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USI E COSTUMI 

DI NAPOLI E CONTORNI DESCRITTI E DIPINTI 

OPERA DIRETTA DA FRANCESCO DE BOURCARD

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VOLUME SECONDO - 02B

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NAPOLI

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI GAETANO NOMLE

Vicoletto Salita a'  Ventaglieri num. 14.

1858

01A - Usi e costumi di Napoli e contorni - opera diretta da Francesco de Bourcard - HTML

01B - Usi e costumi di Napoli e contorni - opera diretta da Francesco de Bourcard - HTML

02A - Usi e costumi di Napoli e contorni - opera diretta da Francesco de Bourcard - HTML

02B - Usi e costumi di Napoli e contorni - opera diretta da Francesco de Bourcard - HTML


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LA LEVATRICE


Nun c'è n'ora, no momento

Che può schitto resciatà.

Neve, tronola, acqua e bbiento,

Non c'è maje pe mme piatà,

Corre, arranca, afferra, acchiappa,

Suso, lassa, piglia, scappa:

Quanno po vaco nseggetta

mpupazzata a vattejà

Nc’è la folla che m’appretta,

E se mette ad alluccà

«La Vammana. fa figliata»

E po stente na se sescata!

Anonimo.

SE nell’uomo è dovere di natura, non men che di religione, la gratitudine inverso i genitori, per le tante cure e sollecitudini onde gli furon larghi, anche prima del suo apparire sulla scena del mondo, vuole giustizia non vada dimenticato un altro essere che, sebbene in isfera meno ampia, concorre pure a tutelarne lo sviluppo sin dall’alvo materno e la sanità nel nascimento.

Questo animale benigno, ma non sempre grazioso, detta anche ostetrice dall’arte che professa, ricoglitrice perché raccoglie i parti, o mammana (volgarmente vammana) quantunque questa voce abbia oggidì un significato ben diverso da quel di un tempo, quando così addimandavasi colei che era messa a custodia delle zitelle, e che corrispondeva, per quanto pare, ad un’aia o donna di governo dei nostri tempi.

Ma il nome onde è più volentieri conosciuta nella società e segnatamente nelle famiglie è quello di comare, derivatole non solo dal tenere i bambini al battesimo ma anche per dinotare una specie di vincolo di affinità che, come or vedremo, intercede tra lei e le sue clienti.

Dipingemmo con colori abbastanza foschi la serva e la nutrice: avremmo torto di fare altrettanto per la mammana. I Francesi infatti nella denominazione di sage-femme le concedono il più raro attributo, quello della saviezza, sebbene sia coscienzioso l'aggiungere che spesso ciò non esca puramente da’ limiti di una eccessiva galanteria.

Affin di procedere ordinatamente, tenteremo in primo luogo dimostrare che, per una singolare eccezione, le donne, le quali sogliono amarsi pochissimo fra loro, si accordano nell’amare la levatrice, per così dire istintivamente; in secondo luogo che la levatrice ha dritto a tale amore.

Indagando le ragioni di questa tenerezza bilaterale ci è facile scorgere innanzi tutto come il genio della maternità si riveli nella donna fin dalla infanzia. Il suo trastullo prediletto e quello infatti di fasciare e sfasciare una pupattola, di stringerla al. seno, di cullarla, di porgerle la pappina, di dondolarla sulle ginocchia.

Descuret (Medicina delle Passioni), dipinge così la primitiva età ne’ due sessi. «Il primo (l’uomo) eccitato in qualche modo dall’istinto del combattere, cammina con maggior fermezza, brandisce fieramente la sciabola o suona il tamburino, l’altra (la donna) come se pregustasse l’amor materno, preludia alle soavi funzioni che è destinala a compiere, abbigliando con artificiosa cura la bambola amata, oggetto delle sue più tenere attenzioni. Si direbbe che fin da quella età si dividono l’impero del mondo: l'uomo si riserba la forza e la gloria, e lascia alla donna la debolezza e l’amore».

Se però la donna ama istintivamente la prole, uopo è che ami del pari istintivamente la comare, che ne e la custode e la curatrice.

Arroge ira i giuochi delle fanciulle esservene uno che consiste nel formare un fantoccio di cenci, fingendo alcuna di loro aver partorito e ricever le visite solite di occasione.

Questo giuoco dicesi per l’appunto delle comari! Provato il naturale amore del bel sesso verso la comare tiriamo innanzi.

Non appena una donna senta di esser madre, anzi non appena abbia un lontano sospetto di gravidanza (frase in gran voga nel vocabolario matrimoniale) va in cerca della comare, se pure non ve ne abbia già una ereditaria di famiglia, cui per antico titolo tocca la preferenza.

Da quel momento quest’amorosa pittima si affibbia con tenacità alla sua cliente. A quando a quando va a vederla, ed or le tasta il polso, or le esamina i visceri e le reni, ora le assicura uno sgravo felicissimo, predicendole un bel maschio che dovrà essere un vescovo o un cardinale, prognostico che sebbene quasi sempre vada a vuoto, nondimeno riesce pur lusinghiero alla tenerezza delle madri (in ispecie napolitano) animate sempre da religiosi sentimenti. Così del pari le vieta le passeggiate lunghe e faticose, le emozioni troppo vive e cento altre cose onde le donne sono minutamente istruite: cerio assai meglio di me. Fra le quali cose va osservato con ispecialità il dovere che si prescrive ad ogni gravida di soddisfare, alfine di evitare gravi conseguenze, a qualsiasi brama potesse venirle $ dovere di cui, dal ceto più elevato all’ultimo, ù riconosciuta l’importanza. Stando alle assicurazioni de’ dotti non sarebbe questa soltanto una credenza volgare, un semplice pregiudizio.

Descuret  fa derivare un tale accidente dall’azione simpatica dell’utero sopra gli altri organi, nella condizione di gravidanza. Ippocrate lo attribuisce alla forza della immaginativa, il che viene confermato ancora da Avicenna, come pure S. Agostino dice essere questa potentissima cagione che il feto esca fuori col segno della cosa desiderala. I fatti ne convincerebbero del medesimo. Chi non ha veduto fanciulli, or con un boglio di cioccolatte improntato sulla gamba, or con una macchia di vino sul volto, or di ciliegia sul braccio, segni (come vuoisi) di altrettanti oggetti bramati e non conseguiti dalle madri, ovvero di terrori avuti durante la gravidanza?

Niccolò Malebranche, tra l’altro, cita l'esempio di una donna gravida la quale per aver assistito al supplizio della mola partorì un figliuolo con le ossa rotte .

Comunque sia, queste voglie sono spesso molto curiose, spesso di difficile o d’impossibile soddisfamento. Mi è nota qualche signora che andava a teatro con un’elegante scatolina di capperi, e tratto tratto. Tra una scena ed un’altra, masticavane alcuno come fatto avrebbe di un confettino o di un joujoub.

Taluna si vide trangugiar deliziosamente de’ ceci o dell’orzo, taluna tirar diplomaticamente dalle tasche qualche ciliegia o qualche radice; tale masticar pepe, tale altra mangiar farina, tale financo masticar cera, terra, carbone, cuoio, ed altrettali sostanze allatto inusitate per alimenti.

Presso il popolo, sopra lutto, e con tanta religiosità osservalo questo debito inverso le gravide che tocca il ridicolo, e non di rado diventa una sorte di speculazione. Cosi incontra che sentiate picchiar l'uscio dalla siè Porziella o dalla siè Conccttella. la quale abita due miglia lontano dalla vostra casa, per avere un capitone, una quaglia, un frutto che la sorella o la zia gravida ha veduto recare dalla fantesca, passando pel suo basso, ovvero che la portinaia mandi a domandare lo stufato al settimo piano, adducendo averne inteso l’odore e che potrebbe sconciarsi senza gustarne. Alle quali richieste guardi il Cielo che alcun si rifiuti: sarebbe un infanticida, forse anche un omicida!

Hannovi di quelle cui ad ogni momento, a«l ogni passo, sol che escano in sulla strada, vien la voglia di mille oggetti; di quelle (anche peggio ) cui salta il ticchio delle fragole in novembre, delle castagne in luglio, delle nespole in ottobre, dell’uva in gennaio; per la qual cosa inchiniamo a pensare che cotesta specie di femmine nello stato di gravidanza cessi di far parte degli animali ragionevoli.

Laonde può argomentarsi di leggieri che quando un povero diavolo capila una moglie guliosa, come si esprime il nostro dialetto, vale a dire che abbia molti e frequenti di cosiffatti desideri, può noverar questa senza dubbio tra le prime delle innumerevoli delizie che accompagnano lo stato coniugale.

Il Cortese nella sua Vaiasseida lepidamente accenna a questo fenomeno:

Se viene a scire prena ed hai golìo

De qualche cosa tiene mente all’ogna,

O te tocca la nateca, saie ch’io

Fice a frateto ncapo na scalogna,

Che se nne desperaie lo figlio mio

E foiette pe collera a Bologna.

A lo leparo falle na rasata,

Se no lo ninno ha la rocca spaccata,

Ed il Guadagnoli, con la solita arguzia, nelle sestine su i Baffi:

Sapete ben che se una donna gravida,

Mentre mira un oggetto innanzi agli occhi

E desiosa se ne mostra ed avida,

Del corpo in qualche parte ella si tocchi,

Impresso vien corrispondente segno

Sul corpo al feto di cui il ventre ha pregno.

Chi sa che la lor madre similmente

Nella sua gravidanza non bramasse,

D'un capitano i baffi o d’un Tenente

E le labbra frattanto si toccasse,

Poi partorisse in grembo di Lucina

Con la voglia de'  baffi la bambina?

Sull’argomento medesimo scherzava anche altro poeta in questo frammento di una poesia intitolata la Nuora:

E quel babbion, cui tante volte ho detto

Non vedi come ogni tuo ben ti toglie?

Mancandomi, com’usa, di rispetto

Mamma, dice, ella è prossima alle doglie,

E sai che per coscienza è Tuoni costretto

A soddisfar le brame della moglie.

Chiede il fagian... pazienza... non vi è caso

Vuoi ch’abbia un figlio col fagian sul naso?

La levatrice la fa a sua volta anche da medico, e se talora accade che prescriva il salasso invece della ipecacuana, o il purgativo invece del bagno, niun pensi esservi in ciò negligenza o cattiva intenzione, ma anzi derivare da soverchio zelo. Nò è d’altra parte a maravigliare se qualche donna, troppo fiduciosa nella levatrice, non si lasci guidare e consigliare che da lei in tutto il periodo della gestazione, quando vi son di quelle che han per medico esclusivo il salassatore, e talune pure che si avvalgono nelle loro indisposizioni fisiche unicamente del semplicista o dei segreti di qualche vecchia!

Secondo va innanzi la gravidanza raddoppiano le cure, la sollecitudine, l’assistenza della levatrice, fino al momento del parto, che per lo più, come una curiosa esperienza ha dimostrato, arriva intempestivo e quando meno era ad attendere.

A questo proposito valga la descrizione di una scenetta ritratta dal vero.

In una perfida notte d’inverno, l’acqua vien giù a catinelle, il firmamento è nero come l’anima di una spia, guizzano i lampi, rumoreggiano i tuoni, ecco il momento in cui i dolori del parto ingagliardendo annunziano ad una onesta madre di famiglia il prossimo apparire al mondo del suo undecimo erede e la conseguente necessita della levatrice.

Allora il povero marito, che chiameremo, a mo’ di esempio. D. Marcantonio, destato nel più bello, quando forse sognava le ridenti colline del Vomero e di Antignano o le amene piagge di Mergellina, salta dal letto, si veste a precipizio, dopo non pochi stenti gli riesce accendere un lume; la chiave dell’uscio non si trova, pesca, ripesca, è nella veste della serva, che sorge spaventata e sonnacchiosa come Ambrogio nel Barbiere e scarmigliata come una strega del Macbeth.

Contemporaneamente una turba di ragazzi, disturbali dal sonno, danno il segno di allarme: per essi quel momento è un'allegria, una festa, una baldoria, imperocché quella età abbia la prerogativa di saper convertire tutto in divertimento — l’uno vuole l’asciolvere, l’altro strepita per vestirsi, un terzo chiama ad alta voce la mamma, un quarto salta giù in camicia gongolando per la gioia che in quel giorno papà non poti li menarlo a scuola — prova irrecusabile dell’amore istintivo dell’uomo pel sapere!

In mezzo a questo subuglio D. Marcantonio è disceso. Ma che?

Il portinaio, cotto come monna, russa in modo che non lo scuoterebbe un cannone.

D. Marcantonio all’uscio picchia, ripicchia, grida, tempesta, strepita, sbuffa, finché l’onorevole dormiente si scuote con soprassalto e, lontano dall’immaginare quel che è, levasi borbottando e, dopo avere mandalo con sufficiente energia a quel paese il disturbatore del suo pacifico chilo, si risolve finalmente ad aprire.

D. Marcantonio è in istrada. L’uragano continua ad imperversare. È necessaria una carrozza. Dopo un lungo aspettare, sì che al poveretto è giocoforza fare un buon terzo di cammino a piedi versando acqua come una grondaia per tutti i lati del corpo, finalmente spunta una di quelle cittadine di notte che ben conoscete .

Comunque sia e l’arca nel diluvio; ed il nostro Noè non esita un momento a precipitarvisi, lincile l’onorevole rozza non arresti le sue tre gambe, le sole in istato locativo, innanzi ad un portoncino non certo famoso per la decenza e che, quantunque al Settimo Cielo  ritrae mirabilmente una bolgia dell’inferno.

Fa mestieri conoscere che ogni portone, portoncino 0 portella corrispondente all’abitazione di qualsiasi levatrice è immancabilmente corredalo di un campanello, affinché costei possa esser chiamata prontamente al bisogno, in ispecie la notte. Queste chiamate delle levatrici si succedono spesso con tale frequenza, che quando alla porta di una casa vien picchiato più volle dicesi, per similitudine, dal nostro popolo: pare la porta de la tammana.

Ed ecco, mentre il nostro personaggio ha cominciato a trarre il campanello, schiudersi una finestra e far capolino un uomo in mutande e berretto da notte:

— Chi è?

— Chiamatemi Donna Susanna.

— Non posso servirvi perché è in parto (frase di uso, che vuole indicare quando la levatrice trovasi ad assistere qualche partoriente ) Se volete che vi accompagni da lei…

— Ve ne saprei grado.

D. Marcantonio suda freddo ma non ci è rimedio. Poco stante l’uomo dalle mutande è al suo fianco. È un marito, un fratello, un cugino della levatrice: questo non monta. Una levatrice non ha il dovere di dichiarare la legittimità delle sue attinenze. Per buona fortuna la predetta cittadina è tuttavia in disponibilità; i due interlocutori vi saltano dentro ed obbligano il cocchiere a trottare, per quanto lo permettono le condizioni locative del legno e del cavallo.

Ma ohimè, giunti al sito designalo la comare neanche è la! D. Marcantonio è più morto che vivo: quasi quasi preferirebbe avere le doglie della sua mela.

Alla fin fine, come vuole Dio, si trova la comare.

L’una donna sulla quarantina, pingue come un otre, brulla come un pesce cane, pesante come un obice, e che già conosciamo col nome di Donna Susanna. La cittadina e il cavallo a tre piedi fanno gli ultimi sforzi. D. Marcantonio è costretto ad accomodarsi in predella.

Dicano i padri di famiglia se vi sia dello esageralo in questo quadro che ho tentalo abbozzare a grossi tratti, e se in simili casi non soglia verificarsi anche di peggio! Spesso accade che la levatrice non possa in modo alcuno prestarsi all’invito, ed allora in sua vece manda l'aiutante 9 la quale (si ritiene almeno) abbia un merito inferiore a quello della principale. Quindi se la levatrice è di una mediocre abilità, la partoriente può stare certa di essere ammazzata dall’aiutante.

Nulladimeno si comincia da aiutante per divenire levatrice. Quando però l’aiutante (come è pure delle professioni ) progredisca e migliori nelle sue cognizioni, laddove invece, la principale, per età, per salute o per altra causa venga a scapitare della sua attività ed energia, la clientela di quest’ultima passa per lo più alla prima, che in questo caso diviene una principale e metto a sua volta le proprie aiutanti.

Il merito dell’aiutante, come dicemmo, essendo, o almeno supponendosi da meno di quello della levatrice, è facile comprendere come anche il suo officio esser debba del lutto materiale e di molto inferiore a quello della levatrice. Ella non è altrimenti che una iniziala, non ha che una parte esecutiva ben circoscritta, non ha il dritto di prescrivere ricette, di dar consigli, di ragionare di scienza ec.

Quando le levatrici si appartengono ad un ordine più distinto possono anche discernersi per l’abito dalle aiutanti, che quelle vestono con una lai quale eleganza, hanno lo chéle e il cappellino, queste si acconciano a modo delle donnicciuole avvolte in un semplice fazzolettone. Tale almeno è la regola generale, ma come tutte le altre va soggetta ad eccezioni.

Torniamo ora a Donna Susanna che, già al fianco della sua amare. trovasi, come suol dirsi, nel suo centro.

In quel momento supremo in cui la donna, per dar luogo ad una novella esistenza pone a repentaglio la propria, la famiglia tutta vedesi sossopra, e la casa (specialmente se il parto accade di notte) può paragonarsi ad un campo di battaglia in minori dimensioni.

Qui è il padre di famiglia che trae la secchia, li una zia che attizza il fuoco, altrove una cognata che riscalda le pezzuole o versa l'acqua nella caldaia. I cassettoni, le sedie, il letto, tutto in iscompiglio: la stanza coniugale presenta un caos da disgradarne quello primitivo: caraffine, bicchieri, pezzoline, fiale, scatole di mille fogge e dimensioni, e poi la polvere di cipro, il filo, la conca, ec. ec. e mille altri utensili di simil latta.

Di questo campo di battaglia il generale è un solo, rivestito d’illimitato potere — la levatrice. Ella dirige, comanda, dispone, prepara ed esegue all’occorrenza, e tutti, dal capo di famiglia sino alla fante, ubbidiscono ciecamente a’ suoi cenni, senza replica, senza osservare, senza fiatare.

Quando i dolori del parto ingagliardiscono, la levatrice, attentamente vegliando sulla partoriente, non si apparta più un sol momento da lei, ed ora confortandola con dolci parole, ora invocando l’aiuto della Madonna e de’ Santi, innanzi alle cui immagini ardono cere e lampadi, ne accompagna i non lievi travagli fino al momento in cui il novello essere, aprendo, come dice il poeta, «pria che al sole gli occhi al pianto» si annunzia da se—momento leggiadramente espresso da Papinio

....raptum protinus alvo

Sustulit exultans, ac prima lucida voce

Astra salutans...

Dopo ciò la levatrice, adagiala in letto apposito la puerpera, rivolge tutte le cure al novello nato, addirizzandogli le membra, tergendolo nel bagno, avvolgendolo nelle fasce ec.

Il Cortese, nella Vaiasseida, accenna ad altre operazioni della levatrice, come di tingere il volto del bambino col sangue spruzzato dall’umbelico perché egli addivenga più vegeto ed appariscente; di tagliare il filo della lingua spargendovi sopra zuccaro. o simili, come dai suoi versi:

Ma la mammana disse: mo Compare

La mecco nterra e po tu pigliatella,

Ma lassamella nnanze covernare

Ca piglia friddo po la pacionella,

Così pigliaie lo filo pe legare

Lo vellicolo, e po la forfecella

E, legate che l’appe, lo tagliaie

Quanto parette ad essa ch’abbastaie.

E de lo sango che sghizzato nn'era

Le tegnette la faccia, azzò che fosse

La Nenna pò cchiù rossolella ncera

(Perzò ne vide cierte accossì rosse)

E po la stese, ncoppa la lettera

E conciaile le braccie gamme e cosse,

Lo filo de la lengua po rompette

E zuccaro e cannella nce mettette.

Po saliaje dinto a la sportella

fio pocorillo de sale pesato,

Dicenno: te, cà chiù saporetella

Sarrà quann’haie po lo marito allato,

E le mettette la tellecarella,

Dapò che lo nasillo appe affelato.

Co lo cotriello e co lo fasciaturo

L'arravogliaie che parze pesaturo,

Po pesaie maiorana e fasolara

Avuta, menta, canfora e cardille,

E n’erva che non saccio, pure amara

Che se dace pe bocca a peccerille,

E disse: Te, se la tenite cara.

A bevere le date sti zuchille,

Ca n’havarrà de ventre maie dolore,

E se farrà camme nu bello sciore.

È giustizia non pertanto avvertire che molti Ira gli usi mentovati dal Cortese, figli di pregiudizi e d’insulse fattucchierie, ai quali potrebbero aggiungersene altri non meno ridicoli, come quello di trarre, avvenuto il parlo, gl’interiori ad una gallina ancor viva, stimandolo prosperoso alla salute della puerpera, come quello presso gran parte fra le donnicciuole di tener nelle stanze qualche vaso di ruta, erba che credono efficace a preservare il bambino da sofferenze, non veggonsi adottali dalle mammane che godono di una certa reputazione, ma solo dalle plebee e di poco merito, talune delle quali neppure autorizzale specie di guastamestieri, come se ne trovano dappertutto e di ogni specie.

Or, per toccare un tantino dell’arte ostetrica, è osservabile come essa (sebbene i primi precetti, secondo gli scrittori, se ne trovino in Aurelio Celso) sia stata quasi sempre sotto auspici di Deità feminee ed esercitata dalle donne, riputandosi cilicio molto onorevole.

Le Greche invocavano ne’ dolori del parto Giunone llicia, e le Romane Giunone Licinia, con questa formola serbataci da Terenzio:

Inno Lucina, fer opem, serva me obsecro

Properzio (lib IV. Eleg. I) allude ai voti che le si facevano per impetrare la faciltà del parto, ed a ciò pure accenna un’antica iscrizione:

IUNONI LUCINAE

Pro Filia Parva Laborante

Suscepto Voto

Statili a. D. D.

Gli Ateniesi tenevano Diana come protettrice delle partorienti. Era costume delle donne presso quei popoli di deporre la cintura nel tempio di questa Dea, rito che celebravasi con la maggior solennità e che poi che origine alla frase zonam solvcre con cui vuoisi esprimere l’ingravidar della donna.

Orazio nell’ode XXII lib. 3. c’istruisce come presso i Romani anche Diana Nemorense venisse invocata nella occasione di parto:

Di monti e boschi o Vergine custode,

Ch’odi, il triplice prego e fai che viva

Sposa, cui l'egro al parto alvo si annode

Triforme  Diva .

Nell'antica Grecia troviamo commendate, tra le più celebri levatrici, Aspasia, Laide, Agnodice, Salpe, ed a Cleopatra regina di Egitto si attribuisce un trattalo di ostetricia che I5 addimostra esperta anche in quest’arte.

E, per tralasciare di quelle che ne diversi secoli fiorirono in Alemagna. in Francia, in Inghilterra ed altrove, accenneremo solo che l’Italia, in qualsivoglia disciplina a niun’altra nazione seconda, ebbe nel XIII secolo una levatrice chiamata Trotula che, per la prima, dettò un’opera speciale di ostetricia. Nel museo della dotta Bologna ammirasi una serie di preparazioni in cera, rappresentanti le diverse posizioni che può offerire il feto nell'utero all’epoca del parto, le quali sono esclusivamente opera di una donna.  

Eccellenti ostetrici ebber cuna anche nella nostra Napoli, e ci basterà per tutte accennare la levatrice maggiore dell’ospedale degli Incurabili Anna Maria Granchi, conosciuta volgarmente col nome di Donna Mimma, valentissima, sia come esercente sia come maestra, avendo prodotto abilissime discepole, ora venute in fama tra le prime, e che accoppia al valore modi affatto distinti e signorili; cosa per avventura non comune in questo celo.

Nò solo nella storia profana ma anche ne’ libri santi (I. dell’Esodo) troviamo fatta onorevole menzione delle levatrici, nominandosene due. Sephora e Phua per avere, con manifesto pericolo della propria vita, salvato i bambini delle Ebree, da Faraone condannali a morte, per lo che il Signore le colmò di benefici con le loro case e con le loro famiglie. Tuttavolta, per quanto le levatrici abbiano potuto meritare il plauso e il suffragio di tanti e sì remoti secoli, pure la sperienza ha dimostralo che in molti difficili casi la sola opera di loro (pognamo anche espertissime) sia insufficiente senza il soccorso de'  professori, ossia chirurgi ostetrici, che il nostro volgo per una curiosa analogia chiama vammanoni.

Ed in vero tutte le nazioni più incivilite, ebbero uomini chiarissimi in questo ramo, che lungo sarebbe enumerare, rimanendoci contenti a citarne alcuni fra Napolitani, per tacer di altri di minor grido, come Luca Gamico, che fiorì nel secolo XIV. Galeotti nel XVIII e nel XIX Civita, Ippolito Verducci, la Cattolica.

Incontra sovente che taluna levatrice, o per poca conoscenza del farle, o per un mal fondato orgoglio, ostinandosi ad operare da se, trascuri il consiglio ed i precetti di questi periti, quando il bisogno lo esiga; per la qual cosa non rare son le vittime della ignoranza e della presunzione, tanto maggiormente che una tal professione e in gran parte esercitata da donne del volgo ed analfabete. Arrogo come ancora i casi più semplici ed ordinari possano degenerare in gravi, quando non si sappiano opportunamente adoperare i mezzi che l'arte suggerisce; da che nasce che presso tutte le nazioni siasi sempre osservala la massima oculatezza e siensi adottate le misure più efficaci a fine di assicurarsi della espertezza e dell'altitudine delle levatrici.

Difatti nel Codice della Pubblica Istruzione per le due Sicilie, dell’anno 1810, al Capitolo secondo del Regolamento per la Collazione dei gradi dottorali, vien prescritto dover le levatrici sostenere presso la Facoltà medica un competente esame; essere munite all'uopo della fede di battesimo di quella di morale, nella quale si contenga altresì la dichiarazione del parroco com’elleno sieno al caso di amministrare in caso urgente il battesimo, della fede di perquisizione criminale e correzionale; della fede d'idoneità all'esercizio del proprio mestiere, della fede di filiazione, ed infine pagare il dritto di ducato uno per l'esame e di ducato uno e grana cinquanta per la cedola, la quale vien loro rilasciata dopo l’esibizione non solo delle fedi indicate, ma ancora di un attestato della levatrice maggiore degli Incurabili.

Nel locale di clinica ostetrica della Università degli Studi, per le cure del Professore di cosiffatta disciplina, vengono altresì in ciascun anno esercitate le levatrici nella pratica del mestiere, nelle ore pomeridiane del martedì, giovedì e sabato, ed un apposito Regolamento, approvato il 12 aprile 1859, stabilisce le basi per lo insegnamento pubblico delle apprendisi levatrici del Regno. Oltre questo insegnamento pubblico àvvene altro privato della già nominala levatrice maggiore signora Granchi, egualmente pratico, e dove le alunne restano sei mesi in permanenza, pagando un mensile di ducati trenta per la istruzione e per l’abitazione.

Ha poi il dottor Aurelio Finizio, dalla cui gentilezza teniamo queste notizie, fra altre opere in questo genere, pubblicato un manuale col titolo: doveri della levatrice, nel quale, sotto forma dilezioni, adattale alla loro intelligenza, vengono elleno ammaestrate in quanto concerti e i principi e la pratica del mestiere.

Ci rimane a notare come altre condizioni essenzialmente richieste in una levatrice, la morale, la probità, la discretezza. Consapevoli, in grazia del proprio officio, de’ latti più intimi della società nobile e plebea, ciascuna levatrice ha sempre in pronto qualche spiritoso aneddoto nel genere erotico o qualche galante novelletta da narrare. Sovente la voluttuosa aristocrazia, dimentica del fasto che la circonda, discende nel povero tugurio, convertendosi in pioggia d’oro per adescare qualche facile Danae, sovente la nobile dama si permette qualche passatempo arcadico, e delle conseguenze che soglion derivare da queste intimità la depositaria non è altra che la levatrice.

Non pochi esempi si veggono di gravidanze simulale,a line di defraudare della successione i legittimi eredi, non di rado, per lo scopo medesimo, si sono tolti a prestito bambini facendoli creder propri, le intere famiglie sonosi vedute spogliale di ogni sostanza, eluso il sacro dritto delle leggi, per la connivenza di una qualche poco onesta levatrice, ed altri anche più gravi danni,cui per altro le leggi non han trascuralo di ovviare, sì che nel Codice penale  trovatisi prevedute le pene per ciascun reato onde una levatrice render si potesse colpevole.

Le levatrici, per ultimo, come i medici, hanno il dovere di prestarsi, anche gratuitamente, in soccorso de’ poveri che dell’opera loro abbisognano: epperò le vediamo non solo ricoverare in propria casa infelici partorienti prive di tutto (spesso vittime della seduzione) e prodigare a queste rimedi ed assistenza, ma labiata ancora provvederle di vitto, di roba e di danaro.

Compiute le operazioni relative al parlo, per altro tempo determinato dalle condizioni più o meno felici del puerperio, la levatrice continua le sue cure alla donna ed al novello nato. Quando pertanto esse non eccedano le ordinarie e solite a praticarsi in simili casi, la levatrice, senza incomodarsi personalmente, è solita, in sua vece, mandare Valutante.

Il giorno del battesimo è però quello in cui la levatrice apparisce nella sua maggior pompa e decorata di tutti gli onori del suo ministero. Il consueto suo uniforme, in tale solennità, consiste in un abito più o meno ricco, a seconda della sua posizione sociale e del posto che tiene fra le sue compagne di mestiere, sul quale abito vedi, come sovra una tavolozza da pittore, riuniti quanti colori ha l’iride più vivaci, ed il carminio ed il giallo ed il celeste ed il verde ed il rosso ed il castagno, di tal che in quell’arnese la buona comare, rende molto somiglianza di un pappagallo odi un uccello-paradiso in dimensioni telescopiche. A questo abito vanno aggiunti, per compierne l’abbellimento, ricchi orecchini, più collane di oro da cui pende immancabilmente un consimile orologio, ed una quantità di anelli alle dita. Tutto questo elegante edilizio termina in una cuffia al pari montata con merletti e nastri di lusso, e che forma il distintivo caratteristico della levatrice-modello, ancorché le più nobili usino eccezionalmente il cappello.

Così addobbata ponsi in bussola e si avvia alla casa della comare.

Queste bussole o portantine, chiamale dal popolo seggette, sono specie di sedie chiuse, trasportate da due facchini, detti perciò portantinai. Se ne usa per trasportare ammalati o feriti; in cambio di carrozze nel giovedì e nel venerdì Santo, per condurre seralmente le cantanti e le ballerine a teatro, e pel battesimo. È facile pertanto discernere, fra tutte, quelle destinate al battesimo da una maggiore eleganza, talune anche dal lusso onde sloggiano, apparendo al di fuori adorne di fregi, intagli, bassi rilievi dorati e simbolici, con angioletti laterali, egualmente modellati, sormontate da qualche vaso da fiori o cose simili, e al di dentro gentilmente addobbale con istoffe o chiuse con tendine di seta e con lastre opache a vedute ed a figure .

Il nolo di queste portantine, che sono depositate in appositi magazzini o rimesse, non è stabilito da regolamenti ma va pattuito secondo le distanze.

È curioso osservare una consimile eleganza, i consimili adorni simbolici anche ne’ nostri carri funebri} quasi a far testimonianza come il fasto e la pompa accompagnino del pari l'uomo nel suo entrare al mondo e nel suo uscirne

E l’uom d’esser mortal par che si sdegni

O nostra mente cupida e superba!

Giunta la levatrice col suo equipaggio a casa la puerpera, discende dalla bussola e fa il suo ingresso trionfale. Ivi con anticipazione il novello nato dagli amorosi parenti è stato rivestito di elegante camicetta a merletti a frange ed a nastrini, e della veste di battesimo, che in tutte le famiglie si conserva con una religiosa scrupolosità, e che passa sovente di generazione in generazione.

Sul capo ha una cuffietta adorna al modo medesimo, e vedesi sovente adagiato a piedi del letto materno in una specie di cestellino che la eletta società, quasi vergognando del proprio linguaggio, si piace di addimandare più volentieri corbeille.

La levatrice quindi, tolta la creaturina, avendo scrupolosa cura di adagiarne il capo, giusta il rito, sul braccio destro, se maschio, e sul sinistro se femmina, risale la portantina, per andare al battesimo, sovente accompagnata per le strade da sonori fischi ed urli de’ guagliune che le van gridando appresso: La Vammana... La figliata...

Uopo è notare che nelle famiglie più distinte le portantine sono spesso surrogate da carrozze proprie, o, per chi non ne ha, da quelle così dette di rimessa, le quali, abbenchè da nolo, pel modo decente e per la proprietà onde sono mantenute rassomigliano molto alle padronale, talune anzi non ne differiscono punto.

Quantunque sia discutibile la felicità dell’uomo che diventa padre, il giorno del battesimo è, e fu sempre, giorno solenne di gioia. S’invitano i parenti, gli amici, si banchetta, si dà ballo, si permette a ciascuno di profetizzare sulle future sorti della creaturina, istupidita ed assordata da mille clamori, come Giove tra i Coribanti, seguendo in ciò una costumanza pressoché simile a quella de’ Cinesi, ciascuno dei quali ha il dritto di pronunziare liberamente il suo avviso sulla novella sposa all’ingresso della casa maritale.

Nel volgo, del pari, conviti, baccano, gozzoviglie: fra i poverissimi le ciambelle ed il vino, se non altro, sono immancabili. Si ha cura allo spesso di riunire una orchestra composta degli strumenti a fiato più fragorosi, la quale, a cagione dell’angustia del locale—spesso consisterne in una meschina e malconcia stanzuccia o in un lurido basso—e della calca che vi si accoglie, è costretta a prender posto presso il capezzale della puerpera, la quale è un prodigio che non crepi stordita ed asfissiata!

Questo costume ha senza dubbio dell’Unno, del Vandalico, tuttavolta serbasi religiosamente nelle famiglie popolane: questa specie di musica non manca mai ove si tratti di novella sposa o di novello nato.

Vuolsi nondimeno por mente esser la vita ed i costumi presso il volgo ben diversi da quelli del ceto più elevato, ove al lusso ed alla moltezza va per Io più accoppiata la poco vigoria del corpo. Così, laddove fra i nobili s’ impiega ogni maggiore studio perché niun odore, niun frastuono, niuna agitazione, niun turbamento, anche menomo, abbia a disturbare la puerpera, per tema di funeste conseguenze, dall’altra parte, suoni, schiamazzo, baccani, clamori sono nel tugurio della donna del popolo, senza che però ne abbia nocumento e quando bisognano mesi pria che la gran dama possa levarsi di letto e ripigliare le sue abitudini, la donnicciuola, talvolta un giorno dopo il parto, fa il suo bucato ed esce per sue bisogne. Sublime legge di compenso nell'ordine provvidenziale! Reduce dal battesimo la levatrice, recantesi sulle braccia il novello Totò, Fifi o Popò, o la novella Sisina, Checchina, Lenina (vezzeggiativi che rimangono in fìdecommesso all’individuo di qualunque sesso anche dopo i 60 anni) la sua prima cura è di presentarlo al genitore affinché lo baci. Questo bacio, che in certo modo, per parte della levatrice, rassomiglia a quello di Giuda, non è mica a titolo gratuito.

Come i Romani al nascer di un fanciullo solévan deporre una moneta (nummus) sull’ara di Giunone Lucina, il padre di famiglia, dopo il bacio, ha il dovere di donare alla commara il cartoccio, cioè un regalo di dolci o in danaro secondo le particolari consuetudini.... probabilmente per simboleggiare le prime dolcezze della paternità!!

Terminate infine del tutto le cure, tanto inverso la puerpera quanto inverso il novello nato, la levatrice ha dritto al suo compenso che va regolato secondo le condizioni, il ceto della famiglia ed il merito della levatrice medesima. Questo compenso è ordinariamente tra i 6 ed i 9 ducati nel ceto medio per le levatrici comuni, ma può estendersi lino ai lo ed anche a’ 20 per le primarie.

Non si creda pertanto che la levatrice, dopo ciò, abbandoni mai più le sue clienti: ella rimane Lamica di casa, la confidente infima delle sue commare, non manca di visitarle e di prender conto a quando a quando, con tenerezza veramente materna, se sieno gravide e di quanti mesi.

E se spesso la vedrete rivolgersi ad una poveretta che sta per dare in luce il suo ottavo o nonogenito e dirle col labbro atteggiato al sorriso, col cuore gongolante di gioia e sulla barba di un disgraziato padre che vive Dio sa come! Comma chesta vota ne farraje duje! non per questo vogliate giudicarne sinistramente. Ella non indaga i particolari dell’individuo o della famiglia, ella cerca la prole come elemento indispensabile del mestiere, ed abbonisce le donne sterili, non per malignità di cuore, ma per mostrarsi qual è, zelatrice impareggiabile e promotrice della legge divina imposta alla umana specie di crescere e di moltiplicare.

ENRICO COSSOVICH.

Meraviglie del corpo umano.

1Descuret. —Medicina delle passioni.

1Specie di depravazione di gusto, diffinita, secondo il citato Descuret, coi nomi di pica o malacia.

1 V. l'Articolo su I Cocchieri nel l.° Vol.

1Nome di una strada in Napoli.

1 Versione del Gargallo.

1Motte rare collezioni in cera rappresentanti l’anatomia del corpo umano veggonsi ancora nel Museo di Fisica e Storia Naturale in Firenze; fra le quali il corpo di una donna (lavoro di Clemente Susini) che può smontarsi pezzo per pezzo lasciando scoperte le cavità si del torace che del basso ventre. Per tal mezzo puossi esaminare la situazione de'differenti visceri, staccarli, riunirli ed aprirli per conoscerne la forma interna. Questo corpo intero e le altre preparazioni parziali dimostrano tutti gli organi che servono alla riproduzione, allo sviluppo progressivo del feto, e alla sua comunicazione con la madre, vi si vedono anche rappresentate in cera diverse circostanze (l'un parto sia naturale che prematuro, o doppio, e differenti parti del corpo umano. Guida di Fir. e Cont.

1 Articoli 395 a 398 — 341, 3iG, 347, 352, 399.

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GLI ZINGARI E LE ZINGARE IN NAPOLI

GLI uomini di qualsiasi classe e di qualsiasi istruzione per un istinto indomabile aspirano a conoscere l’avvenire, e ciascun uomo si crederebbe pago, se la misteriosa cortina del futuro gli venisse aperta davanti agli occhi. È una smania incessante quella che ne punge e gli Auguri, gl’Indovini, le Streghe, i Negromanti, i Prestigiatori non avrebbero trovato tanto favore nella credulità popolare antica e moderna ed anche in certe corti del Mèdio-Evo, se gli uomini se ne stessero paghi del presente e non si affaticassero in cercar quello che non possono sapere—l’avvenire.

Tra la messe delle superstizioni che in lauti anni compilando, scrivendo e commentando non abbiamo ancor finito di sfalciare e sciorinare, quelle lasciate o sparse dagl'Indovini e dagl’Incantatori sembrano ripullulare di quando in quando. Due Auguri, asserivano i dotti Romani, non possono mirarsi in volto senza ridere. E tutti gl’impostori che si fan giuoco della popolare credulità dovrebbero arrossire, scontrandosi, sino a sentirsi bruciare le guance ma gl’impostori di oggi non sono gl’indovini di un giorno. Quelli di un tempo son oggi laceri e scalzi, quelli del giorno d'oggi vestono la ricca assisa, e profetizzando un falso avvenire ingannano i popoli.

Troveremo noi dunque colpa nelle tribù erranti degli Zingari delle province Napolitano, se carpiscono un obolo alla credula contadina, al fiducevole colono? Tutti gli antichi popoli ebbero fede ne’ loro indovini, e i più belligeri usarono’ altresì di trarli al loro seguito per interrogarne lo spirito innanzi la battaglia. Come è ben chiaro, gl’indovini pagati ed assoldati di rado si facevan profeti di sciagura e pochi sono gli antichi poemi che presentino un Calcante.

L’iniquo Ezzelino da Romano si tenea sempre stretto ai lombi il suo indovino e Guido Bonato non crasi fatto agiato, che profetando la fortuna nel male e quasi prestando l’impunita morale alla colpa. Pian piano gl’indovini alle Corti cessarono. I despoti che volevano anche creare i fati ebbero campo di ricredersi, e i bulloni presero meglio il posto degli scaduti impostori.

Restò in mezzo al popolo quasi integra la fede in coloro che potevano, o per intuizione o per lucida mente, prevedere il futuro.

Nelle più montuose province si formarono tribù e famiglie intere che vissero di questa specie di relazioni. La Spagna fu quella che nelle sue miste popolazioni e dal regno de’ Mori trasse le sue indovine o zingare che trascorrevano le contrade di Murcia, Alicante, l’Andalusia e la vecchia Castiglia, e i santuari più celebrati di Galizia e di Campostella e le belle regioni dell'Alhambra. Le tradizioni e le istorie dei tempi cavallereschi dell’ardente Iberia non sono mai scompagnate dai vecchi vaticini e dalle fatidiche parole di una indovina, e si potrebbe dire che la parte poetica di quella leggenda si raccoglie tutta nel misterioso personaggio della Zingara e dell’Indovino. Qual maraviglia che in un paese nel quale le superstizioni religiose empivano di terrore gli animi, le superstizioni del vivere sociale trovassero alimento e favore? Le Zingare e le Indovine entravan però nelle case de’ potenti e de’ nobili, spaventavano, mutavano in nenie le danze, portavan via di culla i bimbi o li cambiavano in fasce.

Non men ferace di tali esseri erranti fu la Scozia, e Gualtiero Scott che nei suoi lavori drammatici trasse da questi personaggi un effetto quasi di prestigio, offrì nelle indovine de suoi romanzi le più originali forme che allettar possano chi legge e chi va indagando il bello o il nuovo d’ogni costumanza, ma la propagazione delle zingare nelle nostre terre e l'accoglimento che un tempo vi ebbero, deriva più dalla comunanza e dal consorzio spagnuolo in Napoli che d’altra più speciale cagione. Uopo è persuadersi che l’affinità de’ gusti mena all’affinità de’ costumi.

Dacché in una festa pubblica, in un invito di nozze, in un banchetto parve bello che vi apparisse vaticinando la bruna zingara dalla crespa capigliatura, dalla ruvida mano e dall’occhio ardente, tutte le fanciulle, amando o andando a marito, vollero sentire l'avviso o il voto della zingara. Spesso ne’ popolareschi banchetti ad aperto cielo, mentre la zingara indovina, i monelli della razza, simigliami a piccoli demonietti, eseguono attorno una ridda tutta lor propria, battendo con successione di colpi rumorosi il dorso della mano sotto il mento.

Nelle province Napolitane, ove l’elemento poetico si sveglia ne’ fatti anche più comuni, come la fertilità ne’ suoi campi, gli ziugari e le zingare si composero a famiglie e quasi a tribù. Oggi si può ben asserire che il nerbo di questa tribù, dalla quale si dipartono i singoli individui, non oltrepassi le trenta persone.

Le odierne zingare menano i loro figliuoli in ispalla o sopra un cestino del quale, per così dire, si fan riparo e cappello: gli zingari vanno attorno, portando con essi l’elemento di una piccola fornace per rattoppar padelle, drizzar treppiedi o palette, lavorar graticole ed ogni minuto arnese di cucina. Son lavori zingareschi i trivelli e que’ così detti scacciapensieri che si tengono in bocca e fannosi oscillar con la mano, accompagnando i ritornelli delle canzoni popolari e facendo quasi rintronar l’aria dell’acuto loro suono nei cari silenzi delle notti estive, sia per la Mergellina spiaggia di Sannazzaro, sia per la collinosa Arenella di Salvator Rosa o per la fresca regione Antiniana.

Incallite le mani al fuoco, annerito il volto, la pelle fatta dura e tenace, li rende forti nelle lunghe loro peregrinazioni per aspri sentieri, poco curando la inclemenza de’ climi e la intemperie delle stagioni. Ovunque sia da fare un lavoro che si attagli al loro ingegno, eccoli raccogliere insieme le pietre della via, accendere il fuoco, dar mano al soffietto, piantare la piccola incudine e far sentire l'acuto suono del loro martello .

Non è quella l’officina di Bronte, non sono le armi di Marte, e le armi della distruzione intorno alle quali si affaticano, sono per così dire gli arnesi e gli utensili della nutrizione e della conservazione. Lo zingaro napolitano ha tale sveltezza, rapidità ed attitudine nel rimettere e racconciare i lavori di ferro necessari alla cucina, che in un girar di occhi ha già preso posto ed ha, nel bisogno, drizzala la sua tenda.

Que’ lavori eh’ egli compie in breve spazio col suo piccolo fuoco da nessun ferraio si eseguono più celeremente: è una sua pratica speciale che deve alla sua mano pieghevole, sollecita e forte nell’imporre al ferro la sua forma e domarlo nel fuoco ristretto e vivo. Essi non vanno compresi coi rattoppatori di caldaie (concia emulare), i quali anche di una specie errante, si distaccano dal Principato Citeriore e dalla Basilicata ed in molta parte da Sapri, paese chiaro per la sua marina che offre facile approdo.

È sempre ricordevole la vita di uno di questi erranti figli di tribù, che diede forse la più bella pagina alla storia della pittura Napolitana. Lo zingariello e tal nome, che la più abietta classe del popolo non ha mai dimenticato.

Reggevasi Napoli sotto il freno Angioino, ed una Giovanna vi dominava. La pittura ristretta fra il limitato effetto de’ monocromi, fiacca pel colore della tempera, lenta per l’encausto, s’apriva un sentiero di novello fulgore per opera di Giov. da Bruges, di Antonello da Messina e pel nostro prezioso artefice Colantonio del Fiore.

Accetto era in corte perché singolare artista, coloritore ad olio e certo abile ritrattista, pregio a quei tempi assai caro, per la vanità di perpetuare le immagini e la scarsezza de’ mezzi ad ottenerlo. Viveva nella casa di Colantonio assai modestamente la sua figliuola, la quale un giorno, a racconciare alcuni utensili domestici, ebbe ricorso ad un giovane zingaro che dal verone chiamava.

Fu lo zingariello assai prestante e svelto, e lo fu tanto che figgendo gli occhi più nella fanciulla che nel lavoro, si spinse sino a indirizzarle melate espressioni di amore. Lo ardimento non spiacque alla fanciulla, la quale, nella ingenuità sua passionata, senza ira gli rispose — Fa di divenir pittore come mio padre, e allora avranno effetto le tue parole.

Questo consiglio bastò. Lo zingariello, che aveva nome Antonio Solario, fece quel giorno la ultima prova del mestiere paterno, gittò in un canto gli arnesi, valicò monti e mari, stette studiosamente fermo a Venezia e divenne artista. Nè quella mano dura e quella pelle arida diede aride o dure opere, ma, con singolar mutamento di proprietà, diede opere fresche, amene e di grata pastosità e dolcezza ripiene.

Divenne sì chiaro artista lo zingariello che molti si affaticarono a volerlo confondere con Antonio Veneziano , altri lo dissero discepolo di un celebrato pittore forestiero e di Lippo Dalmasio, che a Bologna era detto Lippo delle Madonne, avendone dipinte su per molti canti di via .

Certo è che egli non pure tornò pittore in patria e disposò la figliuola del vecchio Colantonio, ma vinse il vecchio nelle prove dell’arte, e molti e molti altri pittori vinse con lui, tantoché quando a que’ giorni fu nominato lo zingariello, altro pari a lui non si seppe nominare e prescegliere.

Le dipinture a fresco nel chiostro di S. Severino sono oggi il caro pegno della gentile anima del tiglio della tribù degli zingari, che oltre la metà del 1300 gli Abruzzi mandarono a noi. Eppur tuttavia gli Abruzzi e la provincia Chietina difettan di sue opere. La sua rinomanza è tradizionale, e lo si cerca con ansia di amor patrio nelle pitture del sotterraneo della cattedrale di Napoli come in quello della chiesa di S. Severino.

Dalle campagne fuori la rinomata grotta di Posilipo si dipartono il più sovente le famiglie degli zingari e la loro professione è tradizionale, anzi ereditaria, sicché nissuno s’immischia nelle loro facendo. È una casta. Essi fan vita divisa e separala da ogni altra classe del popolo. Le donne non sono degli uomini meno svelte. Rapidissime al corso, dure alla fatica, portano attorno il lavoro dei loro uomini per venderlo; e negli occhi de’ cupidi e creduli dell’avvenire leggono la facilità di allettarli e di esserne ricompensate.

Pel consueto fanno aprir la mano  alle donzelle sitibonde di amore o vaglie di marito, e nella palma stessa dicono di affigli rare la sorte in mistiche cifre espressa. Le zingare sono maliziose, accorte e talvolta ladre. Anzi comunemente suole per celia dirsi a qualche fanciulla ruba cuori—Hai gli occhi ladri come quelli di una zingara.

Come negli zingari, così nelle zingare la pelle è arida e bruna, la vivacità molta, la sveltezza e la intelligenza non comune.

Chiamate dai creduli, derise dalla gente colta e sennata, si piacciono di ripetere a tutti la medesima cosa: stabiliscono subito le relazioni di amore tra gli esseri vicini o presenti, e riducono il loro vaticinio ad una formolo che è quasi sempre la stessa. Nulladimeno, tra le costumanze varie che fanno di Napoli un paese eccezionale non pure in Italia ma in Europa, gli zingari e le zingare serbano tal forma tipica, che assai giova agli artisti e che esercitò in altri tempi il pennello de’ Fracanzani e di Salvator Rosa .

Nè infrequente fu il caso che quel (iero artista del Caravaggio se ne valesse in quadri di mezze figure, per alternarle con le sue varie serve di Pilato.

Oggi noi diamo il soprannome di zingaro a ciascuno uomo che va errando (li paese in paese e diciamo comunemente del tale o del tal altro che aggirasi alla ventura—Colui fa la vita dello zingaro.

Le nostre zingare poi si piacciono tanto di così falla esistenza, che non oserebbero lasciarla a verun costo ed anche a prezzo di più agiato vivere. Hanno lo spirito di errare nel sangue, e si scusano dicendo di esser destinate a non aver tetto; e, vedi eresia, osano attestare che anche Nostra Donna fece vita di zingara, quando Erode la costrinse a fuggire in Egitto per salvar l’infante divino.

CAV. CARLO TITO DALBONO

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1Antonio Veneziano, come abbiamo verificalo nella ultima nostra gita a Firenze, a Milano, a Modena, è più duro, sebbene più minuto dello Zingaro. La sua mano è secca, tagliente, e il colore non ha rimpasto. Lo Zingaro ha una mano meno plastica, ma più franca.

2Molte di siffatte madonne si veggono ancora colà: alcune resistono alla grandine ed alla pioggia da tanto tempo, che anche oggi vi si potrebbe ravvisare l’autore vagheggiato dallo errante Solario.

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LO SPAZZATURAIO

LO Spallanzani proclamò l'aforisma che non v’ha nulla ili sporco in natura, e a tal dichiarazione arricciarono il naso e torsero il grifo non solo gli schifiltosi e gli stomacuzzi di cartapesta e di carta nonnata, ma anche molti di coloro che vantano stomaco forte e gusto di universale estensione. Or che sarà quando io, senza l’autorevole e veneranda dottrina di uno Spallanzani, senza poter nemmeno da lungi aspirare ad una minima particella della sua riputazione, avrò proclamato di mia privata autorità che le cose più sporche sono le più utili, dirò anzi le più indispensabili alla materiale prosperità dell’universo mondo! Ah lettor malizioso e malignamente sagace!

Tu credi di aver capito a modo tuo, e mi stai preparando un diploma di epicureo per poi mandarmi con sentenza della coda di Minosse al cerchio primajo dell’inferno dantesco. Di grazia, bada a non far giudizi temerari, lo ti parlo di utile non di dilettevole; e, quantunque queste due qualità il più delle volle si trovino riunite e debbono andar riunite colle debite riserve e cautele, non son poi certo una medesima cosa ne possono l’una con l’altra confondersi.

Epperò ricordati che ho accennato a ciò che è utile, anzi indispensabile al materiale incremento dell’umanità, da uno sguardo al titolo che vedi in fronte a questo scritto o alla figura che l5 accompagna, e poi usa pure di tutta la sagacia a indovinare e a combattere il mio paradosso.

La gran fucina del nostro alimento è la terra: tutto ciò che mangiamo viene dalla terra, o non esisterebbe senza i prodotti della terra. Non crediate già eh’ io parli dei tartufi esclusivamente o delle patate: oibò: io parlo colla massima generalità e comprensione di tutto ciò che introdotto per l’esofago viene a mettere capo in quel tristo sacco che Dante  nominò con una crudezza di espressione che non piacque all'autore del Forno e del Galateo. Or tutta questa roba si distingue in vegetabile ed animale, poiché non ancora abbiamo trovato il magistero di convertire i minerali in cibo come si convertono in medicina. In quanto ai vegetabili, egli è chiaro, che vengono dalla terra, e spero che non ne domandiate la dimostrazione. In quanto agli animali che da noi si mangiano, è più chiaro che essi non potrebbero vivere senza far uso dei prodotti vegetabili. Dunque... lascio ai miei benigni lettori la cura di trar questa conseguenza, la quale fortunatamente questa volta non à bisogno di argani, di mangani o altri meccanici argomenti per essere cavata e tratta dalle premesse.

Epperò se la terra è il gran laboratorio dove si plasmano i nostri alimenti o immediatamente o mediatamente, ogni cosa che giovi e a mantenerlo in attività e a migliorare le sue produzioni deve esser tenuta come occupante la cima della gran piramide delle cose utili: e se proverò che le cose più sporche sono quelle senza di cui questo effetto non si ottiene, avrò provato, o che m’inganno, che sono esse non solo le più utili cose, ma le indispensabili alla nostra prospera esistenza.

La terra, abbandonata a se stessa, in breve sterilisce, e invece di cavoli, spinaci e sparagi, invece di grano, riso e piselli, invece di fragole, fichi ed uve, produce ghiande e spine, faggiuole e cardi, bacche e triboli, stramonio ed aconito, cicuta e belladonna.

Quindi perché ci dìa i suoi doni e ce li dia buoni ed abbondami, fa d’uopo adoprare unguenti e profumi, come si adopera colle vecchie, e la terra è un pò vecchietta.

I suoi unguenti, i suoi profumi, il suo belletto, è il concio, il letame, il lìmo, lo stabbio.

E di che si compone questa roba, questo cosmetico e ingrasso che la deve rendere fertile e feconda quando è sfruttala o isterilita? Non di altro che dei residui e romasugli di tutte le cose digeribili o indigeribili, vegetabili o animali e fin delle minerali, e soprattutto di quelle tali cose che per essere le più sporche si gettati via dalla plebe e dai nobili, e che raccolte a grande stento e con somma fatica da uomini a ciò dedicati, divengono perciò le più utili al progresso e all’incremento della specie umana.

E però lo spazzaturajo e l’essere più benemerito della civil comunanza, perché raccoglie le nostre sporcizie e le converte in nostro alimento. Vedetelo da mane a sera,

Dall’aurora al tramonto del dì

come direbbe il conte d’Almaviva, non d’altro coperta la sua mutilò che di un paio di mutande, armato di uno zappolino e di un cofano , talvolta lenendo ai suoi servigi un asino o un vecchio cavallo messo agli invalidi, percorrere le strade e le case, salire e scendere allegro le altrui scale senza che ciò sia per lui duro calle, gridare monnezze monnezze! raccogliere la spazzatura delle camere e delle vie, il rigetto delle cucine e delle latrine, e quanto muove dagli umani privati, far tesoro di tutto nel suo colano aiutandosi con mani e piedi a caricarlo, arrovesciare ogni cosa sul suo giumento, o ammonticchiarlo in un vicolo remoto, per poi farne il carico di una carretta, e nelle ore pomeridiane muovere ad arrichirne i campi e le paludi che circondano questa decapitalizzata Napoli.

Inginocchiatevi sul suo passaggio, stringendovi col pollice e l'indice le delicate narici del vostro naso: quel convoglio racchiude le più sporche cose che siano al mondo, che lo spazzaturajo converte nelle più utili, nelle più indispensabili al nostro sostentamento.

E voi vorreste che il municipio ponesse fine a questa industria santissima, pel futile pretesto di non vedere quel cumulo di porcherie in qualche sito della città? O ingrati! il vostro desiderio rimarrà un desiderio.

Nel santuario della vostra famiglia, nell’adito arcano e misterioso della vostra cucina, non entrerà lo spazzatore municipale che è pagato per menare a fondo una granata o una scopa, insozzandovi e coprendovi di polvere al passar per le vie; ma seguirà a penetrarvi il noto ed il primitivo spazzaturajo, che senza alcun distintivo sul cappello, anzi senza cappello, senza sporcarvi le scarpe inverniciate o impolverarvi da capo a piedi, si prenderà il vostro superfluo per trasformarlo in nostro necessario.

Non vi spaventino i progetti per lo spazzamene, gli appalti e le contrattazioni per lo stesso fine, le igieniche proposte divulgate dall’egregio Marino Turchi: tutto ciò rimarrà nel campo delle astrattezze, e la bella Napoli seguirà a rimanere nelle mani degli spazzaturai, che alcuni filantropi in sole chiacchiere vorrebbero ridotti alla condizione di oggetti di curiosità da mostrarsi ne’ musei e ne’ gabinetti.

EMMANUELE ROCCO

5 Inf. 28, 25.

1 Vedi la figura.


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IL CAMORRISTA E LA CAMORRA

Da quando in qua l’orrore esclude lo studio?

V. Hugo. I Mis.

Nuje nun gimmo Cravunari

Nuje nun simmo Rialisti.

Ma facimmo i Cammurristi

Jammon’.... a chille e a chisti.

Cosi, come nelle coso naturali a ben guardare un orizzonte fa d’uopo allogarsi la dove rocchio abbia piena facoltà di veduta, nelle cose politiche o nelle industriali, uopo è allogarsi nel giusto punto di veduta. Le questioni di ogni genere mal guardate o mal prese a considerare assumon sovente proporzioni non analoghe alla loro importanza: la esagerazione s’impadronisce delle più lievi incidenze per farne falli speciali, il caso o la combinazione si eleva a sistema, ovvero è riputato fatto di tutti i giorni quello che è solamente maggiore o minor conseguenza di un tempo.

Il nostro bellissimo paese, non sappiamo se per sua sciagura o per sua attraenza speciale chiama a sé la diligente attenzione di tutta Europa, eccita le svariate suscettibilità, aguzza gli spiriti indagatori e vaghi della moderna letteratura, e di ogni suo vizio o viziosa sua velleità e pieghevolezza forma obietto di esame, di commiserazione, di biasimo agli scrittori di voga. La parola barbarie che pronunziasi agevolmente come quella di civiltà, condanna sovente senza remissione un popolo e lo dichiara degno di non partecipare all’alto consorzio e di non prender posto al banchetto della libertà civile ed onesta, per aver ecceduto in alcuna sua tendenza.

Queste cose dette in protasi di teoria applichiamo incisamente alla Camorra nel nostro paese, della quale non solo si è fatto un gran discorrere e ragionare dappertutto, ma quel ch’è più s’è fatto uno scriver continuo in libri, opuscoli, relazioni, opere, giornali.

Ma, per ben giudicare della camorra, egli è d’uopo farsi a disaminarla, guardandola dal suo vero punto di vista.

In tutte le associazioni delle classi perniciose è. il vizio certo quello che predomina e dà la prima spinta. Qui se ressemble, s’assemble, dice l’adagio francese e l’italiano dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei. Gli elementi impuri, se con l’operazione chimica mutan posto, per operazione naturale si agglomerano, si fondono, si assimilano talvolta. Disgregarli, tenerli lontani, renderne difficile il contatto sarebbe l’opera diretta a frustrarne i rei malori che produr possono nella società, ma questa non è l’opera più facile del governare o regger provincie: qui se ressemble s’assemblo. Solo è da vedere e da sperimentare con successo l’analisi.

L’analisi intatto nel proceder governativo mena al conoscimento delle cagioni; e nel popolo, anzi nelle classi perniciose, come dicemmo, il mal procedere e il delinquere si partono da due punti, l’ozio e il turpe abito. Della camorra si è tanto scritto a questi ultimi giorni di disorganamento e riorganamento, che non v’ha quasi altra novità da esporre sul subietto, pur tuttavia cui non sia profano alle cose governative ed allo studio sui procedimenti del passato, troverà forse alcuna cosa inosservata da mettere in veduta, e chi sa questa volta non chi parlò ultimo avrà ragione ma chi scrisse ultimo in sul diffuso argomento.

La plebe napolitana è da’ pubblicisti di più nazioni tacciata d’indolenza. Dacché i Francesi appresero a cinguettare la frase il dolce far niente, trovarono nel vivere napolitano l’applicazione di questo motto. Ma se i poeti latini chiesero ozio alle muse, non esclusi i latini, non è questa ragione per chiamare oziosi e indolenti tutti i popoli derivanti o vicini al Lazio.

Certo i geli, il rigidissimo clima, la privazione del sole, non obbligano qui l'uomo a tenere il suo corpo in assiduo movimento di parli. L’uomo della plebe napolitana che, cessato il suo lavoro, prende riposo al sole, non merita per questo la taccia d’indolenza. Il non pensare al dimani è di vero l’indizio del suo tipo spensierato, ma non infingardo:questo abito parte dallo appagarsi facilmente.

E qui è pur da osservare che la plebe napolitana soprabbonda nella misura delle diverse classi, e però se la operosità della media classe s’asconde o si concentra nelle officine e negli uffici, l’oziosità della plebe in sì gran numero usa a vivere sulla pubblica via, si manifesta subito come un gran fatto, mostrandosi alla presenza di lutti.

L’ozio ne’ paesi Nordici non è palese come tra noi. Chiudersi e ripararsi dal freddo è un bisogno. In questa guisa l’ozio straniero sfugge alla osservazione. Il voluto ozio napolitano, si manifesta all’aperto. Ma dal fondo di queste osservazioni non deriva già che non v’abbiano oziosi tra noi.

Il paese esser potrebbe eminentemente commerciale, e se il commercio venisse spinto all’apogeo, i napolitani laboriosi avrebbero di che viver meglio, gl’infingardi si metterebbero all’opera. La restrizione di un governo, che pose lacci a tutto ed anche al pensiero espresso dall’uomo diletterò e dall’artista, fece per lo addietro di più commerci altrettanti privilegi.

Il privilegio, la eccezione, e diciamo pure l’astensione della legge divengono abiti, natura. Il privilegio, la eccezione menano alla deferenza, al favoritismo; e il favoritismo è il peggiore de’ dispotismi. Tutti hanno dritto al lavoro, e chi ne forma l’elemento o l’alimento di una casta, trasvia dalle leggi più sacre.

I facchini nelle Amministrazioni passavano un tempo di padre in figlio; così quelli addetti a lavori manuali: per essere accolli in qualsiasi opificio, laboratorio, insoluto era d’uopo di una maniglia. La maniglia era la proiezione di un signore o di un influente che doveva raccomandare.

Tutto era commendatizia: e il caso di uomo che si fosse presentato non dico, ex abrupto, per lavorare, ma anche recando seco un certificato di buona condotta, senza maniglia, cioè protezione, era un caso per la sua specialità, scandaloso.

Vigorosi giovani, sane intelligenze popolari spigliati e svelti faccendieri non avevano mezzi di trar vita laboriosa, e si faceva una colpa al tale di chiamarsi Esposito, cioè di non aver padre, al tale altro ili esser figliuolo di un liberale o supposto liberale in duri ferri chiuso o relegato.

Gli uomini bramosi di lavoro e di attività si sdegnano della inerzia e questi uomini della plebe abbandonati a se stessi, sentivano il bisogno di adoperarsi.

Qui se rcssemble, s’assemble. Lasciate in abbandono le classi perniziose e sorgeranno le società segrete. La bettola, il postribolo saranno il tempio nuziale de’ vizi dell’ozio, destinati poscia a divenir vizi produttivi.

La parola Camorra vale da una parte associazione, dall’altra unione di lucri.

Gente che in tutti i giorni s’incontra, sente il bisogno di far qualche cosa, in breve di agire, di operare. Da un’accozzaglia di gente di prava indole, checche dicasi del buon istinto popolare, non può venir fuori la repubblica di Platone. La via pubblica diventa a lungo andare il patrimonio di chi la consuma. Le arterie di una capitale, gli angoli, gli svolti, i capo via, sono le vedette del ribaldo che specula l’avventura o la sorte. La camorra divenuto ritrovo generò il camorrista.

Che cosa è il camorrista e chi potè inspirare a questo degenere cittadino quella nuova specie di tornaconto che divenne poi alimento di una classe intera.

Il camorrista è un uomo che vuole rendersi utile ad ogni costo, che vogliate o no vi offre l’opera sua. Siete in facoltà di rifiutarla, ma dovete compensarla: egli dice lasciate mangiare. Il faut que tout le monde vive disse Arrigo IV: il camorrista soggiunse debbo mangiare! Tutte le nostre più triste assuetudini si partono dal governo Viceregnale. Gli Spagnuoli. separando le classi e ponendo l’aristocrazia agli antipodi della plebe, fecero di ciascuno di esse un corpo compatto. Nell’una si agglomerarono tutti i vizi della vanità, nell’altra tutta la vanità del vizio.

Spiego ancor più lucidamente questa idea, dichiarando che il camorrista è un guappo, che il guappo o gradasso toglie origine dal guapo spagnuolo, e se l’aristocrazia si fa bella d’ogni vanità di privilegio e di forma, se specula sul titolo di Eccellenza, la plebe specula sulla vanità del vizio, val dire sulla forma di uomo temuto o temibile, sul tipo di guappo o di camorrista.

Ma la origine spagnolesca di questo elemento di prostituzione e dissoluzione nella civil società ebbe un incentivo anche maggiore a tempi del governo Borbonico.

Per una inqualificabile oscitanza di rettitudine e anche di forma e di legalità il Municipio di Napoli invece di provvedere con ordinamenti stabili alla nettezza e allo sgrombro delle principali vie di questa nostra città, invece di chiamare i faccendieri e i venditori all’osservanza della legge, dava facoltà a’ suoi dipendenti di procedere sui recidivi e i renitenti con misure provvidenziali e discrezionali. In nessun paese il potere discrezionale trabocca più facilmente che a Napoli. Più gli uomini sono facili a trascendere, più retta deve sorgergli innanzi la legge. La legge, sempre la legge, e le acque del torrente non usciranno dall’alveo prescritto.

Il napolitano e singolarmente svelto, pronto, perspicace: egli vi ruba la mano come il cavallo caldo di bocca, e se la legge stessa gli offre un angolo oscuro, un vuoto, egli di botto lo invade e lo colma.

I venditori ambulanti, invadono le vie, profittano dei chiassuoli, speculano sul passo del vicino per inoltrarsi. Pur che il loro genere sia visibile a tutti, purché la merce si faccia comprare, il commestibile ecciti il desiderio, faccia venir acquolina in bocca a chi meno vi pensa, i venditori, chiudon la via, circondano gli edifici ragguardevoli e dimenticano sempre che Cristo cacciava i venditori dal tempio.

Essi voglion aver il dritto di vendere dove e come loro più aggrada.

Il Municipio allora, non pago dello eletto municipale che è chiamato a farne rispettare le leggi e disposizioni edilizie, annonarie etc, pose in giro un suo agente che chiamo il chiazziere, cioè l’esattore della piazza. Francesco Saverio Del Carretto Ministro della polizia si pensò fare del Gendarme un magistrato armato ma gli fallì il concepimento, perché gli mancava l’uomo, il Municipio volle fare del Chiazziere l’esattore girovago, ma eziandio in questo caso gli mancò l’uomo probo.

Il chiazziere correva da un capo all’altro le vie, era sopra ai venditori, tratteneva asini ed asinai e minacciando, percotendo sovente, riscuoteva un soldo da ciascun contadino, plebeo e venditore ambulante, sconoscendo talvolta chi lo avea pagato ed usando modi sempre villani e barbari.

Quella forma di esigere quel soldo, preso così tra minaccia e sorpresa, suscitò le libidini del camorrista. Il governo esigeva senza norma e senza forma legale dal contadino in piazza, egli si fece un passo indietro o Io aspettò più innanzi.

«Vai a vendere con le some cariche, sei certo di tornar con le some vuote e le tasche piene (disse il camorrista) paghi un soldo al governo, pagane uno a me che ne ho più bisogno di lui».

Una illegalità è fonte e scaturigine d’illegalità mille. Il camorrista ne’ contratti si pose a guardia del genere: nessuno lo chiamò, ma egli vi stette: ed a contratto fatto come suol dirsi, dimandò la camorra.

Da mihi portionem, sono il figliuolo della strada, debbo vivere dei fatti compiuti nella strada.

Il battelliere o barchettaiuolo, il carrozziere gli pagavano l’obolo puntualmente, ma egli, non rade volte, mescevasi alle loro risse, facea cessare i loro alterchi, distribuiva nell’equa lance del suo ladro spartanismo il diritto e la ragione. Egli, il camorrista, pretendeva di veder chiaro, perché era uomo independente, non suggetto ad umani riguardi. Egli aveva qualità, tutte sue proprie, perocché, esercitando una professione libera, egli non aveva la vergogna di aver servito il governo da spia, da uomo di polizia, da gendarme o da soldato di marina, milizia assai partegiana della corona e dedita più di altra a vizi nefandi.

La camorra, originata nel popolo dall’abbandono delle classi perniziose a se medesime, fu originata nello esercito dalla creazione di due reggimenti Siciliani, in buona parte cavati dagli ergastoli e da altri luoghi di punizione. Come e chiaro dalle cose anzidetto, era sempre la guapperia o la gradasseria che presiedeva all’opera del camorrismo. Il capo camorrista era sempre un guappo, e in un esercito, come in un sito di detenzione ovvero in una qualsiasi associazione, i timidi, i neofiti e gl’incipienti non mancano.

Formata l’associazione, era ben regolare che una specie di legge ne prescrivesse i limiti e le attribuzioni. 11 disordine non può esser mai stato permanente: lutto tende ad equilibrarsi, e non appena cinque persone si riuniscono, sorge il patto cioè la legge. Portati alle illegalità per abbandono di coscienza, cioè per tornaconto, noi sentiamo d’altra parte il bisogno di legalizzarci per via. E la legge è santa e venerata e tremenda, sol perché noi sentiamo di doverla subire. L’uomo può agire e comportarsi iniquamente e in onta d’ogni legge, ina l'uomo sente la legge e la riconosce e, se la impreca col labbro, la venera nel fondo del suo cuore.

La camorra ebbe bisogno delle sue leggi per potersi reggere e durare.

Oltre le condizioni e qualità necessarie a chi volesse concorrere nella  associazione del camorrismo, i requisiti chiesti e voluti dai regolamenti della camorra furono i seguenti.

Il camorrismo esige l’obbedienza, l’abnegazione, la temerità.

L’obbedienza è il requisito di chi comincia e s’inizia, l’abnegazione di chi convalida i frutti dell’obbedienza, la temerità è di chi opera.

Si cominciava dall’essere ammessi nella consorteria di camorristi col titolo di picciotto di onore. Picciotto è voce più sicula che napolitana, il picciotto è il paggio d’armi di questa nuova cavalleria. Il picciotto di onore nel camorrismo è il valletto del camorrista, gli fa la spia, gli reca le armi, gli spiana la via dell’esecuzione se egli deve portarsi nel tal luogo, o fra quella determinata gente, per ripetere il suo dritto o meglio la sua tassa.

Un anno circa è dato di tempo al picciotto di onore per iniziarsi nel mestiere. Se egli è riuscito a ben servire senza avidità di compenso, come sacerdote di un culto, da picciotto di onore passa a picciotto di sgarra; ma spesso, ove timido appaja l’animo dell’iniziato o dell’adepto, si richiedono maggiori prove da lui e sono l’abnegazione e la temerità. L’abnegazione consiste nell’assumere la responsabilità di un fatto non suo in sospetto della podestà governativa o giudiziaria, dichiarandosi colpevole per vanteria e lasciandosi chiudere in una carcere: la temerità consiste nel lanciarsi a corpo perduto in qualche impresa arrischiata o in un semplice cimento, sebben di forze ineguali.

Senza ripeter qui quello che con colori più o meno drammatici ha detto lo scrittore della Camorra pubblicata dal tipografo la Barbèra di Firenze, colori che sentono l’accozzamento di notizie attinte da un ingegno straniero, noi sappiamo che l’antica polizia borbonica riconosceva i consoci del camorrismo dalla visita delle loro mani.

Molta parte di volgari giovani vennero in un tempo chiamati all’appello di una larga camorra e i cimenti prescritti furono quelli di azzuffarsi coi coltelli alla mano e la massima bravura esse quella di afferrar la lama a mano nuda e farla cedere all’assalitore.

Da questo ineguale scontro di forze, da questa prova irragionevole di coraggio non potea venirne che lo sfregio e il guasto delle articolazioni tanto necessarie alla vita. Era questa come chiaro si vede una protrazione dei deliri del Medio Evo, e pretendevano riconoscer l’innocenza dalla sorte delle armi, dal passaggio de’ fuochi accesi, dal trionfo de’ pericoli.

Parecchi giovani, dopo queste prove, restavano rattratti nelle ditale alcuni rinunziar dovevano a quella medesima professione, della quale il prisma facile a generarsi nelle aspirazioni delle fantasie meridionali prometteva loro sì splendido avvenire.

Splendido avvenire! ripeterà taluno de’ nostri lettori e quale? Lo spiegheremo brevemente.

Il picciotto di onore che aveva superato le penose astinenze e le fatiche dell’obbedienza, il picciotto di sgarro che avea vinto le prove dell’abnegazione ed era uscito dalle carceri nutrito a spese della consorteria, diveniva camorrista.

Il camorrista era rispettato da’ suoi, avea sottocchio le paranze cioè i drappelli comandati dai capi paranze, come altrettanti capi squadre, stringeva relazione co’ camorristi delle prigioni; egli era al fatto de’ movimenti della polizia; eseguiva e faceva eseguire qualche utile estorsione a proprio conto: era vestito dalla società a proprie spese, decorato di anella alle dita, di orologio e catena, di berretto a gallone d’oro, talvolta egli era il bello e il bravo della contrada, e la fanciulla più piacente, la popolana più bizzarra non poteva appartenere che a lui se nubile, e la meretrice più scialosa e fastuosa a lui, se fatalmente conjugato.

La povera creatura del popolo che stringe sotto l’egida della chiesa la mano del camorrista non sa soventi volte cui s’accoppia. Sa che si accoppia ad un insieme di bell’uomo che ne impone alla piazza e si fa rispettare, che non è servo di nessuno e può disporre della sua piastra. Sa che andando di costa a lui il quale la mena a’ diporti ed alle feste popolari mal si avviserebbe chi le facesse beffa od insulto, sa che il suo cavaliere è armato, e il coltello o il rasoio col quale ha sfregiato forse il volto di una donna che gli destò sospetto di slealtà prima di lei, fa quasi capolino dalla tasca del suo giubbone o del panciotto filettalo di verde o di turchino coi bottoni di metallo. Ma non sa la disgraziata che quando suo marito e tradotto alle carceri, le conviene menar vita di stenti, perché i suoi provventi e i lucri non son precisamente gli stessi e la società camorristica la tien guardata, e guai se risponde al sorriso di un giamberga cioè di un gentiluomo, se fa buon viso a un capo lasagne cioè ad un Commissario di polizia o ad un tre lasagne cioè ad un ispettore o finalmente ad un paio, cioè ad una spia. Non sa che la consorteria dei camorristi la vuole casta in mezzo alle insidie e decente senza mezzi.

Ella ha l’obbligo di esser pronta ad ogni chiamata del marito, di secondare qualsiasi desiderio del suo tiranno e di recargli sempre, quando lo visita nelle carceri, il dolce del pranzo e qualche cosa pour la bonne bouche.

Togliamo a prestito qualche parola dai francesi che ne van pigliando da noi e lo facciamo volentieri in cosiffatti argomenti da essi spremuti tutti i giorni e spremuti lino alle midolla per cavarne un capitolo d’avanzo.

Qualche volta la giovine sposa dell’infausto camorrista recasi dal Contarulo della società per isvelargli le sue angustie e le sue privazioni. Il Contarulo è il contabile, 1amministratore della cassa o del barattolo, il distributore delle propine di domenica in domenica. Questi la rassicura, le dice che suo marito si porla bene, che la società è contenta, la mette in isperanza di farle guadagnar qualche serpentina, vai dir piastra; e perché in un paese dove la religione è orpello o superstizione, la Vergine e i Santi van sempre di mezzo a tutto, la incuora perche si raccomandi a nostra Donna del Carmine che è la patrona, cioè protettrice dei camorristi.

Questo atroce vilipendio, questa profanazione nota ai preti, non parve mai talea quelli che ne’ postriboli permettevano le immagini lampeggianti al limitare di oscene camere e i coltelli imbrattati di sangue presso alle zinne e alle natiche di cera sospese per voto alla Madonna nella chiesa di S. Brigida e del Gesù Vecchio.

Or come farà il camorrista detenuto nelle prigioni, quando saprà che la sua donna, lasciata senza guida e senza mezzi in sulla via quasi senza tetto ed esposta a tutti i pericoli, abbia violato non il talamo, che più non possiede, ma la onestà promessa? Gli espedienti escogitali da’ camorristi per punire e vendicarsi delle loro donne sono parecchi, e non di rado essi si posero sul volto l’infamia dei piedi e fecero colpire le loro donne in casa di prostituzione, per prostituirle e cavarne un cotidiano o settimanale assegno. Graziella per trar la vita onorata nel tempo della cattura del marito si fa venditrice di acqua sulfurea, cui la state è prodiga di avventori. Ella è pronta a versarne con una mano ben fornita, i cui anelli son già pegno di danaro avuto. Ma nel versar l’acqua a questo o a quel giovane avviene che taluno non chieda l’avanzo della moneta che piomba sul tavolo, e avvicn pure eh’ ella finga dimenticarlo.

Or quando non si dà a Cesare quel che è di Cesare, ne deriva che Cesare domanda e pretende più di quello che a Cesare appartenga, e allora Graziella si perde, e perché e come?

Mi si consenta la celia,

Graziella si perde in un bicchier d'acqua.

Perduta ogni lede nel vincolo la povera creatura, senza guida e senza risorte, lascia la fresca acqua sulfurea, ma le esalazioni di quell’acqua come nelle famose stufe Puteolane la fanno sudar fredda,ella si avvezza a ricever danaro senza dar cambio di acqua.

Un bicchier d’acqua vai poco, ma pure è qualche cosa. E Graziella smette dal recar mummere cioè orciuoli d’acqua fresca, Graziella dimentica qualche giorno suo marito, la consorteria, il contando; e, come il suo procedere è riprensibile per più versi e come ella ascende di soppiatto le scale di certe case dove il pigione è più caro e la dimora è più breve, sente la necessita di tenersi da conto qualche asparago,al dire qualche gendarme o qualche poliziotto.

Nelle chiuse pareti il camorrista, che niente ignora per opera della consorteria, sa del procedere della sua donna, la rivede ma non fa mostra di saperne dei fatti suoi, e la prega soltanto di recargli nell’anfora consueta o mummera la sua diletta acqua sulfurea.

La donna non no incetta più pel pubblico, ma ne compra col danaro del suo protettore novello, ed un bel giorno il marito camorrista vuol che gli rechi un coltello nascosto e come? Ficcalo nell’interno dell’anfora e coperto dall’acqua. La donna mal suo grado fora l’anfora e v’introduce il ferro, né sa schermirsi dalla mala opera, dal reato di occultazione d’arma per lini criminosi: la figura del camorrista gli sta sempre di fronte.

Va difilato alla prigione, ma il carceriere dal camorrista ebbe già sentore di una congiura nelle carceri, della quale gli darà il bandolo: il carceriere, certo de’ buoni uffici del camorrista, per meritarsi favore dai suoi superiori e dal Commessario Delegato delle prigioni, accorda maggior larghezza al carcerato secondo le proprie facoltà, e questi nel giorno che vede venir la donna con l’anfora armata, prescrive al carceriere di visitarla.

Al l’uscir del cancello ecco il carceriere seguir la prescrizione del camorrista. La donna e scoperta, freme, s’arrovella e riman dentro.

Uccello che sta in gabbia

Non canta per amor canta per rabbia.

E Graziella uccellata in questa guisa canta in carcere contro la mala stella che l'ebbe congiunta ad un camorrista, e se ne duole amaramente quando sa che il camorrista è fuori, rimesso in libertà e si diporta con altra donna per non volerne più sapere di lei.

Di questi fatti, di queste slealtà e tradimenti è piena la storia dei fasti camorristici. Non si cesserebbe mai dallo ascoltarne dal labbro dei proseliti della setta. La vita dei camorrista non si compiva altra fiala che tra queste vicende: si cominciava di coltello a farsi largo nel mondo e di coltello si finiva.

La colpa si vestiva di onore, il furto d’industria, la sottrazione del colpevole o l’occultazione del reato era talento, ingegno, la difesa del vizio bravura.

Il Governo non pensava a questa gente: era gente che viveva da sè, che cercava la propria sussistenza senza dimandare impiego o infestare le soglie di un ministro. Per intervenire tra le fila della consorteria il Governo aspettava, la colpa, il reato a dir chiaro, l’involamento, lo sfregio, la ferita, la morte.

Questa oscitanza diveniva un assassinio continualo dira taluno e chi lo disse non menti, ma v’ha qualche cosa di più rilevante in mezzo a tanta prostituzione d’uomini e di cose e fra tanto fango. E quale? Questa oscitanza era soventi volte una connivenza.

La bassa polizia lasciava sorgere i camorristi, li occhieggiava destramente, poi li ghermiva, e finalmente ne traeva profitto.

E come? Ecco quello che più urge a sapersi per ispiegare il mistero dell’associazione criminosa, ecco il punto dal quale e forza partirsi, allogarsi per mirar l'orizzonte di si strana e sì complicata consorteria.

La Camorra aveva aderenti, proseliti e sozi entro luoghi di pena e di espiazione, negli ospedali, tra le file dell’esercito, ma se la bassa polizia, non l’avesse adoperata per suo conto e l'alta polizia non l’avesse tollerata.

Dopo la bassa polizia, l’alta polizia cominciò ad avvalersi del camorrista. E come? Allogandone e distribuendone taluno precariamente o temporaneamente nelle prigioni politiche.

Allora il camorrista diveniva un liberale perseguitato: egli imprecava tutto dì contro il governo, sfidava l’ira dei Commissari delegati, sfidava il Ministro, ma i liberali non eran sì facili a credere: essi subivano il loro incubo. E il camorrista?

V’ha cose nel mondo con le quali non si scherza. Il fuoco riscalda poi brucia; e la libertà che si deride (come una donna che si disprezza) accende talvolta e conquide. Fi da questa studiata comunanza avvenne pure che qualche camorrista che avea barattata la vita pel carcere, barattò la vita per la libertà. L’incubo d’altrui diveniva l'incubo di sé stesso, egli finiva col desiderare i ferri che onorano il pensiero.

Ma venne un momento nel quale, come scrivemmo altra fiala,  il nostro bel paese per disfarsi di un male, cioè l’arbitrio della reggia, ne incontra cento nell’arbitrio della piazza. «Un governo nuovo per lor «via una macchia adoperò gli acidi, per sostenere il dritto francheggiò «la colpa. Ad un ministro della vecchia polizia era venuto in mente di «disfarsi della camorra: ne prese molti e li deportò: ma come le tarde «opere buone di rado giovano, gl’iniqui ebbero il disopra. Scoppiata la «rivoluzione i camorristi deportali e rilegali si dissero martiri, torna«reno trionfanti, ed un ministro liberale, che ebbe bisogno di cavar «chiodo con chiodo, li prese a soldo e cacciò per cosi dire i Goti con «gli Unni, e adoperò l’arsenico per la cura del cancro. La camorra «allora divenne onnipossente».

Essa tmpadronivasi quasi de’ cespiti dello slato nel ramo delle Dogane: esigeva per suo conto, ricattava, svaligiava e l’opera di un ministro dove allora disfare un altro.

Le paranze del camorrismo formavano una catena che si spandeva dagli angoli o dai chiassuoli delle strade fin entro agli edifici, dove il continuo agitarsi in faccende favoriva le mene e il corrispondersi degli allibali alla camorra.

Nei tribunali medesimi l’ardita camorra, col mezzo dei suoi tammurri o avvisaglie, esplorava uomini, attingeva notizie, e le sentenze emanate in una o altra causa e il parere de’ più chiari criminalisti del paese e più tortuosi eran sempre note alla schiera dei camorristi. 1 quali sebbene di legge non sapessero e di codici, bene e molto sapevano di ciò che risguarda il delinquere, delle pene comminate ai rei per qualsiasi delinquenza con le sue scusanti.

Nessuno meglio di un camorrista vi sapeva dire qual differenza corresse tra omicidio mancato e omicidio tentato, a quali castighi andasse incontro l’omicida volontario, in rissa, o quello che lo eseguiva con premeditazione.

Di che costasse la premeditazione e sino a quali termini l’omicidio potesse dirsi in rissa e rientrar nei delitti comuni. Il camorrista sapea bene qual differenza imporli nel criterio della legge la ferita con coltello a manico fisso o con lama a piegatolo, che si volesse intendere per arma impropria o per arma propria, quali fossero le condizioni, i termini, i modi della presentazione, sapeva tosto fino a qual tempo fosse lecito profittare di un indulto, come evitare l’empara di polizia, sottrarsi legalmente ad una ricerca, rispondere senza incriminare, mettere in dubbio le firme: il camorrista infine era un legale di pratica se non di scienza, e quando prendeva parte alle magagne de’ giuochi illeciti e delle tresche furtive egli si lasciava sempre la sua legale sfuggita per la quale deludeva l’applicazione della legge. Come l’agnome nascondeva il suo vero nome, il gergo nascondeva il senso delle sue parole, ma è puerile il supporre che la bassa polizia del passato tempo ignorasse, sia quel gergo sia quella forma di segni di riconoscimento.

Ponendo da bando i delirii e le fantasie dei romanzieri della camorra egli è d’uopo convincersi che la sbirraglia e la camorra eran due forze opposte l’una contro l'altra armata, e se i camorristi erano tali da far la polle a’ poliziotti e da freddarli co no sciuscio, con un soffio, quando ne fosse suonata l’ora, come fecero i poliziotti praticando pe’ loro ritrovi, avendoli spesso di fronte nella via e sapendo bene dove s’agguatavano, conoscevano tutti i loro segni convenzionali e i motti d’ordine. Il piccolo colpo di tosse, lo starnuto, il fischio del camorrista era ben noto al poliziotto, l’ave maria, il Gloria patri quando tenean di mira per loro fini chi passava, il loro frasario infine non era un segreto per quelli che, viziosi forse più de’ loro invigilali, venivano chiamati a denudare il vizio anzi a farne loro messi e propina.

Il poliziotto non poteva essere sotto un governo di sistematica repressione nò uomo onesto nò probo. Se l’uomo destinato ad abusar d’ogni confidenza, a mescersi fraudolenlemcnte o proditoriamente ovunque fosse associazione o convegno di volgar gente, a lusingar di proiezione questi e quegli per cavarne profitto, a macchinare come i suoi invigilati, avesse potuto uscir illeso dall’infame contatto e mondo dal fango che lo avvolgeva, quest’uomo sarebbe stato un eroe o un santo. Confondersi nel fango e non imbrattarsene è cosa impossibile, e il poliziotto dedito a mettere in luce le turpitudini del camorrista e suoi consorti era già mezzo camorrista anch’egli e, se pur vuoisi, era camorrista d’altro genere.

I romanzieri della camorra ne hanno fatta un’associazione sì tenebrosa che la luce di tutti i secoli riunita in una epoca non avrebbe potuto a lor vedere renderla chiara del tutto. Gli uomini assenti del tutto dal procedere governativo, i letterati puro sangue, cioè letterati e non altro, cittadini casalinghi un dì, poi venuti fuori di balzo, come gli animali uscenti a frotta dall’arca dopo il diluvio, hanno veduto la Camorra tutta di un colpo, gigante, misteriosa, ravviluppata, tremenda.

Essi hanno gridato Eureka l’ho trovata, ma quando essi le han voluto dar forma di una massoneria volgare, le hanno attribuito un tipo troppo solenne o per dir con maggiore evidenza han fatto scaricare con un processo chimico un disegno sopra un altro.

Il poliziotto, e talvolta l'Ispettore di polizia,che chiudeva gli occhi sul camorrista e si prendeva diletto di spogliarlo, dopo che quegli aveva spogliato (cagione dell’odio fra la due parti) non ometteva, quando gli capitasse, di adescarlo con qualche aura di protezione o di favore per trarlo a se ed indurlo a prender parte in una così della sorpresa, in un arresto.

Il camorrista fiero come egli era o pretendeva di essere, sentivasi uomo d’importanza nel venire interpellato o adibito per un affare di polizia. Comunque avverso a quella instituzione governativa contro la quale diceva di avere il sangue guasto sino agli occhi anzi sino al vertice de’ capelli, pur tuttavia egli avrebbe disertala la camorra per essere capo squadra di una pattuglia di polizia

Ricordiamo pur troppo uomini che si offerivano al governo, dichiarandosi capaci di farsi una stracciata o di accoltellarsi con chicchessia. Egli è vano ed e puerile il supporre che lo spartanismo e la santità del secreto, quando non leda la propria esistenza, possa divenire un dogma sì incrollabile in chi difetta nei cardini d’ogni fede.

Il camorrismo era un legame criminoso, era un’associazione di uomini tendenti tutti alla rapina, ovvero all’usufruire dell’altrui, mediante braveria vanteria e intimidazione.

In alcuna parte del popolo napolitano questa forma aveva seguaci ed ammiratori. Il bravaccio, come dicemmo, era una successione del guapo spagnuolo, e i guappi de’ primi tempi Borbonici e de’ successivi, erano una derivazione della milizia baronale ladra, disordinata e temeraria per abito.

Con la caduta de’ feudi, con lo abbattimento de’ Baroni, le classi del popolo, tra le quali si spigolava lo scherano e il tagliacantoni, serbavano ancora nel loro grembo il seme inverecondo e sozzo di tal genia.

I Governi grandi ed abili che sieno non riescono né riuscir possono mai sì presto a sperdere una sementa di vizi e di tendenze secolari.

I Borboni vi sarebbero riusciti, se avessero coadiuvato e protetto la diffusione del leggere e del sapere i conati dell’istruzione e del desiderio d’istruirsi, ma come essi videro sempre a capo della istruzione la rivoltura e lo abattimento dei troni, così lasciarono che il mal seme e la rea genia si consumasse da se lentamente d’anno in anno, e per dirla breve senza rancori e senza rispetti inutili dove si tratti di migliorare il paese con l’analisi dei fatti e delle passioni gli una stessa pasta quasi si componevano il poliziotto ed il camorrista.

L’uno trovava la maniglia ed era ammesso a servir pel governo, l’altro non la trovava e gittavasi dal lato opposto. Due bravi che non avevano la stessa sorte si dividevano col fiele sulle labbra e si giuravan vendetta.

Era una guerra di astuzia e di stratagemma che l’uno all’altro faceva. Occultarsi — scoprire — nascondersi—snidare— sviare — colpire. — Se queste due parti avessero proceduto ambedue seguendo principi onesti cd incrollabili, lo intendersi o il ravvicinarsi sarebbe stato difficile, ma sozze ambedue, trovavano un punto nel quale ravvicinarsi ed era l'interesse.

Camorra e bassa polizia erano in gara: si sgambettavano a vicenda: certo il governo non poteva proteggere la parte opposta, ma il governo cedendo ad una sfiducia generale degli uomini che si partiva dal capo, lasciava consumarsi da se in opere neghittose questo impuro materiale e sempreché gli fu mestieri di trovare un malvagio lo trovava, né mai venne costretto a ripetere con Metastasio....

………..quando

Un malvagio vogl'io son tutti eroi.

Un governo di sistematica repressione e compressione era convinto di dover man mano consumare quel che produceva la sua terra. Non intendeva punto né poco lo incontrar spese e pene e studi gravi e lunghi per migliorar la sua derrata, vai quanto dire i suoi rei sudditi. Se vi arrivava il prete a furia di superstizioni, una candela di più per la chiesa, se il prete non vi riusciva, la casa locanda era aperta: questa locanda era la carcere.

Dalla esposizione di tali principi è chiaro anzi lampante che il governo, ove si potesse ammettere che il miglioramento delle classi viziose tosse quasi impossibile, non volendo far fronte a’ gravissimi ostacoli del miglioramento sociale, divideva gli uomini a lasci, il buono da una parte, il cattivo dall’altro. Quando la regina dava in luce un principe, il re facea grazia a molti degli incarcerati. Del Carretto Ministro di polizia, a cui peso sì demoralizzati e bollenti spiriti slavati sopra, ne moveva querele al Re, pregandolo di dare altra direzione a quella sua grazia. E Ferdinando II. con un sorriso ironico gli rispondeva. —Hai paura che i miei scarcerati non ritornino in Vicaria? — Ma la polizia dee seguirli, peditarli— E se non fa questo la polizia che cosa vuol fare?

Di vero gli aggraziati tornavano a mangiare il loro pane di detenzione sia per delinquenze di camorra, sia per tristi effetti di libertà mal concessa. La Vicaria rappresentava per molti un viver casalingo, e per quante asprezze ed incurie venissero rimproverate al governo sul modo di tener le prigioni, le prigioni parevan sempre discreto asilo alle degeneri classi .

Però quest’affluenza sì spessa e quasi indeclinabile nelle carceri era ontosa e gravosa all’erario, massime per sì turpe causa. Però si risecava negli appalti di commestibili ed utensili, si risecava nelle spese e nei compensi dovuti a chi guardava i carcerati.

Custodi, secondini, guadagnavano sui detenuti e il pane che il governo retribuiva loro era assai scarso, eppur le fatiche di questi uomini, erano continue: la responsabilità immensa.

Essi tenevano a freno uomini, de’ quali l’ultimo o il più debole li avrebbe fatti in brani, disposti a tutto rischiare, ausati al sangue, pronti al tumulto, lieti nel lutto altrui, ricchi nella miseria. Ebbene in cosiffatto stato di cose il capo camorrista era utile al governo. Egli, permettendolo il carceriere o l’ispettóre, assumeva una colai preponderanza sugli altri e diveniva l’ausiliario del custode.

I cameroni dove cotesta feccia di uomini annidava riconoscendo un superiore fra loro, assicuravano ai custodi una specie di disciplina per la quale essi, facendo capo da un solo, tenevano gli altri a freno.

La qual cosa non sempre impediva che sanguinose risse si destassero come improvvise fiamme di un vulcano, che il sangue dei perditori spruzzasse sulle immonde pareti del carcere, che nel colmo della lotta, meno il lontano fucile di una sentinella, ninno osasse intervenir giudice nella contesa, ma cessato ogni tafferuglio, pronunziala per così dire l’orazione funebre sul condannalo della camorra per esser capitato tra loro, la giustizia entrava freddamente per la parte legale.

Al di più provvedeva a suo tempo il Capo-cavallo, cioè il procurator Generale della G. C. Criminale.

Un giorno, che una lotta spietata crasi impegnata in una delle famose, gallerie e fra imprecazioni ed assalti sembrava!! tremarne le pareti del carcere,un giovane ispettore, un neofito della polizia, correva tutto ansante al Commissario M.... perché si accorresse con pronto rimedio. Il Commessario firmava alcuni ordini, e, senza levar gli occhi dalla carta che segnava del suo cifrone, rispose. Aspettate che si scannino e poi vi manderò in servizio. Il giovane ispettore non conosceva la sentenza di Tavllerand — Point de zèle!

Di che dovea rammaricarsi il governo, economicamente parlandole un orologio passato per cinque mani avea dato la campata, vai dire la sussistenza, a 30 persone, se un poliziotto giurando sul sangue di Cristo di dar la sfuggita, fujuta, ad un picciotto del quale s’era avvalso, lo avesse invece mandato a far scannare in Vicaria?

Un orologio perduto ed un picciotto di meno non alterano l'ordine e la sicurezza dello stato. Questo era il sistema del governo.

D’altra parte va considerato che taluni uomini sui quali il camorrista esercitava la sua brutale e illegale azione, erano già uomini in colpa presso il governo.

Alcuni speculatori, per esempio, in barba del lotto governativo, avevano un lotto privato nel quale, essendo più facili le vincite per concessione di maggior probabilità, gran parte di giocatori accorrevano. La società di cotesti speculatori guarentiva i giuocanti ma con parole. Ebbene il camorrista presentavasi a questa gente che ben conosceva, ed esigeva la sua tassa.

Alcuni preti, che di Cristo e della nostra religione avean fatto bottega, di una in altra chiesa, passando con le debite precauzioni celebravan più volte e si lasciavan pagare più messe ma il camorrista che avea per suo disegno ingoiata più d una messa, all’ultima di esse gli si taceva innanzi, c, dimandandogli ironicamente se avesse finito, gli richiedeva il suo scotto.

L’ozio adunque faceva girovago il camorrista. Da girovago diveniva indagatore, da indagatore censore, da censore depositario prezzolalo d’un segreto, avvisatore, difensore, procuratore per conto altrui.

Se le prigioni, come d’ogni intorno i buoni e i dotti andavano consigliando, avessero subito quelle riforme umanitarie e civili che il secolo esigeva, il miglioramento delle classi degradate avrebbe trovato un veicolo onde aver effetto, ma gli amministratori della finanza del reame alla spesa delle prigioni, divenuta consuetudine, esitavano ad aggiunger quella delle riforme, temendo incogliere nell’ira del capo del governo, che nelle riforme vedeva la rivoluzione. Postoché l’associazione secreta era il fomite dei vizi e della camorra, lo isolamento ne sarebbe stato di corto la più proficua medela.

Nè la relegazione poteva come panacea universale adoperarsi, pur tuttavia Del Carretto, per isbarazzarsi appunto di questa crescente scuola e genia di camorristi, propose la relegazione di buona mano di essi a Tremiti, una delle isole dell’Adriatico, famosa pel suo castello, per le scorrerie di un Almogavero corsaro, pei tesori che un dì tentò mettervi in serbo il prode e sciagurato Gioacchino Murat.

Fama corse intorno tra camorristi della sorte che lor si destinava: la nequitosa associazione seppelo dalle più alte residenze del palazzo, il che non mostra giù, come malamente si asserisce che la direzione della camorra si portasse ab alto, anzi che un Principe reale tenesse il bandolo della matassa, ma che le parentele della gente che serviva in volgari uffici a corte non era di buona lega.

I romanzieri della Camorra han dato per certa questa suprema dittatura, sol perché hanno veduto permanente nel reame questo mal di camorra, ma essi invece hanno subito la intimidazione dei camorristi che per mostrare agli adepti ed a’ neofiti la loro potenza a fronte di tutte le polizie, facevano intravedere, e tal fiala attestavano apertamente, l’alta supremazia del loro protettorato.

Quando la relegazione di Tremiti in massa fu statuita, il decreto regio trovò qualche oscillazione appunto perché le influenze del Camorrismo e più quello dell’esercito, che si mascherava per via dei suoi capi in una censura ostinata al ministro Del Carrello fecero tentennare l’animo regio.

Il trabante o serviente nella casa del Generale o del Colonnello aveva un camorrista in famiglia, (il piccolo genio della rapina organizzala) e nel vederselo allontanare per imprecar la sua sorte sopra uno scoglio dei mari d'Adria era un amaro pensiero.

Il camorrista è di sua natura splendido, sciupone (sguazzone, sciampagnone) egli rapisce e dona, invola e largisce; e, come in comico linguaggio suol dirsi, il camorrista spende e spande e la maggior seduzione dei gretti spiriti nel farsi dominar da lui in tutte cose e segnatamente quel fulgore di anelli, quel disprezzo della piastra, quella ostentazion di sciupio.

Con questi espedienti il Capo Camorra crea gli accoliti e ne cresce il numero e la sua famiglia o le sue aderenze mostrano di non aver a bramar oltre.

Tremiti fu lo sgomento dei camorristi. Isolarli, valeva distruggerli. Sulle prime, non mirando ancor dritto nelle intenzioni del governo, si erano fatti illudere da un nuovo centro di molo commerciale, che il governo simulava di voler fermare in quei paraggi.

Un uomo avvezzo a tenere i conti del ministero di Polizia avea fatto credere alla bassa canaglia che ciascun picciotto in breve ora sarebbe a Tremiti un Rotschild. Taluni dimandarono di andarvi, ad altri si fece dimandare, ai più si pose il capestro alla gola.

Castinel, un brutto tipo d’uomo, aveva delle sue bravure e della sua maniera di largheggiare riempita una contrada di Napoli. Egli con quell’aria di Rodomonte crasi fatto amare da una bellissima fanciulla di nome Enrichetta Lubrano.

Quel cuore era una gemma, tutto affetto, tutta passione, ed egli il Castiuel, mi sia consentilo la espressione, era un cesso di vizi.

Beone, giocatore, beffardo di Dio e dei Santi, bestemmiatore squisito, spergiuro, ma la sera quando egli si recava a visitare la sua Errichetta non era dolciume o vezzo che non le recasse: bastava una parola, e la Enrichetta era soddisfatta.

Il Napolitano del volgo suol dire che mazze e panelle fanno i figli belli ed egli, largheggiando con ramante, picchiavala di quando in quando. Il Napolitano del popolo asserisce che Gesù nascendo volle vedere innanzi a sò i doni dei pastori e poi incenso, mirra etc. e la Enrichetta idoleggiava quel mostro, perché il camorrista abbondava di petits soins.

Castinel era il camorrista delle botteghe, pigliava da tutti e da tutte, e l’orafo del quale egli minacciava la vetrina, se non lo retribuiva di oro puro sì spesso, non gli faceva di quando in quando desiderare una rota o una serpentina, la piastra.

Quando il suo amatore fu preso, ella invase i cancelli della Prefettura, gridò alla ingiustizia, alla violenza, gittò a terra le guardie che le chiudevano la via, si lanciò fra le braccia di Castinel, suscitò un tumulto e quasi una sedizione fra i camorristi già pronti a partire, e ci volle del bello e del buono per trar via questa giovinetta bellissima quasi esanime dalla folla dei nuovi Tremitani.

Il Re venne accusato d'irreligione, permettendo che tante giovani esistenze che potevan mutar verso, andassero a spegnersi sopra uno scoglio, una mesta canzone popolare seguì i camorristi rilegati

Addio patre e matre

Addio frate e sore,

Io vaco a Tremmole e moro

Nce vedimmo all’eternità!

Ma per la distruzione del camorrismo non vi ha miglior espediente che lo smembramento di queste associazioni criminose. Dislegati, sbandati, tolti fuori dal loro paese, dove ogni pietra per così dire sente il passo del camorrista, dove ogni canto di via gli offre un pù fermo e direi spagnolescamente una postula, i camorristi cesseranno.

Il camorrismo è nel sangue e nello intendersi degli occhi dei nostri uomini del volgo.

Si presenta una occasione di ladroneggiare, o di prendere il disopra della posizione di piazza, essi si guardano e divengono camorristi di bollo: non hanno bisogno di tendersi la mano per riconoscersi nella loro missione, non hanno bisogno di concretar le loro idee: la camorra è una scienza insita, prestabilita: l’occasione, il momento, e il camorrista in erba va al suo posto.

Però quel lungo speculare, quell’avvolgimento tenebroso, quelle corrispondenze inestricabili sono nutrite alquanto ne’ libri della fantasia degli scrittori o meglio dei romanzieri della camorra.

La sua voce di freddare per uccidere è tutta italiana—il rufo per oggetto rubato vien da arraffare o grafitare. — L’uomo dormiente per uomo morto è forma antica— il bo-botta per pistola e derivazione di dialetto, dicendosi bolla il colpo o la esplosione di un’arma da fuoco. Misericordia o martino per pugnale è voce originala nei mezzi tempi e portala tradizionalmente a noi.

Il gatto, nome dato alla squadra di polizia, e sorcio al poliziotto son voci adottate anche altrove.

Il camorrista impone la sua lassa quando si presenta nelle bische e tutela con la sua persona gl’illeciti giuochi, la impone nelle vendite ad asta pubblica, quando sa che non legittimi negozi di taluno vanno col vento in poppa, come suol dirsi: torte del diritto che il governo esercita sulla prostituzione, impone la sua tassa anche a quella classe, intimidendo le donne e minacciandole di un formidabile rasojo col quale le svisa e le sfregia, se infedeli a qualche patto o renitenti alle sue voglie. Egli riconosce o si fa riconoscere dal suo camerata o parimente affilialo di camorra, col mostrargli le armi e il modo come le reca indosso: sfida e combatte il suo rivale con lealtà di armi eguali e di principii cavallereschi, cioè tirando al petto e come dice nel suo linguaggio in cassa, ma egli non può prender soddisfazione dell’offesa e misurarsi con l'offensore, se non si appella all’autorità del masto, maestro o Capo camorrista. Così ciascuno appartiene alla sua paranza o sezione, e il passar d’una in un’altra non può avvenire che con lo assenso del capo.

Il risecamento della moneta in corso, consideralo come ramo d’industria non come furto, gli appartiene: asserisce esser anche quella una fatica che va premiata.

Il camorrista discute, discetta da erudito, trova le sue ragioni a tutto, e si fa forte delle sue origini e delle consuetudini. La impunità lo fece stazionario fra le piaghe e le calamità del più bel paese d’Europa: la legge lo favorì dappoi, il codice non ebbe articoli acconci a definire la pena del reato ch’egli promuove, favorisce, compie o lascia compiere.

L’isolamento, la deportazione sono la pena del camorrista, e se una chiave può aprirgli il cuore, l’isolamento sarà da tanto. La sua rete non deve trovar più filo di legame i suoi passi debbono trovare inciampi ad ogni piò sospinto, la donna che lo accoglie deve essere infamata e il suo asilo non deve aver letto. L’ ultimo dei suoi desideri deve restar inesaudito fino a che egli non rinneghi il suo principio, nessun drillo di cittadino gli può spellare sino a che egli non cessi di conculcai gli ordini sociali. Se ciascun uomo togliendo un boccone al suo pasto può dar vita a molti esseri in abbandono, nessun uomo ha dritto di strapparlo con la violenza.

Senza asilo, senza appoggio, senza relazioni. senza famiglia, fuori di legge e di consorzio, il camorrista deve rassegnarsi ad essere quello che sono gli uomini nati nella sua classe, o infingardi poveri, o laboriosi agiati.

Lavorare per vivere e condire col sudore della propria fronte il pane benedetto da Dio; questa esser deve la mira di chi intende dimorare tra civili uomini.

A tutti e consentito sollevarsi, lasciar la bassa zona che lo cinge, ma crescendo l’opera o il lavoro, ovvero aguzzando l’ingegno per raddoppiarne i risultamene, gli effetti.

Febbre di possedere è perdonabile solo in chi ha febbre di lavorare o rendersi utile. Il viver di scrocco o di estorsioni, vuoi nelle alte, vuoi nelle basse classi, deve esser punito come una violazione dei dritti di uomo.

Il Generale Carrascosa venuto nel 1848 a capo del ministero dei Lavori Pubblici, dal quale dipendevano le prigioni, ebbe il pensiero di distruggere la camorra, incominciando dallo espellerla dalle carceri, ma quando chiamate a sé tutte le carte e gli uomini addetti a quell’ufficio vide aprirsi innanzi agli occhi il deplorabile quadro delle sue ramificazioni ed attinenze, ne rimase stupefatto non solo, ma scosso.

Per abbattere la camorra gli era d’uopo aspettare la demolizione del governo e strapparne la pianta non fino ma oltre le radici di essa.

Il Commendatore Bianchini, sdegnato di quell’avvolgimento nefando, comunque non portato a lavori di tal natura, tentò spingersi, vide la marea montante e retrocesse. L’opera era lunga, quella marea non poteva superarsi in un semplice schifo. Era d’uopo di una nave gagliarda con cannoni ai fianchi ed ancore di salvezza.

Oggi si può tutto, poiché il passato più non esiste. Volere, perseveranza e lealtà, e il camorrismo nequitoso e criminoso sparirà dal lezzo delle provincie meridionali, e i nostri nipoti, forse divenuti per migliori condizioni increduli del passato, diranno—Il camorrismo era un mito!

CAV. CARLO TITO DALBONO

1V. Causa dell’orologiaro ricordata a’ Napolitani da C. T. Dalbono.

1Questa Vicaria più volle nomata, per chi noi sappia, è Io edificio di Castel Capuano, antica dimora di re, che gli spagnoleschi dedicaron tutta ad uso di dibattimento o discussione causidica, notariato, cancelleria, detenzione e trattenimento per cose criminali. L’edificio è in via di miglioramento ed in parte rifatto, ed offre più di un ricordo antico, e sale non indegne di esser visitate dal forestiero. Il nome di Vicaria gli venne da Vicariato, Vicario o da chi teneva le veci dell’alto potere rappresentante giustizia.


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LO ZOCCOLARO

Le eleganti dame, i cui piedi, ricoperti di seriche e vellutate calzature sono usi a calpestare morbidi e ricchi tappeti orientali, forse non avran pure posto mente alla monotona voce del popolano che va gridando per le strade Zoccolaro.

Tuttavolta, per quanto vogliasi rispettabile l’aristocrazia de’ piedi in questo mondo, ciascuno ha le sue bizzarrie —trahit sua quemque voluptas —, ond’è che molti non si fanno scrupolo di anteporre i piedi grossolani di una contadina o di una verdummara (venditrice di minestra) a quelli di qualche contessa o marchesa, renduti quasi inutile appendice del loro corpo per l’uso perenne di fastoso cocchio che li nasconde agli sguardi del volgo profano.

Lasciando però la grandezza e le pompe, brevemente e per quanto al nostro subbietto si riferisce, toccheremo di questa importante base dell’umano edilizio considerala dal suo lato men nobile.

E per cominciar dal principio, come diceva un tale, se Adamo ed Èva passeggiavano per l’Eden a piedi nudi, una parte di questo Eden fu lasciato da quei progenitori in retaggio ai tardi nipoti sotto il nome di Napoli, e con essa il loro costume.

Laonde non è a maravigliare che veggansi scalzi il lazzarone, il guaglione, il facchino, la serva.

È la soavità troppo nota di questo clima invidiato, è la eterna primavera di cui cantò un poeta:

Sto paese è no ciardino,

È na vera massaria,

Se nce nasce, gioia mia,

A sti luoghe pe scialà.

È lo vero ca pe Londra

No scauzone non ce vide,

Ma si truove uno che ride

Io me voglio fa scanna.

Si po scauzo non se vace

È pecche nce sta la pena,

Na pontura, na cancrena

Ne lo ppote arrecettà.

Ma i piedi non vollero rimanere stazionari, ed in vero la sarebbe stata cosa ben strana, che quando tutto progrediva, i soli piedi, fatti per camminare, fossero rimasti fermi. E come in natura tutto procede per gradi, i piedi non potettero d’un tratto passare dallo stato Adamitico alla scarpa: faceva mestieri di un anello di comunicazione fra il piede scalzo e la scarpa e fu questo anello lo zoccolo.

Lo zoccolo non consiste in altro che in un assai modesto e semplice arnese di spesso legno castagno modellato, sul quale poggia la pianta del piede, di cui ha la forma. Soltanto al di sopra è ricoperto di una grossa lista di cuoio, in modo che, preservando il solo collo del piede, ne lascia nudi la punta ed il calcagno. I Persiani, al pari che presso di noi, gli usarono di pioppo ed anche di sughero.

Se lo zoccolo non corrisponde precisamente all’antico socco (soccus) ne è al certo una prossima diramazione. Comunque sia, non fu mai di una specchiata nobiltà; in falli conosciamo dalla storia come la elegante calzatura appresso gli antichi formavasi della scarpa interamente chiusa, terminante in una punta alquanto ricurva, detta perciò calceus rostratus.

Caligola si occupò in modo speciale delle scarpe, sì che inventò una sorta di stivaletto dal suo nome denominato Caligola; ed Eliogabalo ornava le sue scarpe di pietre preziose incise da più valenti artisti: niuno pertanto di quelle due buone lane sappiamo si fosse mai occupato di zoccoli.

Agli ordini meno elevati di cittadini era riserbato l’uso di altra specie di calzatura, consistente in semplici suole, su cui poggiavasi il piede e le quali vi si stringevano al di sopra mediante cordoni di cuoio intrecciati. Ciò corrisponderebbe a quelli che noi chiamiamo sandali, i quali in sostanza, a chi ben vede, non sono che gli stessi zoccoli con qualche leggiera modificazione.

Cosiffatte distinzioni sembra essere state mai sempre riconosciute, laonde accade legger di continuo l’umile socco ed il nobile coturno; e Talia, benché musa ancor essa, considerala dal lato delle scarpe, sta matematicamente alla sorella Melpomene come una lavandaia dell’Arenella ad una dama della riviera di Chiaia.

La religione fece d’innalzare il zoccolo nella sua stessa umiltà; rendendolo distintivo de’ frati e de cenobiti. 1 Camaldolesi, fra gli altri, fanno uso di speciosi zoccoli, ed è pur maraviglia vederli inerpicarsi su pe’ dirupi e per le scoscese dell’eremo, senza un impiccio al mondo, non altramente che se calzassero le più leggiere e delicate scarpine. Nullameno gli zoccoli non furono mai degni di salire all’altare, epperò gli stessi eremiti de’ Camaldoli li depongono per celebrar la messa, calzando invece delle scarpe a tale uopo già preparate in sagrestia, e solo al terminar del sacrifizio riprendono i loro zoccoli.

Tranne i frati cui lo impone la regola, lo zoccolo non e adoperato dagli uomini che unicamente in via eccezionale e momentanea e sempre per basso uso, ond'è che vediamo calzar zoccoli, e ben grossolani, i famigli di stalle per lavar le carrozze, affin di preservare i piedi dal laghetto di acqua che loro intorno si forma in quella operazione; cd i pescivendoli nelle piazze, ed i beccai quando discendono nelle grotte ove si conserva la carne ed altrettali; ma la missione propria e naturale dello zoccolo si è di rivestire i piedi a quella parte di sesso men forte, cui non iscende

…. per lungo

Di magnanimi lombi ordine il sangue

Ed elleno se ne servono non mica per sola calzatura. Se v'incontri di avvenirvi in lieta e sollazzevole brigata campestre, che nell’ora di un delizioso tramonto intreccia bizzarre danze, vedrete le forosette trarsi del piede gli zoccoli e, battendo con quelli la solfa, accompagnare a modo di nacchere i rusticani strumenti.

Piacciavi per lo contrario, nella rumorosa e popolarissima contrada di Santa Lucia osservare que’ drappelli belligeranti di Amazzoni scarmigliate e sudicie, sempre in piede di guerra, sempre pronte all’azzuffarsi; ed in quelle risse così frequenti, nelle quali spiegano tanta ferocia e tanto accanimento da disgradarne Aletto e Tesifone, vedrete lo zoccolo mutato in terribile arme offensiva, che drizzata alla fronte dell’avversario non è men sicura della fionda di Davide o della freccia di Tell .

Risparmiando questa briga potrà aversi una idea o vedere un simulacro di questi combattimenti donneschi al nostro teatro popolare di S. Carlino, quando in ispecie vi si rappresenta Santa Lucia a rummore pe la venneta de l'acqua zurfegna, una delle più belle commedie dell’antesignano fra i commediografi in dialetto, Filippo Cammarano, ed in qualche altra.

Ancora quelle viete litografie, sotto le quali è scritto Risse di donne, potrebbero offrire una idea, sebbene assai pallida e sparuta, di queste tra gicommedie, ove lo zoccolo è il protagonista, ma io consiglio sempre di vedere le Luciano in anima e corpo nel momento in cui vengono alle mani. Certe cose non possono gustarsi che nell’originale.

Abbiamo citato ad esempio le donne del quartiere Santa Lucia siccome quello, fra gli altri di Napoli, ove si brandisce lo zoccolo in grado superlativo di perfezione! ciò nullameno non costituisce un privilegio esclusivo per esse, che le donne, in generale, del nostro basso popolo sanno avvalersene nelle occorrenze con sufficiente maestria.

Ha ancor esso lo zoccolo i suoi piccoli fasti, le sue gloriuzze tanto più seducenti per quanto maggiore è la sua umiltà. Perché non accade sempre di veder zoccoli grossolani e di ruvido cuoio, ma sovente, nei giorni di grandi feste popolari, si delizia lo sguardo mirando i piedi delle ritondette e frescozze villanelle rivestiti di zoccoli, adorni di nastri ovvero anche di fregi d’oro o di argento con frammistivi svariati colori a piacimento, ed i garzoncelli di contado son pur lieti di regalare le loro innamorale o le spose nel dì delle nozze de’ più graziosi e fantastici zoccoli.

Occupiamoci ora un tantino dello zoccolaro, che torma il protagonista del nostro argomento e per ogni titolo meritevole della nostra stima, come quegli che al pari del filosofo può esclamare: Omnia bona mea mecum porto.

Questi suoi beni, queste sue masserizie consistono del tutto in un sacco a due bisacce, delle quali, affin di serbar l’equilibrio, l’ima pende sul petto l’altra sulle spalle, contenenti il legname gii accomodato ad uso di zoccoli, ed in una cesta intessuta di legno castagno, che per le strade porta infilzata al braccio e dove conserva il cuoio bello ed ammanito per covrire gli zoccoli, i chiodi, il martello, le forbici ed altri simili argomenti del mestiere, la quale a sua volta, come vedremo, la fa anche da sedia.

Nello stesso modo che lo zoccolo non tien posto fra le distinte calzature, lo zoccolaro non aspira agli onori del calzolaio, che (quando in ispecie sia de’ primari nel suo mestiere) è ammesso alle più splendide e lussureggianti sale e tien sovente egli stesso un magnifico e fastoso magazzino. Non di rado pertanto la vanità e la boria vedonsi alla bassezza dell'animo congiunte, ond’èche non pochi della sfera aristocratica usi a guidare superbi cocchi, a gettar l’oro

Dietro ad una cantante, a un castralino.

Alla cieca, a man piene, a centinaia

son poi restii a soddisfare, o niegano ancora la mercede all'operaio, il quale spesso, poi che attese le lunghe ore il comodo destarsi e la interminabile toletta della dama o del cavaliere, se ne torna a casa senza il pane che aspettava pe’ suoi figliuoli, deluso e piangendo

il gittato lavoro e i vani passi.

A queste vicende non soggiace lo zoccolaro. La sua bottega è la stessa strada, ma in compenso non gli costa pigione; la sua vita è affatto nomade, ma lieta e spensierata. Egli si ferma ora in un punto ora in un altro dov’è chiamato, e, la merce di un pezzo di legno che sopra vi adatta, riducendo a seggiola la sua cesta, stabilisce il suo domicilio elettivo temporaneo.

Il suo mestiere è men nobile e men lucroso di quello del calzolaio, ma in compenso il suo guadagno e più pronto e più certo, imperocché non lascerebbe mica sfuggire il suo avventore senza esser prima compensato delle sue fatiche, ed in tali contrattazioni è abbastanza avveduto e sa bene il fatto proprio.

Nè tampoco ha uopo dell’aiuto de’ grandi o di chicchessia per menare innanzi la sua industria, invece è ricevuto a gara da tutte le popolane che convengono presso di lui da tutti i punti della città.

E qui è un conciliabolo di serve, di cui lima gli da lo zoccolo per aggiustarlo, l’altra perché vi sia assottigliato il legno, la terza affili di cambiarvi il cuoio, e mentre, per non peccare di ozio, si divertono con grande edificazione del prossimo a trinciar il saio de’ padroni, il più tenero e prediletto dei loro colloqui,

Ei fa silenzio, ed arbitro

Si asside in mezzo a lor.

Ed ora è un diverbio con Rita, Brigida o Concetta, quella che vorrebbe accomodare un paio di zoccoli, ed egli, clic, perorando prò domo sua, si sfiata a persuaderla come non ne varrebbe la pena, essendo il legname ornai consunto ed il cuoio inaridito, ovvero per ragion di prezzo che quella vorrebbe ridurre al menomo ed egli accrescere al possibile in suo vantaggio.

Ed ora è una ovaiola che, scivolala col paniere, viene a farsi rimettere il chiodo, nella caduta saltalo fuori dello zoccolo.

E più tardi una impagliaseggia che vuol cambiare i suoi zoccoli consumati nel continuo scendere e salire per le altrui scale.

E poi una nocellara che, deposta a terra la sua derrata, viene a cambiare il cuoio dello zoccolo inaridito per le lunghe ore che attese al sole qualche compratore delle sue nocciuole o de’ suoi ceci.

E poi una reietta fantesca che si affretta a ricomprare degli zoccoli in sostituzione di quelli ritenuti dalla padrona a dispetto, quasi pegno di un salario sempre anticipato e non mai discontato.

E quando una Megera del Mercato o del Lavinaio rimasta con un solo zoccolo, per aver perduto l’altro in uno de’ quotidiani conflitti con la buona pezza di suo marito, che giunca quanto ha e mangia all’osteria.

Nè la finirci più volendo particolareggiare tutti gli avventori, o piuttosto lo avventrici, onde di continuo vedesi circondato lo zoccolaio, e che gli procacciano un discreto guadagno della sua giornata.

Chiuderò adunque il mio articolo presentandovi una graziosa e paffuta lavandaia del Vomero, che or ora dagli usali colli scende in città in compagnia del lido asinello carico di bucato.

Il colorito di lei è d’un roseo incarnato da lare invidia alla Dea di Guido, potrebbesi, come suol dirsi volgarmente, tagliare con un fil di seta.

Ben formata, robusta e svelta della persona, dal seno rotondo e turgidetto, dalle mani un pochino ruvide ma disegnate a pennello, dagli occhi neri e vivaci

Chioma che vince l'ebano,

Sorriso incantator.

Ed ecco la nostra Ninfa arrestatasi ad un tratto col suo quadrupede Acato e toltosi lo zoccolo col vezzoso sorriso di due labbra che il Chiabrera chiamerebbe rose porporine, invita lo zoccolaro ad accomodarlo. Ed in quella che costui attende al suo compito, quel bel piedino che emula anzi vince in candore la stessa candida calza, è fatto segno alla pubblica ammirazione, l’austero filosofo lo dichiara una delle più belle opere della natura, l'architetto ne loda la perfezione delle forme, il poeta v’improvvisa su un madrigale o una ottava, l’artista ne ritrae in pensiero il modello, lo studente vi apprende in breve un trattato di umanità; l’elegante lione si ferma a sbirciarlo col monocolo, mandando fuori di tratto in tratto delle sclamazioni talvolta troppo energiche; e il nobilotto scaduto rinunzierebbe volontieri ai suoi quarti per una sola occhiatola di quella seducente creatura del popolo.

Ma colui che si compiace e si delizia principalmente in quella bellezza acquatica è senza dubbio lo zoccolaro, ed il picchio di quel chiodo che con tanta cura martella nell’avventurato zoccolo ha spesso un eco uniforme nel palpito del suo cuore.

Uso cosi nella sua vita girovaga ad avvicinare donnette più o meno leggiadre, più o meno belle, più o meno giovani, simili od inferiori a quella teste descritta, ma tutte che non si piccano di blasoni né di no bilia generosa, lo zoccolaio deve essere anche un pochino poeta, o se non lo è termina col divenirlo, perocché la bellezza e l’avvenenza eccitano l’estro e la fantasia anche degli esseri più prosaici.

Così è che la canzone popolare lo Zoccolaro ce lo descrive appunto come poeta ed amante nell'attendere al suo mestiere.

Quello poi che desta più maraviglia si è l’essere lo zoccolaro in certo modo entrato in politica, a dir del proverbio, come ii cavolo a merenda, ed infatti quando fervevano i tempi, fra il cader d’un governo ed il sorger di un altro, le canzoni dello Zoccolaro e della Nocca dei tre colori modellate sullo stesso metro e motivo, avvegnaché non isprovvedute di qualche pregio fra le cantilene del popolo, furono cantate e ricantate, fischiate e rifischiate le mille volle in un giorno da’ monelli di strada come la pira del Trovatore, onde finirono per romperci le tasche o in buon napoletano per levarci l’umido.

Nudamene, a corredo della nostra fisiologia, riportiamo qui appresso fedelmente la canzone dello Zoccolaro, de’ cui pregi o difetti non rispondiamo.


LO ZOCCOLARO

Ah chi vò lo zuccularo,

Lo scarpino chi lo vò,

No carri vanno a lo paro,

Ma chiù poco nce li dò

A chi bella vo pare

Zuccularo zuoccolè.

Nce ne stanno peccerelle

Fatte acconce mo nce vo,

A li piede aggraziatielle

Solamente nce li dò,

Che chiù bell’anno a pare

Zuccularo zuoccolè.

Ogni chiuovo ch'aggio mito

Me so puosto a sospira:

Co in tu' è doce eh ilio piso

Ca sto ligno portarrà:

Fortunato è chiù de me

Zuccularo zuoccolè.

Quanta core nnammurate

Li vorranno mmidià,

Ca duje zuoccole apparate

Volarriano addeventà.

Se la pigliano co me

Zuccularo zuoccole.

Se quarcuno fa l'ammore

S’accattasse chisti ccà,

Ca non fanno mai rummorc,

E non scetano a mammà:

Guè pericolo non e’ è

Zuccularo zuoccolè.

Schitto po co li figliole

Io non saccio litica.

Ca dicenno doie parole

Me sapranno con tenta,

Pensaranno almeno a me

Zuccularo zuoccolè.

Ne rimane solo ad aggiungere che la condizione dello zoccolaio non è più florida oggi come una volta, imperocché la gente del nostro basso popolo, man mano avanzatasi per la via dell’incivilimento, fa ora quasi tutta uso delle scarpe; e, salvo qualche vecchia fantesca ligia alle antiche costumanze, possiam dire che le sole lavandaie abbiano conservato una specie di fedele attaccamento allo zoccolo, sebbene sovente rimeritate da esso con solenne ingratitudine mercé qualche sdrucciolamento nel salire o nello scendere pe’ colli, ove traggon la vita per ragione del loro mestiere. Ecco come questa calzatura primitiva, una volta in onore, secondo la frase di Orazio, è quasi caduta, ma non così che quando se ne vegga rivestito il seducente piede e grassotto di qualche nostra avvenente popolana non desti la invidia dello straniero e la voglia di sciamare — 0 tre e quattro volte beato zoccolo!

ENRICO COSSOVICH

1 Vedi la figura nello articolo S.a Lucia.

1 Vedi la figura.


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LE ZEPPOLE

O zeppola, nella tua rotonda ed anulare circonvoluzione simbolo dell'eternità, io ti saluto! 0 zeppola, nella tua Inquadrata conformazione simbolo dell’ordine e della misura, io ti saluto del pari!

Ma che cosa vuol dir questo indovinello, sento esclamare il mio benevolo lettore? Che imbroglio è cotesto di circoli e di quadrati?

Forse che colle zeppole si è trovala la quadratura del cerchio che tanti han creduto scoprire sol perché l’avean cercata, o la circolatura del quadralo a cui niuno ha pensato ancora?

Un po’ di pazienza. Seguitemi in questo mio trattato, e vi prometto che imparerete molte cose che non sapete, e eli’ io stesso non sapeva prima di averle sapute.

La zeppola, sia qualunque la specie a cui appartiene, è una specialità tutta napolitana. Ben potrà la fortunata unita della nazione italiana, che ha fuso in una tutte le casse di tanti stati, espandere e generalizzare per tutta la penisola questo nostro privilegiato prodotto, ma l'introdursi altrove, non potrà torre il vanto secolare alla città della Sirena di essere stata la madre della zeppola e di molte altre cose ancora.

E perché coll'andar del tempo, semai cotale propagazione avverrà, non resti ignoto ai posteri il nome della città ove la zeppola ebbe la culla, come ignoto è pur troppo il nome glorioso del suo primo inventore, io propongo di ergere una colonna monumentale in una delle piazze di Napoli, ove sia scolpito

NAPOLI

INVENTO" LE ZEPPOLE

TUTTA ITALIA

SE NE LECCO’ LE DITA

IL CONSIGLIO MUNICIPALE

POSE QUESTO MONUMENTO

E sarà cosa molto agevole la erezione di questa colonna se vi si adoprerà il consueto metodo delle sottoscrizioni volontarie, alle quali non v’è pur uno che volontariamente sottoscriva, sebbene con molta buona grazia si facciali tutti trarre il danaro di tasca per non iscomparire.

E potrà così il nostro municipio vantarsi di averne azzeccata una dopo che tante n’ha sbagliate e che ne va quotidianamente sbagliando.

Ma entriamo in materia che ormai n’è tempo.

Nel genere Zeppola è da distinguere due specie: la rotonda e la rettangolare.

La prima fiorisce in quaresima e soprattutto nel dì di S. Giuseppe, in cui ora si celebra la festa di uno dei più famosi somministratori di zeppole .

In quel tempo per tutte le strade, come nelle domestiche cucine, non si vede altro che padelle sul fuoco, ricolme di olio bollente, in cui si friggono le bionde zeppole.

Se volete sapere come si fanno, consultate la Cucina teorico-pratica del Duca di Buonvicino, quarta edizione, pag. 186.

Ma perché forse non intendereste la lingua in cui quel libro è scritto, vi dirò in compendio che quando l’acqua con un po’ di vino bianco sta per bollire, vi si gitta il fior di farina, e la pasta che ne risulta maneggiala con olio si riduce in ciambellette, che si friggono nell’olio o nello strutto, pungendole perché si vuotino e riducendole a color d’oro, e da ultimo condendole col mele, col giulebbo o collo zucchero polverizzato.

Il 19 marzo, come accennai, è il giorno destinato più particolarmente alla fabbricazione e distribuzione di questa specie di zeppole.

Ogni donna che ha una padella e una fornacella, frigge zeppole in mezzo alla strada, checché ne dicano i regolamenti municipali e il negozio a cielo scoperto vien circondato da fantesche coi piatti che se ne vengono a provvedere. Tutti i pasticcieri in quel giorno friggon zeppole, e a seconda della fama che godono, le loro botteghe veggonsi più o meno stipale di compratori.

Per le vie non vedi che piatti in salviette che vanno in giro, o che l’amante all’amante, o che l’amico all’amico, o che il parente ne mandi in dono al parente. Beato colui che può riceverle falle dalle mani di una bella Peppina, o colui che le riceve in dono dal suo caro Poppino! Ma a chi l’onor del primato nella manifattura delle zeppole?

A questa domanda un grido unanime di mezzo milione di uomini e donne risponde come un sol uomo: Piittauro. A questo nome, che ha superalo l’invidia, s’inchinano riverenti tutti i pasticcieri di Napoli. Nel dì di S. Giuseppe, la sua bottega, che da tempo immemorabile occupa un posto a Toledo al cantone del vico.

Afflitto, rigurgita di gente, e vi si fa la calca all’uscio con tremendi sgrugnoni e colpi di pugni e di gomiti e pestale di piedi, ch’io ne disgrado l’affollarsi dei pensionisti nei giorni che si pagano le pensioni.

Spesso i gendarmi o i carabinieri vi han dovuto porre il loro braccio forte per impedire che qualche pover uomo non morisse schiaccialo e pigiato in quello strettojo di gente.

O Pintauro! il nome tuo vivrò immortale e durerà nel mondo finché avranno vita le zeppole. Se la colonna monumentale ch’io propongo avrò effetto, nessuno li potrà negare in essa un posto pel tuo medaglione, o se non altro che a lettere maiuscolissime vi s’incida il tuo nome nella parte più cospicua dello stilobato.

Fin qui si e discorso della zeppola rotonda, o zeppola di S. Giuseppe, o zeppola del pasticciere. Passiamo ora alla zeppola del zeppolajuolo che costituisce la seconda specie del genere.

Il pasticciere sta al zeppolajuolo come il nobile al plebeo, come il patrizio al popolano.

Il primo appartiene all’aristocrazia, e mette il suo forno a Toledo, a Chiaja, e in altre vaste contrade, il secondo è democratico, e stabilisce i suoi fornelli nei più luridi e oscuri bugigattoli dei vicoli angusti che deturpano la nostra bella città, affumicando se e i suoi vicini col fumo delle sue padelle.

Egli frigge zeppole, zeppole di riso, scagliuozzoli, duoli, zigani, vuzzarielli, palle, vorracce, e qualche altra cosa. Questa roba si vende nella sua bottega, dove vi e pure qualche luogo dove sedere e sporcarsi, per chi vuole mangiar quivi quello che ha compralo.

Si manda pure vendendo per Napoli sopra leggieri tavolinetti, benché l’uso ne vada scemando nelle contrade più pulite o meno sporche. Talvolta questo spaccio si la a ribasso perche la mercanzia è fredda. Dei giuochi che si fanno con queste merci parleremo un po’ innanzi, perche ora ci preme il dovere di spiegare la fabbricazione di questi cibi.

Il principale di essi è la zeppola, e bene a ragione da essa ha tratto il nome il manipolatore di tanti alimenti affini. La pasta di cui è formata è di farina di granturco; tagliata a sottili rettangoli, si congiungono questi a due a due, e si ricoprono di uno strato di pasta di farina di fromento, prendendo il nome di libretto, e si possono appunto paragonare agli antichi dittici.

Quel miscuglio delle due paste loro da un sapore tutto particolare.

La zeppola di riso è una frittella di pasta ordinaria, nel cui centro trovasi della semola. È roba più sostanziosa, ma meno delicata.

Lo scagliuozzolo è tutto di farina di granturco e tagliato irregolarmente a triangoli e a trapezii. Se la pasta si taglia in piccole fendine, queste prendono il nome di tittoli; se le si da la forma dei sigari, ricevono appunto la denominazione di zigarii o fusi.

Il vuzzariello è vuoto al di dentro. È il lusso dei plebei, perché lo stomaco non se ne sazia.

Palle sono piccoli globetti di pasta. I Siciliani introdussero l’uso di porvi nel centro un po’ di muzzarella, e le dissero sfingi. Piacque l’idea, e tosto i Napoletani l’adottarono.

La borrana circondata di pasta e ridotta in frittelle è quella che chiamiamo vorraccia e vurracce.

Tutti questi son cibi sani per gli stomachi sani, e si trovano in tutto l’anno e presso che a tutte le ore, soprattutto per chi si contenta di mangiarli freddi.

V’hanno, è vero, zeppolajuoli che sospendendo la loro manipolazione durante la state, tramutano il loro negozio in ispaccio di melloni (cocomeri e poponi), zucca e peperoni fritti, e frittelle con baccalà, con fiori di zucche, cc. ec. Ma v’hanno pure in gran numero di quelli che rimangono fedeli al cullo della zeppola per tutto l’anno, cd emuli delle auliche Vestali, serbano perpetuo ed incontaminato il fuoco sacro delle loro fumacene.

I venditori girovaghi che vanno attorno coi loro tavolini succidi e bisunti, si fermano nei luoghi più frequentali, nei trivii. nelle piazze, e tosto fanciulli e monelli e perdigiorni si fan loro dintorno e formano un capannello.

Che cosa fanno?

Si scommette a far di una zeppola tre parti con un sol colpo, e con uno zappettino a ciò destinalo un degli astanti sta per assestare il colpo fatale, mentre gli altri pendoli da lui per giudicare della riuscita, ovvero si scommette di tagliar nettamente di un colpo un cumulo di zeppole soprapposte, senza che nessun filamento rimanga di comune fra i due pezzi, ovvero si scommette di configgere un zigano in una zeppola, e così portarlo una o più volte dal tavolino ad un dato luogo senza che la zeppola se ne distacchi, o finalmente si fa scommessa di mangiare un friabile vuzzariello, che ha dimensioni più ampie di quelle della bocca umana, senza farne cadere pure un minimo briciolo.

Or questi giuochi sen vanno in disuso e chi vuol vederli dee cercare per le piazze di Porlo, del Pendino, del Mercato, di Porla Capuana, dove più tenacemente si serbano i costumi e le usanze locali.

A seconda che sparisce il lazzarone napolitano, spariscono di necessità i suoi usi e le sue costumanze, per divenire retaggio degli antiquari e dei rivangatori di patrie memorie. Ma che di cotesti giuochi si perda fin la rimembranza, a noi non duole ne punto nò poco, anzi ce ne rallegriamo.

Essi son sempre cagione di risse, e di risse spesso sanguinose, ed a noi piace che ciascuno mangi il suo in santa pace, senza cercar di togliere l’altrui coll’abilità in un giuoco qualunque.

Per noi e del pari colpevole il ricco che biscazza le sue facoltà sopra una carta nei bagni di Svizzera e di Germania, ed il monello che arrischia e perde il suo soldo sulla tavoletta dello zeppolajuolo.

Meglio cento volte che il ricco e il nobile spendano il loro danaro in zeppole di Pintauro, e il povero ed il plebeo vadano a rifocillarsi lo stomaco nelle luride e sozze catapecchie degli zeppolajuoli.

EMMANUELE ROCCO

1 Zeppole in napoletano ha pure il significato di busse.

IL MELLONAIO

Il mellone, sia se si consideri sotto la specie di cocomero, cioè di acqua-, sia di popone, cioè mellone di pane, è un frutto che fa parte della nostra storia e dei nostri costumi.

Per poco che si riscontrino le antiche cronache, troveremo che il mellone era il premio degli ultimi arrivali nelle corse del pallio e dei perdenti nelle giostre.

Da tale premio dato alla lentezza nacque forse il bel vocabolo mellonaggine, usato con tanto successo dal Boccaccio e dal Firenzuola, per dinotare la grossezza d’ingegno.

Il culto maggiore per questo frutto acquoso pare che sia in Napoli e in Pistoia, nelle quali città esso ha i suoi giorni di fanatismo.

A Pistoia, nel giorno di S. Lorenzo, solevano, ai tempi del Forteguerri, mangiare i grossi cocomeri per le vie:

Non altrimenti clic tagliar festosa

Suole la plebe nelle sue merende

Il dì di S. Lorenzo a casa mia

Quei gran cocomeroni per la via...

L’apoteosi de’ melloni in Napoli e il 14 agosto, giorno in cui tutte le donne, per causa del digiuno ecclesiastico, si tanno una corpacciata di questo frutto.

Chi da un punto elevato miri la sottoposta città in quel giorno potrebbe di leggieri venire indotto nello errore essersi trasformala Napoli in una formidabile piazza assediala. Piramidi immense di melloni, che hanno tutto lo aspetto dei rotondi proiettili di Armstrong e di Cavalli, ne ornano le strade e le piazze. Un insolito movimento scorgi nella popolazione, che accorre in massa a sbarazzare le vie da quei proiettili acquosi. Al tocco della campana di mezzogiorno lutto quel gran movimento è finito: i melloni sono divorati: le strade rimangono seminate di scorze per consolazione de’ passanti, che non rare volte sdrucciolando si fratturano un membro. Così avviene che nella stagione dei melloni gli ospedali dei Pellegrini e degl’incurabili accolgono nelle loro sale un numero di fratturati maggiore di quello delle altre stagioni.

Tra venditori de’ frutti il mellonaro è uno specialista, come l’isteologo in medicina, l’internista in pittura, e nelle scienze fisiche Mathieu de la Dròme, che coltivava la specialità della meteorologia.

In ciò il regno di Pomona rassomiglia a quello di Talia.

Il fruttivendolo sarebbe il generico della compagnia, come il mellonaro il padre nobile e il castagnaio l’amoroso.

Dico che il castagnaio sarebbe l’amoroso, perche quasi tutti gli amorosi, sia musicali col nome di tenori, sia del teatro di prosa, fanno consistere il loro merito nel gridare come i venditori di castagne infornate. Se non credete, cari lettori, che il mellonaro sia un padre nobile, non potrete certo disconoscere che sia un pater patriae, o almeno un padre del popolo. Non è esso forse che provvede in parte a bisogni del popolo?...

La sua panca fa le veci di casa del popolo. Sotto di essa si ricovrano i facchini per dormire nelle notti estive.

E poi cu nu rano magne, vive e le lav’a faccia.  

Il popolo dunque, per causa del mellonaro, non sente la mancanza di acquidotti, ha di che estinguere la sete ed ha come lavarsi il viso con la scorza del cocomero.

E in talune malattie esso e anche il farmacista del popolo, dappoiché, come ben dice l’Alamanni, il cocomero e un conforto nelle febbri:

Il cocomero ritondo, immenso e greve,

Pien di gelato umor, conforto estremo

Dell’interno calor di febbre ardente.

Tanto è vero ciò che all’Ospedale degl’Incurabili una congregazione di artieri, che la Domenica visita gFinfermi, fa grandi conserve di melloni per distribuirne delle fette tutto l’anno a’ tisici.

Natura provvida, per seguire i consigli che Linneo le diede, divise i melloni in rossi e bianchi. Così la corporazione dei mellonari si divide in due, in bianchi e rossi. È una specie della divisione dei partiti politici.

Il mellonaro bianco non ha una cattedra nelle piazze come il collega rosso. Esso per lo più è un peripatetico e smercia sull’asino e sulla carrettella i suoi frutti detti capuanielli, se nati nelle campagne di Capua, di Pantano, se cresciuti presso Linterno.

Povero Scipione! La tua tomba non riceve altro lustro che la coltivazione de'  poponi!..

Tra’ meriti del venditore di poponi vi è quello, che concorre in molte strade secondarie alla decorazione degli edifici, i quali, a dispetto di Vitruvio, vengono nelle facciate tapezzate di poponi pensili maturanti ad intervalli durante la stagione invernale.

Il mellonaro per antonomasia è il brioso venditore di cocomeri. Esso ha il suo quartiere generale nelle grotte, non per piangere come Trofonio, non per scrivere tragedie come Euripide, non per pregare come i cristiani primitivi, nò per fare dello spiritismo come la Sibilla Cumana.

Queste grotte, ove un pubblico scelto nelle sere estive accorre a rinfrescarsi co’ gelati fruiti, hanno qualche cosa di caratteristico.

L’arte degli affreschi, che la presente civiltà ha messa in dimenticanza trova ne’ mellonari i suoi mecenati e nelle grotte la occasione di mostrarsi.

E il solo de’ venditori che sia rimasto fedele al gusto de’ commercianti che aveano bottega a Pompei.

Mentre lutto è vernice e doratura nelle insegne delle nostre botteghe, il mellonaro ha serbata accesa la face dell'arte di Apollo.

Da Luca Giordano l’arte degli affreschi sarebbe scomparsa del tutto tra noi, se le grotte non avessero esercitato i nostri pittori, sia dipingendo convogli di ferrovie con carichi di melloni, sia Pulcinella nell’atto di fare uscire un inferno di fuoco da un mellone tagliato, sia altra bambocciata.

Il governo centrale de’ mellonari è dunque la grotta: da essa diramansi il giorno per le strade i venditori, con le tavolette in lesta e con una gerla nella destra, cariche di fette dell’acquoso fruito che nelle ore del pomeriggio ristorano l’operaio nella sua fatica.

È degna di una fotografia la scena de’ facchini de mellonari che a sera tutti trafelati escono, con le sporte di melloni in testa, da’ sotterranei ove tengonsi a far gelare i frutti. Preceduti da torce di pece danno una sinistra impressione a’ passanti.

Ti pare di assistere alle esequie delle traviate, i cadaveri delle quali erano accompagnati al cimitero detto delle Cedrangolelle da’ birri di polizia con torce di pece in mano. Questo cerimoniale di esequie per le impenitenti è stato disusato dal 1860.

Dal potere centrale della grotta dipendono i mellonari che elevano panche nelle pubbliche piazze.

Per essere mellonaro di questa ultima categoria fan mestieri delle doti fisiche e d’ingegno non comuni.

Il primo requisito è quello di avere una buona voce da farsi udire a molta distanza, per richiamare gente attorno la sua panca.

Il secondo requisito è quello di essere eloquente, cioè di avere facile la parola; e tanto da mostrare che un mellone, che allo spaccarsi è riuscito quasi bianco, venga creduto rosso.

L’altro requisito è quello di essere poeta.

E qui il mellonaro è qualche cosa più di Cicerone, il quale, per quanto eloquente fosse, non riuscì mai ad essere poeta. Cicerone perciò sarebbe stato un cattivo mellonaro.

Con le due meta del frullo nelle mani il venditore, mostrandole alla calca, vi sciorina le più strane similitudini poetiche, rassomigliando il mellone ora al fuoco del Vesuvio, ora a quello dell'Inferno, per dimostrarne la maturità .

È curioso quando, mostrando alla calca la meta del suo fruito, apre una specie di vendita all’incanto a ribasso, gridando un prezzo favoloso e scendendo ad un minimo. E in ciò non rassomiglia a que’ mercanti che, col pretesto di vendere per liquidazione all’incanto, ricavano un prezzo vantaggioso. Durante questo incanto a ribasso il mellonaro, battendo col coltellaccio la panca, grida a piena gola: — Na dicinchella miezo, cinco ranella tutto e chi se lo magna ccà quatto rà.

Questo mestiere brillante però andrò a sparire quanto prima.

La guerra d’America ha dato ad esso un colpo mortale.

Il maledetto torrente ridurrà in disponibilità i mellonari, come gl'impiegati, come i pittori ritrattisti ammazzati da’ fotografi, come i cocchieri di cittadine messi fuori combattimento dalle diligenze.

Le fertili pianure di Castellammare, Nocera, Pantano, Capua, rigogliose di cocomeri e di poponi, vanno di mano in mano a sostituire ad essi il Dio Cotone, per modo che l’ultima ora del mellonaro è già suonata.

Anche la sapienza de’ proverbi si è mischiata tra’ melloni. A chi vuole una cosa perfetta il nostro popolo dice:  

Proverbio aureo che significa essere l’ottimo massimo del buono, ed è una perifrasi dell’aurea mediocrità proclamata da Orazio.

GIUSEPPE ORGITANO

1 Grido del mellonaro, che vale in italiano: — con un soldo mangi, bevi e li lavi il viso.

1Vedi la figura.

1Ciò che si traduce in italiano: — Una cinquina mezzo, cinque grana tutto ed a chi lo mangia qui quattro grana.


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I BAGNI

Non credo che vi sia città nata fatta più di Napoli per l'idroterapia. Antonio Musa che l’inventò o la restaurò dovette essere napoletano. Nel più fitto inverno trovate lungo la spiaggia sonnotatori che pescano conchiglie; e se vi fermate nei luoghi dove si tirano le reti, vedrete sempre due o più marinai entrare nell’acqua a gola per accompagnare il fondo della rete infino a terra.

Ma ecco la primavera è in sul finire, la 'state si appressa e tutti anelano alle chiare, dolci e fresche acque, benché spesso non le trovino né chiare né dolci.

I fanciulli e i giovanotti delle classi più basse, senza tante cerimonie, corrono al Molo, alla Marinella, alla spiaggia di Chiaia, e si tuffano nel mare, dove sguazzano con un diletto che fa piacere a vedersi.

Le donne di modesta condizione non lardano ad invadere i bagni di S. Lucia e della Marinella. Quelle più agiate corrono coi loro amanti e coi giovinotti eleganti ai bagni della Villa.

I ricchissimi e nobilissimi preferiscono il bagno in casa, perché non vogliono immergere le loro carni dilicate dove l’immerge il comune dei mortali.

Altri, per capriccio o per utile del medico, ricorrono ai bagni dei Bagnoli, di Pozzuoli, d’Ischia o di Castellammare, e ne ricavano lai giovamento che ne rimangono allettati a rinnovare ogni anno la prodigiosa cura.

Le più sfaccendate poi fra le donne, col pretesto che l’acqua di mare lor fa danno, riempiono dall’alba gli stabilimenti di bagni dolci, e a stento giungono a prendere il bagno a mezzogiorno o al tocco, lasciando le domestiche faccende in balia del disordine.

E pure in mezzo a cosi generale affezione pei bagni, la classe che più ne avrebbe bisogno, la plebe operosa, se ne tien lontana peggio che se fosse idrofoba. Ma come volete che il povero operaio vada a bagnarsi se non vi sono bagni pubblici?

Chi vuol bagnarsi senza spendere danaro, poiché non l’ha, dee por giù ogni pudore, mettere a rischio la proprietà del suo povero vestilo e mescolarsi coi monelli del Molo e dell’arena della Villa, per poi asciugarsi al sole e nella sabbia, mostrandosi come Archimede il dì che trovò nel bagno la soluzione del famoso problema.

Io non ho mai capito che gusto ci sia a prendere il bagno in casa. Stendersi lungo lungo come in un atauto o cataletto, non potersi muovere che in ristrettissimo spazio, senz’aria aperta, senza molo, con mille precauzioni, è cosa che potrà convenire ad un infermo per guarire, ma che secondo me dee fare ammalare chi sta sano.

E pure per tutto Napoli vedete correre nella stagione estiva cavalli o asini carichi di barili d'acqua, coi conduttori seduti in groppa, che galoppano a portar l’acqua di mare o di fonte ai fraccomodi e santagi che pigliano il bagno in casa . Guai a chi gli scontra per via!

Non gli può mancare o un urto della testa del somiere, o un barile ne’ banchi, o un colpo di scuriada nel viso, o quando tutto questo si eviti, è immancabile di essere spruzzalo dall’acqua che vien fuori dalle mal commesse doghe dei barili.

E, quando avrete scansato questo molesto scontro di giorno, un altro pericolo vi è riserbato nelle ore inoltrate della notte, quando al fresco notturno ve ne tornate a casa: d improvviso, come una volta s’aprirono le cataratte del cielo, s’apre una finestra o un balcone e vi casca addosso una catinella d’acqua, non di quell’acqua

Ove le belle membra

Pose colei che sola a me par donna

ma di quella ove probabilmente sciaguattò le sozze membra chi parve donna a molti. Ecco un bagno che non vi costa un soldo e che il dottor Fabre chiamerebbe bagno di aspersione: esso provviene dall'opera di una lurida fantesca che a quell'ora, per non dare incomodo ai passanti, vuota l'acqua che ha servito pel bagno della sua padrona.

Ma lasciamo queste fastidiose immagini e trasportiamoci a più spirabile aere e a più puro e ricreante spettacolo. Eccoci ai bagni della Villa: quivi sopra un palco sospeso fra cielo e mare, le più care creature attendono che si chiami il loro numero per portar refrigerio nelle fresche onde al fuoco esterno ed interno, all’estate e all’amore.

Intanto alcune l’accrescono susurrando dolci parolette coi loro vaghi, che seduti a loro d’accanto, fan parer minuti le lunghe ore di aspettativa. Il tacilo bisbiglio è interrotto da una voce chioccia che grida un numero. La mamma, stanca e annoiala del lungo aspettare, s’avvia.

Gli sguardi della fanciulla parlano le ultime parole al giovinotto; le mani s’incontrano; e se non fosse l’incomoda presenza di un rispettabile publico, si rinnoverebbe la scena di Lancillotto e Ginevra, di Paolo e Francesca.

Le donne sen vanno a destra, gli uomini a sinistra: così al giudizio universale saran divisi gli eletti dai reprobi.

Oh sogli occhi lincei potessero attraversar quelle assi! quanti modelli avrebbero scultori e pittori per Veneri callopige e anadiomene! Ma credete pure che accanto a molte Veneri de’ Medici si troverebbero molte e molte Veneri dei chirurgi.... buone a studiarvi l’osteologia.

Il bagno è preso. Un novello incontro riunisce gli amanti. Gli ombrosi viali della Villa non giungono ad ascoltare le loro parole. Il passo si fa più lento a misura che s’avvicina la porta. Quivi un’invida carrozza è pronta a compiere la dura divisione. Rimane soltanto per unica consolazione la speranza di rivedersi domani.

Ecco due persone a cui non gioverebbero i bagni in casa. E ve ne son tante! Passiamo ora a Santa Lucia, dove convengono le donne popolane e in piccol numero sono gli uomini. Non ancora e spuntala l’alba, e giù i bagni son gremiti.

Sembrati bolge dantesche, tanto è il disordine, il gridare, la calca. Credete che si contrastino? Cibò! non fanno altroché parlar fra loro e ridirsi i fatti delle vicine, delle comari e di quelle che chiamano amiche.

Non vi accostate ad esse se avete naso delicato. Dopo il bagno esterno, l’interno: acqua sulfurea ed acqua ferrata e gran distruzione di ciambellette.

La stessa scena, con tinte un poco più risentite, troverete alla Marinella, sicché mi astengo dal descriverla per pietà di voi, lettori gentili, e v’invito a venire al Molo, sul lato sinistro, nelle ore pomeridiane.

Qui troverete i più abili notatori, ma con un campo assai ristretto, tra la banchina e i legni che vi sono amarrati, tra le gomene e le catene di ferro, tra i burchielletti e le zattere.

L’acqua stagnante è più sporca che altrove, e non è poco il succidume che vi apportano i bagnatori, il cui numero e fornito dalle infime classi del popolo.

È degno di nota che i bagni marini in Napoli son situali in quei luoghi della spiaggia dove metton foce le massime cloache, sicché per trovare un po’ d’acqua limpida e un fondo arenoso t’è d’uopo correre a Mergellina a destra o al Granatello a sinistra. È degno di nota pure che una città come Napoli non abbia bagni pubblici, tenuti con qualche decenza, per quella parte del popolo che pure n’ha tanto bisogno per deporvi la gromma appastata sulla pelle.

Al primo inconveniente non saprei qual rimedio proporre, poiché mi bisognerebbe esaminar da presso la costa e notare gli sbocchi delle chiaviche.

Al secondo dovrebbero provvedere gli ospedali, destinandovi parte delle loro rendile, per la semplicissima considerazione che quei bagni pubblici farebbero evitare molte delle malattie che conducono gl’infelici popolani ad occupare i letti degli ospedali.

EMMANUELE ROCCO

1 Vedi la figura.


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LE QUESTUE IN NAPOLI

IL popolo Napolitano è generalmente divoto e pietoso. La sua divozione, assai di sovente, trascende in superstizione e questa devesi in gran parte alla ignoranza in cui finora fu tenuto dal mal governo delle passate dominazioni e, più di ogni altra, della caduta dinastia de’ Borboni: la sua pietà provviene dalla bontà di animo, sentimento che si trova in grado superlativo nel Napolitano.

Ond’è che buona parte delle chiese sieno state fondate e molte altre ampliale o arricchite dalle oblazioni del popolo, di cospicue famiglie ed anche talvolta da larghe sovvenzioni dei Sovrani delle varie case che anno avuto il dominio di queste meridionali province.

I  preti e i frati quindi, profittando di questi elementi assai favorevoli per la loro cupidigia, ne anno sempre tratto il miglior partito che per loro si poteva e, facendo toccare con mano al popolo i miracoli falli dalle Madonne o dai Santi, ne ànno sempre carpito limosino in gran copia ed uno dei mezzi più proficui messi in uso a tale scopo fu principalmente la questua.

Fra le molte, che ancora esistono delle medesime per antiche consuetudini in Napoli, ve ne a tre che, per il loro tipo affatto originale, meritano una speciale menzione in questa opera, e sono quelle per le Anime del Purgatorio, per la Madonna del Carmine e per S. Antonio Abate, dal volgo dello S. Antuono.

Di queste particolarmente ci occuperemo, lasciando stare le altre che nulla offrono di specialità e che sono tutte secondarie rispetto alla grande popolarità che anno le tre accennate sopra.

Molti gentiluomini Napolitani, fin dal 1604, furono i primi che ottennero di poter disporre la questua per le Anime del Purgatorio, il cui provvento doveva servire per farne celebrare messe in suffragio delle medesime e fondarono in poco tempo nella chiesa parrocchiale di S. Arcangelo a Segno una distintissima congregazione: ma, per alcune differenze insorte col parroco, i confratelli passarono poi nella chiesa della Rotonda, donde per la stessa causa trasferironsi nella chiesa di S. Angelo a Nilo.

Intanto lo scopo di questa elemosina avendo incontralo pienamente la simpatia de’ fedeli, i provventi crebbero a segno che la congrega si trovò nello stato di poter costruire una chiesa propria chiamata dell’Avvocata e Rifugio, comunemente detta del Purgatorio ad Arco, affidandone la direzione al celebre architetto Cosmo Fanzaga: la chiesa fu terminala in pochissimo tempo per le larghe sovvenzioni di Francesco Mastrilli, nobile della piazza di Portanuova; vi si vedono quadri di Andrea Vaccaio, del Giordano e dipinture del Massimo e del Farelli, e nell’altare maggiore trovasi il sepolcro di Giulio Mastrilli.

Nella stessa di presente si adempiono le pie fondazioni; ma la congrega, cui appartengono i confratelli che vanno questuando per le anime del Purgatorio, risiede nella chiesa di S. Maria Vertecoeli; e tiene sotto la sua giurisdizione le altre chiese della Croce del Mercato, di S.a Maria del Pianto e de’ SS. Apostoli.

Questa congrega si compone di circa 1300 fratelli de’ quali 900 vanno in giro per fare la questua, senza contare le consorelle che girano anche esse per Napoli questuando.

Ogni confratello, per esservi ammesso, paga solo la entrata, senza dare nessuno emolumento mensuale, ma assume l’obbligo di questuare un giorno per ogni settimana, e nei regolamenti si osserva che il lunedì vanno attorno uomini e donne.

Molti di tali questuanti veggonsi pure innanzi alle porte delle chiese ove concorre più popolo, gli altri giorni girano per Napoli solamente gli uomini, i quali dipendono da un altro confratello, così detto capoparanza, che raccoglie da costoro giornalmente il danaro e poi ogni venerdì lo versa al governo della congrega in Santa Maria Vertecceli.

Molti di questi capoparanza tengono poi col dello governo una specie di appalto o partilo forzoso, cioè di pagare ogni anno una somma stabilita, a tulio loro rischio di perdila o di guadagno, ma diversi di costoro son noli per essersi arricchiti con questo mezzo.

Dalle somme raccolte si pagano ogni giorno 300 messe, che si fanno dire per le dette chiese e per altre ancora, in beneficio delle anime dei defunti che si trovano nel Purgatorio.

Prima del 1800 gl’introiti annuali delle cosi dette borse solevano ascendere alla vistosa cifra di trentamila ducati ed anche più; ma dopo il citato anno lo introito è andato scemando, da non oltrepassare la somma di ducati settemila e di anno in anno ora diminuisce sempre. Infatti gli amministratori della congrega di S. Maria Vertecoeli, vedendo tanta diminuzione nello introito, la credettero assai buona ragione per non volere più soddisfare all’Orfanotrofio militare un obbligo che essi avevano, di corrispondere annui ducati 480 per dodici maritaggi alle orfane dei militari, ciascuno di quaranta ducati; chiamali però in giudizio dal detto istituto di beneficenza, ne furono costretti al pagamento.

Obbligo pure de'  confratelli di questa congrega è quel pietoso e triste ufficio di andar questuando per la città ogni volta che si deve eseguire qualche condanna di morte e delle somme raccolte si dicono tante messe in suffragio dell’anima dell’infelice giustiziato.

Quando girano per siffatta questua essi vanno riuniti a tre o a quattro insieme, tutti vestili a nero con la cravatta bianca e tengono la borsa, ove ripongono il danaro raccolto, poggiata sopra un fazzoletto bianco, ed a quelle loro lamentevoli e stridule grida—facimmo bene a st’anema co le SS. Messe!— il cuore li si spezza ed il danaro piove da’ balconi e dalle finestre delle vie che percorrono.

Grandissima poi è la divozione ed immensa la fede che il popolo napolitano, massime quello del ceto basso, serba alla Madonna del Carmine, che si venera nella chiesa di tal nome, la quale sta presso la porla della città per cui si entra nel mercato.

Questa chiesa non era prima che una semplice cappella; ma dopo venne riedificata magnificamente dalla infelice madre di Corradino. Nella stessa vi è una devotissima immagine di Nostra Donna, di pittura Greca antica, circondata da una quantità grandissima di voti appesi alle pareli, doni de’ fedeli per le infinite grazie ricevute con la intercessione di essa Madre di Dio. Vi si venera pure un famoso Crocefisso, il quale, Barrasi, che nell’assedio di Napoli del 1439, venendo tirata una palla di cannone, chinò il capo e schivò il colpo: il popolo Napolitano a somma divozione per questo Crocefisso, che si mostra scoperto nel solo giorno dopo Natale, e fino a pochi anni or sono, oltre la folla immensa del popolo che vi accorreva, vi si recava pure il municipio della città in forma pubblica a venerarlo: l’anno 1864 è stato il primo che il nostro municipio non e andato a vedere lo scovrimento di questo Crocefisso.

In detta chiesa trovavasi sepolto dietro l’altare maggiore il Re Corradino, di casa Sveva, il quale, venuto in Napoli per acquistare il regno, fu preso in battaglia da Carlo I. d’Angiò, che poi gli fece mozzare il capo nella piazza del Mercato il di 26 di ottobre 1269.

Nel sito della esecuzione fu piantala una cappella col nome di S. Croce, avente una colonna di porfido nel mezzo, rimpetto la porta grande della chiesa.

La Imperatrice Margherita, madre di Corradino, venuta per riscattare il figlio e, trovatolo morto, fece dono a quei frati dei suoi tesori, coi quali venne fondato il convento del Carmine Maggiore: nel 1767 la chiesa venne nuovamente rifatta come oggi si vede; ed in essa fu trasportata la colonnetta di porfido, che segnava il luogo della morte di Corradino con la iscrizione:

Asturis ungue Leo pullum rapiens Aquilinum

Hic deplumavit, acephalumque dedit.

Ma nel 1832, venuto in Napoli Massimiliano, principe ereditario di Baviera, concepì la idea d'innalzare un monumento allo sventurato Corradino, e ne diede lo incarico al noto scultore Alberto Thorwaldsen.


E però nel dì 11 maggio 1847 le ossa furono scavate da dietro lo altare maggiore e situale in un pilastro della detta chiesa, sulla mano sinistra entrando, ove vedesi il monumento eseguito dal dello scultore.

Sul balcone del campanile di questa chiesa venne ucciso il celebre Masaniello dopo avere arringato al popolo.

Alla porta della stessa si vede ogni giorno una paffuta donna del nostro volgo, seduta, per fare la questua per la Madonna del Carmine e per vendere gli scapolari, detti nel nostro dialetto popolare abitini  che vengono portati al collo generalmente da tutti i nostri popolani con grandissima divozione e finanche la gente più trista, che di sovente non cura i doveri di religione, la troverai divotissima per la Madonna del Carmine.

Però non deve il nostro lettore far le maraviglie se sul petto dell’assassino vedrà pendere l’abitino della Madonna del Carmine; e fino a pochi anni or sono vedevasi accesa sempre la lampada alla Immagine della stessa nelle case delle donne che fanno mercato d’amore. Nostra Donna di Santa Maria del Carmine è sempre invocata dal nostro popolano nei momenti de’ più gravi pericoli — Madonna du Carmene!!Mamma du Carmene!! — Uscito salvo dal pericolo che lo minacciava, egli non manca di portare il suo voto, per lo più dipinto su di un quadro, pel miracolo che gli a fatto la Madonna e di questi voti si riempiono poi le pareti della chiesa.

Questo uso de’ voli, che noi abbiamo ereditato dagli antichi Romani, è comunissimo in Napoli e se ne osservano una grande quantità principalmente nelle chiese di Santa Brigida , del Carmine, della Madonna dell'Arco ed in quella di Montevergine, della cui festa si è trattato nel primo volume di questa opera.

Il giorno di mercoledì è osservato per la Madonna del Carmine e chi usa sentirsi la messa, chi fa il digiuno e chi fa altre divozioni in onore della stessa.

Esiste ancora in Napoli una specie di cantastorie ambulanti, i quali sogliono andare attorno, cantando, in orribili versi, le lodi della Madonna del Carmine per qualche miracolo fatto, e vendendo pure scapolari non che la storia stampala del fatto che narra.

Il cantastorie, di cui offriamo il costume nella figura qui unita, è il ritratto fedele di un ultimo avanzo di questa specie.

Il mio originale mi raccontava essere figlio di un cieco cantastorie, che aveva ereditata l’arte paterna a forza di esercizio, la quale gli procurava un mediocre guadagno, che egli ed un suo fratello non cantavano altro, che i miracoli fatti dalla Madonna del Carmine; e che campavano così, menando sempre una vita nomade per tutte le province Napolitano.

Vedetelo con la sua ghitarra in una mano e con una bacchettili nell’altra, che serve ad indicare al popolo il miracolo che canta e che trovasi dipinto in un gran cartellone ch’egli porta avvolto sulle spalle.

Appena giunto in una piazza, in un mercato, in una fiera, ove sia gran folla di popolo, egli mette la sua tela appoggiala al muro, raccomandata ad un bastone che sostiene dal mezzo la traversa superiore , e perché il vento non potesse spingere la tela, il cantastorie si colloca nel mezzo e fra le gambe e i piedi stringe il bastone.

Dopo scelto il suo posto e situata la tela egli preludia qualche ritornello da prima per richiamare attorno a se la gente e poi comincia la sua canzone, che mi piace qui appresso riprodurre tale quale egli la canta.



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NUOVA ISTORIA

DI MARIA SS.A DEL CARMINE

NEL PAESE DI SCIGLIANO IN CALABRIA

È

O Vergine Maria

O Madre del Signore

Intenerite il cuore

Di chi mi sta ascolta.

Miracolo vivente

Che fa venire il pianto

Maria e l’Anime

Sante State a sentì che fà.

In provincia di Calabria

Ci era un mercante

Divoto era tanto

Di Maria in verità.

Il mercoledì digiunava

Lui sempre faceva

E le Anime Sante dava

Le Messe in quantità.

Si parte il mercante

Con garzoni suoi

Caricato di cuoi

La fiera andava a fà.

Fu visto da’ ladri

Che stavano nascosti

Li fecero la posta

Quando tornai a passa.

Fecero una buona fiera

Ma poi sto mercante

Si prese i suoi contanti

Per potersene ritornà.

Arrivando nel bosco

Ma questi sfortunati

Dai ladri furono assaltati

Con gran velocità.

Lo spogliarono i ladri

Facevano gran festa

Mo sentirete il resto

Del fatto raccontà.

Lo portano nel bosco

Separandolo da’ suoi garzoni

Colla camicia e sotto calzone

L'infelice restò

Lo legarono a tre alberi

Quelli perfidi atroci

Le braccia come croce

Lo fecero stendere là.

E poi li posero al collo

Una pietra molto pesante

E poi tutti quanti

Si posero a mangia.

Piangeva dirottamente

Il povero meschino

Dal petto l’abetino

Si pose a guarda.

Colla sua bocca prese

L’abito di Maria

Diceva Madre mia

Mi dovete ad ajutà.

O miracolo bello

Della nostra Avvocata

Dal Ciel poi è calata

State a sentì che fà.

La Vergine col suo manto

Le fuue va a toccare

Sciolto lo fa trovare

Del suo legame là.

Nel medesimo tempo

Comparivan le squadre

Della celeste Madre

Si misero ad ascolta.

Fuggivan i ladri

Vedendo lo spavento

Tutto in quel momento

A terra vanno a lascia.

Dicevan i ladri

Salviamoci la vita

O pure abbiamo finito

La nostra libertà.

Intanto il mercante

La Vergine andò seguendo

A Scigliano prestamente

Lo fecero trova.

Li disse Maria Santissima

A Scigliano anderai

Di voto mio sarai

E non ti dimenticò.

Sparì allora Maria

Ma lui non si accorge

Quanto gli occhi rivolge

Non la vide più.

Cosi maravigliandosi

Si partì in quell’ora

Va dal Governatore

Il fatto a palesà.

Quando fu la mattina

Tutti si sono inviali

Nel bosco sono andati

Per veder la verità.

Arrivando nel bosco

Tutto hanno trovato

Le fune tuttor legate

Nè rotte e sciolto ancora.

Vedendole il Governatore

Disse io mi protesto

Che la Vergine celeste

Ti venne a liberà.

Levano le fune dall’albero

Disse il Governatore

Queste a Monsignore

Si devono portà.

Così partiron tutti

Dicevan clic caso strano

Al Vescovo in Mostarano

Il fatto a palesa.

Ma quando Monsignore

11 Miracolo ascoltato

Poi l’à domandato

Palese la verità.

Cosa portale addosso

Ditelo figlio mio

Che la Madre di Dio

Ti venne a liberà.

In ogni mercoledì

Non ho cammerato

La Vergine ho guardato

Dalla piccola età.

Del Carmine Maria

Il suo ritratto porto

In vita sino alla morte

Ajutato ognor sarò.

Avendo questa grazia

Il mercante risoluto

Di Maria facendo il voto

La va a ringrazià.

Due di quei ladri

Furon arrestati

E furon afforcati

Senza aver pietà.


bene di notare qui che il cantastorie per ogni strofetta cantata interpone sempre qualche pausa e fa la spiega in prosa, mettendo in corrispondenza i quadretti della tela con le strofette cantate.

Essi vanno dal secondo quadretto della prima linea, che rappresenta la fiera, e procede a sinistra, poi scende in giù per due altri quadretti e ritorna alla prima linea per tenere lo stesso ordine ma inverso, finalmente segna i quattro della quarta linea che sono poco visibili.

È inutile il dire con quale pratica veramente ammirevole il cantastorie, senza rivolgersi, con la sua bacchetta addita il quadretto che ì relazione al punto della storia che svolge. Egli mette sempre un pò di studio a scandagliare l’animo degli uditori, per profittare della impressione del racconto, e lo prolunga o lo interrompe bruscamente a seconda gli torna profittevole lo indugio.

Sempre però alle prime strofe fa una raccomandazione per lo acquisto delle figurine e della storia stampala; e non è raro che, per intercessione della Madonna e per rendersi l’uditorio più grato, egli distribuisca de’ numeri da giocarsi al lotto. Ma più sovente egli è obbligalo ad interrompersi per calmare la troppo vivacità de' monelli o per raccogliere qualche soldo e ringraziare il pietoso che glielo à gettato.

Ma di tutte le questue che si fanno in Napoli la più caratteristica poi, per la specialità delle antiche costumanze che vi si trovano annesse, è senz’altro quella che si fa per S. Antonio di Vienna, detto dai Napolitani volgarmente S. Antuono de lo fuoco, forse da un miracolo dello stesso che si vede dipinto nella chiesa, nel quale sta espresso il Santo che castiga col fuoco la bocca di un ladro, che aveva rubato alcuni polli.

Le divozioni che si praticano per la festività di questo Santo anno una origine tanto antica, che meritano di farsene in questa opera di costumi una narrazione per quanto si possa più esatta.

La chiesa badiale di S. Antonio di Vienna o di S. Antonio Abate ovvero come dicono i Napolitani S. Antuono, è sita dalla parte della strada Foria ed à dato il nome ad un borgo, che prima dicevasi di S. Sebastiano e che trovasi rimpetto al grandioso fabbricalo dell'Albergo de’ poveri, dove è fama che alcuni credenti venerassero una sfigurata immagine sopra un muricciuolo. Vuoisi comunemente che questa chiesa fosse stata fondata dalla regina Giovanna I, circa gli anni 1374 a 1374 insieme ad un ospedale destinato ad accogliere infermi affetti di gravi malattie cutanee, gli scottati e segnatamente del fuoco di S. Antonio e della lebbra; e però vi si vedono le armi di delta regina. Sul muro del presbitero e posta la famosa tavola di S. Antonio Abate, opera preziosa per l’arte del nostro Colantonio di Fiore, che il de Dominici dice essere lo stesso che Nicola di Tommaso del Fiore: infatti sotto questo quadro si legge: Nicolaus Thomasi de Flore pictor 1375. Le due altre tavole che si trovano ai laterali sono pure dello stesso autore e rappresentano una S. Pietro e S. Francesco, l’altra S. Giovanni e S. Agostino.

Nel cortile, dov’era un forno ed il macello, vedevansi alcuni marmi ed iscrizioni antiche.

La chiesa fu conceduta a’ monaci del Taù di S. Antonio di Vienna, con l’obbligo di dover mantenere il detto ospedale de’ leprosi, per non tenerli dietro la città. La caritatevole opera fu mandala ad effetto ed esercitatasi dai frati con alti di somma pietà verso i travagliati da si tremendo malore, per modo che vennero in tanta venerazione il Santo e quel pio luogo, non solo fra i più credenti di Napoli ma ancora tra quelli della provincia di Campagna Felice, ora Terra di Lavoro, che le oblazioni religiose di costoro crebbero a dismisura, e principalmente venivano offerti tutti gli animali di ogni specie che nascevano segnati.

Fra questi vedovasi un privilegio pe’ porci, perocché co’ loro lardi lavati servir dovevano a medicare gli scollati, e questo immondo animale si lasciava indecentemente ed impunemente girare per la città e suoi distretti, col permesso delle autorità e con la tolleranza de’ cittadini che li alimentavano, finché fossero stati atti al macello: si vendevano dopo a beneficio de’ frati e si guardavano come porci di S. Antonio. E però che molti quadri ed immagini di questo Santo veggonsi ritratte con un porco allato.

Dismessi poi i frati, fu il pio luogo ridotto in Abbazia e data iti commenda con l’obbligo di mantenere l’ospedale. L’opera mancò, ma non mancarono le oblazioni successive, per cui si videro aumentati i porci nella città e nei distretti, che, oltre a’ danni insoffribili che apportavano, rendevano impraticabili le pubbliche strade.

Nel 1605 se ne vide per la prima volta libera la nostra città, quando governava da Viceré il Cardinale D. Pasquale d’Aragona, e la cagione fu questa, come narra il Celano:  

» In ogni anno, a’ 16 di decembre, si fa una solennissima processione nella quale vi si porta il Sangue e la Testa del nostro Santo Protettoro Gennaro, in rendimento di grazie di averci liberalo dall’orrendo incendio del Vesuvio, accaduto nell’anno 1631. In questa processione v’intervenne l’Arcivescovo e clero, così regolare come secolare, il signor Viceré, con il suo Collaterale e la Città, e nella strada maestra della Cattedrale, mentre io portava il Sangue, ed altri miei Concanonici la Testa sulle spalle, com'è solito, un insolentissimo animai di questi, a tutta carriera, s’infilzò per mezzo delle già dette Sante Reliquie, e se il signor Cardinale d'Aragona, che veniva appresso, non era presto  a sfuggirlo, portava rischio d’andare a terra, che però fu ordinato che si levassero tutti e ne uscirono solo dalla città più migliaia».

Nel 1099 si vietò pure a Parigi il lasciar correre i maiali per le vie, perche, tornando il giovin re Filippo da Remso, ove era stato incoronalo, nel passar ch’ei faceva da Sangervasio, un porco attraversò le gambe del suo cavallo, cadde rovescio e ne morì. Questo divieto spiacque ai monaci della badia di Sant’Antonio, i quali pretendevano non potersi impedire a quelli animali di liberamente errare per le vie, senza diminuire il rispetto dovuto al loro Santo protettore. Fu d’uopo quindi venire ad un accordo co’ monaci, in cui si stabilì che i porci del convento potessero voltolarsi impunemente nel fango delle vie, purché avessero un campanello al collo. Da ciò credo pure derivi che, oltre del porco, si vegga anche il campanello in molti quadri o figure del 5. Antuono. Ed in Napoli ancora, dopo la proibizione fattane dal Viceré d’Aragona, vennero nuovamente introdotti come prima, ma oggi veggonsi totalmente scomparsi dalle pubbliche vie, mediante i rigori spiegati dal municipio con ammende, con sequestro degli animali e con un premio a chi ne prendesse uno vivo errante per la città.

Questa ricca badia fu quindi aggregata alla mensa Arcivescovile di Napoli. Papa Clemente XIV, con sua bolla, la diede in commenda al gran priore dell’ordine Costantiniano prò tempore, di cui era gran maestro l’ex re delle due Sicilie. Essa forma la prima commenda di tale ordine e le sue immense grande disperse per queste province meridionali sono divise ai commendatori dello stesso.

Nel 1767 il Cardinal Scrsale, nostro Arcivescovo, Abate Commendatario di questa chiesa, fece erigervi una bella facciata. Oggi capo di detta Abbazia è il Cappellano Maggiore $ e da lui dipendono il Vicario, i sacerdoti ed i questuanti della chiesa, che non possono girare per le questue senza ottenere dal medesimo una patente che li autorizzi a ciò fare. Le offerte al Santo formano anche oggi la rendita principale della chiesa. I questuanti, vestiti quasi come i monaci del Taù, escono ogni giorno girando per le diverse sezioni della città e, siccome pure costoro fanno della questua una specie di appalto, così portano al Vicario quel tanto che debbono ogni mese e la somma maggiore che introitano la ritengono per loro profitto.

Il questuante, nel presentarsi alla porta del nostro popolano, comincia a suonare il campanello di ottone che tiene in una mano  e lo suona durante tutto il tempo che recita questa specie di preghiera in cattivi versi e nel dialetto napolitano:

Sant’Antuono abbate e polente

Libera sti devote da mate lengue

Da fuoco de terra e da mala gente!

Mamma de la Potenza

Dàlle aiuto, forza e provvidenza

E lo santo timore de Dio!

Indi fa baciare la figura del Santo, che trovasi sul cassettino, dove si gettar obolo per la elemosina. Poi, semai nella casa dell’operaio vi è qualche bimbo lattante, la madre fa bere un poco di acqua al fanciullo nel campanello del questuante, credendo così che il bimbo giunga a parlare presto e spedito.

Questa è una delle tante superstizioni di cui abbondava il nostro basso popolo e di cui non ancora trovasi scevro del tutto, nonostante il progresso e la civiltà de’ tempi: pur nulladimeno esse sono di gran lunga scemate e la istruzione popolare, di cui già si vede buon frutto, non larderà molto a disperderle affatto.

Giulio Cesare Cortese, nel suo poema eroico in dialetto napolitano, intitolato la Vaiasseida, nelle due ottave qui sotto riportate, narra molte di queste superstizioni, cui avevano fede i nostri popolani, e, fra le stesse, accenna pure a quella di far bere il fanciullo al campanello del questuante di S. Antuono. Parlando sempre di un bimbo allora nato il nostro celebre poeta dice:

E caccialo tre vote quanno è nato

Fore a la chiazza, che sarrà coieto:

La sera, e tu lo chiamma sbregognato;

No lo chiammà pe’ nomine, te lo beto,

Ca de Janàra non sarrà guastato;

A la cànnula ’mpizza de secreto

La fuor fece: e po miette a la fonesta

Vallariana, e statte sempre’n festa.

A la camìcia no lo fa guardare

Ca vesce guercio, e a lo campaniello

Fa che beva se vo pricsto parlare;

E se fosse no poco vavosiello,

Da quarche schiavo e tu lo fa basare:

E’nfronte falle tene lo torceniello:

E chello che ll’e mprommiso falle havere,

Se nò lo vederai sempre cadere .

Quando incomincia il mese di Gennaio e si approssima la festa del Santo, questa prende allora proporzioni più vaste e più grandiose. A cominciare dal 6 di detto mese una statua di argento di questo Santo è tolta dal nostro Arcivescovato e portala in processione, per raccogliere doni ed offerte che recano nella propria chiesa, dove resta fino a che non a giralo le dodici sezioni o quartieri della città, facendone sci nello uscire dallo Arcivescovato e sei nel rientrarvi, ciò che accade prima di uscire dallo stesso Arcivescovato l’altra statua di S. Giuseppe. Durante il tempo in cui la statua di S. Antuono si trova esposta nella propria chiesa si fa la benedizione a’ cavalli, agli asini, a’ buoi e ad altri animali, massime poi nel giorno della festa del Santo, ciò che rende un introito da 15 a 20 lire per ogni padrone che porti animali a far benedire, girando tre volte nell’atrio o innanzi alle porte della chiesa.

Questa usanza antichissima, fin da’ tempi del paganesimo, prati cavasi intorno al famoso e colossale cavallo di bronzo fondato da’ Greci, ne’ tempi remotissimi della repubblica napolitana, in onore di Nettuno, e questa opera ammirabile fu posta tutta intera ed isolala sopra un piedestilo nella piazza del tempio di Nettuno, cioè nella presente piazza avanti la porta piccola dello Arcivescovato, nel luogo islesso ove fu eretto dallo architetto Fanzaga l’obelisco in onor di S. Gennaro. Il cavallo di bronzo rimase la fino al 1322, tempo in cui era giunta a tali eccessi la superstiziosa credenza del volgo napolitano, la quale assicurava al medesimo una occulta virtù di sanare il dolor di ventre a tutti quei cavalli che per tre volle vi girassero intorno, che l’Arcivescovo di quel tempo, mosso da religioso zelo ma poco plausibile per la irreparabile perdila di un magnifico capolavoro, ottenne di farlo togliere e disfare.

Infatti del corpo ne furono fuse delle campane, e si crede che ne venne conservala la sola lesta col collo, la quale, a seconda di quanto accennano diversi scrittori napolitani, fu poi ottenuta a stenti dopo molti anni da Diomede Carafa e sarebbe quella che oggi ancora si vede nel nostro Museo Nazionale. Essendomi però recato nello stesso per verificare la cosa ed avendone interrogato il Commendatore Fiorelli, che si degnamente ne occupa il posto di Direttore, per le cortesi dilucidazioni ricevute dal medesimo, sembra certo che tutti gli scrittori siensi finora ingannati, perocché, essendosi dovuta trasportare da un luogo in un altro la testa di cavallo in bronzo esistente nel Museo, si è avuto luogo ad accertarsi che essa non appartenne mai a nessun corpo e che venne fusa tale quale si trova, osservandosi alla fine del collo il curvo egli scoli rimasti nel getto dalla fusione: quindi è a ritenersi che quella testa di cavallo fosse stata rinvenuta così, essendo quello il simbolo della Divinità adorata dagli antichi ed è simile alle teste di cavallo che si osservano sulle antiche monete della Campagna Felice, che allora trovavasi riunita alla provincia di Napoli.

Tale antichissimo materiale costume di far guarire i cavalli ed altri animali da soma facendo le giravolte, distrutto il cavallo geroglifico di bronzo, passò col tratto de’ tempi intorno alla chiesa di Sant’Eligio, volgarmente detto 5. Aloia. Il popolaccio, credendo ritrarre da questa usanza miracolosa guarigione degli animali, dopo gli accreditati giri, li sferrava, ed in segno della ricuperala salute appiccava sulla porla della chiesa i ferri degli animali, a guisa di tessere votive. Tali segni votivi furono conservali fino a che la chiesa si mantenne con architettura gotica, siccome fu istituita nella sua costruzione a’ tempi di Carlo I. di Angiò; ma poi, essendo stata rifatta in altro modo, i voli furono tolti e condannali alla fucina. È rimasto perciò in uso a’ nostri conduttori degli asini o dei cavalli di chiamare in aiuto S. Aloia, quando l’asino o il cavallo stramazza al suolo sotto grave carico; al contrario di quando si mostra restio o caparbio, perché allora lo invocano con rabbiosa imprecazione a danno del povero animale!

E nel nostro volgo dicesi ancora portare i ferri a S. Aloia, nel senso di quando uno trovasi assai mal ridotto in salute.

Di questa usanza antichissima delle giravolte de’ cavalli, appena ne rimane un’ombra a’ dì nostri nella benedizione degli animali da soma e da tiro che si fa alla chiesa di S. Antonio Abate, nel giorno della festività del Santo—In quel giorno quindi i signori mandano pei loro familiari i cavalli bene strigliali e co’ crini del collo e della coda tutti ornali di nastri di svariati colori e di fiori artefatti. Gli animali poi che appartengono a persone del volgo veggonsi pure decorati di ciondoli, di campanelli, di ciambellette appese al collo, di sosamelli, di piccoli caci detti casecavalluccie, di castagne o nocciuole infilzate ad un cordino e di qualunque altra cosa speciosa che possa venire in mente al nostro vivace ed immaginoso popolano ma sempre insieme a tutto ciò la figura del protettore Sant’Antuono. Ed è tanto vero che questi animali che vanno a farsi benedire veggonsi belli, allisciati e magnificamente parati, che il già menzionato poeta Cortese, per fare una similitudine delle nostre servette parate a festa, le rassomiglia ai medesimi nella seguente ottava:

Songo le bajasselle justo justo

Cenere, e ghianche comme na rapesta,

Coloritene proprio comme arrusto;

E saporite cchiù che n’è l'agresto,

0 sia de lo Jennaro, o sia d’Agosto,

0 juorno de lavoro, o de la festa,

Le bbide cchiù attellate, e chiù lucente,

Ca nò lo Sant’Antuono le ghiommente.

Un’altra divozione che a il nostro basso popolo per S. Antuono, ma che quanto prima dovrà pure sparire per opera delle guardie municipali, si è quella d’invocare da questo Santo, nella vigilia della sua festa che viene a’ 17 del mese di gennaio, protezione contro gl’incendi, e per fare ciò tenta ogni mezzo da produrne qualcuno, facendo in ogni strada ed in ogni vico degl’immensi falò di legname che brucia e che vien raccolto tutto in quel giorno da’ vicini del sito in cui si vuol formare il falò: quindi scatole, botti, porte, ceste e qualunque altro oggetto di legno vecchio e consunto che possa contribuire ad accrescere il fuoco è portato da’ vicini o gittato da’ balconi e dalle finestre in onore di S. Antuono.

Di tutto poi vien formata una immensa pira o rogo, a cui sull’imbrunire della sera si appicca il fuoco, il quale deve consumarsi tulio fino a diventar cenere. Tutto ciò forma la baldoria de’ monelli della strada ed il diletto di tutto il vicinato, che deve chiudere le finestre e i balconi per non restare vittima delle grandi colonne di fumo che ammorbano l’aria e per evitare qualche miracolo che potesse fare il Santo con qualche scintilla che introducendosi in casa vi appiccasse veramente il fuoco.

Abbenché però in tutte queste nostre usanze si scorgesse quasi sempre una derivazione degli antichi costumi Greci o Romani ed abbenché pure ve ne fossero ancora alcune che, per il loro tipo originale e caratteristico napolitano, tornassero sempre bene accette al curioso viaggiatore pur tuttavolta, per la civiltà de’ tempi e pel progresso, esse andranno a poco poco a sparire dalla briosa città di Napoli, come con la istruzione del popolo sparirà ancora la sua superstizione, e sarà allora che questo libro rimarrà come un semplice documento storico nelle biblioteche.

FRANCESCO DE BOURCARD


1 Vedi —Scavamento delle ceneri del principe Corradino di Svevia e loro traslazione nel monumento a lui eretto nella chiesa del Carmine Maggiore in Napoli, descritti dall'architetto Pietro Novi. —Napoli dallo stabilimento poligrafico di C. Calaneo — 1847.

1Vedi la figura.

2Una gran divozione hanno i napolitani ed una gran fede nel chieder grazie alla Madonna di S. Brigida, che si venera nella chiesa e casa dei Padri Lucchesi nella strada detta anticamente la Galitta, da Francesco Tovara cavaliere Spagnuolo, discendendo la strada Toledo, ed ora Santa Brigida dalla detta chiesa: questa venne fondata nel 1640 da una spagnuola per nome Giovanna Queveda: vi erano prima i Padri dell’Oratorio che la lasciarono, per la regola che non ammette se non una casa per città, e fu poi divotamente ufficiata da’ detti Padri Lucchesi, finché non vennero soppressi nel 1861. Ora la cura della stessa è affidata ad un sacerdote che vi funziona da rettore. La cupola di questa chiesa è dipinta dal nostro Luca Giordano e vi si osservano dei buoni quadri di artisti quasi tutti della scuola Napolitana.

1Questo bastone si piega in due, sicché i due pezzi e la tela che si ravvolge in rotolo, formano un apparecchio per quanto semplice altrettanto spedilo.

2Vedi la figura.

A Delle notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli — Giornata ottava.

1Vedi la figura.

1La Vaiasseida—Canto I stan. 30 e 31.


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LE FESTE DI PASQUA

IN nessun paese del mondo il popolo celebra le feste come in Napoli. L’ardore meridionale, la spensieratezza, l’obblio di ogni cura, il non esser solleciti della dimane come fu imposto agli Apostoli, l’abbandonarsi in somma alla gioia perché questa s’insinui nell’anima per tutt’i pori del corpo, e privilegio speciale del popolo napoletano. Nè si manifesta meno il suo buon cuore nelle feste: se sta mangiando e bevendo all’aria aperta della strada in cui dimora o della taverna urbana o campestre, non passa amico a cui non offra un bicchier di vino e non lo costringa ad accettare, non pezzente a cui non dia almeno un pezzo di pane.

Chi è presente a queste baldorie, a questi tripudii, se non è un freddo egoista, sente passarsi nell’animo quell’aperta e franca allegria, ed io ho raramente provato tanto piacere quanto nel vedere quella popolare contentezza nei dì festivi nelle affollate bettole suburbane.

Dolorosamente questo bel quadro ha il suo lato tristo. E qual cosa non l’ha quaggiù? Spesso si fan debiti e pegni per una momentanea gozzoviglia, verificandosi quel proverbio spagnuolo che dice giorno di tutto vigilia di nulla. Spesso la vista di un ubriaco deturpa la scena finale dello spellacelo, e spesso la conturbano le risse, che non di raro riescono ad insanguinarla.

 Fra queste feste hanno il primato quelle di Pasqua. Poste nella stagione in cui si esce dal torpore dell’inverno (torpore relativo al clima che non è certo quello delle marmotte delle Alpi), in cui la primavera ringiovanisce l’anno, più che l’aspetto di famiglia delle feste del Natale, hanno l’aspetto di festa dell’intera città. Quelle cominciano e si compiono fra i domestici lari, queste se cominciano in casa, si vanno a compiere fuor del pomerio cittadino.

Preparativo alla crapula è il lungo digiuno dei dì quadragesimali, fatto più rigido in quelli della settimana maggiore. E la nostra plebe l’osserva bene quel digiuno, un po’ per divozione religiosa, un po’ per necessità. Il digiuno di quaresima del ricco sarebbe per un popolano lautezza squisita. Fagiuoli, minestra di cavoli, baccalà, aringhe, peperoni in aceto, zucche e carote alla scapece, cipolle, ed altri simili cibi, sono per lui nutrimento consueto. Sicché non è strano che la povera gente voglia in alcune occasioni festive dell’anno avere il suo banchetto, regalarsi del bendidio, e farsi un tratto una buona scorpacciata, cavando il corpo di grinze.

All’indigestione provvede il moto corporale e l’aria della campagna; e in ogni caso vi rimedia la consecutiva dieta abituale. L’ubbriachezza passa con un buon sonno. E se vi furono risse, quelle che non finiscono con una gita ai Pellegrini e con una villeggiatura gratuita alla Vicaria, hanno presto componimento in una pace procurata dagli amici o dai compari, pace più sincera e più durevole di quella onde ora godono le potenze europee.

Detto questo così sui generali delle feste di Pasqua, entriamo a dire qualche cosa più in particolare.

Il prodromo si ha già nella settimana santa. Da ogni parte cominciano ad andare in giro per la città servi e facchini con regali, che non solo sono dimostrazione di affetto fra amici e fra parenti, ma il più sovente dimostrazione superba di superiorità a chi crediamo essere a noi inferiori, e spesso turpe mercede di favori a persone in carica o ai loro facili ministri e servi. La gente elegante corre ai misereri  per fare sfoggio di vestimenta, e trova una delizia la musica più noiosa del mondo.

E mentre i pizzicagnoli incominciano l’apparato pasquale delle loro botteghe, il bel sesso corre a far mostra di se nella passeggiata di Toledo, che dal tocco del giovedì rimane sgombro di carrozze fino alle dieci del mattino del sabbato.

Negli anni passati era vietato in questo tempo per tutta la città il passaggio delle carrozze e d’ogni altra sorta di veicoli. Di più, i bigliardi dovevano starsene inoperosi, e in molte case non si usava spazzare nò sonare alcun istrumento.

Qual ragionevolezza s’avesse questa usanza, io noi saprei dire: soltanto posso dire che ora rimane il divieto delle carrozze per Toledo e per qualche altra strada principale. E tutti vi si versano, come fiumi affluenti di un fiume reale, più che a visitare i sepolcri nelle chiese, a dare spettacolo di sò e de’ suoi abiti, a vedere i serpenti ringiovaniti che al cessare della fredda stagione escono dalle tane rivestili di novella scaglia. Esposizione vivente, ove si vede e si è veduto.

Si entra e si esce dalle chiese per ammirare il paramento, l’addobbo, la scenica montatura del così detto sepolcro; e per riposarsi dalla passeggiata si va a sedere alla predica della Passione.

Ed intanto il pizzicagnolo ha compito il suo apparato, dove salami e salumi, latticini e formaggi (Fogni maniera destano l’appetito nel comune dei riguardanti e le voglie nelle gravide. Per descrivere quest’altra esposizione ci vorrebbe un intero lessico culinario, con molte aggiunte per quelle specialità che non hanno riscontro nella bella lingua toscana. Vi dirò solo che anche qui il politico ha di che confortarsi, vedendo il prodotto dell’unità nazionale nell’unione degli svariati prodotti di tutte le italiane province.

I prosciutti del Cilento danno la mano ai zamponi di Modena e alle mortadelle di Bologna, il caciocavallo di Regno e di Sicilia fraternizza col parmigiano di Lodi e collo stracchino di Milano; il cacio di Coirono s’abbraccia a quello di Sardegna, e la ricotta salata di Avella dà un bacio alla ricotta fresca e al butiro di Roma. L’ordine e la simmetria che pone il pizzicagnolo fra le sue merci potrebbe servir di modello, non che ad un architetto, ma ad un amministratore.

La gente attonita si ferma e guarda con occhi cupidi, mentre mentalmente riduce quei chilogrammi, quelle lire e soldi delle cartelle, in antichi pesi e moneto di Napoli, e poi rivolge l’occhio del pensiero all’asciutto e magro borsellino.

E cresce il lavorio preparatorio: alle solite cantilene dei venditori soggiunge quella del grano per la pastiera, de’ limoni dolci, e su tutte domina il grido del beccaio ambulante—chi ammazza o piecoro—grido a cui rimangono esterrefatti molti e molti mariti. Le vie, le piazze, i mercati si popolano di venditori e di merci; le botteghe, e specialmente quelle dei pasticcieri e dei confettieri, si abbellano di straordinaria mostra delle loro mercanzie. E a questo universale movimento si mesce ad ogni piè sospinto una voce che intuona il cento di questi giorni, voce che scende dritto alla borsa per praticarvi un salasso.

Ma ecco suona la gloria: spari festivi, campane, cannoni l’annunziano. Le carrozze riprendono il loro corso ordinario. L’alleluja discaccia fin l'ultimo tristo pensiero, fin l’ultimo segno di lutto, e tutti gli animi son volti al banchetto della dimane. Ma è ancor sabbato, poiché la Chiesa che anticipa di un giorno la morte, anticipa pur di un giorno la risurrezione. Quindi la plebe si divora devotamente l’ultima aringa, l'ultima salacca. l’ultima sarda salata, mentre il ricco assapora delicatamente il consueto storione e fa penitenza col pesce spada, col merluzzo, colla sogliola, colle triglie, coi calamai. Gli apparecchi incalzano; gli spenditori sono in volta, e chi non l’ha fa la spesa da sè; fornai, macellai, pasticcieri, cuochi, ostieri, vinai, sono in grandissime faccende: fervei opus.

Non vi descriverò il pranzo pasquale: aprite la Cucina del duca di Buonvicino, e troverete più di quello eh’ io potrei dirvi. Ma i cibi di prammatica sono la minestra di Pasqua, lo spezzatilo con uova e piselli, l'agnello al forno, l’insalata incappucciala, la soppressata colle uova sode, il tortano, il cosatello, e per corona e suggello del pranzo la pastiera. Io vi parlo delle usanze del popolo, a cui più o meno si accosta la classe media. I ricchi e i nobili non si abbassano a queste vivande plebee, o se pure s’imbandiscono sulle loro mense, poco o nulla conservano del nazionale primitivo aspetto.

Ne sia esempio il cosatello. Nella sua prima semplicità popolare non è altro che un pane di forma circolare, come un grosso ciambellone, in cui si conficcano delle uova, anche un solo, secondo la dimensione del pane, e queste uova, con tutto il guscio, son fermate al loro posto da due strisce di pasta in croce. La pasta è la solita pasta del pane, ma intrisa con lardo strutto. Cotto al forno, le uova vi divengono sode.

Questi casatelli per lo più si fanno in casa, prendendo la denominazione di casatello a un uovo, a due uova e via dicendo, e non solo si regalano scambievolmente, ma si danno ancora ai servi, alla lavandaia, e ad altre persone domestiche . Ma il ricco, se pur si degna di farne fare in casa o di comprarne, vuol che vi sia mescolato zucchero, uova battute e vattene in là e i venditori di dolciumi e i pasticcieri ne fanno a questo fine di altre paste dolci, di pan di Spagna, e di svariate altre guise, sol conservando del popolare casatello la forma circolare colle uova o altra cosa che abbia forma di uovo.

Ogni festa ricordevole ha fra noi il codazzo di altre due. Così al Natale, così alla Pasqua, così alla Pentecoste. Ed è ben ragione che non si passi di botto dalla gozzoviglia all'ordinaria forzosa frugalità. Il passaggio si fa per gradi, e l'esuberanza del dì della festa si vuol digerire nelle due feste secondarie.

In queste si consumano gli avanzi del dì solenne, e si provvede a quel che manca nelle taverne, nelle osterie, nelle cantine, specialmente in quelle che sono nei deliziosi dintorni di Napoli. Pazzigno, il Granatello, il Pascono, Casanova, Lotrecco, Capodichino, l’Ottocalle, Miano, lo Scutillo, Antignano, il Vomero, Posilipo, Fuorigrotta, accolgono i popolani di Napoli.

E senza uscire dalla città, guardate in uno di quei giorni il corso Vittorio Emmanuele, la Marinella, Santa Lucia, Foria, Porto, il Pendino, le adiacenze di Porta Capuana e di Porta Nolana, e non avrete bisogno della testimonianza di Persigny per conchiudere che il popolo napolitano è il popolo più allegro e più contento del mondo.

Ma le feste, già declinanti nel martedì, son finite nel dì seguente. Tutti ripigliano le loro occupazioni, meno coloro che non ne hanno alcuna. L’operaio torna al lavoro, e purché n’abbia, purché la sanità rida sul volto di lui e de’ suoi, manda al diavolo ogni malinconia, e pensa come fra cinquanta giorni possa andare a Montevergine o almeno alla Madonna dell’Arco.

EMMANUELE ROCCO

 1 È inveterata costumanza che il direttore del conservatorio di musica in Napoli debba comporre un miserere che poi viene eseguito ogni anno dagli alunni in tre sere della settimana santa. Di presente nella chiesa di S. Pietro a Majella, attigua al collegio, si esegue quello del cav. Saverio Mercadante succeduto al cav. Nicola Zingarelli. La chiesa in tale occasione è sempre piena di gente elegante, soprattutto di stranieri. Io I lio inteso una volta sola.

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LA FESTA DELLA MADONNA DELL’ARCO

IL santuario della Madonna dell’Arco, come i tanti altri aperti alla venerazione del pubblico, riconosce la sua origine dalla tradizione, che noi, senza assumerne veruna responsabilità, esporremo appresso con i documenti cui si appoggia. Ma anzitutto, in grazia della precisione, è mestieri notare esservi tre di questi santuari sotto il titolo medesimo.

L’uno sorge in Aliano, bel villaggio nelle circostanze di Napoli. Intorno al quale, lasciando d’ogni altra cosa che lo concerna, come delli immegliamenti man mano arrecativi, degenerici e donativi in diverse epoche ricevuti non meno da cospicui personaggi che da oscuri devoti, del modo onde la chiesa pervenne finalmente ai Riformati di San Francesco, i quali di presente ne hanno la cura, e di altro che potrà, chi ne abbia vaghezza, ragguagliatamente leggere in apposito opuscolo,  ci basti accennare come quella effigie della Vergine vi si vedeva sin del 1600 dipinta a fresco in mezzo alla pubblica strada, e precisamente nel silo dove ora sorge la chiesa ed il convento.

Un Giuseppe, si narra, attratto di ambedue la gambe, avendo miracolosamente ottenuto di guarire, fu cagione che ivi numeroso popolo accorresse e con abbondanti offerte e limosino desse i mezzi ad innalzarvi l’altare ed a promuoverne il culto.

Riportiamo, se non altro per l'ortografia de’ tempi, il bando che — governante Napoli Carlo. di Tappia, Collaterale del viceré Spagnuolo — venne scolpito in marmo, a man diritta dello stradale che mena alla chiesa, ed in dove si accenna a provvedimenti adottali per garantire il santuario da irriverenze.

PHILIPPUS DEI GRATIA REX etc.

CAROLUS DE TAPIA MARCHIO BELMONTIS r. collt con rius regiaeq. cancellarle regens et comm. per s. e. de legatus

PER IL PRESENTE BANNO ORDINIAMO E COMANDIAMO CHE DA ROGGI AVANTI NISUNA PERSONA DI QUALSIVOGLIA STATO, CONDITIONE ARDISCA DI GIOCARE A MAGLIO E PALLE AVANTI LA CHIESA DI N. S. DELL’ARCO DEL CASALE DI MI ANO PER QUANTO TENGONO LI CHIAPPI POSTI IN STRADA, NÈ ATTORNO LA CHIESA ET MONASTERO PREDETTO SOTTO PENA DI ONZE CINQUANTA PER OGNI VOLTA D’ESEGUIRSI IRREMISIBILMENTE CONTRO LI TRASGRESSORI APPROPRIANDA AL REG. FISCO E SOTTO L?ISTESSA PENA S’ORDINA ALL’UNIVERSITÀ DI DETTO CASALE, AFFITTATORI E GABELLOTI, ET ALTRI MINISTRI A CHI SPETTA PNTI E FUTURI CHE NON DEBBONO MOLESTARE SOTTO QUALSIVOGLIA PRETESTO LE PERSONE CHE VENDERANNO E COMPRERANNO ROBE NELLA STRADA PREDETTA IN TUTTI LI GIORNI DELL ANNO, E IN PARTICOLARE DELLA SS. PASCA DI RISURRETIONE, E PENTECOSTE, NÈ GLI ANIMALI, CHE STARANNO IN DETTA STRADA E GLI OFFICIALI DI DETTO CASALE PNTI E FUTURI DEBBIANO TENERE PARTICOLAR PENSIERO DELL’OSSERVANZA DEL PNTE BANNO, ET ACCIOCCHÉ VENGA A NOTITIA DI TUTTI ETC.

GAROLUS DE TAPIA.

F. INASTASI US ACTUAR.

BANNO UT SUPRA.

Altra immagine di Santa Maria dell’Arco ha culto in un castello della diocesi Aquilana. Era essa in origine, secondo la leggenda, dipinta in una stalla  e lo stalliere aveva cura di mantenervi una lampada accesa, anche durante la notte.

Il 9 settembre 1695 in sul tramonto, la lampada, senza essere stata da mano d’uomo alimentata, si vide risplendere, il qual prodigio quindi ha più volle rinnovato, e molti ammalati risanarono pure dopo essersi unti con l’olio di quella. Questi fatti animarono la fede dei credenti e la stalla venne infine convertita in chiesa.

Ma quel che ora forma nostro special proposito si è il santuario dell’Arco appartenente al comune di Sant’Anastasia in prossimità di Napoli, ove i nostri lettori già lasciarono raccolte le numerose e sollazzevoli brigale e le devote schiere reduci da Montevergine, perocché infatti la festa della Madonna dell’Arco non è che un’appendice di quella di Montevergine.

Lungo la sinistra della strada che da Napoli mena a quel comune, un miglio all’incirca di qua da esso, vedevasi nel 1500 un intonaco con su dipintavi l’immagine della Madonna, la quale, a cagione di un arco da porla che stavate di rimpetto, ebbe il titolo dell’Arco.

Nel secondo giorno di Pasqua, così la tradizione  un giuocatore di maglio, mosso da dispetto per avere fallito un colpo, scagliò la palla sul volto della santa immagine d’onde vuolsi scaturisse sul momento vivo sangue. Fosse stato l'orrore del delitto 0 il timor della pena il giuocatore rimase col braccio in aria, immobile e quasi pietrificalo. In quella trovandosi a passar di la il conte di Samo, spedito contro i malfattori dal viceré di Napoli, e verificato il fatto condannò il reo ad essere appiccalo col suo maglio indosso, avvenimento che si vede effigiato su grossa tavola ovale sospesa ad una delle navi laterali della chiesa, co’ seguenti versi, attribuiti al nostro Niccolò Capasso:

Longius intendens, tiliam quatit irritus ictu

Lusor, et inde globo Virginis ora ferii

Illa cruore madet, saxi riget impius instar

Et ludi metam comperit esse crucem

La lama del prodigio trasse gran numero di fedeli al santuario, laonde si diè tosto mano ad ampliar la cappella, la quale progredì, la mercé di continue limosine ed oblazioni, e da ultimo un Scipione de Rubeis Capece Scondito altra ne fé’ sorgere a proprie spese, assai comoda e munita di porte di ferro, cosicché l’immagine restò chiusa dalla parte inferiore in cancello di legno dorato, e dal mezzo busto in su ricoperta da una lastra di vetro ben grande.

5Il fatto medesimo vien narrato dal Celano  il quale peraltro lo riferisce al 1590, ciò che importerebbe un anacronismo notabile.

Nel dubbio crederemmo attenerci alla data segnala dal dotto ed accurato scrittore patrio, anziché a quella menzionata dall’opuscolo citato Origine del Cullo di Maria SS. dell Arco, ove ha potuto incorrere anche qualche menda tipografica.

Altro notevole avvenimento è poi riferito tanto dal Celano quanto dall’autore dell’opuscolo all’anno 1590. Eccolo. Nel lunedì dopo Pasqua di quell’anno ritornavasene dal santuario certa Aurelia del Prete, da Sant’Anastasia, dopo avervi deposto un voto, menandosi dietro un porcello, il quale, spaventatosi pei clamori della immensa calca, le sfuggì dalle mani. Datasi la donna ad inseguirlo cadde, e nella caduta bestemmiò il tempio e chi lo costrusse. Il marito, che erale allato, si la riprese, ammonendola, quasi profeticamente, che in pena della bestemmia caduti le sarebbero i piedi, come appunto avvenne, ché ella, senza dolore né spasimo, un dì se li vide cadere appiè del letto, l’un dopo l’altro e si veggono, in memoria del fatto, sospesi tuttavia ad un pilastro del tempio.

L’epigramma che vi allude, e che vuoisi anche del Capasse, è scolpita sulla lapide posteriore del tempietto di marmo collocalo nel bel mezzo della chiesa e concepito così:

Dum cadit insectans fugientem femina porcum

Virginis aediculam dente scelesta petit

Post annum (miseracque fuit Virus verus aruspex)

Quos male direxit perdidit aegra pedes.

Tra gl’innumercvoli voli che cuoprono le pareli del tempio, fin sotto il soffino, si osserva un cero molto ben lavorato e listato in oro, dono d’un nobile maomettano, due ligure di schiavi liberali miracolosamente da orrido carcere, con la catena di un di essi, Leonardo Marsico da Napoli, sul sinistro lato della cappella della Vergine, e poi grucce, sandali, zappe, badili, catene e scale e mille altre cose, fra cui pure una notevole quantità di bare, che ricordano altrettante umane creature strappate per prodigio alli artigli della morte che già ne aveva fallo sua preda.

E poiché siamo su tale punto vogliamo accennare, ma non mica in modo speciale ed esclusivo per la chiesa dell’Arco, come queste tabelle votive nella massima parte in nulla corrispondano all’altezza del beneficio che vogliono ricordare, nò alla maestà ed al decoro stesso del tempio, ciò che è tanto più notevole in quanto che, se volgiamo lo sguardo all’antichità gentile, troveremo che alle pareti dei loro templi sospender solevano le armi e le spoglie più magnifiche, risplendenti e ricche.

Infatti che cosa sono quelli abbominevoli imbratti ove si veggon tracciati sbocchi di sangue che somigliano alla lava del Vesuvio, archibugi spianali onde partono delle dense parabole di fuoco, che paio» canne da lavativo onde si scarichi acqua di carote; e certi naufragi simili ad una grande saponata di barbiere, e certi aborti di uomini e certe montagne che rassembrano torroni di Aversa, e certe piantagioni di cavoli o di funghi in cui invano ti sforzeresti a ravvisare briganti sparsi per le campagne o soldati in battaglia, che l’innocente pittore ebbe l’intenzione di presentarli?

Che voglion dire quegli occhi incera, iniettati di sangue, que’ ventri, quelle mascelle tumefatte, quelle gambe con certe piaghe ributtanti ed impossibili?

Che cosa diremo degli orribili solecismi, della strage che si fa in coteste tabelle del Buommattei e del Corticelli e del Puoti? Basti per tutto citare il seguente v. f. e c. a. .

Dal Capitano Vincenzo di Dxxx agli 12 marzo 1851 da Napoli a Palermo. È siamo salvo per M. SS. d’Arco?

Si sospendano pure queste tabelle, ma costa egli molto che sien fatte da men tristo pennello e descritte con alquanti) maggior rispetto all’ortografia? Non sembri superflua una tal digressione quando si ponga mente che in molte chiese della Francia, maestra in fatto di eleganza, ciascuna tabella votiva si forma di un lucido, ben levigato e riquadrato mattone dj bianco marmo, ove è scolpito un brevissimo cenno della grazia avuta con la corrispondente data.

Queste tabelle, tutte e perfettamente uniformi, sono poi simmetricamente disposte sulle pareti del tempio, cosicché, secondo vengono moltiplicandosi, finiscono per formare una intera facciata in marmo assai decorosa e piacevole al guardo.

Ed ora, che celeremente si va per la via del progresso, non sarebbe egli a seguire l’esempio, e sostituire questo mezzo a quegli impiastricciamenti che si veggono tuttora ne’ nostri templi? Checche ne sia, il popolo non la guarda tanto pel sottile in questa materia, ed il santuario dell’Arco, serbando la primitiva tradizione, viene in ciascun lunedì dopo la Pentecoste visitato da numerosissima calca di persone che vi traggono, quali per render grazie alla Madonna, quali con fiducia di ottenerne, quali per semplice curiosità, quali per divertirsi e far gozzoviglia, e questi inchiniamo a credere sieno il maggior numero, specialmente nell’infuno celo. Dappoiché, senza far torto al nostro popolo lasciando supporre essere il sollazzo runico e principal motore delle sue gite religiose, possiamo pure assicurare che, per lo meno van per esso al paro il godimento dell’anima e quello del corpo, e che, come anche altre volle notammo nel corso di questa opera, sia la Madonna dell’Arco o di Pogliano o di Montevergine o di Piedigrotta, la lesta di Sant’Antonio o di San Paolino o di Giugliano, o qual’altra si voglia,—tra le mille onde si farebbe scrupolo lasciare una sola—danno l'egual causa a far tempone.

Eccoli infatti, lascialo il santuario, versarsi a torrenti per le campagne circostanti, e su i molti prati imbandir mensa e mangiare e trincare senza un pensiero al mondo, così che par di vedere una immensa osteria in cui i deschi ed i seggi più o meno eleganti sono sostituiti da un appetito invidiabile e da una gioia piena, sentita e schietta.

Oh come allegra lo sguardo quel panorama vivace e variopinto di tante e tante logge di abiti, a seconda dei diversi paesi, quel grazioso disordine di linguaggi e di costumanze, quelle acconciature bizzarre del capo, quegli ori, quelle perle, que’ galloni, quei monili, onde vari fastose le forosette! Vedile poi cingersi, smascellandosi dalle risa, di antrite il collo ed il petto ricolmo ed emulo in bianchezza al latte delle loro cascine, ovvero improvvisarne al polso altrettanti bracciali.

E non rallegra egli il cuore il contemplare l’uomo del popolo nelle sue ore di piacere? Appena salito con la famiglinola nella carrozza o sul calesso o sul carro per fare la sua campagnala manda al diavolo ogni tristezza, ogni spiacevole rimembranza. Non lo tormentano le convenienze, i riguardi, le torture sociali ed egli, fra il sorriso dei campi, accanto alla sua donna e circondato dai suoi figliuoli, mentre vuota il ricolmo calice in generose libagioni al Dio Bromio, li rende somiglianza deirantico Adamo nell’Eden.

Lasciamolo un tantino nella sua liberta, per compiere di altri brevi cenni la parte storica del nostro articolo.

Nel gennaio del 1817 l’abolito convento di Santa Maria dell’Arco de’ PP. Domenicani fu per ordine regio addetto a casa per gl’indigenti, ed in fatti nel 23 settembre dell’anno medesimo fu aggregato all’amministrazione del Reale Albergo de’ Poveri, ricoverandovisi in ispecie tignosi, vecchi decrepiti ed ammalati cronici.

Nel 1835, istituito l’ospedale di Santa Maria di Loreto per raccogliere e curare gl’infermi tutti che erano nel Beale Albergo anzidetto e sue dipendenze, l’ospizio di Santa Maria dell’Arco fu sgombralo dai tignosi e da’ cronici, e destinalo invece per asilo di vecchi cadenti e de’ giovanetti poveri che facevan parte de’gia raccolti nel Reale Albergo; e per questi ultimi, provvedendoli non solo del bisognevole ma ancora educandone la mente ed il cuore ed istruendoli nelle lettere e nelle arti e specialmente nella musica.

Ed ora piaccia all’amico lettore ri tornare con noi in mezzo ad un prato amenissimo ove. circondala da numerose e festevoli brigale, una forosetta in compagnia di un bel garzone suo promesso sposo si dispone a ballare la tarantella.

Tragge questa danza, eminentemente caratteristica del popolo napolitano, il suo nome da tarantella o meglio tarantola, sorte di ragno velenoso delle Puglie e più specialmente delle vicinanze di Taranto, la cui morsicatura vuoisi imprima al paziente una cosiffatta sensazione che l’obbliga, mal suo grado, a ballare con istrani movimenti e contorsioni. Non vuol dir ciò, avverte al proposito il cantorio, che tali stranezze sieno precisamente riportate nel ballo, ma, considerando al generale celere e spiritoso movimento di tutto il corpo, ben ne ravvisiamo la somiglianza . Altri crede esser così chiamata dal perché i morsicati dalla tarantola sorgono del loro assopimento mercé la musica allegrissima che accompagna questa danza e che ballando risanino.

Più remota l’origine, osserva il nostro Bidera , dobbiamo ravvisarne nella greca Siccinnide, ballo antichissimo, come ne rendono testimonianza le pitture di Pompei e precisamente quella d’una stanza così detta della parete nera, ove taluni gobbi ballano in parodia la tarantella con tutte le movenze, come in oggi, accompagnandosi con tamburrini, nacchere e liuto.

Graziose ed espressive in lor mulo linguaggio sono tutte le movenze della tarantella, come accenna un nostro poeta a proposito d’una festa campestre.

Ed ecco cominciarsi le carole

Al suon degli strumenti rusticani

Come in villaggio adoperar si suole,

E d’intorno un gridar di popolani

Viva la Rosa e viva la Ritella

E un incessante battere di mani

Si ballava la nostra tarantella

Quella danza di popolo vivace,

In sua modestia affettuosa e bella.

Or s’inginocchia come a chieder pace

In simil guisa l’uno de'  danzanti,

E l’altro forma a lui cerchio fugace.

Or dolcemente, l’un dell’altro innanti

In movenza si atteggia lusinghiera

Come si suol tra due fedeli amanti.

In modo anche più poetico e vivace ce ne da la descrizione il Bidera , sì che ci parrebbe menomarne il pregio, alterandola anche in picciolissima parte, la offriamo però testualmente.

«Questa danza voluttuosa è una storia, un poema d’amore che attrae tutta l’attenzione degli spettatori: ogni sguardo ha un amoroso significalo. Il primo sguardo d'amore, la dichiarazione, il rifiuto verecondo, il consenso, la gelosia, la pace ed i teneri sdegni, e le placide e tranquille ripulse, che tutto si risolve in islanci energici e baccanti: simili a due colombe si piegano, si toccano, e poi spiccano un volo, e quindi tornano più d amorosi di prima. Le giovinette più svelte ed i giovani più ben fatti ballano da noi questa sublime danza. La contraddanza francese, il walzer tedesco, il bolero o fantang spagnuolo stanno innanzi alla Siccinnide come i barbari monumenti de’ mezzi tempi innanzi al Partenone».

Gli strumenti che sogliono accompagnar la tarantella sono d’ordinario la chitarra o un violino, il cembalo (volgarmente tamburrello) e le nacchere (castagnelle) i quali nelle orchestre popolari sono facilmente sostituiti dal siscariello, dallo scetavaiasse, dal puti-puti, onde a suo luogo facemmo cenno .

La chitarra o il violino nullameno non sono essenziali o come suol dirsi di prima necessita, anzi spesso mancano, ma non così le nacchere cd il tamburrello (che a scanso ili confusione seguiteremo a chiamare con questo nome): le prime, con cui i danzanti battono la solfa in accordo col secondo suonato da qualche leggiadra contadina o donzella del volgo, la quale spesso marita il suo concento alle parole di una popolare cantilena.

La canzone che volentieri riportiamo, qui appresso, perché nella sua semplicità non manca di quella impronta originale e di quelle immaginose metafore che diffìniscono questa nostra vivacissima contrada meridionale, è una delle più antiche che si sono cantate sulla musica della tarantella.

E lo mare la marinella,

Scinne Porzia e Menechella,

È benuto lo cosetore,

T ha portala la vonnella,

La vonnella e lo jeppone,

Ben venuto lo cosetore,

Ben trovata, ben trovata,

Ricch’ e bona mmaretata.

E provita de Mosto Beppe,

Allariamillo sto corpetto,

Aliariamillo po nu poco,

Masto Beppe ca m’affoco,

Allariamillo da sto lato,

Ca me stregue le costale.

E lo mare che de lo mare,

Masto Beppe che l’aggio a dare?

E lo mare e la marina,

Tre zecchine maesta mia.

Mara mene sfortunata,

Tre zecchine so sci ducale,

Addimanna la siè Teresa,

Co sci corrine se fa sta spesa.

E mannaggia mo e po,

Mo nne votto no cuorno mo,

Statte Beppe no ghiastemmare,

Ca le jetto pe le grade,

E l’afferro pe li capille,

E te ne conto cchiù de mille,

Pe li capille l’afferraje,

E miezo muorto lo lassaje,

E Madama che steva a lu vascio,

Che rommore, che fracasso!

Soglie ncoppa co lo varrone,

E dà mazze a lo cosetore.

Lo scrivano che sta a pontóne,

Iea piglianno nformazione.

Co la scusa de la vonnella,

Volea fa la tarantella,

E lo povero cosetore,

Mazze e come e ba presone.

Oltre a questa canzone molte altre se ne cantano sul motivo della tarantella, sempre su questo genere, come quella del Guarracino,  quella di Cicirenella, non che l’altra lunghissima che comincia:

LO GUÀRRÀCINO

1.

Lo Guarracino che jèva pe mitre

Le venne voglia de se ’nzorare,

Se facette no bello vestito

De scarde de spine pulito pulito

Cu no perucca tutta ’ngrifàta

De ziarèlle ’mbrasciolata,

Co lo scialò, scolla e puzine

De ponte Angrèse fine fine.

2.

Cu li cazune de rezze de funne,

Scarpe e cazette de pelle de tunno

E sciammèria e sciammeréìno

D 'aleche e pile de voje marino,

Co bottune e bottunèra

D’uocchie de purpe, secce e fera,

Fìbbia, spala e sciòcche ’ndorate

De niro de secce e fele d’achiate.

3.

Doge belle catenìglie,

De premmone de conchiglie.

No cappiello aggallonàto

De codarino d’aluzzo salàto,

Tutto pòsema e steratièllo,

leva facenno lo sbafantièllo,

E geràva da ccà e da llà

La innamorata pe se trovà.

4.

La Sardèlla a lo barcóne

Steva sonànno lo calascióne;

E a suòno de trommèlla

Ièva cantànno st’ariétta:

«E llarè lo mitre e lèna

«E la figlia dà siè Léna,

«Ha lasciato lo ’ nnammorato

«Pecchè niènte l’ha rialato.»


Uno, doie e tre,

E lo Papa non è Re,

E lo Re non è Papa,

E la vespa non è apa,

E l’apa non è vespa ec.

5.

Lo Guarracino ’nchè la guardàje

Ve la Sardèlla se ’nnammoràje;

Se ne jètte da na Vavòsa

La cchiù vecchia maleziòsa;

L'ebbe bona rialàta

Pe mannàrle la mmasciata:

La Vavòsa pisse pisse

Chiatto e ttunno nce lo disse.

6.

La Sardèlla 'nch’a sentètte

Rossa rossa se facètte,

Pe lo scuòrno che se pigliàje

Sotto a no scuòglio se ‘mpizzàje;

Ma la vecchia de vava Alòsa

Subeto disse - Ah schefenzòsa!

De sta manèra non truove partito

Ncanna te resta lo marito.

7.

Se aje voglia de t'allocà

Tanta smorfie non aje da fà;

Fora le zèze e fora lo scuorno

Anema e còre e faccia de cuòrno.

Ciò sentènno la siè Sardella

S'affacciàje a la fenestrèlla,

Fece n’uòcchio a zennarièllo

A lo sperato ’nnammoratièllo.

8.

Ma la Patella che stèva de pòsta

La chiammàje fàccia tòsta,

Tradetòra, sbrevognàta,

Senza paròla, male nàta,

Ch’avèa nchiantàto l’Alletteràto

Primato e antico ’nnammoràto;

De correrà da chisto jètte

E ogne cosa Ile dicette.

9.

Quanno lo ‘ntise lo poverièllo

Se lo pigliaje Farfarièllo;

Iètte a la casa e s’armàje a rasulo,

Se carrecàje comm’a no mulo

De scoppètte e de spingarde,

Pòvere, pàlle, stoppa e scàrde;

Quatto pistòle e tre baionétte

Dint ’a la sàcca se mettètte.

10

’Ncopp ’a li spalle sittanta pistóne

Ottanta mbòmme e novanta cannùne;

E comm’a guappo Pallarino

Ieva trovanno lo Guarracino;

La disgràzia a chisto portàje

Che mmiezo a la chiazza te lo’ ncontràje

Se l'afferra po corovattino

E po lle dice;—Ah malandrino!


Ed ecco clic il tamburello venerando, come vedemmo, per la sua antichità, ha diritto ad esser particolarmente menzionalo anche per la sua popolarità, titoli che in conseguenza onorevolmente riflettono sul tamburellato al quale, abbenchè come la Giuditta dello Zappi stiasi tutto umile in tanta gloria, dedichiamo volontieri due righi di cenno biografico. Una delle cose certamente notevoli è il vedere come i nostri venditori, facchini, guagliuni ec. e finanche le donne, senza conoscere una acca di scienza, sappiano equilibrare sul loro capo enormi piramidi che sembrano minacciar rovina da un momento all’altro.

Osservate intatti quel monte di piattelli, dal grossissimo al piccolissimo, quell’altro edilizio di caraffe e di vetri che i novelli Enceladi si recano a zonzo sul capo, dall'uno all’altro punto della città, e di cui, non pur cadere, ma neppur uno vedesi vacillare.

11.

Tu me liève la ’nnammorata

E pigliatèlla sta mazziàta.

— Tùffete e pigliatèlla sta mazziàta.

— Tùffete e tàffete a meliùne

Le deva pàccare e secuzzune,

Schiaffe, pònie e perepèsse

Scoppolune, fecozze e conèsse,

Scerevechiùne e sicutennòsse

E ll’ammòcca asse e pilòsse.

12.

Venimmoncènne ch’a lo rommóre

Pariènte e amìce ascèttero fòre,

Chi co màzze, cortièlle e cortèlle.

Chi co spàte, spaiane e spatèlle,

Chiste co barre e chili e co spite,

Chi co ammènole e chi co antrìte,

Chi co tenaglie e chi co martièlle.

Chi co torrone e sosamièlle.

13.

Valve, figlie, marite e moglière 

S’azzuffàjene comm ’a fère.

A meliune correvano a strìsce,

De sto partito e de chillo li pìsce,

Che bediste de sàrde e d’alòse!

De palàje e ràje petróse!

Sòreche, dièntece ed achiàte,

Scurme, tunne e alletteràte!

14.

Pisce palumme e pescatrìce,

Scuórfene, cèrnie ed alice,

Mùcchie, ricciòle, musdèe e mazzune,

Stelle, alùzze e storiùne,

Merlùzze, vuòngole e murène,

Capodòglie, orche e vallène.

Capitùne, aùglie e arènghe,

Cièfere, cuòcce, tràccene e tènghe.

15.

Trèglie, trèmmole, trótte e tunne.

Fiche, cepòlle, lànne e retùnne,

Purpe, sécce e calamàre.

Pìsce spàte e stette de màre.

Pisce palùmme e pisce prattièlle, 

Voccadòro e cecenièlle,

Capochiuòve e guarracìne, 

Cannolìcchie, òstreche e ancine.

16.

Vóngole, cocciole e patèlle.

Pisce càne e grancetièlle,

Marvìzze, màrmure e vavòse,

Vope prène, védove e spose.

Spinole, spuònole, sièrpe e sàrpe,

càuze, nzuòccole e colle scàrpe,

Sconcìglie, gàmmere e ragóste,

Vènnero tifino colle póste.


Osservate del pari quell’uomo che ha sul suo capo una torre di tamburelli l’un sovra l’altro ammonticchiali, dal grandissimo al minimo, da quello delle feste a quello che si dà al bambolo per acchetarlo. Quest’uomo, questo Tifeo ambulante è il tamburellaio .

Il tamburello o cembalo da ballo — non trascuriamo un pò di definizione— consiste in un cerchio d’asse sottile, e più o meno largo, col fondo di cartapecora a guisa di tamburo, intornialo di sonagli e di girellini di lame d’ottone e si suona picchiandolo con la mano.

Come di questi tamburelli hànnovi i grandi ed i piccoli, così ne vedi elegantissimi, fregiali di lavori e dorature e disegni, con campanellini aggiunti a sonagli, per maggior grazia, ed anche per renderli più sonori e melodiosi e rozzi e triviali con quattro brutti sonagli, impiastricciati a guazzo con un po’ di rosso.

Oltre alla sua piramide sul capo il nostro tamburellati ha tra le mani un grosso tamburo sul quale, come accade nelle opere in musica, suona per le strade, accennando al motivo favorito della tarantella, quasi tamburino o caporal-tamburo chiamante a raccolta le soldatesche; se non che i drappelli i quali rispondono alla sua chiamala si compongono dell’altra parte dell’uman genere, usa non alla guerra delle armi ma a quella dei pettini e degli zoccoli, e di qualche monello il quale tormenta la mamma affin di avere un cembaletto e poi trasformarlo tosto in novello strumento di tortura per la povera donna che, Ira una turba di figliuoli da riprodurre la immagine della scala di Giacobbe, dalla giovanotta che fa all’amore col sì Tonno il carnacottaro  al pargoletto in fasce, ha una giornata ben trista da passare, perché costoro, secondo ella si esprime nel suo nativo linguaggio da mattina a sera, le fanno scippare la faccia.

Lasciando però alle prolifiche genitrici il decidere l’ardua sentenza se la malcapitata abbia o no ragioni di dolersi, aggiungeremo la tarantella non esser mica riserbata alle sole feste, alle solennità, né sempre interpretata da irreprensibili ballerine.

Se per avventura abitate in alcuni dei quartieri più popolari e popolosi della nostra Napoli, vi accadrà, specialmente nel pomeriggio delle lunghe giornate di state, di udirò, fino ad assordarvi, dall’un capo all’altro della strada, unito ad un baccano ad un gridare incessante di donnicciuole e di monelli, il suono clamoroso ed allegro del tamburello, e vedere in movimento delle Tersicori più o meno scarmigliale, più o meno vecchie e sudicie, talune in cui Paride, non che la più bella, avrebbe stentalo a trovare la meno brutta.

Questo tipo primitivo di tarantella, questo tema originario direm cosi, ha poi partorito molte altre svariate specie di simile ballo, quasi tutte assai bizzarre e piacevoli, e tra le quali, poiché siamo in sul trattare di cose patrie, citeremo per tutte la tarantella dell’opera popolare Piedigrotta, musicala dal maestro napolitano Ricci, in cui si gustano molto le bellezze di questo grazioso e tradizionale balletto.

Nel modo stesso che il torronaro , troveremo il tamburellaio in tutte le feste popolari e cosi alla Madonna dell’Arco come altrove.

Questo Orfeo ambulante segue dappertutto le sue Euridici, e quando il crepuscolo della sera e le ombre cadenti, c, più che altro, la stanchezza delle gambe, lo stomaco un pò di soverchio rimpinzalo e qualche troppo splendido olocausto sull’ara del figliuolo di Giove e di Semole la volgere il desio di ritornare ai patri lari e di trovare un piacevole quanto necessario riposo sotto le molti coltri, per poi raccontare il domani alle curiose famigliuole la gita, le avventure, gli episodi della festa, allora è anch’esso il tamburellaio che se ne ritorna magna comitante catena.

Son dunque pronti i piennoli delle antrìte e delle castagne della festa —e qui per parentesi noteremo come le castagne di Montevergine godono di una fama privilegiata—le forosette fino circondato di nocciuole il collo e le braccia, i cavalli adorni di piume, di nastri e di carte frastagliate nitriscono già da un pezzo aggiogali alle carrozze ed ai carri;

non meno fregiati e carichi di piccoli cali; i cappelli ed i berretti dei popolani sono adorni di piume e di nutrite, le madri per ragion dell’età sonnecchiano in fondo ai veicoli, mentre le ragazze per la ragione medesima scambiano dolci parolette coi loro Rinaldi ed Orlandi della Pignasecca o del Pendino, parolette che sono più o meno intese o gradite secondo lo stato più o meno normale degli ascoltanti; innumeri bandiere frastagliate di ori e di argenti con in mezzo la effigie della Madonna di Montevergine o dell’Arco sventolano all’aria; e l’inno baccanale dei Canta-fìgliole si leva alle stelle; tutto annunzia che la festa è terminata, che l’oggi è finito e si approssima il domani.

Ed a questo domani che tanto ne sgomenta anche l’uomo del popolo volge lo sguardo, ma più sereno, più franco, più ilare di noi, e con fiducia assai più intera nella Provvidenza, anziché scorarsi. esclama — Domani!.. Iddio provvede!...

Non mancò per avventura chi per andare alla Madonna dell’Arco vendette le sue masserizie, forse il suo unico e meschino letticciuolo! Non lo loderemo di ciò, ma siate certi che troverà modo di consolarsi e di rifarsi e l'anno venturo lo rivedremo alla festa.

CAV. ENRICO COSSOVICH

  1Di Maria SS. dell’Arco — Del canonico Giovanni Scherillo.

?V. de Titulo Sanctae Mariae ab Arcu — Tractatiuncula concionatoria ec. — Auctore Rapii. M. Coppola P. A. —

1V. l’articolo— Le feste della Madonna di Montevergine—nel 1° volume di questa opera.

2V. l’opuscoletto intitolato—Origine del Culto di S. Maria dell'Arco—Napoli, tipografia Trani, 1850.

1V. opus, suddetto, p. 6.

2Notizie del bello e curioso di Napoli. — Giorn. X. C. 24.

1Voto fatto e grazia avuta.

1Ionio — Mimica degli antichi cc. — pag. 28.

2Passeggiata per Napoli e Contorni — pag. 184.

1Opera citata.

2V. l’artic. — I Guagliuni — nel 1. ° volume.

1Credo far cosa grata a’ lettori riportando pure qui, come nota, questa bellissima canzone, che non solo à tutto il carattere brioso e vivace della poesia popolare del nostro dialetto, ma serba ancora dal principio alla fine un tipo allatto marinaresco, narrando una favola immaginata fra’ pesci del mare. — (Nota dell'editore).

1Questa canzone, ch'è antichissima, prova chiaramente che fin dai tempi più remoti nel popolo Napolitano vi era il convincimento che il potere temporale non era per il Papa. — (Nota dell’editore ).

1Vedi la figura.

2Chiamasi cosi in Napoli il venditore di carni cotte, di budellami di animali, come trippa, intestini, busecchia ec.  

1Vedi l’articolo — La festa di Piedigrotta—nel 1.° volume. 


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IL CASTAGNARO

IL castàgnajo è di varie specie secondo il luogo dove dimora, è di varie specie secondo le diverse cotture delle castagne che vende.

In quanto al primo riguardo, è da distinguere il castagnaio a bottega, il castagnaio a posto lisso, il castagnaio ambulante: tre. specie del genere, sulla cui distinzione nemmeno Linneo o Jurieu troverebbero a ridire se come classi bearono le piante avessero a classificare gli uomini.

Il castagnaro (per dirla alla napoletana) clic ha bottega, o non vende castagne, o le vende crude: e se a suo tempo cava fuori un fornello da bruciate o una caldaja di baloge o di succiole, è per un di più. Ben vende vecchioni, perchè la sua mercanzia si compone di tutta roba secca e che non va soggetta ad altri guasti che quelli clic potrebbero produrre sorci o topi. Che diamine vende dunque?

Vende ogni sorta di frutti secchi, ogni sorta di grani e biade, di farine e legumi e civaje, per uomini e per uccelli, clic schiera ogni giorno dinanzi alla sua bottega in tanti sacelli, invadendo il suolo pubblico ad onta di qualunque regolamento municipale.

A questo che potremmo chiamare il fondamento del suo negozio, aggiunge quanto gli torna conto di vendere, ma per Io più si mantiene nei limiti di ciò che sulle mense serve a stuzzicare l’appetito, irritamento, gulae, cornea dire, capperi, cedrioletti e peperoni in aceto. Come il pizzicagnolo fa il suo apparato a Pasqua, il castagnaro lo fa a Natale, nò vi adopera minor perizia architettonica. E l'uno e l’altro fanno grossi guadagni, e presto divengono padroni di case e di terre. Il che è certa prova che vai meglio esercitare il loro commercio che coltivare le belle lettere o le arti belle, per quanto belle siano le une e le altre.

Vedete in quel canto una specie di armadio dipinto a verde con orli lineari rossi, con varii compartimenti superiori allo scoperto, in cui veggonsi vecchi panni di lana? Dinanzi vi è un grosso fornello su tre piedi quattro, con un padellotto sforacchiato. Quivi si cuocono e si vendono le bruciate, e chi fa questa industria, o si colloca dinanzi alla sua casetta a terreno, o si sceglie un sito nella via dove non impedisca troppo passanti . A preferenza si colloca presso le cantine, dove i bevitori si servono delle bruciate per sostrato al vino. Veróle e bino son pei Napoletani come pane e cacio. Quei compartimenti accolgono le castagne a misura che son cotte, e vi si ricoprono con quei cenci di lana, perche conservino il calore. Le fantesche preferiscono di attendere che si cuccano quelle che sono nella padella, perché così si scaldano mentre aspettano, e chiacchierano col bruciataio intanto che sia pronta la padellata.

Il castagnajo ambulante, con un cofano sul dorso, va vendendo nel suo vicinato le castagne cotte al forno. Comincia il suo giro verso l’ora in cui il popolo fa il suo desinare, e si va fermando a preferenza dinanzi alle taverne e alle cantine. La sera ripiglia l’andare attorno, e cammina e si ferma al modo stesso, finché il suo cofano sia vuoto.

Tutti ne conoscono la voce, ed il suo passaggio per un dato luogo avviene sempre alla stessa ora, sicché è una parte principale dell’orologio popolare . Spesso udrete dire a una donnicciuola del volgo: Son due ore, perché adesso e passato il castagnaio.

Anche le caldallesse vanno in giro in una caldaja portata per le maniche da due persone o aggiustata su di un rozzo carretto. È vero che ordinariamente la venditrice ne fa spaccio dinanzi alla sua casa o a posto fisso; ma anche costei, quando vede che l’ora delle colazioni è passata e la sua mercanzia non ha avuti numerosi compratori, si pone in cerca di essi col grido di allesse pe la tavola.

Generalmente in Napoli chi vende deve andare a trovare chi compri, e molti non comprai) nulla se non passa dinanzi al loro uscio, o non vien portato fino in casa, o non si può almeno tirar su in un paniere. Ecco perche le vie saran sempre piene di trecche e trecconi, di bandii e di asini.

Contemporaneamente alle baloge o caldallesse si vendono le vàllene, succiole, che sono castagne bollite con tutta la corteccia, e per lo più son guaste. Finita poi la stagione per le une e per le altre, eccoti le castagne spezzale, che sono castagne secche senza scorza, fatte rivivile mercé la bollitura, e in quell’acqua ove rinvennero s’immollano e s’inzuppano delle piccole pagnotte.

Non bisogna confonderle colle castagne dette collo zucchero, perché queste in origine riseccate al forno nella loro integrità, si mangiano senz'altra cocitura, e prendon nome dal dolce sapore che più delle altre conservano.

Le castagne del prete o vecchioni raramente si vedono girare per le strade: e quando ciò avviene, bisogna porsi in guardia, perché son per lo più fracide e di cattiva qualità. Giù la castagna, sia cruda sia in qualunque modo cotta, è il frutto che più spesso si trova bacato o inverminato; sicché a buon dritto fu assomigliata la donna alla castagna

Che ha bella la corteccia

Ma l'ha dentro la magagna

come cantò il Poliziano.

Ma tranne questo inconveniente, qual più bei frutto della castagna! 0 come ben disse il Burchiello:

Ogni castagna in camicia e in pelliccia

…………………………………………….

Secca lessa ed arsiccia

Si dà per frutte a desinare e a cena.

Io credo che quando i poeti cantarono dell’età dell’oro in cui si era felice bevendo l’acqua dell’Acheloo e mangiando le ghiande della Caonia, abbiano inteso per ghiande le castagne.

Se i dottori non avessero dimostrato che il mangiare sempre una sola e medesima cosa produce la morte fra brevissimo tempo, io terrei per patto di mangiare unicamente castagne, ma poiché c'è bisogno per vivere di unirci un’altra cosa, ebbene, uniamoci la fava o il frutto della quercia, lo per me credo che non si trovi maggior delizia che nell’unir ghianda e castagna o fava e castagna.

EMMANUELE ROCCO

1Vedi la figura.

2Vedi nel 1.° volume di questa opera, pag. 285.


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DA NAPOLI A POMPEI

IL BORGO DELLA MADDALENA — VIGLIENA — LE PALUDI — S. GIOVANNI A TEDUCCIO — PORTICI — IL GRANATIELLO — RESINA — IL VESUVIO — ERCOLANO — TORRE DEL GRECO — TORRE DELL’ANNUZIATA — I CAMALDOLI — REVIGLIANO — POMPEI.


LETTORI permetterete che io in questa escursione da Napoli a Pompei, assuma un po’ l'incarico di cicerone, mestiere per altro nobile perché esercitato da Virgilio con Dante e da Mentore con Telemaco.

Siamo al Sebeto. Non vi maravigliate se non lo vedete. È un fiume che ha fatto consumare agli antiquari ed ai poeti un volume d’inchiostro maggiore delle sue acque. Esso è come la rosa del poeta:

Quanto si mostra men tant’è più bella.

Non so perché nel 1555. il viceré Mendozza gettò su quelle povere acque un ponte sterminato, degno di un fiume di maggiore importanza, sicché un bello spirito disse: — 0 più fiume o meno ponte.

Fermiamoci un tantino sul ponte. Quella statua di S. Gennaro messa li in un’edicola bastantemente barocca, in atto di dire al Vesuvio statti, ci ricordala eruzione del 1707, e la predica che il famoso Padre Rocco fece al popolo in quella circostanza.

Il popolo avendo visto il fuoco arrivare quasi alle porte della città si ammutinò e corse diretto all’Arcivescovato, per far cacciare in processione la statua del Santo Patrono.

L’Arcivescovo, che temea che in quel tafferuglio la collezione de’ Santi preziosi di argento corresse pericolo, fece chiamare il famoso Padre Rocco, il quale, fattosi largo tra la turba, mostrò ad essa che S. Gennaro era un signore nobile, che non doveva essere svegliato di notte e che la mattina seguente, dopo aver fatto toletta col suo comodo, poteva uscire in processione, arrivare al Ponte della Maddalena ed imporre al Vesuvio di non passare oltre con la sua lava.

Ecco come per tal fatto quel monumento si trova lì sul Ponte, quasi a sentinella avvanzata della città, in atto di dire allo ignivomo monte la frase del Granatiere francese: — on ne passe pas.

Per solo ordine architettonico gli fu messo di rincontro la statua di S. Giovanni Nepomuceno.

Passato l’inutile ponte della Maddalena, che potrebbe essere benissimo sostituito da una sedia per attraversare l’omeopatico Sebeto, siamo al borgo della Maddalena.

vostri nervi olfattori già vi hanno fatto avvertiti che qui sono le fabbriche de’ cuoi. In questo borgo si pensa alla vita de’ gatti e alla morte dei cani. Qui si provvedono della carne di cavallo i cosi detti polmonari, che girano per Napoli con un bastone orizzontalmente messo sulla spalla sinistra e co’ pezzi di detta carne legati alle due estremità, per provvedere di cibo tutt i gatti della città. E da questo borgo partono tutti i conciatori di pelle per andare alla caccia de’ cani, le cui pelli sono ottime per le scarpe.

Il modo di questa caccia è specioso. Questi conciapelli detti conciarioli si sparpagliano a due a due per diversi punti della città, massime pei più frequentati.

Uno de’ due ha un gran sacco e l’altro è incaricalo di acchiappare il cane, dargli un osso per farlo zittire e consegnarlo al compagno che Io ripone nel sacco.

Su’ cani vaganti l’operazione riesce facile; e con ciò i conciapelli rendono un servizio, togliendo dalla circolazione queste bestie che, massime nella stagione estiva, perla malattia alla quale van soggette, riescir potrebbero dannose.

Quando i cani sono guidati col laccio dai padroni, allora il procedimento è il seguente. Si taglia la cordella presso il collare, si rapisce il cane, si getta nel sacco e si va via. Al posto del cane si mette un monello addestrato ad hoc, il quale imita, lenendo il capo della cordellina, il movimento della bestia. Quando il conciapelli è fuori tiro col cane rubato, il monello lascia la cordellina e va pe’ fatti suoi, e il padrone si accorge troppo, tardi di essere stato rubato.

Quelli poi i quali vengono derubati de’ loro cani, quando arrivino in tempo, alle Concerie possono riscattarli mediante pagamento.

Oltre le Concerìe, le fabbriche di mattoni e di stoviglie di tutta la contrada che precede il Ponte della Maddalena, sino a Torre Annunziata incontransi fonderie di ferro, officine meccaniche, lo stabilimento di Pietrarsa, la fabbrica di cristalli e vetri al Granatello, la manifattura di armi a Torre Annunziata, e non molto dalla stazione della ferrovia di Napoli la nuova officina della illuminazione a Gas.

Senza parlarvi de’ Granili, della quale fabbrica l’abate Galiani disse: — È la più lunga che io mi abbia visto in Europa, — e senza parlarvi della lapide che Pietro Afan de Ribera pose alla strada che da qui mena a Reggio di Calabria, con la quale lapide si mostra che D. Pietro Afan fosse il generale Pallavicino de’ suoi tempi, perché purgò questa strada dal brigantaggio: — Viam perpetuiis unica latrocinis infamem — vi condurrò, o lettori, a Vigliena, per farvi assistere alla rappresentazione di un dramma.

Il dì 13 giugno 1799, in questo piccolo fortilizio di Vigliena, un pugno di uomini difendeva la bandiera della repubblica Napolitana contro le assalitici schiere de’ Moscoviti e le torme volontarie capitanate dal Cardinal Ruffo. Strenuati dalla mitraglia e dal moschetto, dopo la più accanita delle resistenze, soggiacquero i patriotti, sicché riuscì agli assalitori di superar le mura: impresa peraltro non ardua. Tra’ pochi superstiti del presidio fu convenuto di morire sotto le rovine anziché cedere, e così fu fatto. 11 loro capo, cognominato Toscano, nativo di Cosenza, trattosi, ferito com’era, nella polveriera, vi appiccò impavido il fuoco: e così tutto e tutti furono mandati in aria, e vennero sepolti sotto le macerie con lui e i suoi eroici compagni anche un dugento circa degli assalitori.

E pure per tanto eroismo non vi è monumento, non una lapide che lo ricordi all’ammirazione della età avvenire!

Ritorcendo lo sguardo da Vigliena, fissiamoci un poco ad ammirare quello esteso tappeto verde che fa rassomigliare le paludi di Napoli ad uno smisurato piano di bigliardo.

Da queste paludi la città ritrae gli ortaggi, che servono al suo consumo ed anche alla esportazione per diversi porti del Mediterraneo.

Il fattore della ricchezza de’ paludani è l’asino.

Esso è il perno del sistema d’irrigazione, essendo i prodigi della forza del vapore ignoti a’ paludani, o, se noti, non adottati perché i padri loro così facevano.

Senza l’asino dunque Napoli non avrebbe le erbe per la zuppa, i cavoli cappucci, le cicorie, i broccoli, i sederi, i ravani, i carciofi, la lattuga, i finocchi.

È l’asino che mette in giro delle secchie aggiustate circolarmente, che movendosi attingono l’acqua e la riversano nelle vasche, dalle quali poi viene distribuita per solchi nel terreno.

E dopo aver giralo il poveretto per un giorno intero, vien rilevato il dì seguente, come una sentinella, da un altro collega, e, caricato degli ortaggi, viene a smerciarli nella città, condottovi dall’ortolano, il quale ne dirige i movimenti come se egli fosse il pilota e la bestia il bastimento, il cui timone sarebbe la coda, perché lo guida torcendogliela in una direzione o in un’altra.

Quando l’ortolano non ha dei posti fissi de’ così detti verdummari da provvedere, allora ha il suo compartimento della città, nel quale trova i suoi avventori fissi.

Come Pompeo, Antonio e Cesare si divisero lo impero del mondo, così gli ortolani si sono diviso il perimetro della città, nel quale ha ognuno la sua giurisdizione.

Il servizio de’ portalettere della Posta non è fatto diversamente che per sezioni.

Alla voce accentata a frasi larghe — àcce, cappùcce e torze—intramezzata dall’altra — scaròle janche — le donne sono avvisate che l’asino passa. E chi esce dalla casa, chi cala il paniere per ricevervi la minestra: i monelli accorrono per avere comprato dalla mamma un pezzo di cocuzza, che l’ortolano per abbagliare tiene sempre tagliata a metà come un trofeo in mezzo al verde. La quale cocozza vien tagliuzzata, fritta e accomodata nell’aceto con aglio e peperone rosso e chiamasi scapèce.

 
 

Se i paludani hanno la cavalleria, composta di quelli che smerciano la verdura su gli asini o su’ muli, hanno altresì la fanteria leggiera e i carri pesanti del treno. La fanteria leggiera è composta de’ subalterni delle paludi, i quali, a seconda delle stagioni, portano al mercato, nelle piazze de’ commestibili, oppure girano per Napoli. La state i pomodori dentro le sporte sono disposti piramidalmente al di fuori di esse; la primavera i carciofi, lo inverno le cicorie. La vendita delle cicorie poi 6 affidata interamente alle donne della famiglia de’ paludani. Il loro grido per le strade è: cecorie novelline, cecò .

Il treno pesante del corpo di armata de’ paludani è composto di quei carri tirati da uno o al massimo da due sciancati asinelli. Essi trasportano nella città le indivie e le pastinache, per la colazione de’ cavalli dei gran signori.

Questi carri al ritorno che fanno, dopo la mattutina distribuzione, sono trasformati in una specie di diligenza per i reduci fanti delle paludi che vi si adagiano; ovvero ritornano carichi del letame, comprato dagli stallieri nei palazzi de’ signori dove sogliono portare gli ortaggi, e di cui si servono per ingrassare la terra.

Da S. Giovanni a Teduccio in poi la natura incomincia a cambiare toletta.

Essa alterna il costumo di paludano con quello di ortolano e di giardiniere. Incomincia il passo a tre di Cerere, Pomona e Flora, poiché si frastagliano vari generi di vegetazione.

Trovi a breve distanza il prosaico cavolo cappuccio prescritto da Pitagora, il gelso che digerito si trasforma in seta, forse per fare onore al primo abito scollato usato da Èva nella uscita del Paradiso; e la camelia de’ giardini di delizie, fiore senza odore che la società parigina diede per emblema alla donna di cattivo odore; e la vite sacra al nume che domò le Indie prima degl’inglesi; e il pomodoro che è nella cucina napolitano come il panteismo nella filosofia; e il cipresso che sembra un paracqua chiuso; e il secolare pino che sembra un paracqua aperto; e il ciliegio che ci venne da Cerasunta città della Crimea, come da’ campi della stessa ci è venuta l'unità e la libertà; e il carciofo che ad ogni foglia che si strappa presenta una nuova faccia, emblema di tanti uomini politici che mutano bandiera ad ogni evento;

e il fico che ricorda l'ultima ora di Giuda e la caduta di Cartagine, accelerata dal suo frutto presentato da Catone in Senato per mostrare la breve distanza da Roma; e il prezzemolo abbonito dagli omeopatici e letale a’ pappagalli; e le querce del parco di Portici, alberi che coloro frutti già alimentavano i regi cinghiali e toccano con le loro radici i nascosti tesori di arte della sottoposta Ercolano.

S. Giovanni a Teduccio è il principio dell’anarchia, del caos di questa vegetazione che abbraccia S. Giorgio a Cremano, Barra, Portici. Resina e le due Torri.

S. Giovanni a Teduccio, oltre di essere il paese de’ paludani, è anche quello de’ facchini .

Una colonia di atleti vi abita. Come Atene era il paese della intelligenza, S. Giovanni è il paese della forza fisica. Ivi si è Ercoli da padre in figlio, per la semplicissima ragione addotta da Orazio che i forti nascono da’ forti. Questi negozianti di muscoli hanno per campo di battaglia la dogana di Napoli, ove sono addetti al trasporto delle mercanzie . Essi hanno una organizzazione quasi militare. Si suddividono in isquadre, dette paranze,di sei o sette: ogni squadra ha il suo capo, detto capoparanza. Questo capo e quello che assume la responsabilità presso i negozianti del trasporto delle merci, del loro sdoganamento e della immissione ne’ magazzini.

Come in gran parte la origine della proprietà èia forza, come mostrano le concessioni de’ feudi ne’ tempi di mezzo, la distribuzione delle terre a’ soldati romani vittoriosi, così anche i facchini di S. Giovanni a Teduccio, diventando proprietari o di una palude o di una casa, sono anche essi debitori della loro proprietà alla forza.

Entriamo in Portici, la sontuosa Portici, bella pe’ suoi palazzi, per le sue ville, chiamata così, sia perche fosse situala dopo i portici di Ercolano, sia perché ivi avea la sua villa Quinto Porzio Aquila.

Di queste etimologie i cittadini di Portici si attennero alla più inverosimile e ritengono che Porzio avesse dato il nome a Portici, come fa fede lo stemma del comune, composto dell’aquila e di queste tre iniziali Q. P. A., cioè — Quinto Porzio Aquila.

Ed ecco come i pacifici cittadini di Portici, che non hanno altre celebrità che i venditori di freselle e di salsicce, si arrogarono l’aquila per loro stemma, come se fossero Dante o Napoleone.

Sarebbe una maraviglia se non si trovasse anche a Portici un quadro di Luca Giordano, che ha empito Napoli e i dintorni delle sue tele. Infatti sull’altare maggiore della parrocchia vi si ammira il quadro della Natività.

Portici deve il suo incremento al mal di mare patito dalia regina Maria Amalia, nel transito sopra una regia galea da Castellammare a Napoli. Soffermatasi la galea nelle spiagge di Portici e piaciuta l’amenità del sito alla regina, Carlo III, che in ogni occasione trovava un pretesto per fare degli edilizi, divisò volere in quelle adiacenze fabbricare un sontuoso palazzo. N’ebbe il carico l’architetto romano Antonio Cannevari. celebre per l'aquidotto da lui costrutto in Lisbona, acquidotto sventurato nel quale, al dire del Milizia, l’acqua non volle mai correre. Senza entrare nel merito architettonico dell’edilizio, che palesa il cattivo gusto de’ tempi, è ad osservare essere esso una specie di forche caudine, stanteché la pubblica strada, che mette la città di Napoli in comunicazione con molti paesi, passa a traverso il maggior cortile e sotto gli ardii che sostengono la facciata principale. Tra le cose però da memorarsi in quella reggia era una stanza di porcellana, tutta smaltata che venne tolta di là e trasportata ora nel palazzo di Capodimonte, in occasione del passaggio di queste reali delizie al demanio dello Stato. Anche le statue e i mosaici che erano stati scavati ad Ercolano ed ivi conservali furono sotto la passata signoria trasportati al musco di Napoli.

Fiancheggia il Real palazzo un amenissimo boschetto di circa 400 moggia, ove Ferdinando I. ° rinchiuse degli animali feroci, e tra essi un elefante che faceva uscire a diporto per Portici e poscia girovagare per Napoli, accompagnato da’ sottufficiali del Regio esercito, sicché, morta questa bestia, rimase il detto tra’ popolani — Caporà è muorto alifante, — col quale detto si solca motteggiare e il sovrano che riduceva la missione del soldato a guardia di una bestia e l’esercito che si prestava a tale incarico.

Il boschetto Reale ha la sua discesa al Granatello, il cui porto accoglie i paranzelli che trasportano i macigni del Vesuvio per lastricare lo strade.

Il Granatello ha la sua rinomanza nella ghiottoneria per le sue triglie e pe’ suoi cefali, che debbono la loro squisitezza alla natura degli scogli che tramandano un odore di olio detto appunto petronico. A’ tempi di Strabono il Granatalo era celebro pe’ tonni. Infra urbem Herculis... specula ad captandos thinnos.

Se la statura umana diminuisce con l’andare de’ secoli, come provano le armature antiche che i moderni sono ben lontani dal potere indossare, anche i pesci sono diminuiti di volume al Granatello.

Da’ tonni di Strabone ora si è arrivato a’ cefali e alle triglie, e forse col progredire de’ secoli la pesca del Granatello non produrrà altro che cicinelli.  

Il Granatello è anche rinomato pe’ simulacri di guerra che soleva farvi re Ferdinando IV nel 1773, più per proprio divertimento che per istruzione della milizia, e di tali simulacri ne abbiamo una relazione stampata allora con molto lusso, con incisioni in rame, piani di attacchi ec.  

Ritornando a Portici, traversiamo il cortile del palazzo reale, ed eccoci messi sulla strada di Resina, celebre, al dire di Berardino Rota, pei suoi lauri, come Portici pe’ mirti e aggiungiamo noi per le freselle e per le salsicce, la Barra per le uve, S, Giorgio a Cremano per le sorba, Somma pe’ corbezzoli, Trocchia pe’fichi, Pollena per le ciliegie e Fratta per le fragole.

Cinctus arundinea Sebethus cornua fronde

Lucidulus blando murmure fundet aquas,

Hinc Resina parai lauros, hinc Portica mirtos,

Barra uvas, largo sorba Cremona sinu,

Hinc foetus Summa arbuteos, hinc Trochia ficus,

Hinc Pollis cerasos, fragraque Fracra ferat,

Adsitpampini a redimi tus vile Vesevus,

Cui nova fumanti vertice flamma micot.

Per quei che si dilettano di anagrammi potrebbero trovare in Resina l’etimologia di Sirena ed asserire ch'essa, come Napoli, fu fondata da una di quelle tali prime donne di cartello che nel nostro golfo costrinsero il viaggiatore Ulisse a turarsi le orecchie. I poeti antiquari hanno scoverto in Quintiliano ed in Persio un poeta chiamato Cesio Busio che avea a moglie Resina, la quale diede il nome al paese.

Gli antiquari poeti fantasticano che Resina significhi residuo di Ercolano, che può significare un paese retto a repubblica, re-sine cioè sin e rege, Resina, che derivi dalle reti, cioè retinuncula. Ed in questo caso non sarebbe stata più fondata né da una Sirena, né dalla moglie di un poeta, ma da semplici pescatori.

Resina è ora la patria de’ ciceroni del Vesuvio e de’ pipernieri, cioè di quelli che vivono col vulcano, sia facendo da Mentori per gli arsi sentieri del monte, sia lavorando i pezzi di lava che servono alle strade di Napoli, sicché fu detto che il Vesuvio è il miglior sindaco della città, perché senza di esso Napoli sarebbe uno stagno, ove potrebbero allignare le rane e i rospi, mentre a dovizia le sue strade sono provviste di lastre di lava.

Senz’arrestarci ad osservare gli ameni giardini della Favorita e della villa Riario, prepariamoci all’ascensione del monte che il cicerone Salvatore di Ciro, sulla tabella messa fuori al balcone, chiamava il Real Vesuvio; e, cambiato il governo, chiama ora Vesuvio nazionale. Salvatore di Ciro cicerone del Real Vesuvio — era la leggenda sino al 7 settembre 1860.

Fedele amante del Vesuvio è il monte Somma, ora ridotto un vulcano invalido perché uscito dal campo dell’azione molto prima del giorno terribile, quando il giovine Vesuvio fece le prime armi contro Pompei ed Ercolano. Mentore vicino a Telemaco, Pilade che arresta le furie di Oreste, o la confidente amica di una prima donna, tale è l’ufficio del pacifico monte Somma rispetto all’altro fratello bellicoso.

Il Vesuvio ha la sua parte importante nella storia di Roma, come ha delle pagine brillanti nella poesia.

Spartaco nella rivolta sociale si accampò sulla sua vetta e ne fu sloggiato dal pretore Claudio.

Ora al posto ove erasi trincerato il generale ribelle è accampato l’eremita con l’artiglieria delle sue bottiglie di lacrima-Christi, pronto ad accendere il fuoco sacro della sua padella pei cuocere le trillate che riescono tanto gradite a'  visitatori del monte.

Povero eremita! Chi sa se la civiltà non annullerà anche te con la sua falce, essendo tu un monaco e quindi mano morta! Chi sa se le tue frittate e il tuo lacrima non saranno incamerati al Demanio d'Italia! Al ino posto invece la Cassa Ecclesiastica destinerà forse un segretario di prima classe, un cavaliere di S. Maurizio, il quale avrà l’obbligo di sbattere le uova e di friggerle in tua vece, e di mescere a’ viandanti il famoso lacrima, per versarne il prodotto al ministro delle finanze.

Riguardato dal lato della poesia il Vesuvio fu cantato da Marziale, che gli attribuiva le orgie in onore di Bacco e di Venere, orgie continuate ai tempi nostri nella prima festa di Pasqua, quando sul suo altopiano accorrono a mangiarsi il casatello e le uova sode gli abitanti de’ circostanti paesi.

Leopardi cantò mestamente le piante del monte, e Berardino Rota ne fece un essere mitologico, un D. Giovanni Tenorio del paganesimo, un rivale del fiume Sebeto nell’amor di Leucopetra.

Povera ninfa! Povero cuor di donna! Dovere oliare tra il Dio del fuoco, il Vesuvio, e il Dio dell’acqua, il Sebeto!

Di Leucopetra dunque arse il Vesuvio:

Di costei, come volle amore o il fato

Arse il Vesevo ed arse ancor Sebeto,

Di Partenope tiglio e di Nettuno,

E di Vulcano P altro e di Resina.

La scienza volle anche accamparsi sul monte e vi stabilì un osservatorio meteorologico, di modo che il Vesuvio ha perennemente le sue vestali fn calzoni alla guardia del suo fuoco, i suoi dottori fisici clic, come al letto dell’ammalato, enumerano le pulsazioni dei suoi movimenti, ne prevedono di qualche giorno l’ira devastatrice, ne esaminano le materie eruttate, le quali poi assumono diverse denominazioni,secondo i nomi de’ barbassori della scienza che le osservarono. Così vi si trova la Humboldite da Humboldt, la Cotugnite da Cotugno, la Breislakite da Breis lack, ec. ec.

Oltre ciò il Vesuvio è una fabbrica gratuita di prodotti chimici, gratuita perché vi si raccolgono diverse sostanze in ferro e in rame. Solo i preparati di oro e di argento non sono manipolati nel lavoratorio del monte, quantunque un noto cavatici d'industria,qualche anno fa, desse a credere di aver rinvenuto sul monte tracce de’ preziosi metalli, alla quale favola i suoi creditori posero fede per un pezzo.

Vorrei aver la facondia di Plinio il giovane per descrivervi tutte le eruzioni , come egli fece della prima eruzione dell’anno 79 avanti Gesù Cristo nelle sue due lettere a Tacito. Solo non so capire come quel nipote del primo martire della scienza avesse potuto sentire, come assicura, da Miseno, dove era con la sua flotta, le grida di aiuto dei fanciulli e delle donne di Pompei e di Ercolano.

In complesso le quaranta eruzioni celebri si possono riassumere inseguenti fenomeni.

Quando il vulcano si commuove si ode per primo sintomo uno strepito come di una grande caldaia che bolle. Le acque sorgive de’ dintorni scompaiono e le fonti sono interamente inaridite.

Da vero lazzarone napolitano comincia poi a cacciare pietre e talvolta enormi massi sono lanciati in aria a grande distanza. Talora fa da pompiere a se stesso e caccia dalle sue viscere immensa quantità di acqua bollente.

Una colonna di fumo gigantesca pare che lo ricongiunga al cielo, sicché ravvisereste in quella colonna la scala che i Titani innalzarono per detronizzare Giove. E lo stesso Febo vede con gran maraviglia che, mentre egli vigila sulla terra senza la interposizione delle nuvole, si sprigionano i fulmini sull’orizzonte del Vesuvio e scroscia il tuono e guizza il lampo.

Dall’usata bocca o da altre che se ne aprono sgorga un gonfio torrente di materie sciolte dal fuoco come pasta di vetro. Le foglie degli alberj all’approssimarsi della lava ingialliscono, si disseccano e schioppettando al giungere di essa bruciano. Nel suo lento procedere abbatte tutto ciò che incontra.

A tali fenomeni aggiungi quasi sempre il terremoto, tante volte fatale alla Torre del Greco, la pioggia di ceneri e di lapillo che spesso han fatto le tenebre per due giorni consecutivi e sono talune volte state portate dal vento sino alle Puglie, a Costantinopoli ed a Tripoli;

ed avrete una pallida immagine de? tremendi spettacoli del vulcano.

Alcune volte il Vesuvio ha voluto anche far da cuoco, e ha dato un saggio di cucina.

Nella eruzione infatti del 17 decembre 1631, come narra il Giuliani, si trovarono su’ tetti delle case di Atripalda e di Avellino una infinità di sardelle cotte, unite ad alga marina e cenere.

Il quale fatto mostra che geologicamente il mare è un manutengolo de'  vulcani, perche li provvede di cibi.

Ma è tempo di entrare in Ercolano: è questa una città a cui il pietose Vesuvio fece da becchino e sepolti sotto diversi strali di pietre, impasto di cenere, acqua e scorie.

Si direbbe che prima del Segalo, celebre mummificatore de’ cadaveri, avesse il Vesuvio inventato il segreto della conservazione delle città e de’ monumenti per mezzo della petrificazione. Però per tale conservazione adottò il vulcano due metodi diversi: l’uno semplice, di cenere e lapillo, per Pompei e l’altro di cenere e scorie arroventate, che divennero tufo, per Ercolano. Così vennero conservati i papiri, che col primo metodo si sarebbero perduti.

Andate poi a negare al Vesuvio anche la gloria di essere stato il migliore de’ bibliotecari che la storia vanti! Fondata da tempi remoti, abitata dagli Osci, occupata da Pelasgi e da’ Tirreni, fu sotto questi ultimi annessa con Capua ed altre undici città della Campania, quando Cesare inventò le annessioni delle città molto prima del conte di Cavour.

Involta nella guerra de’ Sanniti contro i Romani fu sottomessa dal console Spurio Carvilio ricuperò poi la sua libertà nell’anno 80 avanti l’era volgare; insurse contro Roma nella guerra italica, fu soggiogata da T. Didio e da Minazio Magio; e finì per ottenere la cittadinanza Romana e le prerogative di municipio. E tutte queste rivoluzioni e guerre ebbero luogo perche gli Erodanosi volevano avvolgersi nella toga e poter dire—civis romanus sum —; e i romani intendevano di avere in Ercolano delle casino di campagna, provviste di buone cantine.

Esaminando le memorie di Ercolano, la posterità toglie da Bruto 2° quell’aureola di gloria che gli storici, i maestri di lingua latina, i tragici e gli uomini politici gli avevano creata.

Ercolano ci ricorda gli amori del tiranno Cesare con Servilia, madre dell’eroe pugnalatoti. In quei tempi ne’ quali invece di uno scialle, di un paio di orecchini di brillanti, alle innamorate si regalavano delle ville e persino delle città e de’ regni, Giulio Cesare donò alla madre di Bruto le ville di Peto e di Quinto Porzio presso Ercolano.

Or se Bruto lu spinto al fatai passo e attribuibile più alla idea di vendicare l’onta della madre a modo di Oreste, anzicchè a salvare le istituzioni repubblicane che con la morte di Cesare non vennero affatto salvate. Bruto in Cesare non vide che un Egisto.

Però la venerazione a Giove con le corna di montone mostra chiaro che i romani non attribuivano disonore ad avere degli scandali in famiglia. In questo caso bisogna credere che Bruto fosse uno de’ devoti di questo nume, ed allora la uccisione del tiranno avvenne per amore di patria. Ritornò cosi la stima all’eroe.

Ma è tempo ormai di accendere le fiaccole e di scendere nel famoso teatro che conteneva numerosi spettatori.

Sediamoci un momentino nella cavea. Il cicerone ci mostra l’orchestra lunga 90 palmi, la scena decorata di 12 colonne corintie e di quattro nicchie per statue, e vi si rinvennero quelle di Nerone, Druso e di Antonio e sua moglie. Da una vasca di marmo di una fontana rinvenuta si argomenta che i romani avevano acqua ne’ teatri, come gli avventori del nostro teatro S. Carlino.

Con questa differenza che a S. Carlino l’acquafrescaio gira per la platea e pe’ palchi negl’intermezzi delle opere, e al teatro di Ercolano negl’intermezzi gli spettatori andavano essi a bere alla fontana.

Il teatro venne spogliato dei suoi marmi preziosi e tra gli altri delle due statue delle figlie di Balbo, che ora trovatisi al museo Nazionale. Tali spoliazioni avvennero sin dal 1711 per opera del Principe di Elboeuf, che cominciò i cavamenti nel detto anno, i quali, impediti da Re Carlo III, furono poscia proseguiti a spese dello erario.

Dopo il teatro venne scavato il foro, nel quale furono rinvenute le statue equestri de’ Balbo, attualmente pure al museo nazionale, e posteriormente l’insieme della città, i templi, la curia, i sepolcri, le abitazioni private e le case di campagna. Da questi monumenti è uscito un popolo di statue di marmo e di bronzo, che formano ora il più bell'ornamento del nostro museo.

Ma la escursione con le fiaccole è un inutile pcregrinaggio a traverso delle catacombe di Ercolano, che giace sottoposta a Resina. Speriamo che il Governo voglia espropriare le sovrapposte case e ville e restituire alla luce la città sepolta.

La più importante scoverta fu quella de’ papiri. I gastronomi però ritengono che quella de’ commestibili sia stata più importante, perché mostra che gli Ercolanesi e per conseguenza i romani mangiavano ciò che mangiamo noi; e tra le altre hanno festeggiato i doppi fichi secchi imbottiti di noci, dei quali parla Orazio:—Nux cum duplice ficu.

Nella scoverta de’ papiri poco mancò che gli antiquari stessi non avessero creduto aver fatta una conquista culinaria, confondendo i rotoli dei papiri co’ carboni e la biblioteca delle case di campagna con la cucina.

Per la spiegazione di tali papiri, che sommano presso che a 1700, Carlo III0 istituì l’accademia Ercolanese, la quale ne ha spiegati circa 500 da essi la repubblica delle lettere ha guadagnato alcune opere di Epicuro, di Filodemo e di Polistrato.

Ne restano però alle future generazioni più di mille, i quali potranno forse essere spiegati in Germania, essendo che le lingue morte, cioè il greco ed il latino, quasi seppellite tra noi, non vantino che pochissimi cultori. Così faremo venire da Berlino i latinisti e i grecisti, come da Londra ci vengono i fantini pe' cavalli di corsa.

Smorziamo la lanterna, come dice Figaro, ed usciamo a rivedere le stelle come disse Dante.

All'uscire dalle catacombe di Ercolano avviamoci a Torre del Greco, alla città testimone degli amori di Alfonso di Aragona con la più bella donna del suo secolo, Lucrezia d’Alagno.

Fra la Torre del Greco e quella dell’Annunziata il Vesuvio qui sembra il Re degli scacchi, perché trovasi tra due torri.

Più fortunata di Ercolano e di Pompei essa per ben tredici volte lottò contro il vulcano distruttore. E, come dice il Colletta, s’ella per tremuoti cadeva o coperta di lava scompariva, fabbricava i suoi abituri sull’aia stessa, in meno di un anno un’altra città più ornata e bella, per amor del suolo e religione della casa.

Ma perché fu detta del Greco?

Fondata da Federico II. presso i villaggi di Sola e Calastro, distrutti del tutto da quel becchino di città detto Vesuvio, era l’ottava torre da Napoli e venne detta del Greco perché un Greco eremita vi trapiantò nel 1300 i tralci delle lacrime. Così l’Italia ebbe da sua madre, la Grecia, le arti, la filosofia e il lacrima-Christi.

La Torre del Greco deve la sua prospera condizione alla vanità delle donne.

I suoi dodicimila abitanti, i suoi quattromila marinari sono, per la pesca e per la manifattura del corallo, in continua cospirazione contro le borse de’ mariti, dei padri di famiglia, degl’innammorati di Europa, che hanno l’obbligo di provvederne le loro donne.

Quel giorno in cui le mogli diventeranno delle Lucrezie, le ballerine si faranno maestre municipali, le giovinette diventeranno modeste come Cenerentola, allora i Torresi s’inginocchieranno a piedi del Vesuvio e diranno: distruggi la nostra terra. E la storia registrerà che la Torre del Greco sparve per causa della virtù delle donne.

Queste rose petrificate, che sfidano il colorito del collo e del petto delle donne che se ne ornano, una volta erano dichiarate dai naturalisti appartenere al regno vegetale. E ora, grazie allo inquisitore microscopio, si è conosciuto che il corallo non e altro che un essere vivente, un cumulo di miriadi d’impercettibili polipi. Esso è l’ultimo rampollo di quella famiglia, i cui più grandi rappresentanti si prendono nelle acque di Posilipo e che la state al lido di S. a Lucia si vendono bolliti ad un soldo la granfa.

La Torre vanta l’eroe de’ coralli, Scummo.

Nel 1780 i marinari della Torre, bene armati e pronti a guerra, corsero con le loro flottiglie le coste di Africa. Novello Cristofaro Colombo Scummo scovrì in Barberia un isolotto innominato, ricco di coralli a cui diede il suo nome. Poi l’intrepido sonnotatore vi piantò la bandiera della compagnia de’ corallari, la quale era uno scudo azzurro con una torre tra due rami di corallo e in cima tre gigli d’oro.

Scummo, dichiarato il capitano della spedizione, fece centro della speculazione corallifera quello scoglio, vi fece costruire ripari e difese contro le invasioni de’ pirati.

Più volte il piccolo Pompeo delle spedizioni al capo Negro e al capo Rosso fugò le navi pirate, quelle navi che erano il terrore di tutte le marinerie Europee.

Oltre di aver trovata un’isola, Scummo ritrovò di ritorno in patria il modo di conoscere la legittimità de’ figlia de’ marinai partili per la pesca.

È a sapere che la partenza dei sette od ottocento legni della Torre, avviene nel marzo. Questa partenza è una solennità pel paese. I legni vengono benedetti dal parroco tra lo sparo de’ mortaletti e il suono di festose bande.

Il ritorno poi succede nel novembre, perché il giorno della Madonna del Rosario, cioè la prima domenica di ottobre, salpano dalla Barberia, dalla Corsica, dalla Sardegna.

Ora tra la partenza e il ritorno decorrono poco più poco meno di nove mesi, a seconda de’ venti.

Scummo dunque ritrovò il seguente metodo, da servire ili norma ai marinari, per conoscere se i figli, che al loro ritorno trovavano di fresco nati in casa oppure poco dopo il loro arrivo, fossero legittimi.

Si lasciano i fanciulli arrivare alla età di cinque anni. I padri li conducono a mare un poco distante dal lido. Li spogliano e ve li buttano. Se i ragazzi si salvano al nuoto è segno che sono loro figli. Se vanno a fondo sono dichiarati figli di frati.

Così i pescatori come i lavoranti di corallo hanno un codice a parte. che si conserva religiosamente nel municipio della Torre. Esso regola la partenza, il ritorno, la pesca e la vendita del corallo, e fu detto codice corallino.

Lunga, deserta, noiosa è la strada che mena dalla Torre del Greco a quella dell’Annunziata. La ferrovia che cammina nella stessa direzione non le ha lascialo altro traffico che quello de'  corricoli e de’ carri che portano in Napoli da Castellammare, da Gragnano e da Torre Annunziala le farine e le paste.

Il corricolo  è un cavallo troiano scoverto, perché contiene forse un numero maggiore d’individui di quelli della macchina di disse. Adesso la civiltà li ha fatti quasi sparire; e quello che resterà l’ultimo non mancherà di essere trasportalo al museo nazionale, come la carrozza del municipio di Napoli, non già pel suo rococò, né pe’ dipinti degli sportelli, ma come un problema difficile sullo spazio, sciolto ogni giorno da’ cocchieri.

Dato un piccolo calesse a due posti, ricavarne una dozzina di posti. Ecco il problema.

Il monaco, il prete, che il cocchiere qualifica col nome di patre reverè, il soldato ch’egli chiama caponi, la contadina maritata e che ha il bimbo nelle braccia e che viene apostrofata col nome di siè maè (i cocchieri danno sempre un grado sociale di più nelle loro apostrofi agli avventori), il marinaro con la pipa in bocca, la venditrice di polli con le sporte, due o tre facchini, trovano posto in questo pallone a due ruote e ad un cavallo, chi, seduto a’ primi posti come il monaco e la siè macola, che per lo più allatta e si fa rossa quando il monaco la guarda sott’occhi; chi sulle stanghe come il soldato, al quale sono consegnate le redini, mentre il cocchiere, situato in piedi sul sedile di dietro del corricolo, si riserba la frusta con la quale scoppietta di tratto in tratto. Vi è chi si situa anche in quella specie di rete di funi sotto la cassa del corricolo, e questi per lo più sono i monelli.

Guai se una di queste carovane a due ruote trabalzi! allora succede una catastrofe. Un fatto di guerra darebbe un minor numero di feriti.

Quei carri di farina e di pasta che s’incontrano per la via ci fermano su molte considerazioni per le provvenienze de’ nostri cibi.

Come Maddaloni ci da la carne, Salerno i formaggi e i latticini, Pozzuoli il vino, Torre Annunziata ci da il più necessario, il pane e la pasta. Mentre Castellammare è il granaio di Napoli, Torre Annunziata n'è il molinaro, il farinaro, il maccaronaro.

Il modo come succede la immissione delle paste in Napoli inerita di essere memorato.

La Torre è una città positiva, non già per la sua fabbrica d’armi, per le sue acque termominerali Nunziante, pe’ suoi regolari edifici, pel numero delle sue chiese, ma per la sua agricoltura e pel suo commercio di paste.

La natura, per omaggio alla squisitezza delle paste della Torre dell’Annunziata, diede i più rubicondi pomodori a’ suoi campi. Cola al cospetto dello irrigante Sarno successe il connubio, l’alleanza, il patto di amore tra quei due numi che si servono in tutte le tavole di Napoli, chiamati maccheroni ai pomodori.

Questa è la storia della Torre.

Essa mostra abbastanza che non ne ha alcuna. Gli antiquari ci diranno che è situata al luogo dell’antica Oplonti, che gli Alagno ne furono i feudatari, che vi costruirono una torre in quei tempi ne’ quali non c’era altro scampo contro le invasioni de’ Turchi che alzare de’ fortilizi. I preti ricorderanno che la Torre deve il suo nome ad una cappella dell'Annunziata, eretta sulla strada che mena a Scafati, intorno alla quale surse un villaggio ed indi a poco a poco la città.

Beati quei popoli che non hanno istoria, dice Montesquieu. E quello della Torre si limita soltanto allo statino del grano macinato e delle paste spedite a Napoli.

Le relazioni commerciali con Napoli sono dalla Torre mantenute per mezzo de’ carrettieri, che sono i suoi economisti pratici.

Se Cadmo non avesse fatta la funesta invenzione dell’alfabeto, se gli Arabi non avessero inventato i numeri, i carrettieri della Torre sarebbero, come sono, degli speciosi contabili.

Per essi la invenzione delle lettere e dei numeri è una cosa tutta inutile. Pochi geroglifici segnati col carbone sulle casse delle paste bastano a portare la contabilità del fabbricante che spedisce il suo genere in Napoli e quello del venditore che lo riceve.

Col carbone son notate sulle casse stesse le scadenze de’ pagamenti che fedelmente sono portati al fabbricante, e col carbone ancora e segnato lo importo del dazio pagato alla barriera.

Non c'è esempio che la loro contabilità sbagli d’un centesimo. Possono errare i libri de grandi banchieri, i registri di contabilità del Tesoro dello Stato, ma i geroglifici del carrettiere sono infallibili.

Il carrettiere col suo carico parte dalla Torre prima di giorno: i suoi cavalli conoscono la via ed egli si addormenta al suo posto e non si sveglia che quando il carro si ferma alla barriera.

Fatta in Napoli la distribuzione del suo carico, eccolo di ritorno con le casse vuote.

Egli è in piedi sul carro e co’ suoi tre robusti cavalli sfida alla corsa i più celeri corricòli. Il suo cappello di cuoio verniciato gira come una trottola su di un pinolo del carro, quelle piccole banderuole di foglie di ottone anch’esse girano sul sellone del cavallo di mezzo: il suo fido cane lupegno gli custodisce le casse vuote.   Fetonte che trattenne la fuga degl’indomiti cavalli è una pallida immagine del nostro eroe reduce da Napoli: però egli non si rompe la nuca del collo come questo nume.

Così il suo ingresso nella Torre Annunziata è per così dire un trionfo: tutte le donne si fanno al balcone, ed egli ferma il carro per scaricare al fabbricante le casse vuote e consegnare il prezzo delle paste.

Fino al 1849 o in quel torno alla Torre v’era anche una polveriera, che venne smessa perché altra ne fu edificata a Scafati. Alla manifattura delle armi, che ancora vi si osserva, aggiungere anche quella della polvere fu stimato orribile.

Erano così uniti gli elementi di guerra e di distruzione che produceva una pacifica città dedita soltanto alla conservazione del nostro stomaco! Uno scoppio della polveriera avrebbe fatto con Torre Annunziata le veci del Vesuvio: sarebbe stato lo stesso che minacciare di distruzione la Torre Annunziata e di pane Napoli per qualche mese.

I Terrosi perciò ringraziarono quei che edificarono la polveriera a Scafati, e i Napolitani ancora.

Lungo il tragitto tra le due Torri, il nostro pensiere comincia a riandare tutto ciò che si è scritto e detto su Pompei, meta della nostra escursione, l’occhio distratto intanto si rivolge ad ammirare la vegetazione di quel monticello, sacro alla contemplazione de’ Camaldolesi, e dall’altra parte si ferma a mirare quell’isolotto, sacro un tempo al culto di Ercole, detto Revigliano.

Quel monte del cristianesimo e quell’isola del paganesimo porteranno le vostre idee in un campo. tutto religioso, dal quale sarete distratti dalla visita alle terme Nunziante ed alla manifattura di armi.

Ma già ci si presenta Pompei. Ecco gli avanzi delle sue mura di cinta, delle sue torri, delle sue porte, della sua caserma di gladiatori. Pompei, una città palpitante di vita e di poesia, ci si annunzia a prima vista come una città di soldati, de’ soldati più disciplinati del mondo, che nella fuga generale de’ cittadini, allo imperversare del Vesuvio, restarono impavidi al loro posta. Non sono forse stati rinvenuti gli scheletri delle sentinelle?

Entriamo nella città risorta: or non si paga che due lire allo ingresso ne’ giorni di lavoro e le feste è porta rotta. Mediante questo tenue dritto, piccolo cespite pel pagamento de’ suoi impiegati e pel proseguimento delle scavazioni, non c’è più a temere lo assalto de’ ciceroni che la infestavano.

A' veterani di Silla e di Augusto, che vi divennero coloni, successero dopo secoli i veterani borbonici che ne divennero padroni e ciceroni. A questi ultimi subentrarono de’ novelli guardiani scelti da’ sottuffiziali congedati dall’esercito italiano che ne sono i custodi.

Italianizzata Pompei dal senatore archeologo Fiorelli, essa cosi ritorna a far parte delle città italiane non per combattere Roma, come al tempo de'  Marsi. ma per sfidarla co’ suoi monumenti.

Al dialetto di qualche sottuffiziale piemontese credereste che gli antichi Osci sieno redivivi e presiedano gelosamente alle scavazioni ed accompagnino in silenzio i visitatori.

La storia di Pompei si riassume in poche parole.

Fondata dagli Osci misti ai Greci dei paesi vicini, pugnò contro i Romani ed a favore de’ Romani, divenne municipio indipendente e colonia romana.

Senza potere sperare una spiegazione qualunque dal cicerone, il quale, se interrogato su’ fatti di Pompei, mettendosi la mano al berretto in segno di rispetto, vi dirà che bisogna parlarne col caporale,voi non dovrete lettori consultare che una delle tante guide su questa illustre città.

Saprete così che Cicerone vi teneva una villa. E dove non avea ville Cicerone? Saprete che il nipote di Silla promosse in Pompei le dissensioni fra coloni militari e i cittadini, pel fatto che i primi pretendevano il dritto di passeggiare ne’ luoghi pubblici ed il suffragio nell'elezione.

Saprete che il buon Marco Tullio vi si ritirò dopo la battaglia di Farsaglia, e qualche anno dopo la morte di Cesare vi riceve a pranzo Ottaviano ed il console Irzio.

Pompei fu il rifugio de'  perseguitati politici. Claudio e il poeta Fedro vi si nascosero per isfuggire dalla persecuzione di Tiberio. Coperta da un lenzuolo funebre di cenere e di lapillo, dopo un sonno di secoli, un bel giorno questa città surse dal sepolcro, come Giulietta di Shakespeare, e si mostrò al mondo attonito, in tutto lo splendore della passala grandezza, con l’attrattiva delle sue arti, e fece palesi i fatti della sua vita pubblica, i segreti della sua vita privata, e svelò persino i misteri delle sue superstizioni religiose.

I romani selciarono Pompei e fecero l’acquidotto che da Scrino portava le acque nelle fontane de’ quatrivii e nelle terme. Tuttavia i pompeiani non trascuravano l’acqua piovana, che raccolta nell'impluvio si serbava nelle cisterne delle private abitazioni.

Come alle fontane, in ogni quatrivio aveano messe delle immagini delle loro divinità, sicché ogni strada aveva il suo nume protettore, al quale il popolo offriva frutta, legumi e Fiori. Andate dopo ciò a muovere rimprovero a'  nostri popolani quando offrono i confetti ricci a Sant'Antuono e tante altre simili superstizioni, mentre i romani maestri di civiltà ne avevano delle maggiori! Le vie sono convesse, come si usano ora.

Ci volle più di un secolo per far accettare tale costruzione a’ nostri ingegneri, che preferivano le concave: selciate con le lastre del Vesuvio, esse in alcuni siti, massime quelle del Foro, de’ teatri, erano spaziose ed ampie} le altre piccole ed anguste. Aveano i marciapiedi, sotto i quali erano praticati de’ condotti chiusi per lo scolo delle acque, e di tratto in tratto delle pietre ovali più alte del livello del selciato per far passare dall’un lato all’altro, nell’atto che correva l'acqua delle pioggie. Ecco un espediente più economico di quello de’ ponti di ferro messi nella nostra strada di Foria, per non lasciar trascinare i passanti dalla lava detta dei Vergini.

I Romani aveano de’ nomi a cui attribuivano certe date cose. Tutte le strade si dicevano fatte da Appio.

Tutti i pranzi si dicevano dati da Lucullo.

Tutti gli acquidotti fatti da Claudio.

Siamo tra 'passeggiati marmi de’ sepolcri nel sobborgo Augusto Felice. Non è la fossa comune, il comune sepulcrum di Orazio, ma un recinto dedicato alla virtù de’ più insigni cittadini, una specie di Panteon e viale di passeggio. I più preziosi marmi e le più eleganti sculture adornano questi campi della quiete.

In alcune di queste tombe erano state sepolte intere famiglie co’ loro liberti e co’ loro servi. In altre si è rinvenuto anche il triclinio, la stanza del banchetto.

Gli antichi banchettavano ovunque: triclini presso le tombe, triclini nella cella segreta de’ templi, ove alla barba de’ devoti banchettavano i sacerdoti, triclini presso l’anfiteatro, nel quale si apportava il banchetto a’ morituri gladiatori: la stanza più cospicua delle case pompeiane è il triclinio. Bibamus et aedamus era la massima di Epicuro seguila religiosamente dai pompeiani.

Passalo il sobborgo de’ morti entriamo nel perimetro della città. Tutto ci annunzia che vi sieno ancora gli abitanti. In vedendo le orme impresse da’ carri, alzerete non volendo la voce per chiamare l’auriga, che sembra allora allora passato col suo cocchio. Entrate in una bottega di pozioni calde, vi sederete per ordinare qualche bevanda e chiamerete il fattorino per far togliere dal marmo le macchie della bibita che un pompeiano prima della vostra entrata pare vi abbia lasciate.

Se tutto ciò che è stato tolto da Pompei fosse restituito al suo posto, la illusione farebbe credere essere in una città tuttora nel movimento della vita.

Qui è la bottega del farmacista: la insegna del serpente ve lo dice. Le sue ampolle par che vi dicano che egli sia andato nel laboratorio a preparare un medicamento per un avventore. La è lo studio di uno scultore: vedrete i suoi utensili, le sue statue appena sbozzate e quelle compiute, attenderete un poco credendo che egli stia per ritornare dal tempio. È l’ora della sospensione del lavoro, direte entrando nella bottega del ferraro e trovando i ferri al loro posto. Sara morto l’asino che gira la ruota, penserete nel vedere nell’edificio del molino i sacelli di frumento, le mole, tutti gli altri ordigni e il forno ripieno di pane già cotto. Il chirurgo, chiamato per qualche operazione, ha dimenticato i ferri a casa. Il corago e andato al concerto dell’Odeon: il pubblico pesatore sarà andato a far pagare le multe a qualche venditore che ha dato il peso scarso al servo di Pupio: penserete visitando la casa del chirurgo, quella del maestro dei cori e la officina del pubblico peso.

Sallustio, Diomede, Panza, Papirio, Polibio e tanti altri proprietari avranno lasciata la casa aperta al pubblico: saranno all’anfiteatro a vedere il combattimento delle fiere.

Entriamo in una di queste case. Il salve scritto in un mosaico sulla soglia ci annunzia che siamo i benvenuti. Guardiamoci però di entrare nella casa del poeta: il poeta ci farebbe dare addosso dal cane. — Cave canem: — uomo avvisato è mezzo salvato. Creditore molesto che vieni a riscuotere, vattene in pace: diversamente io sciolgo il cane: cave canem.

Passato lo ingresso ci si para dinanzi il bugigattolo del portinaio — cella atriensis. — Il portinaio non ci ha scorti: sarò intento a qualche affare: sarà forse dedito a mondare piselli come il guardaporta di Trimalcione,al dire di Petronio. Le stanze degli uomini delle famiglie sono distribuite sul piano dell’atrio: qui se vivesse Sallustio ci darebbe ospitalità.

Dirimpetto è il tablinum, stanza di studio ove si ricevono i clienti, gli amici; a’ due lati sono due salette aperte — alae — ove si fa anticamera, e in un canto dell’atrio il sacrario co’ Dei-Penati.

Tra le ali ed il tablinum vi è un corridoio e talvolta due — fauces

A questa prima parte della casa ne succede l’altra più interna per le donne, dove ordinariamente è un giardino con fontana e peschiera. Le stanzine da letto semplici o con alcove — cubiculo, thalami — servono per la padrona di casa, per le sue figlie e per le liberto. La toletta è in questo appartamento.

La stanza di compagnia e di prospetto — exedra— e la sala d’inverno da pranzo si vede al suo lato. Poco lungi è la cucina, e in un angolo remoto della casa i bagni e le stufe. Dietro al ginecèo v’ è un giardino chiuso da portici, con sala da pranzo d’estate e con sale per balli — tricliniumocci

Ecco presso a poco Luna per l’altra, poco più poco meno, il complesso delle case pompeiane.

Le decorazioni delle case sono svariale: ci si parano dinnanzi come fantasmagorie seducenti danzatrici, ebbre baccanti, satiri lascivi, ninfe leggiadre. E tutta la religione e la poesia antica, Omero, Sofocle, Euripide e Virgilio sono diventati dipinti e mosaici, e per fino la storia è fatta a pavimento, come nel famoso mosaico della casa del Fauno, rappresentante la battaglia d’Issotra Dario ed Alessandro.

Visitando il Panteon, i templi di Venere, della Fortuna, d’Iside, di Mercurio, di Giove, ov’era il pubblico erario e nel quale si conservavano le insegne delle legioni, quasi a mostrare chela bandiera va custodita come il danaro, è impossibile che non si affaccino alla immaginazione tutte le illusioni del paganesimo.

Entrando nelle terme di Pompei un’altra fantasmagoria ci si affaccia alla mente. Quelle danzatrici che abbiamo ammirate dipinte ne' più voluttuosi atteggiamenti non sono che le copie delle donne pompeiane.

I pittori e gli statuari in Pompei studiavano il nudo dal vero, come in Grecia Apelle studiava Frine che usciva dal bagno e Prassitele modellava la sua Venere sulla bagnante Gratina. Essi aveano l’entrata nelle terme delle donne al pari delle serve, delle indovine egiziane mentre gli uomini nel loro compartimento riceveano i clienti, disbrigavano gli affari e spesso, mentre si asciugavano, si facevano leggere dagli schiavi un brano delle tragedie di Eschilo.

Il foro ci attesta la grandiosità de’ vincitori del mondo. De’ portici formati da colonne doriche di travertino, racchiudevano in tre lati una piazza lunga 344 piedi e larga 107 circa.

Il foro era una specie di bottega da caffè, dove i pompeiani si davan convegno: una specie di Borsa dove si trattavano gli affari di commercio, una scuola ove si discettava di filosofia, una curia ove si discuteva di dritto pubblico e privato. Ivi si eseguivano le feste cittadine, le solennità sacre e anche i giuochi de’ gladiatori.

Romani aveano Io spettacolo ovunque: nelle chiese, nel foro, presso le tombe e ne’ teatri.

Visitato l’Odeon e il teatro tragico, soffermiamoci nello anfiteatro, ove sedevano i cittadini sono ancora caldi i sedili. Lo spettacolo sembra da poco terminalo. Ma dove sono i cittadini? La immaginazione vi dirà essersi rinnovata in quel giorno la rissa co' Nocerini, per la quale Nerone proibì a Pompei gli spettacoli per dieci anni. Crederete che il popolo tutto avrà inseguiti fuori le mura con le pietre i suoi vicini: le orme delle bestie feroci, gli avanzi delle cene de’ morituri gladiatori vi confermano nella credenza che lo spettacolo non ha dovuto da molto tempo terminare.

Il gladiatore era ramante segreto delle matrone, come in Roma. E in ciò gli spettacoli antichi differiscono in parte dai moderni.

Fra’ moderni gli uomini vanno agli spettacoli per aspirare agli amori delle ballerine, delle prime donne. In Roma ed in Pompei succedeva il contrario. Le donne si recavano allo spettacolo per attirare uno sguardo de’ robusti atleti, che combattevano le fiere sino all’ultimo sangue.

Ma di tutt’i prodigi di Pompei, il maggiore è quello della risurrezione dell’uomo operato dall’archeologo Fiorelli. Con la sua pioggia di cenere e di acqua calda il Vesuvio si mostrò essere un ottimo scultore e ci serbò intatte le fattezze e per sino latomia e le pieghe del vestiario de’ fuggenti pompeiani nel giorno fatale.

In questo impasto di cenere e lapillo, che è come il cavo della statua, ii Fiorelli mediante una piccola apertura fa entrare l’aria che ne discioglie le ceneri. Indi buttatovi il gesso liquido e rotto il cavo fatto dal Vesuvio, n’escono alla luce delle statue, ritratti genuini dei pompeiani.

E chi sa che un giorno non si arriverà a trovare anche dei pompeiani vivi. Chi sa se dopo un sonno di secoli non ritorneranno alla vita molti de’ contemporanei di Sallustio!!! Chi sa in qual giorno, durante uno scavamento; Fiorelli non sentirà da sotterra la esile voce di un asfissiato pompeiano che chiama aiuto: — Maxime Iupiter salvum me fac!!!

GIUSEPPE ORGITANO

1Vedi la figura.

1Vedi l'articolo — lazzaroni ed i facchini — In questo volume.

2Vedi la figura — I San-Giovannari nel citato articolo.

1Piccolissimi pesciolini che nel Genovesato chiamansi bianchetti; in Toscana diconsi nonnati o avannotti ed altrove i cento in bocca.

2Vedi — Memorie istoriche delle operazioni militari che per suo Real divertimento, e per istruzione de’ suoi eserciti fece eseguire nel Granatello il mese di ottobre 1773 sotto il suo Sovrano comando il Re delle Sicilie Ferdinando IV. — descritte da Matteo Scalfati, Tenente Colonnello degli eserciti, per comando dello stesso Re. — Napoli, stamperia Simoniana, 1774. — (Nota dell’editore)

1Vedi l’articolo — Il Vesuvio — in questo volume.

1 Vedi l'articolo— cocchieri — nel l.° volume di questa opera.

1Vedi la figura.


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 L’ESEQUIE E I POVERI DI SAN GENNARO

Chi scrive di costumi e di abiti popolari ha prima di ogni altro di ogni altro, l’obbligo di far notare quanta e qual sia la differenza di abiti e di modi che un popolo dall’altro separa, e donde si origini la tendenza ad uno o ad altro costume.

Le esequie napolitane hanno per esempio a considerarsi costumanze speciali, che, sebben tutti gli uomini e le famiglie per ispirito indistruttibile amino i loro cari, pur tutta via molti popoli si sobbarcano facilmente alla idea di averli irreparabilmente perduti e si appagano di dir loro un mesto vale sul funebre letto, con isperanza taluni di vederli in mondo migliore, taluni altri di non rivederli più mai, giudicando esser perduto per sempre quello che può dirsi morto per noi.

Ma i popoli che sì leggermente pensano della nostra fine e del mondo a venire son que popoli ch'io chiamerei di seconda incarnazione, vai dire che non derivano spiccatamente da popoli antichi, ma son razze di rane, quasi senza storia e senza topografia di nascita.

Non così può dirsi de’ Napolitani che non son razza di rana, ma Partenopei, Napolitani, e solo distinti per le regioni nel nome di Opici, Sanniti, Lucani, Irpini, etc.

A’ Napolitani potrebbesi negare un certo avvenire non un certo passato, però tutte le loro costumanze hanno origini secolari, inveterate e dipendenti da un principio da padre in figlio trasfuso.

Le cerimonie e gli estremi uffici che l’antica Roma prestava a’ suoi defunti sono ben noti a chiunque, anche mezzanamente sia di storia erudito. I Romani non si appagavano soltanto di pronunziare il pane defunctis, ma tenevano obbligo sacrosanto sparger le funebri terre di fiori, e guai a chi poco rispetto avesse pe’ sepolcri. Ossa nostra quisquis es homo non violes—chiunque sii non osar di violare il silenzio e la pace de’ sepolcri nostri. —Come noi poniamo il lutto alle nostre vesti, essi lo poneano. Dice Foscolo, ricordando riti e forme dell’antichità:

Amaranti educavano e viole

Su la funebre zolla, e chi sedea

A libar latte e a raccontar sue pene

Ai cari estinti, una fragranza intorno

Sentia qual d’aura de’ beali Elisi.

Il raccontar sue pene è appunto quella eloquenza senza freno e senza misura che spiegano i Napolitani. Questi esempi della gran Roma potrebbero giustificar noi, ma esempi ancor più nostri e diremo più nazionali son. quelli che danno autorità di tradizione alle nostre patrie costumanze.

Ornare della sua più bella veste il cadavere, circondarlo di luce quando la luce si spense per gli occhi suoi, infiorare le membra irrigidite dal gelo come spine, tutto questo non è già abito di fresca data, ma continuazione di usi precedenti.

Per aver norma di cosiffatti uffici, noi non abbiam d’uopo di ricorrere a’ Romani. Ci basta riportarci indietro sino ai floridi giorni della nostra Pompeja, per veder come si onorassero i trapassati. Quella via de’ sepolcri con le sue scolture ed urne ci rammenta ben molti riti. E prima quello di riunire i cari estinti in apposito sito, lungi dal centro della città.

Ai tempi delle Crociate, quando si svegliò il paladinismo pel Santo Sepolcro, la più bella pompa funebre era esser coverti di un drappo mortuario, quale i pellegrini usavano innanzi di visitare il santo sepolcro  .

Facendoci anche più innanzi noi vediamo tra i cosi detti Barbari essere le onoranze mortuarie in molto vigore, ed Alarico, morto nelle acque del fiume Busento sotto Cosenza, non pure venne con ogni splendidezza di barbarica gloria onorato, morendo, ma gli furono gittali dietro nel fiume non pochi tesori dalle sue armi conquistali.

I Longobardi che buon tempo tennero queste nostre contrade, curarono il lusso delle esequie funerali e i Normanni, come è conto dal Malaterra, Riccardo da S. Germano ed altri, usarono porre sulla bara una ricchissima coltre ricamata, imbrattandola solo in qualche punto di cera, per mostrar come ogni umano splendore soggiace ed è oscurato dal fiato della morte.

La pompa adunque delle coltri mortuarie, onde la città nostra su tutte le altre si distingue, io tengo derivare a noi a punto da quei prodi avventurieri che ci liberarono dal giogo Saraceno e divennero le chiavi del nostro vecchio reame, senza le quali a nessuno lu dato di penetrarvi sino a che l’ordine del mutamento e diremmo del trasformarsi di tutte umane cose non incolse que’ gagliardi e li le’ domi.

Nell’onorar gli estinti Napoli adunque mostra un senso di civiltà squisita, perché toglie ogni possanza morale alla morte e con abnegazione volontaria da a chi non può rendere.

Quando il freddo gelo della morte coglie un individuo caro nella famiglia, la famiglia sospende un istante non il dolore ma le lacrime, e commette a persona amica gli onori dell’estinto.

In men che si pensa la casa del povero come quella del ricco è parata a nero. Lunghe liste di velluto ed oro o di tela, secondo le considerazioni diverse, copre la splendida o tapina dimora.

Sul ritratto di famiglia, altero della sua nascita e talvolta lo sarebbe meglio della sua cornice, la lista appuntata in alto si rotola come un sipario teatrale: alla Madonnetta del povero sospesa al muro tocca la medesima sorte: in un attimo quasi tutta la camera è nera, nera, ma splendente, poiché i cerei mortuari vi piglian posto in alti candelabri dorati.

E questi candelabri, per esequie più pompose, hanno statue piagnenti che la luce fittizia rende solenni, sebbene non sieno nò solenni nò belle.

Anche la piccola bara ove si posa lo estinto è pronta ed ha forma di una culletta, quasiché in quella forma tradizionale dir si volesse che dalla culla della infanzia alla culla della morte non è che un breve passo.

Sulla porta d'ingresso prendon posto le tappezzerie funebri ed annunziano a chiunque entri il palagio o ascenda le scale essere cola un estinto. Il popolo corre volontieri a vedere il morto: starci per dire gli si affeziona estemporaneamente: i monelli, i bimbi corrono presso alla bara e non ne prendono sgomento: è uno spettacolo come tutti gli altri, e i napolitani sono filosofi. Quel re che nella sua incoronazione, vedendo tanto popolo intorno a sè, diceva: questo medesimo popolo mi circonderebbe nella medesima guisa se mi vedesse andare a morie, potrebbe ben cosi giudicare de’ napolitani senza calunniarli. Le scuole cominceranno a formare il suo pabolo quando diverranno uno spettacolo. Le elezioni non lo sono ancora, però la espressione del popolo vi manca.

I rivestimenti di mura e le pompe interne sono pattuite all’istante, quando colui che muore non è membro di una Congregazione religiosa, ma quando fa parte di codeste svariate società, egli ha dritto a cosiffatte pompe interne ed alle cerimonie dello interramento.

Delle cosi dette Congregazioni di Napoli variamente si discute la origine.

Il congregarsi e raccogliersi in assemblea era consentito a’ Napolitani non pure dallo antico governo, ma da quello eziandio del medio evo. Al congregarsi de’ cittadini popolani era assegnato un edificio, specialmente costrutto, detto Seggio del popolo. Questo Seggio è da tenere elemento di civiltà e libertà fra noi. Vi si discuteva la cosa pubblica, vi si agitavano ragioni edilizie, finanziarie, municipali.

Ma il più lodevole ricordo e il più secolare per la nostra storia è quello delle Fratrie. Napoli ab antico, come Atene ed altre città greche, era partita in Fratrie. La Fratria ateniese, dice Corcia, era la terza parte della tribù.

L’essere ascritto ad una Fratria era segno fra gli Ateniesi di origine genoina, e prima che il magistrato entrasse in carica dimandavasi se egli era membro di una Fratria, dimanda che implicava quella di comunanza religiosa .

Questa origine lontanamente potrebbe darsi alle nostre congregazioni. Le antiche Fratrie prendean titolo da’ Numi, a’ quali erane affidato il patrocinio, le nostre prendon nome dal santo della chiesa.

La Congregazione, che durante la vita del suo confratello ha ricevuto mensilmente il suo tributo pecuniario, lo accompagna al sepolcro con ogni maniera di considerazioni: i suoi colleghi, usi a discuter con lui intorno ad una sacra festività o ad una spesa da fare, gl’intuonano le litanie, non aspettando certo che egli pronunzi quell’ego sum del peccatore di S. Bruno, ma pensando che anche ad essi dovrà toccare quell’eminente posto della bara e la camera lussuosamente parata.

Esaurite le cerimonie funerali nell’interno della casa, quando il sacerdote ha benedetto il cadavere e il cadavere è calato giù nella mortuaria cassa pertinente alla congregazione, i confratelli che hanno intuonato le litanie, celati dal loro sacco bianco o di altri colori a due buchi, prendono la loro posizione processionale e precedono il cadavere che riceve novelle ovazioni e nuove litanie nella chiesa .

Da quella adagiato nel carro funebre, vien menato in cimitero. Il carro funebre, più o meno adorno di scolpite figure piangenti, conduce talvolta lo estinto all’ultimo passeggio con semplicità, e surroga la bara con la coltre che è il più largo funerale in voga.

Il carro mortuario è preceduto da’ frati, seguito da camerieri e servi che hanno torchi fra mani, quando il trapassato e di alta classe, e in questo caso non sono i fratelli della congregazione quelli che accompagnano il defunto.

Cotal forma di esequie, sebbene più semplice, non è poco dispendiosa, perché e camerieri e cameriere e valletti e servi vogliono esser bene abbigliati e il lusso della morte deve trasparir sempre sotto l’abito lugubre della sciagura.

Ora è a sapere che tra noi un’altra confraternita segue colui che si parte l’ultima fiala dalla sua casa, per discendere nella nuda terra. Essa è una confraternita de’ Poveri di S. Gennaro, i quali formano ancor essi alla loro volta una corporazione. Questi poveri, mendichi tutti e rifiuto di quella società che se ne avvalse e non può più sostenerli, risiedon lungi dal centro della città in sito detto S. Gennaro de’ Poveri (extra moenia) presso Capo monte.

Colà li troveresti ne’ lieti di sdraiati al sole, fiacchi e cadenti. Ma non son già gl’invalidi gloriosi delle guerre Napoleoniche, come la gran Parigi mostrò un giorno agli avidi ricercatori del passato, ma invalidi delle guerre del mondo, dove si combatte con le armi del potere, dell’intrigo, della calunnia, del rigiro, del pianto e della seduzione.

I poveri di S. Gennaro dovrebbero andar nero vestiti, accompagnando spesso cadaveri, ma essi vestono per convenzione di un colai bigio e portano, quando in pompa veugon chiamati, una banderuola ondulante sulla cui lista pongonsi di carta piote le iniziali del cittadino il quale viene accompagnato al sepolcro.  

La grigia compagnia della morte, che non è già quella instituita dal nostro Aniello Falcone per la benedetta strage degli invasori del Reame, ha un tipo tutto speciale anzi singolare, e quando si mira di lontano sull’annottare, lento e silenzioso venire un funebre convoglio e veggonsi agitarsi all’aria e dondolare le bandiere dei Poveri di S. Gennaro, ei ti par di assistere al fatto di una leggenda tedesca e spesso li vien pel capo qualche ballata di Burger, di Schiller, di Goethe, di Hoffmann e di altro immaginoso o fantastico Alemanno.

Il prete è dappertutto, i fratelli, sia della misericordia di S. Giovanni o della Pace, si trovano in città varie con istituzioni più o meno secolari; ma i Poteri zoppicanti, dall’andar faticoso, uniformemente vestiti con la bandiera della morte, mormoranti una bassa e lugubre litania e quasi ripetendo i versi del Poliziano

Noi sarem come voi sete.

è una istituzione filantropica, umanitaria e pittoresca ad un tempo.

E notisi altresì che il luogo ove dimorano codesti Poveri (extra moenia) è ancor esso storico ed eccezional sito della nostra Napoli, poiché esso è, se noi sai o lettore, il sito delle antiche Catacombe cristiane. Le quali, esplorate con tanto amore dal canonico Andrea De Jorio  fecero aperte certe verità riguardanti i nostri padri, anzi i nostri antenati, nella religione del Cristianesimo, insegnandoci in quella loro dimora tortuosa e sepolcrale che la fede non si ottiene senza sacrifici e senza abnegazioni, e l’arte cristiana dee dirsi grande e sublime a punto perché non nacque tra le mollezze del vivere ma si lanciò ne’ grandi templi, traversando una selva di giavellotti e di scuri ed un abisso di morti.

Gli stranieri, che visitano l’ameno nostro paese e si deliziano nelle sue contrade ridenti, non obliano la visita mesta e filosofica delle Catacombe. Il Celano le visitava assiduamente nel 1643. Il De Jorio dal 1837 al 40 e poi il Dantier, ultimo a scriverne un’opera, veniva meco in quelle tacite regioni della perseveranza e della morte, le quali, separate in tre piani,offrono all’artista svariati effetti di luce, all’archeologo svariate discussioni. Paragonandole a quelle dell’agro romano da me altra fiata descritte, noi rinvenivamo in queste di S. Gennaro anche maggior ammaestramento intorno agli antichi cristiani.

I Poveri sono per così dire il presidio di questa necropoli o di questa sotterranea cittadella. Fu dato a loro prò quello che i forestieri donano, visitandola. Il mantelletto e la bandiera del Povero Januariense, costituiscono una milizia. Essa ha pure il suo caporale e i suoi graduati e gli aspiranti all’alto onore di menare sul campo i seguaci della morte e di comandarne la schiera sciancata. Mentre le loro bandiere sventolano da una parte, traversando le popolose vie della città nostra e si posano sui campi de’ lacrimali avelli, le bandiere de’ cavalleggieri di Novara o di Brescia si posano sui campi cruenti del brigantaggio. Così la vita (lei nostri giorni nelle sue svariale impressioni sgagliarda gli animi o li rincora, ma in qualsiasi modo la contemplazione de’ costumi mena sovente alla contemplazione degli errori.

Non ha molto prevalse l’uso di far seguire i convogli funebri e i Poveri di S. Gennaro da lussuose carrozze, equipaggi splendidi, testimonianza di considerazione che ciascuna famiglia amica o alfine allo estinto porge alla superstite, inviando dietro il feretro la propria carrozza.

L’elegante tragico Racine, nel descrivere il carro d’Ippolito, quando non loin de ces tombeaux antiques andava ad incontrare la morte, dice che quei corsieri avevano l'oeil morne, non è così de’ bei cavalli che seguono le pompe funerali napolitano: essi fremono di procedere a lento passo: gli auriga, tutti azzimati, simulanti la vita e non la morte, Pinfrenano a stento: le donzelle ci garzoni, ausati a pompeggiare con quei cavalli negli splendidi ed effervescenti diporti, si cruciano di non potersi mostrare nel consueto equipaggio: la memoria dell’estinto vien così spesse fiate offesa e reietta, ma la moda esige ed impone che più centinaia di carrozze vadano lentamente a dar testimonianza di compatimento e di lutto, portando le tendine calate, ma i delirii della moda non sono lunghi: essi sono degni di lei — stupidi e brevi! Queste splendide esequie funerali appartengono ai grandi, ma i piccoli e i tapini non però vengono a Napoli privati del loro fulgore sepolcrale.

Anche la luccioletta risplende, dice il buon Pellico, anzi ben dir si potrebbe che il popolo viene tra noi considerato più quando si muore che quando mena grama la vita. Anche l’uomo del popolo estinto si copre della sua coltre ricamata d’oro e si reca dietro in omaggio i Poveri di S. Gennaro, sebben pochi e senza bandiera. La bandiera di quei Poveri si paga a parte.

La bandiera de’ Poveri gementi dunque si compra potrebbe taluno osservare: questo è un fatto immorale.

Oh si comprasse, rispondo io, la sola bandiera de’ Poveri poco monterebbe, ma altre bandiere si comprali pure e quella santissima della libertà si compra e... più dura cosa a ripetersi, si vende 1 Ed or, facendo punto su questa sciagura dell’uman genere, soggiungeremo che tra le cose singolari del popolo nostro, in fatto di funerali gemonie e manifestazioni, van ricordate con ispecialità di tinte le funerali cerimonie della verginità.

A mo’ d’esempio i bimbi vengono accompagnati da fanciulli vestiti a forme angeliche, con piccoli cimieri ed ali posticce (se aggrada ): i vigorosi giovinetti, (speranza di popolane avvenenti) tronchi o svelti come virgulto dall’uragano, son portati sul feretro scoverti, con un mazzetto di fiori tra mani ed un garofano in bocca: la donzella è inghirlandata di bianchi gigli e di rose.

Bianco vestita e qual se all’ara innante la giovinetta coita da morte commuove tutta una contrada.

Muore caro agli Dei chi giovin muore scrisse il poeta latino e la giovinetta—la zita—muor cara a tutti ed allo spirare dell'ultimo fiato la casa intera della spenta creatura è invasa da amici, parenti, vecchie donne della contrada, accattoni e ciascuno a sua posta manda lamenti disperati. L'urlo del dolore si ripete d’ogni intorno: tale e il compianto e si stemperalo e sì assordante, che, allo avvicinarti ad una casa colpita da cosiffatta sventura, tosto ti avvien di conoscere senza che altri tel dica esser cola finita una donzella — È morta na zita! — e secondo la canzone popolare sì malinconosa e sì sparsa.

Nennella toja è morta e s'è atterratat.

La tua fanciulla è moria e s'è interrata. E da quella bocca che chiovevano sciure (piovevan fiori) non esce motto che consoli il dolente fidanzato, la suora, la madre, i fratellini. E tutti piangono ma con gran clamore e si affacciano alternativamente alle fenestre, ai veroni, per ogni vano, dichiarando ai quattro venti che Nennella è morta.

Per non saperlo uopo è turarsi le orecchie. Frati, preti, giovani, vecchi, nobili, plebei, viandanti d ogni guisa debbon sapere, debbono intendere esser morta la Zita di casa, e portarvi almeno con un gesto il proprio tributo di commiserazione.

La famiglia derelitta lo dimandarlo esige:—È morta la zita:—tutta la contrada deve essere un lamento, e da un tugurio all’altro debbono udirsi.... Le querimonie dell’opposto speco! Gli antichi poeti nelle loro canzoni, a cominciar da Brunetto e dal gran padre Alighieri si appellavano alla pietà de’ passeggicri, sponendo le loro pene o l’amor loro: Anime meste che di qua passate.

Sino quella carissima nostra concittadina di Maria Guacci pregava si ristasse ad ascoltare le sue pietose canzoni.

Non altrimente le addolorale amiche e le suore della popolana donzella gridano fuor dai veroni. —Fermatevi ed udite—e se taluno fosse cosi villano da respingerlo, elleno, con Socrate risponderebbero—Balli ma ascolta.

Nè qui cessa la faccenda del pianto e dell’amaritudine espansiva e comunicativa. Quando il cadavere (che il gran clamore parrebbe quasi dovesse destare, se un sonno è la morte) vien portato via dal tetto nativo, per esser menato sul vivo campo dell’eguaglianza, lo stridio de pianti e delle querele s’alza lino alle stelle e, quando tocca la soglia e sta per uscire, uopo è si fermi.

È là che il dolore non è più gemito, sibbene allocuzione di pianto su quel cadavere: la sorella, la madre dee far nolo a quanti sono colà radunati ed attoniti che la sua figliuoletta era un angelo, un fiore di tutte virtù, che la sua pupilla era strale, la bocca rosa, l’animo e il cuore di Dio e di sua madre, che cuciva, si vestiva con le proprie mani, ricamava il paliotto dell’altare di nostra Donna, si confessava, due volte il mese digiunava e che so io. Lo elogio funebre si pronunzia così dall’alto apertis verbis, coram populo, e guai a chi osasse dar segni di titubanza nel credere.

E veramente, se dobbiamo credere al panegirico di Plinio a Trajano, a quello di Gioviano Pontano all’Aragonese e di Foscolo a Napoleone, possiamo anche un tantino aggiustar fede a quello della dolente maternità che è più spontaneo e più vero, poiché la madre può ben illudersi, ma ella vede la perfezione della figlia perduta.

Dopo il panegirico, il cadavere tolto in sulle spalle dai facchini e già fermato una volta, uopo è si fermi una seconda, ma questa seconda volta miste alle parole enfatiche e clamorose scendono rose e fiori diversi in sulla bara. E ciò non basta.

Visto. che le suonanti parole non riescono a destar la giovinetta defunta, pioggia di confetti, e, militarmente parlando, scariche improvvise di coriandoli piovono da ogni parte, percuotono le tempie e il volto della giacente, sfrondante i fiori della corona, ma sono confetti! Con quella violenta manifestazione la madre, la sorella, le amiche che han pianto, considerata la determinazione suprema che non vuol risorta la fanciulla, mostrano la rassegnazione e la gioia che, secondo il prete cristiano, deve succedere al dolore perché l’anima va in cielo. Que’ confetti sono altresì un debito verso la fanciulla, la quale, sendo in eia da marito, avrebbe potuto fruirne nel dì delle nozze, e la famiglia vuol che l’abbia innanzi di comparire lassù.

Le esequie e il funebre rituale accompagnamento della popolana zitella a Napoli è tale spettacolo che, veduto una volta, più non si oblia e definisce in modo chiaro e conciso il popolo del vulcano, nel cui spirito l’effervescenza e l’ardire delle passioni giunge al delirio e sovente mena all'errore.

In quanto ai clamori del pianto, senza i quali il popolo napolitano non crede compiuto il funere e la cerimonia del dolore, ripeteremo, come dicemmo in principio, che quel costume vanta secolari origini rimote. I vasi lacrimali, de’ quali vediamo sì gran copia nel nostro museo ed in quelli di altre città illustri, erano destinati a raccoglierle lacrime, non pur de’ parenti e degli affini, sibbene di ogni altra donna lacrimatrice del caso.

E notisi che queste donne piagnitrici si pagavano perché assordassero la casa di lor lamenti ed eran dette prefiche, e v’erano pur quelle che si pagavano non per gridare ma per lacere e sospirare, sedendo in mesto atteggiamento presso la bara. E la costumanza napolitana non rifiutò neppur quelle esteriori manifestazioni di dolore, ma perché a donna è più facile tener gli occhi serrati che la bocca, alle gementi atteggiate senza clamore vennero col tempo sostituite le statue dorate tra cerei, delle quali innanzi parlammo.

Le lacrime degli antichi si raccoglievano anche in cucchiai destinali a tal uso e si versavan talvolta in ampolle di vetro chiarissime e ben lavorate .

E son queste lacrime che con lo andar degli anni per esser poste colà dentro (lacrimas que ponete) vestirono le pareti dell'ampollina di un cotal verde smaltato che è bello il vedere, talché oggi quel colore e quel rivestimento andiamo con le vernici imitando. Tenevano gli antichi a raccogliere molte di quelle lacrime e più carabine mostravano ricolme di esse, più credevano di aver raggiunta la pruova dell’estremo dolore.

Eppur nondimeno essi sapevano che quelle lacrime eran pagate e sapevan forse che i Cinesi, per promuover le lacrime, passavano un filo attraverso i punti lacrimali degli occhi a rischio di restarne ciechi.

Or se gli antichi raccoglievano le lacrime, i Napolitani raccoglier dovrebbero le parole, ma cento stenografi non basterebbero forse a registrare le espressioni, le esclamazioni, le metafore, le allusioni che vengon fuori dal labbro delle piagnitrici del popolo, pria che la donzella sia menata all’ultimo riposo della tomba.

Rimane ora a dire della sede de’ morti, cioè del nostro Camposanto e sembraci parte della quale non possa farsi di manco, imperocché da pochi anni a noi un mutamento notevole si vide in questo ultimo asilo delle umane sciagure, quando è tronca ogni via di più molestarci. Gli antichi avevano per così dire consacrato ne’ loro riti la voluttà della morte: essi, non lottando col fato, ma preparando la via di un altro mondo, furono da questo lato non in aperta, anzi in universa opposizione col Cristianesimo.

Pagani e Cristiani s’intesero talvolta e in tutto che risguarda il morire e la speranza di un premio o di una pena si diedero taluna volta, noi volendo o noi sapendo, la mano. Questo ravvicinamento d’idee, questa misteriosa consociazione di sentire, questa smania di vivere dopo morti per uno o per altro modo, dinota anzi mostra che le velleità umane, le aspirazioni, i desideri furono sempre i medesimi e il popolo napolitano, antico e moderno, ardente, fecondo d’idee, visionario negli affetti, assai volentieri si sobbarcò a credere ignote regioni, elisi, campi infiniti di un vivere eternalmente gioioso, armonie mistiche, libazioni aeree, gaudi inesplicabili ed indefiniti o indefinibili.

Chi soffre quaggiù ha d’uopo di sperare: togliete questo dittamo all’infelice e voi gli avrete schiacciato la fantasia ed in parli molecolari (dirò) sgretolato il cuore. Mors, unica spes! sciamava l’antico poeta!—A che più tardi o morte! sciamò sovente il poeta italiano e il popolo ripetè nel più facile linguaggio poetico che gli si offerse,

Non è ver che sia la morte

Il peggior di tutti i mali,

Ma un sollievo de’ mortali

Che son stanchi di soffrir.

Per compimento di arcane desianze, di voti inesauditi in terra ed esaudibili altrove, parve bello al nostro popolo eziandio…

……………….lu mmorire acciso

Nnante a la porta de la nnammorata!

L'anema se ne soglie in Paraviso

E lu cuorpo se chiagne la scasata!

Se taluno de’ miei lettori ebbe la pena di assistere all’agonia di una vergine, di un fanciullo, di un vecchio e venerando capo di famiglia, avrò veduto i buoni napolitani struggersi in lacrime amare e dolersi di perderlo sino al delirio e tenerlo abbracciato e non volerlo punto lasciare, e allora, quasi nella più viva e intensa smania del dolore, una voce dal fondo di quella stanza piena di lamento ha pronunziato le parole — Benedicilo a lu Signore! e lassalo ire.

Queste parole svolgono un gran sentimento che lo spiegare è utile ed onora la mente fervida del popolo napolitano. Immagina il nostro popolano che Domeneddio, quando colpisce di morte una cara nostra persona e lo mette nel transito dell’agonia, presiede a quella e lo guarda, per così dire, dall’alto del capezzale o gli sta invisibilmente di fronte come i pittori al letto di Giuseppe pongono Cristo.

Domeneddio, secondo la fervida immaginativa napolitana, ode i pianti, le querele, i singulti ed aspetta che vadano alcun poco cessando, ma se quelli non cessano e i desolati non ristanno alquanto dal piagnere, egli siede ed aspetta, ma aspettando appo quel capezzale o di fronte ad esso invisibilmente prolunga l’agonia del morente e quegli ne soffre il soverchio dell’assegnata misura.

È allora che il devoto inculca la rassegnazione con le parole lascialo andare, e con quelle dice alla madre, al fratello, alla consorte — Non indugiate con la vostra persistenza il transito di quell’anima a vita migliore, non contrariate la volontà dell’Eterno. Benedicilo o benedicitelo—Lasciatelo a Lui che l’aspetta. Rassegnatevi, o con que’ vostri gemiti indurrete il Signore a far più lunga la sua agonia.

Questo sentimento del popolo e altamente filosofico. Se Anacreonte, Omero, ed altri poeti dissero che nulla val contro il fato, se Platone e Socrate, ragionando delle anime nostre diedero loro una destinazione o meglio una predestinazione; il concetto che l’anima nostra possa soffrire nel dipartirsi da questa terra (se il consentimento de’ nostri cari non accede nella suprema volontà) e tale un sentimento filosofico popolare, che spiega quanto le menti fervide, viaggiando di delirio in delirio, possano taluna volta raggiungere ed imberciare un possibile vero, e diciamo anche una possibilità.

La indifferenza della morte che previene talune volte la morte stessa: la calma dignitosa e grande che presiede talvolta alle ultime ore di un uomo, è caso è stupidità sempre, ovvero è virtù che ci vien fuori di noi? Siamo noi diserti del tutto nell’ultimo anelito? Lo spirito di Dio si posa o no al fianco del martire cristiano? L’è una questione, un dilemma che non è una verità matematica, non si può sciogliere su due piedi. La feminuccia napolitana ha dunque ella pure il suo lato filosofico-morale, tuttoché avviluppata dalle superstizioni.

Direste anche talvolta, udendo parlare il nostro popolo, che la metempsicosi fosse incarnata nella sua mente. La nostra donnicciuola del volgo vede l’anima del primo figliuolo che perde in un altro fanciullo e, dicasi pure, in un fido e rispettoso animale, vede l’anima del marito, della madre, del padre. È un delirio, ma è un delirio filosofico, che ella non osa manifestare al suo confessore.

Al sepolcro dello estinto la napolitana mormora le sue sommesse parole. Anche oggi la donnicciuola parla al marmoreo avello che in Santa Chiara racchiude le ceneri di Maria Cristina di Savoia. Gli raccomanderà ella Vittorio Emmanuele o altri? Il popolo è sempre popolo... Gli si può imporre talvolta il voto pubblico: non gli si può mai imporre il voto segreto. Felici que’ giorni che raccoglieranno in pubblico o in segreto sempre il medesimo nome!

Come questo avello della pietosa Cristina Sabauda, un dì gli avelli marmorei di famiglia nella consapevole arca del tempio chiudevano i nostri morti. Le infezioni inaspettate e il nefasto Cholera fecero dalle chiese respingere i freschi e direm quasi palpitanti cadaveri.

Il nostro antico Camposanto era sopra un colle detto di S. Maria del Pianto, dove una chiesa si ergeva e dove il pennello di Andrea Vaccaro, con quel misto di malinconose tinte, ritrasse la penitente di Maddalo con viva espressione di pianto.

La valle che si stende a piè del colle è memorabile, perche menava ad una casina di dilettosa dimora e forse di dilettose oscenità. E perché tutte le oscenità a Napoli si riportano alla regina Giovanna II, cui non valse il farsi iniziatrice dell’asilo de’ proietti, la casina fu detta da Giovanna reina, e vi pinsero i fratelli Pietro ed Ippolito Donzelli, cari pittori del tempo, de’ quali ancor poco soppravvanza a tante dispersioni e rovine di popoli variamente traditi e dominati.

La valle dunque è memorabile perché una volta, quando i Francesi miravano al conquisto del reame guardato e difeso da Gonzalvo, fu con molte forze inviato ad assediar Napoli il prò Lautrech e la sua gente. Giovane capitano, pieno di ardire e di fidanza nelle proprie forze, si avanzò fin sotto la città e, non potendo averla, vennegli in pensiero di privarla d’acqua e prenderla non per fame, sibbene per sete.

E di repente, seguendo l’animo mal deliberato, eccolo intento a far abbattere gli acquedotti che, traversandola ubertosa campagna, menano le acque entro l’abitato, ma quella deliberazione lo perde, perché le acque, ristagnando, esalano miasmi perniciosi: una epidemia si spande nel campo: militi d’ogni condizione ne son presi ed egli stesso, il prode, valente e bel condottiero, arso di febbre si muore ignoto la dove avea sperato rinomanza.

In breve quel terreno si sparge di cadaveri e il fertile piano non è più che un arido camposanto. Sino le funerali esequie mancarono ai prodi, e i cadaveri de’ soldati di Lautrech furono gettati negli antri del monte, il quale formato già di lave vulcaniche, come i geologi attestano, venne da allora nominato il colle di Lotrecco.

Memorabile quell’avvenimento fu pe’ Napolitani e più trista fece questa contrada che si distende oltre la porta Capuana.


Or bene, più innanzi di questo campo, a fronte della or distrutta dimora della Giovanna Angioina, s’innalza il nuovo cimitero, del quale né più vario né più dolcemente mesto, tra il sorriso di natura e il pianto dei salici, potrebbe in Italia trovarsi. D’ambo i lati, come ascendi, son sepolcri in vario modo architettati.

Di bianchi marmi la più gran parte, con belle cornici e risalti, porte ferrate di sforato lavoro, scalee piramidi, sta tue, e tra esse in fronte della cappella di una congregazione è visibile un monumento d’arte a noi carissimo, una porta del 300 a sesto acuto di bello stile gotico, già appartenuta al tempio della Incoronata, che a Napoli tenne un lato della via delle Corregge, or detta di Fontana Medina.

Quella porta cosi bianca, così sobria e modesta, è pari alla Vergine Cristiana che sopravvive allo eccidio delle sue compagne, né parrà strano il paragone, quando si pensi che altre belle porte di antiche chiese napolitane sono o svisate o distrutte.

Più in alto il cimitero presenta un tempio con recinto di nobili cappelle e con sotterranee volte, ricovero di defunti. Nel mezzo sorge la statua della religione con quattro angeli,opera di Tito Angelini. Lateralmente all’edificio della chiesa son due edifici quadrangolari che contengono le fosse comuni, cioè quelle in che si trova posto dopo un cotal periodo di tempo e la camera di aspettazione o di esperienza dopo morte, innanzi che lo estinto venga tumulato.

Le vie ascendenti e discendenti che intorno per l’ampia terra si spiegano, hanno monumenti d’ogni guisa, vaghi talvolta e capricciosi troppo, ai quali manca la solennità della morte e fra essi ti fermi anche in un recinto per gli uomini insigni nella cosa pubblica o fuor di famiglia.

Ciascuno compra il terreno nel quale edificar vuole la propria cella, il povero unito agli altri confratelli scende nel nudo terreno, ma se ha speranza di ergere una tomba, una croce è posta a ricordo del cadavere, e quando egli, dopo breve termine, può possedere un lembo della terra dei morti, il suo cadavere è dato alla famiglia per metterlo nel costruito sepolcro.

Il dì de’ morti è una festa, ma il popolo napolitano quasi tradizionalmente, serbando gli antichi usi che preparavano banchetti, suole visitare l’asilo delle tombe per compier la giornata sbevazzando.

Noi non sappiamo lodare un pietoso popolo di questa profanazione. I sacerdoti, cui spetterebbe tanto ufficio, dovrebbero far intendere a’ popolani che il nuovo cimitero nella sua bellezza non è fatto per accogliere brame disoneste e turpi allegrezze.

Gli antichi bevevano talvolta è vero, ma ponevano nel sentiero delle tombe il Siste viator. e la folle ebbrezza spariva.

Ma pria di chiudere questa mia commemorazione istorica delle esequie napolitane non so tacermi intorno ad un camposanto che, da una piantagione sparsa di agrumeti per la mesta campagna, fu detto delle Cedrangolelle.

A chi era serbata quella terra? Duole il dirlo. All’umanità mal giudicata e dico mal giudicata, perche il giudicar troppo severamente è un molto di mal giudicare. A chi spettava dunque il mesto terreno delle Cedrangolelle sotto il pio reggimento di taluni troppo scrupolosi reggitori?

Alle donne cui non sempre il vizio ma la fatalità, il bisogno, la ereditaria sciagura traeva a far mercato delle proprie carni. Sedotta o rea, perdonevole o inescusabile, non solo in vita era dalle sue compagne separata e reclusa, ma in morte eziandio; e morte, che tutto agguaglia, neppure in quella fredda terra agguagliava lei. Foscolo avrebbe detto:

A lei fu posto non pietra non parola;

e il mio Pier Agnolo avrebbe detto:

il mondo che a fallir la indusse or la rinnega.

Quella terra dunque era, usando le parole dell’Alighieri, l’ultimo ospizio delta meretrice dagli occhi pulii. Colà la esecrazione degli uomini la perseguiva, dopo averne fatto in vita un segno di depravazione inevitabile.

Ma era assai men da perdonare lo sdegno della umana alterigia verso il suicida.

Anch’egli doveva abitare in morte il terreno della prostituzione.

Lo si giudicava demente e poi si cresceva di tanto la sua colpa, da negargli cristiana sepoltura.

E presso all'infelice che, non capace di regger più al grave peso dei suoi dolori, briaco dell’affanno stesso che gli chiudeva il respiro, si era sottratto al suo cotidiano supplizio con un laccio, una pistola, un ferro, un precipizio, era posto un usuraio che aveva succhiato il sangue e le suoi simili e ridotto a mendicare illustri famiglie, cui forse il disquilibrio di un giorno avea portato la rovina di un anno.

Gli uomini non eguali in faccia alla legge, quando la legge non è un fatto, erano anche non uguali nell’ultimo asilo.

CAV. CARLO TITO DALBONO


1 «I pellegrini si preparavano col digiuno e l’orazione ed avean cura di conservare quel drappo durante la vita» — Vedi Michaud. Stor. delle Croc.

1Dinarch. ap. Harpocrat. Onom Vili.

2Vedi la figura.

3Vedi la figura.

1Vedi la figura.

1Questo prete operoso spese del suo per promuovere siffatte escavazioni e fu autore di una opera intitolata. —Del modo di frugare i sepolcri degli antichi. Avvertiamo i lettori che per mero equivoco alla pag. 59di questo volume il de Jorio fu chiamalo Filippo, ma deve leggersi Andrea.

2 Vedi—Roma memorie e frammenti—Un vol. presso Giosuè Rondinella Napoli.

1Mi piace riportare qui appresso i frammenti di quest’antica canzone, che mi sono stati cortesemente comunicati dal signor Pietro Martorana, il quale, avendoli rinvenuti in una raccolta manoscritta (li antiche canzoni, ne à citata la prima strofa nella sua opera — Notizie biografiche e bibliografiche degli scrittori del dialetto Napolitano,— alla quale intende con moltissima cura e diligenza è che riuscirà di somma utilità agli scrittori del nostro dialetto. — Questi frammenti vengono attribuiti ai tempi di Masaniello; ed anno poi dato argomento ad uno de’ nostri soliti autori di canzoni popolari di scrivere la piccola elegia lirica, che si vende stampata comunemente e che, a dir vero, non vale le due strofe che seguono.

Fenesta che lucive e mo non luce,

Segno ca nemici mia sta malata;

S'affaccia la sorella e mme lo ddice:

Nennella toja è morta e s’è atterrata!

Vaco a la chiesia e beco lo tavuto,

Mme metto a chiagne comm'a disperato:

Chella vocchella che ghiettava sciùre,

Mo votta de li vierme… e che piatate!

(Nota dell’editore)

1 Il De Jorio da noi citato non ritiene intera questa opinione, ma pensa che i balsami lasciassero quella deposizione colorata.

1Il mondo è sempre lo stesso. Gli antichi valutavano il dolore a norma delle lacrime pagate: e molti eletti valutano o credono valutare l’opinione pubblica a loro favore, calcolando i voti che hanno pagati o carpiti capziosamente. Ab uno disce omnes. Questo solo argomento basti a definire le votazioni e le maggioranze



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INDICE


DEGLI ARTICOLI


DELLE TAVOLE

I Lazzaroni ed i facchini - E. Cossovich
1 Lazzaroni e facchini - F. Palizzi 5

2 I San-Giovannari - P. Mattei 8
La rimpagliatrice - E. Rocco   19 3 La ’mpagliasegge - F. Palizzi 19
Santa Lucia - L. Coppola 23 4 L* ostricaro - T. Duclère 23

5 La venditrice di spighe - T. Duclère 31

6 La venditrice di polipi - T. Duclère 32

7 Il venditore di fichi D’India - F. M. 33
8 Rissa di donne - P. Mattei 36
La capera - F. Mastriani 39 9 La capèra - F. Palizzi 39
Il venditor di vino - E. Rocco    43 10 Il banditore di vino - F. Palizzi 43
Sorrento - G. Orgitano 47 11 Donne di Sorrento - T. Duclère 47
Pulcinella e la maschera napolitana -
12 La tessitrice di nastri - T. Duclère 51
Cav. C. T. Dalbono 57 13 Pulcinella - T. Duclère 57
La mossa votiva - F Mastriani 65 14   La messa votiva - F. Palizzi 65
La taverna - Cav. C. T. Dalbono 71 15 Il tavernaio - T. Duclère 71

16 I mangia-maccaroni - F. Palizzi 76

17 Il maruzzaro - F. Palizzi 78
Il Vesuvio - E. Cossovich 85 18 Salita al Vesuvio - P. Mattei 85
19 Discesa dal Vesuvio - P. Mattei 113
L’oliandolo - F. Mastriani   119 20 L’oliandolo - F. Palizzi 119
Il pizzaiuolo - E. Rocco 123 21 Il pizzaiuolo - F. Palizzi 123
Massa e Capri - G Orgitano 129 22 Il mulo di Massa - F. Palizzi 129
23 Donna di Capri - T. Duclère 141
Napoli dopo mezzanotte - F Mastriani 147 24 Il caffettiere ambulante - F. P. 147
L’ovaiuola - E. Rocco 153 25 L’ovaiola - F. Palizzi 153
Pozzuoli e il cicerone - Cav. C. T. 26 Il cicerone - T. Duclère 157
Dalbono 157 27 Fanciulla di Baia - T. Duclère 167
Il venditore di polli - F. Mastriani 173 28 La riffa de’ polli - T. Duclère 173
La levatrice - E. Cossovich 177 29 La levatrice P. Mottetti 177
Gli zingari e le zingare in Napoli 30 Gli zingari - F. Palizzi 195
Cav. C T. Dalbono 195 31 Le zingare - F. Palizzi 200
Lo spazzaturaio - E. Rocco 201 32 Lo spazzaturaio - F. Palizzi 201
Lo zoccolaro - E. Cossovich 205 83 Lo zoccolaro - T. Duclère 205
Il camorrista e la camorra - C.  T. D. 215 34  I camorristi - P. Mattei 215
Le zeppole - E. Rocco 237 35 La friggitrice di zeppole - T. Duclère 237
Il mellonaio - G. Orgitano 243 36 Il mellonaro - T. Duclère 243
I bagni - E. Rocco 249 37 Il portatore di acqua - F. Palizzi 249
Le questue in Napoli - F de Bourcard 253 38 La questuante della Madonna del Carmine - P. Mattei 253
39 Il miracolo della Madonna del Carmine
P. Mattei
258


40 Questuante per S Antonio Abate - P. M. 265
Le feste di Pasqua - E. Rocco 271 41  I casatelli - T. Duclère 271
La festa della Madonna dell’Arco
42 La tarantella - T. Duclère 277
- Cav. E. Cossovich 277 43 Il tamburinaio - T. Duclère 290
Il castagnaio - E. Rocco 293 44 11 castagnaro - T. Duclère 293
Da Napoli a Pompei - G. Orgitano 297 45 Il paludano - T. Duclère 297
46 Contadina delle paludi - T. Duclère 301
47 Il carrettiere - F Palizzi   314
Le esequie e i poveri di S Gennaro 48 L’esequie - P. Mattei 321
Cav C T. Dalbono 321 49 Il carro funebre - T. Duclère 325
50 I poveri dell’ ospizio di S Gennaro - P.M. 326























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