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Luigi Dragonetti nacque a L'Aquila il 1° ott. 1791

Deputato al Parlamento napoletano (1820)

Segretario al Parlamento napoletano (1820)

Membro della Camera dei deputati (Napoli) (1848-1849)

Ministro degli affari esteri (Governo provvisorio napoletano) (3 aprile-maggio 1848)

Ministro degli affari ecclesiastici (Governo provvisorio napoletano) (3-14 aprile 1848)

Amministratore del Liceo reale degli Abruzzi (Regno delle Due Sicilie)

Visitatore delle prigioni abruzzesi (Regno delle Due Sicilie) (3 giugno 1831-gennaio 1832)

Fondatore e direttore della Banca del Tavoliere di Puglia a Napoli (Regno delle Due Sicilie) (1833)

Sovrintendente generale degli Archivi e Consigliere di Stato (Regno delle Due Sicilie) (1848)

Socio dell'Accademia Aternina dei Velati (L'Aquila)

Segretario dell'Accademia Aternina dei Velati (1816)

Socio corrispondente dell'Accademia Gioenia di Scienze naturali in Catania

Membro dell'Istituto archeologico di Roma

Membro della Società archeologica de L'Aquila

Venne eletto al Parlamento il 27 gennaio 1861 (ma il 20 gennaio era stato nominato senatore)

Nel 1863 si ritirò definitivamente all'Aquila, dove morì il 21 febbraio 1871.

Dragonetti nel 1861, in una lettera di indirizzo al Conte di Cavour, parlava di "intempestiva ed inconsiderata sostituzione di una nuova alla vecchia tariffa doganale” e sosteneva che fosse “una stolta calunnia il dire che questo popolo sia ingovernabile, poiché ha tollerato e tollera con la più paziente longanimità i tanti errori commessi, le tante malversazioni, l'annientamento delle sue prospere finanze, la umiliazione della parte buona del suo esercito”.

Nel 1865, rivolto ai senatori:

“A quelle provincie che ormai da otto secoli avevano una personalità politica ed amministrativa, la quale fu iniziatrice, non che in Italia, in Europa di civili e luminose riforme, e migliorando in parte pur quelle del primo impera francese, avea le migliori leggi e la più normale amministrazione finanziaria, onde il loro Credito era per lo meno alle pari di quello delle più potenti nazioni, si volle togliere ogni cosa propria e cancellarne ogni più modesta parvenza di autonomia, ogni locale giurisdizione, senza ricordare che l'Inghilterra nel lento e savio processo della formazione del suo Regno Unito rispettò ed in parte rispetta ancora le leggi, gli istituti, le consuetudini della Scozia, dell'Irlanda e fin quelle del Principato di Galles ”.

Zenone di Elea – Gennaio 2014

RACCOLTA DEGLI ULTIMI SCRITTI POLEMICI E VARJ

DEL MARCHESE

LUIGI DRAGONETTI

SENATORE DEL SEGNO

AQUILA
TIPOGRAFIA ATERNINA
1868

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Al Direttore della SETTIMANA.

Pregiatissimo Signore

Mi vien riferito che per molte mani corrono delle copie scorrette di una mia recente lettera al sig. conte di Cavour, e che pure una di tal fatta ne sia a lei pervenuta. Io non so come siasi cosi divulgata quella mia scrittura, non avendola comunicata che a pochi amici di non dubbia fede. Checché ne sia, a riparare il male io le ne rimetto la sola copia genuina che ne ho, ed è quella che il mio segretario ricavò dai molti brani di carta, ne' quali ad intervalli scrissi la lettera, profittando de'  pochi momenti che gli affari e gl’importuni mi lasciano liberi.

Se ella crede di pubblicarla, la pubblichi pure, dappoiché il conte di Cavour mi ha già risposto il 20 marzo dalla tribuna del Parlamento,


né io mi vergogno di difendere e di aver sempre difeso gl’interessi del mio paese, non lasciandomi allucinare dalle vane superbie e dalle belle parole che hanno avuto la fatale ed incredibile fortuna di ammaliare tanti uomini pensanti, quasicché non fosse possibile il formare un tutto, siccome la Svizzera e gli Stati Uniti di America, lasciando a ciascuna parte di questa nostra Italia, di cui nullum sine nomine saxum, tutta la sua relativa importanza storica, economica, finanziaria ed amministrativa, per la potissima ragione che, succedendo all’entusiasmo la riflessione e l’esperienza, così solo possono esser durevoli le associazioni. Le assolute fusioni son proprie soltanto dei liquidi, e non già dei solidi, e chi nell’accomunarsi mette più di sostanza ha ben diritto ai riguardi de' minori contribuenti, a'  quali più debb'esser a cuore che non sia mai rotto il fraterno legame. Ora tutto cede alla vanità nazionale, che non è certo da biasimarsi, laddove per essa non si sacrifichi troppo il positivo all’immaginario; ma nel vedere usufruttuarsi questa vanità a maggiore suo prò da chi meno vi ha dritto, non posso non sentirmi commuovere dal giusto orgoglio di appartenere per antichissima generazione alla vera antica Italia dei tempi eroici e della primitiva civiltà del mondo, alla terra degli emuli fortissimi e poi soci delle glorie dell’eterna Città, alla patria di Cicerone e di Orazio e di Ovidio, di Archimede e di Archita, in cui fiorirono le due classiche letterature greca e latina, e ad una delle Monarchie più illustri dell’età di mezzo, e non sopporto con rassegnazione che questo florido Regno delle due Sicilie, sì prediletto dalla natura, sia messo in fascio, come Modena e Parma, senz'alcun riguardo alla sua storica personalità.


Me nei faccia un carico pur tutto il gran partito assolutista dell’unificazione à tout prix, ma io non so tener celato ciò che mi sta nella mente e nel cuore, per valere come protesta contro la generale abdicazione.

Accolga Ella la espressione della mia distinta considerazione e mi creda.

Napoli 26 marzo 1861.

Suo Devotissimo Servidore

Luigi Dragonetti

A S. E. il Conte CAMILLO DI CAVOUR

Signore Eccellentissimo

Prima di venire come Senatore alle Camere Legislative, mi è d’uopo di aprirle nuovamente (1) l’animo mio sul modo, onde V. E. accenna di voler unire agli antichi e nuovi stati della Corona Sarda questo già Regno delle due Sicilie.

Per imporre silenzio a tutti i più gravi interessi delle italiane popolazioni, si è rilegata nel dizionario dell'odierna politica tra le parole di più abbietto e spregevole significato quella di Municipio, senza pensare che le più splendide e belle glorie dell’Italia del Medio Evo, la più gloriosa memoria del suo rivendicarsi in libertà ed indipendenza, sono vanti incancellabili dello spirito municipale, pel quale alcune sue città da se sole uguagliarono e superarono la potenza d'intere nazioni.


(1) Della lettera precedente diretta da Firenze e coni stampata non ai è rinvenuta alcuna copia.


Quanto a me, io debbo umilmente confessare che non ho in orrore questa parola, e desiderando che la nostra Italia riprenda il suo posto tra le principali potenze dei mondo, fo plauso alle smembrate sue provincie, che abdicarono ogni forma della loro personalità in riconoscenza dell’egemonia piemontese; ma oso farmi propugnatore di un Municipio tanto, grande quanto, dopo le due recenti guerre, lo era dall’Alpi al Tronto il novello regno di Vittorio Emmanuele. Questo Municipio è la vecchia monarchia di otto secoli delle Due Sicilie, regione prediletta dal cielo, che colle provincie distese fino al Rubicone furono l’Italia degli antichi Romani, e che nei più floridi tempi contennero 17 milioni di ricchi e valorosi abitanti, i quali colle aste Sabine e le aquile di Cesare conquistarono il mondo. Per un tal Municipio non pare che io abbia a vergognare di esigere un qualche riguardo da chi voglia farne un membro indistinto e gregario del corpo della nazione. Io voglio bene che esso concorra alla grande unificazione politica e militare della Terra» che il mar circonda e l’alpe» e che l’unico scettro ne regga la gloriosa Dinastìa Sabauda, perché Vittorio Emmanuele segga ne' primi seggi del concilio dei Re e vi faccia sentire il peso del suo scettro nobilissimo; mal’opera dell'annessione di una tanta parte del nuovo regno, che io chiamo invoco accessione, fu iniziata per guisa che la conquista fattane dalle armi Francesi nel 1806 dee dirsi una benedizione al confronto!


Allora tutto fu salvo di quanto v'era di buono, tutto fu per incantesimo migliorato, perché niuna delle grandi capacità del paese fu lasciata da banda, affinché concorresse dal canto suo al rinnovamento civile della patria rigenerata, onde ne fu elevato quell'ammirabile edificio ili leggi e d’istituzioni, che ora senza esame si rovescia per sostituirvi leggi, circoscrizioni ed anche nomi e vocabili piemontesi, benché rispetto all’interesse della libertà, esistesse ancora fra noi non abolito un liberale Statuto, il quale avrebbe potuto funzionare finché il Parlamento nazionale ne avesse formulato uno di getto, cogliendo il più bel fiore da quanti ne esistono. Bisogna pur dire che non si comprende ciò che sia concorso di parti per formare un tutto, interpretandosi al contrario il plebiscito, quasi come atto di vassallaggio, anzicché come adesione più o meno condizionata allo stabilimento dell’unità politica italiana. Ed invero, qual è stato il governo che, in seguito della passaggiera dittatura del general Garibaldi, si è fatto di queste provincie a nome dell’autorità sarda e per opera de' suoi delegati? Chi volesse contarne gli errori, le imprudenze, gli arbitrii, i soprusi, le incoerenze, avrebbe a stupire della longanimità del popolo napoletano, che ha ammirato e non seguito l’esempio della Sicilia, la quale ebbe una volontà e non seppe rassegnarsi ad abdicare la propria dignità  facendosi, come noi, al tutto passiva col subire le altrui disposizioni lesive del dritto della nazionale sovranità, che risiede, in tutte le grandi individualità cospiranti a mettere insieme le proprie forze, in fino a che una legale rappresentanza di esse tutte non abbia il mandato di dettar le leggi della politica unificazione.


Conseguenza di un si fatale e sconsigliato indirizzo della cosa pubblica si fu che il reame di Napoli, il quale avea il più bello esercito, la più numerosa Marina o la più florida finanza tra le potenze di second’ordine, ora non ha più armi sue proprie, e per l’enorme accrescimento del debito, e per la intempestiva ed inconsiderata sostituzione di una nuova alla vecchia tariffa doganale, e l’abolizione del bollo delle mercanzie e dell’antichissimo dazio sui cereali, immedesimato per la sua leggerezza e la sua vetustà nel prezzo delle cose, la finanza è ridotta a vivere di giornalieri espedienti, la Cassa di ammortizzazione ha perduto tutti i suoi annosi risparmi, il Real Banco presenta un deficit spaventoso, ed il Credito pubblico ha in poco d’ora perduto tutto il suo antico prestigio. Che dirò poi dell'amministrazione della giustizia e dell’abbandonato governo delle provincie, confidato ad improvvisati ed inesperti funzionari? Ma del male già fatto, comecché perduri, è vano il ragionare più a lungo, e ciò che ora importa si è il supplicare l’E. V. di lasciare al paese la cura di provvedere alle sue particolari bisogne, dacché han fatto non buona pruova i delegati finora scelti dalle successive Luogotenenze, e di non volere accrescere l’universale malcontento di queste provincie, considerandole alla pari de' piccoli stati, di già uniti al Piemonte, e togliendo loro quel resto di personalità, di cui l’E. V. non riuscirà a spogliarle senza compromettere il suo maggior titolo all’immortalità, che si è quello di aver ben avviata l'opera dell’unificazione di questa per tanti secoli sperperata e stranamente divisa terra d'Italia.


Il compito immenso che V. E. s'impose, dopoché pel soccorso di Francia fa vinta la guerra, e la francheggiata Lombardia, la Toscana e l’Emilia colla loro volenterosa accessione le ne fecero già in gran parte assicurato il successo vorrà ora da V. E. vedersi fallire nella sua gloriosa integrità, per disconoscere la importanza e la dignità di questa parte della penisola, che per la sua grandezza, la sua popolazione, i singolari suoi doni di natura e la sua antica e moderna storia, è forse qualcosa più di quanto da prima le venne fatto di mettere insieme? Dall’Inghilterra, la più propizia delle nazioni europee al suo generoso concetto, non le mancarono consigli e conforti, perché non prendesse a gabbo questa terra natale delle rivoluzioni, quest'antica sede d’imperatori e re, questa feconda madre di spiriti ardenti e di eletti ingegni, e perché qui, dove la ripugnanza alla soggezione governativa non al tutto locale era più risentita, stabilisse il centro di azione. Ma in opposizione a si disinteressate e prudenti insinuazioni, qui non si dà opera che a fomentare la mala contentezza, procurandosi con una febbrile impazienza di cancellare ogni vestigio di napoletane e siciliane istituzioni e leggi, e di assimilare ai piemontesi tutti i nostri ordini di politico ed economico reggimento, non che di abbattere tutto ciò che potesse far sospettare volersi a noi lasciare qualcosa che avesse l’impronta di propria ed indigena autorità, come di recente lo ha dimostrato l’abolizione dei Consiglio di Stato invertito in semplice tribunale amministrativo con la metà dei suoi componenti, nell’atto che esso è chiamato a giudicare dei conflitti tra l’Amministrazione e l'ordine giudiziario e l'autorità Civile ed Ecclesiastica;


e si creava dapprima una Consulta, e di poi una speciale Commissione per formulare i progetti di leggi, acciò non si credesse che a quel supremo Consiglio fosse lasciato quel l'alto e nobilissimo officio!

V. E. è certamente, a giudizio nostro e di tutta l’Europa civile, un sommo uomo di Stato, ma in questa parte ella tradisce il suo genio, e sul punto di recarlo in atto compromette l’adempimento del suo maraviglioso disegno. Io non mi stimo certo da tanto di smuoverla da'  suoi proponimenti, ma pur mi fo oso di pregarla a concedere qualche momento di rinnovata attenzione al discorso, non degno invero del sogghigno con cui fu accolto dalla Destra, all'È. V. devota, nel Parlamento sardo in ottobre ultimo, fatto dal deputato Ferrari; ed a non isdegnare benanco di gittare uno sguardo all’opuscolo del già deputato del Parlamento napoletano Costantino Crisci, ch'io mi prendo sicurtà d’inviarle, perché V. E. da questa produzione, che ha qui eccitato il più vivo interesse, prenda conoscenza. dello stato dell’opinione nella Capitale del già Regno delle Due Sicilie, di cui Ella non farà mai retto giudizio, laddove si attenga alle pericolose illusioni di coloro, che ha qui messi al potere, e di quelli a' quali le ingiuste e solennizzate persecuzioni del cessato governo han dato un valore politico, che sventuratamente non hanno per la potenza della mente. V. E. ha qui già fatto parecchi esperimenti di governo, ma l'uno non fu più saggio e più fortunato dell’altro, e tutti parve che fossero ordinati a fare la propaganda del malcontento.


Ed è una stolta calunnia il dire che questo popolo sia ingovernabile, poiché ha tollerato e tollera con la più paziente longanimità i tanti errori commessi, le tante malversazioni, l'annientamento delle sue prospere finanze, la umiliazione della parte buona del suo esercito, e l’esaltazione di tante nullità col danno del servizio pubblico e della giustizia, e non gli si può recare a colpa se rimane impassibile nella speranza di future possibili emende. Esso adopera diversamente nella parte insulare di là del Faro, ma ha qui la medesima risoluta volontà di non essere, come mandria, aggregata alla parte superiore della penisola per subirne le leggi e la suprema direzione. Nè dee trarre in inganno l’E. V. la recente scelta dei deputati al Parlamento, perocché essa fu potentemente diretta ed influenzata dalla consorteria governativa e dai molti già chiamati a dividerne i materiali vantaggi, e da moltissimi, a' quali in premio se ne facea sperare la partecipazione.

Con queste parole io non intendo di pregiudicare la buona fama di un gran numero degli eletti, uomini di specchiata probità senza fallo, ma da chi li propose stimati incapaci di alzar la voce a combattere la troppo assoluta egemonia del regno subalpino. Io, ai pari di V. E fui Ministro degli affari esteri in momenti difficilissimi, ma non perciò mi reputo dotato del mirabile ingegno, della stupenda capacità e del genio dell’E. V. per potermi dal mio basso luogo arrischiare a suggerirle alcuna cosa che aiuti ad incarnare l’altissimo suo concetto di mettere insieme le da tanti secoli divise, e non tutte omogenee parti della nostra penisola, per sollevarla al grado di grande potenza.

Ma io conosceva bene il mio proprio paese e tutte le sue condizioni, quando dalla Toscana le facea riflettere che pel regno delle Due Sicilie era vano l’augurarsi un'accessione incondizionata, come quella del Gran Ducato, svigorito dalla molle e seduttrice dominazione de' Medici e de'  Lorenesi, e le insinuava di operare di sbieco la difficile impresa, lasciando al tempo la cura dell'assimilazione, col dare lo scettro delle due Sicilie a S. A. R. il Principe Umberto, come a principe ereditario del regno sardo e delle già annesse Provincie. Cosi tutto si sarebbe salvato di ciò ch'esisteva in questo florido reame che ora deploriamo interamente perduto. Il giovine re avrebbe col prestigio dell’età innocente incantato i cuori e le menti di queste immaginose popolazioni, e se per poco avesse avuto d'uopo di un Consiglio di reggenza, non chiamandovi, contro la sapiente sentenza del Macchiavelli, i reduci dall’esilio, e circondandosi di uomini di provata esperienza e di chiaro nome, un giorno più che l’altro avrebbe avanzata l'opera dell’assimilazione di questa colle altre regioni d'Italia, ed il grande impero sarebbe stato un dì formato sotto il suo unico scettro. Ora Iddio voglia che per la fretta d’animo di volere la cosa a qualunque rischio, senza il divino concorso del tempo, e senza il dovuto riguardo ai peculiari interessi de'  popoli ed alle loro svariate origini ed istoriche tradizioni, non faccia un giorno, dopo molte e crudeli vicissitudini, esclamare: Tantae molis erat romanam condere gentem, se pure sta scritto lassù che a compiere si abbia per durare il gran fatto iniziato e condotto con troppo avventata fiducia e sì poco riguardoso ardimento.


Qui per ultimo non debbo nasconderle' che la non giusta estimazione de'  sentimenti di queste popolazioni, e la consueta impazienza di svellere da noi ogni cosa che non più esista nel Piemonte, presumendosi che l'atto avrebbe guadagnato favore e plauso alla pubblica amministrazione, han fatto decretare l’abolizione di tutti gli Ordini religiosi dell’uno e dell’altro sesso. La richiesta assoluta uniformità rendeva necessaria una siffatta disposizione, ma non essendo fin qui uniforme lo stato dello spirito pubblico, non fu dall’universale favorevolmente accolta una tale disposizione, soprattutto perché intempestiva in questa tanto popolare propensione a giudicare oppressiva ogni e esterna importazione, e quella singolarmente in parola che ripugna al culto fervente e tradizionale del popolo napoletano, e che per le loro attinenze porta lo scompiglio in un sì sterminato numero di famiglie, ed in un anno cotanto penurioso ritoglie il pane ad una sì grande moltitudine di persone addette al servizio delle Chiese e de'  Conventi, e priva la classe mendica della quotidiana distribuzione di danaro e di alimenti, solita a farsi dalle Case de' Regolari. Simili cose, a mio giudizio, non possono farsi che quando il governo è forte e rispettato, e sventuratamente esso è qui debolissimo e tenuto da meno per la poca stima che, sicuramente a torto, salva qualche rara eccezione, si fa degli uomini chiamati al potere e del governativo indirizzo.

V. E. mi perdoni il mio non diplomatico, ma franco linguaggio, e non le incresca che l’usi chi fin dal 1814, quando forse l’E. V. non era stata ancor procreata ad illustrare colle sue grandi qualità la patria nostra, dettava manifesti e proclami dell'unione italiana,


tanto allora più facile, perché, cadendo l'impero francese, era tutta nostra l’Italia, tranne la Sicilia,  né esisteva in Roma quell'imponente ostacolo della Pontificia sovranità temporale, che ora agli occhi di molti adombra di brutta nota di sacrilegio l’aspirazione all’intero possedimento della penisola. Ella forse al presente, colla buona volontà della Francia, menerà a buon fine la impresa, ma la supplico di pensare che, non contentando Napoli e la Sicilia, e lasciando che il governo proceda come fra noi ha proceduto finora, non farà cosa che sopravviva al suo genio e che dai venturi La faccia esaltare e benedire.

Io fin qui Le ho fatto aperto quanto nella mia coscienza era riposto, non dubitando di apporre note spiacevoli a stimabili e carissimi amici, che colla migliore volontà del mondo, per la falsa posizione in cui furono messi, fallirono nella loro missione: tanto è in me l’amore della verità e del bene. V. E. si degni di non ravvisare nella mia libertà di parola che la più viva premura di veder coronata di glorioso successo la sua magnanima impresa, la costituzione duratura della gran patria italiana che, sull’esempio della Svizzera, dai miei più teneri anni fu il più affannoso e geniale pensiero della mia mente. Ora accolga benignamente la espressione della mia più devota osservanza e mi creda sempre di Vostra Eccellenza

Napoli 10 Marzo 1861

Umil. mo, Obed. mo Servitore

L. Marchese Dragonetti.









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