Eleaml


Quest'opera, lo abbiamo già scritto altrove, oltre a presentare una documentazione sterminata, è uno dei rari testi  in cui si parla dei prigionieri napolitani portati al nord. Riportiamo alcuni passaggi:

“Era bene la formazione di questa armata che occupava nel più alto grado il governo italiano, il quale aveva ancora di grandi difficoltà a superare. Nè questo in verità era un piccolo lavoro, effettuare nei corpi regolari la fusione di 20000 prigionieri borbonici riuniti a Fenestrelle o disseminati nelle diverse fortezze del regno. Sarebbe stato un grav'errore il supporre che questi uomini andrebbero facilmente a piegarsi sotto il giogo d’una severa disciplina. E di ciò fa testimonianza il fatto che si produsse in uno dei depositi, vogliam dire il complotto dei prigionieri di Fenestrelle, che fortunatamente fu sconcertato, e mandato a vuoto.

[...]

Questo fatto rese più urgente di stabilire il campo di S. Maurizio, situato nel piano di questo nome, ove dovevano essere riuniti 10000 prigionieri dell’armata napoletana guardati da due batterie d'artiglieria, due squadroni di cavalleria, due battaglioni di bersaglieri, e due altri reggimenti di linea. Il general Decavero doveva avere il comando del campo.

[...]

Queste forze furono aumentate, e, dal mese di settembre, la reazione armata perde ogni carattere politico. Dei 40,000 refrattari che tenevano la campagna, 29,000 passarono al campo di San Maurizio; 12,000 sono morti, o prigionieri, o latitanti. “

Se questo paese volesse veramente guardare dentro la propria storia, nel bene e nel male, passerebbe le carte dell'USSME agli archivi di stato in modo da renderli più facilmente accessibili a tutti.

Negli USA non esistono scheletri negli armadi sulla guerra civile, da noi si ha ancora paura di togliere certi veli che oscurano il passato. Forse temono che noi meridionali di fronte alla verità alzeremmo la cresta, quindi meglio tenerci ancora servi.


Zenone di Elea – Aprile 2014


CRONACA DELLA GUERRA D'ITALIA

1861-1862

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PARTE QUINTA - 01

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RIETI

TIPOGRAFIA TRINCHI

1863

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CAPO I - Sommario Pag. 4 HTML - 01
CAPO II - Sommario » 54 HTML - 01
CAPO III - Sommario » 104 HTML - 01
CAPO IV - Sommario » 149 HTML - 01
CAPO V - Sommario » 184 HTML - 01

CAPO I

SOMMARIO

1. — RICONOSCIMENTO DEL REGNO D'ITALIA PER PARTE DELLA FRANCIA — ALCUNE NOZIONI DI DIRITTO INTERNAZIONALE IN MATERIA DI RICONOSCIMENTI DEL NUOVO STATO — NOTE DIPLOMATICHE DEL GABINETTO DELLE TUILLERIES A QUELLO DI TORINO — DISPACCI DEL GOVERNO DELL’IMPERATORE NAPOLEONE ALLE CORTI BI VIENNA E DI ROMA IL BARONE RICASOLI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI DEL REGNO D'ITALIA ANNUNZIA OFFICIALMENTE AL PARLAMENTO E AL SENATO L'ATTO DI RICONOSCIMENTO DELLA FRANCIA — INTERPELLANZE INDIRIZZATE AL MINISTRO NELLA CAMERA DISCORSO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NOTA SUL RICONOSCIMENTO DELI.'INGHILTERRA — LA CITTÀ DI LONDRA DA' MOLTI SOSCRITTORI AL MONUMENTO DA INNALZARSI ALLA MEMORIA DI CAVOUR — II. IL GENERAL CONTE DE GOYON ANNUNZIA ALL’ARMATA D'OCCUPAZIONE DI ROMA LA NUOVA DEL RICONOSCIMENTO DEL REGNO D’ITALIA PER PARTE DELL’IMPERATORE — AVVISI AGLI UFFICIALI — DIMOSTRAZIONI A ROMA IN OCCASIONE DELL’ATTO COMPIUTO DALLA FRANCIA IN FAVORE DELL’ITALIA  — DISORDINI NELLA SERA DEL 29 GIUGNO  — IL GENDARME VELLUTI UCCISO AL CORSO, E FUNERALI POMPOSI FATTIGLI DAL GOVERNO PONTIFICIO — PROCESSO ISTRUITO CONTRO LOCATELLI ACCUSATO DELLA MORTE DEL GENDARME III. SITUAZIONE DELLE PROVINCIE NAPOLETANE, ED ACCRESCIMENTO DELLE BANDE — CIPRIANO DELLA GALA A CASERTA ORDINE DEL GIORNO DI CHIAVONE A SORA — DETTAGLI DEI PATTI DEL BRIGANTAGGIO E DELLA REAZIONE MONTEMILETTO, E MONTEFALCIONE DIMISSIONE OFFERTA DAL LOCOTENENTE DEL RE CONTE DI SAN MASTINO. ACCETTATA — NOTA DELLA GAZZETTA DI TORINO A QUESTO PROPOSITO.

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CAPO I.

I.

Abbiamo terminato la nostra quarta parte colla narrazione della morte del conte di Cavour, grande avvenimento che avrebbe potuto essere funesto all’Italia, se la Francia non si fosse affrettata di testimoniarle altamente la sua simpatia al cospetto dell’Europa. Cosi il fatto, col quale noi apriremo la nostra quinta parte, fu considerato tale dalla stampa universale da controbilanciare gli effetti della perdita dell'uomo di Stato, il quale, somigliante ad esperto piloto reggeva nelle mani la bussola ed il timone del nuovo regno d’Italia.

Fin dai primi giorni della malattia del conte di Cavour i giornali francesi ed italiani propagavano la notizia del prossimo riconoscimento del regno d’Italia per parte della Francia. L'Opinione, la Perseveranza, la Patrie, l’Indipendance belge, parlavano, l'otto e il dieci di giugno, di questo futuro avvenimento. Nel giorno 15 dello stesso mese il giornale le Nord pubblicava un articolo interessante, e che noi crediamo dover sommettere ai nostri lettori perché porge utili particolari di diritto internazionale. Quindi lo riportiamo per intiero.

«L'opinione si preoccupa molto vivamente in Europa del riconoscimento del nuovo regno d’Italia per parte della Francia, annunziato da alcuni giorni con grande insistenza. Egli è che, infatti la questione è assai grave per l'avvenire e per lo stabilimento definitivo e regolare del nuovo Stato.

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«Essa è grave in se stessa; imperoccché, quantunque l'esistenza d'una nuova sovranità non abbia bisogno di essere riconosciuta dagli altri Stati per essere legittima e completa, è sempre un affare di alta importanza per essa il venire ammessa senza contestazione e senza riserva Del numero degli Stati riconosciuti.

«Essa è gravo soprattutto nei rapporti speciali della Francia e dell’Italia, perocché, quantunque essa sia uscita naturalmente dall’azione politica della Francia, l'esistenza del nuovo regno resterà incerta e potrà essere contestata Finché l'Europa, e prima di questa la Francia, non le avrà dato il battesimo del riconoscimento ufficiale che toglierà ogni dubbio sul suo avvenire.

«Senta dubbio, il riconoscimento, per parte di Stati esteri, di uno Stato nuovo o rinnuovato non è necessario alla leggittimità delta sua esistenza. La sovranità gli è data dal solo fatto del possesso della sua indipendenza, e non ha bisogno, per essere leggittima, di essere riconosciuta o garantita dagli altri Stati.

«Tuttavia, questo riconoscimento non gli è indifferente, come lo dimostra assai bene Wheaton nel seguente brano de'  suoi Elementi di diritto internazionale, che riproduciamo perché esso stabilisce chiaramente la questione e la fa ben comprendere.

 La sovranità d’uno Stato comincia all’origine stessa della società di cui è formato, o quando esso si separa dalla società di cui faceva parte precedentemente. Questo principio si applica egualmente alla sovranità interna ed alla sovranità esterna d’uno Stato. Evvi tuttavia una distinzione importante da fare tra queste due specie di sovranità.

«La sovranità interna d’uno Stato non dipende dal riconoscimento di questo Stato per parte di altri Stati, in altri termini, un nuovo Stato che sorge nel mondo non ba bisogno di essere riconosciuto da altri Stati per godere della sua sovranità interna. L'esistenza di fatto dello stato nuovo basta da so sola per leggittimare l'esercizio della sua sovranità interna. È uno Stato perché esiste. È così che la sovranità degli Stati uniti esiste dal 4 luglio 1776, giorno in cui questi Stati sonosi dichiarali liberi sovrani e indipendenti dalla Gran Bretagna.

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«La sovranità esterna, per essere piena ed intiera, ha, al contrario, bisogno di essere riconosciuta da altri Stati. Tanto che il nuovo Stato non entra in relazione che co' suoi proprii cittadini e limita la sua sfera d’azione ai confini del suo proprio territorio, esso può agevolmente far senza di questo riconoscimento. Ma se esso desidera entrare in questa grande società delle nazioni di cui tutti i membri riconoscono fra essi dei diritti rispettivi e dei doveri che sono obbligati di adempiere, è mestieri che il nuovo Stato sia stato riconosciuto dagli Stati che formano questa società.

«Poiché non è che a questa condizione ch'esso potrà prender parte ai vantaggi che questa società gli assicura. Ogni Stato estero è perfettamente libero di riconoscere o no il nuovo Stato, assumendosi la responsabilità delle conseguenze che potrebbe produrre il suo rifiuto di riconoscerlo. Tanto che il nuovo Stato non sarà stato riconosciuto da altri Stati, esso non potrà reclamare l’esercizio della sua sovranità che nelle sue relazioni con coloro che lo avranno riconosciuto.» Così trovasi negli elementi di diritto internazionale.

«Tali, infatti, sono i principii che, tranne alcune riserve devono far desiderare agli amici del nuovo regno d’Italia ch'esso sia prontamente riconosciuto da tutta l'Europa. Considerazioni d’un altro ordine devono anzitutto portarli a desiderare ch'esso sia prontamente riconosciuto dalla Francia. Lo ripetiamo, quantunque esso sia uscito dall’iniziativa della Francia, si dubita ancora in Europa che la Francia lo abbia 'voluto nell’origine, e lo voglia ancora presentemente tal quale esso è costituito. Il riconoscimento torrebbe, a questo riguardo, tutti i dubbj; esso gli assicurerebbe, nell'attuale sua costituzione, l'appoggio del grande Stato che ha agevolato la sua nascita, e toglierebbe a'  suoi avversarii interni ed esterni le speranze, e, conseguentemente, la forza morale che combatte ancora il suo definitivo stabilimento.

«Il riconoscimento diplomatico ii" un nuovo Stato non implica alcun giudizio portato sulla leggittimità della sua origine, o contro i suoi avversarii. Esso, infatti, non pregiudica né l'adesione alla sua politica, ne la condanna di coloro che biasimano la sua origine, i suoi atti, la sua stessa esistenza.

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Esso è semplicemente il riconoscimento d’un fatto compiuto, il che certamente non vuol dire che i abbia solamente che un fatto compiuto. Evvi il trionfo d'un principio di diritto.»

Era meramente un trionfo di fatto per l’Italia il riprendere le sue relazioni con quel governo, alla cui alleanza ella era debitrice della sua nuova esistenza. Già da lungo tempo tutti i mezzi diplomatici erano messi in opera a fin di giungere a questo risaltato, ma prima di decidersi la Francia tentava ella stessa a questo proposito l'opinione delle grandi potenze del Nord, che ella desiderava trar seco a riconoscere la nuova situazione della Penisola. Senza stare dentro i segreti della diplomazia, abbiamo riassunto dai giornali tutti gli antecedenti che determinarono la Francia all’atto del riconoscimento.

Quando l’Italia fu così inaspettatamente colpita dalla morte del signor di Cavour, il Re Vittorio Emanuele scrisse una lettera autografa all’Imperatore Napoleone per notificargli questa perdita nazionale, pregandolo istantemente di accordare al suo popolo, in compenso della sventura che l'affliggeva, il riconoscimento del nuovo ordine di cose.

L'Imperatore si rivolse da prima diplomaticamente alla corte di Pietroburgo per sapere le sue intenzioni intorno ad un riconoscimento comune del nuovo regno italiano. La risposta del gabinetto russo fu che lo circostanze non gli sembravano abbastanza opportune. Un secondo passo fu fatto immediatamente per conoscere le intenzioni della cancelleria russa sull’epoca in cui una simile risoluzione potrebbe essere presa dallo Czar. La risposta del gabinetto di Pietroburgo, sebbene concepita in termini benevoli pel nuovo ordine di cose fondato in Italia dalla dinastia di Savoja, non fu per altro meno evasiva.

L'imperatore allora decise di agir solo, e riunì il consiglio dei ministri per manifestargli le sue risoluzioni. Il consiglio si riunì venerdì scorso a Fontainebleau.

La quistione del riconoscimento fu esaminata nel consiglio, e non incontrò opposizione che per parte dell’imperatrice.

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Si aggiunge ancora che S. M. prese con molta vivacità la parola in favore del papa, e che credette poter rimproverare al signor Persigny di assumere caldamente la difesa delle tendenze politiche del principe Napoleone più che non convenisse a un ministro dell’imperatore; ma, ad onta dell’opposizione con tanto ardore manifestata dall’imperatrice, il riconoscimento del regno d’Italia fu risoluto.

Immediatamente fu redatta dal signor Thouvenel una nota per essere spedita al signor Rayneval a Torino.

Ecco la nota del gabinetto delle Tuilleries al governo italiano, alla quale facciamo seguire la risposta del Barone Ricasoli presidente del consiglio dei ministri del re d’Italia.

Nota

indirizzata da Thouvenel

all’incaricato di Francia a Torino

«Il re Vittorio Emanuele ha indirizzato all’Imperatore una lettera che ha per oggetto di domandare a S. M. di riconoscerlo come Re d’Italia. L'Imperatore accolse questa comunicazione coi sentimenti di benevolenza che lo animano verso l'Italia, e S. M. è tanto più disposta a darne un nuovo pegno coll'accedere al voto del re quanto più la nostra astenzione, nelle circostanze attuali, potrebbe far nascere congetture erronee, ed essere considerata come indizio d’una politica che non è quella del governo imperiale. Ma se noi abbiamo impegno di non lasciare su questo punto dubbio alcuno sulle nostro intenzioni, vi sono però necessità che non possiamo perdere di vista, e dobbiamo aver cura che la nostra ricognizione non sia interpetrata in un modo inesatto in Italia od in Europa.

«Il governo di S. M. non nascoso in alcun caso la sua opinione sugli avvenimenti che scoppiarono l'anno scorso nella Penisola.

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La ricognizione dello Stato di cose che ne è emerso non potrebbe dunque esserne la guarentigia, come pure essa non potrebbe implicare l'approvazione retrospettiva (l'una politica circa la quale ci siamo sempre riservata una intiera libertà d’appreziazione. L'Italia sarebbe ancor meno fondata a trovarvi un incoraggiamento ad intraprese che fossero di natura da compromettere la pace generale. Il nostro modo di vedere non è cambiato dopo il convegno di Varsavia quando avemmo l'occasione di farla conoscere tanto all’Europa che al gabinetto di Torino. Dichiarando allora che consideriamo il principio di non intervento come una regola di condotta per tutte le potenze, aggiungevamo che un'aggressione dalla parte degl'Italiani non avrebbe ottenuto, qualunque ne fossero le conseguenze, l'approvazione del governo imperiale.

» Siamo rimasti coi medesimi sensi, e decliniamo anticipatamente ogni solidarietà nei progetti di cui il governo italiano avrebbe esso solo ad assumere i rischi ed a subire le conseguenze. Il gabinetto di Torino per altra parte, si renderà conto dei doveri che la nostra posizione ci crea verso la Santa Sede, e crederei superfluo di aggiungere che annodando relazioni officiali col governo italiano noi non intenderemo in modo alcuno d'indebolire il valore delle proteste formolate dalla Corte di Roma contro l’invasione di parecchie provincie degli Stati Pontificii.

«Il governo del re Vittorio Emanuele non potrebbe men di noi contestare la forza delle considerazioni d’ogni maniera che si riferiscono alla questione romana e dominano necessariamente le nostre determinazioni, e intenderà che riconoscendo il Re d’Italia, dobbiamo continuare ad occupare Roma fin che guarentigie sufficienti non coprano gl'interessi che vi ci hanno condotti.

«Il governo dell’Imperatore giudicò necessario d’entrare, in tal circostanza, nelle spiegazioni più franche col gabinetto di Torino. Abbiamo la fiducia che esso no apprezzerà il carattere e l'oggetto.

«Vogliate dar lettura e rimetter copia di questo dispaccio sig. barone Ricasoli.

«Ricevete ecc.

THOUVENEL

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Copia di un dispaccio diretto dai barone Ricasoli

all’Incaricato d’affari d'Italia a Parigi.

Torino 21 giugno 1861.

Signor Conte

L'incaricato d’affari di Francia venne a darmi communicazione del dispaccio di cui troverete qui unita una copia.

In questo dispaccio S. E. il ministro degli affari esteri dell’Imperatore dichiara che S. M. I. è pronta a darci un nuovo pegno de'  suoi sentimenti di benevolenza, riconoscendo il Regno d’Italia. Egli aggiunge tuttavolta che quest'atto avrebbe soprattutto per iscopo d’impedire congetture erronee e che non potrebbe implicare l'approvazione retrospettiva d’una politica a riguardo della quale il governo di S. M. I. si è costantemente riserbata una intera libertà d’appreziazione.

Molto meno saremmo fondati, secondo questo dispaccio, a vedere nella ricognizione della Francia un incoraggiamento ad imprese tali da compromettere la pace generale. Ricordando le dichiarazioni del governo francese all'epoca dell’abboccamento di Varsavia, il sig. Thouvenel ripete che egli continua a riguardare il principio di non intervento come una regola di condotta di tutte le potenze; ma dichiara che il gabinetto delle Tuileries declinerebbe anticipatamente ogni responsabilità nei progetti d’aggressione di cui dovremmo assumere i pericoli e subire le conseguenze.

Passando in seguito a spiegare la posizione della Francia rimpetto alla corte di Roma, il sig. Thouvenel rammenta che potenti considerazioni obbligano il governo imperiale a continuare ad occupare Roma, finché guarentigie sufficienti non copriranno gli interessi religiosi che l'Imperatore ha giustamente a cuore di proteggere, ed egli esprime la fiducia che il governo del re saprà apprezzare il carattere e l'oggetto di queste franche spiegazioni.

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Prima di farvi conoscere la mia maniera di vedere sulle considerazioni sviluppate nel dispaccio del sig. Thouvenel, debbo pregarvi, sig. Conte, di esprimere al sig. ministro degli affari esteri la mia viva e profonda gratitudine per il prezioso attestato di simpatia che l'Imperatore è disposto a dare alla nostra causa nazionale riconoscendo il regno d’Italia.

Quest'atto riveste nelle attuali circostanze un valore affatto particolare, e gl'Italiani saranno profondamente commossi vedendo che S. M. I., benché non abbia modificato il suo giudizio sugli avvenimenti che ebbero luogo l'anno scorso nella Penisola è disposta a dare all’Italia, ancora attristata da un gran tutto nazionale una prova così splendida della sua alta e generosa benevolenza.

Pregandovi di essere l’organo di questi sentimenti presso il governo dell’Imperatore, io non fo che seguire l'esempio di un gran cittadino di cui piangiamo la morte. Apprezzo come lui, nel suo valore, la franchezza con cui il governo imperiale ha voluto farci conoscere la sua maniera di vedere sugli avvenimenti che potrebbero sopravvenire in Italia. Non saprei meglio rispondere a questa prova di fiducia che esprimendo con eguale franchezza e senza alcuna reticenza tutto il mio pensiero.

Incaricato dalla fiducia del Re di surrogare il conte di Cavour alla presidenza del Consiglio e nella direzione della politica estera, ho trovato il mio programma tracciato anticipatamente nelle recenti votazioni che le due Camere del Parlamento hanno avuto l'occasione di emettere sulle più importanti questioni per l'avvenire d’Italia. Dopo lunghe e memorabili discussioni, il Parlamento, affermando in modo solenne il diritto della nazione di costituirsi nella sua piena unità, ha però espresso la speranza che i progressi che la causa d’Italia fa ciascun giorno nella coscienza pubblica porterebbero a poco a poco e senza scossa la soluzione così ardentemente desiderata dagli Italiani.

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Questa fiducia della giustizia della nostra causa, nella saggezza dei governi europei, come pure nell’appoggio sempre più potente dell’opinione pubblica, che il conte di Cavour esprimeva con tanta eloquenza poco tempo prima della sua morte, è passata tutta intiera nell’amministrazione a cui ho l'onore di presiedere. Il Re ed i ministri sono sempre convinti che organizzando le forze del paese e dando all’Europa l'esempio d’un andamento saggio e regolare, noi riusciremo a tutelare i nostri diritti senza esporre l'Italia ad agitazioni sterili, e l'Europa a pericolose combinazioni.

Potete adunque, sig. Conte, rassicurare pienamente il governo dell’Imperatore sulle nostre intenzioni riguardo alla politica estera. Tuttavia le dichiarazioni del sig. Thouvenel, relativamente alla questione romana, mi obbligano ad aggiunger alcune parole a questo riguardo.

Voi sapete, sig. conte, in qual modo siffatta questione è riguardata dal governo del Re. Il nostro voto è di restituire all’Italia la sua gloriosa capitale, ma la nostra intenzione è di nulla togliere alla grandezza della Chiesa, all'indipendenza del Capo augusto della religione cattolica. Noi vogliamo conseguentemente sperare che l'Imperatore, potrà, fra qualche tempo richiamare le sue truppe da Roma, senza che questa misura faccia provare ai cattolici sinceri apprensioni di cui noi saremmo i primi a dolerci. Gli interessi stessi della Francia, ne abbiamo la convinzione, decideranno il Governo Francese a prendere questa determinazione.

Lasciando all’alta saviezza dell’Imperatore d'appreziare il momento in cui Roma potrà essere senza pericolo lasciata a se stessa, noi ci faremo sempre un dovere di facilitare questo scioglimento, e speriamo che il governo francese non ci rifiuterà i suoi buoni uffici per indurre la Corte di Roma ad accettare un accordo che sarebbe fertile di conseguenze felici per l'avvenire della religione come anche per la sorte dell’Italia.

Vogliate dar lettura e copia di questo dispaccio a S. E. il sig. ministro degli affari esteri, e gradite ecc.

RICASOLI

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Una semplice notificazione della riapertura delle relazioni diplomatiche fra Parigi e Torino fu communicata alle Potenze europee in forma di circolare. Nello stesso tempo il governo Francese indirizzò due dispacci a Vienna ed a Roma, concepiti l'uno e i' altro nel medesimo senso della nota inviata a Torino, e che noi abbiamo riportata.

È qui necessario per determinar la natura dell’atto compiuto dilla Francia in favor dell'Italia, è necessario rendersi conio della esigenze dell’Austria e della Spagna rimpetto alla Santa Sede: laonde importa di leggere le due note seguenti che allogheremo fecondo l'ordine delle date.

Parigi 21 maggio 1861.

Dacché gli avvenimenti d’Italia inspirarono motivo di temere per la persona ed i diritti di Sua Santità, il governo della regina si affrettò a far osservare a quello dell’Imperatore, che sarebbe stato utile ed opportuno stabilire un accordo fra le potenze cattoliche per porre in salvo interessi così rispettabili.

Il governo dell’Imperatore non ha creduto essere necessario altro intervento che il suo, onde ottenere il risultato che desidera il governo della regina, e che è di tanto interesse per tutto il mondo cattolico.

Le truppe piemontesi occuparono parte degli Stati pontificii e il governo dell’Imperatore si vide obbligato a rinforzare il corpo che occupava Roma e a ritirare la sua legazione dal Piemonte.

Il governo della regina manifestò di nuovo che giudicava conveniente e necessario pensare a difendere il Santo Padre, unendo gli sforzi di tutte le nazioni cattoliche e impiegando i mezzi che si stimassero migliori per salvare così sacri diritti.


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Penetrato il governo dell’imperatore degli stessi sentimenti del governo della regina e avendo riprovato tanto altamente la condotta del Piemonte ci parve esser meglio aspettare che le sopravvenienti complicazioni politiche interne dell’Italia avessero a mostrare il maggior bisogno di un comune accordo, per appianare le difficoltà che i rivolgimenti passati hanno sollevato negli Stati della Santa Sede.

Desiderosa sempre la Spagna di operar d’accordo col governo dell’imperatore, aspettava il sorgere della occasione indicata qui sopra, quando la dichiarazione del primo ministro piemontese alla Camera dei deputati di Torino, convinse il governo spagnnolo della urgente necessità 'che vi era di difendere i diritti della Santa Sede. Secondo questa dichiarazione, la città di Roma capitale del mondo cattolico, deve essere dichiarata capitale di un nuovo regno e convertirsi nella residenza del governo e del re del Piemonte. Non solo il Papa, in virtù di questa dichiarazione, verrebbe spogliato della sovranità che ha esercitato sempre nella sua capitale, ma il mondo cattolico verrebbe privato egualmente della capitale che gli appartiene da tanti secoli, come residenza del capo supremo della Chiesa. I cattolici hanno contribuito in tutte le epoche al mantenimento ed allo splendore di questa città, e vi hanno innalzato anche i principali templi.

Restando occupata Roma da una guarnigione francese, il governo della regina, ha la fiducia che non sorgerà pericolo alcuno per il capo della Chiesa dalla dichiarazione fatta nella Camera dei deputati del regno di Sardegna. Il tempo che è trascorso da questa dichiarazione ad oggi, e il non essere sopravvenuto cambiamento alcuno nella situazione della città di Roma e nelle Provincie governato da Sua Santità, provano come fondate fossero le speranze che la regina di Spagna nutriva nel governo dell’imperatore.

Però questa circostanza non può bastare a render tranquilla completamente S. M. C. sopra le nuove perturbazioni che potrebbero compromettere la capitale del mondo cristiano,

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e sarebbe pericoloso protrarre indefinitamente la soluzione che deve por termine alla situazione difficile in cui è posto il Santo Padre e che deve apportargli la libertà di azione nei suoi Stati,, e nel medesimo tempo, quella indipendenza che è tanto necessaria al libero esercizio della sua sacra missione nel resto del mondo. Egli è perciò che il governo della regina troverebbe utile e conveniente che i cattolici prestassero il loro appoggio all'imperatore, per piangere, con quei mezzi che stimerà egli più atti, al realizzamelo di un così nobile scopo, tanto vivamente desiderato dall’universo cattolico.

Tali furono in tutte le epoche i sentimenti della Spagna.

Già nel 1848, quando i rivolgimenti sorti misero in pericolo la vita e i diritti del Sovrano Pontefice, il governo della regina si affrettò di prendere l'iniziativa per la difesa d'interessi tanto cari, unendo le sue truppe a quelle della Francia per correre in ajuto del Santo Padre e de'  suoi diritti. Inviaronsi di comune accordo troppe spagnuole e francesi in Italia, sebbene poi il generale francese erodesse conveniente che solo il suo esercito entrasse in Roma, mantenendo intatti l’ordine ed il diritto dei Papa, come difatti ha fatto durante tutto questo tempo, con tanta gloria della nazione francese.

Non vi è necessità di modificare, rispetto a questo punto, la situazione attuale, però il governo della regina mi ordina di annunciare a V. E. che se il governo dell’imperatore crede, come quello della regina, arrivato il momento di impiegare l'azione di tutte le potenze cattoliche, o di alcune di esse, la Spagna è pronta a contribuire, per la sua parte, alla difesa urgente di una causa giustissima. La capitale del mondo cattolico non appartiene che alle potenze cattoliche: è la residenza del Sovrano Pontefice capo della Chiesa, e nessuno ha il diritto di spogliarlo di essa né in tutto ne in parte. Egli è là che si leva quel trono che le nazioni cattoliche hanno fondato e che durante tanti secoli hanno saputo conservare e difendere.

Il governo dell’imperatore che ha fatti tanti sforzi nel medesimo intento, non consentirà che in maniera alcuna si realizzino i progetti annunciati ufficialmente nel Parlamento della Sardegna.

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Il governo di S. M. la regina spera pertanto che l'imperatore provocherà, se la crede come noi necessaria, una riunione delle potenze cattoliche per adottare le misure capaci ad impedire i pericoli di cui è minacciata la S. Sede e per porsi d'accordo rispetto ai mezzi di terminare definitivamente i conflitti che assediano il Sovrano Pontefice e gli impediscono d’esercitare la sua autorità leggittima, con gran pregiudizio di tutti i cattolici del mondo che non possono a meno di soffrire le conseguenze di una perturbazione così grave e di una spogliazione così ingiusta.

Accettate ec. ec.

Firm. ALESSANDRO MON.

Il numero di luglio degli Archivii diplomatici riferiva questo documento che non sarà letto senza interesse; esso è una Nota che il principe di Metternich indirizzò al sig. Thouvenel ministro degli affari esteri di Francia, e che è concepita nei seguenti termini:

Parigi 28 maggio 1861

Signor ministro,

In presenza degli avvenimenti che si svolgono in Italia da due anni sotto l'ispirazione d’un partito sovversivo di ogni ordine sociale e religioso, sotto la pressione d’un governo dimentico dei più sacri diritti acquistati, l’Austria, pur protestando energicamente ad ogni nuova violazione dei trattati, ha creduto di dover fare alla pace europea il sacrificio di astenersi da un intervento attivo, negli affari della Penisola. É così che poterono effettuarsi annessioni le quali erano in opposizione diretta con un trattato di fresco sottoscritto, e che ledevano gl'interessi e i diritti di sovrani amici ed alleati.

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Tuttavia, quando il Piemonte, proseguendo la sua opera di spogliazione, dopo aver indarno tentato di provocare sollevazioni nelle Marche e nell’Umbria, non esitò ad invadere armata mano gli Stati del Sommo Pontefice senza dichiarazione di guerra e servendosi dei pretesti di cui ha fatto giustizia l'indignazione della maggior parte d’Europa, l'Austria si è commossa dei pericoli che correvano il capo della Chiesa e i grandi interessi cattolici i quali sono inseparabili dal mantenimento dell’indipendenza del papato, indipendenza fondata sul potere temporale.

D’accordo colla Spagna, essa cercò i mezzi di arrestare le invasioni sacrileghe del Piemonte e di andar in ajuto del capo della Chiesa che sosteneva la lotta con si eroica perseveranza.

«I due governi si rivolsero, a questo scopo, nello scorso autunno, al governo dell’imperatore dei Francesi. Benché riprovasse altamente la condotta del Piemonte e lo dimostrasse col richiamo del suo ambasciatore da Torino, il gabinetto delle Tuillerie ha creduto nondimeno fosse meglio aspettare la riuscita degli altri avvenimenti politici sopravvenuti nella penisola italiana, per giungere in seguito con maggior facilità a regolare, di comune accordo, le difficoltà che tali avvenimenti hanno suscitato negli Stati della S. Sede.

«D’allora in poi la situazione non ha fatto che aggravarsi. Alcune parole pronunciate dall’alto d’una tribuna da un ministro piemontese non lasciano più alcun dubbio su i progetti che nutre il governo sardo, e il sottoscritto è più che mai convinto dell’urgente necessità di far fronte ai pericoli che minacciano nuovamente la Santa Sede. La città di Roma, capitale del mondo dev'essere dichiarata capitale d’un nuovo regno d’Italia, e divenire la residenza del governo del re di Piemonte. Mettendo in esecuzione questo insensato progetto, non solo il Papa sarebbe spogliato della sua indipendenza e della sua sovranità, ma il mondo cattolico si vedrebbe egualmente spodestato della città che, da remotissimi tempi, è la sede del capo supremo della sua Chiesa.

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«Gli è ben vero che sino a tanto che l’armata francese coprirà della sua protezione il Sovrano Pontefice, una siffatta iniquità non potrà consumarsi, e siffatti disegni cadranno davanti all’energica opposizione della Francia il cui onore trovasi impegnato, il cui passato tutto quanto, le cui tradizioni son garanti eh' essa non cederà il posto ad un'altra potenza la cui assistenza non sarebbe stata né chiamata né accettata dalla Santa Sede.

a Ma egli è giusto che il governo dell’Imperatore sopporti da sé solo gl'imbarazzi e i risebi di questa protezione, che interessa egualmente il cattolicismo tutto quanto, disposto a rivendicare la sua parte?

«Diggià nel 1848, quando avvenimenti consimili parvero mettere in pericolo la vita e i diritti del Sovrano pontefice, l'Austria, la Spagna e la Francia si sono affrettate di prender la difesa di sì cari interessi e di unire le loro bandiere per correre in soccorso del Papa e dei suoi diritti. Ma dietro considerazioni militari, fu giudicato più conveniente che l'armata francese entrasse sola nella capitale del cristianesimo e vi mantenesse da sola l’ordine pubblico e i diritti del Papa, missione che la Francia da quel tempo in poi con tanta gloria ha compiuto.

«Se il governo dell’imperatore, nella sua costante sollecitudine per gli interessi cattolici trova esser venuto il momento di riunire gli sforzi delle potenze cattoliche in favore della sovranità pontificia, l'Austria e la Spagna sono pronte a contribuire con tutte le loro forze ad assicurare la salvezza di una istituzione che ha ricevuto la consacrazione dei secoli. La capitale del mondo cattolico non appartiene che alle nazioni cattoliche. Residenza del Sovrano Pontefice, che possiede gli stabilimenti e gli archivi del cattolicismo, nessun ha il diritto di spogliarnela, e le potenze hanno il dovere di mantenetelo.

«Certamente il governo dell’Imperatore dei Francesi, i cui incessanti sforzi sono stati diretti verso il medesimo scopo, non consentirà in alcun modo alla realizzazione delle viste espresse dal conte di Cavour.

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«Il sottoscritto ha dunque la ferma speranza che l'Imperatore vorrà provocare, s'ei lo giudica necessario, un accordo fra le tre potenze, affine di adottare le misure capaci di prevenire i pericoli mano mano più gravi da cui son minacciati il Santo Padre ef esercizio della sua autorità legittima, con gran pregiudizio di tatti i cattolici del mondo, che dovrebbero sopportar le conseguenze d’un perturbamento così grande e d’uno spodestamento cosi ingiusto.

METTERNICH.

Ecco adesso il testo della risposta del conte di Recheberg alla nota del sig. Tbouvenel sul riconoscimento del regno di Italia:

Vienna 16 giugno 1861

Ricevetti col vostro rapporto dell’otto di questo mese, rum. 39, la nota che il sig. Thouvenel vi indirizzò il 6 giugno in risposta a quella che voi gli avete consegnato il 28 maggio.

Noi ci affrettiamo innanzi tutto di esprimere a V. A. la soddisfazione colla quale noi prendiamo atto dell’assicurazione data dal sig. Thouvenel che il governo dell’Imperatore dei Francesi non aderirà per parte sua a nessuna combinazione incompatibile col rispetto ch'ei professa per l'indipendenza e la dignità della Santa Sede, e con ciò che sarebbe in disaccordo collo scopo che ha la presenza delle truppe francesi a Roma.

Questa assicurazione, unita a quella dei sentimenti inspirati al governo di S. M. I. R. A. dalla situazione del Santo Padre sono perfettamente conformi a quelli provati dal governo francese, e di natura tale da calmare le apprensioni recenti e tanto me che le ultime manifestazioni del Parlamento di Torino avevano fatto nascere in seno di tutti i paesi cattolici.

L'Austria o la Spagna si erano fatte organo di questo apprensioni: pieni di confidenza nelle intenzioni della Francia,

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noi desideravamo per altro essere raffermati nella convinzione che il Santo Padre non vedrebbe punto la sua tristo situazione diventare ancora più penosa e che il sovrano pontefice non sarebbe punto ridotto alla crudele alternativa o di abbandonare la sua capitale o di dovere condividerne il possesso coi suoi spogliatori.

Noi volevamo infine constatare una volta di più che eravamo disposti a prestare alla Francia, dal momento che lo avrebbe desiderato, il nostro premuroso concorso per mettere in salvo l'indipendenza del capo della Chiesa.

Questo fu lo scopo del nostro ufficio e crediamo di potere oggimai felicitarci di averlo compito. In fatto sin tanto che la protezione della Francia resta come adesso assicurata al Santo Padre, gli avversarii della Santa Sede sono condannati all'impotenza, ed il sovrano pontefice può al pari di tutti i fedeli, attendere con calma e confidenza il momento della soluzione definitiva d’una delle più gravi quistioni che abbiano mai agitato il mondo. Questa soluzione definitiva ho io d’uopo di ripeterlo ancora non può consistere, secondo noi, che nel mantenimento integrale della sovranità temporale del Papa. I molti dispacci che vi abbiamo indirizzato a questo riguardo, mio principe, non possono lasciarci alcun dubbio sui nostri sentimenti e sarebbe superfluo di addentrarci qui in una nuova discussione a questo riguardo.

Il sig. Thouvenel dichiara che ai suoi occhi esiste una stretta connessione tra l'assestamento definitivo dei fatti che hanno modificato in maniera tanto notevole la situazione della penisola, e la soluzione da darsi alla quistione romana. Io non so se la parola assestamento definitivo (règularisation) possa interpretàrsi nell'unico senso che noi possiamo consentire ad attribuirle; vale a dire nel senso di un ritorno alle basi del trattato di Zurigo, solo punto di partenza legale, a nostro avviso, per l'assestamento della situazione della penisola. Sotto questa riserva noi riconosciamo volentieri la connessione di cui parla il sig. Thouvenel e noi saremo sempre disposti a considerare sotto questo duplice aspetto la quistione di cui si tratta.

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Se la Francia non ammette oggi, come non la ammetteva un anno fa, la possibilità di un intervento a mano armata, se per conseguenza la sola soluzione che agli occhi nostri possa essere considerata come definitiva, deve essere ancora ritardata, noi consentiamo ad aspettare un momento più opportuno, deplorando però le sciagure che possono esser prodotte dalla prolungaziono del presente stato di cose; ma le nostre vedute ed i nostri principii non sono per ciò punto mutati.

Mi sia permesso di aggiungere, dacché ho citato il trattato di Zurìgo, che l'articolo 19 di quel trattato ci sembra abbastanza esplicito, e tanto che le difficoltà inerenti agli affari di Roma non possono formare il solo ostacolo al riconoscimento per parte della Francia del sedicente regno d’Italia.

Io non voglio del resto, sig. principe, lasciarmi trascinare ad una discussione più particolareggiata della nota del sig. Thouvenel. Come io vi diceva nel principio di questo dispaccio, noi proviamo una soddisfazione sincera per le assicurazioni tranquillanti che vi sono date dal ministro degli affari esteri di Francia; penetrati da questo sentimento, noi non vogliamo scrutare minuziosamente il valore di ciascuna espressione. Noi del resto bene intendiamo quanta parte si deva oggi lasciare al caso in ciò che risguarda l'Italia, e quale azione possano esercitare gli avvenimenti, mano mano che vanno svolgendosi. Ciò posto, sarebbe cosa difficile, sia per l'Austria, sia per la Francia, il voler precisare con una scrupolosa esattezza l'andamento ed il contegno da tenersi in presenza di una situazione che può da un momento all’altro modificarsi da sé.

Ci basti dunque per il momento, proclamare col sig. Thouvenel che le alte ragioni politiche si accordano coi più grandi interessi sociali per richiedere che il capo della Chiesa possa mantenersi sul trono occupato già da tanti secoli dai suoi predecessori. Noi ci affidiamo con fiducia alla Francia sperando che essa avrà cura di far rispettare la sua opinione, e siamo disposti a secondarla con tutte le nostre forze onde assicurare il trionfo incontestato

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di un principio che noi consideriamo come la base di ogni ordine sociale.

Aggradite ecc.

Firmato

DE RECHBERG

Fu nel giorno 25 giugno che il presidente del consiglio dei ministri Baron Ricasoli, fece officialmente l'annunzio al Parlamento ed al Senato del riconoscimento del regno d’Italia per parte della Francia avanti al Senato presieduto dal Conte Sclopis; egli s'espresse in questi termini:

Seduta delli 25 Giugno.

La seduta è aperta alle 2 3|4.

Il presidente del Consiglio. (Movimento di attenzione). Sono ben lieto di poter annunziare ai signori senatori un avvenimento della più alta importanza. S. M. l’Imperatore dei Francesi riconosce il Regno d'Italia. Ecco dunque una sanzione che noi aspettavamo con tanta impazienza, data piena ed intera ai grandi fatti che si sono compiuti in Italia.

L'eroismo spiegato dal nostro valoroso Re su tanti campi di] battaglia, l'onestà sua. la sua fermezza nell'osservare il gran patto fondamentale dello Statuto, il valore dei nostri soldati nelle guerre dell’indipendenza nazionale, hanno finalmente trionfato; ora noi possiamo proclamarlo altamente.

Se il nostro grande alleato ha interrotto l'opera della nostra redenzione dopo la vittoria di Solferino, egli ci ha concesso con ciò il mezzo di mostrare la nostra saggezza, di dar prove evidenti della nostra maturità politica, in una parola, di terminare da noi medesimi la nostra opera sublime.

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Gli Italiani si ricorderanno lungamente del gran benefizio dell’imperatore Napoleone, dell’illustre nazione francese, e non dimenticheranno neppure l’esercizio di quelle virtù che loro hanno meritato la stima e l'approvazione delle principali potenze dell'Europa. (Vivi applausi).

Presidente. Il fausto avvenimento annunziatoci ora dal presidente del Consiglio ci ricolma di gioia. Esso servirà, ne siamo certi, a cementare quei vincoli di fratellanza che uniscono indissolubilmente le due nazioni sorelle a più di un titolo.

Al parlamento, la comunicazione di questa lieta notizia quantunque accolta con segni di viva soddisfazione, cagionò delle interpellanze che ci obbligano di dare ai nostri lettori un estratto della seduta della camera del 25 Giugno.

Ricasoli presidente del consiglio (Movimento di viva attenzione.) Il governo del re è lieto di annunziare all’onorevole Camera dei Deputati un avvenimento che sarà accolto con una vira soddisfazione dal popolo italiano.

S. M. l'Imperatore dei Francesi riconosce Sua Maestà il re Vittorio Emanuele II come re d’Italia.

Il diritto della nostra nazionalità sinora scolpito nella coscienza sola del popolo Italiano diverrà tra poco un diritto riconosciuto dall’Europa tuttaquanta. Il riconoscimento della Francia, unito a quello dell’Inghilterra, stabilisce definitivamente la nostra posizione in Europa.

L'Italia oggi s'asside tra le nazioni sorelle e vi prende possesso del posto che le era stato sinora lungamente contestato.

Il riconoscimento del regno d’Italia compie e suggella quelle memorabili parole che l'Imperatore dei Francesi pronunciava nel luglio del 1859, rispondendo alle felicitazioni dei corpi costituiti della Francia, al suo ritorno dopo la gloriosa campagna d'Italia.

Egli diceva: «L'avvenire renderà manifesti insultati della pace per la felicità dell’Italia per la grandezza della Francia e per la pace dell’Europa.»

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La Camera vorrà certamente riconoscere pure come una nuova prova della benevolenza dell’Imperatore il momento stesso scelto da lui per darne un attentato solenne. (Movimenti di sensazione e d’approvazione alla destra e al centro.)

Certamente egli ha voluto con ciò rendere all’Italia meno sensibile la grande calamità che l'ha colpita. L'Italia certamente vi scorgerà un nuovo titolo alla sua riconoscenza verso la generosa nazione di cui il governo imperiale rappresenta ii genio e i nobili istinti.

No, o signori, io non credo umiliare la dignità dell’Italia, dichiarando che essa dev'essere riconoscente verso la Francia (benissimo!), giacché la riconoscenza sta nel novero delle più nobili virtù, ed è un dovere d’essere riconoscente, così per una nazione come per un individuo.

Non temete, o signori, che la nostra riconoscenza verso la Francia possa per quanto poco ciò sia, trar seco il sacrificio dei nostri diritti e dei nostri interessi (bravo bene!) Tra la Francia e l'Italia non possono esistere conflitti d’interessi. La libertà, il progresso dell’umanità saranno d’ora in poi i soli e comuni fini dei popoli civilizzati.

L'Italia e la Francia cammineranno insieme verso questo nobile scopo. È la nuova base, lo dirò francamente, di quella politica che l’Imperatore dei Francesi ha inaugurato colla guerra d’Italia, di quella politica che sarà il suo più bel titolo di gloria, di quella politica che darà al mondo ciò che il mondo più abbisogna, la pace fondata sulla giustizia (bravo benissimo!)

Signori, rallegriamoci di questo nuovo trionfo, ma non dimentichiamo che la nostra opera non e compiuta. Noi dobbiamo i nostri successi principalmente alla saviezza, alla costanza, alla concordia, ad una magnanima emulazione di sforzi e di sacrifizi; queste virtù ci hanno condotto ad un prodigioso risultamento, ma di queste stesse virtù noi abbiamo ancora bisogno. Non v'ha benevolenza, non havvi appoggio straniero che possa equivalere al loro effetto. Esse danno in fine la vera ragione del passato e sono l'arra la più sicura dell'avvenire (vivissimi applausi prolungati.)

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Musolino. Io trovo un gran vuoto nella comunicazione del presidente del consiglio. (Mormorii.) La nostra dignità è offesa.

Prendente. La prego di moderare le espressioni.

Musolino. La Camera è sovrana, ma colla condizione di rispettare lo Statuto.

Voi formate una maggioranza così forte che non avete bisogno d’interrompere. Interrompendo voi confessate di aver paura della verità. Nulla si è detto della questione romana. Prego il ministro di illuminarci. I giornali hanno parlato di condizioni. Prego il presidente del consiglio di fissare il giorno in cui potrà rispondermi. Trattasi di una questione grave; trattasi della nostra capitale. Se non si può darmi ora una risposta precisa, si fìssi il giorno.

Il Presidente del Consiglio. Se la Camera lo permette, potrò ancora rispondere due parole. Non evvi ancora ambasciatore italiano a Parigi, come non evvi ambasciatore francese a Torino. Questa parte delle nuove relazioni non è ancora ristabilita, ma lo sarà presto. Quanto a Roma posso assicurare la Camera non essere intenzione del governo di lasciar dormire questa questione. Essa è troppo importante perché il governo non debba occuparsene continuamente.

La Camera poi capirà che è questa una cosa assai grave, e che le sue difficoltà debbono essere unicamente risolte per la via dei negoziati. Le nostre comunicazioni con S. M. l'Imperatore dei Francesi sono continue, e mi lusingo che, in un tempo che ora non saprei ancora ben determinare, si arriverà al risultamento che la nazione desidera maggiormente.

Posso intanto assicurare che il riconoscimento del regno d'Italia non implica alcuna condizione, né alcuna offesa ai nostri diritti nazionali (Bene! Vivissimi segni d’approvazione ]

Fu in seguito di queste interpellanze che il Presidente del consiglio dei ministri, nella seduta del 30 del medesimo mese di Giugno pronunziò il seguente discorso:

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II presidente del Consiglio. Signori, il governo del Re è sempre lieto ogni qualvolta gli si presenta l’occasione di rinnovare in questo recinto dichiarazioni esplicite sopra la sua politica sia all’interno che all’estero, perché per tal via credo che si facilitino sempre più i suoi rapporti d’intelligenza e d’accordo col Parlamento, con accrescimento di forza ad entrambi, rassicurando in pari tempo vieppiù le sorti della nazione.

Comincerò ad esprimere gl'intendimenti del governo intorno all'ordinamento amministrativo del Regno.

L'ordinamento amministrativo del Regno dovrà essere fondato ben s'intende, sulla rappresentanza elettiva di tutti gli interessi legittimi imperocché per tal via tutti i cittadini sono fatti capaci di amministrare la cosa propria, che è il fondamento, il principio capitale di ogni libertà.

Il comune, naturale e primo nucleo d’interessi dell’umana società, dovrà essere costituito con le franchigie che a lui sono proprie.

Succede il compartimento o provincia, cho dovrà avere pure un'amministrazione propria e formerà un altro centro a cui faranno capo tutti gl'interessi provinciali.

Gl'interessi comunali e provinciali possono sommariamente ridursi a tre categorie: l'economia, la pubblica istruzione e la pubblica beneficenza.

E da questa serie di rappresentanze il paese si ordinerà in sé, si ricongiungerà al governo, il quale, per mezzo del Parlamento, darà unità politica ed amministrativa all’intiero corpo della nazione.

Se una pubblica amministrazione ha per iscopo di conciliare I ' interesse dei pochi con quello dei molti con quello di tutti, sembra che per tale via sarà conseguito il fine politico che si ricerca. Il governo cesserà d’essere una macchina amministrativa, diventerà centro di direzione e di tutela sapiente, illuminato dalle rimostranze degl'interessati, contenuto dal sindacato del Parlamento.

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Dando cosi a tutti gl'interessi locali legittima rappresentanza si conseguirà che i cittadini si affezioneranno vieppiù al luogo ove nacquero e dove hanno censo e nome onorato; la vita privata della provincia diventerà esercizio di virtù civili, e preparazione alla vita pubblica dei Parlamenti, cosi l'educazione politica sarà degna dei tempi, e sarà procurata per mezzo di quelle istituzioni assicuratrici della libertà.

Ecco, o signori quale sia la via che il governo intende di percorrere onde conseguire il maggiore discentramento amministrativo per mezzo delle libertà comunali e provinciali senza offendere!" efficacia dell’azione governativa, la quale dovrà mantenere le sue unità nel potere centrale.

Provvedendo all’ordinamento governativo, il ministero non trascurerà certo l'arduo compito della legislazione, e, d’accordo col Parlamento, procederà gradatamente all’unificazione, al miglioramento, al completamento di questa legislazione per modo che i nuovi e crescenti bisogni della nazione trovino piena soddisfazione nelle nuove leggi organiche, e i grandi principii della libertà politica, civile ed economica, siano pienamente attuati.

Così lo Stato ben ordinato e ben amministrato dotato di savie leggi e di provvide istituzioni, arricchito di ogni maniera di strade, di ampliati e novi porti, alle quali cose tutte il governo intende di proseguire a dare opera studiosa ed attiva, lo Stato vivrà vita nuova vigorosa, e prospera. Le popolazioni rinfrancate dalla libertà, rese confidenti dal sentimento della sicurezza, attenderanno al lavoro ed all’industria, riprenderanno pur terra e per mare gli antichi commerci, gli amplieranno, e svolgendo attivamente tutti gli elementi di quella potenza economica sì generosamente favorita dalla natura, faranno fiorente e ricca la Dazione.

Sono tante e si svariate le forze e le risorse di questa nostra terra, che, riguardando all’avvenire, l'animo si apre alle più larghe speranze e cresce fiducia che, anche dal lato industriale, l'Italia non resterà inferiore a verun'altra nazione. Le ricchezze accresciute daranno ampio ristoro ai sacrifizi, che oggi sono richiesti ai cittadini per la difesa e la libertà della nostra patria.


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Ed appunto a questa difesa intende il governo di volgere continuamente le sue cure e di proseguire negli armamenti nazionali attivamente.

Le armi, se fanno sempre la forza ed i costumi delle nazioni in questo nostro supremo momento sono per l'Italia una condizione di vita o di morte.

Noi ci armiamo per la difesa non solo del territorio nazionale, quale è attualmente ma eziandio per completarlo, per restituirlo ai suoi naturali e legittimi confini. (Segni d’approvazione).

Su questo, o signori, la politica del governo è il dritto della nazione.

Non conosce il governo altro limito; non si arresterà ad altri confini, che a quelli che il diritto stesso ha segnati.

A questo duplice scopo della difesa e del ricupero del territorio nazionale, mirano gli apparecchi militari di terra e di mare.

Ne fanno prova le leggi varie che già sono state in parte votate ed in parte sono tuttora allo studio vostro.

Spetta ora a voi, o Signori, di porgere al governo fiduciosi i mezzi per proseguire in questa via.

Ad una nazione generosa e forte non mancano gli amici!

La verità di questa sentenza viene comprovata tutti i giorni dalle nostre relazioni estere. Eccetto l'Austria, il governo ha il bene d’annunciare al Parlamento che i rapporti di amicizia colle principali potenze di Europa sono i più lieti. La causa italiana ha le simpatie generali, e può contare di avere ancora alleati (bene).

Il riconoscimento per parte dell’Inghilterra, della Francia, della Svezia, della Danimarca, della Svizzera, del Portogallo, è già prova solenne della fiducia che ispiriamo, ed è per noi un fatto politico di grande importanza.

Questi nobili esempi abbiamo ragione di credere non tarderanno ad essere imitati.

L'Europa civile, mercé il grande principio del non internato, sarà in breve concorde nella solenne affermazione della nostra nazionalità e nel riconoscere il nostro ineluttabile diritto a completare l'indipendenza.

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Io ho udito parlare di cessione (con forza) permettetemi e signori, ch'io respinga con animo sdegnoso la parola ed il pensiero (bravo).

Il governo del re, lo dico una volta per sempre, il governo del re non conosce un palmo di terra italiana da cedere, non lo vuol cedere, non lo cederà assolutamente, (benissimo! bravo!)

Il governo del re, vede un territorio nazionale da difendere da ricuperare (bene! bene!) Vede Roma! vede Venezia! E alla città eterna e alla regina dell’Adriatico volge i dolori, i voti, le speranze ed i propositi della nazione (benissimo).

Il governo sente il grave compito che da lui s'aspetta; è risoluto di adempierlo; e la Dio mercé, lo compirà. L'opportunità che si prepara e sorge nel tempo stesso, aprirà la via a Venezia.

Intanto pensiamo a Roma.

Sì, noi vogliamo andare a Roma (movimento d'attenzione). Roma, separata politicamente dal resto d’Italia, durerà centro d’intrighi e di cospirazioni, minaccia permanente all’ordine pubblico. Andar dunque a Roma è per gl'Italiani non pure un diritto, ma una inesorabile necessità (bene). Ma come dobbiamo andarci? Il governo del re, su di ciò più che sopra ogni altro argomento sarà aperto e preciso (vivi segni d’attenzione). Non Togliamo andare a Roma con moti insurrezionali, intempestivi, temerari, folli, che possono mettere a risico gli acquisti fatti e compromettere l'opera nazionale.

Vogliamo andare a Roma di concerto colla Francia. Voi, o signori, lo dichiaraste nella memorabile tornata del 27 marzo. Il governo non può separarsi dalla decisione del Parlamento.

Vogliamo andare a Roma, non distruggendo, ma edificando; porgendo modo, alla Chiesa dando quella libertà e quella indipendenza che le siano di mezzo e stimolo a rigenerarsi nella purità del sentimento religioso, nella semplicità dei costumi, nella severità della disciplina, che con tanto onore e decoro del Pontificato fecero gloriosi e venerati i primitivi suoi tempi (bravo! Bene!)

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e, infine, col franco e leale abbandono di quel potere, affatto contrario al grande concetto, tutto spirituale della sua istituzione. (Benissimo!)

Signori, il governo non crede agevole la via, ma attinge coraggio e fede dalla grandezza stessa dell’opera e dalla forza della pubblica coscienza (bene! bravo!).

La rivoluzione italiana è grande rivoluzione appunto perché fonda un'era nuova. L'Italia ha avuto questo grande compito di gettare le basi, non pure del proprio avvenire, ma dell’umanità intera (benissimo! dal centro e dalla destra).

La santità adunque e la giustizia della causa nostra; il senno, la prudenza dell’aspettare; l'ardimento dell’operare a tempo; la fermezza, la perseveranza nei propositi ci condussero per questa via, ci aiutarono ad arrivare a questo punto; io ho fede che ci aiuteranno anche a toccare la meta. (Bravo! Bene! dai banchi dei deputati. Applausi dalle gallerie.)

Questo discorso rispondeva ai sentimenti della camera, così fu vivamente applaudito nella camera legislativa, e portò nelle popolazioni italiane una piena di nuove speranze. Il nuovo regno d’Italia poteva infatti credersi oggimai al coperto di ogni attacco, essendo riconosciuto da due grandi potenze, che senza dubbio avrebbero trascinato seco le altre, e in seguito tutti gli stati di second’ordine.

Intanto erano nell’atto di riconoscimento della Francia certe restrizioni relative a Roma, le quali velavano d’una certa ombra l’azzurro a questo nuovo orizzonte di speranze. I nostri lettori hanno il testo della nota del gabinetto francese, e noi gli dobbiamo eziandio i dispacci del governo inglese, che già fin dal Marzo del 1861 aveva officialmente riconosciuto il regno d’Italia.

MASSIMO D'AZEGLIO

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Il marchese d'Azeglio a lord John Russell.

Londra, 49 mano 1861.

Milord. Il Parlamento nazionale ha tosto votato, e il re, mio augusto sovrano, ha sanzionato la legge in virtù della quale Sua Maestà Vittorio Emanuele II assume per sé e pe' suoi successori il titolo di Re d’Italia.

La legalità costituzionale ha così consacrato l'opera della giustizia, che ha reso l'Italia a se stessa.

Da questo giorno l'Italia altamente afferma innanzi al mondo la sua propria esistenza.

Proclama solennemente il diritto che le appartiene d’essere libera e indipendente, diritto ch'ella ha sostenuto sul campo di battaglia e nei Consigli europei.

L'Inghilterra che ha dovuto e che dee la sua prosperità all’applicazione degli stessi principii che ci guidano, vedrà con favore, ne sono persuaso, come si costituisca ufficialmente e si faccia conoscere all’Europa una nazionalità alla quale il popolo del Regno Unito ha attestato generose simpatie.

Sono incaricato dal governo del re di notificare officialmente quest'avvenimento memorabile a Vostra Eccellenza, nella sua qualità di primo Segretario di Stato per gli affari esteri di S. M. la regina del Regno Unito della Granbrettagna e dell’Irlanda.

Questo gran fatto ha un'importanza che V. E. conoscerà facilmente. L'esperienza del passato mi fa sperare che la comunicazione che ho l'onore di farle, cagionerà a V. E., come a'  suoi colleghi, la stessa soddisfazione che io provo nell'indirizzargliela.

V. E. D'AZEGLIO

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Lord John Russell al marchese d’Azeglio.

Foreing Office, 30 marzo 1861.

Signor marchese. Ho avuto l'onore di ricevere la vostra lettera del 19 corrente, informandomi che il Parlamento nazionale ha votato, e il re vostro augusto sovrano, ha sanzionato una legge in virtù della quale S. M. Vittorio Emanuele II assume per sé e po' suoi discendenti il titolo di Re d’Italia.

Avendo presentato la vostra comunicazione alla regina, sono incaricato di farvi sapere che S. M. operando sul principio di rispettare l'indipendenza delle nazioni d'Europa, vi riceverà come l'inviato di Vittorio Emanuele II, Re d’Italia.

Istruzioni corrispondenti saranno dato a sir James Hudson, incaricato straordinario di S. M. alla corte di Torino. Vi prego, signor marchese, di accettare l'assicurazione della mia alta stima.

Sono, ecc.

J. RUSSEL.

Lord J. Russell a sir James Hudson.

Foreing Office, 1. Aprile 1861.

Sir. Vi trasmetto qui inchiusa copia d’una lettera del marchese d’Azeglio in cui si annuncia che il Parlamento nazionale ha votato e il re ha sancito una legge, in virtù della quale S. il. il Re Vittorio Emanuele II assume per se e per i suoi discendenti il titolo di re d’Italia, ed anche una copia della mia risposta, in cui si dichiara che la regina Io riceverà come inviato di Vittorio Emanuele II, re d’Italia.

Non avrete bisogno di nuove credenziali.

Sono. ecc.

J. RUSSEL.

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Era dunque l’Inghilterra ch'aveva presa l’iniziativa di riconoscere il regno d’Italia, e così allorquando il governo francese si determinò a seguire il suo esempio, il popolo inglese credette di dover fare una nuova dimostrazione di simpatia verso la causa italiana, sulla quale dimostrazione la Gazzetta ufficiale del regno portava i dettagli seguenti:

Sopra iniziativa dell’onorevole conte di Shaftesbury, lord pari d'Inghilterra, e dei lord major della città di Londra, si aperse nella capitale del Regno Unito una soscrizioue pel monumento al conte di Cavour.

In pochi giorni si raccolsero le firmo de'  più illustri personaggi di quel nobile paese e la somma superò le 10 mila lire, sebbene siasi limitata la quota individuale volendosi, anziché un concorso pecuniario, dare un tributo d’onore al grande uomo che tutta Italia piango, ed una testimonianza di affetto alla causa della patria nostra.

Questo intendimento appare dalla lettera che il nobile conte di Shaftesbury rivolgeva al conte Nomis di Cossilla, sindaco di Torino, e dalla nota dei primi soscrittori. Crediamo pure opportuno di pubblicare la risposta colla quale l'onorevole nostro Sindaco, ringraziando degnamente, esprime i sentimenti di gratitudine degl'Italiani tutti verso la generosa e liberale nazione inglese.

Lettera di lord Shaftesbury al Sindaco di Torino.

Londra, 29 giugno 1861.

Ci è stato riferito che la Municipalità di Torino sta per innalzare un monumento alla memoria del Conte di Cavour.

Pensando che un segno di simpatia per la perdita fatta dall’Italia non vi sarebbe discaro, alcuni signori si sono uniti ed han raccolto sottoscrizioni da persone i cui nomi son qui annessi le quali possono venir considerate come rappresentanti la stima

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ed il rispetto provato in Inghilterra pei talenti e pel patriottismo del defunto ministro, e nello stesso tempo il voto sincero che da noi si forma per la prosperità e la stabilità del vostro nuovo Regno.

Non si son fatti tentativi con pubblicità, né convegni pubblici. Tutto è stato fatto privatamente, e l’ammontare della sottoscrizione è stato appositamente fissato ad una piccola somma per indicare che con questa nostra sottoscrizione non s'intende mandare un soccorso pecuniario, ma soprattutto esprimere simpatia.

Noi dobbiamo perciò in nome dei signori suddetti domandare che la Municipalità accetti la sottoscrizione che vi trasmettiamo, e venga aggiunta alle vostre contribuzioni locali come prova che l'interesse portato dagl'Inglesi a pre dell'onore e dell'indipendenza d’Italia non ha sofferto modificazione o cambiamento di sorta.

Sott. SHAFTESBURY

WILLIAM CUBITT lord mayor di Londra

A. KINNAIRD tesoriere

Risposta del Sindaco di Torino

Torino, 5 luglio 1861

Onorevole sig. conte

Il marchese D’Azeglio mi ha trasmesso la lettera di V. S. del 29 giugno accompagnata dall’elenco dei soscrittori al monumento che questo Municipio intende innalzare al compianto suo cittadino il conte Camillo di Cavour.

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A nome dell’Amministrazione municipale io sono lieto di dovervi esprimere, onorevole signor conti:, la soddisfazione che ha procurato a tutta Torino e. potrei dire, a tutta Italia una tale prova di simpatia di tanti personaggi inglesi per l'illustre Uomo che pose in cima d’ogni suo pensiero l'onore e l’indipendenza del suo paese.

Questa novella testimonianza della viva parte che dalla nazione inglese si continua a prendere olla costituzione della nazionalità italiana ci darà incoraggiamento e sostegno morale nel persistere a conseguire il nobile scopo per cui il Conte di Cavour logorò la vita.

Piacciavi onorevole sig. conte, gradire co' miei ringraziamenti per la generosa dimostrazione, di cui in unione a codesto Lord Major, vi faceste promotore, i sensi della mia distintissima considerazione.

Il Sindaco A. DI COSSILLA.

All'onorevole conte di Shaftesbury

lord pari d'Inghilterra Londra.

Alla lettera dell’illustre conte di Shaftesbury era unita la lista de'  sottoscrittori in numero di 108, cioè 7 cavalieri della giarrettiera, 21 della nobiltà e Camera de'  lordi, 45 della Camera de'  comuni, 6 ecclesiastici, 4 generali, 1 ammiraglio, 3 giureconsulti 3 del corpo civico, 6 della finanza, 12 appartenenti alle arti, lettere, scienze, ecc.

Se l’atto del riconoscimento della Francia aveva soddisfatto gli amici dell'Italia, aveva punto profondamente le antipatie de'  nemici. Già con molto riguardo il gabinetto delle Tuilleries, aveva fatto comunicare la sua determinazione al governo pontificio. Ecco in qual maniera il generale in capo dell’armata d'occupazione francese a Roma fece conoscere alle sue truppe il riconoscimento del regno d’Italia:

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Dopo aver assembrati tutti i suoi ufficiali, senza eccezione di alcuno, dai più alti gradi fino ai sottotenenti, il 28 Giugno 1861, il general de Goyon parlò loro in questi termini:

«Signori

«L'Imperatore ha creduto dovere riconoscere il re d'Italia, ma questo riconoscimento non cangia di nulla la situazione: e le riserve che questo contiene, ci attestano il desiderio di rispettare i trattati, e di restare unito alla politica dei sovrani dell’Europa. Io vi vengo a pregare, o Signori, di serbar sempre la medesima prudenza, e la medesima attitudine riservata, poiché la politica dell’Imperatore non è mutata. Egli conserva tuttavia i medesimi sentimenti riguardo a Roma, ed a Venezia.»

Dopo queste parole il generale prese il tono della conversazione, ed impegnò gli ufficiali ad evitare, nello intrattenersi co' Romani, di lasciar loro concepire delle speranze, che non avrebbero potuto realizzarsi. Finalmente, acciocché l'armata intiera fosse ben ferma in questo tenore di condotta, un ordine del giorno, concepito nei medesimi termini del discorso, che abbiam riportato, fu indirizzato agli uffiziali, sottuffiziali e soldati, ed affisso per le caserme.

Se il Sig. De Goyon aveva pensato, che bastasse raccomandare alle sue truppe di non porgere nessuna speranza ai liberali Romani, onde non le concepissero, egli s" era ben ingannato. Imperocché, malgrado le parole del general francese; e le restrizioni della nota diplomatica, il partito liberale fece scoppiare la gioia per mezzo di dimostrazioni, di cartelli, e fuochi tricolori di bengala. Queste dimostrazioni cagionarono gravi avvenimenti nella sera del 29 Giugno.

Mentre la folla dei curiosi tratta alla piazza del popolo per i fuochi artificiali rientrava pacificamente e lentamente per il corso, un più nuovo e strano spettacolo ne attirava gli sguardi sulla facciata d’una casa in costruzione, situata incontro la chiesa di San Carlo.

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Due grandi quadri illuminati in trasparente sospesi non si sa come all’altezza di un terzo piano, rappresentanti l'uno un genio coronante il campidoglio con questa iscrizione «A Vittorio Emanuele. Il genio era senza dubbio l'Italia che deponeva la corona sul campidoglio. L'altro quadro portava solamente questa epigrafe: A Napoleone III l’Italia riconoscente — Alla vista di questi trasparenti la folla si arrestò, e divenne di mano in mano più densa, e ne scoppiarono diversi evviva all’Italia con applausi. Bentosto la gendarmeria pontificia, che non poteva disperdere la folla senza toglierne via la cagione, fece tutti gli sforzi per levare i trasparenti. La cosa non era facile, poiché la fàbbrica si trovava senza scale, essendo in costruzione. Furono apportate delle scale, ma le più lunghe non poteano giungere più alto che al secondo piano: ed aggiungendovene dell’altre fu pure impossibile di pervenirvi. Ma finalmente uno dei gendarmi riuscì a colpi di sciabola a mettere i trasparenti in pezzi ponendosi sull'estremità della scala. In tutto il tempo, che era durata questa operazione dei fischi e degli urli erano usciti dalla folla; ed avevano esasperato gli agenti dell’autorità, i quali volean procedere agli arresti in mezzo a quest'assembramento di genti, per la più parte inoffensive.

Incontro al caffè nuovo essendo passata la vettura del general De Goyon ritornato dal fuoco artificiale, s'alzarono delle grida di Viva L'Imperatore. I gendarmi allora si gettarono sopra alcani giovani per arrestarli. Vi fu una mischia, nella quale si lanciarono altri gendarmi sorvenuti dalla via Borgognona con la sciabola alla mano, tirando a dritta e a sinistra dei colpi per aprirsi un passaggio. Uno di loro fu colpito di coltello, e questi era il gendarme Velluti. Un facchino dell’Amministrazione delle ferrovie fu arrestato come autore di questa uccisione, e rimesso ad un picchetto di truppe francesi, che giungeva dalla piazza di S. Lorenzo in Lucina, e lo trasse a Montecitorio.

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Durante il tragitto Locatelli provò di fuggire e fu ferito d’un colpo di baionetta da uno dei soldati della scorta. A poco a poco le pattuglie francesi fecero evacuare il corso, e la tranquillità fu restituita. Il giornale l’Armonia narrò questo fatto nel modo seguente:

Roma 30 giugno (mezzanotte).

Prima che la stampa magnifichi il fatto, eccovelo nella sua verità. Ieri sera la girandola, ossia il fuoco d’artifizio non fu turbata in venni modo, fuorché dall’umidità che ne impedì in qualche parte la riuscita. Il popolo di' era immenso andava dileguandosi per le tre gran vie del Corso, di Ripetta e del Babbuino, illuminate come tutte le altre per la festa di San Pietro. Quand'ecco su quella del Corso, in faccia alla chiesa di S. Carlo venne in mente ad un bello spirito di collocare due trasparenti a due finestre di un terzo piano. La gente fermossi a guardarli studiandosi d’indovinare che fossero, perché pittura e lumi erano meschini a segno da inserirlo più sospettare che conoscere. Si seppe ch'era un genio che deponeva una corona sopra un certo affare che doveva essere il Campidoglio, e che sopra stava un'iscrizione a re Vittorio. L'altra finestra uvea un'iscrizione in onore di Napoleone III, che riconosce l'Italia. La gente guardava e forzavasi di capire, e l'uno spiegava all’altro quel che vedeva, o sapeva. Due gendarmi tolsero i trasparenti, e si ebbero alcuni fischi.

Invece il generale conte Gayon ebbe da 10 o 12 persone degli applausi al suo Imperatore e al Re. I gendarmi fecero qualche arresto, e v'ebbe resistenza; onde fu d’uopo usar l'armi, alla cui vista i gridatori se ne andarono. Quasi all’istesso tempo dinanzi al Caffè Nuovo un facchino diede una pugnalata mortale ad un gendarme, e allora gli altri diedero addosso ai tumultuanti di piatto e forse qua e là di taglio. Non v'ebbero che due o tre feriti; nessuno, credo, gravemente.

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Il gendarme pugnalato e agonizzante fu raccolto dai suoi compagni d’armi pontificii e francesi, il ferito fu subito arrestato, ed è certo Locatelli Cesare condannato nel 1854 a 5 anni di ferri per congiura mazziniana, poi facciano sulla via ferrata di Civitavecchia. I gendarmi e soldati francesi io scortarono al corpo di guardia, ma per via tentò fuggire, e si ebbe da un di loro un colpo di baionetta assai grave. Ecco tutto il fatto. Oggi e questa sera (vi scrivo a mezzanotte) tutto corse festivo e tranquillo. L'affare di ieri sera parca disposto sopra un disegno più vasto, ma andò a vuoto, e la popolazione non se ne accorse.

Il governo pontificio fece fare al gendarme Velluti dei funerali d’ufficial superiore, a cui assisterono vari membri dell'amministrazione pubblica. Il processo del Locatelli s'istrusse avanti la S. Consulta.

III.

L'ultima volta, che noi ci siamo occupati delle provincie napolitano, abbiam veduto la reazione e il brigantaggio estendersi sopra diverse provincie del già regno. Il sistema di conciliazione adottato dal locotenente del re, Conte di S. Martino, non aveva fatto che offrire nuova facilità al suo sviluppo. Il governo italiano interessato, a dir vero, a dissimulare la gravità di questa piaga morale, aveva preteso in un rapporto ufficiale, che cinque o sei provincie solamente ne avevano sofferto delle sedici compresovi Benevento, laddove i giornali reazionari esageravano dal lato loro la gravità e l'importanza dei movimenti insurrezionali. Quanto a noi, tenendo per quanto è possibile in mano la bilancia della verità, dobbiamo costatare, che all’epoca a cui siamo arrivati nella nostra cronaca cioè verso il primo di Luglio, vi eia reazione e brigantaggio in quasi tutto il mezzogiorno delle province napoletane.

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Nella terra di lavoro, nelle Calabrie, nella Basilicata, e capitanata, in Benevento, e in quelle d'Avellino e di Molise. Vi erano delle bande intorno a Napoli, a Camaldoli alla montagna di Somma presso il Vesuvio, altre fra Cancello e Nola. Queste ultime erano un vero flagello per la ferrovia, ove tentavano talvolta d'arrestare i treni o di farli sviare, talvolta traevano colpi di fucile sui convogli, saccheggiavano i posti di guardia e le stazioni. Una di queste bande comandata da un certo Cipriano della Gala, antico Galeotto, che ha preso più tardi il titolo di generale borbonico, penetrò un giorno a Caserta, e vi fece un colpo di audacia inaudita.

Un fratello del capo di questa banda era detenuto nelle prigioni di questa città. Per liberarlo, un certa numero di banditi con Cipriano si travestirono da guardie nazionali. Verso la sera si presentarono innanzi le prigioni di Caserta trascinando un uomo per il collare, e ordinando alle guardie di aprir loro le porte. Queste credendo veramente un distaccamento della guardia nazionale che conducesse un delinquente aprirono senza riguardo. Così tosto la prigione fu invasa, i custodi legati, ed impediti con sbarre, le carceri vuote, e il fratello con tutti i prigionieri liberati. Alcune vere guardie nazionali accorsero avanti le prigioni alla notizia di questo attentato, ma la banda era già lungi di Caserta e riacquistava la montagna.

Dalla sua parte Chiavone, che abbiam già veduto entrare in scena dopo avere incendiato la ricca cartiera del Sig. Legendre all’isola di Sora, pubblicò l'ordine del giorno scguente:

FRANCESCO II

Per la grazia di Dio re del regno delle Due Sicilie, di Gerusalemme, duca di Parma, Piacenza, Castro, ecc., gran principe ereditario di Toscana ecc., ecc.

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Il comandante in capo le reali armi nelle provincie di Terra di Lavoro e Molise.

PROCLAMA

Napolitani!

Ora è un anno che molti fra voi, illusi dalle bugiarde promesse della rivoluzione, acclamavano un condottiere che era cieco strumento, e che, quantunque di buona fede, ha dovuto abbandonarvi al disprezzo e all'avvilimento in cui vi hanno gittato con lui i suoi padroni.

La rivoluzione non conosce altro ordine che questo di padroni e di schiavi. — Quanto prima era un'idea da voi derisa, oggi è una pratica che amaramente vi burla.

Napolitani! chi mi manda a voi, è un vostro concittadino, è un vostro fratello, è il primo, il più caldo fra'  veri patrioti, e che non ha esitato a gittare nella bilancia la sua corona, la sua vita, quella dei suoi fratelli, della più sublime fra le donne, contro lo sfregio del nome napolitano, contro il danno della sua patria; chi mi manda a voi per ridonarvi pace, abbondanza, prosperità ed onore è il vero re galantuomo, la vera gloria italiana, il giovane eroe di Gaeta, Francesco II.

I battaglioni dei vostri superbi conquistatori fuggono omai rotti e dispersi dinnanzi alle mie vittoriose schiere.

I fatti d’arme di Sora, Bovino e S. Marco in Lamis suonano assai male alle orecchie piemontesi, ed a noi sono pegno di maggiori vittorie.

Se vi ha tra voi ancora, e specialmente tra le Guardie Nazionali, qualche dissennato propugnatore al servaggio della patria, che osasse non volermi accogliere come fratello a fratello, questi sia lungi da voi, copritelo perdinci del comune disprezzo.

Napoletani! Non vi chiedo altri sacrifizii che una resistenza passiva ai vostri conquistatori; sentano tutti l'abborrimento che avete per loro, attendete poi calmi


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e fiduciosi in Dio e nella buona causa il gran giorno del riscatto che si avvicina quando nel bacio di fratellanza e di affetto saluteremo di nuovo il vessillo dell’indipendenza napolitano, il glorioso vostro re Francesco II.

Dal quart. gen. di Sora 29 giugno 1861.

 Comandante in Capo

firm. CHIAVONE.

Finalmente fra tutti questi dettagli numerosi e confusi, provenienti dalle diverse provincie napoletane, citeremo i seguenti estratti della Gazzetta ufficiale del regno.

Una banda di circa 30 briganti si recò nel pomeriggio del 30 scorso giugno al quartiere di Caserta Vecchia e vi s'impossessò di sette fucili. Passò quindi nei due villaggi di Casola e Pozzo Vetere recandosi nelle case a raccogliere armi. Questa banda era diretta da un tal Majetta Agostino di Pozzo Vetere.

L'arma dei RR. Carabinieri e le Guardie di pubblica sicurezza arrestarono in S. Anastasio per mandato del procuratore generale del Re certo Perozzi Giovanni, capoposto delle guardie di finanza alla stazione della Madonna dell’Arco, imputato di reazione e di tentativi di subornazione alla diserzione sovra i suoi dipendenti.

La Guardia nazionale di Cincilite arrestò due arruolatori borbonici.

Il 29 giugno una banda di briganti penetrò in Siano ('Salerno) all'oggetto di dare il saccheggio. Ricevuta a fucilate dalla Guardia nazionale e dalla Legione ungherese si ritirò sulle montagne, ove è inseguita.

La sera del 1. corrente verso le ore 9 i Reali Carabinieri di Avigliano (Potenza) coadiuvati dalla Guardia nazionale, sorpresero nel loro ricovero un considerevole numero di briganti. Dopo breve zuffa, ne arrestarono 14 sequestrando dicci cavalli e venti facili.

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Nel rientrare in Avigliano i Carabinieri e la Guardia nazionale durarono fatica a contenere la popolazione esacerbata contro i briganti.

Il 26 giugno sette soldati di linea del distaccamento di Rocchetta Caramauico (Chieti) essendosi in unione a cinque militi della Guardia Nazionale mobile recati nel comune di Pacentro per diporto, furono al ritorno nel bosco di S. Tamburro circondati da certo numero di briganti, i quali si posero a far fuoco. I saldati si difesero, ma essendo essi senza armi da fuoco e soverchiati dal numero, ne rimasero due morti e feriti.

La Guardia Nazionale di Maddaloni arrestò la sera del 30 giugno sei soldati sbandati dediti al brigantaggio.

Nel Comune di Rotello una banda di briganti depredò il sig. Benevento Felice che incontrarono per istrada. La stessa banda con lettera firmata Caruso richiese certo Collavecchio Giacomo proprietario, che non aderì del pagamento di ducati mille e della consegna di un orologio, quattro anelli, ecc.

Il mattino del 2 corrente una vettura partita dalle Puglie fu aggredita da sei briganti.

Due contadini di Sessa e certo Raffaele Pedronio, pure contadino, furono assaliti e derubati da briganti.

Il sig. De Luca Fabio, del Comune di Cotrone, fu assalito e condotto in ostaggio col figlio da una numerosa banda di briganti, i quali incendiarono pure la casa dello stesso De Luca.

Fu pure arrestato dai briganti certo Pancucci Giuseppe da Casimiro (Catanzaro), ma questi più fortunato riuscì ad evadersi. Una colonna di truppe mosse da S. Severo per dare la caccia ai briganti che infestano le vicinanze del Comune di Terra Maggiore, ed in tale occasione arrestò sei contadini implicati nelle passate reazioni. Nella casa di uno di questi fu ritrovata una camicia intrisa di sangue.

Il giorno 4 corrente si ebbe a deplorare qualche disordine i Cellino (Lecce) motivato dall’esazione delle decime fondiarie. I  Carabinieri della stazione d’Isernia arrestarono alcuni soldati sbandati.

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Nella notte del 29 al 30 certo Pastore Amato, Iono Nicialcola di Matteo Angelo, e Pastore Giovanni assalirono il Corpo di guardia della milizia nazionale di Nasco (S. Angelo dei Lombardi), e poscia ripararono nei monti.

La mattina del 24 giugno p. p. una trentina di contadini di Cella [Sessa] tentarono di far nascere una sedizione: 16 di essi furono arrestati.

Successe qualche disordine in S. Croce fagliano (Larmio), che pochi carabinieri bastarono a sedare.

I Carabinieri di Catanzaro arrestarono il sacerdote D. Donato Nosaccio, imputato di cospirazione.

Quelli di Ceretto arrestarono un tal Palmieri Filippo per simile imputazione.

I Bersaglieri e Carabinieri riuniti arrestarono nei dintorni di Chieti dieci tra ufficiali e soldati borbonici, colpevoli essi pure di cospirazione.

La Guardia Nazionale ed i RR. Carabinieri riuscirono ad impadronirsi di certo Davunzo Felice segretario dei capi di briganti Travinia e la Salla.

Il posto di dogana detto lo Scaffo S. Domenico era il giorno 2 corrente stato abbandonato dai doganieri di guardia, i quali eransi recati ad udire la messa nel vicino comune di Isola. Durante l'assenza di questi, i briganti invasero il corpo di guardia derubando le armi e quanto altro rinvennero, e lasciando un foglio coll'intestazione e bollo dell’ex gendarme borbonico, sul quale era scritto: «Col presente saranno consegnate senza il minimo ostacolo le armi e munizioni di quel posto sotto pena la fucilazione in caso di resistenza. Firm. Chiavone.»

I doganieri furono arrestati, come sospetti d’intesa coi briganti.

La notte del 28 al 29 giugno p. p. in un campo vicino a Taranto (Lecce) venne incendiato un gran mucchio di raccolto, a quanto sospettasi per vendetta politica.

Nella sera del 2 corrente vennero arrestati in una cantina via S. Giuseppe (Napoli) tre individui che ivi convenivano con altri, per cospirare contro il Governo.

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Io una bettola al Vomero (Napoli) furono per ordine della Questura arrestati 12 soldati borbonici sbandati.

In Manoppello (Chieti) certo Fiorio Biagio, già liberato dal carcere dove per sentenza della Gran Corte criminale scontava sei anni di reclusione, per delitto di reazione, fu arrestato dalla Guardia Nazionale per nuovi fatti reazionarii.

La notte del 3 al al 4 corrente furono nel palazzo vescovile di Aversa (Caserta) derubati da incogniti, oggetti dati in pegno a quel Monte di Pietà: La Guardia Nazionale arrestò in conseguenza di quel furto cinque individui su cui cadevano gravi sospetti.

Il mattino del 27 giugno, verso le 11, due individui vennero aggrediti e derubati sullo stradale di Ciro (Catanzaro). Uno degli aggrediti rimase ferito.

In conseguenza dello sciopero degli operai della strada ferrata in Napoli, furono arrestati 72 di essi appartenenti alla Camorra. Il 6 gli operai non comparvero al lavoro pretendendo la liberazione dei compagni.

Il 6 corrente Montefalcione (Avellino) fu invaso dai briganti e borbonici. La Guardia nazionale di Altripalda accorsa, giunse tardi e dovette retrocedere.

Nelle vicinanze di Longobucio (Rossano, Cosenza) fu arrestato un ex-carabiniere cosentino per tentativo reazionario.

Un tal Patti, ex capitano dell’esercito di Francesco II, dicevasi capo degli arruolamenti borbonici di Napoli. Per la qual cosa andavasi in traccia di lui. Finalmente nel giorno 5 del corrente fu rinvenuto ed arrestato dagli agenti della Pubblica Sicurezza. Perquisito, gli si trovarono cucite nei calzoni le liste degli arruolati, e la nota delle somme che pagava ai medesimi, ed alcuni indizii di coloro che gli somministravano il danaro. Con questi elementi, noi siamo certi, non si ometterà nulla per spezzare le fila di questa iniqua (eia, punendo i colpevoli. Sarebbe ormai tempo che la giustizia spiegasse tutto il suo rigore contro i perturbatori dell’ordine pubblico. E già sentiamo con piacere molti arresti nell’atto che si disponevano a partire per le montagne.

Il 29 giugno un drappello del 29 reggimento mosse da Gerace (Calabria Ultra I) per Gattoria in perlustrazione.

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Unito alle guardie nazionali di Gattona, Mammola, Giviosa, Siderno e S. Giovanni, pose i briganti in fuga da quei luoghi, e giunse ad arrestarne tre che furono trasportati a Gerace.

Nel comune di Marano (Napoli) e nei dintorni si aggira una banda. Il 2 corrente, in una cascina presso Pozzuoli fermò un tale Dell’anno, e sotto minaccia di morte gli intimò pagare ducati 50, che il giorno appresso sarebbonsi recati a riscuotere. Avvisati i reali carabinieri, si appostarono con alcuni militi nazionali nelle vicinanze; ma i briganti non andarono, e invece il giorno 3 depredarono due case in prossimità di Marano.

Le guardie nazionali di Atripalda e di Avellino con 140 soldati di linea mossero il 6 a snidare i briganti di Montefalcione e di Pretola (Principato Citeriore).

Visciano (Terra di Lavoro) fu di nuovo invaso il giorno 6 da un centinajo di briganti divisi in sei squadre. Una compagnia del 60 marciò sopra Visciano, ma al suo appressare i briganti fuggirono.

La mattina del 6 presso Grotello (Principato Citra) una trentina di briganti con beretti di guardia nazionale arrestarono il negoziante Maglio, e lo trassero in ostaggio.

A Nola (Terra di Lavoro) nel giorno 4 un delegato di pubblica sicurezza condusse un drappello di carabinieri e di soldati di linea e procedette a perquisizioni ed arresti di noti reazionari, due dei quali avevano al petto ferite riportate combattendo contro la forza pubblica.

Quattro soldati borbonici reduci da Roma, arrivati il 29 giugno a Borghetto (Abruzzo Ultra II), alzarono grida reazionarie e sollevarono la popolazione; accorse una compagnia del 35 che stabilì l'ordine ed operò il disarmo di quella borgata.

Trenta briganti assalsero il 7 il posto della guardia nazionale stabilito a Dardine (Principato Ultra) abbatterono lo stemma reale, ed all’appressare della guardia nazionale d’Avellino fuggirono.

Tra Sala e Salerno (Principato Citra) due carabinieri che scortavano il procaccio furono assaliti da 70 briganti e disarmati.

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Vasto Girardi (Molisse; venne assalito di nuovo dai briganti il giorno 9: i militi nazionali li respinsero a fucilate. Dei briganti tre rimasero morti ed uno ferito, furono feriti tre d:i militi. Parli truppa per quella località.

A Parolisi (Principato Ultra) una banda arrestò il procaccio postale proveniente da S. Angelo dei Lombardi il giorno 10.

A Montemiletto (Principato Ultra) i briganti e contadini io numero 400 attaccarono il giorno 8 i liberali. Accorse una colonna di guardia nazionale di circa 50 uomini, che per la inferiorità del numero dovette ritirarsi e far difesa entro un palazzo. Venne questo circondato ed incendiato: vi furono cinque vittime. Marciano su Montemiletto 40 carabinieri con truppe.

Nel villaggio di Tufo (Principato Ultra) i briganti assalsero e disarmarono la guardia nazionale il giorno 8, inalberando sul campanile la bandiera borbonica.

La mattina del 5 in Ariana (Principato Ultra) si trovarono affissi proclami borbonici. Il partito liberale il giorno appresso fece una imponente dimostrazione fra le grida di Viva Vittorio Emanuele, viva f Italia. Si attribuiscono i proclami alla compagnia di veterani colà stanziati.

Una banda di circa ottanta briganti continua ad aggirarsi nel mandamento di Larino (Molise), è composta di sbandati, la metà dei quali a cavallo. Le popolazioni di Santa Croce, Magliano ed Urceri la favoriscono, nella speranza del prossimo ritorno del Borbone.

Il giorno 6 presso Bajano (Terra di Lavoro) 80 briganti assalirono tre vetture che portavano i musicanti della guardia nazionale Atripalda a Tamaro e li derubarono. La truppa stanziata in Nola dà la caccia a quella banda.

Nei boschi dei Comuni di Colle, Riccia, Fojano Rosolice ed altri s'aggira da alcuni giorni una banda di circa 200; il giorno 6 uno della banda, soldato borbonico, venne fucilato dai compagni.

Sulla fine di giugno a S. Marino (Calabria Ultra II) i briganti invasero la casa del prete Ausilio che derubarono, traendo io ostaggio un di lui nipote, però inseguiti dalla guardia nozionale, lo lasciarono libero il giorno appresso.

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Nei bagni di Nisida si rinvennero il giorno 7 armi da taglio in possesso di quei detenuti.

Tre detenuti evasero il 4 dalla carcere di Montagnano (Molise).

Nel giorno 5 vennero arrestati in Rossano (Calabria Ultra il) un canonico e suo nipote, cui si trovarono polvere d armi in quantità, e carte reazionarie.

Nel mattino dell’8 una banda di briganti sorprese e disarmò il corpo di guardia della milizia nazionale di Sorba Principato Ultraj. e prosegui versoi monti.

Nel pomeriggio del giorno 4 due briganti assalirono presso Caravilli (Molise) due contadini. Questi si difesero e ne arrestarono uno.

La banda che disarmò la scorta del procaccio tra Sala e Salerno, assalse la Guardia Nazionale mobile che stava nella Taverna d’Emiliano (Principato Citra): la guardia mobile resistette, ed i briganti appiccarono il Fuoco all’edifizio; furono però vigorosamente respinti, e lasciarono due dei loro prigionieri.

Il giorno 5 due individui di Teano (Terra di Lavoro) dormivano in un campo quando vennero assaliti dai briganti, ed uno dei due restò ucciso.

In Avigliano (Basilicata) l'arresto di 14 briganti fu operato da alcuni carabinieri e militi nazionali condotti dal sacerdote Pace. Vennero sequestrati armi, munizioni, cavalli, e gran copia di commestibili.

La sera del 5 nelle vicinanze di Cosenza (Calabria Citra) 7 briganti intimarono ad una vettura di fermarsi. Il conduttore mise il cavallo al galoppo; allora i briganti gli spararono contro, senza offenderlo.

La mattina dell’8 cinque briganti assalirono presso Benevento un proprietario che percossero e derubarono.

A Bellino (Calabria Ultra II) dieci briganti presero in ostaggio il negoziante Di Rosario, Bano Antonio, che era stato già tratto in ostaggio, riuscì a salvarsi colla fuga.

La sera dell'8 avvenne in Napoli, nella sezione Chiaja, una dimostrazione contro la direttrice degli asili infantili, per aver aver fatto tagliare, per ragione di nettezza, i capelli alla ragazze.

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La direttrice fu alquanto maltrattata.

Fra tutti questi fatti, i più importanti, e che più meritano di esser narrati nei loro particolari, son quelli che ebbero luogo l'otto Luglio a Montemiletto e Montefalcione nella Provincia (T Avellino: né potremmo preterirli in silenzio.

Nel fine di Giugno una banda di 60 briganti invadeva Salsa, entrando senz'alcuna resistenza o per difetto di armi in quella guardia nazionale, o forse per niuno slancio civile del paese medesimo, o più facilmente per l’un motivo e l'altro; ed ivi veniva innalzata la bandiera borbonica. La banda mosse tosto per Sorbo. Trovata qualche resistenza nella guardia nazionale di Sorbo furono arrestati due briganti, i quali poi nel volgere della notte vennero a viva forza ripresi dai loro compagni. La banda ingrossando sempre più di numero, si diresse per i boschi di Prata, Montefalcione e Montemiletto formandosi in varie compagnie. Una delle quali mosse verso Lapio, e, facendo causa comune con alcuni naturali di colà, obbligò la banda musicale del paese a seguirla. Nel dì 5 corrente 10 di questi assassini assalirono Tufo dirigendosi dal capitano della guardia nazionale, il quale, intimorito dalle minacce, somministrò armi e denaro. Nel giorno 6 una banda numerosa assaltò Montefalcione; stabilì una specie di governo provvisorio, disarmò la guardia nazionale, cangiò stemmi, bandiere ecc. Sicché quel paese renduto centro dei briganti, di là spedivansi ordini ai paesi vicini acciò si fossero sottomessi al proclamato governo.

Montemiletto, dove erano raccolti circa ottanta individui, parte guardie nazionali del luogo e di Torre delle Nocelle, parte giovani ardenti raccolti all’appello patrio da Carmine Tarantini, tenente della guardia nazionale di Avellino, scherniva con nobile audacia la intimazione di quelle bande. Le quali facevansi credere fortissime per numero (6 ad 8000) e comandate da un ignoto ufliziale borbonico sbandato, e da un certo Baldassarre, onde fu designata una eroica resistenza; nella sicurezza di pronti soccorsi chiesti in Avellino, ed in tutti i paesi circostanti,

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e fidando molto nella naturale disposizione del luogo adatto a resistere, poiché l'ingresso del paese veniva garantito da due grandi edifizi, uno del principe di Montemiletto, l'altro di Fierrimonto, ne' quali era raccolta quella gioventù generosa. La banda si appressava (la mattina dell’8); una vivissima fucilata impegnossi; il numero de'  masnadieri aumentava; da varie ore già durava l'attacco; i soccorsi richiesti si attendevano indarno.

E la fucilata sempre più frequente fervea tra assalitori ed assaltati. Ad ogoi intimo di resa veniva opposta eroica resistenza. Infine dopo 10 ore di tal lotta ineguale, ai difensori mancavano le cartucce, non già l’ardire e lo spirito patrio, che crescevano col diminuire i mezzi di resistenza. Ma oramai circondati da tutte le parti, fu appiccato il fuoco agli edifizi da cui avevano con tanta costanza resistito. Carmine Tarantini e gli altri generosi, chiusi nelle fiamme, muoiono baciando e serrandosi al petto il vessillo glorioso della patria.

La sera del 7 il capitano di Sangiorgio la Montagna Domenico Nisco, vedendo il grave pericolo, si rivolse al governatore di Benevento, il quale ordinava che si mobilizzassero tutte le guardie nazionali disponibili nel mandamento di S. Giorgio.

Ln mattina (8) una colonna di 120 militi, comandata da Domenico Nisco ed Achille Rainone capitani: Domenico la Monica, Giustiniano Soricelli, Fiore Mirra, Lorenzo Arza, Andrea Cozza tenenti, con altra guardia nazionale di Montefusco, e venti bravi soldati italiani, marciavano verso Montemiletto nel momento di quell’eccidio. Altra forza fu impossibile avere pel momento, a causa del moto reazionario che quelle bande di briganti facevano destare in più punti della provincia. Dippiù, il carcere di Montefusco contenente circa 180 reazionari giudicabili, veniva minacciato d’imminente aggressione, e per conseguenza di far evadere i rinchiusi. Sicché a custodia del carcere non rimasero che 40 soldati e 180 guardie mobilizzate di Montefusco, Sangiorgio e San Martino: intanto la colonna messa in marcia già distava un quarto di miglio dal luogo del conflitto, quando un messo di Dentecane veniva annunziatore che i briganti, abbandonato Montemiletto, aveano invaso Dentecane.

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La colonna dunque moveva per Dentecane: parto della quale, piegando presso Montaperto, dopo varie fucilate guadagnò tre bandiere borboniche. I briganti dopo quegli orrori commessi coucentravansi tutti in Montefalcione cresciuti molto di numero. L'ottimo ed intrepido cittadino governatore De Luca, raccolta subito quanta forza potea, mosse alla testa di essa verso il centro dei briganti e sulla linea percorsa rimise l'ordine, arrestando i promotori di rivolta. Intanto il governatore De Luca, forte di 2000 armati, tra'  quali la magnanima legione ungherese ed un distaccamento del 62 di linea, attaccò i briganti in Montefalcione, li sconfisse, e fè pagar caro il sangue versato di tanti animosi cittadini!

Rimpetto a questa situazione il governo italiano, e il conte di San Martino stesso, compresero che era necessario per rimediarvi l'intervento efficace d'un uomo di guerra. Il locotenente del re adunqne offrì la sua dimissione, che fu accettata, e in suo luogo fu mandato il general Cialdini.

La Gazzetta di Torino in data del 12 Luglio così s'esprimeva cu questo proposito:

In conte Ponza di San Martino ha veramente offerte le sue dimissioni, benché non si fosse punto mosso da Napoli, come alcuni giornali asserivano. I motivi di questa subita determinazione sono in differenti modi raccontati e commentati. Vuolsi che egli avendo esposto al ministero la situazione grave della pubblica sicurezza nelle provincie napoletane chiedesse un considerevole rinforzo di truppa da porvi riparo, e che sorgesse disparere tra ini e il governo centrale sul numero di queste truppe; pretendono altri ch'ei si sia trovato tocco nella sua suscettibilità personale a cagiono dell’invio d’un capo militare così importante come il generale Cialdini, con poteri che eccezionalmente toccherebbero la giurisdizione civile; a queste si aggiungono altre versioni.

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Noi crediamo che nessuna di queste cause fosse la determinante in modo esclusivo. Comunque sia, questo fatto è realmente da deplorarsi nelle circostanze in cui versano le Provincie meridionali.

Il ministero non ha ancora accettata la domanda di dimissione, e non sono svanite tutte le speranze di farla ritirare dall’onorevole conte. Il quale se vorrà seriamente riflettere al bene del paese si deciderà a conservare un posto nel quale può continuare a rendere distinti servigi.


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CAPO II

SOMMARIO

I. IL GENERALE FLEURY, INVIATO STRAORDINARIO DELL'IMPERATORE DEI FRANCESI, GIUNGE A TORINO — SUO RICEVIMENTO — INAUGURAZIONE DEL MONUMENTO ELEVATO AL RE CARLO ALBERTO — DISCORSO DEL MINISTRO BARON RICASOLI — NEGOZIATO DEL PRESTITO DI 500 MILIONI DI LIRE HAN CONCORSO DI CAPITALI  — LE SOSCRIZIONI SUPERANO 950 MILIONI — SECRETO DEL MINISTRO DELLE FINANZE PER REGOLARE LA PARTE DELLE SOSCRIZIONI — II. PROTESTA DEL GOVERNO PONTIFICIO E DEL BE FRANCESCO II CO. MIO IL PRESTITO  — POLEMICA DEI GIORNALI SUGLI ULTIMI MOMENTI DI CAVOUR LETTERA DEL CONTE GUSTAVO DI CAVOUR, FRATELLO DEL DEFUNTO IL PADRE GIACOMO E CHIAMATO A ROMA — CONCISTORO SEGRETO DEL 22 LUGLIO SUNTO DELL’ALLOCUZIONE DEL PAPA. — III. ARRIVO BEL GENERAL CIALDINI A NAPOLI IN QUALITÀ DI LOCOTENENTE DEL RE  — ECO PROCLAMA AI NAPOLITANI  — LETTERA DI PONZA DI 8. MARTINO AL SINDACO DI NAPOLI, ANNUNZIANDO LA SUA DIMISSIONE E LA SUA PARTENZA — MOTIVI DI QUESTA DIMISSIONE ESPOSTI IN UN'ALTRA LETTERA AL CONTE GALLINA  — IL PARTITO REAZIONARIO ACCUSA IL GOVERNO ITALIANO DI ATTI DI BARBARIE — RISPOSTA DELLA GAZZETTA UFFICIALE DEL REGNO  — GLI ATTI ATROCI DEGL'INSORTI E DEI BRIGANTI SPIEGANO LE REPRESSIONI SOMMARIE E VIOLENTE —  PONTELANDOLFO E CASALDUNI  — ISTRUZIONI DATE DAL GOVERNO ITALIANO AL NUOVO LOCOTENENTE DEL RE

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— PIANO DI CIALDINI SCOPERTA DI CONCILIABOLI BORBONICI A POSILLIPO E A PORTICI — ARRESTI NUMEROSI, E DI ALTI PERSONAGGI  — CONCILIAZIONE DEL PARTITO D'AZIONE  — ABBOCCAMENTO CON NICOTERA  — LETTERA DI CIALDINI AL SINDACO DI NAPOLI SULLA CELEBRAZIONE DELL’ANNIVERSARIO DELL’ENTRATA DI GARIBALDI — ORGANIZZAZIONE DELLE MILIZIE CITTADINE  — DISGUSTI CAUSATI DALL’AMMINISTRAZIONE SPINGONO IL LOCOTENENTE DEL RE AD OFFRIRE LA SUA DIMISSIONE, LA QUALE É RIFIUTATA GLI OFFICIALI SVIZZERI DOMANDANO AL GENERAL CIALDINI DI PERMETTERE LORO CHE CONTINUINO A SOGGIORNARE IN NAPOLI — RISPOSTA CHE RICEVONO NOTE DIPLOMATICHE DELL’INVIATO SVIZZERO SULL’ESPULSIONE DI QUESTI OFFICIALI — VIGOROSA REPRESSIONE DEL BRIGANTAGGIO  — CHIAVONE A SORA  — ORDINE DEL GIORNO DEL GENERAL GOVONE  — DIVERSI FATTI DEL BRIGANTAGGIO  — RAPIDA SPEDIZIONE DEL GENERALE CIALDINI NELLE PUGLIE  — SBARCO DI MARINARI INGLESI A CASTELLAMMARE.

CAPO II.

I.

Lasceremo al nuovo locotenente del re nelle provincie meridionali il tempo di restituirsi a Napoli, e ci occuperemo di ciò che in questo tempo avveniva a Torino. Il general Fleury, aiutante di campo di S. M. Napoleone III, ed inviato straordinario dell’Imperatore dei Francesi all’occasiono del riconoscimento del regno d’Italia per parte della Francia, era stato accolto con entusiasmo dalla popolazione torinese e dalla corte di S. M. Vittorio Emmanuele.

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L'inviato francese menava seco la propria consorte. Per più giorni vi furono banchetti e partite di caccia e A pesca nel castello di Racconigi, dove il conte Migra faceva gli onori all’ospite francese in nome di S. M. Vittorio Emanuele. Alla serenata che fu data il 19 Luglio sotto le finestre del general Fleury alla locanda della gran Brettagna, una folla immensa di popolo si pressava acclamando l’illustre personaggio, jlnrdo le grida: Viva Napoleone III! Viva la Francia! Viva l'alleaza francese! Il general Fleury si fece al balcone e gli evviva risuonarono più forte.

Il medesimo giorno aveva avuto luogo alle 9 e mezzo del mattino la solenne inaugurazione del monumento nazionale di Carlo Alberto.

La pazza ornata all'intorno di pennoni, bandiere e fasci d’armi, di fronte al monumento una spaziosa tenda dove convenivano gli inviati, presentava nella varietà dei colori e delle decorazioni un aspetto festivo e non senza eleganza, tanto più che messo in disparte il disegno primitivo, il sig. Ottino ideava ed eseguiva con mirabile solerzia tali apparecchi in poche ore.

Intervenivano il presidente del Consiglio, i ministri dell’interno, dei lavori pubblici, il generale Cugia, molti senatori e deputati, ed autorità civili e militari.

All'ora annunciata giungeva S. A. il principe Eugenio in carrozza scoperta e recavasi sotto al padiglione. Cadevano le cortine che avviluppavano il monumento, e da tutte le parti sorgeva un fragoroso saluto d’unanimi applausi.

Il presidente del consiglio barone di Ricasoli pronunziava lo splendido discorso che segue.

«Questo monumento, che la gratitudine e l'ammirazione dei Popoli Subalpini decretava al Magnanimo Re Carlo Alberto quando, lasciata nei campi sanguinosi di Novara la corona, scendeva dal trono dove pensava di non poter più giovare all'Italia, e nel doloroso esilio di Oporto chiudeva i suoi giorni addolorati dai mali della patria, eppure pieni di speranza per l'avvenire, s'inaugura oggi allorché appunto i fati d'Italia da lui preparati si maturano

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e da ogni parte della bella Penisola siamo chiamati i raccogliere nella gioia la messe che egli seminò nel dolore.

«L'Italia, pensiero ed affetto ispiratore ed animatore del a sua vita, l'Italia tutta oggi è presente a rendere omaggio ala sua memoria. Di tutte le provincie, che già furono Stati divisi, ed avvezzi ad avere comune solo il servaggio dello stranino sono gli uomini che seggono nei consigli della Corona: di tutte le provincie italiane sono i contingenti onde si riempiono le file del nostro esercito valoroso: in quell'aula, che egli aperse ai Rappresentanti del modesto Regno di Sardegna, convengono adesso i Rappresentanti del gran Regno d’Italia; e le liberà che egli diede a quattro milioni d’Italiani, sono oggi decoro e tutela di ventidue milioni. — L'Italia era un nome; oggi uni realtà.

— Questa grandezza nuova è in gran parte opera sua: gloria adunque a Carlo Alberto il Magnanimo!

«Dall’alto dei Cieli si rallegra il suo spirito Immortale al vedere si oltre portata I ' impresa, alla quale consacri la sua vita.

— Alla presente generazione fu serbato il vanto di condurla a questo punto, e le è imposto l'obbligo di compierla. Egli ci dà, il re generoso, per venirne a capo ci dà la sua vita come esempio come argomento e come conforto.

. Nato presso il trono, quando l'Italia insieme a tutta l'Europa piegava al cenno di un potente Conquistatore, imparò nella quiete di una vita quasi privata le virtù di cittadino e i doveri di uomo: vide quanto sia misera la condizione di un popolo che non ha nome, non ha prosperità, non ha forze perché diviso nel reggimento, diviso nelle istituzioni, diviso negli animi.

«Restituito con gli antichi Re nella sua condizione, vide quanto sia tenace nei popoli la memoria e l'amore per le glorie o le virtù dei loro principi; vide ancora quanto funesti e ai principi e ai popoli tornassero coloro, che nulla avendo appreso e nulla obbliato, rifiutavano di condiscendere ai tempi mutati, e scrollavano dalle sue fondamenta il trono, di cui pretendevano essere il solo sostegno.

«E quando il lievito delle idee nuove, soverchiamente compresso, scoppiò in irrefrenabili tumulti per tutta l’Italia,

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vide che non si emancipa un popolo rompendo i vincoli dell’autorità e disperdendo nel disordine le più vitali sue forze: vide che gli impotenti ed incomposti conati non ad altro riescivano se non ad aggravare il peso e le vergogne del giogo, che lo straniero insolentemente accampatosi nel cuor dell’Italia, ci aveva posto sol collo: vide che gli errori dei principi, le sciagure dei popoli, la miseria di tutti avevano una sola origine, una identica causa, va medesimo nome: Austria.

Allora egli prefisse alla sua vita una grande missione da compiere; liberare l'Italia dallo straniero: una grande opera da condurre ad effetto; ordinare lo Stato sì che si trovasse prospero e forte il di che la lotta si mostrasse opportuna.

E allora fu nel grande animo un lavoro lungo, paziente, laborioso, perseverante, ostinato, prima per compiere l'educazione di se stesso, poi preparare agli eventi desiderati gli spiriti e le fòrze. Ed era difficile impresa specialmente ad un principe che non era re; ma poteva esserlo. Lo assediavano i pregiudizi antichi, parte minacciosi, parte beffardi; ma tanto ancora potenti da costringere chiunque, sedesse puro sul trono, a venire a patti con essi: lo sospingevano con impeto irreflessivo le idee nuove, impazienti per ardor giovanile e per giovanile baldanza imprudenti; irritate per di più dalla resistenza che il vecchio mondo opponeva.

 Dal doppio e diverso pericolo si schermiva il giovine Principe, fisso nel pensiero che l'azione del popolo, solo la direzione sapiente di un'autorità forte può renderla efficace, e che l’aziono del popolo è tanto più possente, quanto egli è più temperato o civile.

«Re, fatto segno alla sospettosa diffidenza dell’Austria e degli amici di lei, trafitto dalle ingiurie e dalle calunnie dei settarii, si diede a colorire il suo grande disegno, all’una ed agli altri resistendo egualmente. Voleva l'autorità forte; e forte la fece Fendendola previdente, benefica, ordinatrice; migliorando le istituzioni aumentando la ricchezza pubblica, rinvigorendo l'esercito. Voleva popolo temperato e civile e lo fece moltiplicandogli i modi di istruirsi;

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introducendo negli ordinamenti politici e civili quegli argomenti che, lasciando più largo campo alla responsabilità individuale, inducono negli animi il sentimento della dignità propria o danno loro l'intelligenza e l'attitudine ad esercitare la libertà.

«Fu ben presto degno del Re il popolo, degni ambidue dell’Italia.

«Ma nessun Re ebbe mai un popolo più atto di questo nobil Popolo Piemontese a comprendere i grandi intendimenti e a secondarli. Sobrio, probo, disciplinato, guerriero; nell’avversa e nella prospera fortuna egualmente imperturbato, pronto ai sacrifizi capace di ogni più sublime abnegazione, obbediente alla voce dell’onore, amante dei suoi Re, che sono il suo orgoglio e la sua gloria, egli doveva essere nelle mani di Carlo Alberto il più efficace istromento a rifar la Nazione e darlo stabili fondamenta.

«Così, quando suonò l’ora delle sante battaglie questo Re e questo Popolo si trovarono pronti ed armati ad entrare in campo. Il Re, data al suo Popolo libertà piena ed intera, fuorché nel male, levata in alto la Bandiera Italiana, e chiamando i Popoli tutti d’Italia a stringersi intorno a lei, si pitto animoso nella mischia; il suo Popolo lo segui; ma ohimè! solo o quasi solo! I vassalli dello straniero, che reggevano la rimanente Italia, non avevano educato i loro soggetti né alla libertà, ne alle armi.

«Era la prima volta che un Re Italiano conduceva un Esercito italiano contro i nemici d’Italia, combattendo nel nome d’Italia per l'Italia. Solo per questo nuovo ardimento meriterà Carlo Alberto l'ammirazione e la riconoscenza dei posteri!

«Eppure si poté sperare che la fortuna sorridesse alla gran prova e che almeno una volta volesse concedere i suoi favori al buon dritto. Goito, Monzambano, Peschiera, Pastrengo aprirono l'animo a speranze, che poi fur vane.

«Prostrato di forze e non di animo, ritentò questo Re e questo popolo generoso la prova a Novara. E fu perduta. Allora il Re Magnanimo fece l'ultimo sacrificio sull’altare della patria. Perché lo forze da combattere le battaglie dell’avvenire rimanessero intatte, depose la corona e prese la via dell’esilio. Depose la corona su quella Fronte Augusta, che aveva sempre veduta invalida

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dove la pugna fervea più feroce; e che gli era cara perché scendevano le virtù e il valore paterno.

«Grave eredità lasciava al Figlio l'esule Monarca; grave eredità e dolorosa; ma non soverchiante le forze; poiché a reggerne il peso avea seco l'amor del suo Popolo e la fede degli Italiani ormai educati da tante sventure.

«Carlo Alberto non era più Re: ma era più che Re, egli era il Martire d’Italia come n'era stato il campione. Sul suo sacro capo si radunavano e si compievano le ultime espiazioni, che Dio ne' suoi imperscrutabili decreti aveva imposto all'Italia per parificarla, fortificarla, renderla degna del suo glorioso avvenire. Carlo Alberto scendeva dal trono ultimo Redi Sardegna, e moriva in Oporto primo Re d’Italia.

«Il suo forte perseverare nei santi propositi, la sua fede inconcussa nei destini della patria, il suo valore, i suoi patimenti inspirarono agi' Italiani quel senno e quella concordia, che non avevano saputo trovare nelle prime prove. Essi si rialzarono nella opinione d’Europa, si guadagnarono lo simpatie delle più grandi o delle più civili fra le Nazioni, e meritarono nell’ora della riscossa di avere per alleato il più generoso dei Monarchi, e per ausiliatrici le schiere della più valorosa Nazione del mondo.

«Infine ventidue milioni d’Italiani poterono riunirsi in uno. Fatti nazione, diedero alla lealtà e al valore del Re Vittorio Emanuele II la corona d’Italia. — I voti di Carlo Alberto sono in gran parte esauditi! La sua memoria, le sue virtù ci inspireranno, e ci apprenderanno il modo di compierli interamente.»

Questo discorso fu coperto d’unanimi e ripetuti applausi, e la folla si ritrasse penetrata di profonda emozione.

Alcuni giorni dopo l'arrivo a Torino del general Fleury il Sr. Benedetti fu nominato ambasciadorc di Francia in Italia col titolo d’inviato straordinario, e plenipotenziario appresso il governo italiano.

Il Cav. Nigra fu confermato nel titolo d’ambasciatore del re d'Italia alla corte di Francia.

Queste relazioni di potenza a potenza, stabilite fra Torino e Parigi, erano della più alta importanza all'occasione

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che si emetteva il prestito dei 500 milioni, votato già dal parlamento italiano, e intorno al quale il baron Ricasoli aveva indirizzato a tutti gli agenti diplomatici all’estero la circolare seguente:

Torino 2 luglio.

Signore,

La camera dei deputati approvò nella sua tornata d'ieri, con un voto quasi unanime, la legge con cui il governo del Re è autorizzato a contrarre un imprestito di 500 milioni effettivi.

Questo imprestito tendendo a fornire al governo i mezzi di saldare le spese occasionate dai meravigliosi avvenimenti compiuti e di sopperire alle esigenze future, l'adozione di questa legge era un avvenimento essenzialmente politico.

La discussione doveva conseguentemente porre il gabinetto, che una irreparabile sciagura chiamò alla direzione della cosa pubblica, in cospetto della manifestazione legale dei sentimenti e delle convinzioni del paese. Il voto che doveva emanare avrebbe dato la misura della fiducia inspirata dall’attuale ministero, e del concorso che poteva lusingarsi di conseguire per parte del Parlamento e della Nazione.

Il risultato di questa prova, son lieto di constatarlo, ha pienamente corrisposto all'idea che se n'era formata ed alle speranze che si erano concepite della rappresentanza di un paese che in mezzo ad avvenimenti così straordinarii, ha costantemente fatto prova di patriottismo e di saviezza politica nel mentre che manifestava la sua ferma risoluzione di accettare di buon animo tutti i sacrifiicii che fosso per addomandarc l'opera della sua indipendenza nazionale.

Io non ho mestieri, o signore, di farvi osservare l'importanza della deliberazione adottata dalla cambra alla quasi unanimità di voti: questa importanza è tanto più grande in quanto che la legge dell’imprestito provvede agli interessi più gravi e più vitali della nostra patria, e che questa deliberazione

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fu preceduta dal voto di un'altra legge importantissima colla quale fu costituito un sol debito pubblico per l'Italia intiera. Cotali risultati avranno, ne vado persuaso, una favorevole influenza sulla nostra situazione, tanto all’interno quanto all’estero.

Dopo aver costituita l'unità nazionale, noi riusciremo egualmente a fondare l'unità finanziera dell'Italia. Sostenuti dal credito e dall’opinione pubblica, noi speriamo che ci sarà dato egualmente coll'aumento della ricchezza nazionale e mediante un'amministrazione previdente, solerte e misurata, di ristorare le spese occasionate da una lotta di parecchi anni e di equiparare in breve tempo l'equilibrio fra l'entrate e le spese.

Il programma esposto con tanta chiarezza e precisione su questo proposito dal mio onorevole collega il ministro delle finanze porge ogni maggior sicurezza, e noi vogliamo confidare sarà accolto con non minore favore dall'opinione straniera, che nol sia stato in seno al Parlamento nostro e dal nostro paese.

Dal canto mio ho creduto dovere in occasione cosi solenne chiarire nuovamente e con tutta la franchezza di un intimo convincimento gli intendimenti del governo del Re nella sua azione all’interno ed all'esterno. La nostra politica si riassumo nello svolgere all’interno la prosperità nazionale col promuovere il commercio, le industrie e le arti, col dare agli interessi municipali e provinciali ampio mezzo di veder soddisfatti, col tutelare risolutamente e fermamente l'ordine pubblico senza venir meno a rispetto delle leggi ed alla sincera applicazione di quei liberali principi che informano le nostre istituzioni.

Riguardo all’estero il governo del Re non può perdere di mira il compimento di quell'opera che venne con tanta costanza condotta ormai al desiderato suo termine. Ma nel volgere ogni nostra sollecitudine in far sì che l'indipendenza nazionale venga totalmente compiuta, fidenti nella ragione e nelle simpatie di Europa, noi non ci faremo provocatori di crisi le quali dovessero turbare la pace generale e mettere a repentaglio gli interessi della causa italiana.

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Questa politica, io non potrei dubitarne, otterrà l’approvazione delle potenze amiche e le renderà propense al compimento dei nostri destini.

Nel vedere l'Italia riconosciuta già dai principali governi d’Europa, assodata ormai negli interni suoi ordinamenti, pronta a prestar al governo ogni maniera di concorso, ci è lecito portar fiducia che i dubbi che ancora potevano sussistere presso alcuni governi non tarderanno a far luogo ad un sentimento di fondata sicurezza intorno allo stabile e regolare andamento del nuovo ordine di cose ed all’assetto definitivo dell’Italia.

Autorizzo la S. V. Ill.ma a valersi di questi dati e di questi riflessi nei suoi rapporti col governo presso cui è accreditata e la prego frattanto gradire ecc.

RICASOLI

A lato delle grandi considerazioni morali e politiche evocate dal capo del gabinetto del regno d’Italia, il nostro dovere di Cronisti e' impone di sommettere in poche parole al lettore il meccanismo finanziario dell’operazione che doveva far entrare nelle casse del tesoro italiano l'enorme somma di 500 milioni di lire.

La rendita sarà emessa in 3 per cento con titoli che faranno seguito a quelli conosciuti sotto il nome di certificati Rotschild che essi pure sono trasformati in titoli portanti l'indicazione di cedole del debito pubblico italiano.

Ritenuto il prezzo probabile per cui dovranno essere emessi questi titoli, i 500 milioni di franchi che si dovevano far entrare nelle casse del tesoro esigevano tante inscrizioni per 85 milioni di rendita ossia per 700 milioni di capitale che unite alle antiche si napolitane che dell’Italia superiore rappresenteranno un complesso di 110 circa milioni di rendita (2200 milioni di capitale.)

Per venire congruamente all’attuazione del prestito, il Ministro delle finanze stabiliva due categorie; la prima di esse era quatta delle sottomissioni forfait, la seconda quella pubblica sottoscrizione.

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La qualificazione di forfait non corrisponde veramente alla operazione che colle loro sottomissioni fanno i banchieri e i grossi capitalisti così ammessi a questa maniera d’impegno.

Il forfait significa in tesi generale un appalto o un accollo a cottimo, in complesso, e a tutto rischio dell’accollatario; mentre la soscrizione all’imprestito dello Stato che viene detta a forfait è invece un obbligo che uno o più individui assumono di accollarsi una parte determinata del prestito da emettersi a patti ed a condizioni che ancora non si conoscono e che dipendono da una dichiarazione ulteriore del ministro delle finanze.

Rigorosamente parlando, qualunque fosse il prezzo fissato dal ministro dopo le sottomissioni, gli accollatari di questa maniera di sottomissioni sarebbero obbligati ad accettarlo in forza dell’impegno assunto; ma si sa che in questo genere d’affari vi sono nella latitudine accordata dalla forza delle cose dei limiti che non si possono oltrepassare senza pericolo, e quindi gli accollatimi sanno che la differenza tra il prezzo supposto ed il futuro e reale non può essere considerabile.

La sola condizione che determini anticipatamente sino ad un certo punto l'incognita è quella per cui il prezzo di emissione dev'essere comune ai soscrittori nell’alienazione per pubbliche e minute offerte, ed ai soscrittori a forfait, salva una riduzione di 1)2 per cento che viene, come dicesi, stabilita a vantaggio di questi ultimi. Ora siccome la pubblica sottoscrizione non può ragionevolmente aprirsi che ad un prezzo alquanto minore del corso plateale dei titoli similari, e questi titoli similari nell’aspettativa di una nuova emissione tendono a discendere ad un corso artificialmente basso, sanno i capitalisti e i banchieri che impegnandosi a forfait non rischiano di fare un affare pericoloso. E ben vero che se la somma di rendita riservata alla sottoscrizione pubblica fòsse molto ristretta si potrebbe agire indirettamente sui prezzi e farli sino ad un certo punto salire; ma questi espedienti non si possono mai adoperare in un sistema costituzionale e in un sistema di pubblicità e di concorrenza quale è quello che solo è permesso di Ministero.

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Queste cose sono dette per dimostrare che serie guarentigie vengono ad essere accordate ai capitalisti che s'impegnano nel forfait, benché appaja a chi non entri nello spirito della cosa che si espongono ad una impresa rischiosa.

Il concorso dei capitali per prendere parte all'imprestito fu enorme; noi dobbiam costatarlo, essendo questo uno dei tratti che meglio caratterizzano la fiducia e la simpatia del mondo finanziario come del pubblico verso l’avvenire dell’Italia.

Le domande d’imprestito a partito privato ascesero a 965 milioni di capitale. Il ministro delle finanze fu costretto a respingere la domanda di 70 milioni di banchieri olandesi, perché giunta trascorso il termine dell’accettazione. La riduzione fatta alle domande fu del 42 per cento.

I principali sottoscrittori furono

Casa Rothschild di Parigi, 150 milioni.

Fratelli Bolmida e Barbaroux di Torino per conto proprio e d’altri 123 milioni.

Cassa del Commercio di Torino per conto proprio e pel duca di Galliera, del banchiere Balinzaghi di Milano, ecc. 114 milioni.

Koenigswarter banchiere di Parigi, 56 milioni.

Fratelli Nigra di Torino, 70 milioni.

Geisser e Monnet di Torino, 40 milioni, più per conto del sig. WeilWeiss, 20 milioni.

Erlangen di Francoforte, 36 milioni.

Carlo Defernex 26 milioni.

Bondi di Livorno, 26 milioni e mezzo.

Goldsmid di Francoforte, 20 milioni.

Brot di Milano, 20 milioni.

Zaccaria Pisa di Milano, 20 milioni.

Ubaldi di Milano, 20 milioni.

Fratelli Tedeschi di Genova, 20 milioni.

BASTOGI

Ministro delle Finanze

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Generale Solaroli, 13,400,000 fr.

Heme di Francoforte, 6 milioni e mezzo, ecc. ecc.

Ecco dei resto il decreto del ministro delle Finanze Pietro Bastoggi a questo soggetto:

IL MINISTRO DELLE FINANZE

Visto il Decreto Regio del 21 luglio corrente, che determina le Dorme per l'imprestito di 500 milioni approvato con legge del I7 stesso mese;

Viste le domande di coloro che si sono obbligati a prender parte al detto imprestito, ciascuno per somma non inferiore a centomila lire di rendita;

Per effetto delle facoltà concedutegli coll'articolo 10 del Decreto medesimo.

Determina quanto segue.

Art. 1. La parte della rendita destinata all’alienazione mediante partito privato è fissata a lire cinquecento sessantaquattro milioni di capitale nominale, pari a lire ventotto milioni duecento mila di rendita al cinque per cento.

Art. 2. Il prezzo di acquisto è di lire settanta e centesimi cinquanta per ogni cinque di rendita.

A ciascun acquirente è accordata la provvisione del mezzo per cento sul capitale nominale.

Art. 3. le offerte saranno ridotte in proporzione della eccedenza della somma loro su quella fissata nell’art. l, o in ragiono del quarantadue per cento.

Art. 4. Il modo del pagamento sarà regolato conformemente al disposto dell’art. 2. del Decreto Regio del 21 luglio cominciando però a contare la decorrenza del termine pel pagamento del secondo decimo e delle altre rate successivo dal 1. agosto prossimo entrante.

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Art. 5. Le disposizioni degli articoli 5, G, 7 e 9 del sue citato Regio Decreto sono comuni alla sottoscrizione a partito privato.

Dato a forino addì 27 luglio 1861.

PIETRO BASTOGI

II.

I risultati dell’emissione del prestito, e le conseguenze che potevano portare alla situazione dell’Italia, determinarono dalla parte del governo pontificio una protesta, di cui noi abbiamo tradotto il testo francese dal giornale La Patrie sotto la data del 23 Luglio.

S. E. il Cardinale Antonelli, d’ordine di Sua Santità al Corpo diplomatico la seguente nota:

Roma 9 luglio 1861.

La lealtà con cui il governo della Santa Sede adempie ai suoi impegni, malgrado le critiche circostanze in cui si trova in seguito alla sacrilega spogliazione della maggior parte de'  suoi dominii, non gli permette di conservare il silenzio in presenza dell’imprestito di 500 milioni di f. che il governo piemontese ha risoluto di contrarre.

Per poco che si consideri colla più leggiera attenzione questo divisamento, si vedrà chiaramente che una somma si enorme non è solamente destinata a provvedere ai bisogni del Piemonte propriamente detto, ma che sopraccaricandone pure le provincie tolte al Sommo Pontefice loro legittimo Sovrano, esso tende ad accrescere d’un nuovo debito pubblico il cumulo delle usurpazioni e a lasciare per una lunga serie di anni lamentevoli traccie i gran detrimento delle popolazioni dello Stato Pontificio.

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Per conseguenza il Santo Padre, nella coscienza dei doveri che gli incombono verso il sacro patrimonio della Chiesa e verso i suoi proprii sudditi, non può fare a meno di protestare contro questo imprestito, dichiarando che egli non intende punto riconoscerne gli effetti per ciò che concerne l'interesse dello Stato Pontificio.

Il sottoscritto Cardinale, Segretario di Stato, notificando a Vostra Eccellenza questa dichiarazione di Sua Santità, la prega a volerne dar comunicazione al suo governo per servire di re gola al bisogno.

Colgo l'occasione ecc. ecc.

Firmato G. C. Card. ANTONELLI

Già l'ex re delle due Sicilie aveva alzate le sue proteste all’epoca della presentazione del progetto del prestito al parlamento italiano. Estragghiamo dalla Gazzette de France il documento relativo:

Roma 25 maggio

Signore,

Il governo del re di Piemonte ha testé presentato al Parlamento di Torino un progetto d’imprestito di 500 milioni di franchi. Se si trattasse unicamente d’una operazione finanziaria del Piemonte e per lui solo, un altro governo non dovrebbe immischiarsene; ma siccome la maggior parte di questo danaro sarà destinata a stendere maggiormente il giogo che pesa sulle popolazioni delle Due Sicilie e ad accrescere con un nuovo debito pubblico gli aggravi che il disordine dell’usurpazione rende insopportabili,

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Sua Maestà si crede obbligata verso se stessa e suoi popoli di protestare altamente contro questo progetto d’imprestito, dichiarando fin dal presente (perché nessuno si faccia illusione sopra ciò) che essa è decisa a non mai riconoscere gli effetti per ciò che riguarda gl'interessi delle Due Sicilie.

Vi compiacerete, o signore, di dar comunicazione di questa protesta al ministro degli affari esteri del governo presso del quale siete accreditato.

Gradite ecc.

DEL RE

Non pertanto, contro l'opinione pubblica siffattamente pronunciata e decisa nulla valsero le proteste dei sovrani spodestati ad impedire la concorrenza dei capitali. Malgrado le manovre degli antichi partiti, noi abbiamo vedute le soscrizioni al prestito ammontare a 950 milioni, laddove il governo ne aveva richiesti non più che 500. La morte di Cavour aveva servito d'argomento ai fogli leggittimisti per attaccare il credito del regno nascente; secondo essi non doveva tardare di esser trascinato fatalmente nel precipizio che g' era aperto sotto il suo gran ministro. Così non dee recar maraviglia che gli ultimi momenti del grand’uomo di Stato abbiano ispirato ai giornali una violenta polemica, pretendendo gli uni che il Signor di Cavour avesse fatto delle ritrattazioni per ottenere gli ultimi soccorsi della religione, ed affermando gli altri, che il Padre Giacomo avesse dovuto domandare a Roma i poteri per assolvere il cristiano dei falli da lui commessi come uomo politico contro la Chiesa. Altri fogli finalmente pretendevano, che la corte pontificia aveva spinto la dimenticanza dell’ingiurie fino a far celebrare delle preghiere per l’anima del ministro del re $ Italia.

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In mezzo a tutte queste versioni ' più o meno assurde, ci basterà di citare, per fissar l'opinione dei nostri lettori, la lettera che indirizzò il Sig. Gustavo di Cavour, fratello del defunto alla Gazzetta de France le quale faremo seguire da un articolo del Giornale di Roma. Ecco questi due documenti. Abbiamo stratta la lettera dal giornale Les Nationalitès.

Torino 20 giugno.

Signor redattore,

L'articolo della Gazette de France che mi avete segnalato contiene gravi inesattezze sulle circostanze che accompagnarono gli atti religiosi coi quali il mio amatissimo fratello volle consecrare l'ultimo giorno della sua vita mortale. E assolutamente falso eh' egli abbia fatto o che siasi voluto esigere da lui prima della sua morte una ritrattazione formale in presenza di due testimoni.

E falso parimente che siasi fatto domandare per telegrafo a Roma un'ultima assoluzione per lui dal Sommo Pontefice.

E falso che il nostro curato il quale lo ha ammirabilmente assistito al letto di morte, siasi poi recato a Roma. Questo degno ecclesiastico, al quale mio fratello accordava molta stima e simpatia non ha lasciato Torino dopo il giorno fatale del 6 giugno, e celebrerà domani nella sua chiesa parrocchiale un ufficio solenne io memoria del suo antico parrochiano.

Aggradite, signore, la espressione de'  miei sentimenti di perfetta considerazione.

Firmato G. CAVOUR.


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Roma 25 Giugno

«Molti giornali hanno parlato di suffragi che si pretendono ordinati pubblicamente dalla Santità di Nostro Signore per il ri poso eterno del testé defunto conte di Cavour.

«Non è meraviglia che, fra la tanta ipocrisia di questo secolo, siasi studiato di dare ad intendere che un uomo il quale in pubblico Parlamento confessò di avere cospirato per dodici anni abbia chiusa la sua mortale carriera con tutte le apparenze che caratterizzano un buon cattolico: tornava ciò acconcio all’intendimento di mostrare che egli avesse operato benissimo quando invadeva le altrui ragioni; e quando usurpava e manometteva i più sacri diritti.

«Quanto però si è asserito da quei giornali intorno ai pubblici suffragi ordinati da Sua Santità in questa capitale dell’orbe cattolico, è interamente falso. E quantunque il Santo Padre, mentre quel ministro Sabaudo era in vita, non cessò mai di pregare l'Altissimo perché a lui concedesse la grazia di ritornare sul retto sentiero, nondimeno se, avvenuta la sua morte ha offerto suffragi per quell’anima l'avrà forse fatto segretamente non già nella guisa che si è preteso, essendoché l'ignorarsi del tutto le circostanze che accompagnarono gli ultimi momenti del defunto, divietino qualsiasi manifestazione pubblica.»

Fu appunto per conoscere con certezza questi fatti, i quali erano per la polemica appassionata dei giornali da due mesi rinvolti nelle tenebre piuttosto che rischiariti, fu appunto, dicevamo per conoscerli con certezza, che il Papa chiamò a sé il Rev. Padre Giacomo verso la fine del mese di Luglio. A questo soggetto l'Opinione di Torino s'espresse in questi termini.

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Torino 22 Luglio

«Questa mattina, 22, è partito per Roma il Rev. padre Giacimo, amministratore della parrocchia della Madonna degli Angeli, in seguito ad invito ricevuto dal suo Provinciale.

«Il Papa avendo espresso al Provinciale dei minori Osservanti il desiderio di apprendere dalle labbra stesse di frate Giacomo i ragguagli degli ultimi momenti del Conte Cavour, quegli scrisse tosto, invitandolo a partire, o, qualora, non avesse potuto assentarsi, ad Sviare un altro frate, dotto ed informato abbastanza di ciò che desideravasi di sapere.

«Il Rev. padre Giacomo, non credendo opportuno di farsi rappresentare da altri, si è recato egli stesso a Roma, dopo assicurazione avuta dal suo superiore, che avrebbe potuto ben tosto far ritorno alla sua parocchia.»

Lo stesso giorno, che il confessore del conte di Cavour partiva da Torino per Roma, un Concistoro segreto riuniva i Cardinali, e il papa vi pronunciava l'allocuzione, di cui offriamo un sunto preciso estratto dal Giornale di Roma.

«Il Santo Padre, tenendo breve discorso al Sacro Collegio, manifestò la sua soddisfazione per la condotta che ha tenuto e tiene lo Episcopato, per la unione della massima parte del Clero e di tanti milioni di cattolici, i quali coraggiosamente si oppongono all'errore, alla ingiustizia, e mostransi in mille guise devoti alla S. Sede. Pur tuttavia non poté non lamentare gli aberramenti di un Vescovo del vicino Regno di Napoli e di non pochi ecclesiastici di quelle provincie; gli scandali di una parte anche distinta del Clero di Milano, imitato malauguratamente da una Colleggiata del Ducato di Modena; quindi i pessimi scritti, cui danno opera alcuni Ecclesiastici indegni del loro caratrere, sia in Milano stessa col riprodurli in un pessimo giornale, cui per antitesi si dà titolo 17 Conciliatore, sia in Firenze, ove una tal perversa Società, intitolatasi di Mutuo Soccorso, meritò da quel zelante Arcivescovo la condanna dalla quale se ne ritrasse un qualche frutto.

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Rimarcò poi i mali che produce la vedovanza di tante Sedi Vescovili in Italia, d’onde si trae profitto per diminuire la salutare influenza del Clero nella moralizzazione dei popoli; e per impadronirsi delle sostanze della Chiesa. Rilevò, che alle pompose promesso fattesi dai nemici del Papato di voler proteggere la Chiesa e il suo Capo, fanno orribile contrasto la piena di libri empi e la persecuzione dei Ministri di Dio; questa ordinati, quella protetta dalle leggi invocate in loro favore dagli autori stessi dei perversi scritti. Accennò di avere manifestato al Rappresentante di Francia presso la Santa Sede che, mentre sente tutta la'  gratitudine pel valido appoggio che presta la generosa Truppa di quella grande Nazione in Roma, non poteva dall'altro canto dissimulare l'abuso che i nemici dell’ordine già anno e continueranno a fare dell’atto di ricognizione del preteso Re d’Italia; atto che produsse nel suo cuore una affliggente sorpresa.

Chiuse il suo discorso, esortando tutti a confidare nella Divina Provvidenza, che tutto regola paternamente, ed a cui inculcò si continuassero, con più intenso fervore, preghiere per affrettare, dopo i giorni della Giustizia, quelli della Misericordia.

III.

Rientriamo ora a Napoli col nuovo locotenente del re. Il general Cialdini, che veniva a rimpiazzare il conte Ponza S. Martino, non menava seco rinforzo veruno di truppe: egli aveva, diciamolo pure, un nome quasi impopolare presso i Napolitani a cagione delle sue controversie con Garibaldi, e frattanto aveva un gravoso compito a riempiere. Il brigantaggio rinvigorito per lo spirito conciliativo dell’amministrazione precedente, aveva invaso circa i due terzi delle provincie; la cospirazione s'agitava netta capitale; finalmente la paura, lo scoraggimento e la sfiducia regnavano per tutto. Bisognava adunque gran coraggio e grand’energia per provare di ricondurre Io spirito pubblico, rassicurare il paese, e mostrare all’Europa la possibilità d’assimilazione dei Napoletani coi Piemontesi.

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Un diplomatico Francese aveva detto al generale prima della sua partenza da Torino: voi avete Napoli, ma bisogna provar che l'avete. E a questo appunto si dedicò Cialdini.

Con un proclama pieno di forza colpi, e si conciliò da principio i Napoletani. Così egli s'espresse:

PROCLAMA DI CIALDINI

Napoletani!

Il Governo del Re mi mandava tra Voi coll’incarico speciale di purgare il vostro bel Paese dalle bande di briganti che l'infestano.

Accadde poi la deplorata dimissione del conte Ponza di San Martino, ed in allora volle S. M. con Sovrano Decreto del 14 corr. nominarmi Luogotenente del Re in queste Provincie. E ciò, senza dubbio, nello scopo di riunire in una mano sola i poteri militari e civili, onde agevolare così la riuscita del mio mandato. Io giungo preceduto da cortese testimonianza di benevolenza che amava darmi il Municipio di Napoli facendomi concittadino rostro. Onorificenza lusinghiera cotanto e cara al mio cuore Di' imponeva un debito di gratitudine, e qui venni a soddisfarlo.

Ma poco o nulla potrei senza di Voi. Con Voi tutto potrò. Fra chi ruba e vi assassina, e chi vuol difendervi sostanze e vita, la scelta non panni dubbia.

Mi affida quindi il naturale criterio del buon popolo Napoletano ed il senno della sua mirabile Guardia Nazionale. Invoco ed attendo con fiducia l’appoggio delle frazioni tutte del gran Partito liberale, giacché quistione è questa di sostanza, non di forma, di comune, non di particolare interesse.

Tregua or dunque alle irritanti polemiche. Chi vuole la Libertà sotto la garanzia delle Leggi fortemente sostenute ed equamente applicate, chi vuole l'Italia libera ed una con Re Vittorio Emanuele, sia meco, che altro io non desidero, non voglio non propugno.

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Un grido, un sol grido, che esca da'  petti nostri, purché simultaneo e concorde, avrà un eco possente, irresistibile dal Tronto al greco mare. Esso basterà a disperdere in breve le bande reazionarie; ed a gettare lo sgomento nell'animo di chi le paga da lungi, le muove e le dirige.

Quando rugge il Vesuvio, Portici trema!

Napoli, 19 luglio 1861.

Il Generale d’Armata

Luogotenente del Re

ENRICO CIALDINI

Il Conte Ponza di S Martino aveva indirizzato prima della sua partenza, la seguente lettera al Sindaco:

Illustrissimo Sig. Sindaco

Un telegramma del barone Ricasoli, presidente del Consiglio dei ministri, mi annunzia che Sua Maestà ha accettate le mie dimissioni.

Prima di partire io sento il bisogno di ringraziare lei, l'amministrazione municipale, e la popolazione tutta per la cordialità con la quale mi hanno sorretto nella breve ma laboriosa mia amministrazione.

Parto profondamente addolorato di non aver potuto condurre a termine il mio lavoro di conciliazione e di riordinamento interno.

Forte dell’appoggio della popolazione che non mi ha fallito mai, io ho tanto maggiormente sperato di poter compiere l'opera mia, in quanto che rifuggendo da ogni mistero, da ogni segreto, ho sempre posto la popolazione in grado di valutare ogni mio pensiero, e non ho trovato mai che parole di conforto e di benevolenza.

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Parto colla convinzione di non aver transatto mai col mio dovere, e porto con me la fiducia di conservare quella benevolenza di tutti, della quale principalmente in questo momento ricevo tanti e sì commoventi attestati.

La prego di accettare coi miei ringraziamenti le proteste della mia distintissima considerazione.

Am. obb. Serv.

DUCA DI S. MARTINO

Ma se questa lettera non era sufficiente nel momento da poter giudicar delle cause della dimissione di Ponza di S. Martino, la lettera seguente al Conte Gallina le determinò abbastanza con chiarezza. Noi l’abbiamo estratta dal giornale la Monarchia Nazionale.

Torino, 22 luglio 1861.

Ill.mo. Signor Conte,

Ella mi fece conoscere il desiderio di udire da me in Senato le ragioni per cui io avessi rassegnata la carica di Luogotenente nelle provincie napoletane. Non avendomi potuto trovare presente alle ultime tornate mi reco a debito di dargliene contezza per iscritto.

Ella sa, come io cercassi da varii anni di vivere lontano da ogni ufficio politico. Pure professando col conte di Cavour l’opinione che la questione italiana interna s'avesse principalmente da risolvere a Napoli, e veggendo come il Governo non sapesse a qual altra persona confidare il reggimento delle provincie napolitano, feci alla patria il sagrificio delle mie inclinazioni.

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Ella sa, come usando io ampiamente della libertà di azione che mi era concessa, inaugurassi in Napoli al primo giungervi, cioè il 20 maggio, una politica di conciliazione, di legalità e d’ordine. Sebbene io confidassi di trovare una grande quantità di aderenti, la mia aspettazione fu tuttavia superata in questo senso che nessuno fu che si opponesse a questa politica, e se le mostrasse avverso. Datomi a studiare il paese io mi convinsi che due erano principalmente le questioni serie da risolvere: cioè il riordinamento delle pubbliche amministrazioni e la sicurezza pubblica.

Le amministrazioni pubbliche non mancavano di buone leggi, di utili ordinamenti, ma da una lunga serie di anni il Governo borbonico le aveva per così dire abbandonate; nel desiderio di crearsi aderenti le aveva riempiute d’un personale esorbitante e persino di fanciulli; ma per non aggravare il bilancio aveva assegnato a tutti stipendii tenuissimi, e tollerava che gl'impiegati cercassero guadagni illeciti, i quali erano talmente passati nelle consuetudini da pervertire la coscienza pubblica.

La rivoluzione nazionale si era compiuta da troppo poco tempo, perché si fosse potuto portare rimedio a questo male. I nuovi reggitori si erano piuttosto occupati della esclusione dai pubblici uffizii di coloro che più erano invisi alle popolazioni, e della introduzione nelle varie amministrazioni di uomini che rappresentassero i principii nuovi: Essi erano talmente incalzati dal bisogno di far molto in poco tempo, che accrebbero ancora la piaga dell’eccessivo numero degli impiegati, l’attitudine ed esperienza dei quali soventi volte non corrispondeva ai bisogni del pubblico servizio.

Oltre a ciò la contemporanea chiamata di tanti gente nuova ai pubblici impieghi aveva svegliata una tal febbre di domande, aveva talmente avvezzata la popolazione a credere che lo Stato dovesse dare impiego a tutti i postulanti, da sconvolgere tutte le buone massime ed i retti principii di governo.

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Io cercai primieramente di non accrescere questi mali col ricusarmi ad ogni nomina di impiegati nuovi. Poi mi posi ad indagare con calma l'andamento degli uffizii e la condotta degli impiegati, togliendo di mano in mano il loro posto a tutti coloro che apparissero cattivi od inetti. Nel tempo stesso mi posi, coll’ajuto dei capi di servizio, a preparare i nuovi ordinamenti organici, per restringerli in quei limiti che erano voluti dall’interesse generale.

Questi provvedimenti e questi studi ebbero sempre l'appoggio tanto del governo centralo che delle popolazioni napolitano; ma non è qui il luogo di entrare in minuti particolari sullo ragioni che facevano sperare un risultato finale abbastanza soddisfacente, perché questa parto è sostanzialmente estranea alla mia dimissione.

Poche volte in vita mia posi tanto amore ad uno studio pratico quanto e Napoli nell'indagare le condizioni dell’ordine pubblico tanto rispetto alla politica che rispetto alla sicurezza materiale. Nello interrogare quanti funzionarii pubblici, quanti fra i più cospicui cittadini venivano a me, nel consultare gli atti officiali del governo, io non tardai a persuadermi che le opposizioni politiche sparirebbero ad una condizione affatto inoffensiva, quando fosse bene provveduto alla sicurezza materiale del paese.

Il principale, il più importante passo era già stato fatto, poiché, grazie alla fermezza ed alla prudenza del Principe di Carignano, si eran fatti cessare i moti di piazza, con provvedimenti che non solo non avevano esarcerbati gli animi, ma avevano trovata favorevole accoglienza.

In questa parte io non aveva se non a seguitare il nobile esempio, e nei due mesi che tenni il governo di Napoli le condizioni dell'ordine pubblico rispetto ai moti di piazza furono quali raramente s'incontrano in popoli da lunga mano assuefatti alla libertà.

Ma la condizione delle provincie era assai grave.

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Un gran numero di condannati fuggiti dai bagni e dalle carceri, riuniti in bande, infestava ancora le provincie.

Queste bande di ladri per procacciarsi favore cercavano di prendere un carattere politico.

Non era per altra parte ordinato un servizio regolare di polizia, non avendosi che mille cinquecento carabinieri, sovra sei mila cinquecento circa che devono costituire la forza destinata in modo normale per le provincie napolitano.

Ma principalmente io incontrai gravissimi pericoli nel non essersi prese le precauzioni necessarie ad ottenere che i soldati del disciolto esercito borbonico, i quali erano appunto allora richiamati in un numero notevolissimo sotto le armi, obbedissero alla chiamata.

Io previdi che in un paese ove il governo non si era occupato dell’educazione militare del popolo, quei soldati non obbedirebbero, se non vi fossero astretti da una forza organata sistematicamente, e mi posi con tale sollecitudine a studiare quest'ordinamento coll’ottimo generale Durando. che il 31 maggio, cioè 10 giorni dopo il mio arrivo in Napoli, mandai al ministero un piano di cui chiedeva l'immediata attuazione.

Benché la forza militare da me richiesta non fosse molto rilevante, ed anzi in proporzione inferiore di oltre un terzo a quella mandata in Sicilia, benché inoltre le provincie napoletane avessero due elementi di disordine che non si trovavano in Sicilia; cioè la presenza nella vicina Roma dell’ex-re Francesco ed i soldati sbandati, puro gli uomini i più pratici delle provincie coi quali io mi era consultato ed ai consigli dei quali mi era riferivo, tenevano per certo che tanto fosse sufficiente a rianimare lo scinto pubblico, e ad impedire che i soldati richiamati andassero ad ingrossare le file delle bande.

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Nè era solo mio intendimento di prevenire la formazione di nuove bande e di distruggere le preesistenti, ma grazie all’ideata distribuzione di parte delle milizie in colonne mobili che replicatamente visitassero ogni terra, era pure mio pensiero di servirmi di quelle forze per far eseguire e rispettare le sentenze dei tribunali civili, per assicurare la riscossione dei tributi, e per ristaùrare in sostanza la piena ed intera aziono delle leggi.

Intanto io poteva riconoscere da varii elementi e da varii latti come il rispetto alla legalità mentre da una parte diminuiva il numero dei nostri avversarii, molti dei quali cercavano solo di vivere pacificamente, per altra parte rialzava, per dir cosi, il governo innanzi alle moltitudini, offrendo loro un bene sempre sperato invano da una lunghissima serie d’anni. Io ho la convinzione che ove fossi stato secondato, con quella confidenza e celerità, sulle quali io aveva sperato di potere fare assegnamento, non solo avrei impedito la formazione delle bande, ma avrei veduto le provincie tutte avviarsi al progresso ed all’incivilimento con uno slancio straordinario e tale da fare loro in breve riparare il tempo perduto sotto i governi passati.

Già prima del mio giungere a Napoli s'era fatto l'esperimento di provvedere a questi bisogni con guardie nazionali mobili, molte delle quali eran tuttora in attività; ma la prova, a mio credere, non aveva prodotto gli effetti che se ne ripromettevano

Questa prova mi faceva desiderare di valermi delle guardie nazionali, ma in modo che per qualche tempo operassero associate alla milizia stanziale onde sotto gli ordini dei capi militari d’ogni colonna mobile imparassero a cooperare al mantenimento della pace ed alla osservanza delle leggi.

Io vedeva il paese disposto a secondarmi in queste vie. Mi pareva che tutti fossero persuasi che la forza nelle mie mani sarebbe stata il mezzo più sicuro e potente di libertà.

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Non fui abbastanza felice per far penetrare a questo riguardo le mie convinzioni nell'animo dei ministri.

Veggendo che le mie previsioni sull’aumento delle bande si andavano avverando, scrissi lettere su lettere nelle quali rappresentava il bisogno di solleciti provvedimenti, manifestando al Ministero fino dal 21 giugno, che quando perdessi la speranza di essere ascoltato mi troverei nella necessità di dare la mia dimissione.

Sgraziatamente si perdette molto tempo, ed é il Ministero non si decise a darmi nuove forze se non quando, per l'incremento delle bande la forza istessa che io aveva chiesto da principio, veniva a rimanere insufficiente.

Allora insistetti vivissimamente per un rinforzo; e già io aveva ragioni per credere che mi sarebbe concesso; allorquando mi giunse la notizia della destinazione del generale Cialdini al comando delle truppe nelle provincie napoletane.

Io sperava che l'illustre fortunato generale col suo arrivo mi aiuterebbe alla pacificazione e farebbe eseguire energicamente gli ordini per i quali io mi teneva sicuro di conseguirla.

Ed io aveva ragione di non dubitarne, in quanto che l’autorità militare, operando sempre in seguito a richiesta dell’autorità politica, era mio proponimento di coordinare le mie domande in modo tale, che il principio della prevenzione prevalse tanto da rendere men necessarii i mezzi di repressione.

Ma per una fatalità di circostanze avvenne che i poteri dati al generale Cialdini erano di tal natura da permettere di operare da sé, e di annullare tutti quei piani di pacificazione che io aveva formato.

Il ministro dell’interno infatti scrivendomi per l’invio di soccorsi a terre minacciate da bande, mi ordinava, con un P. S. di suo pugno, di rimettervi in ciò in tutto al giudizio del generale Cialdini; e con altra lettera mi avvertiva che il generale opererebbe a modo di guerra.

Io era abbastanza invecchiato negli affari per illudermi sulla natura di questi poteri.

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Sapeva da lunga mano che i generali operano a modo di guerra quando hanno un'autorità assolata lor propria; e mi confermava poi in questa idea il generale Cialdini medesimo quando, per dimostrarmi la coesistenza possibile delle nostre due autorità, mi faceva osservare, con lettera del 10 luglio, che aveva esercitato un'autorità consimile nell’assedio di Gaeta, senza che il Luogotenente del Re, che mi aveva preceduto nel governo delle provincia napoletane, si credesse esautorato.

Assicuro V. S. che meditai seriamente su questi argomenti, e che se avessi trovato che le operate innovazioni costituissero semplicemente una questione personale, ne avrei fatto sagrifizi al le ed alla patria mia.

Ma era evidente per me che i provvedimenti del Ministero, qualunque fossero state le sue intenzioni, importavano un cangiamento di sistema.

Mentre io non cessava di dichiarare al Ministero che malgrado l'accrescimento delle bande conveniva reprimerle ordinando la milizia nella forma circoscritta e prudente d’un servizio di polizia, e mi dichiarava in grado di ciò fare con un aumento di forza relativamente assai tenue, il Ministero adottava un sistema intieramente opposto.

Per altra parte l'aver fino a quel tempo sostenuto facilmente il peso del mio arduo mandato non m'illudeva, e consentendo con me quanti amici io m'aveva in Napoli, dovetti riconoscere che tutti coloro ai quali importava conservare gli abusi che io andava estirpando, piglerebbero un grande ardire pel fatto impossibile a nascondersi dell’essere io già esautorato in parte delle attribuzioni della Luogotenenza.

Io previdi finalmente che la mia rinuncia era l'unico modo di mettere il Governo sulla via di riparare il fallo commesso, perché così potrebbe concentrare nel generale Cialdini i poteri della Luogotenenza, e fare cessare quel carattere di guerra alla repressione che avrebbe prodotto gravissimi mali.

Reputo quindi che non si possa da alcuno attribuire la mia risoluzione ad un puntiglio, mi meraviglio che il Ministero non  abbia fatto smentire l'accusa del deputato Nisco

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stampata nell’Opinione, dell’avere io per puntiglio ricusato soccorsi ad Avellino, mentre i miei dispacci, che il Ministero ha fra le mani, gli dimostrano aver io per mia propria iniziativa usato de'  miei poteri per soccorrere la città d’Avellino, fino all’estremo limite, inviandovi, sulla mia responsabilità, truppe che avevano obbligo assoluto di starsene in Salerno.

Colgo l'occasiona per protestarmi coi sensi della più alta considerazione.

Di V. S. Ill.ma.

Dev.mo. e Obbl.mo. Servitore

DI SAN MARTINO

Quali che fossero i motivi personali che avevano potuto determinare la dimissiono del conte Ponza S. Martino, la trista situazione formata alle provincie napoletane dal suo sistema temperato e conciliatore, basta a giustificare e spiegare la sua risoluzione; la quale fu considerata dai fogli reazionari come una disgrazia per il loro partito. Non sapendo a qual mezzo ricorrere per evitare la rovina, che la spada del nuovo locotenente faceva pesare sovra il suo capo, la reazione tentò di render odiosa la condotta energica dell’autorità italiana, attribuendo ai comandanti militari le più atroci barbarie, e guardandosi bene di narrare, anzi colorando a lor modo le ferocie dei briganti, si accusarono ì Piemontesi d’aver fatto fucilare alcuni poveri campagnoli per aver portato un poco di pane agli insorti. Si fece loro un delitto di aver distrutto uno o due villaggi reazionari: finalmente si gridaron loro contro ben altre imputazioni che sarebbe troppo lungo discorso a voler noverare. Il dovere della nostra cronaca essendo di tenerlo mano la bilancia della verità, racconteremo ai nostri lettori il fatto che originò la distruzione dei due villaggi Pontelandolfo, e Casalduni.

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Nel primo giorno d'Agosto 1861, una banda invase Pontelandolfo, che è situato presso Corretto, e col concorso del popolaccio i briganti saccheggiarono il palazzo comunale, e tutte le botteghe: (orzarono la casa del percettore Michel Angelo Perugino ne votarono la cassa, quindi spogliatolo affatto de' suoi vestimenti, lo mutilarono vivo nel mentre che mettevano fuoco alla abluzione dell’infelice, dove il suo corpo finalmente gittarono entro le fiamme, non ancora morto.

Durante più giorni Pontelandolfo stette in potere di quattrocento malfattori, che vi costituirono un governo a nome di Francesco II, e per mezzo di emissari nelle comuni circonvicine fecero sollevare due o tre altri villaggi, sicché quando l'autorità italiana udi questa notizia, spedi l'undici Agosto a Pontelandolfo 45 soldati per mettere in rotta i briganti, che si credeva ammontassero a un centinaio incirca. L'ufficiale italiano Luigi Augusto Bracci locotenente del 36° trasportato dal proprio ardore volle attaccarli, se non che tutto il popolaccio prese le armi, e lo costrìnse ritirarsi con la sua piccola truppa in una vecchia torre a mezza strada da Casalduni. Dopo una vigorosa resistenza li 45 uomini lasciarono questa posizione, e si ripiegarono sopra Casaldoni. La fu un'atroce carneficina.

Sulla strada, serrati da vicino dalle genti di Pontelandolfo, ed attaccati a fronte da quelle di Casalduni, che s'erano imboscati per attenderli, furono oppressi dal numero e massacrati tatti, eccetto un solo, che aveva avuta la fortuna di celarsi in una fratta, e che ha potuto fornire i dettagli di quest'orribile scena di cannibali, in cui contadini e briganti 100 contro uno son solamente scannavano, e mutilavano con rabbia, ma tagliavano a pezzi perfino i cadaveri, perché ciascuno potesse portare in trionfo un brano di quest'orribile macello. Due giorni appresso sa colonna di truppe italiane giunse, e cercò invano gli avanzi quella piccola truppa comandata dal locotenente Bracci. In mancanza dei prigionieri, fu domandato almeno dei cadaveri, e non ottenendosi risposta, si procedette alla ricerca, e non si tardò molto a scoprire nelle case dei brani sanguinosi, e delle membra tagliate, spaventevoli trofei della reazione.

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A questa vista il colonnello Negri che comandava il distaccamento a gran pena poté contenere il furore de'  suoi soldati. Egli aprì un processo sommario, ed apprese che l'infelice locotenente, che nel combattimento era stato soltanto ferito, fu torturato per otto ore, e quindi tagliato a pezzi. Questo fu il colmo: fu dato l'ordine di bruciare i due borghi. Furono arrestati tutti quelli, in cui potere si trovarono dei pezzi di cadaveri, poi si diè ordine alla popolazione di sgombrare dalle case. Alcune ore di poi questi due villaggi non erano più che un ammasso di ceneri e di rovine. Il colonnello Negri annunziava così in un dispaccio il risultato della sua spedizione: Giustizia è fatta contro Pontelandolfo, e Casalduni.

Tale è il fatto, che mosse una delle più forti querele da parte dei fogli reazionari contro il governo italiano. Ecco del resto come la gazzetta ufficiale del regno rispondeva a questi rumori, ed a queste accuse:

Alcuni giornali e corrispondenze estere parlando del brigantaggio nelle provincie napolitane, mentre nascondono per ispirito di parte le atrocità commesse dai briganti, inventano assurde calunnie a carico dei nostri generali e delle nostre truppe.

Per citare una sola di quelle recenti calunnie, si è sparso che un generale italiano abbia fatto fucilare dei contadini perché portavano indosso dei viveri, anzi solo dei pezzi di pane.

Cotesto fatto è interamente falso.

«Le istruzioni date dal governo e dal generale Cialdini sono le seguenti:

«Assicurare la vita salva a tutti coloro che vengono a consegnarsi volontariamente.

Promettere la massima indulgenza a coloro che non abbiano commesso delitti.

«Procedere con tutto il rigore soltanto contro coloro che sieno presi colle armi alla mano e in atto di resistenza.

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«Del resto basta scorrere i giornali di ogni colore politico che si pubblicano nelle Provincie Napolitano per vedere com'essi accasino tutti il Governo del Re anziché di rigore, di soverchia mitezza.

«Il che si spiega facilmente quando si pensi alle orribili ed inaudite atrocità commesse dai briganti.

«Ma il Governo mentre vuole procedere con tutta fermezza, non si dipartirà mai dalle norme della giustizia.

Fedele all’istruzioni dategli, il general Cialdini adottò il piano seguente:

Colpire così fieramente gli agitatori politici, come gli assassini.

Conciliarsi il partito d’azione, che i rigori ministeriali avevano alienato dal governo italiano.

Imporre silenzio alla stampa reazionaria senza colpirla direttamente, al possibile, ma facendola cadere sotto il peso della pubblica riprovazione.

Quanto al brigantaggio, egli risolvette di separare le bande una dall’altra, onde potessero le stesse guardie nazionali delle diverse regioni infestate distruggerlo con qualche piccolo rinforzo di truppe regolari.

Questo piano fu messo in piena esecuzione.

Il 3 d’Agosto verso le 9 ore del mattino una folla imponente di cittadini di tutte le classi invase le stamperie dei giornali reazionari la Settimana, la Gazzetta del Mezzodì, l’Unità cattolica, l'Araldo, Flavia, Gioia, e dopo aver lacerato i fogli, sparpagliato i caratteri intimò con minacce, e sotto pena della vendetta popolare, l'ordine agli stampatori di non più prestar l'opera loro alla pubblicazione di simili fogli, che ogni giorno profanavano la libertà della stampa.

Alcuni giorni appresso al 9 Agosto fu sorpresa una riunione di cospiratori borbonici nelle deliziose grotte di Posi lì po ed a Portici, fra i quali si trovavano il Sig. Maresca vicario, Picca penitenziere, il canonico Buonocore, il curato di S. Lucia, ed altri canonici e curati, e il segretario del cardinale arcivescovo. Fa arrestato anche un gran numero di militari.

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Erano marescialli locotennti generali, generali di brigata, colonnelli, maggiori, e capitani dell’armata di Francesco II, nel cui novero entravano i generali Polizzi, Elgucre, Sigrist, Alfan de la riviere con i suoi due figli, Tabacco, Palumba, Luvera, Echantiz, Manillo e i fratelli Marra. Una parte di questi personaggi fu chiusa nel castello dell’Uovo, altri al castello del Carmine. De Christen fu parimenti imprigionato. Pochi dì appresso furono spediti a Genova quasi tutti questi prigionieri in compagnia di tutti i zuavi pontifici, ed altri legittimisti francesi, che erano stati presi egualmente. Poco dopo il Cardinale arcivescovo di Napoli Riario Sforza s'imbarcò alla sua volta per Roma.

Colpito in questa maniera il partito borbonico, il locotenente del re si occupò di frenare un altro elemento d’agitazione per le Provincie meridionali. Questo era il partito d’azione, che prendeva la sua popolarità dal nome di Garibaldi, sul quale si appoggiava. Nelle ultime elezioni, i candidati repubblicani erano stati eletti: Cialdini comprese che se una vera conciliazione era impossibile fra i liberali ed i retrogradi, un'intesa fra gli uomini del partito avanzato ed i liberali diveniva necessaria. Esso li chiamò a se, e fece loro comprendere l'interesse reciproco, il quale avevano di operar di comune accordo contro il loro vero nemico il partito retrogrado.

Un abboccamento ebbe luogo fra Nicotera, uno dei capi del partito d’azione, e il locotenente del re, in seguito del quale il direttor generale di polizia Spaventa fu sacrificato malgrado i suoi servigi, e 10 anni di carcere duro subito sotto il governo di Ferdinando II. Questa destituzione fu un successo, che ci diè troppo ardire al partito, poiché il giorno appresso alcuni esaltati si fecer lecito di fischiare vari deputati ministeriali venuti da Torino. Cialdini lasciò passare senza castigo quest'ingiuria fatta ai rappresentanti legali del paese, sia ch'egli non volesse darle importanza o sia che gli paresse destreggiare col partito d’azione. Intanto quando Nicotera gli offerì d’organizzare dei battaglioni di volontari, e di formare così delle bande repubblicane, Cialdini rifiutò, perché comprendeva bene ch'egli doveva rimaner signore e non dividere il potere con nessuno per dominare la situazione.

NICOTERA

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Estragghiamo dalla Monarchia nazionale i dettagli di questo ravvicinamento del locotenente del re, e del partito di azione, il cui concorso parve doversi accettare per l'estirpazione del brigantaggio.

Dopo un colloquio tra il generale Cialdini e Nicotera, e dopo una specie di concordato stabilito fra loro pareva che soltanto in caso di bisogno si sarebbe ricorso al sussidio del partito d’azione; ma non fu cosi. Due giorni dopo il colloquio il generale X... avvertiva che Cialdini preferiva armare subito quanto fosse possibile dei volontarii, e ne incaricava direttamente Nicotera dando a lai la facoltà di presentare i nomi, sia di bassa forza, sia della ufficialità, di scegliere i locali per acquartierarli, e riservandogliene il comando per il caso l'azione: questa ultima condizione era richiesta da Nicotera stesso al quale pare che invece si fosse offerto di riconoscerlo immediatamente nel suo antico grado di colonnello brigadiere, e dargli così veste ufficiale nell'organizzazione dei volontarii.

In due giorni di arruolamento già la cifra dei presentati giungeva ad 800: pochi giorni ancora ed il partito d’azione avrebbe avuto 3 o 4000 uomini in armi; ma in una sera tutto fu cambiato. Non saprei dire se inquietatosi tutto ad un tratto delle proporzioni che poteva prendere un arruolamento illimitato; se persuaso dalle persone che lo circondano; se avvertito dal governo centrale, il fatto è che il gen. Cialdini profittando della presenza in Napoli di Fabrizi, faceva dire a Nicotera di andarlo a vedere, e nel tempo stesso dichiarargli che bisognava desistere dall’arruolamento.

Il caso aiutò il gen. Cialdini in questo affare, e gli diede in mano una plausibile ragione per giustificare la nuova misura. Di fatti giunto a cognizione del Luogotenente, prima della pubblicazione del giornale di ieri sera, che la Democrazia sotto il titolo di armamento, doveva pubblicare un articolo in cui si annunciava chiaramente che Cialdini per aderire al voto popolare avrebbe armato il popolo e affidatone il comando a Nicotera,

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Nicola Fabrizi fu dal Luogotenente stesso incaricato di ottenere dalla Direzione della Democrazia che quell’articolo non fosse pubblicato. A ciò si assenti, e la Democrazia usci con due colonne in bianco avendo soppresso l'articolo che troppo apertamente svelava il concordato fra Cialdini e Nicotera.

Questa circostanza servì a meraviglia al Luogotenente, e di fatti l'articolo valse a scusare presso Nicotera la improvvisa determinazione sopra accennata. Il generale Cialdini allegò lo sgomento che si sarebbe sparso nel paese, e che avrebbe percorso lo stesso governo centrale, mentre era necessario che l'arruolamento si fosse fatto senza rumore. Ciò stante il Nicotera declinò compiutamente l’incarico affidatogli.

Questo scioglimento inatteso fece molto senso, e fu variamente interpretato. Taluni lo attribuiscono all’opera del conte Cantelli e del segretario generale De Blasio; ma comunque sia, i commenti furono poco benevoli sia nel campo del partito d’azione, sia nel campo del partito liberale moderato.

Il general Cialdini frattanto era ben lungi di respingere il concorso delle milizie nazionali, anzi lo riclamò vivamente. Ordinò che in ogni distretto facessero organizzare due compagnie di guardia nazionale mobilizzata alla maniera dell'ingaggio dei volontari. Così egli bentosto ebbe a sua disposizione 15000 uomini, dei quali avrebbe potuto fare a meno, come rinforzo alle truppe regolari, ma le quali egli voleva interessare alla difesa del paese, perché importava al governo italiano di mostrare all’Europa, che l'armata non marciava sola alla repressione del brigantaggio, e che combattendo per il popolo napolitano, ella non comprimeva punto, come pretendeva il partito borbonico, i movimenti spontanei della popolazione.

Questa organizzazione delle milizie cittadine fu una gran fatica per il locotenente, dovendo occuparsi in riviste ed ispezioni continue; le quali però lungi dall’affaticare i nuovi soldati, lusingava il loro amor proprio nazionale, oltreché anche piaceva molto al popolo napolitano.

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Cialdini non si lasciò sfuggire questa occasione di popolarità, anzi la seppe accrescere associandosi, per mezzo d’una lettera ch'egli scrisse al sindaco di Napoli alla festa che si organizzava in memoria dell'ingresso di Garibaldi. Ecco la lettera;

Illustrissimo Signore,

Sento il debito di manifestare al patriottico Municipio di questa illustre Città la mia molta riconoscenza per l'iniziativa da lui presa onde l'anniversario dell’entrata in Napoli del Generale Garibaldi venga celebrato con quella solennità, che a sì grande e fausto avvenimento si addice. Ciò facendo, codesto Municipio percorreva i voti del paese, esaudiva i miei desideri e secondava le intenzioni del Governo del Re.

L'arrivo in Napoli del celebre Dittatore, innanzi a cui un esercito ed una dinastia andavano fuggenti, fu il più mirabile fatto che la sagacia e la temerità abbiano mai compiuto, fu il fatto più fecondo di risultato, che la storia della Rivoluzione ricordi e racconti.

Ogni cuore che palpiti per la libertà della patria nostra, ogni anima che senta l'amore d’Italia, ogni uomo che di liberale ed italiano abbia nome, si associerà riverente a quella festa, che festa della Nazione intera diventa e non di Napoli sola.

Ai nostri nemici, ai vinti borbonici soltanto potrebbe sorridere l'idea di turbarla con qualche sconcio disordine. Facciano pare. Le baionette della Guardia Nazionale e delle Truppe di Linea sapranno far rispettare la dignità della festa, e sapranno dar senno a chi lo avesse perduto.

La prego, illustrissimo signor Sindaco, di partecipare i sensi della mia gratitudine all’Eccellentissimo Municipio di Napoli e di gradire l’assicuranza della mia distinta Considerazione.

Napoli 19 Agosto 1861

Il Luogotenente Gen. del Re

CIALDINI


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Il compito del general Cialdini non era pertanto scevro di amarezza. Uomo di guerra e d'azione, egli non poteva sì agevolmente acconciarsi alle difficoltà ed alle lungaggini amministrative. Per questo si determinò verso il 16 Agosto ad offerire la sua dimissione di locotenente del re per tenersi alla posizione di comandante militare. Nel suo dispaccio egli diceva al capo del gabinetto italiano; che non aveva accettato la locotenenza di Napoli fuorché provvisoriamente, che la sua missione era di purgare il paese dal brigantaggio, e che riempirebbe il suo mandato purché venisse sbarazzato del governo civile.

II ministro Io invitò a conservare le sue funzioni di locotenente del re fino a tanto che fosse provveduto al suo rimpiazzo. Tuttavia il conte Cantelli e di Blasio, segretarj generali della locotenenza in disaccordo col generale Cialdini furono tolti dalle loro funzioni dalle quali a dir vero s'erano già dimessi per volontaria rinunzia.

A quest'epoca gli ufficiali dei reggimenti svizzeri disciolti dell’antica armata borbonica, molti de'  quali s'erano mischiati nelle congiure della reazione, avevano ordine di abbandonar Napoli, come del resto tutti i loro compatrioti nella medesima situazione di loro erano già stati espulsi d’Italia per ordine del governo. Questi ex ufficiali si presentarono al generale Cialdini pregandolo di lasciarli risiedere a Napoli, ed assicurandolo che non si sarebbero impacciati di politica. Il locotenente del re rispose col rifiuto, aggiungendo: Fu un tempo ch'io stimava molto la Svizzera come un asilo della libertà; al presente io la rispetto, ma non posso tenermi dal constatare con dispiacere che da un anno in qua ho trovato continuamente degli ufficiali svizzeri fra i più accaniti nemici dell’Italia. Io ho incontrati Svizzeri a Perugia, a Castelfidardo, ad Ancona, al Garigliano a Gaeta, a Messina. Il General Garibaldi incontrò Svizzeri al Volturno, ed ora che il re d’Italia mi affida le provincie napolitane sono ancora Svizzeri dell’antica armata borbonica che io trovo mischiati con i cospiratori, e nei complotti reazionarii.

Del resto la situazione di questi ufficiali svizzeri era stata oggetto dei reclami dell’ambasciatore elvetico.

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Noi citeremo duo note dell'inviato svizzero, che abbiamo estratto dal Bund: Cuna indirizzata al Bai un Ricasoli, l’altra al presidente della confederazione elvetica.

Torino 17 luglio 1861.

Eccellenza,

Io fui dolorosamente sorpreso all’intendere dalla vostra bocca che il governo italiano avrebbe forse cangiata la decisione, communicatami già da tempo dal conte Cavour e poi da voi stesso a me confermata, di permettere anche in appresso agli antichi soldati svizzeri al servizio dell’ex-re delle due Sicilie il soggiorno in Napoli fintanto che essi non si fossero immischiati nella politica del paese.

Io aveva fatto conoscere quella decisione alle parti interessate, che ne avevano ricevuto la notizia, con espressioni di riconoscenza, ed avevano preso l'impegno sul loro onore di non prendere alcuna parte ai movimenti suscitati in Napoli dall'antico governo.

E la stessa notizia aveva comunicata al console federale al quale sta grandemente a cuore che tutti i cittadini svizzeri possano godere in tutta l'Italia dei diritti di libero soggiorno guarentiti dal trattato di commercio del 18 giugno 1858 tra la Sardegna e le Svizzera, quando non siansi fatti colpevoli di un qualche atto degno di biasimo.

Perché si possa modificare una decisione presa da due ministri, devono potersi invocare gravissime ragioni. Giacché i miei connazionali, forti delle loro buone intenzioni, e fatti sicuri dalla loro condotta non molesta ad alcuno, non possono credere di essere minacciati da una popolazione la quale, almeno in quanto è a mia cognizione, non ha fatto contro di essi alcuna dimostrazione e non potranno mai credere che un provvedimento dal quale essi sono tratti in rovina sia stato suggerito dall’intenzione di far loro un bene.

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lo credo quindi di aver il diritto di richiedervi quali siano queste ragioni — di qualunque specie esse possano essere — relativamente alle quali io non posso pretendere di pronunciare un giudizio, in considerazione dello stato eccezionale in cui si trova la provincia di Napoli, cosi che io possa almeno spiegare al console federale le ragioni di questo improvviso cangiamento di risoluzione, per il quale sono rovinate tante onorevoli esistenze. Ed infatti tra quelli che vengono colpiti da questo provvedimento si trova un buon numero di veterani domiciliati in Italia da venti o treni' anni, tutti gli interessi dei quali sono in Italia e che non avendo nella Svizzera alcuna fonte di rendita non sono più in grado. per la loro età di procurarsi i mezzi di esistenza, e per il mantenimento dei quali nella Svizzera sarebbe del tutto insufficiente una pensione calcolata dietro il buon mercato dei viveri in Napoli.

Io prego in conseguenza il governo di S. M. a non voler ricorrere, se non in caso di necessità, ad un provvedimento — che, ne sono convinto, sarebbe giudicato molto crudele in Isvizzera; dove la popolazione è avvezza a trovare nei rapporti internazionali coll’Italia una grande cordialità — quando non si possano citare fatti che giustifichino questo provvedimento come una di quelle eccezionali necessità che la buona politica impone alle volte ad un governo.

Io prego istantemente il governo del re a voler riflettere che gli uomini dei quali si tratta, tutti soldati, che non avevano altra professione all’infuori di quella delle armi, avrebbero corso pericolo di perdere la pensione con tanta fatica acquistata, il solo sostegno della loro vecchiezza, quando non avessero seguito a Gaeta l'ex-re di Napoli.

Sicuramente non vi sarà in Isvizzera alcuno che voglia negare il diritto di espellere da un paese, la tranquillità del quale fosse per opera sua minacciata, qualunque di quegli antichi soldati svizzeri che avesse dato fondate ragioni di sospetto anche piccolissimo.

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Ma sembrerà a tutti cosa molto dura quella che si vogliano colpir tatti colla pena dell'esilio, senza far distinzione di colpevoli e di innocenti, un mese appena dopo che fu ad essi accordato il permesso di rimanere a Napoli.

Permettetemi, sig. presidente, che io vi ricordi come senza i due decreti dell’antica Dieta e della Assemblea federale, coi quali vennero vietate le capitolazioni ed il servizio militare degli Svizzeri all'estero, sarebbe permesso di credere che la rivoluzione inseguito alla quale le Due Sicilie furon riunite all’Italia, non avrebbe potuto forse compiersi tanto agevolmente. L'Italia può quindi esser grata sotto questo rapporto alla Svizzera la quale non ha esitato dì sacrificare ad un principio liberale gl'interessi di 15,000 suoi cittadini.

Con pieno diritto può quindi la Svizzera domandare che i suoi cittadini siano, nel caso presente, trattati più favorevolmente di quelli degli altri paesi che hanno favorito con tutte le loro forze il reclutamento per i corpi esteri, al servizio dell’ex re di Napoli.

Nella speranza che il governo del Re troverà il modo o di ritardare o di mitigare le risoluzioni delle quali V. E. mi badato comunicazione, prego V. E. ecc.

Firmato A. TOURTE.

Torino 41 Agosto 1861

Eccellenza. Con grave rammarico devo annunciarvi che il ministro, malgrado la capitolazione di Gaeta, mi ha fatto prevedere probabile la revoca della decisione, in virtù della quale era permesso agli antichi militari svizzeri il soggiorno di Napoli. Il generale Cialdini ed il conte Ponza di San Martino chiedono ambedue la revoca di quella concessione, la quale, a quanto essi assicurano, espone ad un sicuro pericolo i nostri connazionali stante l'irritazione grande che esiste contro di essi considerati come agenti passati e futuri del Re di Napoli.

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Io ho parlato colla massima energia contro una tale risoluzione ed ho stimato dover dirigere al ministro la nota che qui unisco in copia.

Mi darò premura di comunicarvi la risposta che sto aspettando.

Ho solamente paura che i nostri connazionali manifestino in modo sconveniente ed imprudente le loro simpatie. Così per esempio quando un console oltremodo reazionario, appena ricevuta la notizia della morte del conte Cavour si affrettò a preparare un grandioso pranzo, tutti gli invitati, ad eccezione di sette o otto svizzeri, ebbero il buon senso di non accettare l'invito. Quegli svizzeri erano senza dubbio nel loro diritto, ma il loro atto è tuttavia molto imprudente, in un momento in cui Chiavone e compagnia tengono la campagna, e ci fanno credere ogni giorno possibile il ritorno dell’antico re. l’inviato dello Stato al quale appartiene il detto console, ne ha severamente biasimata la condotta in una nota diretta al suo governo, della quale mi ha dato lettura.

Aggradite ecc.

Firmato

A. Tourte.

Quella parte del disegno adottato dal general Cialdini per la pacificazione delle provincie meridionali; vale a dire la distruzione del brigantaggio era eseguita con buon successo. Le bande furono divise. Forze italiane occuparono il paese che si stende tra Foggia ed Avellino, le communicazioni col mare Adriatico forano ristabilite di modo che i briganti del mezzogiorno si trovarono isolati da quelli delle Calabrie, e segnatamente quelli del distretto di Cortone ove s'erano ingrossati, si poterono distruggere.

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I campagnoli ed i proprietarii li strinsero colà, e li forzarono a rinchiudersi nei boschi impenetrabili della Sila dove li tennero i disagio finché la colonna del maggiore Rossi giunse a dar loro l'ultima caccia.

Le operazioni eseguite nel bosco della Sila dal maggiore Bossi con i suoi Bersaglieri sono tra le più belle che siano mai avvenute. Egli fece prendere ad ogni soldato tre giorni di viveri in pane, companatico e vino, a guisa degli antichi romani. Poscia a drappelli spartiti, ma congiunti da un comune divisamento penetrò nelle parti più inaccesse della Sila. I briganti si erano riparati a Garigliano, luogo inaccessibile dove non mai si erano inoltrati de'  soldati per quanto audaci. Assaliti impensatamente à sbigottirono tanto che dopo breve conflitto si arresero. Non pareva loro possibile che tanto si potesse. Il bottino de'  briganti, e molti cavalli e gli armenti rubati che essi aveano, caddero nelle ani dei bersaglieri. Ogni proprietario così riebbe il suo, ed i calabresi accorrevano con stupore a guardare que' soldati che avean saputo eseguire un'impresa da loro non creduta possibile. Dei soldati niuno venne ferito; la resistenza non fu grande. La bellissima operazione militare vinse i briganti più delle palle dei moschetti.

Nel bosco di Prato quattro briganti ferocissimi si erano riparati imponendo taglie e rubando intorno. II Capitano della Guardia Nazionale di quel comune, a nome Grillo, arditamente, seguito dai suoi militi, estese una catena di soldati che da ogni banda rinserrava quo' malandrini.

Presi in mezzo, si difesero e due caddero morti, uno prigioniero, e l'altro ferito fuggi. Il capitano Grillo spedì avviso ad Altavilla, dove pare che quegli si fosse ricoverato, per farlo arrestare.

Ma nel centro delle provincie napolitane, e nel Nord il brigantaggio era più pericoloso a cagione della vicinanza delle frontiere romane. La famosa banda di Chiavone vi rappresentava la parte principale.

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Ecco quel che se ne scriveva da Sora alla Gazzetta di Genova.

Sora 2 luglio 1861

Vi do un sunto di ciò che si è operato da Chiavone nei giorni scorsi. — La banda del famigerato Chiavone disceso dai monti confinanti con lo Stato Pontificio, dopo aver sotto Rocca vi va guadato il Liri e traversata la strada rotabile, ove troncarono il filo elettrico, a guisa di turbine devastatore si gettava su S. Giovanni; e quivi dopo aver spogliato le case del sindaco e del costui cugino, vi appiccarono il fuoco. I briganti, sfogata la loro rabbia in questo paese, entrarono in S. Vincenzo inalberando tre bandiere, bianca, rossa e nera, e preceduti da due trombe. L'orda, numerosa di circa 200 uomini, orribile a vedersi pei volti contraffatti e pel lurido vestire, corse al corpo di guardia, e spiccandone lo stemma, lo ridusse in pezzi tra gli urli e le bestemmie: indi si portò in casa dell'egregio cittadino sig. Pietrantonio Corsetti, appartenente al Comitato di Provvedimento per Roma e Venezia, e quivi fu frantumato e consegnato alle fiamme ogni cosa vi si rinvenne, non esclusi i libri, le finestre e perfino le persiane.

Di là i briganti passarono alle case degli altri signori Corsetti, le quali altresì furono di tutto perfettamente spogliate, sicché sono rese inabitabili. Quelli assassini avrebbero fatte prodezze maggiori se non avessero udito i tre rintocchi della campana di Morrea che erano, secondo l’accordo innanzi già udito, il segnale dell’avvicinarsi dei soldati italiani: si dileguarono immantinente fuggendo sul monte soprastante al paese. Uno di essi raggiunto dai nostri soldati, atteso l'ubbriachezza che l'avea estenuato di forze, fu fucilato in mezzo alla piazza pubblica.

Jeri nel confine tra Balsorano e Sora fimi uno scontro verso le ore 12 della notte, in cui morì un sergente ed un caporale fu ferito dei soldati italiani, 5 ne morirono do' briganti e 2 caddero prigionieri.

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Ieri stesso un telegramma di Avezzano diretto a questo Generale, che risiede qui in Sora, diceva che in un altro scontro avvenuto nella Villa di Collelungo furon presi prigionieri altri 15 di quella banda e due trombe dalla Guardia Nazionale di Avezzano e di Magliano.

Il general Govone aveva indirizzato agli abitanti della provincia l'ordine dei giorno seguente:

Ordine del giorno del generale Govone alla Guardia nazionale dell’Abruzzo Ultra II e di Terra di lavoro. Alla brigata Forlì.

Ufficiali, militi e soldati!

Il mattino del 17, le bande del capoladro Chiavone scendevano dal Pontificio per Roccavivi su S. Giovanni e S. Vincenzo, frazioni di Balzorano, e mettevano questi inermi e poveri villaggi a sacco ed a fuoco.

Un distaccamento del 44. reggimento, di 24 uomini, comandati dal sottotenente Sassa, seguito da altro distaccamento di 50 uomini, condotti dal maggiore Marsuzi, accorrevano dal Morino e Civitella Roveto, e le bande si davano alla fuga. Uno dei briganti rimase ucciso. Meritano lode ed il maggiore Marsuzi ed l sottotenente Sassa per la rapidità della loro mossa.

Prese al rovescio le bande, si gettarono sul Collelungo, insegnile da un drappello di quelle animose guardie nazionali, guidate dal rispettivo capitano Jatosti, ed un distaccamento di 50 uomini del 14. reggimento, comandati dal capitano Wulten.

Questa piccola colonna, raggiunta da alcuni militi di Luco, dopo faticosa marcia, raggiunse all’alba del 19 le bande dei ladri sul pendio della montagna che sovrasta Villavallelunga.

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La guardia nazionale e la truppa li attaccarono con tutta la rapidità che l'asprezza del luogo permise. Alcuni perirono. Restarono in mano dei nostri per la celerità della fuga una tromba in ottone, una specie di bandiera, uno stemma di Francesco II, alcuni fucili, ed oggetti derubati.

La banda si vedeva chiuso così ogni teatro di nuova rapina, e dovea gettarsi sulla valle del Uri. per riguadagnar il suo asilo sicuro sulla frontiera del Pontificio.

In questa previsione feci guardare alcuni punti del Uri e disposi per attendere al varco.

Alla mezzanotte del 20 al 21, la banda stava per passare il fiume sotto Balzorano, quando un distaccamento di 50 uomini, comandato dal giovane luogotenente Malagola e dal sottotenente Bondini giungeva sul sito. I briganti sorpresi s'imboscarono, e ricevettero con una scarica a bruciapelo un piccolo drappello dei nostri, ma gli animosi giovani soldati vi si gettarono sopra senza esitazione, sapendo valer meglio la baionetta del fuoco.

Buon numero di briganti ammazzarono sul luogo, buon numero ferirono. Il Malagola ne stese uno a colpi di sciabola.

La banda da quel giorno cessò di esistere. Essa va dispersa in gruppi, che errano affamati per la montagna e gettano le armi.

La guardia nazionale di Solmona e quella di S. Donato, il distaccamento del capitano W'ulten, ed il pelottone della brigata Pistoia che accorsero il 21 da Pescasseroli in vario direzioni su Balzorano e Pesarsolido, appena videro assicurato quello e minacciati questi ultimi, ne incontrarono ed inseguirono vari drappelli. La guardia nazionale di Solmona ebbe a sparare su loro colpi di fucile verso Campo di grano.

Qui è lieto lodare la condotta patriottica della Guardia Nazionale d’Avezzano, che combatteva accanto il distaccamento del capitano Wulten.

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Intanto il generale Chiabrera da Solmona avca spedito in Pescina un pelottone del 35., sottotenente Ventura, con un drappello di quella brava Guardia Nazionale, condotta dal capitano Ricciardi. Questa nuova colonna rinforzata da drappelli della cardia di Pescina e di Ortona, guidata dal capitano Inviti del ii. che si trovava colà per altre missioni, si diresse su Pescassero!i che era minacciato, e su Pescasseroli accorrevano il capitano Wulten e un distaccamento guidato dal capitano Bonino del presidio di Sora, ed un drappello della Guardia Nazionale di S. Donato, comandata dal capitano Tempesta.

Il vicegiudice di Campoli arrestò da solo 4 briganti, che 'lodasse a Sora. Sia lode a lui!

Ufficiali, militi e soldati!

Ai giusti elogi che devo ai distaccamenti di truppa ed alle guardie nazionali per le marcie perenni e faticose, e per Io zelante servizio fornito, mi è dolce di aggiungere lode speciale al colonnello Lopez, al luogotenente Malagola, al sottotenente Boniini, al caporale Gimamonti Pietro, ed al soldato Fosco Michele (delle provincie napolitano), ed all'intero distaccamento del 44., di cui questi fan parte.

Il distaccamento ebbe il bravo sergente Tornuscolo ucciso, e iJ caporale Bigoloni gravemente ferito. Ma la patria volge un sesto pensiero a chi cade per le lei; piangono ed ammirano gli anici, i parenti, i commilitoni.

Raccolgano l'odio degli uomini, e la vendetta di Dio i ladri, saccheggiatori, gl'incendiarii di gente inerme.

Sora, luglio 1861.

Il maggiore generale comandante le truppe

alla frontiera pontificia, GOVONE.

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A S. Lupo provincia di Benevento, l'undecima Compagnia del 62. o il giorno 10 corrente combattette per quattr'ore con circa 200 briganti appiattati ai confini del bosco, i quali si dispersero nell’interno del medesimo bosco lasciando sette morti de' loro e sette prigionieri, da'  quali si è venuto a sapere che quella banda composta in massima parte di Tedeschi, è sconfortata per l'attitudine minacciosa de'  paesi e per la mancanza de'  soccorsi promessi. Dei nostri neppure un ferito.

Un distaccamento di truppa regolare il giorno 10 corrente mosse a tutta corsa da Calitri, in provincia di Avellino verso Ruo, dove la banda di Crocco avea saccheggiate alcune case. I soldati si posero in agguato nel bosco di Monticchio per sorprendere i briganti che dovean ritornare da Ruo. Infatti mentre costoro si riparavano in quel bosco, i soldati gli assalirono. Nel conflitto, che durò più ore rimasero morti circa 20 briganti. Si ha a deplorare la perdita di tre soldati e leggiere ferite di 8. I briganti lasciarono cinque prigionieri e sei cavalli nelle mani de'  valorosi soldati, i quali non ostante le fatiche della giornata proseguirono la loro perlustrazione.

All’alba del giorno 10 corrente il comune di Ruvo, nel circondario di Melfi, fu invaso da circa 60 briganti. A mezzo giorno arrivarono le guardie nazionali di Pescopagano e di Rappone, uno squadrone di lancieri ed una compagnia di bersaglieri, ma i briganti aveano già consumate le loro atrocità, aveano ucciso sette de'  più notevoli liberali, aveano saccheggiato ed incendiato molte case tra cui quelle dell’arciprete, del sindaco, l'archivio comunale e le schede del notaro Patrizio. Tanta strage si commetteva al grido di Viva Francesco II.

Nella provincia di Cosenza fu arrestato un capobanda, al quale un giornale appiccò il nome di Chiavoncino. Indosso a costui fu trovato il seguente documento scritto da un antico brigadiere di gendarmeria:

«Nel Dèbats 8 maggio di Parigi viene trascritto il seguente proclama di Francesco II datato 6 maggio da Albano.

GEN. PINELLI

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«Essendosi risoluto da tutte le potenze del Nord doversi conciliare la confederazione Italiana, e quindi ripristinarsi ai loro posti tutti i principi spodestati, e siccome la mia corona per ogni buon diritto divino ed umano è a me solo legittimamente dovuta, così fra breve sarò ricondotto a voi da una forza militare straniera mia amica, la quale avrà alla testa un principe reale della nostra casa. Essa truppa si occuperà a ristabilire l'ordine costituzionale e richiamare i miei fedeli soldati che mi hanno seguito sul Volturno e in Gaeta. Amnistia generale per tutti i miei popoli delle Due Sicilie, e velo impenetrabile sui passati trascorsi. Saranno concessi alle Finanze dieci milioni, di cui cinque saranno destinati alle sole Calabrie. Saranno mantenuti saldi i miei atti del 25 giugno 1860, dei quali sciaguratamente non si è voluto aspettare lo sviluppo. Voglio sperare che i ravveduti miei amati soldati si uniranno per venirmi incontro, altrimenti mi riceveranno con la forza.»

Nello stesso tempo il general Pinelli sgombrava il piano attorno di Nola, e ne scacciava i briganti che troncavano le rotaie delle ferrovie, e traevano sopra le guardie di strada e sopra i convogli. Finalmente il General Cialdini stesso s'imbarcò all’improvviso e piombò sulla Puglia, ove con qualche compagnia di bersaglieri pose in rotta da 7 in 800 briganti, che quivi si abbandonavano a tutte sorta di atrocità, scannando i fanciulli, le femmine ed i vecchi, incendiando case e ricolti, e spingendo la ferocia fino all’antropofagia. In una lettera d’un prete di Mesti si leggevano le seguenti parole: «Trappiccioni e il suo figlio furono uccisi nella mischia come Giovannicola Spina, di «cui li banditi si mangiarono un pezzo di carne.»

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Fu durante questa breve assenza del locotenente del re che la reazione profittando dello spargimento dello truppe inviate su diversi punti del paese, ebbe spinta per mezzo di agenti segreti la piccola città di Castellammare all’insurrezione. Il disegno sarebbe forse riuscito senza la presenza della flotta inglese nella rada o piuttosto senza lo sbarco inopinato di 7 in 800 marinari inglesi, che scoraggiano, e sconcertarono i progetti della reazione.

L'ammiraglio inglese aveva inviati i soldati a terra sotto colore di far manovrare le sue truppe. Si pretendeva ancora, che alcuni giorni dopo il general Cialdini avesse ricevute dagli alleati d’oltre la Manica una batteria di cannoni per guernire il forte di Sant'Elmo. Questa specie d’intervento fu il soggetto di reclami diplomatici contro l'Inghilterra.


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CAPO III

SOMMARIO

I. LA CAMORRA A NAPOLI ALCUNE PAROLE SULL’ISTORIA DI QUESTA SOCIETÀ SEGRETA — SPEDIENTI POSTI IN OPERA DAL GENERAL CIALDINI  — FESTA DEL 7 SETTEMBRE IN ONORE DELL’INGRESSO DI GARIBALDI A NAPOLI  — FESTA DELLA MADONNA DI PIEDIGROTTA ORDINE DEL GIORNO DEL GENERAL TOPPUTI — LETTERA DEL LOCOTENENTE DEL RE AL SINDACO DI NAPOLI  — II. IL PARTITO MAZZINIANO VUOL FARE CIRCOLAR UNA PETIZIONE PER DOMANDARE LA RITIRATA DELLE TROPPE FRANCESI DA ROMA  — CIRCOLARE DEL MINISTRO DELL’INTERNO MINGHETTI — ALCUNI TENTATIVI DI INVASIONE SULLE PROVINCIE DEL PAPA  — MOVIMENTO MAZZINIANO A PALERMO  — NOTA DIPLOMATICA DEL MINISTRO DEGLI ESTERI SULLA QUESTIONE ROMANA — SMENTITA DI QUESTA CIRCOLARE, DATA DAL CARDINALE ANTONELLA  — ALCUNI BERSAGLIERI ITALIANI PENETRANO DALLA PARTE DI TERRACINA SUL TERRITORIO PONTIFICIO  — UN FATTO SIMILE HA LUOGO DALLA PARTE D’ORVIETO  — ORDINI DELL’AUTORITÀ MILITARE FRANCESE A QUESTO SOGGETTO LETTERA DEL GENERAL DE GOYON AL GIORNALE L'AMI DE LA RELIGION — VIVO ALTERCO FRA MONS. DE MERODE PRO MINISTRO DELLE ARMI E IL GENERALE IN CAPO DELLA GUARNIGIONE FRANCESE  — SUNTO BELLA LETTERA AUTOGRAFA DELL’IMPERATORE AL SANTO PADRE IN QUESTA OCCASIONE  — DIMOSTRAZIONI FATTE A PIO IX ALLA PIAZZA DEL POPOLO

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— III. DIMISSIONE DEL COM. MINGHETTI DAL MINISTERO DELL’INTERNO — IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO BARON RICASOLI PRENDE LA DIREZIONE DI QUESTO MINISTERO, E CONSERVA PER INTERIM QUELLO DEGLI AFFARI ESTERI  — RICEVIMENTO SOLENNE DELL’AMBASCIATORE DI FRANCIA SIG. BENEDETTI PRESSO S. M. VITTORIO EMANUELE  — L'AMBASCIATORE DI FRANCIA CHIEDE DELLE SPIEGAZIONI AL BARON RICASOLI SUGLI ATTACCHI CONTRO IL TERRITORIO PONTIFICIO — CAMPO DI SAN MAURIZIO —  COMPLOTTO DEI PRIGIONIERI NAPOLITANI A FENESTRELLE — SITUAZIONE DELLA MARINA ITALIANA  — QUADRO DELLE FORZE NAVALI DEL REGNO D’ITALIA.

CAPO III.

I.

Esisteva nelle provincie napoletane, oltre la reazione e il brigantaggio, un altro elemento di confusione, a cui tener dietro era ben più difficile cosa al generale Cialdini. E questo era la camorra, società segreta di ladri, e d’altri malfattori d’ogni specie.

Molti de'  nostri lettori hanno senza dubbio udito spesso pronunciare il nome di Camorra e di Camorristi. Senza conoscere con tutta la sua precisione il significato di queste parole, ci pare utile di far conoscere brevemente la storia di questa pessima e perniciosissima associazione,, che è stata per lungo tempo la più schifosa piaga d'una delle più belle contrade del mondo, oggi una delle provincie del nuovo regno d’Italia.

Gli annali della Camorra rimontano un poco alto; essa ebbe origine in Ispagna, sotto il regno di Filippo IV., nel 1625, allor che il paese fruiva dei tesori americani, e che pari al Mida della favola,

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non aveva pane da mangiare in mezzo a tutte le sue sterminate ricchezze, e calpestando co' piedi un suolo non pur fecondo ma prodigo, provando ciò che le nazioni non vivono già di rendite ma di lavoro. Or, mentre i nobili spagnuoli marcivano nell’ingnavia, o lasciavansi portare alla moda dell’idee cavalleresche, il popolo anch'egli si mise in capo di vivere senza fatica; né montava il modo, purché evitasse il patibolo e gli alguasil.

Istintivamente l'idea della forza collettiva era venuta alla mente d’alcuni, e Siviglia un giorno vide nascere sotto l'azzurro suo cielo e l'aureo sole la famosa società dei Pitocchi, il coi ben umile nome era stato preso dai marinari del principe d’Orange nelle provincie dei paesi bassi.

La storia della corporazione (se è lecito accomunare in un sol nome i saldati del lavoro e quelli dell’ozio dei pitocchi di Siviglia) fu buona parte della storia locale di Siviglia e i nomi di Medina Celi, di Medina Sidonia, di Baro, e di altre illustri famiglie della Spagna furono da un piacevole narratore e romanziere francese mescolate abilmente con quelli di Esteban re dei pitocchi e dei suoi poco onorevoli dipendenti nei tempi del governo di Gaspare Gusman conte d’Olivarez o duca di San Lucar (1624-44).

Dalla Spagna questa istituzione di un parziale socialismo passò facilmente dopo la pace d’Utrecht che assicurò le Due Sicilie ad un ramo dei Borboni. Nell’Italia del mezzogiorno, e le tradizioni spagnuole fondarono più tardi colà la camorra, società segreta i cui principali caratteri si confondono con quelli della fraternità dei pitocchi.

I camorristi sono una maniera di frammassoni del più basso ordine i quali si propongono di conseguire coi mezzi ch'erano soliti usare nei tempi dei governi assoluti, non già un fine politico ma un fine finanziario.

Società essenzialmente segreta, la camorra stende le sue ramificazioni per tutte le provincie napoletane, e i suoi emissarii senza sdegnare come oggetto delle loro imprese i palazzi dei grandi sono però principalmente intenti ad usufruttuare il popolo minuto.

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Secondo particolari che in un suo notevole articolo contiene il Tempi di Parigi la gerarchia dei camorristi si divide in due ordini di affigliati, i primi e meno autorevoli dei quali sono soggetti agli altri e non ne hanno i privilegi. I picciotti (grado inferiore) sono i capri emissarii dei loro confratelli maggiori e soffrono talvolta la pena che dovrebbero incontrare questi pei loro misfatti.

Non bisogna però credere che un simile ordine di uomini non abbia le sue regole di generosità. La beneficenza, specialmente fra i membri della Società, ha una importante parte d’azione: vengono talvolta protetti i deboli, e viene mantenuto l’ordine pubblico, vengono bandati i più gravi disordini da luoghi dove la polizia governativa non suole avere accesso.

Ma per contro l'influenza di questa associazione si fa sentire col peso di una tirannia in tutte le fasi della vita popolare cittadina dalla vita della piazza fino a quella della prigione. I camorristi levano sotto forma di minuti soccorsi enormi contribuzioni sul popolo: il cocchiere che per due carlini (84 centesimi) vi trasporta dall’uno all’altro dei punti più lontani della grandissima città di Napoli, sovente deve dividere coll’esattore camorrista, che gli si presenta al luogo di arrivo la piccola mercede ché è il correspettivo del servizio che vi ha reso: il povero fruttivendolo è pure messo a contributo; i venditori di maccheroni a cielo scoperto sono essi pure usufruttuati, e generalmente non v'ha professione che non paghi la tassa più o meno regolarmente alla camorra. Vedesi che distruggendo questa piaga sarebbe facile far pagare le tasso mobiliari e professionali a molti che forse ora ne sarebbero alieni, ma che invece di pagarla in compenso dei servizii che rende al pubblico il governo, la pagano gravissima in correspettivo del permesso che la camorra dà loro di vivere e di lavorare.

I membri della società si riuniscono settimanalmente per dividere fra di loro il prodotto delle tasse ossia dei contributi levati sul pubblico, e la ripartizione è fatta con tutta quella esattezza che gli uomini collocati sotto una disciplina severa sostituiscono talvolta alla coscienza.

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Questa razza di malviventi ha reso e poteva rendere qualche utile servigio ai governi mediante il solito patto di tolleranza che risale ai pitocchi di Siviglia ed anche più oltre: viene affermato uzi che fossero un mezzo di governo più o meno autorizzato, ma la gravità dell’orrore che una simile pratica fa nascere nel nostro paese, poco uso ad espedienti di questa natura è una prova della corruzione dell’idea morale ch'era prevalsa sulle rive del Sebeto e del Volturno.

La camorra, secondo tutti coloro che ne hanno parlato e che si occupano di studiarla, non ha alcuna opinione politica, ma sta per coloro che la pagano. Sarebbe fino ad un cerio punto facile di governare le grandi città del mezzogiorno per suo mezzo, purché si tollerassero le sue esazioni e le sue impunità: anzi pretende» che l'ultimo ministro di Francesco II, che fu pure ministro per qualche tempo dopo la ritirata del Borbone da Napoli, debba a certe relazioni con la Camorra, una parte dei mezzi con cui giunse a maneggiare una parte del popolo napoletano. Pare che in conseguenza camorristi siano diventati più forti sotto il suo governo, anzi siano diventati quasi i padroni di Napoli. Ma il ricorrere ad espedienti tanto disperati, se può essere precariamente utile, ricade con maggior peso sopra l'avvenire, e fa ricordare un regime condannato per sempre. Il regime della libertà per tutti e dell’ubbidienza alle leggi non permette privilegi di natura alcuna e molto meno privilegi d’intimidazione e di violenza. Arbitro nelle discussioni di piazza, tiranno nelle prigioni come nelle taverne, il camorrista pesa sul popolo con tutta l’autorità della paura perché si sa che dietro l'individuo v'ha la società per difenderne le pretese e vendicarne le minime sofferenze. Non era esente la milizia da questa lebbra, come non n'erano esenti gli altri ordini e le altre istituzioni popolari.

La sola differenza fra il camorrista in carcere e il camorrista libero sembra essere che il camorrista libero partecipa alle ripartizioni e conferisce le tasse ch'esso ha levate: mentre il camorrista in prigione lavora per proprio conto; ma in entrambi i casi è protetto dalla società e quindi è sempre potente.

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A Napoli la società aveva dei luoghi di riunione, una cassa comune, ed una forte organizzazione. I capi s'attribuivano dei diritti spaventevoli sugli affiliati. Se essi lor comandavano l'assassinio, questi dovevano sotto pena del capo obbedire. Il camorrista portava addosso di se continuamente due coltelli eguali l'uno per la sua vittima, l’altro per sé. Con la paura si dominavano, o così con la paura esercitavano la loro industria sul pubblico. Questo sentimento ispirato dalla camorra era così potente, che si è visto molte volte delle genti libere ed oneste andare a cercare in fondo delle carceri tale o tal altro camorrista carico di ferri, onde pagargli le contribuzioni di cui erano multati verso di lui.

II general Cialdini comprese che a guarir cotal piaga, generata dalla paura, bisognava rassicurar da principio il paese, ed offerire inoltre dei premi agl'impiegati, ed ai cittadini o guardie nazionali eh' esporrebbero la propria vita per il ben pubblico. Fec'egli a questo proposito la seguente pubblicazione:

Napoli 27 luglio 1861.

È mia intenzione di promuovere dal Governo del Re il conferimento di un giusto premio a quei funzionarii pubblici, Guardie Nazionali e Cittadini che nel combattere i briganti si rendono benemeriti del paese.

Volendo però evitare ogni possibile taccia di parzialità o di men severo apprezzamento dei fatti degni di ricompensa, ravviso opportuno che in ogni Provincia, a scelta del Governatore e sotto la sua presidenza, si formi una commissione di cinque membri al più, il Governatore compreso, alla quale sarà affidato carico di emettere il suo avviso sulle ricompense da accordarsi.

Fra i membri di detta Commissione dovranno annoverarsi il Comandante militare della Provincia, il Sindaco ed altro Consigliere Comunale del Capoluogo, un altro membro scelto fra la Guardia Nazionale ed un Consigliere Provinciale.

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Voglia, Ella, di tale mia determinazione rendere tosto informati i sigg. Governatori delle Provincie ed aggradire frattanto l'attestato della mia particolare osservanza.

 Luogotenente Generale del Re

CIALDINI

All’occasione della festa del 7 Settembre, di cui siamo per narrare i dettagli, il locotenente del re dava una somma di cinquecento ducati a ciascuno degli asili infantili di Napoli, e per una bella ispirazione, prescriveva che nello stesso tempo due mila ducati fossero messi a disposizione della municipalità di Gaeta per creare un asilo d’infanzia al borgo di questo nome, raggiungendo per questo modo la commemorazione della festa nazionale del 7 Settembre ad un pensiero generoso in un paese, dove la bandiera italiana trionfante aveva dovuto un istante coprirsi d’un velo di tutto.

Frattanto il giorno della festa arrivato, la giunta municipale pubblicò il giorno 6 il seguente programma:

Il palazzo del Principe d’Angri sarà decorato con addobbi, bandiere e trofei ed illuminato, per memoria di aver accolto il Grande Italiano: la G. N. vi monterà in tenuta di gala.

Alle ore 3 p. m. la Società Operaia napolitana in omaggio al suo Presidente onorario GARIBALDI, raccolta nella Villa, muoverà preceduta dal suo grande stendardo e dalla banda della G. N.; ed i figli degli operai intuoneranno un inno espressamente composto per tale solennità dal sig. Felice Barilla, e posto in musica dal cav. Mercadante. Il corteggio, che verrà composto di tutte le sezioni degli operai co' rispettivi Presidenti, e chiuso da altra musica nazionale e da Collegi invitati a farne parte, movendo dalla Villa percorrerà i luoghi seguenti — Chiatamone, S. Lucia, Largo di Palazzo, Teatro S. Carlo, Largo del Castello, Fontana Medina, Monteoliveto, palazzo d’Angri, Via Toledo, Chiaia, Grottone di Palazzo ed Egiziaca a Pizzofalcone sino al Palazzo n. 35 sede della Società, ove lo stendardo rimarrà depositato.

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Alla sera vi sarà generale illuminazione per la città, ed il movimento che già precorre la esultanza dei cittadini è argomento pel Municipio, ch'essi gareggieranno nell’ornare di lumi e di bandiere le loro abitazioni.

Alle ore 8 p. m. sarà istantaneamente illuminato il Portico e la Cupola di S. Francesco di Paola; fuochi di bengala e banda musicale rallegreranno quella piazza.

Alle 8 1|2 avrà luogo un fuoco artifiziato al Largo del Castello.

Dalle 9 p. m. in poi la via Toledo, già tutta illuminata a gas con palme e ghirlande sui candelabri, verrà tratto tratto anche rallegrata da fuochi di bengala a tre colori. Dal Largo di Palazzo al Mercatello, ove l'architettonico emiciclo verrà secondato con ornamenti di lumi, drapperie e bandiere tricolori, ed una orchestra con banda musicale ne completerà la gioia.

Da generale illuminazione e da fuochi di bengala verrà nel corso della serata rallegrata ancora la Villa, ove i figli degli operai unitamente agli allievi del Collegio di Musica con accompagnamento di banda canteranno il suddetto Inno composto dal cav. Mercadante, non che il rinomato Inno di Garibaldi.

Un altro fuoco di artifizio preceduto e seguito da'  concerti di una banda musicale avrà luogo nel largo del Mercato, ove il prospetto della Chiesa del Carmine sarà anche architettonicamente illuminato.

E finalmente sullo spianato della grande scala del Real Albergo de'  Poveri gli allievi di quello Stabilimento in numero di 140 tra maschi e femmine canteranno con accompagnamento di banda ed orchestra tre grandi cori, e quindi vi saranno due concerti a piena orchestra eseguiti dagli alunni dello stesso stabilimento. Da Monteoliveto 5 settembre 1861.

Il Sindaco CAV. G. COLONNA

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Ciò che vi fu più notabile in questa festa, non fu già l'esecuzione puntuale del programma, bensì fu l'entusiasmo e la gioia della popolazione napoletana, che si manifestava con trasporti indicibili. Noi rinunciamo a farne la descrizione, ma lasciamo parlarne un testimonio oculare.

Napoli 8 settembre.

Dipingervi lo entusiasmo, la gioja da cui era compresa questa popolazione, mi è impossibile: la mia penna non è da tanto! Dai giornali avrete maggiori particolari, ma per quanto essi si studieranno di descrivere un tal giorno, saranno tutti, ve ne accerto, al disotto del vero. Le son cose, caro mio che si vedono, coesi sentono, ma che non possono ne dirsi, ne mettersi in carta. A mezzogiorno il cannone dei R. legni ancorati in queste acque e delle batterie di terra dava il segnale del principio della festa, e come per incanto furono chiuse o botteghe e negozii e per incanto si videro affollate le piazze e le strade; era un andirivieni continuo, correre a dritta e sinistra di persone tutte contentezza, tutte letizia! I vascelli inglesi in numero di 10 (un solo dei quali era la sera del venerdì alla fonda d’innanzi al porto) si trovarono la mattina d'jeri tutti pavesati, e schierati come io ordine di battaglia di fronte alla città e tutti, niuno eccettuato, presero parte alla festa.

Non fuvvi finestra da cui non isporgesse una bandiera avente la simpatica effigie o di Vittorio Emanuele o di Garibaldi, non una casa (ad eccezione di tre o quattro che furon prese a fischiate) che non fosse, la sera, rischiarata da lampadi ai colori nazionali architettonicamente disposte, non un uomo, non una donna, non infine un ragazzo che sventolando la bandiera non avesse sulle labbra il nome dei liberatori d’Italia. Per ogni dove scorgevate altarini, riccamente adobbati su cui erano collocati i busti alla sinistra di Garibaldi, alla dritta del nostro Re. Sulle principali piazze si innalzavano palchi per fuochi d’artifizio, e per lo musiche militari che con canzoni nazionali e l'inno di Garibaldi

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le mille volte ripetuto e da migliaja di voci accompagnato, fra i più frenetici applausi ed evviva, rallegravano la affollatissima popolazione. Su tutte le bandiere, su tutte le cantonate, in ogni luogo infine, leggevate il motto «A Roma» Ciò che riuscì sorprendente e bella si fu la illuminazione della via Toledo, rischiarata inoltre da frequenti fuochi di Bengala; il tempio e la cupola di S. Francesco di Paola e la passeggiate della Villa i cui alberi ornati di ghirlande e festoni a fiori e lampade ed i rami sparsi di lumicini ai tre colori bianco, verde e rosso riuscirono di un magnifico effetto. Aggiungete a questo te melodie della musica militare e la dolcezza delle angeliche voci di giovanetti operai e poi procurate colla fervida vostra immaginazione di formarvi un'idea della gioja, dello entusiasmo di questo popolo veramente italiano. La festa infine riuscì bella, grandiosa, commovente, e l'ordine non fu ad onta delle voci che da parecchi giorni correvano, menomamente turbato.

La flotta inglese ancorata nella rada si pavesò; e tirò delle salve di artiglieria: onore riservato soltanto alle teste coronate.

Il giorno appresso, 8 settembre, una nuova solennità nazionale e religiosa ebbe luogo, cioè la festa della Madonna di Piedigrotta.

La festa della Vergine di Piedigrotta che è un'antica festa e ricorda due vittorie, quella di Lepanto in cui le navi napoletane congiunte alle spagnuóle ed alle veneziane ruppero in una grande battaglia la flotta turca, e quella di Velletri in cui furono sconfitti gli Austriaci e liberate queste nostre provincie dalla servitù straniera.

Si legge nella storia di Napoli del Capecelatro che il conte di Lemos vicerè di Napoli con gran corteo si recò gli otto di settembre a visitare la Vergine di Piedigrotta. E pare dalle scarse tradizioni che si possono raccogliere che i Napoletani con quella festa ringraziavano la Vergine Maria di averli liberati dai corsari turchi che prima della vittoria di Lepanto infestavano con legni sottili le nostre spiagge e conducevano in servitù tutti coloro che loro capitavano nelle mani.

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Carlo III, il primo tra i Borboni di Napoli ed il solo buono, dopo che a Velletri ebbe vinti gli Austriaci ridestò la memoria di quella festa solenne e vi congiunse la ricorrenza della recente Vittoria contro gli antichi ed ostinati nemici d’Italia. La festa della Vergine di Piedigrotta è una festa nazionale, che i Napoletani debbono conservare gelosamente, perché rammenta una vittoria del cristianesimo contro i turchi, una vittoria de'  napoletani contro gli austriaci. È festa religiosa e nazionale ad un tempo, ed il popolo, fedele alle sue tradizioni l'ebbe sempre cara.

Il general Cialdini orgoglioso di tutto ciò che ricorda glorie italiane, stabilì che con gran solennità si celebrasse quella festa che è napoletana ed italiana ad un tempo: poiché ogni gloria di Napoli è gloria di tutta la nazione italiana.

I 12 Battaglioni della Guardia Nazionale di Napoli con le milizie stanziali si schierarono in due fila lungo la bellissima Riviera di Chiaia, ed il generale Cialdini, a cavallo seguito dallo stato maggiore e preceduto dal Municipio, si recò al tempio per ringraziare la Vergine di Piedigrotta del favore costantemente accordato alle armi italiane.

All’occasione di queste feste il general Topputi indirizzò alla guardia nazionale l'ordine del giorno, di cui porgiamo il testo.

COMANDO GENERALE DELLA GUARDIA NAZIONALE

Ordine del giorno del dì 9 settembre 1861.

della Città e Provincia di Napoli.

Ufficiali Sottuffiziali e Militi

della Guardia Nazionale di Napoli.

Un giorno glorioso per noi fu l'anniversario dell’entrata di Garibaldi in Napoli. Noi abbiam risposto a coloro che ci accasavano; noi abbiam disperse le ingiuriose calunnie lanciateci contro dagl'inimici nostri e dell’Italia. Il popolo Napoletano si versò l'altro giorno nelle vie per festeggiare Garibaldi, per protestare, al grido di Viva l’Italia, Viva il nostro amato Re Vittorio Emanuele, dinanzi all’Europa,

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che vuole l'Italia unita a nazione e che il plebiscito votato in ottobre è ancora la sua fede, la sua volontà. Al cospetto di quel fatto solenne ogni accusa tace: il giorno dell’anniversario del 7 settembre fu un trionfo novello per l'Italia.

Alla festa Nazionale seguì la festa Militare della Vergine di Piedigrotta, festa che rammenta una nostra vittoria a Velletri sopra gl'Austriaci. Uffiziali, Sottouffiziali e Militi della Guardia Nazionale di Napoli, la vostra tenuta era bellissima e sfilaste dinanzi a S. E. il Luogotenente del Re Generale d’Armata Cialdini che si è reso caro ai Napoletani, con un ordine ammirevole da eguagliare le vecchie e ben disciplinate milizie. L'applauso con cui il popolo vi accolse e le generose parole di lode del Luogotenente del Re furono il più bel premio a quelle fatiche ed a quei servigi che da tanti mesi prestaste con tanto zelo.

In una festa non interrotta di due giorni non un caso dispiacevole ebbe a deplorarsi. E ciò, se onora la Guardia Nazionale, onora la civiltà ed il senno del buon popolo Napoletano.

Il Luogotenente Generale della Guardia

Nazionale Senatore del Regno

M. O. TOPPUTI.

S. E. il generale Cialdini indirizzò al luogotenente generale march. Topputi la seguente lettera.

Comando generale del 6. Dipartimento

Napoli, 10 settembre 1861.

Sig. generale,

Nuovi fatti egregi ha la Guardia Nazionale di Napoli compiuti in questi ultimi giorni, e tali che sempre più meritevole la rendono dell’affetto e dell’ammirazione del governo e di tutta l’Italia.

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La calma solenne, mantenuta nel mezzo del tripudio di à numerosa popolazione, è dovuta certamente al suo accordo perfetto col popolo medesimo del quale essa è parte elettissima. Il suo contegno militare, la sua splendida tenuta, e il suo brioso passo marziale, me l'hanno fatta giudicare degnissima di andare a paro dei meglio istrutti battaglioni.

Nel giorno 7, anniversario della entrata in Napoli del celebre Dittatore, e nel seguente giorno 8 che ricorda una bella vittoria riportata sugli Austriaci, la Guardia Nazionale e il popolo insieme hanno come rinnovato il memorando plebiscito di ottobre, e hanno dato nuova mentita alle speranze di gente invida e Discosta, che ognidì più si mostra indegna di aver per patria l'Italia.

La prego, sig. Generale di aggradire di nuovo colle mie sincere congratulazioni l'assicuranza della mia stima e distinta considerazione.

Il Generale d'Armata

Firmato

CIALDINI

Queste feste soddisfacevano certamente lo spirito e il cuore dei Napolitani, ma non portavano alcun miglioramento alla loro situazione materiale. Le municipalità di Napoli s'erano ben più sovente occupate di programmi di feste pubbliche che non di piani di lavori, d’abbellimento, e ingrandimento della loro città. Il locotenente del re credette dunque necessario di chiamar l'attenzione del Sindaco di Napoli sopra queste gravi questioni, e gli scrisse, come segue.

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Illustrissimo Signore,

Se le due giornate del sette e dell’otto corrente tornarono ad immenso onore del Popolo Napoletano e mostrarono ad evidenza com'egli sia spesso accusato a torto e non sia sempre ben compreso: quelle due giornate misero in chiaro eziandio la patriottica sollecitudine e la saggia iniziativa di questo Illustre Municipio.

Misurando tutta l'importanza politica, tutto l’effetto presente e futuro del solenne contegno tenuto dalla Città di Napoli in quei due giorni, che non dimenticherò giammai, io vengo come prima Autorità del paese non solo, ma ben anche come italiano e come liberale a ringraziare questo Nobilissimo Municipio di quanto fece in quella memorabile circostanza.

Dal senno, dal patriottismo suo io traggo lusinghiere speranze, e non dubito che, superate al più presto le difficoltà di dettaglio e di forma e vinti gli inopportuni contrasti, sarà condotto a termine il prestito annunziato al pubblico da qualche tempo, prestito altamente necessario e desiderato molto dal Paese dalla Luogotenenza e dal Governo del Re.

Napoli ha bisogno di una Guardia Municipale, di spazzatori e carrettieri notturni per la pulizia delle contrade, ha bisogno di acqua e di pubbliche fontane, di più facili comunicazioni, di più comode e meglio rischiarate vie. Napoli sovra tutto ha bisogno di allargarsi, di estendersi, perché scoppia od affoga accalcata coni' è. Epperciò si fanno indispensabili nove case e nuovi quartieri. Queste e molte altre cose deve fare successivamente l’Illustre Municipio di Napoli, che non vorrà certo trovarsi inferiore al paragone di quei Municipii che tanto meritavano in Europa dalla moderna civiltà.

Vi vuol coraggio per entrare in una sfera di azione e per gettarsi risolutamente nelle novità amministrative. Lo so. Ma senza coraggio mal si serve la causa pubblica, e d’altronde il datarsi, se qui par cosa nuova, è cosa vecchia altrove. Non si va dunque nell’ignoto. Si tratta solo di seguire gli esempj altrui.

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L'indole mia ed il militar costume portandomi alla più schietta franchezza mi consigliano di avvertire la S. V. Illustrissima come per città corre voce che il Municipio abbia dedicate parecchie sedate a quistioni di lingua.

Sarebbe gran ventura che le condizioni della patria nostra consentissero a noi queste geniali occupazioni e che l'Italia presentasse l’aspetto di un Arcadia felice. Ma nei tempi che corrono le discussioni di lingua hanno poco interesse e sembra che vi siano faccende assai più gravi da trattare.

Tesoro dell’epoca è il tempo. La Nazione no è gelosa custode e chiede stretto conto al Governo, ai Municipii, a tutte le autorità di quel suo prezioso capitale, temendo sempre che vada sprecato o perduto.

L'opportunità raddoppia il valore di ogni misura, ed oggidì non basta fare, ma importa fare a tempo.

Oggidì il progresso dei fatti deve seguir da vicino quello delle idee.

Oggidì l'impazienza del pubblico è grande, imperiosamente grande.

La generazione che creò la locomotiva ed il telegrafo elettrico non sa, non può, non vuol andare adagio.

Prego la S. V. Illustrissima di gradire l'assicuranza della mia distinta considerazione.

Napoli, 13 settembre 1861.

Il Generale d’Armata Luogotenente generale del Re

CIALDINI

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Per ispiegare certi avvenimenti, di cui or ora ci occuperemo relativamente a Boma, egli è necessario riprendere i fatti, che vi si rapportano, da una data anteriore a quella in cui ci troviamo attualmente per ciò che concerne le provincie napoletane.

Se il partito liberale s'era acconciato al parere del governo italiano sulla questione romana, vale a dire s'egli s'era rassegnato ad aspettare, il partito Mazziniano, detto partito d1 azione, bolliva d’impazienza, e non voleva far conto veruno delle difficoltà morali, e diplomatiche, le quali forzavano l'Italia a soprassedere. Una petizione per ottenere la partenza dei Francesi da Roma era preparata in seguito d’istruzioni scritte da Giuseppe Mazzini al Comitato di provvedimento, il quale doveva incaricarsi di fare raccogliere le soscrizioni. Ma il Ministro dell’interno Minghetti, a tempo avvisato, indirizzò ai prefetti la seguente circolare:

MINISTERO DELL'INTERNO

Segreteria Generale

N. 383 P. R.

Consta al sottoscritto, che il partito che s'intitola d'azione ha ricevuto nuovi eccitamenti da Mazzini, onde in tutto il regno si ponga in opera ogni mezzo e si profitti d’ogni incidente, per riaccendere e tener viva nel paese una sorda agitazione, che impedendo al governo di assodare ovunque la tranquillità serva ai ben noti suoi fini.

E poiché la calunnia, sparsa artificiosamente di pretesa cessione di territorii italiani ad estere potenze, non ha trovato alcuno ascolto presso l'università degl'italiani, ha esso attualmente diramato istruzioni, affinché si ricominci a diffondere la falsa voce che il governo del re ha riconosciuta l'integrità degli Stati papali e a suscitare gli animi contro la presenza delle truppe francesi in Roma.

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La S. V. Ill.ma. sa quale sia la politica del governo di S. M. intorno a questa quistione politica ragionata (il testo dice sanzionata e giustamente } ripetutamente dal Parlamento; né ignora similmente quanto e quali siano le difficoltà inerenti a simile questione, quali e quanti i riguardi con cui deve essere trattata. Il gettarla quindi sull’arena delle piazze e far di essa un argomento delle popolari discussioni, non solo porterebbe l'effetto di agitare pericolosamente le passioni, ma riuscirebbe fors'anche ad allontanare quella soluzione alla quale il governo non cesserà d’adoperarsi con ogni sforzo, di concerto col governo francese:

Il vero scopo dell’agitazione che si vuol produrre non sta in ciò che si dice, ma piuttosto in ciò che si tace; non è tanto nel desiderio di vedere adempite le speranze nazionali, quanto in quello di recare imbarazzi interni ed esteri al governo di S. M.. nella cui forza essi trovano un insuperabile ostacolo ai loro disegni.

Premesso ciò, è debito del sottoscritto l'avvertire S. V. Ill.ma. che il partito d’azione ha in animo di chiamare le nostre popolazioni a sottoscrivere una protesta, sortita dalla nota officina di Londra, contro l'occupazione di Roma per parte dei Francesi.

L'invito a firmare sarà diretto tanto ai corpi costituiti, quanto alle società private e ai singoli individui. I comitati di provvedimento, le associazioni ed i circoli politici che furono istituiti nelle varie provincie del regno, per opera di quel partito, useranno ogni mezzo per diffondere nel popolo la persuasione che la presenza della Francia a Roma è il solo ostacolo all’attuatone del gran concetto che, patronato dall’Illustre uomo di Stato mancato in questi giorni all’Italia, forma sempre il cardine della politica dell’attuale ministero

Il sottoscritto ne dà avviso alla S. V. Ill.ma., ond’ella si valga di ogni mezzo legale che sta in suo potere per illuminare le popolazioni da lei amministrate, le quali tratte forse in inganno dalla forma non aspra né concitata della protesta, che sarà loro proposta, potrebbersi lasciare illudere a sottoscriverla, credendo non far cosa nocevole, forse anche utile allo scopo in essa indicato.

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Non dubita poi il sottoscritto che, qualora i modi impiegati per ottenere firme o adesione uscissero dal cerchio di quelli ammessi dalla legge, la S V. Ill.ma. non mancherà d’usare di tutti i mezzi che valgono ad impedire e punire qualunque violazione del diritto comune.

Torino 28 Giugno 1861

Ministro

M. MINGHETTI

La petizione non andò attorno. ma il partito d’azione già non si tenne per vinto. Esso provò di porre in esecuzione ciò che la volontà nazionale non si permetteva di tentare, e provò d’invadere le provincie degli stati papali. Ma questo tentativo non fu preso sul serio da persona, e neppure dai giornali più interessati a dargli qualche grado d’importanza. L'Osservatore Romano così ne parlò:

Lettere recentissime provenienti da Orvieto ci assicurano che da molti giorni sono esposte in vendita camice rosse, le quali vengono indossate da uomini e da donne. C'informano altresì che nella scorsa domenica doveva eseguirsi una dimostrazione in senso repubblicano, la quale non ebbe effetto per causa ignota, essendo stata improvvisamente sospesa, mediante pubblico avviso, la manovra già ordinata della guardia nazionale. Si dice che la guarnigione piemontese sia in qualche allarme e raddoppi le perlustrazioni notturne nelle città. È certo che si tengono congreghe repubblicane, e si aggiunge che sono cola giunte casse d’armi ed anche una somma di cinque mila scudi diretta ad un noto droghiere.

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Uno dei principali agitatori del luogo ha militato sotto Garibaldi in Sicilia ed in Napoli, ed ora si qualifica suo luogotenente.

Quest'agitazione del partito mazziniano si faceva sentire alla stessa epoca fino a Palermo. Noi troviamo nelle corrispondenze dei giornali la verificazione del fatto. La Nazione s'esprimeva così:


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PALERMO, 30 luglio

Un tentativo di dimostrazione di piazza con tutte le apparenze a origine mazziniana, seguita la sera del 28 corrente occasionalmente nella processione notturna della Madonna del Carmelo, ha preoccupato in questi due giorni quasi esclusivamente la pubblica opinione: comincierò con darvi qualche dettaglio sull'accaduto. Una mano d’infima plebe (fra i 20 a 40 individui) e alla cui testa mostravansi due o tre ignoti con divisa garibaldina, cominciarono a far del chiasso dietro la musica militare che accompagnava la processione onde suonasse l'Inno di Garibaldi. Soddisfatte per ben tre volte le loro reiterate istanze, continuarono nelle loro richieste, che il comandante il distaccamento di scorta non credette dover più esaudire.

Allora le grida più sovversive si elevarono da quella ciurmaglia Viva Garibaldi Re del Popolo, abbasso la leva, viva Mazzini e la Repubblica, a cui altre avrebbero forse tenuto dietro se l'uffiziale del distaccamento, appoggiato da una pattuglia di guardia nazionale che sotto gli ordini d’un capitano erasi recata sui luoghi, non avesse con un solo cambiamento di fronte eseguito dal suo pelottone e dai pochi militi nazionali dispersa e fugata quella gente fra i segni più marcati d’approvazione del vero popolo, che presente in gran numero in quell’incidente, si fece rimarcare per i' attaccamento all’ordine ed al Re.

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Però le grida forsennate degli aggiratori, la loro condizione, e l’attitudine calma assunta da qualche giorno fra noi dall’opposizione, fecero giustamente sospettare il pubblico, più i borbonici che i repubblicani autori di quel baccano.

Sopra questi antefatti il Presidente del consiglio ministro degli affari esteri indirizzava la seguente circolare ai rappresentanti ed ambasciatori del re d’Italia.

Ill.mo. Signore,

Nel dispaccio circolare che ebbi l'onore di indirizzare ai Rappresentanti di S. M. all'estero io accennava ai turbamenti ed alle difficoltà, che s'incontravano nelle provincie meridionali del regno, e protestando di non volerli né dissimulare né attenuare, io esprimeva la speranza che quelle provincie, scaldate al sole della libertà, sarebbero tosto sanate dai loro mali, ed avrebbero aggiunto forza e decoro all’Italia a cui appartengono.

Nessuna cagione è sorta di nuovo a scemare le speranze che il governo del Re giustamente ripone nel vigore dei procedimenti presi all’uopo e nel patriottismo di quelle popolazioni: ma poiché appunto il brigantaggio, onde sono desolate quelle provincie, sentendosi stretto più da vicino, ha raddoppiato i suoi sforzi, e più potente è divenuta la cooperazione dei suoi ausiliatori (che omai nessuno ignora chi e quali siano) e si sono commessi in questi sforzi, che giova credere estremi, atti di ferocia che dovrebbero essere ignoti al nostro tempo ed alla nostra civiltà; ed ai quali è bisognato opporre per dura e deplorata necessità una repressione proporzionata; quindi i nostri nemici hanno tolto argomento per gridare più alto contro l'oppressione che il Piemonte, come essi dicono, fa pesare su quello sfortunato paese, strappato colle insidie e colla forza ai suoi leggittimi dominatori, ai quali brama di tornare anche a prezzo di martirii e di sangue.

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Alle maligne insinuazioni dei nostri nemici si aggiungono, ne duole il dirlo, le parole meno caute di uomini onorevolissimi, e schiettamente per antico affetto e per profonde convinzioni italiane, che vedendo protrarsi nelle provincie napolitane una lotta funesta, inclinano a credere che l'unione di esse all’Italia sia stata fatta inconsultamente, e che quindi si abbia a ritenere, lino a nuovo e più certo esperimento, come non avvenuta.

Noi non potremmo mai accettare il punto di vista di questi ultimi, di cui non mettiamo in dubbio né il patriottismo ne le rette intenzioni: poiché né possiamo dubitare della legittimità e dell’efficacia del plebiscito, mediante il quale quelle provincie si dichiararono parte del Regno Italiano, né la nazione può riconoscere in alcuna parte di sé il diritto di dichiararsi separata dalle altre ed estranea alle loro sorti. La nazione italiana è costituita, e tutto ciò che è Italia le appartiene.

In questo stato di cose e di opinioni pertanto reputa opportuno il Governo del Re che i suoi Rappresentanti all’estero siano messi al fatto delle vere condizioni delle provincie napoletane con quelle considerazioni che loro giovino a rettificare i meno esatti giudizi, che i lontani potessero formarsi su quelle.

In ogni luogo dove per forza di rivoluzione si venne a cambiare la forma di governo o la dinastia regnante, sempre rimase superstite per un tempo più o meno lungo un lievito dell’antico a perturbare gli ordini nuovi, che non si poté eliminare dal corpo della nazione se non a prezzo di lotte fratricide e di sangue. La Spagna dopo 30 anni, non ha per anco rimarginate le piaghe delle guerre civili, che ogni poco minacciano di riaccendersi; l'Inghilterra dopo che ebbe ricuperate cogli Orange le sue libertà, dovè lottare per quasi 50 anni cogli Stuardi, che poterono correre talora il territorio dalla Scozia fin presso le porte di Londra; la Francia mentre sagrificava alla paura della federazione i Girondini, devastava Lione, si funestava di stragi, era poi lacerata nella Vandea, che appena vinta da una guerra guerreggiata e sanguinosa sotto la Repubblica, riprendeva le armi nei Cento Giorni, le riprendeva contro la Monarchia di Luglio.

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E non pertanto niuno dubitò mai per quelle difficoltà dell’avvenire della Spagna, dell'Inghilterra e della Francia, ne osò negare il diritto della repressione nei governi costituiti e consentiti dalla gran maggioranza della nazione, ne considerò la resistenza armata al suo volere, se non come una ribellione avesse eserciti ordinati, generali valorosi ed esperti, possedesse città e territorii dove esercitava dominio, e fossero necessarii a domarla la guerra regolare, e gli scontri in giornata campale.

Voi non potete non avere notato, signore, l'immensa differenza che passa fra il brigantaggio napoletano ed i fatti sovra accennati. Non si può a quello far neppure l'onore di paragonarlo con questi. I partigiani di D. Carlos, i seguaci degli Stuardi, i Vandeisti, i quali finalmente combattevano per un principio, si terrebbero per ingiurati se venissero posti in comparazione coi volgari assassini che si gettano su vari luoghi di alcune provincie napoletane per amore unicamente di saccheggio e di rapina. Invano domandereste loro un programma politico; invano cerchereste tra i nomi di coloro che li conducono, quando hanno alcuno che li conduca, un nome che pur lontanamente si potesse paragonare con quelli di Cabrera e di Larochejaquelein, o anche solamente del curato Merino di Stoffiett e Charrette. Dei generali ed ufficiali superiori rimasti fedeli al Borbone, neppure uno ha osato assumere il comando dei briganti napoletani e la responsabilità dei loro atti.

Questa assoluta mancanza di colore politico, la quale risulta dal complesso dei fatti e dei procedimenti dei briganti napolitani, è anche luminosamente attestata dalle corrispondenze ufficiali dei consoli e viceconsoli inglesi nelle provincie meridionali, testò presentate dal Governo di S. M. Britannica al Parlamento; sulle quali mi permetto di richiamare l'attenzione della S. V., specialmente sul dispaccio del 12 giugno del signor Scaurin dalla Capitanata, e su quello del signor Bonham 8 giugno, che specificamente dice: «Le bande dei malfattori non sono numerose a quanto sembra, ma sono diffuse per tutto, e per tutto si parla dei loro atti feroci, spogliando i viaggiatori ed i casali, tagliando i fili elettrici, e talvolta incendiando i raccolti.

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L'antica bandiera borbonica è stata in alcuni luoghi rialzata, ma certo è che il movimento è per nulla politico, ma solo un sistema di vandalismo agrario preso come professione da gran parte delle truppe sbandate, che preferiscono il saccheggio al lavoro»

II brigantaggio napoletano pertanto può ben essere uno stromento in mano della reazione che lo nutre, lo promuove, e lo paga per tenero agitato il paese, mantenere vive folli speranze ed intonare l'opinione pubblica dell’Europa; ma quanto sarebbe falso il prenderlo come una protesta armata del paese contro il nuovo ordine di cose, altrettanto sarebbe inesatto il dargli, sulla fede delle relazioni dei giornali, l'importanza e la estensione che gli si attribuisce.

Le provincie che formavano il regno di Napoli si ripartiscono quattro grandi naturali divisioni — gli Abbruzzi, le Calabrie, le Puglie, e finalmente il territorio verso il Mediterraneo, in mezzo a cui siede Napoli. Nelle Calabrie, che comprendono tre provincie non vi è vero brigantaggio, ma solo alcuni furti ed aggressioni che in niun tempo si poterono da quei luoghi estirpare; in condizioni analoghe è la Basilicata prossima ed in gran parte montuosa. Nelle tre Puglie non havvi brigantaggio organizzato in bande; lo stesso dicasi degli Abbruzzi, dove s'incontrarono briganti sparpagliati, colà rifugiatisi dalle provincie di Molise e di Terra di Lavoro. Il vero brigantaggio esiste nelle provincie che sono intorno a Napoli; ha per base (a linea del confine pontificio, e tiene le sue forze principali sulla catena del Matese che divide Terra di Lavoro da Molise, e di là poi si getta su quelle due provincie ed in quelle di Avellino, di Benevento e di Napoli, distendendosi lungo l'Appennino fino a Salerno, e perdendo sempre più d'intensità, quanto più si discosta dalla frontiera romana, dove si appoggia e dove si rinforza d’armi, d’uomini e di danaro.

Cinque solo pertanto delle quindici provincie onde componevasi il regno di Napoli sono infestate dai briganti. Nè già costoro occupano quelle provincie, né hanno sede in alcuna città od in alcuna borgata, ma vivono in drappelli sulle montagne, e di là piombano alla preda sui luoghi indifesi;

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mai non osarono attaccare una città nemmeno di terz'ordine, mai non osarono attaccare un luogo custodito da truppa per quanto scarsa si fosse; dove arrivano, se non incontrano resistenza, liberano i malfattori dalle carceri, ed ingrossati di questi e dei villani, per antica abitudine usi a cosìfalte fazioni, rubano, saccheggiano e si rinselvano.

Il brigantaggio quale oggi è esercitato nel Napoletano, non è pertanto una reazione politica; ne è cosa nuova. Egli è il frutto delle guerre frequenti e continue colaggiù combattute, delle frequentissime commozioni politiche, delle rapide mutazioni di signoria, del malgoverno continuo. Il brigantaggio desolò quelle Provincie durante il vice regno spagnuolo ed austriaco fino al 1734, ne cessò regnando i Borboni e poi Giuseppe Napoleone e Murat. La S. V. non ignora quale celebrità infame acquistassero nel breve periodo repubblicano nel 1799 i nomi di Pronio e di Roido negli Abruzzi, contro il primo dei quali fu mandato con un esercito il Generale Demesme; il nomo di Michele Perra soprannominato Fra Diavolo nella Terra di Lavoro, il nome di Gaetano Mammone nella provincia di Sora. Durante il regno di Giuseppe Napoleone e di Gioacchino Murat fino al 1815, il brigantaggio mostrossi tanto audace e terribile che si riputò necessario mandare a sperperarlo nelle Calabrie il generale Manhes con poteri illimitati.

Non ignora la S. V. come largamente usasse il generale di tali poteri, poiché non è molto che i provvedimenti e gli atti suoi più che severi furono, con quella buona fede che sogliono i partiti vinti allorché hanno una cattiva causa a difendere, attribuiti ed imputati a biasimo del governo del Re. I Borboni restaurati presero altra via per distruggere il brigantaggio di cui si erano valsi e che ora si riconoscevano impotenti a reprimere. Il gen. Amato venne a composizione colla banda Vardarelli, che infestava le Puglie, e pattuì con essa non solamente perdono ed oblio, ma che fosse tramutata con larghi stipendi in una squadra di armigeri al servizio del re al quale presterebbe giuramento. Fermati questi patti, la banda venne in Foggia per rassegnarsi, e quivi dal generale fatta circondare, fu fucilata e distrutta.

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Il brigante Tallarico ebbe da Ferdinando II. perché cessasse le aggressioni e si ritirasse in Ischia, dove ancor vive, non solo grazia piena ed intera, ma più di 18 ducati al mese di pensione.

Il brigantaggio dunque trae nelle provincie napolitane la sua ragione d’essere dai precedenti storici, e dalle abitudini del paese Ma contare il fomite dei rivolgimenti politici, ai quali si aggiungono nel nostro caso altro particolari cagioni. Io non insisterò sol mal governo che i Borboni fecero delle provincie meridionali: non sarò più severo dei rappresentanti delle potenze europee al congresso di Parigi del 1856 che lo citarono in giudicio come barbaro e selvaggio innanzi all’Europa civile, né  dell’onorevole Gladstone, che al cospetto del Parlamento britannico lo chiamò negazione di Dio: io dirò solo che il governo borbonico aveva per principio la corruzione di tutto e di tutti, così universalmente, così insistentemente esercitata, che riesce meraviglioso come quelle nobili popolazioni abbiano un giorno trovato in se stesse la forza di liberarsene.

Tutto ciò che nei governi mediocremente ordinati è argomento a rinvigorire, disciplinare, moralizzare, in quelle era argomento d'infiacchire e depravare. La polizia era il privilegio concesso ad una congrega di malfattori di vessare e taglieggiare il popolo a loro arbitrio, purché esercitassero lo spionaggio per conto del governo: tale era la camorra. 1 esercito, salvo eccezione, si componeva di elementi scelti con ogni cura: scrupolosamente educato dai gesuiti e dai cappellani nella più abbietta e servile idolatria del re, e nella più cieca superstizione. Nessuna idea dei doveri verso la patria; unico dovere difendere il re contro i cittadini considerati potenzialmente come nemici di lui, ed in continuo stato di almen pensata ribellione. Che se questa venisse all'atto, l'esercito sapeva che la vita e le sostanze dei cittadini gli appartenevano, e che avrebbe agio di sfogare gl'istinti feroci e brutali, e tutte le cupidigie che si coltivavano nell'animo suo. Del resto, nessuno di quegli ordini che mantengono la disciplina, e danno al soldato lo spirito di corpo, ed il sentimento del suo nobile ufficio, della sua importanza, della sua dignità; non si affezionava al paese:

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bastava fosse ligio al re, che per guadagnarselo non risparmiava le più ignobili piaggierie.

Erano centomila, ben forniti d'armi, di danaro, possessori di fortezze formidabili e d’infiniti mezzi di guerra, eppure non combatterono, e cedettero sempre innanzi ad un pugno di eroi che ebbe l’audacia di andarli ad affrontare; reggimenti, corpi intieri d’armata si lasciarono prendere prigionieri. Si credè che gente che non combatte non farebbe mai dei soldati nel vero senso della parola, e soldati d’Italia specialmente: ebbero facoltà di tornare alle case loro, e si sbandarono: ma avvezzi all'ozio o alle depravazioni delle caserme, disusati dal lavoro, ripresero con egual ferocia ma con più viltà le tradizioni di Mammone e di Morra e si fecero briganti. Se nelle loro atroci imprese portano talora la bandiera borbonica, egli è per un resto di abitudine, non per affetto. Si disonorarono non la difendendo, ora la disonorano facendone un segnacolo agli assassinii ed alle rapine.

Per tal modo si è formato il brigantaggio napoletano, e di tali elementi si recluta: a questi si aggiungano i facinorosi; i fuggiti dalle galere di tutto il mondo, gli apostoli e i soldati della reazione europea convenuti tutti allo stesso punto perché sentono che ora si giuoca l’ultima loro posta e si combatte l'ultima loro battaglia. E qui mi duole, o signore, che la necessità di far compiuta questa esposizione, mi costringa a ricordar persone, il cui nome, come cattolico e Italiano, non vorrei aver mai da pronunziare se non per cagione di riverenza e di ossequio. Ma non posso né debbo tacere che il brigantaggio napoletano è la speranza della reazione europea, e che la reazione europea ha posta la sua cittadella in Roma. Oggi il Re spodestato di Napoli ne è il campione ostensibile, e Napoli l'obbiettivo apparente. Il Re spodestato abita in Roma il Quirinale, e vi batte moneta falsa, di cui si trovan forniti a dovizia i briganti napoletani, l'obolo carpito ai credenti dello diverse parti di Europa: a Roma vengono ad iscriversi pubblicamente, a prender la parola d’ordine e le benedizioni con cui quegli animi ignoranti e superstiziosi corrono più alacremente al saccheggio, alle stragi: da Roma traggono munizioni ed armi quante ne abbisognano:

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sui confini Romani col Napoletano sono i depositi e i luoghi di ritrovo e di rifugio per riannodarsi e tornare rinfrescati alla preda.

Le perquisizioni gli arresti fatti in questi giorni dalle forze francesi non ne lasciano più dubbio: l'attitudine ostile, le parole delle anche in occasioni solenni da una parte del clero, le armi, e polveri, i proclami scoperti in alcuni conventi, i preti e i frati sorpresi tra le file dei briganti nell’atto di compiere le loro imprese fanno chiaro ed aperto d’onde vengano ed in qual nome gli eccitamenti. E poiché qui non vi hanno interessi religiosi da difendere, e quando pur vi fossero, ne con tali armi, né da tali campioni, né con questi modi si potrebbe tollerare che fossero difesi; è manifesto che la complicità e la connivenza della Curia Romana col brigantaggio Napoletano deriva da solidarietà d’interessi temporali, e che si cerca di tener sollevate le provincie meridionali ed impedire che vi si stabilisca un governo regolare riparatore di tanti mali antichi e nuovi perché non manchi in Italia l'ultimo sostegno dei Principato del Papa.

Noi abbiamo fiducia che di qui debba trarsi un nuovo ed efficace argomento per dimostrare all’evidenza che il potere temporale, non solamente è condannato dalla logica irresistibile del principio di unità nazionale, ma si è reso incompatibile colla civiltà e colla umanità.

Ma quand’anche si volesse concedere che il brigantaggio napolitano fosse d’indole essenzialmente politica, dovrebbero pur sempre trarsene conseguenze opposto a quelle che vorrebbero i nostri nemici. Primieramente non si può dedurre argomento alcuno dalla sua durata; non si deve perder di vista che alle nostre forze non è dato di poter circondare da ogni lato i briganti, come sarebbe necessario per distruggerli compiutamente, poiché battuti e dispersi sul suolo napoletano, hanno comodo rifugio nel prossimo e contermine Stato Romano, dove con tutta sicurezza rifanno nodo, e ristorati di nuovi aiuti di là ripiombano alle usate devastazioni.

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Si deve pur considerare che la natura del suolo, per lo più montuoso e non intersecato da strade praticabili, mentre favorisce gl'improvvisi assalti, porge facilità agli assalitori di sparpagliarsi prestamente e nascondersi. Né per ultimo si deve dimenticare che, nonostante le condizioni eccezionali di Napoli, vi sono rimaste in vigore le franchigie costituzionali, e che quindi il rispetto alla libertà individuale, al diritto di associazione impedisce che si proceda a repressioni sommario e subitanee.

Il che fornisce in secondo luogo un argomento a favor nostro, poiché quelle guarentigie potrebbero essere in mano dei nostri nemici strumento ad alienare e sollevare contro il Governo italiano le popolazioni, se veramente le popolazioni meridionali fossero avverse all’unità d’Italia. Eppure quali sono le provincie, quali le città, quali i villaggi che si sollevino all’appressarsi di questi nuovi liberatori? Vive forse il Governo in diffidenza delle popolazioni e comprime i loro sentimenti col terrore? Si legga la stampa napolitana; si potrà accusarla che volga piuttosto alla licenza di quello che si astenga dal trattare come lo piace della cosa pubblica.

Il Governo ha armato il paese della Guardia nazionale, il Governo ha fatto appello per volontarii arruolamenti, e il paese ha larghissimamente risposto all'appello sicché parecchi battaglioni si sono già potuti ordinare e mobilizzare. E guardie nazionali', e guardie mobili, e volontarii, e villici e borghesi corrono ad affrontare briganti e non di rado vi mettono la vita, e in quei frangenti le differenze d’opinione spariscono, e le diverse frazioni del partito liberalo si stringono al Governo, sicché le forze regolari e le cittadine non hanno da contare una sconfitta. E in più di un anno, fra tanti mutamenti, nel pieno esercizio di una libertà nuova e larghissima, Napoli questa immensa città di 500 mila abitanti, non ha sollevato un grido di disunione, non ha lasciato estendersi né compiersi neppure una delle cento cospirazioni borboniane che vi sono a brevi intervalli nate e morte.

Io penso che dal complesso di questi fatti possa la Signoria Vostra farsi chiaro concetto che il brigantaggio napoletano non ha indole politica: che la reazione europea annidata

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e favorita in Roma lo fomenta e lo nutre in nome degli interessi dinastici del diritto divino, in nome del potere temporale del Papa, abusando della presenza e della tutela delle armi francesi colà poste a guarentigia d’interessi più alti e più spirituali; che le popolazioni napoletane non sono avverse all’unità nazionale, né  indegne della libertà; come si vorrebbero far credere vittime di un reggimento corruttore, non dobbiamo dimenticare che esse diedero gli eroi ed i martiri del 1799, e che si trovarono pronte nell'ora della nuova rigenerazione a prender posto accanto agli altri fratelli d'Italia.

Ciò che la civiltà e l'umanità del secolo non possono tollerare, si è che queste opere di sangue si preparino nella sede e nel centro della cattolicità, colla connivenza non solo, ma col favore dei ministri di chi rappresenta in terra il Dio della mansuetudine e della pace. Le coscienze veramente religiose sono indignate dell’abuso che per fini meramente temporali si fa delle cose sacre; le coscienze timorose sono gravemente perturbate vedendo crescere la discordanza fra i precetti dell’Evangelo o di atti di chi deve interpretarlo e insegnarlo. Roma, procedendo nella via sulla quale si è messa, pone a repentaglio gli interessi religiosi e non salva i mondani.

Tutti gli animi onesti ne sono oramai profondamente convinti e questa universale convinzione faciliterà molto il còmpito indeclinabile del Governo italiano, che è quello di restituire all’Italia ciò che appartiene all’Italia, restituendo in pari tempo la Chiesa ella sua libertà e nella sua dignità.

Gradisca la S. V. nuovi atti della mia distintissima considerazione.

RICASOLI

Il Cardinale Antonelli segretario di stato spedì tantosto da sua parte una nota agli agenti diplomatici della Santa Sede all’estero, per ismentire i fatti imputati al governo pontificio nella circolare del capo del gabinetto italiano, facendo appello alla testimonianza dei rappresentanti delle Potenze a Roma.

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Questi diplomatici si diedero cura di porgere attestazioni favorevoli, come riportava l’Independence Belge, giornale d’ordinario ben informato in un articolo, di cui offriamo un estratto.

Si afferma che il sig. de Cadore ha reso la testimonianza la più favorevole in appoggio ai dinieghi che la Corte di Roma oppone all’accusa diretta officialmente contro di essa dal barone Ricasoli, di aver preso una parte attiva all’organizzazione e al mantenimento del brigantaggio nelle provincie napolitane.

Il sig. Cadore soggiungerebbe che, quand’anche il governo pontificio avesse voluto secondare la reazione nell’armamento dei banditi che questa ha slanciati nel mezzogiorno della penisola la cosa gli sarebbe stata impossibile a causa dell’incessante sorveglianza del gen. Goyon.

Pare che tutti gli altri diplomatici stranieri di Roma, compresovi il rappresentante in partibus dell’Inghilterra, si affrettarono a dare alla corte romana un simile certificato di attenzione.

Questi fatti in se stessi non hanno l'importanza che loro si vuole attribuire al punto di vista della politica francese in Italia, ed essi non autorizzano le conclusioni che se ne vorrebbe trarre contro ciò che noi abbiamo già detto intorno al carattere affatto provvisorio del mantenimento dello statu quo.

Queste note, queste accuse queste smentite aveano così inasprita la questione fra Roma e l'Italia, che si videro produrre degli atti di ostilità, che poterono generare per un momento delle forti apprensioni nel governo pontificio. Infatti Domenica 1 Settembre alle cinque del mattino, 50 bersaglieri sotto pretesto d’inseguire i reazionari, passarono il confine napoletano, e arrivarono al primo posto pontificio, chiamato l'Epitaffio, sulla via di Fondi. All’Epitaffio non v'è che una casa, la quale servo di caserma a pochi gendarmi. All’arrivo degl'Italiani, i gendarmi pontificii, ch'erano sei in tutto, si chiusero nella casa, e vistisi assaliti cominciarono un'accanita resistenza. Il fuoco durò un'ora e mezzo finché i bersaglieri si ritirarono per andare a prendere dell’artiglieria: ebbero però quattro feriti, di cui due gravemente e duo leggiermente.

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I gendarmi, trovandosi liberi corsero a Terracina ad avvertire il Comando francese. e questo vi spedì immediatamente una compagnia di soldati di linea, per intimare di non più violare il confine.

Dalla parte di Toscana, da 250 bersaglieri si 'presentarono improvvisamente a S. Lorenzo, presso Acquapendente, accompagnati da molti emigrati romani, e occuparono quel paese, ordinando che lor fossero somministrati i viveri. Alla loro testa stava un tale Martenucci, caldo Italiano dello Stato pontificio, e il loro arrivo fa salutato da'  viva di alcuni accorsi loro incontro. Di questo fatto venne immediatamente avvertito il comandante della guarnigione francese di Acquapendente, il quale intimò di ritirarsi. In sergente del picchetto avanzato informò il suo comandante dell’ordine dato dai Francesi, e subito ebbe la risposta di obbedire. Il comandante francese piantò la bandiera per indicare agl'Italiani il confine fra la Toscana e lo stato romano.

Due giorni prima, al confine fra la città di Orvieto e Bolsena, osa brigata di gendarmi romani in perlustrazione, ebbe uno scontro coi bersaglieri ch'erano penetrati nello Stato pontificio, si scambiarono alcune fucilate, ma non vi furono né dall’una parte, né dall’altra morti o feriti; gli uni e gli altri finirono col ritirarsi nel respettivo territorio.

Tutta la linea del confine del Tevere è occupata da truppe italiane le quali stavano in atteggiamento minaccioso, sotto pretesto che da 600 reazionarii erano a Castel Nuovo di Porto, pronti ad irrompere nella Sabina.

Il giornale di Roma raccontò questo fatto minutamente nel no numero del 2 settembre seguente, in questo modo.

Roma 2 Settembre

Nella giurisdizione governativa di Terracina e nella località detta l'Epitaffio ieri 1. settembre, comparvero sulle ore 5 ant. circa sessanta soldati di truppa piemontese, parte de'  quali sbarcarono dai battelli del prossimo lago,

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parte si fecero vedere sulla montagna adiacente e parte vennero a circondare il fabbricato di qua dal confine ove stanziava un picchetto di quattro gendarmi pontificii con due sussidiarii.

I gendarmi alla minacciata invasione chiusero la porta e recaronsi sulla torre, di dove, resistendo all'attacco, risposero con un'ora di fuoco al fuoco degli assalitori.

Di questi, due rimasero gravemente due altri leggermente feriti, sicché tornando a vuoto il tentativo i piemontesi suonarono a raccolta, portando seco tre dei feriti, tra'  quali un sergente, mentre il quarto rimaneva sul terreno.

Giunto, con sorprendente celerità, sul luogo un distaccamento di truppa francese, si andò a ricercare la denunciata esistenza del ferito, il quale fu trovato dietro ad una capanna senza fucile e gravemente colto da una palla. Condotti al corpo di guardia dello Epitaffio furono tosto a lui prodigate le prime cure chirurgiche e sarà trasportato all’ospitale di Terracina.

Sulla montagna, entro lo Stato Pontificio, si rinvenne poi un fucile scarico per recente esplosione, rotto nella cassa da una palla e questo fucile fu riconosciuto anche pel numero impressovi di riscontro, per quello appartenente al ferito raccolto che è un bersagliere del 14 battaglione.

Il ferito non ha potuto ancora rispondere alle domande sul motivo che condusse quella mano di piemontesi ad aggredire il posto dell’Epitaffio.

Alle sei ore della sera del giorno 27 prossimo passato, net confine di Bolsena si presentò un forte numero di piemontesi, di guardie nazionali, e di volontarii con alla testa il Montanucci. Questi entrò nel vicino paese di S. Lorenzino e cominciò ad esortare gli abitanti ad unirsi agli altri loro fratelli. Parecchi dei nostri italianissimi accorsero recando ai piemontesi pane e vino.

Il comandante francese spedì sul luogo un sergente con sei uomini per piantare nel Comune la bandiera Francese. A un quart'appena di miglio trovarono la sentinella avanzata dei piemontesi, la quale all’ordine di ritirarsi si rifiutò. Il sergente mandò indietro uno dei suoi per avvisare di ciò il suo comandante, il quale spedì altri soldati col brigadiere pontificio di S. Lorenzino.

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Giunti anche questi trovarono il corpo dei piemontesi in numero di circa duecento e dopo un lungo diverbio li fecero ripassare il confine.

Nel medesimo giorno, nella linea di confine di Ponte Felice e di Castel Nuovo di Porto, si avanzò molta truppa piemontese composta di nn battaglione di cacciatori, d’uno squadrone di cavalleria e di una mezza batteria perlustrando il confine e specialmente fermandosi al punto detto di Montorso.

Immediatamente delle istruzioni formali furono trasmesse dallo Stato maggiore francese a tutti gli ufficiali comandanti delle posizioni sulle frontiere per loro ricordare, che nessun distaccamento di truppe italiane non dovea penetrare per verun pretesto nel territorio pontificio; aggiungendo che se il principio di neutralità fosse violato su questo territorio, essi dovessero tantosto ragguagliarne l'autorità militare francese, che sola possedeva il diritto di decidere ed operare.

Non ostante questa sollecitudine del capo della guarnigione l'Ami de la Religion pubblicò un articolo, nel quale si biasimava la lentezza dei provvedimenti presi dall’autorità francese e il ritardo della loro esecuzione. Il general De Goyon non isdegnò di rispondere a quest'accuse, e indirizzò al detto giornale la lettera che segue:

Roma 15 Settembre 1861

Signor direttore,

Il vostro articolo da Roma 30 agosto, inserito nel vostro numero 7 settembre, è inesatto e calunnioso per i miei subordinati. I vostri articoli del numero 8 settembre sui fatti dell’Epitaffio e di S. Lorenzo e sul ritorno in Francia di due de'  miei reggimenti sono inesatti e di un'alta sconvenienza verso le truppe che ho l’onore di comandare.

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Fortunatamente, qui gli amici ed i nemici ci rendono giustizia e sono stupiti, con ragione, che il vostro giornale, il quale dovrebbe essere redatto da Francesi, ci sia così ostile quando tutti i nostri sforzi sono in favore d’una causa che voi sostenete e dovete sostenere.

Le vostre corrispondenze sono tanto più condannevoli, in quanto che pel fatto dell’Epitaffio a cagion d’esempio, il giornale officiale di Roma aveva riferito tutto esattamente, e aveva accennata la rapidità sorprendente de'  nostri soldati nel recarsi sul luogo della lotta. Voi ignorate che tra l'Epitaffio e Terracina vi sono 6 miglia romane (9 chilometri) che fu necessario percorrere di nuovo per recarci sul luogo.

Ora, o signore, cinque quarti d’ora bastarono per misurare questa doppia distanza, dar gli ordini o radunare le forze necessarie. I nove chilometri percorsi a passo di corsa da'  miei soldati ne provano abbastanza lo slancio per compiere il loro dovere, e giustificano pienamente i termini di rapidità sorprendente usati dal Giornale di Roma

Mi duole di dover notare ancora una volta, come ben lo merita, la malevolenza del vostro corrispondente, il quale, alte, rando la verità, nuoce più che non serva alla causa che vuol difendere.

Ricevete ecc.

Il generale di divisione, conte DE GOYON

Comandante supremo

del corpo francese di occupazione in Italia

Aiutante di campo dell'Imperatore.

P. S. La giustizia e l'amore della verità vi faranno senza dubbio un debito di dar posto alla mia lettera nel vostro giornale.

Noi dobbiamo notare che tutti i giornali del colore politico dell'Ami de la Religion erano indignati della condotta del Conte De Govon contro Mons. De Merode in un affare di recente data.

Infatti...

Mr DE MERODE

Pro=Ministro delle Armi Pontificie

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In una rissa tra un soldato francese e un soldato romano, a proposito di una donna, il primo riportò una ferita.

Secondo le convenzioni, il soldato pontificio doveva essere rimesso al francese consiglio di guerra e il generale De Goyon lo reclamò. Opposizione per parte di Mr. De Merode.

Il generale indirizzossi al cardinale Antonelli che riconobbe il diritto e diè un'ordine in conseguenza. Nuovo rifiuto di Mr. De Merode. Il litigio fu portato davanti al Papa, che fece intimare a Mr. De Merode di consegnare il soldato. Resistenza ostinata di De Merode a questo sovrano comando.

Egli corre presso il generale Goyon, con aria sdegnosa, e gesto minaccioso e nella conversazione proferì parole contro l'imperatore Napoleone. Allora il generale gli impose silenzio, e gli significò che non potendo, a causa del suo abito da prete, dargli due schiaffi, egli glieli applicava moralmente, poi aggiunse che se il sig. Merode voleva deporre la sua sottana, egli lascierebbe la sua uniforme e si recherebbero ambedue sul terreno.

Mr. De Merode si trincerò nel suo carattere ecclesiastico.

Il generale rispose che in ogni caso egli manteneva l'oltraggio inflitto dalle sue parole e mandò a cercare al forte Sant'Angelo dal comandante della gendarmeria il soldato romano, che gli fu finalmente consegnato.

Questo fatto fece grande rumore in Europa, segnatamente a Parigi fu l'oggetto di tutte le conversazioni per più giorni; e si pretendeva perfino che questo fosse il punto di partenza d’una nuova fase politica a riguardo dell’Italia; ma ella andò ben altrimenti; il governo francese conservò la sua solita attitudine riservata. Indarno il Sig. De Goyon scrisse a Parigi per domandare l'inserzione sul Moniteur d'una nota destinata a spiegare ed attenuare i racconti dei giornali che l'Imperatore si contentò di scrivere una lettera autografa al Papa di cui presso a poco diamo il contenuto.

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L'Imperatore de'  Francesi esponeva ne' migliori termini al Sommo Pontefice i sentimenti di rispetto ch'egli professa per il capo della Chiesa. S. M. enumerava i servigi che il governo francese era stato lieto di poter rendere al governo pontificio, ed. aggiungeva ch'era suo fermo desiderio poter continuare la protezione de'  suoi soldati alla persona del Papa. Nulladimeno la lettera terminava segnalando al Sommo Pontefice intrighi e fatti intollerabili che succedevano a Roma, certamente a sua insaputa, e di cui l'opinione pubblica in Francia si mostrava molto commossa. L'Imperatore, esponendo questa situazione, terminava la sua lettera esprimendo la speranza che Pio IX saprebbe far cessare uno stato di cose incompatibile colla presenza del vessillo francese a Roma, ed assicurandogli in queste condizioni il mantenimento dello statu quo attuale.

Questa lettera poté essere interpretata in diverse maniere dagli uomini di partito; ma egli è evidente che, malgrado le attenuazioni della forma e le formole di devozione e di rispetto pel capo della Chiesa, essa aveva carattere oltremodo minaccioso per l'autorità temporale del Papa, e costituiva una vera intimazione di ubbidire ai reclami del governo francese, se la corte di Roma volesse conservare la protezione delle bajonette francesi.

Dalla sua parte il S. Padre rispose all’Imperatore, e i giornali di Roma riportarono la nota seguente:

«Abbiamo fondamento di ritenere come del tutto insussistenti le voci fatte correre qui in Roma, e sollecitamente ripetute dai giornali nemici della Santa Sede, intorno alla partenza o probabile o di già avvenuta del sig. Generale De Goyon.

«Queste voci, ed altre della medesima risma, sono sparse ad arte onde tenere in agitazione lo spirito pubblico.

«A questo fine vogliamo avvertire tutti gli uomini onesti ed affezionati alla medesima Santa Sede di respingere simili invenzioni col meritato disprezzo..

L'8 Settembre, giorno della Madonna, allorché il Papa, giusta il consueto, si recò alla Chiesa di piazza del popolo, i suoi più caldi partigiani gli fecero una dimostrazione, e l'autorità francese che fino allora aveva dichiarato ch'ella proibirebbe ogni

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manifestazione pubblica di qualunque partito ella fosse, lasciò fare questa a grave indignazione del partito liberale. Il Giornale di Roma rende conto di quest'ovazione al Papa nei termini seguenti

Il giorno prima per la festiva rimembranza della Natività di Maria Vergine, il Santo Padre in treno di gala, accompagnato da tutta la sua corte e da scelti drappelli pontificii, recossi alla Madonna del Popolo per assistere alla Cappella Papale. Descritto il rito e annunciato come S. Santità rientrata in carrozza collo stesso accompagnamento riprendesse la via verso l'apostolico palazzo di sua residenza, così entra a parlare della dimostrazione cui accennò il telegrafo:

«Ed allora lo spettacolo della moltitudine accalcata a festeggiare l'augusto Pontefice, che magnifico erasi dimostrato nell'andata alla Chiesa, ingigantì fuori di misura e divenne sorprendente. Dalla piazza del Popolo a quella Vaticana, per quanto girano le ampie contrade di Ripetta, della Tinta, di Tordinona, del ponte Sant'Angelo, e del Borgo Nuovo, dovunque cittadini di ogni condizione, sesso ed età, stringevansi a provare con gli atti dell'omaggio il più sentito la venerazione e l'affetto all’odorato Sovrano. I balconi e le finestre, ornati a festa, riboccavano di gente. E nel passare del Pontificio corteggio, sotto i raggi di un sole che ferivano cocentissimi, alla vista della Santità Sua alzavansi d’ogni parte voci per invocarne l'Apostolica Benedizione, e salutarla affettuose coi dolci nomi di Padre e di Re.

«Quindi i replicati evviva, e l’agitare fazzoletti e banderuole bianco gialle, e il ridire alto quei voti e quegli infuocati augurii che, chiusi nei petti di ognuno, leggevansi ancora espressi in molte epigrafi e motti affissi per le contrade, e che il sentimento dei Romani, non immemori delle avite tradizioni, vi aveano significato. In vedere il complesso di siffatto popolare entusiasmo era necessità sublimarsi all'altissima idea rappresentata da chi enne il degno obbietto, e lasciare che le lagrime facessero un largo sfogo agli affetti del cuore. E il Santo Padre arrivò alla Sua Residenza altamente consolato ad un tempo e profondamente commosso.

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«Entro la Chiesa del Popolo la Guardia Palatina di Onore prostava il servizio, e sulla piazza schieravansi milizie Francesi e Pontificie, e quattro concerti delle medesime empivano l'aria di festose armonie.


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III.

Abbiamo veduto che il general Cialdini in seguito delle divergenze amministrative, che erano sorte fra lui e il Conte Cantelli, aveva inviato a Torino la sua dimissione di locotenente del re. Questa dimissione portata al consiglio dei ministri vi aveva sollevata la gran quistione del sopprimere le locotenente, che fu risoluta affermativamente, volendo il governo cessare la situazione anormale delle provincie annesse. Fu dunque deciso, che questo provvedimento sarebbe da principio applicato alla Toscana, poi a Napoli dal primo d’Ottobre. Finalmente allorché il general della Rovere sarebbe tornato a Torino si determinerebbe l'epoca di questa soppressione in Sicilia. Il ministro Minghetti differiva parere dai suoi colleghi circa il modo o l'epoca della cessazione della locotenenza di Napoli. Il ministro dell’interno avrebbe voluto procedere gradatamente, togliendo successivamente diversi rami dell’amministrazione centrale di Napoli, confidando una parte alle autorità locali delle provincie, e riportandone un'altra parte al potere centrale a Torino; avrebbe voluto altresì abolire alcuni dei distretti napoletani, e restringere similmente le attribuzioni amministrative, e l'estensione territoriale della nuova prelettura di Napoli. La maggioranza dei ministri non si concordò io questa sentenza, e votò la soppressione decisiva ed immediata nelle condizioni che abbiam dette di sopra. In conseguenza di questo disparere il comm. Minghetti diè la sua dimissione che fu accettata, la quale fu anche seguita da quella del Conte Guido Borromeo, segretario generala del ministero dell’interno.

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Il presidente del Consiglio s'incaricò del portafoglio dell’interno, conservando per interim quello degli affari esteri. Il general della Rovere avendo accettato il ministero della guerra, it general Brignone fu designato a rimpiazzarlo in Sicilia.

Il giorno 31 S. M. Vittorio Emanuele ricevette in udienza solenne il Sig. Benedetti ambasciatore dell’imperator dei Francesi. Il ricevimento ebbe luogo a 11 ore del mattino. Le vetture della corte andarono a prendere l'ambasciatore alla locanda della gran Brettagna. Il conte di Breme figlio adempiè le funzioni di cerimoniere in assenza di suo padre; l'udienza durò circa un'ora. Verso mezzodì il re d’Italia ricevette in udienza solenne S. A. Alim-Pascia, fratello del viceré d'Egitto,

La mattina appresso del suo ricevimento, l'ambasciatore francese si condusse al Baron Ricasoli domandandogli spiegazioni intorno le violazioni del territorio pontificio da parte delle truppe italiane. Il presidente del consiglio rispose, che quanto a lui, egli non aveva giammai dato autorità ai comandanti dello truppe di passare la frontiera: che d’altronte fu per errore topografico che alcuni soldati s'erano trovati presso Terracina sul territorio papale, perseguendo i briganti: e oltre a ciò erano stati dei volontari o per avventura un piccolo numero di bersaglieri a passare i confini sperando di scoprire la traccia d’una forte banda di reazionari, che si pretendeva pronta a gittarsi da Castel nuovo di Porto in Sabina.

A quest'epoca fu pubblicato a Parigi un opuscolo intitolato Roma, l'imperatore e l'Italia.

Quest'opuscolo erroneamente attribuito a Laguèronnière proponeva un appello al popolo romano. Il plebiscito avrebbe avuto luogo alla presenza dell’armata francese. AH' indomani, se Vittorio Emanuele è chiamato a regnare a Roma, le truppe francesi saranno successivamente rimpiazzate dalle truppe italiane, affine di impedire qualunque disordine. Il re d’Italia pubblicherà allora l'accordo conchiuso tra lui e le potenze cattoliche per l’indipendenza della Santa Sede e per lo splendore della religione.

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Dopo ciò, il Papa farà quel che vorrà: resterà, o partirà. Egli vedrà che l’abbandonar Roma, malgrado la più grande libertà lasciata al culto e colle più considerevoli risorse per l'opera religiosa, e ciò per rifugiarsi nel campo della reazione europea, sarebbe un rovinare lo stesso potere spirituale.

Se il Papa benedice all’Italia, un nuovo giorno sorgerà per la Chiesa, se no, che i destini si compiano. Ma Roma non sarà per ciò meno la capitale dell’Italia!

Dice l'opuscolo, che «uno dei primi interessi della Francia e dell’imperatore, in previsione dell’avvenire, è che l'Italia pòssa il più presto possibile da sé sola respingere lo straniero, acquistare consistenza, mercé la sua unità, e soprattutto avere una forte Armata.

Era bene la formazione di questa armata che occupava nel più alto grado il governo italiano, il quale aveva ancora di grandi difficoltà a superare. Nò questo in verità era un piccolo lavoro, effettuare nei corpi regolari la fusione di 20000 prigionieri borbonici riuniti a Fenestrelle o disseminati nelle diverse fortezze del regno. Sarebbe stato un grav'errore il supporre che questi uomini andrebbero facilmente a piegarsi sotto il giogo d’una severa disciplina. E di ciò fa testimonianza il fatto che si produsse in uno dei depositi, vogliam dire il complotto dei prigionieri di Fenestrelle, che fortunatamente fu sconcertato, e mandato a vuoto.

Condotta con molt'arte e simulazione, poteva riuscire, se un caso non ne porgeva il primo indizio ad uno del presidio o quindi al comandante del forte. Quei prigionieri facevano l'ammirazione di tutti per la docilità, l'obbedienza ed il rispetto apparente che aveano dei superiori, sicché nissuno era stato da parecchi giorni punito. A questo modo erano riusciti ad ispirare confidenza ed a render meno attiva la sorveglianza.

Dovevano ad un dato segno, armati di bastoni, avventarsi tatti ottocento contro le guardie dell’arsenale, e là dentro provvedersi di armi e quindi impadronirsi del forte ed assicurarsi la diserzione.

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Pare che avessero qualche rara ma attiva relazione esterna e nessuna all’interno, neppure le compagnie del corpo franco, le quali composte di soldati in castigo e perciò si chiamano compagnie di disciplina. Anzi sembrava che queste compagnie avrebbero all’occorrenza aiutato risolutamente il presidio alla resistenza ed a far rispettare la legge.

Questo fatto rese più urgente di stabilire il campo di S. Maurizio, situato nel piano di questo nome, ove dovevano essere riuniti 10000 prigionieri dell’armata napoletana guardati da due batterìe d'artiglieria, due squadroni di cavalleria, due battaglioni di bersaglieri, e due altri reggimenti di linea. Il general Decavero doveva avere il comando del campo.

La marina militare faceva il simigliante dell’armata di terra, l'oggetto cioè delle preoccupazioni del governo. Ella s'era di già convenevolmente accresciuta, e noi crediamo grato ai nostri lettori dar loro il quadro dell’effettivo di tutti i bastimenti, che componevano nella metà del 1861 la marina militare del regno d’Italia.

Prendiamo questo documento importante dagli esemplari del preventivo della guerra, distribuiti ai membri del parlamento.

QUALITÀ DENOMINAZIONE Forza

delle

macchine

in cavalli nominali

Numero dei cannoni
Pire Vascello a elice Re Galantuomo 450 70
Pire fregata di 1. fuoco a elice Maria Adelaide 600 32
Id Duca di Genova 600 52
Id Vittorio Emanuele    500 51
Id Garibaldi 150 55
Id Italia   150 55
144

Id Carlo Alberto 100 51
Id Regina (1) 100 51
Batterìa galleggiante corazzata Terribile    100 30
Piro fregata a ruote dr 2 rango Governolo   150 12
Id Costituzione 100 10
Id Tukery 880 8
Id Fulminante      370 12
Id Ettore Fieramosca    300 8
Id Ruggiero 300 8
Id Archimede 300 8
Id Tancredi 300 6
Id Guiscardo 300 6
Id Ercole 300 6
Piro-Corretta a elice di 1 rango   S Giovanni 222 27
Piro-Corvetta a mote di 2 rango Stromboli 200 6
id Monzambano 200 4
id Tripoli 180 4
id Malfatano 160 5
Piroscafo a mote Aquila 130 3
id Authion 130 7
id Sirena 120 7
id Peloro 120 5
id Garigliano 120 4
id Inchnusa 90 2
id Gulnara 90 2
id Giglio 60 2
id Rondine 10 4
id Antelope 10 4
Piroscafo, trasporto ad elice Vittoria    310 2
id Conte Cavour 300 2
id Volturno 300 2
id Dora 210 2
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Tanaro 200 2
Washington    200 2
Piroscafo, trasporto a ruote Cambria 350
Plebiscito 300 2
Rosolino Pio   250 2
Indipendenza   200 2
Piroscafo, trasporto a ruote   Lombardo 200
Franklin 200 2
Piemonte 140 2
Piro-Cannoniera ad elice Confienza 60
Yinzaglio 60 4
Curtatone 60 4
Palestro 60 4
Montebello    60 4
Varese 60 4
Veloce 40 4
Ardita 40 4
Frasinetto (2)    16 3
Piro-cannoniera ad elice   Torrione (2) 16
Castenedolo (2)   16 3
Pozzolengo (2)    16 3
Mincio (2)     20 3
Adda (2)     20 3
Piroscafo avviso a elice Calatafimi   80
Ferruccio 80 3
Piroscafo avviso a ruote   Baleno    80
Weissel 80
Piroscafo rimorchiatore a ruote Orègon 60
S Pietro 60
S Paolo 40
Piroscafo rimorchiatore a ruote Luoi 40
Battimenti a vela
Fregata di 1 rango   Partenope    50
S Michele 42
Corretta a batteria coperta,di 1 rango Euridice   27
Gorv di 2 rango Iride    14
id Valoroso   14
id Zeffiro    12
Brigantino   Tronto    18
id Generoso   18
id Intrepido   18
% id Eridano   14
id Colombo   14
id Daino    8
id Benvenuto   6
Nave onoraria Desgeneys    6
id Aurora    6
id Azzardoso  
id Feritore   
Goletta    Argo
id Vigilante  
Boto    Lampo
Cutter    Sparviero
N 3 Bombardiere id
14 Cannoniere id (3)
7 Bovi id (3)
8 Lenti  id (3)
4 Paranzelle id (3)
1 Scorridoi id (3)
Esistono in Napoli in istato di innavigabilità

Piro fregata a ruote Roberto
Piro corvet a ruote Miseno
id Palinuro  
id Stabbi
Vascello a vela Vesuvio   
Fregata a vela Isabella  
id Caracciolo  
Corvetta a vela Cristina

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(1) Già a vela da trasformarsi in sistema misto alla Seyne.

(2) Nel lago di Garda.

(3) In cattivo stato e senza denominazione.

Como risolta dalle categorie 3 o 4 del bilancio stesso, a questi bastimenti dovevano essere aggiunti i due bellissimi piroscafi nazionali Vittorio Emanuele e conte Cavour recentemente comprati dal Governo, il piroscafo Fairy Queen acquistato in Inghilterra, due nuove pirofregate ad elice già messe in costruzione nel cantiere della Foce, sotto il nome di Principe Umberto e Principe Carignano, una pirocorvetta ad elice di primo rango in contrazione nello stesso cantiere, sotto il nome di Principessa Clotilde. Inoltre furono ordinate all'industria privata alla Seyne presso Tolone, due batterie galleggianti corazzate di ferro, Terribile e Formidabile. — Nel cantiere di Castellamare si stava costruendo una nuova fregata ad elice denominata Gaeta, una pirofregata con propulsore a elice Messina, ed una pirocorvetta eguale alla Magenta col come Etna.


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CAPO IV

SOMMARIO

1. ESPOSIZIONI DELL'INDUSTRIA ITALIANA A FIRENZE  — S. M. VITTORIO EMANUELE INAUGURA QUESTA SOLENNITÀ NAZIONALE  — DISCORSI  — VISITE DI S. M. ALL’ESPOSIZIONE CONGRESSO D’OPERAI A FIRENZE INSUCCESSO DI QUESTA RIUNIONE — TURBAMENTI IN BOLOGNA ALL’OCCASIONE DEL CARO DEI VIVERI PROCLAMA DELL’INTENDENTE —. I PRINCIPALI PERTURBATORI SONO ARRESTATI, E CONDOTTI AD ALESSANDRIA — ARRIVO DEI PRINCIPI UMBERTO ED AMEDEO A BOLOGNA INCIDENTE DEGLI ARCHIVI NAPOLITANI  — IL GOVERNO SPAGNUOLO RIFIUTA DI RESTITUIRE Al RAPPRESENTANTI D’ITALIA LE CARTE DEI CONSOLATI NAPOLITANI CHE GLI ERANO STATI RIMESSI DALL'AGENTE DEL GOVERNO CADUTO — II. LA QUESTIONE ROMANA PREOCCUPA PIÙ CHE MAI L'OPINIONE PUBBLICA  — MOLTE PRETESE SOLUZIONI SONO MESSE IN CORSO DAI GIORNALI — ALLOCUZIONE DEL PAPA AL CONCISTORO DEL 30 SETTEMBRE — SI PRETENDEVA CHE IL PADRE PASSAGLIA FOSSE STATO INVIATO A ROMA DAL BARON RICASOLI PER RIPRENDERE I NEGOZIATI INTRAPRESI DAL CONTE DI CAVOUR  — ABBOCCAMENTO DELLE LL. MM. L'IMPERATORE DEI FRANCESI E IL RE DI PRUSSIA A COMPIEGNE, OVE É DECISO IL RICONOSCIMENTO DEL REGNO D’ITALIA PER PARTE DELLA PRUSSIA  — IL PAPA BENEDICE A ROMA LE NOZZE D’UNA PRINCIPESSA, FIGLIA DI FERDINANDO II

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DI NAPOLI COL FIGLIO DEL GIÀ DUCA DI TOSCANA, — SUPPLIZIO DI CESARE LOCATELLI, CONDANNATO DALLA S. CONSULTA PER L'UCCISIONE DEL GENDARME VELLUTI — PARTICOLARI DI QUESTA ESECUZIONE  — CENSURE DELLA STAMPA LIBERALE CONTRO IL GOVERNO PONTIFICIO RIGUARDO A QUESTA CONDANNA  — LETTERE DI CASTRUCCI, E DEL DIRETTORE DELLE CARCERI DI ROMA.

CAPO IV.

I.

I nemici dell’unità Italiana avevano proteso che la diversità delle stirpi italiane sarebbe un ostacolo da non poter superare tranne con la violenza; seguendo questi profeti di sinistro augurio, bisognava aguzzare le spade, e impostare i cannoni per una guerra intestina. Era uopo adunque convincer coloro con un fatto importante del contrario, e mostrar tutti gli elementi della prosperità dell’Italia.

Fin dall’8 giugno 1860 una legge adottata dal Parlamento veniva promulgata dal governo per istabilire che nel settembre del 1861 una esposizione dei prodotti agricoli industriali e di bello arti (T Italia sarebbe aperta in Firenze. La legge stanziava contemporaneamente nel bilancio del 1861 una somma di 150 mila lire come spesa straordinaria da applicarsi all'Esposizione.

II decreto reale dell’11 luglio dello stesso anno determinava che una Commissione composta di 13 membri presieduta dal Principe Eugenio, e coadiuvata da membri nominati dalle Camere d’Agricoltura, Industria e Commercio sarebbe incaricata di sopraintendere all’Esposizione.

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Un decreto del Ministero (22 luglio) regolava le attribuzioni di questa Commissione e il modo delle sue deliberazioni.

Il Regolamento generale per l’Esposizione emanavasi il 23 ottobre. Esso determinava ciò che s'intenda dalla legge per prodotti nazionali, regolava le relazioni fra la Commissione e i Comitati locali e gli espositori, e classificava in 24 classi comprese in 2 sezioni tutti i prodotti ammissibili.

Le 24 classi erano = floricoltura ed orticoltura: zooteenica: prodotti agrarii e forestali: meccanica agraria, alimentazione e igiene mineralogia e metallurgia: lavorazione dei metalli: meccanica generale: meccanica di precisione e fisica: chimica: arte vetraria e ceramica: costruzione di edifizii: setificio: lanificio: cotonificio; industria del lino, della canepa e della paglia: pellicceria: vestimenta: mobilia: stampa e cartoleria: galleria economica: architettura: disegno, incisione, pittura e litografia: scultura.

Prevedeva e prescriveva il regolamento anche il modo di ricevimento e di collocamento dei prodotti, l’organizzazione interna, la franchigia (da dazio j dei locali dell’Esposizione, la nomina dei giurati, il modo dell’esame, la ricognizione del merito, l'ammissione del pubblico a visitare l’Esposizione, ed altre cose minori.

Dalla Commissione per l'Esposizione furono dirette alle autorità del regno circolari per l’istituzione dei comitati locali colle debito istruzioni per procurare che non fossero presentati oggetti non ricevibili, e per sollecitare invece la presentazione del maggior numero di quei generi di prodotti che secondo il programma primitivo possono essere ammessi.

Non mancò la Commissione Reale nemmeno di dirigere i suoi inviti a quelle parti d’Italia dove non si estende il regno, e 'Venezia e Roma e perfino San Marino e Monaco ricevettero l'espressione dei voti che il governo promovente e i suoi collaboratori fanno perché l'Esposizione di cui si tratta possa diventare, in ordine all’Italia, veramente universale.

151

Finalmente la somma di 150 mila lire, originariamente stanziata, essendo lontana dal corrispondere al bisogno di una impresa si vasta, il governo promosse presso il Parlamento una nuova assegnazione di 550 mila lire da erogarsi nei bisogni dell’Esposizione.

L'idea di una mostra nazionale doveva naturalmente scaturire dalla circostanza che l'Italia componevasi a nazione; affinché imparassero gli Italiani delle varie provincie e delle varie regioni a conoscere e ad apprezzare mutuamente le produzioni della natura e dell’industria nei paesi dai quali per sì lungo tempo erano stati disgiunti per errore della fortuna o per la forza degli avvenimenti. Ognuno di coloro che poterono pel passato avere comodità e tempo di viaggiare per l'Italia si ricorda, come passando certe frontiere di alcuni Stati italiani si veniva a contatto d’uomini e di cose che sembravano le più disparate e lontane. Specialmente circa il Regno delle Due Sicilie convien confessare che l’industria, la coltura e persino la letteratura n'erano così poco conosciute di qua dal Garigliano, che occorreva un lungo soggiorno in quello Stato per potere trovare il bàndolo del nuovo ordine d’idee che regolava le cose della prosperità materiale e la natura degli studii maggiormente colà coltivati.

Era dunque naturale che prima il governo toscano il quale trovavasi a capo di una illustre regione italiana, dove la solerzia e la gentilezza hanno da secoli la loro sede, e, dopo di esso, il governo nazionale si adoperassero perché in una città centrale e residenza d’ogni cosa bella si favorisse l'effettuazione d’una mostra artistica ed industriale.

Per inaugurare questa solennità nazionale con pompa conveniente, il re Vittorio Emanuele partì il 15 Settembre da Torino alla volta di Firenze accompagnato da S. A. R. il principe Eugenio di Savoia Carignano, da S. E. il barone Bettino Ricasoli, presidente del Consiglio de'  Ministri, dal Cav. Filippo Cordova, ministro di agricoltura, industria e commercio, dalle LL. EE. il visconte di Seisal e il conte di Moltke Hvitfeld, inviati straordinarii, il primo di Portogallo, il secondo di Danimarca,

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sbarcava col suo séguito a Livorno, dov'erano andati a riceverlo S. E. il Governatore delle Provincie Toscane, marchese Francesco Maria Sauli, col Consigliere di Governo Lazzarini, l’Intendente e il Governatore de'  RR. Palazzi e Ville, conte Guglielmo di Cambry Digny e marchese Attilio Incontri.

S. M. il Re dopo una traversata felicissima, favorita da un cielo limpido e da un mare tranquillo, fu accolto in Livorno da una popolazione foltissima che lo salutò con un entusiasmo indescrivibile.

Compiuti allagazione marittima i ricevimenti officiali, S. M. fra replicate e crescenti acclamazioni prese col suo seguito la via di Firenze.

Lungo lo stradale tutte le stazioni erano accalcate dagli abitanti dei luoghi circonvicini occorsi coi loro gonfalonieri, le guardie nazionali e le bande musicali a dare testimonianza al Re che la riverenza e l'affetto per Lui non erano scemati nei diciotto mesi trascorsi.

Ne accoglienze meno liete ne meno affettuose della prima volta preparava Firenze, superba che si inaugurasse fra le sue mura la prima solennità colla quale l'Italia appena rediviva voleva mostrare quanto ella poteva nelle arti della pace.

Fin dalla mattina Firenze era in festa, ornata per tutto di bandiere tricolori e di tappezzerie, affin di celebrare l'arrivo del re. Alle cinque e mezzo della sera il convoglio reale entrò nella stazione della ferrovia tra le acclamazioni della folla, che accompagnò il re fino al Palazzo Pitti, ove egli doveva risiedere, e che forzò il re stesso a mostrarsi dal balcone per soddisfare il desiderio del popolo accalcato e fermo sulla piazza.

L'indomani 15 settembre alle ore 11 il Re entrava nella Sala del Trono; egli vestiva le assise di Generale d’armata: sul suo petto splendevano le sole Medaglie, italiane del Valor Militare, la Medaglia del valore francese, e la Medaglia della guerra del 1859. Quelle sono le decorazioni di cui il Re va altamente superbo.

Dire come egli fu accolto sarebbe impossibile; fu un grido spontaneo, unanime, clamoroso, incessante.

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Gli applausi, le acclamazioni cuoprivano il suono degli strumenti della numerosa orchestra che trovatasi nella Sala.

Ricevuto alla porta maggiore del Palazzo da tutta la Commissione Reale, S. M. si recò nella Sala del Trono, seguito da S. A. R. il Principe di Carignano, dal Presidente del Consiglio Barone Ricasoli dal Ministro di agricoltura e commercio cavaliere Filippo Cordova, dal Generale d’armata, Ettore di Sonnaz, dal Gran Maestro delle Cerimonie Marchese di Brème e da tutte le cariche di Corte.

Nella sala attendevano S. M. numerosi invitati. A destra del trono erano in posto d'onoro il principe Antonio Bonaparte o b sua consorte: indi gli ambasciatori della Sublime Porta, e dei redi Danimarca e di Portogallo: poi i senatori e i Deputati: a sinistra stavano la Commissione reale, i Giurati, le Autorità costituite. Intorno alla sala era una scelta società di signore e di invitati.

Al giunger del Re l'orchestra e i cantanti eseguirono l'Inno del prof. Ciardi, intitolato un Saluto al Re, che ebbe termine in mezzo agli applausi generali.

Quindi il marchese Cosimo Ridolfi pronunciò le seguenti parole:

Maestà

«L'Italia che Voi redimeste dall’antica servitù e chiamaste a prender posto fra le più civili Nazioni, come rispose alla Vostra voce e corse sotto il Vostro glorioso Vessillo ne campi dell'onore, oggi si raccoglie al Vostro invito e presenta al Vostro sguardo i prodotti dell’Agricoltura, dell’Industria e delle Arti, e ai doni della natura unisce i trovati dell’ingegno, i lavori della mano guidata dall’intelletto, le ispirazioni del genio che stampa nel marmo, nelle tele, nei bronzi l'immagino arcana del bello.

«Queste mostre sono di antichissima istituzione in Firenze, ma eran feste municipali comunque solenni.

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Nuovo è lo spettacolo che vi offre oggi questa devota città, a cui fu dato di raccogliere ciò che l'industria, la scienza, le arti da ogni angolo della Penisola mandarono sulle sponde dell’Arno, splendido testimone che oramai dalle vette delle Alpi all’estrema Sicilia vi è un popolo che si stringe in una sola famiglia, e però accomuna le forze e le speciali prerogative come gli affetti.

«E se la grande opera non è per anche compiuta, voi vedrete, Maestà, oggi qui rinnovato il voto solenne, poiché qui tutta Italia volle oggi essere rappresentata dalle opere della mano e dell’ingegno a testimoniare che ella è nata per essere e vuol essere una sola nazione. Sì, una sola nazione, che guidata dal senno ed avvalorata dalla virtù salirà ben presto a quella grandezza, che le meriti l'ammirazione e lo procuri l'amore del mondo.

«Mirate, Maestà, tutto intorno, e vi allieti il considerare che, se tanto poté l'Italia appena risorta, molto più potrà quando il suo commercio avra tutti sentiti gli effetti del libero scambio e alla sua industria sarà dilatato il cuore con un respiro di libertà.

«Permettete, Maestà, che in nome degli artisti, degli industriali, e degli agricoltori italiani che Vi fanno corona, io Vi ringrazi dell’onore che faceste loro, aprendo Voi stesso questa festa nazionale, ed accogliete benevolo il grido unanime che vi saluta.

«VIVA IL RE D’ITALIA.»

Vittorio Emanuele rispose al marchese Ridolfi:

«Ringrazio lei, sig. Presidente, e i sigg. della Commissione pei sentimenti che mi hanno espresso.

«Veggo con. lieto animo che le guerre fortemente combattute per la Nazione, e le deliberazioni per costituirla così sapientemente inspirate, non hanno scemato negl'Italiani l'amore alle scienze e alle arti, di cui qui mostrano oggi sì splendidi frutti. Esse già furono in tutti i tempi fra le doti più preziose di questa cara patria; saranno per l'avvenire fra le gemme più preziose della mia corona.

155

Le loro sorti s'ingrandiranno coll’ingrandire dei destini d'Italia, strumenti efficacissimi della gloria e della prosperità della Nazione, meritano ed avranno tutte le sollecitudini mie e del mio governo.

«Io mi congratulo frattanto con lei, sig. Presidente, e co' suoi colleghi per la buona riuscita delle cure da loro spese intorno questa prima Esposizione industriale Italiana: e sono lieto che Firenze, onde vennero tante prove di amor patrio, e sì efficaci aiuti alla causa nazionale, sia stata scelta ad inaugurare queste solennità che potentemente varranno a compiere la grandezza della Nazione. «

L'orchestra intuonò l'inno del professore Giosuè Carducci, messo in musica dal maestro Romani La Croce di Savoia, mirabilmente cantato dalla signora Marietta Piccolomini Clementini. Codesto inno popolare e nazionale ad un temqo, se era possibile ancor più elettrizzò la società raccolta nella vasta sala. Quando la signora Piccolomini cantava de'  dolori di Venezia e delle suo speranze, il nobile volto di Vittorio Emanuele si animava in tal guisa, da far comprendere a tutti, che quo' dolori erano una spina nel magnanimo cuore del Re Italiano, e che non invano le genti ancora oppresse speravano in lui. Al grido di Viva il Re pronunziato con un sentimento indicibile dall’egregia Artista risposero con entusiasmo quanti assistevano alla cerimonia.

La quale ebbe termine con quest'inno, che ne era degna fine. S. M. volle conoscere la signora Piccolomini e si trattenne a discorrere con essa. Dopo di che il Re, accompagnato fino alla porta dalla Commissione Reale e dagli applausi generali, si riconduce al Palazzo Pitti.

L'illuminazione nella sera fu guastata dal vento, il quale impedì ai numerosi fanali che erano stati preparati di rimaner accesi. La popolazione non poté goder dello spettacolo che avrebbe offerto il Lung'Arno che doveva esser illuminato dal sig. Ottino per commissione del Municipio. Grande era il concorso popolare dovunque.

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Il re si condusse più volte per le gallerie del palazzo del l'esposizione ad esaminare i prodotti delle arti e dell’industria, ed in una di queste visite quando Sua Maestà; accompagnata dal cavalier Quintino Sella, si trovò davanti al magnifico quadro ove è rappresentata la fucilazione della famiglia Cignoli, il suo volto si accese di generosa ira, e dopo essersi soffermato lungamente a contemplare quel dipinto, esclamò con nobile fierezza: «Generale Urban! tu ne hai pagato il fio, e non è anche finita!»

Fra le altre cose, il Re si trattenne anche ad osservare i molti suoi ritratti, quasi compiacendosi del sommo studio e dei grande amore che tutti gli Italiani ponevano nel riprodurne le amate sembianze.

E merita poi di essere notato che le persone illustri di cui più spesso s'incontrava il ritratto, erano, dopo il Re, il compianto Conte di Cavour e Garibaldi.

Nel percorrere le gallerie pensili si faceva incontro a S. M. Bartolomeo Terzano fabbricante di lavori in acciaio di Campo basso, provincia di Molise, e gli offriva in dono un suo lavoro con queste semplici ma affettuose parole: «Sagra Maestà! Poiché la M. V. se deletta de caccia aggio penzato de offrirle o mio lavoro consistente in una posata da caccia ed un astuccio con tutto o necessario per farsi a barba. Aggio tutto lavorato con le mie proprie mani penzando sempre a Sagra Maestà così buona ed affabile. Se degni accettarla e compatire l’umile dono, che proviene da un umilissimo suddito e artefice di Campobasso provincia di Molise. La posata se compone de 18 pezzi, che adesso adesso vado a mostrarle.»

E qui l'artefice si mise a spiegare davanti al Re i suoi 18 pezzi e a descriverli minutamente. S. M. tutto benignamente ascoltò ed osservò, e poi gradì il dono e ringraziò l’artefice. E per verità i lavori in acciaio del signor Terzano erano tali da meritare l'ammirazione di tutti e da vincere al paragone i più fini lavori inglesi.

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Del resto numerosissimi furono i visitatori, e fra questi moltissime le signore, le quali rimanevano incantate in special modo della splendida mostra delle piante e dei fiori. E per verità la classe di floricoltura ed orticoltura meritava ogni maggior lode poiché ricchissima era la collezione delle piante e delle frutte più belle e più rare, bene ideata e bene eseguita la gran serra per le piante da stufa, graziosi gli spartimenti, le roccie, le fontane, i giuochi di acqua ec.

Il re volle porre a profitto il soggiorno a Firenze visitando diversi luoghi della provincia, dove non aveva potuto recarsi fino allora. Per questo egli incaricò il ministro Baron Ricasoli, presidente del consiglio d’indirizzare al governator generale della Toscana la seguente lettera, che mette in rilievo il carattere elevato e paterno di S. M.

Firenze, 18 settembre 1861

Eccellenza,

S. M. il Re, venuto in Firenze per inaugurarvi la prima Esposizione Italiana delle industrie e delle arti, ha in animo di visitare alcuni luoghi di queste provincie, specialmente di quelli che non poterono dalla M. S. essere visitati nell’occasione della sua prima venuta in Toscana.

Vuole peraltro S. M. che sia significato alle popolazioni, fra le quali recherà la sua Augusta presenza, essere suo sovrano desiderio che assolutamente si astengano da ogni specie di pubblica festa, che l'affetto e la devozione per lui potesse a loro consigliare.

S. M. si considera come il primo Magistrato della nazione e come il padre dei cittadini che la compongono. S. M. desidera per conseguenza rendersi conto delle condizioni dei paesi e delle popolazioni, che la Divina Provvidenza e la volontà nazionale affidarono alle sue care, e reputa suo debito non trascurare occasione alcuna per ristringere sempre più i vincoli di affetto

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che Io legano ai popoli, e che sono una delle maggiori e più efficaci forze nazionali; ma S. M. vuole che ciò si faccia senza disagio, senza dispendio, senza distrarre popolazioni dalla gravità dei pensieri e dalla necessita delle loro occupazioni.

In esecuzione delle preaccennate sovrano intenzioni, prega pertanto l'E. V. a voler far noto per mezzo delle autorità politiche locali, che resta assolutamente vietato ogni dispendioso apparato di foste, quando S. Maestà si determini a recarsi. in qualche luogo dei respettivi Compartimenti.

Voglia l'E. V. gradire, ecc.

RICASOLI

La volontà del re non fa eseguita che in parte, perché, se durante il suo giro per la Toscana, le popolazioni non si dierono a far grandi apparati per ricevere il loro sovrano, tuttavia nulla poté impedire che non si portassero in folla al passaggio del re e di acclamarlo con tutta la forza del loro entusiasmo.

In questo tempo a lato del palazzo dell’esposizione dell’industria italiana avvenne in Firenze un fatto, che merita di essere ricordato. Un congresso d’operai si riuniva il 27 settembre nella sala S. Pancrazio per discutere sugl'interessi delle classi laboriose. Disgraziatamente questa riunione non attinse lo scopo interessante, che s'era proposta, se ne dobbiam giudicare dai termini in cui s'esprimeva la Nazione del 28 Settembre a questo proposito.

«Il Congresso degli Operai tenne ieri la sua prima adunanza nella Sala di S. Pancrazio. Scarso fu il numero delle persone che assisterono a questa prima tornata e pochissima l'attenzione che destò nel paese.

«L'adunanza si aprì a ore 10 e mezzo. Quasi tutti i Dopatati eletti dalle Società Operaie erano presenti.

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Ne assunse provvisoriamente la Presidenza Giuseppe Dolfi il quale lesse un lungo discorso inaugurale, che fu applaudito, in cui riassunse la Storia delle Arti e Mestieri dalla Repubblica fiorentina ai dì nostri. Sulla proposta del signor Piccini fu (non senza opposizione per parte di qualche Deputato che negò il mandato a ciò), detto il General Garibaldi Presidente onorario di tutte le Società Operaie d’Italia.

Indi si è proceduto alla nomina del Seggio, il quale è rimasto così costituito; Presidente avvocato Giuseppe Mazzoni, Vice Presidenti Giuseppe Dolfi e cavalier Luigi Parola; Segretarii Bartolomeo Savi e Stefano Boldrini. Il professor Montanelli ha ottenuto 9 voti per l'ufficio di Presidente e l'avvocato Guerrazzi De raccolse due solamente.

«Compita quest'operazione, sulla proposta del sig. Guerrazzi si stabilì che il Congresso terrebbe due sedute al giorno, una dalle 9 ant. alle 2 pom., l’altra dalle 5 pom. fino a ora discreta della sera.

«Nell’adunanza di jeri sera il sig. Mordini ha preso a sostener l'assunto che la Società dovea occuparsi di politica per acquistar forza, all’oggetto di resistere al Governo ove intendesse discioglierla, o far cose contrarie al bene della nazione. Le parole del Mordini sono state spesso accolte con manifestissima disapprovazione: e rumori e grida non lievi si manifestarono allorché parlò della cessione della Sardegna: molti fra i Rappresentanti delle Società operaie si levarono in piedi protestando contro di lui e contro altri oratori che si fecero a sostener le dottrine dal Mordini propugnate, talché il Presidente dovè spesso richiamar gli adunati all’ordine.»

Le adunanze si consumarono in gran parte in lunghi discorsi, alcuni de'  quali furono applauditi dalla assemblea, non dal pubblico che in scarso numero e più con curiosità che con interesse assisteva alle sedute. Maggior ordino e maggior tranquillità si serbarono nelle successive sedute, né si rinnuovarono le scena tempestose che avvennero nella prima adunanza.

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Fu approvata la proposta che nei lavori nazionali debbano dal Governo in avvenire esser possibilmente preferiti gli operai italiani agli stranieri; in proposito di questa discussione furono mosse acerbe critiche al Governo, perché, si disse, prcdiliggeva troppo gli estranei ai nostrali.

Un rappresentante delle società genovesi parlò della emancipazione delle plebi, sostenuto dal prof. Montanelli, dimostrando che il popolo ha diritto ad esercitar il suffragio universale; disse che dovevasi ad ogni modo render obbligatoria l'istruzione in tutti, e che la facoltà di istruire dovesse togliersi al clero. Tale discussione ebbe termine approvando la nomina di una commissione incaricata di avanzare analoghe domande al Parlamento, che fu composta dei signori Montanelli, Patrone, Bianchi.

Indi si parlò deli' unificazione di tutte lo società operaie d’Italia. Sulla proposta del Montanelli si deliberò che venisse redatto un nuovo statuto e che, appena compilato, si adunasse nuovamente il congresso in questa Città per approvarlo.

Il congresso si portò la mattina appresso a Santa Croce per visitare il Panteon italiano e la sera vi fu un banchetto al Saloncino della Pergola, offerto dalla società, detta Fratellanza artigiana. Così ebbe fine questo congresso di artigiani dopo aver molto discusso, per conseguire ben piccolo risultato, ma é probabile, che se agli operai non fossero venuti ad immischiarsi altri personaggi politici, essi avrebbero raggiunto un qualche utile scopo. Sventuratamente le classi popolari poco abituate finora alla vita pubblica e politica sono sempre disposte ad abbandonarsi alle prime ispirazioni, che troppo spesso vengono loro dettate dalla passione e dall’interesse personale. I deplorabili avvenimenti che si produssero a Bologna ed a Ferrara a quest'epoca sono una novella prova di questa verità.

Sotto pretesto del caro dei viveri il basso popolo di Bologna eccitato da segreti agenti, si riunì, la mattina del 23 Settembre in attruppamenti minacciosi, onde s'alzavano delle grida di morte agl'incettatoi!

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All’ora del mercato dei gruppi si distesero sui mercanti d’erbaggi e di magazzeni dei fornai, e de'  fabbricatori di paste.

Ma siccome allora i fornari incolpavano i possidenti d’aver venduto il grano ad alto prezzo, così le grida di boja e di morte ai ricchi si fecero universali... Il cortile del Palazzo dell’intendente pieno zeppo di gridatori contro il municipio che ivi era residente. Al Sindaco e ai municipali si scagliavano improperi. La forza non sapeva che fare, teneva dietro alla massa, ma non azzardava di arrestare nessuno. Volevano riaperte le botteghe, e correvano ad armarsi di accette per atterrarne le serrature. Dentro i caffè e nei crocchi delle strade si tirava giù a voce alta contro il governo. Tutto il movimento era capitanato dal partito d’azione che si era costituito colle associazioni di mutuo soccorso, e già conteneva un 3500 individui, di cui il centro risiedeva in Cartoleria Vecchia nel teatro di S. Saverio.

Alle ore 2 pom. usciva di palazzo un pelottone di bersaglieri che fu ricevuto a fischi. Si ritirò. Il popolo entrò in palazzo; i soldati avrebbero voluto trattenerlo, ma un popolano malmena un soldato e passa, e con lui passano tutti.

Vien l'ordine di riaprire le botteghe, e il primo che le riaprì fu il pastarolo Gavaruzzi: dopo lui tutti gli altri, e si mettono le paste a due baj e mezzo la libbra. Molti s'intromisero per calmare, e il visibilio sembrò finire.

Ma la calma non durò lungamente. La mattina appresso, 24 settembre, il popolo si radunò di bel nuovo, quindi spartitosi in groppi si mise a percorrere le strade preceduto da bandiere. Passando innanzi la casa del conte Morsigli, accusato d’aver venduto del frumento a scudi 3. 55 la corba, obbligò l'intendente del conte a rimborsare il compratore di 55 baiocchi per corba. Poscia passando avanti la casa del conte Pallavicini fece altrettanto. Rientrato sulla piazza, l’attruppamento vide il proclama dell’intendente affisso, e lo lacerò. Questo proclama era così concepito:


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Bolognesi!

Una sola raccomandazione debbo indirizzarvi, o Bolognesi, ed è il rispetto alla legge. Le violenze non possono condurre alla diminuzione dei prezzi, che deve essere il frutto della libera concorrenza, ma trascinano inevitabilmente ad un risultato contrario, il commercio impaurito si astiene dal portare sul mercato le sue derrate.

Ove sotto pretesto del prezzo dei viveri si cerchi di commettere disordini e di usare violenze, io prenderò le necessarie disposizioni onde impedirli e punirne i colpevoli.

Dal Palazzo dell’intendente, Bologna 23 Settembre 1861.

L'intendente generale

T. OLDOFREDI

Egual sorte incontrava pure un indirizzo del Municipio ai bolognesi.

L'ordine fu completamente ristabilito il giorno 25. Numerosi arresti furono fatti nella notte, e il giorno seguente 26. Gl'individui arrestati furono condotti per la via ferrata ad Alessandria. La città rientrata nella calma, tutti si occuparono di commentare i fatti avvenuti. Chi li attribuiva al partito nero, chi al rosso. Alcune donne arrestate nel trambusto dichiararono di avere ricevuto quattro paoli al giorno per gridare ed ammutinarsi. Ciò che farebbe credere a un'intesa, a un motto d’ordine dato. fu la coincidenza di scene, simili a quella, di cui fu teatro Bologna, avvenute in diverse altre parti di Romagna.

Leggiamo nell’Adriatico di Ravenna del 22, i seguenti ragguagli intorno ai recenti disordini avvenuti nelle Romagne:

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L'astinenza volontaria o forzata che nella Romagna si è manifestata contro le osterie, ha prodotto naturalmente una certa agitazione sui prezzi dei generi, e suscitò disgustosi inconvenienti.

Il fatto di Bologna è uno di questi, nel quale si è proceduto a vie di latti contro i venditori di commestibili. L'autorità ha doluto intervenire per ripristinare l'ordine turbato.

A Ferrara sono state uccise due guardie di pubblica sicurezza;

A Lago sono stati minacciati negozianti di vini; sono state a forza rovesciate castellate, pestata sulla terra l'uva e distrutta. Quando si è chiamata la guardia nazionale sotto le armi, nessuno o pochissimi sono comparsi. Di qui la rinuncia del Sindaco, della Giunta e dicesi anche dell’intero Consiglio.

A Brisighella sono stati fermati vetturali che portavano granaglie in Toscana, hanno dovuto staccare i cavalli, e solo dopo l’intervento di oneste persone hanno ottenuto di proseguire il viaggio.

Ieri sera il Sindaco di Massalombarda passeggiava col Delegato. Incogniti hanno esplosi contro di essi due colpi di fucile. L'uno e l'altro sono rimasti feriti.

Sappiamo che le ferite ricevute dal Sindaco e Delegato di P. S. di Massalombarda non sono pericolose e che vi furono quattordici arrestati, fra i quali gli autori del misfatto ed i principali agitatori. La Guardia Nazionale tenne un contegno lodevole.

Due ufficiali della Guardia Nazionale di Castel Bolognese vennero arrestati e tradotti a Faenza.

Questi fatti deplorabili provano l'ignoranza che si trova ancora nelle Romagne fra il popolo. Il quale per rimediare al caro di viveri non sa pensare altro mezzo che quello, i cui tristi effetti ha descritti il Manzoni parlando del secolo XVII nei Promessi Sposi, attempo della carestia che precedette, e diede occasione alla celebre peste di Milano.

L'ignoranza più che la mala volontà, è per solito la consigliera dei moti popolari contro il caro dei viveri e specialmente contro i mercatanti dei grani e i venditori di pane.

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V’hanno sebbene delle circostanze nelle quali ricchi negozianti ed accaparratori di derrate possono per utile proprio cercar di affamare le popolazioni facendo pagar loro le derrate alimentari un prezzo superiore a quello che sarebbe dovuto secondo le condizioni della libera offerta e della richiesta; ma ciò non si verifica se non che nei paesi di produzione] e di consumazione ristretta, nei quali una legge stupida o interessata o una volontà autocratica e malvagia faccia violenza alla libertà del commercio.

Ma fuori di questi casi, e soprattutto presso le nazioni che hanno Stati grandi non afflitti da frequenza di frontiere e di dazii, presso le nazioni dove il commercio è regolato da leggi larghe e dotato di tutta la libertà compatibile con l'ordine pubblico, il caro dei viveri non è mai conseguenza di uno stato di cose artificiali. Coloro che non lo sanno devono venirne istrutti, e per isventura ossi sono molti, quando la libertà del commercio è per essi di fresca data: coloro che lo sanno e non se ne prevalgono sono meritevoli veramente d’ogni più grave gastigo.

Conviene che nelle località dove per ignoranza le moltitudini ad istigazione di uomini ignoranti anch'essi, ovvero di uomini di partito si lasciano andare ad eccessi contro l’ordine pubblico per causa dell’incarimento dei viveri, tutti gli nomini illuminati e dabbene, e specialmente coloro che hanno a loro disposizione la stampa periodica, si facciano i propagatori delle poche ma utili verità che regolano la materia del prezzo delle sussistenze.

Alcuni giorni appresso agli avvenimenti narrati i principi reali Umberto e Amedeo giungevano a Bologna, precedendovi il re loro padre, e vi erano accolti con trasporti di gioia da tutta la popolazione. Per non trarre in lungo la nostra cronaca, non facciamo il racconto delle feste che i figli di S. M. il re d’Italia incontrarono nel loro cammino. Dobbiamo d’altra parte segnalare a quest'epoca un incidente diplomatico, il quale ruppe necessariamente le relazioni politiche fra la Spagna e il nuovo regno di Italia.

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Si trattava della reclamazione degli archivj napolitani stati consegnati dal console di Francesco II al governo spagnuolo, e che il rappresentante del re d’Italia richiedeva come appartenenti il suo governo. A questo proposito ecco come fu impiantata la questione dai giornali spagnuoli medesimi. Riportiamo un articolo del foglio Lai Novedades in data del 13 Settembre.

Merita attenzione la corrispondenza pubblicata dal Diario de Biircillona sulla quistione degli archivi napolitani. Avvertasi che il Diario è ministeriale e che il suo corrispondente da Madrid è ancora più ministeriale del Diario.

Quelle notizie, per conseguenza, non possono essere sospette.

Da quella corrispondenza risulta.

Che il console napolitano di Lisbona chiese di consegnare gli archivi del suo consolato al console spagnuolo residente in quella città;

Che il console spagnuolo, non avendo istruzioni in proposito, consultò il governo;

Che il governo rispose si accettasse la consegna degli archivi, e che questa consegna ebbe luogo, tanto che l’incaricato di affari del Re d’Italia in Lisbona ne chiese subito la restituzione a quello di Spagna;

Che le rimostranze del barone Tecco su questo affare furono senza risultato durante l'assenza del signor Calderon Collantes, avendo il presidente del consiglio de'  ministri dichiarato di non intendersi di questi affari;

Che, dopo il ritorno del signor Calderon Collantes alla corte, il barone Tecco ripeté le sue rimostranze, alle quali fu risposto con una lunga nota, nella quale si esaminava sotto tutti gli aspetti la quistione,

Che in questa nota come risulta dalla sua prolissità e come lo dimostrano i fatti, non si consentì alla domanda, a nostro avviso giustissima del barone Tecco;

Che il barone Tecco protestò in termini più o mono recisi contro quel rifiuto;

Che il console spagnuolo in Lisbona continua a tenere presso di se gli archivii del consolato napolitano,

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anzi che ha fatto la scelta delle carte politiche di quegli archivii e le ha trasmesse al ministro di Francesco II a Madrid.

Che in conseguenza di quella consegna, vi ha impossibilità materiale di fare la restituzione degli archivii, non trovandosi più in mano del governo molte delle carte che ad essi appartenevano.

Dopo tutto questo giudichi il pubblico della fede che si meritano le seguenti parole della Correspondencia di oggi:

«Non ostante la notizia data dalla Cronica de Ambos Mundos e ripetuta dal Giornale Las Kovedades, che il barone Tecco abbia presentato un ultimatum, possiamo assicurare che il barone Tecco, il quale si trova a Madrid, non ha presentato quell’ultimatum, che gli viene attribuito.»

Ma non basta. Il signor Calderon ha risposto alla protesta del barone Tecco. E quale è stata questa risposta? Ecco le parole della Correspondencia.

«Il barone Tecco, rappresentante di Vittorio Emanuele, è ritornato a questa corte dopo aver trattato a Sant'Ildefonso la quistione degli archivii napolitani. La sola cosa che noi sappiamo in modo positivo su questo argomento si e che il governo spagnuolo ha mantenuto le sue risoluzioni anteriori; che il governo di Torino comincia a render giustizia alla lealtà ed alla dignità con cui si è condotto il nostro governo, e che possiamo nutrire la speranza che la quistione degli archivi non venga a turbare la buona armonia tra i gabinetti di Torino e di Madrid.»

Il Governo ha mantenuto le sue risoluzioni anteriori, e come queste erano di non consegnare gli archivii, e come per quanto si studii non vi ha via di mezzo tra il fare ed il non fare la consegna, risulta che il governo ha rifiutato di consentire alla domanda del barone Tecco.

In conseguenza la partenza del barone Tecco dipenderà dalle istruzioni che egli riceverà dal suo governo.

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Se in fatti non solo non si consegnano al rappresentante del Re d’Italia gli archivii, ma molte delle carte in essi contenute si trovano nelle mani di tal persona che non può aver carattere ufficiale come ministro di un regno che non esiste e di un re, che non è più re, ci sembra evidente, checché ne dica la Correspondencia, che la conclusione di questo affare sarà una rottura diplomatica col regno d’Italia.

Le conseguenze immediate di questa rottura possono essere gravi, ma i nostri ministri non ci badano. Il governo è cieco e non bada non soltanto all’interesse del paese, ma all’interesse proprio. E una conferma del detto: Quos vult perdere Deus dementat.

Frattanto il governo italiano propose, per troncare siffatta questione, la mediazione della Francia, che fu accettata, ma allora il gabinetto di Madrid dichiarò che non riconsegnerebbe gli archivii che dopo averne ottenuto il permesso da parte di Francesco li. Il Sig. Touvenel, ministro degli affari esteri in Francia fece osservare al Sig. Mon ambasciatore di Spagna a Parigi, che sarebbe impossibile d’accettar la questione su queste basi dopo il riconoscimento del regno d’Italia per parte della Francia. Le cose si rimasero all’istesso punto per alcun tempo. Il Baron Tecco minacciava continuamente di abbandonar Madrid, quando non ottenesse soddisfazione agl'interessi del suo governo. Più tardi vedremo il seguito di questa faccenda.

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II.

Al punto, in cui noi abbiano lasciato la questione romana, abbiamo constatato diversi tentativi d’invasione degli stati pontificii su due punti opposti delle frontiere. Abbiamo veduto qual fosse stata l'attitudine del governo francese in tali circostanze, quali le misure prese dal general De Goyon comandante in capo della guarnigione francese.

Il signor di Gramont ambasciadore di Francia era rientrato a Roma, ond’era stato assente per congedo. Dimando di spiegazioni erano state indirizzato al governo italiano intorno i tentativi d’invasione; tutti questi fatti avevano vivamente preoccupata l'opinione pubblica, cosicché i giornali tutti i giorni riportavano qualche notizia più o meno straordinaria sui rapporti della Francia coll'Italia, o dell’Italia con la corte di Roma. Ora erano delle conferenze che si dovevano tenere a Parigi dal ministero degli affari esteri tra i Signori Thouvenel e Nigra. Quest'ultimo avrebbe comunicato un progetto di nota da presentarsi alla corte romana con un memorandum. Altre versioni andavano più lungi ancora pretendendo che il memorandum fosse un ultimatum, di già stato spedito alla Santa Sede. Quest'ultima voce aveva preso una tale consistenza, che il governo italiano credette necessario di pubblicar nella Gazzetta Ufficiale del Regno la nota seguente:

Benché noi abbiamo già smentita la notizia divulgata da alcuni giornali che il presidente del Consiglio abbia indirizzato o sia per indirizzare alle potenze un manifesto intorno alla quistione romana, poiché essa continua ad essere ripetuta in alcune recenti corrispondenze, crediamo non inutile il confermare, che il barone Ricasoli non ba presentato alcun manifesto od ultimatum ne alla Francia ne ad altro Stato e che tutto ciò che si asserisce di conferme fra il cav. Nigra ed il signor Thouvenel in proposito del preteso ultimatum non ha ombra di fondamento.

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La Perseveranza pubblicava nel medesimo tempo un articolo in questi termini:

«Ingrandendo i rumori ed esagerando a caso o ad arte le cose si è fatta possibile la credenza di un ultimatum dell'Italia al Papa, spedito già al suo destino, o so non spedito, redatto almeno e pronto, qual fulmine di riserva, pel Vaticano.

«Posso assicurarvi che non v'ha in tutto questo una parola di vero. Il presidente del Consiglio intende sciogliere la questione romana d’accordo colla Francia e non ricorrerà mai a coazioni assurde, o passi temerarii sin che gli resti la convinzione di essere vittorioso con essa sul terreno morale. Di certo egli non lascia, né può lasciare languir la questione, anzi l’attacca da tutti i lati; ma come vi dissi altra volta, ogni suo sforzo per ora è diretto ad ottenere colla mediazione francese un accordo colla Corte di Roma, il quale, venendo ad essere rifiutato, metta poi la Francia nella necessità di togliere la sua protezione a chi non abbia voluto intendere ragione. Tutto si riduce dunque pel momento a questo: di proporre, cioè, tali basi che, accettate dalla Francia come eque, divengano poi per l'opinione europea l'ultima condanna di Roma, il giorno in cui Roma si rifiuterà di trattare.

«A questo proposito, non posso che ripertervi quanto vi dissi altra volta che la piena libertà della Chiesa e l'assoluta indipendenza del pontefice, guarentita dallo Stato e circondata di tutti gli splendori di una vera corte, è proposta in correspettivo dell’assoluta rinuncia al potere temporale, per cui la pretesa offerta della sovranità sulla città leonina, o su altra qualsiasi parte di Soma, va rilegata nel numero delle invenzioni giornalistiche.»

Ciò che aveva dato un poco di credenza a questo romore, fu li pubblicazione di un opuscolo intitolato Garanzie date dal re £ Italia all’indipendenza della Santa Sede, del quale i giornali si occuparono per alcuni giorni e di cui l'Independanee belge ci dava un sunto in questi termini;

«Una delle nostre corrispondenze ci segnalò la comparsa d’un opuscolo formolante una soluzione ben netta e completa

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della questione romana, ma il nostro corrispondente non sapeva se si dovesse attribuire a tale pubblicazione il carattere d’un'opera più o meno officiale. Le informazioni che gli sono pervenute di poi gli permettono di essere più affermativo.

«Le proposte sviluppate nell’opuscolo pare sieno quelle che il sig. Ricasoli ha formolato nel progetto d’ultimatum che ha intenzione d’inviare alla Santa Sede e si possono ritenere, in quanto alla sostanza se non alla lettera, come perfettamente conformi al documento di cui annunziammo la comunicazione confidenziale al gabinetto delle Tuileries.

«Del resto paro che questa combinazione fosse già stata stabilita quando viveva ancora Cavour, all’epoca delta malattia del papa. Quantunque essa faccia al Sommo Pontefice e alla Santa Sede una parte larghissima e assicuri nel modo più completo l'esercizio dell'autorità spirituale del papato, è positivo che a Roma verrà respinta.

«Fosse anche più vantaggiosa alla chiesa, essa non sarebbe meglio accolta, poiché la corte di Roma vuole tutto o nulla. Da questa parte non convien sperare transazione o compromesso di sorta.

«È notevole la conformità della soluzione messa innanzi dal gabinetto di Torino, col primo opuscolo di La Guèrronnière sul delicato soggetto della quistione romana. Non si potrebbe conchiudere che il progetto stabilito a Torino, lo fu fino a un certo punto d’accordo col gabinetto delle Tuileries o che almeno non può mancar di essere accetto allo stesso?

La questione romana assorbiva tutti gli spiriti. A Parigi soprattutto nei circoli politici non si trattava allora che di una soluzione da darsi alla medesima.

Gli uni che pretendevano che l'Imperatore medesimo fosse più imbarazzato di tutti; gli altri affermavano che egli rimaneva fedele a! suo programma di confederazione italiana e che aspettava qualche sconfitta politica del governo di Torino per rimetterlo in campo.

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Secondo l’opinione però d’uomini che vivevano nell’intimità di Napoleone III. né l'una né l'altra delle anzidette spiegazioni, sarebbe accettevole. Secondo essi, l'imperatore ha troppo buon senso per voler dare una smentita all’opera di cui la sua campagna d'Italia è stata la causa feconda. Ma s'egli vuole l'Italia una, se ba sinceramente riconosciuto il Re d'Italia, egli ha il suo metodo politico personale a cui si attiene più che a qualunque altra cosa.

Egli vuole che il nodo si sciolga col tempo per la stanchezza dei partiti; egli vuol lasciar giungere l'ora in cui possa dire: il filo si rompe, io non resisto più. In una parola, egli riproduce letteralmente il piccolo dramma di Gaeta, in cui ha aspettato, per ritirare la flotta francese, quasi la pressione dell’opinione dell'Europa. Così si osservava che nulla, nel giornalismo officiale, veniva a contraddire l'espressione sempre più energica dei diversi fogli dell’opinione ostile a Roma. La marea dell’impazienza monta. Tutti i giornali, dal Dèbats dal Siede, dall’0finion Nationaie, fino ai fogli economici ed industriali, chiedevano altamente che si finissse questa quistione.

Per quanto forti fossero queste impazienze, la Santa Sede si mostrava, come sempre, poco disposta a soddisfarle, come ben si poté vedere dall’allocuzione del Santo Padre al concistoro segreto del 10 Settembre, che abbiamo estratto dal Giornale di Roma del 3 Ottobre.

VENERABILI FRATELLI

Ognuno di voi si ricorda, Venerabili Fratelli, con quanto dolore dell’animo nostro, in questo amplissimo vostro consesso, abbiamo spessissimo deplorato i gravissimi danni arrecati alla cattolica Chiesa, a quest'Apostolica Sede, ed a Noi, con massimo detrimento della stessa civile società, dal governo Subalpino, e dal funestissimo autore e fautore di ribellione, principalmente nelle misere regioni d’Italia, che lo stesso governo ingiustamente e violentemente usurpò.

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Ora poi tra le altre innumerevoli e sempre più gravi ferite inflitte alla nostra santissima religione dallo stesso governo e dagli uomini di una nefanda cospirazione; siamo costretti a rammaricarci che il diletto nostro figlio e chiarissimo. vostro collega e vigilantissimo arcivescovo della chiesa napoletana, cospicuo per pietà e per virtù, che qui presente vedete, fosse arrestato da soldati, e strappato al proprio gregge con immenso tutto di tutti i buoni. Tutti poi conoscono come i satelliti del medesimo governo e della ribellione pieni di ogni frode e fallacia, e fatti abbominevoli nelle loro vie rinnovando le macchinazioni ed i furori degli antichi eretici, e profanando tutte le cose sacre, si sforzano di scalzare dai fondamenti, se fosse possibile, la Cattolica Religione e di estirpare fìn dalle radici la sua salutare dottrina dagli animi di tutti, e di eccitare ed infiammare ogni più malvagia passione.

Quindi conculcati tutti i divini ed umani diritti, sprezzate affatto le ecclesiastiche censure, i vescovi sono sempre più audacemente scacciati dalle proprie diocesi ed anche incarcerati, e moltissimi fedeli privati dei loro pastori, e gli uomini dell’uno e dell’altro clero in modo miserando vessati, d’ogni sorta d’ingiurie ricolmati e le religiose famiglie estinte, ed i loro membri espulsi dai cenobii, ridotti all’inopia di ogni cosa, e le vergini consacrate a Dio costrette a mendicare un pane, ed i religiosissimi templi spogliati, macchiati, convertiti in spelonche di ladri, ed i sacri beni sperperati, e l'ecclesiastica potestà e giurisdizione violata, usurpata, e le leggi della chiesa dispregiate e conculcate.

Quindi scuole pubbliche di depravate dottrine istituite; pestiferi libelli ed effemeridi dati alla luce, e largamente sparsi e di vulgati per tutti i luoghi a grandi spese di questa scellerata congiura.

Con quali perniciosissimi ed abbominevoli scritti, la santissima fede, la religione la pietà, l'onestà, la pudicizia, il pudore, ed ogni virtù viene combattuta, ed i veri ed inconcussi principii e precetti della legge naturale ed eterna sono rovesciati, e la legittima libertà e proprietà di ciascheduno sono violate,

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ed fondamenti di ogni famiglia e della civile società sono scossi, e la fama di tutti i buoni è lacerata con false accuse e con massime calunnie, e la sperata licenza del vivere e di osare qualunque cosa e l'impunità di tutti i vizi e di tutti gli errori e sono sempre più favorite, propagate promosse.

Ognuno vede quale luttuosa serie di calamità, scelleragini, rovine sia ridondata principalmente alla misera Italia da tanto divampare di empia ribellione. Imperocché, per parlare col Profeta, «la maledizione, la menzogna e l’omicidio e il furto e l'adulterio inondarono, ed il sangue toccò il sangue.»

Inoridisce l'animo e rifugge dal dolore e paventa di rammentare come nel regno napoletano, villaggi e castella furon atterrati ed innumerevoli sacerdoti integerrimi, ed uomini religiosi, e cittadini di ogni eta, sesso e condizione, e gli stessi infermi coperti di indegnissime contumelie, e, istruito anche il processo, o cacciati in un carcere o crudelissimamente uccisi.

E chi non sarà preso da acerbissimo dolore nel vedere che dai furibondi uomini della ribellione nessuna riverenza si presta ai sacri ministri, nessuna alla vescovile e cardinalizia dignità, nessuna a Noi ed a quest'Apostolica Sede, nessuna ai sacri templi ed alle cose sacre, nessuna alla giustizia, nessuna all’umanità, ma tutto è pieno di eccidii e di devastazioni?

E queste cose son fatte da tali che non arrossiscono di asserire con somma impudenza voler essi dare alla Chiesa la libertà ed il senso morale all'Italia. Nè si vergognano di domandare al Romano Pontefice che voglia accondiscendere ai loro desiderii, affinché non ridondino maggiori danni alla Chiesa.

E di questo ancora è sommamente da dolersi, o venerabili fratelli, che alcuni dell’uno e dell'altro clero anche ornati di ecclesiastica dignità miseramente sorpresi da un tanto funesto spirito di aberrazione e di ribellione, e totalmente dimentichi della propria vocazione e del proprio uffizio abbiano declinato dalla via della verità, e favoreggiando i consigli di uomini empii siano diventati pietra di offesa e di scandalo coll’incredibile tutto di tutti i buoni.

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S'aggiunge pure ai mali che deploriamo questo molestissimo, che poc'anzi nel dominio Messicano persone del medesimo taglio accesi di simile odio contro la Chiesa cattolica non si peritarono di promulgare leggi inquisissimo ed avverse alla podestà della Chiesa medesima, ai suoi diritti ed alla sua dottrina, di predare i beni ecclesiastici di spogliare i sacri templi di usar sevizie contro uomini ecclesiastici e religiosi, di vessare le vergini a Dio consacrate, di allontanare dalle loro greggio e di cacciare in esilio, opprimendoli d’ingiurie moltiformi, i vescovi che quasi tutti vennero in questa nostra alma città ed a noi furono di non lieve consolazione per le egregie virtù di cui sì altamente risplendono.

Nè ciò è abbastanza perciocché in un'altra parte dell’America cioè nel territorio della Nuova Granata in questi ultimi giorni impadronitisi della suprema autorità perturbatori degli ordini civili emanarono un decreto nefando con cui alla podestà ecclesiastica è proibito di esercitare la sua autorità senza la licenza e l'approvazione del governo civile, espulsero i membri dell’inclita compagnia di Gesù sommamente benemeriti del cristianesimo e della civiltà, ed inoltre obbligarono il Legato nostro e di questa Santa Sede ad uscire nel termine di tre giorni dai confini del paese.

Perciò facilmente intendete, o venerabili fratelli da quanta amarezza noi siamo afflitti in questa tanta e così trista pertubazione delle umane e divine cose. Ma in mezzo alle grandissime molestie ed angustie che senza uno speciale aiuto di Dio non potremmo sopportare, ci è di sommo conforto l'esimia religione virtù e fortezza dei venerabili fratelli sacerdoti si dell’Italia che di tutto l'orbe cattolico.

Perciocché questi mirabilmente stretti da un intimissimo vincolo di fede, di carità e di osservanza a Noi ed a questa Cattedra di Pietro, e non ispaventati da alcun pericolo, adempiendo il proprio ministero con immortale lode del loro nome e dell’ordine in foce ed in sapientissimi scritti non lasciano impavidamente difendere la causa, i diritti, la dottrina di Dio, della sua santa Chiesa e di questa Sede Apostolica, e le ragioni della Giustizia

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e dell'umanità, di provvedere diligentemente all’incolumità del proprio gregge di respingere le false ed erronee dottrine d’uomini nemici, e di opporsi virilmente agli empii loro sforzi.

Né per vero assai meno ci allieta, lo scorgere in quanti modi gli ecclesiastici personaggi tanto di ciascuna regione italica quanto di tutto l'orbe cristiano, e i fedeli popoli seguendo le orme illustri de'  suoi vescovi si gloriino viemaggiormente di addimostrare e dichiarare verso di Noi e verso questa Apostolica Sede l’amore, la venerazione ed una egregia premura nel professare e nel difendere la santissima nostra Religione. Ma gli stessi Venerabili Fratelli e il lor Clero e i popoli fedeli sommamente dolendosi che Noi spogliati di quasi tutto il Nostro civile principato e di questa Santa Sede versiamo in dolorose angustie, nulla reputano esservi di più religioso che il sollevare amorevolissimamente e con ogni stadio con pie e spontanee loro elargizioni le gravissime nostre angustie e quella della Santa Sede. Perlocché mentre nell’umiltà del cuor Nostro rendiamo grandissime grazie a Dio di tutta quanta la consolazione affinché si degni di calmare, confortare e sostentare colla insigne pietà o liberalità dei Vescovi e dei popoli fedeli le acerbissime nostre molestie e tribolazioni, ci rallegriamo di poter palesemente e pubblicamente di nuovo attestare e confermare i sensi del gratissimo animo Nostro ai medesimi Vescovi e ai popoli fedeli: poiché soltanto col soccorso ed ajuto di essi possiamo andar incontro a grandissimi e di giorno in giorno crescenti Nostri bisogni e di questa Santa Sede.

E qui, Venerabili Fratelli, non possiamo passar sotto silenzio le continue dimostrazioni di grande amore, di fermissima fedeltà, di devotissimo ossequio, e di splendida generosità, colle quali questo popolo romano s'ingegna e gode di mostrare e comprovare che nulla egli più ardentemente desidera che di restar costantissimamente attaccato a Noi e a questa Apostolica Sede e al legittimo nostro e della Sede medesima comando, e di rispingere, avversare coll’animo e detestare tutti i nefandi conati degli uomini pertubatorì e insidiatori.

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Voi stessi, o Venerabili Fratelli, siete autorevoli testimonii di quante sincere, pubbliche e irrefragabili dichiarazioni questo stesso popolo romano a Noi carissimo non tralasci di professare e addimostrare i sensi egregi e degni affatto d’amplissima lode dell’avita sua fede.

Noi però avendo a divina promessa che Cristo signor nostro sarebbe colla Chiesa sino alla consumazione dei secoli e che le porte dell’inferno non mai preveranno contro di essa, siamo certi che Dio non mancherà alle sue promesse il quale coll'operar miracoli mostrerà finalmente che una sì grande tempesta non fu eccitata a sommergere la nave della Chiesa ma si bene a sollevarla più alto.

Frattanto non cessiamo, o Venerabili Fratelli, d’implorare col massimo ardire ed incessantemente il potentissimo patrocinio dell’immacolata e Santissima Vergine Madre di Dio, e con ferventissime preghiere pregare e scongiurare di giorno e di notte lo stesso clementissimo Dio, la cui natura è bontà, la cui volontà è potenza la cui opera è misericordia, affinché voglia abbreviar presto i giorni di tentazione e porger la soccorevole sua mano alla cristiana e civile repubblica così veementemente tribolata, e versando sopra tutti propizio le ricchezze della divina sua grazia e misericordia, converta tutti i nemici della Chiesa e di questa Santa Sede, e riduca nel sentier di giustizia e coll’onnipotente sua virtù faccia che, fugati tutti gli errori e tolte di mezzo tutto le empietà, la sua santissima religione, nella qual si contiene principalissimamente la temporale felicità e tranquillità dei popoli viemmaggiormente cresca, rinvigorisca e fiorisca per tutto il mondo.

In questo il P. Passaglia, che da qualche tempo si trovava a Roma era stato, si diceva, incaricato officiosamente dal Baron Ricasoli di riprendere appresso il Santo Padre le trattative interrotte per la morte del Conte di Cavour.

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Si aggiungeva, che le basi di queste trattative erano concertate col governo francese, che doveva manifestarle per opera del nuovo ambasciatore il Sig. de Lavalette, testé Dominato in rimpiazzo del Sig. de Gramont, e il quale era presso a giungere in Roma.

A quest'epoca aveva luogo a Compiegne un abboccamento del Re di Prussia Guglielmo e dell’Imperator dei Francesi, in cui il riconoscimento del regno d'Italia per parte della Prussia riceveva una soluzione favorevole, che come vedremo non si fece più lungo tempo aspettare. N'ulladimanco il Santo Padre indirizzava in questo medesimo tempo dei voti al Cielo per la restaurazione dei principi decaduti, all’occasione dello sposalizio della principessa Pia figlia di Ferdinando II col figlio dell’ex duca di Toscana, alla qual cerimonia era stato invitato tutto il corpo diplomatico. Nel suo discorso, dopo aver combattuta la dottrina del matrimonio civile, il Papa chiudeva in queste parole «Purificati, e fortificati dall’esilio e dal dolore, la Provvidenza non tarderà a farvi rientrare nel paese de'  vostri padri, perché il tempo della giustizia devo arrivare; questo sarà il giorno annunziato dallo Spirito Santo con queste parole: Veritas de terra orta est et iustitia de coelo prospexit. Frattanto invoco su di voi la benedizione del Cielo.»

A questa lieta festa, a questa ridente cerimonia d’un principesco sposalizio successe per i Romani un tristo e lugubre spettacolo, quello cioè dell’esecuzione d'una sentenza capitale.

Già fin dal 6 settembre il tribunale della S. Consulta aveva pronunciato la condanna contro Cesare Locatelli, accusato dell'omicidio del gendarme Velluti, seguito la sera del 27 Luglio. La pena di morte era stata inflitta, e il ricorso di grazia del condannato al S. Padre era stato rigettato. Il giorno della esecuzione era fissato per il 26 Settembre.

Locatelli che aveva rifiutato i soccorsi della Religione, obbiettando che i preti, da cui era stato condannato non avevano i[ diritto di venirlo a consolare, era stato messo in cappella fin dalla vigilia. Il patibolo era dirizzato nel posto ordinario del supplizio capitale presso la Bocca della verità. Monsignor Corazza era presso al paziente, e i confratelli di San Giovanni decollato schierati innanzi la porta della cappella.

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Un numero considerevole di truppe stava nella piazza, quello del Papa accerchiavano il palco, i gendarmi formavano la prima linea. Le truppe francesi chiudevano il quadrato. A. sette ore del mattino il condannato doveva subire la pena. Il corteggio funebre usciva dalla cappella attraverso una siepe di gendarmi pontifici. Locatelli camminava d’un passo fermo. Giunto a pie del patibolo s'arrestò un istante e dopo aver lanciato uno sputo in faccia alI ' ultimo gendarme della linea montò i gradini gridando: Viva l'Italia! Alzò altre grida che furono soffocate dal romore dei tamburi, ordinato dal comandante delle truppe pontificie. Un momento dopo il boia, secondo l’uso, mostrò alla folla il capo del giustiziato, che restò poscia esposto alla pubblica vista per un'ora.

Gli ultimi momenti del Locatelli ci sono stati narrati più per minuto ancora che noi non abbiam fatto, da un capitano francese di servizio al luogo della esecuzione.

Questo fatto, che in altre circostanze ed in altro paese sarebbe passato pressoché inavvertito, come tutte l'espiazioni giudiciarie di simil fatta, diè materia alla stampa liberale, sovrattutto italiana, di fervorose polemiche. Piovvero i sarcasmi sovra il governo papale: si gridò alla vendetta sacerdotale: si censurò amaramente il procedere della forza pubblica a Roma, che si getta fra gli attruppamenti e li assalta a mano armata senza preventive intimazioni. Si segnalò per barbara la procedura della S. Consulta che in materia politica tiene celato agli accusati il nome degli accusatori, e dei testimoni; finalmente si disse che Locatelli fosse stato sacrificato innocente: si pubblicarono diverse lettere per istabilirc eli' un'altra mano e non la sua, avesse colpito il gendarme Velluti. l Opinione di Torino portava in data del 30 Settembre il seguente articolo;

Riceviamo i seguenti dispacci privati:

Firenze 30 settembre.

Giacomo Castrucci che si era presentato al Re, dichiarandosi autore dell’uccisione del gendarme Pontificio a Roma, è stato interrogato giudizialmente.

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Egli non solo ha presistito nella sua dichiarazione, ma porse indizi che la confermano.

Richiesto del perché non abbia fatta prima quella sua deposizione, rispose di non aver potuto, ma che avea sperato di esser ancora in tempo di salvare dall’estremo supplizio l'innocente Locatelli, essendo stato assicurato che non doveva aver luogo il giorno 29.

Questa dichiarazione ha prodotto la più dolorosa impressione. Il Castrucci continua ad esser tenuto in carcere.

Il giornale il Movimento affermava del pari che persona arrivata di recente da Roma, avesse potuto penetrare nella prigione del Locatelli, e ricevuto dalla bocca del condannato l'assicurazione della sua innocenza. A tutte queste asserzioni l'Osservatore romano rispose con un lungo articolo, onde estragghiamo il passo più interessante per quel che riguarda la verità della cosa.

«L'esecuzione di condanna capitale sopra un assassinio, che per ispirito di rivolta non ha temuto di uccidere un agente della pubblica forza in esercizio di sue funzioni, è un avvenimento, che in altri tempi si sarebbe considerato per un atto di ordinaria giustizia, e nessuno avrebbe mosso querela sulla necessità del castigo.

«Ma perché viviamo in un'epoca nella quale il traviamento delle idee è giunto al segno, non pure di togliere ogni intrinseca immoralità ai delitti di ribellione, ma di ammirare come un eroismo lo stesso assassinio politico; e molto più perché la condanna fu profferita da un tribunale giudicante in nome del Sovrano Pontefice, e quella testa fu mozzata vicino ai sepolcri di S. Pietro e di S. Paolo (per usare il velenoso sarcasmo della Nazione); dovevamo aspettarci che tutta la stampa rivoluzionaria gridasse alla vendetta sacerdotale, alla ferocia della sentenza, e si commovesse fino alle viscere per quell’innocente sacrificato!

Il fatto ha risposto ampiamente allo prevenzioni: tutto il giornalismo italiano ed estero, ostile al Governo Pontificio, ha vestito il tutto, o invaso da fremito convulso ha imprecato all’iniquità dei tribunali romani, raccapricciando di veder cadere la scure sol collo d’un uomo,

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esso che applaude alla fermezza e all’energia d’un Cialdini, il quale senz'autorità, senza leggi, senza giudizi, fa scorrere da tanti mesi un fiume di sangue nel regno napoletano.

«Ma il non temere delle contraddizioni le più sfacciate è un privilegio di costoro, che non avendo potuto colle armi distruggere interamente un governo abborrito, cercano di vituperarlo e di perderlo ad ogni costo davanti alla pubblica opinione d’Europa.

«Dovremo noi dunque umiliarci a difendere la condanna del Locatelli, la cui giustizia, se pure abbisognasse di prova, non avrebbe potuto ottenere una più luminosa di questa che le deriva da tanti improperi e da tante invettive della stampa rivoluzionaria?

Dopo aver esaminato i fatti del processo fatto dalla sacra consulta quest'articolo riporta lo due lettere che seguono, l’una di Castrucci a sua madre, l'altra del direttore della carcere, data carceri nuove. Eccone il contenuto:

Firenze 21 Settembre 1861

«Non posso ancora rimettermi dallo stupore cagionatomi dall’udire essere io designato a Roma per l'uccisore del Gendarme: credetemi, o madre mia, io non ne so niente; io lo posso giurare a voi e a tutti; tranquillizzatevi e procurate di consolare papà, al quale direte di non temere, giacché io mi sento interamente libero di coscienza.

GIACOMO CASTRUCCl

Ecco adesso la lettera del direttore del carcere al direttore dell’Osservatore Romano:

Sig. Direttore dell'Osservatore Romano

Il sottoscritto ha letto nel Num. 272 del Giornale il Movimento pubblicato il 29 Settembre corrente anno sotto il titolo Recentissime, quanto appresso «Un nostro amico giunto jeri da Roma assisté al supplizio del Locatelli, ed aveva potuto vederlo e parlargli nel carcere il giorno innanzi l'esecuzione.

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» Il condannato in uno di quei momenti in cui non si usa mentire, aveva giurato nel Santo nome d’Italia all’amico suo com'egli fosse innocente d’azione, se pure innanzi al governo Pontificio non lo era d'intendimento.»

Siccome la sussistenza di quanto si asserisce è contro la verità dei fatti, e lederebbe pure la convenienza e la cognita fedeltà del sottoscritto nella Direzione dello Stabilimento cui da oltre trent'anni presiede, so si fosse permesso al Locatelli contro i Regolamenti carcerarj di parlare con estranei nel locale di restrizione ove si trovava; cosi egli a lode del vero ed a smentire invenzioni dichiara che il Locatelli in tutto il tempo che fu ristretto nelle Carceri Nuove non ebbe conferenze con estranei, se si eccettua la propria in, che con permesso dell’Autorità competente ebbe seco lui tre colloqui con le debite cautele, e con la sorveglianza del Capo Custode Alessandro Rosalvi, e se si eccettua ancora l'avvicinamento del Rev. Monsignor Corazza che fu più volte a visitarlo, e confortarlo, e che gli prestò unitamente ai confratri di S. Giovanni Decollato indefessa e caritatevole assistenza anche nella notte precedente al giorno dell’eseguita sentenza, per cui da quanto si è fin qui esposto, il colloquio dello indicato amico con il Locatelli non è affatto veritiero ma sebbene immaginario.

È pertanto clic pregasi la Signoria Vostra d’inserire questo Articolo nel suo Giornale perché la verità in ogni tempo limpida sempre apparisca.

Roma li 2 Ottobre 1861

Gaspare Neri Cancelliere Direttore

Contro quest'articolo dell’Osservatore Romano, l'avvocato Gennarelli pubblicò a Firenze un opuscolo che attaccava il giudizio della sacra consulta e si sforzava a provare l'innocenza de) Locatelli.


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CAPO V

SOMMARIO

1. ABOLIZIONE DELLA LOCOTENENZA DEL RE A NAPOLI E DEL GOVERNO GENERALE DI TOSCANA  — INDIRIZZO DEL CONSIGLIO PROVINCIALE DI NAPOLI AL RE VITTORIO EMANUELE — DIMOSTRAZIONI PUBBLICHE NELL'ANNIVERSARIO DEL PLEBISCITO — OVAZIONI AL GENERAL CIALDINI ALL'OCCASIONE DELLA SUA PARTENZA — ADDIO DEL LOCOTENENTE DEL RE ALLA POPOLAZIONE NAPOLITANA — PROCLAMA DEL NUOVO PREFETTO, IL GENERALE LAMARMORA  — II. LA REAZIONE SPERA DI PROFITTARE DEL MALCONTENTO PRODOTTO DALLA SOPPRESSIONE DELLA LOCOTENENZA — DISPOSIZIONE DEGLI ANIMI — LETTERA DEL SIGNOR ROTROU CONSOLE FRANCESE A CHIETI — TENTATIVI DEL PARTITO BORBONICO — IL CONTE ALFREDO DI TRAZEGNIES —  SPEDIZIONE DELL'EX CAPO CARLISTA BORJES —  ISTRUZIONI DATE A LUI DAL GENERAL CLARY — INGANNO DI BORJES NEL SUO ARRIVO IN CALABRIA — SUOI PROCLAMI  — III. IL RE VITTORIO EMANUELE IN ANCONA — VIAGGIO DEL CONTE RATTAZZI A PARIGI — SUO ABBOCCAMENTO CON L'IMPERATOR NAPOLEONE — IL PRINCIPE NAPOLEONE E LA PRINCIPESSA SI SOSCRIVONO PER IL MONUMENTO DA INNALZARE ALLA MEMORIA DI CAVOUR — BANCHETTO OFFERTO DAI GIORNALISTI LIBERALI DI PARIGI AL CONTE RATTAZZI — DISCORSI — IL PARTITO LEGITTIMISTA É COLPITO DA QUESTE DIMOSTRAZIONI DI SIMPATIA VERSO L'ITALIA — ALCUNI MEMBRI DELL’ALTO CLERO ATTACCANO L'ORDINAMENTO PRESO DAL GOVERNO IMPERIALE INTORNO LE SOCIETÀ RELIGIOSE — RISPOSTA DEL SIG. ROULAND, MINISTRO DEI CULTI AL VESCOVO DI NIMES — CIRCOLARE DEL MINISTRO DEI CULTI DEL GOVERNO ITALIANO AL CLERO D’ITALIA — IL PARLAMENTO É CONVOCATO PER IL 20 NOVEMBRE — IL BELGIO E IL MESSICO RICONOSCONO IL REGNO D’ITALIA.

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CAPO V.

I.

L'abolizione della locotenenza di Napoli e del governo generale della Toscana, già decisa dal mese di Luglio nel consiglio dei ministri fa messa ad effetto verso la metà di Ottobre. Questo spediente, che rispondeva non solo ai bisogni del paese, ma anche ai principi' d'unificazione presentava nella sua applicazione gravi difficoltà eziandio dei pericoli. Sopprimendo la locotenenza, Napoli, la più gran capitale d’Italia, la metropoli di un considerevole regno si trasformava in un momento in semplice capo luogo di prefettura. Questo era osporsi ad un immenso malcontento in un paese agitato dalla reazione religiosa e politica. Nondimeno il governo italiano non esitò punto, e pubblicò il seguente decreto.

Art. 1. La Luogotenenza Generale delle Provincie Napolitane ed il Governo delle Provincie Toscane sono soppressi.

Sono parimenii soppressi i Consigli di Luogotenenza e di governo, il Segretario Generale di Stato, i Dicasteri ed i Segretariati generali.

Art. 2. Le attribuzioni fin qui esercitate dalla Luogotenenza di Napoli e dai Dicasteri da essa dipendenti, e dal Governo della Toscana sono riportate al Governo centrale, salve le delegazioni che vengono con altri Nostri Decreti stabilite.

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Art. 3. Il Segretariato generale della Questura di Napoli è soppresso. Gli Uffizi ed il personale della pubblica sicurezza passano nella dipendenza dell’Autorità governativa locale.

Art. 4. Quegli fra gli Impiegati degli Uffizi soppressi, al collocamento dei quali non potrà essere per ora provveduto, continueranno a percepire il loro stipendio attuale.

Art. 5 Saranno da Noi nominati Commissarii straordinarii a Napoli ed a Firenze muniti di speciali istruzioni.

Art. 6 Il presente Decreto avrà effetto col giorno primo del prossimo novembre.

Vero è che i timori, che dovevan ispirare l'esecuzione di questa grave risoluzione, erano stati in gran parte calmati dalle attestazioni di simpatia e di devozione porte dai Napoletani alla dinastia di Savoia, e ben caldamente espresse in un indirizzo al re Vittorio Emanuele votato dal consiglio provinciale di Napoli sotto la data del 1 Ottobre 1861, nel tenore seguente

INDIRIZZO AL RE

del Consiglio Provinciale di Napoli

Sire

Se la storia della casa di Vostra Maestà non fosse che una storia di dinastia e d’impero, comunque luminosa, noi stimeremmo oggi miglior partito il silenzio, il mondo è stanco di un infecondo lavoro di genealogia e dello strazio del passato.

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Ma poiché gli annali della famiglia Vostra s'identificano coi dolori e colle glorie nostre, poiché si confondono con le secolari aspirazioni e con tutti i sinceri interessi della gente italiana, essi costituiscono storia di popolo: essi sono la storia civile d’Italia.

Non può uscire dalla memoria degli uomini che la stirpe vostra, o Sire si origina dal Regno d’Italia di Berengario II. e di Adalberto; ch'Ella per invidiate prove di guerra e per subite e cieche fortune di Stato esulò oltralpe; ch'Ella prese nome dalla contrada nobilissima del suo esilio, donde Le fu riaperto il varco a noi da Adelaide di Susa, fortunata nuora di Umberto Biancamano.

Chi non rammenta i fatti dei tre Amedei, che l’Italia ha sempre considerati orgoglio suo — il Conte Verde, crociato dello Occidente, che soccorreva gagliardamente al vacillante imperio del Bosforo; il Conte Rosso fiore di Cavalleria, che mosso a defenzione del Reame di Francia trasse a meraviglia di se Francia ed Iughiltera; e per ultimo quelI ' Amedeo ottavo, che dava il primo codice ai suoi popoli, e che per chiara fama di giustizia chiamato al Pontificato, per amor di concordia lo abdicava?

Sire, coi tre colori del primo Umberto e del sesto e settimo Amedeo gli eroi di Vostra Casa fin dall’undecimo e dal decimoquarto secolo fatalmente preludevano alla sacra bandiera d’Italia del secolo decimonono.

E quando Emanuel Filiberto ebbe alfin raccolto nella contrastata polvere di S. Quintinio lo scettro dei padri suoi, pose nei nuoti ordini del Piemonte il fondamento della fortuna d’Italia, costituendo militarmente il suo popolo. Il breve Piemonte fu da quel punto il quadrilatero politico del futuro Regno d’Italia. Vostra Maestà ha dimostrato di sapere, che gli Stati si fondano: si mantengono, si estendono per tutela di liberi ordini interni Dod meno che per benintesi studii di guerra.

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Dopoché per opera del Papato e dell’Impero germanico fu chiosa la nuova epopea dei piccoli Stati Italiani con l'assedio di Firenze, corsero tre secoli scuri di obbrobrii e di servitù. Ed in  questi tre secoli solo tre generose ambizioni nazionali si levarono armate a salute ed a redenzione dei popoli d’Italia. E tutte e tre ci vennero, o Sire, di Casa Vostra, impazienti di dominio forestiero, memori del loro debito verso l'Italia, —Carlo Emanuele primo, Carlo Emanuele terzo, e Carlo Alberto. L'Eco del parco di Torino ripete ancora il canto guerriero del fidiuol di Filiberto. Il piano di Guastalla e le rupi dell’Assietta ricordano gli ardimenti felici del secondo Re di Sardegna. Goito e Novara da ultimo ferocemente combattute da Carlo Alberto, e «la Voi, Duca di Savoia, sono glorie, sventure e speranze nazionali.

Noi da lunga ora ci avvezziamo, o Sire, a considerare come patrimonio comune gli annali di Vostra Casa e quelli del popolo Italiano. A questo comune e indivisibile retaggio di gloria, appartengono Legnano, Gavinana, Guastalla, Palestro. Appartengono Pietro Miccaj soldato di Re. Michel Lando capo di ciompi, Masaniello capo di popolo. Appartengono Emanuel Filiberto, che cancella le tracce estreme della servitù privata, Francesco Burlamacchi, che intende a stringere in un fascio di forze le divise terre toscane, ed Ettore Carafa conte di Ruvo, che dopo aver pugnato indarno per la libertà partenopea, invoca dal carnefice la grazia di guardar la scure cadente, sul suo nobile capo. Appartiene a questo retaggio infine l'inclito Padre Vostro; e soprattutto appartenete Voi, o Sire, che colla lealtà Vostra e con le libere istituzioni ristoraste il principato, e poneste saldo fondamento al moto nazionale d’Italia Nostra.

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Voi d'una gente schiava, divisa e fiacca di sterili agitazioni, ricostituiste un popolo di liberi, concorde e potente. Voi rendeste possibili le maraviglie che da tredici anni si compiono fra noi, possibili i miracoli di Garibaldi, e di Cavour, dei plebisciti del 1860! Voi siete la nostra fortuna e l'orgoglio nostro; e ci sentiamo a Voi stretti non meno per vincoli d’amore e di ammirazione che per debito di cittadini.

Sire, le armi vostre che sono armi d’Italia, nel felice corso della Santa Impresa han fatto alto a Viterbo ed in riva di Mincio per suprema necessità di tempi ed autorità di consiglio.

Da Napoli, così devota ai nostri ordini e così lontana da Voi la cui presenza le sarebbe beneficio e conforto; da Napoli che ha dato tanta virtù di esempio e tanto sangue alla causa della libertà e della indipendenza, non può oggi partire che un voto Italiano e solenne, degno delle sue tradizioni, della maestà dei tempi e di Voi. Compiete l'opera, o Sire; date al nuovo Regno i suoi confini, restituite ai nostri vascelli le proprie marine, ponete la Metropoli al nuovo Stato, che l'aspetta. Il soldato di Goito e di S. Martino non disdegnerà questo voto ch'è il suo, e lo adempierà, appena che reputi maturo l'alto concetto fra tanta mole di difformi e mal composti interessi d'Europa.

L'Assemblea Provinciale di Napoli intanto affretta questo momento; e lo vede prossimo e certo per la concordia dei nostri animi per la coscienza delle nostre forze, per le simpatie dei popoli, per la intera fede nella civiltà nella prudenza dei Vostri consigli e nell'ardimento Vostro, o Sire. Ed in questa fede ha iniziato un monumento, che attesterà nella piazza principale di Roma la reverenza delle genti Italiane al fondatore dell’Italia nuova, la cui dinastia riannoda storicamente per oltre a nove secoli Berengario a Vittorio Emanuele, e il Regno d’Italia feudale al Regno d’Italia del Plebiscito.

1 ottobre 1861.

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Questo indirizzo redatto dal vicepresidente del consiglio P. E. Imbriani, e votato ad unanimità, aveva ricevuto dal popolo napolitano una solenne conferma il giorno della celebrazione dell'anniversario del plebiscito del 21 ottobre 1860.

Già da buon mattino sulle case e le botteghe tutte si leggeva affisso il famoso Sì che con le svariate dimensioni e forme attestava lo spontaneo impulso del popolo napoletano, che voleva protestare contro alcune mene reazionarie fatte nella precedente notte. l borbonici in alcune parti della città avevano creduto mostrare la loro opinione sul plebiscito spargendo da luoghi sicuri alcuni NO. La luce del giorno fece ritrovare i NO senza i loro autori, meno coraggiosi di coloro che impunemente l'anno scorso li andavano a metter pubblicamente nell’urna. Questo fatto produce il curioso effetto che per la città in un attimo si videro affissi i SI ad ogni bottega, ad ogni porta, ad ogni bandiera.

La mattina poi, dal quinto piano di una casa a Toledo all'angolo del vico Sergente Maggiore, abitato dal ex-barbiere di Francesco II, si gittavano tre o quattro cartellini pur col no; il pubblico maravigliato si soffermava guardava e con fischi puniva il mal consigliato barbiere che veniva prudentemente menato via da un uffiziale della Guardia Nazionale per impedire che il popolo non gli avesse fatto qualche brutto gioco. Verso le 10 1|2 agli angoli della fu piazza di S. Francesco di Paola alla vecchia lapide si sostituiva quella con l'iscrizione Piazza del Plebiscito Sezione S. Minando. La operazione si faceva da un milite della guardia nazionale al suono delle fanfare e mentre frazioni de'  vari battaglioni della stessa guardia nazionale a piedi, e un distaccamento quelle a cavallo erano schierate nella piazza.

Alle 11, fedele all'ora assegnata il general Cialdini passava in carrozza in compagnia del Sindaco Colonna, avviandosi per S. Lucia alla villa reale, seguito in altra carezza dal Marchese Topputi. Una salva di applausi più e più volte ripetuti salutava nel passaggio l'illustre generalo e l'entusiasmo de'  popolani era tale che correano dietro al trotto dei cavalli per acclamare il loro favorito eroe.

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Nella villa pubblica già ingombrata da immensa folla si era disposto un padiglione con loggiato circolare per gl'invitati con spazio in mezzo pel popolo. All’apparire del Luogotenente del re fragorosi applausi e grida di viva Cialdini, lo salutavano. Si abbassava quindi il lenzuolo che copriva il monumento e appariva la statua di Giambattista Vico, salutata da batter di mani.

Il deputato Antonio Rianieri pronunciava quindi apposito discorso encomiando il sublime concetto dell’opera la Scienza Nuova. Accennava alle miserande sorti de'  grandi italiani, ed esortava caldamente il Municipio ad onorare con monumenti duraturi le memorie di quo' sommi: e diceva infine che compimento del gran movimento unitario son Roma e Venezia. Il discorso conchiudeva col patriottico grido di Viva l’Italia, Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi, Viva il gran plebiscito del popolo Napoletano.

Terminata la cerimonia il generale Cialdini fra lo più entusiastiche prove di simpatia e favore popolare si ritirava percorrendo la villa a piedi accompagnato dal popolo plaudente, mentre la squadra inglese tutta pavesata salutava con una salva la festa nazionale, dando così novella prova di simpatia.

Questa popolarità, di cui godeva a Napoli il general Cialdini, l'aveva egli acquistata non solo pei servigi resi al paese, ma sì ancora pel suo nobile disinteresse.

L'assegno per lo spese di rappresentanza della Luogotenenza di Napoli era di due milioni di Lire, pagabili in rate mensili; il Generale aveva speso piccolissima parte di ciò che gli spettava, ed oltre a molte migliaia di ducati largiti in quattro mesi per beneficenze e altre spese varie, fece il risparmio di oltre quattrocento mila Lire, delle quali dispose nel modo seguente:

1. Per la instituzione di una Cassa di sconto a benefizio del piccolo commercio, ducati cinquantamila.

2. Per l'associazione filantropica napoletana fondata per migliorare la sorte delle classi povere, ducati trentamila.

3. Per la Cassa di risparmio già decretata e non ancora attuata, ducati quindicimila.

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4. Per iniziare le scuole di scherma nella Guardia nazionale ducati seimila.

5. Per l'emigrazione veneta e romana ducati duemila.

6. Per l'istituto di beneficenza del Carminello ducati duomila.

7. Per l'asilo infantile di S. Gennaro in Terra di Lavoro; ducati cinquecento.

8. Pel ritiro delle povere fanciulle in S. M. del Paradiso, ducati cinquecento.

9. Per la stampa del Manuale della Guardia Nazionale, du cati cinquecento.

Ciò portava la somma complessiva di oltre quattrocento cinquanta mila lire.

Il Giornale Ufficiale di Napoli del 30 riferiva quanto segue: Il luogotenente del Re nelle Provincie Napolitane dirigeva la seguente al presidente della Giunta provvisoria di Commercio di Napoli:

Sig. Presidente,

Il fecondo regime di libertà, l'opera provvidente del taglio dell’Istmo di Suez, i prossimi miglioramenti del porto, la costruzione di nuovo, il compimento d’incominciate ferrovie, i rapporti che s'istituiranno con altre nazioni, l'istruzione retta e sapiente data alle menti finora tenute nell’ignoranza, assicurano un avvenire ai commercii di questa bella e nobile città da renderla un giorno fra le più industri, le più solerti, le più ricche del mondo.

In questa mia persuasione ho voluto seguire quel sentimento dell'animo mio che mi unisce affettuosamente all’ottima popolazione di Napoli. E per dare a questa una tenue prova del sommo interesse che prendo per le sorti di essa ho deliberato che dai fondi particolari che mi aspettano per rappresentanza come luogotenente del Re siano destinati cinquantamila ducati affine di concorrere alla costruzione di una Borsa degna del commercio di questo emporio futuro.

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La somma sarà dalla finanza messa a disposizione di cotesta onorevole Giunta provvisoria di commercio, la quale, adottato il progetto del nuovo edilizio, si compiacerà poi di mettersi di accordo col Municipio per decidere intorno alla località in cui deve sorgere, ed alla proprietà dell’aera che sarà scelta di comune consenso.

Sarebbe poco cortese dal canto mio di porre condizioni ad un dono, ma se la Giunta di Commercio volesse secondare un mio voto, porrebbe nella sala maggiore della Borsa il busto del Grande Italiano, che rompendo con ardimento impareggiabile pregiudizi ed interessi mantenuti da secoli, inaugurava coi principe di Adamo Smith il libero scambio, il busto del conte di Cavour, di quell'uomo che non ammettendo esclusione di libertà in alcuna base del civile consorzio proclamò che quella del commercio dovesse essere ampia ed universale, quanto la religiosa, la politica e la civile. Se ciò avvenisse, io sarei riconoscentissimo alla Giunta di Commercio, perché mentre si compirebbe colla costruzione dell’edificio il vivissimo desiderio mio di mostrare quanta importanza io dia al commercio di questa città, vedrei pure adempito l'altro del pari ardente, di pagare cioè un tributo di stima alla memoria del grande statista italiano.

Gradisca, signor presidente, i sensi della mia distinta considerazione.

Napoli, 26 Ottobre 1861

Luogotenente Generale del Re

CIALDINI

Una lettera di accettazione e di ringraziamento dal presidente della Giunta di Commercio D. Ferranti a S. Ecc. il luogotenente generale del Re.

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Ma oltre a questo, numerose riforme erano venute a migliorare l'amministrazione pubblica sotto il suo impulso. Cosi ci crediamo obbligati di riprodurre a questo proposito alcuni dettagli interessanti, che abbiamo raccolti in una corrispondenza indirizzata al giornale La Presse dal deputato Petruccelli (lolla Gattina.

Allorché il generale Cialdini assunse il governo della luogotenenza di Napoli, vi trovò soltanto 16,000 uomini di truppa regolare. Essi dovevano guardare le piazze forti, tenere i presidii, fare la polizia e spedire attorno per le provincie colonne mobili per battere i briganti.

Queste forze furono aumentate, e, dal mese di settembre, la reazione armata perde ogni carattere politico. Dei 40,000 refrattari che tenevano la campagna, 29,000 passarono al campo di San Maurizio; 12,000 sono morti, o prigionieri, o latitanti.

Nelle provincie napolitane si contano 6.000 carabinieri, 18,000 guardie mobili, e 30,000 uomini di truppa regolare. Cialdini avvezzò il paese ad aver fiducia in se stesso.

Pironti riforma la magistratura: egli propose 74 destituzioni, che non furono approvate dal guardasigilli. Questa magistratura, non epurata, non ispirava nessuna fiducia, massime pei processi politici contro al brigantaggio.

De Blasio attese valorosamente all’interno ed alla polizia. Se non poté schiacciare affatto, ridusse almeno all’impotenza la reazione borbonica. I capi furono in prigione, od espulsi, o sorvegliati. Gli ufficiali borbonici destituiti, i vescovi tenuti in iscacco: così fu impedita l’insurrezione materiale e morale.

La polizia trasformasi alle maniere costituzionali. I consigli provinciali corrisposero pienamente all’aspettativa elevandosi alla nobile altezza della loro missione.

Furono riformate le elezioni della guardia nazionale e' dei municipii; vinta l'influenza reazionaria destata dalla passiva inazione del San Martino; sconcertata la cammorra e convertiti in rendita sul debito pubblico i proventi degli istituti di beneficenza.

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Questi hanno un reddito di circa undici milioni, cioè un capitale di lire italiane 218,861,327. I.'amministrazione assorbiva 1,488,294, ossia il 16 0|0; senza contare i deterioramenti e le perdite corrispondenti in 70 anni al 50 0|0. Ora la conversione nell'acquisto di cartelle nel debito nazionale aumentò il reddito del 46 0|0, risparmiò la perdita d’una vasta amministrazione, ed arricchì il paese mettendo in circolazione una massa enorme di beni tenuti finora quasi infruttiferi.

Sacchi riformò le dogane. La sua amministrazione procede con ordine maraviglioso. Scacciò dal servizio gli elementi perversi e dotò il paese di stabilimenti economici di alta importanza.

Prima di tutto allargò le attribuzioni del Monte di Pietà. La banca prestava al pegno sovra metalli e mercanzie nuove, e, allato di essa, gli usurai davano denaro sopra i pegni rifiutati dalla banca al 120 0|0: il povero n'era divorato. Egli instituì un nuovo Monte a carico della banca, che dà denaro su pegno di merci lavate e usate; quest'istituto cominciò le sue operazioni al 7 novembre.

Napoli occupa 3,000 operai nei tabacchi. Le foglie erano prima conservate in 18 magazzeni sparsi per la città, uno di questi depositi bruciò recando alla finanza il danno di lire 1,275,000. Le fabbriche davano cattivi prodotti e permettevano il furto in vasta scala: gli operai agglomerati in locali angusti, oscuri malsani lavoravano poco e male. Egli troncò il male alla radice, e incominciò dallo scorso aprile un vasto edificio alla Torre della Annunziata per la fabbrica da tabacchi da fumo e da naso che al 1 gennaio fu compiuta.

Lo stabilimento fu dotato di una caduta di acqua di quattro metri di altezza. Senza il terreno, che è di proprietà nazionale, costa 366,462 lire italiane. Vi si impiegarono 6000 operai collo accessorio di una scuola, un giardino per la coltura dei tabacchi ed un asilo pei bambini delle operaie.

Al 1 ottobre furono aperti 42 depositi in dogana congiunti con un binario a cavalli agli altri locali della dogana. Al porto si prepararono sale vaste e decenti per la visita dei viaggiatori provenienti dal mare. Fu inoltre decisa la fabbrica di una nuova borsa e l'apertura di un grande giardino pubblico.

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La zecca fu arricchita di metodi e macchine moderne, e cominciò i suoi lavori, e fa insediata la banca soccursale alla nazionale.

Prima della sua partenza da Napoli il general Cialdini fece i suoi commiati ai principali funzionari in un banchetto, e alla popolazione napoletana con un affettuoso proclama, di cui daremo più sotto il testo.

Il banchetto ebbe luogo il giorno 27 Novembre. Fu brillantissimo, ed il generale Topputi si levò alla fine e rivolto a Cialdini fece un brindisi applauditissimo; in quel brindisi il prode veterano dicea che egli sperava che tra breve ai nomi gloriosi del vincitore di Castelfidardo e di Gaeta si congiungerebbero i nomi non meno gloriosi di vincitore di Verona e Venezia. Il Generale Cialdini disse parole bellissime a quella G. N. di Napoli che è il suo amore e da cui egli si staccherà con dolore. Onore di queste provincie, ei conchiuse è la G. N. ed i servizi da lei resi saranno registrati tra i più belli fasti della nuova storia d’Italia.

Ecco adesso il proclama del generale Cialdini:

Napoletani!

La luogotenenza cessa quest'oggi, ed io ritorno sulla linea del Po.

Comprendendo le intenzioni mie, voi, generosi ed indulgenti meco, gradiste il poco che feci e perdonaste all’umana insufficienza il molto che non seppi fare.

La fiducia e la benevolenza di cui mi onoraste rimangono indelebilmente scolpite nell’animo mio. Rimangono qual ricompensa invidiata e cara a'  miei tenui servigi, ricompensa che ogni altra avanza e che niun governo può dare né togliere.

Parto tranquillo sulle sorti vostre, poiché venne a succedermi il generale La Marmora. La stima e l'amicizia ch'egli seppe ispirarmi mi porterebbero a parlarvi di lui. Ma il generale La Marmera è troppo grande, è troppo noto all’Italia perché la sua fama possa guadagnare dagli elogi miei. Il suo nome basta.

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Napoletani!

Vi lascio un addio pieno d’affetto e di riconoscenza. Accoglietelo fraternamente. E un addio che parte dal cuore.

Tolga il cielo che il mio soggiorno tra voi sia stato di danno a queste belle provincie, alle quali desidero ogni bene. Tolga il cielo che sia stato di danno alla causa d’Italia e della libertà, a cui da trent'anni è sacra la mia vita e la mia spada.

Napoli, 31 ottobre 1861.

ENRICO CIALDINI

Nella sera del 31 una immensa dimostrazione si recò nella strada del Gigante sotto i balconi dell’Hòtel de Rome, ove il generale aveva preso albergo nel lasciare il palazzo della Foresteria, per manifestargli un affettuoso saluto di addio. Alcuno ascese nell’appartamento da lui occupato per fargli omaggio d’appresso, ed esprimergli i sentimenti de'  Napoletani. Il Generale rispose con nobili parole, e assicurò che non avrebbe mai dimenticato le pruove di affetto mostrategli dalla città di Napoli.

Indi la dimostrazione mosse al palazzo della Foresteria a dare il saluto di arrivo al generale Lamarmora.

Il 2 Novembre il generale Lamarmora, nuovo prefetto, indirizzava ai Napoletani questo proclama, il quale fu affisso per la città.

CITTADINI

Della Provincia di Napoli

SUA MAESTÀ' nell’affidarmi il comando del VI Dipartimento militare volle ch'io assumessi in pari tempo qual Prefetto il governo civile della Provincia di Napoli.

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Quantunque temporanee queste mie nuove attribuzioni, io ne sento la difficoltà, forse maggiore per me che nessuna parte diretta presi ai meravigliosi eventi che si compirono in queste provincie da poco più di un anno, e che succedo all'illustre generale Cialdini, il quale tanta simpatia seppe da voi meritarsi. Ma siccome sento non men vivamente il dovere di obbedire, così più che sulla mia attitudine, faccio calcolo sull’altrui cooperazione.

Mi diriggo pertanto alle Autorità e le prego di prestare a me, come ai miei predecessori, il loro leale e zelante concorso.

Mi rivolgo alla Guardia Nazionale, la cui generosa condotta in ogni occorrenza fu meritamente da vicino applaudita, da lungi ammirata.

Faccio infine appello a tutti coloro che sentono essere l'amor di patria il supremo di ogni dovere, e coll’aiuto di tutti nutro fiducia di poter corrispondere alle intenzioni del Sovrano, ed agli ordini del suo Governo.

Cittadini della Provincia di Napoli,

Il pio e secolare desiderio dei Sommi Italiani, la cui attua zione pochi anni or sono a molti sembrava un sogno, è in gran parte soddisfatto; il compierlo sta nei sacrifizi che dovremo ancor fare, e soprattutto nella fede e concordia nostra.

Io vengo fra voi con pochi titoli alla vostra benevolenza, ma deciso a far quanto so e posso per concorrere alla grande opera di vedere l'ITALIA UNA, indipendente, libera e prospera.

Napoli. 1 novembre 1861.

Il Prefetto della Provincia di Napoli

Generale d'Armata

ALFONSO LAMARMORA

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II.

Il partito reazionario aspettava con impazienza il momento, in cui la locotenenza delle provincie meridionali fosse soppressa per profittare del malcontento degli animi, il cui stato fu perfettamente descritto in una lettera notabile del Signor De Rotrou, agente consolare francese a Chieti, indirizzata al Signor Solange Bodin console generale di Francia a Napoli, e che noi crediamo dover citare.

Signor Console generale

«Il brigantaggio negli Abruzzi dalla parte della frontiera romana va da qualche tempo scemando d’attività. Ma noi non abbiamo la speranza di vederlo cessare tranne il giorno in che esso non riceverà più reclute, moneta, ne direzione dal di fuori. Chiavone ha nella sua banda genti di tutte nazioni, Francesi, Svizzeri, Tedeschi, Napoletani, avanzi di truppe di Francesco II del Papa, misti a facinorosi dei paesi circostanti.

«Si dice che in seguito dei diversi arruolamenti eh' hanno avuto luogo in questi ultimi giorni, Chiavone è partito, secondo il suo costume, alla volta di Roma. Non si può negare, che» campagnoli non sieno in generale ben disposti per i briganti, e che non rendano loro dei servigi ben volentieri: ma sono poco disposti a seguire la loro vita arrischiata. Essi applaudiscono alle loro imprese, quando non ne sono vittime, e in fin do' conti, se forniscono loro i viveri, ciò avviene più dalla paura che dalla simpatia.

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«La borghesia non ha paranco ripresa la sua calma abituale, e non è troppo persuasa, che l’antico regime non abbia a ritornare.

«Noi non abbiamo ancora sentito nelle nostre provincie che il male della rivoluzione, e il governo ancora non ha potuto realizzare un ben essere positivo, e sostanziale. Ciò che oggi avviene, è la conseguenza necessaria del sistema demoralizzatore applicato da Ferdinando II, durante gli ultimi dodici anni, con una notevole ostinazione. Dal 1848 in poi, egli non ebbe che un pensiero, non ebbe che uno scopo: rendere cioè impossibile il ritorno al regime costituzionale, rendendo completamente schiava la classe media: l’avvilimento calcolato della borghesia, la licenza autorizzata ed incoraggita della classe bassa, dovevano privare la prima di ogni fiducia, di ogni forza e risorsa in se stessa.

«Il ritorno senza transizione al regime costituzionale era di tanto più pericoloso, in quanto che si era posto cura grandissima, da dodici anni in poi, onde sparisse tutto che potesse anche da lungi aiutare il suo ristabilimento. Il basso popolo, indirizzato a sconoscere tutti altri diritti fuor che quelli del re, non vedeva niente al di sopra di lui: la legge, nel suo pensiero, non era altro, che la espressione della volontà del padrone, ordinariamente benigno verso di lui, perpetuamente inflessibile per i borghesi.

«Nel 1860, quando si faceva un appello disperato a questa costituzione, si spiegava nel medesimo tempo alle classi inferiori, che ciò non era altro, fuorché il risultato delle violenze della borghesia, che nuovamente voleva impadronirsi della potenza regia per aggravare i pesi del popolo e vendicarsi sovr'esso delle sue lunghe sofferenze. Era ben naturale che questo fosso pronto a difendere in tutti i modi possibili, colui che gli veniva rappresentato come la salvaguardia della sua indipendenza, e il suo protettore contro la tirannia e l’insaziabile avidità dei borghesi, co' quali essa era in perpetuo antagonismo in tutte le colazioni della vita.

200

Non è dunque da stupire, che questa classe bassa vedesse la rivoluzione con grande avversione; deve, per contrario, far meraviglia, che non abbia concorso con più vigorosa maniera alla difesa d'una causa resa comune fra lei e lo dinastia.

«Mentre che Ferdinando li lasciava alla classe inferiore una libertà pressoché illimitata, egli adottava per la borghesia un sistema che doveva infallibilmente fargli perdere tutta la sua energia, e fin la coscienza de'  suoi doveri civili. Ognuno era inesorabilmente internato nella sua località. Era un gran favore, se talvolta si concedeva ai cittadini più considerevoli di condursi al capo luogo della provincia.

 I Magistrati comunali erano per la più parte scelti fuori della borghesia, o al più fra quelli di questa classe, le cui opinioni erano così servili, come nota la loro incapacità; ne avevano più luogo l'elezioni comunali. Era stato sradicato tutto ciò che potesse perfin ricordare le istituzioni liberali.

«La lettura del giornale officiale fu alla perfine interdetta nei caffè. Si rifiutava ai padri di famiglia l'autorizzazione d’inviare i propri figliuoli nei grandi centri a terminarvi l'educazione. Le famiglie di ogni paese erano giunte al punto di non più vedersi, onde non eccitare i sospetti d’una polizia pronta sempre a mettersi in apprensione. Ogni colpa della borghesia era punita come un delitto, la loro libertà minacciata continuamente. Non rimaneva altro a questa classe, per occupare la propria intelligenza, che la cura de'  suoi meschini interessi personali.

Il gabinetto di Torino non sapeva queste verità. Egli giudicava le provincie napoletane dallo spirito di Napoli, che è loro diametralmente opposto. A Napoli la forza vitale s'era con centrata nella borghesia, in provincia, essa era nel popolo; a lui dunque facea mestieri di parlare; a lui bisognava spiegare che ciò che a vera avuto fino a questo di non era già la libertà, poiché essa era senza guarentigie che gli si venivano a dare rendendogli la sua parte effettiva di diritti nella società;

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gli si dovea fare intendere l'abbandono sistematico, in cui egli era stato lasciato, il male che n'era risultato ai suoi interessi, e colpirne l'immaginazione adottando quelle grandi misure che gli avrebbero provato lui entrare di già in un'era di riparazione e di giustizia.

A tante cause di malessere venne ad aggiungersi il cattivo ricolto dei cereali; le biade sono state poco abbondanti, il fromentone ha mancato del tutto, e questo ultimo forma la base del nutrimento dei campagnuoli. Bisognerebbe a tutti i costi mettere in attività i grandi lavori delle ferrovie, e delle strade rotali. Il difetto delle vie di comunicazione nei nostri paesi è causa di mali incalcolabili; e questo ancora è il resultato del sistema di Ferdinando II. Se da un anno a questa parte si fossero cominciati dei lavori pubblici, si sarebbero ben guadagnate le simpatie delle Provincie.

«La controrivoluzione non essendo potuta riuscir tuttavia, con tutti gli elementi di successo ch'ella si trovava d’avere, non si renderà punto padrona della situazione per prolungare che faccia l'agitazione del paese.

BOTROU


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I comitati borbonici adunque facevano i loro preparativi per battere un gran colpo all’epoca della partenza del general Cialdini. Già fin dal mese di Luglio, il general Clary aveva creduto di compiere l’organizzazione dei partigiani di Francesco II, ponendo loro a capo un leggittimista francese, Alfredo di Trazegnies, ed un antico capo di Carlisti, lo spagnuolo Borjès. Ecco da principio le istruzioni date dal general Clary a quest'ultimo, contenute in una lettera, data di Marsiglia 5 Luglio 1861, che fu trovata fra le carte del Borjès. Questo documento scritto in francese e segnato di pugno del generale segretario del comitato borbonico, è stato depositato negli archivj del ministro degli affari esteri a Torino. Eccone una fedele traduzione:

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«Per animare e proteggere i popoli delle due Sicilie traditi dal governo piemontese, che gli ha oppressi e disingannati;

«Per secondare gli sforzi spontanei di questi popoli generosi che ridomandano il loro legittimo sovrano e padre,

«Per impedire lo spargimento del sangue dirigendo il movimento nazionale;

«Per impedire le vendette private che potrebbero condurre a funeste conseguenze;

«Il Sig. Generale Borjes andrà nelle Calabrie a proclamarvi l'autorità del re legittimo Francesco II.

«In conseguenza, egli osserverà le seguenti istruzioni, che modificherà, ben inteso, secondo le circostanze o la prudenza; poi ch'egli è impossibile di porger delle regole fisse, ma solamente i principii generali che regoleranno la sua condotta:

«1. Dopo avere riunito il più gran numero d’uomini che potrà, in ragione dei mezzi che gli saranno forniti, il Sig. Generale s'imbarcherà per condursi ad un punto di sbarco sulle coste di Calabria, che possa presentar meno pericoli ed ostacoli.

«2. Appena avrà guadagnato un qualsiasi posto, e dopo aver preso le precauzioni militari le più convenevoli, vi ristabilirà il poter militare del re Francesco II colla sua bandiera. Egli nominerà il sindaco e la guardia civica. Sceglierà sempre gli uomini della più compita devozione alla religione ed. al re, evitando con la maggior cura gl'individui, che sotto colore di attaccamento, altro scopo non hanno che profittare a soddisfazione del loro odio e spirito di vendetta privata; cosa che in tutti i tempi ha attirato una speciale attenzione del governo, a cagione della fierezza di queste popolazioni.

«3. Il generale proclamerà il ritorno alla propria bandiera per tutti que' soldati che ancora non hanno terminato il tempo del loro ingaggio, e per quelli che vorranno servire volontariamente il loro buon amato sovrano e padre. Avrà cura di dividere in due sezioni i soldati: 1. quelli che appartenevano ai due battaglioni de'  cacciatori; 2. quelli dei reggimenti di linea ed altri corpi.

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«Aumentandosi il loro numero, egli ne formerà i quadri delle differenti ermi: artiglieria, zappatori, infanteria di linea, gendarmeria e cavalleria. Egli avrà cura di non ammettere antichi uffiziali, riguardo ai quali riceverà particolari istruzioni. Darà il comando dei differenti corpi agli ufficiali stranieri che lo accompagnano; sceglierà un ufficiale capace ed onesto che sarà commissario di guerra, e successivamente degli ufficiali amministrativi e sanitarii. Il general Clary invierà a poco a poco delle guide di borbonici, le quali, armate di carabina, serviranno d’officiali d'ordinanza e di stato maggiore. I battaglioni saranno di quattro compagnie, aumentandosi la forza, essi saranno portati fino ad otto.

«L'organizzazione definitiva di tutti questi corpi sarà fissata da sua Maestà il re.

«I battaglioni prenderanno i nomi seguenti: 1. Re Francesco; 2. Maria Sofia; 3. Principe Luigi, 4. Principe Alfonso. Il loro uniforme sarà secondo il modello che manderà il general Clary

«4. Appena egli avrà una forza sufficiente, comincerà le operazioni militari.

«5. Essendo loro scopo la sottomissione delle Calabrie, questo scopo sarà attinto, subitoché sia ottenuta questa sottomissione. Il general Borjès farà conoscere al general Clary tutti i suoi movimenti, il paese eh' egli avrà militarmente occupato, le nomine dei funzionari che avrà fatti provvisoriamente, riservando sempre alla sanzione del re l'approvazione, modificazione o cangiamento.

«6. Egli non nominerà i governatori delle provincie, perché S. Maestà, per mezzo del general Clary, manderà lo persone che dovranno occupare quest'alta carica.

«Il generale avrà la cura di ricostituire i tribunali ordinari, escludendone gl'individui, che senza dare la loro dimissione, son passati al servizio dell’usurpatore.

«Il Sig. Generale Borjès potrà far versare alla cassa della sua armata tutte le somme, di cui egli avrà bisogno, redigendone ciascuna volta dei processi verbali regolari: egli di preferenza si servirà 1. delle casse pubbliche; 2. dei beni delle corporazioni morali, 3. dei proprietari che hanno favorito l’usurpatore.

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«7. Egli farà un proclama, di cui manderà copia al general Clary e prometterà a nome del re un amnistia generale per tutti i delitti politici. Per i delitti comuni, saranno deferiti ai tribunali. Fara intendere, che ognuno è libero di pensare a suo modo, purché non cospiri contro l'autorità del re e contro la sua dinastia. Un proclama stampato sarà inviato dal general Clary per essere pubblicato subito dopo lo sbarco in Calabria.

«8 Per evitare la confusione e gli ordini equivoci, resta bene stabilito, in principio, che il general Borjès e tutti quelli che dipendono da lui, non obbediranno che agli ordini del general Clary, quand'anche altri potessero appoggiarsi sugli ordini del re. Questi ordini non verranno che per il canale del general Clary. Gli ordini che il sig. generale e i suoi subalterni non dovranno eseguire, anche provenienti dal general Clary, son solamente quelli che tendessero a violare i diritti del nostro augusto sovrano e della nostra augusta sovrana e sua dinastia.

«In questi tempi, al primo successo brillante, il general Borjès si vedrà circondato di generali e d’officiali che vorranno servire; egli li scaccierà tutti, perché Sua Maestà invierà Ella stessa gli ufficiali che giudicherà degni di ritornare alle sue bandiere.

«9. In Calabria, vi devon esser più migliaia di fucili di munizione; il Sig. General Borjès li farà restituire immediatamente al deposito di Monteleone, e punirà severamente ogn'individuo che non li consegnasse in un breve lasso di tempo.

«La fonderia di Mongiana, le fabbriche d’armi di Stilo e della Sena saranno messe in attività.

«10. Il Sig. Generale Borjès farà le proposte per gli avanzamenti e le decorazioni per gli individui, che si distingueranno nella campagna.

«11. Avrà i più grandi riguardi per i prigionieri, ma non darà loro li libertà, e non lascerà liberi gli ufficiali sulla parola. Se un individuo commette delle insolenze od offende i prigionieri nemici, egli sarà giudicato da un consiglio di guerra subitaneo ed immediatamente fucilato.

«Il Sig. Gen Borjès non ammetterà scuse sotto questo rapporto; pertanto egli userà coi Piemontesi del diritto di rappresaglia.

IL GEN. CLARY

205

«12 Qualunque siasi modificazione che l'urgenza o le diverse circostanze faranno apportare alle presenti istruzioni, sarà riferita al Sig. Generale.

Marsiglia 5 Luglio 1861

«G. CLARY.

«P. S. Sì tosto che i vostri uomini saranno riuniti a Marsiglia o altrove, e pronti all’imbarco, dietro le relazioni e con l'aiuto dei nostri amici di Marsiglia, voi farete un dispaccio telegrafico a Roma, se io mi vi troverò ancora, nel tenore seguente.

«M. Langlois, 2, via della Croce. — Giuseppina gode sanità; si rimette, parte il giorno...

«G. CLARY.

Stando al proscritto di questa lettera, il general Clary credeva di dover dissimulare i suoi atti all'autorità pontificia, facendosi indirizzare le corrispondenze sotto una forma improntata e sotto un falso nome. Frattanto in questa epoca medesima il Sig. Alfredo di Trazegnies gentiluomo di Nemur, collegato ai Montalto, e al general Saint Arnau, partiva di Roma in una vettura ch'egli lasciava nei dintorni di Veroli: là prendendo il comando d'una banda che lo aspettava nelle montagne, passava la frontiera e cadeva all’improviso sovra un posto italiano stabilito ad Isoletta, eh' egli poneva in rotta. Poscia continuando la marcia, s'impadroniva senza resistenza di S. Giovanni Incarico che metteva a sacco. I successi di questo capo legittimista francese non furono però di lunga durata: soprappreso da una colonna italiana il giorno stesso nel paese ch'ei saccheggiava, fu arrestato in una casa, di cui egli stesso, gentiluomo non isdegnava fare in pezzi i mobili di sua propria mano.

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Giudicato sommariamente da una commissione militare, presieduta dal Maggiore Savini, fu condannato alla fucilazione. Quando gli fu notificata la sentenza, ei non volle credervi; giacché pretendeva che non si oserebbe di colpirlo. Posto di faccia ad un muro, il dorso rivolto al plutone dei soldati del 43 di linea, che doveano fargli fuoco addosso voleva rivoltarsi per favellare ad essi, quando cadde morto. Alla notizia di questa esecuzione, una deputazione francobelga mosse da Roma per riclamare il corpo del giustiziato che l’autorità italiana non volle rendere, tranne che con una dichiarazione segnata dai deputati, attestante, che il Sig. di Trazegnies era stato arrestato fra i briganti di S. Giovanni d’Incarico. La Gazzetta uff. del regno rese conto di questi fatti nel modo seguente:

La mattina del 5 novembre una cinquantina di briganti della banda Chiavone, provenienti dai dintorni di Veroli (Stato Pontificio), entrarono nel territorio di Castelluccio (Terra di Lavoro) onde predarvi bestiame.

Informato di ciò il capitano Gio. Battista Bonzoni, comandante la 12. a compagnia del 43, ° reggimento, spediva incontro ai predatori il luogotenente La Pomeraye con 30 uomini ordinandogli di girare la banda e prenderla di dietro tra due fuochi.

Il luogotenente si dispose tosto ad eseguire questa operazione ma dopo poche miglia di cammino s'imbatteva egli stesso nel grosso della banda composta di circa 300 briganti.

Impegnavasi immediatamente vivissimo fuoco il quale, malgrado la sproporzione immensa delle forze durava per ben due oro, dopo di che il luogotenente, esaurite le munizioni, ordinò la ritirata che venne eseguita facendo sempre fronte al nemico.

Un altro drappello di 30 soldati comandati dal sottotenente Piroli della 11. a compagnia del 43. o reggimento era pure stato spedito da Isola in rinforzo; ma soverchiato dal numero dovette anche esso retrocedere.

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Ciò visto il capitano Benzoni usciva da Castelluccio col rimanente della compagnia e riunitosi alle forze del luogotenente La Pomeraye e del sottotenente Piroli, faceva argine per qualche tempo a'  briganti, ma infine vedendosi sopraffatto dal numero sempre crescente dei nemici ordinava la ritirata sopra Isola.

Sgombro Castelluccio dalle truppe, esso fu tosto invaso dai briganti che vi commisero ogni sorta di eccessi saccheggiando ed incendiando varie case, fra le quali quella del Municipio.

Adunavansi frattanto forze spedite in soccorso: al loro approssimarsi, e senza neppur tentare qualsiasi difesa, i briganti abbandonavano precipitosamente Castelluccio e si ripararono col loro bottino sul territorio Pontificio. Ivi furono incontrati dalla truppa francese di presidio a Veroli la quale aveva avuto sentore dell’attentato da loro commesso.

Attaccatili inopinatamente, li disperse, ritolse loro le prede e s'impossessò della loro bandiera, dei loro bagagli e delle armi del capobanda Chiavone. Caddero pure in mano dei Francesi importantissime carte fra le quali lo stato nominativo del personale della banda. Le nostre autorità militari ebbero avviso di questo fatto dal comando superiore francese di Roma.

Dopo alcuni giorni di quiete riordinatasi la banda usciva la sera del 10 novembre dai boschi di Veroli in numero di circa 500 e costeggiando la destra sponda del Liri giunse a Colle (Stato Pontificio). Ivi abbattute alcune piante e stabilito un ponte transitavano sulla sponda destra del fiume tra i comuni di Arce e Fontana (Terra di Lavoro). Rotto il filo telegrafico, i briganti assalirono la stazione doganale spogliando e trascinando seco quei pochi doganieri, che poscia riuscirono a scampare. Continuavano quindi la loro marcia e giungevano ad un'ora di notte alla stazione della via ferrata in costruzione a Ceprano. Riunitasi ivi con 200 degli operai, la banda giunse verso le otto del mattino ad Isoletta ove in un fortino posto a difesa del ponte che varca il Liri trovavasi un piccolo distaccamento del 43 di linea comandato dal sergente Emiliano Colelli di Brescia.

208

Questo bravo sott'ufficiale ridotto a solo 12 uomini, dopo che furono uccisi le sentinelle ed alcuni soldati che trovavansi fuori del forte, oppose la più energica resistenza a così sproporzionato assalto, finché divenuta impossibile ogni difesa si aprì coi suoi un varco alla baionetta fra i briganti. Dodici di questi rimasero uccisi nella lotta, nove dei nostri, fra i quali quattro fucilati dopo il combattimento d’ordine del marchese Alfredo Trazegniez, il quale comandava la banda.

Saccheggiata Isoletta, i briganti continuarono la loro marcia e giunsero verso le 10 del mattino a S. Giovanni Incarico ove trovavasi una compagnia del 43 reggimento, la quale dopo breve resistenza, e vedendosi quasi intieramente circondata, ritiravasi sopra Pico. Padroni di S. Giovanni, i briganti lo saccheggiarono e posero a fuoco, ma ne furono tosto scacciati dalla compagnia che se n'era poc'anzi ritirata, e da un'altra giunta in suo soccorso da Pico. Nella breve lotta che ne seguì rimasero uccisi o feriti otto o nove dei nostri.

I briganti ebbero cinquanta e più morti, fra i quali il marchese di Trazegnies preso con le armi alla mano mentre comandava il fuoco ed il saccheggio, è fucilato immediatamente d’ordine del maggiore Savini.

II rimanente della banda inseguito dalla truppa fuggiva per Pastena, Vallecorsa e Lenola verso Fondi. Ivi ed al momento in cui stavano per gittarsi sulla città, assaliti all’impensata il 14 corr. dovettero ripiegare, e dopo qualche ora di combattimento, incalzati dalla truppa che aveva ricevuto due pezzi di artiglieria di rinforzo, si ritirarono nei monti di confine e quindi nella Selva di Sora.

La spedizione di Borjes durò qualche mese di più, ma non doveva avere una fine più felice per il suo capo. Fedele alle istruzioni ricevute nella lettera del general Clary il capo Carlista si recò a Malta, dove regnava alla data del 21 settembre un gran movimento reazionario contro l'Italia, e donde il famoso Giorgi espulso da Roma per l'autorità francese aveva già spediti 1568 bariletti di polvere per le province meridionali.

209

Colà dopo molte difficoltà, come Borjès le narra egli stesso, nel giornale, di cui più basso daremo il testo, egli pervenne ad imbarcarsi sovr'un piccolo legno co' suoi ufficiali, portando seco pronti i proclami, che i fogli legittimisti il nazionale, il nomade, l'armonia, ed altri riportarono, nelle loro colonne, onde abbiamo estratto i seguenti passi.

NAPOLITANI

Quando or sono due anni l’Italia fu scossa dallo strepito delle armi e delle battaglie pugnate sui campi della Lombardia, un grido unanime risuonò da un campo all’altro della Penisola, un voto solo partì da tutti i cuori: affrancarsi dallo straniero. Sventuratamente quel grido e quell’ardente voto furon suffocati dall’ambizione subalpina, che avida d’ingrandimento, slanciò da pria i suoi avventurieri, indi i suoi battaglioni alla conquista di dodici milioni di abitanti. Calpestando le più gloriose tradizioni della patria, insultando alla fede dei nostri padri, violando il dritto e la santità dei trattati, ha voluto il Piemonte imporsi per signore assoluto di tutta Italia, egli che non ò italiano se non di nome. I suoi governatori, alla maniera dei romani proconsoli, ne hanno spogliato; i suoi generali hanno fatto deserte le più belle e floride provincie di un regno che abborre la loro violenta signoria.

Stanchi omai di soffrire, né trovando rifugio che in una lotta disperata, ci siamo abbandonati alla sorte delle armi. Soli e senza ajuti stranieri, ma fidenti nella giustizia della nostra causa, abbiamo esordito una lotta che non sarà senza vantaggio per la nostra indipendenza, perla nostra autonomia. Secondatei nostri sforzi, intentate guerra a quei drusi delle Alpi, rivendicate i vostri dritti. L'unità è sorgente di servitù, di oppressione, di miseria. Mirate i campi saccheggiati, le città distrutte, i vostri fratel li scannati. Soffrirete ancor pazientemente tante stragi e rovine? Patirete voi più lungo tempo Io scherno e l'insulto? Dimenticate forse che nelle vostre vene scorre il sangue più generoso d’Italia? All’armi dunque all’armi! Si scuota il gioco del Piemonte che ci opprime e si rivendichi la nostra indipendenza.

210

Fra oppressi ed oppressori non può esser dubbia la sorte, la nostra causa è giusta e santa, è causa di Dio, né permetterà egli più a lungo il trionfo della tirannide piemontese.

All’armi!

Se la vittoria ci sorriderà che non temano i nostri nemici: noi non saremo crudeli come i loro legionarii che pria di vincere gridano: guai ai vinti.

Viva la Religione!

Viva il Re!

Viva la Indipendenza Nazionale!

CALABRESI

La vostra patria è oppressa dallo straniero. Il vostro magnanimo Re, figlio della Santa, la sua giovine ed eroica Consorte, e tutta la stirpe di Carlo III, di quel Re, che vi riscattò dal servaggio straniero, richiamando a vita la vetusta Monarchia delle Due Sicilie, tutti gl'intrepidi Principi di Gaeta gemono nella terra dell’esilio deplorando lo strazio che di voi fa lo straniero.

Pronti tutti i membri della Famiglia Reale a sacrificarsi per la vostra felicità, essi aspettano con fiducia dal vostro patriottismo, dalla vostra fede e dal vostro coraggio, degni delle tradizioni dei vostri padri che hanno sempre respinte le invasioni, che vi leverete come un sol uomo per iscacciare il crudele invasore del vostro paese, e riacquistare colla indipendenza il nostro legittimo signore.

Insorgete dunque fieri e generosi figli delle Calabrie. Tutto può il vostro coraggio contro coloro che hanno manomesso la patria, conculcata la Religione, violate le vostre donne, saccheggiate le vostre proprietà, e che col ferro e col fuoco vorrebbero consolidare la loro abborrita dominazione.

211

All’armi Calabresi! Alzate il vostro grido di guerra omostrate all'Europa che attonita vi guarda, quanto può il vostro patriottismo e la vostra fede.

Coll’aiuto di Dio io ho speranza di condurvi alla vittoria, ispirandovi mutualmente quella fiducia che abbiamo nella giustizia della nostra causa.

Viva la Religione!

Viva il Re!

Viva l'Indipendenza!

Dal Quartiere Generale.

 Maresciallo di Campo

Comandante in Capo

A questi proclami fa seguito il documento che qui pubblichiamo:

Al Comandante le Truppe Piemontesi

Signore

In nome dell’umanità vi dimando:

1. Di accordare quartiere a tutti quelli che combattono, che combatteranno per l’indipendenza nazionale e pei diritti di S. M. il Re del Regno delle Due Sicilie Francesco II mio augusto sovrano.

2. D’indicarmi una città o villaggio che offra una località adatta a farne uno spedale ai miei feriti ed anco ai vostri, cadendo nelle mie mani. In questo caso voi dovreste considerare unicamente riservate alle sofferenze tali località, e rispettarsi come un luogo sacre da tutti.

3. Determinare un luogo dove io possa collocare i prigionieri che cadranno nelle mie mani.

212

4. Essere di accordo tutte le volte che si proporrà uno scambio di prigionieri.

5. Usarsi tutti i riguardi possibili ai parlamentarii che io potrei inviarvi nelle gravi circostanze. Dal mio canto si farà altrettanto dando degli ordini severi sul riguardo.

6. Impedire alle vostre truppe d’incrudelire sulle persone pacifiche e di attentare alla proprietà. Ove le atrocità continuassero, io dichiaro formalmente che tradurrò innanzi ad un consiglio di guerra quelli dei vostri subordinati che colpevoli di tali violenze, cadrebbero nelle mie mani.

E questo Signore, quello che io vi domando e che io mi credo in diritto di ottenere, per farci la buona guerra.

Tenendo conto delle vostre occupazioni, io aspetterò sei giorni da questa data, una vostra risposta a queste franche proposizioni. Elasso questo tempo senza risposta, o non avendo il vostro assentimento, io regolerò nell’uno e nell'altro caso la mia condotta sulla vostra, e se voi fucilerete i difensori della indipendenza nazionale e del nostro Re, io per una giusta rappresaglia farò fucilare i vostri prigionieri, ricadendo su voi la responsabilità del sangue che sarà versato.

Ricevete o Signore, l'assicurazione della mia considerazione.

Ecco frattanto il preambolo del giornale della spedizione di Borjès, trovato fra le carte del capo banda dopo la sua morte. É una lettera indirizzata al general Clary.

Mio generale,

«Dopo molte pene ed ostacoli per procurare delle armi e delle munizioni, pervenni finalmente ad avere una ventina di fucili. Là, un altro imbarazzo si presentò, cioè la maniera d’uscire da Malta. Si era già sospettato di qualche cosa, non so come, ma egli è certo, che i giornali parlarono del nostro tentativo anche prima della nostra partenza.

213

«L'11 del corrente, m'imbarcai sovra una specie di speronara con i miei uffiziali, e partii a dieci ore e mezzo della sera, abbandonandomi alla mercé di Dio.

«Dopo una traversata di due giorni, trovandomi presso la piaggia di Brancaleone, sorpreso da una gran calma che non mi permetteva d’andare più lungi, mi risolvetti di sbarcare, e al cader della notte del 13, discesi sulla riva, che trovai intieramente deserta.

«Senza guida m'incamminai alla ventura verso un lume che scoprii per mezzo ad una campagna: era quello d’un pastore. Un caso provvidenziale mi fece mettere la mano sovr'un onest'uomo, che ci condusse alla contrada nominata Falco, ove bivaccammo a ciel sereno.

«Il giorno seguente, a cinqu'ore e mezzo del mattino ci mettemmo in marcia, sempre guidati da questo pastore, guadagnando il piccolo paese di Precacore, dove fummo accolti dalla poca gente che vi trovammo e dal curato, al grido di Viva Francesco II! Questo primo successo mi diè buona speranza, speran za che fu bentosto disingannata.

 Così aspettando, una ventina di contadini s'ingaggiarono sotto i miei ordini, e con quest'armata microscopica, mi risolsi di avanzarmi sul paese. Due posti si presentavano vicino Precacore: Sant'Agata, e Caraffa. Io mi decisi per quest'ultimo, come quello che m'era stato detto il migliore, quanto ai sentimenti. Io mi v'incaminai verso lo tre ore della medesima giornata; ma passando presso di Sant'Agata, fui assalito da una sessantina di guardie mobilizzate, che cominciarono contro di noi una gagliarda fucilata. Al primo colpo di fuoco, le nuove reclute presero la fuga, ed io mi trovai solo co' miei ufficiali.

«Tuttavia, avendo guadagnato una buona posizione, feci fuoco per un'ora e mezzo.

«Alcun tempo di poi che fu cessato il fuoco, ricevetti un parlamentario a nome dei proprietari di Caraffa, che m'impegnavano ad entrare nel loro paese; io mi vi ricusai, e fu buon consiglio, perché m'era stata apparecchiata un'altra imboscata, nella quale avrei dovuto soccombere.

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«Dalle genti che vennero da me tra le fucilate, venni a conoscere, che vi era una banda vicina nel paese, comandata da un certo Mittica, e che i monaci di Bianco mi potevano dare dei ragguagli su lui. Io non persi tempo, giacché avevo saputo che era stato di già spedito avviso ai Piemontesi a Gerace.

a L'abate del monastero di Bianco m'indirizzò verso Natile, dov'arrivai dopo una disastrosa e orribile marcia, a tre ore e mezzo, il giorno 15. Pria d’entrare nel villaggio, feci chiamare il notajo Sculli, a cui ero stato indirizzato. Questi, dopo averci ben accolti, ci condusse presso di Cirella, alla contrada chiamata Scantorilla, dov'era l’accampamento di Al ittici, composto presso a poco di cento venti uomini, la più gran parte armati. Io m'avvidi che Mittica diffidava di noi credendoci nemici; ed infatti egli me lo disse schiettamente, aggiungendo, ch'egli non si sarebbe posto sotto a'  miei ordini che dopo il primo fatto d’armi. Io fui dunque ritenuto come prigioniero co' miei ufficiali per tre giorni, ciò che fu un grave danno. Aspettando adunque di poter comandare, fui costretto ad obbedire.

«In questo mezzo, Mittica mi fe' sapere ch'egli aveva risoluto di attaccare la città di Plati, dov'era gran numero di guardie nazionali e pochi Piemontesi. Infatti, durante la notte del 16 al 17, noi marciammo verso questo paese. Si doveva attaccare da tre lati, ma d'un solo lato d'attacco vero, e questo lato se l'era riservato Mittica.

«A quattr'ore e venti minuti si diede il segno per un colpo di fuoco. Il combattimento s'ingaggiò con una viva fucilata. Se si fosse profittato del primo momento di confusione piombando sul paese, si sarebbe agevolmente avuta la vittoria, almeno io avrei operato così: ma in quel momento io non potea far nulla, io non mi trovava nella pugna che come un dilettante.

«La guarnigione, che s'era aumentata nella vigilia a nostra insaputa di cento Piemontesi, rispose vigorosamente; cosicché si rese impossibile di prender il paese, e battemmo in ritirata a dieci ore e mezzo senz'aver avuto alcun morto o ferito, laddove il nemico n'ebbe parecchi sì degli uni come degli altri.

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«Di là e' incamioammo verso Ciminn per disarmarla; e vi potemmo raccogliere pochi fucili. In quel momento ci venne saputo che 400 Piemontesi sbarcati la vigilia, que' dei dintorni e le guardie mobilizzate s'apprestavano ad assaltarne. Si levò il campo d’un tratto montando per la montagna; pioveva a dirotta; scampammo alla cima.

«Alle 6 e tre quarti del 18 c'incaminammo verso i monti di Catanzaro, ma dopo alcun tempo cademmo in una imboscata. Erano i nemici che avevano provato di girare la posizione. Noi ci rivoltammo sul nostro cammino, e cademmo in una nuova imboscata. Finalmente dopo alcuni colpi di fucile, noi potemmo uscire dal mal passo ed entrare alle undici del mattino nel piano di Gerace. Io non era seguito che da soli miei uffiziali, da Mittica e da una quarantina de'  suoi; il resto s'era sbandato. Discendemmo la costa e marciammo fino ad un'ora da Giffona, dove avendo fatto alto, cercammo un poco di pane. Ci dovemmo contentare di restare a digiuno, e ci partimmo ad un'ora del mattino del 19; Mittica e il resto de'  suoi ci abbandonarono. Si fece alto sulla montagna il Feudo; genti armate e colpi di fucile ci forzarono a diloggiare e correre per alcun tempo, finché trovammo un luogo appartato. Ci riposammo, e a cinque ore e tre quarti partimmo per i Cerri, dove giungemmo il dì appresso a cinque ore del mattino. Facemmo alto alla Serra di Cucco, presso il villaggio Torre. Un antico soldato del Terzo cacciatori si presentò chiedendo di potermi accompagnare; ecco l'unico partigiano che io mi abbia trovato fino ad oggi.

» Il 21 Settembre noi passammo sulla montagna della Nocella; e il 22 dopo una penosissima marcia, io giungo a Serrastretta, rimpetto alla Sila, che spero attingere ben presto.

Prima di seguitar più innanzi lo sciagurato capo Carlista che marciava d’illusione in illusione, narriamo ciò che avveniva nelle Provincie napoletane alla notizia dello sbarco di Borjes e de'  tuoi compagni, che il partito reazionario aveva trasformato in una spaventevole armata di 15 a 20000 uomini.

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Cominciamo dai nomi degli sbarcati, che furono trovati nelle carte tolte ai fuggitivi:

Don José Granilles: signor Laudel Frigues, D. Pietro Martines, Augustin Calabris, Benito di Lafra Bagni Purellae, sig. l'ascilo Salirus, Arusmendo Maquinet Borgez, Caietano Cambra, Francesco Foruz, Augustin Losuet, D. José de Uricaste, signor Mariano Martin, Isidoro Masucasy Podal, Iriam Ortega y Vilerana, sig. Laureano Carenas Ionorio, sig. Ciguet Lucrsel y Paria, monsignor Lisnos Antonio.

Unitisi gli sbarcati colla banda del Mittica, un evaso dalle galere, si diressero sopra Plati, patria del Mittica, dalla quale venivano valorosamente respinti, come rilevasi dai seguenti due dispacci dell'Intendente di Palmi al Governatore di Reggio:

«Al momento il Sindaco di S. Caterina mi riferisce che jeri alle 5 a. m. la banda di Mittica tentò di entrare in Plati a viva forza, ma quella popolazione insieme ai pochissimi soldati ed altre guardie nazionali li respinse sostenendo un fuoco di circa cinque ore, ed uccidendo molti briganti, i cui cadaveri furono trasportati dai compagni. Si dice che la detta banda prese la volta di Girella. Dei nostri morto un milite, e ferito D. Rosario Oliva che si portò valorosamente.

Altro dello stesso giorno.

«Nel fatto di Plati fu preso un brigante. Il colonnello del 29 jeri stesso è accorso colle forze che stavano in Oppido e stamattina a prima ora fu seguito da altra forza.»

Respinti da Plati si scontrarono colle guardie mobili comandate dal tenente Sansalone, e lasciando sei morti e molti feriti, tra muli carichi di provvisioni e di proclami fuggirono sulle montagne di Cittanuova, dopo aver tentato invano di entrare nelle vicine provincie.

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Alle prime notizie dello sbarco, essendosi sparse, come avviene in simili casi, voci esagerate, fu raccolta fra le guardie nazionali e le guardie mobili una forza sufficiente da tener fronte a venti mila uomini se fossero sbarcati. Oltre le milizie regolari comandate dal generale Gori, il deputato Agostino Plutino si fece immediatamente a raccogliere le guardie Nazionali di Bianco, Ardore, Roccella e Siderno. Giovan Andrea Romeo con i suoi fratelli cugini Pietro e Stefano Romeo raccolse circa 1000 uomini.

Il maggiore del Primo battaglione della guardia nazionale di Reggio, Francesco Saverio Melissari unì circa 400 uomini fra le guardie nazionali di Melito, S. Lorenzo e Bova. Ed infine la guardia nazionale di Reggio fu tutta sotto le armi alla prima notizia, pronta ad accorrere dovunque se ne manifestava il bisogno.

Quanto ai proclami di Borjès, di cui abbiam dato più sopra il testo, l’Opinione di Torino s'esprimeva come segue.

I giornali francesi hanno pubblicato i proclami del Borjès, spagnuolo, la cui banda è stata sconfitta nelle Calabrie.

In essi il Borjès, s'intitola modestamente generale in capo di S. M. Francesco II nelle tre Provincie delle Calabrie. Sono così ridicoli che molti ne posero in dubbio l'autenticità, e sospettarono che fossero inventati per discreditar maggiormente il partito borbonico ed i suoi capi.

Questa supposizione non è ammissibile, avendo noi prova evidente che i proclami sono genuini, per essercene arrivata dalle Calabrie una delle tante copie, state sequestrate ai briganti, dopo la rotta della banda.

Il carattere loro non rassomiglia a quelli che si adoperano nelle tipografie italiane. Esso e identico perfettamente ai caratteri della stamperia imperiale di Vienna e pare che i proclami siano stati stampati nell'Istria, forse a Trieste.

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La data e la firma sono in bianco. Il Borjes si riservava di aggiungervele di proprio pugno; ma sembra non abbia avuto tempo. Il suo esercito si è dileguato come neve al sole dinnanzi a qualche compagnia di guardia nazionale fiancheggiata da pochi soldati.

Interrompiamo per il momento il racconto della trista epopea del capo Carlista borbonico per occuparci dei fatti generali del regno d’Italia.


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III.

S. M. Vittorio Emanuele avendo visitato Bologna co' suoi due figli, come abbiamo di già raccontato, volle nel corso di Novembre onorare la città di Ancona della sua presenza. Visi recò il giorno 10, e l’undici vi ebbe un sontuoso banchetto di 60 convitati, a cui furono da S. M. invitati i notabili commercianti e le autorità anconitane. La municipalità inaugurò con la presenza del re il nuovo teatro delle Muse: vi si rappresentò Trovatore. Alla sua entrata allo spettacolo come al suo uscirne, che fu alle dieci, S. M. fu salutato con un tuono di applausi, e di evviva. I ministri Nigra, Peruzzi, e Menabrea accompagnarono nel suo viaggio il re che rientrò a Torino il 12 Novembre per la ferrovia.

A quest'epoca medesima il conte Rattazzi che era partito per Parigi nell’Ottobre, riceveva da parte della stampa liberale di Francia delle testimonianze della più cordial simpatia. Ma prima di dare a'  nostri lettori i ragguagli del banchetto, in cui nella persona del conte Rattazzi fu celebrata l'alleanza intima della Francia e dell’Italia, dobbiamo narrare alcuni fatti anche di maggior momento.

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Il sig. Rattazzi era stato ricevuto dall’Imperatore colle accoglienze le più simpatiche. Dopo i complimenti d’uso, l'ex ministro italiano, disse a S. M. ch'egli non intendeva d’entrare tosto nel ministero di Torino; ma che le circostanze potrebbero essere tali da chiamarvelo presto. Il sig. Rattazzi avrebbe indicato il mese di dicembre. Chiese all’imperatore quale sarebbe la risposta ch'egli potrebbe dare al Parlamento sulla quistione romana, s'egli formasse parte del ministero. Napoleone III gli rispose che su tale proposito nulla poteva assicurare, se non che l'Italia doveva agire come se Roma non esistesse. Sottolineamo quest'ultime parole, perché ci sono state date come testualmente dette dall’imperatore.

La Francia, avrebb'egli aggiunto, e legata da impegni che non le permettono di ritirare le sue truppe da Roma. Il governo francese ha desiderato e promesso una riconciliazione tra il Papa e l'Italia; non è sua colpa se questa non fu fatta. Ma la Francia non può abbandonare il Papa dopo d’averlo rimesso e mantenuto in Roma. Per quanto vive e profondo sieno le mie simpatie per l'Italia, non posso ritirare le mie truppe da Roma, né cangiare uno stato di cose ch'io non promossi; bisogna adunque che l'Italia agisca come se Roma non esistesse.

Il signor Rattazzi rispose che se la questiono romana era protratta, ue conseguirebbe inevitabilmente che il movimento italiano si verserebbe su Venezia; ch'egli conosco abbastanza bene lo spirito degli Italiani e particolarmente le tendenze del Parlamento, per dire che la guerra contro l’Austria potrebbe essere votata con entusiasmo, che non v'era gabinetto tanto forte da poter resistere allo slancio nazionale, e che il provarsi soltanto a comprimerlo ed a deviarlo dal suo scopo, apporterebbe serio pericolo all’unione degli Italiani, e comprometterebbe il presente e l'avvenire della patria italiana.

A ciò l'Imperatore avrebbe risposto che in tre anni l'Italia atea potuto costituirsi militarmente; che quanto a lui aveva fatto di tutto per giungere ad un pacifico scioglimento

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della questione veneta; rea che se l'Italia si decidesse a tentare la sorte d'una guerra contro l'Austria, lo farebbe a tutto suo rischio e pericolo; che gli era impossibile di promettere il concorso delle sue armate per una guerra che l'Austria non avrebbe per la prima provocata.

Tale sarebbe stato il senso preciso, e quasi le identiche parole, che si scambiarono nella conferenza di Napoleone col sig. Rattazzi.

In seguito di questa conversazione, di cui si occupò molto la stampa europea, il giornale semiofficiale di Parigi la Patrie pubblicò un articolo intitolato: La Francia a Roma, che spiegò il motivo della politica dell'Imperatore. Noi lo riportiamo.

La presenza a Parigi dell’onorevole presidente del Parlamento italiano ha ricondotto l’attenzione pubblica sopra una questione sempre ventilata da due anni e la cui soluzione resta uno dei problemi più formidabili del nostro tempo. La Francia consegnerà ella al governo del re Vittorio Emanuele la capitale dell’Italia, ovvero continuerà a coprire della sua protezione armata l'indipendenza del sovrano pontefice! Tal è il punto che il sig. Rattazzi ha cercato di dilucidare nelle sue conversazioni coll’imperatore Napoleone e coi suoi ministri. Se noi siamo bene informati, l'uomo di Stato italiano non ha più dubbii oggidì, e la sua alta ragione comprende bene certamente i motivi che impongono alla politica francese l'obbligo imperioso d’un disaccordo col gabinetto di Torino.

La Francia lasciò fare l'unità italiana senza credere completamente alla riuscita di lei. Ma al cospetto del movimento che trascinava la Penisola, essa non ha consultato né il suo gusto, uè la sua inclinazione, ed ha rispettato l'indipendenza che avea resa agl'Italiani. Così il Piemonte poté annettersi liberamente la Toscana, Parma, Modena, le Romagne, le Marche, l’Umbria, la Sicilia, Napoli. Noi nulla abbiamo a dire. La nostra parte non era di proteggere governi che non sapevano o che non potevano difendersi.

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I trattati dell’alleanza sono lettera morta, anche per l'Europa, che ha rinunziato ad adempiere i doveri di reciprocità che ti erano imposti tutti i grandi Stati monarchici. A più forte ragione non Spettava alla Francia di rivendicare una parte, di cui l'Europa non volea più saperne.

Ma evvi un punto in cui il movimento italiano scontrava l'interesse francese, e per conseguenza doveva arrestarvisi: questo è Roma. Noi siamo a Roma da dodici anni, e convien qui notare che l'occupazione incominciò sotto la Repubblica e sotto il governo del generale Cavaignac. Appena che l’indipendenza del Papato era in causa negli avvenimenti che agitavano la Penisola, la Francia, anche la Francia repubblicana, sentiva ch'essa venia trascinata da tutte le tradizioni della sua storia, da tutte le necessità della sua influenza. Le sue legioni arrivarono dunque sul territorio pontificio, affine di tutelare, nella questione del Papato, un interesse fondamentale della sua politica.

A quell'epoca il generale Cavaignac fece uno sbaglio che la storia gli rimprovererà, e che l'Imperatore ha gloriosamente riparato: fu quello di restar colle braccia incrociate sulle Alpi, nel momento in cui faceva sbarcare un corpo d’armata a Civitavecchia. Allora Pio IX non era più a Roma, e l'Austria avanzandosi sul Ticino, preparava già la sua terribile rivincita di Novara contro i primi successi della nazionalità italiana. L'Austria io marcia su Torino e il Papa in fuga verso Gaeta, era questo fatto un doppio pericolo per la Francia. Sgraziatamente, dei due doveri che le eri. no imposti, essa non ne adempì che un solo, e per una singolare anomalia fu la Repubblica che, andando a proteggere il capo della Chiesa, lasciava scannare il popolo italiano!

L'Imperatore comprese meglio, nel 1859, la missione della Francia e non separò due cause inseparabili l'Italia e il papato. Se mantenne l'occupazione militare decretata dalla Repubblica, egli compì l'opera tentata dal genio di Enrico IV e di Luigi XIV, l'opera che Napoleone aveva snaturato colla conquista, egli distrusse il dominio austriaco e ricostrusse l'Italia.

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Ma l'opera dell’Imperatore non sarebbe solo snaturata; essa verrebbe compromessa se la ricostituzione della nazionalità italiana dovesse avere per conseguenza necessaria la distruzione dal papato temporali.

In questo punto, diciamolo pure ad alta voce, l'Imperatore non ebbe un solo momento di esitazione. Prima, durante o dopo la guerra d’Italia egli dichiarò sempre nel modo più esplicito che la Francia proteggerebbe l'autorità e la sicurezza del Santo Padre, e questo è il programma che ricevette la sua esecuzione.

E vero che i nostri consigli furono sovente disconosciuti a Roma, e che non trovarono nei consiglieri del Vaticano quella fiducia cui ei dava diritto la nostra protezione. E' vero che tutte le combinazioni che avrebbero potuto produrre un ravvicinamento tra l'Italia e il papato furono respinte. Ciò era doloroso senza dubbio, ma non mutava nulla al nostro dovere. A fronte di queste resistenze sempre ostinate, sovente offensive, talvolta anche ingiuriose, che dovevamo fare? Null’altro se non quello che abbiamo fatto, cioè rimanere al nostro posto, proteggere contro ogni attacco la sede inviolabile del Capo della Chiesa e attendere l'ora di Dio per la soluzione.

Quest'attitudine era regolata dai principii non che dagli interessi della nostra politica.

Conviene forse mutarla quest'oggi? Fa d’uopo cedere ai voti del governo italiano e alle minacce del partito rivoluzionario? Non esitiamo a dire: no per la Francia, no per l'Italia medesima! Qui l'interesse italiano trovasi d’accordo coll’interesse francese. L'Italia non può trovare le sue condizioni definitive di esistenza definitiva se non che nel suo accordo colla Chiesa. Il papato, nol si dimentichi, è una delle forze della Penisola.

Se l'unità si formasse oggi contro il Papa, l'Italia sarebbe al di fuori della sua storia, della sua civiltà; essa perderebbe la sua gran potenza morale. Al movimento nazionale così nobilmente provocato da Carlo Alberto, così ben continuato da Vittorio Emanuele, sarebbe sostituito il movimento rivoluzionario

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con tutte le sue esorbitanze e tutti i suoi pericoli e che farebbe ben presto dell’Italia il focolare del comunismo europeo, di cui Mazzini è la cupa e temuta figura.

Ciò non è possibile! E in quanto alla Francia, se abbandonasse Roma al governo italiano; se il papato scomparisse nella crisi che cambierebbe la destinazione della capitale dell'unità cattolica, e la indipendenza del capo della chiesa fosse alterata in un grado qualunque, se l'impulsione del movimento italiano che porterebbe Vittorio Emanuele al Campidoglio, oltrepassando lo scopo, crollasse questa corona innalzandola troppo alto, se infine la rivoluzione straripasse in Italia, e il mazzinismo sempre sì attivo e di già sì forte, gettasse questa giovine e nobile nazionalità nelle mani delle reazioni inevitabili, è dessa, sì, è la Francia, è il suo governo che ne sarebbero risponsabili.

Non basterebbe loro di rimpiangere, di biasimare o riprovare ciò che si sarebbe compiuto senza essa o contro essa. Le si direbbe: «Voi avete reso la vita all’Italia; voi le avete dato il suo stato civile a Magenta e a Solferino: avete abbandonato Roma; siete voi che avete lasciato distruggere l'opera vostra, siete voi che avete compromesso la vostra gloria colla vostra debolezza.

La Francia non può, non vuole incorrere questa responsabilità. La sua presenza a Roma, è una protezione materiale per il papato e nel medesimo tempo una protezione morale data all’indipendenza dell’Italia.

Se da un canto essa contiene la rivoluzione, dall’altro previene le reazioni. Restando a Roma essa è dunque fedele alla sua missione e segue la politica che si è tracciata e da cui non le è permesso deviare.

Ora l'Italia può costituirsi presentemente fuori di Roma? Noi Io crediamo e procureremo di dimostrarlo.

Nello stesso tempo il Moniteur de l'armée portava la nota.

Il Moniteur de l'armèe annunzia che la guarnigione francese del patrimonio di San Pietro sarà portata a 20 mila uomini.

Il contingente di detto corpo che già trovasi nei dominii pontificii consta di 4 reggimenti di fanteria,

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1 battaglione cacciatori a piedi, 4 batterie d’artiglieria, 1 squadrone di usseri ed 1 compagnia del genio. Tali forze riceveranno l'aumento di due reggimenti di linea, 1 battaglione di cacciatori a piedi, 2 batterie d'artiglieria, 2 squadroni d’usseri, 1 compagnia del genio.

Il comando in capo sarà affidato al generale Goyon, che avrà a'  suoi ordini due altri generali di divisione e tre brigadieri.

Queste forze s'intitoleranno d’or innanzi Corpo delle truppe l'occupazione in Roma.

La gendarmeria, gli equipaggi e i corpi sanitarii riceveranno un aumento proporzionato alla forza completa di tali truppe.

Tuttavia noi dobbiamo far notare che il Moniteur des communes, giornale del governo francese aveva riprodotto l'opuscolo del Padre Passaglia contro il poter temporale del Papa, a grave scandalo dei giornali legittimisti, massime della Gazette de France, che faceva molto lamento, che l'ultima allocuzione del Papa non fosse stata pubblicata mentre l'opuscolo del Passaglia era stato affisso per i 44000 comuni dell’impero.

Il principe Napoleone e la principessa si soscrissero anche pubblicamente al monumento da doversi innalzare al conte di Cavour, ed inviarono, il principe la somma di 5000 franchi, e la principessa di 2000, accompagnandole con le lettere seguenti:

Parigi 29 Ottobre 1861

Signori

Sento solamente al mio ritorno da un lungo viaggio che è stata aperta una sottoscrizione per erigere un monumento al conte Cavour.

I servigi che il vostro illustrissimo compatriotta ha reso al suo paese, aiutando il re Vittorio Emanuele ad effettuare l'emancipazione e l'unità dell’Italia hanno segnato il suo posto fra i grandi uomini del 19 secolo.

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Unito a questo uomo di State dai vincoli di una sincera e viva amicizia, io desidero rendere un ultimo omaggio alla sua memoria e vi prego d’iscrivermi fra i vostri sottoscrittori per una somma di cinquemila franchi che faccio rimettere al sig. Ministro d'Itafia a Parigi.

Ricevete, signore, l'assicurazione de' miei più distinti sentimenti.

NAPOLEONE (Gerolamo).

Palazzo Reale 2. 9 ottobre 1861

Signori,

Divenendo francese pel mio maritaggio, il mio cuore è rimasto profondamente devoto all'Italia. Io sono lieta di darvene oggi una prova col riunirmi a mio marito in una circostanza in cui trattasi di onorare la memoria di un uomo come il conte di Cavour.

Io faccio rimettere al ministro d’Italia a Parigi l'ammontare della mia soscrizione, e vi prego, signori, di ricevere l’assicurazione de'  miei sentimenti distinti.

MARIA CLOTILDE NAPOLEONE

Finalmente la stampa liberale rianimava con la mostra di tanta simpatia il coraggio degl'Italiani nel banchetto offerto al Rattazzi dai redattori del Siècle, dell’Opinion nationale, della Presse.

Il conte Nigra e il general della Rocca assistevano a questa festa. Riproduciamo i discorsi che furono pronunciati in tale cessione. Il Sig. Gueroult parlò il primo in questi termini:

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Signori.

Vi propongo un brindisi all’indipendenza, all’unità ed alla libertà d’Italia.

E anzitutto ci sia permesso di rallegrarci coli' Italia di aver trovato un re degno di lei e dei suoi grandi destini. Se noi proviamo il bisogno di rendere quest'omaggio a Vittorio Emanuele, non è solamente, credetelo bene, per entrare nei sentimenti dell’illustre uomo di Stato che oggi noi festeggiamo, e neppure del diplomatico eminente che volle unirsi a noi e che ha testò rappresentato così degnamente in una corte estera il re di Italia.

Ciò che noi onoriamo soprattutto, ciò che noi salutiamo in Vittorio Emanuele, è il portabandiera ed il rappresentante della unità italiana; è il re di vecchia razza che non isdegnò di ritemprare nel battesimo popolare il prestigio di una sovranità di otto secoli; è il soldato intrepido che arrischiò venti volte la sua vita; è il sovrano audace che ha giuocato la sua corona per la salvezza del suo paese; è l'uomo politico la cui lealtà incontestata fece tacere, in tutta la Penisola i mormorii dello spirito di partito, che acclamato da Manin, servito da Cavour, collegando intorno a sé tutti gli uomini di Stato, l'esercito ed il popolo, ha ottenuto l'affezione intera di Garibaldi e persino il rispetto dallo stesso Mazzini; è l'alleato della Francia, che non gli chiuderà sempre speriamolo, la via di Roma; è l'avversario dell’Austria che sarà costretta a cedergli Venezia.

Vi propongo, signori, di salutare questa rivoluzione così nobilmente condotta, così regolarmente compita; vi propongo un brindisi all’unità, alla indipendenza ed alla libertà d’Italia!

Il sig. Peyrat propose un brindisi a Garibaldi con queste parole:

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Signori,

In nome de'  miei collaboratori della Presse vi propongo di bere alla salute del Generale Garibaldi.

Per quanto sien grandi i nostri dissensi su altri uomini e su altre questioni, all’interno ed all’estero, questi dissensi svaniscono quando trattasi del soldato patriota che, dopo aver fatto stupire l'Europa colla sua intrepidità, la fa stupire oggi ancor più colla saggezza de'  suoi consigli e colla semplicità del suo disinteresse. Egli è il rappresentante delle più nobili qualità e delle più pare aspirazioni della democrazia.

Ciò che vi ha di particolarmente ammirabile nel generale Garibaldi, e ciò che vi propongo di applaudire insieme, non è né il suo genio avventuroso, né il coraggio con cui egli sfidò la morte su venti campi di battaglia; questo coraggio non è raro. Si trovano facilmente centinaia di migliaia d’uomini per darne splendide prove.

Ma se per meritare la riconoscenza e la stima generale, che sono le corone del patriottismo e della virtù, bisognasse esporsi a perderle; se non si potesse adempiere al proprio dovere senza esporsi non solamente alla calunnia dei proprii nemici, ma al biasmo dei proprii amici, senza esporsi quasi all’onta, dov'è l'eroe capace d’un tal coraggio? Quest'eroe, signori, è a Caprera!

In un tempo in cui la legittimità delle imprese si giudica cosi spesso dai risultamenti, ed in cui ciò che si apprezza prima di ogni altra cosa è la riuscita, il generale Garibaldi, a rischio di essere rinnegato come un pazzo ed appeso come un furfante, si è imbarcato con un pugno di valorosi per andar a conquistare un regno e rannodare dieci milioni d'Italiani alla patria comune. Come i nostri padri, durante la rivoluzione, il generale Garibaldi ha detto: Perisca la mia memoria e l'Italia sia libera! Ecco l'eroe!

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Egli è e questo eroe, a colui che i suoi nemici si danno ancora il ridicolo di chiamar filibustiere, che io vi propongo di fare un brindisi.

Al liberatore d’Italia ed a'  suoi valorosi compagni che come De Flotte hanno combattuto a'  suoi fianchi e versato il loro sangue nella sua gloriosa impresa!

Al generale Garibaldi!

Il sig. Havin propose un brindisi al sig. Rattazzi, al sig. Nigra ed al generale della Rocca, rammentando pure Manin ed il conte di Cavour. Ecco le sue parole:

Signori,

Vi propongo un toast che porterete con una viva simpatia, al nostro illustre ospite, sig. Rattazzi, presidente del parlamento italiano! Parlamento italiano! Queste semplici parole riassumono tutte le grandi cose compite in Italia; le nostre vittorie, le vittorie italiane, le conquiste di Garibaldi, l'unità, la libertà, l'indipendenza dell’Italia, tutto si trova riunito in questa magica espressione: Parlamento italiano!

Sarà d'onore eterno a Vittorio Emanuele, a Rattazzi, a Cavour, a Ricasoli, lo aver voluto, sin dal primo giorno mettere l'Italia, libera dallo straniero e da'  suoi oppressori, sotto l'egida della legge costituzionale. Gl'Italiani sono divenuti cittadini senza cessare di essere soldati della gran causa dell’unità e dell’indipendenza, perché il loro còmpito non è terminato: Roma e Venezia.

L'Imperatore che ha riconosciuto il regno d’Italia, non può volere che la sua costituzione sia così indefinitamente ritardata. — Allorquando nel 1859, l'imperatore, inspirandosi alle sventure della nazione italiana e alla vera politica della Francia,

GEN. DELLA ROCCA

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pensò di mettere ostacolo ai progressi dell’ambizione austriaca, noi prestammo, come e noto, un leale appoggio al Capo dello Stato, che secondo la sua parola ormai istorica, incontrava molte debolezze interessate: ci corre il dovere di dirgli quanto importi alla gloria ed agli interessi della nostra patria di dare una pronta soluzione alla quistione romana.

V'ha oggi tra la nazione italiana e la nazione francese una fraterna solidarietà. Ciò che si fa di bene da una parte delle Alpi ha un felice effetto dall’altra parte. Non v'ha provvedimento liberale adottato in Francia che non serva alla causa italiana.

Ci vien fatto il rimprovero di mancare ai nostri principii, di sacrificare allo spirito di partito la libertà. Noi non comprendiamo di libertà se non quella che è accordata a tutti; se essa non vien accordata che ad alcuni, essa cangia di nome: allora chiamasi privilegio. Noi non vogliamo privilegi; domandiamo la libertà, l'eguaglianza davanti alla legge per tutti.

Se io parlo di questi recenti dissensi dinanzi ai nostri ospiti illustri, ho uno scopo: Voglio pregare i nostri amici d’Italia che compiono una memorabile rivoluzione, di non imitare gli errori del partito democratico e liberale di Francia, di restare completamente uniti contro il comune nemico e penetrarsi bene della verità di questa massima: l'unione fa la forza.

L'Italia ordini le sue armate, la sua amministrazione; sia fedele all’ammirabile condotta che ha tenuta durante questi anni di prova, e il trionfo della sua nazionalità, della sua unità e della sua libertà è assicurato.

Ho l'onore di proporvi, o signori, di bere alla salute del sig. Rattazzi, presidente del Parlamento italiano, uno degli uomini di Stato i più eminenti della Penisola, al patriota sincero, all’autore delle leggi invidiate dalla intera Europa!

Al Sig. della Rocca abile generale che aveva incominciato con tanto successo la pacificazione dell’Italia Meridionale!

Al sig. Nigra, al giovane diplomatico che nelle circostanze più difficili meritò per le sue cognizioni di essere messo al posto d’onore che attualmente occupa con tanta distinzione.

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Signori, avvi ancora un modo di onorare i vivi; ed è di mostrare il nostro rispetto e la nostra riconoscenza ai morti. Volgiamo un pensiero adunque alla gloriosa memoria di Manine di Cavour.

Ai precedenti discorsi, il sig. Rattazzi rispose

Signori

Vi ringrazio dal fondo del cuore di tutte le buone e care parole, come dei voti fatti per la mia patria; e ringraziandovene, il mio primo pensiero di riconoscenza si dirige all’Imperatore dei Francesi, al degno capo della vostra generosa nazione.

Permettetemi di esprimervi quanto sono commosso e contento dell’accoglienza simpatica che mi fu fatta da tutti in questa grande e nobile terra; ne sono contento, perché questa simpatia questa premura si volge all’Italia stessa, che si vuole onorare in uno de'  suoi figli, non a'  miei troppo deboli meriti personali. Sì, serberò sempre viva la franca cordialità francese, gl'incoraggiamenti unanimi che mi han tocco sì profondamente e che io son felice di andarli a ridire trai miei compatrioti.

Signori, siate sicuri, che questi sentimenti d’affetto e d’appoggio della Francia verso l'Italia, trovano presso di noi di rimando la riconoscenza la più completa. Coloro che hanno parlato sì presto dell’ingratitudine degl'Italiani, non si erano dati la pena di venire tra noi. Essi avrebbero conosciuto che noi possediamo largamente la memoria del cuore.

Amo ripeterlo in faccia a tutti voi. No, l'Italia non dimenticherà mai ciò che deve a quest'augusto imperatore, che ha sfidato per lei tanti pericoli; che solo le ha stesa la mano nel colmo della sua miseria. Essa non dimenticherà mai quei soldati ammirabili, caduti per la sua causa, quella gloriosa armata che l'ha fatta libera, quei generosi scrittori che l'hanno sì validamente difesa, questo popolo francese, i cui voti accompagnavano ciascuna delle peripezie dell’alta intrapresa del suo affrancamento.

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E d'altronde l'avvenire non può che dare a questi sentimenti forza sempre maggiore.

Per quest'epoca di ricostituzione delle nazionalità, dell’annodarsi delle nazioni sorelle, l'unione della razza latina non è più una vana parola. Alleati fratellevolmente come si addice a genti della stessa origine, d’eguale incivilimento, d’idee perfettamente analoghe, cogli stessi interessi in tutto, i nostri due popoli non hanno nulla a temere, sicuri che staranno per essi le simpatie delle nazioni liberali.

Che suoni l’ora, e vedrà la Francia come l'Italia sente il suo debito di riconoscenza, i suoi doveri di solidarietà.

Il partito legittimista, ed una parte dall'alto clero francese erano spaventati da queste dimostrazioni dell’opinione pubblica in favor dell’Italia, e tollerate dal governo. Questo partito accusava inoltre il ministro dell’imperatore di mettere degli ostacoli al libero sviluppo delle sue associazioni. Le società religiose erano state novamente sottomesse ad una sorveglianza e ad un controllo da parte dello stato, a cui sembravano contrariar notevolmente alcuni membri dell’alto clero. Alcuni vescovi avevano lanciati nel pubblico degli scritti contro questa disposizione del governo. Ad una di queste lettere, del vescovo di Nimes il ministro dei culti M. Rouland credette di dovere rispondere come qui appresso.

Monsignore, la lettera che V. E. si è compiaciuta indirizzarmi e che ha fatto inscrivere in molti giornali di Parigi e della provincia in occasione della circolare del sig. Ministro dell’interno sulle associazioni di beneficenza, mi sembra in parecchi punti deplorabile.

Il vostro diritto incontestato, Monsignore, era il discutere liberamente i principii e i provvedimenti della circolare ministeriale. Voi potevate biasimare un ravvicinamento fra due istituzioni, se vi pareva offensivo per una di esse, e perorare eloquentemente la causa d’una società caritatevole alla quale d’altronde il governo aveva reso intera giustizia nel mentre che reclamava la esecuzione delle leggi.

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Ma il calore delle convinzioni e la libertà di discutere non dispensano alcuno dalla osservanza delle convenienze e delle regole della moderazione. Per difendere un'opinione che voi giudicavate equa e vera, era inutile lo adoperare le espressioni più acerbe contro un atto emanato da un ministro dell’Imperatore, e per rendere un legittimo omaggio allo zelo delle conferenze di San Vincenzo de'  Paoli non faceva d’uopo insultare altre associazioni e segnalarle all’odio e al pubblico dispregio.

Così non si esprimeva, Monsignore, l’antico clero francese nelle «rispettose rimostranze» alle quali fa allusione la vostra lettera. Permettete che io vi dica quanto mi duole, che ricordandovi quel pietoso, saggio e patriottico clero della chiesa gallicana voi non abbiate còlto l'occasione che vi era offerta, d’imitare la calma e la dignità del suo linguaggio.

Il mio dovere e il mio carattere mi allontanano da tutto ciò che può eccitare le passioni del paese. Per ciò vi prego, Monsignore, che vogliate astenervi d’ora innanzi dallo indirizzarmi, sui nostri affari religiosi o politici, lettere nello quali io dovessi deplorare ancora insinuazioni e violenze. Io non vi saprei infatti rispondere convenevolmente senza un vivo dolore per me stesso e senza un grave danno per la religione, di cui bisogna rispettare i ministri anche quando si scostano dalla via della saviezza e della carità.

Aggradite, Monsignore, l’assicurazione della mia alta considerazione.

Ministro dell’istruzione pubblica e dei culti

ROULAND.

Parigi 8 novembre 1861.

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Abbiamo riportata questa lettera ministeriale per rendere più facile a comprendere la parte della circolare che fu egualmente indirizzata dal ministro dei culti in Italia ai membri dell’alto clero, e che forma un documento importantissimo per la storia.

MINISTERO

DI GRAZIA E GIUSTIZIA E DE' CULTI

Circolare ai Reverendissimi Arcivescovi, Vescovi e Vicarj Capitolari del Regno.

Una serie di prodigiosi avvenimenti ha nel breve giro di due anni ricostituita la Nazione Italiana, le ha reso agevole di rivendicare ed affermare in faccia al mondo i suoi diritti imprescrittibili, e la condotta a raccogliersi nell'unità di questo Regno d'Italia, che fondato nella volontà nazionale espressa no' modi più solenni, riconosciuto già dai popoli e dai Governi più possenti e civili, deriva a sua maggior forza dai principii supremi della giustizia e della morale e dai grandi interessi della civiltà.

Le moltitudini riscosse da tali avvenimenti ravvisarono in essi l'intervento della Provvidenza, e mentre da cotesta persuasione vennero confermate nella più larga fiducia del completo italico risorgimento, ne furono tratte altresì a stupire e sdegnarsi di tatto ciò che frapponesse ostacoli, o in qualsivoglia modo contrastasse al voto della Nazione.

Sciaguratamente in più parti del Regno intervennero assai fatti, dai quali apparve che molti membri del Clero ed anche dell’ordine più elevato, non che dividere l'anzidetta persuasione ed acquetarsi almanco a quella miracolosa mutazione di cose salutata per ogni dove con tanta concordia d’entusiasmo, apertamente avversano il Governo Nazionale e le sue leggi, ostentando far credere che l’uno e le altre siano in contraddizione con le dottrine e gli interessi della Chiesa Cattolica.

Infatti è doloroso a dirsi, ma si deve, in alcuni luoghi si pubblicarono proteste, encicliche, pastorali,

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in cui è negato o posto in controversia il principio stesso, nel quale ha suo fondamento il Nazionale Governo e sono qualificate empie, inique, ostili alla religione e alla Chiesa molte leggi dal medesimo bandite in virtù di quei 'diritti che sempre si esercitarono dalla civile podestà; in altri si mandarono in giro istruzioni rivolte a turbar la coscienza di coloro che in qualsivoglia modo presero parte al gran moto nazionale, adempiendo ai loro doveri di funzionari, di soldati, di cittadini; in altri o si negarono i pietosi suffragi della religione ai morti nella guerra dell’indipendenza e ai cittadini più benemeriti della patria, o s'interdissero i sacri riti nella ricorrenza delle nazionali solennità; in altri si trascorse a più rigidi provvedimenti contro quei sacerdoti che non dubitarono di mostrarsi ossequiosi alle civili podestà, e che palesemente accennarono di far la debita separazione fra i diritti essenzialmente distinti della Chiesa e dello Stato; in altri si giunse a predicar dalla sacra cattedra l'ingiuria sulf Augusta Persona del Re, il disprezzo e la disobbedienza delle leggi e a far servire il tempio del Signore a conventicola di macchinamenti contro l'ordine pubblico; in altri venne persino ricusato il santo volume de'  Vangeli, sul quale i soldati della Nazione dovevano giurar fede al Re e alle leggi; a tacere di que' luoghi in cui furono veduti i Sacerdoti del Dio di pace inalberare il Vessillo del Riscatto per porsi alla testa e tra le file dei saccheggiatori e dei briganti.

Una siffatta attitudine assunta in più luoghi dal Clero irritò vivamente il sentimento popolare, a cui recarono altresì grave offesa i portamenti di molti fra i maggiori Dignitari ecclesiastici, i quali avrebbero dovuto e potuto interporre la riverita autorità del loro ministero a studio di conciliazione e di pace, e invece la usarono a fomento di turbazioni e dissidii. Quindi invalse quasi dappertutto il concetto che il Governo Nazionale sia da una notabile parte del Clero o palesemente osteggiato, od avversato segretamente: concetto che esagerato dallo scompiglio delle opinioni e dall’effervescenza delle passioni può tornare in gran danno non meno della Chiesa che dello Stato, provocare ed aiutare

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macchinazioni colpevoli, dar pretesto ad insensati disegni, mentre è continua minaccia di turbamento della pubblica tranquillità.

É cotesta una deplorabile condizione di cose che non può, che non deve durare. La coscienza universale ripugna all’idea che il sentimento religioso e il sentimento nazionale si escludano e si combattano, ne già può concepirsi il caso di una Nazione, la quale sia condannata a scegliere tra il dono più prezioso della Provvidenza e il voto più legittimo della natura, tra la conservatone della fede religiosa e l'indipendenza e libertà della patria.

A fronte dell’espressione della volontà nazionale che si pronunciò con tanta solennità e concordia, a fronte delle leggi che sulla base della volontà medesima hanno costituito il nuovo Regno, il Clero italiano non può sottrarsi al dovere di riconoscere il presente ordine di cose e di accettarne le conseguenze; non lo può in forza di quegli obblighi che stringono ogni ordine di cittadini; non lo può in ossequio ai principii stessi che dalla Chiesa verniero costantemente ammessi e praticati. La Chiesa infatti, per non porsi in contraddizione con le leggi della Provvidenza, che avendo fatto gli uomini e le società capaci di perfezionarsi, impose loro il cangiamento ed il progresso, nella sua condotta esteriore tenne sempre conto degli avvenimenti, seguì con mirabile prudenza le vicende della vita sociale, e s'adattò nel corso de'  tempi e nelle varie contrade a qualsivoglia specie e forma di governo, sollecita solo d’esser lasciata libera dalle civili podestà d’adempiere alla sua missione tutta spirituale e rivolta a una meta posta fuori della cerchia degl'interessi. Ora perché mai di questi giorni e in tutta Italia procederebbe la Chiesa con altre norme? Perché dovrebbe trovar ripugnante alle sue ragioni e a'  suoi interessi il governo che gli Italiani si son dato, dappoiché le une e gli altri non possono essere ohe spirituali, e per ciò stesso debbono trovarsi in armonia con quelle ragioni e con quegl'interessi di giustizia, di morale e d'ordine, a cui gl'Italiani hanno voluto soddisfare, e che col nuovo loro governo intesero ad assodare sulle più salde fondamenta?

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Perché negherebbe al Governo Nazionale quell’adesione e quell'ossequio che non dubitò prestare a tutti i precedenti governi della Penisola, ed anche a quelli che si mostrarono meno curanti di assicurarle le sue legittime franchigie?

Il Governo del Re è consapevole a se stesso d’avere del continuo rispettata l'autorità spirituale della Chiesa, d'averne assicurato il libero esercizio anche nel caso d’assai persone ecclesiastiche, che di tale autorità abusarono con biechi intendimenti, e che perciò provocarono i giusti risentimenti delle popolazioni. Egli non ha fatto discernimento mai fra il Clero e l'universalità dei cittadini, non gli ha imposto alcun obbligo speciale e non gli ha domandato altro che l'osservanza di quelle leggi, le quali, così al Clero come all’universalità dei cittadini, danno la norma dei comuni diritti e doveri, ed assicurano a tutti i beneficii della civile convivenza. Che se bandì ordini e decreti onde poterono patir offesa non le ragioni, bensì gli interessi materiali di alcune corporazioni e persone ecclesiastiche, ciò fece affine di provvedere a strettissime necessità giuridiche ed economiche, in virtù di quelle prerogative che non furono mai contradette alla civile potestà, e che vennero esercitate in tutti gli Stati cattolici, secondoché fu richiesto dalle particolari condizioni de'  tempi, mentre pose ogni cura che i dati provvedimenti fossero temperati dai più benigni riguardi.

Uno de'  suoi voti più caldi e sinceri, al quale di fermo la Nazione intera si associa, è quello che sorga presto il giorno, in cui, separate al tutto le ragioni della podestà ecclesiastica e della civile, e segnati rigorosamente i loro rispettivi confini, la Chiesa dall'un canto possa godere di piena libertà nell’ordine spirituale e nel governo delle coscienze de'  fedeli, e lo Stato dall’altro canto possa arr estarsi dinanzi alla soglia del Santuario colla certezza cheal di là di essa non gli spetta alcuna ingerenza, perché non vi giunge suono Ld’interessi materiali e mondani. Ma perché questo voto sia adempito è mestieri che la Chiesa rinunci a qualsivoglia temporale dominio, che smetta ogni pretensione d’invadere i diritti dello Stato, e che, per usare una santa parola, restringa le sue sollecitudini a quel regno che non è di questo mondo.

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Frattanto il Governo del Re non può rimanere spettatore indifferente di uno stato di cose, che offende il sentimento nazionale, agita ed irrita le opinioni, turba la pubblica pace e può aprire la via ai maggiori disordini: bensì egli è fermamente deliberato non solo a rimuovere da sé ogni responsabilità delle luttuose conseguenze, che ne potrebbero uscire, ma altresì a cercar tutti i modi di farlo cessare. Perciò il sottoscritto, a cui è commessa la cura degli affari ecclesiastici, reputa opportuno rivolgersi ai Reverendissimi Arcivescovi, Vescovi e Vicari Capitolari del Regno, Dicendo appello non meno ai loro sentimenti di cittadini e di italiani, che alla sincerità del loro zelo pei veraci interessi della religione e della Chiesa.

Veggano essi, se il Clero, separandosi dalla Nazione ed avversandola ne' suoi voti più spontanei, più aperti, più leggittimi non esponga a grave pericolo con la propria dignità e sicurezza il santo deposito dei dogmi, della morale, del buon costume che ha debito di custodire inviolato. Veggano se non si possa apporre al Clero di mettere troppa cura in tutto ciò che non conduce al regno di Dio, come se anch'esso si desse briga del regno di questa terra. Veggano se il Governo Nazionale non abbia stretto diritto e dovere di esigere che il Clero lo rispetti nel suo principio e gli ubbidisca nelle sue leggi, e se per quelle stesse ragioni onde assicura al Clero il pacifico esercizio delle sue funzioni, non abbia altresì diritto e dovere d'assicurare le popolazioni contro i trasmodamene, a cui il Clero prorompe nell'esercizio delle funzioni medesime.

Il sottoscritto ha per fermo che i reverendissimi Arcivescovi, Vescovi e Vicarii Capitolari del Regno porranno seria considerazioni alle cose esposte, e le ragguaglieranno a quelle norme indefettibili da cui debbono attingere le regole della loro condotta, e che non potrebbero interpetrare altrimenti da quello che furono nei tempi più splendidi della Chiesa e da que' grandi e santi uomini, i quali sono tuttavia riveriti come i sicuri testimonii della tradizione cattolica. Ma nel tempo stesso egli non può rimanersi dal dichiarare che il Governo del Re, mentre è nel fermo proposito di mantenere alla Chiesa la sua leggittima libertà nell’ordine spirituale secondo gli ordini vigenti,

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e di allargarla altresì quando si avverino le condizioni desiderate, non sarà più mai per comportare che dal Clero d’ogni grado si trascorra ad atti i quali o disconfessino il Governo Nazionale, o inducano al disprezzo ed all’inosservanza delle leggi del Regno, o perturbino in qualsivoglia modo l'ordine pubblico. Che se accadesse che alcun membro del Clero si appigliasse a un religioso pretesto per sommuovere le popolazioni, per gettare il vilipendio sulle instituzioni dello Stato o per impedir l'esecuzione delle leggi, in tal caso il Governo del Re si troverà costretto di ricorrere ai più severi provvedimenti.

Il sottoscritto mette fiducia nella prudenza dei Reverendissimi Arcivescovi, Vescovi e Vicarii Capitolari del Regno, i quali vorranno di fermo dare al Clero delle loro Diocesi tali istruzioni che valgano a far cessare dappertutto la lamentata condizione di cose, e a cancellare l’infausto concetto che da gran parte del Clero o palesemente o copertamente si avversi il Governo Nazionale. Certo non fu mai tempo in cui fosse più necessario l'accordo fra la società civile e la religiosa a tutela di quei grandi principii di giustizia, di ordine, di moralità, di cui le presenti generazioni hanno tanto maggior bisogno, quanto furono più rapidi, più grandi più singolari i mutamenti a cui assistettero. Se un tale accordo sarà turbato, momentosissime e forse irreparabili ne saranno le conseguenze, e quindi terribile la responsabilità di quelli per cui colpa il turbamento sarà avvenuto. Il Governo del Re ha provveduto e provvederà a mantenere dal suo canto un accordo così salutare: resta che l'Autorità ecclesiastica dal suo canto vi concorra con quella sapienza e prontezza che la gravità dell’argomento e la condizione dei tempi richieggono.

Il Guardasigilli di S. M.

Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti

MIGLIETTI.

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Il parlamento era stato convocato por il 20 Novembre, ed importava al ministro di bene stabilire agli occhi del paese, aver egli fatto tutti gli sforzi possibili per calmare l'agitazione religiosa che ne turbava la tranquillità.

A quest'epoca il Belgio, e la republica del Messico riconobbero ufficialmente il nuovo regno d’Italia.

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