse contrapposto il carattere proprio dell'opera e della persona.

Applicato da lungo tempo alla pratica dell'amministrazione, pei cui varii gradi, attesa l'altezza dell'ingegno e la sua specchiata probità, egli è giunto alla dignità di Ministro, ha dovuto contrarre naturalmente l'abito di riguardar le cose piuttosto dal lato pratico che dallo speculativo: molto più se (come la prima parte dell'opera sembra indicarlo) gli studii suoi filosofici l'avessero in gioventù imbevuto di quell'empirismo condillacchiano, che prima del Galluppi tiranneggiava le scuole della Italia meridionale.

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Con tali iniziamenti è naturale che nome vago apparisca la legge di natura ossia la coscienza umana, immaginario il diritto naturale fondato sul far buon uso della ragione: stato naturale dell'uomo la guerra; contraddizione l'idea d'un ordine universale; niun dritto universale nelle società e nelle nazioni: e per l'opposto che i fatti debbano essere il principio di ogni giustizia, di ogni ordine sociale.

Queste che sono le dottrine della scuola storica principalmente in Germania, dopo aver dettalo al cavalier Bianchini la prima parte ov' egli ha raccolto con grande erudizione, benché non sempre con egual rettitudine di criterio, i fatti di amministrazione, dovette pure esercitare una grande influenza nella seconda parte, benché intitolata Principii, e formarne un libro più di pratica che di teoria. Scrivendo un'opera di tal carattere, con una mente avvezza sempre a versare nell'ordine pratico, qual meraviglia che l'Autore, malgrado lo spirito religioso che lo anima, malgrado la forza degli avvenimenti che lo commuovono al par d'ogni altro, non abbia potuto ad ergersi a quei principii supremi, che non possono trovarsi perle scienze sociali se non nell'ordine morale; e che con lampi meravigliosi trasformano talvolta un magistrato gallicano in un Giuseppe de Maistre, e un fervido libertino in un Donoso Cortes?

Il libro dunque che annunziamo agi' Italiani deve da essi accogliersi come un libro d'uomo pratico e non di filosofo speculativo; e dovranno essi per conseguenza aspettarsi ad incontrarvi quei pregi e quei difetti che a libri di tale indole naturalmente si confanno.

E il primo dei, pregi ad uomini studiosi carissimo è la copia di erudizione bibliografica e di sperimentali osservazioni, da cui egli trae quegli aforismi governativi, pei quali ha dato al libro il nome di Principii: coerente in ciò all'anterior sua dottrina testé da noi accennala che vuol dedurre il dritto dai fatti, senza risalire ad un ordine naturale, ad un dritto universale. La qual dottrina per altro viene dall'Autore espressamente abbandonata fin dal principio della seconda parte ove (pag. 17 ) altamente protesta, che civiltà, progresso, bisogni aver debbono un limite nelle Immutabili Leggi Della Natura e della religione.

La copia della sua erudizione abbraccia, può dirsi, quanto fu scritto da tempi antichissimi fino a noi in tutte lo colle nazioni.

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La storia poi de' fatti economici viene da lui appoggiata per lo più a documenti autentici e a notissime vicende e crisi contemporanee, nelle quali si mostra singolarmente perito, indagandone accortamente i primordii, le cause, gl'inconvenienti, le conseguenze: tutto però sempre nella più stretta cerchia della sociale economia.

L'altro pregio, che col senso pratico di uno scrittore ordinariamente si accoppia, è un geloso riserbo, per cui si sforza trattenersi da quelle esorbitanze in cui cadono agevolmente le menti speculatrici. Le quali se si lasciano una volta inebriare dalla bellezza di qualche principio universale, senza ricordarsi di quel misto che tempera nell'uomo la spiritualità col peso corporeo, e la materialità cogli slanci dello spirito facilmente vengono trasportate a sistemi esclusivi e violenti; laddove gli uomini di azione, addottrinati dagli eccessi a cui la prosecuzione di una idea sospinge talvolta le intere moltitudini, mai non cedono talmente ad una dottrina, che non serbino alla contraria un qualche campo ed una certa libertà d'azione; di che nasce quella modestia di discussione e quello spirito conciliativo che sono in uno scrittore virtù pregevolissime, qualora non tralignino o in sincretismo adulatorio o in incertezza e indeterminazione di concetti.

E dallo spirito adulatorio il chiarissimo Autore ci è sembrato lontanissimo: diverso in ciò da que' moderati, i quali si sforzano di concedere qualche cosa a tutti per cattivarsi col dispendio della verità una qualche universalità di approvazioni. Ma non ci sembra ugualmente felice nel declinare l'altro inconveniente dei vaghi ed indeterminati concetti. Ristretto com'egli è negli ordini empirici sembra non poter mai determinare un provvedimento, ed è costretto a ricorrere continuamente a leggi che nulla dicono di preciso, lasciando alle circostanze di determinare il significato. Si dibattono protezione e libertà del commercio? L'Autore mostrati gl'inconvenienti d'ambe le parti, rimetterà il giudizio alle circostanze. Si tratta di provvedere all'annona? Si biasima il soverchio degli antichi, il nulla de' moderni: ma il mezzo ragionevole qual è?..... Si cerca di sollevar la miseria? provvedasi non troppo né troppo poco.

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Così in ciascuna delle guarnii quistioni economiche c sociali l'Autore raccomanda la via di mezzo, lasciando sempre alle circostanze la vera soluzione che il lettore chiedeva all'economista. La quale indeterminazione sembraci natural conseguenza del non aver prima stabiliti quei principii di ordine morale,

Quos ultra citraque nequit consistere rectum.

E come determinare il mezzo, se non sono determinati prima gli estremi, i principii supremi?

L'altro difetto in cui sogliono cadere le trattazioni soverchiamente empiriche è la prolissità e le frequenti ripetizioni, le quali evitar Bob si possono senza coordinare sotto l'universalità de' principii le accidentali verità de' fatti. Queste ripetizioni rendono talora monotona la lettura del libro, il quale ha per altro dalla materia grandissima importanza.

Al fastidio delle lungaggini aggiunge peso pei lettori schizzinosi la trascuratezza dello stile; alla quale per altro in materia di economia seno gl'Italiani pur troppo assuefatti, dopo che il secolo XVIII volterianeggiando moltissime este, infrancescò tutte le penne. Se cedesti due difetti scomparir potessero in una nuova edizione, siam persuasi che l'opera de' Principii acquisterebbe per tutta l'Italia riputazione eguale al merito, e smaltimento uguale alla riputazione..

Essa è divisa in quattro libri: nel primo de' quali si promettono alcune nozioni fondamentali intorno all'ordine sociale, alla esistenza e indipendenza delle nazioni e alla: loro civiltà e perfezione morale; mettendo in mostra la grettezza con cui finora venne trattata la pubblica economia, e proponendo ch'ella divenga, non più solamente un trattato della ricchezza, ma una scienza di tutto ciò che dai Governi deve operarsi per promuovere il ben vivere sociale.

«Dopo trent'anni di ricerche (dice l'Autore a pag. 22) e cinquanta volumi di scoperte, gli scrittori non hanno potuto sino ad ora intendersi sopra ciò che costituisce la ricchezza, e mentre che gli scrittori che se ne occupano non s'intendono, le loro conclusioni non potrebbero essere adottate come massime da seguire».

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Lo stesso a un dipresso avea detto fin dal principio della prefazione intorno a tutta quanta la scienza economica, inferendone la necessità di trattare una scienza novella, la quale abbracci la vera e generale civiltà come causa ed effetto del ben vivere sociale, e la tratti nel senso del giusto ed onesto,  secondo i dettami di giustizia universale e la suprema legge del ben comune (pag. 33). Rileveranno quindi i nostri lettori esser questo un libro non puramente economico, ma estendersi a tutto ciò che riguarda il buon governo civile di uno Stato: anzi benché si restringa nell'intendimento dell'Autore al puro governo civile, pure tocca di passala, come suolo avvenire, alcune quistioni anche politiche ed internazionali.

I lettori, i quali conoscono quest'ora le nostre dottrine intorno alla diversità che passa fra scienza delle ricchezze e scienza del buon uso delle ricchezze (Crematistica ed economia ), comprenderanno adagiarci noi facilmente nel concetto dell'Autore, con questa sola differenza che noi non vorremmo confondere l'economia sociale colla scienza del buon governo civile, ma riguardare la prima come parte della seconda,, e questa come parte della filosofia politica, la quale abbraccia generalmente la teoria del governo di ogni società umana.

II secondo libro dell'Autore tratta generalmente dell'individuo in società, e particolarmente della proprietà e della popolazione: soggetti che abbracciano una materia sterminata, come può comprendere chiunque ha saggialo alcun poco di queste scienze. Il principio fondamentale, da cui parte nel Cap. II per determinare un giusto concetto della proprietà, è uno di quelli che possono maggiormente contribuire a rendere, se non falsa, certo almeno mollo vaga ed indeterminata la giustizia governativa. «Non deve, dice, il dritto di proprietà essere secondo gli uomini come individui, ma sì bene secondo i varii interessi di tutta la comunità che occupa un dato spazio e che circoscritta nei suoi limiti è costituita in nazione, sotto il quale punto di vista la proprietà privata si lega all'interesse pubblico» (pag. 43). È facile il vedere il pericoloso equivoco, specialmente della prima proposizione, la quale indurrà facilmente a credere che dalla nazione dipenda il diritto di proprietà negl'individui, e che ella possa per conseguenza arbitrariamente disporne.

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E questo sentimento sembra confermarsi da ciò che appresso si soggiungne; ogni nazione possedere una sua proprietà formata dal suolo e da tuttociò che vi è compreso; e che se ammette stranieri a possedere, è per reciprocazione e a norma di speciali trattali (pag. 44). Queste e simili proposizioni danno campo a credere che la proprietà spetti prima alla nazione e da questa derivi poi nell'individuo: che sarebbe vero principio di quel comunismo per cui le rivoluzioni moderne incominciavano a guardare come nazionali, prima i beni del clero, poi quelli de' re e de' nobili, ed oggi finalmente tutt'i beni de' possidenti: ai quali tutti quel furibondo va oggi gridando: «furto è codesto monopolio della proprietà nazionale: anche a noi la nostra parte». Né i comunisti avrebbono intero torlo, se i beni fossero prima della nazione poi degl'individui. Ma il vero è che il diritto di possedere nasce dal dovere di sostentarsi, il qual dovere sta primitivamente nell'individuo e precede nel concetto, e talora anche nel fatto, il costituirsi delle nazioni. Vero è che, posta l'esistenza di queste, l'individuo dee concorrere con giusta quota delle sue proprietà al ben comune, e per conseguenza l'Ordinatore sociale ha il diritto di esigere codesta quota: vero è pure ch'egli ha il diritto o piuttosto il dovere di far sì che niuno de' sudditi nell'uso delle sue proprietà leda i diritti altrui; sotto il quale rispetto egli ha sopra codeste proprietà un diritto di ordine più eminente che quello del proprietario medesimo. Ma tutto ciò non vuol dire che la nazione sia proprietaria del posseduto dai sudditi: vuol dir solo che essendo la società nazionale un mezzo efficacissimo dato agi' individui per la loro perfezione, gl'individui che ne furono gratificati dal cielo debbono conservarlo, contribuendovi coll'opera e cogli averi 1: questo dovere di sudditi corrisponde a quello che appelliamo dominio eminente della società.

Ma proseguiamo il cenno di analisi passando al libro III; il quale è occupato inforno alla circolazione delle proprietà, considerata non solo rispetto alla utilità degl'individui, ma anche nelle relazioni colla società e colle altre nazioni.

1 Al qual proposito avvertasi all'equivocare di alcuni che ragionando colle idee del paganesimo: «l'uomo, dicono, è per la società: dunque la società è padrona proprietaria dell'uomo».

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Capirà il lettore quanto debba essere pregevole il lavoro di questa terzo libro, sol che rifletta la materia specialmente della monetazione appartenere sovranamente all'ordine materiale e pratico, e raramente di pendere da principii e teorie morale.Spicca dunque la maestria dell'Autore nello svolgere le teorie delle monete e de' cambii': intorno a che va sottilmente divisando i vantaggi, i pericoli, i danni, gli equivoci che possono occorrere nell'uso de' varii metalli o preziosi o volgari, tutte fondando le sue dottrine sugli sperimenti delle varie nazioni. Con egaal senno discorre intorno del commercio, delle leghe doganali, dei sistemi di protezione e libertà nel commercio, alla quale il chiarissimo Autore si mostra sobriamente propenso, temperandone i. focosi amatori: con quella saviezza che abbiamo detto propriissima del senso pratico in cui l'Autore precelle.

Il quarto libro finalmente è destinato per intero alle finanze propriamente dette; e le considera così in generale come in particolare intorno alle gravezza, ai debito pubblico e al metodo d'amministrazione.

Saremmo lunghi e fastidiosi se volessimo smimiszare qui le dottrine dell'Autore e mostrare quei passi ne' quali con forza non ordinaria egli combatte non pochi dei correnti sofismi economici. Frequenti sono i tratti, ove mostra la vanità di quei sistemi che fondano la felicità sociale sulla violentata produzione, elie appoggiano l'andamento degli Stati sui bisogni sempre crescenti e sul moto perenne di chi vuol soddisfarli (pag. 17).

La prima proposizione può avere due sensi: può significare che l'uomo ha per suo fine l'associarsi; può significare che l'uomo ha tal natura che nell'associarsi trova un mezzo fin o men necessario alla sua perfezione: In questo secondo senso noi diciamo: l'uomo nasce alla' fatica, perché is fatica è natural mezzo dì sussistenza: nel primo senso diciamo che l'uomo è creato per Dio, perché Pio solo e il suo fine. Se in questo senso l'uomo fosse creato per la società, tutto a questa dovrebbe sacrificarsi e così appunto l'intendevano i pagani, e l'intendono parlandoci della loro Italia gl'italianissimi. Ma poiché l'associarsi è mezzo, non fine, tutt'i doveri verso la natura sono subordinati ai doveri naturali e specialmente ai doveri di giustizia e da questi derivano.

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La prosperità, dice, non istà nelle cifre del valore (pag. 66)... La fallacia di considerare la ricchezza in massa e soltanto per le produzioni, cagiona l'errore di non guardarla pei suoi rapporti cogl'individui e col resto della popolazione (pag. 93). Nel qual proposito bella è l'esortazione con cui tenta sollevare dalla depressione i lavoranti, dolendosi che nulla ha più snaturata industria, quanto l'apatia verso i sentimenti e le pratiche religiose (pag. 120).. Altrove inveisce contro l'industrialismo, eccesso immorale in cui cade l'industria quando a tulio presiedono Pavidità di esclusivo guadagno e le improvvide gare (pag. 126). Bella è poco stante la confutazione del comunismo (pag. 137 e seg.) fondata sui fatti principalmente del 1849 e 51, è sui documenti e provvedimenti pubblici che tentarono o di secondarlo o di frenarlo. L'invettiva contro la moda (pag. 160), da 'descrizione della corruzione cittadina (pag. 186), ed altri passi consimili mostrano quanto sia giusto il senso morale dell'Autore, anche quando non conduce a rinvenire il rimedio dei mali sociali.

Da queste premesse il lettore potrà ricavare che i Principii del Cavaliere Bianchini sono uno de' libri più notabili e vantaggiosi che i torchi moderni abbiano regalato all'Italia. Di che grandemente ci congratuliamo col dotto ed Integerrimo Autore. E noi professiamo fin d' ora (poiché l'indole del nostro periodico d condusse a guardare sotto aspetto cattolico anche le dottrine economiche) che da questo libro trarremo occasione più d' una volta da attingervi argomenti e falli per le nostre disquisizioni economiche, or confortandoci di si gagliardo suffragio quando sia favorevole, or proponendo i contrarli argomenti, modestamente sì ma con franchezza, quando a ciò ne costringesse il diritto dell'amica Veritas. E ciò ne serva di scusa se nel dar conto di un' opera piena d'importanti quistioni e di erudizione sì svariala, abbiam favorito piuttosto laconismo impostoci dalla Rivista, che la curiosità forse destatasi nell'animo del lettore. La prolissità nostra non avrebbe compenso pei lettori alieni da questi studii: laddove quelli che se ne dilettano hanno contro il nostro laconismo il facilissimo rimedio di procacciarsi il libro e leggerlo da capo a fondo.



























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