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Mettiamo a disposizione di amici e dei naviganti un altro volume (1864, seconda serie). Chi si occupa di storia del Risorgimento deve per forza leggere o perlomeno consultare le opere di Giacomo Margotti, ultimamente pubblicate anche in cartaceo grazie alla Pellicciari. Gli articoli di Margotti, pubblicati da L’Armonia, non sono sparate clerico-reazionarie senza fondamento. In genere sono affermazioni ben ponderate, quasi sempre basate su documenti ufficiali.

Leggendo i suoi scritti si comprende come la storia di questo paese fosse ben conosciuta nei primi anni di vita unitaria, poi molti testi sparirono dalla circolazione e col passare degli anni vennero a mancare anche i testimoni diretti degli eventi. La retorica fascista e quella resistenziale santificarono il risorgimento e se si escludono poche eccezioni si è dovuto aspettare internet e la digitalizzazione di alcuni vecchi testi per scoprire che tanti fatti erano ben noti.

Ad esempio – grazie anche al film “Bronte - Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” diretto da Florestano Vancini nel 1972 – molti conoscono la storia delle fucilazioni ordinate da Bixio (il  cattivo, l'uomo di Cavour nella spedizione dei Mille secondo alcuni storici) nella Ducea di Nelson ma chi ha mai sentito parlare dei terrazzani  milazzesi fatti fucilare da Garibaldi (il buono, ingannato e strumentalizzato dai politici)? Ebbene Don margotti cita anche quelli in un suo scritto:

“E prima Garibaldi aveva fatto fucilare trentanove Milazzesi, e Nino Bixio proclamava a Bronte la fucilazione, e a Montemaggiore i rivoluzionarii davano esempi severi, e in Sicilia avvenivano quotidiane dimostrazioni «nelle quali contavansi trenta o quaranta morti per ciascuna», come disse La Farina nella nostra Camera de'  deputati.”

(cfr. TERZO QUADRIMESTRE DEL 1860).

Buona lettura.

Zenone di Elea – Agosto 2013

MEMORIE PER LA STORIA DE' NOSTRI TEMPI

DAL CONGRESSO DI PARIGI NEL 1856 AI GIORNI NOSTRI

SECONDA SERIE

7° e 8° Quaderno - 19° e 20° della Raccolta

TORINO

Dell'unione Tipografico-editrice Via Carlo Alberto, casa Pomba, N. 33

1864

Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso di Parigi... (1864 - Quad. 7° - 8°)

Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso di Parigi... (1864 - Quad. 9° - 10°)

Memorie per la storia de' nostri tempi dal congresso di Parigi... (1864 - Quad. 11° - 12°)

(se vuoi, scarica l'articolo in formato ODT o PDF)

I DODICI MESI DEL 1860 - PRIMO QUADRIMESTRE

Nel riassumere i principali fatti avvenuti nell'anno 1860, passandolo mese per mese in rassegna, invitiamo dapprima il lettore a considerare che, sebbene sembri a prima vista aver Iddio abbandonato nel 1860 il mondo ai suoi capricci, e l'uomo alle sue iniquità, pure intervenne provvidenzialmente negli eventi che si svolsero. Imperocché, osserva Bossuet, che l'intervento della Provvidenza manifestasi primieramente col permettere la distruzione di tutti i mezzi umani, acciocché di poi splenda più chiaramente la forza onnipotente del suo braccio.

Ebbene nel 1860 il Signore permise che i mezzi umani apprestati per sostenere la sua causa fallissero, volendo egli operare divinamente nell'anno che sta per cominciare. Il 1860 fu l'anno dulie iniquità, il 1861 sarà l'anno dei miracoli. Nell'uno operò l'uomo sfogando le sue passioni, nell'altro opererà Iddio glorificando i suoi attributi. Abbiamo deplorato nei dodici mesi passati la politica dei gabinetti; ammireremo nei mesi che verranno la sapienza dell'Altissimo. Sulla fine del 860 dobbiamo dire che il tiglio dell'uomo ha vinto, ha regnato, ha imperato; sulla fine del 1861 ripeteremo ciò che sta scritto sull'obelisco Vaticano: Cristo vince! Cristo regna! Cristo impera!

Con questo criterio esaminiamo i dodici mesi del 1860, e i fatti principali avvenuti in ciascuno.

Gennaio. Fu questo il mese del Congresso. Le cose stavano per definirsi dall'Europa congregata. Il Congresso era accettato da tutti e vi doveva intervenire pel Papa il cardinale Antonelli. La maggioranza delle Potenze avrebbe promossa la causa dell'ordine schiacciando la rivoluzione. Era un mezzo umano, e Dio volle che andasse fallito. L'opuscolo uscito a Parigi col titolo, Il Papa e il Congresso, pose condizioni inaccettabili, inique, assurde, e il Congresso andò a monte.

Il di 1 del 1860 parlò a Parigi Napoleone III, e il Papa in Roma. Il Bonaparte protestò rispetto pei diritti riconosciuti, e promise di far rinascere la fiducia e la pace. Mantenne la parola?

Il Papa disse che se l'autore dell'opuscolo, Il Papa e il Congresso, tentava intimidirlo, s'ingannava a partito, perché chi è «sostenuto dalla protezione del Re dei Re, non ha certamente di che temere dalle insidie degli uomini», e Pio IX non ha temuto, non teme, non temerà mai ne Re né Imperatori.

Per far rinascere la fiducia e la pace Napoleone III pubblica nel Moniteur di Parigi una sua lettera al Papa, consigliandolo a cedere le provincie insorte.

E l'intrepido Pio IX nel Giornale di Roma del 17 gennaio avvertiva i Cattolici, che s'era creduto in dovere di coscienza di rispondere negativamente a tale consiglio».

Filippo de Boni vedendo la soverchia potenza dei nemici del Papa e la debolezza apparente di questo, scriveva nel Diritto del 29 di gennaio: le porle dell'inferno prevalemmo contro la Roma dei Papi, come già Diocleziano faceva scrivere in Ispagna: nomine christianorum deleto.

Febbraio. Fu il mese delle manifestazioni cattoliche e delle contraddizioni rivoluzionarie. In tutte le parti del mondo il fiore del clero, della nobiltà, della scienza difese la causa del Papa. In Piemonte Solaio della Margarita, Brignole Sale, Luigi di Colegno, Àvogadro della Motta, Cava di Giletta, Giambattista Spinola, Giambattista Negiotto, Costa della Torri. Costa di Beau regard ecc. ecc. si dichiararono apertamente per Pio IX. Altrove Villemain, de Falloux, Montaiemberl, il principe di Broglie, Dupantoup, Rowver, il visconte Feilding, il visconte Campden, lord Thvenne, lord Vaux, lord Petre, lord Arun dell, lord Stourton, lord Dormer, lord Clifford, lord Lovat, lord Heriesecento altri stettero pel Papa. Incominciò così quella sublime manifestazione del suffragio universale cattolico in favore del dominio pontificio, che continua tuttavia.

In Francia il ministro di colui che aveva promesso di far rinascere la fiducia e la pace, il 12 febbraio scriveva contro il Papa, accusandolo di confondere lo spirituale col temporale, perché la quistione romana era veramente temporale. E pure Napoleone III il 20 di ottobre del 1859 aveva scritto al re di Sardegna di aver voluto soddisfare il sentimento religioso dell'Europa cattolica coll'accordare al Santo Padre la presidenza onoraria della Confederazione italiana!

Un altro ministro del Bonaparte, il signor Rouland, che il 4 maggio del 1859 aveva scritto ai vescovi: Napoleone vuole che il Capo della Chiesa sia rispettato in tutti i suoi diritti di sovrano temporale, il 20 di febbraio del 1859 scriveva: tra l'Imperatore ed il Papa vi ha disaccordo riguardo alla questione temporale.

Un terzo ministro del Bonaparte, il signor Billault, che nel novembre del 1859 dichiarava che, assalendo il Papa nel suo potere politico, sostenevasi la causa della rivoluzione, il 21 di febbraio del 1800 proibiva la difesa del Papato per non turbare le coscienze!

Marzo. Fu il mese del mercato della Savoia e di Nizza. Il 2 di marzo 1860 il conte di Cavour scriveva al cavaliere Nigra, incaricato d'affari della Sardegna a Parigi. «Il governo di Sua Maestà non consentirebbe mai, anche in vista dei maggiori vantaggi, a cedere o a cangiare qualche parte del territorio, che forma da tanti secoli l'appannaggio glorioso della Casa di Savoia». Orso Serra, governatore a Ciamberì, assicurava i Savoini che non sarebbero ceduti, e le stesse assicurazioni dava ai Nizzardi il marchese di Montezemolo.

Cavour spediva al marchese Orso Serra un dispaccio sotto la data del 29 di gennaio 1860, dove leggevansi queste parole: «Il Governo non In mai avuto il pensiero di cedere la Savoia alla Francia». E poi? E poi, il 24 di marzo, il conte di Cavour sottoscriveva il trattato che cedeva alla Francia la Savoia e il Circondario di Nizza!

Napoleone III aveva intrapresa la guerra per un'idea; l'8 di febbraio del 1859 protestava di avere intenzioni disinteressate, giurava di non volere conquiste, chiamava suoi nemici coloro che gli attribuivano pensieri d'ingrandimento. E poi? il Franco Imperatore dei Franchi beceavasi Nizza e Savoia.

Aprite. Fu questo il mese delle votazioni. Si votò a Nizza ed in Savoia, come prima s'era votato a Parma, Modena, in Toscana e in Romagna. Tutte queste votazioni erano collegate. «La cessione di Nizza e della Savoia, disse ai deputati il conte di Cavour il 12 di aprile, era condizione essenziale del proseguimento di quella politica che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a Bologna».

Ora della votazione di Nizza attestò il deputato Laurenti Roubaudi, il 12 aprile: È una derisione, è uno scherno.... è impossibile che un tale atto possa essere accettato dall'Europa quale voto libero di popolo libero». E Cavour soggiunse: e In quanto alla maniera di votare noi abbiamo stimato di non poter adottare miglior sistema, che applicando a Nizza ed alla Savoia le disposizioni che erano state messe in pratica nell'Emilia, e nella Toscana».

Il Journal des Débats aveva prima confessato che il suffragio universale era una pura operazione meccanica; la Gazzetta del Popolo aveva detto che questo suffragio in fin dei conti era la forza brutale del numero; ed il Constitutionnel dichiarava che il suffragio universale era un pericolo per l'Europa, e se ne doveva necessariamente limitare l'azione.

Il deputato CastellaniFantoni chiamava l'annessione di Nizza e Savoia alla Francia un'ingiustizia, non ostante le votazioni; Guerrazzi dicevala un'onta alla religione del patto; secondo Bertani con questa annessione ci siamo aggiogati all'impero del Bonaparte; secondo Pallavicino Trivulzio abbiamo disfatto l'Italia; secondo Baudi di Vesme ci fu imposto un grandissimo sacrificio materiale e morale.

Il voto di Nizza, eguale a quello dell'Italia centrale «non fu scevro da influenze, preoccupazioni, timori, destrezze, arti ed inganni», come disse il senatore Musio; «con Nizza ne sono andati di mezzo l'onore e la probità», come soggiunse lo stesso Senatore. «Le masse hanno risposto sissignore come rispondono sempre», a detta di Deforesta. La cessione di Nizza e Savoia fu illegale, dannosa, immorale; a detta di Linati fu un tutto di famiglia; e per confessione di Sclopis»; il suffragio universale diretto è illogico, e non se ne può stabilire la regolarità e la libertà, come conchiuse il senatore Gallina, e conchiudiamo noi questo primo quadrimestre del 1860.

SECONDO QUADRIMESTRE DEL 1860.

Maggio. Fu il mese degl'imprigionamenti e delle vessazioni contro il Clero. U Cardinale Arcivescovo di Bologna morì di dolore, il suo Vicario fu strascinato in carcere, imprigionato il vescovo di Piacenza, tradotto a Torino il Cardinale Arcivescovo di Pisa, arrestalo il Vescovo di Faenza, quattro gesuiti innocenti, sostenuti ingiustamente in carcere per quarantatré giorni, il Vescovo di Parma obbligato a fuggire dalla Diocesi, processato il Cardinale Vescovo d'Imola, imprigionato il Vescovo di Carpi e sei sacerdoti con lui, perseguitati i preti insegnanti, vessati i padri Camillini di Ferrara, poi riconosciuti innocenti, le Dame del Sacro Cuore costrette ad abbandonare Milano, falsificate le firme di parrochi per mostrarli avversi al Pontefice, perquisiti i conventi a Bologna, dimessi dall'insegnamento di quella università ottimi sacerdoti per affidarlo ai Mazzarella, sospesi da Bettino Ricasoli tutti i preti professori di teologia nell'Università di Siena, arrestato un parroco di Ravenna, imprigionato il canonico Ortalda in Torino, perquisizioni all'ottimo D. Cafasso, morto poi di dolore, perquisizioni all'oratorio di D. Bosco ecc.

Noi ommettiamo cento e cento altri nomi di Chierici imprigionati, vessati, condannati nel solo mese di maggio, e per qual delitto? Unicamente per non aver voluto cantare il Te Deum, per aver voluto usare di quella libertà di coscienza che tanto altamente si proclama dai libertini! Per questo enorme delitto furono condannati monsignor Testa, il canonico Ostacchini, il canonico Maretti, il canonico Tirotti, il canonico Gemmi, il canonico Morandi, il canonico Rocci, il canonico FerrariNon la finiremmo mai se volessimo proseguire!

Giugno. Fu il mese dell'invasione della Sicilia per parte di Garibaldi e delle menzogne diplomatiche del conte di Cavour. Cavour mandava ad offerire a Garibaldi danaro ed armi, come disse la Gazzetta del Popolo del 28 dicembre, e nella Gazzetta Ufficiale Cavour dichiarava: «Il Governo ha disapprovato la spedizione di Garibaldi, ed ha cercato di prevenirla con tutti quei mezzi che la prudenza e le leggi gli consentivano!

Cavour protestava d'aver comandato alla flotta reale d'inseguire i due vapori di Garibaldi e impedire lo sbarco dei Garibaldini, e in una nota presentata al rappresentante del Re in Napoli, condannava Garibaldi, come usurpatore, e poi il 2 di ottobre questo stesso conte Cavour diceva Garibaldi è un generoso patriota; «l'autorità e l'impero di Napoli stanno nelle mani gloriose di Garibaldi».

Non sappiamo che cosa la storia sfolgorerà con maggiore indegnazione, se le imprese del Nizzardo o le brutte contraddizioni del Cavour. Ije noe e le altre saranno certo giudicate severamente; ma almeno il Garibaldi corse qualche rischio, laddove su Cavour pesa la menzogna e l'inganno.

Luglio. Fu il mese dei 150 milioni. La nostra Camera dei deputati, il 29 di giugno, accordava questo nuovo prestito al ministero, che nel luglio se lo godeva dellziosamente, spendendo e spandendo a gloria della libertà, e ad errore dell'Italia rigenerata.

Il deputato Macchi uscì in queste memorande parole: «Quando anche a furia d'imprestiti e d'imposte lo Stato fosse veramente condotto alla ineluttabile necessità o di assorbire gran parte delle proprietà private o di gettare alle fiamme il libro del debito pubblico, purché con ciò ci fosse concesso il bene supremo di vivere liberi, poco a noi premerebbe!»

Il deputato Minghetti, ora ministro, diceva: «Il bilancio del 1859 ci presenta un deficit di circa 100 milioni; 100 milioni ce ne presenta parimente l'anno 1860... Credo che noi avremo ancora altri 100 milioni di disavanzo del 1861. Dunque per gli anni 1859, 60, 61, 300 milioni di disavanzo!»

Il deputato Nichelini nel votare i 150 milioni, esclamava: «O Italia sia, o vada a soqquadro Italia tutta». E la seconda parte del dilemma di Michelini si sta avverando, ed ecco l'Italia tutta in soqquadro!

Agosto. Fu il mese dei colloqui politici; parecchi ebbero luogo in questo mese, e parecchi altri vennero combinati, sono celebri gli abboccamenti di Coblenza tra il ministro Prussiano e lord Russell, ministro inglese; l'abboccamento di Baden, dove Napoleone III voleva mostrare la luna nel pozzo ai principi della Germania, ma andò per suonare e fu suonato; l'abboccamento di Teplilz tra il principe reggente di Prussia, e l'imperatore d'Austria; l'abboccamento di Varsavia tra l'Austria, Russia e Prussia combinato in agosto, e avvenuto più tardi, e del quale vedremo gli effetti in sui primi del prossimo marzo.

Ma fra tutti questi colloqui memorando è quello che si tenne a Ciamberì tra Luigi Bonaparte, Farini e Cialdini. Nel quale la rivoluzione ebbe licenza di procedere oltre, e di continuare quella via, per cui già era arrivata a Bologna ed a Firenze. Si dice che il Bonaparte raccomandasse a Cialdini di piombare al più presto sul generale Lamoricière, e disfare l'esercito del Papa.

Certo è che quando il Console francese, residente in Ancona, andò incontro a Cialdini per intimargli, in nome di Napoleone III che sostasse; Cialdini rispose! — Io conosco meglio di voi le intenzioni dell'Imperatore, avendogli parlato a Ciamberì!

TERZO QUADRIMESTRE DEL 1860.

Settembre. Fu mese della guerra contro il Papa, il mese dello invasioni delle Marche e dell'Umbria, il mese del bombardamento d'Ancona, il mese, in cui Cialdini, l'11 di settembre, diceva ai soldati: Combattete, disperdete inesorabile mente quei compri sicarii, e parlava dell'esercito Pontificio, degli eroi di Castelfidardo, che alla difesa del Padre comune avevano sacrificata la propria vita.

II settembre del 860 resterà memorando negli annali d'Italia e della Chiesa, memorando per la fedeltà ed il coraggio dei difensori del Papa, memorando per ciò che patirono quei generosi, fatti prigionieri, memorando per la sublime condotta del generale Lamoricière, memorando per l'assedio di Ancona, memorando per essere stata bombardata una città che aveva innalzata bandiera bianca!

Ottobre. Fu il mese della partenza da Torino dei rappresentanti delle Potenze estere. L'Imperatore dei Francesi, avesse o no di nascosto incoraggiato o permesso l'invasione delle Marche, reputò necessario di protestare apparentemente richiamando da Torino il suo ambasciatore. La Russia richiamò l'intera Legazione, e ne fe' trasportare gli archivii a Genova. Il rappresentante della Spagna fu pure richiamato da Torino, e più tardi anche il rappresente della Baviera. La Prussia scrisse al nostro Governo una nota severissima, nella quale condannava le opere del conte di Cavour come contrarie al diritto delle genti.

L'Inghilterra soltanto per mezzo di lord Russell, sorse in difesa del nostro gabinetto, e mentre la perfida Albione incatena l'Irlanda, conserva col diritto della forza Gibilterra, munge Malta, governa col bastone le isole Jonie, e si tiene soggette le Indie con lo Statuto delle cannonate, proclamava in Italia il preteso diritto dei popoli, quel diritto che sì tristamente calpesta in casa sua!

Novembre. Fu il, mese delle fucilazioni e delle reazioni nel regno delle Due Sicilie. Il 2 di novembre il governatore di Teramo proclamava: — reazionarii presi con le armi alla mano saran fucilali. — Cialdini. — Fucilò tutti i paesani armati. — Pinelli. — Chi insulta la bandiera nazionale sarà fucilato immediatamente. — De Virgilii. — Colpite i reazionarii senza pietà. — Il tenente colonnello Curci. — Ogni comunicazione coi Borbonici sarà punita irremisibilmente colla morte.

E prima Garibaldi aveva fatto fucilare trentanove Milazzesi, e Nino Bixio proclamava a Bronte la fucilazione, e a Montemaggiore i rivoluzionarii davano esempi severi, e in Sicilia avvenivano quotidiane dimostrazioni «nelle qnali contavansi trenta o quaranta morti per ciascuna», come disse La Farina nella nostra Camera de'  deputati.

Dicembre. L'ultimo mese del 1860 fu il mese dei latrocini e dei ladri. Rubarono a Milano, fra le altre cose, la massa d'argento della Corte di Cassazione; rubarono a Firenze gli ori della Madonna che è in S. Gaetano, rubarono i depositi fiscali, rubarono le gemme della galleria degli uffìzii; rubarono in Loreto; rubarono in Sicilia, rubarono in Napoli, rubarono in Piemonte: dall'Alpi a Sicilia ovunque son ladri. E ne furono e ne sono tali e tanti in Bologna, che quella sventurata popolazione dovette presentare un indirizzo.

Ora riepilogando le cose dette sul 1860, che oggi finisce abbiamo questo doloroso calendario.

«Gennaio. Il mese del Congresso dell'ipocrisia.

«Febbraio. Il mese delle contraddizioni del Bonaparte.

c Marzo. Il mese del mercato della Savoia e di Nizza.

«Aprile. Il mese delle ridicole votazioni.

«Maggio. Il mese degl'imprigionamenti del clero.

«Giugno. Il mese delle invasioni di Garibaldi, e degli inganni di Cavour.

«Luglio. Il mese del ventesimo prestito e della minaccia d'abbrucciare il gran Libro del debito pubblico.

«Agosto. Il mese dei colloqui politici.

«Settembre. Il mese della guerra contro il Papa.

«Ottobre. Il mese del richiamo degli ambasciatori da Torino.

«Novembre. Il mese delle reazioni e delle fucilazioni in Napoli.

«Dicembre. Il mese de'  ladri e dei latrocinii in tutta l'Italia rigenerata.

IL CONTE DI CAVOUR E LA RIVOLUZIONE ITALIANA

(Pubblicato il 22 e il 25 gennaio 1860).

I.

Mentre i giornali piemontesi, da quelli che, come la Gazzetta del Popolo, vogliono fare a meno delta costose spesa di un Re, a quelli che, come l'Unione, tengono le parti di Giuda Iscariote e danno il torto a Gesti Cristo, fan festa pel ritorno del conte di Cavour al ministero, nell'Italia centrale se ne mena dai rivoluzionari grandissimo trionfo, e si applaude, e si festeggia con luminarie più che la vittoria di Magenta, o quella di Solferino.

Nè i rivoluzionari e gli empi hanno torlo di abbandonarsi a tanta allegrezza: coi loro applausi e panegirici pagano un debito di riconoscenza al conte di Cavour, e manifestano una speranza che forse non sarà delusa! Quando il signor Conte cessò di essere ministro, l'Armonia tacque del fatto suo; ma ora che è ridivenuto potente, e può farci sospendere per altri due mesi, francamente entriamo a dimostrare la gran parte che ebbe nella rivoluzione dell'Italia centrale.

Pigliamo le mosse dal Congresso di Parigi nel 1856. Il 29 di aprile il conte di Cavour ritornava da Parigi, e i nostri giornali l'applaudivano con inni rivoluzionarii. «Andiamo nuovamente incontro alla rivoluzione!» esclamava il Cittadino d'Asti, giornaletto ministeriale, nel suo N° 59. «L'Italia non dee aspettar più dalla diplomazia, né più dai governi europei l'aiuto per sollevarsi», soggiungeva il Tempo di Casale, giornale del ministero, nel suo N° 8. «Se gli Italiani sentono di potervisi acconciare, tal sia di loro; se no insorgano», gridava il Diritto di Torino, nel suo N° 98. e Insorgano e imparino a non transigere col potere contro cui insorgeranno sotto qualunque forma si presenti»r ripeteva l'Italia e Popolo di Genova, nel suo N° 113.

Con il ritorno da Parigi del conte di Cavour veniva salutato a Torino, Genova,. Asti, Casale, e possiamo aggiungere in quasi tutte le città dello Stato con un invito agl'Italiani d'insorgere. E il Conte stesso si accingeva a preparare l'insurrezione co' suoi discorsi nel Parlamento! Il 30 di aprile conveniva alla tornata della Camera dei Deputati, e l'avvocato Buffa suo familiare, previo accordo, congratulavasi con lui del suo ritorno, domandandogli di assegnare un giorno per un'interpellanza ch'egli intendeva di muovergli, affine di udire dalla sua bocca informazioni maggiori di quelle che contenevansi nei protocolli del Cogresso di Parigi mandati alle stampe.

Il conte di Cavour si dichiarò prontissimo a darete richieste spiegazioni, avvertendo però che egli avrebbe dovuto passare molte cose sotto silenzio, tanto per la dellcatezza dell'argomento, quanto per non danneggiare con imprudenti rivelazioni negoziati, di cui alcuni non sono ancora condotti a termine.

Si assegnò per l'interpellanza il giorno 6 di maggio.

In questa tornata il conte di Cavour seminò i denti del dragone, e manifestò il programma che noi veggiamo avverarsi a'  nostri giorni.

Disse di avere presentato una Nota verbale sullo Stato Pontificio, che l'Inghilterra accolse assai bene. E bene l'accolse pure la Francia, ma ripigliava il Conte, che il governo francese doveva usare riguardi, stante che il Sommo Pontefice non è solo il Capo temporale di uno Stato di tre milioni di abitanti, ma è altresì il Capo religioso di trentatré milioni di Francesi». A forza di riguardi, tuttavia il governo imperiale ha trattato il Sovrano Pontefice come tutti veggono oggidì!

Le parole dette dal conte di Cavour, il 6 di maggio 1856, sul Congresso di Parigi e sugli affari d'Italia furono tali che il deputato Lorenzo Valerio conchiuse: € Le nostre parole, le parole del signor Presidente del Consiglio di tanto più importanti delle nostre, non staranno sicuramente chiuse in questo recinto o serrate nei confini che segna il Ticino. Le frontiere, le baionette, i commissari di polizia, i birri che ricingono le altre provincie italiane, le quali sono da noi divise, non potranno tener lontano il suono delle nostre parole».

E siccome nel Senato del Regno il conte di Cavour, il 10 maggio, aveva tenuto gli stessi discorsi, così Massimo d'Azeglio ripeté la stessa osservazione, e si credette in obbligo di raccomandare agli Italiani di non insorgere ancora. € Le nostre discussioni, disse il d'Azeglio, ed i nostri giornali, tutto quanto si dice da noi attraversa tutti i confini, delude tutte le polizie, ed è letto altrove con forse maggiore avidità cha non nei nostri paesi».

Si sa poi che il conte di Cavour e i suoi fautori fecero tirare a migliaia e migliaia di copie i discorsi recitati nel Senato e nella Camera dei Deputati, e vennero largamente sparsi per tutte le contrade d'Italia insieme con giornaletti, come il Piccolo Corriere, che mandavansi in forma di lettere e con proteste stampate alla macchia, come quella intitolata: Ultima protesta degl'Italiani.

Daniele Manin scriveva da Parigi al Diritto: Agitale, agitate; e per mantenere ed accrescere l'agitazione incominciavo no i doni e gl'indirizzi al conte di Cavour. I rivoluzionari della Toscana gli offerivano un busto, e lo salutavano il nuovo Farinata che difese l'Italia «viso aperto; e gli emigrati degli Stati Pontificii, avendo a capo Farini e Mamiani, regalavano al conte di Cavour una medaglia d'oro con un caldo indirizzo. E il Conte ringraziava e incoraggiava cosiffatte dimostrazioni!

Manin da Parigi continuava a scrivere in Torino, ed è utile rileggerne di questi giorni l'epistolario. Il suo programma venuto dalla Senna era questo: L'unificazione d'Italia; Vittorio Emanuele II Re d'Italia. Usava grazia il Manin alla Monarchia piemontese, «perché essa non ha fatto concessione alcuna ai perpetui nemici d'Italia, l'Austria ed il Papa» (Lett. dell’11 di maggio 1856). E ripeteva: Agitatevi ed agitate, L'agitazione non è propriamente l'insurrezione ma la precede e la prepara Molesta il nemico con migliaia di punture di spillo, prima che cada trafitto con le larghe ferite della spada»

(Lett. del 23 maggio). E il 28 di maggio tornava a scrivere; La rivoluzione in Italia è possibile, forse vicina», e diceva ai Romani: «Finché c'è guernigione francese in Roma, Roma non deve insorgere. L'8 di luglio del 1856 si proposero al Parlamento le fortificazioni d'Alessandria «significazione eloquente delle nuove e patriottiche tendenze del Piemonte» (Gazz. del Popolo, 11 luglio 1856).

Fu pure proposta da Norberto Rosa, approvata e sostenuta dal conte di Cavour la soscrizione di Cento Cannoni per Alessandria, a cui doveva pigliar parte tutta l'Italia. «Il Memorandum di Cavour (scriveva il Cittadino d'Asti, e per Memorandum intendeva la Nota Verbale), il Memorandum di Cavour diede un impulso vigoroso all'agitazione. Ebbene giova cercare tutti i mezzi più acconci, perché questa si mantenga e durifinché venga il giorno decisivo».

Intanto nella notte dal 25 al 26 di luglio 1856 una banda di rivoltosi parti vasi da Sarzana per levare a tumulto il Ducato di Modena. La Maga di Genova del 29 di luglio, N° 91, difendeva quest'attentato coll'autorità del conte di Cavour; «Cavour diceva alle Camere, che la nostra politica era lontana più che mai dalla politica austriaca, dicea nel Memorandum, nelle Note verbali, che, se continuasse lo stato attuale di cose, il governo Sardo sarebbe stato costretto a gettarsi in braccio alla rivoluzione per salvare l'Italia». E VItalia e Popolo del 30 di luglio 1856, numero 210, a difesa dei rivoluzionari di Sarzana scriveva: «Tutti rammentano come all'epoca della memoranda discussione parlamentare, il governo Sardo a far divampare il fuoco latente nelle altre provincie d'Italia, facesse stampare i discorsi di Cavour e di Buffa, e li diffondesse a migliaia di esemplari nei Ducali, nelle Romagne, nel LombardoVeneto, a Napoli e nella Sicilia. Ma ciò non bastava: egli incoraggiò per mezzo de'  suoi emissari quegli abitanti, e si sa che le parole Viva Vittorio Emanuele si scrivevano dai partigiani piemontesi sui muri e sulle porte delle case a Carrara. Lusinghe ancora più esplicite vennero date ai regnicoli andati espressamente a Torino».

Il Risorgimento, giornale fondato dallo stesso conte di Cavour, in quel torno scriveva nel suo N° 1658: «La rivoluzione non si farà mai in Italia finché non possano le popolazioni italiane far certo assegno sul concorso del Piemonte. Importa quindi mantenere viva in esse la persuasione, che dietro i popoli insorti sta l'esercito piemontese». E continuando sullo stesso argomento diceva; «Verrà momento, in cui in una o in altra parte d'Italia scoppierà un'insurrezione; quella sarà la prima favilla dell'incendio universale. L'Austria vorrà intervenire, e il Piemonte avrà il diritto d'intervenire anch'esso per impedire l'eccessivo estendersi dell'influenza austriaca, e non interverrà egli solo. Questa crediamo sia la sola possibile soluzione della questione italiana».

Qoi la materia ci cresce straordinariamente tra le mani, quantunque sopprimiamo ad ogni momento i commenti, un po' vivi, ma sempre veri, sempre spontanei, che ci vengono giti dalla penna. Ci permetta il lettore di rimandare ad un secondo articolo questa biografia politica del conte di Cavour, e della rivoluzione italiana.

II.

La Gazzella di Modena dell'Eccelso Farini, nel suo N° del 20 di gennaio, ci reca le notizie delle feste fatte dalla rivoluzione nell'Italia centrale per l'assunzione  al ministero del conte di Cavour. A Modena bandiere, fiaccole, magnali ime. parole dell'Eccelso, teatro affollatissimo, veglione, evviva Cavour! viva Farini! — A Borgo S. Donnino «la notizia del ritorno di Cavour al ministero accolla con gioia da tutti».

A Cesena gran festa per l'assunzione di Cavour al ministero». A Ferrara «la fausta novella del ministero Cavour accolta con concorde entusiasmo». A Reggio «Viva Cavour, Farini, Napoleone!» Che magnifico triumvirato! A Guastalla simili dimostrazioni. A Piacenza «grande dimostrazione nelle strade. Viva Cavour! Il teatro è illuminato». A Bologna, piena soddisfazione ed esultanza pel ritorno di Cavour. A Forlì: Nolizia ritorno Cavour al ministero accolta con entusiasmo. Teatri, Rimini, Cesena e Forlì illuminali a giorno. Spettacolo commovente, sublime.

In tutti questi dispacci telegrafici il famoso proverbio ci deve entrare per molto. Il dottore Farini prima di essere Eccelso era medico del conte di Cavour. Avvezzo a fregarlo per rimedio fisico, continua te fregagioni per rimedio politico. Tuttavia le feste della rivoluzione pel risorgimento del Cavour sono innegabili. Noi abbiamo incominciato a provare in un numero precedente, che erano anche giuste, ed oggi continueremo la dimostrazione.

Al conte di Cavour si deve principalmente la rivoluzione dell'Italia centrale. Già fu detto come vi desse mano colle sue Note al congresso di Parigi, co' suoi discorsi nel Parlamento, raccolti poi in volumetti, e mandati a diffondere tra le popolazioni, e colla sua sottoscrizione dei così detti cento cannoni per Alessan sandria, promossa e fatta girare alla macchia per tutta l'Italia.

Questa sottoscrizione ne provocò un'altra in Genova come complemento della prima, ed era una «sottoscrizione per l'acquisto di diecimila fucili destinati alla prima provincia italiana, che insorgerà contro il comune nemico». I cento cannoni, diceva il Diritto, servono per difenderci, i diecimila fucili serviranno per offendere.

È vero che il conte di Cavour faceva sequestrare in Genova le liste della sottoscrizione. Ma quando? Sette giorni dopo che erano corse per lo Stato, che erano usciti da ottocento nomi di sottoscrittori, che nella stessa Torino aveano sottoscritto anche parecchi deputati. E poi la sottoscrizione continuò, si pubblicarono le liste senza nome di stampatore, e i sequestri non ebbero nessun effetto.

Gli altri governi dell'Italia doveano guardarsi attentamente da tutte le provenienze piemontesi. La Toscana che aveva fermamente rifiutato un giovine diplomatico inviatole dal conte di Cavour, rimandava da Firenze gli alunni di un collegio di commercio stabilito in Genova; e da una Nota del Cavour, pubblicata in quel tempo, rileviamo che qui pure entrava la sottoscrizione dei diecimila fucili.

Intanto il 29 di giugno del 1857 scoppiava la congiura di Genova, a cui tenevano dietro i moti di Livorno e la spedizione di Pisacane contro il regno di Napoli.

Se il ministero del conte di Cavour ha proceduto contro i congiurati, fu in seguito agli avvisi della polizia francese, come il ministro dell'interno confessò davanti il Senato del Regno, nella tornata del 40 di luglio 1857. La Gazzetta del Popolo del 15 luglio 1857, N° 166, scriveva:  «Non farebbe nessuna sorpresa, se quella polizia (di Napoli) trovasse, per esempio, nel portafoglio di Pisacane una lettera di Rattazzi». Certo è che il barone Bentivegna, promotore di una rivoluzione in Sicilia, era stato prima in Torino a pigliar la parola.

Pochi giorni dopo l'attentato di Genova Mazzini scriveva al ministero Cavour, sotto la data del di luglio: «Voi gli avete detto (al popolo): L'Italia sarà, gli gridaste ieri, giova ripeterlo sempre: O riforme, o rivoluzione. Oggi volete punirlo perché esso non vedendo riforme, cerca rivoluzione. Ma potete spegnerlo? Potete cancellare la logica che strappava a voi quelle parole, e suggerisce ad esso quei tentativi?» (Italia e Popolo, N° 56).

A quei dì l'Armonia scriveva: «Mazzini ha fatto in Genova ciò che Camillo Cavour a Parigi. L'opera loro è la stessa, giacche riducesi ad un sillogismo, di cui Cavour piantò le premesse e Mazzini dedusse le conseguenze» (Armonia, 1° agosto 1857, N° 175).

E pili tardi Mazzini io un suo secondo articolo, pubblicato nell'Italia del Popolo, 4 di agosto 1857, N° 162, dichiarava di avere trovato in Piemonte un punto d'appoggio per le sue congiure, un luogo sacro «dove gli Italiani possono meglio intendersi e apprestare senza pericolo gli apparecchi della lotta».

Le stesse cose venivano ripetute da taluno degli accusati della congiura di Genova davanti il magistrato. Uno tra gli nitri dichiarava, che ben lungi dal far male muovendo con Carlo Pisacane per liberar Napoli, avea stimato d'acquistarsi un merito presso il conte di Cavour, giacche dava opera ad eseguirne i disegni.

(1) Si notino bene queste parole che dire a Cavour fin dal 1850 dopo di essero stato a Parigi! Ora vengono ripetute dal Bonaparte.

Il quale pensiero era poi svolto dallo stesso Mazzini tu una sua lettera ai Membri della Corte d'Appello di Genova, stampata nell'Italia del Popolo del 24 marzo 1858, N° 85. Ecco le precise parole del Mazzini:

«Signori, di che volete punirmi? lo non ho fatto che porre in atto le frequenti insinuazioni del vostro governo. Ho tentato d'offrirgli l’opportunità vocata da dieci anni in poi da'  suoi agenti, dagli organi semiufficiali dei suoi desiderii. Eccovi un memorandum, nel quale il conte Cavour dichiara sole due vie essere lasciate all'Italia, riforme o rivoluzione. Non diceva egli, quasi a commento nella discussione delle Camere intorno ai protocolli di Parigi, essere inconciliabile la politica del gabinetto con quella dell'Austria: la lotta poter essere lunga, molte le peripezie, ma il gabinetto aspettarsi con fiducia l'esito finale, e la via da tenersi esser quella ad ogni modo, che più direttamente conduce al maggior bene d'Italia? Non dava conferma a quel virile linguaggio la sottoscrizione incoraggiata, ingrossata dagli uomini del governo per l'acquisto dei 100 cannoni? Non proferiva il ministro quelle solenni parole: Le grandi soluzioni non s'operano colla penna; la diplomazia è impotente a cangiare le condizioni dei popoli essa non può che sancire i fatti compiuti? (1). Non ripetevano i suoi giornali, che bisognava leggere tra le linee del Memorandum? Voi mi dite che erano parole quelle e non altro, che non era intento di chi le proferiva d'incarnarle in fatti, che il ministro ingannava ad un tempo l'Italia e la diplomazia. Che imporla a me? Son io reo, perché tra il gemito dei miei fratelli e la chiamata dei buoni,  ho creduto debito mio prepararmi a tradurre in atti la fede inculcatami dal ministro, e santificata dal grido del core? Credete più onesto il ministro provocatore, che si ritrae, e conferma pochi dì dopo con altre parole i trattati del 1815, o me, che, credente nella prima dichiarazione, mi apprestava a suggellarla col mio sangue, volando a rafforzare gli iniziatori delle battaglie emancipatrici?».

Noi potremmo moltiplicare queste citazioni, ma ornai ci accorgiamo di recar acqua al mare, e legna al bosco. Tutti convengono amici e nemici, che il conte di Cavour ebbe la mano principale nell'insurrezione presente, ed egli stesso se ne gloria in una lettera scritta recentemente a Brescia. Piuttosto è nostro dovere di rispondere ad una osservazione che veggiamo ripetersi con molta frequenza. Se i governi dell'Italia centrale, se in ispecie il governo Pontificio fossero stati governi regolari, forti, fondati sull'amore delle popolazioni, non sarebbe bastato a sconvolgerli il ministero del conte di Cavour.

La risposta a questa osservazione ve la darà il governo francese col contegno che serba oggidì. Non è forte l'imperatore Napoleone III? Eppure vedete come teme l'agitazione? Con quanto zelo e rigore se ne premunisce? Quel governo teme le pastorali dei Vescovi, teme gli indirizzi al Papa, teme le società cattoliche. Eppure ha centomila soldati a Parigi, e più di cinquecentomila in tutto l'Impero!

L'ENCICLICA DI PIO IX E LA SOPPRESSIONE DELL’UNIVERS

(Pubblicato il 2 febbraio 1860)

Due fatti importantissimi ci erano stati annunziati dal telegrafo: la pubblicazione in Francia dell'Enciclica di Pio IX, in cui annunzia ai cattolici di aver rigettato i consigli di Napoleone III, e la soppressione dell'Univers, cotanto devoto alla S. Sede. Noi non abbiamo voluto discorrere di questi due fatti senza aver prima sotto gli occhi i giornali francesi, recatici dal corriere di quest'oggi.

Il governo imperiale in breve ora mutò consiglio intorno all'Enciclica del Papa. Il 28 di gennaio giungeva a Parigi, e l'Univers nella notte la stampava, pubblicandola il mattino del 29 e distribuendola a'  suoi associati della capitale. Lungo quel giorno l'Union, la Gazette de France, l'Ami de la Religion e qualche altro giornale venivano avvertiti ch'era proibito di ristampare l'Enciclica, e che pubblicandola si esporrebbero alle più severe misure cioè alla soppressione. Tale interdetto durò fino alle quattro pomeridiane, e siccome a quest'ora l'Enciclica era già conosciuta per tutta Parigi, e non se ne potea pili impedire la diffusione, così fu data licenza ai giornali di ristamparla.

Intanto l'Univers veniva soppresso. Nella relazione del ministro Billault all'Imperatore tra le accuse che si muovono l'Univers non parlasi menomamente della pubblicazione dell'Enciclica, ma si condanna in globo tutta la stampa religiosa di Francia «la quale misconobbe la missione di moderazione e di pace che doveva compiere». l'Univers soprattutto, dice il ministro e insensibile agli avvertimenti che gli vennero dati, tocca ogni giorno gli ultimi limiti della violenza»; epperò bisogna sopprimerlo.

Il pio signor ministro Billault propone la soppressione dell’Univers per amore dei veri interessi della Chiesa e per devozione al Clero, a cui gli scandali  dell'Univers sono argomento di profonda tristezza. Non è già per paura che vogliasi sopprimere l'Univers, giacché e un governo fondato sulla volontà nazionale non teme la discussione»; ma si è per affetto «all'ordine pubblico, all'indipendenza dello Stato, all'autorità ed alla dignità della religione.

Notiamo con piacere che tutti i diari di Parigi dall'ami de la religion al Siècle si dolgono della soppressione dell’Univers per quella solidarietà che passa tra la stampa periodica di qualunque colore. Per contrario quando l'Eccellenza del conte di Cavour sospese il nostro giornale, i nostri confratelli di Torino ne menarono trionfo!

Del resto la soppressione di un giornale a Parigi sotto Luigi Napoleone non è cosa nuova. Il mattino del 2 dicembre 1851 dodici giornali ricevevano l'ordine di sospendere le loro pubblicazioni, e vedevauo poste sotto sigillo le loro tipografie. Erano ('Union, VAssemblée Mattonale, VOpinion publique, le Messagert le Corsaire, VOrdre, le Siècle, le National, l'Avénement du peuple, WRépublique, la Revolution, e le Charivari. A que' dì l'Univers si lasciava libero, e non rendeva cattivi servigi né alla causa dell'ordine in generale, né a quella di Luigi Napoleone in particolare. Ma resterà sempre a gloria dell’Univers e de'  suoi scrittori di non aver ricevuto, e di non aver voluto ricevere per que' servigi altro premio che la soppressione.

Dopo la soppressione dell’Univers è facile capire come dell'Enciclica di Pio IX non parlino che il Siècle e il Constitutionnel. Il primo osa dire che l'Enciclica è un appello ad una guerra religiosa, e noi di sì indegna calunnia lasciamo giudici tutti coloro che hanno letto l'Enciclica istessa. Il Constitutionnel poi deplora che il Papa siasi immischiato di cose civili, e invoca contro di lui le tradizioni della Chiesa di Francia.

Nel proemio dell'opuscolo: Il Papa e il Congresso, s'insiste anche troppo sulla necessità del dominio temporale per la religione, sicché il Vescovo d'Orléans in una frase della sua prima lettera lasciava capire l'esagerazione di questa tesi. Ora come può essere divenuta esclusivamente civile una questione, che ieri era totalmente religiosa? Il Constitutionnel, così favorevole all'opuscolo: Il Papa e il Congresso, perché ne disdegna le dottrine?

Quanto alle tradizioni della Chiesa di Francia, invocate dal Constitutionnel, noi vorremmo che fossero seguite. Allora chi si dice successore di Carlo Magno, correrebbe in difesa del Papa e del suo temporale dominio, e gli ammiratori di Bossuet direbbero con lui: «Nous savons que les Papes.... possèdent des fiefs et autres seigneuries aussi légitimement et avec autant de droits que les autres hommes sont maîtres de leurs biens; nous savons même que ces choses étant consacrées à Dieu, on ne peut plus les ravir à l'Église pour les donner à des séculiers sans commettre un sacrilège. Nous félicitons volentiera le Saint-Siège et toute l'Église de ce que les empereurs ont accordé aux Papes a la souveraineté de la ville do Rome et de son territoire, afin qu'ils puissent exercer plus librement dans tout le monde la puissance de l'apostolat, et nous faisons des vœux et des souhaits pour qu'il plaise à Dieu de protéger et de conserver le sacre Patrimoine de saint Pierre» (Défense de la I)éclaration de 1682, 1re partie, liv. 1er).

ENCICLICA DI PIO IX

Ai Venerabili Fratelli Patriarchi, Primati, Arcivescovi, Vescovi

ed altri Ordinarli dei luoghi che sono in comunione colla Sede Apostolica.

PIO PP. IX.

Venerabili Fratelli, salute ed, Apostolica Benedizione.

Non troviamo parole, VV. FF., per ispiegare quanta consolazione e letizia ci abbia recato, nelle massime nostre amarezze, la singolare e maravigliosa fede, pietà e devozione vostra e dei fedeli affidati alle vostre cure, verso Noi e verso questa Apostolica Sede, e il lodevolissimo consenso, alacrità, impegno e costanza nel difendere i diritti della medesima Sede, e sostenere la causa della giustizia. Imperocché, appena delle nostre Lettere encicliche, il 18 di giugno dell'anno passato a voi indirizzate, e dalle due nostre concistoriali Allocuzioni, con sommo dolore dell'animo nostro conosceste i gravissimi danni onde le sacre e civili cose nell'Italia erano afflitte, e sapeste i nefarii moti ed attentati di ribellione contro i legittimi Principi della medesima Italia, e il legittimo e sacro Principato nostro e di questa S. Sede, voi, secondando i voti e le sollecitudini nostre, senza nessun indugio vi affrettaste con ogni impegno ad ordinare pubbliche preghiere nelle vostre diocesi. Di poi non solo con ossequiosissime ed amorosissime lettere a Noi indirizzate, ma con Pastorali e con altri dotti e religiosi scritti sparsi tra il popolo, levando la vostra voce episcopale con insigne gloria del vostro ordine e del vostro nome, e valorosamente propugnando la causa della SS. nostra Religione e della giustizia, altamente detestaste i sacrileghi attentati commessi contro il civile principato della Chiesa Romana. E difendendo costantemente il medesimo principato, vi gloriaste di professare e d'insegnare che esso, per singolare consiglio di quella Provvidenza che tutto regge e governa, fu dato al Romano Pontefice, affinché non mai soggetto alla civile podestà di alcuno potesse esercitare con pienissima libertà, e senza nessun impedimento nel mondo universo l'uffizio del supremo apostolico ministero, che gli venne divinamente affidato da Cristo Signore. E i carissimi figli della Chiesa Cattolica, ammaestrati dalle vostre dottrine ed eccitati dal vostro nobile esempio, andarono e vanno vivamente a gara per attestarci questi medesimi sentimenti.

Imperocché da tutti i paesi dell'orbe cattolico ricevemmo lettere quasi innumerevoli d'ecclesiastici e di laici d'ogni dignità, grado, ordine e condizione, firmate da centinaia di migliaia di cattolici, con cui in modo solenne confermano la loro figliale devozione e venerazione verso di Noi e verso questa Cattedra di Pietro, e detestando grandemente la rivoluzione e gli attentati commessi in alcune delle nostre provincie, affermano che il Patrimonio di S. Pietro devesi conservare assolutamente intiero ed illeso, e difendersi da ogni attentato; tra i quali non pochi inoltre la stessa cosa dimostrarono con savie o dotte scritture date alla pubblica luce. Le quali cospicue dimostrazioni da voi e da1 fedeli fatte, degne certamente di ogni laude e di ogni elogio, e da iscriversi a caratteri d'oro ne' fasti della Chiesa, talmente ci commossero l'animo,

che non potemmo a meno di esclamare lietamente Benedetto Iddio e Padre del S. N. G. C., Padre delle misericordie, e Dio d'ogni consolazione, che ci consola in tutte le nostre tribolazioni. Imperocché fra le gravissime angustio da cui siamo oppressi, nulla di più grato, nulla di più giocondo, nulla di più desiderato poteva giungerci, che il vedere da qual unanime ed ammirabile ardore voi tutti, VV. FF., foste animati ed accesi per difendere i diritti di questa S. Sede e con qual egregio buon volere i fedeli alla vostra cura affidati allo stesso scopo cospirino. E da per voi stessi potete conoscere facilmente con quanta veemenza la nostra paterna benevolenza verso di voi e verso i medesimi cattolici, a buon diritto, ogni di più vada aumentando.

Ma, mentre codesto ammirabile ossequio ed amore di voi e dei fedeli verso di Noi e verso questa Santa Sede mitigava il nostro dolore, ecco d'altra parte sopravvenire nuova cagione di tristezza. Ed è perciò che vi scriviamo questa lettera, affinché, in cosa di tanta importanza, sia a voi specialmente ed interamente noto il nostro pensiero. Venne testò, come molti tra voi sapranno, dal giornale parigino, avente per titolo Le Moniteur, pubblicata la lettera dell'Imperatore dei Francesi, con cui rispondeva alla nostra lettera, nella quale con tutto calore pregammo la Maestà Sua, perché nel Congresso di Parigi volesse col suo validissimo patrocinio difendere l'integrità e l'inviolabilità del temporale dominio nostro e di questa Santa Sede, e dalla iniqua ribellione rivendicarlo. In questa sua lettera l'Imperatore rammentando un certo suo consiglio datoci poco prima riguardo alle provincie ribellate dei nostri Stati, ci esorta a voler rinunziare al possesso delle provincie medesime, conciossiaché sembri a lui essere questo il solo modo di rimediare alla presente rivoluzione.

Ognun di voi, VV. FF., conosce benissimo che Noi, memori del gravissimo nostro dovere, non abbiamo potuto tacere nel ricevere siffatta lettera. Quindi, senza frapporre indugio alcuno, ci siamo affrettati a rispondere al medesimo Imperatore dichiarando, colla apostolica libertà dell'animo nostro, chiaramente e francamente di non poter in modo alcuno aderire al suo consiglio; giacché esso e presenta difficoltà insuperabili, avuto riguardo alla dignità nostra e di «questa Santa Sede, al nostro sacro carattere, e a diritti della medesima Sede che non appartengono alla successione di qualche famiglia reale, ma a tutti i cattolici», ed insieme protestammo di non poter noi cedere ciò che non è nostro, e pienamente conoscere Noi che la vittoria, che egli voleva che fosse accordata a'  ribelli delle Romagne, sarebbe di stimolo ai rivoltosi paesani e forestieri delle altre provincie a fare altrettanto, scorgendo quale prospera sorte fosse toccala a'  ribelli». E fra le altre cose abbiamo detto all'Imperatore di non poter rinunziare alle mentovate provincie dell'Emilia soggette al nostro potere, senza violare i solenni giuramenti, da cui siamo vincolati, senza eccitare lamenti e moti nelle rimanenti nostre provincie, senza far ingiuria a tutti i cattolici, e finalmente senza indebolire i diritti non solo dei Principi dell'Italia, i quali furono ingiustamente spogliati dei loro Stati, ma altresì di tutti e i Principi di tutto il mondo cristiano, i quali non potrebbero vedere con occhio indifferente messi innanzi certi perniciosissimi principii. Né  tralasciammo d'osservare che la Maestà Sua non ignorava per mezzo di quali persone, con e qual denaro, e con quali aiuti i recenti attentati di ribellione furono eccitati e consumati  a Bologna, a Ravenna ed in altre città, mentre la massima parte del popolo a que' moti, che per nulla aspettava, fosse rimasta come attonita, e si fosse dimostrata tutt'altro che disposta a secondarli».

E poiché il Serenissimo Imperatore era di parere che Noi dovessimo rinunziare a quelle provincie per le rivoluzioni, che a quando a quando colà si vanno eccitando, opportunamente rispondemmo tale argomento, come quello che prova troppo, non provare nulla affatto; conciossiaché moti non diversi sieno accaduti in Europa e fuori, e ognuno vede che da ciò non si può dedurne alcun legittimo argomento per menomare gli Stati civili. Né tralasciammo di esporre allo stesso Imperatore, che del tutto diversa dalle sue ultime lettere fu la sua prima lettera scrittaci prima della guerra d'Italia, la quale non dolore, ma consolazione ci aveva recato. Siccome poi da alcune parole della lettera imperiale, pubblicata dal detto giornale, ci parve di dover temere che le sovradette Provincie dell'Emilia dovessero considerarsi come già separate dai nostri Pontificii dominii, con pregammo la Maestà Sua a nome della Chiesa, perché, anche per bene e vantaggio suo proprio, volesse far cessare del tutto questo nostro timore. E con quella paterna carità, con cui dobbiamo provvedere all'eterna salate di tutti, gli abbiamo rammentato che tutti dovranno rendere strettissimo conto al tribunale di Cripto, e subirne il giudizio severissimo: e che perciò ognuno deve a tutt'uomo procurare di aver a provare gli effetti della misericordia, anziché quelli della giustizia.

Queste cose specialmente, tra le altre, che rispondemmo all'Imperatore dei Francesi, abbiamo riputato dovere nostro manifestare, affinché voi pei primi e tutto l'orbe cattolico sempre più chiaro conosca che noi coll'aiuto divino, secondo l'obbligo gravissimo del nostro ministero, senza timore adoperiamo tutti i mezzi e non omettiamo nulla per propugnare con fortezza d'animo la causa della religione e della giustizia, e il civile principato della Romana Chiesa, ed i possedimenti temporali di essa, e per conservare costantemente inviolabili e difendere i diritti che appartengono a tutto l'orbe cattolico; come pure per provvedere alla giusta causa degli altri Principi. Invero, confidando, nell'aiuto di colui che disse: Iel mondo soffrirete oppressura: ma confidale: io ho vinto il mondo (Giov., cap. 16, v. 33): e beati i perseguitali a cagion della giustizia (Matt., cap. 5, v. 10), siamo pronti a seguire le gloriose vestigia dei nostri antecessori, ad imitare i loro esempi ed a soffrire ogni acerbità e pena, e non abbandonare per nessun modo la causa di Dio, della Chiesa e della giustizia. Ma facilmente potete congetturare, venerabili Fratelli, da qual acerbo dolore siamo trafitti, vedendo la nostra religione assalita da orribile guerra con estremo danno delle anime, e la Chiesa e questa S. Sede sconvolte da violentissima tempesta. E facilmente pure intendete come profondamente siamo angustiati vedendo noi chiaro quanto granfie sia il pericolo delle anime in quelle nostre sconvolte provincie, nelle quali principalmente ogni dì vien deplorabilmente combattuta la pietà, la religione, la fede, il costume colla pubblicazione di scritti pestiferi. Voi adunque, venerabili Fratelli, che siete chiamati a parte della nostra sollecitudine, e che con tanta fede, costanza e valore sorgeste a difesa della religione, della Chiesa e di questa Sede Apostolica, proseguite con coraggio ed impegno maggiore a difendere la stessa causa, ed infiammate ogni dì i fedeli affidati alle vostre cure, affinché non omettano mai sotto la vostra guida di adoperarsi con ogni potere, studio e consiglio per la difesa della Chiesa cattolica e di questa S. Sede del civile principato della stessa S. Sede e del Patrimonio di S. Pietro, la tutela del quale appartiene a tutti i cattolici.

Ma sopratutto, e con ogni impegno, vi chiediamo, venerabili Fratelli, che insieme con Noi voi ed i fedeli affidati alle vostre cure, preghiate fervorosamente e continuamente Dio Ottimo Massimo, affinché comandi ai venti ed al mare, e col suo validissimo aiuto assista Noi, assista la sua Chiesa, surga e giudichi la sua causa, e propizio degnisi di illuminare colla celeste sua grazia tutti i nemici della Chiesa e di questa apostolica Sede e ricondurli nella via della verità, della giustizia e della salute. Ed affinché Dio, più facilmente placato, ascolti le nostre preghiere, le vostre e quelle di tutti i fedeli, ricorriamo prima di tutto all'intercessione di Maria Vergine Madre di Dio Santissima ed Immacolata, la quale è madre amorosissima di tutti noi e speranza saldissima; valida tutela e sostegno della Chiesa, il patrocinio della quale è il più valido presso Dio. Imploriamo anche l'intercessione del Beatissimo Pietro, principe degli Apostoli, stabilito da Dio pietra della sua Chiesa, contro la quale le porte dell'inferno non potranno mai prevalere, e del coapostolo di lui Paolo, e di tutti i Santi del Cielo, che con Cristo regnano in Paradiso. Siamo sicuri, venerabili Fratelli, che ottempererete con ardore, secondo la vostra esimia religione e zelo sacerdotale, di cui siete abbondantemente forniti, a questi nostri voti e domande. E frattanto, arra della nostra ardentissima carità per voi, diamo con amore e dall'intimo del nostro cuore la nostra Apostolica Benedizione a voi stessi, venerabili Fratelli, ed a tutti i fedeli cherici e laici affidati alla cura di ciascun di voi, augurandovi ogni vera felicità.

Dato a Roma presso San Pietro, 19 di gennaio 1860, l'anno decimoquarto del Nostro Pontificato.

NAPOLEONE III E ALBERTO DI BROGLIA

(Pubblicata il 4° febbraio 1860)

Les adversaires voudraient bien faire accroire, qu'ils n'ont contre leur thèse qu’une poignée de fanatiques. Mais voici que les hommes du monde les nioins suspects d'ultramontanisme et d'idées rétrogrades se prononcent dans notre sens. Avant-hier fêtait M. Villemain; hier Vi. de Sacy; aujourd’hui ce sont H. Albert de Broglie et M. Francis de Corcelle»— Foisset, conseiller à la Cour imperiale de Dijon (in una lettera indirizzata al giornale L'Union Bourguignone).

Abbiamo un altro nome di un personaggio illustre e di un liberale sincero da aggiungere ai chiarissimi dei Montalembert, dei Villemain) dei Falloux, dei Sacv, dei Valori, dei Nettement, dei Poujoulat, dei Normanby, sorti in difesa del Papato. Il principe Alberto di Broglia ha scritto un opuscolo preziosissimo sulla lettera di Napoleone III al Papa; opuscolo nel quale riassume perfettamente le cose passate e le condizioni presenti.

È intitolato: La lettre imperiale et la situation, e vide la luce nel Correspondant di Parigi del 25 di gennaio. Questa circostanza ci lascia pienissima libertà di discorrerne in Piemonte e ragguagliarne i nostri concittadini. Noi lo faremo citando testualmente.

Nella storia del 1859, anno in cui Napoleone III sposò apertamente la causa italiana, il principe Alberto di Broglia distingue tre periodi. Il periodo delle promesse, il periodo dei consigli, il periodo delle esigenze.

Periodo delle promesse. «Nell'ardore d'una spedizione annunziata sotto i più splendidi auspici si prometteva (chi noi ricorda?) tuttociò ch'era domandato, e quello pur che non l'era; agli Italiani la libertà completa della loro patria ed una federazione di Stati, di cui non sentivano desiderio; Al Papa il mantenimento di tutto il suo potere e una presidenza dei futuri confederati, di x cui non aveva giammai chiesto il peso. L'Italia doveva essere libera fino all'Adriatico; tutte le mura ne portavano l'assicurazione sottoscritta col sigillo imperiale. Il Papa verrebbe conservato nell'integrità di tutti i suoi diritti temporali. Tutte le chiese echeggiavano di questo impegno sottoscritto dal confidente attitré del pensiero sovrano. Davanti a tali asserzioni il dubbio, che certuni ostinavansi a concepire, veniva considerato come un oltraggio, e si comandava di cessare dall'essere inquieti sotto pena di divenire faziosi. Pastorali de'  Vescovi, che non era ancora proibito ai giornali di pubblicare, trasmettevano l'atto della parola imperiale nelle più piccole parrocchie della Francia, e n'era fatta menzione sul cominciarsi d'ogni preghiera. Giammai nessun giuramento fu recato in cielo da tante bocche!

«Ora si sa che cosa sia avvenuto: si trovarono alcune forti cittadelle nel Veneto; e apparvero, egualmente inattesi, alcuni elementi rivoluzionari in Italia; la guerra improvvisamente cessò; la pace fu tosto conchiusa. L'Italia non poté essere libera per intero, e l'integrità degli Stati del Papa venne offesa dalla insurrezione. Le promesse non furono mantenute per nessuno.

Periodo dei Consigli. «Seguirono i consigli offerti a tutti; consigli agli Italiani di rinunziare ad ogni tentativo di unità esagerata e di rientrare di buona grazia sotto l'autorità dei loro Principi decaduti; consigliai Piemonte di rinunziare al disegno di annessioni esorbitanti; consigli all'Austria di raddolcire il suo giogo sulla Venezia, e di aprire le sue cittadelle alle truppe italiane; consigli al Papa di disarmare i suoi sudditi coll'offerta di concessioni fatte ai loro voti supposti. Ciascuno di questi diversi avvisi ebbe il suo dispaccio officiale ed anche la sua lettera autografa.

«Ma i consigli ebbero la stessa sorte delle promesse; e siccome queste non erano state mantenute in nessun luogo, così quelli non furono graditi da nessuno. Gli Italiani non si mostrarono disposti per un momento solo al ritorno delle autorità licenziate, dovessero ritornare colle mani piene di tutte le riforme e di tutte le costituzioni possibili. Il Papa non istimò conveniente di offerire ai suoi sudditi insorti concessioni anticipatamente rifiutate. Così ogni cosa camminando nell'incertezza, la politica francese dovette fare un passo di più. Il periodo dei consigli era succeduto a quello delle promesse, ed oggidì è surrogalo dal periodo delle esigenze e dei sacrifizi».

Periodo delle esigenze. «Ieri parlavasi a tutti; oggi non si parla più che al Papa. È il Papa, il Papa solo che deve liquidare a proprio carico le spese di una successione imbrogliata, che lasciò dietro di sè una guerra che ha scosso tutto, ed una pace che non ha rassodato nulla. Sotto una forma civile, discreta, ma chiara, e facilmente intelligibile, la lettera del 31 dicembre, se si può crederò a parecchi dei suoi commentatori, è una rispettosa intimazione fatta al Papa di sacrificare ciò che ha perduto sotto pena di perdere ciò che possiede. Dacché la guarentigia delle provincie ancora soggette all'autorità della Santa Sede non viene accordata che in contraccambio delle provincie insorte, è evidentissimo che il rifiuto del sacrifizio deve trarre con sè la perdita della guarentigia, c'est à prendre ou à laisser. Al cominciare della crisi tutto era promesso senza condizione; otto mesi dopo si offre in ricambio di una perdita certa una guarentigia condizionale!

«Così noi abbiamo camminato di giorno in giorno, di ora in ora precipitando o seguendo gli avvenimenti, spingendo le rivoluzioni avanti noi, o spinti da quelle. Ognuna delle nostre stazioni non avendo durato che qualche settimana, è possibile che dopo brevissimo tempo noi giungiamo all'ultima, a quella che metterà definitivamente in causa l'intero potere temporale.

«I fatti per verità, come osserva benissimo la lettera imperiale, hanno una logica inesorabile, e bisogna anche loro rendere questa giustizia, che sebbene d'ordinario ottimi logici, non hanno mai nò meglio, né con più sicurtà ragionato che da otto mesi in qua. Così non fu necessario d'essere profeta per prevedere il loro corso; bastò e basta ancora di saper tirare le conseguenze d'un sillogismo. Era perfettamente e logicamente certo che la guerra intrapresa in Lombardia verrebbe seguita da un'insurrezione immediata negli Stati Pontificii Era perfettamente e logicamente certo che l'insurrezione provocata dalla guerra e vittoriosa per la forza non cederebbe davanti la ragione, e non si arresterebbe in seguito alle preghiere. Era perfettamente e logicamente certo che l'intrapresa di conciliare non solo i voti, ma gli appassionati capricci degli Italiani con tutti i diritti della S. Sede, riuscirebbe ad una contraddizione incubile, e che promessa contraddittorie, fatte a parti contrarie, condurrebbero ad una necessaria mentita. Non era egualmente così sicuro, ma era sgraziatamente troppo probabile che in questa alternativa la scelta dei sacrifizi cadrebbe su quella delle parti che non avea per sé né forza armata, né forza popolare, né insurrezione, né  cittadelle».

Qui il chiarissimo autore entra a parlare della guarentigia promessa al Papa, e domanda che cosa può valere una guarentigia diplomatica, quando non valse a nulla una solenne parola imperiale, che prometteva al Papa il mantenimento di tutti i suoi diritti? Quelle foi voulez-vous désormais qu'inspirent tous lei contrats d'assurance? Un altro giorno analizzeremo il resto di questo opuscolo in cui l'eloquenza è pari al coraggio, e la parola è severa come la logica.

NON È DI FEDE CHE IL SOMMO PONTEFICE 

DEBBA AVERE UNO STATO TEMPORALE

(Pubblicato l'8 febbraio 1860)

Una ragione o piuttosto un sofisma, che sentiamo ogni giorno ripetere, anche da chi dovrebbe ripeterlo meno, contro il dominio temporale del Re Pontefice, è non esser di fede ch'egli lo debba avere: epperò, conchiudono praticamente, che gli venga tolto non è poi da menarne sì gran romore, come mostrano di fare al presente tanti opuscoli, che si stampano ogni giorno. Noi vorremmo apportare un poco di luce a questa obiezione, che colla sua speciosità inganna più d'uno.

E prima di tutto chiederemo a qualche nobile signore che l'adopera così arditamente: è egli di fede, signor Conte, signor Marchese, che voi possediate quel palazzo e quel podere, che vi apportano ogni anno tante migliaia di lire? Vi assicuriamo, che in tutte le Sante Scritture non se ne dice neppur parola; e però conchiuderemo anche noi, che non si vorrà menare tanto strepito se qualcuno ve ne spossesserà.

A qualche avvocato ed a qualche impiegato faremo una simile domanda: à forse di fede che voi dobbiate essere intendente, prefetto, governatore è buscarvi così le dieci, le venti, le trentamila lire all'anno? Vi diciamo, senza paura di essere smentiti, che in tutto il tesoro delle verità della fede non se ne dice parola! epperò se qualcuno vi balzerà dal posto e vi metterà sul lastricò, non 6arà da farne nessun romore.

Che anzi rivolgeremo questa domanda perfino a'  bottegai ed agli artisti, é chiederemo loro se aia di fede che essi debbano avere tanti avventori, che deb bano toccare giornate sì grasse, e dimostreremo loro, dove ne aia bisogno, che non vi ha nessuna formola né di Canoni, né di Concilii che l'abbia mai definito! che però dove vengano mandati a spasso, non v'ha nessun motivo di farne lagnanza. Quindi conchiuderemo, e ci pare con qualche ragione, che se si debba stare solo alle definizioni di fede quando si tratta dei diritti altrui, al mondo saranno spenti tutt'i i diritti, anzi vi sarà un diritto contro ogni diritto

Del resto è molto pili sicuro il diritto del Re Pontefice al suo temporale go verno, che non sarebbe se fosse solo certo per definizione di fede. Tanti di quel dabbenuomini che ripetono da pappagalli non esser di fede il dominio del Re Pontefice, non sanno che vi sono verità fondamentali, le quali sono più universalmente note e solenni, che le stesse verità della fede, e che sono più universalmente note e solenni perché sono ancora più necessarie al consorzio umano, che le stesse verità della fede.

Senza le norme eterne della giustizia, senza il principio della proprietà, senza l'onestà naturale è impossibile affatto la società: epperciò Iddio insegnò questi prìncipii per lume naturale di ragione a tutti gli uomini: onde il mondo che creava fosse possibile. È perché hanno almeno questi grandi principii, sussistono in qualche modo le stesse società pagane.

Se quei principi! fossero solo noti per fede, cioè se fossero nient'altro che leggi positive conosciute per rivelazione, potrebbero essere invincibilmente ignorate da molti e senza loro colpa; ma invece essendo principii naturali, conosciuti anche col solo lume di natura, comuni a tutti quelli che sono uomini, pagani o cristiani, protestanti o cattolici, hanno senza dubbio una forza maggiore.

Or questo è appunto il caso nostro. Non è noto per fede, che il R. Pontefice debba avere uno Stato temporale: ma è noto per principio eterno di giustizia, che a niuno si possa rubare il fatto suo. Lo Stato Pontificio è riconosciuto da tutti, amici e nemici di Roma, perfino dall'opuscolo Le Pape et le Congrès, come appartenenza del Romano Pontefice. Lo stesso opuscolo chiama ribelli, rivoltosi quelli che si sono a lui sottratti. Né si può dire diversamente, senza rovesciare tutti i diritti umani, poiché, come è stato dimostrato, se non sono validi i diritti del Romano Pontefice sopra i suoi Stati temporali, sia per l'origine del possedimento, sia per la prescrizione di dieci secoli, non v'è più al mondo nessun diritto che sia valevole. È dunque chiaro che, salvi i diritti della eterna giustizia, che, come abbiamo detto disopra, costituiscono una legge ancora pili nota, ancora più solenne, e però anche più stringente, non si può spodestare il Romano Pontefice de'  suoi Stati.

Anzi di qua si trae, che anche la fede è impegnata a guarentire il dominio temporale del Papa. La fede non dice che il Papa abbia diritto sopra queste o quelle provincie; ma la fede, confermando con ogni efficacia la legge stessa di natura, prescrive che sicno mantenuti ad ognuno i propri diritti. Come la fede non determina che voi abbiate delle possessioni o dei palagi, ma quando li avete, proibisce ad ognuno di toglierveli; così sebbene la fede non ordini che il Papa possieda le Romagne o le Marche, tuttavia quando le possiede, vieta ad ognuuo di spogliamelo.

V'è di più. Se è delitto lo spogliare un privato qualunque di un suo possesso, il delitto è immensamenté maggiore nel nostro caso. La natura dei beni che si tolgono ad una persona, aumenta, come è chiaro, la gravità del delitto. Togliete ad un padre di famiglia quello che debbe servire al sostentamento di una numerosa figliuolanza, è più grave che non togliere ad un ricco quello di che soprabbonda: perocché al primo è molto più necessario quel possesso, che non è al secondo.

Ma nel nostro caso il delitto trapassa tutto quello che può pensarsi di ordinario. Gli Stati del Sommo Pontefice sono un bene sacro per infiniti titoli. Sono essi un diritto del personaggio più inclito che abbia la terra, secondo la fede; epperò la fede fa conoscere che quello spoglio è anche un orrendo sacrilegio.

Gli Stati Pontificii non sono solo Stati del Sommo Pontefice, ma sono propriamente Stati della Chiesa Romana, cioè appartenenza di quella Chiesa che è, agli occhi della fede, la sola vera, la sola legittima, la sola sposa ed erede di G. C. Quindi agli occhi della fede è sempre più grave il sacrilegio.

Gli Stati Pontificii furono, per particolare provvidenza di Cristo, assegnati alla Chiesa per fini ed intendimenti sublimissimi. Debbono essi servire d'istromento e di mezzo alla libertà della Chiesa, alla sua indipendenza, alle spese eziandio che essa debbe sopportare nella sua amministrazione. Colla libertà ed indipendenza, che la qualità di Re dona al Sommo Pontefice, egli deve potersi indirizzare a tutti i Principi e popoli della terra, accender loro la fiaccola delle dottrine rivelate, mantenerla viva e splendente sempre di tutta la sua luce; debbe sfolgorare tutti gli errori che insorgono, sostenere tutte le lotte coi nemici interni ed esterni, guidare il mondo cattolico, e ravvivare quello che ancora giace tra le tenebre della morte.

Che il Sommo Pontefice abbia da far tutto ciò, la fede lo dice chiaro ai cattolici, e non Io negano neppure tra i nemici del Papato quelli che cattolici si dichiarano. Che lo Stato temporale valga a questo scopo, che adorni della necessaria dignità il Sommo Pontefice, che lo costituisca padrone di se stesso, libero, indipendente, è manifesto: ma dunque ò anche manifesto, che chiunque vuole spogliarlo de'  suoi diritti monarchici, viene a togliere alla Chiesa, quanto è da se, la sua libertà, la sua indipendenza, la sua dignità. Priva i fedeli dell'orbe cattolico di tutti que' mezzi di salute, che la Chiesa libera nella sua azione, poteva loro procurare, li lascia contro l'eresia, contro lo scisma, contro l'idolatria, contro ogni sorta di errore meno provveduti, meno difesi, perché meno illuminati e meno confortati: ecco a che cosa riesce quell'attentato!

Ora non sarà in nulla interessata la fede a lasciar consumare questo delitto? Se la fede può essere indifferente a lasciar violare tutti i diritti naturali, se può non curarsi né punto né poco della dignità del Vicario di Cristo, e se la Chiesa può non tener conto dei mezzi che il suo Capo divino le ha posto nelle mani por compiere sulla terra la sua missione; se i cristiani possono concorrere a spogliare la Chiesa di cotesti mezzi, allora sarà anche vero, che la fede non ha che apporre all'assassinamento del Re Pontefice. Ma se la fede non è quello che la imaginano certi cervelli esaltati, certi ignorantissimi mestatori, sarà anche chiaro che, sebbene non sia di fede che il Papa sia Sovrano, non è senza ingiuria gravissima della fede stessa lo spogliarlo della sua sovranità.

LE DUE CIRCOLARI DEL MINISTRO DEI CULTI

IN FRANCIA SULLE COSE D'ITALIA

(Pubblicato il 21 febbraio 1860)

Il conte Walewski, non avendo il coraggio di cantare la palinodia, e disdir dopo la guerra ciò che aveva detto prima e durante la medesima, abbandonò il ministero degli affari esteri cedendolo al più maleabile signor Thouvenel.

No:i cosi il signor Rouland, ministro dell'istruzione pubblica e dei culti, il quale non ebbe nessuna difficoltà di rappresentare la parte di Giano bifronte.

Il telegrafo ci annunzia che il Moniteur del 20 di febbraio pubblica una circolare del dello ministro diretta agli Arcivescovi ed ai Vescovi, e ce ne trasmette la sostanza.

Il 4 di moggio del 1859, il signor Kouland scriveva pare una circolare all'Episco palo francese, e sarà pregio dell'opera confrontare un documento coll'altro.

Rouland I, il 4 di maggio, scriveva ai Vescovi perché illuminassero il Clero sulle conseguenze d'una lotta col l'Austria divenuta inevitabile.

Rouland II, il 20 di febbraio, scrive ai Vescovi per proibire loro d'illuminare il Clero, d'illuminare la Francia sulle conseguenze d'una lotta contro il Vicario di Gesù Cristo.

Rouland I, il 4 di maggio, prometteva ai Vescovi dell'Impero francese che la saviezza, la lealtà, l'energia dell'Imperatore non verrebbero meno alla religione.

Rouland II, il 20 di febbraio, scrive ai Vescovi che, dopo l'impotenza della Francia a petto dei rivoluzionari dell'Italia centrale, debbono far tacere i preti che sostengono la S. Sede!

Rouland I, il 4 di maggio, dichiarava ai Vescovi che il Principe, il quale dopo i cattivi giorni del 484% ricondusse il S. Padre in Vaticano, era il più fermo sostegno dell'unità cattolica.

Rouland II, il 20 di febbraio, avverte i Vescovi «che se il Clero dee venerazione al Papa, deve rispetto e fedeltà all'Imperatore i: quasi che l'una cosa non si potesse conciliare coll'altra!

Rouland I, il 4 di maggio, protestava ai Vescovi che Napoleone VOLEVA CHE IL CAPO SUPREMO DELLA CHIESA FOSSE RISPETTATO IN TUTTI l SUOI DIRITTI DI SOVRANO TEMPORALE.

Rouland II, il 20 di febbraio, invece confessa che tra 'Imperatore ed il Papa (mette l'Imperatore prima del Papa!) vi ha disaccordo riguardo alla questione temporale.

Rouland I, il 4 di maggio, non faceva nessuna distinzione tra la questione religiosa e la questione temporale, e attribuiva i diritti di Sovrano temporale al Capo della Chiesa.

Rouland II, il 20 di febbraio, distingue, come i giansenisti, corno gli eretici di tutti i tempi, e pretende che la spogliamone del Capo della Chiesa non importi per nulla alla religione cattolica.

Rouland ), il 4 di maggio, dichiarava che il principe Napoleone III, il quale aveva salvato la Francia dalle invasioni dello spirito demagogico, non potrebbe iccettare né le sue dottrine, né la tua dominazione in Italia.

Rouland II, il 20 di febbraio, accetta nelle Romagne la dominaiione $ li dot» ir ine dello spirito demagogico, e comanda ai Vescovi di approvare o di tacerei

Rouland I, il 4 di maggio, diceva ai Vescovi, che la Francia veniva in Italia per liberarla oppressione straniera.

Rouland II, il 20 di febbraio, proibisce ai Vescovi di lagnarsi che l'oppressione Straniera pesi sul S. Padre e sulle popolazioni soggette al suo scettro paterno.

Rouland I, il 4 di maggio, diceva ai Vescovi che la Francia voleva il legittino progresso dei popoli.

Rouland II, il 20 di febbraio, proibisce ai Vescovi di sostenere i diritti della S. Sede, dichiarati incontestabili dallo stesso Napoleone; proibisce di difendere il solo legittimo governo delle Romagne che è quello di Pio IX.

Rouland II, il 20 di febbraio, minaccia i Vescovi che si levano contro la rivoluzione, che predicano il rispetto della proprietà della Chiesa, e la riverenza al S. Padre.

Rouland I, il 4 di maggio, accertava i Vescovi, che la Francia calando in Italia portava scritto sulla sua bandiera il rispetto delle sovranità negli stati italiani.

Rouland 11, intima ai Vescovi di piegare il capo davanti all'esilio, alla profanazione, allo strazio della maggior parte di queste sovranità, e della più augusta di tutte, quella del Sommo Pontefice.

Rouland I, il 4 di maggio, diceva che le dichiarazioni di Napoleone III doveano far nascere nel cuore del Clero francese non minore sicurezza che gratitudine.

Rouland II, il 20 di febbraio, considera come un delitto di fellonia dalla parte dei Vescovi e del Clero il solo ripetere quelle dichiarazioni medesime!

Rouland f, il 4 di maggio, raccomandava ai Vescovi ed ai preti di pregare? A piè degli altari, e d'informare da'  pergami i fedeli sullo scopo e sulle conseguenze della guerra d'Italia.

Rouland II, muove guerra al Vescovi ed ai preti, perché abusano della libertà del pergamo, ripetendo le sue parole e le sue assicurazioni di dicci mesi fa.

I tempi di rivoluzione Sono tempi di contraddizioni, perché tempi d'ipocrisia, ' di menzogna, di tirannia materiale e morale.

Ma noi sfidiamo chiunque a ritrovare nella storia delle contraddizioni umane due documenti che cozzino tra loro così vergognosamente, come le due circolari del ministro Rouland.

Volete vedere che cosa sia il Papa? Leggete le sue Encicliche ed Allocuzioni. Pio IX nel 1860 dice ciò che ha detto nel 1848, ciò che prima di lui d ssero Pio VII e i Pontefici che fiorirono durante dieci secoli.

Volete conoscere chi siano i nemici del Papa? Leggete le loro circolari, essi dicono é contraddicono, e finiscono per ismentire se stessi e strozzarsi colle loro medesime mani.

IGNORANZA O MALA FEDE?

Abbiamo sotto gli occhi il nuovo dispaccio del ministro Thouvenel al duca di Gramont, ambasciatore francese à Roma, e lo daremo più innanzi tradotto in lingua italiana, giacché a suo tempo dovrà servire di documento alla storia dei nuovi trionfi della S. Sede.

Nel leggere gli scritti del signor Thouvenel, e in ispecie questo del 12 di febbraio, noi ci troviamo nella dolorosa alternativa, o di dovere conchiudere che egli è Un diplomatico uscito ieri dal guscio, e ignora affatto le cose italiane; oppure che, sapendole, le dissimula, o le travisa.

L'argomento capitale del signor Thouvenel è questo: il Papa doveva fare qualche cosa nelle Legazioni; fin dal 1831 le grandi Potenze gli consigliarono riforme; la Francia, in questi ultimi tempi principalmente, adoperò in vantaggio della S. Sede la maggiore sollecitudine e previdenza. Ma Pio IX non volle far nulla; e se ha perduto le Romagne, ben gli sta. Con questo ragionamento il signor Thouvenel si asside arbitro tra il Papa e la rivoluzione, e decide che questa ha ragione, ed il Papa ha torto, perché non Tolle far nulla, né soddisfare alle domande e pretese dei rivoluzionari.

A udire messer Thouvenel parrebbe che Pio IX dal primo giorno del suo Pontificato fino al 1860 non avesse voluto proprio far nulla, non concedere una riforma, non mutare una legge, non accordare una libertà.

Ma dove eravate voi, messer Thouvenel, quando Pio IX levossi primo in Italia principe riformatore, e, come scriveva Donoso Cortes nel 1847, concepì «il grande scopo di rendere indipendente e libera la Chiesa e l'Italia, di emancipare pacificamente e ad una volta la società civile e la società religiosa; di realizzare l'indissolubile alleanza dell'ordine, e della libertà?»

Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX, magnifico e generoso come il suo divino maestro, stendeva la mano agli esuli e li rendeva alla patria, ascoltava i riformisti e concedeva riforme, compiaceva i liberali e accordava loro la libertà?

Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX largheggiava cotanto in concessioni da essere costretto a scusarsene presso le grandi Potenze, e a provare nella sua Allocuzione del 29 di aprile 1848 ch'egli in sostanza non avea accordato più di quello che alla S. Sede si fosse richiesto col Memorandum?

Dove eravate, messer Thouvenel, quando Pio IX secolarizzava talmente la sua amministrazione da mettere la somma delle cose nelle mani del ministro Rossi?

E tutte queste concessioni dove riuscirono? Se ne tenne pagala rivoluzione? E non sapete, messer Thouvenel, che nel Ì848, in cui Pio IX accordò tutto quello che potea accordare, si vide appuntati i cannoni contro il proprio palazzo e fu obbligato a fuggire da Roma?

Ottimamente fece l'immortale Pontefice a largheggiare nel 1848, come fa egregiamente oggidì a resistere. Fu grande allora nella bontà, come oggi è impareggiabile nella fermezza.

Questi due periodi del suo memorabile pontificato si concatenano perfettamente e si difendono a vicenda. Libero di sè, esordì governando coll'affetto e colla dolcezza; ma ne fu ripagato colla più nera ingratitudine. La generosità sua verso i liberali riuscì a danno del suo popolo.

A questo punto Pio IX dovea giovarsi delle lezioni dell'esperienza, e non potea più metterai nelle mani di chi l'avea tradito. Tanto più che certuni pretendevano dargli lezioni di buon governo, mentre avrebbero dovuto imparare da lui.

E la fermezza fu più utile al Sento Padre della condiscendenza, perché se quella gli tolse le Romagne, questa gli aveva tolto l'intero Stato, cacciandola Gaeta

E neppur le Romagne avrebbe perduto il Pontefice, se la rivoluzione non vi fosse entrata dal di fuori, e Sua Maestà imperiale, disse Pio IX nell'Enciclica del 19 di gennaio, non ignora per mezzo di quali uomini, con qual denaro, e con quali soccorsi i recenti attentati di ribellione sieno stati eccitati e compiuti a Bologna, a Ravenna e nelle altre città, frattanto che la grandissima maggioranza dei popoli restavano colpiti di stupore sotto il colpo di queste sollevazioni, ch'essi non si aspettavano in veruna maniera, e che non si mostrano in verun modo disposti a seguire».

Questo periodo dell'Enciclica venne soppresso dal Constitutionnel, dalla Patrie e dagli altri giornali francesi ostili al Santo Padre, e una tale soppressione è per te sola una prova che Pio IX ha dato nel segno.

E il signor Thouvenel ha tentato già due risposte all'Enciclica, ma dissimulando sempre questo periodo. Sapete, o non sapete, messer Thouvenel, con quali uomini, con quali soccorsi, con quale danaro siasi fatta la rivoluzione in Romagna?

Sapete donde partì prima Massimo d'Azeglio, poi Lionello Cipriani, e finalmente Carlo Luigi Farini? Conoscete la parentela di Gioachino Napoleone Popoli, e la patria di Ferdinando Pinelli, di Giacomo Antonio Migliorati, del marchese di Rorà? Perché essendo le Romagne così ostili al Papa non si volle inscrivere tra gli elettori che un'infima minoranza? Perché tra gli iscritti non votarono neppure un terzo? Perché si paventa tanto dai rivoluzionari il suffragio Universale? perché tutto ciò, signor Thouvenel?

Voi giunto ieri da Costantinopoli forse l'ignorate; ed amiamo meglio accusarvi d'ignoranza che di mala fede. Ma fatevi a studiare la storia di questi tempi, e vedrete che Pio IX non poteva usare maggiore previdenza e sollecitudine.

Appena giunto sul trono previde, che voi, signor Thouvenel, e tanti altri con voi, l'avrebbero accusato d'inazione, epperò agì generosamente e ricolmò il suo popolo di benefizi.

Reduce da Gaeta, Pio IX accordò agli Stati Pontificii un governo appropriato all'indole del paese e ai costumi e desiderii de'  suoi sudditi; e il Motti proprio di Pio IX riscosse gli applausi di tutta l'Europa.

Più tardi Pio IX previde, che la guerra d'Italia intrapresa dalla Francia doveva tornare principalmente a danno della Santa. Sede, e per togliere ogni pretesto accomiatò dagli stati Pontificii e Francesi ed Austriaci.

Pio IX previde che, se avesse accettato i consigli a cui allude il signor Thouvenel, non solo avrebbe perduto le Romagne, ma oggidì non sarebbe più in Roma.

Finalmente Pio IX non si consigliò coi calcoli della mondana politica, ma coi dettami della sua coscienza; e basta.

DISPACCIO DEL MINISTRO DEGL'AFFARI ESTERI DI FRANCIA 

ALL'AMBASCIATORE FRANCESE A ROMA

Riproduciamo dal Moniteur Universel il dispaccio relativo agli affari di Roma, dal signor Thouvenel indirizzato all'ambasciatore di Francia presso la Santa Sede, e di cui il telegrafo ci diede già un. sunto.

Parigi, 12 febbraio 1860.

Signor Duca, io vi feci conoscere l'impressione che ci ha cagionato l'Enciclica del Santo Padre ai Vescovi, e non vi dissimulai il rammarico sincero che ne risentimmo. Credo dover oggi completare la circolare che io ho indirizzata agli agenti diplomatici dell'Imperatore, in data dell'8 di questo mese, esaminando con voi i fatti recenti che crearono la situazione presente nelle Legazioni, affine di stabilire d'onde viene il male e a chi debbo incumberne la responsabilità.

Como, dunque, scoppiarono gli avvenimenti delle Romagne, e come le cose giunsero al punto in cui le vediamo in questo momento? Convien far risalire lo stato delle cose in codesto paese all'ultima guerra? Mi sarebbe penoso lo estendermi in particolari presenti allo spirito di chiunque non ò interamente estraneo agli affari del suo tempo, e benché l'Enciclica ci dia il diritto di ricordare il passato e di giudicare, come le grandi Potenze fecero dopo il 1831, il reggime politico applicato alle Legazioni, io mi asterrò di mettermi su codesto terreno. Mi limiterò semplicemente a far osservare che, dal giorno In cui gli Austriaci si ritiravano, gli avvenimenti che si sono compiuti dopo la partenza loro erano certi ed inevitabili. Noi abbiamo, di più, la convinzione che il governo pontificio non avrebbe ragione, da qualunque punto di vista, di rimproverarci di aver mancato a suo riguardo di sollecitudine e di previdenza.

All'incominciare delle ostilità, la neutralità della Santa Sede era stata proclamata e riconosciuta dai belligeranti. Essi continuavano ad occupare le posizioni di cui erano custodi avanti la guerra. Rinunciavano a fortificarvisi in modo a poter di là nuocersi reciprocamente. Sembravano, in una parola, penetrati di questa idea, che al disopra de'  loro dissentimenti passeggieri elevavasi un interesse superiore, egualmente caro ad entrambi, quello dell'ordine negli stati del Santo Padre. I presidii di Ferrara, Comacchio, Bologna e Ancona potevano, in tutta sicurezza, vegliare al mantenimento della tranquillità nelle Legazioni e nelle Marche, mentre il presidio francese vegliava a Roma. Non istà a me di valutare le circostanze certissimamente imperiose a'  suoi occhi, che determinarono l'Austria a non continuar più la parte sua' , ma io ho il diritto di ricordare che la Francia è rimasta fedele alla sua parte.

Partite che furono le truppe austriache, le popolazioni profittarono dell'occasione, senza avere bisogno di esservi strascinate da alcuno eccitamento particolare; e si può dire ch'esse si sono trovate più ancora che non si sono rese indipendenti. Ecco tutto il segreto della ribellione delle Romagne.

Questa ribellione, signor Duca, non potrebbe dunque essere imputata alla Francia. Né autorizzare un dubbio qualunque sulla sincerità delle assicurazioni di simpatia e di buon volere che l'Imperatore aveva date a Pio IX all'origine della guerra. Ma l'Imperatore non doveva egli prendere in considerazione i nuovi fatti insorti contrariamente a'  suoi voli? S. Maestà considerava, come doveva farlo, le difficoltà della situazione, e giudicando nullameno che la pace conchiusa a ViIlafranca poteva produrre tutte le conseguenze che ne attendeva se la Corte di Roma secondava i suoi sforzi, s'indirizzava, da Desenzano, al Papa, il 14 luglio, per fargliene conoscere le condizioni.

 Nel nuovo ordine di cose, soggiungeva l'Imperatore, Vostra Santità può esercitare la massima influenza e far cessare per sempre ogni cagione di turbolenze. Acconsenta adunque, ovvero si compiaccia, de motu proprio, di accordare alle Legazioni un'amministrazione separata, con un governo laico, da lei nominato, ma circondato da un consiglio formato per elezione; paghi questa provincia alla Santa Sede un tributo fisso, e Vostra Santità avrà assicurato il riposo de suoi stati, e potrà far a meno di truppe straniere e lo supplico Vostra Santità di dare ascolto alla voce figlio devoto alla Chiesa, ma il quale comprende le necessitò della sua epoca, ed il quale sa che. la forza non basta a risolvere le questioni e ad appianare le difficoltà.

«Io veggo nella decisione di Vostra Santità o il germe d'un avvenire di pace, di tranquillità, ovvero la continuazione d'uno stato violento e calamitoso».

Voi sapete, signor Duca, che questi suggerimenti non furono accetti. Mentre gli eventi dal susseguirsi moltiplicavano le difficoltà, la Corte di Roma persisteva a rinchiudersi in una riserva propria solo ad aggravare uno stato di cose, che già più non poteva conciliarsi colla sua autorità senza sacrificii o senza compensi. Per tal guisa si lasciarono sfuggire tutte le circostanze atte a riunire le Legazioni alla Santa Sede; ed è per tal guisa che l'Imperatore trovò a fronte di un'eventualità ch'ei tentò indarno di scongiurare, e che S. Maestà è stata condotta ad indirizzare al Santo Padre la sua lettera del 31 dicembre. Ed ora, domando io, le cose essendo succedute nel modo da me espresso, erano sì strani i consigli che sono stati respinti? Certo la sincerità dei sentimenti, coi quali essi sono stati dati, è almeno assai ben dimostrata. I riguardi, e, meglio ancora, la devozione che il governo imperiale ha dimostrato in ogni occasione al Capo della Chiesa, sono uno dei tratti dominanti della storia degli ultimi dieci anni. U Clero di Francia sa con quale benevolenza e con quale larghezza di viste il governo imperiale ha sempre praticate le leggi che governano i suoi rapporti colla Corte di Roma. Esso pure sa di aver trovato nell'impero un potere riparatore, e sa che, sotto quest'appoggio tutelare, esso ha ripigliato nella società francese l'influenza e l'autorità che da altri governi erangli state contese. Questi fatti soli basterebbero a provare da quali disposizioni il governo imperiale era animato rispetto al Papato, quand'anche non gliene avesse dato prove dirette ed incessanti. Noi non contestiamo che l'occupazione di Roma, al tempo in cui è stata impressa, non sia stata dettata da considerazioni politiche egualmente che religiose; ma chi negherà essere stato il governo dell'Imperatore determinato a continuare d'anno in anno i sacrificii che questa misura impone alla Francia, specialmente da una sollecitudine affettuosa e perseverante per gl'interessi della Santa Sede? Chi non riconosce i maneggi per mezzo dei quali noi abbiamo attenuato od anche prevenuto gl'inconvenienti che seco naturalmente traeva l'occupazione di Roma, sì nel fondo come nella forma, per la sovranità dei Santo Padre? Chi negherà di vedere in quest'assieme di fatti un attestato delle più cordiali intenzioni, e della volontà la più formale di proteggere non solo la personale posizione del Santo Padre, ma di allargare, se possibile, la sua morale influenza? Gli è specialmente a quest'ordine d'idee, che si congiunge il concorso prestato dalla diplomazia francese al Santo Padre in tutti i paesi dove vi sono interessi religiosi da difendere, e che in larga misura si collegano le spedizioni compiuto od intraprese nei mari della Cina e del Giappone.

Finalmente, signor Duca, quale miglior prova di questa costante preoccupazione, quanto la stipulazione di Villafranca, per la quale l'Imperatore, deferendo al Santo Padre la presidenza onoraria della Confederazione, volea porlo alla testa dell'Italia rigenerata?

Si può dedurre da questa esposizione, quanto il governo imperiale sarebbe stato felice, e il sarebbe ancora, nelle congiunture presenti, di trovare una combinazione capace di diminuire gl'imbarazzi della Santa Sede. Ma qui il buon volere della Francia rischia di infrangersi contro insormontabili difficoltà.

Di fatto, non si tratta soltanto di rendere le Legazioni al Papa, bisogna anche trovare il mezzo di mantenerle sotto il suo dominio senza dar luogo ad una nuova occupazione, o ad un nuovo intervento. Gli avvenimenti hanno dimostrato abbastanza quanto codesta misura sarebbe impotente a rimediare il male. L'opinione dell'Europa è formala su questo punto, e l'occupazione condannata dalle lezioni del passalo nelle stesse Legazioni, è uno spediente, al quale nessuno potrebbe più ricorrere a meno di sconoscere le necessità che il senno e la previdenza impongono a tutti i governi.

Una tale politica è inammissibile oggi. Né autorità monarchica, né la maestà della Chiesa non avrebbero nulla a guadagnarvi; la religione e la ragione si riuniscono per respingerla con eguale energia.

Così dunque, signor Duca, il momento era ben venuto di preoccuparsi di combinazioni diverse, allorché l'Imperatore ne fece notare la necessità al Papa. Gl'interessi pili evidenti, le considerazioni più pressanti invitano la Santa Sede a consentirvi. Un partito preso in modo assoluto di ricusarsi a riconoscere il vero carattere dello stato delle cose attuali, non farebbe che aggravarlo di più in più, e finirebbe per creare impossibilità egualmente insormontabili. Se invece la Santa Sede si decidesse finalmente a lasciare la ragione religiosa, in cui la quistione non è veramente collocata, per tornare sul terreno degli interessi temporali, soli impegnati nella discussione, forse arrecherebbe, benché sia ben tardi un cangiamento favorevole alla propria causa. In ogni caso permetterebbe al governo dell'Imperatore di prestare il suo appoggio ad una politica conciliante e ragionevole.

Voi siete autorizzato a dar lettura di questo dispaccio al card. Antonelli ed a lasciargliene copia se ne mostra desiderio.

Gradite, ecc.

Thouvenel.

NOTA DELLA S. SEDE AL GOVERNO FRANCESE

Pubblichiamo la Nota che il Card. Antonelli, segretario di Stato del governo Pontificio, indirizzava a Monsignor Nunzio in Parigi, in risposta alla Nota de'  ministro Thouvenel, già pubblicata nel Moniteur.

Ill. mo e Rev. mo Signore,

Nel dispaccio del 12 febbraio, di cui codesto signor ministro degli affari esteri mi fece dar lettura e copia, e che deve essere a piena cognizione d V. S. Ill. e Rev. m per la pubblicazione fattasene nel Moniteur del 17 dello stesso mese, si contengono appunti di tal natura, che non mi sarebbe possibile di lasciarlo senza qualche osservazione, avuto anche riguardo agli attuali tempi, in cui è sì grande la premurosa sollecitudine che da per tutto si manifesta per un supremo interesse della Chiesa Cattolica e per l'augusto suo Capo. È ben per questo che mi credo in dovere d'indirizzarle alcune considerazioni intorno alla materia del succitato dispaccio, come anche della precedente Circolare diretta dal ministro medesimo ai rappresentanti Francesi all'estero, e comparsa anche essa nei giornali.

E pria di tutto, senza esaminare la qualità del reggime politico, applicato alle Legazioni, il certo si è, che non poté desso provocare i seguiti commovimenti una volta che applicalo identicamente il reggime stesso in altre parecchie Provincie dello Stato non ebbe quell'effetto, e per lo contrario assai prima ed in dimensioni assai più vaste che nelle Romagne si ebbe l'effetto medesimo nel Granducato di Toscana e nel Ducato di Parma, i quali due Stati erano in voce di essere governali nella maniera la più conforme ai voti, che a'  dì nostri soglionsi attribuire alle popolazioni. Conviene dunque dire che il reggime politico non entrasse in modo alcuno in quell'effetto, e che questo anzi debba ripetersi da cagione comune a tutti gli Stati, che no furono la vittima. Ora egli è sufficiente l'aver dimoralo in Italia in quest'ultimo quadriennio, o l'averne almeno seguito con qualche attenzione le varie calamitose fasi, per sapere da chi, e con quali mezzi fosse apparecchiata, compiuta e sostenuta la rivolta, ed il cui bono, pregiudizio gravissimo nelle materie penali, può aver qui un'applicazione tanto più evidente, quanto più sono patenti i maneggi di chi fa di tutto a fine d'impossessarsi delle Provincie, di cui vorrebbesi spogliare il S. Padre, o che vorrebbonsi piuttosto sottrarre al Patrimonio della Chiesa Cattolica. Da quel che si vuol fare in ultimo, s'intende bene quel che si voleva fare fin da principio; e furono di lunga mano prevedute ed apparecchiate quelle medesime difficoltà, che si dicono ora insormontabili, e fuori di ogni previsione. Né credo di mancare di riguardo verso chicchessia, se spinto dalla necessità di sostenere il mio assunto sarò obbligato a ricordare fatti ed anche nomi particolari, ma notorii gli uni e gli altri dall'un capo all'altro della Penisola.

E qui per non risalire più oltre, mi limiterò, a causa di brevità, ad accennare, che quando il conte di Cavour nel Congresso di Parigi del 1856 lanciò una certa specie di programma intorno a ciò che sarebbe a farsi nell'Italia, e dichiarò poscia nelle Camere Piemontesi di volerne spingere innanzi ad ogni patto l'attuazione, cominciò fin d'allora nell'Italia centrale a divenire più attivo quel lento lavorìo, che, intrapreso da lungo tempo, mirava ad apparecchiarla alla sospirala annessione. Sarebbe lungo, per verità, e noioso il voler qui enumerare tutti 1 mezzi che furono all'uopo adoperati; ma gli emissari che la percorrevano in tutti i lati, ma l'oro che largamente si profondeva, ma le stampe clandestine che si facevano circolare, ma le subornazioni militari, massime negli ultimi tempi, sono tra i principali. Come in altre città dello Stato persone ardite per ragguardevoli attinenze, così in Bologna il marchese Pepoli si costituì capo di quel partito, e ne teneva nella propria casa i congressi, e si circondava di alcune centinaia di operai, e raccoglieva armi. Il governo che tutto sapeva, fu sul punto di assicurarsi della persona di lui, quando per riguardi facili ad immaginarsi, si contentò di darne avviso al signor ambasciatore di Francia in questa Capitale, il quale, in seguito di colloquio avuto col Pepoli in Livorno, diè assicurazioni, non confermate pur troppo dai fatti, di potersi vivere tranquilli sul conto di lui. Ma quello chc nella storia sarà rarissimo esempio, e forse unico, è ciò che gli agenti diplomatici della Sardegna fecero a detrimento degli altri Stati italiani, affine di secondare le mire ambiziose del proprio governo. Il contegno del commendatore BonCompagni in Toscana, o non ha nome, o lo ha tale, che io mi guarderei dall'adoperarlo, e non di meno, tranne l'estremo dei suoi passi, l'operato dei signori Migliorati e Pes della Minerva non fu in Boma guari diverso. Il primo di essi non si ristava neppur dal recarsi nei mesi estivi in alcune provincie dello Stato per organizzarvi dei clubs in favore del partito piemontese. Eccitamenti così operosi e perseveranti dovevano avere il loro effetto, e l'ebbero in realtà, o nel creare, o nell'ampliare alquanto quel piccolo partito, che forse vi era, ed intorno a cui si annodarono quasi tutti i malcontenti, che pur si trovano in ogni paese, senza che vi mancassero degli illusi e sedotti dalle aspirazioni dell'Italia una ed indipendente. Ma questi e quelli furon sempre ben lungi dall'essere il popolo: quel popolo cioè onesto, morigerato, cristisno, sopratutto delle campagne, che si levò a tanta esultanza ed a tante migliaia, quando il Santo Padre lo visitò, non sono ancora tre anni. Ma una tal classe di popolo, la quale in sostanza forma l'immensa maggiorità, perché onesta e tranquilla, non restò parecchie volte anche in altre parti d'Europa in balìa di un partilo piccolo ed audace, che per congiunture spesso impreviste prevalse e l'oppresse?

Di queste congiunture non sembra essersi tenuto abbastanza conto nel sum. menzionato dispaccio, quando vi si dice che pel solo fallo dell'essersi ritirati gli Austriaci da Bologna, le popolazioni si trovarono indipendenti senza aver bisogno di particolari eccitamenti. La verità è, che le popolazioni, come in cento casi simili, poco o nulla ne seppero, ma ritiratisi troppo improvvisamente gli Austriaci, e. restata la città quasi al tutto sguarnita di truppe, quel partito già apparecchialo per le mene precedenti, e reso sempre più ardilo da qualche proclama di alcuna delle parti belligeranti, afferrò il potere e lo impose al vero popolo, che con suo inestimabile danno e con uguale dolore lo ala sostenendo. E non andrebbe forse troppo lungi dal vero chi credesse, che ove si ritirasse all'improvviso da qualche Capitale la guarnigione, da cui è essa custodita, accadrebbe certamente qualche cosa di simile, senza che nondimeno se ne potesse trarre argomento o di mal governo anteriore, o d'incapacità presente. Qual poi fosse il motivo, che diede la spinta al suindicato ritiro degli Austriaci, sarebbe qui molesto l'accennarlo, e basterà solo l'indicare che il Principe Napoleone, in un suo rapporto dato dal Quartiere generale di Goito, sotto il dì 4 luglio 1859, e diretto a S. M. l'Imperatore de'  Francesi affine di ragguagliarlo del proprio operato, sebbene affermi che il 5° corpo d'armata, riunendosi in Toscana, avesse fra le altre la missione di costringere con la presenza della bandiera francese sulle frontiere della Romagna il Governo Austriaco ad osservare strettamente la neutralità degli Stati del Papa, soggiunge nondimeno che la presenza del suo quinto corpo, pronto a sboccare sopra l'esercito Austriaco, aveva impresso sopra di lui un timore abbastanza vivo, perché si affrettasse di abbandonare Ancona, Bologna, e successivamente tutte le posizioni sulla riva destra del Po.

Ed abbencbè il nominato partito fosse confortalo dalle promesse, dagli incoraggiamenti, dai sussidii, e da mille altri mezzi, che gli venivano incessantemente dal Piemonte, nel giorno tuttavia della sua prevalenza si trovò essere così piccolo e debole, che appena poté radunare qualche centinaia d'adepli nella piazza di Bologna, ed a questi medesimi, allorché si venne ad abbassare Io stemma Pontificio, il marchese Pepoli dové far credere che ciò facevasi per sottrarre quello stemma ai possibili insulti, che nessuno in quel momento era disposto ad arrecargli. E come da fuori era stata apparecchiata, così, compiuta che fu la ribellione, da fuori altresì vennero per mantenerla forte tutti i presidii di munizioni, di danari, di uomini, d'armi e di toga, fra quali ultimi si vide sedere, Intendente d'una delle quattro Legazioni, quello stesso Migliorati, di cui si è fatta menzione. Ma le popolazioni non vi presero altra parte che astenersi per cinquantanove sessantesimi dalla votazione, sostenendo ogni sorta di pressure fino a vedersi dinegata la manifestazione de'  propri sentimenti, e ciò con tutti i mezzi di minaccie, prigionie, proscrizioni, onde le fazioni prevalenti sanno servirsi.

Se tali fatti si fossero considerati, non si sarebbe per certo asserito che gli abitanti delle Romagne, senza aver bisogno di particolari incitamenti e quasi senza avvedersene, si trovarono indipendenti. Dai falli stessi poi potrà ognuno facilmente dedurre se a carico del Governo Pontificio, od a carico piuttosto di altri debba cadere la responsabilità della ribellione consumata in quelle Provincie. Sono ben lungi dall'accusare le armi francesi, e mollo meno la Francia, da cui tanto insigni servigi si sono resi alla S. Sede ed alla Chiesa, ma non posso tuttavia non richiamare alla memoria di V. S. quella inevitabile logica de'  falli, in forza della quale codesto stesso Sovrano asserì nella sua ultima lettera di non poter isfuggire una certa solidarietà degli effetti del movimento nazionale provocato in Italia dalla lotta con l'Austria. Ora tra questi effetti non vi fu forse anche la rivolta delle quattro Legazioni?

Ma sia di chi si voglia la colpa o l'occasione dei danni seguiti, dovrà forse imputarsi al S. Padre ed al suo Governo l'essersi sì lungamente protratto quel deplorabile stato di cose, ed il non essersi finora trovata via alcuna di componimento? Così sembra volersi stabilire nel più volte citato dispaccio, ma alla S. V. III. ma e R. ma nel leggerlo saranno spontaneamente corse alla mente tutte quelle considerazioni che ne mostrano evidentissima la insussistenza. E chi più del S. Padre desidera di veder posto un termine ad una scissione che tante calamità e tanti scandali sta fruttando ad un terzo dei suoi sudditi, e che se mantiene in tanta ambascia il Cattolicismo è impossibile che non rechi gravissimo cordoglio al supremo suo Capo? Se dunque ad alcuni dei mezzi proposti si è egli negato, dovrebbe ciò essere indizio bastevole per dinotare, che quei mezzi si oppongono a qualche cosa, la quale deve star bene. al di sopra alle affettuose propensioni del cuore, ed anche ai giudizi più o meno veri del mondo. Ma quali sono i mezzi proposti per far tornare alla sua unità gli Stati della Chiesa, e pel cui rifiuto s;. vuol mettere a carico del S. Padre tutto ciò che di rovinoso in questi otto mesi circa è seguito, e quel peggio che potrebbe seguirne?

Nel dispaccio medesimo si ricordano i vantaggi che la Chiesa ha ottenuto in Francia sotto l'impero attuale, gli attestati di filial devozione che il Sommo Pontefice ha ricevuto dall'Imperatore, l'alacrità generosa, onde le armi francesi ricondussero sul trono lo stesso Pontefice, e i vantaggi altresì, che verranno alla Chiesa dallo lontane spedizioni della Cocincina e della Cina. Il S. Padre sente altamente di cotesto sovrano e di cotesta nobilissima nazione, ed è notevole la dellcata sollecitudine ond'egli sempre ha cercato e cerca le occasioni pili acconcie per professare all'uno e all'altra la propria riconoscenza pei grandi servigi resi, e la fiducia dei maggiori che ne aspetta. Una prova, per tacer le altre, se ne ha dall'Allocuzione concistoriale del 20 giugno dello scorso anno e dalla Nota diplomatica indirizzata, il dì 1! marzo dello stesso anno, agli ambasciatori di Francia ed Austria pei presi concerti in ordine al termine dell'utile assistenza prestatagli dalle truppe francesi ed austriache nel territorio Pontificio. Ma vede ognuno che ciò non ha relazione veruna coi mezzi più adatti a restituirgli, secondo le fatte dichiarazioni, la integrità del Patrimonio della Chiesa. Rispetto a questo supremo scopo, il passato ha molte rimembranze che possono appianare la via a conseguirlo; il presente non ha che negative di aiuti efficaci, difficoltà opposte a chiunque volesse apprestarne, indugii pregiudicievoli, consigli di sommissione a chi anticipatamente si sa non volersi sottomettere, proposte di riforme, che il Santo Padre ha dovuto ponderare innanzi a Dio prima di accoglierle, disegni infine di parziale abdicazione, che a lui non era dato in modo alcuno di ammettere.

E poiché il dispaccio si fonda principalmente su questo partito preso, come esso dice, di rifiutare ogni accomodamento, così è necessario che su questo io m'intrattenga un istante.

Non trattandosi nel presente caso di una popolazione, ma bensì di un partilo, che di quella parola di riforme si vale sempre, e si vale per venire a capo de'  suoi disegni, consideri ella qual triste influenza debba avere il sapersi da quel partito, che esso ha per sè Potenze estere, le quali si fanno sostenitrici de'  suoi richiami, ed appoggio poderoso a volerli soddisfatti. Il meno che da ciò può temersi si ò il vederne alimentate le ambizioni, e cresciute sempe più smisuratamente le pretensioni di riforme, che in sua mano debbono essere strumenti di sempre nuove esigenze sino ad esautorare del tutto il proprio Principe. Di ciò dovette prendere dolorosa esperienza il regnante Sommo Pontefice, al quale pochi Principi potranno uguagliarsi nella larghezza di concedere, e forse nessuno nello sconoscente abuso fatto a danno di lui e delle sue medesime concessioni. Dall'altra parte se fino ad alquanti mesi or sono fu possibile l'illusione di pacificare i diversi Stati d'Italia con riforme e concessioni, una tale illusione è al presente impossibile, dopo che quei partiti han dichiarato altamente, com'essi fecero nella memoria del preteso governo bolognese, e come fece altresì uno dei principali eccitatori dell'agitazione in un suo ultimo scritto, che nessuna riforma può contentarli, se non sia la piena ed assoluta distruzione del potere temporale della Chiesa. Con uomini così disposti, è egli mai possibile venire a componimento per via di riforme?

Ad onta di tutto ciò il S. Padre non fu inaccessibile alla proposta di riforme recate innanzi dal governo di Francia, e vi si pose anzi volonteroso a solo patto, che quelle potessero comporsi con la coscienza propria, e con i veraci vantaggi de suoi sudditi. Il signor Thouvenel non può ignorare le pratiche condotte in Roma tra il governo Pontificio ed il sig. Ambasciatore francese, e dee pur conoscere le cose che sono state stabilite. E che l'imperiale governo ne restasse soddisfatto, chiaramente apparisce sia dalla relativa dichiarazione fattale dal sig. conte Walewski, e risultante dal dispaccio di lei sotto il 43 ottobre dello scorso anno, N° 1367, sia dalle premure espresse dallo stesso governo, alcuni mesi or sono, perché tali riforme fossero immantinente pubblicate e messe in atto. Tuttavolta sono ovvie le ragioni, per le quali il S. Padre si credette obbligato a soprassedere da quel passo fino a che non fossero tornate le provincie ribellate all'ordine legittimo. Il fare diversamente né alla sua dignità sarebbe stato conforme, né avrebbe corrisposto al fine inteso; perciocché da una parte avrebbe ciò dato sembianza di essersi fatte le concessioni per potenti insistenze piuttosto che per propria volontà, e dall'altra si correa rischio di vedere rifiutata superbamente l'offerta. Nell'uno e nell'altro caso l'autorità vi acapitava sempre. Ed è perciò che cotesto medesimo governo, riconoscendo la forza di tali motivi, ebbe, a mezzo del prelodato sig. conte Walewski, a manifestarle nella circostanza suindicata, che avrebbe cessato da ulteriori insistenze in proposito, fino a che nuove imperiose circostanze non avessero consigliato diversamente: il che non si è punto verificato. Ad ogni modo la pubblicazione di quelle riforme non era certamente mezzo valevole per ricondurre all'obbedienza i rivoltosi di Romagna, i quali nel preteso loro Memorouxdum hanno dato a divedere quel che essi richieggono.

Ma se il S. Padre poté consentire che si trattasse di riforme, motivi di ben altra portata, che non sono gl'interessi terreni, non gli permettevano neppure di ascoltare le proposte di una parziale abdicazione. Or niente meno di questo è forza vedere nella lettera data da Desenzano, il 14 luglio dello scorso anno, la cui parte principale recandosi testualmente dal dispaccio, si mostra quasi di voler rinnovare quella proposta, o di voler certo far credere che il non avervi aderito sia l'unica cagione,della rivolta non ancora compressa nella Romagna. Ora ella vede da sé come una amministrazione separata con consiglio formato per elezione, con non altra dipendenza dal Pontefice che l'averne un governatore laico, e pagargli une redevance, equivarrebbe ad una abdicazione assoluta, salvo una certa suzeraineté, la quale nei tempi attuali non può avere effetto veruno. Senza quindi mostrare, come pur si potrebbe, quanto vanamente da siffatta combinazione si aspetterebbe la cessazione di ogni turbamento, la sicurezza del riposo al rimanente dello Stato, il germe di un avvenire di pace e di tranquillità, quando vi sarebbe piuttosto a temere precisamente il contrario, io mi restringerò a farle osservare, come ad una abdicazione qualunque il S. Padre non può consentire, e non lo potrà giammai per le ragioni toccate nell'ultima Enciclica del 19 dello scorso gennaio. Non può, perché questi Stati non sono proprietà sua personale, ma appartengono alla Chiesa, in cui vantaggio furono costituiti; non può, perché con solenni giuramenti ha promesso innanzi a Dio di trasmetterli a'  suoi successori intatti, e quali li ha ricevuti; non può, perché le ragioni di rinunziare alle Romagne, potendosi applicare, od anche creare pel resto de'  suoi Stati, il rinunziare a quelle sarebbe implicitamente rinunziare in certo modo al tutto; non può, perché Padre comune delle sue ventuno Provincie, o deve render comune a tutte il bene che vedesse necessario per le qual tro provincie delle Romagne, o non deve permettere per queste il danno che non vorrebbe imposto a tutte; non può, perché a lui non deve essere indifferente la mina delle anime di un milione de'  suoi sudditi, i quali verrebbero abbandonati alla mercé di un partito, che per prima cosa ne insidierebbe la fede, e ne corromperebbe i costumi; non può, per lo scandalo che ne seguirebbe in detrimento dei Principi italiani spossessati di fatto, anzi di tutti

Principi cristiani e della intera società civile, quando si vedesse coronata di così lieto successo la fellonia di una fazione.

Nè so vedere a quale proposito si ricordino, e Principi ecclesiastici che dalla forza furono spogliati di tutto, e Sommi Pontefici, ai quali col mezzo stesso venne sottratta una parte dei loro Stati. Prescindendo infatti dal riflettere, che coll'enumerare e riunire molti atti ingiusti non può mai farsene sorgere uno giusto, e che ad ogni modo non reggerebbe mai il confronto tra il Capo Supremo della Chiesa ed i Vescovi quivi rammentati, basti avvertire, che in qualsivoglia ipotesi, per mostrare la convenienza di quella combinazione ed il torto di rifiutarla, si sarebbero dovuti recare esempi analoghi di Pontefici, i quali indotti da rispettose persuasioni, e di motuproprio avessero consentito ad abdicare. Ora di questi esempi non so che siasene trovato finora alcuno. poté Pio VI, dopo aver tentato invano di difendersi dalle armi di un nemico potentissimo, cedere ad una violenza insormontabile, e per non vedere invaso il resto de'  suoi dominii dalle armi francesi, rassegnarsi col trattato di pace di Tolentino a lasciare una parte de'  suoi Stati. Ma se ben si consideri la diversità del caso, si vedrà di leggieri che la stessa ragione, la quale indusse quel Pontefice all'assenso, costringe il Pontefice regnante ad un'assoluta negativa. Imperocché dove Pio VI, in circostanze del tutto diverse dalle attuali, si trovava a fronte di una insuperabile violenza e di una forza materiale, il regnante Pontefice si trova a fronte di un principio che si vorrebbe far prevalere. Ora la forza materiale, non essendo che un fatto, è di natura sua limitata a ciò, a cui nell'atto si stende, né ha valore di oltrepassare un tal confine. I principii invece, attesa la loro indole universale, hanno un'inesauribile fecondità, e non ristandosi perciò al punto, a cui s'intende restringerli, ampiamente si stendono al tutto con la loro virtù di applicazione. Laonde Pio VI, cedendo alla forza materiale, poté ragionevolmente sperare di salvare il resto de suoi possessi, mentre il regnante Sommo Pontefice, cedendo a uri preteso principio, abdicherebbe virtualmente tutto il suo Stato, ed autorizzerebbe uno Spoglio contro ogni principio di giustizia e di ragione. Si rileva quindi da ciò che l'esempio addotto nella circolare conduce piuttosto ad una contraria illazione.

Se dunque alla rivolta delle Romagne non si trovò finora rimedio efficace, deve imputarsene la colpa a tutt'altri fuori che al S. Padre, che fu impedito di avere all'uopo qualsivoglia sussidio; che alla proposta di riforme si porse con discendente, volendo solo che si aspettasse il tempo opportuno per attuarle; e che alla proposta di abdicazione parziale non poté altrimenti rispondere che con un rifiuto, senza che valesse a ritrarnelo l'esempio di un Pontefice, il quale cedette alla violenza ed alle dure conseguenze della guerra.

I motivi addotti di sopra per giustificare l'impossibilità in cui trovasi il S. Padre di abdicare anche una parte de'  proprii Stati, chiariscono abbastanza quanto sia mal fondata la meraviglia e la querela che dall'Enciclica sia stata presentata al mondo cattolico, come materia religiosa, una questione che per se stessa non esce dal giro della pura politica, e che dovrebbe perciò discutersi e comporsi tra il governo pontificio ed il francese, senza che altri ne sapesse o vi vedesse nulla. Quando il S. Padre a ciò acconsentisse, pare al sig. Thouvenel che si potrebbero ripigliare le trattative, e benché alquanto tardi, egli vede nondimeno possibile qualche aggiustamento.

Se non che la Costituzione medesima di questi Stati derivante da un sentimento e da uno scopo religioso; il chiamarsi ed essere Stati della Chiesa; il servir essi di guarantigia e di mezzo onde il Vicario di G. C. abbia l'indipendenza necessaria per esercitare l'apostolico suo ministero, il formare essi il patrimonio del Capo della cattolicità che diviene Principe, perché eletto Pontefice, a differenza di altri potentati che si costituiscono capi delle loro Chiese, solamente perché Principi; tutte queste condizioni non avrebbero forse dovuto convincere chicchessia, che la presente questione non può non includere il concetto di questione religiosa, in quanto tocca davvicino i più vitali interessi della Chiesa Cattolica, e di tutti e singoli suoi membri? Se gl'interessi dei cattolici vi sono altamente compromessi, sembra che abbiano essi diritto, ed in parte ancora dovere di entrarvi alquanto più che in una questione meramente politica. E se dal fatto della scissione delle Romagne, e delle scissioni susseguenti, che in quella potrebbero trovare radice, restassero lesi i diritti di tutti i cattolici, in quanto questi, nel presente ordine stabilito dalla Provvidenza, hanno diritto che il loro Maestro supremo, senza essere suddito di alcuno umano potere, goda assoluta indipendenza nell'esercizio del suo ministero apostolico, ben si vede quanta convenienza vi era, anzi quanta necessità che gli aventi diritto fossero avvertili della minacciata lesione, e dei danni che ne sarebbero derivati. Né ciò poteva farsi altrimenti che sotto l'aspetto di religione, nella quale si fonda quel diritto riguardante principalmente la dignità e l'indipendenza delle coscienze cattoliche.

La ragione poi che aveva il S. Padre di rivolgersi al mondo cattolico si faceva tanto maggiore, in quanto che la pubblicità data alla lettera di cotesto Sovrano poteva ingenerare negli animi dei meno accorti qualche dubbio analogo alle insinuazioni che seco trae il dispaccio, del quale è parola, ed anche far credere che il rifiuto alle proposte imperiali fosse la sola cagione della permanenza del disordine e dei maggiori mali che fossero per conseguirne» Dovea egli dunque, con quella calma e dignità che gli è propria, manifestare al mondo cattolico il vero stato delle cose. L'Enciclica poi non fa che assegnare le ragioni, per cui il S. Padre avea dovuto rifiutare alcune proposte. Essa non confondendo punto la questione politica colla religiosa, ma distinguendo bene l'una dall'altra, prende questa a particolare suo tema, ed attesta in un tempo la celeste missione che ha l'augusto Pontefice di ricordare le norme eterne della verità e della giustizia, aia ai Sovrani, sia ai popoli; non chiedendo egli del resto ai fedeli altro sussidio che quello delle loro preghiere. — Che se torna incomodo e spiacevole ai nemici della S. Sede il sentimento, che da un capo all'altro del mondo si è destato in favore della medesima, ed al quale stanno prendendo parte i più ragguardévoli cattolici, anche laici, del nostro tempo, e perfino alcuni etc.odossia, il S. Padre ha ragione di benedirne la Provvidenza, la quale in quella pacifica e devota manifestazione ha forse apparecchiato il migliore presidio che nelle presenti difficili congiunture abbia la giusta causa della Chiesa.

Non voglio chiudere questo dispaccio senza prima farle un'ultima considerazione intorno alla impossibilità» che si dice esistere, per far tornare le Romagne sotto l'autorità legittima senza intervento straniero, o per mantenervele senza nuove occupazioni; cose che si asseriscono impossibili, insormontabili. Ma se è vero, come non può dubitarsene, che la rivolta delle quattro Legazioni fu compiuta, e si mantiene per opera di un partito fatto prepotente dai sussidii grandi che ha di fuori, e dai maggiori che ne spera, io non veggo quale inconveniente vi sarebbe che una ribellione, consumala con illegittimi aiuti stranieri, fosse repressa e spenta da legittimi stranieri sussidii; se pur straniero può dirsi l'aiuto prestato da nazioni cattoliche al comun loro Padre, e per cosa che interessa tutto il mondo cristiano. Del resto quando dalle Romagne fosse bandito tutto quello che vi ha di forestiero, sia di uomini, sia di oro, sia d'influenza e conforti, vi sarebbe motivo di confidarsi che il governo del S. Padre giungerebbe coi mezzi proprii a contenere nell'ordine i pochi elementi rivoltosi che pur vi sono, malgrado gl'incrementi avuti da disordini così gravi e così prolungati in che si trovano.

Il fin qui esposto mi sembra più che bastante per chiarire i dubbi che potevan sorgere dal dispaccio e dalla circolare, di cui si tratta. Aggiungerò unicamente rapporto a ciò che concerne l'ultima parte del dispaccio stesso, che ove ad onta della data assicurazione di mettere in atto le stabilite riforme, appena torneranno all'ordine le Romagne, e, salvi sempre i principii di religione, di giustizia e di ordine, venissero presentate alla Santa Sede altre ammissibili proposte dirette a far cessare l'attuale deplorabile stato di cose in quelle provincie, non vi ha dubbio veruno che il Santo Padre, il quale più di ogni altro brama ardentemente di veder cessata in una parte de'  suoi dominii la rivolta, donde tanti mali son derivati e derivano alla Chiesa ed alla Santa Sede, si presterebbe di buon grado ad occuparsene, ed anche ad accoglierle. Ma quali potranno essere siffatte proposte?

Del rimanente, quanto il Santo Padre è disposto ad ammetter nuove trattative sulle basi ora accennate, altrettanto è fermo (come egli ha già pubblicamente manifestate, ed intende or di ripeterlo) in sostenere coll'aiuto di Dio, del quale è in terra Vicario, i diritti del Patrimonio della Chiesa cattolica, qualunque sian per essere le aggressioni dei suoi avversarti, e qualunque le opposizioni che sventuratamente volessero mai farsi contro di lui nelle attuali luttuose vicende.

L'autorizzo a dar lettura del presente dispaccio a cotesto signor ministro degli affari esteri e di lasciargliene anche copia, qualora egli la desideri.

Con sensi poi della più distinta stima mi confermo, Di V. S. III. e Rev.

Roma, 29 febbraio 1860.

(Firmato) G. Card. Antonelli.

LA CIRCOLARE DEL SIGNOR BILLAULT 

MINISTRO DELL'INTERNO IN FRANCIA

(Pubblicato il 23 febbraio 1860).

Terzo fra i ministri francesi ecco comparire il sig. Billault colla sua rispettiva circolare. Il conte Walewski, che aveva promesso di difendere il Papa non ebbe il coraggio di sostenere che tale difesa si compiva colla spogliazione del Papa medesimo. Cedette il postosi Costantinopolitano sig. Thouvenel, e questi scrisse la sua circolare ai diplomatici francesi all'estero, dove prova con una logica musulmana, che togliendo le Romagne al Papa si difende il dominio. temporale della S. Sede.

II sig. Rouland, ministro dei culti, più coraggioso del conte Walewski, rappresentò le due parti in commedia. Il 4 di maggio 1859 scriveva ai Vescovi di Francia che il Papa sarebbe rispettato in tutti i suoi diritti di sovrano temporale; e il 17 di febbraio 1860 mandò ai Vescovi una seconda circolare per proibire loro di difendere i diritti temporali del Papa sulle Romagne!

Ecco ora la circolare del sig. Billault, ministro degli affari interni, che non ha le paure del conte Walewski, ma il coraggio dell'intrepido sig. Rouland. Il aig. Billault acrive ai prefetti di proibire la diffusione degli opuscoli in favore del Papa, giacché l'Imperatore vuole pace e libertà per la religione!

Non è la prima volta che il ministro dell'interno dell'Impero francese parla della questione romana. Nel novembre del 1859 il sig. Billault dava un avvertimento al Siècle che merita di essere ricordato.

«Il Siècle, diceva il ministro, assalendo il Papato nel suo potere politico e nel domma, di cui e l'augusta personificazione, confonde la nobile causa della indipendenza italiana con quella della rivoluzione».

Capite? Quattro mesi fa il sig. Billault non distingueva in Pio IX il Pontefice dal Re. Chi assaliva il Papato o nel domma, o nel potere politico, sosteneva la causa della rivoluzione. Oggidì la causa della rivoluzione, secondo il sig. Billault, è sostenuta invece da coloro che stanno pel Papato e pel suo potere politico!

Quattro mesi fa, il sig. Billault protestava contro gli assalti mossi dal Siècle al potere politico del Papato, perché erano di tal natura da eccitare le malvagie passioni, da turbare le coscienze e da ingannare l'opinione pubblica sui veri principii della politica francese.

Ed oggidì il sig. Billault si lagna, che le coscienze sieno turbate, mentre gl articoli del Siècle diventano circolari diplomatiche, come se ne pavoneggia giustamente questo giornale? Si lagna, il signor Billault, che i cattolici di Francia si mostrino spaventati oggidì, che i veri principii della politica francese sono conosciuti come identici a quelli del Siècle?

Quattro mesi fa, il sig. Billault protestava: «il rispetto e la protezione de Papato fanno parte del programma, che l'Imperatore vuol far prevalere in Italia».

Oggidì, siccome il Clero francese osserva che questo programma ha subito qualche modificazione, e che il rispetto e la protezione del Papato, frutto della politica francese in Italia, hanno un non so che di curioso e di strano, così il sig. Billault Io sgrida e intima ai Vescovi ed ai preti di credere che la libertà e la pace della religione si sostengono colla spogliazione del Santo Padre!

Quattro mesi fa, il sig. Billault scriveva: «se una lotta dolorosamente deplorabile si è combattuta a Perugia, la risponsabilità ne deve cadere su coloro che hanno obbligato il governo Pontificio a far uso della forza per la sua legittima difesa».

Oggidì, mentre il Grandguillot del Constitutionnel insulta il Papa pei fatti di Perugia, il sig. Billault non vuole che il Clero francese e la Francia cattolica aiutino Pio IX in ciò che riguarda la sua difesa legittima!

Quattro mesi fa, il sig. Billault scriveva: «La indipendenza politica e la sovranità spirituale unite nel Papato lo rendono doppiamente rispettabile.

Oggidì il signor Billault dimentica questo doppio rispetto, e contraddicendo alle sue medesime parole vuol separare in Pio IX il Pontefice dal Be affine di potere liberamente assalire quello in questo.

Quattro mesi fa, il sig. Billault dichiarava che il governo francese avrebbe potuto invocare contro il Siècle la repressione legale perché assaliva il dominio temporale del Papa; ed oggidì minaccia la repressione legale contro il c!ero, contro i cattolici, contro tutti gli onesti cittadini francesi, che pigliano a sostenere gli incontestabili diritti del romano Pontefice!

Pio IX, cou una ispirazione veramente divina, definiva la politica adoperata contro di lui una serie delle più schifóse ipocrisie e delle più ignobili contrai dizioni. I fatti e i documenti provano la verità di questo giudizio.

Per ora la forza impedisce all'indegnazione di scoppiare impetuosa come Vorrebbe l'enormità del caso; ma che dirà la storia quando, con libera penna, possa descrivere questi tempi e questi uomini?

COME FINIRANNO I PERSECUTORI DEI PAPI

«Jamais aucun Souverain n'a mis la main sur ua Pape quelconque et a pu se venter ensuite d'un règne long et heureux» (De Maistre, Lettera al Re di Sardegna, 6 giugno 1810.

Firmiano Lattanzio nel quarto secolo della Chiesa scriveva un Trattato della morte dei persecutori, in cui mostrava la tragica fine dei nemici dell'Altissimo e del suo Cristo. Sarebbe utilissimo un libro dello stesso genere, il quale togliesse ad enumerare i Be che perseguitarono i Papi, e mostrasse come tutti ne fossero terribilmente puniti in questo mondo dalla giustizia di Dio o in loro stessi, o nella loro discendenza.

A noi non basta, né l'animo, né il tempo per sobbarcarci ad un lavoro simile. Stimiamo tuttavia utilissimo di accennare qualche fatto, e sottoporlo alla meditazione de'  nostri lettori. Gli avversarii diranno che sono casi, combinazioni, avvenimenti fortuiti; ma una serie continua di fatti simili dee dar da pensare a chiunque non sia ancor uscito di cervello.

Da Nerone a Giuliano apostata la Chiesa e il romano Pontificato furono perseguitati da diciotto Imperatori, e di questi, quattro furono carnefici di se medesimi, nove furono uccisi da altri, cinque finirono miseramente.

Nerone, che aveva fatto uccidere S. Pietro, si troncò la vita col ferro per pura disperazione. Massimino Erculeo si strozzò con un laccio. Aurelio od Adriano si lasciarono morire di fame.

Alcuni furono uccisi a tradimento da'  suoi come Domiziano, Giulio Massimino, Aureliano, Gallo che avea rilegato in Centocelle Papa Cornelio, Volusiano.

Altri furono uccisi o in guerra da combattenti come Decio, o dopo la guerra da vincitori come Licinio, strozzato per ordine di Costantino, e come Valeriano, ohe dopo di avere servito di sgabello a Sapore, re della Persia, fu da lui spogliato della pelle e salato come un maiale.

Traiano, che aveva cacciato da Roma il Papa Clemente, morì con sospetto gravissimo di veleno. Diocleziano pici che dalla lenta sua febbre fu consumato dalla rabbia di non aver potuto con tanto sangue affogar la fede di Cristo. Severo cadde. estinto di mera malinconia. Galeriue Massimino furono divorati vivi dai vermi.

Giuliano l'apostata fu saettato da mano invisibile con ferita sì dolorosa, che, disperato, lanciava il suo sangue in aria confessando la vittoria del Galileo, che avea scelleratamente combattuto.

Dai primi persecutori pagani passando ai persecutori eretici troviamo l'imperatore Costanzo, il furibondo, fautore degli Ariani, che caccia da Roma il Papa Liberio e lo confina nella Tracia. Ma come finì Costanzo? Divenne giuoco de'  suoi cortigiani, ed avrebbe perduto l'Impero se non avesse lasciato improvvisamente la vita alle falde del monte Tauro, l'anno 361.

11 Papa Giovanni I, costretto dall'ambizione di Teodorico re de'  Goti a recarsi in Costantinopoli, fu dopo il suo ritorno tenuto prigione in Ravenna per non aver voluto secondare le mire del superbo Monarca. Come finì Teodorico? Miseramente ucciso in una battaglia.

Anastasio I imperatore di Costantinopoli insulta ì legati del Papa Simmaco, che lo scomunica. Dopo parecchie sedizioni, lo sciagurato Monarca muore nel l'anno 518 colpito da un fulmine.

I Papi Silverio e Vigilio furono cacciati in esiglio dall'imperatore Giustiniano I. Ma dal puntola cui Giustiniano insorse contro i Papi, divenne il tiranno de'  suoi popoli, tiranneggiato egli stesso da Teodora, donna di partito, che avea preso per moglie.

Il Pontefice S. Martino è perseguitato, esiliato, torturato dall'imperatori Costante II. Ma il persecutore muore barbaramente assassinato nell'anno 668. Andrea figlio del patrizio Troilo, lo segue un giorno ai bagni sotto il pretesto di servirlo. Prende il vaso destinato per versargli l'acqua, e glielo dà si violentemente sulla testa, che lo stende morto.

L'imperatore Giustiniano II dichiarasi nemico personale di Papa Sergio, che non applaude né ai suoi vizi, né ai suoi misfatti. e Giustiniano cade vittima di un'insurrezione popolare, gli mozzano il naso, e nel 695 viene cacciato in esigilo nel Chersoneso.

Tra gli Imperatori Iconoclasti, persecutori dei Papi e della Chiesa cattolica, Teofìlo morì di pura angoscia; Leone Armeno fu fatto in Chiesa a pezzi dai congiurati; Leone IV fu roso da varie piaghe sulla testa; Costantino Copronimo fe' una morte egualmente miseranda, e Niceforo venne ucciso in guerra dai Bulgari.

Il Papa Leone III è perseguitato da quei medesimi che dovevan essere i suoi più fidi amici e coadiutori. Ma Iddio protegge miracolosamente il Pontefice, il quale cacciato da Roma vi ritorna glorioso in mezzo al suo popolo, che gli muove incontro. Carlo Magno condanna a morte i due persecutori di Leone HI, ma questi, vendicandosi dà Papa, implora e ne ottiene la grazia.

Il Papa Giovanni Vili dovette cercare un asilo nelle Gallio per togliersi alle vessazioni di Lamberto duca di Spoteto, che commetteva enormi violenze in Roma. Ma poco appresso Lamberto veniva espulso dal proprio Ducato.

Crescenzio, che sul finire del secolo decimo vuol mettersi in Boma in luogo del Papa, e ne usurpa il dominio temporale, finisce per essere appiccato d'ordine di Ottone III ai merli di Castel Sant'Angelo.

Arnaldo da Brescia, che aveva voluto spogliare il Papa, fu imprigionato, abbruciato, e le sue ceneri gettate nel Tevere, mentre i Romani s'inchinavano davanti al Pontefice Adriano IV.

Cola di Rienzi, reo egli pure d'aver usurpato la sovranità di Roma nel 4364, è espulso dalla città a furia di popolo, un servo di essa Colonna gli pianta uno stile nel cuore, e i Romani ne appendono alla forca l'insanguinato cadavere.

«Aprite la storia, dice Crétinaeu-Joly nella seconda edizione della sua opera: L'Eglise Romaine en face de la revolution, tom. i, pag. 222); scorrete il regno d'un nemico della Chiesa, d'un usurpatore del suo patrimonio, e Bis questi, 0 l'imperatore d'Alemagna, Enrico IV, o l'imperatore Federico II, voi assistete inevitabilmente ad uno di que' deplorabili spettacoli che spaventano l'immaginazione. È il Principe anatemizzato e disprezzato™ di Dio che con una mostruosa serie di misfatti fa in pari tempo una guerra parricida contro i suoi figli ribelli e contro la Sede Romana. Si trovano ad ogni linea morti terribili, congiure senza fine, empie lotte, odii rabbiosi e vendicatoti, che in pieno Cristianesimo fanno pensare ai più sciagurati Atridi. D'attentato in attentato questa grande stirpe degli Hohenstaufen vede la testa di Corredine, suo ultimo rampollo, rotolare sul palco elevato a Napoli, e il dellcta maiorum immeritus lues trova nel suo sangue versato una splendida applicazione».

Ottone I, detto il Grande, cacciò da Roma Giovanni XII da cui poco prima aveva ricevuto l'imperiale diadema, e Ottone morì di apoplessia.

Ottone di Sassonia, nel 4209, essendosi gettato sulle terre della S. Sede contro le leggi più sacre della giustizia, ed anche contro le sue più solenni promesse venne scomunicato dal Papa, E Dio Onnipotente confermò la scomunica, e Ottone ebbe contro di lui la Francia e tutta l'Alemagna, e finì per perdere il proprio trono mentre avea tentato d'usurpare l'altrui. Federico Barbarossa pretendeva la sovranità di Roma e dell'Italia, e fu scomunicato dal Papa Alessandro III. Dio Onnipotente confermò la scomunica, e da quel punto le cose di Federico volsero in peggio, «e così fortemente, dice uno storico, venne percosso dal Giudice Supremo, che fu in ultimo costretto ad umiliarsi, e a spedire ambasciatori al Papa per chiedere l'assoluzione» (Baboxio, an. 1176. Fleubv, Hist. Eccl.: tom. xv, lib. 73).

Enrico V, persecutore del Papa Pasquale li, ha sofferto tutto ciò che può soffrire un uomo ed un Principe. Suo figlio snaturato morì di peste, dopo un regno agitatissimo.

Federico II, che insultava i Papi e ne occupava le città, dopo di essere stato deposto dal 8Uo Impero, finì avvelenato dal suo proprio figlio.

Filippo il Bello, il persecutore del Papa Bonifacio Vili, morì d'una caduta da cavallo nell'età di quarantasette anni.

«Quando la Provvidenza, segue a dire Crétineau-Joly, non punisce che indirettamente il colpevole, come Luigi di Baviera o Filippo IV di Francia, essa infligge loro tali figlie, che regine a Parigi od a Londra, sotto il nome d'Isabelle portano la rovina nello Stato e l'infamia sul trono. Questa maledizione, che si trova attraverso tutte le età, non risparmia né i vittoriosi, né i pentiti. Essi hanno toccato l'unto del Signore!

La storia di Casa Savoia fortunatamente non somministra molti esempi di attentati contro la S. Sede. Ma coloro che citano spesso Vittorio Amedeo II e le sue resistenze al Papa, non dovrebbero dimenticare come finisse miseramente e poco dòpo fosse estinta la sua discendenza!

Luigi XIV non peccava di soverchia soggezione alla S. Sede, e in ultimo provvedendo a casi suoi scrisse la famosa lettera di ritrattazione a Clemente XI, della quale Napoleone I poté bruciare l'originale, ma non le copie. Intanto le offese fatte al Papa da Luigi XIV furono scontate più tardi da Luigi XVI.

Giuseppe 11, che perseguitò Pio VI, fu disgraziato in ogni sua intrapresa, e legò a'  suoi successori nell'impero d'Austria una serie di sciagure che continuano tuttavia.

Napoleone I, che incarcerò per cinque anni Pio VII, dovette abdicare l'Impero in quel medesimo palazzo di Fontainebleau dove aveva dettato la legge al Vicario di Gesù Cristo, e dopo cinque anni di esiglio morì miseramente a Sant'Elena.

Gioachino Murat, che invade il Patrimonio di S. Pietro e vuole rendersi padrone di tutta l'Italia, cade tre mesi dopo fucilato al Pizzo.

Napoleone 11, chiamato da suo padre il Re di Roma, mena una vita infelicissima, e muore in tenera età in quel palazzo di Vienna dove il primo Bona parte aveva segnato il fatale decreto che spogliava il Pontefice.

Luigi Napoleone, fratello di colui che è oggidì Imperatore dei Francesi, ripaga il Papa dell'ospitalità che gli accorda cospirando contra di lui, e muore meschinamente a Forlì.

Così è avvenuto dei passati persecutori, così avverrà di tutti coloro che leveranno le mani sacrileghe contro il S. Padre che ne affliggeranno il cuore, che ne usurperanno i diritti.

ROMA E I PAPI

Pubblicato il 26 febbraio 1860).

Quell'illustre italiano che è Ludovico Antonio Muratori, all'anno 1312 dei suoi Annali d'Italia, considerando Clemente l in Avignone stare fra i ceppi, per cosi dire, del re Roberto e del Re di Francia, osservava che la Sedia di Roma fu destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà dei Papi.

Questa destinazione provvidenziale di Roma risulta principalmente da due capi: l'uno da quella serie portentosa di eventi, per cui i Papi s'impadronirono di Roma, e ne acquistarono il temporale dominio; l'altro da quella moltitudine di attentati che si commisero contro i Papi medesimi per cacciarli da Roma, attentati i quali tutti finirono col trionfo dei Pontefici e colla peggio dei loro nemici.

Avendo noi detto altra volta dei persecutori dei Papi e della loro pessima morte, sarà utile discorrere in quest'articolo dei Papi perseguitati ed espulsi da Roma, e considerare con Giuseppe DeMaistre il vecchio Pontefice che ritorna sempre al Vaticano.

San Pietro, principe degli Apostoli, risiede prima in Antiochia, poi trasferisce la sua Cattedra in Roma, donde lo caccia un editto dello stupido Claudio. Ma Pietro ritorna nella sua città, e ne]piglia possesso col martirio per sè e pei suoi successori.

Papa Clemente è esiliato da Traiano, Cornelio è rilegato in Centocelle da Gallo, Liberio vien confinato nella Tracia da Costanzo, Giovanni è imprigionato a Ravenna da Teodorico; ma la persecuzione passa, e il successore di S. Pietro ritorna al Vaticano.

Giustiniano caccia da Roma i Papi Silverio e Vigilio; il Monotelita Costante manda in Crimea Martino I; Leone III, tradito da'  suoi, dee abbandonare la eterna città; Giovanni Vili è costretto a cercarsi un asilo nelle Gallie per liberarsi dalle vessazioni di un re d'Italia. Ma in fin dei conti la persecuzione passa, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.

Giovanni XII è cacciato dalla propria Sede dall'imperatore Ottone; Benedetto vien confinato in orrido clima; Benedetto Vili deve recarsi in Germania ad implorare soccorso. Il mondo s'agita, Iddio lo guida; cadono gl'Imperio gl'Imperatori, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.

Giovanni XIII, Giovanni XV, Gregorio I sono costretti tutti tre ad abbandonar Roma, sopraffatti dalle interne fazioni; ma le ribellioni passano, i partiti muoiono, il popolo impara, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.

Benedetto IX e Gregorio VI, non di lieta memoria, sono cacciali da Roma. Ne viene espulso Alessandro II e Gregorio VII, che muore in esiglio per avere amato la giustizia e odiato l'iniquità. Pasquale II soffre prigionia nel castello di Tribucco, e Gelasio li è costretto a cercarsi un asilo in Gaeta. Ma Roma è destinata dalla provvidenza di Dio alla libertà dei Papi, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.

Innocenzo II, appena eletto Pontefice, è costretto ad abbandonare l'eterna città. Eugenio III riceve la tiara in Farfa, perché il popolo tumultuante l'ha cacciato da Roma.

Adriano IV soffre le medesime violenze. Ma i flutti popolari si arrestano, e il vecchio Papa ritorna al Vaticano.

Alessandro III, il Papa della Lega Lombarda, è frequenti volte espulso da Roma; e Lucio III, Gregorio IX, Innocenzo IV, Urbano IV, Bonifacio IX, Innocenzo VII, Giovanni XXIII vengono pure costretti ad abbandonare l'eterna città. Ma gli eventi riescono sempre favorevoli ai Pontefici, e in ultimo il vecchio Papa ritorna al Vaticano.

Eugenio IV è cacciato da Roma per interna rivoluzione, Clemente VII per forza esterna; e dopo di loro Pio VI, Pio VII, Pio IX; ma i giorni della prova passano, e il vecchio Papa ritorna al Valicano. Pio IX è in quella Roma, di cui prese possesso S. Pietro.

La storia ci mostra ventiquattro Papi martirizzati, trentotto espulsi da Roma, e una serie di persecuzioni inaudite mosse dai più potenti Imperatori contro il più debole Monarca. E i potenti passarono, ed il debole resta in Vaticano.

Sa questo non è un miracolo, può dirsi il maggior miracolo di tutti un fatto simile operatosi senza miracolo.

Ed oggidì abbiamo un guadagno assai grande sui tempi passati. I nemici del Papa disperano ornai di cacciarlo e spossessarlo di Roma, e non vogliono togliergli che le Romagne.

Ma la sola Roma non basta per la libertà dei Papi, e la Provvidenza che ha accordato loro le Romagne 8aprà bene restituirle al Pontefice, come già tante volte gliele ha restituite.

E un esempio di quest'ammirabile Provvidenza venne appunto accennato dal minÌ8tro francese Thouvenel nelle sue recentissime circolari, quando raccontò le questioni insorte nel Congresso di Vienna sul doversi o no restituire le Legazioni al Papa.

Mentre tali questioni s'agitavano, eccovi Napoleone nel marzo del 184 5 ritornare in Francia e riconquistare l'Impero. Eccovi Gioachino Murat dominante in Napoli incamminarsi verso Roma per toglierla nuovamente a Pio VII. Ma Murat non fa che preparare al Papa la restituzione delle Romagne.

Ai tre di maggio vien battuto a Macerata, il suo esercito disperso, e Murat perde il trono e la vita. Con ciò la questione di Napoli e dei compensi è semplificata; Pio VII al 7 di giugno 1815 rientra tranquillamente in Roma, e il 9 dello stesso mese il Congresso di Vienna dispone che la S. Sede ricuperi le Legazioni di Bologna, Ferrara, Ravenna, le Marche, Benevento e Pontecorvo.

Il 18 giugno la battaglia di Waterloo vinta dai collegati contro Napoleone I assicura l'esecuzione di quest'atto diplomatico, e il Papa riacquista i suoi antichi dominii.

Non andrà molto, e voi vedrete un nuovo tratto della provvidenza di Dio far ragione agli incontestabili diritti del Vicario di Gesù Cristo. Noi raccogliamo gelosamente le spampanate degli empi, i quali gridano: il Papa ha perduto per sempre le Romagne; la rivoluzione è un fatto compiuto. Verrà tempo e noi getteremo in faccia agli insolenti avversarli queste grida invereconde, ed essi che si fanno gli apologisti di Giuliano Apostata, dovranno a loro marcio dispetto ripetere: Galilee vicisti!

IL PAPA RE ED I SOVRANI D'EUROPA

(Pubblicato il 1° marzo 1860).

Che i rivoluzionari nemici dell'ordine, della monarchia e della società si scatenino contro il dominio temporale del Romano Pontefice, è cosa che facilmente ai capisce, e naturalmente si spiega; ma che v'abbiano Re in Europa, i quali tengano bordone ai facinorosi nell'assalire il più antico e legittimo governo, è un fatto che reca, non sappiam ben dire, se più sorpresa o dolore.

Imperocché i Monarchi dovrebbero essere i sostenitori del Papa-Re per due ragioni principali, l'una pel proprio interesse, l'altra per sentimento nobilissimo di riconoscenza, Jacopo Gretsero scrisse già un Commentario sulla munificenza dei Re e de'  Principi cristiani verso la S. Sede; ma resta ancora da scriversi, e sarebbe bene che si scrivesse la storia dei benefizii che il Romano Pontificato ha reso ai Principi secolari.

Lasciamo stare quell'ordine di benefizi che sono l'effetto della dottrina cattolica, la quale vieta le rivoluzioni, condanna le congiure, proscrive le società segrete, e impone a'  popoli di amare i loro Principi, come i figli amano i loro padri. Consideriamo semplicemente i grandi servigi che i Papi come re di Roma hanno reso soventi volte agli sventurati Sovrani dell'Europa.

Tra i primi a sperimentare la carità della Chiesa Romana si fu l'augusta Adelaide, alla quale il Papa assegnava in parte le rendite di Ravenna e di Comacchio per compensarla delle patite disgrazie. Tanto ricavasi da una Bolla di Gregorio l nel 998.

Pari munificenza sperimentò nel secolo undecimo Grisolfo principe di Salerno, il quale schiacciato da Roberto Guiscardo, suo cognato, e spogliato di tutti i suoi averi, recossi a Roma, dove in S. Gregorio VII trovò un generoso protettore che gli assegnò, finché visse, il governo della provincia di Campania.

Nè meno generosi furono i Romani Pontefici con Giovanni di Brenna, re dj Gerusalemme, il quale spogliato delle sue terre da Federico II, fu favorito dal Papa Onorio III, che gli assegnò in governo per sostentamento della sua real persona, totum patrimonium quod habet Romana Ecclesia a Radicofana usqve Romam, come riferisce il Rinaldi (Ann. Eccl., an. 1227).

A chi non è noto l'animo grande di Pio II verso Tomaao Paleologo, principe del Peloponneso? Andando egli spogliato e ramingo, venne accolto in Roma dal Pontefice, che Io albergò nel palazzo di S. Spirito, aasegnandogli da vivere secondo la sua condizione.

Egualmente generoso fu Pio II con Carlotta, regina di Cipro, la quale, esule dal regno paterno, recavasi in Roma, nel 1461, a chiedere soccorso al Papa non solo per sè, ma anche pel marito Ludovico di Savoie, stretto con forte assedio dai Turchi. Pone lacrimas, dicevate Pio, atque confide filia: non te deseremvs; e fu di parola.

E Ferdinando di Napoli, figlio di Alfonso, non dovette il suo regno al Romano Pontefice, che lo sostenne con una guerra dispendiosa, la quale costò alla Sede Romana la cospicua somma di sopra novecentomila fiorini doro?

E Catterina, regina di Bosnia, non godé essa pure la generosità di Papa Paolo 11, quando profuga dai Turchi, dai quali era stata spogliata del regno, la raccolse e nudrì per dodici anni?

Quale debito uon hanno i Principi d'Italia a Papa Sisto IV, che li salvò dal l'invasione ottomana, snidando i Turchi dalla città di Otranto? Sul sepolcro di sì benemerito Pontefice, che esiste nella Basilica Vaticana, stanno scritte tre parole che i popoli e i Principi italiani non dovrebbero dimenticare: Turcis Italia summotis.

Leggansi le Memorie istoriche di Domenico Bernino, intorno a ciò che hanno operato i Sommi Pontefici nelle guerre contro i Turchi; e si vedrà quanto vantaggio recasse all'Europa il Principato civile dei Papi.

Eugenio IV, Clemente VII, Paolo 111, Giulio III, Pio IV, san Pio V, Gregorio XIII, Clemente Vili, Gregorio XV, Innocenzo X, Alessandro VII, Clemente IX e X, Innocenzo XI, Innocenzo Xll, e Clemente XI, somministrarono con larga mano milioni e milioni quando alla Germania, quando all'Ungheria, quando alla Polonia, quando alla repubblica di Venezia, e quando agli altri Principi, per tener lungi dalle loro terre le armi devastatrici dei seguaci di Maometto.

E nel secolo decimono, che pur si dice secolo di civiltà, noi vedemmo una lega della Francia, dell'Inghilterra e della Sardegna per difendere l'integrità dell'Impero ottomano, ed ora veggiamo una simil lega per ismembrare il regno dei Romani Pontefici! E questa è gratitudine e civiltà?

Ma la Casa di Savoia principalmente, e la famiglia dei Bonaparte in sul cominciare di questo secolo, provarono l'amorevolezza dei Romani Pontefici e il vantaggio del loro civile Principato.

Carlo Emanuele IV avea vÌ8to invaso il suo regno, e soffriva le arti scellerate de'  rivoluzionari che volevano spogliarlo. «1 traditori, recitiamo parole di Luigi Cibrario, i traditori accusavano il Re di tradimento, appunto come que' che assaltano alla strada chiaman, birbanti e ladroni i viaggiatori inermi da loro spogliati» (Storia di Torino, vol. i, pag. 495).

Il 4 di giugno 1802 Carlo Emanuele abdicava in favore del fratello Vittorio Emanuele I, e questi, spogliato dai rivoluzionari, sapete dove riparava? In Roma, e vi stabiliva la sua dimora fino al 1804 tra le amorevolezze e le beneficenze del Romano Pontefice.

E quando più tardi Napoleone I pretendeva che Pio VII rompesse guerra alla Sardegna, e cacciasse da'  suoi Stati i nostri concittadini, l'antecessore di Pio IX amava meglio di perdere il trono e la libertà, che mancare di fede al nostro Re e negar protezione ai nostri padri. 0 Piemontesi! e potremo noi dimenticare questi fatti che pure sono d'ieri?

Riguardo alla famiglia Bonaparte tutti sanno che nel 1814, mentre Pio VII ritornava in Roma, nel suo medesimo viaggio ordinava di accogliere coi più benevoli riguardi la signora Letizia, madre del primo Napoleone, che recavasi nell'eterna città per ritrovarvi un asilo.

E allora che una legge proscrisse dalla Francia tutti i Bonaparte, pena la vita, chi accolse la madre dell'attuale Imperatore dei Francesi, suo fratello e l'Imperatore medesimo? Non fu il Papa? Non trovarono tutti in Roma una nuova patria e tutte quelle considerazioni dovute alla loro sventare? E se il Papa non fosse stato Re avrebbero potuto i Bonaparte, dopo il 1815, soggiornare in Italia?

Ma che cosa andiamo noi ricercando nelle istorie i grandi benefizii resi dai Romani Pontefici ai monarchi? Non ne abbiamo sotto gli occhi uno segnalatissimo nell'ultima Enciclica dell'immortale Pio IX, il quale coraggiosamente sposa le parli e de'  Principi esautorati, e di tutti quegli altri de'  quali la rivoluzione sta preparando colle false dottrine, o nelle tenebrose congiure la fatalo caduta?

Oh! a molti imperanti potrebbesi dire oggidì ciò che nel secolo vii Papa S. Martino rispondeva a Demostene di Costantinopoli: Vox, domini mei, ncscitis Ecclesiam Romanam. Voi, o signori, non sapete quello che fate: cospirando contro il Papa, cospirate contro voi stessi, e volendo togliere di mezzo il dominio temporale dei Pontefici cercate di distruggere ciò che può solo apprestarvi soccorso o prepararvi un asilo.

E appunto perciò Pio IX prega soventi volte pei suoi potenti nemici, e dice al Padre celeste come il suo divino Maestro; Pater, ignosce illis, non enim sciunt quid faciunt.

NUOVI DISEGNI DI NAPOLEONE III

(Pubblicato il 6 marzo 1860).

Pubblichiamo più innanzi la nota di Thouvenel al barone di Talleyrand, sotto la data di Parigi 94 febbraio. Essa racchiude nuove proposizioni che fa Bonaparte al nostro governo; cioè: 40 Annettere i Ducati di Parma e Modena alla Sardegna; 2° formare un Vicariato delle Romagne e Vicario il nostro Re; 3° ristabilire il Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale; 4° cedere alla Francia la Savoia e la contea di Nizza. Tutte queste proposte domanderebbero un libro per poterle esaminare come conviene, e noi non abbiamo neppur tanto spazio per iscrivere un articolo. Gli oblatori del Danaro di S. Pietro ci rubano ogni giorno due o tre colonne, ma noi sappiamo lor grado del furto.

Incominciamo a notare che la testa del Bonaparte è feconda in progetti, e ornai ne passa il progettista del Pignotti. Coll'opuscolo Napoléon III et l'Italie fe' il primo progetto, progetto di pace. Poi venne il progetto di guerra, e il famoso proclama dalle Alpi all’Adriatico. Quindi il terzo progetto di Villafranca, e la Confederazione colla presidenza del Papa. Eccoci ora al quarto progetto del Vicario e del Vicariato.

In questo quarto progetto è degno di osservazione come il Bonaparte si eriga a distributore di regni e a padrone assoluto d'Italia. Il Piemonte vuole Modena e Parma? Bene, pigli l'una e l'altra. Ma la Toscana la lasci assolutamente, Quanto alle Romagne si dividalo tra il Papa e il Piemonte. Chi è costui che parla così? Con quale diritto permette? Con quale diritto proibisce? Di chi è l'Italia? Che cosa è divenuta l'Europa? Quale principio domina? Nella nota del sig. Thouvenel noi non veggiamo né la dottrina della legittimità, né quella della sovranità popolare. Il diritto del più forte è l'unico che vi comparisce da capo a fondo.

E poi si vogliono erigere le Romagne in un vicariato. Ma con questo principio si riconoscono nuovamente i diritti del Papa, giacché il nostro Re ne farebbe le veci. Ma perché il diritto si viola mentre si riconosce? Perché s'impone al legittimo padrone e ii Vicariato e la scelta del Vicario? 11 Bonaparte può nominare un Vicario in qualche parte del suo impero; ma non in Romagna. Che ci ha egli da vedere?

Finalmente, quando si vuol togliere al nostro Re la Savoia, col pretesto che è francese, si viene a negare l'italianità della nostra dinastia. Tutti sanno gli sforzi dei nostri storici, e massime del cav. Cibrario, per dimostrare che Casa Savoia è italiana. Ma tutto l'edilìzio va in fumo se ora le si toglie la Savoia perché francese.

Il Bonaparte, d'origine córsa, cederebbe egli la Corsica che parla italiano, che appartiene geograficamente e storicamente all'Italia? E con quale fritto pretende egli la Savoia, che sebbene parli francese, non appartenne mai alla Francia?

In ultimo non è da pretermettersi la parte minacciosa, e diremo pure insultante della Nota del Thouvenel. Se non facciamo a versi dell'Imperatore, egli ci abbandonerà; e il pietoso Thouvenel dice: mi sarebbe doloroso d'insistere sull'ipotesi del governo sardo abbandonato sulle sole sue forze. Capite il sarcasmo di queste parole? Oh ci fanno pagar caro l'aiuto prestatoci!

NOTA DEL MINISTRO THOUVENEL

Parigi, 24 febbraio 1860.

Signor Barone di Talleyrand ministro di S. M. l'Imperatore. Torino.

Signor Barone, ho l'onore d'inviarvi qui unita copia del dispaccio che ho indirizzato all'ambasciatore dell'Imperatore a Londra, e nel quale facendogli conoscere l'opinione del governo di S. M. intorno alla risposta del gabinetto di Vienna alle nostre ultime aperture, io gli spiego la miglior via da seguirsi, secondo me, onde evitare ogni risponsabilità, senza togliere ad alcuno la legittima libertà di azione, come anche per uscire da una situazione che bentosto diventerebbe tanto pericolosa quanto già è intricata se si lasciasse in balìa di se medesima, ed esposta ai capricci degli eventi. È giunto per tutti il momento di spiegarsi con tutta franchezza: oggi quindi voglio esporvi senza reticenza veruna le idee del governo dell'Imperatore, acciocché il gabinetto di Torino possa da se medesimo giudicare fino a qual punto gli convenga uniformarvisi colla propria condotta in presenza di cotanto gravi e, direi anzi, solenni circostanze.

Da una parte fare in modo che i risultati della guerra non sieno compromessi nella stessa Italia, ottenere dall'altra che dessi, in un avvenire più o meno prossimo, sieno consacrati dall'adesione officiale dell'Europa, ossia in altri termini, evitare delle complicazioni che getterebbero la Penisola nell'anarchia e fondare uno stato di cose duraturo, mettendolo pili presto che sia possibile sotto la salvaguardia del diritto internazionale, ecco il doppio scopo che mai cessammo di far oggetto dei nostri desideri i, e che desidereremmo raggiungere col concorso della Sardegna.

Il gabinetto di Torino può con noi associarsi per compiere tale assunto, ed il suo successo sarebbe verosimilmente assicurato; egli è libero del pari di battere un'altra via; ma gl'interessi generali della Francia non permetterebbero al governo dell'Imperatore di seguirlo, e la lealtà c'impone di dichiararlo. Egli è di questi due sistemi fra i quali dovrà cadere la scelta del governo di S. M. Sarda, che io devo paratamente intrattenervi.

Io sono convinto, signor Barone, che se il gabinetto di Torino si mostra deciso a considerare e far considerare da tutti l'organizzazione che una parte dell'Italia è chiamata a darsi, siccome costituente l'origine d'un periodo storico senza limiti prestabiliti alla sua durata in condizioni d'ordine e di pace, la natura medesima delle cose farà superare molli ostacoli. Affinché tale organizzazione rivesta un tal carattere agli occhi di tutti, gli è necessario che non contenga in germe gli elementi di un eventuale e probabile disordine, sia nel seno di se medesima, sia nelle sue relazioni esterne.

10governo dell'Imperatore è dal canto suo profondamente convinto, che una stessa ed unica causa produrrebbe l'uno e l'altro di questi effetti, e che infallibilmente si farebbero sentire nel giorno in cui il gabinetto di Torino intraprenderebbe un'opera sproporzionata ai suoi mezzi regolari d'influenza e d'azione: che la Sardegna, specialmente per troppo territorio e pel lavoro d'assimilazione, al quale dovrà accingersi, incontrerà degli ostacoli che essa certamente non deve dissimularsi.

Essa troverassi in realtà meno potente e soprattutto meno capace di padroneggiarsi nelle sue risoluzioni: essa si lascierà trascinare, non sarà più dessa che darà la direzione; e l'impulso che fece la forza ed il successo del Piemonte in questi ultimi anni, non avrà più a Torino il suo punto di partenza. Non è in questo momento, signor Barone, in cui i destini della Penisola sono alla vigilia di decidersi irrevocabilmente che, il governo dell'Imperatore esiterebbe ad esprimersi con una libertà, che d'altronde porge fede del suo vivo interesse per una Corte amica ed alleata. Diciamolo adunque francamente, che il sentimento, il quale fe' sorgere in certe parti d'Italia l'idea dell'annessione, e che ne fece esprimere il desiderio, è piuttosto una manifestazione contro una grande Potenza anzi che un'attrazione ben ponderata verso la Sardegna. Se tale sentimento non fosse frenato da principio, non tarderebbe a cambiarsi in pretensioni che la saggezza consiglierebbe al gabinetto di Torino di combattere. Potrebbe egli farlo a lungo senza essere violentemente accusato di rinnegare e di tradire la causa, per la quale soltanto egli fu ampliato ed armalo? Nessuno il sa, ma verosimilmente egli sarebbe esposto a due eventualità egualmente deplorabili: la guerra, o la rivoluzione.

Considerando ogni cosa, sig. Barone, col fermo intendimento di cercare fra tutte le soluzioni quella che meglio si concilia colle attuali incalzanti necessità e colle convenienze di un più calmo avvenire, si riesce a scorgere ch'egli è ormai tempo di scegliere una combinazione che si possa sottoporre all'approvazione dell'Europa con qualche probabilità di fargliela accettare, e che conserverebbe alla Sardegna l'intero esercizio della normale influenza, cui essa ha diritto di pretendere nella penisola.

Tale combinazione, giusta l'opinione maturatamente ponderata del governo dell'Imperatore, sarebbe la seguente:

1. Annessione completa dei ducati di Parma e Modena alla Sardegna;

2. Amministrazione temporale delle Legazioni, della Romagna, di Ferrara e di Bologna sotto la forma di un vicariato esercitato da S. M. Sarda in nome della S. Sede;

3. Ristabilimento del Granducato di Toscana nella sua autonomia politica e territoriale.

In quest'aggiustamento, l'assimilazione, limitata alla Lombardia e ai Ducati di Parma e di Modena, non sarebbe più. un'impresa, alla quale la Sardegna sarebbe obbligata di consacrare esclusivamente tutte le proprie forze. Il gabinetto di Torino conserverebbe la sua libertà d'azione e potrebbe occuparsi anche a consolidare dal canto suo la tranquillità in Italia, mentre organizzerebbe in un regno compatto i territorii aggiunti alle possessioni ereditarie di re Vittorio Emanuele.

Il vicariato soddisferebbe lo spirito municipale, che è una tradizione secolare nelle Romagne, e l'influenza naturale che deve ambire di esercitare la Potenza diventata dominatrice della più gran parte del bacino del Po.

Questo genere di transazione avrebbe anche il vantaggio di guarentire alla Sardegna la posizione che le è necessaria al punto di vista politico; di soddisfare le Legazioni al punto di vista amministrativo; e al punto di vista cattolico constituirebbe un temperamento, il quale, speriamo, finirebbe per acquetare gli scrupoli e le coscienze.

Cotesto risultato non potrebbe essere indifferente alla Francia, poiché essa non potrebbe riconoscere in principio uno smembramento radicale e senza compenso degli Stati della S. Sede. E indifferente non potrebbe esserlo neanco alla Sardegna. Noi non lascieremmo nulla d'intentato, affinché le altre Potenze, edotte dell'impossibilità di restaurar completamente l'antico ordine delle cose e di non tener conto delle presenti necessità, si sforzassero, noi insieme, di far comprendere al Papa che tale combinazione, francamente accettata, salverebbe tutti i diritti essenziali della S. Sede.

Ciò che ho detto, signor Barone, intorno alla necessità di prevenirci pericoli, ai quali si troverebbe esposta la Sardegna, se essa aspirasse ad un maggior ingrandimento, si applica più specialmente alla Toscana. L'idea dell'annessione del Granducato, ossia l'assorbimento di un altro Stato di un paese dotato di una sì bella e nobile istoria, e finora cotanto affezionato alle sue tradizioni, non può sicuramente essere da altro prodotta, se non da un'aspirazione, il cui pericolo non può essere sconosciuto dal governo dell'Imperatore, e che egli è ben lontano dal crederla comune alla massa delle popolazioni. Tale aspirazione, non bisogna illudersi, qualunque sieno ora, io non ne dubito, le intenzioni rette del governo sardo, nasconde dalla parte di coloro che essa affascina, un pensiero recondito di guerra all'Austria per la conquista della Venezia, e un secreto intento, se non di rivoluzione, almeno di minaccia per la tranquillità degli Stati della Santa Sede e del Regno delle Due Sicilie. A questo riguardo, sì in 'Italia che fuori, nessuno può farsene un'altra idea, e tali questioni, invece di sparire non farebbero che riprendere vigore con nuova violenza.

Il governo dell'Imperatore, senza nascondersi le difficoltà che rimarrebbero a risolvere, onde procurare il trionfo della soluzione, alla quale, se il gabinetto di Torino vi aderisse, egli consacrerebbe tutti i suoi energici e perseveranti sforzi, pure nutre fiducia, che cotali difficoltà non sarebbero invincibili. Certo d'altronde di agire sopra una base di tal natura da soddisfare completamente la Francia e la Sardegna, da pacificare l'Italia per un lungo periodo di tempo, e finalmente da non contrariare in modo troppo assoluto nessuno di quegli interessi, che l'Europa ha il diritto e il dovere di porre sotto la sua guarentigia, il governo di S. M. l'Imperatore, non solamente non esiterebbe ad obbligarsi dinanzi ad una Conferenza o ad un Congresso di assumere la difesa di questa combinazione, ma la proclamerebbe 8Ìccome tale da non poter essere, secondo lui, violata da un intervento straniero. In questa ipotesi adunque la Sardegna sarebbe certa di averci con sè e dietro di se. Voi siete autorizzato a dichiararlo formalmente al signor conte di Cavour. Avrò io ora bisogno, signor Barone, di entrare in lunghi particolari per dirvi qual sarebbe la nostra attitudine, se il gabinetto di Torino, libero nella sua azione, preferisse correre tutti quei rischi che ho accennati, scongiurando a volerli evitare?

L'ipotesi, nella quale il governo sardo non avrebbe che a far conto sulle proprie sue forze, si manifesta, direi così, da se stessa, e mi sarebbe increscevole di dovermi maggiormente su di essa intrattenere.

lo mi limito adunque a dirvi, dietro ordine dell'Imperatore, che noi non potremmo ad alcun costo consentire ad assumere la responsabilità d'una tal posizione. Qualunque siano le sue simpatie per l'Italia, e specialmente per la Sardegna, che ha mescolato il suo col nostro sangue, S. M. non esiterebbe a dimostrare la sua ferma ed irrevocabile risoluzione di prendere per guida della propria condotta gl'interessi della Francia. Come ho già detto al signor conte di Persigny, dissipare pericolose illusioni non è voler frenare abusivamente l'uso che la Sardegna e l'Italia possono voler fare della libertà che noi ci onoreremo sempre di averle aiutate a conquistare, e che sodo definitivamente constatate dalle ultime dichiarazioni che il governo dell'Imperatore ha ottenute dalla Corte di Vienna. Ciò è semplicemente, Io ripeto, rivendicare l'indipendenza della nostra politica, per non esporla a complicazioni che non ci assumeremo di sciogliere se i nostri consigli saran 3tali impotenti a prevenirle.

Io non porrò fine a questo dispaccio senza dirvi qualche parola intorno alla Savoia e alla contea di Nizza. Il governo dell'Imperatore sentì rincrescimento per la questione prematura ed inopportuna, sollevata a questo riguardo dai giornali: ma egli non crede dovervi però meno prestar fede come all'espressione di un'opinione che s'afforza ogni giorno, a cui bisogna dare qualche peso. Tradizioni storiche, che è inutile di rammentare, hanno dato credito all'idea, che la formazione di uno Stato potente appiè delle Alpi sarebbe sfavorevole ai nostri interessi; e benché nella combinazione esposta in questo dispaccio l'annessione di tutti gli Stati dell'Italia centrale non sia completa, egli è certo però che al punto di vista delle relazioni estere essa equivarrebbe in realtà ad un analogo risultato.

Le stesse previsioni, per lontane che esse sieno, esigono certamente le medesime

 garanzie ed il possesso della Savoia e della contea di Nizza, salvi gl'interessi della Svizzera, che desideriamo di prendere in considerazione, si presenta anche a noi in questa ipotesi come una necessità geografica per la sicurezza delle nostre frontiere.

Voi dovrete adunque richiamar su questo punto l'attenzione del signor conte di Cavour, ma gli dichiarerete contemporaneamente che noi non vogliamo costringere la volontà della popolazione, e che inoltre il governo dell'Imperatore non mancherebbe, allorché il momento fosse venuto, di consultare anzitutto le grandi Potenze dell'Europa, onde prevenire una falsa interpretazione delle ragioni che guiderebbero la sua condotta.

Vogliate leggere questo dispaccio al signor conte di Cavour, e rimettergliene una copia.

Ricevete, ecc.

Sott. Thouvenel.

DISCUSSIONI DIPLOMATICHE SULLE COSE ITALIANE

(Pubblicato l'8 marzo 1860).

Abbiamo sotto gli occhi quattro documenti diplomatici della maggiore importanza, e sono: 1° La nota del ministro francese Thouvenel al barone di Talleyrand, ministro di Napoleone III a Torino (24 febbraio 1860); 2° La Nota del conte di Cavour al cav. Nigra, incaricato d'affari della Sardegna presso il gabinetto delle Tuilerie (29 febbraio 1860); 3° La Nota del conte di Rechberg al principe di Metternich, ambasciatore austriaco a Parigi dove espone la natura della pace di Villafranca, e del trattato di Zurigo (17 febbraio 1860); 4° Un'altra Nota dello stesso conte di Rechberg, che risponde a varii appunti del detto ministro Thouvenel (stessa data).

Se noi pubblicassimo questi quattro documenti, il nostro foglio non potrebbe contenere una linea di più, e forse i nostri lettori resterebbero annoiati da tutto quelle formole diplomatiche. Epperò stimiamo miglior consiglio toglierne le parti più importanti, e radunarle in un articolo che dia un'idea completa delle recenti discussioni diplomatiche sulle cose italiane.

La Nota del Thouvenel, 24 febbraio, venne pubblicata per intero da noi. Essa proponeva al governo sardo: 1° L'annessione definitiva di Modena, Parma e Piacenza; 2° Un vicariato della Sardegna nelle Legazioni; 3° Un regno separato nella Toscana, e minacciava al Piemonte l'abbandono della Francia se non avesse accettalo queste proposizioni. Il conte di Cavour il 29 di febbraio rispondeva che avrebbe trasmesso le proposte ai governi dell'Italia centrale, e indicava ciò che que' governi avrebbero fatto.

«Non è punto probabile, diceva il Conte di Cavour, che quei governi, usciti dal suffragio popolare, assumano sopra di loro la responsabilità d'una risoluzione così grave, che decide della sorte di quelle popolazioni.  Essi si crederanno naturalmente in dovere, come furono impegnati a farlo dalla quarta proposta inglese, di constatare la nazione in modo da ottenere una manifestazione de'  suoi voti più che è possibile completa e solenne.

A questo fine essi adotteranno forse il mezzo del suffragio universale diretto, come quello il cui risultato può essere meno d'ogni altro contestato».

Il Conte di Cavour esaminava in modo particolare la proposta d'un vicariato nelle Romagne, ed eccone le parole:

«Egli è evidente, che il Santo Padre non potrebbe accettare questa combinazione, quantunque inspirata dal desiderio di salvare i suoi diritti e di non diminuire l'alta posizione ch'egli occupa in Italia. Infatti ciò che ha impedito finora a Sua Santità di acconsentire, non dirò a misure che dovessero necessariamente restringere la sua sovrana autorità, ma persino alle riforme consigliate da tutta l'Europa, si fu il timore d'incorrere nella responsabilità di atti, i quali, essendo pure conformi ai principii vigenti nella maggior parte dei paesi civili, potrebbero condurre ad alcune conseguenze contrarie ai precetti della morale religiosa, di cui il Sovrano Pontefice si considera, a giusto titolo, come il supremo custode. Un fatto recentissimo viene in appoggio di quest'asserzione. Allorché la Francia, desiderando porre un termine alla occupazione di Roma, invitava la Santa Sede a formare, sull'esempio delle altre Potenze europee, un'armata nazionale, le fu risposto che il Santo Padre non potrebbe ammettere il reclutamento, perocché ripugnerebbe alla sua coscienza di assoggettare ad un celibato anche temporario un gran numero de'  suoi sudditi.

«L'istituzione d'un vicariato non trionferebbe di questi scrupoli. Il Santo Padre, riguardandosi come indirettamente responsabile degli atti del suo vicario non vorrebbe certo lasciargli la libertà d'azione necessaria a far sì che la combinazione proposta avesse un utile risultato».

Il conte di Cavour, che è egli pure un gran progettista, non si volle lasciar vincere in progetti dal ministro Thouvenel, e fe', riguardo alle Romagne, la seguente proposta, che a suo tempo esamineremo se l'incalzarsi degli avvenimenti cel consentirà:

«Io credo, dice il conte di Cavour, che, proponendosi la Francia di assicurare al Santo Padre alcuni vantaggi e di conservargli l'alta sovranità politica, si raggiungerebbe tale scopo con minore difficoltà ove si facesse l'annessione, sotto la espressa riserva, da parte del Re di Sardegna, di negoziare colla Santa Sede e di ottenere il suo consenso al nuovo ordine di cose, mediante alcune obbligazioni che Sua Maestà si assumerebbe verso di essa. Queste obbligazioni consisterebbero nel riconoscimento dell'alta sovranità del Papa, nell'impegno di concorrere anche colle armi al mantenimento della sua indipendenza, e di contribuire in determinata misura alle spese della Corte di Roma».

Finalmente il conte di Cavour terminava la sua Nota colla seguente dichiarazione.

«Qualunque sieno le risposte che gli Stati dell'Italia centrale emetteranno, il governo del Re ha in anticipazione dichiarato di accettarle senza riserva. Se la Toscana si pronuncia per la conservazione della sua autonomia, mediante la formazione d'uno Stato separato, la Sardegna non solo non si opporrà alla effettuazione di questi voti, ma contribuirà francamente a vincere gli ostacoli che questa soluzione potesse incontrare e a prevenire gl'inconvenienti che potrebbero derivarne.

«Essa agirà nello stesso modo per la Romagna e pei Ducati di Parma e di Modena.

«Ma se al contrario quelle provincie manifestano di nuovo, in modo solenne, la ferma loro volontà d'essere unite al Piemonte noi non potremmo opporvici più a lungo.

«Quand'anche lo volessimo, non lo potremmo.

«Nello stato attuale dell'opinione pubblica, un ministero che si rifiutasse ad una tale domanda di annessione, sancita da un secondo voto popolare da parte della Toscana, non solo non troverebbe più alcun appoggio nel Parlamento, ma sarebbe ben presto rovesciato da un voto unanime di disapprovazione.

 Accettando in anticipazione l'eventualità dell'annessione, il governo del Re prende sopra di sè una immensa responsabilità. Le formali dichiarazioni contenute nel dispaccio del signor Thouvenel al barone di Talleyrand rendono naturalmente più gravi i pericoli che questa misura può portare in seguito. Se non retrocede dinanzi ad essi, è perché si convinse che, rigettando la domanda di annessione della Toscana, non solo il gabinetto, ma lo stesso re Vittorio Emanuele perderebbe qualunque prestigio, qualunque autorità morale in Italia, ed essi si traverebbero ridotti a non aver altro mezzo di governare che la forza. Anziché compromettere in questo modo la grand'opera di rigenerazione, per la quale la Francia fece tanti generosi sagrificii, l'onore e lo stesso interesse ben inteso del nostro paese consigliano il Re ed il suo governo ad esporsi agli eventi più pericolosi».

Che cosa farà la Francia? Aderirà all'esperimento del così detto suffragio universale? Manderà ad effetto le sue minaccie, e abbandonerà la Sardegna? 1 fatti risponderanno. Si dice intanto che Napoleone III abbia mandato ordine al maresciallo Vaillant di ritirare le truppe francesi dalla Lombardia 1?!?

Passiamo alle due Note del conte di Rechberg, ministro degli affari esteri nell'Impero austriaco. Egli espone ne' seguenti termini l'indole degli accordi di Villafranca:

«Al tempo della soscrizione de'  preliminari di Villafranca, l'imperatore Napoleone — ce lo conferma il sig. di Thouvenel — nutriva speranza che il nuovo organamento dell'Italia potesse farsi di pari passo colla ristaurazione delle legittime autorità. Questa speranza, che nell'animo di Francesco Giuseppe giunse ad essere una convinzione, animava i due Sovrani, quando sì porsero la mano, per metter un termine allo spargimento di sangue. L'Imperatore, nostro augusto Sovrano, acconsentì ad un doloroso sacrificio, ma solamente sotto la condizione che nell'Italia centrale venissero ristaurate le legittime autorità. Nell'interesse del ristabilimento della pace, e nella speranza che questa potesse venire maggiormente consolidata e fatta ricca di salutari risultamene, mediante un sincero accordo col suo rivale della vigilia, egli si decise a rinunciare a diritti ed a titoli dei quali poteva disporre, ma si rifiutò con fermezza ad approvare combinazioni, le quali avessero avuto a pregiudicare ai diritti di terzi e segnatamente a quelli di quei Principi che si erano confidati nell'alleanza coll'Austria. Porre un argine al sempre più incalzante progresso della rivoluzione mediante la ristaurazione dei Sovrani spodestati, ed appoggiare nello 8tesso tempo gli sforzi dell'Imperatore dei Francesi, il quale credeva poter dare soddisfazione alla aspirazioni del sentimento nazionale, mediante l'intima unione dei governi della penisola con un vincolo federativo — questo era il doppio scopo che dominava tanto gli atti di Villafranca e di Zurigo, quanto le conversazioni diplomatiche che ebbero luogo in Biarritz tra i rappresentanti dei due gabinetti, specialmente nell'intento di dare un indirizzo uniforme alla attuazione della parte politica de'  preliminari di pace.

«L'Imperatore non ha mutato il suo concetto rispetto alla situazione dell'Italia. S. M. crede ancora in oggi, come credeva a Villafranca, che sarebbe una pericolosa illusione quella di supporre che sia possibile fondare un durevole e regolare ordine di cose nella flagrante violazione di diritti consacrati dai secoli e dai trattati europei.

 La Francia, dice il sig. di Thouvenel, è convinta quanto chicchessia della santità delle assunte obbligazioni. Noi dividiamo questa convinzione, ed è perciò che noi saremmo profondamente addolorati, quando fossimo obbligati a vedere che un primo trattato conchiu80 da così poco tempo colla Francia dovesse restare inosservato riguardo alle stipulazioni di preponderante importanza. È chiaro che non avendo luogo la ristaurazione, resta in egual modo lettera morta quanto si convenne rispetto alla Confederazione. Quali ne saranno le conseguenze?»

In una seconda Nota il conte di Rechberg risponde ai principali appunti del ministro Thouvenel.

1° Appunto il contegno passivo dei Principi spodestati dell'Italia centrale dopo la pace di Villafranca. Il conte di Rechberg risponde:

«Ci sia permesso di chiedere in qual modo i Sovrani spodestati avrebbero potuto contenersi a fronte della situazione che veniva loro fatta. Non è necessario ricordare ora nuovamente le cagioni che produssero la sollevazione dell'Italia centrale. Questi fatti appartengono in questo momento al dominio della storia. Si fu la Sardegna che, dopo aver preparato da lunga mano il movimento, se ne impadronì per farla servire ai suoi fini. Furono agenti della Sardegna quelli che riorganizzarono l'amministrazione mercé l'espulsione di tutti gli elementi sospetti di attaccamento all'antico ordine di cose; furono ufficiali sardi quelli che ordinarono l'esercito della Lega. Anche in questo momento il ministro della guerra di S. M. sarda è nello stesso tempo comandante supremo dell'esercito della lega, e parecchi generali sardi dirigono i preparativi militari che si fanno in Bologna. I paesi insorti stanno sotto il governo di una dittatura militare; qualunque manifestazione a favore de'  legittimi Sovrani è punita come un delitto d'alto tradimento. Cinque sesti della popolazione 8ono esclusi dalle operazioni elettorali, e quelli che furono in grado di esercitare i diritti elettorali, hanno votato sotto l'impressione del terrorismo, messo in opera dal partito dominante. Come avrebbero i Sovrani spodestati, a fronte di un sì violento stato di cose, potuto far udire la loro voce?

«L'accoglienza che i capi del movimento avrebbero infallibilmente preparata ai loro meglio elaborati manifesti, non sarebbe stata per la loro dignità un'ingiuria incancellabile, e non avrebbe compromesso senza utilità il loro avvenire?»

2° Appunto. L'esitanza del Sovrano degli Stati della Chiesa nell'attuazione delle riforme. Il conte di Rechberg risponde:

«Quali anche potessero essere state le riforme che il Sovrano degli Stati della Chiesa fosse risoluto d'introdurre ne' suoi domini, sarebbe egli stato conveniente di annunciarle in un momento in cui un'assemblea faziosa pronunciava in Bologna la di lui decadenza?»

3° Appunto. Il silenzio mantenuto dall'Austria riguardo all'amministrazione della Venezia. Il conte di Rechberg risponde:

«In quanto si riferisce alla Venezia, sussistono ancora le generose intenzioni che l'Imperatore, nostro augusto Sovrano, espose a questo riguardo a Villa franca, però dietro riserva della propria indipendenza ed autonomia in confronto di ogni e qualunque influenza straniera. Se quelle intenzioni non vennero ancora tradotte in atto, di chi è la colpa? Non è egli noto a tutti che la pace di Villa franca fu per il partito rivoluzionario il segnale di raddoppiare un'attività, della quale la Venezia fu oggetto e vittima ad un tempo? Non hanno i comitati costituiti a questo fine sotto l'egida della Sardegna, fatto sforzi incredibili per indurre le provincie venete alla ribellione? Noi ci appelliamo, a questo proposito, alla testimonianza del prode e leale esercito francese, sotto gli occhi del quale si svolsero quelle trame, e che, ne siamo convinti, divise con noi il sentimento d'indignazione prodotto da questa guerra sotterranea, che si continuava all'ombra della pace appena conchiusa.

«Gli emissari del disordine percorsero la Venezia in tutte le direzioni, accendendo dappertutto la fiaccola della discordia; e ciò è loro tanto bene riuscito che il governo nostro ha sentito l'imperioso dovere di guarentire ai pacifici cittadini, mediante vigorose misure contro gli irreconciliabili nemici della pubblica tranquillità, quell'efficace protezione, alla quale essi hanno un sacro diritto. Sarebbe stato bene ispirato il governo imperiale, ove avesse scelto un tale momento per mettere in atto quelle intenzioni, alle quali si riferisce il signor di Thouvenel?»

4° Appunto. Le missioni affidate al conte Reiset ed al principe Poniatowski nel l'Italia centrale, le quali andarono fallite amendue. Il conte di Rechberg risponde:

«Ma non si potrebbe forse, senza timore d'ingannarsi, attribuire anche in gran parte questo cattivo successo alle assicurazioni, che altri organi del governo francese dettero dopo la pace di Villafranca, e dalle quali il partito dominante attinse la convinzione, che l'uso della forza era escluso dalla serie de'  mezzi da adoperarsi per ottenere la ristaurazione? Pienamente tranquillati da tale promessa, i governanti avevano evidentemente un interesse di rimaner sordi alle insinuazioni, che loro venivano fatte nel senso della ristaurazione, e di servirsi senza ritegno di tutti i mezzi che stanno in ogni tempo a disposizione di un governo di fatto per impedire la manifestazione della vera opinione della maggioranza».

5° Appunto. Un intervento armato nell'Italia centrale è impossibile per parte della Francia e dell'Austria. Il conte di Rechberg risponde:

«È per noi cosa importante di far qui una distinzione tra la questione di principii e quella di opportunità. Motivi politici di differente natura, dei quali per nostro conto faremo calcolo, consigliano ad ambedue le Potenze di astenersi dallo intervento armato nell'Italia centrale. Dall'altro canto ci preme di constatare che l'applicazione del principio proclamato dalla Francia è soggetto a molte eccezioni che dipendono dalla natura dei casi.

«È certo che la Sardegna esercitò un intervento attivo a favore della sollevazione dell'Italia centrale, senza il quale quella sollevazione non avrebbe potuto consolidarsi.

«Il governo francese, quantunque esso riconosca nel principio del non intervento una massima internazionale di grande autorità, confessa peraltro egli stesso, che questa regola non è senza eccezione, e che dal canto suo esso è intervenuto in Italia, cedendo a circostanze imperiose, e perché i suoi interessi gli imponevano come una necessità quell'intervento».

6° Appunto. Se non si aggiustano presto le cose d'Italia, la demagogia strariperà. Il conte di Rechberg risponde:

«Noi non neghiamo che la prolungazione dello stato d'incertezza, che pesa sull'Italia centrale, non possa aver per risultato finale lo straripamento delle idee demagogiche, come mostra di temere il signor di Thouvenel. Ma noi non possiamo per questo liberarci dal timore che una soluzione, la quale consacrasse il trionfo di que' principii che il partito demagogico è avvezzo a proclamare, ben lungi dallo scongiurare quei pericoli, non sia propria all'opposto a renderli maggiori».

E qui termina il sunto delle quattro Note da noi enumerate sul principio. Giudichi il lettore.

PROCESSO CRONOLOGICO DELLA RIVOLUZIONE NEGLI STATI PONTIFICII

(Pubblicato il 15 marzo 1860).

L'Opinione trova che il card. Antonelli ha detto poco nella sua Nota, e non ha detto nulla di nuovo. Gli argomenti che l'Eminentissimo adduce non sembrano all’Opinione di verun peso, e i fatti arrecati di nessuna considerazione. Così con due semplici linee si risponde ad un ragionamento e ad una serie di fatti, che non ammettono nessun'altra risposta!

Noi regaleremo all'Opinione una semplice esposizione cronologica della presente rivoluzione romagnola, sfidandola, o a negare i fatti, o a trovare una spiegazione di questi, diversa da quella che ne arrecò il segretario di Stato del governo Pontificio. Non aggiungeremo molti commenti, perché inutili ad un tempo e pericolosi.

1. Le Romagne accolgono festose Pio IX nel suo trionfale viaggio. Carlo BonCompagni è testimonio di quelle feste. più tardi incomincia in que' paesi una sorda agitazione per ispedire volontari alla prossima guerra. I volontari sono cerchi da emissari forestieri che li pagano.

2. Scoppia la rivoluzione a Firenze. Il primo principe cacciato dal suo regno è il meno clericale di tutta l'Italia, e quello che ha un governo più laico, e più secolarizzato. Le riforme religiose e civili non lo salvano. La stampa libera e troppo libera serve per perderlo più presto.

3. Si conosce da tutti la parte presa da) BonCompagni nella rivoluzione toscana. Questi dopo di avere occupato il posto del Granduca, chiama a sè i capi rivoluzionari delle Romagne, ed ha con loro in Firenze segreti abboccamenti.

4. Era già stato chiamato prima in Torino il sig. Minghetti di Bologna, già ministro in Roma dei lavori pubblici nel tempestoso anno 1848, e dal conte di Cavour veniva creato segretario generale del ministero degli affari esteri. Non sei ricorda l'Opinione, o forse trova questa una scelta affatto innocente?

5. Avendo la S. Sede dichiarato ufficialmente la sua neutralità durante la guerra, e ricevendone dai gabinetti di Parigi e di Vienna soddisfacente risposta, il conte di Cavour non l'accettò che con alcune riserve, le quali poi non furono neppur osservate.

6. Il BuonCompagni, governatore della Toscana, inviava truppe rivoluzionarie alle Filigare presso Bologna, a Marradi presso Faenza, a Terra del Sole presso Forlì, ad Arezzo presso Perugia, coll'intendimento di dare appoggio ai fratelli delle Bomagne, siccome non si dubitò di annunziare con apposito articolo stampato nel Monitore Toscano del 1° di maggio 1859.

7. Fu mandato l'ordine di cominciare la rivoluzione a Forlì, a cui il Comitato Forlivese rispose che per la presenza degli Svizzeri la rivoluzione non potrebbe essere incruenta. 1 Comitati rivoluzionari vennero forniti di danaro per corrompere le truppe pontificie, ed un appello fu sparso tra le loro file per eccitarle a seguire l'esempio delle truppe toscane. In questo appello s'abusava di un nome augusto, e dicevasi che le brave truppe pontificie sarebbero accolte con trasporto sotto il glorioso vessillo del Re d'Italia.

8. L'autorità pontificia riusciva a sventare in Forlì una congiura, la quale tendeva a mettere l'artiglieria a disposizione dei rivoluzionari. Parte degli artiglieri ch'erano stati guadagnati fuggirono in Toscana. I disertori avevano abito borghese, carrozze e guide pagale. Giunti in Toscana, vi ottenevano dal BonCompagni applausi e promozioni. Un sergente, fra gli altri, fu creato di botto capitano! 1 dragoni pontificii disertarono da Foligno recandosi in Toscana.

9. Intanto il principe Napoleone sbarca coi Francesi a Livorno. Il governo Pontificio reclama inutilmente presso l'ambasciata francese e sarda, perché si allontanino dal suo confine inoffensivo le truppe toscane ed i corpi franchi, notandone i pericoli per lo Stato della Santa Sede. Invece i Toscani eccitano sempre più i Bolognesi ad attaccare gli Austriaci, promettendo aiuto, e dalle Fili gare s'introducono clandestinamente armi in Bologna.

10. Scoppia la rivoluzione a Parma, ducato secolarizzato. Il governo pontificio interpella l'austriaco se siavi pericolo d'un'improvvisa partenza dei presidii di Bologna e di Ancona, senza dar tempo all'ingresso delle truppe papali. Il governo austriaco risponde; impossibile in ogni evento.

11. Un bastimento francese da guerra apparisce nelle acque di Rimini, e sbarca a terra gli uffiziali. Il console francese imbandisce un pranzo e s'odono grida sediziose, e cominciano a sventolare bandiere tricolori. Gli Austriaci muovono lagnanza, perché viene molestata contro le leggi di neutralità l'unica loro linea di congiunzione tra Bologna ed Ancona.

12. La fregata francese, l'Impétueuse, si presenta nelle acque d'Ancona, chiedendo se sarebbe stata ricevuta ostilmente dalla guarnigione austriaca.

Avendone ricevuto in risposta, non conoscersi le intenzioni del governo austriaco, parte con minaccia di ritorno. Questo contegno della Francia, da cui potevano derivare fatali conseguenze per lo Stato Pontificio, dà luogo ad un dispaccio telegrafico del comando militare austriaco, col quale s'ingiunge a tutti i comandanti delle varie piazze occupate di abbandonarle tostamente.

13. Il principe Napoleone visita i Toscani alle Filigare, entra nel territorio Pontificio, domanda se di là si veda Bologna, e dice che sarà fra pochi giorni quella città. Il cardinale Antonelli tace nella sua nota questi particolari, sebbene verissimi.

14. Partiti gli Austriaci, i rivoluzionari mandano ad effetto i loro disegni, prima in Bologna, e poi nelle altre città di Romagna. Vuolsi però avvertire che né Bologna, né le altre città sarebbero cadute nei lacci dei tristi, se non si fossero mascherati, dicendo che volevano la guerra contro l'Austria, senza parlare della nuova forma di governo da stabilirsi, il marchese Pepoli ordinò l'atterramento degli stemmi Pontificii, dichiarando che ne rispondeva, e che faceva abbassare quegli stemmi per sottrarli ai possibili insulti.

15. Scoppia la rivoluzione in Perugia, e i corpi franchi marciano da Arezzo in aiuto degli insorti. «Se una lotta dolorosamente deplorabile s'è combattuta a Perugia, la responsabilità ne deve cadere su coloro, che hanno obbligato il governo Pontificio a far u8o della forza per la sua legittima difesa» (Avverti mento dato al Siècle di Parigi dal ministro dell’interno).

16. Lo squadrone dei dragoni pontificii, spedito a Ferrara per mantenervi l'ordine, si ribella, e ritorna a Bologna; 350 gendarmi, per la maggior parte della provincia di Ferrara, passano il Po per mantenersi fedeli al S. Padre.

17. Le truppe pontificie delle Romagne ripiegandosi su Pesaro impediscono il consolidamento della rivoluzione nelle Marche e nell'Umbria. Il marchese Pepoli, per mantenere la rivoluzione in Bologna, domanda soccorso al conte di Cavour che gli spedisce un corpo di carabinieri e il battaglione RealNavi, e gli invia Massimo d'Azeglio col titolo di commissario militare, il quale, appena giunto a Bologna, comincia ad emanar leggi e decreti, e a destituire e a nominare impiegati in ogni ramo d'amministrazione pubblica. Come a Bologna così nelle altre principali città di Romagna si mandano Commissari piemontesi, ai quali dopo la pace di Villafranca, essendo stato tolto il titolo di Commissari, restarono al loro posto col nome $ Intendenti.

18. Trovandosi le Romagne ribellate,, senza danaro, né potendone il governo intruso raggranellare da quelle popolazioni, né ottenerne dai banchieri, fe' ricorso al governo sardo, il quale e imprestò danaro, e guarentì prestiti anche all'estero.

19. Il principe Napoleone nel suo rapporto all'Imperatore dice che la precipitosa partenza degli Austriaci dallo Stato Pontificio fu tutto suo merito, secondo la missione politica che aveva ricevuto. L'Imperatore Napoleone III invoca contro il Santo Padre il fatto compiuto; dice di aver conchiuso la pace per timore che la rivoluzione si estendesse, e dà consigli devotissimi. Poco prima della rivoluzione romagnola aveva proclamato agli Italiani in Milano: Insorgete ed armatevi tutti!

LA SCOMUNICA E I SUOI DERISORI

(Pubblicato il 22 febbraio 1860).

Da qualche giorno non si fa che parlare della scomunica, di questa ridicolaggine del medio evo, come la chiamano; e coloro che dicono di non temerla, parlandone sempre, fanno sospettare che la temono assai, e che il popolo, in mezzo a cui scrivono, e pel quale scrivono, la tema assaissimo.

Uno di questi giornali per parlare della scomunica risale oggi fino all'anno 1375. Noi saremo meno retrogradi, e ci contenteremo di ricordare i fatti avvenuti in sul cominciare del secolo decimonono.

Bonaparte era grande ed onnipotente. Davanti a lui taceva la terra, ed il mondo aspettava. 1 Potentati d'Europa accettavano rassegnati dalla sua bocca la decisione della loro sorte, e le nazioni l'invocavano come il proprio benefattore.

«Ma, scrive Tab. Louis nelle sue Conférences littéraires, pubblicate nel 1835, ma Bonaparte elevato su quel punto culminante, in cui gira la testa di coloro che lasciano di guardare al cielo, abbassa gli occhi sulla terra... L'ambizione e l'orgoglio entrano nel suo cuore. Il padre della menzogna gli dice come già al Salvatore del mondo: Tutto questo è per te se mi adori. Il gigante s'inchina e il grande uomo scompare.

«Qual è la sua condotta verso i ministri di questa religione augusta che l'ha consacrato? Invece di umiliare la sua fronte davanti a colui che solo è grande per rialzarla di poi più raggiante e splendida, Bonaparte fa guerra a Dio mette la mano sull'incensiere, e vuol essere Be Pontefice e dottore. Strappa dalla sua sede il Capo dei Pastori, il venerando vecchio che ha versato l'olio santo sulla sua testa, e lo getta in una prigione. Colpisce i Vescovi, perché resistono a'  suoi empi ordini, e i membri del Sacro Collegio, di questo augusto senato di Roma cristiana, espiano la loro fedeltà in un duro esiglio. Bonaparte nonèpiii che un persecutore».

Avvertito dapprima paternamente, e poi minacciato della scomunica, Napoleone! domanda al cardinale Fesch, suo zio — Che cosa è dunque una scomunica? — E il Cardinale più da cortigiano che da teologo, risponde: Sire, la scomunica è una cosa che si sente più facilmente che non si possa spiegare.

Il Teologo avrebbe risposto come il P. Lejeune, detto le Pére Aveugle: «La scomunica è un venire consegnato a satana, un essere maledetto dalla Chiesa; è come se tutti i Vescovi e tutti i Prelati del mondo vi dessero la loro maledi' zione, maledizione così severa, che, come osserva San Bernardo, nell'officio del Venerdì Santo, la Chiesa prega pei giudei, pei pagani e per gli altri più grandi peccatori, ma non prega per gli scomunicati. Maledictio matris eradicai fondamenta domus (Eccl. ui. vers. 2). La maledizione che una madre dà a'  suoi figli rovina le fondamenta d'una famiglia; e ciò a più forte ragione dee avvenire della maledizione della Madre spirituale, d'una Madre sì santa e ai saggia com'è la Chiesa» (Sermons, t. VI, pag. 38).

Pio VII scomunicò Napoleone 1, sebbene quel gran Papa anche nel castigo mostrasse molto affetto al protervo Imperatore, giacché, scomunicandolo, ne taceva il nome. Bonaparte si rise della scomunica, e, scrivendo al Viceré d'Italia, chiedevagli se il Papa credeva che le sne scomuniche farebbero cadere le armi di mano ai soldati francesi? E. parecchie volte ripeteva al cardinale Caprera che agli si burlava della scomunica, puisgu'elle ne faisait pas tomber les armes des mains de ses soldats.

Passarono pochi anni, e la scomunica produsse i suoi effetti. Nella campagna di Russia il conte di Ségur, uno dei testimoni oculari di questagrande catastrofe, dice che le armi dei soldati parevano d'un peso insopportabile alle loro braccia intormentite. Nelle loro frequenti cadute esse scippavano dalle loro mani, si spezzavano, si perdevano nella neve. E Salgues dice alla sua volta che nella campagna di Russia il soldato non potea tenere le sue armi, le quali cadevano dalle mani dei piit valorosi. E altrove ripete che les armes tombaient des bras glacés qui les portaient.

Questi non sono fatti avvenuti nel medio evo, ma a tempi nostri, nel secolo dei lumi, dopo il regno della filosofia. E coloro che ridono oggidì delle scomuniche, non ne rideranno sempre.

LA SCOMUNICA E I GOVERNATORI

Non ostante le proteste di rispetto e di devozione al Capo venerabile della Chiesa, il nostro ministero teme fondatamente che Pio IX possa servirsi di quelle armi spirituali già adoperate contro Napoleone 1, le quali derise dapprincipio, fecero poi a suo tempo cadere le armi di mano a'  suoi soldati. Si è perciò che il ministero ha mandato ordine ai governatori di prendere tutte le precauzioni, affinché non vengano pubblicate nel nostro Stato le censure ecclesiastiche contro gli invasori del Patrimonio della Chiesa. I governatori obbedirono al comando ministeriale, e noi possiamo pubblicare la Circolare riservala, scritta da quel di Cuneo. Essa è del seguente tenore.

Circolare riservata.

Si ha fondata regione di credere che la Corte di Roma intenda pronunciare la scomunica contro la persona di S. M. e de'  suoi ministri, tosto che sia sanzionato il voto popolare d'annessione delle Romagne ne' regii Stati. Il governo non può rimanere indifferente dinanzi a tale fatto, che senza avere la forza di menomare i diritti della Corona, può però produrre nel paese un'agitazione sediziosa e nociva all'ordine pubblico.

Fedele al principio di libertà che informa le patrie istituzioni, il governo non intende di entrare in una via di persecuzione contro chi credesse di dover dare a quell'atto della Corte Romana una importanza che realmente non ha, né può avere secondo le norme del buon senso e delle stesse leggi ecclesiastiche, ila, se dichiara essere sua intenzione che gli agenti governativi ai astengano da ogni misura di rigore contro la pubblicazione in forma privata, o la conveniente e ragionevole discussione anche in iscritto o stampa dell'atto di scomunica, non vuole in alcun modo tollerare che altri ne prenda pretesto per turbare la pubblica tranquillità, tentando di sommovere le popolazioni contro il governo, e gettare l'odio ed il disprezzo contro l'irresponsabile persona di S. M. e le nostre istituzioni, e meno ancora potrebbesi permettere che taluno ardisca dare a quell'atto una pubblicità vietata dalle leggi dello Stato per mancanza del sovrano assentimento, come sarebbe, per esempio, la lettura della Bolla dal pergamo, l'affizione alle porte delle chiese, la divulgazione sotto forma di Pastorali vescovile e simili.

in tal caso il ministero raccomanda ai rappresentanti del governo di agire con tutta energia contro i violatori delle leggi, o fautori di disordini, ordinandone l'immediato arre8to, di qualsiasi dignità e grado sia rivestito il colpevole, non che il sequestro degli scritti e stampali da consegnarsi tosto all'autorità giudiziaria pel relativo procedimento, giusta le istruzioni loro compartite dal ministro guardasigilli.

Se un'opportuna vigilanza conducesse a scoprire copie autentiche della Bolla di scomunica, dovrà arrestarsi il detentore, impedendo qualunque comunicazione di esso con altre persone e specialmente ecclesiastiche sino all'ordine del sottoscritto, a cui dovranno indilatamente trasmettersi tali documenti.

Il sottoscritto mentre si fa premura di adempiere agli ordini ricevuti dal ministero comunicando le suespresse sue disposizioni a tutte le autorità amministrative dipendenti, confida nella loro pronta ed efficace cooperazione.

Cuneo

Il governatore Belutj.

Ai signori Intendenti, Delegati mandamentali e Sindaci.

Noi faremo poche osservazioni a questa circolare riservata:

1° Se non si credo alla scomunica, perché tante precauzioni affine d'impedirne la pubblicazione?

2° Se si crede alla scomunica, perché si compiono quegli atti che possono provocarla?

3° Se Iddio onnipotente accoglie in cielo la scomunica fulminata dal suo Vicario sulla terra, a che cosa servono tutte le umane precauzioni?

4° A che cosa servirono a Napoleone I tante altre circolari simili, e governatori mollo più destri di quel di Cuneo?

LITTERAE APOSTOLICAE ecc.

Sanctissimi Domini nostri Pii Divina Providentia Papae IX Utterae Apostolicae quibus maioris ex-comunicationis poma infigitur invasoribus et usur patoribus aliquot provinciarvm pontificiae ditionis.

PIUS PP. IX

ad perpetuam rei memoriam.

Cam Catholica Ecclesia a Christo Domino fundata et instituta, ad sempiternam hominum salutem curandam, perfectae societatis formam vi divinae suae institutionis obtinuerit, ea proinde libertate pollere debet ut in sacro suo minÌ8terìo obeundo nulli civili potestati subiaceat. Et quoniam ad libere, ut par erat, agendum iis indigebat praesidiis quae temporum conditioni ac necessitati congruerent; idcirco singulari prorsus divinae Providentiae Consilio factum est, ut cum Romanum corruit Imperium et in plura fuit regna divisum, Romanus Pontifex, quem Christus totius Ecclesiae suae caput centrumque constituit, civilem assequeretur Principatum. Quo sane a Deo ipso sapientissime consultum est, ut in tanta temporalium Principum multitudine ac varietate Summus Pontifex illa frueretur politica libertate, quae tantopere necessaria est ad spiritualem suam potestatem, auctoritatem et iurisdictionem toto orbe absque ullo impedimento exercendam. Atque ita piane decebat, ne catholico orbi ulla orìretur occasio dubitandi, impulsa fortasse ci vilium potestatum, vel partium stadio duci quandoque posse in universali procuratione gerenda Sedem illam, ad quam propter potiorem principalitatem necesse est omnem Ecclesiam convenire.

Facile autem intelligitur quemadmodum eiusmodi Romanae Ecclesiae Principatus, licet suapte natura temporalem rem sapiat, spiritualem tamen induat indolem vi sacrae, quam habet, destinationis, et arctissimi illius vinculi quo cum maximis Rei Christianae rationibus coniungitur. Quod tamen nil impedit quominus ea omnia, quae ad temporalem quoque populorum felicitatem conducunt, perfici queant, quemadmodum gesti a Romanis Pontificibus per tot saecula civilis regiminis historia luculentissime testatur.

Cum porro ad Ecclesiae bonum et utilitatem respiciat principatvs de quo loquimur, mirum non est quod Ecclesiae ipsius hostes persaepe illum convellere et labefactare multiplici insidiarum et conatuum genere contenderint: in quo tamen nefaria illorum molimina, Deo Ecclesiam suam iugiter adiuvante, in irritum serius ocius ceciderunt. tam vero novit uni versus orbis-quomodo luctuosis hisce temporibus infestissimi Catholicae Ecclesiae et huius Apostolicae Sedia osores abominabiles facti in studiis suis, ac loquentes in hypocrisi mendacium hanc ipsam Sedem, proculcatis divinis humanisque iuribus, civili, quo potitur, Principatu spoliare nequiter adnitantur, idque assequi studeant non manifesta quidem, uti alias, aggressione, armorumque vi, sed falsis aeque ac perniciosis 5 principiis callide inductis, ac popularibus motibus malitiose excitatis. Neque enim erubescunt nefandam populis suadere rebellionem contra legitimos principes, quae ab Apostolo dare aperteque damnatur ita docente:

Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit. Non est enim potestas nisi a Deo: quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt. It-aquae qui resistit potestati, Dei ordinatim resistit. Qui autem resistunt ipsi sibi damnationem acquirunt (1). Dum vero pessimi istiusmodi veteratores temporalem Ecclesiae dominationem aggrediuntur, eiusque venerandam autorictatem despiciunt, eo impudentiae deveniunt ut suam in Ecclesiam ipsam reverentiam et obsequium palam iactare non desinant Atque illud vel maxime dolendum, quod tam prava agendi ratione sese polluerit non nemo etiam ex iis, qui, uti Catholicae Ecclesiae filii, in ipsius tutelam atque praesidium impendere debent auctoritatem, qua in subiectos sibi populos potiuntur.

In subdolis ac perversis, quas lamentamur, machinationibus, praecipuam habet partem Subalpinum Gubernium, a quo pridem omnes norunt quanta et quam deploranda eo in Regno damna ac detrimenta Ecclesiae eiusque iuribus, sacrisque Ministris fuerint inlata, de quibus in Consistoriali potissimum Allo cutione die XXII Ianuarii MDECCLV habita, vehementer doluimus. Post despectas hactenus Nostras ea de re iustissimas reclamationes, Gubernium ipsum eo te meritatis modo progressura est, ut ab irroganda universali Ecclesiae iniuria minime abstinuerit, civilem impetens Principatum quo Deus banc B. Petri Sedem instructam voluit ad apostolici ministerii libertatem, uti animadvertimus, tuendam atque servandam. Primum sane ex manifesti» aggressionis indiciis prodiit quum in Parisiensi Conventu, anno 1856 acto, ex parte eiusdem Subalpini Gubemii in ter ho8tiles nonnullas expositiones speciosa quaedam ratio proposita fuit ad civile Romani Pontificis dominium infirmandum, et ad Ipsius Sanctaeque huius Sedia auctoritatem imminuendam. Ubi vero superiore anno ltalicum exarsit bellum in ter Austriae Imperatorem, et foederatos invicem lmperatorem Galliarum ae Sardiniae Regem, nihil fraudis, nihil aceleris praeter missum est, ut Pontificiae Nostrae Ditionis populi ad nefariam defectionem modis omnibus impellerentur. Hinc instigatores missi, pecunia largiter effusa, arma suppeditata, incita menta pravis scriptis et ephemeridis admota, et omne fraudum genus adhibitum vel ab illis, qui eiusdem Gubernii legatione Romae fungentes, nulla habita gentium, iuris honestatisque ratione, proprio munere perperam abutebantur ad tenebricosas molitiones in Pontificii Mostri Gubernii perniciem agendas.

Oborta deinde in nonnullis Ditionis Nostrae Provinciis, quae dudum occulte comparata fuerat, seditione, illico per fautores Regia Dictatura proclamata est, statimque a Subalpino Gubernio Commissarii adiecti, qui, alio etiam nomine postea appellati, provincias illas regendas sumerent. Dum haec agerentur, Nos gravissimi officii Nostri memores non praetermisimus binis Nostris Allocutionibus, die XX Iunii et XXVI Septembris superiore anno habitis, de violato civili huiusce S. Sedis principatu altissime conqueri, simulque violatore? serio monere de censuris ac poenis per canonicas sanctiones inflictis, in quas ipsi proinde misere inciderant. Existimandum porro erat, patratae violationis, auctores per itera tas Nostras monitiones ac querela» ab iniquo proposito destituros; praesertim cum universi Catholici Orbis sacrorum Antistites, et fideles cuiusque ordinis, dignitatis et conditionis eorum curae commissi suas nostris expostulationibus adiungentes unanimi alacritate Nobiacum huius Apostolicae Sedia, et universalis Ecclesiae iustitiaeque causam propugnandam susceperìnt, cum optime intelligerent, quantopere civilia, de quo agitur, Principatus ad liberam supremi Pontificatus iurisdictionem intersit. Verum (horrescentes di cimus 1 ) Subalpinum Gubernium non solum Nostra monita, querela» et ecclesiasticas poenas contempsit, sed etiam in sua persistens improbitate, populari Suffragio, pecuniis, minia, terrore aliisque callidis artibus centra omne ius extorto, minime dubitavit commemoratas Nostras Provincias invadere, occupare et in suam potestatem dominationemque redigere. Verba quidem desunt ad tantum improbandum facinus, in quo plura et maxima habentur facinora. Grave namque admittitur sacrilegium, quo una simul aliena iura contra naturalem divinamque legem usurpantur, omnia iustitiae ratio subvertitur, et cuiusque civili» Principatus ac totius humanae Societatis fundamenta penitus evertuntur.

Cum igitur ex una parte non sine maximo animi Nostri dolore intelligamus, irritas futuras, novas expostulationes apud eoa, qui velut aspides surdae obturantes aures «mu nihil hucusque monitis ac questubus Nostris commoti sunt; ex altera vero parte intime sentiamus quid a Nobia in tanta rerum iniquitate omnino postulet Ecclesiae huiusque Apostolicae Sedis ac totius Catholici Orbis causa, ìmproborum hominum opera tam vehementer oppugnata, idcirco cavendum Nobis est ne diutius cunctando gravissimi officii Nostri muneri deesse videamur. Eo nempe adducta res est ut illustribus Praedecessorum Nostrorum vestigiis inhaerentes suprema illa auctoritate utamur, qua cum solvere, tum etiam ligare Nobis divinitus datum est; ut nimirum debita in sontes adhibeatur severitas, eaque salutari ceteris exemplo sit.

Itaque post Divini Spiritus lumen privatis publicisque precibus imploratum post adhibitum selectae VV. FF. NN. S. R. E. Cardinalium congregationis consilium, Auctoritate Omnipotentis Dei et SS. Apostolorum Petri et Pauli ac Nostra denuo declaramus, eoe omnes, qui nefariam in praedictis Pontificiae Nostrae Ditionis Provinciis rebellionem et earum usurpationem, occupationem, invaaionem, et alla huiusmodi, de quibus in memoretis Nostris Allocutiouibus die XX lunii et XXVI Septembris superioris anni conquesti sumus, vel eorum aliqua perpetrarunt, itemque ipsorum mandantes, fautores, adiutores, consiliarios, adhaerentes, vel alios quoscumque praedictarum rerum exequutionem quolibet praetextu et quovis modo procurantes, vel per se ipsos exequentes, Maiorem Excommunicationem aliasque censuras ac poenas ecclesiasticas a SS. Canonibus Apostolicis Constitutionibus, et Generalium Conciliorum, Tridentini praesertim (Sess. XXII. Cap. XI, dereform. ) Decretis inflictas incurrisse; et si opus est, de novo Excommunicamus et Anathematizamus, item declarantes, ipsos omnium et quorumcumque privilegiorum, gretiarum et indultorum sibi a Nobis, seu Romania Pontifìcibus Praedecessoribus Nostris, quomodo libet concessorum amissionis poenas eo ipso pariter incurrisse; nec a censuris huiusmodi a quoquam, nisi a Nobis, seu Romano Pontifice prò tempore existente (praeterquam in mortis articulo, et tunc cum re incidentia in easdem censuras eo ipso quo convaluerint) absolvi ac liberarì posse; ac insuper inhabiles et in capaces esse qui absolutionis benefici um consequantur, donec omnia quomodolibet attentata publice retractaverint, revocaverint, cassaverìnt et aboleverint, ac omnia in pristinum statum plenarie et cum effecto redintegraverint, vel alias debitam et condignam Ecclesiae, ac Nobis, et huic Sanctae Sedi satisfactionem in praemissis praestiterint. Idcirco illos omnes, etiam specialissima mentione dignos, nec non illorum successores in officiis a retractatione, revocatione, cassatione et abolitione omnium ut supra attentatorum per se ipsos facienda, vel alias debita et condigna Ecclesiae, ac Nobis, et dictae S. Sedi satisfactione realiter et cum effectu in eisdem praemissis exbibenda, praesentium Litterarum, seu alio quocumque praetextu, minime liberos et exemptos, sed semper ad haec obligatos fore et esse, ut absolutionis beneficium obtinere valeant, earumdem tenore praesentium decernimus et pariter declaramus.

Dum autem hanc muneris Nostri partem, tristi Nos urgente necessitate, moe rentes implemus, minime obliviscimur, Nosmetiptos illius hic in terrìs vicariam operam agere, qui non vult mortem peccatoris sed ut convertatur et vivat; quique in mundum venit quaerere, et salvum facere quod perierat. Quapropter io umilitate cordis Nostri ferventissimis precibus Ipsius misericordiam si ne intermissione imploramus et exposcimus, ut eos omnes, in quos ecclesiasticarum poenarum severitatem adbibere coacti sumus, divinae suae gratiae lumine propitius illustret, atque omnipotenti sua virtute de perditionis via ad salutis tramitem reducat.

Decernentes, praesentes Litteras, et in eia contenta quaecumque, etiam ex eo quod praefati, et alii quicumque, in praemissis interesse habentes, seu habere quomodo libet praetendentes, cuiusvis status, gradus, ordinis, praeeminentiae, et dignitatis existant, seu alias specifica et individua mentione et expressione digni, illis non consenserint, sed ad ea vocali, citati ed auditi causaeque, propter quas praesente emanaverint, sufficienter adductae, verificatae, et iustificatae non fuerint, aut ex alia qualibet causa colore pretextu, et capite, nullo unquam tempore de subreptionis vel obreptionis, aut nullitati8 vitio, intentionis Nostrae, vel interesse habentium consensus, ac alio quocumque defectu no tari, impugnari, infringi, retractari, in controversiam vocari, aut ad terminos iuris reduci, seu adversus illas aperitionis oris, restitutionis in integrum aliudve quodcumque iuris, facti, vel gratiae remedium intentari vel impetrari, aut impetrato, seu etiam motu, sci enti a, et potestatis plenitudine paribus concesso, et emanato, quempiam in iudicio, vel extra illud uti, 8eu iuvari ullo modo posse; sed ipsas praesentes Litteras semper firmas, validas, et efficaces existere et fore, suosque plenarios et integros effectus sortiri, et obtinere ac ab illis, ad quos spectat, et prò tempore quandocumque spectabit inviolabiliter, et inconcusse observari: sicque et non aliter in praemissis per quoscumque iudices ordinarios et delegatos, etiam causarum Palatii Apostolici Auditores, et S. R. E. Cardinales, etiam de Latere Legatos, et Sedis praedictae Nuncios, aliosve quoslibet quacumque praeeminentia et potestate fungentes, et functuros, sublata eis et eorum cuilibet quavis aliter iudicandi et interpretandi facultate et aucto ritate, iudicari, et definiri debere; ac irritum et inane, si secus super bis a quoquam quavis auctoritate sci e n ter vel ignoranter contigerit attentari.

Non obstantibus praemissis, et quatenus opus sit, Nostra et Cancellariae Apostolicae regula de iure quesito non tollenda, aliisque Constitutionibus et Ordinationibus Apostolicis, nec non quibusvis etiam iuramento, confirmatione Apostolica, vel quavis firmi late alia roboratis statutis et consuetudinibus, ac usibus et stylis etiam immemorabilibus, prìvilegiis quoque, indultis, et Litteris Apostolicis praedictis, aliisque quibuslibet Personis etiam quacumque ecclesiastica vel mundana dignitate fulgentibus, et alias quomodolibet qualificatis, et specialem expressionem requirentibus sub quibuscumque verborum tenoribus et formis, ac cum quibusvis etiam derogatoriarum derogatoriis, aliisque efficacioribus, efficacissimis, et insolitis clausulis, irritantibusque, et aliis Decretis, etiam motu, scientia, et potestatis plenitudine similibus et consistorialiter, et alias quomodolibet in contrarium praemissorum concessis, editis, factis ac pluries itera tis et quantiscumque vicibus a p proba ti s, confirmatis, et innovatis. Quibus omnibus et singulis, etiamai prò illorum sufficienti derogatone de illis eorumque totis tenoribus specialis, specifica, expressa, et individua, ac de verbo ad verbum, non autem per clausulas generales idem importantes, mentio, seu quaevis alia expressio habenda, aut aliqua alia exquisita forma ad hoc servanda foret, tenores huiusmodi, ac si de verbo ad verbum, nil poenitus omisso, et forma in illis tradita observata, exprimerentur et insererentur, praesentibus prò piene et sufficienter expressis et insertis habentes, illis alias in suo robore permansuris, ad praemissorum effectum hac vice dura taxat specialiter et expresse derogamus, et derogatum esse volumus, ceterisque contrariis quibuscumque non obstantibus.

Cum autem eaedem praesentes Litterae ubique, ac praesertim in locis, in quibus maxime opus esset, nequeant tute publicari, uti notorie constat, volumus illas, seu earum exempla ad valvas Ecclesiae Lateranensis, et Basilicae Principia Apostolorum, nec non Cancellarne Apostolicae, Curiaeque Generalis in Monte Citatorio, et in Aciae Campi Florae de Urbe, ut moris est, affigi, et publicari, sicque publicatas et affixas omnes et singulos, quos illae concernunt, perinde arctare, ac si unicuique eorum nominatim et personaliter intimatae fuissent.

Volumus autem ut earumdem Litterarum Transumptis, seu exemplis, etiam impressis, manu alicuius Notarii Publici subscriptis, et sigillo alicuius Personae in dignitate ecclesiastica constitutae munitis eadem prorsus fides ubique locorum et gentium, tam in iudicio quam extra illud, ubique adhibeatur, quae adbibe retur ipsis praesentibus, se si forent exhibitae vel ostensae,

Datum Romae apud S. Petrum sub Annulo Piscatoria die XXVI martii anno MDECCLX.

Pontificatus Nostri Anno Decimo Quarto.

Lo + co Sigilli

PIVS PP. IX.

Anno a Nativitate Domini MDECCLX. Indici. III. die vero 29 martii Pontificatus SS. in Christo Patris et Domini Nostri Domini PII Divina Pro videntia PAPAE NONI Anno XIV, praesentes Litterae Apostolicae affixae et publicatae fuerunt ad valvas Basilicarum Lateranensis et Vaticanue, Cancellariae Apostolicae, ac Magnae Curiae Innocentianae atque in Acie Campi Florae per me Aloisium Serafini Apost. Curs.

Philippus Ossani, Magis. Curs.

IL CAV. FARINI PRESENTA AL RE I DOCUMENTI 

DEL SUFFRAGIO UNIVERSALE DEI POPOLI DELL'EMILIA

Leviamo dalla Gazzetta Ufficiale del Regno, del 18 di marzo la relazione dell'arrivo in Torino del cavaliere Farini, sfrondandola da certe frasi officiali che non dicono bene nel nostro giornale.

È giunto in Torino il cavaliere Luigi Carlo Farini per presentare a S. M. i documenti del suffragio universale delle popolazioni parmensi, modenesi e romagnole. La stazione della ferrovia di Genova era stata elegantemente adobbata. Piazza Cariò Felice, Via di Porta Nuova, Piazza S. Carlo, via Nuova e Piazza Castello erano parate di vessilli e di arazzi ai colori nazionali. La milizia nazionale faceva il servizio d'onore.

Alle 12 1|4 il cav. Farini è arrivato. Lo ricevevano alla Stazione il Sindaco e la giunta municipale di Torino, ed accompagnato dal primo magistrato municipale si recava in carrozza scoperta ali 'Albergo Trombetta. '

Poco prima delle 4 il marchese di Breme, senatore del regno e gran mastro delle cerimonie, si recava in carrozza di Corte ali 'Albergo Trombetta, e conduceva il cav. Farini al Palazzo Reale, dove lo introduceva alla presenza di S. M. il Re.

Il cav. Farini ha pronunziato il seguente discorso:

«Sire!

«Ho l'onore di deporre nelle mani di Vostra Maestà i documenti legali del suffragio universale dei popoli dell'Emilia.

«La Maestà Vostra, che ne sentì pietosamente le grida di dolore, ne accolga benignamente il pegno di gratitudine e di fede.

«Appagati de'  legittimi voti, quei popoli, o Sire, non avranno altro desiderio che quello di benemeritare della Maestà Vostra e dell'Italia emulando nelle civili e nelle militari virtù gli altri popoli della Vostra Monarchia Costituzionale».

S. M. il Re si è compiaciuto rispondere:

«La manifestazione della volontà nazionale, di cui Ella mi arreca l'autentica testimonianza, è così universale e spontanea che riconferma appieno al cospetto dell'Europa, e in tempi e condizioni diverse, il voto espresso altre volte dalle assemblee dell'Emilia. Tale insigne manifestazione mette suggello alle prove d'ordine, di perseveranza, di amor patrio e di saggezza politica, che in pochi mesi meritarono a quei popoli la simpatia e la stima di tutto il mondo civile.

«Accetto il solenne loro voto, e di quind'innanzi mi glorierò di chiamarli miei popoli.

«Aggregando alla Monarchia costituzionale di Sardegna e pareggiando alle altre sue provincie non solo gli Stati Modenesi e Parmensi, ma eziandio le Ro magne che già ai erano da se medesime separate dalla signoria Pontificia, io non intendo di venir meno a quella devozione verso il capo venerabile della Chiesa, che fu e sarà sempre viva nell'animo mio. Come principe cattolico e come principe italiano io sono pronto a difendere quella indipendenza necessaria al supremo di lui ministero, a contribuire allo splendore della sua Corte e a prestare omaggio all'alta sua sovranità.

 Il Parlamento sta per adunarsi. Questo accogliendo nel suo seno i rappresentanti dell'Italia centrale insieme con quelli del Piemonte e della Lombardia, assoderà il nuovo Regno e ne assicurerà viemaggiormente la prosperità, la libertà e l'indipendenza.

S. M. il Re è salito sul trono, avendo a suo fianco S. A. R. il Principe di Carignano, e circondato dagli EE. Cavalieri dell'ordine supremo della SS. Annunziata, dai Ministri di Stato, dai Ministri Segretari di Stato, dai componenti il Ministero precedente, dal Primo Presidente e dai Presidenti di sezione dei Consiglio di stato, dal Primo Presidente e Presidenti di sezione della Corte dei Conti, dal Primo Presidente, Presidenti di classe ed Avvocato Generale della Corte di Cassazione, del Primo Presidente, Presidenti di classe ed Avvocato Generale della Corte d'appello, dal Presidente del Tribunale di Circondario, ed Avvocato Fiscale Provinciale, dal Presidente del Tribunale di Commercio, dal Rettore della R. Università, dai Presidi delle, varie Facoltà, dal Primo Segretario del G. Magistero e Primo Uffic. dell'ordine Mauriziano, dai segretari generali e Direttori gen. dei Ministeri, dal Governatore e Vice Governatore della provincia di Torino, dal Sindaco e dalla Giunta Municipale della città, dal Generale della Guardia Nazionale e dal Capo di Stato-Maggiore, dagli Uffiziali generali dell'Esercito e dai Componenti la Real Corte.

S. M. il Re ha quindi firmato il Decreto, con cui a cominciare da oggi le Provincie dell'Emilia sono dichiarate parte integrante del nostro Stato. Una salve di 101 colpi di cannone ha dato annunzio al pubblico, che in gran folla era raccolto in Piazza Castello e nel cortile della Reggia, del grande atto che si compiva.

Il cav. Farini era ricondotto all'Albergo in carrozza di Corte.

VITTORIO EMANUELE II

re di Sardegna, di cipro b di Gerusalemme, ecc. ecc. ecc.

Visto il risultamento della votazione universale tenutasi nelle Provincie dell'Emilia, dalla quale risulta essere generale volo di quelle popolazioni di unirsi al nostro Stato;

Udito il Nostro Consiglio dei Ministri;

Abbiamo decretato e decretiamo:

Art. 1° Le Provincie dell'Emilia faranno parte integrante dello Stato dal giorno della data del presente decreto.

Art. 2. Il presente decreto verrà presentato al Parlamento per essere convertito in legge.

I nostri Ministri sono incaricali dell'esecuzione del presente decreto, il quale, monito del sigillo dello Stato, sarà inserto nella Raccolta degli Atti del Governo e pubblicato nelle Provincie dell'Emilia.

Dat. Torino, addì 48 marzo 1860.

VITTORIO EMANUELE

Il Presidente del Consiglio per gli Affari Esteri e Reggente il Ministero dell'Interno

C. CAVOUR. Il Ministro di Grazia e Giustizia

G. B. CASSINIS. Il Ministro di Guerra e Marina M. FANTI. Il Ministro delle Finanze F. S. VEGEZZL Il Ministro dell'Istruzione Pubblica T. M AMI ANI. Il Ministro dei Lavori Pubblici JASINI.

PROTESTA DEL DUCA DI MODENA

Poiché la Perseveranza, la Gazzella di Milano, il Movimento di Genova, ecc. pubblicarono la protesta del duca di Modena, crediamo lecito anche a noi di ristampare questo documento. Il Movimento vi premette alcune parole, per dire che il linguaggio di Francesco V non dee sorprendere, perché egli è nato e cresciuto nel mondo del diritto divino. La Gazzetta di Milano dopo di aver chiamato Francesco V ex-duca di Modena, chiama la sua protesta protesta Modenese.

NOI FRANCESCO

Arciduca d'Austria, principe Reale d'Ungheria e di Boemia

Per la grazia di Dio

Duca di Modena, Reggio, Mirandola, Massa, Carrara, Guastalla, ecc. ecc.

I fatti 8opraggiunti negli ultimi giorni d'aprile 1859 nel granducato di Toscana, e l'atteggiamento della Sardegna, divenuta allora più apertamente ostile a nostro riguardo, avendoci costretto a concentrare le nostre forze militari, allontanandole da quella parte del Ducato che è limitrofa tra quei due Stati, noi protestammo, il 14 maggio 1859, contro l'iniqua usurpazione di quelle provincie che il governo piemontese non tardò a compiere immediatamente dopo la partenza delle nostre truppe.

Gli avvenimenti della guerra in Lombardia, la rivoluzione di già consumata a Parma, l'imminenza di quella delle legazioni, la violazione del nostro territorio dal lato della frontiera di Toscana dalle truppe francesi, ci costrinsero a ritirarci colla maggior parte delle nostre truppe dal resto dei nostri Stati, convinto dell'impossibilità di mantenervici Come sovrano indipendente a fronte dei nostri nemici, immensamente superiore in numero e in mezzi.

La fazione rivoluzionaria, diretta e sostenuta in ogni guisa dal governo sardo, giunse a rovesciare la reggenza da noi istituita con nostro decreto in data dell’11 giugno 1859; e un commissario piemontese s'impossessò ben tosto del potere e si pose alla testa della rivolta. Allora noi pubblicammo a Villafranca, il 22 giugno 1859, una seconda protesta, nella quale, pure segnalando le spogliazioni commesse dal governo di Sardegna a pregiudizio dei nostri diritti di sovranità, noi ce ne riportammo alle dichiarazioni già emesse sulla nullità degli atti emanati da qualunque siasi governo al potere dei nostri Stati che da noi non venisse, e ce ne appellammo alle Corti amiche alleate.

L'armistizio di Villafranca avendo messo un termine alle ostilità tra l'Austria e la Francia, le Potenze belligeranti stabilirono i preliminari di pace, che in seguito col trattato di Zurigo furono portati all'altezza di stipulazioni solenni, e, tanto nei primi quanto nel secondo, fu apertamente e incontestabilmente convenuto il ristabilimento della nostra sovranità, in guisa che i nostri diritti n'ebbero una luminosa ed ulteriore sanzione.

Tutti sanno come il governo francese incagliò, co' suoi atti e colle sue interpretazioni, la possibilità della nostra ristorazione, e come il governo sardo, quantunque segnatario anch'egli del trattato di Zurigo, continuò slealmente per mezzo de'  suoi organi e de'  suoi rappresentanti, qualunque fosse il loro nome; a disporre da padrone del nostro Stato e ad assimilarlo al suo.

Il recente decreto d'annessione, che si dà la premura di far comparir come fosse la conseguenza di votazione in virtù d'un supposto suffragio universale, e che stendendosi all'Emilia abbraccia anche i nostri Stati, mette il colmo alla serie degli atti ingiusti ed illegali, coi quali si giunge a toglierci la sovranità di coi abbiamo il retaggio dai nostri antenati dopo che questi l'avevano esercitata da parecchi secoli: sovranità che in seguito ad avvenimenti analoghi ai fatti attuali, fa, nel trattato di Vienna del 1815, riconosciuta e reintegrata in favore della nostra famiglia da tutta l'Europa allora felicemente coalizzata e trionfante della rivoluzione.

Crediamo adunque adempiere ad uno dei più sacri doveri protestando, come protestiamo ancora una volta in faccia all'Europa, contro un simile atto che infrange i nostri diritti, basato com'è sulla violenza, e dopo che si profittò delle vittorie d'un potente alleato per giungere ad un ingrandimento da lunga mano anelato e preparato con mezzi dolosi ed ingannevoli; contro un atto basato sopra un principio opposto a qualunque sistema dinastico; contro un atto insomma che difetta nella sua esecuzione di ogni garanzia di buona fede, stante che è stato concepito, 8eguito e controllato da quelli medesimi che avevano escluso il voto in favore del potere legittimo e preesistente; da quelli, diciamo, che, appoggiati ad una numerosa forza armata costantemente tenuta nei nostri

Stati, impiegarono l'inganno, l'intimidazione onde esercitare una pressione opprimente sul voto popolare.

Le truppe fedeli che ci seguirono sul territorio di S. M. l'Imperatore d'Austria, il quale le ha accolte in una maniera così generosa ed ospitaliere; queste truppe che non cessano di serbare una fede ed una devozione incrollabile; il numero delle persone distinte, che colla loro volontaria emigrazione protestarono contro il cambiamento di denominazione dei nostri Stati; il numero ancore più grande di quelli che subirono la prigionia, vessazioni d'ogni maniere e la perdita dei loro impieghi, oche diedero spontaneamente la loro demissione dalle pubbliche cariche, esponendosi alle privazioni piuttosto che rinnegare ai loro principii o mancare ai loro doveri di sudditi fedeli, l'allontanamento di qualsiasi partecipazione alle attuali condizioni, col quale la gran maggioranza delle classi più elevate di Modena ed il clero si distinsero; finalmente le frequenti manifestazioni di fedeltà che si manifestarono nelle campagne, nonostante l'attivissima sorveglianza, e sebbene fossero immediatamente represse, sono altrettante prove che questo preteso suffragio universale, al quale l'usurpazione sarda vuol dare un'apparenza di legalità, non è che il risultato di quella perfidia e di quel costringimento, che distinsero sino dal principio la condotta del governo piemontese e de'  suoi adepti.

Questa solenne dichiarazione, che noi facciamo anche per i nostri successori, ha principalmente in mira di protestare contro qualunque attacco ai diritti della sovranità, che per ordine di discendenza ci competono, e che dalle Potente europee sono stati sanzionati e garantiti. Protestiamo ancore contro le spogliazioni subito, contro le usurpazioni consumate, contro il suffragio universale a tal fine adottato o simulato, contro i danni che ne abbiamo patiti e contro quelli che ancore avremo a patirne, finalmente contro le perdite ed i pregiudizi, ai quali, in conseguenza di tali atti ingiusti ed illegali, potrebbe essere esposta la parte fedele dei nostri sudditi.

Abbiamo ricorso e ci spelliamo ancore una volta alle Potenze garanti dei trattati, sicuri, come siamo, che non ammetteranno mai né il diritto del più forte, nè la teoria del supposto suffragio universale; poiché un tale principio, quantunque presentemente applicato ad un piccolo Stato (i cui diritti per altro sodo tanto sacri quanto quelli dei più grandi) potrebbe in seguito per analogia di ragione estendersi a tutti gli altri, e attaccare così tutte le monarchie dell'Europa.

Penetrato dei sentimenti del nostro dovere verso i nostri sudditi fedeli, dichiariamo finalmente che le avversità non ci faranno mai rinunciare ai nostri diritti di sovranità sui nostri Stati; e, convinto così di disimpegnarci degli obblighi che la Provvidenza divina ci ha affidati, attendiamo i futuri avvenimenti, fermi nella speranza che la giustizia di Dio metterà un termine alle macchinazioni, delle quali gli Stati ed i popoli sono le vittime, assicurando un giorno il trionfo della buona causa.

Vienna, 22 marzo 1860.

Firm. Francesco.

PROTESTA DELLA SANTA SEDE CONTRO 

L'INCORPORAZIONE DELLE ROMAGNE AL PIEMONTE

Nella pubblicazione di certi documenti siamo costretti, nostro malgrado, ad aspettare che i giornali ministeriali ci precedano, giacché, essendo noi in balìa del ministero, non sappiamo ornai ciò che sia lecito pubblicare o ciò che si debba tacere. Il Journal des Débats recava la protesta della S. Sede contro l'incorporazione delle Romagne al Piemonte, ed oggidì trovandola noi ristampata dall'Opinioni, crediamo di poterla ripubblicare.

A coloro che ridono di tali proteste inermi ricordiamo ciò che Cesare Balbo diceva nella Camera dei Deputati, il 28 di febbraio del 1849, alludendo a Pio VII ed al primo Napoleone: «Quel protestare e non riconoscere e non cedere mai di quel Papa, quei Cardinali, quei Prelati, quei Preti allora c03ì disprezzati, furono quelli che mi rivelarono la vigoria di quella istituzione cadente in apparenza». Ora si legga: più tardi si vedrà che Balbo diceva giusto.

Dal Vaticano, 24 marzo.

Le mene del partito rivoluzionario, diventato più audace durante l'ultima guerra, hanno raggiunto lo scopo, al quale esso aspirava da lungo tempo: la ribellione degli Stati centrali della Penisola e delle Romagne, e l'ingrandimento del Piemonte mediante la spogliazione dei principi legittimi. In mezzo a questi dolorosi avvenimenti la fiducia che alti riguardi per la religione e la giustizia avrebbero posto un argine al progresso del male, non diminuiva punto nell'animo del Santo Padre. Ciò non ostante, non si tenne conto de'  più sacri diritti, e si mandò ad effetto la spogliazione di Una porzione dei dominii della Santa Sede. Con un decreto fatto a Bologna il primo giorno di questo mese, i popoli dell'Emilia furono obbligati ad esprimere il loro voto in favore del Piemonte. Tutti i mezzi, tutte le violenze e mille astuzie ai posero in opera, affinché il voto risultasse corrispondente allo scopo premeditato. Coll'accettazione del 18 marzo il re Vittorio Emanuele pose il colmo al dolore del Santo Padre, che vide la Chiesa spogliata del suo dominio temporale da un principe cattolico, erede del trono di monarchi illustri per la loro santità.

Il Santo Padre, mosso dall'obbligo che gli incombe di custodire e difendere il diritto della sovranità temporale, ha dato ordine al sottoscritto segretario di Stato di protestare contro la violazione dei diritti incontestabili della Santa Sede, che S. 8. intende mantenere nella loro integrità, non riconoscendo e dichiarando nullo, e con ciò usurpatorio e illegittimo quanto si fece e si farà in quelle provincie.

Il movimento de'  cattolici, che si è manifestato fino dai primi attentati contro il dominio temporale, persuade il Santo Padre che i sovrani non vorranno riconoscere questo atto di usurpazione sacrilega e fraudolenta.

Il Segretario di Stato pregando V. S. di portare a cognizione del suo governo questa protesta, deve pure aggiungere che il Santo Padre spera che non gli mancherà la cooperazione del vostro governo, perché abbia un giorno a cessare la spogliazione, contro la quale reclama altamente il diritto delle genti.

PROTESTA DELLA DUCHESSA REGGENTE DI PARMA

Leggesi nell'Opinione: e Riceviamo la protesta della duchessa Maria Luisa contro l'annessione di Parma, che ci affrettiamo a pubblicare.

 Noi Maria Luisa di Borbone, reggente pel duca Roberto I gli Stati Parmensi.

«In virtù dei fatti or ora compiutisi negli Stati del duca Roberto nostro amato figlio, e risguardando particolarmente ai pretesi voti emessi illegalmente nei giorni 41 e 12 del marzo scorso, e all'usurpazione degli Stati stessi in oggi consumata per la loro annessione allo Stato vicino,

«Noi consideriamo come sacro il dovere di elevare di nuovo le nostre proteste.

«Noi protestiamo dapprima.

«Contro il preteso diritto di dedizione, proclamato in favore delle popola zioni, nuovo incoraggiamento messo in opera per sottrarle all'obbedienza dei governi costituiti.

«Contro i procedimenti del Re di Sardegna per ottenere ad ogni preso io suo favore le manifestazioni delle popolazioni del ducato.

«Contro la violenza imposta dagli agenti del governo piemontese al popolo parmigiano. Conosciamo di lunga mano i veri sentimenti degli abitanti del ducato; ne abbiamo avute assai prove in memorabili circostanze durante la nostra reggenza, ed anche negli ultimi tempi: sono essi di attaccamento all'autonomia del paese, di fedeltà al loro sovrano legittimo. Egli è sotto l'intimidazione delle minaccio, sotto la corruzione del raggiro e l'oppressione del terrore; egli è in conseguenza dei giuramenti al re Vittorio Emanuele stati imposti sotto pena di destituzione agli impiegati d'ogni sfera nell'amministrazione: egli è per Io scoraggiamento generale cagionato dai nove mesi di procurate incertezze e di sofferenze perigliose. Egli è con questi mezzi che si poterono strappare da un numero considerevole di individui le manifestazioni di un suffragio già anteriormente falsato. Opera dell'estero, contraria agli interessi permanenti delle popolazioni come ai diritti della sovranità, all'indipendenza dello Stato, queste manifestazioni non ponno avere alcun valore morale, e perciò le dichiariamo nulle e di niun effetto.

«Noi protestiamo in seguito

«Contro l'annessione degli Stati del nostro amatissimo figlio ai dominii della Casa di Savoia, che questa ha di presente accettata e compiuta, e pertanto non protestiamo meno

«Contro gli atti di accettazione e presa di possesso dei detti Stati che

«Contro chiunque co' suoi consigli od aiuti ha concorso a promuoverla e ad effettuarla.

«Quest'annessione è una violazione flagrante dei trattati europei, di tutti i principii di diritto delle genti e della inviolabilità degli Stati e delle corone.

«Quest'annessione non potrebbesi mai ripetere come una conseguenza legittima della guerra; e noi intendiamo respingere sempre e sovratutto gli erronei ragionamenti che vennero architettali dal governo piemontese, falsando il senso dei trattati puramente difensivi tra il ducato di Parma e l'Austria, e snaturando i fatti per trarre il ducato alla condizione di Potenza belligerante nel conflitto insorto fra l'Austria da una parte, la Francia ed il Piemonte dall'altra, e così procacciarsi un titolo apparente e farne soggetto di conquista.

<Ognuno perfettamente conosce che dal momento in cui la guerra è stata dichiarata, la nostra condotta irrevocabile e i nostri perseveranti sforzi non hanno avuto altro scopo che quello di tutelare al possibile l'indipendenza ed il benessere dei nostri popoli, serbandosi in un'attitudine di neutralità. Questa neutralità, quale la permettevano i trattali, ma però vera e legittima, venne violata per l'entrare delle truppe estere a Pontremoli. Noi abbiamo protestato allora; e non ci siamo allontanali dagli Stati nostri, se non quando le nostre proteste non sono state più sufficienti a proteggere i sacri diritti di nostro figlio.

«La nostra neutralità a'  appoggia a solidi argomenti di diritto e di fatto, che valsero a far riconoscere e riservare nel trattato di Zurigo il diritto del Duca di Parma. Essa è, cionullameno, sempre superiore alle condizioni ed alle vicissitudini di quel trattato. Basata nel diritto delle genti, non è soggetta a perire.

«Ora il diritto del duca Roberto sugli Stati di Parma è antico, riconosciuto, riconfermato ed intiero. Fu garantito dalle Potenze europee coi trattati del 1815 e 10 giugno 1817. Ottenne implicitamente conferma dal Re di Sardegna pei trattati internazionali seguiti da quell'epoca in poi, e notevolmente pel trattato di pace stipulato tra l'Austria ed il Piemonte, il 6 agosto 1849, al quale il duca di Parma per l'art. 5 fu invitato]ad aderire, ed ha aderito. Esso non può, secondo i principii riconosciuti finora e propugnati in Europa, essere surrogalo da un preteso diritto di suffragio popolare; meno ancora dal diritto illimitato dei popoli di darsi ad un sovrano estero.

«Per conseguenza l'offerta degli Stati di Parma che il governo piemontese ha procacciata al Re di Sardegna con mezzi rivoluzionari, la loro accettazione e la loro annessione or consumata pel decreto del re Vittorio Emanuele del 18 marzo 1860 sono atti di colpevole e odiosa spogliazione a detrimento del nostro amatissimo figlio il duca Roberto I e suoi successori.

E noi, madre, tutrice e reggente, riprotestiamo, nell'interesse della nostri dinastia e della popolazione degli Stati di Parma, contro tutti i suddetti atti ingiusti, come contro tutte le loro conseguenze.

E senza attendere l'esame, a cui le Potenze d'Europa potrebbero sottomettere anche per l'art. 9 del trattato di Zurigo, le nuove condizioni fatte all'Italia, noi ci appelliamo alle dette Potenze, chiediamo il loro appoggio,  e ci rimettiamo con confidenza alla loro equità, e alla giustizia di Dio.

La presente protesta sarà notificata a tutte le Potenze segnatane dei trattati del 1815 e 1817, così come alle altre Corti amiche.

Zurigo; 28 marzo 1860.

Luisa m. p.

PROTESTA DELL'AUSTRIA CONTRO LE ANNESSIONI

L'Austria ha fatto presentare alla nostra Corte una protesta contro le recenti annessioni, trasmettendola poi a tutte le Corti d'Europa accompagnala da una circolare. Ecco la circolare e la protesta:

Vienna, 25 marzo 1860.

Nel corso dall'anno passato noi ci trovammo parecchie volte obbligati a richiamare la seria attenzione dei gabinetti sugli atti del governo piemontese, che tendevano ad una violenta perturbazione dello Stato territoriale esistente in Italia e dei trattati che costituiscono la base del diritto pubblico in Europa.

Questi atti ebbero la loro conclusione nei decreti di S. M. il Re di Sardegna, delli 18 e 22 corrente, in forza dei quali gli Stati di Toscana, Modena, Parma e Romagna vennero annessi al Piemonte.

L'Imperatore, nostro augusto signore, limitandosi per ora (dans ce moment) a protestare contro questi alti, i quali non solo distruggono l'organamento politico d'Italia, a fondare il quale concorsero tutte le Potenze europee nei negoziati dell'anno 1815, ina costituiscono eziandio tante flagranti violazioni dei diritti guarentiti in specialità all'Austria dai predetti trattati, è persuaso di dar prova di una moderazione, la quale senza dubbio sarà apprezzata dai governi ai quali sta a cuore la conservazione della pace generale.

Noi abbiamo protestato contro i predetti decreti d i annessione mediante la inchiusa nota, che sarà trasmessa al gabinetto di Torino dalla cortesia della regia legazione prussiana.

Io prego V. S., sig........ a leggere questo dispaccio e la nota inclusa al signor ministro degli affari esteri ed a rilasciargliene copia. Aggradite, ecc.

Firm. Recheberg.

Al corte Brassier de Saint Simon a Torino.

Vienna, 25 marzo 1860.

Con decreti di S. M. il Be di Sardegna, in data 18 e 22 corr., gli Stati di Parma, Modena, Toscana e Romagna vennero annessi al Piemonte.

Considerando che per l'articolo 98 detratto finale del Congresso di Vienna del 9 giugno 1815, i diritti di successione e di riversibilità appartenenti alle famiglie arciducali austriache rispetto al ducato di Modena, Reggio e Mirandola, come pure ai principati di Massa e Carrara, vennero mantenuti intatti; — che per l'art. 7 del trattato di Parigi del 40 giugno 1817, conchiuso tra le corti d'Austria, di Spagna, di Francia, della Granbretagna, di Prussia e di Russia, in esecuzione dell'art. 99 del predetto atto finale del Congresso di Vienna, venne espressamente confermata la riversibilità dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, come alava convenuta nel trattato austro-sardo del 20 maggio 1815, perii caso di estinzione della linea dell'infante Don Carlo Lodovico: — che, con un articolo dei preliminari di Vienna, 3 ottobre 1735, confermato dal trattato definitivo del 28 agosto 1736, il granducato di Toscana venne guarentito alla Casa di Lorena, quale compendo per il grande sacrificio da essa fatto colla cessione degli antichi suoi Stati: — che l'articolo 100 dell'atto del Congresso di Vienna ha confermate quelle disposizioni e quelle garanzie; — che per i preliminari di Villafranca, ai quali ha preso parte S. M. Sarda, venne stabilito che il Granduca di Toscana ed il Duca di Modena avessero a ritornare nei loro Stati; che, per l'art. 19 del trattato di pace conchiuso a Zurigo, il 10 novembre 1859, tra l'Austria e la Francia, vennero espressamente riservati i diritti del Granduca di Toscana, del Duca di Modena e del Duca di Parma;

Considerando finalmente che i predetti decreti di annessione sono in diretta opposizione al complesso di queste disposizioni;

L'Imperatore, mio augusto Sovrano, non fa che usare di un evidente diritto, e non adempie se non ad un imperioso dovere, protestando solennemente contro i detti decreti e contro tutte le conseguenze che potessero derivare dai medesimi a danno dell'augusta sua Casa e de'  suoi Stati, e riservandosi espressa mente tutti i diritti guarentiti all'Austria in questo proposito dai trattati europei.

Io ho l'onore di pregare l'E. V. di voler partecipare al signor Presidente del Consiglio di Sua Maestà Sarda questo dispaccio, lasciandone copia.

Aggradite, ecc.

Firm.: Rechberg.

PROTESTA. DEL GRANDUCA DI TOSCANA

Pubblichiamo la protesta del Granduca di Toscana contro le annessioni. È un importantissimo documento per la storia de'  nostri tempi.

«Sino a tanto che, nel doloroso periodo trascorso dal 27 aprile 1859 sino ad oggi, ci fu dato sperare che il vero amore della patria, il sentimento del giusto e dell'onesto, il rispetto dei trattati, la parola del sovrano riuscirebbero ad arrestare il corso dell'opera perturbatrice, che, sotto il pretesto della felicità dell'Italia è sul punto di comprometterla nella più seria guisa, ci siamo con tutto il riguardo astenuti d'intervenire in questo grave dibattimento, sicuro che la prima parola che avremmo indirizzata al nostro popolo, sarebbe una parola d'intiero obblio del passato e di reciproca felicità per l'avvenire.

«Ma gli atti compiuti dall'abile cospirazione che, all'ombra del trono della Savoia, ha inviluppalo nelle sue reti tutta l'Italia centrale e sacrificato ad una ambizione dinastica quanto vi è di più sacro sulla terra, c'impongono il dovere d'innalzare la nostra voce di sovrano italiano e d'appellarsene alle Potenze europee, tanto nell'interesse dei nostri diritti violati, quanto in quello dei nostri amati Toscani e dell'intiera nazione.

«Quando nei primi giorni del 1859 i dissensi tra la Francia e la Sardegna da una parte, e l'Austria dall'altra, furono giunti al punto che dovevasi considerare probabile l'apertura delle ostilità, il governo granducale, fedele alla politica già da lui seguita in analoghe circostanze, propose ai gabinetti di. Vienna, di Parigi e di Londra la neutralità del suo paese, la quale, dalla prima accettata, era in via d'essere riconosciuta dagli altri, quando sopraggiunsero gli avvenimenti del 27 aprile.

«All'azione diplomatica venne allora a sostituirsi l'azione rivoluzionaria da lunga mano preparata dal governo piemontese, come lo constata l'arrivo a Firenze, alla vigilia del 27 aprile nella sera e nel mattino di detto giorno, d'individui, i quali, allora al servizio sardo, vennero a dirigere la rivoluzione e prendere il comando delle truppe del granducato.

«Il nostro augusto padre, il granduca Leopoldo II, si trovò in tal guisa ad un tratto in faccia alle imperiose esigenze della rivoluzione. Egli comprendeva che la sorte della guerra di già dichiarata non dipendeva punto del tutto dall'atteggiamento della Toscana, e che la neutralità reclamata avrebbe meglio garantiti gli interessi dello Stato qualunque fosse l'esito di quella gran lotta. Cionondimeno desiderando di evitare le discordie intestine, chiamò a sè il marchese di Lajatico, che la voce pubblica designava come l'uomo più accettabile per riuscire ad una conciliazione, lo incaricò della formazione del nuovo gabinetto e gli affidò la condotta politica interna ed esterna, che in sì gravi congiunture gli sembrasse la più conveniente. Il marchese di Lajatico accettò la missione e uscì dal palazzo Pitti col mandato di compierla.

«Il luogo e i consiglieri che andò a consultare per rispondere all'atto di fiducia del suo sovrano, furono la legazione di Sardegna ed i capi dell'insurrezione che vi avevano stabilito il loro quartiere generale.

È là che si dellberò la dimanda di abdicazione di S. A. I. e R. il granduca Leopoldo II; e il marchese di Lajatico, il quale, come mandatario del principe, doveva difendere e mantenere la sua autorità, non credette mancare facendosi latore della nuova proposizione.

«La dimanda d'abdicazione formolata nel momento istesso, in cui il principe accedeva alle esigenze messe avanti dai fautori della rivoluzione, lo mise in uno di quei casi supremi, in cui non si può prender consiglio che dalla propria dignità, la cui difesa implica quella degli interessi reali della nazione.

«S. A. I. e R. ricusò d'accettare queste ingiuriose proposizioni, e dopo aver protestato davanti al corpo diplomatico contro la violenza che gli era stata fatta, prese il solo partito possibile nella sua situazione, quello cioè di ritirarsi da un paese ove gli s'impediva l'esercizio della sua autorità sovrana, e ove gli era interdetto di pubblicare i suoi decreti.

«Gli avvenimenti della guerra riuscirono all'armistizio ed ai preliminari della pace di Villafranca, li quali, espressamente acconsentiti da S. M. il Re di Sardegna, portavano che i sovrani allontanati dalla rivoluzione rientrerebbero nei loro rispettivi stati, per far parte di una Confederazione italiana, che farebbe entrare la nazione nel diritto pubblico europeo.

«Allora, nel nobile desio di cancellare la traccia d'antichi dissensi e per togliere qualunque protesta agli agenti di discordia, S. A. I. il duca Leopoldo II abdicò liberamente la corona il 25 luglio, e quasi tutta l'Europa ci riconobbe come sovrano legittimo della Toscana. Da quel giorno siamo stati investiti di un sacro diritto, ed avevamo consacrata tutta la nostra vita all'amato nostro popolo di Toscana, il cui avvenire era ormai garantito dai saggi provvedimenti di libertà interna e d'organizzazione federale contenuti nel programma di S. M. l'imperatore Napoleone.

«Il trattato di Zurigo, firmato da S. M. il Re di Sardegna, venne ad aggiungere una nuova consacrazione ai diritti riconosciuti a Villafranca, ma tra i preliminari di Villafranca e le stipulazioni di Zurigo avvenne un nuovo fatto. Le autorità rivoluzionarie della Toscana, docili schiave del governo ambizioso, dal quale traevano la loro illegale origine, avevano di già proceduto alla convocazione di una assemblea destinata a votare arbitrariamente l'annessione della Toscana al Piemonte.

«Così travolgendo tutti i principii del diritto pubblico, un governo che la parola e la firma del suo Re obbligavano a prestarci il suo appoggio, o almeno a serbare verso noi una stretta neutralità, disconosceva i sacri doveri della sua posizione fino a suscitare contro il ristabilimento della nostra legittima autorità una manifestazione faziosa, di cui doveva raccogliere i frutti; e mentre l'imperatore Napoleone, fedele alle sue promesse, porgeva dinanzi al corpo legislativo e in faccia all'Europa consigli di moderazione e di prudenza al suo reale alleato, questi, profittando della presenza dell'armata francese, che fece passare in faccia al mondo come complice delle sue usurpazioni, proseguiva sino all'estremo la sua politica invaditrice e astuta, il cui ultimo termine doveva essere l'annessione.

«In presenza a simili fatti non possiamo più tacere. Noi dovevamo protestare e protestiamo a tutt'uomo di nostra convinzione contro atti colpiti di nullità nel loro principio e nelle loro conseguenze.

«Protestiamo contro la violazione dei trattati, contro indegne manovre riprovate dalla scienza pubblica.

«Protestiamo contro questo nuovo procedere di usurpazione territoriale per mezzo d'assemblee popolari che, se fossero ammesse nel diritto delle nazioni, scuoterebbero tutti i fondamenti, sui quali l'indipendenza di ciascun Stato e l'equilibrio della società europea riposano.

«Ce ne appelliamo a tutti i sovrani dell'Europa personalmente nella nostra causa interessati.

«Ce ne appelliamo alla rettitudine dell'imperatore dei Francesi, il quale non ha potuto vedere senza profondo rammarico la riuscita di quelle colpevoli imprese consumate all'ombra del suo nome e della sua spada.

€ Ce ne appelliamo particolarmente a voi, nostri amati Toscani, che, per più di un secolo, avete goduto sotto il governo di nostra famiglia una prosperità di cui eravate giustamente alteri, imperocché era opera vostra, poiché era il risultato della vostra fedeltà e del vostro attaccamento alle vostre istituzioni.

«Se in questi ultimi tempi si è potuto traviare le vostre menti e sorprendere la vostra buona fede, egli é persuadendovi che l'annessione al regno di Sardegna vi renderebbe pili forti e proteggerebbe più fermamente la vostra indipendenza.

«Disingannatevi su questo punto.

«Per difendere la sua indipendenza contro i vostri possenti vicini, l'Italia non ha altra forza che l'azione morale del diritto pubblico o l'accordo di tutta la nazione. Ma siffatto accordo da sì gran tempo desiato, lo rendete voi medesimi impossibile partecipando alla formazione di uno Stato centrale che di già sveglia le giuste diffidenze d'una parte dell'Italia e prepara un funesto antagonismo. Voi separate la nazione invece di riunirla; e il giorno in cui l'ambizione e la violazione vorranno tentare al mezzogiorno ciò che è riuscito al centro, la guerra civile dilanierà ancora una volta le nostre contrade, e la sventurata Italia ritornerà ad essere preda delle invasioni.

«Se la Provvidenza sembrava avere riservata alla nostra nazione, tra tutte la gloriosa missione di ravvicinare tutti i membri della patria comune, di formarne un sol fascio e d'inaugurare in somma la Confederazione italiana, è a voi, o Toscani, che questo compito era certamente devoluto. Invece, coll'annessione diventate i membri d'un nuovo Stato, il cui spirito particolarmente amministrativo e militare niente ha di comune colla grandezza dei vostri ricordi, e Firenze, la città delle arti, la regina letteraria dell'Italia non sarà più che un capoluogo d'un dipartimento piemontese.

«Ma, grazie a Dio, la ragione del popolo non può restare a lungo pervertita a questo punto: questi subitanei cambiamenti apportati nella vita delle nazioni dall'errore e dall'intrigo, non potranno avere conseguenze durevoli; e la vostra virtù ritemperata nel dolore che l'annessione vi prepara, vi assicura più tardi migliori destini.

«Nel mio triste esiglio, cari ed amati Toscani, serbo la memoria di tutte le testimonianze d'affetto e di rispetto da voi ricevuti; anche da lungi assisto e prendo parte alle vostre sofferenze. Ringrazio dal fondo del mio cuore i molti amici che danno ogni giorno nuove prove del loro inalterabile attaccamento ai miei interessi, e della loro confidenza nello avvenire.

«Verrà giorno, in cui l'ingiustizia che mi ha colpito avrà il suo termine, e quel giorno mi troverà pronto a consacrarvi tutte le forze della mia esistenza. «Dresda, 24 marzo 1860.

«Ferdinando».

MEZZA TORNATA DEL SENATO FRANCESE SULLA QUESTIONE ROMANA

(Pubblicato l'11 aprile 1860).

1.

Lors de la discussion d'une pétition sur l’échelle mobile le Sénat continua la discussion à un'autre séance. Il ne serait pas convenable que la discussion actuelle fut circonscrite à une demi-séance. Plusieurs orateurs inscrits n'ont pas pris la parole; différentes questions, qui n'ont pas été abordées, peurrait être traitées... Il serait intéressant d'entendre à leur tour les militaires qui avaient demandés à prendre part à la discussion: ces généraux ont été à Rome, ils connaissent l'état de l'Italie»

(Le Marquis de ' Boissy, Senato Francese, tornala del 29 di marzo).

Il Senato francese consacrò la tornata del 29 di marzo 1860 all'esame delle petizioni che gli erano state presentate, affinché si adoperasse per indurre il governo a sostenere la causa del Santo Padre e difendere l'integrità del suo dominio temporale. Il Moniteur contro il suo costume, pubblicò il testo medesimo dei discorsi recitati da'  Senatori in quella tornata.

Preziosa discussione sarebbe stata se il Senato francese con piena indipendenza e con assoluta libertà avesse potuto esaminare i seguenti punti; 1° delle cause della rivoluzione romagnola; 2° se v'ebbe parte il governo imperiale? 3° perché non fu possibile la ristaurazione Pontificia nelle Romagne; 4° dei doveri verso il Santo Padre che incombono alla Francia come Potenza cattolica, come Potenza incivilitrice, come potenza intervenuta nelle cose italiane.

Ma non fu lecito l'addentrarsi in questi punti, per varie ragioni: e per l'indole de'  Senatori, la cui maggioranza disdegna le discussioni serie e profonde, che possono menomare la pace che gode su quei comodissimi e lucrosi seggioloni; e per la volontà del governo che, se consentiva qualche parola, non permetteva certo né di addurre ogni maniera di argomento, né di protrarre la disputa oltre il tempo determinato.

Così mentre il Senato francese avea prima speso due buone tornate per ventilare una petizione relativa alla scala mobile, poté appena consacrare mezza tomaia alle petizioni che avevano suscitato una questione eminentemente cattolica, eminentemente francese, eminentemente sociale. Detti appena alcuni discorsi, si gridò ai voti, ai voti; la chiusura la chiusura.

Il marchese di Boissy domandò che continuasse la discussione nell'interesse tanto bonapartista, quanto cattolico. Aveano parlato appena appena i Cardinali; il generale Gémeau aveva chiesto fin dai principio della tornala la facoltà di parlare, e non l'aveva ottenuta; volevano parlare altri militari, quelli in ispecie che erano stati in Roma, e conoscevano le condizioni d'Italia; ma tutto fu inutile. La discussione venne chiusa nel meglio, e a ciò dobbiamo forse la pubblicazione dei discorsi fatta dal Moniteur.

Quanta differenza tra la discussione della questione romana nell'Assemblea repubblicana del 1849 e nel Senato imperiale del 1860! Allora si consacravano ben tre tornate a sì grave argomento, quelle del 18, del 49 e del 20 d'ottobre, e Carlo Maria Curci raccogliendone in un prezioso volume i discorsi scriveva la pili splendida apologia del governo temporale dei Papi. Ma il 29 di marzo del 1860 la mezza tornata del Senato imperiale ci diè ben poco; tuttavia anche quel poco vuol essere raccolto, divenendo molto per la condizione dei tempi.

Erano state presentate al Senato francese 42 petizioni, sottoscritte da 6342 persone, le quali chiedevano instantemente l'intervento del Senato in favore del potere temporale della S. Sede e dell'indipendenza del Capo della Chiesa». Parigi aveva presentato otto petizioni con 34 3 firme. La petizione di Marsiglia, stampata a gran numero di copie, recava 4517 sottoscrizioni. Un'altra petizione dello spartimento di Tarnet-Garonne non aveva che 467 sottoscritti; questi però dichiaravano «ch'essi avrebbero potuto comprovare l'assenso comune con un gran numero di firme, ma che hanno amato meglio arrestarsi ad un limite che lasciando alla loro petizione tutto il peso di un atto in armonia coll'opinione generale del paese, gli toglie la possibilità di essere un soggetto d'agitazione od inquietudine». Due petizioni, portanti i numeri 72e 122, emanavano, la prima dal Vescovo di Montauban, l'altra dal Vescovo di Carcassona e dal suo Clero.

Ecco il testo della petizione dei Parigini: «Signori Senatori: — A termini dell'art. 25 della costituzione che ci regge, il Senato è il guardiano del patto fondamentale e delle libertà pubbliche. La più essenziale delle libertà pubbliche è la libertà di coscienza. La libertà di coscienza pei cattolici ha per condizione indispensabile la stessa indipendenza dell'augusto Capo della Chiesa. Ora la guarentigia dell'indipendenza del Papa è la sua sovranità temporale, la più rispettabile delle sovranità. Qualsiasi intrapresa contro questa sovranità è un'intrapresa contro la libertà delle nostre coscienze. 1 sottoscritti hanno l'onore di domandarvi, signori Senatori, di compiacervi, in virtù del diritto che vi è conferito dall'art. 25 della Costituzione, d'intervenire presso il governo affinché, fedele alle gloriose tradizioni della figlia primogenita della Chiesa, faccia uso della sua influenza a prodi tutti i diritti temporali della Santa Sede».

La petizione di 162 abitanti di Lione aggiungeva: «Che i cattolici mal comporterebbero con ragione di vedere introdurre nel diritto pubblico d'Europa, e contro il potere che regge la loro coscienza, il principio sovversivo della legittimità, della sommossa e dell'indegnità del sovrano. Che, se non è sempre possibile, utile o politico l'intervenire colle armi, è sempre facile di non accordare la. sanzione del diritto a fatti che son riprovati ugualmente dalla giustizia e dalla storia, dall'onore dei governi e dall'interesse dei popoli».

I petenti di Marsiglia ponevansi, in nome degl'interessi cattolici, sotto la protezione dell'art. 45 della Costituzione, che autorizza tutti i cittadini ad indirizzarsi al Senato allorquando circostanze difficili loro sembrassero esigere le manifestazioni delle proprie convinzioni e dei proprii voti. Nulla è tanto saggio, aggiungono essi, quanto questa fiducia del legislatore, il quale provoca così in modo legale e regolare l'espressione del pensiero pubblico; ma nulla altresì sarebbe tanto da condannarsi quanto la timidezza o la debolezza che, in un'occasione solenne, temesse di ricorrere al primo Corpo dello Stato per far giungere ai piè del trono le inquietudini di una grande nazione. Lo stato delle cose in cui gli eventi hanno posto la Francia e la Chiesa è una di queste occasioni solenni. I sottoscritti credono compiere ad un dovere di religione, d'onore e di patriottismo supplicando il Senato a compiacersi di voler essere il loro organo presso l'alta saggezza di S. M. ».

Leggevasi infine in altre petizioni: «Si è invano che, per sottili distinzioni, si vuol separare il poter temporale del Sommo Pontefice dal suo potere spirituale: il buon senso, la storia e la tradizione della Chiesa si uniscono per attestare che l'indipendenza del Capo della nostra fede sta congiunta colla sua sovranità temporale, e che ledendo questa sovranità si turba tutto ad un tempo l'esercizio della sua autorità spirituale e la tranquillità delle nostre coscienze».

La prima Giunta delle petizioni incaricava il signor de Royer di riferire su tutte queste, e la relazione veniva presentata nella tornata del 24 di marzo. Il relatore osservava che in forza del decreto del 31 dicembre 1852 l'esito delle petizioni non poteva essere che questo; o rimandarle al ministro degli affari esteri ed al ministro dei culti, o passare all'ordine del giorno puro e semplice. Proponeva al Senato quest'ultima soluzione, giacché il governo imperiale avea proclamato altamente il rispetto ai diritti temporali del Papa; eia rivoluzione delle Romagne sfuggiva interamente all'azione della Francia ed alla responsabilità del suo governo.

Nella mezza tornata del 29 di marzo incominciò a parlare il marchese di Gabriac, e sostenne la giustizia e l'opportunità delle petizioni. Tracciò la storia dei presenti tumulti, e ne addossò la colpa al governo piemontese il quale si appoggia su di un partito potente in Italia, perché molto più energico dei suoi avversari, e perché a suo talento può dispensare le speranze illimitate, di cui dispone ogni partito rivoluzionario».

Detto come avvenisse la guerra e come terminasse, accennò di quanto dolore fosse a'  rivoltosi la pace di Villafranca; come poi tornasse al ministero piemontese il conte di Cavour che chiamava, al pari di Mazzini, il Capo del partito unitario; come si compissero le annessioni, e come per una necessaria compensazione toccasse all'Impero francese la Savoia e la Contea di Nizza. Il marchese di Gabriac godeva sopratutto dell'acquisto della Savoia. «La Savoia in specie, che nutre un popolo guerriero e generoso, che fe' la forza dell'esercito piemontese, è una preziosa conquista per la Francia; e le assicura un'influenza dominante in Italia». Gravi parole, che meritano d'essere ben ponderate dai Piemontesi e dagli altri Italiani.

Il marchese di Gabriac chiedeva che questa influenza cominciasse ad adoperarsi dal governo francese in favore del Papa. Osservava, la rivoluzione delle Romagne non essere che il cominciamento di altre rivoluzioni. Gli unitari pretendere Roma, e ripetere con Mitridate: A Roma, miei figli, noi vogliamo andare; per ora mascherarsi e dissimulare, ma contro Roma combinare i loro attentati, e voler non solo diminuire, ma pienamente distruggere la sovranità temporale dei Papi «la quale è necessaria, indispensabile, al Pontefice per esercitare con indipendenza le sue sublimi funzioni, e poter essere con imparzialità ed autorità il centro ed il dottore del Cattolicismo».

Le petizioni, conchiudeva il marchese di Gabriac, chiedono che il governo francese non riconosca in diritto le recenti annessioni: non veggono altri infuori di Napoleone III che sia potente ad arrestare il corso della rivoluzione, e 'lo scongiurano ad adoperare perciò la sua forza; la quale domanda ha uno scopo religioso e politico ad un tempo: religioso perché mette in salvo l'indipendenza del S. Padre; politico perché provvede agli interessi della Francia.

Dopo il marchese di Gabriac parlò il Cardinale Donnet in favore delle petizioni, poi il sig. Tourangin contro; chiese di parlare il gen. Gémeau, e non l'ottenne; parlò il Cardinale Mathieu, il signor Dupin, il barone di Crouseilhes, il Cardinale Morlot, Monsignor di Mazenod, ecc. In un secondo articolo daremo l'analisi di questi discorsi.

II.

Dopo il marchese di Gabriac parlò il Cardinale Donnet, il quale esordì osservando che, sebbene altre volte il potere temporale dei Papi sia stato assalito, raramente gli assalti provocarono in tutto l'orbe cattolico un esempio così imponente di proteste, uno slancio così generoso di resistenza morale come nella crisi presente. «Certo, diceva l'emmentissimo Senatore, noi siamo lontani dai giorni, in cui una querela di scuola, o qualche cosa di più grave ancora potea portare dei germi di divisione nel seno della Chiesa. Tra que' giorni e i nostri venne la persecuzione, come la fiamma che purifica l'oro, e il sangue de'  Pontefici corse lavando il passato, fecondando l'avvenire, e cementando l'unione imperitura della Chiesa intorno al suo Capo.

Premessa questa consolantissima osservazione, il Cardinale Donnet avvertiva che i Vescovi, i quali seggono nel Senato francese, doveano difendere «la libertà della Chiesa minacciata nella sovranità temporale del suo capo con qualche cosa di più che lagrime e preghiere». Avvertiva che il Senato francese, tutore degli interessi religiosi e morali della Francia, doveva levarsi «contro la violazione di un diritto, che, consumala pervia della rivolta, mettea in pericolo il potere di tutti i principi, e lo stesso ordine sociale». Avvertiva, che nella questione romana v'avea qualche cosa di più che un interesse dinastico, o la causa di un popolo. V'avea l'interesse del mondo cattolico, la causa di ducento milioni di Cristiani, la libertà delle loro coscienze. Imperocché se, a detta dei sig. Thiers, la cui autorità venne citata nelle petizioni di Lione, non v'ha indipendenza pel Pontificato che nella sovranità, è diritto e dovere dei cristiani il protestare contro tuttociò che potrebbe diminuire questa sovranità medesima.

Il signor Rover nella sua relazione sulle petizioni, che il foglio ufficiale del conte di Cavour si affrettò a pubblicare per intero, aveva detto che la fede non correva nessun pericolo ed era fuori di questione. Al che rispose il Cardinale Donnei, che la causa della sovranità temporale del Papa implicando la sua indipendenza e la libertà della Chiesa, per questo verso, era questione essenzialmente religiosa.

Il sig. Rover avea soggiunto che l'imperatore Napoleone III erasi per lo innanzi dimostrato favorevole alla religione; e da ciò il Card. Donnet argomentava che per essere consentaneo a se medesimo dovrebbe l'Imperatore fare oggidì quello che già fece nel 1849. «Chi avrebbe pensato, esclamava il Cardinale, non dirò undici anni fa, quando riconducevamo da Gaeta nella capitale dei suoi Stati Pio IX, ma pochi mesi sono quando i Vescovi innalzavano al cielo i loro voti pel trionfo delle nostre armi, chi avrebbe pensato che ai nostri cantici di ringraziamento succederebbero così presto gli accenti di dolore del Padre comune dei fedeli!»

Il signor Royer avea attribuito l'insurrezione delle Romagne alla partenza degli Austriaci da quelle contrade. Ma il principe Napoleone non dichiarò d'aver obbligato gli Austriaci a partire? Dunque, argomentava il Card. Donnet, indirettamente almeno vuolsi attribuire alle mosse dell'esercito francese la rivoluzione romagnola. «E se l'Italia ingrata continua a mostrarsi accanita contro una Potenza, che un patriota italiano chiamava la sola grandezza vivente del suo paese, la Francia essendosi in certa guisa incaricata dei destini della Penisola, non può starsene in disparte per lasciar compiere gli avvenimenti».

Di questa guisa l'eloquente Cardinale incalzava il signor Royer, combattendone tutti i sofismi, e toccando della cessione della Savoia e Nizza, francamente notava lo sfregio che verrebbe alla Francia qualora potesse dirsi in Europa, che questa conquista e fu il prezzo delle Romagne tolte per mezzo di un'insurrezione al loro legittimo possessore l»

L'illustre oratore conchiudeva che non tutti sono capaci di discutere la questione del dominio temporale del Papa «ma che tutti hanno la coscienza che qualche co8a si prepara contro la più rispettabile autorità di questo mondo, e che le conseguenze ne saranno funeste per tutti Laonde eccitava il Senato a provvedere.

Dopo l'È.mo Donnet parlò il signor Tourangin, dichiarando il suo affetto alla causa del S. P. e della Chiesa, ma tuttavia votando contro le petizioni, perché era impossibile che Napoleone III e restasse indifferente per la più grave, la più difficile e la più dellcata quistione». Certo che egli resti indifferente non crediamo, ma che sia amico non oseremo dire!

Alle poche parole di quest'oratore tenne dietro il discorso del Card. Mathieu, il quale dimostrò che per tre ragioni principali dovevansi rimettere al ministero le petizioni: 1° Pel rispetto dovuto al Papa. Come? diceva il Cardinale, colpiremo coll'ordine del giorno una petizione che riguarda il nostro Padre nell'ordine spirituale, il nostro Capo nel cammino dell'eternità?» 2° Per l'interesse medesimo del governo. Se vuole il governo francese sostenere i diritti incontestabili del Papa, non dev'essere lieto di sapere che tale è pure il desiderio del popolo francese che ve lo spinge? 3° Per la pace pubblica.

Non può dissimularsi l'agitazione che regna in Francia. Per calmarla il governo ha proibito la pubblicazione delle Circolari dei Vescovi; ha proibito la distribuzione anche gratuita degli opuscoli in favore del Papa; ha proibito le prediche dei sacerdoti.

Non ostante l'agitazione continua, anzi le misure abbracciate, massime nella loro esecuzione, contribuirono ad accrescerla.

E qui il Cardinale Mathieu entrò a dire delle vessazioni della polizia francese; e la storia vuole che si conservi letteralmente il seguente periodo del suo discorso. Per gli opuscoli in difesa del Papa bisognò fare ricerche ed inquisizioni, e tale uomo povero delle campagne che s'era trovato d'averne un certo numero d'esemplari tra le mani, ha subito due interrogatorii. Si fecero visite domiciliari; si andò nelle scuole, si apersero gli scrigni de'  ragazzi, s'interrogarono, ai fecero loro quelle domande che richiedevano le ricerche. Quale perturbazione 1 Quale inquietudine! Riguardo agli ecclesiastici, se non si fosse proceduto che contro i rei, il male sarebbe stato minore. Ma si volle prevenire, sapere, informarsi, e allora fu necessario raccomandarsi agli uomini infimi della società, ed è sotto l'ispezione di questi uomini, voglio credere onesti, ma poco elevati, pochi istrutti, che si trovano i pastori delle nostre campagne! Oh quale piaga! E chi potrà scandagliare le conseguenze di una simile posizione?»

E il Cardinale conchiudeva essere necessario un pronto rimedio a quest'agitazione, né potersene ritrovare altro che prestarsi ai voti de'  cattolici, prendere a cuore la causa del Santo Padre, difendere il dominio temporale, combattere la rivoluzione che lo minaccia, dissipare i giusti timori de'  buoni francesi.

Le quali idee vennero tosto ribadite dal Cardinale Gousset, che parlò di poi, mostrando che nessun danno potea provenire al governo imperiale dal prendere in considerazione le petizioni in favore del Santo Padre; laddove, se il Senato le trascurasse, ne potrebbero derivare degli inconvenienti, dei gravi inconvenienti. «Sarebbe doloroso, diceva il Cardinale Gousset, che il primo Corpo dello Stato sembrasse indifferente in una questione che importa sovranamente ai cattolici ed a noi tutti, qualunque siamo, imperocché riguarda la fede, la religione, la giustizia, il diritto pubblico europeo».

Allora prese a parlare Andrea Dupin, e il suo discorso veniva riprodotto il 10 di aprile dal foglio ufficiale piemontese, il quale colla sua solita buona fede non faceva motto né dei discorsi che l'avevano preceduto, né di quelli che lo seguirono. Noi diremo alcune parole della cicalata del Dupin, la quale non istordì nessuno, perché quèst'oratore è sempre dalla parte di chi ha in mano la forza e gli onori. Qusndo, il 5 di agosto del 1851, nell'Assemblea nazionale Dupin disse: Nessuno porta maggior rispetto alt'autorità religiosa di quello che io faccia, tutta l'assemblea diè in uno scoppio di risa, come nota il Moniteur Universel, del 6 di agosto 1851. Dopo il trionfo del Papa, state certi che Dupin gli sarà favorevole. Egli nel 1830 propugnava i diritti della Casa d'Orleans al trono di Francia; nel 1848 propugnava i diritti della nuova Repubblica: ora propugna i diritti del Buonaparte e del colpo di Stato. E domani?

Come proemio a ciò che diremo del suo discorso, ci sia lecito di riferire il ritratto che Luigi Cormenin, nel suo Libro degli Oratori, fece del Dupin:

«Il camaleonte che cangia colore mentre il contempli; l'uccello che dà in mille giravolte e sfugge; il disco della luna che s'invola agli occhi di chi lo riguarda col telescopio; la navicella che sopra un mare agitato sale, discende e ricompare sull'onde; un'ombra che passa, una farfalla che vola, una ruota che gira, un lampo che guizza, un suono che si perde, tutti questi paragoni non sono che un'imperfetta idea della rapidità di sensazioni e della mobilità di spirito di Dupin» (Timon, Livre des Orateurs, tom. n, pag. 211, 17° édition). E tale doveva esaere l'avvocato di una politica che Pio IX definì una serie d'ipocrisie, e un ignobile quadro di contraddizioni.

III.

Il signor Dupin esordì confessando che i Cardinali avevano parlato con dignità con moderazione, e compiuto un dovere. Dunque è dovere de'  Cardinali e degli uomini di Chiesa difendere l'integrità del dominio temporale del Papa. E perché noi sarà pei cattolici? — Confessò ancora il sig. Dupin ch'egli non voleva contestare alla S. Sede le Romagne, epperò riconosceva i diritti del Papa. Ma con quale coscienza potea poi assumere le difese di chi aveva violati questi diritti? — Confessò finalmente il sig. Dupin che la questione romana avea eccitato tale e tanta commozione, a cui mai non si vide l'eguale: Nous n'avons jamais vu de pareilles émotions se produire dans la catholicité. E il sig. Dupin che tanto rispetta il preteso voto delle Romagne, perché poi non tien nessun conto del voto del cattolicismo?

Anche Luigi XIV, osservava l'oratore, assalì il dominio temporale del Papa, e il Clero di Francia non se ne dolse. Ma questo che cosa prova? Prova una vittoria di Pio IX in Francia, dove il signor Dupin vede l'ultramontanismo il più sfrenato,cioè il più puro cattolicismo. Anche noi cattolici abbiamo fatto i nostri progressi! avea prima esclamato il Card. Donnet; e la perfetta unione de'  cattolici francesi col Papa è un vero e salutare progresso. Il gallicanismo ornai bisogna ricercarlo tra i rigattieri e ne' discorsi del signor Dupin; il quale attribuendo Univers la colpa dell''ultramontanismo predominante in Francia, ha fatto di quel giornale il più solenne panegirico.

Avrebbe voluto il sig. Dupin che contro i Vescovi francesi si procedesse per abuso di potere. Se Napoleone III l'avesse fatto, in ciascun Vescovo di Francia sarebbesi vista la fermezza, che già apparve, sotto Luigi Filippo, nel Cardinale di Lione. E poi? E poi il sig. Dupin non dovrebbe dimenticare che a suo tempo anche la rivoluzione procedette contro la monarchia di luglio per abuso di potere, e suonata l'ora stabilita dalla giustizia di Dio, l'orleanese raccolse ciò che avea seminato.

Il signor Dupin si dolse che le pie istituzioni francesi non autorisées par la lois sposassero le parti del Papa; e deplorò le confraternite, che si infiltrano perfino negli opifizi. Ah! non vi piace lo spirito religioso che spira nel cuore degli operai? Ebbene estinguetelo, e che cosa ne avrete? il comunismo e il socialismo del 1848. — Osservò il signor Dupin, che fu necessario proibire i giovani soldati di frequentare le scuole dei Fratelli, per preservarli dal contagia dell'ultramontanismo. Saranno più valorosi i giovani soldati se impareranno dai «gallicani a disprezzare il Papa?

— Finalmente deplorò, il signor Dupin, che in tutte le chiese di Francia si fosse pregato per Pio IX sans autorisation du gouvernement. Ci vorrà dunque il permesso di Napoleone III per pregare Domineddio!

Su tutte queste preghiere, che sono altrettante petizioni, la Provvidenza passò all'ordine del giorno, e lasciò compirsi fatti, che senza dubbio erano nel suoi eterni disegni». Così il signor Dupin, con frizzo volteriano; e il Moniteur nota a questo punto sensazione prolungata e viva approvazione. Ma noi diremo all'oratore e a chi lo applaude ciò che già fu detto a Cesare; Non siamo ancora a sera; i fatti non sono ancora compiuti. Gli eterni disegni della Provvidenza si riveleranno a suo tempo, e voi, signor Dupin, colle vostre bestemmie ne affrettate lo svolgimento, perché osate rendere il giustissimo Iddio risponsale delle iniquità degli uomini!

Il sig. Dupin parlò della spedizione di Roma nel 1848 e 1849, levandola a cielo. «Noi abbiamo conquistato gloriosamente Roma a spese del sangue francese e ricondotto trionfalmente il Papa nella sede del Cattolicismo, rimettendolo nel Vaticano. Ecco uno di que' splendidi fatti, che non possono uscire dalla memoria dei cuori cattolici; uno di quegli alti fatti che la storia scriverà a giusto titolo tra le gesta Dei per Francos». Benissimo detto. Ma non trovate una contraddizione tra il Bonaparte del 1848, e quello del 1860? Non trovate una rassomiglianza tra l'opera di Mazzini e l'opera di Cavour? Perché allora ristorare il dominio temporale del Papa, e dieci anni dopo scalzarne le fondamenta?

Pio IX ha una colpa agli occhi del sig. Dupin, imperocché fu più contento € dell'Austria che sottoscrisse un Concordalo ultramontano, che della Francia attaccata ancora alle sue libertà gallicane». State a vedere che il Papa dovrebbe anteporre i figli scapestrati, che si sottraggono al l'autorità della Chiesa, e la rendono schiava sotto l'ipocrito nome di libertà, a divoti figli, che ne riconoscono i sacrosanti diritti!

L'Austria è cagione della rivolta delle Romagne, perché gli Austriaci abbandonarono il Papa. Così ripete il sig. Dupiu, facendo eco al signor Rover. Ma se l'Austria ebbe torto di ritirarsi dalle Romagne, perché la Francia non ne emendò l'errore coll'impedire la rivoluzione? Perché rispettò la rivolta? Perché forse la favorì?

Vox popoli, vox Dei, esclama il signor Dupin, parlando del preteso suffragio universale delle Romagne. Ma perché non sarà invece voce di Dio quella commozione della cattolicità, a cui per confessione del signor Dupiu, non videsi mai nulla di simile ne' tempi andati. ,

Finalmente l'oratore, dopo di averci rappresentato Pio IX come una vittima del Cardinale Antonelli, e fatto giuoco della sua politica, osava protestare il suo rispetto al Papa, rispetto cristiano, rispetto cattolico, Ipocrisia! Ipocrisia! Voi insultate, non rispettate Pio IX. È egli che parla, e non il Cardinale Antonelli, che ne eseguisce gli ordini, come fedele e coraggioso ministro. Rispetterebbe Napoleone III chi lo dicesse incatenato dal sig. Thouvenel?

Queste osservazioni, e molte altre che noi tralasciamo, avrebbero fatto i Cardinali senatori al signor Dupin, se non fosse stata strozzala la discussione. Il barone di Crouseilhes, che parlò di poi confutò il Gallicano colle parole di Bossuet.

«I Papi troveranno, diceva il Vescovo di Meaux, que' caritatevoli vicini che il Papa Pelagio II avea speralo». E perché Pio IX non li trovò in Napoleone III? Monsignor di Mazenot poté dire appena poche parole per avvertire il Senato che, trascurando le petizioni de'  cattolici francesi, si ecciterebbe tra loro il più grande malcontento; e signori, continuava con fatidico accento l'illustre Prelato, dal malcontento al disamore non corre gran tratto; e questo sarebbe una grande disgrazia, imperocché importa molto al governo di regnare sui cuori».

Ma i rumori soffocarono la voce di Monsignor di Mazenod; le grida ai voti la closure, la closure! si fecero udire da ogni parte; i cattolici non poterono difendere più a lungo né se stessi, né il loro Santo Padre. Si votò, e tocca alla storia raccogliere i nomi dei Senatori che votarono in favore del Papa. Sono i seguenti:

S. Em. il Card. Mathieu, S. Em. il Cardinale Donnet, S. Em. il Card. Gousset, S. Em. il Cardinale Morlot, il conte di Béarn, il marchese di Boissv, il conte Francesco Clarv, il barone di Crouseilhes, il barone Dupin, il marchese di Gft bréc, il generale Giameau, S. Gr. Mona. Mazenod, il generale Montréal, il Duca di Padova, il generale Rostolan, Amedeo Thaver.

TRE TORNATE DEL CORPO LEGISLATIVO FRANCESE 

SULLA QUESTIONE ROMANA

I.

L'11 di aprile del 1860 il Corpo legislativo francese entrava a discutere la questione romana sollevata da un discorso dell'eloquente e coraggioso deputato il visconte Anatolio Lemercier. In quel giorno il Corpo legislativo dovea approvare il disegno di legge, che riduceva il contingente della leva del 1859 da 140,000 uomini asoli 100,000. La leva ordinaria in Francia è di 80,000uomini. L'anno passato, quasi al rumore del cannone, il corpo legislativo, per ragione della guerra, aumentava questa cifra sino a 140,000 uomini. Per la pace di Villafranca il governo francese non si valse di tale facoltà, ed ultimamente propose che la leva accordata venisse ridotta da 140,000 a soli 100,000 per dare una prova de'  suoi pacifici intendimenti.

Il visconte Lemercier, discutendo questo disegno di legge, stimò opportuno di esaminare la questione della pace. «Se la pace è sicura, diceva egli, come il governo sembra credere ed io desidero, non è a 100,000 ma a 80,000 uomini che la cifra del contingente dovrebbe venir ricondotta, e si è per tale motivo che, d'accordo con parecchi de'  miei colleghi, ho presentato alta Giunta un temperamento in questo senso». Di qui il visconte Lemercier trasse argomento per gettare un'occhiata sull'Italia, dove la pace è più minacciata, e trattare la questione romana. Ecco gran parte del suo discorso tolto dal Moniteur di Parigi: «Quale fu la politica seguita dopo l'elevazione di Pio IX dai governi di luglio, e da quello della repubblica? Questa politica consisteva nell'incoraggiare il Santo Padre nella via delle riforme, via nella quale questo Pontefice erasi così generosamente incamminato; aiutarlo nelle sue resistenze alle esagerazioni della Giovine Italia, e bilanciare ad un tempo l'influenza assolutista dell'Austria e l'influenza rivoluzionaria dell'Inghilterra, rivelata dalla famosa missione di lord Minto.

 Questo movimento di riforme moderate, nel quale era entrato il governo Romano, fu violentemente arrestato dalla rivoluzione col trionfo di un partito, i cui membri non rifuggono davanti a nessuna violenza, e non si fermano nemmeno davanti all'assassinio. Tutti ricordano il deplorabile attentato contro il ministro di Pio IX, il conte Rossi, e la fuga, divenuta il solo scampo del Capo venerato della Chiesa, assediato nel suo palazzo. In questa circostanza il governo della Francia s'affrettò a salvare il Papa, poi a ristabilirlo sul suo trono, affine di non essere prevenuto in questo compito da un'altra nazione cattolica; e si è a questa saggia condotta, si è a questi incoraggiamenti dati alla politica liberale del S. Padre che sono dovuti il moiuproprio del 1849, e la promulgazione delle libertà provinciali e comunali, come pure lo stabilimento della consulta delle finanze.

«A questa politica liberale il governo imperiale restò fedele fino a questi ultimi tempi. Epperò nella tornata del 30 di aprile 1859 il presidente del Consiglio di Stato prometteva davanti il Corpo legislativo — che il governo prenderebbe tutte le misure necessarie, acciocché la sicurezza e l'indipendenza della S. Sede fossero assicurate in mezzo alle agitazioni, di cui l'Italia potea divenire il teatro. — E il 2 del maggio successivo il ministro dei culti in una sua circolare protestava che i diritti del S. Padre verrebbero sempre trattati con grande rispetto. Finalmente l'Imperatore nel suo proclama del 4 di maggio s'esprimeva così: e Noi non andiamo in Italia a fomentare la discordia e scrollare il potere temporale del Santo Padre, che noi abbiamo rimesso sul suo trono, ma a toglierlo dalla pressione straniera che si aggrava sulla Penisola, ed a contribuire a fondarvi l'ordine sopra interessi legittimamente soddisfatti».

«Voi non ignorate, signori, che poco dopo l'epoca a cui si riferiscono questi documenti, taluni credettero di ravvisare una certa deviazione nella politica della Francia, deviazione i cui sintomi principali erano: i termini del proclama di Milano, l'entrata del corpo misto del principe Napoleone nei Ducati, ed il proclama di questo Principe, la presenza delle navi francesi in Ancona, le mene dei signori Pepoli e Ci pria ni, e finalmente lo sgombro delle Romagne. Tuttavia io mi sentii assicurato contro siffatti timori dai preliminari di Villafranca, in cui sono riconosciuti i diritti del Papa ed anche quelli dei Duchi, dalla nota dell'8 settembre, dalla pace di Zurigo e dalla convocazione del Congresso. Ma dopo la pubblicazione dell'opuscolo: Le Pape et le Congrès, una nuova politica venne adottata dal governo. Questa politica è tale da assicurare la continuazione della pace? Ecco la questione che io mi propongo d'esaminare, come quella che è intimamente connessa colla determinazione del contingente dell'esercito. «Da prima, quali sono gli eventi che fecero cangiar politica al governo? Il Congresso era sul punto di riunirsi, perché farlo andare a monte? Nulla eravi di più facile che restituire le Romagne al Papa.

Bastava il dire al Piemonte che la Francia non presterebbe la mano all'annessione, o piuttosto all'usurpazione delle Romagne, ed esigere dal governo Piemontese che richiamasse gli autori delle mene da esso assoldati. 1 Romagnoli, lasciati a se stessi, sarebbero stati lieti di riporsi sotto l'autorità del S. Padre: del che vi basti una sola prova; io dico, il viaggio trionfale che, tre anni or sono, fece il S. Padre in quelle provincie, ove si vedeva accolto di città in città, di villaggio in villaggio cori vere ovazioni.

«Quale dunque fu il motivo di questo cangiamento di politica? Noi so: ed è perciò che ne sono impensierito, e come cattolico, e come uomo politico. 1 cattolici sono inquieti perché l'annessione delle Romagne suscita in tutta la sua estensione la questione del dominio temporale del Papa. Sono convinto che nessuno in questa Camera contesterà la necessità di questo dominio; giacche tutti capiscono che se il Papa non fosse principe, gli converrebbe dipendere da un'altra potenza, e quindi non sarebbe che il suddito di un monarca: e perciò perderebbe ogni prestigio del suo potere verso coloro che non sono sudditi dello stesso Sovrano. Del resto poi è evidente che gli argomenti, che si adducono riguardo alle Romagne, militano del pari per tutte le altre possessioni della S. Sede, per Roma stessa; ed è perciò che la notizia dell'annessione delle Romagne al Piemonte scosse da un capo all'altro l'Europa.

 Ho veduto con piacere che il governo ha permesso la pubblicazione in ex tenso del rendiconto della tornata del Senato, ove ai è dibattuta la questione delle petizioni de'  cattolici; e fo voti perché i dibattimenti del corpo legislativo sieno liberi dagli incomodi vincoli (del rendiconto ufficiale. In quella discussione uno degli oratori ai permise di dire che questa commozione dell'Europa per l'annessione delle Romagne al Piemonte fu una mena di partito, lo dirò che i cattolici non sono uomini di partito per ciò che spetta alla religione, giacché voi trovate lo stesso pensiero negli Inglesi, negli Americani, ne' Belgi, negli Alemanni ecc. Niuno dirà che sono uomini di parte quelle parecchie centinaia di vescovi, che da tutte le parti del mondo levarono la voce a, difesa dell'indipendenza del Capo della Chiesa. Se la commozione fu grande, si è perché i cattolici tutti videro che questa non è una mera questione politica, ma una questione religiosa; si trattava cioè dell'indipendenza del Capo della Chiesa».

Qui l'esimio oratore viene a sciogliere le obiezioni, che si sogliono più comunemente fare contro il potere temporale del Papa. Poscia entra a discorrere della missione del generale Lamoricière. Indi si fa questa domanda: qual è la potenza che potrebbe surrogare la Francia a Roma? E dopo aver detto che l'Inghilterra e la Francia non permetterebbero che a Roma ai recasse un altro esercito cattolico, prosiegue così:

«Se nessun'altra nazione cattolica può surrogare la Francia a Roma, dovrà entrarvi la rivoluzione, ovvero l'annessione al Piemonte avrà luogo. La rivoluzione per ora non è da temere. Mazzini cederebbe il posto. Quindi si vedrà senza fallo il Piemonte padrone di Roma. Ora io dico che il governo deve pensare seriamente all'ingrandimento del Piemonte che può essere fatale alla Francia. Certamente che quello Stato, quand'anche avesse tutti i 26 milioni d'Italiani, non potrebbe essere un pericolo serio per la Francia.

 Ma se l'Italia divenisse la testa di colonna di una lega europea, avremmo di che temere. E se la Francia non si opporrà all'ambizione del Piemonte, questo fra breve sarà padrone d'Italia tutta. Allora la scena cangierà: la parte del Piemonte sarà terminata. La rivoluzione, che si sarà per a tempo ritirata per giungere ad effettuare il suo sogno dell'unità italiana, ricomparirà; e la costituzione della repubblica dell'Ausonia concertata nelle Vendite dei carbonari è già bella e pronta.

«So bene che Mazzini non durerà più a lungo di Cavour sul seggio di Roma; e che la Provvidenza veglia sul Capo della Chiesa. «So, dirò col Guizot in un discorso pronunciato nel 1848, che i partiti rivoluzionari sono arroganti; so e che tengono in non cale la religione, il cattolicismo, il papato, e che s'immaginano che distruggeranno tutte queste cose come un torrente, cacciandole innanzi a sè: parecchie volte hanno tentato di ciò fare. Si diedero a credere e che sarebbero riusciti a sterminare codeste antiche grandezze dalla società umana. Ma esse riapparvero alle loro spalle, e riapparvero più grandi di essi. ciò che resistette al potere della rivoluzione francese e di Napoleone sormonterà bene le fantasie della giovine Italia!»

«Non tocca a me il tracciar la via che ha da tenere il Governo. Potrei fare molte domande al governo. Ma mi limito alle seguenti, che sono più pratiche: il governo è pronto a ripetere la sua dichiarazione dell'anno scorso riguardo al dominio temporale della S. Sede? È sempre disposto a farlo rispettate in tutta la sua integrità? È deciso di protestare quindi energicamente contro l'annessione delle Romagne al Piemonte? — Io ho piena fiducia che l'onorevole presidente del Consiglio di Stato risponderà a queste domande. Ma finché non abbia risposto, io credo che sono fondati i timori dei cattolici, e non sono per nulla tranquillo riguardo al mantenimento della pace».

Il signor Baroche, presidente del Consiglio di Stato ha dato una risposta sibillina, all'uso del suo signore, Napoleone III.

II.

Il visconte Anatolio Lemercier nel suo discorso, di cui abbiamo riferito una gran parte, ricordava come nel 1859 all'aprirsi della campagna d'Italia fosse stata in modo opposto interpretata la politica imperiale. Il signor Giulio Favre spiegavala come una politica altamente rivoluzionaria, laddove i deputati de la Sizeranne e Nogent Saint-Laurens, tra gli applausi della Camera dicevanta una politica conservatrice. «A quale di queste due politiche si è più ravvicinato il governo imperiale?» domandava Lemercier.

Il signor de la Sizeranne pigliò la parola, e cominciò a scusarsi dicendo che la pace di Villafranca era stata «un atto di coraggiosa moderazione, e avea fermato la questione italiana sul pendìo rivoluzionario, sul quale stava per isdrucciolare». Tuttavia l'oratore continuava: «Da quel punto, lo confesso, la politica della Francia parve essersi notabilmente modificata... Non nego che alcune delle speranze, da me manifestate nella discussione ricordata dal sig. Lemercier, sieno andate fallite; mi duole che il Corpo legislativo non possa pesare di vantaggio nelle bilancie degli interessi politici del paese, e non potendo di più mi restringo a far voti, perché la prudenza e la moderazione presiedano sempre agli atti del governo, che ora assume in sé solo la risponsabilità della politica interna ed esterna della Francia».

Il sig. Guvard-Delalain parlò di poi, e sebbene favorevole a Napoleone III, cominciò «per rendere omaggio ai sentimenti religiosi che inspirarono l'onorevole sig. Lemercier». Di poi giudicò così la questione delle Romagne: «Un avvenimento grave ebbe luogo: le Romagne, provincie romane, si sono separate dal loro Sovrano italiano, a cui esse obbedivano da tanti secoli. Questa sciagura affligge tutti i cattolici, ed io partecipo profondamente a quest'afflizione. Rifiuto di riconoscere nell'avvenuto una manifestazione legittima della sovranità nazionale: non ammetto che una provincia possa a suo talento staccarsi dalla sua nazionalità, dalla sua famiglia; giacché questo sarebbe un riconoscere in principio il diritto d'insurrezione. Ora l'insurrezione non può a meno di generare il disordine, lo sprezzo delle leggi, dell'autorità, della giustizia, della religione. Ed è perciò che io non posso qui riconoscere i caratteri della vera sovranità nazionale, quella cioè che manifestandosi a lunghi intervalli nel decorso dei secoli, viene a ristabilire l'ordine, l'autorità, la religione.

 Le Romagne adunque staccandosi dalla sovranità del Papa violarono un diritto consacrato dal rispetto dei tempi. Di fatto i proclami dell'Imperatore aveano dichiarato la neutralità e per conseguenza l'inviolabilità degli Stati del Papa. Questo diritto calpestato si conserverà; resterà un'inquietudine continua fino al giorno della sua trionfante risurrezione. Io confido nella forza indelebile del diritto, nella Francia, nel governo dell'Imperatore, nelle simpatie di tutta l'Europa. La Francia non può dimenticare che è la patria di Pipino, di Carlo magno, di S. Luigi, di Giovanna d'Arco; l'Imperatore non può dimenticare che è il successore di queste grandi glorie cristiane. La Francia fece assai, il passato risponde dell'avvenire».

Il conte de la Tour dopo di aver presentato alcune considerazioni sulla questione militare e sull'organamento dell'esercito, osservò che questo potrebbe essere moralmente scosso e materialmente impotente, se una politica savia e ferma non presiedesse ai destini del paese. «L'ordine sociale Europeo, disse l'Oratore, dipende dall'esito del conflitto tra il Papato e la rivoluzione dell'Italia, La vittoria di questa metterebbe a repentaglio le corone e le sostanze de'  cittadini. Difatti il programma completo della rivoluzione a'  dì nostri si riassume in queste tre formole: Libertà politica e nazionale, libertà religiosa, eguaglianza di diritti. Codeste formole si potrebbero ammettere, se fossero interpretate nel senso conservatore e cristiano. Ma nel vocabolario rivoluzionario esse significano abolizione della monarchia, abolizione del Papato, eguaglianza di godimenti, cioè esse contengono una minaccia per tutti gl'interessi. Non avvi che un solo sentimento, il quale possa preservare la società da siffatto pericolo, la fede; un solo freno che possa contenere il popolo nel dovere, l'unità della Chiesa, il suo potere sulle coscienze, il quale non può sussistere che per mezzo della sua indipendenza spirituale. Ecco il perché il mondo cattolico freme per la lesione fatta nelle Romagne al potere temporale del Papa, e per il pericolo a cui sono esposte le altre parti dello Stato Pontificio. Egli è quindi un onorare il governo il chiedergli di proteggere in Italia questo potente palladio di tutti gli interessi e di tutti i diritti».

Qui il visconte de la Tour entra a parlare di Garibaldi, ricorda ciò che egli fece a Roma, legge la sua risposta agli studenti di Pavia, in cui dichiara che i preti devono essere pigliati a sassate, e viene esponendo come oggidì la bandiera di Garibaldi sia la bandiera del Piemonte: quindi così prosiegue:

«Ma Garibaldi non è il solo che si debba temere, perché la politica inglese assecondò il moto rivoluzionario. Penso quindi che innanzi a questa Camera, che ha votato le spese per la guerra d'Italia, non sarà inopportuno di fare le dovute riserve per il diritto del Papa sopra una provincia, che è il bene comune de'  cattolici. Non è mai fuori di proposito l'incoraggiare un governo ad impugnare l'errore e l'ingiustizia, massime quando queste intaccano le basi stesse dell'ordine sociale. Chi oserebbe mai dire essere un tiranno quel Sommo Pontefice che, ritornato sul suo trono dopo essere stato vittima d'una sanguinosa rivoluzione, non lascia versare una goccia di sangue per delitti politici, che permette ai comuni d'eleggere i loro consigli municipali, a questi di nominare i consigli provinciali, a queste ultime assemblee di sciegliere nel loro seno i consigli prefettoriali, e di designare la maggior parte de'  membri della consulta delle finanze, base d'un reggime sinceramente liberale, il quale per isvilupparsi non aspetta altro che il consolidamento del potere?

«lo quindi fo voti ardenti, perché presto spunti il giorno, in cui le potenze riunite consolideranno questo potere, e restituiranno interamente al Santo Padre il piccolo regno che la Francia gli ricuperò, dieci secoli fa, e che sarà tra breve cancellato dalla carta geografica dagli unitarii italiani, se le Potenze cattoliche non ne guarentiscono l'inviolabilità. Per me desidererei che questa restaurazione si operasse per l'iniziativa di Napoleone III. Salutato dai rendimenti di grazie della Francia conservatrice, il compimento di siffatto benefizio religioso e politico sarebbe opera di buona politica italiana: sarebbe importante di lasciare divisi, per mezzo degli Stati Pontificii, il nord ed il mezzogiorno dell'Italia cosi diversi di carattere, di costumi e di linguaggio, e che non potrebbero restare uniti che sotto il dispotismo rivoluzionario, o sotto quello di un conquistatore.

«Io chiamo l'attenzione della Camera su questo fatto additato da lord Normanby, che gli unitarii italiani tendono di più in più a formare un partito antireligioso, e ricordo il detto: la politica non si serve della rivoluzione, ma la serve. Conchiuderò dicendo, che il governo deve alla sua politica savia e cauta riguardo alla S. Sede i dieci anni di pace e di prosperità che ha goduto.. Quindi io lo scongiuro a rendere inviolabili gli Stati Pontificii, ponendoli sotto la guarentigia delle Potenze cattoliche. Allora tutte le migliorie amministrative diverrebbero possibili a Roma, le libertà municipali e provinciali potrebbero essere ampliate, e la rivoluzione in Francia e fuori toccherebbe un'irreparabile disfatta».

CORRISPONDENZA TRA PIO IX E VITTORIO EMANUELE II

La Perseveranza del 16 di aprile dice di avere ricevuto da Parigi i seguenti documenti, che noi ci affrettiamo a ristampare, perché possono servire assai e pel presente e per l'avvenire.

LETTERA DI S. M. AL PONTEFICE

Beatissimo Padre!

Con venerato autografo del 3 dicembre ora scorso, Vostra Santità m'impegna a sostenere innanzi al Congresso i diritti della Santa Sede.

Devo anzitutto ringraziare la Santità Vostra dei sentimenti, che la consigliarono a dirigersi a me in questa circostanza. Non avrei tardato finora a farlo, se il Congresso, com'era stabilito, si fosse radunato. Aspettava che la riunione dei plenipotenziarii fosse definitivamente decisa per risponderle in modo più adequato intorno al grave argomento, di cui tratta la lettera che mi fece l'onore di dirigermi.

Vostra Santità nell'invocare la mia cooperazione per la ricuperazione delle Legazioni, pare voglia darmi carico di quanto è succeduto in quella parte d'Italia, prima di confermare così severa censura, supplico rispettosamente la Santità Vostra a volere prendere ad esame i seguenti fatti e considerazioni.

Figlio devoto della Chiesa, discendente di stirpe religiosissima, come ben nota Vostra Santità, bo sempre nutrito sensi di sincero attaccamento, di venerazione e di rispetto verso la Santa Chiesa e l'Augusto suo Capo. Non fu mai e non è mia intenzione di mancare ai miei doveri di Principe cattolico, e di menomare per quanto è in me quei diritti e quell'autorità, che la Santa Sede esercita sulla terra per divino mandato del Cielo. Ma io pure ho sacri doveri da compiere innanzi a Dio e innanzi agli uomini, verso la mia patria e verso i popoli che la divina Provvidenza volle affidati al mio governo. Ho sempre cercato di conciliare questi doveri di Principe cattolico e di Sovrano indipendente di libera e civile nazione, aia nell'interno reggimento de'  miei Stati, 8ia nel governo della politica estera.

L'Italia da più anni è travagliata da avvenimenti che tutti concorrono al medesimo scopo, il ricupero della sua indipendenza. A questi ebbe già gran parte il magnanimo mio genitore, il quale, seguendo l'impulso del Vaticano, pigliato per divisa il detto memorabile di Giulio 11, tentò di redimere la nostra patria dalla dominazione straniera. Egli mi legò morendo la santa impresa. Accettandola, credo di non allontanarmi dalla divina volontà, la quale certamente non può approvare che i popoli sieno divisi in oppressori ed oppressi. Principe italiano, volli liberare l'Italia, epperò reputai debito mio accettare per la guerra nazionale il concorso di tutti i popoli della Penisola. Le Legazioni, per lunghi anni oppresse da soldati stranieri, si sollevarono appena questi si ritirarono. Esse mi offersero ad un tempo il loro concorso alla guerra e la dittatura. Io che nulla aveva fatto per promuovere l'insurrezione, rifiutai la dittatura per rispetto alla S. Sede, ma accettai il loro concorso alla guerra d'indipendenza, perché questo era sacro dovere d'ogni italiano.

Cessata la guerra, cessò ogni ingerenza del mio governo nelle Legazioni. E quando la presenza di un audace generale poteva mettere in pericolo la sorte delle provincie. occupate dalle truppe di Vostra Santità, adoperai la mia influenza per allontanarlo da quelle contrade.

Quei popoli, rimasti pienamente liberi, non sottoposti a veruna influenza estera, anzi in contraddizione coi consigli del più potente e generoso amico che l'Italia abbia avuto mai, richiesero con mirabile spontaneità ed unanimità la loro annessione al mio Regno.

Questi voti non furono esauditi. Eppure questi popoli, che prima davano sì manifesti segni di malcontento, e cagionavano di continuo apprensioni alla Corte di Roma, da molti mesi si governano nel modo più lodevole. Si è provveduto alla cosa pubblica, alla sicurezza delle persone, al mantenimento della tranquillità, alla tutela della stessa religione. È cosa nota, e ch'io ebbi cura di verificare, essere ora nelle Legazioni i ministri del culto rispettati e protetti, i templi di Dio pili frequentati che non lo fossero prima.

Comunque sia però, ò convinzione generale ohe il governo di Vostra Santità non potrebbe ricuperare quelle provincie, se non colla forza delle armi, e delle armi altrui.

Ciò la Santità Vostra non lo può volere. Il suo cuore generoso, l'evangelica sua carità rifuggiranno dallo spargere il sangue cristiano pel ricupero di una provincia che, qualunque fosse il risultato della guerra, rimarrebbe pur sempre perduta moralmente pel governo della Chiesa. L'interesse della religione non lo richiede.

1 tempi che corrono sono fortunosi, non tocca a me, figlio devoto di Vostra Santità, ad indicarle la via più sicura per ridare la quiete alla nostra patria, e ristabilire su saldo basi il prestigio e l'autorità della Santa Sede in Italia. Tutta? via mi credo in debito di manifestare e sottoporre a Vostra Santità un'idea, di cui sono pienamenie convinto, ed è: che, ove Vostra Santità, prese in considerazione le necessità dei tempi, la crescente forza del principio delle nazionalità, l'irresistibile impulso che spinge i popoli d'Italia ad unirsi ed ordinarsi in conformità alle norme adottale da tutti i popoli civili, credesse richiedere il mio franco e leale concorso, vi sarebbe modo di stabilire non solo nelle Romagne, ma altresì nelle Marche e nell'Umbria tale uno stato di cose, che, serbato alla Chiesa l'alto suo dominio, ed assicurando al Supremo Pontefice un posto glorioso a capo dell'italiana nazione, farebbe partecipare i popoli di quelle provincie dei benefizi, che un Regno forte ed altamente, nazionale assicura alla massima parte dell'Italia centrale.

Spero ohe la Santità Vostra vorrà prendere in benigna considerazione questi riflessi dettali da animo pienamente a lei devoto e sincero, e che con la solita sua bontà vorrà accordarmi la santa sua Benedizione.

Torino, 6 febbraio 1860.

Vittorio Emanuele.

LETTERA DEL PAPA AL RE

Maestà!

L'idea ohe Vostra Maestà ha pensato di manifestarmi, è un'idea non savia e certamente non degna di un Re cattolico e di un Re della casa di Savoia. La mia risposta è già consegnata alle stampe nella Enciclica all'Episcopato cattolico, ohe facilmente ella potrà leggere.

Del resto io sono afflittissimo non per me, ma per l'infelice stato dell'anima di V. M., trovandosi illaqueato dalle censure e da quelle che maggiormente la colpiranno, dopo che sarà consumato l'atto sacrilego, che ella co' suoi hanno intenzione di mettere in pratica.

Prego di tutto cuore il Signore, affinché la illumini e le dia grazia di conoscere e piangere e gli scandali dati e i mali gravissimi da lei procurati colla sua cooperazione a questa povera Italia.

Dal Vaticano, li 14 febbraio 1860.

PIUS PP. IX.

LETTERA DI S. M. AL PONTEFICE

Beatissimo Padre!

Gli avvenimenti che si sono compiuti nelle Romagne mi impongono il dovere di esporre a V. 8. con rispettosa franchezza le ragioni della mia condotta.

Dieci anni continui di occupazione straniera nelle Romagne, mentre avevano portato grave offesa e danno alla indipendenza d'Italia, non avevano potuto dare né ordine alla Società, né riposo ai popoli né autorità al governo.

Cessata l'occupazione straniera, cadde il governo senza che nessuno si adoperasse per sorreggerlo o ristabilirlo. Rimasti in balìa di se medesimi, i popoli delle Romagne, ritenuti per ingovernabili, dimostrarono con una condotta che riscosse gli applausi dell'Europa, come si potessero introdurre fra essi gli ordini e le discipline civili e militari, colle quali si reggono i popoli più civili.

Ma lo incertezze d'uno stato precario, già troppo prolungato, erano un pericolo per l'Italia e per l'Europa.

Dileguata la speranza d'un Congresso europeo, innanzi al quale si portassero le quistioni dell'Italia centrale, non era riconosciuta possibile altra soluzione fuorché quella di interrogare nuovamente le popolazioni sopra i loro futuri destini.

Riconfermata con tanta solennità di universale voto la dellberazione per l'annessione alla monarchia costituzionale del Piemonte, io doveva per la pace ed il bene d'Italia accettarla definitivamente. Ma, per lo stesso fine della pace, sono pur sempre disposto a rendere omaggio all'alta sovranità della Sede Apostolica.

Principe cattolico, io sento di non recare offesa ai principii immutabili di quella Religione, che mi glorio di professare con filiale ed inalterabile ossequio.

Ma la mutazione che si è oggi compiuta riguarda gli interessi politici della nazione, la sicurezza degli Stati, l'ordine morale e civile della società; rìsguarda la indipendenza d'Italia, per la quale mio padre perdè la corona, e per la quale io sarei pronto a perdere la vita. Le difficoltà che oggi si incontrano, versano intorno ad un modo di dominio territoriale, che la forza degli eventi ha reso necessario. A questa necessità tutti i principati dovettero acconsentire, e la Santa Sede stessa l'ebbe riconosciuta negli antichi e nei moderni tempi.

In siffatte modificazioni della sovranità, la giustizia e la civile ragione di Stato prescrivono che si adoperi ogni cura per conciliare gli antichi diritti coi nuovi ordini, ed è per ciò che, confidando nella carità e nel senno di Vostra Beatitudine, io la prego ad agevolare questo còmpito al mio governo, il. quale dal canto suo non pretermetterà né studio, né diligenza alcuna per raggiungere il desiderato intento.

Ove pertanto la S. V. accogliesse con benignità la presente apertura di negoziati, il mio governo, pronto a rendere omaggio all'alta sovranità della Sede Apostolica, sarebbe pure disposto a sopperire in equa misura alla diminuzione delle rendite, ed a concorrere alla sicurezza ed all'indipendenza del Seggio Apostolico.

Tali sono le mie sincere intenzioni, e tali credo i voti dell'Europa. Ed ora che con leali parole ho aperto l'animo mio a V. S., aspetterò le sue dellberazioni colla speranza che, mediante il buon volere dei due governi, sia effettuabile un accordo che, riposando sul consentimento dei principi e sulla soddisfazione dei popoli, dia stabile fondamento alle relazioni dei due Stati.

Dalla mansuetudine del Padre dei fedeli io mi riprometto un benevolo accoglimento, il quale dia fondata speranza di spegnere la civile discordia, di pacificare gli animi esasperati, risparmiando a tutti la grave risponsabilità dei mali che potrebbero derivare da contrarli consigli.

In questa fiduciosa aspettativa io chieggo con riverenza alla S. V. l'Apostolica Benedizione.

Torino, 20 marzo 1860.

Vittorio Emanuele

LÈTTERA DEL PAPA AL RE

Maestà!

Gli avvenimenti che si sono eccitati in alcune provincie dello Stato della Chiesa impongono il dovere a Vostra Maestà, com'ella mi scrive, di darmi conto della sua condotta in ordine a quelli. Potrei trattenermi a combattere certe asserzioni che nella sua lettera si contengono, e dirle, per esempio, che la occupazione straniera nelle Legazioni era da molto tempo circoscritta alla città di Bologna, la quale non fece mai parte della Romagna. Potrei dirle che il supposto suffragio universale fu imposto, non spontaneo: e qui mi astengo dal richiedere il parere di Vostra Maestà sopra il suffragio, universale, come ancora dal manifestarle la mia sentenza. Potrei dirle che le truppe pontificie furono impedite da ristabilire il governo legittimo nelle provincie insorte per motivi noti anche a Vostra Maestà. Queste ed altre cose potrei dirle in proposito; ma] ciò che maggior mente m'impone l'obbligo di non aderire ai pensieri di Vostra Maestà si è il vedere la immoralità sempre crescente in quelle provincie e gli insulti che si fanno alla religione e ai suoi ministri; per cui, quando anche non fossi tenuto da giuramenti solenni di mantenere intatto il Patrimonio della Chiesa, e che mi vietano di aprire qualunque trattativa per diminuirne la estensione, mi troverei obbligato a rifiutare ogni progetto, per non macchiare la mia coscienza con una adesione, che condurrebbe a sanzionare e partecipare indirettamente a quei disordini, e concorrerebbe niente meno che a gius li Beare uno spoglio ingiusto e violento. Del resto, io non solo non posso fare benevolo accoglimento ai progetti di Vostra Maestà, ma protesto invece contro la usurpazione che si consuma a danno dello Stato della Chiesa, e lascio sulla coscienza di Vostra Maestà e di qualunque altro cooperatore a tanto spoglio le fatali conseguenze che ne derivano. Io sono persuaso che la Maestà Vostra, rileggendo con animo più tranquillo, meno prevenuto e meglio istruito dei fatti, la lettera che mi ha diretta, vi troverà molti motivi di pentimento.

Prego il Signore a darle quelle grazie, delle quali nelle presenti difficili sue circostanze ella ha maggiormente bisogno.

Dal Vaticano, 2 aprile 1860.

PIUS PP. IX.

LETTERA DEL CONTE CAVOUR AL CARDINALE ANTONELLI

Eminenza!

Il barone di Roussy, segretario di Legazione di S. M., e portatore di una lettera che il Re mio augusto Signore ha scritta a Sua Santità, e che prego Vostra Eminenza di rimettere nelle mani del Santo Padre.

In cospetto degli avvenimenti compiutisi nelle Romagne, S. M. ha creduto suo dovere di aprire l'animo suo al Pontefice, pregandolo di agevolare al suo Governo i modi di risolvere le difficoltà presenti. Ad un tal fine ha accennato su quali basi si potrebbero conciliare gli antichi diritti coi nuovi ordini stabiliti nelle Romagne.

Ove queste proposte fossero dalla Beatitudine del Sommo Pontefice accolto come principio di negoziati, S. M. avrebbe in animo d'incaricare il conte Federico Sclopis, senatore del Regno, di trasferirsi in Roma per dar mano alle pratiche relative, lo mi affido che la scelta di questo personaggio, noto non solamente per la dottrina e l'ingegno che lo distinguono, ma per li religiosi e concilievoli intendimenti di cui ha in ogni tempo fatto prova, dimostrerà alla S. Sede che il Governo del Re è animato da desiderio vivo e sincero di accogliere tutti quei termini di accomodamento, che si accordino colla necessità delle circostanze.

Io non dubito che vostra Eminenza, ponderando le condizioni delle cose con la sicurezza di giudizio che le viene dall'alto ingegno lungamente esercitato nell'amministrazione dei più gravi interessi di Stato, darà opera efficace all'adempimento dei voti del mio augusto Sovrano, e contribuirà a rimuovere gli ostacoli che si potessero incontrare nel dare cominciamento ai negoziati.

In questa fiducia io mi reco ad onore di testimoniare all'Eminenza Vostra i sensi della profonda osservanza con cui mi pregio d'essere dell'Eminenza Vostra.

Torino, li 20 1860.

Devot. ed obb. servitore C. Cavour.

LETTERA DEL CARDINALE ANTONELLI AL CONTE CAVOUR

Eccellenza!

Il signor barone de Roussy, segretario di Legazione di cotesta Real Corte, mi consegnò la lettera di Vostra Eccellenza del 20 marzo p. p., insieme all'altra di S. M. il Re Augusto di lei signore pel Santo Padre, nelle cui sagre mani mi feci un dovere di rassegnarla.

Gli avvenimenti testé provocati nelle provincie di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna sono di tal natura, che non possono somministrare al S. Padre, Vicario in terra di Quegli che è autore della giustizia, titolo alcuno per concorrere alla consumazione della più flagrante ingiustizia. Da ciò comprenderà bene la E. V. non essere stata in grado la Santità Sua di accogliere come principio di negoziati le proposizioni fattele da S. M. il Re.

Conseguentemente mi duole di doverle dichiarare, non poter io spendere in modo alcuno la mia opera al compimento dei voli del Re di lei signore, giusta l'insinuazione da lei fallami, scorgendo impossibile l'apertura dei negoziati sulla base di uno spoglio di una parte degli Stati della Santa Sede, al riconoscimento del quale, per dovere di onestà e di coscienza, mi sarebbe affatto vietato di cooperare.

In tal incontro ho l'onore di professare a V. E. i sensi della mia più distinta considerazione.

Roma, 2 aprile 1860.

Di V. Eccellenza servitor vero G. Card. Antonelli

LA QUESTIONE DELLA SAVOIA

(Pubblicato il 5 febbraio 1860)

Il Papa e il Re, il Cattolicismo e la Patria, ecco il nostro Programma, e siccome noi ci studiamo di sostenere secondo le nostre forze la nobilissima e santissima causa del Papato, così non vogliamo pretermettere una questione che è del maggior momento per la nostra Dinastia e pel nostro paese, intendiamo dire la separazione della Savoia e della contea di Nizza dal Piemonte.

Noi abbiamo sempre combattuto questa separazione, noi la combattiamo e combatteremo finché terremo in mano la penna, e ciò per affetto alla Dinastia che ci regge, per affetto ai valorosi e leali nostri Savoini, per affetto al Piemonte, all'Italia ed alla causa dell'ordine. Imperocché se si consumasse questa sciagurata separazione, ne patirebbero grandemente la Dinastia, la Savoia, il Piemonte, l'Italia, e verrebbe ad inaugurarsi un tremendo principio rivoluzionario.

Ne patirebbe dapprima la Dinastia. Antichissima ò casa Savoia, e, toltane l'augusta Dinastia dei Romani Pontefici, è la più antica famiglia regnante che v'abbia in Europa. Essa risale a Umberto I Biancamano che fin dal mille possedeva i contadi di Moriana, di Savoia, il Ciablese e la Tarantasia, ecc. Separato la Savoia dal Piemonte, e la nostra Dinastia tronca le sue migliori tradizioni, e diventa una Dinastia d'ieri, che, invece di avere le radici piantate ne' secoli, si trova soggetta ai buffi malfidi dell'aura popolare.

Ne patirebbe di poi la Savoia, la quale, unita coll'Impero francese, perderebbe affatto ogni importanza politica, e diventerebbe l'ultimo degli spartimenti. Si persuadano i nostri fratelli che, divenuti Francesi, non istaranno meglio di noi né moralmente, né politicamente, né materialmente. Dovranno accettare leggi che abborrono e la religione condanna; dovranno subire quel governo che loro verrà da Parigi, e per quanti patti e condizioni sieno loro accordati al momento dell'unione, passata la luna di miele, si troveranno con un pugno di mosche. Deh, badino, per carità, che «brama di meglio star rende infelici!»

Ne patirebbe, e moltissimo, il Piemonte, conciossiaché dalla Savoia ci siano venuti sempre, e illustri uomini di Stato, e valorosissimi militari, dei quali vantaggiossi molto la patria, così in tempo di guerra, come in tempo di pace. E noi conservatori, che negli elettori della Savoia trovammo sempre un potentissimo aiuto, o nei loro Deputati al Parlamento caldi ed eloquenti difensori dei principii cattolici e della causa dell'ordine, saremmo non solo ingrati, ma non curanti degli interessi nostri se non ci adoperassimo in tutte le maniere per iscongiurare il pericolo che ci sovrasta, di vedere separata la Savoia dal Piemonte.

Ne patirebbe l'Italia, e questo punto fu già dimostrato nel nostro giornale da chi accennava, tome, perduta la Savoia, l'Italia resterebbe apèrta da una parto alla Francia, dall'altra all'Austria, e la vera e ben intesa indipendenza della Penisola ne riporterebbe un colpo mortale.

Colle Alpi francesi, col Mediterraneo, lago francese, con Nizza divenuta francese, noi resteremmo sempre alla mercé di chi comanda sulla Senna, il quale, se oggi è amico, o ci accorda protezione, domani potrebbe farla da padrone, e dettarci la legge.

Finalmente ne patirebbe la causa dell'ordine, e separandosi la Savoia dal Piemonte nei momenti presenti verrebbe a sancirsi un tremendo principio rivoluzionario. Questa separazione venne già consumata a danno dei nostri Re nel 1792; e il Ministro Servan nell'informarne la Convenzione nazionale, le proponeva di far celebrare tale avvenimento sulla piazza della Rivoluzione coll'inno dei Marsigliesi! dalla conquista della Savoia a quella del Piemonte non ci passò gran tempo.

I diari francesi chiedono in nome della geografia, della lingua, della storia ohe la Savoia venga unita alla Francia. Terribile principio è quello che sotto pone il diritto alla geografia! Se si sancisse riguardo alle proprietà pubbliche perché non potrà stabilirsi riguardo alle private? Allora noi vedremo il pili potente impadronirsi del podere vicino per le condizioni topografiche de'  suoi possedimenti.

Quanto alla storia, la Francia per impadronirai della Savoia, può invocare soltanto quella della rivoluzione, del terrore, del regicidio. E riguardo alla lingua dovrebbero i Francesi, prima di ricorrere a questo argomento, cedere l'Alzazia che parla tedesco, e la Corsica che, non ostante le grandi fatiche del governo per infranciosarla, continua a parlare italiano.

Noi speriamo che il nostro Ministero terrà fermo, e non permetterà che la più illustre porzione del nostro regno venga separala dal Piemonte. L'Opinione di quest'oggi, 4 di febbraio, scrive: e Se la Savoia dee congiungersi alla Francia, quando abbia il Piemonte bastevoli compensi, di posizioni stra logiche, sia pure; la Francia ne compierà l'educazione nazionale!

Protestiamo altamente contro queste parole. Protestiamo, perché nessun compenso può essere bastevole a rifarci della perdila della Savoia, culla dei nostri Re, nerbo delle nostre truppe, origine della nostra gloria e del nostro potere.

Protestiamo perché la politica non deve essere un vile mercimonio, é le diverse parti di uno Stato non possono, dopo una consuetudine di tanti secoli rimanersi così fredde e insensibili da Separarsi le une dalle oltre, mediante compensi. Noi amiamo la Savoia di caldissimo amore, e nessun compenso può darsi al nostro affetto.

Protestiamo, perché la Savoia non abbisogna ohe altri venga a compiere la sua educazione nazionale; imperocché è educatissima all'obbedienza e al rispetto verso il proprio Re, educatissima alla difesa dei suoi diritti, ed al culto della patria.

IL SACRIFICIO DELLA SAVOIA E DELLA CONTEA DI NIZZA

(Pubblicato il 10 marzo 1860).

Il conte di Cavour, nella risposta data alla Nota del ministro Thouvenel, il 29 di febbraio, passò affatto sotto silenzio la questione della Savoia e di Nizza. Rispose però in una Nota a parte, sotto la data del 2 di marzo, che noi pubblichiamo più innanzi. Chi sa leggere e intendere questa risposta del conte di Cavour, capisce a prima vista, che la Savoia e Nizza sono perdute pel nostro Stato.

Il nostro Presidente dal Consiglio riconosce nei sudditi del Re che abitano oltre Alpi il diritto di manifestare liberamente la loro volontà; e promette da parte del nostro governo di uniformarsi a tale manifestazione fatta in modo legale e conforme alle prescrizioni del Parlamento. Il conto di Cavour dice d'essere obbligato dalla logica inesorabile dei fatti ad ammettere in Savoia e nella contea di Nizza que principii che propugna nell'Italia centrale. E il Presidente del Consiglio, considerando come già avvenuta la separazione della Savoia e di Nizza dal Piemonte, stima opportuno di dire nella sua Nota che nel tracciamento dei confini dovrà lasciarsi tanto alla Sardegna, quanto alla Francia una conveniente linea di frontiera.

Egli è doloroso vedere un ministro del Re erigersi a capo della rivoluzione, e dir egli stesso a'  popoli, che da nove secoli vivono sotto la Casa di Savoia, se intendano continuare a far parte della nostra Monarchia, o staccarsene 1 Se questa domanda si fa agli abitanti della Savoia e della contea di Nizza, perché non farla egualmente a que' del marchesato di Saluzzo, di Pinerolo, del Monferrato, del Novarese, della Liguria? Dove saremo noi condotti da un sì tristo sistema?

Inoltre eccovi qui evidentissimo ciò che dicevamo altra volta agli elettori. Chi vuol togliere al Papa le Romagne, vuol togliere al Piemonte la Savoia e Nizza; vuol rendere Torino città di confine. Le due questioni si collegano perfettamente, e Io stesso conte di Cavour ne conviene.

Ma taluno ci osserverà, che il voto della Savoia e di Nizza può essere ancora favorevole allo Stato nostro. Poveri illusi! L'imperatore Napoleone è molto pratico nel raccogliere i voti, ed egli che seppe metterne insieme dieci milioni nell'impero francese, non saprà radunarne alcune centinaia di migliaia nella Savoia e nella contea di Nizza?

Il Diritto nel suo N° 69, del 9 di marzo, reputa esso pure fin d'ora perdute allo Stato Savoia e Nizza, ed eccone le parole:

«Dal giorno in cui il governo del Re abbandona a loro stesse quelle popolazioni (che giova il dissimularlo?) quelle due provincie cesseranno di far a parte dello Stato. Niun governo espone una parte del suo Stato ad una tale alternativa se non è deciso di cedere quella parte di Stato, e nessun governo consentirebbe a subire l'esperimento del voto delle popolazioni, e tanto meno quando questo governo si chiama impero francese, se non è anticipatamente certo che il risultato del voto gli sarà favorevole.

«Nè ci si dica che votando liberamente le popolazioni, liberamente possano dir di no alla Francia. Imperocché, suppongasi pur liberissima la votazione, a v'ha tuttavia un fatto superiore a qualsiasi volontà, che dominerebbe la situazione; vale a dire, da una parte l'abbandono del governo legittimo, dall'altra lo Stato vicino che batte alle vostre porte per raccogliere la vostra eredità.

Questo fatto eserciterebbe una così malefica pressione sul voto delle popolazioni da poterlo fin d'ora argomentare favorevole anziché contrario alla e annessione.

 Non illudiamoci, ma ponendoci nelle condizioni speciali di Savoia e di Nizza, col governo piemontese che senza un ragionevole motivo, ma solo per pressioni di un potente vicino, si ritira; e dall'altro un governo che vuole l'annessione e che perciò sussurrerà infinite promesse, e poi ci si dica che il voto delle popolazioni sarà al tutto libero, spontaneo. O noi ci inganniamo, «o l'appello al voto delle popolazioni di Savoia e di Nizza non è e non può «essere che un manto per coprire la cessione».

Ottimamente detto 1 Solo il Diritto dovrebbe osservare, che il suo ragionamento può applicarsi alla lettera alle votazioni dell'Italia centrale, e noi perciò volemmo riferirlo testualmente, perché, a suo tempo, ne faremo il nostro prò.

Intanto è degno di osservazione, che il conte di Cavour nella cessione della Savoia e della contea di Nizza riserva, indipendentemente dalla votazione popolare, una linea conveniente di frontiera per la Sardegna. Ma allora, diciamo noi, le popolazioni della frontiera saranno sacrificate, o almeno potrà farsi violenza a'  loro voti. Ognuno lo vede; ma ognuno vede altresì, che questo sacrificio, questa eccezione al principio sarà giusta a cagione dell'indipendenza dello Stato. Donde però deriva una conseguenza importantissima, ed è che, se per l'indipendenza del Piemonte si può fare o contro o senza i voti delle popolazioni dei paesi di frontiera, per l'indipendenza della Chiesa e del Capo del mondo cattolico può farsi senza il voto delle popolazioni degli Stati Pontificii.

LA QUESTIONE SAVOINA IN GENNAIO ED IN MARZO

(Pubblicato il 13 marzo 1860).

Abbiamo sotto gli occhi due numeri della Gazette de Savoie, l'uno ò U N° 2306 del 30 e 31 di gennaio, l'altro è il N° 2341 dell'11 di marzo. Troviamo nel primo e nel secondo alcune parole del marchese Orso Serra, governatore di Ciamberì. Confrontiamole.

Addì 29 di gennaio, aveva luogo in Ciamberì una grande manifestazione. «Inquieta pei rumori di separazione, dice la Gazette, e offesa nel suo sentimento nazionale per gli articoli recenti di qualche giornale di Parigi, e specialmente della Patrie, la gran maggioranza della popolazione di Ciamberì avea risoluto di provocare una risposta categorica sulle intenzioni del nostre governo relative alla Savoia».

Una deputazione venne perciò spedita al governatore marchese Orso Serra il quale la ricevette nella gran sala del palazzo reale. I deputati protestarono della loro fedeltà a Casa Savoia, e domandarono schiarimenti sui disegni e le intenzioni del governo Sardo.

Il governatore svolgendo un dispaccio ricevuto da Torino, disse le seguenti parole: «Signori delegati, informato della domanda che la popolazione avea deciso di farmi, ho chiesto istruzioni al governo del Re, e una risposta categorica ed ora sono lieto di potervela manifestare.

La politica del governo di S. M. è conosciuta; essa non ha variato; il governo non ha mai avuto il pensiero di cedere la Savoia alla Francia. Interrogato già precedentemente dal partito, che ha osato levare nel paese la bandiera della separazione, il governo non aveva neppur giudicato di dovergli rispondere». Così parlava Orso I, il 29 di gennaio 1860.

Il 10 di marzo, il governatore di Ciamberì tornò a parlare, e la parola di Orso II è tale che il Courrier des Alpes dell'11 corrente può esclamare: Enfin nous voici frangisi e con fina ironia rende omaggio «all'ultimo funzionario amministrativo, che rappresentò il Piemonte nella Savoia».

E che cosa dico Orso II? Egli indirizza un proclama agli abitanti della provincia di Ciamberì, ed incomincia dal dichiarare che non poteva prevedere avvenimenti a'  quali è estraneo. Ma perché adunque un mese fa Orso I dichiarava categoricamente che il governo Sardo non ha mai avuto intenzione di cedere la Savoia alla Francia?

Orso II continua dicendo che nacque una sorda agitazione nelle popolazioni savoine per la pubblicazione recente di documenti officiali sulle sorti della

Savoia. Ma se questi documenti erano ignorati dai Savoini, non poteano esserlo dal governo Piemontese, a cui Orso I avea ricorso per avere una categorica risposta. E perché allora il governo e il governatore assicurarono le anime semplicette, che non sarebbe mai più ceduta la Savoia alla Francia?

Orso I avea protestato solennemente che la politica del governo di S. M. era conosciuta, e che questa non avea variato. E con qual fronte Orso II allude oggidì alla pubblicazione di documenti officiali, che fecero nascere in Savoia la sorda agitazione?

Orso II loda la giustizia e la lealtà del governo, il quale, prima di prendere veruna risoluzione, vuole consultare i voti delle popolazioni. Ma il 29 di gennaio Orso I non accertò che il governo aveva preso la risoluzione di non cedere la Savoia alla Francia? E non chiamava questa un'assurdità, a cui il, governo non ha mai pensalo?

Orso II dice a'  Savoini che saranno chiamati ad eleggere tra quest'antica Monarchia di Savoia, a cui li uniscono un affetto secolare e una devozione senza limiti, eia Francia. Ma non è fare un torto a'  Savoini ed alla Monarchia di Savoia metterne solo in questione l'affetto secolare e la devozione senza limiti?

E poi perché Orso 1, un mese fa, non ha detto questo a'  Savoini, avvertendoli che sarebbero fra breve chiamati ad eleggere tra la Casa di Savoia e la Francia? Perché invece li ha assicurati che la Savoia non verrebbe ceduta ai Francesi? Perché si è scatenato contro il partito che avea osato levare la bandiera della separazione? 0

Orso II aveva consultalo il governo, e non poteva ignorare quanto oggidì si conosce. Se lo sapeva, perché ha detto il contrario? So il governo l'ha ingannato, perché resta governatore?

Orso IL nel suo proclama ai Savoini non ha il coraggio di sperare che la Savoia col suo secolare affetto e illimitata devozione resti unita al Piemonte. Il suo proclama dice assai chiaro che la Savoia diventerà francese

V'è di più. Un dispaccio telegrafico pubblicato dal Courier des Alpes annunzia che già in Francia si pensa all'organamento della Savoia, la quale verrà divisa in due spartimenti, conservando la Corte d'Appello in Ciamberì. Sicché il governo Francese fa quel conto del voto popolare in Savoia, che ne fa il Piemonte nell'Italia centrale!

È doloroso per ogni buon Piemontese, affezionato al suo Re, veder rotta dalla rivoluzione un'opera di novo secoli, e una Dinastia antichissima divenire la più giovine Dinastia d'Europa. È doloroso veder dal governo e dai governatori piantati principii che potranno trascinare alle più deplorabili conseguenze. E doloroso finalmente dover constatare quasi ogni giorno questa doppiezza di linguaggio, e sempre nuove contraddizioni.

CIRCOLARE DI THOUVENEL SULLA QUESTIONE DI SAVOIA E DI NIZZA

Parigi, 13 marzo 1860.

Signore,

L'Imperatore, nel suo discorso ai grandi corpi dello Stato, all'apertura della sessione legislativa, ha fatto conoscere il suo pensiero nel caso previsto di un importante rimpasto territoriale al di là delle Alpi, ed annunciata l'intenzione di sottomettere alla saggezza ed all'equità dell'Europa una quistione che non viene sollevata dall'ambizione della Francia, ma fatta sorgere in qualche modo dagli stessi avvenimenti. Sua Maestà ha creduto sia venuto il momento di adempiere a questo impegno, ed io mi affretto, in conformità agli ordini ricevuti, a mettervi in istato di comunicare le nostre spiegazioni al gabinetto di...

Atti solenni, liberamente firmati in seguito di una campagna felice per le nostre armi, hanno provato nel modo pili irrefragabile che noi non avevamo in vista un ingrandimento territoriale, allorquando la forza degli avvenimenti ci costrinse ad intervenire negli affari d'Italia. Se il governo imperiale ha potuto intravedere, come in una ipotesi, dalla quale il disinteresse non doveva poi escludere intieramente la prudenza, una situazione analoga a quella che oggi ci si presenta, esso si compiace nel ritenere che esso non cercò di farla sorgere, ma si sforzò all'opposto, in tutte le circostanze, di seguire la direzione più adatta ad escluderla dalle probabilità dell'avvenire.

Le stipulazioni di Zurigo, come quelle di Villafranca, la escludevano intieramente. Benché il possesso della Lombardia rendesse più forte il Piemonte sulle Alpi, noi facevamo lacere, senza esitanza, il nostro speciale interesse, e lungi dal favorire lo sviluppo di uno stato di cose che poteva fornirci legittime ed incalzanti ragioni per reclamare guarentigie, noi abbiamo impiegato, e l'Europa lo sa, tutta la nostra influenza per far attuare, nel loro significato ristretto, le disposizioni dei trattali che riservavano il mantenimento delle circoscrizioni territoriali nel centro dell'Italia.

Non è necessario che io ora ricordi di nuovo le circostanze che hanno impedito il buon esito de'  nostri sforzi. Questo è un argomento che io ho già svolto nelle mie comunicazioni anteriori, e mi basterà il rammentare che la necessità di occuparci, prima di ogni altra cosa, e nell'interesse generale di stabilire un ordine di cose definitivo nella Penisola, poté solo determinarci a ricercare in combinazioni, diverse da quella che senza frutto avevamo tentato di far trionfare i mezzi di definire le questioni pendenti. Da quel punto una nuova situazione richiamava la nostra previdenza, e, senza metterci in opposizione colla politica che ha costantemente ispirato, sia gli atti, sia le parole dell'Imperatore, noi dovevamo nondimeno considerare gli svantaggi che le nuove condizioni d'Italia avrebbero potuto portare ai nostri proprii interessi.

£ impossibile negare che la formazione di uno stato considerevole, padrone di tutti e due i versanti delle Alpi, non sia un avvenimento di sommo rilievo in quanto si riferisce alla sicurezza delle nostre frontiere. La posizione geografica della Sardegna acquista un'importanza che essa non poteva avere quando questo regno contava appena quattro milioni di abitatori, e si trovava in qualche modo respinto da un complesso di convenzioni al di fuori della Penisola. Con un ingrandimento che deve quasi triplicare la sua popolazione ed i suoi mezzi materiali, il possesso di tutti i passaggi delle Alpi le permetterebbe, nel caso che alleanze da essa contratte avessero a farne per noi un avversario, di aprire l'ingresso del nostro territorio ad un esercito straniero, o di turbare colle sole sue forze, la sicurezza di una porzione importante delle nostre frontiere, intercettando la principale nostra linea di comunicazioni commerciali e militari.

Reclamare guarentigie contro una eventualità, che per quanto noi possiamo ritener lontana, sussiste però sempre, non è che obbedire alle più legittime considerazioni, come alle pili ordinarie massime della politica internazionale che in nessun tempo ha preso la riconoscenza ed i sentimenti per base unica delle relazioni tra gli Stati.

Queste guarentigie d'altronde sono esse tali da poltr dar ombra a qualche Potenza? Non stanno esse anzi nelle condizioni di un giusto equilibrio delle forze, e non sono soprattutto indicate dalla natura delle cose, che pose il nostro sistema di difesa al piede del versante occidentale delle Alpi? In diversi periodi della storia degli ultimi due secoli, e specialmente quando si trattò di regolare anticipatamente la questione della successione spagnuola, e più tardi in occasione della successione austriaca, vennero discusse convenzioni che estendevano i possedimenti del Piemonte in Italia e gli davano sia la Lombardia, sia altri paesi vicini. In quei progetti molto meno vasti certamente di quello del quale oggi |si tratta, l'annessione della Savoia e della Contea di Nizza venne sempre considerata da parecchie tra le principali Potenze dell'Europa come un compenso necessario per la Francia.

Ben certo che il mio pensiero non potrebbe dar luogo a false interpretazioni, io non provo alcun imbarazzo nel citare un precedente di data pili recente. Non sarà egli permesso di chiedere ammaestramenti alla storia del nostro secolo senza ridestare rimembranze irritanti che le presenti generazioni ripudiano? Io rammenterò adunque che in un momento in cui l'Europa era pure poco disposta ad usar moderazione in confronto della Francia, essa riconosceva dal lato delle Alpi le necessità della nostra posizione geografica e trovava all'unanimità cosa giusta il lasciarci una porzione del territorio diventato ora ben più indispensabile alla nostra sicurezza. Soltanto sotto l'impressione degli avvenimenti dell'anno successivo quella clausola venne annullata.

L'Imperatore, salendo al trono, dichiarò spontaneamente che egli prendeva per norma de'  suoi rapporti coll'Europa il rispetto dei trattati conchiusi dai governi precedenti, e questa è una massima alla quale S. M. si farà sempre una legge di rimaner fedele. Ma non si potrebbe sconoscere l'indole eccezionale delle circostanze che ci determinano a chiedere che si faccia una modificazione alla fissazione del confine segnato in quo! tempo tra la Francia e la Sardegna. Il risultato della guerra fu di produrre, colla cessione della Lombardia al Piemonte, un primo mutamento nelle circoscrizioni territoriali dell'Italia: l'annessione di altri Stati a quel regno costituisce un nuovo cangiamento, le conseguenze del quale hanno per noi un'importanza particolare, e non è mancare al rispetto portato dall'Imperatore in tutte le occasioni ai trattati esistenti, il domandare che essi poi non vengano in sostanza alterati a nostro svantaggio.

In una comunicazione che prima d'ogni altra cosa si rivolge alla buona fede dei gabinetti, e che ronde testimonianza della buona fede che anima il governo dell'Imperatore, dovrei io esitare a dire che, restituendo la Savoia al Piemonte, si volle fare di questo paese il guardiano delle Alpi, perché ne tenesse aperti i passi verso la Francia? Per quanto questa posizione fosse incresciosa, noi ci siamo lealmente rassegnati durante un mezzo secolo: anzi la accettavamo ancora ritornando da una campagna in Italia, che ci avrebbe potuto porgere facilmente l'occasione di mutarla; ma le condizioni che noi abbiamo scrupolosamente rispettate onde non far sorgere alcun sospetto nelle nostre relazioni internazionali, dobbiam noi permettere che vengano aggravate, e l'Europa dal canto suo può essa trovar giusto che al peso, col quale esse già si aggravavano sopra di noi, venga ora ad aggiungersi quello di uno Stato, la forza del quale si è triplicata nel corso di un anno?

Provocando la modificazione de'  trattati su questo punto, noi ci limitiamo in qualche modo a chiedere che una delle loro stipulazioni non acquisti, senza la volontà delle stesse Potenze che li hanno firmati, un'importanza pili grave ed un senso più dannoso per noi.

Io mi affretto ad aggiungere che il governo dell'Imperatore non vuole avere le guarentigie ch'egli reclama, se non dal libero consenso del He di Sardegna e delle popolazioni. La cessione che gli verrà fatta rimarrà dunque esente da ogni violenza come da ogni coercizione; è nostra ferma intenzione inoltre di combinarla, per quanto si riferisce ai territorii della Savoia soggetti allaneu trabeazione, in modo di non offendere alcun diritto acquistato, di non recar danno ad alcun legittimo interesse.

D'accordo colle nostre convenienze come colla volontà del Re di Sardegna, senza essere in contraddizione cogli interessi generali dell'Europa, la cessione della Savoia e della Contea di Nizza alla Francia non suscita quistioni cho siano incompatibili colle regole pili precise e più rigorose del diritto pubblico. Se l'indole, la lingua e le abitudini delle popolazioni destinate ad essere riunite alla Francia ci fanno certi che questa cessione non è contraria ai loro sentimenti; se noi pensiamo che la configurazione del suolo ha confuso i loro interessi commerciali cornei loro interessi politici coi nostri; se noi diciamo finalmente che le Alpi costituiscono la barriera che deve separare eternamente l'Italia dalla Francia, noi ci limitiamo a conchiudere che il nuovo confine ohe deve esser tracciato tra noi ed il Piemonte trova la sua sanzione nella forza delle cose.

Non è in nome delle idee di nazionalità, non è in qualità di confini naturali che noi cerchiamo la annessione della Savoia e di Nizza al nostro territorio; è unicamente a titolo di guarentigia, ed in circostanze tali, che non sì può credere che abbiano a riprodursi in altri luoghi. In una parola, alieni da ogni idea d'ingrandimento, e più ancora da ogni idea di conquista, nostro unico scopo si ò di ottenere, in nome de'  principii di diritto pubblico, che i trattali non siano resi più onerosi per noi su di un punto, in cui essi erano stati dettati da disposizioni che il tempo, lo spero, ha contribuito a cancellare, e che, come sicurtà contro i pericoli, che l'ingrandirsi del Piemonte può produrre per noi nel futuro, la nostra frontiera venga fissata, mediante l'assenso del Re di Sardegna, a seconda de'  bisogni della comune difesa.

Il governo dell'Imperatore, pieno di confidenza nell'autorità delle considerazioni che aveva a far valere, cominciò a trattare col gabinetto di Torino rispetto a questa importante quistione. Voi conoscete in qual modo ci siamo spiegati. Voi conoscete egualmente la risposta del gabinetto di Torino, e voi avrete veduto che, accogliendo le osservazioni che noi gli avevamo presentate, caso si mostra disposto, a prezzo di un sacrifliio volontario, ad accordarvi l'adesione che esse richiedono: io voglio lusingarmi che le ragioni di necessità e di diritto, ohe determinavano la nostra condotta, saranno con maggior ragione valutate dal governo di coi sentimenti di equità che lo ispirano, e

collo spirito amichevole che dirige lo sue relazioni colla Francia. Esso comprenderà che, cercando di ottenere guarentigie tanto legittime, noi dobbiamo cercare di accordarci colla Sardegna intorno agli atti ed alle disposizioni necessarie.

In forza di circostanze il più delle volte indipendenti dalla loro volontà, i governi non aono sempre riusciti a fondare le loro combinazioni au basi che riunissero in sè le condizioni d'una vera stabilità, le quali altro non sono ohe quelle della giustizia illuminata dalla sana intelligenza degl'interessi reciproci, ed è per questo che gli atti destinati a consacrare la pace non ebbero alle volle altro risultato all'infuori di quello di deporre nel sistema politico nuovi germi di difficoltà e di complicazioni. La combinazione, della quale motivi tanto giusti e potenti ci autorizzano oggi a desiderare la realizzazione, è in vece tanto conforme agl'interessi generali, che essa, noi ne abbiamo ferma fiducia, è necessariamente chiamata a far parte di ogni sistema saggiamente concepirlo e regolato con previdenza. Essa trova dunque la sua legittimità nell'assenza di ogni lesione delle convenienze bene intese dell'Europa, come nelle esigenze della nostra propria situazione, e noi vogliamo credere che essa sarà considerata sotto questo questo aspetto dalla Corte di…........

Vi prego di voler leggere questa nota, e di lasciarne copia al sig

Aggradite, ecc.

Thouvenel

LE DUE PERDITE DELLA SAVOIA E DELLA CONTEA DI NIZZA

(Pubblicato il 21 roano 1860).

I nostri Re già due Tolte perdettero la Savoia e Nizza, e stanno per perderle amendue la terza volta, ma in un modo che nelle istorie non trova confronto. Lasciando da parte il presente, che tutti sanno, ricordiamo il passato che molti ignorano.

La prima perdita della Savoia avvenne nel secolo decimosesto, e durò dal 1536 al 1559. Era duca di Savoia Carlo III detto il buono. ma troppo buono, perché volea stare tra l'Imperatore di Germania e il Re di Francia tenga scontentare né l'uno, né l'altro, mentre que' due potenti si guardavano in cagnesco tra loro.

Francesco I, re di Francia, con que' pretesti che non mancano mai agli usurpatori, finì per invadere gli Stati del Duca, di cui era nipote. Dio ci guardi da tali nipoti! esclama il nostro collaboratore Cibrario. E chi sa che più tardi non abbia ad esclamare: Dio ci guardi da tali alleati 1

I Francesi occuparono la Savoia, poi scesero le Alpi, e s'impadronirono di tutto il Piemonte, eccetto Vald'Aosta, Vercelli, Cuneo e Nizza. Approssimandosi l'esercito francese, molte terre mandavano ad assicurare Carlo III della loro fedeltà. Egli rispondeva mestamente: gli conservassero la fede e l'amore che gli avevano sempre portato, ma si governassero in modo da non lasciarsi rovinare.

I borghi di Torino vennero distrutti dai Francesi che vi si fortificarono; fu presa Rivoli, e messa a sacco; toccò la stessa sorte a Grugliasco, i cui abitanti tanto si tormentarono per averne danaro, che molti ne morirono. Carignano, Chieri, Savigliano, Saluzzo restarono preda de'  Francesi, i quali presero e distrussero il Castello di Bricherasio.

Poi nel 1543 la citta di Nizza fu perduta dal Duca di Savoia, e venne occupata dai Francesi e dai Turchi, alleati del Re cristianissimo. Nel 1544 i Francesi pigliarono Alba a tradimento, e incendiarono S. Albano. Nel 1552 espugnarono Lanzo, Viu e Rivara; presero Busca e Dronero, facendovi impiccare Gerolamo Pallavicino; quindi Camerano e Solio, la cui guarnigione appesero per la gola; in ultimo s'impadronirono di Valperga, Pont, Ceva, Verrua, San Michele, Cortemiglia, ecc.

Carlo III moriva in Vercelli il 17 di agosto del 1553, e i Francesi impadronironsi tosto di quella città, rubando il tesoro del Duca. E poi continuarono a prendere sempre; presero e distrussero i castelli di Camerano, Baldichieri e Tigliole; presero Ivrea, Malvicino e Masino; presero Casale, Volpiano, Valenza, Valferrera e Cherasco: finché come Dio volle, presero una solenne battosta a San Quintino, e furono sconfitti dal valore di Emanuele Filiberto ili 0 d'agosto del 1557.

Allora si fe' la pace di Castel Cambrest (5 di aprile 1559) e il Duca di Savoia ricuperò tutti gli Stati aviti, ad eccezione di Ginevra, del paese di Vaud e del Vallese Il conte di Masino, luogotenente generale di Emanuele Filiberto, pigliò possesso degli Stati in nome di lui; e il 25 di gennaio lo stesso Emanuele Filiberto giungeva in Nizza, e dopo qualche mese in Piemonte, ed a Vercelli, dove stabiliva la sua residenza. Questa restituzione, dice l'ambasciatore veneto Andrea Boldù «fu tenuta per grandissimo miracolo, avendovi la Francia, in spazio d'anni ventitré che è durata la guerra, speso pili di 50 milioni di franchi, oltre tanto sangue che vi ha sparso con morte di tanti principi e signori».

Questo periodo di storia c'insegna: 1° Che le alleanze politiche e le alleanze di famiglia colla Francia non ci furono mai vantaggiose; 2° che la perdita della Savoia si trasse con sè la perdita del Piemonte; 3° Che la Provvidenza opera anche grandissimi miracoli quando si tratta di favorire la causa dei buoni Principi; 4° Che bisogna avere pazienza e patire con dignità, giacché in ultimo la vittoria di S. Quintino non può fallire.

La seconda perdila della Savoia avvenne nel 1792. In sul finire di quell'anno la convenzione spediva il generale Montesquiou a fare la conquista delle terre savoine, e furono invase alla maniera rivoluzionaria, senza dichiarazione di guerra. Il 23 dicembre dello stesso 4792 i Francesi invadevano Nizza.

11 conte di S. Andrea, accampato sui colli di Rauss e di Brois, resisté valorosamente battendo i nemici in varii scontri. Nel giugno del 4793 i soldati piemontesi segnalaronsi nel tener testa agli assalti di Serrurier e di Brunet. Il duca di Monferrato tentando di liberar la Savoia respingeva dapprima i Francesi al di là di Moutiers, ma poi fu respinto egli stesso da Kellerman, e costretto a rivalicare il piccolo San Bernardo. In quella ritirata fatto bersaglio ai colpi de'  repubblicani, fu pregato di celare le insegne della sua dignità; ma egli rispose; Voglio essere ciò che tono, e così debb'essere un principe di Savoia il dì della battaglia.

Sul finire d'agosto del 4 793 Vittorio Amedeo III partiva pel campo della Ghiandola affine di tentare una spedizione su Nizza, risoluto di vincere o di morire. Nizza o Soperga era il suo grido. Il duca d'Aosta comandava la spedizione, la quale falli per la lentezza dei soccorsi austriaci.

L'invasione della Savoia e di Nizza trasso dietro a sè in sul finire del secolo de cimottavo l'invasione e la perdita del Piemonte, come già a mezzo il secolo decimosesto. Imperocché là sono le porte d'Italia, e darle in mano agli stranieri, e pretendere che stieno a vedere e non entrino è vana lusinga e vera stoltezza. Ci pensino i nostri rettori se sono ancora in tempo; ma forse il dado è tratto, e si preparano pel nostro paese le più grandi sciagure 1

PS. È giunta a Torino una deputazione del Municipio di Nizza, incaricata di presentare al governo del Re le più calde istanze, affinché Nizza rimanga unita al Piemonte, o almeno venga neutralizzata e dichiarata indipendente. Noi speriamo ben poco da questa deputazione. È cosa veramente indegna la noncuranza che il Ministero mostra per la Contea di Nizza, sicché questa debba man dare inviati per supplicare il governo di non abbandonarla alla mercé della Francia I Oh, nessun altro governo italiano tratterebbe così le sue provincie!

RIUNIONE ALLA FRANCIA DELLA SAVOIA E DI NIZZA

(Pubblicato il 27 marzo 1860).

Il 24 di marzo veniva sottoscritto il trattato che cede alla Francia la Savoia, e il circondario di Nizza. Questa notizia è ufficiale, e fu annunciata dal Moniteur di Parigi del 25, come dice un telegramma che il lettore troverà a

suo luogo.

Le condizioni sono due: la sanzione delle Camere e la nessuna pressione della volontà delle popolazioni; positiva la prima, negativa la seconda. Le Camere approveranno, e le popolazioni, secondo il solito, lascieranno fare.

Sebbene il trattato dica che le nuove frontiere di Francia e Piemonte saranno determinate da Commissioni miste francosarde, ad ogni modo noi possiamo fin d'ora calcolare già la perdita che dovrà fare fra pochi giorni lo Stato nostro.

Quanto alla Savoia noi perderemo i circondarli di Albertville, Annecv, Bonneville, Ciamberì, Moutiers, San Giovanni di Moriana, San Giuliano, Thonon, in tutto 543,098 abitanti.

Quanto a Nizza il Moniteur dice che sarà ceduto alla Francia il circondario9 e questo, secondo la nuova legge del 43 di novembre 18&9, si compone dei seguenti mandamenti:

Mandamenti Popolazione
Contes 6.072
Guillaumes 4,593
Levenzo  6,540
Mentono 5,673
Nizza intra muros 44,091
Nizza extra muros
Poggetto Tennieri 3,261
Roccasterone 3,917
Scarena 6,939
San Martino 7,683
Sospetto 9,674
Santo Stefano 5,004
Tenda 6,034
Utelle 5,011
Villafranca 5,943
Villars  5.374
Tot. popolaz. 125,71

Sono dunque settecentomila abitanti tra Savoia e Nizza che si cedono alla Francia, popolazione fedelissima e benemerita della Dinastia.

Diee il Constitutiónnel che verrà indirizzato dal nostro Re un proclama alle popolazioni di Savoia e Nizza per iscioglierle dal giuramento di fedeltà. Ah! è dunque necessario, prima di annettere popolazioni agli Stati altrui, che il Sovrano legittimo le prosciolga dal giuramento? Giova molto il tener conto di questa dichiarazione.

E vuoisi riflettere eziandio come la Francia, per annettere in modo stabile e solenne Nizza e Savoia all'Impero, voglia procedere con tutte le forme legittime, e secondo que' principii che chiamansi di diritta divino; mentre....

Non occorre che noi qui facciamo confronti, giacché il lettore pud farli da sé, e prevedere le conseguenze.

PROEMIO AL TRATTATO DI CESSIONE DELLA SAVOIA E DI NIZZA

(Pubblicato il 28 marzo 1860).

Siamo accertati che oggi la Gazzetta ufficiale del Regno pubblicherà il trattato, con cui il nostro governo cede, per la forza degli avvenimenti, le provincie della Savoia e la Contea di Nizza all'Imperatore dei Francesi. Se il trattato sarà pubblicato, Io ristamperemo in questo numero. Non sarà inutile tuttavia preparare un po' di proemio, a questo trattato medesimo; e il proemio per essere degno d'un cosi nobile contratto, verrà scritto da noi colle parole di S. M. I. Napoleone III, del conte di Morny, presidente del Corpo legislativo, de! Moniteur, giornale ufficiale dell'Impero francese, e di S. £. il conte di Cavour, presidente del nostro ministero.

Napoleone III, 18 di giugno 1859, indirizzava dal quartiere generale di Milano un proclama agli Italiani, nel quale diceva: 11 vostri nemici, che sono i miei, hanno tentato di sminuire la simpatia che era universale in Europa per la vostra causa, facendo credere che io non facessi la guerra che per ambizione personale o per INGRANDIRE il territorio della Francia. Se mai v'hanno uomini che non comprendono il loro tempo, io non sono certo nel novero di costoro. L'opinione pubblica è oggi illuminata». Illuminatissima! ripigliamo noi, e passiamo ad altro.

Passiamo al discorso che, il 7 di febbraio 1859, fu recitato a Parigi da S. M. I. Napoleone III, inaugurando le tornate del Corpo legislativo. Nei quale discorso l'Imperatore diceva: «Alla vigilia della mia terza elezione io faceva a Bordeaux questa dichiarazione: L'Impero è la pace, volendo provare con essa che, se l'erede dell'Imperatore Napoleone! saliva sul trono, egli non ricomincierebbe un'era di conquiste... Giammai un interesse personale!

una meschina ambizione non dirigeranno le mie azioni. Allorché sostenuto dal voto e dal sentimento popolare un uomo ascende i gradini di un trono, s'innalza per la più grave delle risponsabilità al di sopra della regione infima, in cui si dibattono volgari interessi. Probabilmente nel novero dei volgari interessi, il 7 di febbraio del 1859, S. M. I. comprendeva anche le conquiste della Savoia e di Nizza. Ed ora?

Il conte di Morny, (presidente del corpo legislativo, commentando, l'8 di febbraio 1859, le parole dette il giorno prima da Napoleone III, che cioè era alieno da interessi personali e da ambizioni meschine, diceva: Speriamo che nelle presenti circostanze le idee generose, le intenzioni leali e DISINTERESSATE dell'Imperatore si faranno strada nel mondo». E noi abbiamo sperato e le intenzioni si fecero strada, ed eccole oggi apparire alla luce del mondo, e sono veramente leali, disinteressate e generose!

Il Moniteur di Parigi, nel suo numero del 45 di marzo 1859, pubblicava un articolo coll'intento di persuadere l'Europa che l'Imperatore Napoleone, contento del suo Impero, non voleva il guadagno di un palmo solo di terreno. La Francia è accusata, diceva il Moniteur, di nutrire disegni ambiziosi che essa ha ripudiati, e di preparare conquiste di cui essa non ha bisogno; e si cerca, mediante queste calunnie, di spaventare l'Europa». E poco dopo il Moniteur soggiungeva: «Se l'Imperatore avesse voluto senza ragione rinnovare in un'era di pace e di civiltà le guerre e le conquiste dei primo Impero, egli non sarebbe stato del suo tempo, ed avrebbe in tale guisa incorso il biasimo pili grande che possa colpire un capo di governo». Tuttavia, se abbiamo letto bene la storia, ci pare che la Savoia e la Contea di Nizza fossero alcune di quelle conquiste, che Luigi Bonaparte dichiarava di ripudiare.

A compimento del commentario soggiungeremo ancora una citazione, che sarà del conte di Cavour, il quale, il sei di febbraio del 4855, avvertiva i deputati a diffidare d'ogni intervento straniero in Italia, giacché potrebbero verificarsi una seconda volta que' due versi che dicono — Il novo signore s'aggiunge all'antico — L'un popolo e l'altro sul collo ci sta: cioè il signore d'Austria a Venezia, e il signore di Francia a Nizza; il popolo austriaco a levante, ed il popolo francese a ponente; e noi in mezzo, nella pienezza della nostra indipendenza! (Atti del Parlamento, N° 452, pag. 4675).

E nella tornata del 16 aprile 4 858 il conte di Cavour diceva ai deputati, che nel secolo passato la Francia, capitanata dal primo Bonaparte scacciò i Tedeschi dall'Italia, ma per fare immediatamente mercimonio delle provincie conquistate a prò dell'Austria stessa. E qui non si può dire, ripigliava il conto di Cavour, che essa abbandonava una parte per salvare il tutto, ma dava le Provincie venete per assicurare le sue conquiste ne' Paesi Bassi, sulle sponde del Reno e della Schelda». Il conte di Cavour, il 46 aprile 4858, avea in orrore la politica che che dà certe provincie per assicurare certe conquiste!

Finalmente lo stesso conte di Cavour, il 4 7 di febbraio del 1859, nel Senato del Regno, scatenavasi contro i Principi Italiani, e diceva che essi (non avevano il diritto di alienare la loro indipendenza» che, alienandola «violavano manifestamente non solo lo spirito, ma la lettera dei trattati», e conchiudeva: «Io dico essere principio del diritto pubblico moderno, essere uno dei grandi progressi della civiltà e della scienza il non riconoscesi ne' principi il pi~ ritto di alienare i loro popoli» (Senato del Regno, Atti Ufficiali N° 13, pag. 41).

Ora noi domanderemo umilmente al conte di Cavour, se il trattato che cede alla Francia le provincie della Savoia e la Contea di Nizza non sia una alienazione di popoli molto peggiore di quella che egli un anno fa rimproverava agli altri Principi Italiani? Gli domanderemo come sappia conciliare i suoi fatti colle sue parole?

E qui ha fine il nostro proemio. Il tempo e gli avvenimenti restano incaricati di fare i commentarli al trattato, e li faranno!

UNA DATA DOPPIAMENTE DOLOROSA

(Pubblicato il 31 marzo 1860).

Il trattato, che cede alla Francia le provincie della Savoia e la Contea di Nizza, porta la data del 24 di marzo, data dolorosa nella nostra istoria, perché in quel giorno medesimo nove anni fa piombava sul nostro paese la grande sciagura di Novara. Eppure noi non esitiamo a dire che questo trattato è una sciagura molto peggiore di quella.

Imperocché a Novara l'Aquila di Savoia fu ferita, ma oggidì lascia il luogo all'Aquila imperiale. Rattazzi, nove anni fa, colla sua imprudente politica giuocava il trono e la vita di Carlo Alberto, secondo la frase di Vincenzo Gioberti. Ed oggi Cavour e Farini, col trattato che hanno sottoscritto, distrussero in un giorno l'opera di nove secoli.

A Novara si cadeva dopo una resistenza, e coll'armi in pugno. Qui si obbedisce, si cede, si rinunzia umilissimamente. A Novara si salvava il principio dell'indipendenza d'Italia. Qui il principio è sacrificato, e si chiama lo straniero in Nizza, cioè in una delle migliori parti della Penisola.

A Novara soffrivamo una disfatta materiale, una di quelle ferite che il tempo basta a rimarginare. Ora ci tocca una disfatta morale, che il tempo peggiorerà, e da cui non ci riavremo mai pili.

A Novara volevamo recar aiuto all'amico e al fratello. Ora è il fratello e l'amico che noi rinneghiamo per darlo in balìa del francese. A Novara eravamo obbligati a pagare parecchi milioni all'Austria. Ora, cedendo Nizza alla Francia, paghiamo con popoli fedelissimi, e difendiamo in principio la legittimità della dominazione forestiera in Italia. Dopo Novara eravamo compatiti, perché deboli e sventurati. Ora l'Europa non ha per noi che rimproveri e disdegno.

E poterono trovarsi due Italiani, che sottoscrivessero coi plenipotenziari francesi un simile trattato? E uno de'  sottoscrittori, il conte di Cavour, ha nelle vene sangue savoiardo? E l'altro, il dottor Farini, con una mano toglie le Romagne al Papa e coll'altra regala Nizza alla Francia? E questi due uomini, non che tollerati, vengono applauditi come eroi? Oh tristissimi tempi! Oh insipienti giudizi!

Percorrete la collezione de'  nostri trattati, e non ne troverete un solo che possa paragonarsi con quello del 24 di marzo. I nostri annali raccontano gloriose imprese per riacquistare gli Stati nostri, non ree compiacenze nel cederli. Farini e Cavour hanno scritto nella nostra storia una pagina, che noi dovremo più tardi bagnare di lagrime. Torinesi, voi foste ben ricompensati dal presidente del ministero d'averlo mandato tante volle al Parlamento! Egli ha reso la capitalo una città di frontiera; ha ripagalo Torino e la Savoia d'eguale moneta.

Si confrontino un po' due trattati pubblicati a breve distanza, il trattato di Zurigo, e quello del 24 di marzo. Nel primo l'Austria, vinta, cede la Lombardia, ma è condotta a ciò dai patiti rovesci, e della Lombardia conserva le chiavi. Noi vincitori, al punto di pigliar possesso d'Italia, ne mettiamo le chiavi nelle mani della Francia I II trattato di Zurigo s'intende, quello del 24 di marzo è un mistero.

Il trattato di Zurigo era esplicito. Esso diceva chiaramente che cosa l'Austria cedeva,' e che cosa riservava per sè; parlava dei compensi, degli oneri assunti dalla Francia e dal Piemonte, e dei diritti riservati al governo austriaco. Laddove il trattato del 24 di marzo ci lascia nelle tenebre. Perdiamo la Savoia e la Contea di Nizza, ma non si sa bene quanti paesi debbano comprendersi sotto questi nomi, Resterà una parte del nostro debito alla Francia; ma in quale proporzione? L'unico diritto che ci riserviamo è di continuare il traforo del Moncenisio; vale a diredi continuare nel sacrifizio di molti e molti milioni con poca speranza di buon risultato! Se un vantaggio potea tornare al Piemonte dalla cessione della Savoia, si era di liberarci da un'impresa gigantesca sì, ma avventata scientificamente ed economicamente, qual ò il traforo delle Alpi. Invece no, neppur questo vantaggio ci è rimasto, e noi ci riserviamo il diritto di traforare il Moncenisio, perché i Francesi possano venire in Torino sulla strada ferrala! V'è in tutto ciò qualche cosa di così strano, che noi non sappiamo con qual nome chiamarlo.

Sallo Iddio quanta afflizione ci rechi il dovere esporro per le stampe queste osservazioni I Avremmo amato meglio tacere. Ma il Parlamento è chiamato a sancire il trattato del 24 di marzo, ed è un sacro dovere per il giornalista di condannarlo, e dimostrarne i danni presenti e i pericoli gravissimi a caici espone.

Il trattato dice all'art. 7° che e per la Sardegna sarà esecutorio appena che la sanzione legislativa necessaria sarà stata data dal Parlamento». Questo non è un articolo, ma un epigramma. Imperocché la Sardegna non ha nulla de eseguire; e l'esecuzione tocca alla Francia che ha già preso e sta per prendere possesso della Savoia e della Contea di Nizza. L'art. 7° per essere conforme allo Statuto dovea dire che il trattato non sarebbe valido se non dopo la sanzione legislativa. Dall'altra parte il richiamo del governatore di Ciamberì e l'abbandono totale, in cui si lascia Nizza, non è un principio d'esecuzione del trattato per parte della Sardegna?

Noi speriamo nel Parlamento che non approverà l'opera di Cavour e di Farmi. Ma perciò vuolsi ricorrere alle due Camere peg mmo di petizioni. Ora le parti principalmente interessate io questo trattato, la Savoia e Nizza, non possono manifestare la loro volontà. Non possono, perché, levandosi oggidì contro il governo francese, si esporrebbero a grandi pericoli. Non possono, perché hanno contro di sè la prima polizia del mondo, come osserva la Gazzette de Nice del 28 di marzo, e dei fondi secreti considerevoli. Non possono, perché già subiscono l'occupazione straniera.

Tocca dunque al resto dello Stato venire in soccorso di quelle popolazioni sacrificate. Tocca a noi Piemontesi in ispécie di dire che non vogliamo separarci dalla Savoia, la culla dei nostri Re, né da Nizza che no fu spesse volle il rifugio.

Tocca ai Torinesi di non dimenticare che l'invasione della Savoia trasse sempre con sé la schiavitù della nostra città qualunque governo fosse in Francia, o l'assoluto di Francesco I, o il repubblicano del secolo passato. Oh sì, dicon spiritosamente mesi fa il Times, oh sì, che i Zuavi staranno a vedere dal Moncenisio le nostre belle pianure, senza che salii loro il grillo di venire più tardi a farvi una passeggiata!

E poi la causa della Savoia, e principalmente della Contea di Nizza, è la causa di tutta l'Italia. Se oggi s'ha la debolezza di cedere una provincia, domani s'avrà il coraggio di negarne un'altra? E di concessioni in concessioni, dove andremo a parare? È evidente ornai che il nipote vuole calcare le pedate dello zio, e voi sapete che questi non s'è arrestato né a Nizza, né alla Savoia. Che se lo zio procedette innanzi, non ostante la resistenza de' nostri Principi e de'  nostri soldati, che cosa farà il nipote, che trova tanta compiacenza nei Cavour e nei Farini, arbitri delle nostre sorti, e signori delle nostre città?

PROCLAMA DEL GOVERNATORE PROVVISORIO 

AI POPOLI DELLA CITTÀ' E DELLA CONTEA DI NIZZA

Concittadini! Sono cessate le incertezze sui nostri destini.

Con un trattato firmalo il 24 marzo scorso il valoroso re Vittorio Emanuele ha ceduta alla Francia la Savoia e il circondario di Nizza. I più potenti motivi di convenienza politica, le esigenze dell'avvenire d'Italia, il sentimento di gratitudine verso il suo potente alleato, infine le circostanze tutte speciali del nostro paese ha deciso, benché a malincuore, questo ben amato Sovrano a separarsi dalle provincie strettamente congiunte da secoli alla sua dinastia. Ma la sorte dei popoli non deve essere il risultato esclusivo della volontà dei principi. Di questa guisa il magnanimo imperatore Napoleone e il leale Vittorio Emanuele hanno desiderato che il trattato di cessione fosse convalidato dall'adesione popolare.

Per questo scopo voi sarete tra breve convocati nei comizi elettorali, e S. M. il Re mi ha commesso provvisoriamente il governo di questo circondario nella mia qualità di vostro concittadino.

Concittadini!

Alla voce augusta del Re ogni incertezza sul nostro avvenire è dileguata. Nella stessa guisa dinanzi a queste parole auguste debbono ormai scomparire i dissidii e le rivalità. Tutti i cittadini devono essere animati dallo stesso spirito di conciliazione. Tutte le opposizioni detono frangersi impotenti contro gl'interessi della patria e il sentimento del dovere, ha di più; esse troverebbero un ostacolo insuperabile negli stessi desiderii di Vittorio Emanuele.

Le pubbliche dimostrazioni in questi momenti non hanno più ragione d'essere. Solo loro scopo sarebbe quello di compromettere l'ordine pubblico che sarà oggimai energicamente protetto.

La confidenza, la tranquillità o il raccoglimento debbono presiedere all'atto solenne cui verrete chiamati.

Concittadini!

La missione che mi fu commessa dal Re è transitoria, ma importante. Per adempiere il mio uffizio in queste straordinarie circostanze io conto sull'appoggio del vostro rispetto alle leggi, e su quell'alto grado di civiltà, al quale voi vi sapeste innalzare.

Affrettiamoci dunque di raffermare coi nostri voti la riunione della nostra contea alla Francia. Rendendoci l'eco delle intenzioni del Re (sic), stringiamoci intorno alla bandiera di questa nobile e grande nazione che eccitò sempre le nostre più vive simpatie. Ordiniamoci intorno al trono del glorioso imperatore Napoleone III. Circondiamolo di quella fedeltà tutta speciale del nostro paese che noi abbiamo serbalo fino a questo giorno (sic) a Vittorio Emanuele.

Per questo augusto Principe che si serbi fra noi il culto delle memorie, e che degli ardenti voti si innalzino pe' suoi nuovi e splendidi destini.

Pel grande Napoleone III, la cui potente e ferma volontà è di aprire un'éra novella di prosperità pel nostro paese, comincierà la nostra fedeltà a tutte prove e la nostra rispettosa devozione.

Viva la Francia!

Viva l'imperatore Napoleone III.

Nizza, 2 aprile 1860.

Il Governatore provvisorio

LuBoms.

ANNESSIONI E SCONNESSIONI

(Pubblicato il 4 aprile 1860).

Il discorso della Corona, pubblicato nel nostro numero precedente si distingue per due antitesi singolari, cioè l’annessione dell'Italia centrale al nostro Stato, e la sconnessione dal nostro Stato della Savoia e della Contea di Nizza; le lodi, la riconoscenza, la sottomissione ad un Alleato magnanimo, Luigi Bonaparte, e l'alterezza e indipendenza usata verso il Capo supremo della reli pione cattolica, Pio IX. Queste due antitesi meritano di venir considerate in due articoli, e comincieremo perciò dalla prima.

«L'Italia centrale è libera per meravigliosa virtù, de'  popoli», prese a dir la Corona, e il giornale ufficiale segna a questo luogo viva approvazione. Poco dopo soggiunge: Ho stipulato un trattato sulla riunione della Savoia e del circondario di Nizza alla Francia». E pare che tali parole sieno state seguite da profondo silenzio, perché il giornale ufficiale non segna nulla (1).

Qui viene subito in mente la domanda: Come mai? La meravigliosa virtù dei popoli che operò l'annessione nell'Italia centrale, non poté impedire la e connessione nell'Italia settentrionale? Che nuovo sistema è questo di far libera una parte della Penisola col renderne serva un'altra? Sconnettere di qua per annettere di là?

Il discorso della Corona dà di questa antilogia le seguenti ragioni: 4° La riconoscenza alla Francia; 2° Il bene d'Italia; L'assodamento dell'unione di Francia e d'Italia; 4° La comunanza di origini, di principii e di destini Ira gli Italiani e i Francesi. Esaminiamole una ad una.

La riconoscenza alla Francia. Bella cosa è la riconoscenza, e il poeta dice: «Che l'orror dei mortali è un'alma ingrata». Ma non si dovrebbe dimenticare che l'Italia ha pure qualche debito di gratitudine verso il Papato in genere e Pio IX in ispecie. E perché tanta fretta nel pagare i debiti al Bonaparte, e un si meschino ricambio al romano Pontefice?

E poi la riconoscenza, per quanto sia ampia e generosa, non può mai giustificare una contraddizione. Or bene gravissima contraddizione è codesta di mettere una parte d'Italia sotto lo straniero francese, perché ci aiutò a liberare un'altra parte d'Italia dallo straniero austriaco!

Il Diritto del 3 di aprile, N° 94, scrive: Un significante silenzio accolse le parole che riguardano Savoia e Nizza; e parve persino una crudele ironia il ricordo della sanzione delle Camere e del voto dei popoli, quando ognuno sa che noi abbiamo ornai abbandonate quelle due. provincie, mentre esse sono occupate dai Francesi. Era meglio non toccare questo tasto dellcato, se non volevasi che in ogni cuore avesse un'eco di dolore. Il silenzio che accolse questo passo del discorso della Corona deve pure avere avvertito il ministero, che il paese, con grande ansietà attende chiare spiegazioni su questo penosissimo argomento».

Finalmente ci costano cari i servigi napoleonici, se noi dobbiamo pagarli col sacrifizio de'  nostri fratelli; e siamo tentali a supplicare Napoleone III di non aiutarci pili, perché, se dopo la conquista della Lombardia, dobbiamo pagarlo con Savoia e Nizza; dopo la conquista della Venezia, dovremo dargli il resto della Liguria e il Piemonte fino alla Sesia. Tanto più oggidì che confessa di non volersi più battere per un'idea!

Passiamo alla seconda ragione del sacrifizio, cioè il bene d'Italia. Confessiamo l'ignoranza nostra: non sappiamo capire come il bene d'Italia possa richiedere che si ceda alla Francia Savoia e Nizza; anzi ci pare che il bene d'Italia avrebbe richiesto per contrario che non si cedesse né l'una, né l'altra. Ed eccone i motivi.

Cedendo Nizza, che è evidentemente italiana, al governo francese, evidentemente bramerò in Italia, si legittimala dominazione straniera nella Penisola; e questo non ci sembra un bene, ma uù male.

Cedendo la Savoia, che è la porta d'Italia, si perdono le naturali difese che la Provvidenza ha stabilito pel nostro paese, e ci diamo in balìa degli invasori; lo che non ci sembra un bene, ma un male, e un grandissimo male.

Cedendo la Savoia e Nizza, si prepara la strada ad altro concessioni, si fomenta l'appetito di coloro che dicono l'appètit vient en mangeant, si fa venire l'acquolina in bocca ad altri stranieri che ci renderanno servizi simili per ottenerne simili contraccambi; e questo non ci pare un bene, per l'Italia, ma un gran male.

Cedendo la Savoia e Nizza, Nizza in ispecie, che fin dal 1388 sceglieva volontariamente per suo signore Amedeo VII il Rosso, Nizza che fu dal duca Carlo III onorata col titolo di fedelissima, noi gettiamo semi di timore, di diffidenza, di disunione in altre parti d'Italia venute assai più tardi, e di una fe deità non ancora esperimentata. E questo pure ci sembra un male, e non un bene.

La terza ragione per cui si vogliono sconnettere dal Piemonte le provincie Savoine e la Contea Nicese, è l'assodamento dell'unione di Francia e d'Italia. La quale ragione ci fa gelare il sangue, perché prova troppo, e ci espone al pericolo di diventare interamente francesi.

Imperocché se per assodare l'unione galloitala si ha da dare oggidì alla Francia una provincia italiana, domani se ne dovrà cedere un'altra, e a poco a poco dallo spartimento delle Alpi marittime verremo a quello di Montenotte. e via via fino allo spartimento del Tevere, come è avvenuto nel secolo passato. Allora sì, sarà assodata l'unione quando gli Italiani diverranno francesi 1

Il pericolo è più prossimo che non si crede, giacché noi non facciamo semplicemente il sacrifizio di alcune città, ma sacrifichiamo il principio istesso, e colla e connessione di Nizza mettiamo l'addentellato per altre sconnessioni che saranno egualmente ragionevoli, egualmente legittime.

E poi la storia è lì per attestarci che sempre, sempre, sempre, quando i Francesi furono a Nizza e nella Savoia, si inoltrarono più avanti in Italia. Credete voi di godere il privilegio della politica: Daghela avanti un passo?

Il quale pericolo viene dimostrato ancor più chiaramente dalla quarta ed ultima ragione, che si adduce per isconnettere dal Piemonte la Savoia e Nizza, cioè la comunanza, di origini, di principii e di destini tra gli Italiani ed i Francesi.

Pogniamo che i Francesi volessero impadronirsi di Torino, come sotto Francesco I, sotto Luigi XIV, sotto la prima Repubblica. Essi potrebbero servirsi della frase del discorso della Corona, e dire che vengono a comandare sulla sponda della Dora o del Po, mossi dalla comunanza di origini, di principii e di destini!

Se questa comunanza giustifica la dominazione francese in Italia, atterrate allora la Basilica di Soperga, che vi ricorda la resistenza de nostri padri, il loro valore, il loro eroismo per non sottostare allo, straniero.

Stracciate dalle nostre istorie molte pagine, e principalmente quella che racconta la battaglia di San Quintino, e le cose operate' da Emanuele Filiberto per sottrarre alla Francia il Piemonte, Nizza e la Savoia.

E perché venite a parlarci sì spesso dei Vespri Siciliani, se esiste tra Francia e l'Italia tale e tanta comunanza di origini, di principii e di destini? E perché avete gridato tanto contro l'occupazione francese in Roma, chiamandola un'occupazione straniera?

Comunanza d'origini tra gli Italiani e i Francesi! È vero, siamo tutti gente latina. Ma gli Spagnuoli appartengono allo stesso ceppo, e si avvicinano forse più alla nostra lingua. Dunque potranno oggi o domani invocare le memorie antiche e riavere la Lombardia, la Sardegna, lo Stato napolitano?

Comunanza di principii 1 Abbiamo noi forse i principii del due dicembre? Il nostro Parlamento è un'immagine del Corpo legislativo? Il nostro Statuto rassomiglia alla costituzione francese? La libertà nostra è la libertà che si gode in Francia?

Comunanza di destini Quali sono i destini d'Italia, quali i destini della Francia? Se interroghiamo gli italianissimi, la nostra Penisola dee ritornare all'antica grandezza romana, cioè dominare coi proconsoli anche la Gallia. Se interroghiamo i Francesi, essi pretendono che il Mediterraneo sia un lago francese, e ohe mezza Europa debba sottostare alla loro signoria. Com'è dunque possibile la comunanza di destini?

E se regna tra Francesi e gli Italiani questa comunanza d'origini, di principii e di destini, perché Luigi Napoleone non lascia a noi la Savoia e la Contea di Nizza? Perché egli signore d'un impero di trentacinque milioni si spaventa di uno Stato di dodici milioni? Perché il Bonaparte teme di noi e vuole le Alpi, e noi non dobbiamo temere del Bonaparte?

Oh 1 non si piglino le cose con tanta leggerezza! Non si emettano principii di comunanza con tanta facilità! Che direbbe Alfieri redivivo se avesse udito in Piemonte il discorso che ieri risuonò nell'aula del Parlamento I Noi non sismo misogalli, ma siamo Piemontesi, e pur troppo veggiamo il Piemonte che se ne va ira le feste, le luminarie e gli applausi fragorosi di chi inganna e di chi si lascia ingannare! Fra poco tempo, concittadini, rileggerete quest'articolo, e ce ne darete il vostro avviso. Molti di voi ora dormono, e dai Piemontesi addormentati ce ne appelliamo a'  Piemontesi svegli dai nuovi fatti imminenti.

LA QUESTIONE DI NIZZA NELLA CAMERA DEI DEPUTATI

(Pubblicato 18 aprile 1860).

Venerdì, in sul finire della tornata, ebbero luogo nella Camera dei Deputati le prime avvisaglie sulla questione di Nizza. Garibaldi e Laurenti-Robaudi, i due deputati di quella città, chiesero di interpellare il conte di Cavour su tale argomento, ed egli, che non avea preparato ancora le sue solite artiglierie, rifiutò la battaglia, e negò di rispondere, col pretesto che la Camera non era costituita.

Ne' tempi normali certamente sarebbe stata aliena dalle consuetudini parlamentari un'interpellanza come quella voluta dal generale Garibaldi; ma di questi giorni noi la ritroviamo affatto legittima. Imperocché la maggior parte delle elezioni vennero approvate, e quindi la Camera era costituita. E poi il pericolo incalza in modo da non patire indugio.

Se gli Austriaci fossero alle porte di Torino, osservava opportunamente il deputato Laurenti-Robaudi, forse che il conte di Cavour rifiuterebbe di prendere un qualche provvedimento, col pretesto che v'hanno tuttavia alcune formalità da compiere? Or bene, se gli Austriaci non sono alle porte di Torino, gli stranieri sono in Nizza; essi hanno invaso la nostra città senza il consenso del Parlamento, e il ministero è risponsabile dell'invasione,

SI, il ministero, ritirando da Nizza le nostre truppe, richiamando i pubblici officiali, cedendo la città ai soldati francesi, venne meno alla clausola del trattato di cessione che riserva alla approvazione del potere legislativo la validità del trattato medesimo. Lo Statuto è stato violato, l'onor della Camera offeso, smembrato il regno, gettata una città in balla dello straniero e negli orrori della guerra civile.

E un nizzardo, un uomo di cuore, che non sia una banderuola, che abbia una qualche convinzione politica, può leggere quotidianamente ne' diari ciò che ci raccontano di Nizza, delle violenze che soffre, delle lagrime che sparge, e vedersi in faccia l'autore principale di tanti dolori, e restarsi muto, e non chiedergliene ragione? Oh! no, davvero. Un nizzardo nella Camera non può aspettare, non può tacere, senza venir meno a'  suoi più stretti doveri, ed al mandato ricevuto da'  proprii concittadini.

La questione di Nizza è tale, che dovrebbe riunire in un solo tutti i partiti per riprovare solennemente l'operato del ministero, negando al trattato di cessione quel voto che è necessario al suo valore. Cosi dovrebbero votare i Nizzardi prima, poi gli altri Liguri, i Piemontesi, i Lombardi, i deputati dell'Italia centrale, i Veneti, i fautori della sovranità del popolo gli amici della monarchia.

I Nizzardi. La storia di Nizza grida forte ai deputati di quella città, che essa è italiana, e che deve rigettare la dominazione straniera. I loro padri nel 4388, per opporsi ai Provenzali, sceglievano volontariamente Amedeo VII, il Rosso, conte di Savoia. Nel 1538, davanti alle minaccie di due potenti monarchi, chiudevansi nella loro fortezza rispondendo alle intimazioni, col grido: Viva Savoia! Nel 1543 resistevano ai Galloturchi, e meritavano da Carlo III il titolo di fedelissimi. Nel 1600 sbaragliarono i Francesi capitanali dal duca di Guisa, e restarono Italiani: Civium. virtù te. Nel 1639 conducevano in città il cardinale Maurizio al grido di Viva Savoia. In seguitò i Nizzardi protestarono sempre colla parola e colle armi di non volersi staccare dal Piemonte, di voler rimanere Italiani (1). E nel giubilo del 1848 dichiaravano: I discendenti di Caterina Segurana vanno superbi di appartenere a quella terra che produsse l'Alighieri».

E potrebbero i deputati nizzardi smentire tutta la loro istoria, negare le loro origini, le loro glorie particolari, i loro affetti, le loro proteste, e staccarsi silenziosi da questa Italia, di cui custodirono sempre le porte con tanto valore; di questa Italia, che onorarono coi loro scrittori, e coi loro capitani? Ah! no, non fia mai. L'avvenuto nella tornata di venerdì passato ci è sicurtà che i Nizzardi faranno costar caro ai Cavour ed ai Farini il loro mercato.

I Liguri. Certo i deputati liguri se hanno testa e cuore debbono coadiuvare i Nizzardi ed oppugnare il trattato!; imperocché Nizza fa parte della Liguria, che, secondo tutte le geografie, stendesi dalla Magra al Varo; e la causa di quella città è comune a tutte le altre che vengono di poi. Se il Piemonte cede alla Francia il nostro territorio fino alla Roia, domani potrà cederlo fino a Savona, e posdomani fino alla Spezia. La ragione del domandare per parte della Francia e del cedere per parte del nostro governo sarà egualmente plausibile. E se ora i deputati della Liguria hanno buono in mano per opporsi alle improvvide condiscendenze, non l'avrebbero più quando rendessero favorevole il suffragio al trattato, che mette Nizza in mano dello straniero.

I Piemontesi. Anche i deputati subalpini sono tenuti ad oppugnare il trattato che cede Nizza e la Savoia. L'affetto e la fedeltà di queste due provincie non ci permettono di sagrificarle, qualunque potesse essere il vantaggio del sagrifizio. Noi cediamo il certo per l'incerto, e mentre le nostre perdite si vogliono stipulare solennemente, i nostri guadagni dipendono dalla vita e dalla parola d'un uomo, il quale nella sua vita e nelle sue parole mostra una serie non interrotta di contraddizioni. E chi vien meno alle promesse fatte al Papa, di cui pure abbisogna, resterà fedele a noi, di cui si ride in cuor suo? Subalpini non v'illudete pel presente e pensate al futuro. Pensate in ispecie che la perdita della Savoia e di Nizza fu sempre il principio della servitù del Piemonte.

I Lombardi. Se v'ha taluno, che debba tremare al solo sentir discorrere di cessione, sono i deputati della Lombardia, la quale ieri fu ceduta dall'Austria alla Francia, e alla Francia alla Sardegna. Se essi approvano oggidì la cessione della Savoia e di Nizza, riconoscono di poter essere ceduti più tardi una terza volta; legittimano il governo antico, che chiamavano straniero; rinnegano la nazionalità italiana, di cui tanto parlarono e straparlarono; e mentre si veggono indifesi a levante, mettono in mano alla Francia a ponente la chiave d'Italia, che è il passaggio delle Alpi.

Gli Italiani del centro. Gessi Iddio che noi rinneghiamo i nostri principii, o per vezzo d'opposizione ritrattiamo menomamente i giudizi emessi altra volta sulle cose avvenute nell'Italia del centro. I deputati di quelle contrade sono agli occhi nostri oggidì quello che furono ieri! Ma sorpassando per un momento sulla loro origine e sulle loro autorità, diciamo che se vogliono essere conseguenti a loro principii ed ai loro interessi debbono oppugnare la cessione di Nizza. Avvegnaché questa città sia passata al Piemonte cinque secoli sono per volontaria dedizione, la quale se ora può esser messa in non cale, e alienata in vantaggio della Francia, s'ha ragione di temere che tardi o tosto la stessa sorte possa toccare a Parma, a Modena, alla Toscana, ed alle Romagne. Ciò non avverrà mai più, diranno i ministeriali. Ma nel 1848, ed anche nel 1859 dicevano lo stesso di Nizza e della Savoia, mentre ora veggiamo avvenire la cessione dell'una e dell'altra.

I Veneti. Anche la Venezia è rappresentata nel Parlamento. Rinnoviamo le nostre proteste e senza approvare il fatto, lo constatiamo semplicemente per dire che i deputati veneti, che riconoscono straniero il dominio austriaco nella Venezia, non possono approvare la dominazione francese nella Contea di Nizza.

(1) Vedi lo scritto intitolato: È vero che Nizza desideri staccarsi dal Piemonte? Prove del notaio Eugenio Emanuel, nizzardo. — Nizza, stamperìa del Nizzardo, diretta da Eugenio Lavagna, 1859.

Il giorno in cui i deputati veneti sancissero il trattato del 24 di marzo, dovrebbero abbandonare Torino, e correre in grembo dell'Austria. Con qual coraggio oserebbero essi gridare fuori lo straniero dopo d'aver messo nelle sue mani una delle nostre migliori provincie? Qual conto farebbe la diplomazia de loro richiami, poiché essi li avessero smentiti coll'inaugurare in Italia la dominazione francese?

Abbiam detto che debbono ancora votare contro il trattato i fautori della sovranità popolare, e i puri monarchici se ve ne sono nel nostro Parlamento. Di fatto i primi veggono cogli occhi proprii che si usa a Nizza una gran violenza che si mette ostacolo alla libera manifestazione della volontà del popolo che non si tiene verun conto delle votazioni precedenti, che l'occupazione straniera precede il voto, il quale invece avrebbe dovuto precedere il trattalo. Se il popolo è sovrano, quale autorità avevano i Cavour ed i Farini di cedere la Savoia e Nizza? Napoleone III dovea aspettare che Savoini e Nizzardi andassero a lui, e non pretendere che i ministri sardi gli regalassero que' popoli.

1 puri monarchici poi riflettano che i nuovi fatti e le nuove dottrine scalzano il trono; che al 1792 tien dietro il 1798; che la capitolazione di Cherasco invece di consolidare la dinastia sabauda ne preparò l'inevitabile rovina come già venne osservato in questo foglio dal nostro collaboratore il cav. Cibrario. Si uniscano pertanto i deputati, e rigettino il trattato del 24 di marzo. L'Imperatore Napoleone non se ne adonterà, poiché nel trattato medesimo riconobbe l'autorità del Parlamento.

PROCLAMA DEL GOVERNATORE DELLA PROVINCIA DI CIAMBERI

Il governatore della provincia di Ciamberì s'affretta d'informare gli abitanti della provincia, che è stato convenuto tra il governo sardo ed il governo francese che l'espressione dei voti del paese sarebbe fatta per mezzo del suffragio universale, e che per questo fine le seguenti disposizioni furono prese d'accordo tra essi:

Art. 10 I Savoini abitanti (fella provincia di Ciamberì sono chiamati a votare sulla seguente questione: La Savoia tuoi essere riunita alla Francia? Art. 2°. Il voto avrà luogo con un SI o con un NO, a scrutinio segreto, per mezzo di polizza manoscritta o stampata. Qualunque polizza che non recasse una risposta fretta alla questione fatta, o che recasse qualche frase riprensibile sarà considerata come nulla. Art. 3°. Lo scrutinio sarà aperto in ogni Comune domenica, 22 aprile 1860, dalle ore otto antimeridiane alle sette ore pomeridiane. Art. 4°. Saranno ammessi a votare tutti i cittadini in età d'anni ventuno almeno, nati in Savoia, o fuori della Savoia da genitori savoini, che abitano nel Comune almeno da sei mesi, e che non hanno subito condanna alcuna ad una pena criminale. Art. 5°. Sarà formalo in ogni Comune un Comitato presieduto dal sindaco, ed in caso d'assenza o d'impedimento, dall'assessore più anziano non impedito nella Giunta municipale, e composto inoltre da quattro membri presi dalla Giunta, e, ad un bisogno, nel Consiglio municipale per ordine di anzianità; secondo l'articolo 493 della legge del 23 ottobre p. p., questo Comitato si aggiungerà un segretario di sua scelta. Art. 6°. Farà le liste, e le farà pubblicare domenica, 45 del corrente, al più tardi. Deciderà d'urgenza intorno ai richiami che potranno essere fatti. Presiederà alla votazione, e ne registrerà il risultato in un processo verbale sottoscritto da tutti i membri. Art. 7°. Nei Comuni in cui il Comitato credesse necessario di formare parecchie sezioni per riguardo al numero dei cittadini iscritti, sarà stabilito, previa autorizzazione del governatore, per ogni sezione un uffizio speciale composto di cinque membri presi nel Consiglio comunale nel modo indicato nell'art. 5° sopra esposto. Sono inoltre applicabili a questo voto le disposizioni d'ordine pubblico contenute negli articoli 54, 52, 53, 54, 55 e 56, come pure quelle dell'articolo 65 della citata legge del 23 ottobre ultimo. Art. 8°. Lo spoglio essendo terminato, i processi verbali saranno immediatamente trasmessi agli intendenti dei Circondari (arrondissements) che li faranno giungere al segretariato della Corte d'Appello per mezzo del Governatore. Art. 9°. La Corte, a camere riunite, procederà allo spoglio generale, e ne constaterà il risultato con decisione pronunziata in seduta pubblica.

Ciamberì, il 7 aprile 1860.

Il governatore reggente

Dupasquier.

CAVOUR E BAROCHE A PUGNI

Mettiamo sotto gli occhi del lettore un curioso confronto tra le parole che il conte di Cavour disse in Torino alla Camera dei Deputati, il 12 di aprile, e le parole che lo stesso giorno il signor Baroche, presidente del Consiglio di Stato e rappresentante dell'Imperatore dei Francesi, disse al Corpo legislativo. Il conte di Cavour dichiarò che fu necessario cedere a Napoleone III la Savoia e Nizza per avere Bologna, e conservare la conquista delle Romagne. Il sig. Baroche giurò che Napoleone III non entrò per uulla nella perdita delle Romagne patita dal S. Padre, e che anzi il Bonaparte ai adoperò in tutte le guise per conservarle e farle restituire al Papa! Sarebbe bene che Cavour e gli agenti di Napoleone III ai mettessero d'accordo nelle parole, come lo furono, e lo sono tuttavia nelle opere. Altrimenti ai confuteranno a vicenda come è avvenuto questa volta. Si legga e si giudichi!

Cavour. Per ora sul terreno della politica mi restringo a questa sola dichiarazione ed è che la cessione di Nizza e della Savoia era condizione essenziale del proseguimento di quella via politica che in così breve tempo ci ha condotti a Milano, a Firenze, a BOLOGNA.

Era impossibile respingere il trattato e proseguire nella stessa politica; non solo si sarebbero esposte a evidente pericolo le passate conquiste.

ma si sarebbero esposte a cimento le sorti stesse della patria t (Camera dei Deputati del 12, Attiuff. , N° 10, pag. 37, col. 3*).

Bàboche. La France n'est pour rien dans la séparation des Romagnes; la Francia non entra per nulla nella se parazione delle Romagne........ Ce n'est pas la faute de l'Empereur si le Saint-Pére n'a pas conservé sur ces contrées son pouvoir; non è colpa dell'Imperatore, se il Papa non ha conservato su queste contrade il suo potere.......... Peut-on dire que la France a laissé les Légations échapper au Saint-Siège? Si può dire che la Francia abbia lasciato sfuggire le Legazioni alla S. Sede? (Tornata del Corpo legislativo francese del 12 aprile; pubblicata dal Moniteur del 15).








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