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VITA POLITICA

del Cavaliere

D. LUIGI DE' MEDICI

GIÀ MINISTRO CONSIGLIERE DI STATO

PEL REGNO DELLE DUE SICILIE.

[autore Principe di Canosa ?]

PARIGI

NELL'ANNO 1832

(III)

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Eleaml.org - Dicembre 2016

L'EDITORE A CHI LEGGE.

In un paese ove il mondo va da sé (la frase è stata spesse volte ripetuta, essa dunque è vecchia, ma bella) comparve un Cenno biografico sul quondam Cavaliere Luigi Medici Napoletano. Uomini, il cervello de' quali va (in forza dello stesso principio) da sé, giudicarono fosse lavoro del principe di Canosa. Ciò venne sostenuto collo stesso giudizio critico, col quale erasi antecedentemente asserito, che il medesimo Cavaliere fosse stato l'autore di un altr'opuscolo intitolato: Il mio viaggio in Italia. Questo almeno (per quanto dozzinale) era scritto nelle buone massime religiose e monarchiche. Il Cenno biografico però, oltre essere scritto assai mediocremente, rigoglia in molli luoghi di aneddoti ed espressioni tanto poco morali, che potrebbe caratterizzarsi come un libello.

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Un giudizio tanto sciocco, sotto tutti i punti di rista, ebbe pel Principe di Canosa spiacevole risultamento tanto nell'interesse, quanto nel decoro apparente. Conciossiaclxò andando in quel paese il mondo da sé, e quindi essendo regolato senza massime e principii,così in un reggimento che affettava liberalismo venne condannato tirannicamente; ed in uno stato monarchico con forme tutte democratiche, cioè ineducatamente, avvegnaché sempre villana fu democrazia.

Il rumore di un tale sciocco, ingiusto e villano procedere giunse all'orecchio dell'autore dei Pifferi di montagna antico avvocato del principe di Canosa. Egli volle nuovamente cimentarsi nel difendere il suddetto Signore calunniato sempre, né avvilito giammai dalla preponderante influenza liberalesca.

L'avvocato suddetto cercò sulle prime tutti i modi per comporre le cose colle buone. Cercò far conoscere agli autori delle dottrine che il mondo va da sé, che se questa volta nel giudizio usato avessero la menoma critica, avrebbono conosciuto che il Canosa non potea essere l'autore né dell'uno, né dell'altro opuscolo. Siccome se avessero avuto la menoma dose di malizia non si sarebbero fatti corbellare dalla fazione liberalesca, e dall'asino famoso, che senza palle avea mossa guerra di calunnia al principe di Canosa. In vista di potenti ragioni,

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che dimostravano l'innocenza del suo cliente, altro esso non chiedeva l'autore de' Pifferi 3 se non che, meglio esaminate le cose, si fosse; resa giustizia al suo cliente mal condannalo.

E per quanto sia vero essere proprietà degli asini l'ostinarsi negli spropositi senza voler dare ascolto alla verità ed alla ragione, pure il nostro autore avendo un'opinione ben diversa di coloro che lo avean giudicato (per quanto senza formo, et ex informata conscientia), così non credea difficile una pretesa tanto consentanea alla pura giustizia. Egli suppose facilissima l'impresa, e per deciderli più agevolmente recò moltiplicati esempi d'uomini sommi in sapienza tanto che in potenza, che ingannatisi in qualche giudizio, in seguito di aver conosciuta la verità, confessato aveano il commesso errore. E in vero per quanto possa essere gigantesca l'opinione che abbia di sé medesimo taluno (dietro gli encomii prodigatigli dai Potter, e fogli della propaganda) può mai supporsi superiore ad un Agesilao re di Sparta? ad un Alessandro il Macedone? E pure il secondo mutò il suo giudizio, convinto che fu da una miserabile vecchiarella, cui, malamente informato, avea fatto un'ingiustizia. Quella ne riprese il gran conquistatore, dicendo che si sarebbe appellata dalla datale sentenza. A chi ti appellerai? le replicò il dominatore dell'Asia. Ad Alessandro digiuno, rispose l'oppressa.

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Mentre al primo avendo altri dimostrato l'ingiustizia di uria di lui decisione, punto non arrossì nel dichiarare l'errore in cui era caduto: piane assensus sum si res justa erat, si minus vere dixi, sed piane assensus non sum.

Ma ci vogliono altro che rancidumi per persuadere i fisici., i matematici, i filosofi illuminati. 1l mondo ora ammette altre teorie che quella degli antichi. Dottrina di moda è quella di non rispettarne alcuna, come la sola ragione imponente è quella della forza fisica. Pazienza.

Se però non ha potuto l'autore de' Pifferi di montagna fare che sia resa giustizia al suo cliente da' filosofi illuminati e liberali, spera ottenerla dal pubblico, che, nella preponderanza della massa enorme, non approva i sentimenti degl'illuminati. A tale oggetto ha voluto rendere di pubblico diritto la Vita politica del Cavaliere de' Medici, gran protettore, e grande avversario insieme (secondo gli tornava comodo) del liberalismo. Chi confronterà questa vita col Cenno biografico, si avvedrà della differenza dell'unghia del leone da quella del gatto, E vero che l'opera non è di Canosa, ma di uno della scuola de' Sanfedisti (come dicono gli asini liberaleschi scrittori) con alcune annotazioni dell'autore de' Pifferi.

Ciò basti per ora. Speriamo nel Signore che rendendo ciechi gl'illuminati, possano nelle tenebre vedere la giustizia, e renderla a chi la merita.

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In altro caso non mancheranno rincontri per convincere gli stessi Pironisti, essere il maggior degli errori quello di credere che possano le società sussistere senza giustizia distributiva, come la più bestiale fra le teorie quella che il mondo vada da sé. Conservati intanto sano, o mio lettore amico, e preparati a leggere altri opuscoli che ti dimostreranno la vera cecità degl'illuminati come il genio del dispotismo deliberali.

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INTRODUZIONE.

Il Cavaliere Luigi Medici si definisce in un modo così vago da' suoi nemici e dalle sue creature, che tanto le lodi quanto le ingiurie allo stesso dirette devono reputarsi piuttosto come sentimenti risultanti da privati interessi, che come una severa indagine delle azioni di un uomo di stato, che per le stesse dev'essere giudicato.

Mi sono proposto dunque di scrivere non già la sua vita, ma la storia de' fatti che lo riguardano nelle diverse cariche che ha esercitate (a).

Non la vana ambizione di essere autore, non la speranza di cattivarmi l'altrui benignità, o il timore di espormi

(a) Questa sola e semplice riflessione non furono abili fare quei tali, che supposero fosse stato il principe di Canosa l'autore di quel Cenno biografico che comparve in Toscana nel 1830 poche settimane prima della ribellione che ebbe luogo in Francia nel luglio dello stesso anno. Colla stessa logica e critica uomini imbecilli aveano ad esso lui attribuito altri opuscoli come quello che portava per titolo: II mio viaggio in Italia. Questo, per quanto in gran parte contenesse sentimenti in etica e politica simili a quelli manifestati dal Principe di Canosa, pure senza una dose immensa d'ignoranza in critica non 4 possibile credere per un momento che ne sia l'autore.

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all'altrui malevolenza, non il genio di parte mi ha determinato a questa intrapresa; ma l'unico scopo è d'indagare la verità, e di ottenerne indi un rimedio a' nostri mali, perché se dimostrerò che la sua amministrazione sia stata utile o dannosa, posso lusingarmi che continuandosi sullo stesso sistema, o allontanandosene, si giovi alla causa pubblica.

Le lodi prezzolate quando riguardano l'uomo privato non interessano le nazioni, ma quando sono dirette all'uomo pubblico diventano della più grande importanza, perché tendono a consolidare i sistemi ruinosi che lo stesso ha messo in opera, ed a preparare una messe più abbondante a quella classe di rapinatori subalterni, che son pronti sempre a gettarsi sulla fortuna pubblica per divorarla (a).

Non si tratta dunque di lodare o biasimare il Cavaliere Medici, poiché non essendo più tra noi, non mi darei la pena di occuparmene, ma la quistione importante è di conoscere, s' egli ha fatto il bene, o la ruina della nostra patria; se ha fedelmente

(a) Le più superficiali notizie del regno di Napoli sono troppo sufficienti per convincere chicchessia di una tale verità. Non nascendo dal soggetto in questione l'essere noto che il Cavaliere de' Medici (poverissimo prima di entrare in carica) ha lasciata una fortuna immensa; e ricchissimi essere similmente divenuti quanti lo avvicinarono, non che gl'impiegati subalterni de' suoi ministri, dimostra quali specie di locuste divoravano la fortuna di quel regno fino dalle radici.

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servito il suo Re, se i suoi sistemi sono a seguirsi o a rigettarsi, se le sue creature meritano o no la fiducia del sovrano, ed in conseguenza se la sua memoria dovrà essere accetta, o in esecrazione a' suoi concittadini.

E dunque di gran momento l'oggetto che mi sono proposto, e l'è ancora di non facile riuscita, perché un uomo non può scrivere una storia vera ed imparziale di quegli avvenimenti, di cui egli stesso è testimonio, ed a' quali ha dovuto prender parte. Supponendo che abbia veduto tutto ciò che racconta, o che 1' abbia inteso da persone degne di fede; supponendo che sebbene sia indipendente da ogni amor patrio per tutto quello che deve dire, sempre incontrar deve due ostacoli, che l'impediscono nel caso in quistione di scrivere una storia interamente vera ed imparziale.

L'uno è nella impossibilità di vedere nell'interno di colui di cui si scrutinano le azioni, di leggere i suoi pensieri, di misurarne le passioni, di scoprire il fine della sua condotta, di conoscere le cause che lo han fatto agire, in una parola di leggere nel suo cuore; ed è perciò che le vere cause di molti avvenimenti restano nella incertezza, e sono tanti enigmi che non si possono sciogliere, per cui lo storico, che deve soddisfare il lettore, è obbligato a farla da indovino, e presentare le sue congetture in luogo della verità.

L'altro inconveniente insuperabile è l'impossibilità in cui dev'essere lo storico contemporaneo,

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di veder le cose quali sono realmente, e non già come le appariscono per causa delle abitudini che ha contratte, e sulle quali ha formata e stabilita la sua opinione.

Convinto dunque di questo assioma, sarò veridico ed imparziale per quanto è possibile ad un fragile mortale condannato a valutar le cose per quell'aspetto che gli sembrano di essere, ed in tal modo sono veridico ed imparziale anche quando m'inganno perché non ho il progetto d'indurre il lettore in errore allorché definisco gli oggetti con quel colore che gli ho veduti.

Questa è la regola che mi propongo di eseguire, e procurerò sempre di definire il merito vero e reale di un oggetto senza farmi dirigere dalla simpatia o avversione che per il medesimo sento. Desidero ancora parlar solamente delle cose e non delle persone, e quando è inevitabile occuparmi di alcuna, lo farò con pena, ma colla determinazione di dire quel cho penso. Egualmente ognuno ha la facoltà di giudicarmi, né mi darò alcun pensiere di coloro che intendono denigrarmi, perché essendo l'unico mio scopo il bene del mio paese, non ho scritto per malignare alcuno, ma per ottenere questo intento. Se dunque mi sono ingannato, ed altri vi riuscirà, ancorché mi confuti, sono pienamente appagato di questa operetta.

VITA POLITICA DEL CAVALIERE D, LUIGI DE' MEDICI

PARTE PRIMA.
CAPITOLO I.

Il Cavaliere Medici sulla fine del passalo secolo cominciò la sua carriera pubblica in questo regno, e nel suo primo ingresso al gran mondo diede le più belle speranze di se stesso (1).

Un nome illustre ed istorico quanto Io è quello di Medici, da questi pretende aver origine la nobile famiglia de' principi di Ottajano, a cui apparteneva il Cavaliere Medici, aumentava la considerazione che i suoi talenti gli facean meritare. Questi pregi ricevevano un gran risalto in una delle più regolari fisonomie che la natura si compiacque di formare, poiché il Cavaliere Medici fu uno de' più belli uomini della sua epoca (z). La Marchesa di San Marco vedova del capitano delle guardie del Re, dama di gran talento, graziosa ed amabile, e ch'era considerata in corte perché godeva il favore della Regina, era sorella di Medici, dalla quale era amato con trasporto.

Sembrò quindi che la Provvidenza avesse tutto riunito in quel giovine Cavaliere per farlo montare alle prime cariche ad eccezione delle ricchezze, giacché la sua famiglia era povera.

(1) A ben considerarla il Cavaliere De' Medici non fu mai altro che ciò che chiamavasi uomo di spirito- Grazioso, cortese guadagnò l'animo di molti. Educato in Francia ne riportò tutta la leggerezza, Si fece credere filosofo alla moda ec. ec. ec.

(2) Vedi l'ultimo capitolo.

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Il Cavaliere Medici per farsi conoscere dal governo e da' suoi concittadini prescelse la carriera del Foro, e ne' primi suoi anni giovanili nominato giudice della regia corte della vicarìa si fece ammirare per la retta amministrazione della giustizia, per cui ben presto fu nominato consigliere del regio consiglio, e nell'esercizio» di quest'altra sua carica fu così nobile il suo contegno, ed amministrò la giustizia con tanta imparzialità e sapienza che venne da tutti applaudito come uno de' migliori magistrati di quell'epoca.

Allora appunto questa capitale era soggetta ad uno de' più gran disordini, a cui è esposta una popolata città, cioè un immenso stuolo di ladri di giorno e di notte ne percorreva le strade, rendendo mal sicura la vita e le proprietà dei cittadini, ed un antico errore faceva credere che una immensa popolazione rendeva senza rimedio un sì gran male.

Un magistrato, che allora aveva il nome di Reggente, esercitava la polizia nella città. Questa carica si conferiva sempre ad un primogenito delle primarie famiglie del regno, e' quindi un gran signore riguardava tal posto sotto l'unico aspetto del benefizio che poteva ritrarne, e ne lasciava l'esercizio a subalterni avidi e degradati, che portavano allora il nome di scrivani, i quali tenevano a loro soldo i ladri, che proteggevano e che eccitavano al furto, fino ad avere l'impudenza di tenere nella città stessa de' depositi, ne' quali si conservavano i furti, acciò i derubati potessero riscattarli. Il disordine avea fatto progressi tanto rapidi, che ormai non si poteva domiciliare nella città, perché i cittadini non trovando garanzia nella legge erano tutti armati per opporre una resistenza ai ladri; in una parola la città di giorno e di notte offriva da per tutto un campo di battaglia fra' cittadini che difender volevano le loro proprietà e la vita, ed i ladri che insidiavano 1' una e l'altra.

Il Re quindi informato dello stato di ansietà e di generale disordine in cui era caduto lo stato sociale della città, pensò seriamente ad opporre il rimedio ad un tanto male.

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Egli conferì questa carica al Cavaliere Medici. Questi, giovine ancora, elevato a tal dignità fu penetrato da doveri che la stessa gl'impose, ne era possibile di meglio corrispondere alla generale aspettazione di quello che egli fece. In pochi giorni il paese fu purgato da' ladri, e le sue misure furono così a proposito e sagge, che da quell'epoca non si è più sofferto quel disordine non ostante le rivoluzioni alle quali fu esposto il Regno.

Il Cavaliere Medici adottò inoltre de' mezzi per la polizia interna della città, che a giusto titolo lo fecero reputare per uno di quei Genii che la Provvidenza crea per ben riescire in ogni intrapresa. Non fuvvi dunque Napoletano che non sentisse il rispetto e la riconoscenza dovuta a questo magistrato per li tanti benefizi] che la città riportava dalia sua amministrazione, ed ognuno augurava di veder compensati con cariche maggiori i servigi così segnalati, e se i suoi concittadini reputar vano questo personaggio meritevole di ogni impiego, il Principe pareva non esser restìo di conferirgli tutti gli onori ed i poteri che un Re può dare ad un suddito benemerito.

La Marchesa di San Marco sempre potente in corte 6Ì applaudiva dell'opera sua stessa, e nel veder coronati i suoi voti a favore di un fratello prediletto, si sentiva sempre più animata a rivolgere l" attenzione del Re su un magistrato che giovane ancora rendeva servigi così importanti al Monarca ed allo stato.

Le più belle speranze perciò si presentavano ai cavaliere Medici. Gli applausi che aveva riscossi, la confidenza che tutti in lui riponevano, la protezione che in corte godeva svegliarono la sua ambizione. Gli si montò la fantasia e si credè superiore a quanti Io pre cedevano in cariche, per cui i più rapidi ascensi gli sembravano facili e dovuti al suo merito, quindi credè di meritare una piazza nel consiglio di Stato. Egli incontrò degli ostacoli e procurò di allontanarli, ed è questa l'epoca in cui si oscura quest'astro che sul suo albore si annunciò tanto brillante.

CAPITOLO II.

Era allora primo ministro don Giovanni Acton. Gli altri ministri erano tanti suoi subalterni. Egli godeva la fiducia ed il favore del Re e della Regina. Acton non era Napoletano, e n'era mal sofferto. Ingelosito del favore che la marchesa di San Marco godeva in corte, s'avvide che portar voleva suo fratello nel ministero per formargli un rivale, e preparargli un successore. Ora i Napoletani desiderando l'allontanamento di Acton, lo credevano verosimile, fidandosi ne' maneggi della San Marco, e quindi tutti i novellisti del giorno designavano pel ministero il cavaliere Medici. Costui invece di smentire tali vociferazioni, le accreditava, manifestando quella impaziente ambizione, che poco si discosta dalja imprudenza di quei giovani che sono guastati dalla fortuna e dalle adulazioni. Egli confidava nel potere di sua sorella che gli assicurava il favore della corte, lusingandosi che il Re non poteva ancora dispensarsi di secondar l'unanime consentimento de' suoi sudditi, che gli auguravano un ministero, perciò era piucché certo dì avere un posto nel consiglio; ma dové avvedersi che Acton si opponeva, e conobbe ben tosto che quest'ostacolo era più forte di quello che aveva creduto, per cui dové disingannarsi e convincersi che non sarebbe mai pervenuto al ministero finché vi era Acton.

In quell'epoca appunto erasi convocata in Francia la convenzione nazionale, quell'assemblea che scosse l'Europa promovendo avvenimenti inauditi, che minacciava di una sovversione generale non solo i troni de' Re, ma ancora la Religione e tutte le sociali istituzioni. Fu proclamata la repubblica Francese e distrutta la Monarchia. Il Re e la Regina sventuratamente su di un palco viddero il termine delle loro grandezze e delle loro soffereuze. I realisti che colla fuga evitarono la morte si dispersero in tutte le corti di Europa, che allarmarono, mettendo in veduta la funesta influenza, che le massime rivoluzionarie andavano ad esercitare da per tutto.

I sovrani perciò nel reprimere quella rivoluzione credevano garantir se stessi ed i loro sudditi da ogni pericolo. Dichiararono quindi tutti la guerra alla repubblica francese.

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La Regina di Napoli che vendicando la tragica fine di sua sorella la regina di Francia credeva di assicurare alla sua famiglia il trono, su cui sedeva, pose in opera tutti i suoi talenti, ed in azione tutti i suoi mezzi per formare contro la Francia una coalizione di tutti i Sovrani d'Europa.

Per trovare la connessione in una serie di avvenimenti, che sembrano estranei, ma che fanno al mio proposito, ho bisogno di premettere altri fatti, senza de' quali sarebbe ben difficile di scoprire la causa della condotta di Medici.

Non tutti i componenti la convenzione di Francia avevano la stessa opinione, ed ognuno conosce in quanti partiti era divisa, ed i loro diversi nomi. Quello della Montagna che la dominò per tre anni, abusò delle massime di Macchìavelli insegnate col famoso trattata del Principe, cioè che le nuove istituzioni di un popolo non possono consolidarsi, che rovesciando le antiche, e distruggendo dalle fondamenta le basi principali dell'aggregazione sociale, e quindi questo partito dopo di aver distrutta la monarchia, massacrato il Re ed i suoi aderenti, abolita ogni Religione, credè di lare sparire ogni ostacolo per il compimento del suo infernale progetto, costituendo una nuova società, e perciò pensò di togliere le proprietà a quelli che ne possedevano con ripartirle tra quelli che non ne avevano mai avute.

Questo partito che meritò il nome di anarchico si componeva da una gran massa, ma in realtà era diretto da pochi individui componenti i suoi comitati, i quali solamente erano depositarii di simili progetti distruttori. La folla poi dei loro seguaci non era a parte del segreto, ma esaltata e divenuta furibonda, mentre credeva di sagrificarsi per la libertà, era impiegata da' Comitati qual vile istromento di disordine ed assassini!, onde poi in risultamento i componenti di detti Comitati potessero conseguire quelle ricchezze e quel potere che non avevano.

In Francia ed altrove erano sul loro nascere derise le massime e le operazioni della Montagna, ma gli errori di coloro che volavano reprimere questo partito e le vittorie

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delle armate Francesi fecero temere una sovversione generale, e per conseguenza il trionfo dì tali massime.

Tutti i Sovrani d'Europa che rivolsero le loro armi contro la Francia protestarono che il loro scopo era di distruggere la montagna, e perciò questa si cooperò di appicciar il fuoco in ogni Regno, acciò ogni Sovrano occupato a salvare il proprio regno non avesse i mezzi di nuocerle. Istituì quindi la Propaganda, spediva cioè degli emissarii in tutti i regni per disseminare le sue massime, formar combriccole e cospirazioni contro tutti i Re. Tutti gli traviati della Repubblica Francese dunque presso le altre potenze ebbero l'incarico di promuovere le rivoluzioni e proteggere i rivoluzionarli.

Le teste Vessuyiane de' Napoletani erano le più atte a ricevere tali impressioni. Furono quindi sedotti pochi giovani inesperti, incapaci di ogni riflessione facili a concepir chimere senza poterne calcolare i' insussistenza, tanto più che il partito a cui si affiliavano, lor prometteva onori, ricchezze e quel potere che non avevano (1).

(1) Molto prima elle scoppiasse la rivoluzione Francese esisteva in Napoli una fazione che delirava per rovesciare il trono di Dio e dei Re. La miscredenza e la massoneria lavoravano di continuo per questo doppio infernale progetto causa unica dello spargimento di tante lagrime e di tanto sangue. Siccome però i tempi erano ben diversi e la gran massa della popolazione religiosa, e leale versò il Trono riguardava ne' miscredenti, e ne' massoni tanti pubblici nemici, cosi i congiurati agir dovevano con molta cautela e riservatezza. Il favorito di loro progetto fu quello di seminare la discordia tra il potere spirituale é secolare. In Napoli ne favoriva il pretesto il famoso tributo che pagavasi al sommo Pontefice nominato la Chinea. Sorse una setta che fingendo sostenere i diritti Sovrani contro le pretese usurpazioni della Santa Sede, non cercava in effetto che la rovina del Soglio. Questi faziosi vennero chiamati Regalisti. Mille principiarono a scrivere contro Roma. Essi però vennero superati in guisa dai polemici Romani, che divennero fino oggetti ridicoli. Ancora qualche cosa di più. Gli apologisti Romani penetrando nel più profondo del cuore di quelli, li caratterizzarono come repubblicani fino da un tempo, in cui di ciò non faceasi parola. 1 fatti guarentirono l'acutezza di que' scrittori. Difatti accaduta la rivoluzione tutti i Regalistì si tramutarono in Giacobini.

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Sveni tiratamente appunto in quell'epoca giunse in Napoli una flotta Francese, che diede fondo sotto le finestre del palazzo Reale, ed impose la legge al Re di riconoscere quel governo che aveva distrutta la monarchia in Francia. L'impotenza in cui si trovò il Sovrano in Napoli di potergli resistere, e l'umiliazione che soffri nel ricevere la legge di chi si era deriso, montò vieppiù il cervello de' novatori eccitati dai propagandisti. Una folla di giovani si gettò sulla detta flotta, e là tra inni e pranzi patriottici acquistavano fiducia ed ardimento, ed indi senza alcun ritegno si professavano le massime rivoluzionarie.

Il governo si allarmò, ed il Cavalier Medici che era reggente, e che aveva nella sua dipendenza la polizia credè di colpire il momento propizio per far cadere nelle sue mani la somma delle cose, e di abbattere il suo antagonista Acton»

La circostanza affidandogli la sicurezza del sovrano e la quiete del regno gli era pur troppo favorevole. Avrebbe egli potuto salvare il proprio paese, e coprirsi di una gloria immortale, poiché gli era ben facile reprimere poche teste svaporate, ed allontanare il contagio rivoluzionario del Regno; ma egli procurò di fare ingigantire il male, credendo così di rendersi più importante, ed adottò scellerati espedienti, il di cui risultato fu la sua rovina a quella del regno (1).

In quell'epoca era suo familiare Annibale Giordano figlio di un medico di Ottaiano, che aveva la casa e la mensa comune col cavalier Medici. Questo Giordano acquistata si era la riputazione di valente matematico, ed ancor giovane meritata si era una cattedra di geometria. Cinico di abitudine e di temperamento, ardente e melanconico indossò con facilità e fervore la divisa di Giacobino, e ne divenne l'apostolo. Costui che nulla poteva perdere, e moltissimo aveva a guadagnare

(1) Medici era l'uomo del patet exilun. Egli non si fermava innanzi a mezzo qualsivoglia. Per iniquo che fosse lo adottava purché fosse conducente al fine che si era prefisso. Ancora da reggente praticò lo stesso sistema. Egli è vero che purgò Napoli dalle turbe de' ladri che l'infestavano. Ma con quali mezzi? Inorridirebbero nel sentire i tratti delle maggiori immoralità praticale e comandate!

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in una rivoluzione, e il di cui cerebro era facile a montarsi, sembrò al Cavalier Medici un opportuno istromento al suo disegno.

Nelle ore di ozio il Reggente in compagnia del Giordano con arte faceva divenir oggetto della conversazione lo stato politico d'Europa e del Regno. Allora Giordano non occultava le sue massima ed i suoi disegni, ed il reggente invece di combatterli li sentiva in modo che Giordano credè averne la parola; e di agire per sua impulsione e consentimento

Incoraggito Giordano si associò due altri maestri di scuola, ai quali svelò i suoi sistemi ed i suoi progetti, assicurandoli della cooperazione del cavalier Medici. Costoro ad imitazione de' Giacobini di Francia istituirono i Club, però riuscirono a sedurre pochi loro discepoli giovani senza esperienza e senza consiglio. Il Giordano sempre nelle sue arringhe; e colle sue assicurazioni dichiarava capo della cospirazione il reggente a cui in ogni giorno dava conto de' progressi della medesima.

Era in Napoli notissimo il Giordano per le pratiche che usava, onde aumentare il numero dei Clubisli. Nella scuola, per le strade, ed in ogni occasione ne professava le massime, ne encomiava i disegni, associandosi al reggente che lo aveva sempre in sua casa ed alla sua mensa, perciò tutti erano convinti, che realmente Giordano agiva di consenso del suo protettore.

Il disegno di Medici però era, o di farsi il capo della rivoluzione, se mai gli avvenimenti della Francia ne promettevano il trionfo, o di essere il persecutore de' rivoluzionarii se mai il suo interesse lo richiedeva. Nell'uno e l'altro caso vedeva sempre piombare nelle sue mani il supremo potere, ed otteneva così di sbarazzarsi del solo ostacolo che nel Cavaliere Acton incontrato avevano le sue mire ambiziose.

CAPITOLO III.

O che i moltiplici avvisi che pervennero alla Corte della cospirazione che si tramava avessero fatto temere

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al Cavalier Medici, che ad altri si potesse affidare lo scoprimento della stessa, o che lo oscillazioni a cui era sommesso il partito anarchico in Francia rendessero a suoi occhi problematica la rivoluzione in Napoli si determinò ad esserne il persecutore. Fece quindi arrestare in sua casa il suo amico ed ospite Giordano, che all'istante manifestò i suoi progetti ed i suoi complici.

Si eresse Un tribunale per giudicarli; e tra giudici fu lo stesso Medici. Questo Tribunale condannò taluni a morte, altri alla deportazione. Giordano però che era il capo della cospirazione fu condannato in vita nel castello dell'Aquila. Quando a taluno de' rei s' imputava il delitto di essere intimo amico del Giordano alcuno si rivolse al Reggente protestando di aver creduto d'imitarlo (1).

Il Cavalier Acton non era così imbecille da addormentarsi sulle manovre di Medici, anzi fu tanto accorto, che ne scrutò con somma avvedutezza l'andamento. Lasciò giuocar la commedia, e quando il credè opportuno procurò di far ravvedere il Re e la Regina sul conto del Reggente (2).

Dovea Giordano subire il suo destino. Acton incaricò D. Scipione la Marra sua creatura di condurlo all'Aquila, ina gli svelò il suo sospetto che il Cav. Medici fosse l'organizzatore de' Club, e che del Giordano si era prevaluto, e che l'uno e l'altro non avevano calcolato, che in qualunque modo si fosse diretta la commedia non si poteva evitare una condanna per Giordano, e che sebbene questi salvata aveva la vita; pure la condanna perpetua nel castello dell'Aquila, era a reputarsi come una morte civile e che perciò sarebbe riuscito facile d'indurre il Giordano a denunziare il vero, mettendogli innanzi gli occhi il suo funesto destino

(1) Uno di questi, fu Andrea del Giudice.

(2) Checche l'invidia cortigiana e la malizia settaria abbia vomitato contro quel ministro, non. si potranno negare a quello ne acutezza ne talenti di governo. Era inoltre lealissimo verso la dinastia che lo aveva beneficato, come nemico fu acerrimo e costante della rivoluzione. Egli ben conobbe il nostro leggiero e versipelle De' Medici.

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con fargli conoscere; che Mèdici lo aveva sagrificato, e che egli non era la prima vittima di un grande ambizioso.

La Marra munito di tale istruzione si accinse al suo disimpegno. Fuori porta Capuana diresse qualche parola equivoca al Giordano, questi proruppe nelle più amare doglianze contro di Medici, qualificandolo per causa della sua disgrazia e della sua mina, ed indi appena penetrò l'intenzione del signor La Marra, che si offrì pronto a dire il vero, che protestò di aver occultato nella sua prima denunzia. Fu condotto nel l'ospedale di San Francesco, dove scrisse la sua deposizione, colla quale si dichiarò commissionato di Medici nell'organizzare i Club, e soggiunse che quegli dettato l'avea la prima denunzia, onde salvare in lui il protettore, e che dovea e poteva toglierlo da sì grave imbarazzo. Una tal deposizione fu così ben circostanziata ed enunciava fatti segreti noti solo al governo, da cui erano stati unicamente affidati al Cavalier Medici, dal quale solo poteva tenerli Giordano, che il sospetto di Acton acquistò la prova dell'evidenza.

Il Re e la Regina non potendo dubitare della verità di tali prove fecero arrestare Medici.

Il vecchio Acton dal canto suo commise un grand'errore. Si prevalse, cioè, di Un frenetico per compilar il processo a Medici. Il signor Vanni ch'ebbe tale incarico invece di attenersi al vero, ed al fatto, locché era bastevole a far condannar il Cavalier Medici, pensò di render celebre il suo nome, e fare una gran fortuna se riusciva a dimostrare che Marat e Robespierre prima che scoppiata fosse la rivoluzione in Francia si erano concertati con Medici per farne un' altra in Napoli, ch'erano in corrispondenza tra essi, che il più grande accordo era tra i giacobini di Francia e Napoli e che nella prima giunta nulla si era scoperto, perché tra i giudici era lo stesso Medici. Questo visionario furioso (1) ed entusiasta, prendendo gli erronei concepimenti della sua fantasia per cose reali, credè di mettere in evidenza tutte le fila della cospirazione riempiendo le carceri

(1) Vanni era stato pazzo.

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di vittime innocenti, e ricevendo contro le medesime per prova le delazioni d'uomini senza costumi ó privi di morale. Le operazioni del Vanni portarono realmente lo scompiglio in tutto il regno, ed in tutte le famiglie anche dei più potenti Baroni, giacché carcerandone gl'individui che erano innocenti, pose tutto in uno stato di ansietà } ed allora principiò la diffidenza tra il governo ed i sudditi. Molti atterriti emigrarono e per trovare un asilo si rifuggirono in Francia, prendendo partito nelle armate repubblicane. I di loro parenti mentre erano desolati per tanta perdita erano malveduti dal governo, e perciò desideravano una rivoluzione per vedersi al coperto di una persecuzione, ed i rifugiali facevano ogni sforzo per ritornare alle case loro nel seno delle proprie famiglie col soccorso delle armi straniere, locché maggiormente allarmaya il governo, che si rendeva più. sospettoso e perciò era spinto ad adottar nuove misure, che rendevano più grande il male. In tal modo Y ambizione smisurata di Medici, le sue false misure; e la fatuità di Vanni diedero luogo a quegli avvenimenti, che nel 1779 fecero conquistar da' Francesi il Regno (1).

(1) L'autore è un poco troppo severo col Marchese Vanni. Che 'quel magistrato avesse errato nel formare il processo contro il Cavalier Medici non entra dubbio di sorte alcuna. Tale era il giudizio Universale che sopra ciò tutti gli uomini dell'arte fecero. De Medici sarebbe stato condannato mille volte alla morte se tutt'altri fosse stato l'inquisitore di lui. Che il Marchese Vanni fosse stato o no inatto io l'ignoro, era però un uomo pieno di zelo sicuramente, e del più caldo attaccamento verso il suo Rei ll vero difetto che fu causa di tante sviste che salvaron Medici, fu che il Marchese Vanni era un magistrato che non avea trattato che cause civili. Egli non conoscendo la facoltà criminale era nudo di quelle cognizioni positive necessarie per condurre a buon porto l'impresa difficilissima che gli era stata affidata. Di ciò prevalendosi gì' iniqui subalterni lo venderono facendogli commettere errori moltiplica Essi parte erano stati comprati dall'oro che profonde» la Marchesa di han Marco per salvare il fratello, e parte tradivano Vanni per appartenere alla massoneria. Il generale Acton per la stessa ragione errò nel!' affidare a Vanni un caricò superiore alle forze di lui, cioè ad un magistrato che non era perito nel mestiere criminale. A chi affidarne però l'incarico dovendo sospettare di tutti come appartenenti alla massoneria, avversi ad Acton, ed amici di Medici? In Vanni avendo riconosciuto un magistrato leale e nemico delle sette affidò a lui il difficile affare.

CAPITOLO IV.

Il processo istituito da Vanni contro Medici aveva tutte le caratteristiche della fatuità del suo autore. Nello stesso si videro obbliati i veri delitti, ch'erano di facile prova per correr dietro a fantasmi inverosimili, che ricevettero l'impronto della calunnia perché deposti da uomini di perduta opinione che furono adoprati per testimonii.

Il Cavalier Medici nel suo costituto però per conoscere quanto il rimorso, in alcune circostanze prevalga su di colui che ha un gran conto a rendere, s'imbrogliò attraverso della sua malizia, e disse tutto ciò che avrebbe dovuto tacere e che provava il suo delitto; ma la sua deposizione fu corretta, ed era tale l'aberrazione di mente del giudice Vanni che non se ne avvide (1).

Intanto l'armata Francese progrediva in Italia colle sue conquiste e già era padrona di Roma quando si decise la causa di Medici, il quale non fu dichiarato innocente, ma fu da' giudici adottata quella formola che importa di esservi bisogno di altre prove per la condanna, e quindi che il processo offre una reità non ancora provata (2).

Vanni intanto inebriata della fiducia, che aveva in lui riposta il Re, pensò immortalarsi con quella processura. Egli si pose a raccogliere tutto senza critica criminale e formò tanto male a proposito volumi di processo. Per fortuna di Medici si trovarono tra li suoi giudici due massoni. Si dica però quello che si vuole di Yanni ciò sopra cui non cade dubbio è che tutti coloro che vennero inquisiti si dichiararon ribelli nel 1799.

(1) Medici era carcerato in Gaeta. Vanni si portò colà in compagnia del signor Addiego allora uno degli scrivani della giunta, costituto di Medici durò 24 ore. Addiego che lo redigeva lo scrisse su fogli velanti. Terminato che fu osservò a Vanni che se quelle cartelle diseminate e scritte in fretta si chiudevano e portavano in Napoli, non si potevano diciferare, perciò gli propose di restare in Gaeta per metterle in ordine. Vanni vi consenti e si partì, lasciando Addiego ch'ebbe l'agio di far correggere a Medici il suo costituto. Questo Addiego che tradì Vanni di lui principale, che tradì il Ite ed ogni giustizia venne largamente compensato prima dalla sorella del de' Medici, indi da lui medesimo, seguita la restaurazione. Costui ebbe luminose cariche.

(1) Non ostante un processo fatto contro le regole, perché l'inquisitore non conosceva la pratica criminale, abbenché i subalterni

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Proclamatasi in detta epoca la repubblica napoletana il Cavalier Medici indossò subito la divisa di giacobino, presentandosi al quartiere di San Tommaso di Aquino, ch'era il punto di riunione de' giacobini, de quali adottò le massime ed il contegno, ma la coalizione de Sovrani tante volte vini a. da' Francesi allora appunto cominciò a cogliere qualche alloro, e dippiù la fazione della montagna in Francia fu distrutta, e la convenzione che fu quell'assemblea che aveva spaventata l'Europa fu disciolta. La Francia inorridita per li mali che aveva sofferto sotto la sua dominazione ne abbominava le massime ed i sistemi. Il direttorio che le era succeduto nel perseguitare i giacobini avea sollevate le speranze dei realisti. Le disfatte dunque sofferte da francesi in Italia, ed il cambiamento di massime avvenuto in Francia fecero prevedere la prossima caduta delle repubbliche, ch'erano sorte sotto gli auspicii del partito anarchico, che dominava in Francia. Il Cavalier Medici che si era compromesso e che prevedeva il prossimo ritorno del Re, conobbe l'errore che aveva commesso, di aver cioè egli stesso date le prove di sua reità, che mancavano nel primo processo. Tutte le sue creature che erano state carcerate da Vanni insieme con lui, quali complici, occupato avevano i primi impieghi della repubblica, di cui si milantavano di essere i fondatori (1). E vero che Medici non poté ottenere alcun impiego, perché la plebe giacobinica lo segnalava come uno che si era imbrattato del sangue de' Clubisti, e che ne aveva tradito gli interessi, ma i suoi potenti amici lo avrebbero posto

della Giunta di stato fossero taluni stati corrotti dall'oro e dalle blandizie e promesse della sorella del Cavalier de' Medici, attraversocchè non mancassero giudici settarii che la causa favorivano del fratello inquisito, pure l'istanza fiscale dell'ottimo, dotto, e religioso avvocato del fisco Vanucchi fu acriter torqueatur tamquam cadaver adiunctis quattuor funiculis. La sentenza poi emanata da' giudici fu quella del liberetur informa. Chi conosce gl'intrichi della legislazione di procedura di Napoli; la facilità di porre sempre in iscena nuovi cavilli e tutto il rimanente deve pur troppo rimaner persuaso che la sentenza del tribunale fu tale da convincere chicchessia che il Medici fu tutt'altro che dichiarato innocente: Che se la verità legale non fu evidente al segno di poterlo far condannale, ogni verità morale tale dovea farlo riguardare da chicchessia.

(1) Fasulo Nicola, Rotondo Prosdocimo, lo stesso Giordano,

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alla testa del governo se la fortuna non avesse voltato le spalle ai repubblicani, poiché la turba non aveva potere, e col tempo doveva cedere alle mire di coloro, che la influenzavano (1).

Il Cavalier Medici intanto pensò ai mezzi di potersi salvare, e correggere l'errore che aveva commesso. Mentre dunque a repubblica Partenopea agonizzava comprò un mandato di arresto. Si vide dunque carcerrato per realista colui; che fin allora aveva affettato, le maniere più esagerate de' repubblicani.

Acton non era uomo da farsi sorprendere da tali astuzie, e quindi il Cavalier Medici non guadagnò nulla col suo proteismo, fu di nuovo arrestato qual giacobino.

Ognuno conosce in quale sconvolgimento ed anarchia il regno allora cadde, e quali funeste vicende dové subire. Se la ribellione di pochi in luogo di fondare una repubblica produsse l'anarchia, le misure addottate per la punizione di quei pochi ribelli diedero luogo ad un' altra anarchia, e che per la sua durata e per le sue conseguenze fu d'assai peggiore della prima e la confusione ed il disordine che ne risultò rese effimera l'azione stessa del governo

(1) Si era formata in Napoli dopo, proclamata la repubblica una, commissione, il di cui incarico fu di ammettere nella guardia nazionale i soli repubblicani. Allorché Medici si presentò al quartiere di san Tommaso d'Aquino per essere ascritto tra patriotti, la turba conclamante si oppose. Medici allora fece valere i suoi meriti, e nelle sue memorie si qualificò qual fondatore della repubblica scusandosi che le circostanze, obbligato l'avevano a sacrificare taluni suoi complici per salvare se stesso e gli altri, e che tenendo un' altra condotta avrebbe perduto se stesso e tutti gli altri cospiratori. La giunta per frenar l'effervescenza di quei furibondi patriotti conobbe la giustizia dovuta al fondatore della repubblica Napoletana, ma rimise a miglior tempo il rendergliene pubblica testimonianza.

De' Medici era in fondo repubblicano perché miscredente e settario. Egli però era troppo vanamente orgoglioso e (come tutti i gerofanti) oltre ogni credere egoista. Ecco il perché tali furfanti diventano agevolmente gli uomini di tutti i partiti, ed ora regalisti ed ora democratici, adesso servono al partito costituzionale, ora si strisciano per terra ad adorare il despotismo, si trovano sempre pronti al sacrificar mille vittime innocenti, tradire i compagni, e tutto calpestare, purché possano credere che i misfatti possano loro servire di mezzo al trionfo dell'egoismo. Fu, e, come sarà sempre ciò il principio distruttore, che si trova sostanzialmente ne' rivoluzionarii dell'età nostra che fa ahbortire tutti i parti delle consumate di loro iniquità.

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per cui il Re ed Acton furono obbligati di ritornare in Sicilia dopo avere affidata la punizione de' pretesi ribelli a de' giudici che emulavano Vanni per l'ignoranza, ferocia e fatuità, ma non già nel disinteresse. Essi erano venali ed i loro subalterni erano le persone più degradate del Regno, Or mentre in Napoli tutto era disordine e confusione, il governo in Francia aveva subito altri cambiamenti. Le armate Francesi di nuovo avevano conquistata, l'alta Italia, e benché il governo in Francia fosse tutt'altro, lasciò che le stesse conservassero il nome repubblicano: però Bonaparte che era succeduto al direttorio voleva fondare una nuova monarchia, e mentre perseguitava i giacobini in Francia, li proteggeva in altri regni per farsene altrettanti partigiani. In Napoli perciò si dovè cambiare sistema, intanto il potere della Marchesa di San Marco, e la manovra di un'altra sorella di Medici non fecero trattar la sua causa ne' primi momenti della restaurazione della monarchia, ed Acton non fece bene i suoi calcoli, perché egli credeva di poter sempre disfarsi di un nemico che era sotto la sua mano, e non prevedendo gli avvenimenti che potevano succedere trascurò di far decidere la sua causa, e fu questo appunto che salvò il Cavalier Medici, perché la pace di Firenze obbligò il governo ad alzar la mano della sua vendetta, ed a non perseguitare gli aderenti della Francia, che in unione del cavalier Medici furono liberati, dalle carceri (1).

Da quell'istante però Medici visse abbietto e nella oscurità, privo di beni di fortuna se ne stava parte dell'anno in Ottajauo (2) e parte in Napoli dove corteggiava tanto quei da cui sperare poteva vantaggi quanto coloro da' quali poteva temere il male.

(1) Acton fu un uomo generoso più di quello, che venne credulo dagli uomini volgari di Napoli. Il generale Acton verso Medici dì lui personale nemico fu por generosamente magnanimo. Egli avrebbe olfatti potuto perdere il Medici facilmente la prima tanto che la seconda volta. Egli pur nondimeno impiegò la propria autorità onde l'avversario di lui non fosse sterminato. Chi scrive queste annotazioni non ebbe mai nulla che dividere con Acton, è però amico della verità.

(2) Egli stesso diceva che ritraeva la sua sussistenza in parte da,' proventi di un suo pollaio.

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Or disprezzato, or bene accolto ebbe il tempo di riflettere alle umane vicende. Le sue meditazioni però gli fecero addottar per massima, che l'uomo senza ricchezze nulla valeva, e che è reputabile per un grande sciocco colui che avendo occupato delle cariche non se ne abbia prevaluto per arricchirsene (1).

CAPITOLO V.

Il trattato di Firenze impose al Re di Napoli la legge di tenere in quartiere nelle Puglie un'armata Francese mantenendola a sue spese. La Francia dunque che era padrona dell'alta Italia il divenne anche di questo regno, quando vi ebbe in quartiere un'armata, perciò la Regina non ritornò a Napoli, e si trattenne in Vienna.

(1) Egli stesso riputava per isciocco Zurlo e senza talenti, perché essendo stato ministro non si era arricchito, e non faceva alcun mistero di questa sublime sua dottrina, e soggiungeva che non solo il ministro doveva tesaurizzare, ma i suoi domestici ed i suoi adulatori.

Ammessa che ebbe una tale teoria il Cavalier Medici non fuvvi persona che la mettesse in pratica superiormente a lui. Egli non che formarsi una fortuna gigantesca, fece arricchire tutti i suoi adulatori e domestici. Questo disordine tutto diretto a danno del Re e del pubblico passò tanto ogni confine, e venne portato innanzi con tanta impudenza, che sorprese ogni straniero ed irritò quanti mai avevano buon senso. Ciò che formava prima della ribellione del 1820 il più chiaro notorio presso il pubblico venne poi dimostrato legalmente in pubblico parlamento dal cavalier Macedonio, che nella novilunare rivoluzione venne come ministro delle finanze «letto dai ribelli. Ecco il bilancio che espose.

ESITO

Per la gestione del I gennaro al 31 dicembre 1819.

Affari esteri Ducati Num.411,04903
Grazia e giustizi 748,19089
Affari ecclesiastici 54,300 --
Finanze. 8,275,71556
Interno. 1,931,96545
Guerra 6,551,697--
Marina  1,800,000--
Gran cancelleria 75,500--
Polizia generale  210,996--
Totale Ducati Num.19,859,41411
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Acton fece nominare ministro delle finanze Don Giuseppe Zurlo. Costui doveva pagare l'armata Francese, fornirla di viveri, togliere ogni pretesto al governo Francese d'impadronirsi del regno, condurre a suo modo quei che intorbidar potevano la buona armonia tra la detta armata ed il governo, mantener due corti, una in Napoli, e l'altra in Vienna, rendere appagati quei che combattuto avevano per la causa del Re, maneggiare con destrezza i partegiani Francesi che volevano in ogni conto far nascere delle circostanze valevoli a determinare i Francesi ad occupare il regno, e non aveva altre risorse che l'esazione delle imposte in un paese che appena uscito

Le somme di esito assegnate al ministero delle finanze in ducati 8,275,715 56 sono ripartite nel modo seguente.

Casa reale DucatiNum 836,500--
Consiglio di stato36,000--
Ministro delle finanze 48,05809
Tesoreria generale 141,81280
Gran corte de' conti 86,48772
Contribuzioni dirette M84,548--
Ricevitorie generali e distrettuali237,95727
Cassa d'ammortizzazione25,15120
Direzione generale del gran libro 2,273,95727
Monte delle vedove e dei ritirati590,000--
Assegnamenti e sussidii200,390--
Spese di negoziazioni26,39291
Indennità di rendite384,29850
Pagamenti all'Austria1,127,84139
Arretrati 426,10116
Disgravi70,000--
Barbareschi 41,92265
Doti ed interessi dotali alle RR Principesse 537,87836
Al principe Beauharnais37,87878
Locale di San Giacomo e Solitaria 63,63209
Principi reali115,000--
Riconiazione di moneta88,000--
Compensi agli emigrati465,80704
Spese impreviste 321,16260
TotaleDucatiNum 8,275,71556
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da una rivoluzione sofferto avea una lunga anarchia, che fu seguita da una invasione di un armata estera, al li di cui immensi bisogni era d'uopo di soddisfare. Le finanze perciò erano in uno scompiglio generale, e Zurlo che le dirigeva fu obbligato a ricorrere a quei mezzi estraordinarii che l'imponente circostanza rende necessarii, e scusa quando trattasi di salvar la cosa publica, ma che generalmente producono un malcontento generale (1)

Fu quindi Zurlo costretto ad avvalersi del deposito de' denari de' privati ch'erano ne' banchi, e non pagar gl'impiegati. Questi oppressi dalla miseria e soprattutto i cortegiani gridavano come forsennati, e presentavano le loro doglianze al Re, che Zurlo definiva come un male necessario, o temporaneo da cui risultava il vantaggio di conservare il regno alli. Borboni. A tanti mali si accoppiò una carestia, che afflisse il regno. Si dové perciò far acquisto de' grani di Crimea, e mancando i fondi a Zurlo chiese un imprestito al Re che aveva un peculio particolare.

(1) Errore grande invalso sino da' que' tempi ne politici che ebbero a fronte i rivoluzionari». Essi non conobbero, come non no eonosccmo lo spirito. Senza fede, senza onore, senza costumi i rivoluzionari! del secolo passato, come del presente non cercano che la distruzione di tutto da sacrificarsi al proprio egoismo. L'odio contro il trono, e Contro ogni principio morale è arrivato in essi a quel punto estrema, oltre cui non può giungere l'umana malizia per quanto considerar si possa perversa. I politici hanno creduto e credono colle concessioni, e mezze misure, co' doni e colle carezze temperare in parte le desolatrici conseguenze di questo anarchico rapace furore. I rivoluzionarti ingannando di continuo i politici hanno fatto loro supporre che un tale sistema fosse adattato precisamente a calmare la di loro effervescenza; a temperare la causticità del proprio veleno, a trattare l'esplosione già pronta della mina. Tutto inganno, simulazione tutta non ad altro disegnata e diretta che a fortificarsi maggiormente, affinché il colpo ritardato più forte riuscisse e più decisivo. Ancora che l'esperienza non avesse le mille volte parlato per dimostrare la verità dell'esposto stata sarebbe sufficiente la sola contemplazione sullo spirito delle sette per accertarsene. Intanto i politici amalgamatoci e delle mezze misure offendevano Pia col trasgredire i precetti della giustizia commutativa «distributiva, allontanavan dagl'interessi de' governi il cuore de buoni, e stomacavano la massa, delle popolazioni spettatrice della loro paura.

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Il Re vi condiscese a condizione di essere rimborsato tra quaranta giorni (1). Zurlo era fatto per obbliar simili promesse ed il vortice delle circostanze non solo gli rese impossibile tale restituzione, ma l'obbligò di usare altri mezzi di vessazione. 1l Re volle spedire in Sicilia i suoi cani da caccia sia per azzardo, sia perché temeva di essere obbligato a fuggire nuovamente dal regno. Il pubblico interpretò questa inetta circostanza come una prova della prossima fuga della corte. Gli animi erano in sollecitudine. Tutti i privati cominciarono a ritirare da' banchi i loro fondi, e così si scoprì il vuoto; e quindi si cominciò a temere un fallimento nel tesoro, e le carte del banco furono in discredito. Il Re era dì pessimo umore, perché temendo sempre di essere obbligato a lasciare il regno aveva per risorsa momentanea il suo peculio, che gli era stato involato da Zurlo. I cortegiani se ne avvidero, e profittando della circostanza senza perdersi in doglianze private fecero un quadro lagrimevole del regno, ne addossarono la colpa a Zurio, e colle lagrime scongiurarono il Re di aprir gli occhi sul conto dello stesso (2). Il suo solo sostegno era Acton, il quale non potendo resistere al torrente fu obbligato a sagrificarlo (1)

Non vi era in quella circostanza così grave chi ambisse quel ministero. Ne fu affidato il portafoglio al Signor Seratti toscano, ma questi incapace di portarne il carico chiese ed ottenne di esserne esonerato.

(1) Don Michele Caudieri Tesoriere particolare del Re in Caserta consegnò il denaro al signor Bertella incaricato da Zurlo.

(2) Znrlo non poteva avere in mira questo nobile fine.. Egli era, un settario di alto grado, e ciò basta. Le azioni di lui tenderono. sempre alla distruzione dell'altare e del trono. Se mille argomenti di ciò convincerebbero ogni politico, quanto venne scritto di lui nell'epoca della bernesca costituzione Partenopea è sufficiente per persuadere anche il volgo. Attaccato Zurlo da democratici di attaccamento al trono, sorse Davide Vispear suo intimo amico, e con un'opera che diede alla luce dimostrò fino all'evidenza che l'amico di lui stato invece era sempre democratico, appunto perché i consigli da lui dati a' despoti altra mira non aveano, che rovescia, re il soglio. Zurlo era tra gli uomini forse il più teoretico avversario dell'altare e della legittimità.

(5) Il cavalier Acton fece per mezzo di don Felice Nicolas istruir Zurlo del suo destino.

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Era allora in corte ed in tutto il Regno meritamente riputato il principe di Luzzi per uno di quei uomini rari, che non sono sporcati di alcuna macchia nel corso della loro lunga vita. Probo, disinteressato, affezionato al Re, era da tutti amato e rispettato. Aveva ben governata la Sicilia da Vice-re, perciò il Re volle affidargli il ministero delle Finanze, ma Luzzi non aveva l'età, né la testa abbastanza forte per reggere a tanto peso. Il Re che lo amava e lo stimava, gli permise di lasciar il ministero, quand'egli stesso scelto si avesse un successore.

La Marchesa di San Marco ch'era in corte, non ignorava tali fatti. In quell'epoca la Regina ch'era ritornata in Napoli non era più contenta di Acton, ma non poteva disfare l'idolo che aveva elevato, poiché il Re era forte nelle sue prevenzioni. La Regina dunque che aveva distinto Acton per un grand'uomo non potendo far cambiare il Re d'opinione, pensò d'agir di traverso, portando Medici al ministero.

Il Cavaliere Medici si avvicinò al principe di Luzzi animato dalle insinuazioni della San Marco. Quell'ottimo e saggio vecchio memore delle belle doti, che il Cavaliere Medici aveva latte conoscere nelle cariche della magistratura, ch'aveva esercitate, e prevenuto della inverosimili! udine del processo di Vanni (1), si lasciò dirigere dai maneggi della Marchesa di San Marco che erano conformi alla volontà della Regina, e propose Medici per ministro, ma si trovò nel Re una resistenza, su di cui non si era calcolato, cioè di contraddire la Regina, però le reiterate domande di Luzzi, che il Re non poteva credere interessate, affiancate sempre dalla Regina obbligarono il Re a condiscendervi a condizione però che Medici fosse direttore e non ministro. In tal modo il Cavaliere Medici fu direttore senz'aver mai conferenza col Re, né ingresso al consiglio, giacche il Principe di Luzzi ritenne il portafoglio.

(1) In questo errare non che l'ottimo principe di Luzzi, eran caduti pressocché tutti i più saggi e leali uomini del regno. Non ancora demoralizzato il cuore de' cittadini, né degradata ancora la classe Patrizia supponeva ciascuno che nel cuore di un Cavaliere di alta nascita, e che ad una delle più nobili famiglie apparteneva, potesse essere massime di fellonia, ed appartenere alle infami combriccole de' vilissimi giacobini. Tutto venne invece creduto un artifizio del generale Acton. ed una cabala, attignersi colla quale, annientare volesse in Medici un emulo che temea.

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Poco tempo durò questo stato di cose, perché nel 1806 invaso il regno da' Francesi, il Cavalier Medici partì colla Corte per Sicilia (1), dove visse da privato per qualche tempo, poiché era colà ministro di finanza il signor Seratti; ma poco dopo essendosi dimesso il signor Seratti, Medici ebbe il ministero delle finanze, che ritenne poco tempo, di cui fu privato per gli avvenimenti di quell'epoca, per cui conservò sempre un odio eterno contro i Siciliani {2)4 Egli si ritirò in Londra, ed indi si riunì colla Regina in Vienna.

Restituito poi nel 1815 il regno al Re, Medici riprese il ministero delle finanze, ed è questa appunto epoca che pone in evidenza questo ministro, come uomo di stato, poiché tra il privato e l'uomo pubblico non vi è alcuna analogia, abbenché le dette due qualità si rapportino alla stessa persona, e quindi un ministro non può essere giudicato che per le sue azioni, e non come privato.

(1) Il Cavaliere De Medici non partì diretta mente (da Napoli con la corte per la Sicilia. Egli invece unitamente al signor Colaianni accompagnarono il Principe ereditario (indi Re Francesco I) il Principe Leopoldo nella ritirata che fecero per la Calabria. Egli co' nominati principi non potendo opporre resistenza all'usurpatore delle Calabrie, passò in Messina, indi in Palermo.

(2) I siciliani mal soffrivano che i Napolitani occupassero degli impieghi in Sicilia, per cui mettendo a profitto le circostanze di quell'epoca diedero luogo ad un nuovo ordine di cose, mercé del quale Medici e Tommasi furono privati de' loro impieghi. Questi due uomini che avevano al più a dolersi di pochi privati in Sicilia, in ogni occasione mostrarono il progetto di vendicarsi dell'intera nazione. Essi procurarono di umiliare i Siciliani, di contraddire i loro usi e sistemi ec., però, mentre nelle massime generali adottavano questo sistema, erano umili cortigiani di ogni Siciliano, e quindi il loro andamento era contradditorio ed uniforme al loro debole. Quando non avevano a fronte alcuno erano intrepidi ed audaci; ma subito che uno loro opponeva una resistenza erano pavidi ed umili.

I Napolitani arrivati in Sicilia colla corte si comprarono con atti di superbia ineducazione etc. etc., l'odio de' Siciliani che li aveano cordialmente ricevuti. La condotta di Tommasi arricchito in Sicilia, e di altri ancora fu veramente detestabile ed esecrabile. La Sicilia venne rovinata dalle misure che De-Medici e Tommasi fecero prendere verso quel regno un dì tanto florido, che offri due volte ospitale asilo alla Regia famiglia che fuggiva da Napoli cacciata da' Francesi invasori, e da' ribelli Napolitani. Ecco la verità.

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Inoltre l'uomo cambia di carattere, di sistema e di abitudini a seconda dell'età e delle circostanze, ed in conformità dell'opinione che si forma in conseguenza delle vicende che ha sofferte, e tali opinioni ancora dipendono dal temperamento di colui che le professa (1). Il cavalier medici dunque aveva talento e molto spirito, però era sfornito di quelle istituzioni profonde senza delle quali non si può essere buon finanziere. La natura inoltre che in molte cose gli era stata prodiga gli aveva negata la principal qualità di un uomo di stato, cioè la fortezza d'animo. Egli era più timido di una lepre, e le vicende che aveva sofferte avevano formato in lui delle abitudini e de' sistemi che non aveva sviluppati nella prima aurora della sua carriera. JL'unica conoscenza che aveva del sistema finanziere era del monopolio che ora si pratica su' fondi pubblici, e degl'impronti, che ne sono le conseguenze, ma era sfornito di ogni intelligenza per quello riguarda l'amministrazione ed economia interna dello stato. La sua mediocrità non voleva uomini di talento negli impieghi delle finanze, e su questo articolo non deviò mai dal suo sistema, cioè di presciegliere nelle cariche quelli che gli erano molto inferiori.

(1) È antico motto che dice, honores mutant mores. Niente di più inesatto. Dovrebbe diffatti dire invece honores ostendunt mores. Conciossiacché l'uomo deve paragonarsi al mercurio. Questo semi-metallo in natura è innocuo; cimentato però ed unito con altre sostanze diviene ora un farmaco salutare, ora un tossico potentissimo. E ciò con tale teoria spiegato il fenomeno de' subitanei cangiamenti osservati nella vita politica di quell'uomo, vano sempre ed ambizioso per natura, quando da semplice magistrato di toga credè oter servire la propria vanità ed ambizione amministrando esattamente e con alacrità la giustizia il fece; quando da Reggente ci Vicaria l'ambizione l'innalzò sopra i colpi di vista particolari e la circostanza della rivoluzione di Francia gli fecero credere che polea spingersi a conseguire o una corona reale, o un comando da dittatore o protettore di un grande stato. L'ambizione, l'egoismo, la vanità lo sedussero e lo condussero ad azioni criminosissime, che se egli non si spinse più oltre, se agendo sempre con massima cautela non oprò in modo da compromettersi moltissimo; quindi se non osò tanto per riuscire nelle criminose sue vedute; anziché ad una vera prudenza politica, fu ciò dovuto al suo carattere timido, vile e pusillanime.

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Un altro motivo lo spingeva ad essere invariabile in questa sua condotta, ed era cioè l'intima sua convinzione, che il Re non si fidava di lui, poiché quant'egli aveva oprato, allorché fu Reggente, avea lasciato delle forti impressioni nell'animo del Re che lo riputava sempre per giacobino ed incredulo (1). Egli perciò non voleva negli impieghi. uomini di talento, che nella circostanza potevano farsi valere, ma coloro che unicamente doveano dipendere dalla sua fortuna. A tutte queste ragioni si deve associare il principale scopo di Medici, ch'era quello di farsi ricco, e si rinverrà la spiegazione di tutta la sua condotta che si analizzerà in questa.

(1) Non solamente il Re Ferdinando IV e la Regina Carolina di lui consorte riguardavano in Medici un giacobino e miscredente, ma ancora come tale veniva reputato dal Re Francesco I. che successe al trono. Dopo ciò è naturale la domanda, perché mai cioè fosse rimasto in carica sotto il regno del Re Ferdinando, anzi come dopo essersene disfatto, dopo la ribellione del luglio 1820 (nella quale certamente concorse almeno indirettamente) fosse stato dal Re Ferdinando richiamato nel ministero nel maggio del 1822. Similmente sarà ben curioso il leggitore sapere per qual mai strana ragione il De-Medici venisse conservato sotto il Re Francesco I. Sono questi i miracoli della politica, non è però che con tali fenomeni avere non potessero una spiegazione chiarissima e facile a darsi. Siccome però le circostanze de' tempi tutte le verità non permettono palesarsi, così noi lasceremo per ora in curiosità i nostri lettori. Sia nondimeno come si voglia, la storia riempirà sicuramente una tal laguna, e l'ispezione dallo stato dell'esito ed introito delle finanze del regno di Napoli dall'anno 1820, al 1830 darà lumi sufficienti ad ogni curioso per approssimarsi a spiegare il paradosso.

PARTE SECONDA.
CAPITOLO I.

Nell'occupazione militare le finanze del Regno avean subito rilevanti cambiamenti ed erano le stesse organizzate in un modo ben diverso da quello, in cui nel 1806 le aveva lasciate il Cavalier Medici. Si erano abolite tutte le antiche imposizioni sostituendovi le contribuzioni, diretta ed indiretta. Si erano aboliti gli arrendamenti, ed i proprietarii erano stati obbligati a liquidare il loro credito, d'onde poi sursero tra noi il gran libro del Debito pubblico, e la cassa d'ammortizzazione. Da questo sistema il tesoro ritraeva circa ventidue milioni di ducati. Il debito dello stato nel 1815 era di annui ducati novecento cinquanta mila col capitale corrispondente ragguagliato sulla detta annualità al ire per cento, vale a dire, meno di tre milioni (1).

I siti reali erano superbamente ammobigliati ed i fondi della casa reale sottoposti ad un severo sistema d'amministrazione, davano un annua rendita di circa ducati quattrocento mila, che uniti a circa ducati cinquantamila al mese che si prendevano dal tesoro bastavano pel lussuoso mantenimento della così detta casa reale.

L'amministrazione delle provincie era affidata al ministro dell'interno, era così ben regolata che la stessa forniva una risorsa per il tesoro.

(1) Quanto avvenne nell'epoca della rivoluzione Francese nel Regno di Napoli sarebbe insufficiente per convincere chiunque abbia una sussistenza qualunque cosa debba aspettarsi dalle rivoluzioni. Proprietà feudali, rendite che nasceano da antiche obbligazioni del governo, ed altre andaron tutte in aria, unitamente alle patrie leggi. a costumi etc.. etc. Le partite d'arrendamento che riguardar si devono come i fondi e 'l debito pubblico del governo vennero aboliti, tuttoché i creditori dello stato avessero per maggiore sicurezza in mano i cespiti che ne assicuravano la proprietà. Cosa sarebbe ora de' creditori dello stato, se in certuni paesi le fasi rivoluzionarie si rinnovassero?... Taluni insensati si credono sicuri. Io se avessi l'oro di Mida (calcolando sulla mia propria esperienza non impiegherei un centesimo con paesi rivoluzionabili.

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Questo ministero nel sistema Francese era il più importante, poiché Bonaparte nell'usurpare il supremo potere ebbe la destrezza di nascondere sotto il velo delle istituzioni più liberali le misure più forti del suo dispotismo, ed il mezzo di cui maggiormente- si avvalse fu quello del ministero dell'interno. Finse quindi di adire una parte della fondiaria per le opere di pubblica utilità, ma in realtà una piccola parte s'impiegava per tal uso, ed il di più nella fine dell'anno si versava nel tesoro. I pesi civici di ciascuna comunità erano sostenuti da imposte caricate ad ogni città, ma erano sottoposti al più rigoroso conto, ed i superi si versavano nel tesoro. La coscrizione, su cui poggiava la forza dello stato, era un' attribuzione di questo ministero, come lo era ancora la istruzione pubblica da cui dipende la trombetta della rinomata, che serve a lodare o vituperare un governo. In fine in questo ministero il tesoro fondava la sua principale risorsa, ed era al di più nello stesso concertata la forza morale di un governo, che consiste nell'opinione che i popoli si formano de' loro governanti, dalla quale poi dipende l'amore o l'avversione che ne concepiscono.

Il ministero di giustizia era quanto di meglio si può ottenere in un dipartimento di tal natura, e ognuno è convinto, ch'essendo in quell'epoca il governo militare le maggiori sue cure furono rivolte alli dipartimenti della guerra e della polizia, e quindi furono diretti colla massima precisione, ed impegnavano le massime sollecitudini del governo. I ministeri degli affari esteri e della marina nel decennio non offrivano altra importanza, che quella che di riverbero ottener si poteva dal governo Francese.

Il Cavalier Medici in questo stato trovò l'amministrazione nel 1815.

Egli ritenne per se i ministeri della finanza e della polizia. Quelli di giustizia ed ecclesiastico furono affidati al Marchese Tommasi. L'interno al Siciliano Signor Parisi (1). Gli affari esteri al Marchese Circelli.

(1) Il signor Parisi non occupò ii ministero dell'interno nel primo tempo della restaurazione. L'interno veniva diretto ancora da Tommasi. Il signor Parisi non giunse in Napoli che dopo di esserne partito il principe di Canosa.

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La guerra al generale Tedesco Mungente (1). La casa reale al marchese Cappelli, e la Marina al cavalier Naselli. Dopo non molto tempo Medici lasciò il ministero di polizia, che fu conferito al Principe di Canosa.

In quest'epoca dunque Medici per la prima volta fu realmente ministro. Or se quando fu Reggente sconvolse e disordinò il governo per essere ministro, e disfarsi di Acton, ora per imitare Acton, cioè far da primo ministro di nuovo sconvolse e ruinò il regno.

CAPITOLO II.

Il re non aveva fiducia nel cavalier Medici; anzi ne sospettava. Medici credè di guadagnarla con un colpo ardito, che una circostanza esiraordinaria gli presentò. Il general Murat perseguitato in Francia si era rifuggito in Corsica, e là si pasceva della vana chimera di conquistar questo regno. Prima di esserne espulso, credendo di poter imitare la fuga di suo cognato dall'Elba, immaginato ne avea e redatto il piano. Tali carte le affidò al signor Maghella, allora ministro di polizia, il quale il riguardò come un concepimento di follia. Aveva Maghella un subalterno impiegato di polizia ch'era sua creatura, e che dal nulla avea sollevato agi' impieghi di polizia, procurandogli tutti i vantaggi che poteva accordargli. A costui Maghella abbandonò il detto progetto. Quest'uomo che ben conosceva il disprezzo ed il nessun conto, in cui Maghella lo ebbe, pensò di

Egli non occupò quella carica che ben poco spazio di tempo. Ebbe riputazione d'uomo onesto e leale; quindi avverso all'operare del De-Medici e Tommasi notoriamente tristi. Taluni dissero fosse morto di veleno. Può esser vero, nulla facendo ostacolo e ribrezzo agli uomini che ammettono il patet exitus. Nessuna prova per altro mi è giunta per dar credito a tal voce. Sembra piuttosto che l'onesto Parisi morisse invece di crepacuore.

(1) Ancora il general Nungent occupò il ministero della guerra in epoca posteriore. Gli affari della guerra sul principio vennero trattati dal principe D. Leopoldo secondogenito del Re. Egli veniva assistito dal general signor Clair, e da taluni altri generali. Il primo era un uomo inetto, gli altri tutti uomini della rivoluzione, e taluni ancora carbonari. Quasi tutti sceneggiarono nella rivoluzione del 1820.

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mercantarlo a spese dal suo benefattore, calunniandolo.

Si presentò a Medici col detto incartamento, che qualificò per una cospirazione da eseguirsi, quando se ne sarebbe presentata la favorevole occasione. Si asserì il solo depositario del segreto, che gli era stato affidato da Maghella, che fu per ciò arrestato e deportato alle Fenestrelle. Il suo vile calunniatore fu messo alla testa della polizia, ed indi ottenne in premio una delle prime cariche della magistratura che ha poi deturpata col suo procedimento (1).

Riesci ben facile al cavaliere Medici di prendere nella trappola il general Murat, ma ciò non pertanto non poté rendersi padrone dell'animo del Re. Egli voleva comportarsi da primo ministro, ed avere la superiorità sugli altri, ma non poté riuscirvi. Il Principe di Canosa e Parisi non eran fatti per indossare la sua livrea. I suoi intrighi lo sbarazzarono dal primo, e la morte dal secondo (2).

(1) Maghella era Genovese. In Napoli da ministro di polizia si comportò da uom dabbene ed onesto. Fu egli che arrestò i torrenti di sangue innocente che la polizia versava a larga mano, e fu egli che fece goder la pace e la tranquillità ad ogni famiglia. Nel cambiamento del governo ei mantenne l'ordine pubblico. I Napoletani Io stimavano. L'uom di fango, che lo stesso Maghella aveva posto in veduta, e che allora stessa ne ricevé il più gran vantaggio, poiché Maghella gli consegnò il portafoglio, rivolse il Benefizio contro del suo protettore, perché temeva che questi per l'opinione che godeva potess'essere consultato, o anche conservato in carica, e così attraversare le sue mire, che già avea concepito del suo avanzamento {a).

(a) Ignoro assolutamente questo fatto. Non comprendo solamente come possa farsi elogi a Maghella!!! Sanculot, giacobino e sgherro in Genova nell'epoca della rivoluzione, venne portato innanzi dal perverso Saliceti. Cangiatasi la libertà in tirannia militare i due furfanti Protettore e Protetto divennero i servitori umilissimi del corso Imperatore e Re. Sempre torbidi forse brigarono per la democrazia. Napoleone il sospettò per Saliceti. Maghella ebbe la commissione di avvelenare il suo benefattore. Egli accettò l'incarico e l'esegui. Ecco i Cincinnati ed il Pubblicola del secolo illuminato.

(1) Il principe di Canosa sbagliò nella scelta delle persone di cui si avvalse, e che lo tradirono, poiché gli fecero firmare delle lettere dalle quali appariva ch'egli era in corrispondenza con i briganti che infestavano il regno, e ch'era egli che li forniva di monizione. Era incredibile questo carico dato a Canosa, ma per farlo

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Liberato da Canosa e da Parisi Medici fece sopprimere il ministero di polizia, ed in suo luogo fece nominare un direttore sotto la dipendenza del ministero di giustizia (1).

Il ministero dunque fu composto del marchese Circelli ormai giunto alla decrepitezza, e che si occupava solo del suo dipartimento degli affari esteri, ed essendo stato assente dal regno per più di trent'anni nulla sapeva, né comprendeva degli altri dipartimenti del governo che perciò abbandonava al Cavalier Medici.

Del Cavalier Naselli ch'era un Siciliano e che solo si occupava della Marina di cui aveva conoscenza. Del Marchese Cappelli ministro di casa reale vecchio ed ammalato.

credere al Re si fece un altro intrigo, cioè, che il Principe di Canosa per distruggere i carbonari istituita aveva la setta de' calderari, e che conseguenza di queste sue false misure era la corrispondenza con i Cardarelli e colla comitiva di Miano, locchè intorbidava il regno, esponendolo a nuove rivoluzioni.

Con questi mezzi Medici si sbarazzò di Canosa (a).

(a) Sopra tutta questa vera ciancia il Principe di Canosa ha scritto molto ed ha persuaso tutti gli uomini indifferenti, e convinto lasciando senza poter rispondere tutti i furfanti. De' Medici ardeva di voglia onde si fosse risposto ai Pifferi di montagna. Egli però è morto con questo desiderio, non avendolo osato alcuno. Con una impudenza veramente cinica in una nota diplomatica si osò nel segreto da taluni diplomatici asserire nuovamente (dopo la terza edizione de' pifferi di montagna ci vuol veramente un volto indurrito nei geli del settentrione!) che il Canosa volesse con una associazione segreta far la guerra ai carbonari. Gl'imbecilli calunniatori però vennero ben serviti dal Canosa, tostoché venne ad avere nelle mani quella ridicola nota diplomatica. Se i pifferi di montagna frustarono a morte il cavaliere De' Medici e Tommasi, molti opuscoli, e fra questi la risposta ad Angeloni ben rividero le buccie a tre scimioni ricamati. Altra opera però si trova in serbo già da varii anni contro que' calunniatori. Taluni rispettiamone, il rispetto per la buona causa ha finora tenuta inedita quest'opera le mille volte più convincente degli stessi Pifferi di montagna. Questa si poggia sopra documenti autentici che scuoprono tutto quell'intrigo settario nel tempo stesso e fìnanziero. La posterità ricuoprirà di ridicolo nel tempo stesso, e di esecrazione taluni diplomatici come i loro protocolli.

(1) Massima stoltezza! Chi conosce gli elementi dell'arte governativa non può ignorare che la polizia deve sempre trovarsi alle prese colla giustizia. Il ministro di giustizia, se dev'essere il censore delle operazioni della polizia in qual modo potranno amalgamarsi? Chi però ha saputo cogli uomini eroici in fedeltà ed onore amalgamare gli spergiuri

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Del Marchese Tommasi ch'ebbe il carico de' ministeri di giustizia, ecclesiastico, polizia ed interno, vale a dire che ad eccezione delle finanze fu a questo affidata l'amministrazione intera del Regno.

Or nell'amministrazione di questo ministro si videro in disordine i ministeri dell'intemo, della giustizia, e dell'ecclesiastico, e qui cade a proposito di osservare che il Cavalier Medici non comprese mai l'importanza del ministero dell'interno, che costituir dovea la massima risorsa al tesoro. Egli lo riguardò sempre come un posto per dare una piazza nel consiglio, e per compiere il numero de' ministri. Non valutò bene il sistema francese, perché riguardò come una nullità quel ministero, ch'era il più importante, sotto il doppio riguardo della rendita del tesoro e della forza morale che ogni governo dev'esercitare sulli amministrati.

Ritenne inoltre il cavalier Medici il sistema francese nelle finanze, il di cui principale introito proveniva dall'imposta diretta, dalle rendite de' beni dello Stato, e della cassa d'ammortizzazione. L'imposta fondiaria è una penosissima contribuzione. I francesi che l'introdussero ne conoscevano la gravezza, perciò con de' regolamenti ne mitigarono la ferocia. La risorsa principale era nei fondi addetti ai reclami, o ne' fondi provinciali e comunali, ch'erano a disposizione del ministro dell'interno. Medici abolì i fondi de' reclami, e non conobbe mai l'esistenza de' fondi comunali e provinciali che sommano circa un milione e mezzo, che lasciò disperdere tra i subalterni delle intendenze. Non vi era nelle finanze un impiegato che potesse istruirlo, poiché essendo nel decennio tutti Francesi, furono espulsi co' medesimi, o restarono in detto ministero gli ammanuensi, ch'erano Napolitani, i quali ne' primi giorni del 181 5 interinalmente funzionarono da capi di divisione, ne' quali posti indi furono confermati.

Inoltre tutte le differenti parti di un governo sono connesse come gli anelli di una catena: or quando si rompe un anello

e i ribelli recidivi, potea ancor far dipendere dal ministro di giustizia il magistrato supremo di polizia. Ecco la sapienza liberale! Ecco Medici vantato per grand'uomo da liberali. Questi sono fatti e non paroloni.

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si scioglie la catena, così in un governo il disordine di una parte provoca la confusione e scompiglio dappertutto. Così tra noi avvenne. Annullato il ministero dell'interno, quello delle finanze non poteva reggersi. Bisogna conchiudere che il Cavalier Medici adottò un sistema che non comprendeva, di cui i suoi colleghi e subalterni erano egualmente ignoranti, -e quindi i risultamenti della sua amministrazione furono funestissimi al regno calcolati su questo solo rapporto della sua imperiala.

CAPITOLO III.

E' un fatto noto a tutti i Napolitani, che alla morte del principe di Ottaiano padre del cavalier Medici, i figli non se ne dichiararon eredi, essendo il patrimonio assorbito da' debiti. Le rendite della commenda di San Giovanni in Fiore erano di circa ducati 2000 lordi conferita al cavalier Medici poco prima del suo arresto, e che non poté riscuotere per molti anni a causa delle turbolenze del regno. II suo unico sostentamento dunque consisteva ne' ducati 50 al mese di vitalizio, quando poteva farseli liberare dal patrimonio, e nelli frutti di detta commenda. Questi cespiti non potevano metterlo nel caso di cumulare denari, e ne' pochi anni che fu direttore, il soldo allora ch'era tenue non bastava al suo mantenimento. Il cavalier Medici dunque fino al 1806 non poté riunire un peculio, ma quando partì per Sicilia lasciò depositati in mano al principe di Migliano ducati ottomila, altri ducati 12000 presso il principe di Luzzi, ed un'altra somma depositò in Messina presso i fratelli Lauro. In che modo adunque unita aveva tale somma? Eccone la dimostrazione.

Erano in dogana nel 1806 di proprietà del governo circa ducati centomila di ferro. Medici ne fece la vendita a Gio. Martin, ma del ritratto circa ducati cinquantamila prese per se, ed il di più fu lasciato in benefizio del detto compratore. Dal 1806 al 1815 il cavalier Medici dové impiegare al suo mantenimento quasi l'intero deposito lasciato presso i signori Lauro; perciò la sua fortuna, allorché ritornò in questo regno può calcolarsi a circa ducati venti o trentamila.

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Dal 1815 al 1820 oltre il suo mantenimento acquistò una massa d'immobili su quali costituì al suo pronepote un maggiorato di annui ducati 10000 di rendita, a' quali proporzionando un capitale alla ragione del 5 per cento sono ducati duecent0mila di proprietà (1). Il cavalier Medici per quant'orgoglio avesse di arricchire i suoi parenti, che non amava, non si spogliava di ogni suo avere, perché simili sagrifizii sono figli dell'amore, e non della superbia, e perciò per lo meno ne' suoi scrigni dové restare altrettanto in deposito, il suo profitto nel quinquennio può calcolarsi a circa mezzo milione, e noi che siamo fedeli alla promessa data, cioè di dar le provo di ogni fatto, ci riserbiamo di dimostrare nell'ultimo capitolo il fonte d'onde si procurò le ricchezze. Non era solo il cavalier Medici ad arricchirsi, ma aveva data la voce a tutti i suoi domestici acciò profittato avessero del tempo favorevole, ed ognuno può immaginarsi in che modo questa turba si avvalse de' suoi precetti. Due suoi colleghi non istavano colle mani alla cintola. Uno che non era in contatto direttamente coll'amministrazione dello stato ruinò l'amministrazione di casa reale, però fu meno osservato, ma il marchese Tommasi che pose all'incanto le cariche di magistratura, e che vendeva la giustizia pose in iscompigjio tutto il regno (2).

(1) Oltre ciò il De' Medici pose in piano tutte le piaghe della famiglia del suo nipote principe di Ottaiano. Costui trovavasi tanto dissestato in finanze ed onerato da' debiti, ch'era necessario nel decennio vender sempre qualche cosa per mangiare la mattina. Ritornato in Napoli il cavaliere Medici accomodò tutto. Pagò i creditori, pose in netto te rendite della famiglia di Ottaiano. Come si fanno tali miracoli? Egli fu dunque veramente grande, ma per aver saputo trovar l'arte della trasmutazione de' metalli vili in oro. Ecco quali soggetti onora l'amalgamatrice politica del secolo illuminatoli.

(2) E un fatto che quando vaca un posto di magistratura il ministro non lo provvede per ottenere un supero nello stato discusso, che poi alla fine dell'anno divideva col cavaliere Medici, ed esistono presso il giudice di pace Ruggiero ed il giudice istruttore Falce documenti incontrastabili, che dimostrano in qual modo nella casa del ministro si negoziavano le cariche di magistratura.

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Tutto il mondo conosceva questa malversazione, e n'era indegnato, e non avendo il ministro delle finanze compreso bene il sistema, che aveva adottato, lasciava dilapidare i fondi, ed i superi comunali, e la popolazione di ogni piccolo angolo del regno, che vedeva con quanta impudenza si commettevano simili furti nell'atto medesimo; che ogni suddito era crudelmente vessato pel pagamento delle pubbliche imposte, riputò ogni operazione finanziera come un mezzo intollerabile di oppressione praticata dalla turba di pubblici concussionarii; che si potevano ad ogni buon diritto reprimere, ancorché si dovesse ricorrere ad una sollevazione.

Inoltre la imposta più pesante era la fondiaria. I francesi che la introdussero in questo regno l'accompagnarono con de' regolamenti che la rendevano più sopportabile. Se la grandine p. e. distruggeva la raccolta di un tondo il proprietario era esentato dall'imposte, ed il tesoro nulla vi perdeva a quest'atto di giustizia, perché si rivaleva su' fondi de' reclami. Il cavalier Medici che affatto conosceva il sistema che aveva adottato volle far vedere che minorava la fondiaria ed abolì appunto quella parte della imposta ch'era addetta a' reclami, poiché non volle diminuire l'introito del tesoro. Da ciò avvenne che i contribuenti non si avvertivano della diminuzione, giacche era insensibile la quota che quel fondo de' reclami pagavano; ma se il destino toglieva al proprietario la rendita del suo fondo doveva costui soffrire non solo la miseria, ma anche le angarie de' finanzieri, ed in tal modo in ogni anno malti erano inabilitati a pagare le imposte, e quindi esposti a soffrire i soldati in quartiere nelle proprie case, a' quali erano obbligati di fornire quel vitto, che mancava alla propria famiglia, indi si vedevano prima spogliati del mobile, ed in ultimo del fondo. Ciascuno di noi è stato testimonio che i gendarmi mossi a compassione dello stato deplorabile de' contribuenti invece di esigere la coazione ed il vitto davano de' soccorsi a quegl'infelici. Il Cavalier Medici però quando tali cose se gli rappresentavano le derideva (1).

(1) Egli rispondeva ridendo che la fondiaria si esigeva, dunque

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Si può immaginare, ma non esprimere la costernazione di quelle famiglie che senza colpa vedevansi ridotte a tali estremità; a queste stesse famiglie però appartenevano i militi ed i soldati. Costoro adunque ch'erano la forza del governo ne divennero i nemici. Or le coazioni ripetute q moltiplicate distrussero i piccoli possessori. Alcuni di questi disperati si abbandonarono al furto, alla rapina ed all'assassinio (1). I pacifici cittadini vedendo mal sicura la loro vita e proprietà, se ricorrevano a' tribunali incontravano que' giudici che nella maggior parte erano di coloro-che avean comprati gl'impieghi, e che perciò in luogo di rendere giustizia procuravano di venderla per rimborsarsi delle somme pagate, e cumular altro argento per comprar cariche maggiori. Gl'impiegati nelle intendenze poi facevano anche benissimo la parte loro, cioè rapinavano i fondi pubblici, ed intanto il cavalier Medici, il suo servo e collega ministro della giustizia in ogni anno facevano vistose compre di beni fondi, e la turba famelica de' loro cortegiani insultava la miseria pubblica col suo lusso, avendo alcuni di essi un equipaggio più sontuoso di un ambasciatore. D. Luisa Medici si pose anch'essa in iscena, e giuocava bene la sua parte (2).

non esser vero che sia una imposta pesante, e che negli altri regni si pagava molto di più. Ciò indicava che Medici neppur la sua partita conosceva, poiché la fondiaria non si esigeva, come si dimostrerà qui appresso.

(1) Conosco proprjetarii che abbandonarono i loro fondi, ed emigrarono. Uno di questi ebbe un pane in Lucca dalla clemenza della Regina Maria Luisa duchessa di Lucca venne piazzato per maestro di scherma nel collegio nobile di quella città ad istanza del Principe di Canosa. Ecco il vantaggio che al genere umano ha recato la ribellione di Francia. Coscrizione, fondiaria, regia, contribuzioni dirette ed indirette, assassinio di tanti corpi morali tutti di profitto per gl'individui diversi delle città, e per gli artisti furono ignoti vocaboli per i nostri maggiori, che felicemente viveano sotto quella specie di governo che con tanta impudenza i liberali chiamano dispotismo. Un esercito di oziosi che sono strappati dalla vanga, dalla, zappa, dall'aratro, senza religione, senza principii, senza costumi, vivendo sulle spalle de' buoni cittadini, rendono la sorte pubblica sempre più insoffribile. Pure con altre ribellioni si va in busca di nuove sciagure! Vera cecità! Castigo di Dio!

(2) Nessuno ignora che per ducati 4000 promosse ad una carica di magistrato uno che ignora leggere, scrivere, e di parlar corretto.

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Si alzò quindi quel general grido l'indignazione, che sollevando il popolo, è il primo foriere di una crisi politica (1).

La setta carbonaria ch'era in osservazione profittò di una tale disposizione generale e cominciò a mischiarsi tra i malcontenti per provocare un movimento e dirigerlo in modo da rendersi padrona del governo.

Di tali pratiche furono avvertiti il cavalier Medici € il ministero di polizia Tommasi d'ogni dove, e giornalmente eglino potevano e dovevano adottar i mezzi per reprimere i sediziosi, eran essi la causa del malcontento per la loro pessima amministrazione, o dovevano dunque correggerla, per togliere la causa del movimento che si preparava, o dovevano munirsi di forza per sostenersi. Ogni uomo mediocre avrebbe adottato o l; imo o l'altro di questi espedienti. Il Cavalier Medici però diede in questa occasione una gran prova della sua inettezza; poiché invasato sempre dall'ambizione di acquistar nell'animo del Re quella preponderanza che il Cavalier Acton aveva esercitata, credè di poter colpire al segno, ed immaginò, che provocando una sollevazione, avrebbe conquistata reprimendola l'intiera fiducia del Re. Egli dunque che poteva estinguere l'incendio sul nascere, gli fornì nuovo alimento. Il solo mezzo di repressione che preparò fu di assicurarsi dell'armata, col di cui soccorso credeva distruggere i rivoltosi, ma in luogo di adottare quelle misure, che in simili casi non devono trascurarsi, diede nuovi contrassegni di sua imbecillità, e fece sempre più conoscere che non era così valente in questi intrighi come lo era a cumular tesori (2].  Egli crede di essersi assicurato dell'armata, poiché il generale che la comandava si compromise

(1) Verità tutte di fatto, verità evangeliche, quarum testis est Italia, testis Hispania, testis Gallia, come dicea Cicerone. Verità dimostrata dai tesori che in morte lasciarono i Duumviri; tesori che poco appariscono da' testamenti di loro. Verità dimostrate dallo scialacquo e dai tesori de' loro confidenti, e turcimani notissimi a chicchessia. Ecco una delle cause che affrettarono quella rivoluzione che già si lavorava fino dal primo momento della restaurazione; e che il principe di Canosa a voce ed in iscritto vaticinò più volte al Re Ferdinando, non che a tutti come apparisce dall'opera i Pifferi di montagna.

(3) Sembra che l'autore della vita politica del Cavaliere De' Medici

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della fedeltà della stessa, ma non calcolò che quel generale essendo uno straniero non poteva in tal incontro conoscere la disposizione del soldato, e la posizione in cui erano i popoli. Inoltre tra i cortigiani di Medici vi erano alcuni primarii tra i settarii. Egli credeva di dirigerli a suo piacimento, ed avvalersene come tanti suoi agenti, e costoro mentre fingevano di essere tali, in realtà erano i principali fautori della rivoluzione, che si macchinava, e si prevalevano de' mezzi stessi che il ministro loro forniva, onde fosse scoppiata. Mentre dunque il Cavalier Medici si addormentava con tanta facilità, fidato a così puerili precauzioni, il fuoco della rivolta era acceso ed egli vi sedeva sopra senza avvedersene (1).

lo creda un poco più imbecille di quello che in effetto era nella materia governativa. A giudizio dell'autore il De' Medici e Tommasi sarebbono stati gli autori indiretti della rivoluzione di luglio. A me sembra che un tale giudizio sia soverchiamele indulgente. Sono molte le riflessioni che si accumulano per dimostrare ciò. La prima è quella sicuramente di non potersi ammettere tanto facilmente, che il De' Medici fosse insensato al segno di non vedere ciò che tutti vedeano. Che se non si vogliono accordare a lui que talenti politici da fargliela prevedere fino da cinque anni prima; come non conoscerne il corso accelerato fino dal principio del 1820? Che se il biografo dice che bramava che la rivoluzione accadesse per reprimerla, onde acquistare la piena fiducia sull'animo del Re, come scusarlo nell'aver situato nella lontana provincia i generali di Sicilia d'intemerata fede, ed aver circondato la capitale di generali Murattisti, settarii quasi tutti ed immoralissimi? Ed accaduta la ribellione e condottisi pochi ribelli in Monteforto, per quali ragioni invece di servirsi di un generale di Sicilia per conquiderli, spedì invece contro essi Carascosa, uomo conosciutissimo generalmente per le sue opinioni: uomo che il Principe di Canosa teneva strettamente sorvegliato alla prima epoca che fu ministro della polizia!!! Troppa indulgenza.

(1) In tutti i tribunali del regno quando si doveva punire un carbonaro reo di qualche delitto si presentava all'udienza il giorno della decisione della causa il G. maestro, il quale imponeva a' giudici di assolverlo, o loro indicava la pena che dovevano pronunciare.

Un giudice di Salerno per non aver obbedito fu preso e bastonato dai carbonari.

La rivoluzione dunque era fatta ed una piccola circostanza bastava a farla manifestare.

Tutti ne davano avviso a Medici che li derideva.

(*) Vedi l'unita nota.

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CAPITOLO IV.

Il Cavalier Medici in questo secondo suo ministero pare che non abbia fatto altro di rimarchevole, che imitare quei profondi scellerati, che promovono la calamità pubblica col fine di trarne un profitto, ma neppur ebbe il talento necessario per ben riescire nella trama che avea ordita, poiché quando coloro che amministrano, infrangono le leggi per interesse privato, o delle leggi abusano per riuscire nelle loro mire ambiziose, fanno sparire quella connessione nella macchina sociale che è il sostegno di ogni governo. Avendo dunque il Cavalier Medici colle sue macchinazioni messo il governo in opposizione delle leggi, nessun accordo regnar poteva tra le medesime, e l'opinione de' popoli d'onde risultava una contraddizione che doveva provocare l'urto vicendevole di tutte le passioni, ed uno stato di violenza che in risultamento dovea far nascere una rivoluzione. Medici riguardò il movimento ch'egli fomentava come un impotente scoppio della setta carbonara facile a reprimersi, e quindi senz'avvedersene divenne il vile istromento di cui i carbonari (che soffiavano l'incendio) si avvalsero per rivoluzionare il regno (1).

Cominciarono a tumultuare le Provincie di Salerno ed Avellino, ed allora Medici si avvide, che non avea a fronte i settarii solamente, ma che il movimento era generale. La sua posizione divenne critica. Egli o avea taciuto al Re il vero stato delle cose, o l'avea mostrato come facile ad essere represso (2). Vi bisognava perciò del genio per uscire d'una situazione così grave ed imbarazzante.

(1) In un saggio istorico della rivoluzione del 20 si sono precisati i fatti, e sviluppati con maggior chiarezza gli errori del ministero che in fine produssero la rivoluzione.

(2) Un signor cortegiano manifestò al Re che tutto nel regno dava indizio di una prossima rivoluzione, Il Re allarmato ne tenne parola al cavaliere Medici — Questi, rispose il signor Duca di..... teme assai di perdere in una rivoluzione le ricchezze che ha acquistate. V. M. però dev'essere tranquillo, poiché ciocchè tanto allarma il signor Duca deve paragonarsi ad una mosca che scacciata ritorna per ben due volte sulla fronte, finché vi resta schiacciata. Il Re tal quale riportò la risposta di Medici, ma quel signor rispose — Purché non sia Mosca Cavallina — Il marchese Tommasi ch'era la scimia di Medici,

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Il Cavalier Medici fu così al di sotto di quella circostanza, che non seppe ove rivolgersi, e divenuto pavido nessun provvedimento seppe adottare, e non trovando nella sfera delle sue cognizioni alcuna risorsa, se li rovesciò il cerebro. Dall'estrema sicurezza passò all'ultimo grado del timor panico, ed il suo animo atterrito debelitandogli le facoltà fisiche il rese non dissimile a quel fanciullo che si abbandona al pianto che è la sola risorsa di un imbecille (1).

Innalzato lo stendardo rivoluzionario fu dimesso il ministero. Il Re reputò Medici un traditore, e la plebe del partito rivoluzionario lo qualificò per nemico, locché è una vera prova di una condotta scioperata, perché niente di più inetto, che trovarsi egualmente inviso al partito che si è voluto sostenere, ed a quello che si è creduto di distruggere.

Il Cav. Medici dunque ridotto nuovamente alla condizione di privato dové soffrire la persecuzione ed i sarcasmi de' suoi nemici. Costoro appartenevano a due classi. Taluni lo erano per interesse privato. Questi mossi dalle passioni, e non dalla ragione credettero di concitargli l'avversione generale manifestando la sua vita privata, e quindi pubblicarono satire e canzoni che venivano disseminate nella città da venditori prezzolati. In questi libelli non si conservò alcuna decenza, e senza discernimento si offendeva la Marchesa di San Marco e qualch'altro personaggio che si meritava la stima di ogni Napoletano (2). Altri che componevano la turba carbonaria

la vigilia della rivoluzione derideva il movimento rivoluzionario, e diceva che in tre consigli si era tutto fatto per arrestare i pochi ribelli, e ch'erasi spedito il general Carascosa dalla parte di Nola, ed il general Campana dalla parte di Salerno per mettere in mezzo quei 180 ribelli; che il giorno susseguente si sarebbero veduti giungere incatenati in Napoli.

(1) Il signor Gian Pietro la vigilia della proclamazione della costituzione si portò da Medici per impegnarlo ad adottare degli espedienti che credeva opportuni per impedire la rivoluzione, ma il rinvenne sfinito dal pianto e dalla dissenteria promossa dalla paura, e non poté fargli percepire alcun' idea.

(2) La fucina di queste diatribe era in S. Giovanni a Carbonara. Gli occulti autori n' erano due signori che volevano vendicarsi di Medici che credevano loro nemico, per aver loro impedito di avere un posto nel consiglio di stato. Essi non sono più, perciò non si nominano.

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si perdevano in accuse vaghe di rapina e di dispotismo; ma perché la moltitudine è incapace di buon raziocinio, tali accuse avevano piuttosto il carattere di ultronee e vaghe assertive (1); La parte intelligente del paese era convinta che si era manomésso il peculio pubblico, ed imputava al Cav. Medici i disordini, a' quali aveva dato causa il Marchese Tommasi colla sua imbecillità e colle sue estorsioni, poiché in quel regno in cui non si rende a' popoli un'imparziale giustizia non vi può essere ordine pubblico (2); ma ciò non pertanto un Napoletano di buon senso non alzò la voce contro di Medici. La circostanza in cui si trovò Napoli cagionò questo fenomeno, poiché il governo costituzionale nel suo nascere aveva tutte le caratteristiche della più funesta anarchia, ed i suoi principali fautori non erano gli ultimi tra gli aderenti di Medici (3).

Vi erano inoltre di coloro, che hanno quel carattere flessibile, all'ombra del quale s'investono d'ogni opinione, che li rende disponibili ad ogni partito, e che senza pudore li fa esser satelliti or dell'uno or dell'altro dominatore (4). Costoro che nel 99 furono giacobini, nel decennio realisti francesi, nel 1815 borbonici, nel novilunio erano costituzionali,

(1) Il volgo letterario non essendo a parte de' segreti de' Gerofanti, e mancandogli elevatezza d'ingegno e talenti acuti per conoscere il fine delle operazioni di Medici, suppose in éssolui un ministro della tirannia: è però arte conosciuta da chi si trova al fatto dello spirito settario che sempre i ministri elevati dagli intrighi delle sette operano tirannicamente per far odiare la monarchia.

(2) Nel detto Saggio istorico si è data maggior estensione a questo articolo. Basterà dunque di accennare che il ministro di giustizia aveva prescelto per le cariche della magistratura, ad eccezione di pochi; le persone le più indegne, ed il disordine era cosi grande che qualche magistrato degno di esserlo deplorava la disgrazia di vedersi associato ad uomini tanto schifosi j i quali vendevano a baratto in luogo di amministrar la giustizia.

(3) Caratteristica delle repubbliche del secolo illuminato è quella di avere la tomba per culla; ina come sperare altrimenti in un' età senza religione e senza costumi? La virtù dev'essere essenziale nelle repubbliche, come l'onore nella monarchia.

(4) Precisamente di una tale negazione di Carattere sono tutti t moderni promotori delle rivoluzioni. E più facile trasmutare in spia un Gerofante ohe bere un bicchiere di birra. Chi scrive conosce bene una tale materia.

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e frequentando le vendite erano attenti a profittare delle occasioni per tessere gli encomii al Cavalier Medici, a cui eran venduti come gran liberale e finanziere (1) Ripeto dunque, che i principali tra i rivoluzionarii erano gran sostenitori del Cavalier Medici, tanto è vero che 1 promotori delle rivoluzioni del 1788 fin'ora, quando non han potuto divenir essi i predoni in capo del peculio pubblico, si sono contentati di essere i fautori di chi lo era. Or dunque ciascun che vedeva prossimo a crollare il governo costituzionale (che anche nella sua momentanea esistenza era influenzato dal Cavalier Medici) credè prudente non arrischiarsi a scrutinare la sua condotta. Colui inoltre che succede a Medici nelle finanze fu un ignorante pieno d'orgoglio, che si presumeva d'essere al di sopra d'ogni gran finanziere, e che si abbandonò a de' subalterni, i quali con facilità si resero padroni di un uomo ch'era al dissotto d'ogni mediocrità, adulandolo e mostrandosi attoniti ammiratori della sua sapienza, mentre lo raggiravano a loro piacimento. Or costui malversò le finanze, e la sua amministrazione fu più dannosa in nove mesi di quello ch'era stata nel quinquennio, poiché dissipò col famoso imprestito di Guiter tre milioni che Medici teneva in deposito nella direzione de' beni riservati. In fine si tentò ancora nel novilunio di abolire la cassa di sconto per divorarne la dote, e perciò osservandosi che o l'ignoranza o la malignità facevano peggiorare la nostra posizione finanziera, ognun credè anche per questo motivo astenersi dal sindacare la condotta di Medici, ch'era sempre preferibile a quella del suo successore, il quale vedendosi disapprovato dalle persone di senno si gettò in braccio ai più furenti anarchisti, divenendone il cortigiano. Questa insipida creatura credendo giustificarsi agli occhi de' suoi concittadini delle malversazioni che commetteva, pensò di accusare di furto il Cavalier Medici. Si elevò tra costoro quindi una guerra accanita colla stampa. Medici restò, come doveva esserlo, superiore al suo rivale, sì perché vi era differenza fra i talenti dell'uno e dell'altro, e che la bilancia pendeva per Medici,

(1) È superfluo nominar gl'individui che darebbero compromessi. Per prova basta il riportare che nello stesso Parlamento s'encomiava il Cavalier Medici, che fu proposto anche per consigliere di stato.

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sì ancora perché ognuno era nauseato di vedere il suo rivale degradare le attribuzioni di un ministro, dividendole col fango de' rivoluzionarii. La scelta dunque del successore recò non lieve vantaggio alla riputazione di Medici, e la fortuna ch'or gli sorrideva, ed ora gli era avversa, gli preparò un nuovo trionfo, allorché distrutto il governo costituzionale si formò la nuova amministrazione, come dimostreremo qui appresso; il cavalier Medici intanto, quando vide prossima e certa la caduta della costituzione finse temere di sua vita e si rifugiò a Roma (1). Volle in questo modo dar ad intendere essere odiato da' liberali. Egli però era convinto che non doveva temerne, avendo tra i primi rivoluzionarii i più caldi partigiani. Egli quando fu Reggente, quando divenne direttore e nel 1815 ammise sempre nella stia intimità una classe di gente, che aveva opinione contraria al governo ch'egli rappresentava, e non pochi di quelli erano promossi agli impieghi in preferenza de' servitori più meritevoli del Re.

Questa Condotta che sembra incomprensibile si spiega col definire il carattere di Medici, le sue intenzioni ed i suoi pregiudizii; egli aveva il progetto di farsi ricco, e per esserlo doveva esercitar cariche importanti. Di più egli era infatuato dell'idea di appartenere ad una dinastia che con molta gloria aveva regnato in una bella parte d'Italia, che aveva date due Regine alla Francia e quattro Pontefici alla santa Sede. D'altronde sprovvisto affatto d'ogni fortezza la sua anima era timida quanto quella di un coniglio. Egli dunque perché da coloro che avevano un appoggio nel governo, non riceveva quelle genuflessioni ed omaggi, che gli prodigavano quei che non avevano altre speranze

(1) Medici era monotono nelle sue azioni e risorse, come lo sono quasi tutti i rivoluzionarii che hanno avuto a fronte imbecilli da combattere. Nel modo stesso quindi che nel 1797 comprò un ordine di arresto da giacobini di lui amici, al fine di far la figura di realista, Civitate restituta, cosi nell'epoca del terminare la ridicola costituzione finse fuggire, onde mettere in salvo una vita ch'era sicura, poiché riservata dall'ira di Dio a punire Napoli (che terminò di rovinare), per varii altri anni.

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 che nella sua protezione, si compiaceva più nella compagnia de' secondi, che de' primi. Non gli mancava ancora l'apprensione di vedere un giorno il trionfo delle idee liberali, e perciò nel rendersi famigliari i promotori delle stesse sperava di conservarsi ne' medesimi de' sostegni, ch'era sempre pronto a sagrificare quando il suo vantaggio l'avrebbe comportato, ed in fine credevadi avvalersene Come ciechi istromenti con dar loro una direzione conforme a' suoi interessi ed a' suoi disegni, cioè Col di loro mezzo di fare scoppiare un movimento rivoluzionario che avrebbe rivolto a suo vantaggio se l'occasione era propizia, o che avrebbe represso per guadagnarsi la fiducia del Re. Si è di sopra riportato in che modo si lasciò raggirare quando credeva condur gli altri per il naso; in questo modo s' intende perché il Cavalier Medici in tutte le epoche di sua vita si tenne lontano da ogni uomo di merito, e ricevé come famigliari sempre il fango della società. Egli non aveva che uso fare de' primi. Il sig. Tommasi che in ogni occorrenza era il pupazzo messo in moto dal suo patrono usava le stesse pratiche, ma con quella insipidezza ed insufficienza propria del suo Carattere. Il suo maestro giuocava la sua parte con ispirito, ma costui da vero buffone, (1)

I liberali ancora che in molti articoli combinavano con Medici, col quale avevano una morale comune, non potevano odiarlo. Essi tutti correvano appresso la moneta ed il potete. Medici era in possesso dell'uno e dell'altro, ma temeva di perderli s'era privato della carica.

(1) Ancora con soprannomi ridicoli veniva dal pubblico motteggiato. Affettatissimo nel conversare, nelle maniere, nel salutare, veniva generalmente contradistinto col nome del Marchese de obsequiis e Marchese riverenze. Formerà un perpetuo disonore alla diplomazia del secolo illuminato delle Tabacchiere il mirare in tanti intrighi che si fecero nel 1822, e le violenze usate al Re Ferdinando IV, affinché questi due veri capi d'opera in materia d'opinioni, di morale, e di delicatezza in genere di disinteresse, venissero nuovamente rimessi in quelle cariche dalle quali erano stati nel 1820 cacciati da un generale convocio e dalla pubblica esecrazione, piuttostoché dalla volontà del Re, che pur sempre non si era sbagliato nel giudicarli.

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I suoi nemici ch'erano presso del Re, o una rivolta poteva farlo cadere dal ministero. Col promovere la rivoluzione si lusingava di reprimerla ed acquistarsi 1 amore e la fiducia del principe, ed in tal modo consolidarsi nel suo posto, ch'era la sorgente delle sue ricchezze. Egualmente gli anarchisti, che anche volevano potere e moneta, si studiavano di apparire a' suoi occhi stupidi istrumenti delle sue macchinazioni, ma il loro scopo era di rivolgere a proprio utile la rivolta, perché in essa sola trovar potevano dovizie e dominazione (1). Costoro dunque combaciarono nello scopo unico di tutte le loro meditazioni, cioè di dominare ed arricchirsi, e perciò i primi sarebbero stati non i nemici, ma i sostenitori della monarchia, se la medesima procurato loro avesse i mezzi di occupare impieghi e denari, ed il secondo divenuto sarebbe il panegirista dell'anarchia, quando la stessa offerto gli avesse il mezzo sicuro di esercire il supremo potere, e tesaurizzare. Tutti dunque per diverso cammino convergevano al punto istesso né potevano essere discordanti che nelle prime mosse, e si sarebbero al primo incontro strettamente uniti.

Lontana sia ogni idea che gli anarchisti insidiavano la vita di Medici. Intendo con questo nome indicare quegli esperti raggiratori che nelle pubbliche turbolenze fondano la loro fortuna sulla desolazione generale, e che sono quelli sempre che dirigono la turba rivoluzionaria. Se Medici ogni giorno percorreva la strada di Chiaja e S. Lucia, se il resto del giorno restava in sua casa, e la sera andava a pernottare in una casa a Posilippo, se a tutti era nota la sua dimora, ed il suo sistema di vita, e se non ricevé mai alcun insulto o offesa, si deve convenire che nessun pericolo corse in quell'epoca:

(1) Ecco il vero e genuino ritratto de' moderni rigeneratori de' popoli, de' mercadanti di opinioni e fabbricatori di costituzioni e di. repubbliche. Canaglia! e poi vera canaglia! Essi trovano de' studenti insensati cui esaltano la testa, de' furfantoni senza calze, cui promettono cariche e ricchezze; e con quest'esercito d'insensati fanatici e di uomini rapaci, senza Religione, senz'onore, senza fede, senza costumi, pretendono rigenerare e felicitare il genere umano. Forca, forca!

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ne vale oppormi le vociferazioni che si elevarono contro lo stesso nelle strade, perché le medesime erano conseguenze degl'intrighi de' suoi particolari nemici che non facevan parte della rivoluzione. Medici dunque ebbe tanto poco a temere ch'egli entrò in contesa col suo successore nel ministero; or costui essendo affiliato alli più esaltati anarchisi i, da' quali faceva divorar le finanze, non poté vendicarsi di Medici, e subì la mortificazione di vedere l'amor proprio avvilito, perché il Cav. Medici tra gli anarchici aveva i più forti sostenitori; ma quando però vide prossima la caduta della costituzione fu del suo interesse accreditar l'opinione d'essere in odio a' liberali, e che da' medesimi gli era insidiata la vita, perché conosceva di essersi meritata l'indignazione del Re, di cui temeva le conseguenze, quando sarebbe stata repressa la rivolta. Egli ben sapeva che in mille modi constar potevasi d'aver promossa la rivoluzione, e perciò su quella immaginaria persecuzione preparar volevasi i mezzi di sua discolpa, (1)

Gli anarchisti trucidarono tutti quelli che credettero dì essere nemici della rivoluzione, e si sarebbero disfatti di Medici se tale il credevano.

Mi sono un poco esteso più del convenevole su questo articolo, e forse ho ripetuto le stesse cose per rilevare gli errori del ministero che succedé a Medici, e ch'ebbero origine dal non essersi ben definita la sua condotta.

(1) Atterrì moltissimo àncora il Cav. De Medici e 'l suo Sancio Panza Tommasi la comparsa dell'opera intitolata i Pifferi di montagna. Chi ha letto quell'opera non può disconvenire che i duumviri del quinquennio unirono una gran furfanteria a molta scempiataggine. Il Cavalier De Medici non ignorava che il Re Ferdinando aveva letto quell'opuscolo, e l'avea altamente approvato, attraverso di taluna molesta verità che contiene.

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CAPITOLO IV.

Abbattuto il governo costituzionale ed allontanato il Cavalier Medici dal Regno, il Principe di Canosa riprese il ministero di Polizia, ed il Marchese Circelli quello degli Affari esteri, ed agli altri dipartimenti furono nominati dei direttori.

Il Marchese Circelli è morto convinto che Medici era stato l'autore della rivoluzione, ed il Principe di Canosa ebbe, e forse ha la stessa opinione (1).

(1) Il marchese di Circello Cavaliere rispettabilissimo e pieno di onore mori sicuramente nella ferma opinione, che il Cavalier De' Medici e Tommasi stati fossero i veri macchinatori ed autori della ribellione del luglio 1820. Abbenchè come uomo moralissimo ed ottimo cattolico non avrebbe azzardato manumettere la fama di chicchessia, pure affogato, dirò cosi, da un torrente di ragioni ed in una vera intima convinzione, non esitava riguardare que' duumviri come due felloni. Quando l'intrigo diplomatico nel 1822 costrinse il Re Ferdinando licenziare il ministero che quel monarca aveva eletto in Firenze, e richiamare con tanto pubblico scandalo i proscritti De' Medici e Tommasi, voleasi conservare nel suo posto Circello. Un uomo integerrimo conosciuto da tutti i monarchi d'Europa, e superiore ad ogni calunnia, avrebbe (secondo gl'intriganti a pensavano) accreditata in un certo modo quella diplomatica stoltezza, che richiamava contro gli autori i fischi e la generale indignazione. Il Marchese di Circello però vedendosi conservato, indignossene, e chiese al Re la sua dimissione. Il Re Ferdinando, premurato fortemente da' suoi raggiratori pregò Circello onde non abbandonasse il suo posto. Gli scrisse ancora una lettera obbligantissima. L'onorato vecchio però si negò costantemente servendosi della espressione, che non avrebbe lordata la canizie de' suoi capelli sedendo in consiglio tra i traditori del Re. Regolarmente il Marchese di Circello dovea avere forti ragioni per oprare in tal modo, come di parlare e scrivere sempre coerentemente dal 1820 fino che cessò di vivere. Il principe di Canosa però per quanto avesse fortemente sospettato sempre circa la fedeltà del Cavaliere De' Medici (di Tommasi non parlerò dappoiché fu sempre meno mascherato del suo principale) fino dal 1815 e per quanto mano mano sempre più avesse ragioni a persuadersi della mala fede del Cavaliere Medici e Tommasi, pure egli ne fu più persuaso che convinto. Ogni criterio morale cioè lo persuadeva a crederli due felloni, gli mancavano però dati tali per convincerlo legalmente di ciò fino a tutto il 1822. i ciò poi che era moralmente persuaso e legalmente convinto che i duumviri se non erano gli autori diretti della ribellione di luglio 1820, l'aveano indirettamente favorita e promossa; quindi è che se imputar loro non poteasi tutto il dolo, non poteano difendersi da colpa latissima.

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Questi due valentuomini si persuasero che Medici e Tommasi invasati dal liberalismo d'accordo coi ribelli tradirono il Re e la di loro patria. Circelli ch'era uomo di probità, fedele al Re, e che aveva una grande opinione de' talenti del Cav. Medici, e del Sig. Tommasi non sapeva persuadersi che costoro non fossero stati i promotori di una ribellione che si annunziava senza ritegno, e colla massima pubblicità, e sul di cui risultato,essi 1' aveano ingannato, indovinava credendoli autori di detto movimento, ma sbagliava nel definire la loro intenzione.

Il principe di Canosa poi che nel suo cuore ha scolpito il sentimento della propria dignità, e che non vi ha fatto mai allignare que' vizii schifosi e degradanti che caratterizzano l'uomo abbietto, non poteva persuadersi che Medici per un vile interesse adottato avesse una condotti così tenebrosa e piena di pericoli; e quindi Canosa non essendo mai stato schiavo del denaro, non calcolò che questa passione nelle anime metalliche è la più forte di qualunque altra, e che rende l'uomo più cieco, meno ragionevole e calcolatore di chiunque sia dominato dalle altre passioni, facendogli commettere errori più forti di quelli che produce l'ambizione, l'amore ec.

Medici dunque credeva di non poter tutto manumettere se non guadagnava la fiducia del Re, e per riuscirvi adottò quell'espediente a cui era abituato, cioè ripeté quanto avea fatto da reggente; ma se allora che nell'attuale circostanza non fu per opinione che promosse la rivoluzione, ma ne procurò lo scoppio per indi reprimerla ed impadronirsi in tal modo dell'animo del Re, e divenir ministro favorito, come lo era stato Acton. Egli ben sapeva di aver potenti nemici in corte, e tramava di procurarli cumulando tesori, un mezzo di nuocerli e di allontanarli dal ministero accusandoli presso del Re.

Credea inoltre che a dispetto delle lodi che profondean loro tutti i liberali, attraverso del credito ed opinione vantaggiosa che di quelli avesse la diplomazia di buona parte dell'Europa (per cui tanto scandalosa protezione ne ottennero) erano essi due uomini al di sotto della mediocrità in talenti; cioè due veri cerretani che aveano avuta la fortuna d'imporre alla piche politica ed al volgo diplomatico.

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Or dunque dopo la espulsione di Medici dal ministero essendosi impreso a dimostrare che per sentimento divenne egli capo della ribellione, onde promovere lo idee liberali, si commise un grand'errore, perché ogni uomo da senno nel regno e nell'estero non poté persuadersi che Medici essendo ministro provocato avesse un altro ordine di cose, che sicuramente esposto lo avrebbe a quelle variazioni e pericoli, che non sono disgiunti da simili commozioni politiche a solo oggetto d'istituire tra noi il liberalismo, e dippiù questa regolar opinione acquistava una prova di fatto, quando si calcolava la persecuzione, e l'esilio di Medici, e le satire e libelli contro lo stessa pubblicate. In fine il Principe di Canosa per essere stato assente dal regno non ne conosceva più il personale, ed avendo scelti por collaboratori o persone che se erano probe non ebbero il talento o i mezzi di coadiuvarlo, o facili a lasciarsi prevaricare, non poteva conseguire lo scopo che si era proposto, cioè di smascherar Medici, e di mettere in evidenza il suo procedimento (1). Se però il Principe di Canosa avesse dato al fatto lo sviluppo convenevole nel modo che si è dimostrato, o se la fortuna lo faceva imbattere in persone idonee, il regno si sarebbe salvato (2). Il Principe di Canosa però si avvide della inutilità de' mezzi ch'avea adoprati, e già si era determinato

(1) Il Principe di Canosa, di cui hanno tanti parlato, non è stato conosciuto da veruno. Delicato nel suo agire non volle di propria volontà aprire una inquisizione contro De Medici e Tommasi appunto. perché recato quelli gli avevano molto male. Egli aspettava iniziativa, per ciò eseguire, del Re, ma questi non gliene fece mai parola. Fermatosi nella opinione che De Medici non fosse che un vero ciarlatano politico, non avendo d'altronde argomenti solidi per dimostrarlo (nel 1821) un fellone, non volle farla da vendicativo. D'altronde trovavasi internamente come tutti persuaso e coni vinto, che liberatosi il regno di Napoli da quelle due Pesti, non fosse politicamente possibile che tornassero a desolarlo. Che se diversamente avvenne, non dee attribuirsi ad errore nel Principe di Canosa, sibbene alla totale mancanza, del buon senso nel secolo illuminato, ed alla rinnovazione del miracolo per cui Danae si trovò gravida, mentre si credea impossibile che alcuno penetrare potesse nella famosa torre di bronzo, ov'era stata rinchiusa.

(1) Non si sarebbe salvato, ma sarebbe accaduto lo stesso con, maggiore strepito.

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a seguir la strada che lo potea condurre alla sua meta (1), ma non ne ebbe il tempo, poiché quelli che

(1) E' verissimo; dappoiché in seguito tanto ebbe in mano di argomenti autentici da poterlo eseguire. Il voler dar poi la colpa alla inettezza dei direttori delle finanze, dell'interno,, della giustizia è un errore massimo. Alla testa di que' dipartimenti uomini vi erano rispettabilissimi; l'accordo tra gl'impiegati delle segreterie, i settarii, i partigiani di Medici e Tommasi cogli stranieri fecero spesso scomparire quegli uomini degnissimi, clic il Re Ferdinando eletti avea reduce da Lubiana in Firenze. E in vero cosa aver da ridire contro il direttore tenente generale Fardella che venne situato alla testa della segreteria della guerra? Uomo del mestiere, della più severa probità, gli si dà come difetto un certo contegno irritato, che in ultima analisi non dee riguardarsi che come un' arte permanente che soffre il suo spirito alterato dalla corruzione del secolo. Cosa avvi a ridire contro la specchiata probità del Marchese D'Andrea direttore dello finanze? Medici succedette a lui in forza della cabala diplomatica straniera nel 1822, come al Fardella venne sostituito il Principe di Scaletta. Ora tali due confronti non sono forse sufficienti a giustificarli? E l'essere di nuovo stati situati nel primiero posto non fu per ambedue il più grand'onore, nonché li giustificò pienamente? Che divenne del direttore Gio. Battista Vecchioni, personaggio che a vasti talenti, ed enciclopediche morali e politiche cognizioni univa profonda erudizione, ed un' attività da sorprendere chicchessia. Quell'uomo valentissimo in un'epoca sostenne unitamente il ministero dell'interno, quello dell'ecclesiastico, della giustizia, mentre teneva ancora il portafoglio della polizia, ch'era amministrata da uomini, che si trovano, giudicati alla unanimità della pubblica opinione. Non negherò (viva. il vero) che il direttore Vecchioni avesse un carattere ben diverso in genere di fermezza da quello del general Fardella, e Principe di Canosa immalgamabili co' furfanti. Egli invece (per quanto fosse rispettabile per se medesimo) ammalgamavasi agevolmente con tutti coloro nell'appoggio de' quali supponeva rinvenire forza per consolidarsi nella carica o timore di riceverne scossa per cadérne. Ciò era, un resultamento della passione che predominava lo spirito di quel grand'uomo, cioè l ambizione delle cariche elevate, e questo a differenza del Fardella e Canosa che non sarebbero rimasti ne' posti usando mezzi che menomamente la, dignità loro degradassero.

Il sin qui esposto è sufficiente a dimostrare che taluni errori per quanto avessero luogo erano inevitabili in quelle circostanze, ed in particolare attesa la congiura che esisteva tra tutti i furfanti del paese combinati cogli stranieri, i quali fino da che il Re Ferdinando trovavasi in Lubiana cabalizzavano in favore di Medici e Tommasi. Erra quindi chiunque crede che il Principe di Canosa cadesse in conseguenza degl'involontarii errori de' suoi colleghi. E invero egli avea rinunciato al ministero di polizia.

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furono proposti alle direzioni delle finanze, dell'interno, e della giustizia gettarono, sì per la di loro inettezza, sì ancora per le false misure che adottarono un disfavore tale sull'amministrazione che tanto nel regno, come nell'estero ognuno dové convincersi, che la macchina del governo si era fermata, e benché il Re era forte nella prevenzione contro Medici, non poté resistere all'evidenza, e suo malgrado s vidde obbligato a doverlo richiamare. Farei un' altra opera se volessi enunciare gli errori che allora si commisero ne dipartimenti delle finanze, dell'interno, e della giustizia, mi basta però il dire che furono tali e tanti che defluiscono l'imperizia di coloro che li diressero. Essi professavano massime e sistemi ch'erano contemporaneamente contradetti dalle loro operazioni, si avvalsero di quei subalterni che erano stati gl'istrumenti de' loro antecessori e che avevan parte nei disordini di cui temevano la punizione, i quali ben presto si avvidero che aveano a fare con chi non conosceva né poteva misurare il terreno su cui si camminava. Essi stabilirono per massima costitutiva del governo di allontanare dalle cariche i settarii, ed intanto questi erano conservati o promossi, e gli uomini puri o destituii o trascurati, e se per avventura qualche nemico del governo era dimesso, subito, si vedeva restituito in carica. Da ciò nacque che il governo era deriso da' ribelli, e compianto da tutti. Una prova di quest'assertiva lo prova il seguente fatto.

All'epoca de' nove mesi Monsignor Spinelli arcivescovo di Sorrento vecchio rispettabile d'innocenti e santi costumi,

Non era che un consigliere di stato quando arrivato D. Alvaro Ruffo venne consuma l'atto di violenza iu persona del Re Ferdinando. A dirla perciò con maggiore verità ed esattezza dee conchiudersi che il principe di Canosa se fosse stato nocevole a' suoi colleghi perché venivano riguardati come amici di lui. Il Canosa per la fermezza del suo carattere e per le sue opinioni religiose e monarchiche era di già odiato da gran parte de' diplomatici stranieri. La comparsa poi de' Pifferi di montagna che vennero a lui attribuiti, lo rese avverso maggiormente a tutta la Massoneria. Ecco la causa vera dell'odio di molti diplomatici. Questo s rese più operoso ed attivo alla vista dell'oro che a larga mano spargea e prometteva Medici, generosissimo nello scialacquare il peculio pubblico. Molte cose altre potrebbero aggiungersi a questo brevissimo cenno. Sarà ciò riservato ad altro luogo e tempo.

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fu di notte assalito da' componenti la vendita di quel circondario. La sua casa fu forzata, ed essendosi introdotti nella sua stanza i dignitarii della Vendita, gli piantarono alla gola le baionette per obbligarlo a consegnare il suo vicario perché era anticostituzionale. La resistenza che oppose i Arcivescovo, il chiasso ed il rumore cagionato da' settarii fece accorrere in aiuto dell'Arcivescovo la parte più ragionevole della popolazione, per cui si venne ad una transazione, cioè che l'Arcivescovo acconsentiva dar in mano de' carbonari il suo vicario D. Niccola Lentini a condizione che non fosse oltraggiato, ma che si fosse condotto in Napoli per farlo giudicare, e di ciò si resero garanti i pacifici cittadini. Fu dunque tolto il Lentini dall'episcopio e condotto alla marina di Sorrento, dove fu imbarcato per Napoli, in mezzo a carbonari ed a cittadini che l'accompagnavano per non farlo assassinare. Cinquemila e più abitanti furono testimonii di questo avvenimento. Il governo costituzionale perseguitò gli autori di quest'attentato, che furono allora decretati di arresto e messi in fuga. Annullata poi la costituzione questi stessi, che durante il loro impero furono obbligati a nascondersi, ricomparvero, ripresero i loro impieghi, e fu dalla G. C. criminale dichiarato che il loro delitto non costava. Questo è più che sufficiente a far giudicare in quali acque si trovava l amministrazione del regno, e questo può far giudicare per quali cause dové il Re far richiamare il Cavalier Medici, il quale avendo a suo piacimento ricomposto il ministero, principiò nuovamente e terminò l'ultimo periodo della sua vita pubblica.

CAPITOLO V.

Le passioni ed i pregiudìzii esercitano un terribile ascendente su l'uomo, giacché sovente l'inducono a giudicare contro l'evidenza, o contro i propri interessi, ed è appunto quest assioma che ci può dare la spiegazione della condotta del Cavaliere Medici in quest'ultima epoca della sua carriera politica e pubblica, giacché egli ha fatto a sé quel male che non gli dava alcun profitto, come ancora quello che era inseparabile dalle sue speculazioni.

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Ha permesso sì a quelle che si dicevano sue creature, che a' suoi nemici di manomettere la cosa pubblica, e finalmente elevando alle cariche persone che ne erano indegne, ed erigendo in sistema di governo la malversazione e la noncuranza promosse quella confusione e quel disordine che presto o tardi doveva cagionare la sua e la rovina del regno, ch'era ritardata sì perché il regno di Napoli non può, senza il concorso di una potenza estera, apportar de' cambiamenti nella sua interna amministrazione, come ancora perché Tarmata austriaca era di poche marce distante dal regno. Egli almeno poteva far ciò che il suo interesse richiedeva, ed impedire quelle rapine a cui non partecipava, ma all'opposto si condusse in modo che tutto fosse manomesso (1).

Sembrò quindi che. dopo di aver fatto l'esperimento il più dispiacevole della fragilità de' suoi concepimenti, erasi proposto solo di tesaurizzare e di godere nelle altrui sofferenze. Egli si era ingannato quando aveva creduto indurre gli altri in errore. Fu l'istrumento degli altrui intrighi, mentre credeva avvalersene come tante macchine

(1) Questo fenomeno stravagante è facile ad essere spiegato da coloro che conoscono la vita privata di quell'essere anfibio, che venne riguardato sovente come non consentaneo a se medesimo.

Tra gl'individui della famiglia De' Medici d'Ottajano, quella che in rapporto di nobili sentimenti di onore e di lealtà, attaccamento e gratitudine verso la Borbonica dinastia meritava rispetto e stima era donna Catterina De' Medici Marchesa di San Marco. Questa dama amava moltissimo il suo fratello Don Luigi, ma nel tempo stesso ne conosceva e condannava, anche con confidenti, i vizii e gli errori. La prelodata dama malamente soffriva il sistema da quello adottato, ed in particolare verso gli emigrati in Sicilia, coi quali diportavasi da vero tiranno, non che da ingiusto. Avea ancora la Marchesa talenti sufficienti per conoscere che la maniera come conducevasi richiamar dovea contro il Re un odio generale, che polca divenir fertile delle più fatali conseguenze. Più volte la Marchesa erasi perciò attaccata col fratello fino a rompersi seco lui derisivamente. In un giorno che gli rampognava tali cose, e rinfacciavagli che per salvarlo dagli artigli della giunta di stato gli costava più oro di quello che pesava, ed insinuavagli gratitudine verso il legittimo sovrano, colui gli rispose. Mi ricordo purtroppo della «mia prigionia in Gaeta. Io odio questa famiglia, ne anelo tanto quanto il vendicarmene. Io non sarò soddisfatto che quando la mirerò desolata.»

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a cui dava moto a seconda dei suoi desiderii. Immaginò di guadagnarsi la fiducia del suo Sovrano, la stima de' suoi concittadini e la divozione de' suoi adulatori, ma si convinse di aver ispirata nel Re la più gran diffidenza, e la più grande avversione ne' Napoletani, e le sue creature o l'abbandonarono, o furono tra' suoi detrattori; era intanto, vecchio e non tanto ricco, pensò di arricchirsi senza arrestarsi nella scelta de' mezzi, e col dar luogo ad ogni sorta di disordine di vendicarsi del Re, de' suoi concittadini, e di tutti quelli che lo riputavano amico o nemica (1).

Nove mesi durò l'anarchia nel nostro regno, che avea sofferto tante vicende dalle quali avea riportate tante piaghe, che si erano più inasprite per i rimedii apprestatiti, e perciò questo nuovo sconvolgimento dovea produrre, come in fatti avvenne, il più gran male.

I nostri rapporti commerciali cogli esteri erano a nostro svantaggio, ed intanto dovendo essere pagali gl'interessi del debito pubblico verso i medesimi,. il numerario usciva e non rientrava nel regno. Un sistema di rapine organizzato a forma di amministrazione, gl'impieghi e le cariche, per lo più conferite a persone che professavano massime opposte al governo, rendevano inquieti ed incerti di loro sorte i sudditi del Re. I settari», che nel sistema adottato dal governo dovevano, essere espulsi da ogni carica, e che nel fatto erano conservati o promossi, rendevano problematica la condotta del ministero, e spargevano dubbi ed incertezze sulle operazioni del medesimo (2).

(1) Questa pennellata, è veramente esalta. Terminò i suoi ultimi' anni il De' Medici assassinando il peculio pubblico colla massima impudenza, e permettendo che tutti coloro che lo accostavano rubassero. Egli odiava tutti; e può ben dirsi che morisse corteggiato dall'odio, dal furto e dall'invidia, di cui iu veramente vittima. Egli non intraprese diffatti il viaggio di Spagna in quell'età, e di quella stagione che divorato dall'invidia.

(2) I settarii venivano protetti apertamente con molta impudenza dagli stranieri. Distinguevasi tra questi il general Coller, quella locusta che cercava divorare tutto, fino le radici della prosperità di quelle nazioni, disgraziate al segno di aver che fare con lui. I settarii dunque, oltre gli appoggi che avevano in seguito della lunga, influenza avuta nel paese e nei diversi dipartimenti, aveano in di loro favore la protezione degli stranieri. Taluni ministri che si miravano barcollanti,

 

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La Sicilia, che anche avea sofferta un'anarchia, reclamava un riordinamento di amministrazione. Tutto dunque costituiva un nuovo caos, che avrebbe dovuto riordinare il Cavaliere Medici, il quale all'opposto adottò il sistema di non toccare gli abusi che avea trovati, e di lasciarne introdurre de' nuovi, onde risultato ne fosse il più grande disordine; e perciò se l'ultima rivoluzione avea fatto sparire de' pessimi soggetti in seguito degli urti delle passioni da cui erano gli anarchisti animati, furono quei rimessi in iscena dal Cavaliere Medici, poiché fu conseguenza del suo sistema di far aumentare i disordini, dai quali non son mai disgiunti gli uomini, nella di cui condotta trovano la loro origine ed il fomite, e per dir tutto in una parola, se mai il Cavaliere Medici fece sparire le persone o le cose ch'erano in iscena nel novilunio, lo fu per sostituitene delle peggiori.

Intanto essendo morto il Re Ferdinando, il Cavaliere Medici

e che per sostenersi mendicavano l'appoggio dei forestieri deferivano qualche volta alle raccomandazioni. L inesorabile sopra quest'articolo era il Principe di Canosa. Oltre la costante ragionevole avversione che ebbe mai sempre con quella incorreggibile razza di uomini (che più d'ogni altro meglio conobbe), non corteggiò mai alcuno, e i forestieri specialmente. Fu suo favorito sistema il preferire mille volte la perdita della carica che quello di manomettere la dignità. Pure grande numero di settarii vennero destituiti dalle cariche che nel quinquennio esercitavano. Al quale proposito, onde convincersi della scandalosa protezione che aveano i forestieri spiegata in favore di quella canaglia, è utile riflettere che quelli tra Carbonari, a' quali non riusciva rimaner negl'impieghi, attraverso di tutti gl'intrighi e protezioni venivano fatti impiegare nelle officine diverse dell'armata da un certo Dupont francese, che avea preso l'appalto della provianda dell'esercito straniero. Molti trovarono inconcepibile una tale condotta. È per altro facilissima cosa a spiegarsi, tostocché si rifletta che sopra questa terra molti agiscono ne' diversi sensi non per principio, ma per mestiere, come altri non vengono regolati dal sentimento d'onore, ma da quello dell'interesse; cosi molti cercano ad ogni costo farsi amici, senza punto attendere alle morali qualità di questi, preferendo per sistema alle doti morali, il numero degl'individui. Taluni ancora hanno il sistema del turpe egoismo. In forza di questo cercano tenere il piede in più stalle, e mentre si credono sicuri dalla parte della legittimità, procurano (con enorme sbaglio di calcolo) guadagnarsi la benevolenza ancora della canaglia, quasi loro mostrando che quanto agiron contro loro fu in conseguenza di un assoluto volere, cui non poterono opporsi, mentre il cuore di loro era tutto per essi.

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vide per questo nuovo avvenimento mal sicura la sua esistenza politica.  Se il defunto Sovrano poco si affidava in lui, Francesco avea precisa cognizione del suo carattere, che aveva in più d'un'occorrenza definito quando era Duca di Calabria. Ora il Cavaliere Medici, che temé di essere destituito, credè perpetuarsi nella sua carica sollevando tutte le passioni e provocando tutti i mali per suscitare nel governo quegl'imbarazzi che fan ragionevolmente dilazionare un cambiamento di amministrazione (1).

(1) Il cav. De' Medici era generalmente conosciuto da tutti non escluso il Re Ferdinando. Esso venne sul principio impiegato nella stessa guisa e per le ragioni stesse che fanno talvolta i medici uso, dell'aconito, dell'acido prussico, del sublimato ed arsenico. Come nei casi disperati delle infermità fisiche si decide l'infermo a prendere i veleni, così nelle malattie politiche si credono o sono realmente disperati, taluni reggitori di popoli prendono taluni provvedimenti pessimi e si danno ancora a corpo perduto in mano di furfanti, da' quali sperano un minor male. L'arte di Medici fu sempre quella di porre e promovere disordini, far credere tutto perduto, ed esser il solo da poter cavare fuori il Re dagl'imbarazzi. Se però in questo modo, e per tali ragioni venne la prima volta impiegato dopo aver subita la processura di fellonia sotto l'inquisizione del Marchese Vanni, ed anche in seguito in Sicilia dopo la restaurazione, tutta la sua ciarlataneria perdette ogni incantesimo dopo il luglio 1820. Se il Re Ferdinando e tutto il mondo rimase persuaso e convinto che Medici e Tommasi furono gli autori (almeno indiretti) di quella stoltissima rivoluzione, in quale guisa poteano più sostenersi, o sperare di ritornare in posto? Ambedue erano perduti per sempre. Eglino non furono debitori della politica di loro risurrezione che all'influenza potente liberalesca. Questa si appoggiò agli stranieri, e questi si accinsero a questo fatale miracolo politico per una speculazione finanziera. Chi meglio che ogni altro conoscea il De' Medici fino da quando era Principe ereditario, si era il Re Francesco. Tutti in quell'epoca parlavano seco lui con quella franchezza, con cui non osavano parlare col Re; quindi informato di ogni cosa, conosceva appieno le pessime qualità di quel tristo. Si aggiunga che il De' Medici, vivendo il Re Ferdinando, avea dati non pochi disgusti al Duca di Calabria. Quando ascese dunque al trono la sorte dei due colleghi Medici e Tommasi si credè da tutti decisa, ed eglino medesimi erano sicuri di non poterla evitare. I buoni temevano però sempre l'influenza straniera. La Regina Isabella che conosceva tutto, e il carattere ancora del Re consorte, avrebbe voluto quindi che nel corso di 24 ore, dopo la morte del Re Ferdinando, si fosse il Re Francesco disfatto dei duumviri che tanto male recato aveano a quel Regno infelice.

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Egli aveva il materiale pronto. Da una parie erano quei che declamavano contro le nuove leggi, invocando il cielo che dicevano oltraggiato, ed il trono che credevano avvilito. Dair altra i novatori addestrati nelf intrigo, perfidi nelle loro insinuazioni, che niente declamavano contro i disordini, che anzi li promovevano e ne profittavano. Tutti costoro si affollarono intorno al trono urlando senza saper precisare la causa de' mali, definirne la natura ed indicarne i rimedi, ed intanto il popolo per tali vociferazioni si esaltava, e pronto nei suoi movimenti impiegava que' mezzi propri della moltitudine per vendicarsi, cioè declamava contro del governo per i mali che soffriva.

Il Cavaliere Medici intanto che conosceva sempre l'abitudine de' suoi tenebrosi intrighi, e che nel suo impiego trovava non solo la facilità di farli riuscire, ma ancora la risorsa di farli apprezzare da' governi esteri nel modo più conforme a' suoi progetti, e che aveva quella superiorità propria di chi concepisce simili manovre, pose in opposizione tutti i partiti, e prendendo posto or tra gli uni ed or tra gli altri, ma sempre di soppiat to, li rcndea a vicenda or superiori ed or vinti, scoprendo e reprimendo cospirazioni in parte con artificio da lui concertate (non escludendo con ciò che ne abbiano esistite delle vere e reali), ma che devono sempre reputarsi quali conseguenze delli principii del Cavaliere Medici. In tal modo il Cavaliere Medici si fece credere presso F estero il solo timoniere capace di condurre il governo in così dubbie vicende, e fece valer la massima tra noi, che prudente non era in tale stato di cose un cambiamento di ministero, ed intanto senza perdita di tempo menava bene le mani per arricchirsi, ch'era il suo unico progetto. Egli inoltre formando nell'amministrazione finanziera una voragine che minacciava d'inghiottirci, pensò di spaventare tutti coloro che aspirar volessero a tale carica onde farlo cadere d'impiego.

Una tale celerità di procedere non era nel fare del nuovo monarca, attraverso conoscesse bene il danno recato da que' due soggetti. Prese tempo a risolvere, ed il tempo favorì gl'intrighi che si fecero per sostenerlo. E qui potrei far parola del viaggio fatto dal Re Francesco in Milano. Questi però amò il momento opportuno di svelare al pubblico certi misteri, non ignorati per «Uro da taluni per quanto pochi.

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Memore della promessa che abbiamo fatto di giudicare quest'uomo dappresso i fatti, siamo già alla meta di questa difficile dimostrazione; e se questa discussione renderà lungo questo capitolo, il lettore deve convincersi che la medesima è la sola che mette in evidenza gli avvenimenti già riportati, e ci condurrà allo sviluppo di quelle fatali verità che restano a raccontare, e che provano quanto finora abbiamo scritto.

Nel 1815 l'ammontare di tutte le imposizioni era di circa 22 milioni. Questa somma può stabilirsi fino al 1821 come rendita effettiva dello stato per ogni anno; dal 1821 finora le pubbliche gravezze si sono aumentate gradatamente fino che possono ora sommarsi 30 milioni circa.

A' 23 maggio 1815 il gran libro, pagati d'interessi annui ducati 940,000, compresi ducati 100,000 annui di dotazione dell'ordine delle due Sicilie, (che col decreto delli 18 giugno 1816 furono intestati alla cassa d'ammortizzazione) colf epigrafe — Credito de' 18 giugno.

A' 31 dicembre detto anno il detto interesse montò ad annui ducati 1,200,000, ed alli 31 dicembre 1816 ad 1,420,000, e così restò fino al luglio 1820.

Dal 1821 finora l'interesse suddetto è di 5 milioni annui.

Quest'enorme aumento, che schiaccia col suo peso l'amministrazione dello stato, è imputabile quasi in totalità all'amministrazione del Cavaliere Medici, ed affinché nulla manchi in questa posizione di contabilità, ci diamo carico di ducati 260,000 annui inscritti a favore della tesoreria generale col decreto de' 6 gennaro 1817 pel pagamento delle pensioni accordate, ed il capitale di 1,330,148 ducati per le liquidazioni degli assenti ordinate col decreto de' 23 marzo 1818, vale a dire che l'interesse del gran libro per i suoi regolari aumenti al più dovrebb'essere di 1,300,000 all'anno (1).

(1) Il lettore compiangerà i Napolitani, il gran finanziere di cui è questione, e quelli che furono i suoi successori dopo la costituzione, quando saprà che fra i pensionati furono per ignoranza conservati quasi tutti coloro che nelle rivoluzioni di questo paese risultarono rei, e come tali erano stati colpiti dalla pena dell'esilio ec. Ciò importa che i dichiarati nemici dello stato n' erano i pensionati non per effetto della clemenza del Sovrano, ma per la deficienza dell'intelletto degli amministratori delle finanze, e per la malizia degli impiegati subalterni.

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Lo è intanto di 5 milioni, dunque resta stabilito che conseguenza dell'amministrazione di Medici è l'aumento del nostro debito di un capitale corrispondente all'annuo interesse di 3,700,000 ducati, che ragguagliato alla ragione del 5 per 100 dà il capitale di 72 milioni.

Sicché Medici dopoché riprese il ministero, abolita la costituzione, oltre le rendite ordinarie dello Stato ha divorato un capitale di 72 milioni, che riunito alla rendita annua dello Stato forma una massa di circa 300 milioni (1) per l'epoca in cui ha diretto il ministero.

Cade qui in acconcio di esaminare le cause estraordinarie che han potuto produrre questo sbilancio tra l'introito e l'esito.

Due se ne possono addurre cioè, l'anarchia del 1820, ed il mantenimento dell'armata Austriaca al 1821 (2).

L'anarchia del 2820 dissipò tre milioni circa, ma questi non aumentarono il nostro debito, poiché coll'imprestito famoso di Quiter si divorarono i Carbonari tre milioni che già esistevano nella cassa della Direzione de' beni riservati, e perciò si deve conchiudere che si dissipò un capitale dello Stato, ma non si fece un debito (3)

Con 22 milioni all'anno questo regno ha mantenuta un'armata di 30 mila soldati non di alleati, ma di conquistatori, e più soldo un' armata nazionale di 80 mila uomini dopo di averla formata.

A che dunque l'amministrazione di cui l'esame vuol fare ammontare la spesa dell'armata Austriaca?

(1) L'anarchia spirò tra noi a marzo 1821. Medici fu richiamato al ministero a giugno 1811. Fu egli assente dal ministero per circa due anni, dunque in otto anni ha dissipato questo capitale.

(2) L'armata Austriaca era il talismano col quale Medici abbagliava gli occhi di tutti e che gli offriva il mezzo di occultare le sue malversazioni. Se gli Austriaci invece della razione di pane l'avessero avuta d'oro neppure consumar potevano ciò che Medici metteva a loro conto.

(3) Il Cavalier Medici doveva e poteva ben prender conto di questa malversazione, ma non se lo permise perché in essa avean avuta parte quelli di cui si era prevaluto e che lo han indi coadiuvato nella sua malversazione.

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Si calcoli questa come si voglia, potrà questa mai eccedere i sei o sette, al più otto o dieci milioni all'anno; ma se dovevano mantenere un'armata Austriaca, non vi era la Napoletana, d'altronde tutti ci ricordiamo con ammirazione dell'esatta disciplina e moderazione degli Austriaci, e quindi il sostentamento di detta armata, quando si calcoli ad otto milioni all'anno è il più che si può ammettere, e perciò i residuali quattordici milioni della rendila dello Stato dal 181 5 al 1820, e da quell'epoca fin ora si devono contare per circa venti milioni potevano ben far fronte alle spese ordinarie.

Se il regno di Napoli colla rendita di 22 milioni ha mantenuta un'armata francese, ha soldata e formata un'armata Napoletana, ed ha sopportata la spesa di una guerra attiva, senza le rendite di Sicilia, nel regno e presso l'estero per dieci anni senza ricorrere ad imprestiti, poteva con circa 30 milioni all'anno mantenere l'armata Austriaca, e sovvenire alle spese ordinarie tantopiù che la sola città di Napoli sopportò il peso degli alloggi degli Austriaci (1).

In fine terminiamo la discussione con interpellare la turba medicea a dichiarare quanto sia importato il mantenimento degli Austriaci? L'esito di questo ramo è nelle finanze, e può essere controllato dagl'intendenti dell'armata Austriaca; dunque non si occulti più, e finché si terrà segreto ognuno ha il diritto di dire che per lo appunto si nasconde, acciò si potesse avere il pretesto di far figurare detta spesa come causa del nostro deficit (2).

(1) Quanto possa esser penoso indagar l'altrui condotta forza è di adottar questo espediente per non tradire la verità. Mentre lo Stato era depauperato, noi abbiamo veduto effettuarsi delle intraprese che sarebbero ben definite per follie se le stesse non fossero servite di pretesto alla più sfrontata malversazione. Il muro finanziere, la fabbrica della dogana, l'opera interminabile di San Giacomo, non hanno avuto altro oggetto che il privato interesse. Vi era un locale per la dogana. A che dunque un' altra? Il muro finanziere è fatto per evitare i controbandi, o per mettere al sicuro i contrabandieri? E quella fabbrica di San Giacomo si deve valutare per conoscere la spesa?

(2) Oltre l'armata Austriaca che dovea mantenere il Cavalier, Medici,

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Ormai si conosce quanto possa essere il mantenimento di detta armata, dunque non fu l'armata Austriaca, non le spese straordinarie di qualunque natura, ma le malversazioni, la imperizia e le rapine che han cagionato il nostro deficit attuale (1).

Un analisi distinta di tali malversazioni noierebbe, poiché in quest'opera non dobbiamo inserire uno stato di contabilità, perciò ci limitiamo ad un' esame che potrà sicuramente dare un' idea della gestione che discutiamo.

I. Cassa d'Ammortizzazione.

A 31 decembre 1816 la situazione di detta cassa offriva 4,164,914.

Non basiamo il nostro esame su questa posizione «ci riportiamo a ciò che non è disputabile.

Il Cavalier Medici col decreto del 1 giugno 1817 abolì l'antica e sostituì la nuova cassa, ed a' 31 dicembre detto anno lo stralcio per suo ordine eseguito offrì la massa di 3,336,581 ducati per fondo di cassa.

dovrà satollare tanti cerberi che lo avean fatto prodigiosamente risorgere e lo sostenevano. Il solo general Coller ebbe somme immense.

(1) La contradizione che offre in questo articolo, la condotta di Medici è singolare. Egli, ed ognuno lo sa, ripeteva la tranquillità del regno dall'armata Austriaca, che su questo rapporto merita la riconoscenza de' Napoletani, ed intanto gettava sulla stessa la massima odiosità, indicandola come cagione del nostro deficit. Però la ua mala fede si rende evidente quando si riflette che dopo la partenza degli Austriaci è aumentato il nostro deficit.

Il Cavalier Medici si fa definire con un fatto solo. Il soldo del ministro della guerra era di dodicimila ducali l'anno. Per aumentarlo assegnò per ispesa ducati duemila al mese sul budget della marina. Altri ducati tremila si pagavano al ministro come consigliere di Stato, sicché il soldo era di trentanovemila ducati.

Medici opprimeva di ricchezze i suoi colleghi acciò stati fossero ben soddisfatti, ed intanto il tesoro andava in rovina e più s'incolpava l'armata Austriaca, e si prendeva altro pretesto che non mancava mai per giustificare il deficit che aveva origine nella più impudente ed arrogante malversazione.

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Dopo il 1829 sono riuniti alla detta cassa

1. Il demanio pubblico colla rendita annua di ducati 98,139
2. Amministrazione de' beni reintegrati 95,459
3. Idem de' beni riservati. 382,634
Totale annui ducati 476,232

Dunque il capitale della cassa in effettivo al 181 7 era di tre milioni e più, e dal 1820 in poi se le addisse l'annua rendita di circa mezzo milione in beni fondi.

Con quel fondo di cassa, e con quell'aumento di rendita quali gigantesche operazioni non dovevano aspettarsi. Per lo meno era d'augurarsi di vedere sparire in gran parte il nostro debito pubblico, ma all'opposto questo si è aumentato, dunque bisogna conchiudere che i fondi ed i beneficii di questo ramo principale del governo si sono investiti ad utile privato.

Tutti i finanzieri ripetono la forza e la preponderanza dell'impero Britannico da varie cause, la principale delle quali è la cassa d'ammortizzazione. In Inghilterra è nata questa istituzione, e da essa, l'han copiata le altre nazioni d'Europa, che tutte ne han riconosciuta l'utilità, e ne ha riportato i più rilevanti vantaggi.

Tra noi però è divenuta una voragine che non solo ha inghiottito il detto capitale, ma ancora seppellisce un altro mezzo milione di rendita effettiva all'anno in beni fondi.

Ne appelliamo a tutti gli amministratori di Londra, di Parigi, di Vienna ec. che rendiamo giudici di questa discussione.

Noi sosteniamo che con i fondi addetti a questo stabilimento risultar doveano vantaggi tali al tesoro, che ormai dovea essere quasi estinto il nostro debito, o almeno potevasi far fronte in gran parte alle spese straordinarie, e ciò è tanto vero che allorquando fu tra noi istituita la cassa ne furono consegnati i fondi al direttore a cui furono prescritte le operazioni che dovea fare, che in risultato doveano abolire il nostro debito per tutto il 1815. Le dette operazioni furono definite e consister doveano nella compra e vendita delle iscrizioni il di cui utile era certo e determinato.

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Nell'abolirsi nel 1817 l'antica cassa non si ebbe in mira l'utilità di questo stabilimento, ma si volle togliere il controllo che impediva ogni arbitrio, e che aveva subordinato a regole certe ed invariabili le operazioni del contabile, il quale non poteva negoziare a suo profitto i fondi della cassa, quando erano in vigore i regolamenti antichi, e perciò furono posti in disuso nel 1817 e quindi il Cavalier Medici introdusse tra noi quel giuoco di bussolotti delle rendite, che ha minati tanti privati inconsiderati che non han saputo evitare d'incappar nella trappola, ma quest'articolo è estraneo al nostro assunto. La cassa dunque non estinguendo il debito pubblico, poiché lo stesso si è aumentato, e non versando rendita alcuna al tesoro è per noi divenuto un altro Vesuvio che devasta la fortuna pubblica. Un ministro dunque di finanza che per quindici anni ha finto di non avvertire l'esistenza di questo stabilimento, che non ne ha preso conto, e che non ne ha fatto render conto ha dato evidentemente a conoscere che questa era la miniera che per suo utile si scavava (1).

In fine in detta amministrazione non vi è contabilità, non vi è ordine d'amministrazione, e l'operazioni che vi si fanno sono un segreto, quindi non vi è bisogno di altra indagine per costar la malversazione, ed è per questo appunto, che si è tra noi con fondamento accreditata l'opinione, che sino dal giugno 1828 siasi venduto il fondo delle pensioni de' regolari soppressi,

(1) Dopo tanti reclami il Cavalier Medici ha finto, o in realtà ha ammortizzato poche cedole in due volte; ma questo appunto lo rende più colpevole. Inoltre nello stato discusso la cassa figura di versare nel tesoro circa ducati 700,000, ma la medesima introita il tavogliere di Puglia, che prima dava un milione l'anno, e più vi è il fondo de monaci e monache pensionate, che essendosi estinte formano un altro introito per la cassa che uniti superano i 700mila ducati. È sempre dimostrato dunque che il fondo di cassa e la rendita annua di sopra riportata non si lascia figurare. Quando l'avvocato generale de' conti della corte signor Onofrio reclamava al Cavalier Medici perché il direttore della cassa non dava conto mai. Il ministro gli rispondeva che sentiva una tenerezza pel detto direttore, col quale era stato educato in collegio, e che perciò non voleva inquietarlo.

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ed il ritratto è andato nella borsa de' privati, e che in ogni settimana si paga dalla cassa una polizza di 30 a 40 ducati per rinvestirsi in compenso d'inscrizioni, che non si acquistano, e che piombano anche ad utilità de' privati.

II. Cassa dì Sconto.

Dal banco furono presi 3,450,082 ducati e si formò la dotazione della cassa di sconto. Tutto è sparito ed in cassa sono le obbligazioni di tutti falliti nelle di cui mani sono dispersi i suddetti tre milioni, e di già quattordici patrocinatori si sono incaricati di ricuperare dalle mani di coloro che nulla posseggono i fondi suddetti.

Un magistrato integerrimo prima della vigente ha diretto questo stabilimento da cui lo Stato ed i privati ritraevano una grande utilità. Ora non solo è scomparso il vantaggio del tesoro e de' privati, ma si è dato fondo al capitale. Si taccia dunque il paragone tra le due gestioni e si conoscerà la malversazione di quest'altro cespite. Per definirsi però il carattere dell'amministrazione del Cavalier Medici, e de' suoi principali agenti basta riportare i seguenti fatti.

Il direttore della cassa di sconto si ha preso dalla cassa ducati 12 mila invertendoli in compra d'iscrizioni.

Le iscrizioni acquistate co' suddetti ducati 12mila danno un frutto maggiore di ciò che sulla stessa somma si paga di sconto, or questo supero il direttore l'impiegava allo sconto del capitale, rinnovando la cambiale da sei mesi in sei mesi, ed in tal modo ha già scontato o è prossimo ad estinguere il capitale dei ducati 12mila.

Bisogna essere grato a quest'altro probo amministratore perché ha avuta la moderazione di limitare la sua innocente speculazione a quei soli ducati 12mila, altrimenti se preso avesse invece di questi, gl'intieri 3,450,082 ora la sua famiglia possederebbe questo intero capitale.

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III. Banco.

Questo articolo ed il seguente si devono riputare come quelle malattie, che han bisogno della direzione di un medico prudentissimo, perché quando si scoprono elevano aliti tali che ingombrano l atmosfera, ed è per questo che limitiamo la nostra indagine a ripetere qualche fattarello istorico, che potrà dare qualche nozione generale a chi ha bisogno di poco per ben intendere.

Nel 1793 si scoprì il furto de' banchi. Tra i malversatori fuvvi un tal Todisco. In quell'epoca i ladri erano più moderati, per cui Todisco si contentò di prendere soli ducati 300mila che peraltro non pose tutto a suo profitto, e siccome allora non vi erano le iscrizioni non poté mettere in uso la speculazione che vien di praticare l'attual direttore, ma invece impiegò con de' particolari ducati 150mila e l'altra metà servì per i suoi minuti piaceri, ed in ciò anche diversificò da quello viene di commettere l attuai direttore, che della intiera somma presa dalla cassa ne ha formato un capitale in beneficio di suo fratello, e queste cose costituiscono la varietà della condotta tra l'attuai Direttore ed il signor Todisco.

Non è molto che gli eredi del Todisco avendo sommato l'interesse dei ducati 150mila del capitale impiegato dal di loro padre con i privati dall'epoca in cui il banco se li appropriò, ed avendolo riunito al capitale stesso rinvennero che il banco si era ripianato del furto, ed aveva introitato al di più circa 80mila ducati, pe' quali chiesero la restituzione.

Rimessa dal Cavalier Medici tale domanda al governo del banco gli fu risposto, che il caso in questione era identicamente simile alla richiesta, che mi ladro potrebbe fare ad un derubato, il quale dopo aver sofferto il furto, e dopo che ne avrebbe ricuperato una» parte, si vedeva dopo il lasso di anni richiamato in giudizio dal ladro per restituire Y interesse di quella parte delle sue proprietà che per fortuna salvata avea dalle mani del ladro.

Rimesso questo parere al ministro fu approvato, ma dopo quindici giorni quel direttore stesso che avea segnato

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quel rapporto cogli altri componenti del governo ne segnò un altro col quale espose che la domanda degli credi di Todisco era regolare, ed il ministro che pochi giorni prima l'avea caratterizzata nel modo che abbiam riportato, approvò il pagamento in benefizio degli credi di Todisco. Il reggente del banco occultò questo fatto agli altri componenti il governo de' banchi. Il signor Pescopagano era debitore del banco in ducati 46mila. Questo debitore non poteva pagare altrimenti al banco, che quando moriva la marchesa Rota che usufruttuava taluni beni, che in proprietà erano del signor Pescopagano. Il valore di questi beni era eguale al debito di Pescopagano verso del banco. Il signor Pescopagano in vita della marchesa Rota propose di abbandonare al banco detti beni, purché dato gli si fosse una somma a titolo di benefizio, ma il banco si rifiutò.

Morta poi la Marchesa Rota il debitore suddetto sempre colla lusinga di guadagnar qualche piccola somma pretese che i beni in questione valevano più di quello dovea al banco.

Si dové quindi adire i tribunali. La lite è durata sei anni, e finalmente il banco entrò al possesso di detti beni per l'ammontare del suo credito.

Dopo terminato questo giudizio, e dopo che il banco era già nel possesso dei beni suddetti il reggente propose, ed il ministero approvò, che per transazione si pagassero ducati 20mila a Pescopagano.

I furti al banco erano tra noi puniti colla morte. Il codice non ha abrogato le nostre antiche leggi per quei casi non preveduti dal codice medesimo.

Or dunque costituendo il rilascio enunciato un furto manifesto i rei devono subire il rigor delle leggi.

IV. Zecca.

Da che tra noi esiste una zecca dopo la monetazione il denaro si depositava nel banco. E da qualche tempo che dopo la liberata la moneta d'oro si consegnava ad un privato che si presentava munito d'ordine del Cavalier Medici.

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La monetazione del rame è appaltata e vi han preso interesse i principali impiegati della zecca, i quali son cose mirabilissime, poiché taluni che due anni fa non avevano pane per cibarsi, ora nuotano nelle ricchezze ed in dorati cocchi si fan vedere per la città. Le manovre che costoro usano non formano un segreto, ma ciò non pertanto non possono pubblicarsi. Per dir tutto monetano per conto proprio (1).

Inoltre vi sarebbero delle osservazioni a fare sulla raffinazione dell'oro e dell'argento, ma la prudenza non permette ulteriori e più precisi dettagli sul banco e sulla zecca, poiché il nostro scopo non è di accrescere gl'impicci dell'amministrazione, ma di procurare alla stessa il maggior vantaggio possibile.

Tutti gli altri cespiti dell'amministrazione del regno presentano le medesime dilapidazioni, e per esempio l'antico arrendamento della neve non ha prodotto mai meno di ducati 100mila, ora senza le subaste trovasi concesso per ducati 48mila.

Se il presente esame si diffonderà su tutti i rami di esito ed introito si presenterà sempre la stessa malversazione.

Tutto il paese conosce che un impiegato al tesoro vi commise dei furti non indifferenti. Costui dopo di aver messa la sua fortuna in quel modo acquistata in portafoglio parti per Londra, d'onde s'imbarcò per le Indie Orientali, ed allora scrisse al Cavalier Medici manifestandogli il suo furto, dopo avergli rinfacciata la sua condotta a suo riguardo, e così si conobbe il detto furto.

Da ciò risulta che ogni impiegato del tesoro può commettere de' furti che nessuno avverte; dunque non vi è contabilità, oppure quella che vi è, è difettosa, o in fine tutti rubano ed ognuno copre l'altro, quindi è che la gestione in esame resta ben definita paragonandosi ad un saccheggio generale la di cui conseguenza è, che 28milioni all'anno non sono stati sufficienti pel mantenimento dello Stato, per cui dal 1822

(1) ben notorio che l'appalto della zecca si è fatto sotto un finto nome con quei stessi impiegati che ne avrebbero dovuto essere i fiscali, e che la rame monetata si è caricata a pieno meriggio con carretta, senza che alcuno degli impiegati l'avesse impedito. La zecca adunque ha coniata la rame per vantaggio degl'impiegati e non già della regia corte.

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si è fin ora aumentato per mezzo d'imprestiti il nostro deficit di circa milioni, mentre i fondi depositati nella cassa di ammortizzazione avrebbero dovuto estinguere il debito pubblico, e come questo flagello non fosse stato sufficiente ad inabbissare questo Regno, il Cavalier Medici credè di sostenersi nella sua carica fomentando ancora il germe di una guerra civile provocata dalla continuazione delle misure e della condotta ch'egli, ed il suo collega ministro di giustizia han costantemente adoperato (1).

La violazione delle proprietà, le concussioni di ogni genere, ed il non rendere giustizia ad alcuno fomentavano un malcontento generale. La tesoreria sempre in deficit, un arretrato incalcolabile, il servizio corrente poggiato sempre su d'imprestiti ruinosi, che altro non sono che anticipazioni sulle rendite degli anni susseguenti divorate con grosse usure, la dilapidazione de' beni demaniali; in fine 28milioni all'anno dissipati da un ministro divoratore ed inetto hanno immerso questo regno in una desolazione e miseria che non si può descrivere colla penna, nel tempo stesso che il Cavalier Medici ed i suoi cortigiani insultavano col loro fasto e colla loro ricchezza la universalità dei sudditi del Re. Gl'impieghi dei ministerii di finanza, giustizia e dell'interno per lo più conferiti erano agli uomini i più avidi, i più inetti, ed i più feroci per isconvolgere sempre più l'amministrazione. Si accendeva la discordia tra gl'impiegati per cui il potere pubblico spesso si vedeva insorto contro la legge, che lo aveva istituito, e questa legge era divenuta uri giuoco per chi doveva esserne il custode. Il discredito pubblico che annientava ogni confidenza tra' particolari, l'industria che non ardiva più tentare una speculazione ha sospeso tutte le transazioni. Il commercio senza capitali, ed il numerario scomparso, l'interesse dell'argento

(1) Le cariche di magistratura si sono conferite in dote delle donne che si son date a mariti. In questo dipartimento si son vedute veramente delle cose buffe, e per esempio,un soldato fatto giudice un pilota cancelliere.

In ultimo il testamento del Cavalier Medici offre la prova più certa della sua malversazione. Egli era povero fino al 1822, ed in otto anni ha accumulata una immensa fortuna, e lo stesso si verifica nel Marchese Tommasi.

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proporzionato alla situazione della cosa pubblica, ed alla mobilità degli avvenimenti; i beni fondi senza valore, la mediocrità ridotta alla indigenza, e la ricchezza bastando appena alle esazione di un ministro depredatore produr doveano la dissoluzione dal sistema sociale.

Il ministero del Cavalier Medici non ha saputo concepire alcun' idea conservatrice, ne profittare di alcuna crisi per rendere tra noi stabile la pubblica tranquillità (1). Egli non ha avuto alcun sistema di governo, e di finanze, ed ha solo mantenuta aperta la voragine

(1) Per ben pesare l'inettezza di questo ministero basterà riflettere un poco sul processo di De Matteis.

La turba Medicea credendo di gettare un disfavore sul ministero che l'avea preceduto pensò di fare il processo al De-Matteis, che credè essere uno dei principali fautori. L'esito di questa processura ha fatto conoscere l'imperizia del ministero, poiché con tutta la sua prepotenza non ha saputo riescire nella sua intrapresa. Ed in realtà fa compassione il vedere uomini di Stato inciampare in tanti grossolani errori, e sebbene non sia il nostro scopo stabilire una discussione nel caso in questione, pur tuttavolta ci basterà l'osservare, che De-Matteis non potea risultar reo, quali fossero stati li sforzi per farlo apparir tale ed eccone la dimostrazione.

De-Matteis fu intendente. In detta qualità scopri una congiura, e ne compilò la corrispondente processura. Sulla stessa un tribunale giudicò ritenendo per vera la cospirazione e condannandone i componenti alla morte.

Gli uomini per vivere in società han dovuto necessariamente e per convenzione stabilire delle verità civili senza le quali non vi può essere una ben ordinata società.

Tali verità consistono ne' giudicati del potere giudiziario, nella specie, dunque l'esistenza della cospirazione e la punizione de' rei costituisce una verità legale e civile risultante da una decisione del magistrato, quindi non contrastabile, né da mettersi in dubbio, e per conseguenza è una imbecillità il perseguitare De-Matteis per aver processato degl'innocenti, se prima non si annullava la detta decisione del magistrato, (a)

(a) Ancora qualche cosa sopra un tale assunto. De-Matteis oltre essere una creatura del ministero eletto dal Re Ferdinando in Firenze (indi cacciato di posto pei; urto straniero) era ancora un zelante realista; prova ne fu la scoperta della congiura delle due Calabrie, e lo zelo spiegato in quel ricontro per soffogarla nella culla. Ecco i due carichi che avea il De-Matteis con Medici, con Tommasi, e con Intontì (ministro di polizia) fautori tutti e tre del liberalismo, ed amici e collegati co' più famosi ribelli.

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di un fallimento generale che minaccia d'inghiottire tutte le fortune; l'educazione pubblica è abbandonata e la generazione che viene è minacciata del doppio flagello dell'ignoranza e della demoralizzazione, e pare che da pertutto il disordine minacci di divorare il corpo sociale; delle legioni di spioni sono divenute necessarie in un' amministrazione debole, e senza bussola, il sospetto e l'inquietudine domina in ogni luogo, non vi è più confidenza, né amicizia, la solitudine e l'egoismo ha diseccato ogni anima avendo bandito i sentimenti affettuosi e le passioni generose, ed ha fatto nascere in ognuno un' apatica indifferenza per tutto ciò riguarda lo Stato.

In questa posizione di cose abbiamo veduto il Cavalier Medici assumere un titolo di cui non si era mai fregiato, cioè nelle intestazioni di passaporti mettere il seguente epigrafe — Luigi De-Medici di Toscana — ed ora cade a proposito di soddisfare la curiosità del lettore dilucidando ciocché abbiam riservato colla prima nota.

Cosmo De-Medici a cui i fiorentini dettero il nome di padre della patria ebbe un fratello per nome Lorenzo.

Da Cosmo discese Lorenzo il magnifico padre di Leone X e di Pietro De-Medici.

La persecuzione che fecero soffrire al De-Malteis (se operato non avessero per fine secondario) stata sarebbe la più impolitica che potesse mai immaginarsi. E in vero in un' epoca che in quel Regno una congiura all'altra succedendo, eravi tanta necessità di zelanti magistrati, de' quali eravi positiva mancanza, qual errore dovea considerarsi quello di perseguitare atrocemente quello che avea operato con tanta energia per la salute pubblica? Ed ancora che fosse stato vero che stato in realtà vi fosse qualche abuso di potere, sciocchissima cosa dovea reputarsi quella di chiamare in giudizi,» il De-Matteis. Che se considereremo che il medesimo veniva legalmente difeso dai giudicati, cosa si dovrà conchiudere? Che se prima, di un tale fatto scandalosissimo ben pochi erano i magistrati zelanti che volessero compromettersi coll'influente liberalismo, cosa dovette diventare in seguito l'energia togata? Questo per l'appunto era però ciò che bramavano il De-Medici, Tommasi ed Intontì ligi tanto alle sette.

Così era avvenuto al Consiglier Pallante, a Vanni, indi al Principe di Canosa uomini energici, avversi alle sette, ed amici zelantissimi difensori della legittimità.

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Da quel Lorenzo fratello di Cosmo discese Giovanni e Lorenzo juniore contemporanei di Leone X e di Pietro. Pietro figlio di Lorenzo il magnifico governava la repubblica Fiorentina, ed era alleato della casa d'Arragona allora regnante in Napoli, quando Carlo VIII Re di Francia nel 1493 imprese la conquista di questo regno.

Carlo fece ogni sforzo per distaccare i Fiorentini dall'alleanza degli Arragonesi, ma Pietro De-Medici persister volle in detta alleanza, ed allora i suoi nemici concepirono il disegno di togliergli il supremo potere. I principali tra costoro furono Giovanni e Lorenzo juniore figli di Lorenzo seniore fratello di Cosmo padre della patria.

Questo Giovanni e Lorenzo essendo riusciti a far esiliare da Firenze i loro cugini cambiarono il loro nome di Medici con quello di Popolani per rendersi affezionata la moltitudine. Lo stesso Giovanni ebbe da sua moglie Catterina Sforza un figlio che portò il suo nome e che fu il capitano delle Bande Nere. Costui fu padre di Cosmo I gran duca di Toscana.

Assunto poi al pontificato Leone X e trovandosi già morto Pietro suo fratello fu il ramo primogenito di Medici reintegrato nel potere in Firenze. I discendenti di questo ramo primogenito di Medici si estinsero anche nella linea naturale ed è un fatto non contradetto nella storia.

Gli ultimi gran Duchi di Toscana della casa Medici furono per lo appunto i discendenti di quel Lorenzo e Giovanni che cambiarono il loro nome con quello di Popolani (1).

(1) Nell'elogio funebre del Cavalier Medici l'autore asserisce che Bernardetto de' Medici fratello di Leone XI venne a stabilirsi in Napoli, e prova che questo Bemardetto fu cugino di Cosmo padre della patria.

Bemardetto per esser cugino di Cosmo dovè essere il suo contemporaneo, o almeno potrà farsi più giovine del detto suo cugino di venti a trent'anni.

Cosmo fu avo di Leone X e questi fu assunto nel Pontificato nel 1513 ed in linea collaterale sarebbe stato l'abbate nepote di quel Bemardetto e di Leone XI; ma questi fu assunto al Pontificato nel 1605, cioè 92 anni dopo Leone X suo abnepote, dunque

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Tatti i Medici di Toscana quindi sono estinti, né han lasciata posterità alcuna ed in conseguenza la famiglia Medici di Napoli non ha avuto mai alcun rapporto di parentela con quello che regnò in Toscana, e Muratori ne' suoi annali d'Italia quando riporta che la famiglia de' Principi Ottajano in Napoli poteva pretendere la successione de' Medici di Toscana registra una pretensione, ma non prova un diritto; del resto o che Muratori l'abbia detto nel nostro senso, o che abbia, creduto che la casa di Ottajano di Napoli appartenesse a quella di Toscana, è per noi provato che la gente Medici che regnò in Toscana è estinta interamente (1).

Vi sono però altre famiglie in Italia ed in Napoli stesso che portano il cognome de' Medici ed eccone l'origine.

Nel Peloponeso evvi una famiglia che pretende aver data l'origine a tutti i Medici d'Italia.

Il Peloponeso degli antichi ora si chiama Morea e subì il giogo Ottomano all'eccezione di una sola provincia in cui sono quelle montagne che dividono le due pianure dov'erano le città di Sparta e di Messene. Gli abitanti di quelle montagne si chiamano ora Maniotti. Essi sono divisi in molte tribù; sono bravi e superbi ancora dopo tanti secoli d'essere i discendenti degli Spartani, e da tremila anni le loro assemblee portano il nome di senato di Lacedemonia. Tutta questa popolazione abita centoventi borghi, di cui il più considerevole non altrepassa i quattrocento fuochi. Una di queste tribù che abita la parte più inaccessibile del Matapan porta il nome di Cocavougni. Nel 1766 i capi di questa borgata erano i due fratelli Giovanni e Mauro Mikali che furono uomini di gran coraggio, e

tanto il Bernardetto quanto Leone XI han dovuto virere per lo meno duecento anni e più.

L'autore dell'elogio funebre non iene istruito della storia ha commesso un anacronismo che fa ridere.

(1) Cosi il duca d'Orleans nel tempo del disgradato Luigi XVI cambiò il suo cognome in quello di égdlitè per corbellare i democratici e diventare Re. Sempre così e ciò sia per istruzione degl'imbecilli. Ut imperium evertant libertatem praeferunt, sì perverterint ipsam aggrediuntur. Ciò che accadeva a tempi di Tacito accadde in Firenze, indi in Francia, Inghilterra e dappertutto.

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che si associarono alle truppe russe sbarcate nel Peloponeso per far la guerra a' Turchi. La di loro famiglia, il di cui nome originario in lingua greca è Tatrani, pretende essere lo stipite di tutti quelli che in Italia portano il nome di Medici. E rimarchevole che la parola Medicus in latino ha lo stesso senso che Tatrani in greco.

Or se la pretensione di questa famiglia ha qualche realtà, si spiega per qual motivo i Medici di Toscana conservarono le relazioni colla Grecia finché regnarono, e l'accoglienza che fecero a tutti i Greci fuggitivi sarebbe stato un sentimento favorevole per de' concittadini sventurati.

Or essendo dimostrato l'estinzione de' Medici di Toscana, al più potrebbe dirsi che quelli di Napoli avevano una origine comune con essi nel Peloponeso, e siccome alcuni si stabilirono in Toscana, così altri si fissarono in Napoli, dove oltre la famiglia di Ottajano ve ne sono degli altri che portano lo stesso cognome, e come ve ne erano altri anche in Milano (1).

L'aver quindi il cavalier Medici assunta una qualità che manifestava la sua pretensione di discendere da una famiglia di Sovrani, che regnò in uno stato che poteva appartenergli per diritto di successione, e che perduto avea in conseguenza delle transazioni politiche avvenute nel decorso secolo tra la dinastia de Borboni, e la casa d'Austria fa nascere l'idea che quest'uomo divenuto ricco e milionario non avesse dato luogo a far sorgere nella sua fantasia qualche chimera. Egli senza arrossire con piacere sentiva da' suoi adulatori che apparteneva ad una famiglia di Sovrani, e che serviva da ministro un altro Sovrano. Egli soffriva di essere dichiarato parente de' Borboni, e perciò con fasto avea nelle sue stanze i ritratti di Catterina

(1) Histoire de Pologne per Rulhiere tom. 3 pag. 340.

Vita e pontificato di Leone X per Roscoe tom. i pag. 206.

Memoires de Commines lib. XII. Nardi Istoria fiorentina lib. 1.

Pio IV sommo pontefice aveva il cognome Medici ed era Milanese e fu assunto al Pontificato nel 1539.

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e Maria di Medici regina di Francia (1).

La ragione è troppo debole per resistere a fantomi che in un uomo mediocre eleva l'ambizione ed il possesso delle ricchezze e si lascia sedurre ad ogni menoma apparenza di buona riuscita, e l'impressione che riceve è così viva che lo spirito sedotto prende l'ideale per cosa solida, il falso per vero e più non ragiona, o ragiona per ingannarsi.

Or dunque Medici essendosi egli stesso dichiarato discendente de' gran Duchi di Toscana quando in luogo di agire in qualità di ministro del Re di Napoli pel bene del suo Sovrano procurava separatamente a fare il suo interesse tirando partito dalle circostanze per ingrandirsi, e nel vasto incendio che distruggeva il paese appropriarsi il più che poteva delle sue spoglie, fa supporre che qualche idea si era attraversata nella sua guasta fantasia per riconquistare una perduta sovranità.

Questa congettura acquista un altro appoggio quando si scrutinano le espressioni che con molte accorarne scappavano dalla sua bocca, e che indicavano il suo poco rispetto e l'odio che nudriva pel suo Re.

Riassumendo quanto abbiamo finora scritto, conchiudiamo che l'amministrazione del cavalier Medici è stata funestissima

(1) L'autore suppone che una tal fantasia sorse nella testa dell'orgoglioso falso democratico de' Medici quando ricco era divenuto e millionario. E fama che una tale idea si affacciasse' in lui molto prima ancora e fino dal tempo che il Cavalier generale Acton lo mandò in Genova per quel famoso imprestito, che divenne la pietra del paragone per conoscerne tutta la falsità. Si tiene di fatti per costante che i francesi (non ostante tutta la purità del loro spirito democratico) per guadagnare il De-Medici (anch'esso puro repubblicano alla moda) gli avessero promessa la Toscana sotto il modesto titolo di Statolder. Questo, come altri aneddoti criminosi ancora potrebbono con chiarezza esporsi al pubblico se si potesse avere nelle mani il carteggio che passò tra l'ottimo Cavalier Rati ed il general Acton. Questo fedele ministro ordinò difatti all'onesto Cavalier Rati (agente di sua maestà Siciliana presso la repubblica di Genova) il non perdere di vista il De Medici, che si recava in Genova sotto il pretesto di dover fare un imprestito. Molte cose il Rati scopri circa la condotta del Medici, ed i rapporti che aveva co' più famosi rivoluzionarii francesi. Egli seppe tutto ciò né perdonò giammai al Rati l'aver fatto sibbene il suo dovere.

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a questo regno su tutti i rapporti, e circa la condotta del Medici, che egli è stato colla sua insensata condotta cagione di tutte le rivolte che hanno devastato il nostro regno, e che egli ed i suoi seguaci ne hanno dilapidato le finanze: quindi è che non vi può esser pace e tranquillità in questo paese fino che non si cambieranno i sistemi Medicei, i quali mostrandosi or colle caratteristiche del liberalismo, or con quelle del terrore han per unico scopo di profittare egualmente del successo e della repressione de' detti sistemi per cumular denari, poiché il procedimento de' predetti sistemi è tale che la strada che devono percorrere è fiancheggiata dalle calamità e da' delitti, per cui m tale caso Y autorità pubblica sembra di aver sempre quell'impronta che la fa comparire partigiana de' reati che ne risultano (1).

Questo appunto vien di realizzarsi nei quindici anni della Medicea gestione, giacché il cavalier Medici per le circostanze in cui si è trovato ha saputo trar profitto dalla disfatta, diciam così, di quel brigantaggio, di cui egli avea organizzato il delirio, e del quale avea diretto i tentativi, lasciando sempre sussistere gli elementi per avere all'ordine del giorno il disordine e la confusione, su cui solo poggia la base del suo potere, e la durata della sua carica. E però da osservarsi che la condotta del

(1) Da tutto il sin qui detto, come da tante cose che si potrebbero aggiungere, ma che per brevità si tralasciano apparisce chiaramente che il De Medici avea tutto succhiato e convertito in propria sostanza lo spirito de' moderni rivoluzionarli. Era egli perciò miscredente, ma sapeva fare l'ipocrita quando credea recar gli potesse profitto. Mentre quindi era prigioniere in Gaeta confessavasi spesso e frequentava i Sacramenti. In bocca altre frasi non tenea che quelle di libertà eguaglianza, sicurezza individuale, proprietà ec. Nessuno di questi tali diritti rispettava quando venivano i diritti altrui nella menoma collisione co' proprii. Parlava della libertà di tutti e della sovranità del popolo, mentre non ambiva la sovranità che per se; e mentre declamava contro la monarchia altro non desiderava che divenire il tiranno di tutti, come la storia e la particolare nostra esperienza ci dimostra essere proprio di tutti i rivoluzionar». Caelerum libertas ac speciosa nomina praetexerint, nec quisquam alienum servitium ac dominationem sibi concupivit ut non eadem isla vocabula usurpet.

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Cavalier Medici può ben definirsi per fatua, poiché s'egli vivea, doveva esser ingoiato dal vortice stesso ch'avea formato.

In fatto in luogo di aumentare le nostre imposte fino a 25milioni, poteva lasciarle a 22milioni quant'erano, e procurar l'incasso dell'arretrato che su questo piede offrivano le dette imposte. Un uomo di talento avrebbe ritratto un beneficio maggiore esigendo il detto arretrato, di ciò che poté guadagnare il Cavalier Medici coll'aumento de' tributi, perché caricando il tesoro di nuove ed inutili spese, e facendo nascere un nuovo arretrato ridur dovea, come avvenne, il tesoro ad una nuova torre di Babele, poiché l'uno non intendeva più l'altro. La morte del Cavalier Medici ha fatto avverare la massima, che gli amici dell'empio ne divengono i delatori e detrattori appena che chiude gli occhi alla vita. Ora ognuno de' suoi più caldi partigiani, e ch'ebber con lui comuni i benefizii lo denunciano, ma quest'astuzia è sospetta perché in essa credono trovare l'impunità ed il mezzo di conservarsi in carica. Queste riflessioni esigerebbero un maggiore sviluppo, ma io non devo obbliare che se la storia è una lezione severa di morale, e se Fistorko è una specie di magistrato che deve combattere i pregiudizii, gli errori ed i vizii deve astenersi di compor trattati di amministrazione, di politica e di morale. Deve bastargli perciò di presentarne al lettore il materiale, onde sullo stesso si possano adattare i convenevoli sistemi per rettificare l'amministrazione.

A che può servire in fatti ciò che abbiamo scritto se altro non si ritraesse che la sterile conoscenza dei fatti, e qual vantaggio ci verrebbe dall'avere scavato nella cloaca de' vizii, e di averne esposto l'immondezza? Che altro può risultare da una storia fedele delle rapine di un' amministrazione, se non se la conoscenza de' mezzi per ovviare a' mali che ha prodotto. Questo è evidentemente il frutto che si può raccogliere dalle meditazioni a cui il tristo racconto de' nostri mali ha potuto dare occasione (1). Ed ora cade in acconcio di osservare di essere ben

(1) Ecco uno de' veri oggetti della satira. Quando non si esca da tali limiti il satirico diviene utile e pregevole. Siccome tutto ciò non potea ignorarsi dal Principe di Canosa, si chiamò non conoscere lui, anzi non conoscer nulla quando si credè, o finse credersi, l'autore del Cenno Biografico, scritto sopra Medici.

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deplorabile e degradante per l'umana natura che una dottrina spirante dogmi favorevoli all'uman genere sia stata in Europa più distruttiva, che le innondazioni degli Unni, de' Goti, e de' Vandali, e che abbia fatto nascere un' associazione di energumeni rifatta per sedurre, saccheggiare, e fare scannare il resto degli uomini per appropriarsene le spoglie. Questo inferno terrestre è durato in Europa per 15 o 30 anni; ma in fine la voce della ragione si - è fatta sentire da un angolo all'altro e già trionfa, per cui poco a poco le nazioni si fan maraviglia di aver prestalo fede per tanto tempo a delle orribili assurdità, che avrebbero dovuto spaventare la natura ed il buon senso (1).

Nel nostro regno però sussistono tuttavia due pericoli egualmente grandi, quello cioè che risulta dall'aver sempre lasciato sussistere il germe di un male che ci può condurre a nuovi sconvolgimenti, e l'altro di essersi formato una scuola di rapinatori che hanno invaso tutti i diversi rami del governo (2) e che aveva bisogno di prevalersi di quelle massime, e di lasciar intatto il lievito delle rivoluzioni, acciò all'ombra del disordine potesse realizzare le sue malversazioni.

Quello non può considerarsi difatti che come un libello; ed un libello da cui veruna pubblica utilità potea emergere. Canosa per l'opposto scrisse sempre pel bene pubblico. Non dee peraltro ciò recare menoma sorpresa,sapendosi che nel paese ove venne fatto tale giudizio (veramente critico) domina la massima, che il mondo va da sé. Or se il tutto va da sé, devono in conseguenza andar da se, e quindi senza una regola di sapienza e prudenza tutte le parti del mondo, e quindi ancora il cervello di coloro che fecero così stolto giudizio. Argomento chiarissimo che il mondo colà va da sé, ed il cervello in conseguenza di taluni che comandano è la costante contradizione de' principii, e delle operazioni che si vedono in quel paese.

(1) Non mai ci hanno prestato fede i saggi che hanno studiata la storia senza pregiudizii, ma con filosofia. Per gran tempo ne' sofismi de' rivoluzionarii caddero coloro che fervidi di fantasia, sono facili a scambiare il vero coll'apparente. Tanti fatti ripetuti per tanti anni hanno fatto ricredere gl'illusi di buona fede. Ormai tutti conoscono che la vera questione si riduce a voler dominare sotto modesti titoli repubblicani, ad impossessarsi delle altrui sostanze. Adesso per la rivoluzione non vi sono che gli studenti e gli assassini.

(2) Noi intendiamo render giustizia a buoni impiegati ed intendiamo solo designar quelli che fan parte di detta associazione.

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L'amministrazione che è in esame carezzava i rivoluzionarii, che impiegava, ma fingeva, di perseguitarne le massime; e siccome la dottrina che successe dopo la rivoluzione Europea ebbe per risultamento massime filantropiche incastrate nel saccheggio della fortuna pubblica e privata, così la scuola Medicea obbliterò la massima, attenendosi alla sola rapina, e perciò tal sistema essendo sostenuto da coloro che sonosi impadroniti del peculio pubblico, e che occupando i varii dipartimenti formano una catena che resiste a qualunque urto, non può essere distrutto dalla sola ragione sviluppata dalla penna di un misero autore. Vi bisogna quindi un Ercole che come l'antico abbia la forza di nettar le scuderie da' ladri che l'ingombrano, e più dev'essere sostenuto dall'autorità del Principe, e dall'influenza di uomini di probità, che non siano contaminati dalla peste dello spirito di parte.

Non ci dissimuliamo che i quindici anni della gestione di Medici hanno fatto sorgere una turba di protei o vampiri che formano un baluardo al loro sistema, ma questo baluardo non è più che un fautoma, ed in fatti io scongiuro tutti i seguaci della Medicea amministrazione di esaminarsi. Essi dovran dire a se stessi — Noi siamo fatti ricchi per le rapine. Noi siamo così vili e barbari da perseguitar tuttavia coloro del di cui sangue siamo ingrassati, ma non sazii. Noi abbiamo oppresso il tesoro di un debito enorme. Noi intendiamo di continuare nel nostro sistema, nel nostro potere, nel nostro impiego, perché ne abbiamo i mezzi —. E bene io loro rispondo siete voi sicuri che la voragine che avete sotto a' vostri piedi scavata non v'inghiotta assiem con noi. No, voi non potete ormai reggere alla tempesta che avete sollevata, e per conseguenza voi andate ad essere tra non molto schiacciati dal peso de mali che ci avete causati. Per incassare circa 30milioni dovete opprimere i sudditi del Re senza poter mai realizzare tale introito, vale a dire che dovrete praticare la più detestabile tirannia senz'oggetto, locché è una vera demenza, tanto più che dovete immaginare di rendere vostro complice l ottimo tra i Principi, il nostro buon padre e Re, e supponendo che vi riesca di continuare nel vostro sistema, neppur potete reggervi, poiché non esigendosi i 30milioni,

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l'introito non corrisponde all'esito, e la ruota del governo non può camminar; di vantaggio, e per conseguenza poco altro potrebb'essere il vostro impero, che crollerebbe con voi stessi.' Finora che i nostri mali non erano al loro colmo poteva ancor durare l'incantesimo, ma ora che il sipario è alzato, e che tutto è dimostrato, la magia più non sussiste, ed ognuno è persuaso, che quante volte si voglia ritenere il sistema Mediceo, il fallimento è inevitabile e per conseguenza è sicura la ruina del regno, ed è appunto per questo che già vediamo taluni dei seguaci del Cavalier Medici e che più han profittato sotto il suo regime, e che sono i primarii tra i suoi impiegati elevarsi contro il maestro denigrarlo e denunciarlo. Costoro non sono mossi dal rimorso, ma dal timore di veder tutto scoprirsi e di veder crollato un sistema che essi trovano insostenibile; ma è ben inutile di definir questa ciurmaglia, e di svelare il suo divisamente È meglio dunque dare un cenno per rimediare a' mali che ci affliggono.

Il giusto viene compensato da Dio, e l'ingiusto ne: è punito. Questa è la gran legge di tutte le società, perciò la medesima ha il suo principio nel cielo ed è scolpita nel cuore di ogni uomo. Il miglior dunque de' governi consiste nella giusta distribuzione delle ricompense e delle pene, or per ottenersi questo governo bisogna confidarlo nelle mani di coloro, che sono convinti di essere in un altra vita puniti o compensati secondo le loro opere, e che siano inoltre persuasi che il genere umano non ha ritratto alcun utile dalle sanguinose querele che han fin ora desolata l'Europa.

Costoro in fine devono essere convinti che i Napoletani non sono suscettibili in materie di governo di sistemi metafisici, poiché il nostro clima, che è uno dei più felici della terra, ed il nostro temperamento che n'è la conseguenza, non ci rende idonei a que' forti concepimenti per i quali sono più adattati gli abitatori delle regioni boreali. I Napoletani sono fatti per adorar Dio, venerarne le leggi, coltivare la terra più fertile del globo, e goderne dei prodotti per aiutarsi scambievolmente; appena però che son condoni nel mare fantastico dell'idealismo non si attengono ne' giusti limiti

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e si abbandonano ad ogni specie di sfrenatezza, quindi è che l'amministrazione a noi convenevole è quella che è più conforme ai nostri usi, abitudini, ed opinioni. Tutti sentono e dicono questa verità sia a voce alta, sia in segreto. E dunque sperabile che la saviezza e la giustizia infine prendano il loro posto invece del fanatismo, e del privato interesse che tra noi sempre ha dato per risultamento il saccheggio del peculio universale.

È da osservarsi, che la malizia o il timore ha tra noi accreditata l'opinione che il disordine delle nostre finanze rende difficilissima la scelta di un ministro, ma si può all'opposto ben sostenere, che ognuno che sia dotato di spirito d'ordine, di fedeltà ed esattezza sia atto a divenir ottimo ministro delle finanze accoppiando ancora alle dette qualità l'abitudine del travaglio, e l'esperienza. La risorsa del tesoro, come abbiamo detto deve ripetersi dal ministero dell'interno; dunque il ministro delle finanze deve avere in detto dipartimento un collega, che ne abbia una profonda conoscenza, e che sappia farne valere le risorse a beneficio del tesoro (1).

Il marchese Palmieri e tutti i nostri più accurati economisti calcolano la rendita di tutta la superficie del nostro regno per 40 milioni annui; or è una follia imporre su tal rendita 30 milioni, e se tanto voglia praticarsi avverrà quel che abbiam veduto, cioè l'amministrazione dello Stato divenuta un caos inestricabile abbandonata ad avidi subalterni.

Il ministro dunque delle finanze dovrà penetrarsi di questa verità e scacciando dalle sue officine quella

(1) E ben ridicola questa opinione. Son Napoletani e non Cinesi tutti quelli che diriggono le finanze, sono nati nel fango privi d'istruzioni, e sino al 1815 sono rimasti nel letamaio che li alimentava. Qual talento, qual raro pregio han costoro per meritare di essere creduti atti a tale impiego! Nessuno, ed intanto morto il loro maestro ponne fan conoscere la mancanza, e si potrà dire poi che tra noi non vi sia un finanziere. L'uomo più idiota lo è meglio di chi vi è attualmente, e che sicuramente interrogato non saprà rispondere qual partito le finanze possano ritrarre dall'Inferno.

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folta di bricconi detestevoli, ed inetti intriganti verrebbe a sgravare il tesoro di tante inutili spese, liberandolo da quel vermicaio di sanguisughe che ne divorano le rendite, ed in tal modo potrebbe ridurre le imposte ad una giusta proporzione, e così rendere i sudditi felici, ed il nostro ottimo Principe pago di aver fatto sparire i mali che hanno afflitto i suoi Napoletani.

Possano le lezioni dell'esperienza che sono la sorgente di ogni saviezza non essere perdute per quei che governano, i quali ancora devono persuadersi, che l'affezione dei popoli è la più salda e sicura loro salvaguardia, e che all'opposto l'avversione de' popoli non li garantisce da' pericoli, quale sia la forza ch'essi impiegano per farsene scudo in ogni evento. Or se l'amore degli amministrati si concilia coll'equabile ripartizione delle imposte a cui sono tenuti i contribuenti, fa d'uopo che quest'oggetto sia la prima cura del nostro governo, e quando il Re avrà ridotti i tributi in una giusta proporzione sarà adorato da' suoi sudditi, nel tempo istesso che il tesoro diventerà ricco, poiché s'introita e non si malversa quello che s'impone.

Non potevansi che dare o per meglio dire accennare delle nozioni generali per non uscir dal proposito che ci eravamo prefissi di trattare, e crediamo di avervi adempito, lasciando ad altri la cura di un necessario e preciso dettaglio.

Fine.





















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