Eleaml


LO TROVATORE

GIORNALE DEL POPOLO


LO TROVATORE fu uno dei tanti giornali che si opposero al nuovo regime. Giornale cattolico? Certo? Borbonico? Sicuramente?

Che fosse un giornale cattolico lo dichiarava apertamente, che difendesse le realizzazioni, fatte nelle Provincie Napolitane durante il regno borbonico, pure.

Risente in alcuni passaggi di quella che diventerà una sorta di mitologia, molto in voga al giorno d'oggi, la elencazione dei primati che tanto fa discutere anche nel nostro ambiente cosiddetto identitario.

Se, però andiamo a leggerci gli articoli inerenti l'Albergo dei Poveri e l'Esposizione Marittima e l'Arsenale di Napoli, ci rendiamo conto che questo paese ha un grosso debito di verità nei confronti delle regioni meridionali.

Siamo nel 1871 e già il futuro (oggi il presente) di questo paese è ben delineato, non solo si buttano giù statue ed emblemi del passato governo borbonico  e qui siamo nella normalità di un cambio di regime, ma si falsificano date ed eventi e qui si va oltre. Per tema che la opposizione politica all'Italia sabauda dilagasse e diventasse inarrestabile, si fece quadrato facendo tabula rasa della storia di un popolo, cancellandone fisicamente la memoria e lasciando spazio nei libri di storia solamente a resoconto falsi ed edulcorati che esaltavano le magnifiche sorti e progressive sabaudo-italiane.

Si leggano a tal proposito gli articoli intitolati BUGIARDI!

Si legga poi “UN'ULTIMA DISTRUZIONE” e UN'ULTIMA DISTRUZIONE (Continuazione e fine ) in cui si parla dell'Arsenale di Napoli. Riportiamo alcune parole profetiche:

Consideriamo ora la quistione dal lato economico, guidati da quanto egregiamente dice l'opuscolista. Esso scrive che un Arsenale non sorge per incanto, che per costruirlo e metterlo nelle condizioni in cui trovasi questo di Napoli, abbisognano almeno 30 anni e moltissimi milioni, che alla Spezia si lavora da 11 anni, si sono consumati 70 milioni, ed intanto quell'Arsenale non è ancora nel caso di funzionare bene e dare quei prodotti che dovrebbe per una Marina da guerra, sicché per vederlo finito chi sa quanti altri anni dovranno passare, e quanti altri milioni ingojerà....

Pubblichiamo una selezione di articoli (Aprile 1871 - Dicembre 1871) che si basa sulle nostre valutazioni e sulla leggibilità del testo, nel senso che sono stati scelti quegli articoli dove l?OCR ha funzionato meglio lasciando pochissimi errori da correggere. Ovviamente vi sono decine di CHIACCHIARIATEDINTO A LO CAFE' DE L'ALLEGRIA che sono piacevoli ed istruttive da leggere.

A tal proposito informiamo gli amici e i naviganti che siamo riusciti a costruire un dizionario napolitano (per Open Office ma riteniamo si possa anche trasportare in Word) di circa 20mila parole partendo ovviamente da una base collazionata da varie fonti sul web. Lo metteremo a disposizione quanto prima.

Nel dizionario vi sono delle ripetizioni che andrebbero eliminate ma si tratta di un lavoro improbo, da equipe. Chi ha qualche idea in merito ci contatti: http://www.eleaml.org/ - contattaci.

Buona lettura.

Zenone di Elea – Luglio 2013

LO TROVATORE

Giornale del Popolo - ANNO VI Aprile 1871 Dicembre 1871 (1)


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30 Luglio 2013

ANNO VI N. ° 45 Martedì 18 Aprile 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

Depredazioni!

E lascia pur grattar dov'è la rogna.

DANTE

Quando nel 1860 si udivano progettare tante strade e giardinetti, e si vedeva poi il tagliarsi dei palazzi, il demolirsi dei diversi fabbricali (piani per la maggior parte già approvati prima della gloriosa rigenerazione, e che per far buon viso alla setta in allora dai consoci si differivano) in omaggio al gran principio del pubblico vantaggio, gli allòcchi, i melensoni che guardavano a bocca aperta tante devastazioni se la ridevano sotto i mustacchi, ed apostrofavano gli onesti cittadini intuonando loro questo beffardo motteggio: «È vero che la rivoluzione tiene dei momenti tristi, delle tinte fosche, ma poi di quanto benessere non si arricchisce il. paese; s'aprono vie i cui progetti giacevano polverósi, nuovi stabilimenti ed opere pubbliche sorgono per incanto per allegrare questa Napoli, si trasfonde il denaro in beneficio del popolo che trova pane e lavoro per sfamarsi dalla miseria in cui l'avevano gettato i despoti, gli assolutisti» e così via via battendo le dita come a nacchere, e stropicciandosi le mani davano la burla a quelli ch'erano di contrario avviso: Son passati dieci anni ed a quelle vanitose parole faceva seguito una crudele realtà! Oggi non sono i Codini che ammiccano e prendono il broncio, ma gli stessi liberaloni ohe si acciuffano pei capelli pel tergiversato principio che gli avea illusi con una falsa fantasmagoria, mentre la verità dei fritti ha comprovato l'opposto. Le opere pubbliche non sono progredite che mezzanamente, e per converso il Municipio ha aumentato a più non posso i balzelli, à sciupato il patrimonio Comunale; mentre poi come per un effetto magico si sospendevano le opere intraprese, o lavoravacisi meschinamente; ed al vederle malamente costruite, che pur dovevano durar molti anni, s'innalza un grido di generale malcontento contro l'amministrazione Comunale; ed affinché non ci si creda pessimisti, ci piace passare a rassegna, e toccare con un rapidissimo cenno le principali, onde comprovare la schiettezza dei fatti.

1. Ed apriamo la scena da quell'incompiuto ed irregolare progetto pel rifacimento della strada della marina, cioè l'intero capostrada della larghezza di palmi venti dalla Porta di Massa al Carmine, pel quale nel 1862 si assegnavano L. 48106,69 e n'erano appaltatori Luigi Ferrara e Domenico Bosco sotto la direzione dell Architetto commissario municipale sig...

Nel 1864 quella cifra si aumentava di un supplemento di altre lire 13334,24 per ottenersi l'onera completa: in uno lire 64726,37. Ma disgraziatamente nella revisione si constatava l'orribile qualità dei lavori, ed i danni arrivavano a tal punto da rendere non transitabile quella strada, e fu d'uopo spendervi altre lire 10902,23 per colmare di brecciame le molteplici affondature. Al presente dopo lo sciupio di lire 73628,60 si è costretti a rifarla da capo.

E indi al Municipio veniva in pensiero di tramutare nel 16 Aprile 1867 il Collegio dei PP: Barnabiti a Pontecorvo in un Convitto per la scuola di Marina Mercantile (il mare sulla montagna) e se ne affidava l'incarico agli Architetti del Giudice, Fiorante, de Maria e Radogna, con gli appaltatori Giuseppe e Camillo Santoro; si versavano in acconto di spese lire 13200, e si stabiliva nei diversi bilanci la cifra idi lire 144000: mentre poi le somme pagate fino a 15 novembre 1869 ascendevano a lire 153657,65. Quindi contro ogni regola si erano erogate lire 9657,65 essendo tuttora incompiuto quel convitto. Ed è bene il notare, che vi figuravano, il costo della mobiglia in lire 16420, ed un albero di manovre per lire 50100, fatti senz'alcuna autorizzazione.

3. M Consiglio nella (ornata del 10 settembre 1868 volava alla maggioranza lo inalyeamento della Lava del Vergini giusta il progettato dai signori Siniscalchi e Schisani diviso in tre grandi zone dette il Collettore, l'Arenaccia e Foria, con appalti separati ed a cottimo.

Sulle offerte dell'ingegnere Sartori, che fra l'altro proponeva l'eseguimento dei lavori fra dieci anni, ed una cauzione di 5000 lire di rendita; e dell'appaltatore Belliazzi che si obbligava di eseguire l'opera in trenta mesi, e dava una cautela di centomila lire in Capitale: la Giunta, cosa incredibile, secco secco acconsentiva alla dimanda del Sartori con pubblico stipulato del 4 luglio 1869, che stabiliva il cottimo per lire 3,268,355 ed un compenso agli Architetti Schisani e Siniscalchi di lire 80 mila!!

Però nel corso dei lavori si è avuto la dolorosa certezza d'esservi quattro sottoappalti in dispregio del pattuito, e verificata la cattiva costruzione delle Opere; tanto ch'era stato una necessità il soffermarle. Ora su di che si rivalerà il Comune di questi danni sensibilissimi a cui si era andato incontro?

4. A fine di ridurre il Mercato di Tarsia ad Instituto d'Incoraggiamento, e pei nuovi lavori, il Municipio spendeva 1,042,000 lire. Ed è deplorabile al sommo che senza una esatta misura si sia sprecata tal somma sotto la dizione dall'Architetto del Giudice, più del quadruplo del progettato: ed i Santoro antichi appaltatori continuavano ad essere senza contratto.

5. Pel Convitto Cirillo l'architetto Fiorante proponeva la somma di lire 258376,56 che fu approvata dalla Giunta a 4 giugno 1869 mentre si erogavano effettivamente lire 246148,56. Oggi quei Livori son sospesi per arbitrio degli esecutori.

6. Per la costruzione di un Mercato a Chiaia si comprava il, suolo del Grasset per lire 139983,78 ed invece lo s'impiantava nel Convento di S. Pasquale a Chiaia. Quella spesa fu inutile.

7. Pei lavori alla Maddalenella si consumavano lire 120000, e la Giunta esaminava solamente due progetti per lire 49 mila, il resto si spendeva senza revisione.

8. Nella vendita dei suoli al Mercatello via Museo non si curava il Municipio di esprimere l'esistente del canale Carmignano sotto le fondazioni da scavarsi. Per questa imperizia si andrà incontro ad un sicuro interesse e che non sarà di piccolo momento per la deviazione di quel Canale.

9. A 16 settembre 1870, si pagavano lire 105000 per la costruzione di un novello Marciapiede alla Villa Nazionale laterale al Trottoir per sostituire all'antico cancello un altro di minore altezza e per cingere con siepe quel viale: quest'opera non utile né urgente, ma di lusso che poteva restare ancora per altro tempo come era stata per lo passato, si commetteva all'Architetto Alvino ed agli intraprenditori Salvietti, Salvi, e Compagnoni.

10. Anche senz'autorizzazione, appalti e progetti si prescriveano i lavori pel secondo tratto della Via del Duomo e nel Ramo del Dazio di Consumo; Che oggi sono in sofferenza.

11. Per rispondere adequatamente a tante spese bisognava che la Cassa Comunale fosse provveduta a dovizia da non soffrire strettezze. Però questa più che mai si trovava esausta di mezzi, di mezzi per lo sciupìo a cui si era andato incontro, e vi era era una sensibile deficienza. Or mentre si faceva un debito di sedici milioni per servire ad opere pubbliche, appena sei milioni vi si impiegavano, ed il dippiù si esitava con partite fuori bilancio Non si crederebbe che nel 1 ottobre 1870 si doveano incassare lire 4. 300. 000 per far fronte ad un esito di dieci milioni: con uo disavanzo così sensibile come andare innanzi!?

Fa dolore il vedere che dal 1862 non si sono esaminati i conti comunali, né accertati quelli della percezione delle tasse e delle multe; che la Madrefede sia una finzione. perché le somme che vi si notano, non corrispondono a quelle che appariscono dai registri. Ed intanto pel ramo dell'Istruzione pubblica si erogavano fuori appalto lire 20421,23. Pei Giardini della città nell'ultimo biennio si spendevano altre lire 70,000 senza, esservi alcun conto. Si pagavano lire 1000 per un autografo del celebre martire Carlo Poerio, ed altre 80 mila lire per un passaggio provvisorio di legno, ed una inaugurazione di novella opera. Sull'aggio del tramutamento della moneta di oro si perdevano lire 544458. Vi è un debito di dieci milioni non soddisfatto verso del Governo pel canone del Dazio di Consumo. In una parola sopra di un introito di 30 milioni, si esitavano 58 milioni. circa il doppio!! E ciò basti per contestare lo scialacquo: e per dimostrare ai più schivi e poco creduli l'infelice posizione della Cassa Municipale. Ecco lo stato miserando in cui i Glauconi della Città nostra promettevano con finte parole di far fiorire l'Azienda Comunale! e miseramente inabissavano il paese! Nè è a dire che i presenti sieno migliori dei precedenti; questi gridano la croce addosso a quelli, non già per il bene del Municipio, ma perché essendosi vuotate le casse, non hanno più credito presso degli stessi consorti; ne vi sono danari per saziare l'ingorda fame. Mancata la fiducia è prossimo il fattimento. Gli attuali cercano di riversare la broda sui predecessori, a cui per aggiunta si è unita una gara personale; e tra questo contrasto di parti e di partigiani la povera azienda pubblica ne à sofferto tale dilapidazione da far raccapriccio!

Ci è piaciuto d'indagar le cause peculiari del fatto, ed abbiamo trovato figurarvi sempre gli stessi nomi, e le medesime associate persone con una irregolare preferenza. Posciaché con la più flagrante mostruosità si son vedute molte opere pubbliche intraprendersi senza la gara dell'asta pubblica voluta per legge, senza dello stato estimativo dei lavori, senz'appalto, o trattative privale, senz'autorizzazione e senza l'assunta garenzia dell'appaltatore e la responsabilità dell'architetto da sperimentarsi nei possibili eventi. Siamo obbligati a conchiudere, che il disprezzo di tutti questi estremi implicava in un danno reale ed effettivo il Municipio.

Tutti, dal nobile aristocratico all'umile artiere, vedendo impiantata tanta camorra in guanti gialli in onta ai veri bisogni del popolo, rimpiangono quel glorioso passato in cui Napoli regina del Regno risplendeva per la sua amministrazione comunale, che senza aggravio d'imposte si rivestiva di vero e nuovo splendore; e si ricordano con dolore le bugiarde calunnie messe in circolazione ad arte per denigrare quelli che amavano il benessere del paese. quando con un esatto rendiconto erano annualmente controllale tutte le operazioni e le spese di quei funzionari; mentre oggi si vede lo sparire come per incanto dei milioni, e non si muove parola, che splende il sole del... rigenerato progresso. Non vi è maggior dolore che nella miseria ricordarsi dei giorni felici! Napoli è costretta oggi a pascersi per mangiare i frutti cattivi della rivoluzione che agghiadiscono denti, e pure deve fingere di non sentire l'amarezza: ma il tempo del rendiconto suona per tutti, e lo sarà anche per coloro che per arricchirsi indebitamente si succhiavano il sangue del popolo!!!

LO TROVATORE

Corriere del Trovatore

Esposizione Marittima — Ieri si è aperta e vi fu qualche discorso inaugurale, fra cui uno dell'ex-Sindaco Senatore lmbriani, di cui diremo qualche cosa in altro numero. Onde solo vorremmo che i prezzi fossero un po' più dolci e adatti alla prosperità pubblica attuale; altrimenti il signor concessionario avrà pochi visitatori, e molti curiosi; chiuderanno gli occhi e diranno di averla veduta.

LA RUSSIA E L'ITALIA

Napoleone III non è più!!! La Francia debellata e doma, ripone nel fodero l'insanguinata sua spada; e l'Europa attonita vede sorgere una gigantesca quistione: Il potere temporale del Papa!!! Istituzione secolare, colossale, incrollabile, che comunque debole in apparenza ha saputo fare ciò che non poterono fare agguerriti eserciti... Il Papato difensore del debole, dell'oppresso nemico dei violatori di ogni dovere e di ogni moralità; quantunque calpestato, assalito da nemici esterni, da figli snaturati; offeso in tutto ciò che il mondo stima ed ammira; ha sempre però attinto novella forza dalle medesime oppressioni che sosteneva, e mentre i suoi nemici intuonavano l'inno della vittoria e lo credevano per sempre strozzato e sepolto sotto le mine, Esso riapparve sempre più bello, più altero, più potente IH 'La quistione adunque del Papato per la sua suprema importanza, attiverà indubitatamente l'ingerenza straniera nelle faccende d'Italia... I sovrani d'Europa saranno chiamali a decidere su questo gravissimo argomento. Quale sarà la politica della Russia?

Il Gabinetto di Pietroburgo in tutte l'epoche ha sempre addimostrata una politica antirivoluzionana; promotrice al 1814 della Santa Alleanza stabiliva come patto fondamentale: «Promettono i Principi di restare legali all'indissolubile nodo «di un'amicizia fraterna; prestarsi mutua assistenza governare i sudditi da padri, e mantenere sinceramente la Religione, la Pace, la Giustizia». Con l'articolo 3. del trattato segreto di Verona del 12 novembre 1822 ripeteva: «Convinto che i principii della Religione concorrono più forteti mente a mantenere le nazioni, di quello stato di obbedienza passiva che debbono ai loro Principi, dichiarano essere ormai loro intendimento sostenere nei propri Stati le misure che il clero crederà dovere adottare pel consolidamento dei propri interessi così strettamente collegati con quelle a delle autorità dei Principi».

Nei movimenti rivoluzionari delle Legazioni nel 1831, ove tra gl'insorti v'era l'ora caduto Luigi Napoleone; il Principe Gagarin rappresentante la Russia in risposta alla Nota del Cardinale Bernetti in data del 10 gennaio 1832, esternando il dolore profondo che l'Imperatore avea provalo vedendo l'anarchia rivoluzionaria insorta nelle Legazioni offriva il suo appoggio «a tutte le misure che impiegasse Sua Santità per a assicurare il successo di una impresa si legittima, come è quella del ristabilimento del suo potere nelle Legazioni».

Ne tale politica cambiò al 1849, poiché spediva al Pontefice Pio IX allora rifugialo a Gaeta una bellissima Nota, dicendo: «Gli affari di Roma mettono in grave pensiero il go«verno di S. M. l'Imperatore di Russia, e s'ingannerebbe «grandemente chi supponesse che noi prendessimo parte meno viva dei governi cattolici alla situazione in cui si trova S. Santità Papa Pio IX. Egli e fuor di dubbio che il Santo Padre troverà in S. M, l'Imperatore un leale aiuto per a farlo ristabilire nel suo potere temporale e spirituale, che il governo Busso si assoderà francamente a tutt'i provvediluenti che potranno condurre a questo fine. Che esso non nutre verso la Corte di Roma verun sentimento di rivalità, né veruna animosità religiosa».

E nemmeno inconseguente si mostrò al 1860 riconoscendo l'Italia condizionatamente il 12 luglio 1862, cioè due anni dopo l'eccidio di Castelfidardo, e quando di già l'aveano riconosciuta quasi tutti gli Stati di Europa.

Ma se la Russia riconobbe la ragione del diritto e della giustizia per la Santa Sede, non la sconobbe per le altre corti; imperocché quando nel Congresso di Parigi nel 1856 il Cavour elevandosi a pubblico accusatore, sostenuto dai rappresentanti di Francia ed Inghilterra attaccava violentemente il Be di Napoli, accusandolo di lesa umanità, e provocando uno intervento armato nel Reame delle Due Sicilie, la Russia alzò la voce emanando quella Nota del Gorciakoff datata da Mosca 21 agosto 1856 che resterà famosa negli annali della diplomazia per la sua onestà e dignità di linguaggio, dicendo: «Non è lecito dimenticare in Europa che i Sovrani sono eguali fra loro e che non l'estensione del territorio, ma la santità dei diritti di ciascheduno regola le relazioni che possano esistere tra loro. Il volere ottenere dal Re di Napoli concessioni che riguardano il regime interno dei suoi Stati per via comminatoria o con dimostrazioni minacciose, è volere governare in sua vece e proclamare senza maschera il diritto del forte sopra il debole.». Ed in questo rincontro la Russia lasciò intravedere che se aveva avuto una spada per difendere se stessa in Crimea, l'avrebbe più sguainata per difendere il diritto altrui, soperchiato dall'altrui prepotenza, e cosi seppe prendere la più grande vendetta delle umiliazioni sofferte, e le Tuilleries e S. James pagarono a caro prezzo Malakoff e Sebastopoli, ritornando a più miti consigli... Né meno energico fu Alessandro al 1860, riguardo all'invasione della Sicilia; una Nota del 10 ottobre di quell'anno diceva: «(il Piemonte) patteggiando apertamente con la rivoluzione, servendosi di truppe e funzionarli che stanno a servizio di V. Emmanuele in mezzo ad una pace profonda senza dichiarazione di guerra, ha consumalo una serie di violazioni di diritti, con iniquità tale che l'Imperatore delle Russie nella sua coscienza e convinzione altamente disapprova». E sul dispaccio che rimandò al Ministro degli affari esteri che gli dava conoscenza dello sbarco di Garibaldi a Marsala di proprio pugno scrisse: C'est infame et de la part des anglais aussi. In pari tempo un dispaccio del rappresentante Napolitano a Pietroburgo al proprio governo diceva: «Pietroburgo 20 maggio 1860: Il Principe Gorciakoff in una recente conversazione tenuta al Ministro Sardo, marchese Sauli, l'incaricò di scrivere al Conte Cavour che l'Imperatore Alessandro provava tale e tanta indignazione per ciò che accadeva in Sicilia e per l'altitudine serbata dal Go«verno Sardo; che se la posizione geografica della Russia fosse stata diversa; Egli sarebbe intervenuto materialmente malgrado e contro i principii di non-intervento proclamato dalle potenze occidentali».

Finalmente per completare le citazioni di documenti diplomatici; aggiungeremo che quando nel 1855 il Piemonte ruppe guerra alla Russia, il Conte di Nesselrode scrisse una celebre circolare, pubblicata dall'Armonia del 2 marzo 1855 N. 49 che diceva: «... che il Piemonte senza motivo di legittima lagnanza e neppure l'ombra di una lesione degl'interessi diretti dal suo Stato, mette a disposizione dell'Inghilterra un corpo di 15 mila uomini destinato ad invadere la Crimea... Questa determinazione... non ha preso a giustificare con una dichiarazione di guerra... Nei consigli ilei Gabinetti di Europa sotto il regno dell'Imperatore Alessandro di gloriosa memoria fu ancora la Russia che diede il suo fedele appoggio all'indipendenza della Sardegna, quando la Casa di Savoia. risaliva sul trono dei suoi antenati... Conviene egli inoltre ricordare... se Genova fu riunita al regno di Sardegna, si fu perché il Gabinetto imperiale rimesceva la necessità di assicurare la proprietà commerciale e la grandezza del paese. che le armi della Russia avevano contribuito a liberare da una dominazione straniera... Oggi dimenticando le lezioni del passalo, la Corte di Torino, sta per dirigere contro di noi dal porlo stesso di Genova, una impresa ostile che la Russia ha la coscienza di non aver provocata».

E qui ci fermiamo lasciando al lettore farne i comenti; solamente aggiungiamo che la Russia di già si è vendicata dell'Austria a Sadowa, della Francia nell'attuale guerra, e dell'Inghilterra e Turchia nella denunzia del trattato del 1856 pel Mar Nero. Ora dunque veggano i nostri lettori quali simpatie possa nutrire la Russia per la nuova Italia.

CHI È IL POPOLO NAPOLETANO

Il giorno che si aprì l'Esposizione marittima alla Villa, il Municipio permise ancora uni specie di mercato alla Villa Vecchia, onde vantaggiare la classe dei piccoli commercianti di Napoli ed altrove. Ebbene, la setta protestante che oggi di tutto si serve, a tutto si appiglia. e niente lascia intentato per sempre cercare di demoralizzare, e svellere dal cuore del nostro popolo ogni sentimento di Cattolicismo, non volle perdere siffatta occasione; laonde in quel di numerosi emissari Vangelizzutori fecero mostra al popolo curioso, di una quantità innumerevole di bibbie protestanti che offrivano a vilissimo prezzo, giungendo la sera dello stesso giorno (per maggiormente disseminare quella merce ma Indetta;, e sfacciatamente quei venditori gettare gratuitamente tra la folla curiosa, migliaia di libercoli in sedicesimo contenenti i quattro Evangeli tradotti e commentati secondo il protestantesimo,; ricoperti di buona legatura. Questo fatto per noi à provato due cose, la prima, la rabbia dei protestanti che non sapendo altro mezzo tentare perché ì Napoletani apostatassero dall'antica fede, stanchi, e scornati gittavano al popolo curioso e ignaro del contenuto di quei libercoli, la propria merce, tal costantemente da undici anni rifiutata, la seconda poi, la colpevole noncuranza degli agenti del potere i quali ben. sapevano di quel turpe tentativo corruttore, di quell'oltraggio pubblico che arrecar si doveva alla Religione dello Stato. Ma essi lasciaron fare, poiché dirsi liberale oggi, vuol dire acattolico. Però, il popolo Napoletano che in fatto di Religione non transige, ne si piega, o tergiversa, come le cento altre volte anche ora, diè pruova del suo Cattolicismo. Quelle Bibbie, e quei libercoli venduti a vilissimo prezzo e gettati gratuitamente in mezzo al popolo il giorno, e la. sera dell'apertura della Esposizione furon trovati il giorno dopo fatti In minutissimi pezzi su quel luogo medesimo.

Quale altra prova volete voi, quale altra protesta spontanea ed universale cercate per convincervi, o agenti del governo, che i Napoletani sono Cattolici Apostolici Romani? Ma quando ve ne persuaderete?

So dunque per voi non vi è verso che apriate gli occhi della mente, per noi a dispetto di tutti i protestanti ed acattolici che profanano e contaminano oggi la Napoli di Maria Immacolata, e S. Gennaro, grideremo sempre: indietro o immondi, abbasso i nemici della Chiesa Cattolica, viva il Credo degli Apostoli!..

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFE' DE L'ALLEGRIA

Ann. Si Tò. sto co na brutta paturnia stasera...

Caf. Nò, lene la mincrania, Si Tò.

Trov. Mme ne dispiace, ma non v'affreggite pe cchesto, anze cercate de vesbarià.

Ann. E ccomme lo ppotite fà neh Si Tò, se non potimmo, asci da pane a bennere?

Trov. Avite ragione; ma chiano chiano non dubitate che li luotene fernarranno. Ma teccove a D. Criscenzo.

D. Crisc. Vi saluto tutti.

Trov. Bemmenuto ossignoria. Che nce dicite de Parige?

l). Crisc. Che volete vi dicessi? I Comunisti sono disfatti, e per questo io me ne compiaccio, ma non avrei voluto che quei diavoli di zuavi con alla testa quel fanatico del loro generale De Charrette. avessero fatto tutti quei prodigi di valore.

Trov. E pecche, D. Criscè?

D. Crisc. Perché così vien provalo non solo che essi siano dei bravi soldati, ma permettersi in Francia l'organizzazione di un'armata tutta composta di legittimisti. papalini e reazionari è un pericolo anzi una minaccia per noi.

Ann. D. Criscè, e che teneno sti zuaine cchiù de vuje?

Caf. Non avite ditto sempe, che songo tanta liepre?

Trov. Chesto era chello che se diceva, ma lo fatto non era accossì... Ve ricordate a lo Sissanta quanno li povere sordate nnoste co tutto che facevano miracolo de valore e nn'ogne battaglia co li rivoluzionarie vincevano sempe, pure li foglie de la rivoluzione non se stracquavano de chiammarle reali lepri santafediste e tant'autre ngiurie?

Ann. Ve lo ddico io, che de chille senti ve cierte scauzacane che spacconiavano fora a sto cafè, chiacchiariavano de chelle ppovere gente de na manera che te facevano vommecà.

Caf. Era la revoluzione, che «ce volile fà... ma a lo 1866 vedettero mperò tutte li guappe co le staffe a lo pede e lo cazone a mesuriello che sapettero fà li napolitane... basta, lo tiempo è galantommo.

D. Crisc. Ma perché vogliamo parlare di cose già passate?

Trov. Da lo passato e da lo presente ne vene l'abbeni... basta, e che credile vuje eh potessero fà li zuave se vence no nFrancia?

D. Crisc. Il pericolo per noi è certo; poiché quei fanatici non avrebbero preso le armi in difesa del governo di Versailles, se da questo non avessero ottenuto formale promessa che dopo accomodate le cose di Francia, potessero tentare qualche colpo anche altrove... È certo che oggi il partito dei preti e della reazione tiene in Francia un esercito istruito, bene armato, e bisogna dirlo, con buoni generali...

Trov. Àddonca avite capito chesta verità.

Ann. Che la trobbeja non po mandi...

Caf. Pecchesto ll'Italia pensa do s'arma...

Ann. E chiamma li povere figlie de mammà pe fà li sordate... Se sapisseve che arroina è chesta, che chianto se fà, che tutto, che se una sola de chelle lacreme arrivano a sagli nCielo, vo sta fresca ll'Italia...

Trov. Ma, D. Criscè, int'a lo fatto de li zuave papaline e li sordate legittemiste organizzate nFrancia, nce veco non sulo lo consentemiento de la Francia, ma porzi chillo de tutte ll'autre ppotenzie...

D. Crisc. Oh questo poi no... poiché le altre potenze non vogliono la reazione.

Ann. Si Tò, ched'è sta reazione?

Caf. Stupeta, è la controrivoluzione...

Ann. Neh, neh, embè, chi è che non la vò?

Trov. D. Criscenzo dice, tutte le ppotenzie.

Ann. Allora è segno che songo mariuole comme a la revoluzione... e nce nonno stà gente mo accossi?

D. Crisc. E intanto questa è la verità.

Trov. Lassammo stà de parlà de chesto, ma comme ve putite persuade che le ppotenzie non bonno la reazione, se permettono a la Francia de farse n'eserceto accossi forte tutte de reazionarie, comme li cbiammate vuje, e lo quale eserceto sta facenno miracele de valore, e tale e tante guapparie che li stesse nemmice restano co la vocca aperta?

Ann. Chesto lo fa Dio, pe fà restà co tanto de naso tutte li guappo, che songo buone a battere prievete, a nzurdà femmene, a battere a trademiento le ppovere genie che se fanno lo fatto lloro, ma po quanno sentono le ttronole se vanno a mpezzà sotto a lo focolare... de st'eroje che sanno fà li mastaccerune quanno vanno a rrocchie... eh lo Signore non pava lo sabbato...

Caf. Ma vedile che chisto è no vero miracolo, pecché chello che stanno facenno li zuave de lo Papa no l'à fatto nisciuno.

Trov, Agghiognite, che chiste se vatteno alluccanno: Viva Pio IX. Viva Errico V, e tutte al Iucca no appriesso a lloro... Vedite che non ce pò essere fummo senza arrosto...

D. Crisc. È vero, ma po non crediate che perciò la causa del fanatismo cattolico possa trionfare...

Trov. Pecché non dicite la causa de la justizia? Basta. D. Criscè, chisto è no fatto che se vedarrà...

D. Crisc. Va bene, a rivederci dunque.

Ann. Bonasera, e pigliateve no cannante, pecche si nò ve polite sonnà quacche brutto suonno...

Caf. Lo cielo è ghiusto!

Trov. Sentile a me, non c'è che la fede, e la justizia che fanno addevemà l'ommo no lione... lassammo fà a Dio, e priammo sempe, stammoce lontane da li mbrogliune, c non senti orno le chiacchiere de nisciuno, pecché lo primmo dovere nuosto à da essere chillo d'obbedì a le llegge e rispettà tutte quante... Fede, speranza e prijera, ecco chello ch'avimmo da fà, e po dormimmo co sette coscine. Santa notte.

Ann. Pozzano le pparole voste essere d'Angelo!!!

ANNO VI N. ° 47 Sabato 22 Aprile 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

UNA NOSTRA RISPOSTA AL DISCORSO D'IMBRIANI

È con rincrescimento, che ancor ci è dato, dopo dieci anni di sperimentato disinganno, udir dalla bocca di uomini gravi, ma sgraziatamente corrotti, gli studiati sproloqui, che se non destassero un sentimento di santo sdegno, desterebbero certo ilarità come il ragiona mento di un giullare. Ed uno sproloquio, in vero, fu il discorso recitalo dal Vice Presidente della Commissione nel mattino del 17 volgente per l'apertura della Esposizione marittima in questa nostra Napoli, ormai incallita agli insulti dei mentecatti, e ciarlatani... Intessuto di ricercate frasi, elaboralo più per sonora ciancia, che per grave e logico concetto, riboccante dalla prima all'ultima parola di quel veleno corrosivo di cui si mescolano oggidì, la mercé della pravità degli uomini, e della malignanza dei tempj volgenti, le pubbliche concioni, il discorso dell'Imbriani fu innesto disgraziato di razionalismo. Cesarismo e statolatria ammettendo l'effetto e niegando la effusa, informe nesso dal quale emerge il concetto dell'uomo macchina, la negazione i Dio e dell'io, della dignità dell'uomo, della verità, della. storia; laonde contraddizione e menzogna, odio efferato, piagenteria vigliacca, insulto villano fatto alla patria Napoletana che pure impressa il suo primo bacio di amore sulla fronte di lui, oggi degenere figliuolo, disertato dalla maggioranza dei napoletani, perché Ira le misteriose fila arrollato delle falangi del compasso e del triangolo...

Ma se l'Imbriani ammalato di cervello à voluto in quel discorso sovvenirsi delle teoriche della scuola Hegheliana niegando il passato e l'autorità e l'elemento conservativo, ed ammettendo l'assurdo di un progresso indefinito, laonde la parola libertà che esso fa risuonare in ogni periodo della sua orazione vuolsi intendere forza, terminando con l'imitazione del pensiero del tedesco Knigge, che voleva l'uomo ridotto allo stato del leone nel deserto; noi napoletani sentiamo il dovere di rispondergli, onde ricacciargli in gola il mendacio e la bestemmia. l'onta gettargli in viso, e l'insulto di cui fu largo alla patria nostra, sconoscendo le vetuste glorie di essa, e stemperandosi in bugiarde lodi ad un progresso ornai definito dalla universale coscienza vergognoso regresso, e tutto ciò facendo egli, al cospetto dei propri concittadini e dell'Europa, in quella sala dell'Esposizione rappresentata dalle genti dei varii paesi. Or poiché la brevità di un articolo niegaci riportare il discorso dell'Imbriani, ci permetteranno i nostri lettori che noi lo compendiassimo in queste parole: Niegazione di Dio e dello spirito, affermazione della materia, la materia e la politica cause efficienti del progresso e della civiltà, la Religione causa negativa di essa: Cesarismo e Statolatria...

Ciò premesso. noi senza maltalento ed odio di parte, con quel rude linguaggio proprio della verità in omaggio a Dio, alla storia, ed al nostro paese, rispondiamo cosi:

Ogni progresso viene da Dio, è Lui che comanda alla umanità di camminar sempre, ma gliene addita puranche la via da tenere. Le esposizioni internazionali, dice l'Imbriani, sono effetto dello affratellamento dei popoli. Ma chi à compiuto questo affratellamento? Non il progresso settario, non la libertà mercenaria e prostituita, ma l'Influenza religiosa. Il Codice Cristiano non è che l'unità nella varietà, esso è lo svolgimento dello stesso principio, il quale fecondato dalla luce e dal colore, prende nuove proporzioni, ed aumenta la sfera di azione a misura che s'ingrandisce la sfera delle conoscenze. Or poiché l'affratellamento è partorito dalla conoscenza dell'essere della umanità, la sola Religione Cristiana è quella che additandoci Iddio Creatore, il Cristo Redentore per tutta l'umanità, adegua tutte le classi sociali, assomiglia tutti i popoli, facendo della umanità una sola famiglia. Ed ecco da qual cosa costituiscesi il progresso. Onde non è il progresso che affratella i popoli, come, stoltamente vuolsi dire, poiché questo sarebbe un fatto senza la sua ragione sufficiente. Dunque all'idea cristiana e Cattolica dobbiamo che tutti i popoli si fossero riconosciuti noti più come nemici alla guisa dei tempi pagani, ma come fratelli, perché tutti figli di un sol Padre, fratelli di un sol Fratello, il Cristo, perché tutti retti da un Codice solo, il Vangelo, tutti chiamati al medesimo fine il Cielo!...

Onde Vico diceva, che la mercé del cristianesimo, le stesse passioni per le quali gli uomini vivrebbero da fiero bestie, sono indirizzate a giustizia.

E però, che il lavoro materiale, sia la cosa più sostanziale alla umanità, noi Io riconosciamo, e la Chiesa assai prima riconobbe e santificò la tremenda legge ilei lavoro. E quando i cialtroni di libertà e di lavoro non eran per anco in ombra, il monaco senza sbraitarne e chiacchierarne, chiuso nei solitari recessi del monastero, lavorò tanto che formò la Civili» presente. Ma non per questo debbesi dire, il lavoro essere la cosa più essenziale all'umanità esagerandone l'importanza; ciò è un effetto del materialismo prevalente oggidì, poiché prima dell'uomo vi è Iddio, prima della materia l'Io, prima del lavoro quindi il regno di Dio, prima dell'officina la Chiesa, e la Scuola. La tendenza esagerata al lavoro vi crea i proletari bruti di Parigi, dei quali 200 mila non conoscono il Nome di Dio; gli operai affumigati, sozzi, e mezzo bestie che traggono la vita nelle cave del carbon fossile di Birminghan, e Westminster, nelle cui miniere si alleva una generazione di bruti che fa disonore all'umanità, e vergogna a a quella Inghilterra protestante che i nostri civilizzatori tolgono a modello di progresso. Il trionfo del solo lavoro materiale, non è segno di progresso, esso è il pus di quella piaga che esubera la società tutta quanta.

Resta dunque dimostrato che senza il Cristianesimo, il lavoro sarebbe come un corpo senza capo, e l'uomo ridotto a macchina. Ma per fiorire il lavoro, l'Imbriani trova indispensabile la libertà. Nessuno lo nega; ma se si miri più attentamente questa libertà dev'essere piuttosto civile, che politica. Se non fosse cosi, nessuna era avria potuto esserci io cui fossero finiti le arti, il lavoro, il Commercio: imperocché le istituzioni liberali come l'intendono l'Imbriani e Consorti, non sorsero che da breve tempo, e propriamente con la rivoluzione del 1789 che ne fu l'anima ed il movente. Ed allora come spiegare i commerei dei Fenici, degli Egizi, e degli Assiri? Certo che questi noti ebbero quei convegni di politicastri che oggi addimandansi parlamenti, e non conoscevano per loro ventura tutto quel fascio d'istituzioni liberalesche che si traducono in impostura... Ma che diremo di Roma? Non ebbero i romani arti e commerci sotto Augusto e Cesare, entrambi chiamati gli uccisori della libertà, e del Tribunato? Né ci si dica che i commerci italici siano rifiorili al 1200 e 300 per l'opera della libertà dei Comuni, la quale non era quella libertà politico come va intesa oggidi, poiché i comuni fiorirono pel ridestarsi della vita di un popolo che aver dormito otto secoli, quindi tutto doveva essere rigoglio e forza. Quando la Spagna ebbe tanto sviluppo commerciale e artistico? Quando il Portogallo? Certo non ai tempi in cui queste vantate libertà politiche sursero, ma proprio ai tempi di Donna Isabella, di Carlo, e di Filippo III, l'incubo della libertà settaria, ed il fautore della Inquisizione. E per toccar cose che più dappresso ci stanno, il nostro reame che dopo la serie degli antichi Re dal fondatore Ruggiero, cadde nel letargo del 'Viceregnato, quando surse a vita novella e civile? Quando il giovane Carlo III di Borbone con 15 mila soldati batteva nelle pianure di Ve!tetri l'esercito tedesco ricostituendo così l'antica Monarchia Napoletana, e dando al nostro paese la propria autonomia. Or chi non sa di quali e quante grandiose opere non arricchì quel grande Monarca queste nostre contrade? E che cosa fu da Lui negletta o non fatta? Eppure in quei tempi non vi erano le vantate libertà settarie! Ciò nondimeno tutto fu progresso e sviluppo.

Poco dopo il figlio di Lu,i a S. Leucio per ispirazione del Tanucci, e seguendo i consigli del Filangieri una colonia vi fondava con Statuti, privilegi e governo particolare, e così la prima fabbrica di seterie surse in Italia e nel regno. E qui tralasciamo numerare quella eletta schiera d'ingegni preclarissimi che fiorirono nel nostro paese, e le grandi istituzioni impiantate anche nei non felici tempi vice-regnali. Come la Cattedra degli esercizii forensi nel 1448, i Monti di famiglia, il Monte dei Poveri, nel 1585 il Banco, e tante altre opere di pubblica utilità e progresso fatte da'  rostri antenati a nome della Religione. Basta guardare le grandi opere dello Albergo dei Poveri, i. Granili, ed altro; monumenti di sapienza e pietà dell'Augusta Casa dei Borboni. E quando il paese che osò dire, voglio civilizzare l'Italia, dal piè delle Alpi osò imporre il suo dominio a sette Stati sovrani, non aveva a noverare nella sua storia di avventure, che il solo Antonio Fabro espositore del Codice Giustiniano, noi meridionali avevamo la gloria dei de Franchis, del de Merinis, dei Mazzocchi, dei de Gennaro, dei de Rosa... come avemmo un Vico, un Genovesi ed altri, e poscia un Filangieri, un Palmieri, un Piria, ed un Parrilli, un Letizia, Vito Cianciarli e via... E quei non furono tempi di sedicente libertà... E quando al trono di Napoli salì a 18 anni Re Ferdinando II quasi per incanto queste contrade cangiarono faccia. E città riedificate ed abbellite, strade provinciali e comunali, èdifizii pubblici, arti e mestieri, commercio, industrie, tutto ebbe spinta e progresso dalla mente provvida di quel Re. E d'ordine suo prosciugamenti di laghi e paludi, bonifiche di terreni, protezione del commercio indigeno. Per lui fummo noi primi in Italia ad avere le ferrovie, i ponti di ferro pensili, un cantiere militare, ammirazione delle più culte Nazioni ove ben 4 mila operai erano impiegati; arsenali di guerra, ricchi di macchine di ogni genero, l'Opificio di Pietrarsa le cui opere ammirande oggi si vedono in quella esposizione in cui l'Imbriani cianciava, e la ferriera di Mongiana, ed il Museo arricchito dai prodotti degli scavi, alacremente spinti d'ordine reale, di Pompei ed Ercolano... Noi ricchi dei tesori del nostro secolo mercé quel provvido governo vedemmo prosperare l'agricoltura e la pastorizia, l'industria ed il commercio: di talché le nostre fabbriche ovalizzavano con quelle estere. Onde ricchezza di prodotti, di commercio, di oro. Il debito pubblico salito al 121!

Eppure allora non erasi ancora riconosciuto il grande principio settario, che per fiorire l'industria ed il commercio fa mestieri la forza, la quale sola può affermare il lavoro. Questo è quanto abbrutire l'umanità. ricacciandola indietro 20 secoli, quando non si conosceva il dritto, ma la forza. Noi riponiamo invece che la forza del lavoro sta nell'osservanza dei dritti di tutti e per tutto.

L'Imbriani sciogliendo i suoi obbligatorii elogi dia poeta cesareo ai tempi presenti, dimentica così di esser Napolitano, si nasconde il municipalista in lui, e spicca l'elemento settario. Noi non vogliamo detrarre in nessuna guisa alle lodi che egli pròdiga alle illustre Casa di Savoja, ma su questo suolo, a avanti a tanti maravigliosi monumenti su cui l'Imbriani dal luogo istesso ove parlava fissar vi poteva lo sguardo, e fra gli altri veder quell'Arsenale ove in altri tempi, quando non ci era la forza che affermava il lavoro e la libertà politica che lo proteggeva, migliaia d'operai allegri e rubizzi alacremente lavoravano cantando canzoni popolari sotto di quella reggia in cui aiutava quel Re, che la setta chiamò tiranno e bomba, solo perché nel 1848 avendogli offerta la corona italica, Egli disse: io non accetto le vostre utopie... L'Imbriani, diciamo, avrebbe dovuto almeno non maledire e calunniare, né scordare la storia contemporanea del suo paese, e rammentarsi che i Borboni in men di un secolo di travagliato dominio in questo già reame delle Due Sicilie, seppero innalzare tante opere, onorare tanto la scienza, le arti proteggere, e sviluppare il commercio, che la bandiera della Marina Napoletana sventolava gloriosa pei mari dell'Atlantico, in quei tempi istessi che altri paesi italiani divenuti poscia foco di ricchezza, di progresso, di forza e di lavoro non avevano un pennone su cui nel Mediterraneo fare sventolare il proprio orifiamma. Sicché, noi per congratularci delle sfuriate semiliriclie di questo acre calunniatore del proprio paese, cui le fisime liberalesche han fatto dimenticare le gloriose tradizioni del passato, ed i nomi di un Vico, Filangieri, Delfico, de Thomasis, Fighera, Cotugno, Rapolla, Raffaele, Nicolini,. Parisi, Clary, Falconi. Rosica, Madonna, Casella, Rienzi, e nulle altri, tanto che da livor preso, giunse a cangiare il nome della storica nostra Toledo, in un nome che ricorda la marcia rovinosa della rivoluzione alla rupe Tarpea, noi lo mandiamo a rileggere la nostra storia patria, nel qual libro l'Imbriani, potrà vedere irrefutabilmente, quanti progressi, quanto slancio anno avuto le arti, le scienze, la mercatura, e la meccanica sotto i governi che non avevan la libertà-forza, e che riconoscendo Iddio prima cagione ed ultima di ogni cosa, non ammettevano il materialismo dell'uomo, facendone una macchina da opificio!... E questo fia suggel che ogn'uomo sganni 111

LO TROVATORE

CHIACCHIARIATA DINTO A IO CAFE' DE L'ALLEGRIA

Ann. Si Tò, avite visto cchiù a Gnaziello?

Trov. Toccati Ilo ca vene...

Gnaz. Ve saluto a tutte e me consolo che ve veco buone.

Ann. Gnaziè, tu accompare ogne tanto na vota. vo dicere che t'àjo fatto li denare?

Caf. E se non se li ffà isso mo, chi se li po fa?

Gnaz. Vuje pazziate; sempe accossì e pe cient'anne...

D. Crisc. Vi riverisco. Oh Gnazjello, sei qui?

Gnaz. Gnorsì a lo comanno vuosto e de ll'amice...

D. Crisc. Grazie, e cosi che mi dici?

Gnaz. Mm' avite vuje da dicere quacche cosa a me...

D. Crisc. Caro mio le cose vanno bene e noi siamo a cavallo...

Gnaz. Neh, neh, e bravo, io ll'aggio ditto sempe chesto.

Ann. Che tu e lloro site tanta rapeste, non c'è abbesuogno che lo ttuorne a dicere, pecche è na cosa che tenimmo rebattuta ncapo, e po, chello che nce pare non ce vo l'acchiare...

Trov. Ma comme state a ccavallo, neh D. Criscè, faciteme capace mo?

D. Crisc. Perché finalmente l'Europa riconoscerà il nostro possesso di Roma.

Trov. Mo sì che ll'avite ngarrata... lo ssentarrate a quatto autre juorno se lo ricanosciarrà o nò...

Gnaz. Pecché, neh Si Tò, nce avite difficordà?

Ann. E quà difficordà nce po essere, co chello che diceno li Gnazielle? Sulo che mmece d'essere verità songo buscie, embè, chesta è ccosa vecchia, pecché senza de le boscie, nò D. Criscenzo farria Io conte, né Gnaziello avarria fernuto de sfrattarese lo pignatiello dereto a la Portaria de Santa Maria la Nova...

V. Crisc. Ed io vi dico che le menzogne le state dicendo voi, senza capire che la libertà non cadrà più...

Caf. Chi ve l'à spiato chesto...

Gnaz. Gnorsì non cadarrà, manco se veneno tutte le ttronola de marzo...

Ann. E pecché t'ammoine tanto? Cade o non cade a chi l'assigne, neh? Ma mperò te cride che la zezzenella potesse dura sempe? guè, àje sbagliato, siente a me...

Trov. Ma io mo vorria sape, pecché dicite sempe sta parola libertà. Ccà nisciuno allucca contro a la libertà, ma se lo marioligio, la camorra, lo sbriognamiento d'ogge me lo chiammate libertà, ve dico io che nò na vola, ma ciento vote»cadarrà...

D. Crisc. No, voi non intendete questo, ma bensì altra cosa, e voi mi capite...

Gnaz. Songo chelle tale speranze...

Ann. Songo no cancaro ncuorpo che l' afferra vide sto strafalario comme và ncojetanno li cane che dormono...

Trov. D. Criscè, parlammoce chiaro. Mo non è cchiù tiempo de nce mpapocchià ll'uno co ll'autro, io ve dico che site cuotte... vuje potarrate fà e di chello che bolite, ma che ne cacciarrate?

D. Crisc. Ed io al contrario vi rispondo, che è meglio vi ricrediate di quanto dite...

Trov. Addonca pe buje sta che la rivoluzione sequetarrà a fa chello che bò?

D. Crisc. Le nazionalità non saranno più distrutte.

Trov. Ma mo non c'è cchiù Napolione III... e lo viento ve scioscia contrario D. Criscè...

Gnaz. Nò, nò, nce và mpoppa.

Caf. Ca la poppa pavarrà la pendenza, pecche addeventarrà malazzeno de scarpe vecchie...

Ann. Luì, non lo bidè che è la paura che lo fà parlà accossi? dàlle requia a cchella nenia...

D. Crisc. Dite ciò che volete, ma i fatti come per lo passato, anche per l'avvenire vi daranno torto... Addio.

Trov. Dateme quacche autro juorno de tiempo e ve faciarraggio abbedè io chi àve tuorto e chi ave ragione... Santa notte...

Gnaz. Tenite la capo tosta, pevo pe buje. Addio.

Ann. Guò, sciacquatrippe, a vi sa quanta patrune tuoje jarranno a bennere lo prommone pe la muscia... Mo vedimmo se nce annevino.

ANNO VI N. ° 50 Sabato 29 Aprile 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO


Confusione e paura

Ecco come può definirsi Io stato attuale del governo di Firenze: Ministri che vanno e vengono; segretari che lavorano notte e giorno; Consigli che succedono a Consigli, disparità d'idee, battibecchi, pettegolezzi, puntigli, smania dì fare e disfare, progetti a josa, ciarle a buon mercato e spesse volte vergognose, arruffamento di partigiani. giornalisti stipendiati sulla breccia; in una parola, un diavoleto senza nulla di concreto, di definitivo, e perché? perché lo spettro della paura fa capolino da per ogni parte.

Dica pure l'officiosa Opinione quelle ciarlatanerie che ornai le àn dato il primato su tutte le sue consorelle cartacee, i armino di spada e corazza tutt'i rossi minacciando fare un sol boccone del Papa e dei Re, niuno potrà impedire ciò che à da venire. Che i semplicioni e gli allocchi si possano spaventare delle parole dell'Opinione e del Pungolo che vogliono di un nano fare un gigante e di un vecchio matto fare il grande riformatore del secolo decimonono, a noi non ci sorprende, ma gli uomini di buon senso, coloro che non si formano alla scorza delle cose, rideranno di cuore degli strafalcioni dell'Opinione e del Pungolo, e diranno: Veramente la causa della rivoluzione è sulle dodici once, perché i suoi ordini credono seriamente poter fondare un edifizio sulle strambezze e la pravità di un prete, mentre per pruova sanno qual fine oscura e vituperevole àn fatto i Passaglia. i Gavazzi, i Pantaleo, i Padre Giacinto ed altri piccoli serpentucoli che ànno voluto imitare ai nostri di il frate di Ginevra, il Savonarola ed altri, sebbene apostati e malvagi, pure dotti e svegliati ingegni... Poveracci! E dire che un Doèllinger sarebbe divenuto pei liberaleschi italiani, il riformatore della età nostra, rovesciando finalmente dal suo piedistallo diciotto volte secolare la Chiesa di Roma, onde la chioccia voce del tedesco prete spretato, sarebbe più potente e autorevole per i popoli di quella di mille e più vescovi di 200 milioni di fedeli 1 In fatti il Pungolo nel suo primo articolo di martedì 25 cadente fa precedere allo indirizzo della Università romana al Doèllinger una tiritera, manifestando quella idea, perché vorrebbe che gl italiani facessero indirizzi al Doèllinger sullo stampo di quello fatto dalla Università di Roma, per ¦così dimostrare che oltre le donne divote e i baciapile, il resto degl' italiani plaude e si associa allo scisma, o per meglio dire alla eresia del Doèllinger... giungendo esso Pungolo a chiamare un anacronismo il Papa, che volere o non volere, raccoglie adorazioni e suffragi numerosissimi anche in Italia... Dunque, messer lo Pungolo, se il Papa alla barba di tutt'i vostri padroni raccoglie adorazioni e suffragi numerosissimi, vuol dire che il popolo è per II rapa, e che. solo la confusione del vostro intelletto vi fa sproloquiare, poiché la paura à generato la confusione; e l'una e l'altra vi suggeriscono quegli argomenti che se per voi e vostri devoti son solidi, per noi ànno la medesima solidità di un vaso di vetro.,, E se sia così, lo confessate voi stesso quando vi sbraitate a promuovere la lotta in tutto, sicché vorreste veder sorgere come funghi i seguaci dell'eretico tedesco in questa Italia che à avuto la sventura di capitare nelle mani dei figli dei giudei e crocifissori del Cristo, apportatore in lena della vera libertà degli uomini...,

Ma tanto l'è! I Doèllinger e soci sono meteore che toto passeranno, ma la luce e lo splendor del sole starà... Corto elle voi malgrado cingiate elmo e lorica, punto vi sentite forti, e maledettamente temete del fatto vostro, poiché attraverso alle prezzolate grida di compra plebaglia, udite il rombo del tuono precursore della tempesta... Né siamo noi che lo diciamo, ma una vostra consorella la Nazione si fa appunto scrivere da un suo corrispondente romano che, l'Italia deve preparare a sopportare prove tanto dure e difficili, che quel:sopportate dal 1848 (notale l'epoca, o Pungolo...) in poi verranno giuochi da fanciulli...

Or se nel 1848 si ebbe a deplorare la celebre Novara a cui fece seguito la raddoppiata dominazione tedesca, se io qoell'anno la rivoluzione dopo efimeri trionfi, giacque sanguinante al suolo, se la celebre repubblica romana nell'anno seguente, venne abbattuta dalla coalizione delle potenze cattoliche, e con le armi della repubblica francese, vuol dire che in un prossimo avvenire sarà probabilissimo rivedere novellamente riprodotti in Italia i fatti del 184849 a danno della rivoluzione... Bah! che la paura si è impossessata di tutti voi, o rivoluzionar?,'poiché la coscienza lesa fa l'uomo pauroso.

Infatti. quella Roma che esser doveva per voi il coronamento del vostro edilizio. la sembra ne sia piuttosto lo sfasciamento... poiché per voi non era neppur supponibile il generale imponentissimo risveglio del cattolicismo elio per dieci lunghi anni vi aveva lasciato fare, contentandosi di protestare con un'assoluta astensione, e pregare nel silenzio del tempio e della casa...

Ma voi faceste i conti senza l'oste. Voi credeste con troppa precipitazione alle vostre vittorie, e vi addormentaste sugli allori mietuti mercé la cabala ed il tradimento.!. Però un'ora suona per tutti, ed alla colpa segue inevitabilmente il castigo. Voi intanto pertinaci non vi arrendete; vedete il turbine avanzarsi e benché spaventati, pur non cercate di schivarlo: questo è il segno certo che Dio vi à abbandonati, e che per voi non vi sarà più misericordia.»

Ed è perciò che vi cullate in certe illusioni, che vi fate dei parafulmini di certi arnesi da ferriveechi come i vostri Doèllinger, che menale festa di qualche lancia rotta in vostro favore nel Parlamento tedesco, facendo voti segreti perché la Commune di Parigi trionfi. Ma é sogno... A voi non resta ora che confusione e paura!

LO TROVATORE

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFE' DE L'ALLEGRIA

Caf. Si Tò, quanno lo governo jarrà a Roma?

Trov. E ccomme ve vene ncapo de me spia chesto, che fuorze nn'avite a piacere?

Caf. A me? Arrassosia. Ma aggio spiato, pecche ajeressera duje D. Liccarde de chiste ccà dinto dicevano che se lo governo non fa priesto a ghi a Roma, fuorze non ce potarra i cchiù e pò agghiognevano che quanno lo governo starrà a Roma tutte le ccose sarranno acconciate.

Ann. Go Io senso de scapece e poparuolo russo... ah...ah...

Trov. Vuje volile sapè lo ppecchè de tutta la pressa che portano li. revoluzionarie pe se nficcà a Roma, sapite qua è? Aspettate che tra se D. Criscenzo...

D. disc. Ho inteso che si parlava di Noma, non è vero?

Trov. Gnorsì, m& spiava lo Si Luige quanno lo governo jarrà a Roma.'

D. Crisc. Oh, presto, presto; benché taluni ministri non vorrebbero, desiderando piuttosto andarvi a. novembre.

Ann. Meglio, meglio: chille teneno cchiù ghiudicio de ll'autre,.. pecche jenno mo che sta venenno state, chille povere romane avarriano passato ll'urdemo guajo, s'accocchiarriano lo caudo, le mmosche, e chille quatto famulesdieje de menistre ch'ammosciano, e avisa comme fernarria la jocata... meglio accossì, chille che bonno i a novembre pensano buono, pecche accossi essenno chillo lo mese de li muorte, jarranno llà pe fa l'assequia de chi de sta pe mori... salute a nuje.

D. Crisc. Sempre le solite ciarle... Ma non dubitate che il governo vi andrà a giugno senz'altro.

Ann. Meglio, tanno è lo mese de le ccerase... chi sà...

Caf. Ma, Si Tò, vuje avite ditto de volere spiegà lo picché de tutta sta pressa pe ghi a Roma?

D. Crisc. Ve lo dirò io, perché una volta che il governo sarà a Roma, finiranno tutte le opposizioni dello potenze, tutte le dimostrazioni dei fanatici cattolici, tutte le trame dei preti e dei gesuiti; capite, ciascuno si persuaderà, le potenze rispettando il fatto compiuto, impediranno ai fanatici dei loro parsi di fare più baldoria, i preti zittiranno, e dal Vaticano si condiscenderà ad accettare le offerte dell'Italia.

Ann Tutto chesto ve ll'avite mparato a mmente sta notte?

Caf. È bero tutto chesto?

Trov. Risponnenno a cchello che avite ditto, D. Criscè, aggio l'ànnore de vo dicere che buje e lloro sbagliate assaje; le ppotenzie si volevano recanoseere lo fatto compiuto, se sarriano decise, pecche lo fatto fuje scomputo doppo che a Roma trasettero i taliane; pe li prievete, lloro non ce traseno ccà mmiezo,. pecchè aspettano facenno la volontà de Dio. A lo Vaticano poj, appena lo governo jarria a Roma, se pigliarriano fuorze resoluziune tale da fà pentì a li nuove arrevate de chella juta... D. Criscè, comme la votate e giratela cosa puzza e puzza assaje d'abbrusciato...

D. Crisc. Son ciarle, caro mio.

Ann. Chesto lo ddicite vuje, ma io me so l'alto capace de chello che ddice Io Si Tore, e lo fatto accessi è. Onne ino aggio capilo; vuje volite fa perzò: more Sanzone co tutte li Filesdieje. Na vota che già avite avuto lo congedo. Onne primula de fa lo quatto de maggio, ve volarrisseve passata lo sfizio de fà na viseta a Pasquinio... Si Tò, è bero che ce sta Pasquinio a Roma?

Trov. Si, è na statua aulica.

Caf. Comme a Santo Mamozio de Pozzuolo... D. Criscè, che ve ne pare, àve ragione moglierema?

D. Crisc. Niente affatto... Vedrete appresso, come v'ingannate e vi siete ingannati sinoggi. Addio.

Caf. Mo vedimmo chi restarrà coffiato. Oh che brutte cresommole s'apparecchiano...

Trov. Le tropeje de state songo sempe pericolose. Santa notte.

Ann. Lassa fà a Dio, se non fà no delluvio comme se ponno polezzà le bie da lauta munnezza che nce sta?...

ANNO VI N. ° 52 Giovedì 4 maggio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

II 1860 ed il 1870 ED IL 1871 FINE DEL DRAMMA!

Il 1870 si raffronta col 1860, sono due epoche a dieci anni di distanza, ma che l'una à richiamato l'altra. Il 1860, à dato il 1870, come il 1848 diede il 1860. Dal 1848 al 1860 la setta lavorò, i governi errarono poiché ingannati dalla setta insediatasi mascherata fin nei Consigli delle Corone, ed ecco che nel 1860 compiuto il paziente ed assiduo lavoro, le piccole fiamme del 1848 che dagli ingannali governi si credevano spente, ruppero con grande violenza, e divenendo uno spaventevole vulcano incendiarono l'Italia non solo, ma buona parte della vecchia Europa, che trovossi, quando meno sei pensava, avvolta nelle crepitanti fiamme, senza forza di poterle spegnere od arrestarle. Fd il 1848, fece il 1860!

Qui ci si conceda alla nostra franchezza il dire, che più che il lavoro sotterraneo della setta, cooperò la mano abitatrice del masonico Bonaparte e del protestante Palmerston, nonché la politica evirata, ed egoistica di tutti i gabinetti. Laonde, non ebbe torto il magnanimo Re Ferdinando di Borbone, quando gravemente infermo, sapendo la vittoria degli Italo-Franchi a Solferino, esclamò: Povera Italia! e poscia soggiunse: «A me non rincresce di morire. ma mi addolora solo, che lascio l'Europa nelle mani di un galeotto, di un mercante e di quattro fanciulli!»

Gli avvenimenti politici posteriori, dimostrarono che quel grande Re non si era ingannato, e che con quella chiaroveggenza tutta sua, dal letto di morte aveva dato un profondo giudizio degli nomini e degli avvenimenti. Dunque il 1860 venne, la rivoluzione scoppiò, i Sovrani riunitisi in fretta ed in furia a Varsavia poco o niente s'intesero sul modo di una azione comune ed istantanea contro la rivoluzione trionfante, poiché aperte erano tra di loro le gare, vivi i rancori, profondi gli odi con mano maestra disseminati da Napoleone e Palmerston; però essi si divisero, con in mente il pensiero di confidare nel tempo, che come così bene aveva servilo alla setta, poteva altrettanto bene servire a loro. Perciò i trattati lacerò il sanculotto masonico; uno statucolo fece la parte del leone in Italia, le grandi potenze contentaronsi ricevere da questo audace Statarello. sanguinosissime offese, protestando con note, che furon tenute dalla setta vincitrice per vane rimostranze di quello che mentre è bastonato, si contenta sfogare il dolore con grida minacciose... E la setta trionfò, detronizzò i Principi d'Italia, rubò regni, corone, tesori, e dal fondo delle galere e dei canili, saltò al potere, e disse: lo sono!... Ma dieci anni sono corsi d'allora! e in dieci anni il tempo à saputo ben servire i Re. In dieci anni le gare sono cessate, i rancori finiti, gli odi scomparsi, e tuttocio in un giorno solo, il 20 settembre 1870 a Sédan... Caduto Bonaparte la rivoluzione perdette il suo capo, come aveva già perduto il suo genio in Palmerston la face resinosa della discordia illanguidì la sua vampa, e affatto si spense, i Re si compresero, diedersi lealmente la mano, e ricordando che non per vana mostra Iddio pose nel loro pugnò una spada, dissero alla rivoluzione: Noi siamo!

La Francia punita e purgata dal crimine coronato e suoi esecutori, rientra nel Consesso delle grandi nazioni sorelle, il Nord muove al riscatto dei popoli oppressi, mentre i popoli svegli dal deliquio in cui eran caduti per opera della setta, conoscono il proprio errore, ne fanno emenda, e battendo palma a palma acclamano al vincitore Alemanno che gli ritorna la libertà e l'indipendenza perduta. Ed ecco come il 1860, à portalo il 1870, dopo ciò quale debba essere il 4871 può comprenderlo da se. Solo noi diciamo, che se nel settembre del 1861, la rivoluzione potè dire all'Europa attonita, h vinto, nel settembre del 1871, i Re diranno ai popoli, siete liberi, la giustizia e la pace sia fra noi, ciascuno s'abbia ciò che Iddio ed il proprio dritto gli aveva» dato, il tempo della giustizia riparatrice e distributrice è giunto, si chiuda il tempio di Giano, Iddio ci fece per amarci e rispettarci a vicenda, l ordine è ristabilito, i trattati son tornali in onore, l'Europa à trovate le sue basi, le nazioni possono senza rancore stendersi la mano, le spade son rientrate nelle guaine, il giovane soldato ritorni ai campi del suo villaggio, l'era delle rivolture è finita poiché la setta è morta per sempre. E quelle note, e quelle proteste che or son dieci anni noi facemmo, quelle riserve, e quei trattati ritenuti per ridevole ciancia, oggi anno avuto la loro grande effettuazione nel completo trionfo del dritto, della fede e della fede e della autonomia Nazionale!!!...

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFE' DE L'ALLEGRIA

Ann Si Tò, ma è possibbele che nuje avimmo da essere accise de sta mancia, e non ce à da essere no muodo de ce potè sarvà?

Trov. Dei che cosa volile parlà?

Ann. Comme, de che cosa? voglio parlà de sti zucagnostia de ll'agente (che ssaccio comme se chiammano... vi quanno maje nuje sapevamo sti nomme sbeteche... ohe foss'acciso chi nce avette càusa e corpa) li quale stanno facenno micidie e proditorie, menanno sciabolate a uso turco, co mettere tasse ncoppa a ccose che o non ce stanno, o non songo esse... ]

Caf. Veramente, Si Tò, chesto è briogna. Ma non ce stà cchiù legge, non ce stà coscienzia, non ce stà ragione, non ce stà scuorno... e che potarria fà de pevo uno che te vene ammettere lo cortiello ncanna e te cerca la vorza pe fforza?

Trov. Avite ragione, ma a chi lo contate?

D. Crisc. No, piano, che non ànno ragione. È vero che gli agenti ànno commesso, e commettono degli sbagli, ma poi non è tutto quello che si dice, ed à fatto bene il giornale l'Opinione di avvertire il governo a non darsi pensiero delle chiacchiere dei contribuenti, poiché sono effetto di un piano prestabilito di non voler pagare se fosso possibile. nessuna tassa al governo...

Trov. Vuje avite fatto errore, lo governo fà malissemo a mena a monto li serrame de li citatine, e se ne accorcia rrà fuorze quanno non sarrà cchiù a ttiempo, lo giornale l'Opinione di Firenze è canosciuto pe chillo che è... e mo s'à levato la maschera, pecché co tutto che magna co lo governo le dà no consiglio fauzo, e che le potarria fà passà quacche lotano, li contribuente è bero che pavano co li stentine mbraccia, pecche ogne centesemo le costa no voccone de pane che levano a li figlie Moro, ma però facenno la volontà de Dio, ànno pavato tifi a ino... Ma mo che se vedono trattato manco da spregiudecate de bagno, ve pare che se ne ponno stà?

Ann. Hanno ragione de chiacchiarià, pecché teneno panno e fuorfece mmano a l!oro... ma fo se avarria dinto a le mmane sta vajassa mpagliaseggie de sto sdamma sciorentina, sta donna Pilicace, le vorria dà no muorzo e faremo veni lo naso mmocca... ma chi sà?

D. disc. Oh bella quella è un giornale e perzò non tene naso...

Ann. E allora chelle meze sciammerie che lo scrivono anno da essese mariuole co le cciavarelle.

D. Crisc. Ma perché vi sembra tutto duro ciò che si fa oggi?

Ann. Pecchè nuje nsignate a tratta co li signure de nasceta e lj galantuommene d'aziune è overo, nce sape a duro d'essere maletrattate da chi non ce poteva polezzà le scarpe.

Ann. Pecché nuje nsignate a tratta co li signure de nasceta e li galantuommene d'aziune è overo, nce sape a duro d'essere maletrattate da chi non ce poteva polezzà le scarpe.

Caf. E che pe ghionta se songo arreccute ncuollo a nuje, e mo nce lo renneno de chesta manera...

Trov. D. Criscè, persuadimmoce, ogne cosa tene no limmete, e perzò ognuno po fà chello che po. Vuje ve state tanto sfiatanno, e ntanto ve pare che fosse na cosa degna de no menistro chella de mannà n'ordene segreto a tutte ll'agente de le ttasse de ncasà la mano, de dicere nfaccia a li ngegniere, io ve manno pe bisetà li fabbricale onne nce mettere la tassa ncoppa, ma vuje statevenne assettate dinto a ll'afficio de l'agente e da llà facite tutto, capite?... nfradetanto nce stanno 30 lire a lo juorno pe buje, e pe l'agente no compri mento a ll'urdemo...

Ann. E già, te pare? Accossì se spartono lo sango nuosto, primma nc'erano li mariuole neh? e mo! non pozzo parlà... pecché si nò, oh quanto volarria dicere! Nfra D. Liccarde e mpagliasegge, nuje povere scasate simmo rommase senza la cammisa...

Caf. Ma lenimmo la libertà, non è bero D. Criscè?. D. Crisc. Lo potete negare? Ditemi avreste cosi potuto parlare sotto il governo passalo?

Ann. E tanno non c'era abbesuogno de parlà, anze non se sapeva parlà accossi, pecché de lo bene non se poteva di male...

D. Crisc. Del bene, avete detto? ma dove era il bene?

Caf. Multo, e ve lo dico co lo core... e pe tutto, capite?

Ann. Nò, pe tulio nò, sulo pe li mariuole mmece de nce stà le carrozze, li pranze e le passiate a la Villa, ne' erano la Vicaria e S. Francisco...

Trov. Mo voglio dicere na parola io, e me ne vaca Lassammo stà de parlà de lo ppassato, pecché nuje simmo de uno paese e canoscimmo le ccose noste: ma lo governo facenno chello che fà mo, fà poche denare, accresce l'odio contro de isso, e dà canzo d'arrobbà a quatto nchiacca carte che me pareno tante menistre. D. Criscè, se autro ndizio non ce fosse che la tavola è arrivata a li fruite, basta chesta confessione... Vuje me capile e ghiammoncenne.

D. Crisc. Andiamo, ne parleremo. Addio.

Ann. Vi che chioppeta, vi che scajenza; uh che cancaro nce à portato chillo demmonio scammesato...

ANNO VI N. ° 53 Sabato 6 maggio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

Poche parole

per l'indirizzo degli emancipatori e degli insegnanti di Napoli al professor  Doèllinger di Monaco

Il Pungolo men lacònico del suo confratello il Roma, nel numero dei 27 ora scorso aprile ci regalò nell'intero lor contesto gl'indirizzi al professore Doèllinger dei preti emancipati o emancipatori. e degl'insegnanti di Napoli, in congratulamento delle sue; Opposizioni agli atti del Sacrosanto Concilio Valicano per aver definita la infallibilità del Romano Pontefice. Indirizzi l'uno più oscuro dell'altro, l'altro più oscuro dell'uno, come il tenebrio di foschissima nòtte contrapposto alla luce sovrumana di serenissimo giorno, ma ambedue nondimeno disseminati del consueto veleno settario, della consueta bile rivoluzionaria, pel coi sfogo nel primo indirizzo si ha la stoltezza di dire, che il definito dogma sia destinato a. sovvertii: ogni ordinamento sociale, ogni elemento della genuina tradizione cattolica, ogni postulato della ragione e della scienza umana: e nell'altro, insultando alla pietà c sapienza dei nostri avi, si ha l'audacia di scrivere, che ormai bisogna scuotere un giogo insopportabile, che per colpa delle antiche genti d'Italia pesa sulla coscienza e sull'intelletto dei popoli del mondo intero. Sfogo, dicevamo, di veleno settario, di bile rivoluzionaria, imperocché preveggono assai bene gli scrittori di quei cotali indirizzi, che se i sovrani ed i popoli dipende ranno dal magistero infallibile dei Romano Pontefice, condanneranno all'oblio ed al disprezzo le infernali dottrine già con dannate nel sapientissimo Sillabo dall'immortale Pio IX, e per conseguenza non potranno più essi di quelle dottrine giovarsi per l'abbattimento dei troni, pel dispotismo dei beni, del sangue, della vita dei popoli. E però con meretricia impudenza hanno il coraggio di dir sovvertitore di ogni ordina mento sociale il dogma della papale infallibilità, e scriver rosi in mezzo ad un popolo, che per gl'infernali principi d essi propugnati, vede ormai da più lustri sovvertito l'ordinamento dei suoi costumi, della sua morale, del suo culto, delle sue sostanze: di scriver cosi in mezzo ad un popolo, che dissoluto e disquilibrato nei suoi vincoli sociali, e nei suoi vitali interessi sarebbe certo di divenir selvaggio, anzi una man «Ira di belve fra pochi anni, se non avesse la sicura speranza, che la mano del Supremo Ordinatore del creato opporrà rimedio a tanto male. E farebbe poi davvero maraviglia, se non fosse un'apostata, che cosi parla, nel legger come quel medesimo ex frate Proto Giurleo, il quale nel 1860 cavillando sulle parole del Dottore Angelico, impegnossi a dimostrar la giustizia della corrente rivoluzione, ora ripudiando le sovrumane dottrine di quell'acerrimo sostenitore della papale infallibilità, asserisca che questo domma sia contrario ad ogni elemento della genuina tradizione cattolica. Oh signor Proto Giurleo, se il tempo, che avete sciupato a cospirare nei tenebrosi convegni della setta, lo avreste occupato a dare almeno di slancio uno sguardo ai sapientissimi volumi della tradizione cattolica, non avreste avuto il coraggio di negare, che da quel giorno in cui fu detto al primo Pontefice Sommo Confirma fratres tuos insino al giorno in cui viviamo, non. sia vi stato alcun dotto, che non abbia creduto al domma, che ora voi oppugnate. Domma non contrario, ma consentaneo anzi alla ragione ed alla scienza umana, imperocché se il Redentore degli uomini venne sulla terra per insegnare a tutte quante le genti ed a tutte quante le generazioni i mezzi per esser felici nel tempo e nella eternità, è consentaneo alla ragione ed alla scienza umana, che avendosi scelto a suo Vicegerente il Capo visibile della Chiesa da lui fondala, gli avesse inspirato un aggio della sua sapienza a perpetuare nel mondo il suo Supremo Magistero, affinché i redenti non barcollassero nel tenebrio d'incerto sentiero.

Qual sia poi il giogo insopportabile che per colpa delle antiche genti d'Italia pesi sulla coscienza del inondo intero, il diremo pure ai signori insegnanti. Il giogo insopportabile è la non bugiarda civiltà, che partila dall'Italia per l'opera e lo zelo del Papato diramò la sua luce a favore di tutti i popoli, che non ebbero la sventura di farsi affascinare dalle tenebrose dottrine della sella. L'Italia non parlerebbe ancora la sua lingua, non sarebbe ancora, come fu nei secoli trascorsi, maestra delle scienze, delle lettere, delle arti: l'Italia non sarebbe, come difatti è la terra più monumentale del mondo, non solamente per la dolcezza del suo clima e per le delizie delle sue terre, ma molto più per la eleganza dei suoi edifizi, e per la varietà delle sue bellezze artificiali, so non avesse avuto nel suo centro, siccome un faro illuminatore, il papato, specialmente col suo principato civile. La storia di tutti i diciannove secoli del cristianesimo lo attesta: non la storia calunniatrice e mensognera di coloro, che scrissero con la penna intinta nel veleno di Satana, ma si bene quello degli uomini spassionati ed onesti, che scrissero per narrar tali quali avvennero i fatti. E la storia stessa ricorda, come se altri popoli son tuttora civili è sol perché ad essi furono spediti, dal Romano Pontefice messaggieri di civiltà, i sacerdoti cattolici: la storia stessa attesta, che se altri popoli, quantunque credansi civili, sian tuttavia più che barbari, è sol perché vollero innestar le sovrumane verità del Vangelo con le stupide dottrine d'un Lutero, di un Calvino, di un Errico Vili, o di simiglianti seguaci di Lucifero, che per lo sfogo di brutali appetiti, si scissero dall'unico e supremo Maestro del genere umano.

Nell'Italia infatti, e negli avventurosi paesi del cattolicismo non veggonsi maschi e donne, abbandonati nel profondo delle miniere vivere ammonticchiati a prolificare come le belve nel deserto: non veggonsi morire ogni giorno per fame, fra i battimani dei monelli a centinaia gl'infelici nelle pubbliche vie, mentre i ricchi dalle centomila lire sterline osservanli con l'occhio crudele della indifferenza. L'Italia ed i paesi cattolici non han disseminato nel mondo le infernali e desolanti dottrine oltramontane, che facendo degli uomini altrettanti automi, vorrebbero rendere l'umana famiglia più immonda di una mandra d'immondi animali. E se da qualche lustro nell'Italia stessa, od in a!tre cattoliche regioni, si osserva il furto, la frode, l'assassinio, il suicidio, non e perché tacque, ma perché non volle ascoltarsi da alcuni suoi figli degeneri la voce amica e sapiente dell'unico e supremo lor Maestro.

Conchiuderemo queste poche parole dirigendoci al professore Doéllinger. Voi siete, gli diremo, in voga di uomo dolio, e se cotesta voga è vera, non è possibile, che non state persuaso della infallibilità del Romano Pontefice; imperocché è dessa un domina innestato nell'intelletto e nel cuore dei cattolici, ed ha tali argomenti nel Vangelo, che non può esser negato da un teologo veracemente dotto. Dunque, o il vostro orgoglio, o peggio ancora, come altri hanno asserito, l'oro della setta vi ha ammalialo fino a farvi parlare contro il vostro convincimento morale. Ma deh, per pietà, che il vostro orgoglio non facciasi lusingare dagl'indirizzi, che vi si scrivono. Oh. se sapeste signor Doéllinger. quali sono di scrittori di quei colali indirizzi! Preti e frati apostati che dopo aver ripudiato il manipolo ed il cappuccio, non han vergogna di mostrarsi per le vie della popolosa Italia affiancali dalle lor donne, preceduti dai lor figli. Pagnottisti miserabili, che ieri scrivevan cantici al Papa ed ai Re, ed oggi inneggiano alla repubblica ed al socialismo, sol perché s'ebbero per la lor ribellione dovizie e ricchezze a diluvio, premute dal sangue dei lor concittadini: dovizie e ricchezze, che temon stati loro rapite qualora la sventurata lor patria ritornasse al suo vetusto e cattolico ordinamento: uomini gli uni e gli altri i quali vorrebbero, che il mondo si abbandonasse al culto della Dea ragione, cioè della nuda prostituta dei baccanti dell'ottantanove. Rientrate dunque in voi stesso, signor Doéllinger ed i tanti anni, nei quali sudaste per formarvi un buon nome non vadan più perduti, che si non andrai) perduti, se voi ritornando alla difesa della verità vi avrete l'elogio non degli apostati e dei debosciati, ma di tutti gli uomini onesti del cattolico mondo.

Lo Trovatore

PER FAR DANARI

Eh si! esultate o cento Città sorelle della Italia Una e indivisibile (tempo permettendo...). Allegri o Ville, Borgate e Castelli grandi e piccoli, che il gran fatto è compiuto... Sissignore, le tisiche finanze italiane finalmente potranno avere una tisana che le guarirà radicalmente dal lento male che le distrugge a poco a poco da dieci anni, malgrado i cinquemila milioni di debito (e che sono per un regnone liberale e progressista 5mila miserabili milioni?) malgrado 1200milioni annui di entrate (troppo robba però invero per potersi condegnamente pagare la libertà)... malgrado il repulisti di tutti i milioni di ducati dei varii Stati ex d'Italia ed i beni particolari dei tiranni (parola d'ordine della setta] lasciali, e dalla rivoluzione appropriali con quello istesso dritto con cui il La Gala si appropriava della robba di un galantuomo che aveva il piacere di fare la sua conoscenza, malgrado 3mila milioni di beni levati alla Chiesa, la mercé del sopralodato dritto, onde esse povere finanze sonosi ridotte al lumicino, tanto da non potersi fra tutte le casse degli otto Ministeri e del pubblico tesoro raggruzzolare fra oro, libera nos Domine... Argento, e carte stracce la somma di lire 350mila per acquistare la Madonnina del Raffaello, la quale visto che qui non è più luogo né di Madonna né di Santi à preso il volo per la gelida Russia. Esultate tutti, eh si udite, udite o rustici... la grande scoverta si è fatta, un'altra vena di oro si è ritrovata (e poi andate a niegare che l'Italia sia la terra Aurifera...) Non più angustie, o Quintino umanissimo, non più sospiri, poiché se i proposti da le, novelli decimi sui decimi non sono stati approvati, li si è dato un mezzo più produttivo e sicuro di quella meschinità da te proposta. Tu chiedevi un bicchier d'acqua, ed ora ti si da un barile di buon vino... tu volevi solo 20 milioni di sovraimposte alle sovraimposte, ebbene senza tante cerimonie ti si da facoltà di creare altra tassa nuova oltre l'aumento di quella sul petrolio. Bisogna dire tu veramente nel suolo delle meraviglie, delle faccie tutte.. Si è proprio al non plus ultra della sciente vessatoria, la futilità degli ingegni inquisitoriali è arrivata al suo apogeo... Ascolta o popolo asinesco, ottura le lunghe e pelose tue orecchie e spalanca il buco della bocca... non ridere, né tirar miracoli, abbassa la coda e sta tranquillo. Grande novità per bacco! per tutte le barbe dei martiri lapidati dal Commendatore Sindaco di Via Roma già Toledo, per tutti i cappelli lòbiani, per il naso e la mantelletta canonicale di Monsignor Peppe Massari, questa volta il Trovatore non trova in se la forza di poterti annunciare la grande novella poiché:

È troppo la gioja gli manca il respiro...

Ma, ecco un ma che produce una colica... meno male che a tutte le altre piccole malattie che felicitano il bel paese ove il sì suono, le quali/sbrigativamente danno il passaporto Dell'altro mondo in tre o quattro giorni, non si è ricordato il signor Cholera di farsi una passeggiata novella... e forse non la farà per paura di qualche tassa, (dunque la colica se verrà, il Trovatore potrà farvela passare con un bicchierino di centerba di Popoli, di cui esso è anche, smerciatore, poiché oggi cari lettori bisogna fare (secondo c'insegnano i nostri moralizzatori e civilizzatori una volta lustrastiva di ogni arie.

Dunque ve lo dirò: il gran ritrovato è questo. Sarà applicata una marchetta, non sappiamo se amministrativa, di registro, di concessione o altro diascolo, a tutte le fotografo ohe i Cittadini si faranno fare. Cosi pare che ogni Cittadino facendosi fotografare avrà anche fatto pagare alla sua immagine il proprio tributo al governo, il quale non potendo più su di che tassare i suoi felicissimi sudditi in carne, ossa e mucillagine, li avrà tassati anche nei ritratti, oh poveri innammorati come farete quando, mandando in dono alla vostra bella una vostra fotografia, le regalate anche una marchetta da bollo del liberale governo? Oh fotografi, alzale uni cantico di gioja al Magno Quintino, poiché la vostra arte fiscalmente il governo pone sotto la fiscale protezione del registro e bollo... bravo, prosit, evviva...

Orbe! Questa volta il Trovatore per non mancar di parola a nessuno, poiché l'uomo per le corna (e quanti ve rie sono neh!...) ed il bue per la parola, questa volta anche egli volendo dimostrare clic in fondo della sua sporta vi è qualche cosa d'italiano, considerando che è debito di ogni Cittadino aiutare la patria pericolante, e che anche u,u buono consiglio dato a tempo e a luogo potrà produrrò, ip» bene is pera bile... propone (l'urgenza a S. E.). Quintino inteso, a mettere una tassa sulle fotografie, onde meglio possa riescire con più vantaggio dello esausto affamato erario (ed anche perché è ovvio a tutti che se si vuol bollala la copia, lo deve essere in precedenza l'originale) ripeto, propone una logge, per la quale ogni cittadino non possa uscir di casa e percorrere le pubbliche strade, se non sia prima munito del franco bollo valevole per la giornata (che no dite, o lettori?). A tale oggetto si fabbricheranno ottomilaquattrocento milioni di marche da bollo a calendario, ciascuna colla data del giorno corrente, a cominciare dal 1.° gennaio al 31 dicembre del felicissimo anno corrente per i 23miIioni di Cittadini dell'Italia Una, affinché quando il mattino ciascuno dei lodati Cittadini uscirà di casa se l'appiccherà all'occhiello del soprabito. se à la disgrazia di esser nato civile, o dietro alla giubba se è popolano, se donna ai pizzi della casacca, se vajassa la porterà attaccata al collo, gli agenti fischali e le donne generose poi, in fronte. Ciascuna marca avrà un valore speciale, secondo la condizione di chi dee portarla, pel colore ne lasciamo la scelta al tintore Ministro, dappoiché noi non sapremmo additarlo, stanteché i sette colori dell'iride sono stati impiegati per le marche già in uso...

Chiunque è sfornito di inarca, o portasse inarca alterala, sarà rimandato a casa pagando una multa non minore di dieci lire. E perciò s'istituiranno degli appositi uffici di verificatori ad ogni sbocco di strada o vicolo, i guardaporta, caffettieri, cantenieri, bettolieri, spazzini, e pulitori dei pubblici orinatoi saranno rivestiti della qualità di agenti dei suddetti uffici verificatori, e quindi dovranno badare se ciascuno cittadino porti la sua marca, in essa vi sarà l'immagine di D. Quintino, di un grimaldello ed una forbice e la data con il motto, tassa sulla libertà di camminare in pubblico. Saranno quindi tutte le strade, ed i vicoli dichiarati xxxxxxxx per xxxxxxxx che sarebbe questa una tassa da far risorgere le finanze italiane! O Quintino, se tu sei fino, noi lo siamo più di te, profitta del nostro disinteressato consiglio e segui xxxxxxxxxxx si rese celebre con l'incemndio del tempio di Diana, e vespasiano per la tassa sulle orine, tu già celebre per aver abbattuto in 11 anni coi tuoi soci il tempio della libertà, ti renderai celeberrimo più dell'altro con aver tassato fino il camminare per le vie ai 25 milioni di finocchi detti cittadini d'Italia. Ciao!

ANNO VI N. ° 55 Giovedì 11 maggio 187

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

A che ne siamo?

Questa domanda, viene spontanea sul labbro di tutti, poiché nel cuore di tutti vi è quel sentimento che predice il domani essere incerto. Ciascuno, aia qualunque il suo colore politico, è convinto della precarietà ai questo presente che accora, snerva, uccide, e quindi naturale l'ansia e la domanda di sapere a ohe ne siamo? Ma come, rispondere? Circa all'estero noi osserviamo una vigile attenzione verso Parigi e Versailles, ove si decidono i destini non meno dei Re che del Popoli. Passateci l'espressione, poiché se vince la Comune di Parigi i Re sono belli e spacciati, ed ì popoli immersi in un cataclisma che non mai fuvvi uguale; se vinse il govemo di Thiers, come vincerà, la causa dei RE, cioè del diritto, trionferà e quella dei popoli puranche; poiché l'ordine e l'equilibrio verranno ristabiliti non sulle basi fondate sull'arena della setta, ma su quella dei trattali, che la setta vuole per forza distrutti. Dunque in quanto all'estero noi vediamo un prepararsi febbrile e formidabile, un atìllarsi dì spade, uno stringersi di alleanze, un viavai di uomini fidatissimi che portano l'arcana parola. Consigli tra i Sovrani, non esclusi quelli dalla rivoluzione spodestati. Vediamo l'immensa maggioranza cattolica sempre più zelare per la causa del Papato, e con pubbliche ed imponentissime dimostrazioni far premure mercé indirizzi ai propri Principi, perché si risolvino a punire la setta, e Reintegrare nei propri dritti e possessi il Papa. Tutto sommato, attività, movimento, vita operativa da un lato, armamento, disposizioni bellicose dall'altro. Onde minacce, e puzzo di polvere da cannone... In quanto all'Italia circa le sue faconde interne noi la vediamo alle prese con la rivoluzione. Noi assistiamo allo svolgimento di fatti simili a quelli del 1860. Allora a misura che i governi, arietati dalla rivoluzione latente, allargavano la mano in concessioni che più non si dovevano dare, poiché dimostravano il lato debole e vulnerabile del potere, la setta fatta più audace ed esigente non ristava da nuove richieste e più delle prime inqualificabili e rivoluzionarie. Oggi l'Italia imita quei governi; e vedete la Giustizia di Dio, l'Italia di òggi, allora Piemonte, capitanando la setta, consigliava ai popoli lo scontento contro i propri governi, oggi quella stessa Setta, nemica del Piemonte, divenuta Italia, consiglia ai popoli di non ascoltare più la voce del governo, osteggiarne gli atti, ricalcitrare ai suoi ordini. Intanto «li uomini: del governo, con Inqualificabile caperbietà si ostinano i«un sistema che à tutta compromessa l'opera loro, e che finirà con un cataclisma, laddove a tempo non si cambii indi rizzo.

Non sappiamo in verità qual buona figura faccia il governo dei Lanza dei Venosta all'estero, il duale mentre ostenta forza, è purtroppo una larva. E dire che questo governo per l'organo dei suoi giornali fa Sentire che esso non teme alcuno, poiché ardito, di cuoce, forte di braccio, tenace nella volontà, giovane, pieno di vita, saprà far costare cara a chi attentasse provocarlo, la sua audacia... Si eh? Ebbene, il governo dei Lanza dagli atti sinora fatti è un governo meno governo. La setta gl'impose andare a Roma? ed egli vi andò, mentre pochi giorni prima pel mezzo del Ministro degli Esteri. Venosta aveva detto da farlo sentire all'Europa, che la questione di Roma era internazionale, e quindi a Bonn non si sarebbe mai andato dal governo con la forza e la violenza... Disse, (sempre il governo) che la capitale non potevasi trasportare che per novembre, ma i deputati di sinistra che rappresentano il nucleo rosso socialista nella Camera fiorentina, si sono opposti poiché vogliono il trasloco a Giugno, e per ottenérlo lasciano il parlamento e corrono a Roma per organizzare dimostrazioni rivoltose ed antimonarchiche... Ebbene il governo forte, invece di spiegare energia e vigore contro un delitto di lesa Maestà ed Autorità si pone i guanti e con modi gentili e cortesi che confinano con la vigliaccheria o In complicità, invita i ribelli a desistere per il momento dalla progettata impresa, e si prende in pace i rabuffi, le contumelie, «le provocazioni che gli vengono dalla piazza. Oh se per poco avessero i Cattolici, non diciamo imitato i turbolenti patrioti nei loro chiassaiuoli, poiché non Io faranno mai, ma esternato con modi legali le proprie querele, certo che il governo sariasi calzalo un guanto di ferro, ed a quest'ora rei ed innocenti sarebbero a gemere in carcere, e le Assisie avrebbero molto lavoro a fare. Non abbiamo dimenticato la legge Crispi, e le fucilazioni in massa... Dunque a conti fatti, oggi chi governa in Italia è la rivoluzione, ehi comanda è la setta... A questo stato di avvilimento è ridotta l'Italia.

Premesso ciò, diteci se l'Europa può tollerare tulio questo, diteci se non ò più che urgente, anche per salvare la Casa Savoja, un intervento dell'Europa in Italia, e diteci se questo intervento lo provocano i Clericali ed i legittimisti, o sivvero i socialisti che oggi si assidono nei Consigli reali, e armeggiano per istallarsi a Roma. Certo che questa situazione è insostenibile, tanto per parte dei popoli, che per la sicurezza della Monarchia. Noi, se i nostri lettori non lo anno dimenticato, fin da un anno fa dicemmo: il giorno in cui il governo andrà a Roma, sarà spacciato. Ebbene, già le nostre previsioni cominciano a mostrarsi esatte... poiché appena la setta à ottenuta Roma con i cannoni del Governo, non si crede più nella necessità di aver bisogno di esso, e cerca disfarsene. Noi non esageriamo, noi parliamo il linguaggio della verità. Sinora i fatti sono questi... Dunque a che ne siamo? Sino oggi, ad uno stato di preparamento all'estero, pericolo di guerra civile nello interno!...

LO TROVATORE

ANNO VI N. ° 57 Martedì 16 maggio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

I moderni Coccodrilli

Tutti sanno quanto sia fiero e vorace quell'anfibio, che dicesi coccodrillo: del quale narrasi, che divori cosi frettolosamente la sua preda, che non potendola digerire con faciltà sia costretto a lungo ed acuto lamento, il perché è corso il proverbio, che il coccodrillo dopo aver divorato l'uomo, lo pianga. Ma quel suo pianto, se pure tale volessimo dirlo, dura quanto la sua digestione, sicché appena egli sente alleggerito il ventre, corre in traccia di novella preda per ricominciar la consueta storiella. Questi fatti ci sorgono in mente nell'osservar la impudenza con che gli organi ed i sott'organi della consorteria van menando ogni giorno baldoria per qualche meschinissimo dotaggio a povere donzelle, o per qualche centinaio di lire, che sarà largito ai poverelli nella occasione del prossimo anniversario della festa nazionale. Voi siete i coccodrilli, vorremmo dir loro: voi dopo aver divorata la vostra preda fingete di commiserarne la sorte. Come? Voi avete ammiserito il nostro popolo, e forse o senza forse siete stata la vera cagione dei tanti morbi, che l'affliggono, per averlo costretto a sfamarsi con cibi muffiti: e poiché l'avete ucciso, vorreste coi vostri soccorsi usargli il miracolo della resurrezione? Ma con qual danaro voi lo soccorrete? Con la infinitesima parte di quel danaro, che gli avete rubalo. Voi avete dissipale le corporazioni religiose, che davan cibo giornaliero a più migliaia di poverelli, che offri van lavoro alla maggior parie dei nostri artefici: voi avete ingoiata la rendita di quattro Congregazioni di Missionari, che largivano ogni anno circa quarantamila lire per limosine: voi avete sequestrate le rendite ai vescovi, dei quali anche i nemici non;in potuto negare la generosità verso ogni sorta di miseri: voi con l'esulare l'Arcivescovo Riario privaste il popolo per parecchi anni delle molte migliaia di lire, che quel Principe Onerosissimo largisce in tutt'i giorni. Per le vostre tasse I» rispettabile Arciconfraternita di S. Giuseppe dei Nudi veste cento poveri di meno l'anno. Per le vostre tasse il massimo nostro Ospedale ha tolto nulla manco che circa cinquecento letti per gl'infermi, e quasi che tutti cotesti fatti non bastassero, avete saputo inventare una tassa, che colpisce tutti, e li colpisce nel cuore. perché non vi ha tassa più crudele di quella, che viene quando un misero è oppresso. Tulio questo avete compiuto, e menate baldoria per qualche dotaegio, e per poche centinaia di lire, che largirete ai poverelli? Oh voracissimi coccodrilli, e quando andrete à nascondervi nelle cloache?

ECCO ALCUNI FRUTTI DELLA LIBERTÀ

Leggiamo nel Pungolo del di 8, che gli scrivono da Taranto, paese io quel di Chicli,, ove dice il corrispondente del Pungolo, i poveri operai per lo più non anno altro erbo «he erbe, alcune povere donne, salite sulla Maje||ain cerca di trbe per mangiare, colsero in gran copia di erepislacero. chiamata comunemente c. assclla, ed ignorando la fòrta. venefica di quella pianta la portarono a manate nei pae3e, e chi cottala a minestra la mangiò con la famiglinola. chi ne vendè ai proletari per pochi centesimi. Il sapore grato bell'erba; e là miseria non permettendo à quella povera gente di mangiare altro che la minestra, fecero si ché lo avvelenaménto sisvilup ¦ passe con grande forza. Allorché questo si manifestò coi suoi sintomi dolorosi, si chiese del medico, e i rimedi efficaci salvarono la vita ad oltre 60 persone; ma non giunsero a salvare sette donne che avevano mangiato maggior quantità di quell'erba.

Ci sanguina il cuore, ci trema la penna nello scrivere simili dolorosissime sventure... Ecco a che avete ridotto, o truffaldini, un popolo che prima non conosceva la miseria, un popolo che cibavasi di pane ed ora è costretto cibarsi d'erbe velenose per attutire gli stimoli della fame. Ecco i frutti della vostra libertà politica, della vostra amministrazione ladra. della vostra iniqua opera settaria. Ecco altre sette vittime che la storia di questi dieci anni registrerà accanto a quelle di altri 50 mila uccisi, morti nello esilio, nelle carceri, su di un giaciglio, suicidati, o fra i dolori della fame... Scellerati! E venite ancora a parlarci di progresso, di bene pubblico, di sviluppo del sociale benessere? Venite ancora a dirci che il proletario oggi à riacquistato un dritto che prima non aveva? Ma quale dritto? forse quello di divenire un assassino, o morir di fame?

Ministro Sella, ecco come si rattrovano quei contribuenti a'  quali voi scortichino famoso, vampiro crudele non desistete di levare l'ultimo pezzo di pelle, succhiare l'ultima goccia di sangue per riempire gli scrigni dei vostri consoci di questa baraonda ladronesca... E che più di peggio poteva fare, un'orda di ostrogoti o vandali? Ahi che forse supponete voi, o tristissimi fra tutti i tristi del mondo, che fra ì contorcimenti delle ultime agonie di morte, mentre il veleno rodeva con indicibile spasimo le viscere di quelle sette vittime. Iddio non vi lancio la sua maledizione eterna, la quale vi colpirà come fulmine a ciel sereno, frammezzo ai vostri baccani ed alle vostre orgie? La voce dell'umanità straziata da voi, troverà alfine ascolto presso il trono di Dio. Voi miserabili che tuffate sino al braccio le mani nel sangue dei vostri fratelli; voi Caini, voi crudeli, barbari, efferati tiranni leggendo quelle poche righe che riporta con un cinismo svergognato un giornale della vostra stampa, voi dovreste tremare, voi dovreste sprofondarvi nello abisso, voi dovreste fuggire la luce del sole, voi dovreste implorare dai monti che vi schiacciassero. Perfidi, imbecilli! credete forse 6he l'ora di Dio e del popolo non verrà? Oh verrà essa, sì verrà, e sàrà tanto più terribile, per quanto più si è fatta aspettare, credeteci. la misura è colma, e traboccherà tosto!

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFE' DE L'ALLEGRIA

Ann. Neh Si Tò, avimmo cchiù Sinnaco a Napole?

Trov. Ma comme, e nce stanno pure li Vice Sinnache e il consigliere...

Ann. Neh, neh, embè che fanno tutte ste sciammerie?

Caf. Vi comme è coriosa moglierema! magnano, vevono e se spassano... anno da fà cchiù de chesto? Che ne dicite, neh D. Criscè?

D. Crisc. Dico che avete sbagliato, poiché il nostro Municipio lavora giorno e notte...

Trov. Se capisce, a fà diebete...

Ann. Ma nfradetanto nuje sentimmo a Napole tanta ma lati e che corrono, se pensa niente da Io Munecipio?

D. Crisc. É che cosa vorreste che pensasse? può il Municipio impedire o far terminare le malattie?

Trov. Se non pò mpedi e fà fernì le mmalatie che lo Signore nce manna pe castico, pò però trova lo muodo comme ste mmalatie non se spannono pe tutta la cita...

D. Crisc. E come?...

Trov. No lo ssapite comme? co abbadà a la qualetà de la rrobba che se venne e a la polezia de le strate, co pensa no poco veramente a lo popolo e non già a le ccose inutele e senza radono.

Ann, Comme stanno facenno da unnece anne, che pozza no ave unnece truone ncapo!

Caf. Misericordia! che dice, neh Nnarè, e uno sulo non avastarria?

Ann. E che ne saccio io mò? Chiste teneno sette, spirete ncuorpo comme a le gatte...

D. Crisc. Ma io non vi ho compreso, caro Si Tore! poiché per riguardo ai cibi che vendono, essi sono verificati, per la nettezza delle strade ci sono i pubblici spazzini, quindi pare che col fatto si pensasse al popolo...

Trov. Niente affatto, pecchè le rrobbe che se venneno, co tutte li puoste che ànno miso pe ogne chiazza de verifeca e controllo, songo la meglio parte fracete e li venneture fanno bbello e bonno... pe la polizia de le bie, stevamo cchiù polite quanno non li scopature che mo: pe lo riesto po lo Munecipio spenne denare pe fa lo tiro de lo versaglio, la llummenazione pel ll'esposizione e tant'autre scemità, ntanto non se penza de fa allargà tutte chille viche che a Io Pennino, a Puorto, a la Duchesca e autre pparte addò le ppovere gente respirano n'aria nfettata e pe ghionta stanno nsardate dinto a cierte vasce ohe manco, li puorce ce stàrriano.

Caf. Si Tò, e bbuje yolarrisseve che se pensasse a tutto chesto?Pare che lo Sinnaco e li Sinnachielle ànno da stà comme stà lo popolo? e allora pecchè sarriano cape de robba, fuorze pe senza niente? Loro songo costoro e lo popolo è mappina... aggiate pacienza, Si Tò, ogneduno pensa pe isso,

Ann. Pensa pe isso no cuorno te dico io pò... Ma io vorria sapè, D. Criscè, ched'è sto tiro a segno?

D. Crisc. È il luogo dove i cittadini si andranno ad esercitare a ben colpire Quando sparano...

Ann. Che pozzate essere accise vuje, Doro, e chi ne dice bene e chesta è la scola che bonno nsegnà a lo popolo? Addonca a cornate veco da ogge nnanze mmece de mparà comme s'à d'abbuscà no piezzo de pane, se mpararrà comme s'à da spara... Vi che bella ntenzione... e pecchesto se gettano li denare nuoste e nce nzellano de tasse? Ma già da na vranca de galiote che se ne poteva sperà? Ah tiempe neh!

D. Crisc. I cittadini oltre ad essere provetti nelle arti e nei mestieri, nelle scienze e nel commercio, debbono benanche' saper difendere la patria, e maneggiare le armi...

Trov. E quanno no popolo sape mania d'arme, allora addio mio bene... D. Crisc. Perché?

Trov. Lo pecché lo bedarrate appriesso no mo... vuje semmenate e appriesso pò facile la raccoveta...

Ann. De nuce de Sorridilo, e nnespole de lo Giappone...

D. Crisc. Vani timori. 'Ann. Ve Io ddico io che avarrate non sulo la paura, ma la vermenara, pecché Dio ve libera de mazzate de cecate.

Caf. Neh, D. Criscè, e lo fatto de poche sere fà ohe s'astutajeno tutte li lampione pe Napole comme succedette?

D. Crisc. Pu una mancanza dell'impiegato del gassometro.

Trov. Accossì se diceva pure che era mancanza de chillo e de chisto li fatte che soccedevano a Napole primma de lo 1860, e pò s'è saputo doppo comme è ghiuta la cosa, quanno lo Piemonte dette le ccruce e li mpieghe a ccierte piezze de galera che avevano fatto chelle guapparie. Eh! D. Criscè, l'acqua è trovola...

D. Crisc. Allora vi era una ragione, poiché quel governo era odiato, ma oggi no...

Ann. Che ve pozza scennere la lengua ncanna, avite lo coraggio de dicere chesto? Ma vuje nce state 0 non ce state a Napole? Cammenate o no pe le bie? trattate 0 no co li napolitano?

D. Crisc. Ma come?

Ann. E quanno è cchesto, o legni te d'essere snido pe non sentì, o site surdo veramente, eia libertà pe ghionta v'ha fatto nzallani... pecché si no non parlarrisseve accossi...

Caf. D. Criscè, vuie pigliate cierte zarre ch'è no piacere.

D. Crisc. Io ho detto la verità.

Trov. Vuie avite ditta la cchiù grossa buscia de lo munito... e se io potesse parla chiaro, ve mostarda comme avite ditto na boscia. D. Criscè, vedile che la pignata volle... e se noti se pensa a tiempo, sbafarrà da fora...

 CERTI PERCHÉ

Perché i liberi pensatori ànno profanato il Venerdì Santo 'con un banchetto ai carne? '

Per dimostrare che in loro essendo tutto materia osta carne fracida e corrotta, il loro elemento è il lezzo còme il majale del quale imitano la sozzura e l'immondezza.

Perché il governo non à impedito quello scandalo?

Perché lupo non mangia lupo...

Perché si fa tanto lusso di odio contro il Cattolicismo?

Perchéappunto il Cattolicismo è la pietra contro la quale si sono spezzale le corna della rivoluzione.

Perché tutto quanto si fa in Italia è illogico, immorale e precario?

Perché chi à logica à cervello, e l'Italia se l'à giuocato da dieci anni; chi à morale, odia il delitto; e l'Italia non può starne senza, essendoché essa medesima per la sua politica è un flagrante delitto; donde ne viene la precarietà, poiché il furfante vive alla giornata, non avendo altro presente, che la colpa, ed altro avvenire, che la punizione...

Perché nessun Ministro di Finanza à dato mai il conto dello introitò ed esito?

Perché se un tal conto si desse, Ministri, Senatori, Prefetti, Deputati e Cavalieri andrebbero a far vita contemplativa alla Vicaria 0 a Fenestrelle con il sistema cellulare...

Perché in Italia niente si fa che duri, sia in fatto di leggi, che di Amministrazione e politica?

Perché' la menzogna che à cento piedi, non può mai reggersi.

Perché ànno in Roma celebrata la festa della nascita di Roma il giorno 21 aprile?

Per dimostrare che i nuovi liberatori di Roma discendono in linea retta dai primi abitatori di essa, che furono ladri ed omicidi.

Perché dura tanto questa baldoria?

Perché essendo il processo lungo ed intrigato l'istruttore non sa dove incominciare, e dove finire...

Corriere del Trovatore

Imbrianomania — Dopo il nuovo battesimo della via Toledo e la Babele napolitana, per le strade che più non si sa dove stiano, il Ministero di marina vuole imitare il Municipio di Napoli perché se non siamo male informati il medesimo ha decretato sbattezzare il piroscafo S. Pietro. della marina pontificia e di mettergli nome 20 settembre, in memoria de'  grimaldelli di Porta Pia.

ANNO VI N. ° 58 Giovedì 18 maggio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

Ostinazione fatale!

Gravi notizie corrono, e la stampa meno sospetta e più seria nel propagarle se ne impensierisce. La Correspondance de Genève.,. dice che l'Europa al risveglia... L'Univers ed il Monde accennano a gravi risoluzioni prese nell'Assemblea di Versailles, il Times, trattando delle guarentigie, conchiude col dire che l'Italia volendo salvar tutto, non ha salvato nulla, ponendo invece in pericolo il fin qui fatto. La stampa tedesca non è meno allarmata di quella francese ed inglese, e l'italiana tratto tratto fa trapelare il suo timore, giungendo a discreditare le tanto strombazzate guarentigie, che al dir della Nazione e della Perseveranza non sopo né opera seria, né valgono a troncare le grandi difficoltà, che accompagneranno la presenza del governo italiano a Roma. Ma d'onde tanta trepidazione e paura? Non si è su tutti i toni detto sempre che con)'acquisto di Roma il governo italiano sanasi fondato, e come nebbia al vento spariti sariano i timori per la dimani? Non si è ripetuto sino alla nausea che col possesso di Roma l'anormale situazione amministrativa sarebbe cessata, e la macchina dello Stato avrebbe agito con regolarità ed ordine? Oh quante e quante cose di buono non s'impromettevano certuni non appena sul Campidoglio sarebbesi piantata la tricolore bandiera?

L'Europa attonita dal gran fatto compiuto, lo avrebbe plaudito, la reazione sarebbe stata scovata, gli animi si sarebbero calmati, i partiti sarebbero scomparsi, ed il governo ritemprato a nuòva forza, sarebbe entrato finalmente nella sfera dei governi seri e fondati, volgendo le sue cure a migliorare le interne condizioni del paese, ed assestare le bistrattate finanze, impinguando con saggi provvedimenti l'esausto tesoro, senza più far debiti, o porre nuovi balzelli...

Ma invece che cosa è avvenuto? Non già i timori sono spariti come nebbia al vento, ma invece le speranze e le illusioni della rivoluzione, la quale stoltamente pensava che col delitto e la menzogna avrebbe trovata una base granitica alle sue mattezze, alle sue intemperanze, ai suoi perfidi disegni... Essa però si è ingannata e purtroppo ingannata... Quanta e quale forsennata gioia non fecesi lorquando il sacrilego fatto di Roma fu compiuto? Eppure da quel giorno sonosi agglomerati sul cielo dell'Italia rivoluzionaria tanti e sì neri nuvoloni, che lo scoppiar della tempesta ritardar potrà secondo jl soffio più o meno violento dei venti, ma mancare no... Ora se gli uomini che per somma sventura di questa rejetta Italia tengono, stretti in pugno i suoi destini, non fossero dominati dallo spirito di turbolenza e di orgoglio, non fossero acciecati da una fatale ostinazione, quanto sarebbe per essi, per la Dinastia e pel paese salutare una leale resipiscenza? È questo che diciamo non è gettato a casaccio sulla carta, tanto per riempire le colonne del giornale... No, s'ingannano quegli che «osi la pensano. Noi quando scriviamo cerchiamo, per quanto come sappiamo, ragionare ed esser severi espositori dei fatti. Diteci dunque, è un fatto che l'Europa Monarchica non può stare sempre alle prese con la rivoluzione?

È un fatto che la rivoluzione non potrà per sua natura che la rivoluzione non potrà per sua natura conciliarsi con l'Europa monarchica? È un fatto che la demoralizzazione delle masse, anzi la materializzazione del loro spirito forma la maggior forza della rivoluzione? È un fatto che la religione è tanto necessaria pel benessere della Società, come dei popoli e degli Stati, che il celebre razionalista Rosseau ebbe a dire che laddove non vi fosse esistita la religione, se ne avrebbe dovuta creare una, appunto per tutelare é salvaguardare gl'interessi dell'uomo, della famiglia e della Società? Son vere o no queste cose? Se le son vere, come lo sono, e allora devesi convenir con noi ohe l'Europa Monarchica e conservatrice deve finalmente dal campo diplomatico, scendere su quello dell'azione, ed alle proteste, alle note, alle riserve succeder debbe l'ultima ratio, del cannone.

Di qui non si esce. sperare' chela rivoluzione dopo di aver con tanta fortuna ed audacia percorso si lungo cammino, ritorni sui passi già fatti, vuol dire non conoscere la natura della rivoluzione, e crederla capace di una virtù che non à, perché non può avere, giacché se l'avrebbe non sarebbe più rivoluzione...

Ecco dunque d'onde provviene la cieca ostinazione dei rivoluzionari, i quali anche convinti che un di o l'altro si avranno dinanzi l'Europa schierata in armi, i popoli tutti ostili, ed i Re col ferro in pugno, non si danno per vinti, e seguitano a battere la medesima via... Che importa ai settarii che il ferro ed il fuoco distruggano il paese? Che cale ad essi, che non tengono né cuore e ne anima, una ecatombe umana? Che forse i Settembrizzatori di Francia quando facevano scorrere a torrenti il sangue dei loro connazionali si davano alcun pensiero delle tristissime sorti della loro patria? Ed i Comunisti di Parigi oggi, pensano più dei loro padri del 93 alla rovina della Francia? Lo àuno pensato un Cavour, un Farina, un Ricasoli, un Minghetti, un Pepoli, un Romano, un Poe rio, ed altri cento e mille, quando nel 1860 invece di stringersi intorno ai troni dei proprii principi, e salvare i loro paesi dall'orribile sciagura che l'importava una setta scaltra, infame e straniera, si fecero svergognatamente di essa vili {strumenti, ed ajutaronla nella nefasta opera della distruzione? Sono o no questi i fatti? è questa la storia contemporanea? Dunque ecco la ragione per cui malgrado l'Italia della setta si abbia presa Roma, invece di rafforzarsi maggiormente si è indebolita a segno tale, che ormai è presunzione il dire di poterla salvare... Poveretta l'àn fatta mangiar tanto, che l'ultima foglia del carciofo le à prodotto una gastritide.

Infine la situazione è questa, o tutto il grande ed universale movimento cattolico, e perciò controrivoluzionario è una menzogna ed allora la rivoluzione non avrà di che temere, o se e una verità, ed allora tenete per certo che i Re dovranno agire, che i governi dovranno operare e la rivoluzione, se pure vorrà battersi, finirà stritolata. Sarà una lotta gigante, una sanguinosissima lotta, ma alla fine la forza resterà unita al dritto ed alla giustizia, sicché, fatale è per la rivoluzione la sua cieca ostinazione!!!

LO TROVATORE

Il Convitto Caracciolo

É deciso irrevocabilmente che in questi tempi malvagi che pure voglionsi appellar civili, ogni opera buona in questa nostra Napoli debba andare in isfacelo, poiché cosi vogliono i ciurmadori e perversi che tengono nelle mani U timone della pubblica cosa. Un fatto dispiacevolissimo e che constata da un lato la perfida camorra del consortismo. e dall'altro il sommo merito di un uomo del quale la setta dei Consorti à voluto sbarazzarsi, commettendo un atto indegno, accadeva or sono pochi giorni nel Convitto Caracciolo. La picciolezza del nostro giornale non ci permette riportare le parole del Piccolo circa questo nuovo abuso malvagio, questo nuovo dispotismo di conventicole. questo nuovo ingiusto e brutale procedimento di coloro cui dovrebbe stare a cuore tutto quanto torna utile e proficuo ai cittadini ed al paese... E noi questa volta dividiamo la stessa indignazione del cronista del Piccolo, poiché l'è quistione di giustizia ed interesse del paese. Non vi è chi nella nostra Napoli non sappia come il Convitto Caracciolo istituito appositamente per Scuola marittima, erasi egregiamente diretto dal valente e troppo conosciuto Marino Flores, il di cui sapere, la di cui perizia, e profonda cognizione nautica, accoppiate alla severità dell'antico e fedele soldato, alla squisita educazione del perfetto gentiluomo, ed all'indole benigna, e bontà di un cuore che mai nutrì sentimento se non di amore, ed onore, facevan del Flores l'idolo di quel Convitto, e quei giovani amavanlo come padre, mentre imitati dal suo zelo, confortati flai suoi consigli, avvalorati dal suo esempio, quei giovani apprendevano con ansia, con trasporto le scienze, dando bene a divedere esser piante che un dì buonissimi frutti avrian dati. Ma sia la livida invidia, sia una pessima trama, o piuttosto l'una e l'altra unite all'avidità ed alla ambizione, l'istituto Caracciolo venne sottoposto àl controllo di un uomo ignaro e digiuno di qualsivoglia scienza, meno di quella della sella... Un uomo surto, come tanti altri funghi dopo l'acquazzone rivoluzionario. Quest'uomo i di cui precedenti non l'avrebbero dovuto far scegliere giammai per occupare quel posto, in pochi dì arietò, talmente il Flores che questi fu costretto per propria dignità a dimettersi... In seguito di che un disordine accadde nel Convitto, tanto da provocare l'intervento delle guardie Municipali, ed essere causa della cattura ed espulsione di alquanti Convittori che alla fin fine volevansi opporre ad un atto indegno, e sventare una trama vergognosamente ordita... Ed in quel tafferuglio vidersi dei prefetti snudare il pugnale, ed altri minacciar di morte col revolver in pugno qualunque Convittore avesse fatto ovazione al benemerito ed amato Comandante Flores... Sono fatti questi talmente eloquenti, che ciascuno può commentarli da se... Napoletani, vi accorgete 0 no, che per voi non deve esservi mai niente di utile, e di buono? Ora quante famiglie non saranno costrette ritirare i loro figli dal Convitto Caracciolo, mentre esse avevano su di quelli formate rosee speranze, poiché arra l'era la fama e la virtù dello egregio Comandante? Che avverrà di quel semenzaio di giovani e scientifici marini si da guerra che mercantili. Si fa dimettere un Flores la di cui scelta incontrata avea la simpatia e il plauso di tutti i partiti, come ben dice il Piccolo, di un Flores tipo di maschia e Cittadina virtù, rigido osservatore dei dettami della virtù, dell'onore, e della scienza, per dare il suo posto ad un oscuro giornalista, il quale a quella sedia non potrà che far distruggere per mancanza di vitalità ed esempio una istituzione, che benché da poco fondata. già raggiungeva un distinto grado, e dato aveva una brillantissima pruova nel giro di sei mesi di navigazione fatta da quegli alunni sotto il comando personale del Flores, che quando rientrava in Napoli, ebbe a raccogliere meritamente ovazioni e plausi dal popolo... E qui la brevità dello spazio non ci concede andare più oltre, però ci riserbiamo, occorrendo, ritornarvi sopra con altro parole e forse svelando con documenti qualche basso intriso, qualche partigiana vendetta, qualche sporco fine.

Si abbia dunque un meritato elogio il valentuomo del Flores nel biasimo generale che i Cittadini Napoletani anno inflitto all'inqualificabile e dispotico procedimento degli intriganti insediati al potere che lo àn costretto a dimettersi da quel posto si degnamente per quattro anni occupato, e sia questa un'altra pruova dei tempi e degli uomini di oggi!!!..

Miseria per lavoro

Uno dei tranelli, ed il più tremendo, apparecchiato dalla setta in danno dei popoli, é quello di proclamare il principio di dargli lavoro per amicarsene le masse: mentre poi con questa larva imbellettala si riversa in gran copia dalla mano di' uomo, la più spaventevole miseria. Queste Utopie che commuovono gli animi e sono tante leve per esaltare le passioni, si schierano in campo ogni qual volta la rivoluzione prende il di sopra dell'ordine. È un fatto accertato dalla stampa di ogni colore, che tutt'i Municipi di questa dilaniata Italia non fanno altro che occuparsi di strepitare proposte di opere pubbliche per soccorrere i poveri artigiani ed arricchirli con la polvere aurifera della California; ma quei speciosi trovati finiscono sempre con aumentare i balzelli, slargare le imposte, contrarre novelli prestiti, e mettere taglie, che fanno ricchi i benemeriti compagni di catena del glorioso martirio; mentre poi le opere pubbliche approvate, o quelle già intraprese. si sospendono; e l'infelice classe degli operai, privati del lavoro, é avvolta in una orribile miseria.

Da ciò vuolsene dedurre quanto i Municipi sono privi di buon senso, e quanto in quelle deliberazionj presiede il capriccio e l'imprevidenza; che lungi dallo spendere il pubblico danaro con prudenza ed utilità, si scialacqua per con verso dalla cuccagna, si fanno spese pazze ed indegne di approvazione. Non si avvedono costoro che accrescono per questo fatto la loro impopolarità, ed improvvidamente aumentano l'inopia?

Prima, in quei centoventisei anni di mal voluta tirannia, vi era il lavoro senz'aggravarsi le popolazioni di passività, non si era oppresso da quarantadue imposte, ed il lavoratore, l'artiero non pagavano cinquanta centesimi di tassa, sopra ogni lira di guadagno. Tutto si operava con quei benintesi principi di economia finanziaria, e la gente non cadeva morta per la fame lungo le vie di Napoli.

Questo antico settario ritrovato, si è ammodernato sopra larga scala, e con tal protervo fanatismo da far decretare l'abolizione dei giorni festivi, onde il popolano avesse da lucrarsi la mercede per vivere: mentre sotto di queste speciose fisime si nasconde la demoralizzazione... l'apostasia! Indarno gli sventurati villici stancano con ferventi preghiere Iddio per un'abbondante raccolta; essi si vedono fuggir dalle mani il prodotto delle loro industrie e masserizie, che le tasse gli smungono fino l'ultima goccia di sangue, ed a centinaia son costretti ad abbandonare il tetto dei padri, lasciare le proprie famiglie, i teneri figliuoli, ed emigrare in lontani paesi per trovar lavoro, ovvero sono obbligati a mendicare, se non vogliono darsi a mala vita. Cosa orribile a dirsi! questi miseri artigiani per mangiar pane nero furono loro malgrado costretti e spinti dalla setta ad abbattere le sacre Immagini, ch'erano per le strade, espellere con la forza le Suore dai Chiostri, e dilapidare quei sacri recinti, tramutandoli ogni giorno in una diversa officina; incidere lapidi a Monti e Tognetti, ad un Locatelli, dei monumenti ad Agesilao Milano, ad Angelo Brunetti, il Ciceruacchio; e distruggere per fino, per vera manìa, le nomenclature delle strade per inabissare ogni cosa nel caos: e poi si osa parlare di lavoro, e proclamare tutte queste rovine, opere di civiltà; ciò è insoffribile! I piaggiatori del secol nostro dovrebbero ricordare le parole dall'Orioli pronunziate nel settimo Congresso degli Scienziati nel 1845, e quelle del Gavazzi nelle sue concioni del 1861. Costoro, persone non sospette, rammentavano le grandezze e l'opulenza del Napoletano, che per le sue ricchezze si paragonava ad una conca di oro, i suoi innumerevoli e grandiosi lavori, pei quali si vedeva... Giove coi fulmini serrati, versare a larga mano i suoi tesori. Oggi poi che tulio si. «vandalicamente distrutto, da perdersene per fino la memoria, se non si trovassero registrate nella istoria, si schernisce e s'insulta questa misera gente: ciò è barbaro!

La civiltà che ci à regalato l'organizzazione dei lavoratori, quantunque questa differenzia di molto in Italia da quella ch'essa è negli altri paesi, pure le fratellanze degli artigiani noti sono senza importanza, e potrebbero i male intenzionali farci passare un brutto quarto d'ora, qualora fossero mossi dalla sella dai suoi fini ribaldi. Or dopo tutto ciò il sentir predicare, che questo lezzo in cui si avvolge, che questa putredine in cui s infanga, che questa via in cui s'insozza l'Italia sia la via antica del lavoro, è manomettere interamente i fatti, le ricordanze patrie, ed eccitare il ridicolo!

Sempre le stesse frasi in bocca ai Glauconi di questa età corrotta, lavoro al popolo: bugiarda impostura, che dopo undici anni di tristissimi esperimenti siamo pieni a ribocco di questi vuoti paroloni, di queste sesquipedali ed ampollose canta fere enfaticamente e poeticamente declamate non è molto in un'agape industriale. Sia lungi da noi il pensiero, che il dritto al lavoro si difende, e si esercita con le armi, coll'ispianare il fucile... alla brigantesca; e che il diritto al lavoro per;essere un esercizio della libertà, si salva con le armi: questo è privilegio dei consorti 1 Con queste frasi democratiche, con queste idee socialistiche, con questo discorso alla Rochefort, con questa rettorica nebulosa si giunge ad incitare la rivoltura, snaturando quel santo principio, che il retaggio dell'uomo sia il lavoro!

Il popolo desidera la realtà, non ama spaziarsi sei vortici del Cartesio; non vuole a spose proprie e col suo danaro far gavazzare nell'oro gli affiliati alla setta, gli adepti della frammassoneria in guanti gialli! Il popolo nella pace, nella tranquillità vedeva aumentarsi il lavoro, e non essèrvi vera miseria, ma quella proporzionala disuguaglianza, ch'è legge di natura: ma se bisogna mantener questo diritto al lavoro con le armi, e combatterlo per xxxxxx, c difenderlo unquibus et rostro: Oh si che in allora la società umana si tramuta in una carovana di cannibali, in un'orda di selvaggi; si dà un addio al lavoro, e trionfa la miseria!

Bel ritrovato per riprodurre in Italia le luttuose scene, gli eccidi ed i saccheggi che al presente si soffrono in Parigi; e che ivi sono perpetrati non dai francesi, ma da quell'accozzaglia cosmopolitica di selvaggi, che vorrebbero signoreggiare il mondo. Bel ritrovalo per ingannare i gonzi, e per farsi applaudire dalla bordaglia. Fate sosta: basta... gridiamo noi, lasciateci un poco di pace. Figli di serpenti ravvedetevi! rintanatevi nei vostri covi infernali per leccarvi la velenosa bava: misero chi nell'ora del parosismo vi sarà travolto! Vergogna!... È tempo ormai che cessi nell'umana famiglia tanto danno!!

Il Deputato Panzera, e la sua lettera

La presente rivoluzione malgrado sia stata una tremenda calamità pubblica, pur nondimeno à fatto mollo bene ancora. Essa avendo sfabbricato il vecchio edilìzio già roso dal tarlo settario, à altresì strappate diverse maschere; sicché dopo il 1860, d'infausta ricordanza, noi abbiam visto montati al potere vari confidenti (come si dicono ora le spie) del Ministero di polizia Borbonico, e nei paesi di provincia diversi già capi urbani, fieri assolutisti per il passato, divenuti liberalissimi, e quindi nominati maggiori e capitani di guardia nazionale. Ma non fu tutto. Dei stnsciatori vilissimi, dei cortigiani e qualche altra cosa di peggio, che sotto il passato Governo credevansi onoratissimi da un comando qualunque dar gli poteva un impiegato regio, che si sprofondavano in ignobili inchini innanzi all'autorità politica di allora, coricatisi sfegatali borbonici la sera del cinque settembre 1860, svegliaronsi nel mattino accesissimi liberali, tanto che loro più in loro non riconoscevansi. Come à potuto andare questa metamorfosi? Ce lo àn detto il Curletti con le sue rivelazioni, ed il Persano con il suo Diario... Ma lasciamo rotolar nel fango i botoli, e mangiare a due ganascie il pane compro col tradimento, la viltà e il disonore a tutti i traditori e le carogne che àn disonorato il nome napoletano. Venghiamo ad altro. Come dicemmo, la rivoluzione à fatto molto bene. Essa dopo di aver smascherato i traditori politici, à smascheralo altresì i traditori cattolici, dopo di aver strappato dal volto, di molli creduti fedelissimi e perciò ricolmi di favori dalla caduta Dinastia il belletto della simulazione, à fatto scoprire puranche gli apostati camuffati a cattolici. Viva dunque la rivoluzione!

Lettori! Sul Cittadino Leccese, Bollettino ordinario N. 242 organettuccio della ramificazione consorzera che l'orda quella bellissima Provincia, e precisamente la colta e gentile Lecce, abbiam letto una lettera sproloquio di un certo Antonio Ponzerà, deputato del parlamento. Noi per. verità avendo poco tempo da perdere avremmo voluto curare di quella lettera sproloquio, ma onde procurare ai buoni Leccesi un quarto d'ora d'ilarità, come anche ai nostri lettori, omettendo di riprodurre quel pistolotto del Panzera atteso il piccolo formato del nostro giornale, ne riassumiamo i punti più salienti facendovi i nostri commenti.

Il Panzera dice scrivere quella lettera per rendere omaggio ai suoi elettori; da bravo diciamo noi; ma di grazia chi, e quanti sono stati gli elettori che ànno eletto il Panzera? Certe cattive lingue dicono che a questa domanda potrebbero rispondere certi faccendieri che a furia di promesse e monete procurarono quei voti. Questo a noi non incumbe, poiché sarebbe affare da trattarsi dalle Assisie... passiamo oltre. Il Panzera dice che egli à riguardato sempre il potere temporale come il cancro roditore (stile garibaldcsco...) delle sue istituzioni religiose. Egli però dice, nostre; noi, rispondiamo sue. Ora si desidererebbe sapere quali fossero le istituzioni religiose del Panzera, forse quelle che apprese dalle dottrine di Epicuro, o dai ricordi degli adoratori della Dea Ragione nel 1793? Ci bisognerebbe in vero un certificato di morale rilasciato da chi conobbe e conosce il nostro uomo!

Egli aggiunge che salutò con gioia sincera il giorno in cui piantata là bandiera italiana sulle vecchie mura di Roma fu segnata la caduta del potere temporale... Poverino! Ci rincresce che la sua gioia è stata intempestiva, e presto presto dovrassi cangiare in tutto... perché quel benedetto potere teatrale si è ringiovanito appunto da quel giorno in cui si credette di averlo ucciso. Che illusione! Vedete il caso, dicono i Panzera e soci, vedete la Provvidenza, diciamo noi, quella Corte romana che il Panzera dice mostrarsi così ringhiosa verso 1 Italia, e nemica della sua unità, e perciò il sullodato Panzera avrebbe desiderato che fosse stata in massa deportata alle isole Malesi, quella Corte, diciamo con la sua irremovibile' fermezza fa venire la colica ai nostri liberaleschi, perché cocciuta ed ostinata non vuol saperne di far pace con i suoi spogliatori e stringer la mano ai ladri, oggidì cavalieri. L'onorevole deputato Panzera dice poi di dare la sua piena adesione al voto della Camera riguardo alla sciarada delle guaréntigie. Certo che il bidello del Parlamento ne avrà preso atto e l'Europa à avuto un pegno dippiù della sincerità di quelle guarentigie. Però noi troviamo logico e sincero il Panzera, quando più sotto aggiunge che ad esso sembra la legge sulle guarentigie avere nel suo complesso un carattere politico ed Internazionale, e che il Governo abbia dovuto prendere degli impegni seri morali con le altre Potenze Interessate (misericordia l'è scappata...) per la indipendenza del Pontefice

Bravo sig. Deputato! abbiatevi i nostri congratulamenti... Se dunque la questione del potere temporale è di carattere politico internazionale, vuol dire che anche con l'andata | dell'Italia a Roma per mezzo del cannone, essa questione non venne affatto risoluta, ma in quel giorno che si apriva dalla rivoluzione la breccia a Porta Pia, in quel giorno la diplomazia europea poneva a ruolo la detta questione, dunque se ne deve aspettare il giudizio e poi il verdetto... Qui sta il busillis... questo è lo spettro di Banco per gli onorevoli della greppia unitaria... e gl'impegni morali presi dal governo di Firenze, sig. Deputato sapete quali sono? Sono quelli di avere dato il fatale passo innanzi, a tutto suo rischio e responsabilità, e quindi il governo si scusava col dire la rivoluzione lo aveva spinto ad andare a Roma. Così compensando la sua impotenza à detto alle Potenze. Signore, io so che andando a Roma, troverò la rupe tarpeja, ma a costo di faro il salto mortale vi debbo andare, poiché cosi vuole la setta che mi comanda... A Voi poi il da fare in seguito... Avete capito signor Deputato? e se non lo avete capito bene, procuratevi il sunto delle note austriache, francesi, belghe e inglesi dal sig. Visconti-Venosta, ed allora comprenderete meglio che la vostra gioia fu quella del fanciullo che ride vedendo il balocco, e trema e piange ai scappellotti del pedagogo!!!

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFE' DE L'ALLEGRIA

Trov. D. Criscè, se ntrovolejauo ll'acque o nò?

D. Crisc. Sventuratamente pare che sì...

Ann. Che nce volito fa! è la stagione de li frutte... e sta vota s'ammaturarranno no poco cchiù priesto...

Caf. 'Anno avuto lo tiempo opportuno...

D. Crisc. Mà le frutta che voi dite, potrebbe essere che si maturassero anche per voi.

Ann. Non fa niente, pecché lo dà e lo ricevere sarria ncomune...

Caf. E po, meglio n'ora de taluorno, che n'anno de malinconia...

Trov. D. Criscè, ma vuje d'addò credile che assommasse lo maletiempo?,.

D. Crisc. Dai clericali e reazionari...

Ann. E tanno starrate frisco vuje e ll'amica vuoste, ve la poti te fa co ll'ova la trippa... ah... ah... ah...

D. Crisc. Perché

Caf. Pecché cacciate li clericale e li rèazionarie comme dicite vuje, nce restarranno Cola, Fra Cola e lo priore.

Ann. E la museca de lo refettorio te la sì scordala, neh Luì...

D. Crisc. Io non comprendo.

Ann. O non bolite comprennere?

Trov. D. Criscè, accioché Io sapite chiaro chiaro, ma da lo capo nfi a la coda non saccio chi songo li clericale e li reazionarie... Nuje portammo l'annommenata e ghiustamente pecché nce simmo, ma cierte che bonno passa pe liberale e non saccio che robba sò...

D. Crisc. Non è vero, è una calunnia.

Trov. Se potesse parlà ve farria vedè ch'è na verità a nnuje po nce fa piacere, pecché accossì pare che la verità fosse stata capita da cchiù d'uno.

Ann. Simbe no poco tardolillo... ma meglio accossì...,

D. Crisc. Però vi dico che questa volta si farà finita con I tutti i nemici dell'Italia.

Trov. È no fatto; pecché li guastamestiere e li mbrogliune se jarranno a ffà na villeggiatura non sapimmo addò...

Ann. E nce starranno pe no buono piezzo... ànno voglia de nce fà li funge...

D. Crisc. Così si pulirà la patria...

Ann. Comme s'è polezzato Agnano, e nce se chiantarranno cerefuoglie, lattuchelle e porchiacchielle.

Trov. D. Criscè, mena no brutto viento...; D. Crisc. Per la curia romana e pei codini...

Ann. Vedile fosse pe quacch'autro?

D. Crisc. l'ingannate. Addio.

Trov. Meno male che priesto nce vedarrammo le ffacce noste... figliò, prijammo, obbedimmo, facimmoce lo fatto nuosto e lo riesto lassammolo fà a Dio... avite capito? Santa notte.

Ann. Si Tò, nuje v'obbedimmo e ve sentimmo a tutto e pe tutto..

Caf. Lo sole à da asci o vonno o no bonno...

ANNO VI N. ° 59 Sabato 20 maggio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

I SordoMuti del Napolitano

Abbiamo ricevuto la seconda Memoria difetta a chiarire, e rivendicare i dritti e gli averi che il regio Istituto-Convitto dei Sordomuti, e delle Sordomute delle 16 Provincie Napolitane vanta contro l'Albergo dei Poveri, e propriamente sull'abitazione, vitto, vestito che il nominato Albergo deve ai Sordomuti dell'Istituto medesimo in virtù dei Decreti 1751; 1819;, 1813. Mentre i dritti che il detto Istituto vanta contro lo Stato (in quanto ad istruzione) sono stati già svolti e discussi nella Prima Memoria. e riconosciuti in base della medesima dai Ministri dell'Interno e della Pubblica Istruzione, giusta l'interpellanza Bonghi del 19 aprile 1871. Ed eccone il

RIASSUNTO

L'Istituto dei Sordomuti del Napolitano di natura ed origine governativo, appartenente alla Pubblica Istruzione, e coi fondi di questa alimentato presso la Regia Università degli studi fin dal 1806, in qualità di Corpo morale già costituito ed avente personalità giuridica, entrò per Sovrana disposizione del 26 marzo 1819 nell'Albergo dei Poveri.

Detto Istituto senza nulla perdere della sua primitiva natura e rimanendo alla dipendenza della Pubblica Istruzione, doveva nell'Albergo medesimo trovare il suo maggiore sviluppo ed incremento, mediante l'impianto d'un Convitto, che gli si voleva aggiunto coi fondi da prelevarsi in gran parte dalle rendite patrimoniali comuni del Pio Luogo.

La nuova sede però, non ostante la sana idea che la consigliava, fruttò assai male all'Istituto dei Sordomuti; giacché nel lungo periodo di 50 anni, non solo non progredì d'un passo verso quello sviluppo è perfezionamento desiderato, ma indietreggiò lentamente deperendo, come pianta che rimossa dal suo suolo natio d'ordinario avvizzisce e muore.

E non poteva all'Istituto dei Sordomuti altrimenti intervenire di quello che d'ordinario succede al piccolo ed al debole in unione col forte e col grande, sopra un patrimonio indiviso.

Nella necessita quindi di dovere richiamare a nuova vita questa umanitaria istituzione fa d'uopo si rimuovano innanzi tutto gli errori che furon càusa della sua rovina.

E massimo errore certamente fu quello di permettere che l'Albergo, vedendo di non potere a lungo contrastare i giusti diritti che la Pubblica Istruzione reclamava, sull'Istituto in quistione invadesse col fatto le attribuzioni della medesima; quando ritogliendo i 40 sordomuti dal quarto piano ove erano stati già separatamente riuniti in Istituto-Convitto, li gittò ben tosto nelle corsèe comuni della restante famiglia dei reclusi, per fare scomparire così nella fusione locale e disciplinare coi parlanti ogni traccia di quella personalità giuridica che li raccoglieva ed unificava nel loro distinto Ente morale, la Scuola (1).

Epperò ritornando ora ai primitivi d'iritti ed obblighi rispettivi del Governo e dell'Albergo verso l'antico Istituto dei Sordomuti, potrebbesi con equità e giustizia riformarlo sulle seguenti basi.

1. Fare della Scuola dei Sordomuti, giusta l'idea del 1819 un Istituto-Convitto alla diretta dipendenza del Governo, ritornandolo una con l'assegno delle 17 mila 700 lire sotto la giurisdizione del ministero della Pubblica Istruzione.

2. Questo assegno governativo, sospeso, non ha guari, dal Ministero dell'Interno, ed ora rivendicato in base della prima memoria dei Sordomuti al Parlamento Nazionale, giusta l'interpellanza Bonghi al Sig. Ministro Lanza, provvede ai bisogni di tutto il Corpo insegnante e dirigente dell'istituto in discorso.

3. Le 36 mila lire che, per ragione dì equità e giustizia, come si è nella presente memoria dimostrato, deve l'Albergo ai Sordomuti di tutte le provincie Napolitane, sovverrebbero molto convenevolmente ai mezzi economici del Convitto in parola formandosene tanti posti gratuiti pei Sordomuti ora esistenti nell'albergo medesimo, e da ripartirsi poscia a miglior tempo e più equamente ai Sordomuti di ciascuna provincia.

4. A dare a ognuna dei tre contribuenti alla formazione del detto Istituto-Convitto, il Governo cioè l'Albergo e le Provincie, quella parte di giurisdizione che potrebbe loro a ragione competere, si costituirebbe un Consiglio. Direttivo in cui fosse ciascuno di essi proporzionalmente rappresentato.

Per tal modo senza offendere né gli interessi né la suscettibilità degli Amministratori dell'Alberto dei Poveri potrebbesi di comune accordo, con a caro sempre il Governo stabilire finalmente quello Istituto-Convitto dei Sordomuti e sordomute che la dolorosa esperienza di 50 anni ha dimostrato impossibile per opera esclusiva dell'Albergo medesimo.

Per i Sordomuti – Giustiniano Novelli — Maestro Istruttore Nicola Pietrosimone —'Direttore.

(1) Qui sta il punto di partenza: questa Scuola, intorno a cui si rannodano tutti i diritti della personalità giuridica dell'Istituto-Convitto, non deve perdere di vista per venire a determinare separatamente le attribuzioni dei due Enti morali uniti e organizzati insieme, al primo Ente Istituto-Convitto la direzione educativa, disciplinare ed interna amministrazione, al secondo l'amministrazione solamente diciamo, esterna, né più né meno di questo: Distingue et habebis jura.

APPENDICE

Perché il Ministro della Pubblica Istruzione possa meglio conoscere la situazione e l'ambiente dell'Istituto governativo de'  Sordomuti e delle Sordomute delle 16 Provincie Napolitane, passato già dal Ministero dell'Interno sotto la naturale, primitiva sua giurisdizione, e perché anche possa conosce sopra quali dati, e risorse possa egli contare sul dritto di abitazione. vitto e vestito, che l'Istituto-Convitto di sua dipendenza vanta sul vastissimo Edilizio del nominato Albergo, sulla rendita patrimoniale di oltre un milione di lire annue è necessario abbia dinanzi agli occhi il seguente: QUADRO.

L'Albergo de'  Poveri (cioè la riunione di dove stabilimenti riuniti sotto un sol nome, regolamento, e bilancio) nel 1835 accoglieva N. 6319, (seimilatrecentodiciannove) poveri d'ambo i sessi (Vedi annali civili dell'ex-reame di Napoli,'fascicolo 14, pag. 19).

Net 1859 (e propriamente, siccome rilevasi dal rapporto autentico o situazione degli Stabilimenti riuniti del giorno 15 Settembre 1859) l'Albergo ne accoglieva N. 5744, (cinquemilasettecentoquarantuno).

Oggi il detto Albergo non ne accoglie, nel suo seno, che la metà, ed anche meno; ne accoglie 3000 (tremila) e poiché, di questi seicento (circa) sono a pagamento, ne restano quindi soli duemila e quattrocento a peso delle rendite patrimoniali cioè (3919 meno di quelli ch'erano nel 1835).

Ebbene, per questi soli duemila e quattrocento consumatori (e come trattati per talune classi!) non sono più sufficienti, si dice, le antiche rendite patrimoniali (che pure si sono lasciate stazionarie) di un milione, e settantamila lire annue.

E indipendentemente dal numero degl'individui, del nomi nato Albergo de'  Poveri (siccome leggesi nel citato fascicolo XIV degli annali civili) si contavano ben ventiquattro specie diverse di arti e mestieri adattatissime alla condizione di quella povera gente e lucrative.

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ANNO VI N. ° 60 Martedì 23 Maggio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

Un'altra opera distrutta!

La razza dei malvagi che per malaventura tresca a destra e a manca, in queste nostre Provincie altravolta tanto felici e prospere, non fa tramontare un giorno senza che non si chiuda su di una vendetta compiuta...

È fatale destino che qui oggi tutto debba andare a ritroso del sociale benessere, poiché una ciurma di truffaldini e cerretani afferrando nelle mani la somma delle cose, mentre ad ogni piè sospinto li fa echeggiare all'orecchio le parole libertà e progresso, opera in senso inverso, poiché per essa non evvi che il sic volo, sic jubeo... Casca il mondo, ne vada in rovina il tutto, non cale!... Egoismo, intrigo, ambizione, vendetta, guadagno, ecco il programma che si é tracciato la genìa perversa che osò dire: io rigenererò l'Italia. Menzogneri, sfacciati! Vi abbiam visti o perfidi, vi abbiam conosciuti. Le vostre opere di distrazione saranno monumenti imperituri della vostra tristizia, ma la vostra impudenza, l'audacia con cui osate addentare atta vittima che perfidamente immolate, fanno orrore... Voi siete non solo tristi ma abbominevoli! Questo linguaggio a noi impronta lo sdegno di vedere un'altra opera generosa, utile, civile, ottima, cadere forse sotto i colpi dell'invidia, della vendetta, del livore di parte. Ed oh quante speranze dileguate, quanti interessi perduti? quanto male per la patria nostra peculiarmente, e per l'Italia in generale?

È deciso dunque che la mano rapace e distruttrice degli nomini coi la gogna saria lieve ammenda, delibasi stendere su tutto quanto torna buono ed utile ai cittadini ed al paese? Ma e fino a quando costoro abuseranno della pazienza tua o popolo? Tu che vedesti ad uno ad uno distruggerti i migliori Stabilimenti ove i tuoi figli apprendevano a divenire virtuosi? E tutto questo a tuo danno compiuto da un'orda che come ì Giudei al Nazareno, ti schiaffeggiano, salutandoti sovrano!...

Sorgeva in questa nostra Napoli l'Istituto Caracciolo. Esso opera eminentemente civile, proficua, utile, necessaria era, di talché semenzaio saria stato di dotti ed esperti uomini vuoi nella marineria, che nel meccanismo e nelle costruzioni. Ma no. Esso perché utile al paese doveva essere maldurevole. Or poiché i nostri lettori sappiano in tutta la loro verità i fatti, noi in succinto ne tracceremo la sequela, lasciandone al paese il severo giudizio.

Nel marzo 1868, col fine di avere un Istituto che educando a civiltà la gioventù, porgesse modo di unire alle cognizioni scientifiche le tecniche esercitazioni sia nei rami di marina mercantile, sia nelle professioni industriali, istallavasi il Convitto Caracciolo. Dopo i primi tentennamenti venne chiamato alla direzione di esso per generosa ed intelligente iniziativa dei componenti la Giunta Municipale il chiaro Carlo Flores... la scelta del quale unanimemente dal Consiglio Comunale approvata, irrefutabilmente addimostrava come coloro che avevan pensato al Flores con lodevolissima iniziativa, avessero dato pruova non dubbia di cittadina virtù, di sincero buonvolere nel promuovere il nazionale progresso; e quel Convitto sorretto dalla stima del sincero concorso dell'Amministrazione Municipale da pochi Convittori e dal modesto nome che aveva, venne man mano acquistando la stima dell'universale in guisa da aversi una fama nonché cittadina, sivvero italiana. La scuola della parte marittima oltre agli studi, ebbe il proprio insegnamento, pratico, la mercé di un albero di manovra innalzato, nel recinto del Convitto, onde gli alunni dediti alla marineria avessero potuto fare le necessarie istruzioni. Una regia nave ceduta al Municipio venne sollecitamente disposta ed usata per i viaggi annuali di istruzione. Gli ordini degli studi sollecitamente assodati, i precetti di disciplina, e di morale opportunamente stabiliti in conseguenza di regolamenti approvati dalla Giunta Municipale. L'emulazione, il nobile entusiasmo, l'impulso verso una onorevole meta ispiravansi nei giovani cuori degli alunni, in guisa che il Convitto ebbe si grande concorso di studiosi, da esser giuocoforza aumentarne le stanze per l'ammissione dei sempre crescenti richiedenti che da tutte parti d'Italia premuravano in esso un posto. E quindi severi studi vennero intrapresi per dotare quel Convitto puranche di una sala di tracciamento, di un laboratorio per l'applicazione delle scienze fisico-chimiche alle arti; un tornio mosso da macchina a vapore, un atelier per macchine di precisione, e via via, nello intendimento di dotare l'Italia di un Istituto che fosse semenzajo di operosa e dotta gioventù, la quale applicandosi alle industrie, dirigendo le fabbriche, attivando tutte le risorse che sono nelle varie parti della penisola, ci rendessero liberi da quella servitù verso lo straniero che cotanto deturpa la fama di questa nostra Italia stata culla di scienza e sapere, e che perciò siffatta dipendenza tanto più deploriamo poiché non vi è fabbrica, né industria in cui lo straniero non diriga, né macchina la più semplice che dall'estero non venga fornita. Ora a tanto utile, civilizzatrice e proficua opera chi mai immaginar poteva non doversi dare prosperevole e lunga durata? Ma no, i nefasti tempi che corrono sono di distruzione, ed il Convitto Caracciolo, non dovevasi far progredire. Esso era un'opera surta per impulso del genio napoletano, troppo utile, troppo bella, troppo virtuosa, onoranda, civilizzatrice; ebbene l'orda vandalica che ne abbrutisce giurò il suo deperimerto, la sua caduta, e cadrà... Interessi gretti, spirito astioso di partito impedirono, deturparono, soppressero quella generosa iniziativa e l'ira delle frazioni diverse nel Consiglio Comunale invidiando il merito di quella istituzione, negando l'utilità possibile della medesima, fece mancare quella rapidità di sviluppo tanto necessària ed aspettata.

Caduta in mano di partito avverso e nemico del pubblico bene l'Amministrazione Municipale di questa nostra Napoli, ebbe il Caracciolo a subire la sorte, come sopra dicemmo, ornai nella Italia povera di virtù e ricca di odi, subirono e subiscono tutte le lodevoli ed utili opere. Con settarie subdole arti si proclamò reiteratamente non potersi il Comune sobbarcare al mantenimento di quella impresa; indi la si disse infesta di clericume, onde necessità ringiovanirne e purgarne l'amministrazione, innovandola a seconda delle idee corruttrici di una menzognera civiltà, comeché la morale e la scienza per i furfanti di oggi, non sono informate a civiltà se non siano avvelenate dall'aura pestifera che tutto corrompe e guasta in questi malbigatti tempi... Onde un Consiglio novello direttivo ridotto d 7 membri a 5 fu nominato, il quale poi venne ristretto a quattro per l'astensione del commendatore Del Giudice; e questi quattro divisi in due campi. Modifìcaronsi indi i regolamenti non a guari approvati dalla Giunta Municipale, e con tali modifiche teoricosovversive, e con gli ostacoli alla disciplina frapposti insidiosamente apparecchiossi il lavoro di demolizione di quel prestigio che raccoglievasi intorno il Capo dell'Istituto, introducendo nel Convitto tutt'i malvezzi della piazza. Fu allora giuocoforza agli onesti di ritirarsi perché non vittime o complici addivenissero di quelle turpitudini, ed il Flores con I ammiraglio Scrugli si divisero, lasciando padroni del terreno il Billi ed il professore Gambardella. Ecco ricisi i nervi di quel Corpo morale, che caduto perciò nel letale deperimento fatti scandalosi ne seguirono, causa efficiente dei quali si fu, il deplorevole capzioso sistema dell'Amministrazione Municipale, che indefessamente operando alla distruzione del Convitto, introdotto man mano vi aveva tra gli impiegali, individui inetti ed immeritevoli, indegni di coprire quei posti, sobillatori e provocatori di disordini, poiché adepti della setta devastatrice.

Ora, si cerca con tutta l'industria galvauizzare il cadavere del Confitto Caracciolo... rimettere negli animi la fiducia, nei giovani il buon volere.. Inutile sforzo! Quando il veleno premeditatamente propinalo sta già per giungere al cuore, è follia sperare la salvezza... Noi lo diciamo con tutto lo sdegno di sentito oltraggio, con l'esasperazione di cui ribocca l'anima nostra al dolore di tanta jattura di questa sventurata Italia, lo diciamo che questa nascente gloria Napolitana del Convitto Caracciolo, fra non guari tramonterà pur'essa, come le tante altre... e la storia aggiungerà ai mille già segnali questo novello vandalico alla dì distruzione, questa partigiana vendetta, che depongono contro l'abbominazione di perfidi ciurmadori avversi per malvagio istinto a qualsivoglia patria grandezza e cittadina virtù!!!

LO TROVATORE

ANNO VI N. ° 61 Giovedì 25 Maggio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

UN MANROVESCIO DEI NAPOLETANI AD UN INSOLENTE MENTITORE

Mentite, mentite sempre, poiché in fondo qualche cosa vi resta. Ecco la divisa tolta oggi dai giullari politici che per lo mezzo ili una stampa impura n mendace bestemmiano Iddio, rinnegano la storia, provocano audacemente la coscienza dei popoli... Essi, menestrelli di signorotti e tirannelli in 24° purché si abbiano un'offaxxx, tagliano, a destra e a manca buttando giù delle castronerie è peggio, oltraggiando quanto di più caro e sacro può avere un popolo, purché questo gratuito e premeditato oltraggio loro accresca grazia appo i padroni che si anno comprato insieme alfa penna l'anima di tango di potesti abbietti...

Rinnovamento di Venezia. è proprio con te che i Napoletani parlano oggi per l'organo di un loro cattolico giornale: con te, che a tanta distanza, ài osato insultare la fede e la coscienza del popolo Napolitano. Le. tue parole imbrattatoci bestemmia più che di menzogna e villana ira, anno, offeso due popoli, il Napoletano ed il Veneziano... Due popoli grandi per la loro storia, gloriosi per la loro fede cattolica, ammirevoli per il loro ingegno... Due popoli che allorquando gli antenati dei tuoi padroni traevano nella ignavia o nell'oblio i loro giorni, i figli di questi popoli correvano oltremonti ed oltremari e con la spiegata bandiera della Croce recavano a popoli sconosciuti, su terre lontane i lumi del Vangelo e della civiltà... Vergogna per te, o bastardo di cotesto terra di eroi, che non sai nemmeno la storia del tuo paese.

In un articolo intitolato I Capitelli, il Rinnovamento esordisce dicendo: «che esso non è di quelli che postisi all'opera, ove non ottengano pronto il risultato, si diano per istracchi e smettano dall'impresa...» E sapete voi, o lettori, quale sia l'impresa di cui intende il Rinnovamento? Nò più e né meno che la guerra contro le Sacre Immagini... Oh gran coraggio degli eroi di oggi!

Esso ponendo la questione dei Capitelli allato a quella dell Processione del Corpus Domini in Piazza S. Marco, ricorda che dal 1867 al 1869 non si è dato per istracco ad arrovellare contro di quella pia e religiosa cerimonia, in guisa da ricordare con satannica gioia il sacrilego attentato commesso contro di ossa dai soliti voluti cittadini, miscuglio di gente ladra e facinorosa, prezzolata canaglia a tanto a testa come bianco di bestie... Passiamo sopra a ciò che esso giornalucciaccio dice contro dell'ottimo Veneto Cattolico, sicuri che quel nostro confratello gli rivedrà lo bucce. Solo diciamo all'ateo giornale; elio la sua minaccia in l'orma di consiglio ed avviso al Municipio di Venezia onde indurlo ad ordinare la distruzione delle Immagini Sacro sulle vie, se in tutti altri tempi si stesse meno che in questi dotti per ischerno civile, ed altro governo si avesse, fosse pure quello di un mandarino, basterebbe per trarlo finanzi ai tribunali, reo di offesa al primo articolo dello Statuto... Ma veniamo all'alto nostro. Il rinnegato giornale volendo citare un esempio delle tante città ove si e fatta la distruzione delle Immagini Sacre, à l'infelicissima ispirazione di citar Napoli come che per esso, la città più attaccata ai pregiudizi ed alle superstizioni... E dice che in Napoli vennero levate lo Immagini senza commozione del popolo, benché sobillato dai preti, e perciò all'infuori di qualche smozzicata parola in contrario, detta da alcuni baciapile, il popolo tutto non disse verbo, anzi restò soddisfatto della misura presa contro le Sacre Immagini, poiché comprese che con la odierna civiltà era incompatibile vedere in pubblico sulle mura l'effigie dei Santi, ritrovato medioevale. Or bè, signor Rinnovamento, pria di tutto, quando vi salta il ticchio di scrivere dei fatti nostri, pensateci due volte, anzi dormiteci sopra, come soleva fare Napoleone I sulle cose di grave importanza... Voi Napoletani non fummo mai né superstiziosi, né schiavi di chicchessia. Noi avemmo una fede trasmessa dai nostri padri, e questa fede non verrà meno mai... Quindi vi gettiamo sul viso l'aspra ingiuria fattaci, giacché tutte le classi dal nobile all'ultimo dei proletari, siamo cattolici non per superstizione od ignoranza (corno malignamente voi verreste far credere) ma per convinzione, per principio. per sentimento lunato... Quindi voi dicendo di quelle. castronerie che avete dette, e ponendo in sacrilega caricatura il Dito di Dio, non avete fatto che il proprio mestiere cioè, di mentitore impudente' e bestemmiatore... Ma l'atrocità della offésa sta nelle sacrileghe parole contro il Venerato ed olio volte secolare prodigio del Sangue Santissimo del Nostro Augusto Patrono S. Gennaro... Giù la fronte, o perfido bestemmiatore! Questo prodigio di cui la Divina Maestà di Dio volle per intercessione del Martire Invitto, far venturosa Napoli, da uomini dottissimi e di ogni Nazione é stato discusso ed esaminato sotto tutt'i lati, vuoi religiosi, razionali e scientifici, ma tutte le discussioni e le disamine, tutte le cavillazioni e gli esperimenti riuscirono a [maggiormente comprovare lo ammirando continuo Prodigio. È vero che il figlio del giuocoliere Bosco, della risma degli uomini del Rinnovamento, profittando dei tempi atei in cui siamo, piovessi a smentire quel prodigio, con la liquefazione mercé chimico ritrovato del sangue di capretto; ma quello eh ignora il Rinnovamento è apponi che quando il popolo raccolto nel teatro del Fondo si accorse del giuoco di quel cerretano, fu preso da tale e tanta spontanea ira, che dalle scene quell'imbroglione dovette difilato correre alla ferrovia, onde non lasciare in Napoli la vita... E quel popolo non tu sobillato, né era composto certo di tutt'i cattolici, ma perché onesto ed intelligente non soffri il villano ed infame insulto che da quel saltimbanco voleva si fare alla sua coscienza ed alla sua intelligenza. Se poi i Napoletani siano sempre costanti e fermi nella Fede al Prodigio, il Rinnovamento ne potrebbe accertare di leggieri, venendo in questa Napoli nei giorni in cui si avvera per la Divina Misericordia il Prodigio, e molto più in questo anno se si fosse trovato avrebbe visto non meno di centomila persone affollarsi pigiandosi sulle vie che percorreva la Sacra Processione del Venerabile Sangue, è tutti da una stessa fede animati, da un sol pensiero guidati, benché tra quella moltitudine di popolo non pochi vi erano notissimi liberali, e altolocati oggi.

Passiamo sopra allo strale che cotesto ringhioso getta contro la Memoria di un Nostro Sapientissimo Re per le pensioni, come egli dice, accordate a certi Santi patroni di Napoli, pensioni pagate dal particolare peculio di quel Pio Monarca, e poscia rubate dai padroni del Rinnovamento... Veniamo alla pia cerimonia che l'antico Municipio Napolitano, non già bastardo, e di intrusi composto, come quelli dal 1860 in qua (salvo talune eccezioni) solea fare con maestosa pompa degna dell'alta rappresentanza della Capitale di un Regno, e della prima città d'Italia, recandosi alla Chiesa del Carmine Maggiore per adempiere ad un voto antichissimo verso la prodigiosa e preziosa Immagine del SS. Crocefisso. Gli scrittori del Rinnovamento pria di schiccherare le loro menzogne su tal fatto dovevano leggere la nostra Storia, e le cronache, ove avrebbero appreso che in quella cerimonia non si tagliavano i capelli della Sacra Immagine, ma solo lo si scopriva dal Sindaco, e con solennità dopo l'adorazione passa vasi da tutto il Corpo Municipale seguito dai frati del Convento e dal popolo al bacio dei piedi della Sacra Immagine, offerendo poscia in nome del popolo i ceri. E questa cerimonia, poiché il Rinnovamento lo ignora, gli diciamo che data dal 1679. E giacché siamo ad insegnargli la nostra storia, gli diciamo che nell'anno 1439 il di 17 ottobre trovandosi Re Alfonso d'Aragona ad assediar Napoli tenuta dagli Angioini stando accampato dalia parte d'Oriente della Città fece dar fuoco ad una grossa bombarda detta la Messinese di cui smisurata la palla penetrando, nella Chiesa rovinò la Tribuna, andando a fracassare il Tabernacolo ove era riposto il SS. Crocifisso, il di cui Capo sarà stato fatto in pezzi, se prodigiosamente non l'avesse abbassato, cadendogli perciò la corona di spine, e alquanti capelli che sono di seta cruda dal Capo; la palla fermandosi colà ai piedi della croce. Prodigio questo che commosse l'intero popolo, e giunto a cognizione del Re Alfonso lo indusse a levare l'assedio. Quando poi il venturo anno esso ritornò all'impresa e prese Napoli per mezzo degli acquedotti imitando Bellisario, tosto fece verificare il fatto e convinto del prodigio, restò talmente divoto a quella Sacca Immagine che la donò di ricchi presenti ed a sue spese volle, gli si facesse il Tabernacolo che tuttora si vede. Il Municipio compiva l'annua Cerimonia dunque, e per questo segnalato favore, e per le altre grazie concesse al popolo Napoletano nella tempesta di mare accaduta nel 1679 all'8 febbraio, e nell'uragano dell'8 ottobre 1727. In ultimo sappia l'iconoclasta scrittore dello Articolo che lorquando si tolsero dalle vie di Napoli le Sacre Immagini messe dal celebre Padre Rocco da un secolo e più per doppio scopo, di fornire cioè di lumi pubblici le allora oscure vie della Città, e d'imporre con la vista di quei Sacri Simulacri la divozione ed un salutare timore ai viandanti, precisamente in quei tempi di scherani e traditori, poco manco che il popolo Napoletano non ricordasse la storia del suo Masaniello...

Troppo lungo sarebbe narrare i vari fatti successi allora, alla strada della Marina, alla Pignasecca, a quella di Porto, al Pendino ed altre numerose vie. Che legga la cronaca del giornali di quel tempo l'articolista del Rinnovamento, e saprà come l'iniqua ordinanza di un iniquissimo Municipio dovette eseguirsi di notte tempo, e per vari giorni questurini, carabinieri e truppa stettero in sull'avviso... E certo, fatti tristissimi sariansi deplorati se l'autorità del Clero e di varie notabilità cittadine nonché la voce della stampa conservatrice cattolica non avessero calmati gli animi esasperati del popolo. Legga l'Articolista e saprà come il famoso Gavazzi dovè di notte fuggire appena oso bestemmiare in una sua concione contro il culto dei Santi. Legga e saprà come il famoso Anticoncilio venne strozzato a tempo, poiché in opposto il popolo, ma il vero popolo, non mica quella turba di camorristi, lenoni, che i padroni del Rinnovamento tengono sempre a loro disposizione, e gli scrittori del Rinnovamento ne dovranno sapere qualche cosa... il popolo diciamo gli avrebbe data una di quelle tali lezioni pratiche, che sa solo lui dare quando perde la pazienza...

Conchiudiamo. Scrittori del Rinnovamento, avreste fatto meglio di non perdere inchiostro e tempo per quello articolo, ammasso di bugie e bestemmie. Noi non sappiamo se cotesti buoni Veneziani se la ingollano... Per noi Napoletani: viva Dio! Non soffriremo che un forestiere ardisca insultarci bestemmiando tutto quanto per noi è santo, sacro, venerato, e storico... Quindi rispondiamo al suo italiano giornalucciaccio (che forse non avrà dimenticato ancora l'odore del lardo delle tedesche marmitte) dandogli manrovescio sul grugno e ricoprendolo del nostro disprezzo!!!....

LO TROVATOLE

ANNO VI N. ° 63 Martedì 30 Maggio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

BUFFONI!

Lettori, conoscete voi quello ebreo giornale della sera detto il Pungolo? Signorsì; esso è l'organo più scempiato e bugiardo della rivoluzione. Dunque a noi. In una sua lettera politica inserita nel N. 145, quel villano di corrispondente discorrendo del rifiuto officiale fatto dal Sommo Pontefice per l'organo dello Eminentissimo Cardinale Antonelli, Ministro segretario di Stato, usa delle espressioni che esse sole basterebbero per dimostrare qual rispetto abbia il governo dalle famose guarentigie, che permette la pubblicazione di quelle ingiurie contro la Sacra Persona del Sovrano Pontefice, e del suo Ministro. Egli, quel corrispondente, che certo sarà merce da ghetto, riproducendo alcuni periodi della Circolare dell'Antonelli, (periodi che essi rivoluzionari. non potendone niegare se non a furia di menzogne, la imputabile verità dei fatti e la serrata logica del ragionamento, si attentano a porre in ischerno, e derisione ) osa dichiarare quelle parole di usurpale proprietà, prodigato insulto, provocate risse ed in generale tutto quanto contiensi nella detta Circolare Pontificia, linguaggio tracotante, e superbo adatto piuttosto, ad un vinta guerriero, che al pili umile servo dei serri di Dio...

Buffone! Ma che forse non è vera l'usurpazione, porpetrata mercè una guerra sleale e proditoria contro di un Sovrano indipendente, e riconosciuto da tutto il mondo, i di cui dritti come Pontefice vengono da Dio, come Re dalla coscienza e volontà di 200 milioni di cattolici? Che forse non è vera la spoliazione della sovranità, del territorio c delle private proprietà fatta contro del Sovrano Pontefice? Non è vero che la provocazione contro del Papa cA i Cattolici è ormai incessante, perenne, continua dal 20 settembre ad oggi? Non son vere forse queste cose? Non si conoscono da tutti, non le registra in ogni giorno la cronaca dei giornali, anche liberali? Non è forse una spaventevole realtà l'immoralità e l'abbominazione della Roma di oggi? Ci vuol proprio la sfacciataggine di un corrispondente del Pungolo per niegarlo... E poi, non à avuto ragione l'Antonelli di dire che le famose guarentigie in ogni singolo articolo sono una spoliazione, ed una nuova concessione a criminose tendenze? Ma cosa sono, se non questo, quell'informe ammasso di sacrileghe imposture dette guarentigie? Ma chi siete voi, chi sono i Ministri d'Italia, chi è l'Italia medesima, che si arroga un dritto non mai avuto, e che né potrà mai avere? Guarentigie! Oh bella, si spoglia un individuo del suo, e poi lo si burla con uno straccio detto guarentigie... Ma contro chi, e per salvaguardare qual cosa servono le famose guarentigie? Ruffiani... Ben dunque à detto l'Eminentissimo Antonelli, che esse saranno la Vostra Tomba... Aspettate ancora un poco, e lo vedrete!...

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

Trov. D. Criscè, sento certe buce mutte mutte che rame fanno veni no sospetto.

D. Crisc. Glie voci sentile, caro Si Tore?

Trov. Sento dicere che se sta correnno de trotto e galoppo p'armà tutta ll'Italia.

D. Crisc. E che trovate di strano a questo?

Trov. N'ce trovo de strano che lo tiempo è ntrovoliato...

Ann. Ma quanto... se pò dicere che sii camalionte che nce stanno felicetanno, anno fatto veni la malatia lloro poni a lo tiempo.

Caf. Non avimmo che bedè cchiù.

D. Crisc. Ma che cosa ci entra la incostanza della stagione, con gli uomini liberali?

Ann. Comme nce trase. Pecche pe causa de la scommuneca che teneno lloro dinto a ll'ossa, lo Signore nce manna sii castiche...

D. Crisc. Ah... ah... ah... ecco le suggestioni dei preti... in ogni cosa che succede vogliono persuadere che vi sia un castigo di Dio... Dunque allora la libertà che abbiamo e anche un castigo di Dio?

Ann. Autro che no castigo, è propeto no guajo...

Caf. Lo quale s'è fatto nsopportabele...

Trov. Mperò la liberali de mo, no chella che s'avarria d'ave...

Gnaz. Me credeva che dicivevo chella che tenevamo...

Ann. E pecche, che nce vuò dicere, neh scorfano? Fuorze non era la libertà pe li mariuole o li scupole pe li piatte che songo venute nchicchere, ma pe chi se faceva li fatte suoje era no Paraviso...

Gnaz. Buuum... e se lo Paraviso sarrà comme dicite vuje, da mo nce faccio lo patto de non ce volò ì...

Ann. Tu senza che l'ammoine li galantuommene co l'ogna spaccata llà non ce traseno.

Caf. Fernimmo sti lamiente... Si Tò, diciteme quacche cosa de buono... È bero che le ccose de Francia vanno bone pe lo governo?

Trov. Non sulo bone, ma bonone...

Caf. Oh quanta freve malegne nce vonno essere ccà.

Ann. E pecche non dice quanta muorte de subbeto?

Gnaz. Oh quanta gente asciuta pazza che se credeva che mo vene.

D. Crisc. Poveri ignoranti... bisogna compiangerli.

Trov. Amice mieje, lassate sta ste chiacchiere pecche li guaje de la pignata li ssape la cocchiara, e buje primma de ve piglia pensiero pe nnuje, guardate li fatte vuoste, li quale songo abbastantamente ntroppecusielle, capite?

D. Crisc. Si comprende che abbiamo seri timori, ma però cosa fatta capo à...

Ann. Quanno parlale de baccalà, chiacchiariate de lo mestiere.

Gnaz. Sentite io me la sento no poco, pecche mo aggio avuto na scoppolella de na tassa, ma mperò non fà niente... basta che bencio lo punto de vede cierte amico metterse la coda mmiezo a le gamme e dicere: avimmo tuorto...

Ann. Chesto nuje ll'avimmo già ditto e lo starnino dicenno, ma no comme cride tu... lo tuorlo nuje ll'avettemo la primma vota, quanno ce facettemo nfenocchià da li patrune tuoje.

Trov. Sentile; nuje facimmo chiacchiere; ma nce sta chi fà li fatte... e chist'anno è n'anno de luotene pe cchiù d'uno...

Ann. E a chi l'assegnano, a st'aneme de Dio? Glie se credevano de canta sempe Zeza? lo munno è fatto a rota...

D. Crisc. Ma non girerà come voi vi supponete...

Gnaz. E tiempo perzò a pensarece sulo, sentite a me...

Ann. E meglio che ve jate a confessà, pecche già avite fatta la faccia de mbofecute...

Trov. Accossì dicevano pure l'amice vuoste de Parige, e mo?

D. Crisc. Quelli non anno avuto mai che fare con noi...

Caf. Vedite che munno! pecche chille ànno abbuscato chiste, li rennejano; se vincevano, oh sarriano state frate carnale, figlie a una mamma.

Ann. E a ciento patre... chesto se sape...

Trov. Votatela quanto volite, D. Criscè, la frittata à pigliato de fummo... e fete, ma assaje.

D. Crisc. Vedremo chi la mangerà; addio.

Gnaz. Nce vò lauto a saperlo? tutte li speranzuole.

Ann. Vide, fossero li guappe chiammate, abbusca e porta a la casa?

Trov. Lassatele parlà armeno sfocano. Santa notte.

ANNO VI N. ° 64 Giovedì 1° Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

LA GIUSTIZIA RISORGE

Quando noi, sin dal 1870 dicemmo, i Re si sono intesi ed uniti, l'Europa diplomatica à lavorato potentemente dietro le cortine a danno della rivoluzione, coraggio adunque, fede, fiducia; i nostri avversari ci derisero, alcuni tra i Conservatori Cattolici fecero spallucce, poiché il nostro giornale essendo di piccolo formato, ed organo del popolino, non poteva trovarsi in quell'ambiente di certi altri, ove si conoscono le segrete cose... E noi, nulla curando la derisione dei primi, il meschino concetto dei secondi, quando gli occhi del Fisco sinistramente ci guardavano, noi, fermi nella nostra parola, e con la coscienza di quel che dicevamo, in varii numeri ripetemmo costanti: I Re si sono uniti, l'Europa è stanca.

Lettori, gli avvenimenti che sonosi svolti sinoggi ci àn dato piena ragione, e quelli che sì andranno a svolgere ce ne daranno altresì. Troppo profondamente è stata scossa l'Europa, perché potesse non impensierirsi dell'avvenire seguitando la rivoluzione a trionfare... I Re molti esempi anno avuto di altri Re spodestati ed esiliati senza veruna colpa, perché se ne stessero tranquilli a guardare la rivoluzione progredente... dunque l'ora di agire finalmente è suonata. Dopo il grande atto di giustizia Divina ed umana compiuto dal ferro teutonico a Sedan, era mestieri che un altro grande atto seguisse di esemplare punizione contro i Comunisti di Parigi, queste jene rivestite di umane forme. Or se per avventura i Re non si fossero intesi precedentemente, e l'Europa diplomatica non avesse stabilito il suo piano di guerra contro la setta cospiratrice ed operatrice, credete voi che il governo di Versailles con un'armata che sino ad un certo punto non ispirava fiducia, con nemici stranieri e paesani d'intorno, sarebbe riuscita a sgominare la più fiera, e terribilmente organizzata rivoluzione, composta non solo da francesi, ma da quanto vi era di più feroce settario in tutta Europa? Leggerezza il solo pensarlo. Ma il governo di Versailles à vinto; ebbene à vinto, in primo, perché sorretto da tutta la Francia, secondo per la Bravura di quei prodi soldati che Non Potettero, non già non seppero vincere i prussiani, terzo perché dietro al governo di Versailles vi era la Prussia in prima linea, e l'Europa in seconda con le armi al braccio, pronti ad intervenire nella terribile lotta, per farla ad una volta finita... Se è stato così, non è mestieri che lo dimostrassimo, poiché basta leggere qualunque giornale per apprenderlo. La pace di Francfort fatta immediatamente, l'attitudine ostile dimostrata dai prussiani contro dei Comunisti, fin dal principio della, rivolta, lo sdegno di tutt'i governi controquell'ibrida e scellerata accozzaglia, uscita dalle molecole del putrefatto cadavere imperiale, sdegno che solo non mostrò l'Italia, che' anzi con grave scandalo della diplomazia, dai Lanza, Sella, Venosta e Compagni si permise abbastanza officiosa lanciare lo insulto ed il dileggio sull'assemblea di Versailles, in ispecial modo sul Capo del potere esecutivo... tenendo invece un linguaggio benevolo e simpatico verso dei Comunisti, facendo voti perché essi avessero se non in tutto, almeno in parte trionfato, cioè costringendo il governo di Versailles a discendere ad un accordo, biche importava strappare il potere delle mani degli uomini dell'ordine e dello illustro Capo del potere esecutivo, quali oggi salvando la Francia anno salvata l'Europa. Ed è per quello che tra tutt'i ministri esteri accreditati in Francia, il solo azzimato e profumato Nigra se ne stava in Parigi come ordinaria sua dimora, facendo a Versailles delle semplici corse quando occorreva a fiutare, o macchinare... Forse questi ed. altri fatti più gravi sonosi dimenticati da chi di ragione? Sarebbe puerilità a pensarlo... E se anche per il momento non si volessero ricordare, li richiama alla mente Dell'offeso il linguaggio ancora ostinatamente ingiurioso verso il Thiers, al quale i giornali in livrea del Ministero danno la colpa di tutte le rovine della desolata Parigi. È sempre la stessa tattica... inventare, calunniare, infamare. A noi non fa né caldo e né freddo tutto questo vigliacco procedere dei fogli ispirati, poiché da circa undici anni siamo avvezzi a sentire menzogne e calunnie a josa contro tutti, e tutto.

Che non si è detto dai settari contro Re Ferdinando di Borbone? Quante invenzioni, quante calunnie, quante infamie? Lo si disse tiranno, dispotico, brutale, ignorante, e perché? perché era questa l'imbeccata che dall'alto si aveva; e quel Principe i di cui 29 anni di regno se ebbero delle leggiere pecche ebbero sempre tratti luminosissimi di clemenza, di giustizia, di sapienza, perlocché videsi in 29 anni un piccolo Re farsi, diga potentissima contro le cospirazioni interne ed esterne, mantenere alta la bandiera dell'ordine c salvaguardare gl'interessi non meno del proprio, che degli altrui paesi... Questa è storia, e non antica, ma contemporanea, storia i di cui fatti ànno veduto e saputo 8 milioni di uomini, e l'Europa diplomatica: storia che mai si cancella, perché ovunque si Volge lo sguardo essa si mostra in tutta la sua incontrastabile e limpida verità... E quel re lo si disse fedifrago, lo si chiamò Bomba. Fedifrago perché nel 15 Maggio del 1848 tenne fermo quel potere che nelle sue mani aveva affidato Iddio, ricordandosi che Egli se come individuo poteva concedere, come Re assumeva innanzi a Dio, ai suoi popoli, ed alla storia tutta la terribile responsabilità dei suoi atti, e perciò energico, risoluto, operando da Re, salvò il paese dalla sciagura che oggi à rovinato Parigi, salvò se stesso e la Dinastia dalla sorte toccata 55 anni prima ad un suo Augusto Parente, al Re Martire Luigi Decimoscsto; e con ciò furono salvate tutte le Monarchie di Europa. Lo si disse Bomba, perché forte del suo dritto, ed in legittima difesa per se e pei suoi popoli, provocato, seppe sedare le aperte rivolle armate, non sapendo però, o meglio non volendo punire secondo giustizia gli autori di esse, i quali anziché salire le scale del patibolo, ebbero salva la vita, per salire dopo 12 anni le scale del potere, ed infamare la memoria del proprio benefattore... 'Ma lasciamo di. parlar più oltre di ciò. Venendo a noi: diteci, questo fatto clic le potenze sonosi tra esse accordate a non dare ospitalità agi' insorti di Parigi, e financo l'Inghilterra sempre ricetto di quanti turbolenti politici, oggi nega ai fuggiaschi della Comune il rifugio sulle sue terre, non è una pruova che ormai i Re ed i governi, stretti tra loro ànno compreso che il serpe è sempre serpe, e che la pietà verso gl'incendiari, gli assassini, i parricidi, ed i carnefici dei popoli e delle nazioni sarebbe un misfatto? Persuadiamoci che oggi non sono più né i tempi del 1815, nò quelli del 30, o del 48. Al 15 le potenze contente di avere abbattuto il gigante che le guerreggiava, pensarono più al fatto proprio che a quello generale, e perciò molte cose fecero che non dovevano fare, facendo di meno di altre che avrebbero dovuto fare. Nel 30, e nel 48 esse non dando lo giuste appreziazioni a quei conati rivoluzionari,cominciando a perdere la coscienza di loro stesse furono paghe smorzare quei parziali incendi, credendo così che con quelle mezze misure tutto saria finito. Ma oggi, dopo undici anni di rovine di tutti, di sangue, di furti, di rapine, di esili, dopo che cinque sovrani languiscono sulla terra dello esilio, dopo che il non intervento, da esse sul principio creduto un atto di alta politica, ed il fatto compiuto ritenuto come un acquiescenza voluta dallo interesse di non disturbare la pace europea, ànno prodotto fatti barbarissimi, elevando a dritto, l'ambizione del più forte, ad aspirazione nazionale la malvagità delle sette, a progresso la forza bruta e di piazza, a civiltà la corruzione ed il tradimento, dopo che ànno veduto che nessuno Stato è ormai più sicuro, nessun Re fermo sul trono, poiché la setta lavora appunto per un generale cataclisma oh! credetelo pure che oggi le mezze misure, le blandizie, le punizioni a metà, (irrisione alla giustizia ) Son Finite. 0 un vero, leale, e subito, spontaneo pentimento, od una inesorabile giustizia punitrice. L'Europa debbe venir salvata dal cancro che minacciala al cuore, ed il cancro si estirpa col ferro e col fuoco. Meditate sui fatti di Parigi, e poi dite se mostri di quella natura ànno dritto a pietà e perdono... Aver pietà di dicci rei per far perire milioni d'innocenti, non è pietà, ma misfatto!... e questo non si vedrà. Aspettate ancora un poco!!!

LO TROVATORE

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFE DE L'ALLEGRIA

Caf. Neh Si Tò, sento dicere che avarrammo autre ttasse?

Trov. Gnorsì; se Dio vò!

Ann. Si Tò, se Dio vò! e pecche non dicite se Farfariello non le ©ficca le ccorna dinto a ll'uocchie?

Trov 0 chesto, o chello, nce abbesogna lo tiempo.

Ann. Seh e stanno frische... mo se campa a momente... Ma io me farria attacca pe pazza, pecche songo unnece anne, neh e che siente? tasse, tasse, tasse che pozzano attassà comme attassaje vavonemo.

D. Crisc. Ecco quello che voi altri sapete fare... ciarle inutili ed imprecazioni scagliate a casaccio...

Ann. Ca pecche simmo capitale ramano a pagliacce e mariuncielle tomo rommase carusate...

Caf. Ma, D. Criscè, che bolarrisseve che facessemo?

D. Crisc. Ciò che dovrebbe fare un popolo che sente la coscienza del proprio dritto...

Trov. E de sii tiempe me parlate ancora de popolo e de deritto?

Ann. Ca nuje avessemo tutta la ragione che fosse, a chi la contarriamo, a lo sbirro.

D. Crisc. Avete letto, Si Tore, il Pungolo del giorno 26?

Trov. lo non leggio sti foglie, pecche non boglio essere coffiato...

D. Crisc. E questo è il male, se lo aveste letto avreste appreso come siamo noi che vogliamo le tasse...

Ann. Sarrate vuje, pecche chello che tenite è rrobba senza stiento, ma non nuje che nce sta lo sango ncoppa...

Caf. Ma spiegateme, comm'è che simmo nuje?

D. Crisc. Perché se invece di mormorare ed imprecare vi uniste» noi...

Ann. Nuje a buje? L'oro e lo chiummo? l'acqua e lo ffuoco? non pò essere. D. Criscè, sta vota avite pigliato no rancioniespolo... e pò era fatto lo fatto...

D. Crisc. Ed allora perché vi lagnate?

Trov. Lassateme responnere a me na parola. Ma che ntennarrisseve vuje de fà se nuje nce aunessemo a buje?

D. Crisc. Si farebbe una petizione al Parlamento, anzi occorrendo anche una protesta...

Trov. Pe ffarne fà carte vecchie pe nce arravoglià lo llardo dinto... ah... ah... ah...

D. Crisc. lo vi dico che quando il popolo facesse sentire la sua vece, gli affari andrebbero diversamente.

Ann. Avareiamo da fà sentì la voce! Mmalora nsordiscele... chiste se ne stanno sentenno chest'ossa scoperte, se stanno zucanno tanta diasille che manco la bonettanema de Taddeo n'à potuto cantà tante mmita soja, e che nce s'è appurato? Se la faccia è tosta, e la mpigna è de mulo? Oje, D. Criscè I... mannaggia sureciIlo e pezza nfosa.

D. Crisc. Ed anche ci colpate voi, perché se quando sì debbono fare i deputati, tutti voi altri cattolici andaste all'urna...

Ann. E che nce stammo facenno no tuocco ca avimmo dai all'urmo?

Caf. Tu non capisce... Trov. E Buje volarrisseve che nuje cattuolece jessemo a ll'urna? ma pe fa che? pe dà lo vulo nuosto a chi jastemma a Dio, a chi spoglia la Chiesia, a chi vò arrobbà la rrobba de ll'autre? D. Criscè, me pare che chisto è no consiglio vurpegno... me scusate.

D. Crisc. Voi eligereste deputati cattolici...

Caf. Avisseve da vedè se li cattuolece volarriano fà li deputate.

D. Crisc. E perché?

Caf. Pe la stessa ragione che n'ommo annorato e de coscienza non se mette nsocietà co li mbrogliune, e li scommunecate.

D. Crisc. E dunque perché vi lagnate?

Ann. Pecchè stammo chine comme a n'uovo, e avisa qua juorno lo vullo jesce da fora a la pignata.

Trov. D. Criscè, doppo che li cattuolece jessero a lo Parlamiento, o le spellarria de fà zimeo o de s'appiccecà e mannà a fà frijere tutte quante...

D. Crisc. Sono vostre supposizioni.

Trov. Nò, sengo fatte: che nce ànno appurato li deputate Cantò, d'Ondes Reggio. Crotti e autre cattuolece co le pparole lloro? Songo state pigliate a rrisate, co sfastidie, e a ll'urdemo chello che li cattuolece non bolevano, chello s'e fatto... D. Criscè, la casa è fraceta nse stessa che buje nce mettile quacche travo nuovo, non fà niente, pecche songo le pedamente ammarciute... e santanotte.

D. Crisc. Non è così. Addio

Ann. Chille teneno la materia nfaccia e diceno che non sò fraceta. ncuorpo... oje morte neh, te sì scordato certe bie e certe ccase?

Caf. Zitto; nce sta chi pensa, sfatte a guardà!!!

ANNO VI N. ° 65 Giovedì 1° Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

Caf. Si Tò, aggio saputo che s'è vennuto lo palano riale de Puortece co lo boschetto, e lu ville, è bera?

Trov. É béro gnorsì, e pe na mangiata de fave...

Ann. E ccomme ll'anno vennuto, ch'era nrobba de la nasceta lloro?

D. Crisc. Era proprietà dello Stato...

Ann. E chi è chist'autro D. Frechino de Stato che se piglia la rrobba de ll'autre e se la venne?

D. Crisc. l,o Stato à preso ciò che la Nazione gli à dato...

Ann. E dàlle! ma sta nazione chi è, addò stà, quanno se l'accattaje sta rrobba pe se la potè vennere mo...

D, Crisc. La Nazione non compra, ma toglie agli altri quello che essi le avevano rubato...

Trov. D. Criscè, chiano chiano, pecche ccà mo jammo dinto a la sottile. Li proprietarie antiche de chillo palazzo erano gente nnanze a la quale ve dovile levà Io cappiello, e chello che la rivoluzione l'à levato era robba lloro, era sango lloro, non ll'avevano arrobbato a nisciuno, capite? e botammo fuoglio...

Ann. Lo mariuolo chiamma latro a ll'autre, nuje lo stammo vedenno co ll'uocchie, e toccanno co le mmane, li lenimmo cosute e rebattute, nce anno levato nfi a la cammisa, che le pozza levà li juorne Dio da lo Cielo, e nce vonno fà li nsemprece e l'anglofilie?

Caf. D. Criscè, cierte ccose fanno scuorno sulo a ne parlà... Vedile che nuje stammo a Napole, e buje chiacchiariate co Napolitane che sanno tutte li fatte e potarriano scommoglià tutte le zelle, perzò non. serve a parla tanto...

Ann. Mo pò voglio dicere n'autra cosa, da che lo demmonio nce facette fà la canoscenzia de sti pedocchiuse non avimmo rliso autro che tasse, diebete e vennete, e pecche non se venneno chillo cuorio de ciuccio che teneno? Avimmo fatto comme a cchillo, ncesimmo credule de trovà meglio e simmo jute co la faccia dinto a la lotamma... Vi che niozio che facettemo...

D. Crisc. Voi non siete capaci di comprendere quanto bene aveta avuto...

Ttov. Ve dico io che non ce putimmo fà ancora capace de sto lotano ch'avimmo passato...

Caf. E mo, Si Tò, che ne farranno de chillo palazzo e de chille boschette?

D. Crisc. Si utilizzerà per il popolo...

Trov. Se utelizzarrà pe ghienchere le ssacche de quatto cammorristi e muorte ile famme...

Ann. E tutte chelle ricchezze, chelle statue de marmolo, chelle galanterie che se ne farranno?

Caf. Da quanto tiémpo songo jute addò avevano da jì...

Ann. Addonca simmo arrivale a n'ebboca che ogneduno se pò piglià la rrobba de n'autro, e se la pò vennere che felicetà neh... e po diceno che ll'Italia Una non è bona... ma...

D. Crisc. Non vi è ma che tenga, tulio ciò che fu dei Borboni deve essere della Nazione...

Caf. Tutto chello ch'è stato de li Borbune, ogge à da essere de li latrune, buono. Viva vuje...

Trov. E se è de la Nazione non pò essere de lo buosto...

D. Crisc. Perché?

Trov. Pecchè la Nazione simmo nuje Napolitane. e non già quatto setiglie revotate che nuje non avimmo canosciuto manco pe prossemo.

Ann. E mo avimmo avuto la disgrazia de nce li bedè mmiezo a la ggamme.

D. Crine, La Nazione siamo tutti, capite?

Ann. Nuje non avimme fatto maje unione co li truffajuole e li mariuncielle...

Trov. Avisa qua juorno, D. Criscè, se pavarrà la scialata...

Caf. Credo che non ce vorrà assaje... pecche sento che se stanno apparecchianno certe tronola de marzo, e certe resposte che farranno fà la faccia de muorto a cchiù d'uno...

D Crisc. E i primi siete voi...

Ann. Nò, nuje simbè nc'avisseve arreddutte a magnà pane asciutto, pure stammo sempe chiatte e frische e mal'uocchie non ce pozzano... Ma vuje tenite sempe la faccia de nsolarcato...

D Crisc. Lo vedremo fra poco. Addio.

Trov. Quanta suspire volite jettà e comme posarrate lo piecoro... Santa notte.

ANNO VI N. ° 69 Lunedì 12 Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

Il giornale la Democrazia ED IL SUO PROGRAMMA

Se Vi. piacesse, o lettori, di conoscere un immaginoso Covato della, degradazione Bella mente umana stemperato con larghe tinte, bisdgnerebTie leggere la Democrazia di recente pubblicata in Catania, che nel suo Numero Programma ci regala delle grosse castronerie. Quegl'inverecondi rattoppaci di cènci vecchi e sdruciti, si affaticano indarno a darvi un assetto di novità, che sempre ne scappa fuori lo sporcume, e si conosce il travestimento che li ricopre.

La stampa malefica nei tempi ài rumori civili sente la propria caducità, e non potendo superare le sue malvage passioni, soffoca la sua coscienza per mentir sempre, per sempre bestemmiare; e per penarne spudorato vanto. Nulla di più basso, di più vile di questi conati, nulla di più laido di quelle parole! Essi perdono la riputazione, sono fonti di perdizione, di deturpato e corrotto appetito, e fomentatori del disordine, dell'anarchia. Si andrebbe troppo per le lunghe, se ad una ad una volessimo tutte rivederne le bucce, di quelle fandonie così balordamente e maledettamente ideate, che portano con loro stesse la condanna e la confutazione, ma ci piace unire in due fascetti gli ammassi di proterve pazzie, che ànno imbrattato quella carta.

Il mal talento dei consorti settari, trova nella democrazia, e nella emancipazione universale, il vero progresso ed il perfezionamento sociale. Veggasi da ciò se Vi può essere più miserabile ignavia! Questo diritto unitario che vuol dire intolleranza di ogni legge, dinota gettar nelle fiamme la società con un comunismo sfrenato, e bruciar delle polveri per far divampare le più folli passioni, cioè distruggere la religione, e non lenire a patti con la menzogna sacerdotale! A queste bestemmie miserande si vorrebbe che gl'Italiani acclamassero, ed avessero inghirlandata la fronte per inneggiare questi rigeneratori da galera, questi Bruti, questi Roccheforti, questi Flourens, in centoventiquattresimo!

I deisti, gli atei, i naturalisti del secol nostro credono, che coll'assalto al Cattolicismo, giunger possono a scrollarlo dalle sua fondamenta; e che si possa governare una società senza religione! Quest'ignorantacci che spropositano ad ogni piè sospinto (giacché la vera scienza politica si apprende dalla Religione Cattolica, e dai suoi santi Codici ) gli rimandiamo alle opere del Bentham, Bayle, Evezio, Puffendolfio, Livio, Sallustio, Tacito, e Condorcet cui si apprende, che senza Religione non vi femorale, e non vi è società. E deve tenersi in luogo di Apoftemma, che se l'uomo à tradito Dio col rinnegarlo, ha insultato la propria Religione col bistrattarla: del pari tradirà la società, e non è buono amministratore della giustizia!

Quei redattori si mostrano digiuni di ogni cognizione storica, giacché in quei volumi avrebbero imparato che i Papi per cento anni lottarono contro i Romani. Imperatori e contro quelle smisurate armate che covrivano la terra; e li vinsero con la Croce. Che debellarono poscia quei filosofi e novatori che, oggi escono di bel nuovo in campo, e li tornano a combattere. E dopo gli anfiteatri gli eculei, le catacombe, dopo tale gigantesca lotta, dopo cosi aspro guerreggiare il Dominio Temporale dei Papi si conserva, e durerà in eterno; e lo stendardo della Croce si estolle rigoglioso ed esultante per tutto il mondo, mentre di quei Governi, di quei Principi appena ne resta una ricordanza istorica! E qui per noi risponda un uomo non sospetto, Ugo Foscolo, del quale ci piace ricordare l'opinione, e per le cui ceneri oggi si spendono diecimila lire, onde trasportarle da Londra a Firenze; ebbene quell'anima ardente di libertà incuorava gl'Italiani alla soggezione al Papa Sovrano, da cui solo l'Italia poteva sperare immegliamento e vero benessere. Ed oggi quella melensa scritta osa di dettare responsi ai popoli sotto il larvato nome di civiltà e mordere con satanico dente quella veneranda colonna del cattolicismo, i Papi; quando il solo 'nome di Pio IX suona un'era di grandezza, di miracoli, di glorie!!

Voi, o liberi pensatori e credenti solo alla Dea Ragione, che proclamate darsi un bando al soprannaturalismo, che sconoscete una Religione, vi fate poi sedurre da una tavola parlante, dalle menzogne del sonnambulismo, dalle mene diaboliche del magnetismo e dello spiritismo? Di grazia, vi è senso comune, vi è logica in tutto ciò; e se difettate di questo bene dell'intelletto, ch'è il ragionare, come vi arrogate il dovere a nome della scienza e della giustizia di spropositare ed insultare i popoli. Se è per riscuotere applausi dalla canaglia, sappiatevelo ch'è finito il tempo delle marchiane goffaggini: ogni cosa deve assestarsi nella sua vera nicchia.

I vostri padri dell'83 e del 99 giunti al potere per opere infami non hanno fatto altro che inabissare la società, e renderla sempre più sozza. 1 vostri cagnotti strombazzarono oggi contro Thiers ed il governo di Versailles, ed innalzarono al cielo e parteggiarono per la Comune; perché nel primo si rispettano la Religione ed i diritti del l'uomo, e nell'altra tutto è assorbito dall'egoismo personale, dal socialismo. Questa democrazia socialista ch'è sitibonda di sangue vuole l'esterminio dell'Italia i rivi di sangue, i carcami di umano macello, il flagello sterminatore dei popoli, la libertà per scannare col tradimento e con l'infamia, come a Parigi; e poi si osa divulgare per scienza, civiltà e dovere dell'uomo tutto questo eccidio?! Che la maledizione di Dio e di tutto il genere umano cada sopra questi cannibali, questi Caini, questi figli del diavolo! I Cattolici ànno fiducia nelle promesse del Vangelo, essi vedranno lo stendardo della Croce fugare i suoi nemici, e cadere infranti i ceppi che ora tengono legato l'angelico Prigioniero del Vaticano!

Chi non vede che sotto le frasi: non si ammette il Cesarismo, e noi siamo socialisti, si sconosce ogni autorità comunque si chiami colui che n è rivestito, Imperatore, Re, o Presidente della Repubblica? E con questi principii si presume di armonizzare la società e gli uomini; quando si scioglie la società, è vano il pretendere di armonizzare gli uomini! Abbattere l'autorità è stato sempre il principio del Comunismo: quindi si addentava la Monarchia a nome della costituzione, si distruggevano le costituzioni a nome della repubblica, e si mandano in rovina le repubbliche a nome della Comune e del socialismo! Il motto d'ordine è di non restar mai fermi, disfarsi di ogni 'cosa, e l'una ottenuta ascendere più in alto per conseguirne un'altra. Questo è il ritornello che si trova ripetuto da molti anni. In somma con quella spudorata libertà individuale, illimitata, assoluta che si predica in quel giornalaccio, l'uomo libero è assomigliato ad un brigante, ad un pirata, la cui volontà sta in luogo di tutt'i dritti e delle leggi.

Ma di grazia, o piaggiatori di pazzie anarchiche, se il popolo non ha più nessuna speranza a realizzare, nessun voto da compiere, nessuna meta alla quale pervenire, come si potrà organizzare la ricchezza del lavoro pel popolo, ed a ciascuno per tutti, e tutti per ciascuno? Di chi n'è la colpa se non di quelli stessi che avendolo tradito ed ingannato quando era felice, e godeva di quella Vera Libertà ch'è figlia dei precetti Evangelici, e di un Governo veramente paterno gli buccinavano alle orecchia infami pensieri: che rispettato nelle sue relazioni internazionali non pativa soprusi, che nuotava nell'opulenza e non era ammiserito da sterminati ed oppressivi balzelli: di chi n'è la colpa se non di quei medesimi che lo rimpiangono dopo di averlo assassinato? Simili al coccodrillo che dopo aver scannato la sua vittima manda ululati, non già per piangerne la perdita, ma perché non trova più sangue da succhiarsi. Le dottrine di questi socialisti sono così assurde, che convien crederli figli della cicca ignoranza, o dell'ignoranza, o dell'ambizione che lusinga, e blandisce le passioni ed i vizii popolari per farne sgabello al proprio dominio. Catilina si valeva del socialismo per rovesciare la repubblica Romana. Le stesse dottrine, le stesse passioni volgari adoperate da pochi ambiziosi a proprio vantaggio oggi ànno fatto il giro del mondo, e si trovano in bocca dei nuovi adepti della frammassoneria. Si lamenta la stessa compassione per le sofferenze del popolo, lo stesso sdegno per la prepotenza, e pel lusso dei grandi, é della Corte di Roma. A questo assieme d'ignoranza, d'inganni, di male passioni infiammanti, si aggiunga la classe degli utopisti i quali si uniscono alla ignobile folla e sotto le sembianze di un ardente patriottismo, celano i più neri propositi, e non ànno ribrezzo di associarsi a quei Mostri descritti da Sallustio.

Al sentir quel giornalaccio pare di trovarci in mezzo ad un contagio ed udire ai Monatti gridare Viva La Moria!! Le rivoluzioni politiche e religiose sono come una peste, al dir di Silvio Pellico; quando una contrada è ammorbata dalla pestilenza tutti gli uomini ne risentono chi più chi meno i tristi effetti. Ufficio della stampa onesta e cattolica è di prevenire, onde questi miasmi si distruggano, Col somministrar degli antidoti.

Quando i nemici della Religione della società e della civiltà provocano le folgori dell'anarchia del socialismo, ché vogliono sterminare; è dovere di chiarire questi regolamenti; giacché la vita della licenza del comunismo suona morte della società, e la vita della società è morte della licenza del comunismo!!

E questa sia la risposta a quel democratico programma, per ismascherare i ribaldi bestemmiatori di Dio!

LO TROVATORE.

ANNO VI N. ° 70 Mercordì 14 Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

FATTI NOSTRI!

La discussione, che ora stassi facendo nel Parlamento, delle riforme da introdursi negli ordinamenti militari dell''Italia scopre altri intrighi, altri monopoli, altri inganni per questo povero paese capitato in mano ad uomini o inetti, o partigiani, o birboni. In quasi undici anni dopo tanti miliardi sciupati non si ò' riusciti neppure ad aversi un discreto esercito, una mediocre marina, tanto che oggi il generale Lamarmora, ed il Bixio coi loro discorsi palesano nettamente al paese ed all'Europa, Che ci guarda e sorride per pietà, tutto il marcio delle militari, istituzioni. Noi che fin dal 1860 avemmo il buon senso di comprendere che tutto il gran fatto politico, tutto il tramestio dei pervenuti, tutta la baldoria del nuovo ordinamento peninsulare saria consistita nello afferrare, far buona prèda dello altrui, non abbiamo mai nutrita la menoma fede in quelle fantasmagorie ed in quelle scene da sanculotti, persuasi che alla fine la barracca rivoluzionaria si saria schiodata, per opera di quelli medesimi che in fretta ed in furia l'avevano costruita. E pare che non ci fossimo ingannati: se dopo 11 anni si anno di tante vergogne da deplorare in tutto il magistero della macchina governativa, e precisamente in quanto all'ordine pubblico, ed all'armata. Del primo non vogliamo intrattenerci, essendo ornai conosciuto come e con quanta sicurezza si viva oggi in Italia in fatto di ordine pubblico... Basta leggere le statistiche delle Questure, e le altre dei tribunali per formarsene un'idea...

Ma che diremo noi dell'esercito, e della Marina? Di queste due uniche istituzioni che la rivoluzione almeno, se fosse stata tenera di sè medesima avria dovuto fin da principio organizzare il più perfettamente che fosse stato possibile, in armonia coi progressi della scienza e della nuova tattica di guerra? Da banda l'enorme errore commesso fin dal 1860 di trattare i prigionieri degli altri eserciti, come gente conquistata, disconoscendo ogni loro dritto, e sinanco le decorazioni ed i gradi da quelli avuti dai legittimi loro Monarchi. A parte che un profondo antagonismo si è ingenerato nei contingenti delle provincie annesse, dalla burbanza e stolto orgoglio settentrionale, a cui si è dato il monopolio del comando, dei gradi, e dell'amministrazione militare; tralasciamo di considerare il profondo disgusto che nacque per aversi dovuto trovare a contatto di gente affatto estranea agli usi, costumi, ed educazione; tutto ciò sariasi potuto col tempo accomodare, se uomini meno ingordi e più civili, meno barbari e più onesti avessero saputo dirigere ed organizzare. Però il male per noi non sta tanto nella colpa degli uomini dirigenti, quanto nel peccato di origine della grande baldoria... Si è voluto alzare un edificio sull'arena, si è voluto rinnovare la storia della babelica torre, ed ecco che dopo undici anni di sfasciamento e rappezzamento di cose nuove si è riusciti proprio all'opposto di quanto volevasi, poiché demolite tutte le sagge istituzioni del passato, per dare sfogo ad una condotta di partito, ciò che a quelle si è sostituito non risponde affatto al progresso dei tempi, alla perfezione dell'arte della guerra, alla terribile invenzione delle armi ed alla tutela e difesa dj un grande stato circondato da tre mari. Ma veniamo all'Esercito. Perché un Esercito sia forte e robusto fa d'uopo che si abbia un solo pensiere, un solo affetto, una sola tendenza, bisogna che all'educazione militare preceda l'educazione cittadina, e lo spirito del soldato sia avvezzò all'ubbidienza, senza che la disciplina avesse da spiegare il sua rigore.

Ma questo non è sperabile sempre quando lo accordo perfetto tra la morale dell'uomo e la disciplina del soldato non vi è; si potrà avere uno stuolo di uomini armati, ma non un esercito. E la morale da dove volete voi che l'avesse da attingere il giovine soldato italiano, quando ne avete disseccate tutte le sorgenti? Quando esso vede onorata la fellonia, e gratificato il tradimento? Quando spessi esempi di non lodevoli cose da quelli medesimi che rigidi osservatori dovriano essere di ogni più specchiata virtù? Quando si tollera che taluni capi non osservino e ne facciano osservare tutto quanto dai regolamenti di disciplina vien prescritto circa la Religione e la morale? Quando si permettono le politiche discussioni sinanco nelle caserme, ed una stampa spudorata fa palese (forse ad arte ingrandendoli) i difetti dei Capi che ad essa non piacciono? Quando nella scelta di questi Capi non si è per baso l'intelligenza, la perizia, la virtù, la probità, ma spesso e quasi sempre pospongbnsi al colore politico, all'intrigo di casta, o di partito? Prima della fatale Custoza, ove la rivoluzione ebbe inflitta una terribile sconfitta morale e materiale, i soldati Napoletani erano dai burbanzosi dell'alta Italia tenuti in dispregio... ebbene, Custoza dimostrò splendidamente a quegl'ostinati che i Napoletani erano sempre i bravi soldati elogiati dal primo capitano del secolo Napoleone I. E ad un generale Napoletano si ebbe l'obbligo di non restare completamente annientati in quel giorno... Così può dirsi della marina nella vergognosa giornata di Lissa... Ciò premesso, noi ridiamo di cuore a sentire gli sproloqui di tanti saccentoni, i quali spendono il loro tempo in discussioni incoerenti e futili, senza neppure avere il gusto di saper vestire un esercito...

Questo noi diciamo non perché volessimo intrometterci nei fatti di cotestoro, e della loro barracca, niente affatto, ma solo perché in conseguenza delle loro asinità, siamo noi quelli che alla fin fine dobbiamo sprecare sostanze e vita, e a prò di chi?... È da ridere veramente, che a questi chiari di luna, ed in prospettiva di una grossa guerra si parli di organizzazione, di divisa ed altre cianciafruscole che oggi tali sono per l'inopportunità del tempo e delle circostanze, mentre da un giorno all'altro si può esser chiamati alla guerra...

Noi in verità in tanta confusione d'idee e di cose, altro non vediamo che il segreto lavoro di dissoluzione che la Provvidenza sta operando per le mani dei suoi stessi nemici. E dissoluzione è dapertutto, sia in politica, sia in amministrazione, sia nell'ordine pubblico, sia negli armamenti... poiché da principio si è posposta la giustizia all'ambizione, fondando un'opera contro il dritto. Ancora qualche giorno, e si vedrà!...

Guai quando si aspetta l'ora del bisogno per organizzare un esercito, per provvedere alla difesa delle frontiere. Oggi che la guerra franco-prussiana à dimostrato come cadono le più terribili fortezze, come si disfanno i più rispettabili eserciti, è follia sperare alcun che di buono da una organizzazione informe, incompleta, disadatta all'indole e costume del paese, inopportuna poiché a molti di nocumento, ed ai meno di utilità... Gli eserciti non si formano come si può organizzare una legione di guardia mobile... I reggimenti per la guerra non si organizzano con quella stessa faciltà con cui si dispone per una rivista di parata... Oltre alle tante altre cose, ci vuole il tempo e la buona volontà. Il tempo manca, e la buona volontà non vi è, poiché la baldoria dell'oggi conduce all'ignoto del dimani.

Fortificare le frontiere con fortilizi improvisati vuol dire arrestare per un'ora l'avanguardia di una brigata, ma niente di più... poiché con le armi di precisione e di grossa gettata di oggi, nonché la nuova tattica di guerra, le fortificazioni passaggiere riescono piuttosto dannevoli anziché utili... Rifare la flotta è un assurdo, come un inganno è quello di una difesa almeno mediocre dell'estesissimo littorale da una flotta mezzo marcia, e mancante di ogni elemento di guerra, meno di cannoni che ne à, ma per fare le salve di onore... Ci rincresce questo dover dire, ma ciò non ritorna ad offesa dei bravi dell'esercito e della marina, ma dei farabutti e dei settari, buoni a fare rivolture, inettissimi a qualsivoglia opera utile ed onesta!!!...

LO TROVATORE

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

Ann. Si Tò, diciteme na cosa, nce stà nisciuna legge pe tutte chille che venneno rrobba de magnà f Trov. Nce avarria da stà, ma addò sta?

D. Crisc. Mi rincresce che voi uomo vecchio e di affari ignorate che vi sono leggi governative e municipali che riflettono appunto i generi di sussistenza e di vittitazione...

Trov. Me dispiace pure a me che buje che sapite tutte le mmagagne nce volite veni a conta ste storielle justo a nnuje...

Caf. Quanno vedimmo co ll'uocchie e toccammo co le mmane che li venneture fanno chello che bonno...

D. Crisc. Ma io non comprendo cosa vogliate dire con ciò, forse che prima non era lo stesso?

Ann. Primma v'avivevo da levà lo cappiello, pecchè se magnava a buon mercato, e s'aveva rrobba bona, mo se magnano denare e s'àve robba fetente... se stammo propeto dinto a na provasa pe la faccia lloro!

Trov. D. Criscè, primma non era permesso a li ncettature de fà tutto lo monopolio che fanno mo, primma se pensava a lo bene generale de lo popolo e nò a chillo particolare de quatto camorriste che fanno aizà e scennere li genere comme vonno lloro... e ntanto lo popolo pava le spese... lo governo mette na tassa ncoppa a no genere, li venneture aumentano lo prezzo pe no quarto, lo Munecipio nce schiaffa n'autra tassa, li venneture aumentano pe mmità, e accossi vota e gira chi è che pàva? sempe lo poverietto.

Ann. Pecchè è poveriello... se capesce, chi porta la sarma è Io ciuccio.,

D. Crisc. Ma che cosa può fare il governo in tutto questo...

Trov. Chello che facevano ll'autre govierne che pensavano a fà li fatte e nò le cchiacchiere nfavore de lo popolo...

Caf. E mo pure se fanno tanta cose nfavore de Io popolo... nce stanno le ccasce de sparagno, le ssocietà operaje, l'asile nfantile, le scole... tanta rrobba fresca e de la grotta ch'è no piacere...

Ann. Nce stanno le ttasse, li centeseme, li sequeste e tant'autre noce de lo cuollo che l'afferra, ch'è no gusto a ssentì e da prova...

D. Crisc, Voi così parlate a capriccio...

Ann. Non è ora ancora de lo piccio, D. Criscè, però apparecchiateve le mmoccatore pecchi; avite voglia de jettà lamie.

D. Crisc. Quando voi parlale cosi, io rido..

Ann. Lo mpiso quanno le stregnono la funa ncanna pure ride ma avite da vede comme ride...

Trov. Vi pare mo, neh D. Criscè, che de sti tiempe e co chesta stagione lo ppane avanza, e li vivere vanno de chesta manera care? Armeno se nc'anno voluto arredducere, a no pajesiello se nce vonno carfellià co tasse ncoppa a tasse, nce facessero magnà non dico buono, ma tanto quanto.

D. Crisc. Si vedrà appresso... Addio.

Ann. Appriesso? Vuje avite da essere frate carnale à farfariello se campate nnante duje mise... e chillo dice appriesso... Appriesso che? Nce vonno li pezziente co le banneriole...

Caf. Nnarè, poche parole... siente a me...

Trov. Non serve a fa chiacchiere, ca pecche mo lo piro è ammaturo e se ne cade senza torceturo. Santa notte.

ANNO VI N. ° 71 Venerdì 16 Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

Trov. Allegramente, figliù, ogge è chiomata de festa e de contiento, è ghiornata che lo Cielo fà grazie, che là Cchiesia sia ngloria, pecche lo Signore à fatto abbedè a lo Papa nuosto l'anne de S. Pietro... ogge lo Papa fernesce 25 anne de lo Pontefecato sujo, e s'assetta a la seggia de S. Pietro. Viva Pio IX!

Ann. Viva gnorsì co tutto lo core chi Ilo Santo Vicchiariello nuosto, chillo patre, ch'è lo sciato nuosto, la speranza nosta e l'ammore nuosto doppo Dio, e la bella Mamma Immacolata...

Caf. E chi è che non se sente zompàmpietto lo core pe l'allegria? Che ghiornata, che granne j ornata è eh est a? Cheste sò le bere demostraziune, cheste sò le bere feste, chiste songo li vere prebiscite (comme diceno li librare) che se vede, tutto lo munno che à fatto una unione pe annorà mperzona de lo Papa, Dio e la Cchiesia.

D. Crisc. Sentite, io comprendo che oggi dovete essere fuori di voi per la gioia, ma poi alla fin fine che il Papa sia giunto agli anni di S. Pietro non è un fatto tanto splendido per quanto voi lo volete ritenere, né poi interessa se non il partito cattolico ed i Gesuiti... per me lo trovo un fatto straordinario sì, ma non meraviglioso...

Trov. È tanto nteressante e maravigliuso sto fatto pe quanto à fatto tremmà la setta, pecche nchisto prodigio à visto che l'arroina soja è certa, à visto Dio comme protegge lo Papa, à canosciuto che forza tene lo Papato, e comme è gagliardo co tutto che la revoluzione se credeva che fosse già muorto... D. Criscè, chjsto fatto ccà è n'autro chiuovo che se mette nfaccia a lo tavuto che servarrà pe ghì ad atterrà la setta...

Ann. È na martellata che à avuto dinto a na chiocca.

Gnaz. Io aggio ntiso da fora le boncole che à ditto la Siè Nnarella, e non so trasuto pecchi; steva parlanno co n'amica mio.

Ann. E tu sì comparzo n'autra vota? Mme pare lo spireto de Cippe-Ciappe-Cuorno, ogne tanto te lo vide pe nnante...

Gnaz. Aggio voluto veni stasera pe fareme quatto risate co buje... pecche stasera è serata vosta e la lengua è scioveta...

Caf. Tu se si benuto pe nce disturba, la porta sta aperta, capisce?

Ann. Guè, stasera è serata de festa pe nuje, e buje autre catamarre e bazzariote avite voglia d'abbottà pe li scianche, avite voglia de ve piglià butte de corda, avite voglia de fà la faccia de lo limone, ca ll'avite avuto propio a cciaminiello, e la meuza ll'avite fatta cchiù grossa de chelle che la tenivevo...

Gnaz. Ah... ah... ah... che gusto che sento, neh! ma nfine pò de che se tratta? Che lo Papa à fatto 25 anni da ch'è Papa... e bì che gran cosa... li fatte veramente gruosse e guappe se songo fatte da n'ommo sulo, e nisciuno cchiù li potarrà fà... pecche n'ommo che co' 1000 perzune se piglia no regno sano sano, songo maraviglie grosse assaje; capite?

Trov. Se capisce che fujeno maraviglie, pecche l'Europa che bedette chelle birbantate non corrette pe scotolià le spalle a tanta scalzacane, mparà de crianza a lo molinaro de Cavur.

D. Crisc Allora fu veramente un fatto interessantissimo ed una impresa non mai veduta di un popolo che scuote la tirannide di 124 anni, e spontaneo proclama la sua; libertà.

Caf. D. Criscè, lo popolo tanno trasette mmiezo a chelle mbroglie sbriognatissime, comme a Pilato mmiezo a lo Credo... lassammo sta sti trascorze stasera, pecche non ce volimmo sconcecà lo stommaco co revotà n'acqua sporca...

Ann. Avite ancora la faccia de chiacchiarià, mmece de v'annasconnere.

Trov. Guè, guè, de sta serata non se parla de cose vecchie e che se songo nfracetate, pecche fujeno mpastate de materia... e basta ccà...

Ann. Si Tò, avisa che nce sarrà mo pe tutto lo munno? che Paraviso!!!

Trov. E avite da dicere, che non sulo tutte li puopole, ma porzì li govierne e li Rri anno fatto cose maje viste e sentute; che compremiente, che riale, che denare, che nnerizze, che deputaziune neh! chi ve. lo pò dì e contà che songo jute a lo Papa?

Ann. E li mastricchie d'Italia anno fatto niente?

D. Crisc. All'Italia non interessano queste feste...

Caf. Non nteressano a buje e a ll'amice vuoste, pecche ste ffeste pe ccierte perzone songo funecellate...

D. Crisc. Ma infine cosa avete inteso di fare menando tanto chiasso oggi?

Ann. Avimmo ntiso de ve dà na risposta, e fareve abbedè che lo Signore quanno vò, sape fà... a mo simmo accolsi sicure de la grazia ch'aspettammo de vede lo Papa benedicere tutto lo munno, doppo che buje avite l'atto lo quatto de maggio, che nzò che hedarrammo, pe nuje sarrà niente... pecche simmo certe ch'è fuoco de pampuglie...

Gnaz. Seh, seh, e bolite stà propio frische se aspettate chesto avite voglia de sciacqua e bevere... ah... ah... ah...

Ann. Guè, e pecche ride, neh scannaturata ncanna? Ch'àje visto Pulecenella... o accossì te cride. de digerì lo beleno che t'àje agliottuto ogge? Seh, àje voglia de fà lo spiretuso, ca lo beleno te schizza da lì' uocchie...

Gnaz. Mo vedarrammo chi sarrà l'urdemo a ridere... D. Criscè, jammoncenne.

D. Crisc. Sì andiamocene. Addio... (poveri imbecilli! )

Trov. Ahu! povere nfelìce se sapessero che teneno astipato. Ma lassammo stà cheste ccose.

Ann. Gnorsì, Si Tó, non ce ntossecammo co sti trascurze...

Trov. Perzò io me ne vaco, ve lasso la santa notte co lo contiento de chesta bella serata, la quale è pigno d'autre ffeste e gioje... Ma primma che me ne vaco, alò Si Luì, Siè Nnarè e tutte ll'amice che state ccà aizammoce a l'allerta e co reverenzia e ammore de figlie alluccammo co tutto lo sciato

Viva Dio

Viva Maria Immacolata

Viva Lo Papa Pio Ix.

Ann.
Caf.Pe mill'anne, pe mill'anne, pe sempe!!!
Altri

ANNO VI N. ° 72 Lunedì 19 Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

D. Crisc Pare che vi potete contentare, avete fatto le vostre feste, non è vero?

Caf E pe buje non è stata festa?

D. Crisc. A noi punto riguardano queste cose!

Ann. Si capisce, a buje mportano le ffeste de lo taffiatorio e de lo mare e biè.

Trov. Ma che cosa granniosa neh, che demostrazione!... Autro che prebiscite, che metinghe, che mbrogliambroglia. D. Criscè, dicite la verità, ve potiveve smacenà vuje autre liberale che doppo unnece anne che facile chello che ve piace, che s'è fatto de tutto pe fà perdere la Fede a lo popolo, che s'è ditto che lo Papa non tene pe isso che sulo li sacrestane e li prievete, mo vederese chisto fatto che da tutto lo munno songo curze gente d'ogne manera p' annorà lo Papa lo juorno 16?

D. Crisc. Eh, tutto ciò è stato effetto dello intrigo gesuitico.

Ann. E già, la mosca comm'è se sosca, ma non però, avite fatto le granavottole ncuorpo...

Caf. E se li gesuite anno avuto chesta potenzia de smovere meliùne de gente da tutto lo munno, de fà scasà l'Europa sana sana sana p'annorà lo Papa... vuje ve potite accattà lo ccaso.

Trov. Me pare che fosse justo lo pparlà de lo Si Luige.

D. Crisc. Infine poi non è stato tanto quanto voi dite.

Trov. È stato tanto che li giornale vuoste stesse lo ddiceno, e lo Pungolo mette la notizia che cchiù de 10 milia perzune stevano dinto a la Basileca Lateranese a ccantà lo Tedeum.

Ann. Che Paraviso nce à avuto da essere llà... considera li dolure ncuorpo, le coleche, li torcemiente de trippa, e lo ngrossamiento de meuza de cierte amice... Ma sì che ghiarranno buone li speziale... Ma chesto è niente ancora...

D. Crisc. Non crediate però che la baldoria della Santa bottega durasse sempre.

Trov. D. Criscè, non ghiastemmate, e non nzurdate la fede de 200 mellune de cattuolece, capite?

Ann. Si Tò, non ce mettite recchie, pecche li librare songo canosciute pe tutte li pizze e non fanno cchiù fede.

D. Crisc. Intanto il governo italiano per dimostrare quanto esso rispetta la libertà, à fatto far tutto a Roma senza impedirlo.

Caf. Che miracolo! Non sapimmo mperò chi santa l'à fatto fà sto miracolo, se santa paura, o santa necessità.

Ann. Puorze tutte e doje... non è bero, neh D. Criscè?

D. Crisc. Perché paura, perché necessità, che intendete?

Trov. D. Criscè, non ce coffiammo ntra nuje, pecché se lo governo italiano avesse potuto mpedi a li cattuolece de annorà lo Papa, ll'avarria fatto a ciento mane... Ma à da sape a isso... e non è tutt'oro chello che luce.

D. Crisc. Ma infine che credete aver guadagnato con tanto chiasso?

Trov. Niente, secunno vuje; tutto secunno nuje.

D. Crisc. Non vi comprendo.

Ann. Non c'è pevo scemo de chi non bò capè...

Trov. Capisciarranno cchiù appriesso... pe mo songo li lampe, appriesso à da veni lo truono...

D. Crisc. Che tuoni e lampi andate contando. Addio.

Trov. Da lo ffraceto s'à d'asci e se jesciarrà, lo bedarrate. Santa notte.

Ann. Stongo contenta comm' a na Pasca che s'accommenzano a bedè le grazie de lo Signore, mo vedimmo se me jarraggio a ffà na campagnata addò Tore Pallino...

Caf. Nnarè, priammo pe mo, lo riesto se ne parla appriesso.

ANNO VI N. ° 74 Venerdì 23 Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

BUGIARDI!

Ornai l'è vergognoso che dopo undici anni si ànno ancora da sentire delle menzogne spudorate, che oltraggiano la coscienza di quanti sonovi uomini onesti, poiché la setta inarrivabile nel distruggere, mentre con altisonanti paroloni à imprecato all'ignoranza del passato, dipingendo il caduto governo al di sotto di quello degli ottentoti, furbescamente ruba a quell'istesso passato quanto ebbe di grande e di ammirevole, e con un cambiamento di data lo appropria a se, niente curando che oltre della storia scritta, vi e la testimonianza vivente di tutto un popolo per ricacciarle in gola quel mendacio. Ed eccoci all'argomento.

L'Albergo dei Poveri e l'Esposizione Marittima, argomento che pone in evidenza tutta la mala fede e l'insolenza di un partito il cui mestiere è quello di ingannare, e calunniare. Ma per l'anima vostra siate un tantino accorti almeno, poiché ciò che vi si potrebbe da tutto un popolo rigettare sul grugno, lasciatelo, non lo cercate; ve ne incoglie male, e come no? Non à guari noi abbiam voluto recarci a visitare le sale della Esposizione Marittima, confortandoci in cuor nostro che almeno per essa questo derelitto popolo avria veduto circolare qualche moneta, e nel contempo qualche genio inventore, o perfezionatore di arti e mestieri avrebbe raccolto il premio della creazione del suo ingegno, o dell'espertezza della sua mano... Ma come sempre, come in tutto che dai civilizzatori si è fatto in dieci anni, anche questa volta non poco sorpresi abbiam dovuto rimanere, osservando alcune cose in controsenso dello scopo principale della Esposizione che avria dovuto essere quello di segnare il progresso più o meno delle arti e mestieri relativamente agli Individui, e non mica ad alcuni Enti morali modellati a forma di Opifici.

Fra questi Enti, evvi l'Albergo dei Poveri, il quale à voluto concorrere anche esso a questa Esposizione, ed à fatto benissimo. Ma non così àn fatto queglino che presiedono alla cennata Esposizione, mistificando i visitatori con bugiarde indicazioni di epoche, dando al presente, ciò che fu del passato. Ciò è inonesto; avvegnaché, la Dio mercé, la storia del nostro passato tien pagini troppo belle, né sotto il Borbonico reggimento erano all'ingegno tarpate le ali, che anzi incoraggiamento ne aveva, distinzione, ammirazione e compenso, senza che per ira di parte, al vero merito niegassesi il dovuto guiderdone. Ma basta, torniamo al fatto. Sotto gli oggetti dunque che l'Albergo, come Ente modellato ad Opificio, a esposti, leggonsi le distinte con queste parole: Albergo dei Poveri — Scuola delle ricamatrici, Istituita nel 1868 — Ricamo in bianco, in oro, in seta, in lana o tapezzeria; Io stesso delle fioriste istituita nel 1870 Idem delle guantaje istituita nel 1869...

A meraviglia! quante bugie in brevi parole? Ma, o messeri, perché voi cangiate l'indicazione degli anni resta così distrutto il fatto? E non avreste potuto anche dire voi che in fatto d'impudenza non vi è chi vi uguagli, non avreste potuto dire che Napoli intera venne fabbricata nel 1860? Però non già per voi, ma per rivindica di quello che a noi appartenne, ed appartiene, fa d'uopo che compissimo il patriottico dovere di ricordare agli scrittori di quelle parole, come la scuola di ricamo nello Albergo dei Poveri data la sua epoca dal 1815... Che nel 1833 detta scuola era composta di cento ricamatrici, oltre le maestre, e quasi tutte secolari, non monache. La maggior parte degli abiti di gala, la nuziale veste ed il superbo mantello della Regina Maria Sofia, altri corredi magnifici, come quello della Altezza Reale la Principessa, che nel 1816 andò a nozze a Parigi venivan lavorati dalle mani delle giovanette recluse dello Albergo. Lo stesso Real Trono di Napoli per il quale venne impiegato un cantajo e cinquanta rotoli di oro (rifletta bene a questa enorme quantità lo scrittore di quelle parole) era maestrevolmente ricamato e trapunto sopra velluto cremisi e compiuto dalle cento ricamatrici del Pio luogo nel 1818. E quel tappeto medesimo in seta, lana ed oro, tanto bellamente istoriato con la vita di Mosè, esposto ora dall'Albergo all'ammirazione, non che dei Napoletani, dell'Europa tutta, la sua manifattura non risale forse all'epoca di dieci anni sono? E noi troviamo indispensabile l'esatta indicazione dell'Epoca, dappoiché dovendosi tributare il premio, od anche il semplice onore alla Autrice di esso tappeto, giustizia vuole si sappia, che essa fu la celebre Suora della Carità Marianna N... (notate, Suora, non figlia della Carità) la quale suora congiuntamente alle altre consorelle furono per intrigo, ed ingiustamente espulse dallo Albergo per dar posto alle nominate figlie, perché francesi... essendoché la Suora Marianna era Italiana e precisamente lombarda, e così da cotesti patriotti farabutti si tiene in onoranza ed affetto la patria, ostracizzando l'ingegno ed il genio d'Italia, per acclamare agli stranieri E dire che cotestoro ànno l'animo di sgridazzare contro dei Borboni, facendo loro la maggiore delle accuse, quella di aver sempre simpatizzato per gli stranieri... Buffoni!

Ora la Suor Marianna dicesi trovarsi in Chieti, dalle di cui espertissime mani una quantità di preziosi lavori sono usciti; come pure l'altro tappeto messo alla esposizione, istoriato del fatto della casta Susanna, fu opera sua, coadjuvata dalla valente sua discepola di cognome Esposito, a cui per dettò lavoro il Generale Cialdini mandava in dono un cofanetto con oggetti donneschi per l'arte sua. Troppo lungo sarebbe enumerare le opere della insigne Suora, e sue discepole, epperò passiamo alla Scuola delle guantàje. Questa scuola se non comincia come quella del ricamo dal 1815, è certo d'assai anteriore al segnato 1869! Trascriviamo dal Bilancio del 1865 del Commendatore Antonio Ciccone, Sopraindente dello Albergo dei Poveri queste parole, che smentiscono splendidamente gli strafalcioni (vogliamo essere indulgenti... ) dei travisatori della storia in quelle leggende che si è avuto l'audacia scrivere a piè delle cose esposte nelle sale dell'Esposizione Marittima, per ingannare l'Europa su di un falso progresso fatto dalle arti, in tempo di questa rigenerazione di parolaj e mangiatori, nulla curando che un popolo intero li avrebbe smentiti...

«Sui guanti il Governo à messo una specie di tassa (ecco il governo modello) la quale nell'Albergo frutta lire 2511,75; nella Maddalena lire 245,00; in Sales 00,00 quando abbia«mo nell'Albergo dugento sedici; nella Maddalena trentaquattro; in Sales trecento settantadue guantàje. Ancor peggio per l'arte del ricamo, la quale è esercitata da cento ventuna alunna.

Conchiudiamo: Sappiano adunque gli stranieri a questa nostra Napoli che la scuola del ricamo non è nata nel 1870 ma nel 1818, mezzo secolo quasi indietro... ed è stata sempre fiorente, e rinomata; che i lavori oggi ammirati all'Esposizione sono opera della monaca italiana Suor Marianna, e non delle francesi che appena da quattro anni sono nello Albergo... Che la scuola dei guanti è antica e nel 1865 contava ben settecento alunne.

Torneremo sull'argomento trattando delle altre arti e mestieri una volta fiorenti, ed oggi spente!!!

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

Ann. Si Tò, nce simmo addormute...

Caf. Tu staje chiacchiarianno e dice che te si addormuta?

Ann. lo saccio a me, e perzò parlo accossì... Mo te fanno abbedè nCielo, e mo ntra li spiofunne de Casacauda... e accossì nce ne stammo jenno...

Trac. Stasera tenite li tirrepetirre...

D. Crisc. Questo mi sorprende, poiché oggi che state tanto in festa, e che la mercanzia si vende dovreste stare di altra maniera...

Ann. E che ve site puosto a bennere pollanchelle, neh D. Criscè?

D. Crisc. No, no, io intendo parlar di voi.

Trov. D. Criscè, me dispiace che simmo sempe a cchillo tale fatto, ccà non ce stà mercanzia da vennere, ccà non se fà comme a cchille tale e quale che buje sapite, che a lo 1860 venettero a bennere lo chiummo p'oro.

Ann. Co lo cazone co la bannera addereto e le meze cape co la sfocatora... e mo li bidè tutte addoruse... e non sanno chi sò lloro...

Caf. Hanno fatto fortuna, e che buò?

H. Crisc. Insomma che cosa avete ricavato di tanto fracasso a favore del Papa?

Trov. Chello ch'avimmo ricavato pe mo non lo bedimmo né nnuje e né buje... ma se vedarrà appriesso e non saccio se ve piaciarrà...

Ano. Justo mo che nce stanno le pommadoro...

Caf. E che fà chisto caudo?

D. Crisc Voi scherzate, ma vi dico io che è meglio vi conciliaste voi altri cattolici, poiché in contrario il peggio è vostro, capite?

Ann. E buje pecché non posate chello che non è lo buosto? tanno se chiamma volè fà la pace quanno se torna la rrobba pigliata a ll'autre... 0 fuorze ch'avessemo da fà chello che è buosto è buosto, e chello eh'è nuosto è buosto?...

Caf. Chesta varca s'acconciarrà tirannola nterra...

D. Crisc. Vi comprendo. Addio.

Trov. Va de pressa stasera... Figliù allegramente lo fforte è fatto... e lo riesto da là è poco; non ve pozzo dicere cchiù niente, ca c'è n'amico che sona lo sisco... Santa notte.

Ann. Sperammo che le sonassero na scampaniata, e se facessero tutte sti care, simpatece sciacquatane, e assecca polenta la carrozzata che se facette vavoneme... Oh che vorria fa neh!.

Caf. Nnarè, mo fà caudo e se parla poco... jammoce a coccà...

ANNO VI N. ° 75 Martedì 27 Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

Essendo che la maggior parte de'  nostri associati va a scadere alla fine del corrente; molti di essi hanno già rinnovato, ma circa un migliaio non ancora si sono posti in corrente: quindi è che li preghiamo a rinnovar subito, poiché col primo luglio sospenderemo l'invio del giornale a tutti gli scaduti indistintamente. Ripetiamo. la promessa del détto delle tre nostre strenne a chi si assoderà o rinnoverà l'associazione per sei mesi.

POVERI PAZZI!

Quel bell'umore ch'è il Pungolo di Milano, facendo di politica con la scopa della vecchia pitonessa di monna Perseveranza vien fuori dicendo, che l'adozione della linea del Gottardo non significa già che l'Italia spezzando gli antichi vincoli d'alleanza con la Francia, si voglia gettare a corpo perduto nelle braccia dell'alleanza germanica, sostiene che l'Italia vuol essere seria ed operosa amica d'entrambe. In tale qualità essa à un compito nobilissimo, un'alta missione da adempiere, giovando grandemente al progresso della civiltà, e al rassodamento della libertà, coli' evitare che dal mal sopito rancore, e dalla eccessiva ambizione nasca un nuovo conflitto fra quelle due grandi nazioni...

Da bravo; dategli un brevetto d'invenzione o di privativa, come meglio vi aggrada... Oh Altavilla, e quanta materia si prepara per il tuo repertorio! Dunque, secondo lui il Pungolo di Milano crede davvero che una rachitica fanciullona possa aver l'importanza, la potenza e l'influenza di far da sorvegliante a due vecchie matrone, le quali con un solo voltar di ciglio adirato farebbero venire alla storpia pulzella la nevrosi, e chi sa che ne sarebbe della poveretta!

E poi, caro Pungolo, una nazione tanto va rispettata per quanto essa medesima sia rispettabile, e rispetti gli altri. Ma l'Italia vostra, caro lei, non à di se medesima rispetto alcuno, giacché chi fa consuetudine di vita il mal fare, chi tiene per scuola il vizio, per arte di governo l'inganno, per politica il tradimento, crediamo bene, non potere avere alcun rispetto per sè, dappoiché chi si rispetta, tiensi lontano le mille miglia da ogni basso intrigo, villania e mistificazione. Con la verità e la giustizia giammai non si transige... Che 1 Italia poi non rispetti nessuno, lo provano i suoi detti, ed i suoi atti. Simile ad un'avventuriera galante l'Italia settaria trae una vita di scioperatezze e di avventure. Ora con questo, ed ora con quello, paga per farsi amare, e non trovando adoratori, contentasi tener per tali i divoratori delle sue sostanze, i quali te la pelano per benino, facendole le fiche...

Che noi siamo nel vero dicendo questo, lo provano gl 'insulti e le contumelie, l'isolamento e l'alterezza degli stranieri. E tralasciando di ricordare alcuni fatti delle grandi potenze contro 1 Italia nuova, basta citare lo schiaffo morale sontuosissimo dato all'Italia, regno di 25 milioni, dal microscopico Portogallo, quando il Saldhana, ne pose alla porta il Ministro, il fatto della Tunisia ed altri ancora, non tenendo conto, delle umiliazioni e dei rabuffi inflitti dalle grandi potenze, ed in particolar, modo i sempre continui rifiuti del Pontefice a qualsivoglia avvicinamento con l'Italia. Che l'Italia non rispetti sè medesima, lo provano le opere del suo governo tollerante, sino alla viltà, ogni baldoria di piazza, la sfrenata licenza di una stampa villana e calunniatrice; lo attesta la scelta e condotta degli uomini che sono al potere, poiché tutte le cariche e gli impieghi dello Stato sono monopolio di martiri, osia ciurmadori, arruffagente, ciarlatani confidenti, come la rivoluzione oggi chiama le spie, di protetti, lenoni e via di questo passo, non nominando i vili ed i felloni che tradirono i loro governi. Non monta poi, che si ànno gli scandali di pubblici funzionari che rubano le casse, di altri che mercanteggiano la legge, di alcuni che vendono la propria influenza, e di certi che corrompono i propri subordinati... non monta che si sono avuti ministri infedeli, deputati omicidi e falsificatori di carta monetata, magistrati corrotti e venali; non cale che nell'aula parlamentare sì sono avute sceme turpi e scandalose, compreso lo sporchissimo fatto Lobbia, e per dir tutto in una parola che il marciume sta in tutte le branche governative. Che fa questo? L'Italia è forte, dicono i nostri popolani per derisione...

Ora un paese ove risiede un simile governo certo non si rispetta... Dunque, caro il nostro Pungolo, i vostri voli pindarici dicono proprio nulla...

Ma oltre a ciò, se, dato e non concesso, saltasse in mente alla Francia di prendersi una rivalsa dalla Prussia, è serio solamente pensarlo che l'Italia glielo potrebbe impedire? Ma come? E se alla Prussia venisse il desiderio di arrotondasi maggiormente, ritornando di nuovo a vagheggiare quel tale progetto di avere un porto nell'Adriatico, l'Italia glielo vieterebbe? Ma siate seri, o signori, e non fate che questo povero paese già divenuto un sudicio straccio, sia anche il tema di risa e scherno agli esteri... Per amor del Cielo, non siate forti... se non avete voi la virtù ed il coraggio di conoscere e confessare il vostro errore per emendarcene, non abbiate almeno il prurito di provocare con le vostre D. Chisciotate i Sarcasmi e le ingiurie dello straniero...

L'Italia ben avrebbe potuto essere la spada di Brenno nella bilancia Europea, ma non avreste dovuto voi, o signori, né i vostri padroni e compari averne nelle mani i destini... Non avrebbe dovuto essere quella che è, un castello di carta... ne avrebbe dovuto divenire la fucina della setta, e quindi un pericolo permanente per la pace di Europa...

Signori, una mano sulla coscienza, e diteci se abbiamo, torto o ragione. Voi vi aiutate a forza d'intrighi, d'inganni e menzogne, strombazzando mercé una renale stampa straniera che ornai siete pure una gran cosa al mondo, ma in effetti voi siete un zero... Vi si lusinga, vi si carezza, vi si tollera appunto come si fa di un impertinente fanciullone, ma quando poi la pazienza raggiunge il suo limite, quattro scappellotti e tutto sarà aggiustato... Amici cari,

Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

La marea monta, e la barca è sdrucita, diceva un vostro deputato: ancora un poco, ed il vento ingagliardendosi, addio! Pensate piuttosto, o a tenere asciutte le polveri, o a recitare onorevolmente il Confiteor, con un leale e sincero atto di dolore. Questo è il dilemma, e di qui non uscirete!!!

LO TROVATORE

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

Ann. Si Tò, ajere jette a trova la mogliera de na perzona, e m' à ditto che a lo Spitale de ll'Incurabele è soccieso no fatto proprio scannaluso.

Trov. Gnorsì lo ssaccio, volito dicere lo fatto de lo mpiegato che s'è trinato nsotto co li cunte, e mmece de lo caccià da lo mpiegò ll'ànno puosto a descunto a 40 lire a lo mese?

Ann. Gnorsì, chisto è isso: ma diciteme è commenevole chesto? Nsomma simmo a no tiempo che li mariuncielle e li mbrogliune ànno da essere protette pe forza?

Caf. E non bi comme jammo belle... chi arrobba da ccà, chi afferra da llà, se fà a chi cchiù meglio fà l'arravogliacifosemo...

D. Crisc. Ma che volete farci quando gli uomini sono cattivi?

Trac. Non songo l'uommene cattive, ma li tiempe ch'ànno fatto fà cattive a ll'uommene.

D. Crisc. Che volete dire con ciò?

Trov. Voglio dicere che quanno s'è bisto che lo marioligio ogge è addeventato n'arte e na ndustria, anze na speculazione; pecché s'arrobba da li cchiù gruosse nfi a li cchiù piccerille. Nc'avimmo scordato che da li Menistre, tale e quale, e da cierte deputate, da diritture, e casciere, se songo v fatte. cierte voccune de Carnevale ch'è stato no piacere? Fuorze è ghiuto nisciuno de chiste a ffà penitenza a quacche parte? Niente affatto, anze se n'è parlato, e pò dicenno de fà la nchiesta, la quale è stata sempe la pezza a colore de tutte l'arruobbe da diece anne a cchesta parte, s'è temuto che lo popolo non n'à saputo cchiù nniente... e li mariuole ànno siequetato a ffà li fatte lloro.

Ann. Ma che ve pare che lo lupo se magna ll'autro tipo? Accossì faje tu, accossì faccio io, non è lo tiempo mo de sona lo cembalo? fuorze tutto sto fracasso e st'arravuoglio non s'è fatto pe leva la cammisa da cuollo a chi la teneva?

D. Crisc. Ma Sia Annarella, voi uscite sempre dall'argomento, che cosa entra qui il fatto politico?

Ann. Io non saccio se site polito o spuorco, saccio sulo che nce avite polezzato le ssacche de na manera tale, che manco no soldo nc'è rommaso pe nce l'accatta de funicella... pe ve la rialà... ma chi sa s'esce lo sole? s'esce, nce l'asciuttarrammo la cammisa... e si nò... salute a chi resta.

Caf. Sentite, chello che s'è bisto e s'è ntiso mo, maje s'è conosciuto, e li viecchie antiche diceno che s'arricordano le ccose, ma chello ch'avimmo visto nuje è fora mesura mparticolare pe marioligio.

D. Crisc. Si comprende che in ogni cambiamento di governo debbono succedere dei disordini...

Trov. Vuje parlate de disunitene, e pecché non dicite arrotola? Io so co buje che quanno se cagna no governo cierte ccose non se ponno scanzà; ma chesto è pe li primme juorne, e han già continuatamente, e anze sempe crescenno ogne. ghiuorno, tanto che mo lo popolo s'è avvezzato a ssenti e bedè fatte li cchiù spuorche e scannaluse che se ponno smacenà...

Ann. Neh, Si Tò, e quanno maje, na vota se senteva chello che se sente mo? Quanno. maje se vedevano fui li casciere, riceviture e autre co tutte le ccasce?

Caf. Da lo 1820 nfi a lo 1860 sule tre riceviture se trovajeno nsotta co le ccascie de lo Stato, e uno era de Pozzulo, lo quale fuje arrobbato, n'autro d'Avellino, e n'autro de no paese de la Basilicata, capite? e mo?...

D. Crisc. Allora si nascondevano i furti...

Trov. Chesto se me permettite se fà mo... la storia de lo paese la sapimmo; capite...

Ann. Ma nzomma comme è fernuto lo fatto de ll'Incurabele?

Caf. È fernuto, pe comme m'ànno ditto che chillo impiegato che pe scope, lucigne, secatura e autro assommava le lire a migliora, magna, veve, mentre pò no povero cuoco che da tante anne serveva lo Stabilimento co na prubbeca a lo mese, l'ànno dato lo retiro, che bò dicere ll'ànno puosto mmiezo a la via, pe dà chillo posto a n'autro protetto, a lo quale a ll'infuori de la mesata cchiù grossa, le ddanno lo sfriddo de tanta chilo de carne la semmana...

Ann. Ha da essere quacche martere ausato... pecché ogge p'avè no caucio da reto, nce vò lo martirio, la faccia tosta la lengua longa e la mano leggia.

D. Crisc. Ma qui il governo non entra...

Trov. Lo governo à da essere comme a no patre de famiglia à da vedè tutto, sapè tutto e arreparà a tutto, e si nò ohe governo è?

D. Crisc. Va bene ne parleremo. Addio.

Ann. E che bolite parlà, che nce vorria n'ora de freva o na stregnetora de la commara senza naso... simmo propio jute co lo musso dinto a la lotamma...

Trov. E pecchesto nce vó la mano de Dio. Santanotte.

ANNO VI N. ° 76 Martedì 29 Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

SEQUESTRO

Uh!!!... Sequestro'!!! al Trovatore??... Signorsì; il numero 75 del nostro giornale ha ricevuto l'alto onore di essere fiscalmente sequestrato dall'eccellentissimo Fisco; e la sera avemmo l'altro altissimo onore di una visita del delegato con due guardie di P. S., che ci perquisirono; ma per onore del vero molto gentilmente. Vorrete sapere perché?... Il perché lo rileverete dalla partecipazione del sequestro che qui sotto riportiamo testualmente... e or incomincian le dolenti note riserbandoci in qualche altro numero, di fare le nostre giuste e legali osservazioni. ''

Copia — Il Giudice Istruttore presso il Tribunale Civile, e Correzionale di Napoli, 7. Sezione. Letto il N. 75 del Giornale Il Trovatore, di pari data. Letta la Requisitoria del P. M. presso questo Tribunale, così concepita. Il P. M. Vista la nota di pari data del Procuratore Generalo, presso la Corte di Appello richiedente il sequestro del N. 75 del giornale II Trovatore pubblicato oggi stesso. Visto il giornale in parola e specialmente l'art. di fondo intitolato: Poveri pazzi! che comincia così: Quel bell'umore che ha il Pungolo di Milano, e finisce, questo è il dilemma, e di qui non uscirete!!! Art. che abbiasi qui come trascritto. Poiché in detto art. si è violato l'art. 23 della Legge sulla stampa. Chiede si devenga al sequestro degli esemplari del giornale incriminato, e s'inizi il relativo procedimento contro chi, e come per Legge. Napoli 27 giugno 1871. Giuseppe Perfumo. Fatte proprie le considerazioni espresse nella su trascritta requisitoria. Visti gli art. 23 e 27 della legge sulla stampa del 1 dicembre 60— Ordina — Procedersi immantinenti al sequestro degli esemplari del N. 75 del giornale Il Trovatore, e ne affida, la esecuzione al Signor Questore di questa Città, e Circondario. Napoli 27 Giugno 1871 — Firmato G.. Morabito, E. D'Amato.

LA SANTA CASA DEGLI INCURABILI

Di nuova pena mi convien far versi.

Dante.

Ci piace di ritornare sopra un argomento tanto interessante e caro ai Napoletani, cioè l'Ospedale degli Incurabili, asilo glorioso per dar ricovero all'umanità colpita dalla sventura, che fondato nel principio del decimosesto secolo dalla privata carità dei nostri antenati, saliva poi a tanta rinomanza per le vistose dotazioni di quei Principi appunto che una ribalda setta cacciava in bando.

E pure, questo colossale edificio che trae la sua origine da quella religiosissima e caritatevole Longo, moglie del Reggente del Collaterale, ci ricorda come miracolosamente guarita da mortale infermità per voto alla SS. Vergine vi spendeva tutto il suo non scarso patrimonio in prò dei poveri infermi di ogni sorte, e chiudeva gli occhi nella pace del Signore nel vicino Monastero di S. Maria di Gerusalemme, denominato delle Trentatrè, dopo avervi prestato per lunghi anni le sue sollecitudini. Oggi nessuna scritta, nessuna pietra rammenta la tomba della fondatrice: e quando s'innalzano monumenti, e s'incidono marmoree lapidi per Monti, per Tognetti, per Savonarola e per Cireruacchto, poi per la benefattrice dell'umanità appena una fragile memoria, un busto di gesso la ricorda ai posteri!

Svolgendo l'istoria si trova, che Papa Leone X,. nel dì 11 marzo 1519, permetteva la fondazione doli' Ospedale di Santa Maria del Popolo degl'Incuràbili, e Raimondo Cardona, Viceré di Carlo V, ne gettava la prima pietra in uno dei siti più elevati e salubri dell'antica Napoli. Indi Clemente VII l'affidava ad una Pia Adunanza, e poscia dai Sovrani di Napoli venivano delegati nobilissimi uomini, togati e mercatanti per reggerlo. Un prelato che à il titolo di Correttore o Visitatore, e dipende dalla Sede Apostolica ha cura delle cose spirituali.

Quest'esempio della Longo apriva una nobile gara alla carità, che non viene mai meno nel cuore dei Napolitani, ed una maggiore ampliazione si dava a quell'opera. La reale protezione, vera causa del suo ingrandimento; ed il favore della Santa Sede Apostolica ricorderanno ai più lontani nepoti i cospicui donativi e le largizioni per l'umanità languente e quegli atti non possono leggersi senza restarne commossi. Quell'asilo nel 1805 contava un patrimonio di 3,270,158 ducati, che sono 13,895,674 lire! Veniva l'epoca delle grandi rovine e dei grandi delitti!

L'occupazione francese vaga di riforme sopprimeva le Case religiose, e picchiava anche agli Stabilimenti di Beneficenza, e quantunque si dichiarava nel 12 settembre 1809, ch'era uno dei più sacri doveri dello Stato il sollevare gl'infelici, pure se ne falcidiavano le sostanze; ed assegnavano a nove Case di Beneficenza napoletana ducati 207 mila, o lire 879750; quando già il solo Incurabili teneva più di tre milioni di ducati, o 13 milioni di lire!

Ma spuntava il 1815 e Re Ferdinando I ritornava al trono delle Due Sicilie. Gli Stabilimenti di Pietà ch'erano divenuti la prova della nostra miseria per la soppressione delle dotazioni per lo spartito patrimonio dei poverelli in istolte dissipazioni; e per essere pressoché distrutti, richiamavano le cure di quel Monarca, il perché fu bisogno riedificarli dalle fondamenta, e di questo santo pensiero è informato il Decreto del 14 settembre 1815 col quale si diceva: «Penetrati dalla situazione infelice in cui abbiamo trovato gli Qspedali e gli altri Stabilimenti di pietà di questa nostra Capitale, e persuasi che i disordini che presentano siano un risultato delle perdite sofferte durante l'occupazione militare... Volendo allontanare tutte le cagioni che hanno prodotto la di loro decadenza, e porli in istato di riacquistare l'antico splendore ec. » E di fatti il Re vi accorse con mano generosa, rendendoli un'altra, volta monumenti veramente gloriosi per la nazione, e voile che avessero una somma corrispondente ed un supplemento di dotazione, onde non risentire i vuoti e le perdite sofferte; e quantunque l'azienda finanziaria era tutta sciupata, pure la munificenza Sovrana accordava con decreto del 19 dicembre 1816 al solo Incurabili un attivo di annui ducati 92 mila di rendita, o lire 391 mila con l'obbligo di raccogliere ottocentoventi infermi. Ecco come scriveva quel Principe che il bugiardo Colletta chiama rozzo ed ignorante!!!

Quest'opera veniva poi arricchita per la pietà di chiarissimi personaggi, e per le largizioni Sovrane che in progresso di tempo vi si fecero, da richiamare l'attenzione dei popoli civili e l'ammirazione degli uomini dotti e degl'illustri viaggiatori. E qui merita special ricordanza il compiacimento esternato dall'angelo del Vaticano, dal Sovrano Pontefice Pio IX quando nel 27 settembre 1849 visitava quello Stabilimento trovandosi in Napoli pei tuttuosi fatti del 1848. Ivi si raccoglievano 1140 infermi, cioè 600 uomini e 540 donne; oltre la sala di 120 letti per frizioni mercuriali, e la Clinica per 40 ammalati con un annuo assegnamento di 135,337 ducati di rendita, pari a lire 575,182.

Così quel nobilissimo animo di Re Ferdinando II rispondeva alle calunnie ed alle detrazioni dei suoi nemici che osavano dirlo la Negazione di Dio, con arricchire le opere di beneficenza che sono il vero termometro della civiltà e del progresso di un popolo. Non fa quindi meraviglia se questo Stabilimento quale scoglio inespugnabile resisteva all'urto delle onde, e sì e conservato non ostante il cangiar dei tempi, e le tempeste dei politici avvenimenti.

E poiché una triste esperienza ci ha resi edotti, che tutte le volte che la rivoluzione à innalzato il suo stendardo, si è veduto sempre soffrirne un enorme screzio la Chiesa, il trono, la proprietà, che i miscredenti, i settari agognano per bramosia di potere, di ricchezze e per dar sfogo a proterve e malnate passioni; così dal 1860 fin oggi, a computo fatto, gl'Incurabili difetta di rendita, gli sono mancati i proventi, si sono appropriate le sommo che assorbiscono 1 intero sostentamento degli ammalati, e si à il dolore di vederli scacciati quantunque non guariti. Ecco come si appalesa la decantata civiltà dei settari! E pure se n'è parlato molto, tutto fiato sprecato, e non se n'è raggranellato cosa alcuna!

Oggi quel cospicuo nosocomio presenta un quadro affliggente, si è talmente trascurata questa bell'opera di beneficenza, ch'è caduta nello esterminio, come tutte quante le altre cose umane. Quegli infelici di ogni classe invece di trovarvi ospitalità e sollievo sono trascinati nello sperpero, nella dilapidazione e nella rovina, percorrendo la fatale parabola, cioè che la setta per mantenersi al potere poco si cura dell'umanità, stanteché il fine ultimo che si à prefisso è di distruggerlo! Ed affinché alle parole rispondano i fatti, accenneremo che non si è percepito fin dal 1866, l'assegno sullo Stato di annue lire 102,573.

Si è aggravato il Pio Luogo della tassa mobiliare di annue lire 190 mila, e di quella dei fabbricati di altre annue lire 16 mila. Tutte queste detrazioni dall'attuale rendita ordinaria di lire 725 mila portano la necessità della diminuzione dei letti per gl'infermi, e l'Ospedale sta in deperimento. Si può dire che dell'antica fondazione non ve n'è che una larva, e le sole mura vi son rimaste a futura ricordanza! Nella ricezione poi il quadro è straziante ed affliggente: si respingono quelli che ne hanno bisogno, e si à il doloroso spettacolo di vederne moltissimi boccheggianti, e morire freddati dal male sui gradini di quell'asilo medesimo che dovea accoglierli. Oh se le ombre della Longo, del Cotugno potessero alzar il capo dai loro sepolcri, e mirare cosi stremata quest'opera impiantata con tante cure e sacrifici, esse ne sarebbero pel dolor commosse! Ma i nostri rigeneratori non si curano dell'umanità; essi hanno stabilito che tutto debba cader misera preda della ingorda dilapidazione. Contro questi soprusi sono inutili i lamenti generali, i pianti dei poveri infermi che ci vanno di mezzo, ed in duolo delle derelitte famiglie. Di tanta desolazione gl'italianissirni non si danno briga. Lungi dall'inspirarsi nei sublimi precetti del Cattolicismo in prò dell'umanità sofferente; essi sono mossi dall'egoismo. Tutto questo è intollerabile! Se i Proconsoli che comandano a bacchetta avessero almeno una briciola di amor di patria, non potrebbero permettere che i poveri infermi cittadini fossero così maltrattati! Verrà tempo in cui sarà ricordalo quanto male fecero questi uomini presenti senza umanità, senza cuore e senza cervello, ma la giustizia di Dio li raggiungerà!!!

LO TROVATORE.

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

Caf. Si Tò, justo justo, jo v'aspettava, v'aggio da dicere na cosa de consequenzia.

Ann. Luì, Luì, che le vuò dì lo fatto d'ajere?

Caf. Già.

Trov. Io stongo a li comanne vuoste, jate dicenno.

Caf. Ajere venettero ccà dinto cierte galantuommene e accommenzajeno a par là primma ntra de lloro, po me chiammajeno spiannome certe ccose che io non sapeva, doppo pò, quanto m'abbuscava lo juorno, e sentenno la miseria mia, dicette uno de lloro: ecco ccà, n'aonesto patre de famiglia, no guappo popolano che non pò aizà maje la capo, pecché non tene no capitaluccio, è regolare chesto?

Ann. E dicevano buono, erano propio signure chille llà...

Trov. Appriesso, appriesso, jate dicenno, comme fernette lo trascurzo?

Caf. Lo trascurzo fernette che dicettero nfaccia a me e a Nnarella. Vuje volite asci da la miseria?

Ann Responnette io, volesse Sant'Anna, ma nfi a che tenimmo sti scortecacane, aviramo voglia de fà li peducchie ncuollo...

Trov. E lloro che dicettero?

Caf. S'avotajeno e risponnettero, non è bero, site vuje che non bolite addeventà commode. Mo avite da sape che nce stà na Società la quale pensa pe buje, essa ve vò a buje àutre popolane fà addeventà tutte signure, pecché pensa de costregnere chille che teneno denare ad ajutà ll'operarie; basita che buje volite, avite fatta la fortuna vosta, non avite da fà che ve scrivere dinto a sto libro che tengo io.

Trov. E buje che le dicisteve?

Caf. Io quanno sentette che m'aveva da scrivere, m'anniaje, e pensaje primma de ne parlà a bbuje, dicenno a chille signure, aggiate pacienzia, faciteme pensà primma... allora, chille dicettero, embè, nuje tornammo dimane a ssera. e parlarrammo meglio.

Ann. E pperzò mo ve ll'avimmo ditto a buje, pecché mo nce vò nuje non facimmo niente senza de vuje...

Trov. Ringraziate lo Cielo de non averve scritto, e de ll'avè ditto a me... Ma mo vene D. Criscenzo.

D. Crisc. L'ho fatta un po' tardi stasera?

Ann. Gnernò, vuje venite sempe a ora.

D. Crisc. Si Tore, che vi è di nuovo?

Trov. Pe me tutte cose vecchie, le nnovità le sapite vuje. D. Criscè, ne sapite niente vuje de na certa Società che bà screvenno tutte ll'operarie nuoste, promettennole de le dà no capitale pedono, e lo lavoro da capo e mpede ll'anno?

D. Crisc Oh sì, questa è la Società Internazionale, quella contro della quale si è scagliata la stampa cattolica e reazionaria, dicendo tante bugie, ma il Pungolo però li sta smentendo, dimostrando come quella Società à uno scopo giusto e retto.

Ann. Chesta fosse la Società de che nce parlavano ajersera chille signure?

Trov. Gnorsì, chesta è essa...

Ann. E comme se chiamma?

Trov. Internazionale!

Ann. Carnevale, che sciorta de nomme coriuso...

Trov. Me maraviglio che buje e lo Pungolo dicite cheste pparole... e buje site li governative, e cchille ché bolite lo bene de lo paese? Ma vuje pazziate o dicite da vero?

D. Crisc. Perché?

Trov. Ma vuje volite fà lo scemo pe non ghì a la guerra? D. Crisc Io non vi comprendo.

Ann. Si Tò, parlate chiaro, dicite chello che sapite...

Trov. Chello che ve pozzo dicere io è chesto. Ve piace de volé restà cattuolece?

Ann. Volimmo restà e bolimmo mori tale...

Trov. Volite vuje lo bene de la perzona vosta, de la famiglia vosta, de la casa vosta e de tutto lo prossemo?

Ann. Lo Signore sape comme nuje la pensammo...

Trov. Mbè, se volite tutto chesto, quanno veneno chille famolesdieje stasera pe fà scrivere, dicitele bello bello: Aggiate pacienzia ca nuje non ghiammo cercanno chesto che buje dicite, nuje volimmo travaglia aonestamente, e nce contentammo de lo stato nuosto.

Caf. Ma pecché, Si Tò, fosse cosa malamente?

Trov. È tanto malamente, che avite d'annià a Dio, jurà de fà la guerra a là Cchiesia e a lo Papa a tutte li Rri, a tutte li signure, a li simmele vuoste...

Ann. Non cchiù, Si Tò, ca vuje me facite azzellì le ccarne ncuollo... vi che sbriognate nce volevano fà sto rialo!

D. Crisc Non è vero, v'ingannate. No parleremo. Addio.

Trov. La vota che bene ve voglio spiega io lo ttutto, ma facite chello che dico io... Santa notte.

Caf. Le voglio scassà na seggia ncapo se non se ne vanno chille fauzarie frabutte... lassele veni...

Ann. Luì, io non me faceva capace, comme de sti tiempe ne' avessero potuto essere galantuommene tale, d'avè compassione de lo simmele... se mo è tiempo d'arruobbo, de scortecamiento e de malignetà! Basta, sentarrammo lo Si Tore, che nce diciarrà la vota che bene... Vi che ebboca!

ANNO VI N. ° 76 Martedì 29 Giugno 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

LA NOSTRA DIFESA

Libertà vo cercando ch'è sì cara!

Fummo colpiti da uri sequestro e da una visita domiciliare: dura condizione. Passato il primo momento della sorpresa, del malumore, abbiam fatto ricorso al presidio della legge e ci siamo messi a fare le nostre chiose su gli articoli invocati dall'Ordinanza.

È curioso, noi teniamo sempre setto gli occhi quella benedetta legge per l'attrazione magnetica del Fisco; ed è tutto dire che spesso spesso siamo onorati di quelle carezze, da farci venir meno la pazienza, se questa fosse minore del nostro coraggio civile! Diancine, pare proprio che il diavoletto ci metta lo zampino! Or bene, e lo domandiamo agli stessi nostri avversari in politica, che in onore delia verità ci dicano, qual sia la frase, quale il reato di quella scritta, che non riproduciamo per timore di nuove amabilità. Noi ci siamo espressi chiaramente, dunque vuol dire che le nostre parole non furono ben comprese. Spieghiamole: Se svelare le piaghe che affliggono l'Italia, e si rivelano onde vi si provvegga pel suo meglio, è un reato. Se richiamare l'attenzione dei Governanti, onde il petrolio con le sue scottature non s'infilzi né si dilati nella società, è un crimine. Se discorrere e passare a rassegna i mali che ci tartassano si ritiene per un reati in allora dov'è dunque il compito della libera stampa? dessa diventa lettera morta!

L'Onorevole signor Fisco, perché non guarda quell'articolo, quando la stampa immorale, atea, repubblicana, bestemmia Iddio, insulta il Sovrano Pontefice, il Governo, e maltratta i Cattolici? a questa è tutto permesso, e le si fa buon viso perché accetta alla rivoluzione: ma quando un giornale Cattolico alza la voce per rivederne le bucce, e far toccar con mano quelle pazze fandonie, quelle mistificazioni; in allora per rendimento di grazie si è sequestrati! quando quei prezzolati fogliacci improntano il nome dell'opinione pubblica, mentre è il proprio sentimento per dire vituperi; e di cittadini di quel paese dove, vi sono all'intutto stranieri, e ciò a motivo di fomentare ire di parte, sciorinare arrabbiate filippiche; in allora se ne vanno in brodo di giuggiole i frammasoni, i settari; e quando si minaccia il finimondo, l'apoteosi della Comune di Parigi, del grande agitatore Mazzini, per piacere ad un partito, non vi si trova nulla di offensivo per la legge?! Dunque in Italia la libertà della stampa è solamente pei nemici dell'ordine, della giustizia e del diritto! Ai fogli democratici., con articoli che si leggono raccapricciando, è permesso di contare le contumelie impunemente sopra tutti toni, e sono lasciati in pace; giacché sta per essi l'autorità pegli onorevoli Minghetti e Farini che dicevano già nell'Aula parlamentare: noi siamo tutti rivoluzionari (Atti ufficiali N. 112 pagina 438): quindi... quindi è giusto il sequestro fatto al Trovatore. Ognuno argomenti da ciò che vi è una risoluzione prestabilita di tarpare le ali del nostro giornale.

Dopo tanti sospiri per avete un poco di decantata libertà, si prova il dolore di vederla ripartita in due pesi ed in due misure differenti, quando tutti i cittadini sono uguali d'innanzi alla legge. I Romani inghirlandavano le vittime lasciateci oggi almeno lo sfogo della parola! Questi sono i prodromi della venuta del Re, dell'entrata in Roma?!... Benissimo!... Se Piò IX Maestro infallibile di verità è prigioniero: il Trovatore giornale cattolico, è pago del suo sequestro per aver sostenuto la verità!!!

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

D. Crisc. E cosi, Si Tore, per voi sta che l'Internazionale sia una orribile cosa?

Trov. Orribile, orribilissima, è lo chiappo che strafocarvà lo povero popolo. Ann. Mamma bella, Si Tò, vuje mo mme facite veni la freva, accossì brutta è sta ntorzionale?

Trov. Vuje non ve lo potite fiurà, Siè Nnarella mia...

Caf. Eppure a nnuje non. ca. ànno fatto accapè accossì...

D. Crisc. Poiché in effetti il diavolo non è sì brutto per come si dipinge, capite?

Trov. Siè Nnarè, sentite a me, e buje Si Lui ausoliateme buono, e po diciteme si aggio tuorto o ragione... Sapite che bo fà la Nternazionale?

Ann. Gnernò.

Trov. Mo ve lo ddico io. Essa, avite da sapè che bò vota l'Europa, anze lo munno sotto e ncoppa, la primma cosa soja è chella de dichiarà la guerra a Dio...

Ann. Che le pozza levà lo cuorio!... e chi songo lloro sti scarrafune de chiaveca pe se la piglià co lo Signore? Perzò non avimmo cchiù bene, e le malatie e le mortalità ce fannno azzellì le ccarne...

D. Crisc. Essi non se la pigliano con Dio, ma non vogliono l'impostura della Curia romana le leggi tiranniche dei preti, e ciascuno deve esser libero di credere e non credere.

Caf. A ccomme dicite vuje addonca non ce à da essere cchiù fede...

Trov. Perfettamente chesto, Si Luì. Onne n'ommo senza fede e senza timore de Dio, che cosa pò essere?

Ann. No sbriognato, no mariuolo e n'assassino...

Trov. E cchesto è cchello che bò la Nternazionale... Essa dice a ll'operario? Ched'è sto Dio de li prievete? l'ommo è libero pò fà tutto chello che bò isso, è superiore a tutte, li prievete lo vonno fà schiavo, pauruso, co dicenno che nce stà no Dio che castica e premia, ma chi l'à visto ancora sto Dio lloro? nisciuno...

Ann. Comme, e senza Dio nuje potenziamo stà ccà?

Caf. E lo munno potarria rejere cchiù? è quanno pò s'è perzo lo timore de Dio che ne soccede de n'ommo, de na famiglia, de no paese? Sarriamo tutte animale sarvagge...

Trov. Tale e quale, lo patre e la mamma non volarriano cchiù bene a li figlie lloro, né faticarriano pe lloro, pecche diciarriano: chi me costregne de dà a magnà a cchiste? Songo nate? embè quanno non li potimmo mantenè, nce ne levammo lo pisemo co li mannà fora de la casa... Li figlie diciarriano; ched'è sto patre e sta mamma? Nuje non simmo obbrecate de respettarle e de darle a magnà, che faticassero e se la vedessero tra loro; stanno malate? Vanno a lo Spitale, o se ne moreno, che nce avimmo da fà nuje? E accosì lo marito co la mogliera, li frate co le ssore e tutte li pariente ntra de lloro... Ve pare na cosa bona chesta?

Ann. Si Tò, aggiate pacienzia, fernite pe mo, pecché già me senta veni la tremmarella... lassa tornà n'autra vota a li famulesdieje de chella sera, che femmena e bona voglio piglià na scopa e te li boglio scotolià comme tengo ncapo a me...

L. Crisc. Si Tore, voi esagerate. Addio. Trov. Nò, io dico la verità, e ll'aggio fernì de dì la vota ohe bene. Santa notte.

Caf. Dicite, Si Tò, che nuje ve ringraziammo.

ANNO VI N. ° 78 Martedì 4 luglio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

LA NOSTRA PROMESSA

Col N. 75 del nostro giornale, dopò di aver riportato dal giornale l'Omnibus un periodo riguardante gli ordini severi dati alla Procura di Napoli cóntro la stampa reazionaria e clericale, che sveltamente propugna la ristaurazione del potere temporale, aizzando le popolazioni e promuovendo ogni sorta di ostacoli al Governo Nazionale, promettemmo far conoscere al Commendatore De Palco, Ministro Guardasigilli del Regno d'Italia il grande errore fatto nello emanare quell'ordine segreto. Ed eccoci a mantenere la nostra promessa.,.

Signor Ministro. È un assioma che nessuno Stato, nessun paese può governarsi a civil reggimento, senza che in tutta la sua pienezza domini negli uomini del governo e nello spirito delle leggi da essi loro fatte, la Giustizia. Laddove questa manchi o in tutto o in parte, civil reggimento non può dirsi che abbia quel paese. E poiché mancando la giustizia, si odia la vertà, così ne consegue che si odiino benanche tutti coloro che la verità dicono, e questa onorano; carezzandosi solo quei tali, che mercanti della propria coscienza e del proprio onore, purché un'offa loro caschi in bocca, o un gruzzoletto di oro nelle tasche, o una vendetta possano soddisfare strisciano vili a'  piedi degl'Idoli dorati, ne studiano il lato debole, ne carezzano le passioni, ne alimentano coi loro sperticati encomi o falsi consigli, il capriccio o l'odio.

Da dieci anni, sig. Ministro, pare che questo fosse il caso nostro. Si è detto che la libertà esser doveva uguale per tutti, e questa è stata un privilegio per pochi, il resto della gente non gustando della libertà, che le tasse, i balzelli e tutto quanto à fatto ad essa codazzo dal 1860 ad oggi. Si disse e si proclamò che la Chiesa era libera nel libero Stato, ma questa sonora frase fu una mistificazione, poiché dovevasi dire: Tutte le confessioni sono libere nel libero Stato d'Italia, meno quella Cattolica che devesi ritenere come nociva agl'interessi dello Stato medesimo, come quella che comanda e propugna la verità e la giustizia, in base delle quali l'attuale ordine di cose non reggesi. Si disse puranco che libera doveva essere la manifestazione del proprio pensiero e della propria opinione, poiché il governo ugualmente avrebbe ascoltato la parola di tutti, intesi i consigli, apprezzati i suggerimenti... ma Dio buono! questa fu una più sonora mistificazione. Conciossiaché da dieci anni non si è fatto che dar piena libertà alla stampa prezzolata, imbavagliando quella indipendente, precisamente la Cattolica, detta per ingiuria clericale, e la Conservatrice, parimenti detta reazionaria. Le conseguenze di questo inqualificabile e colpevole procedere noi le vediamo, e particolarmente le sanno coloro che nelle mani, tengono i destini del paese. Finché sul primo trono di Europa sedeva imperatore un cospiratore, creatore di quella esiziale politica che à rovinata l'Europa ed in [. articolar modo l'Italia nostra, smontandola dalle sue antiche basi, era conseguente che il governo d'Italia fossesi ispirato a quella stessa politica, ed avesse ripudiata la verità, giungendo i suoi Ministri a dire che con la verità nini si governa; ma dopo la catastrofe toccata alla Francia, appunto come conseguenza di non avere a tempo ascoltata la verità, noi avremmo creduto che ornai il tempo era giùnto che gli uomini del governo dovessero riparare gli errori commessi. Ahimè! ci siamo ingannati a partito... giacché sempre i quelli son gli uomini, sempre quella è la politica... Guerra alla stampa onesta, odio alla verità e alla giustizia...

Eppure se siavi stata parte di stampa che avesse additata al governo la retta viada seguire é stata appunto quella detta clericale e reazionaria. Questa stampa benché perseguitata ed odiata e dal governo, e dal partito settario, sfidando imperterrita le minacce e le persecuzioni, chiuso l'orecchio alla seduzione ed alle promesse di lucri, d'impieghi e di cariche stiè ferma sulla breccia, e disse al governo la verità. Questa non fu udita, nelle sovversive evenienze il governò subì umiliazioni e perdite, moti di piazza ed altro tutto previsto dalla stampa clericale e reazionaria, ma non per tanto esso seguitò la sua via, sino al punto in cui oggi slamo.

Signor Ministro. Tutto il lusso di persecuzione spiegato contro la stampa CattolicoConservatrice, in particolar modo con l'ultima vostra Circolare a questo Procuratore del Re, e che noi avemmo la ingenuità di ritenere falsa, quando appunto in quello stesso Numero di giornale, dovevamo sgannarci, ricevendo un sequestro, è ornai più che una puerilità, un errore; e se vogliamo esser franchi, un odio prestabilito contro la grande maggioranza del paese. Certo, signor Ministro, che in dieci anni i Cattolici ed i Borbonici non ànno cospirato, né demoralizzato le masse, né insinuato nel popolo il disprezzo a qualsisia autorità costituita. Essi adempiendo ad uno imprescindibile dovere, sonosi astenuti da qualsivoglia partecipazione alle cose politiche, solo facendo udire la loro voce, come salutare avviso al governo di non farsi ingannare dai cortigiani o settari, denudando le vive piaghe del paese, manifestando il vero sentimento del popolo... In tutte le cause trattate dalle Assisie non una sola volta si e potuto trovare il delitto di cospirazione contro del governo in persona di Cattolici e Borbonici. Poiché essi ànno sempre combattuto il sistema con l'arma potentissima della ragione i e del fatto spassionatamente, ed a luce di sole, ritirandosi poscia a deporre a piedi dell'altare le ambasce del loro cuore, o piangere sulle sorti della patria nel segreto delle loro famiglie.

Viceversa, sig. Ministro, la stampa che dicesi liberale e i progressista è stata tutto un apostolato continuo di menzogna, di demoralizzazione, di corrompimento delle masse, e con mille maniere à cercato guadagnarne lo spirito per farne più tardi, di quelle operaje in particolar modo, tanti gregarì della Internazionale...

La stampa settaria dal governo protetta, à mésso lingua e mani in tutto e su tutti, financo violando il santuario dimestico, attaccando non solo l'azione, ma proprio l'individuo, fosse stato questo anche un Ministro, un Principe, un Sovrano... Oggi questa mentre carezza il governo in tutt'i suoi errori, e fa causa comune con esso, coalizzandosi contro la stampa Cattolica, Conservatrice, affila le armi, e recluta uomini per atterrare il governo. Sì, sarà dura questa parola, o Ministro Commendatore De Falco, ma è la verità.

Noi stiamo sopra un Vulcano... I popoli sonosi resi stanchi, la pressione è stata troppa, gli animi sono concitati, tutto indica che una tempesta potrà scoppiare... E tutto questo non già per opera della stampa cattolica, non perché la reazione lo faccia, ma come conseguenza delle inconsulte leggi, dell'irritante impolitico sistema, degli errori commessi volendo seguire una politica di avventure...

Sig. Ministro, l'ultima vostra Circolare riuscirà precisamente allo scopo opposto a quello da Vostra Eccellenza prefisso. Essa mentre ribassa sempre più in faccia al popolo l'idea della potenza del governo, lega le braccia alla parte onesta di quello, sciogliendole in pari tempo ai nemici.

Commendatore de Falco, l'Internazionale lavora e per bene... la classe operaja in ispecie è troppo proclive ad una riscossa, poiché la fame è una cattiva consigliera. I cattolici e gli onesti che con la loro autorità, ed i loro consigli dati per l'organo della loro stampa, potrebbero porre in guardia gli operaj, contro le seduzioni della setta, voi, o Ministro, li perseguitate; ebbene, lorquando la tempesta scoppierà, allora forse vi ricorderete di aver commesso un fatalissimo errore contro l'Italia vostra, cioè l'Italia legale, come la disse il Senatore Jacini...

Vorremmo essere cattivi profeti, ma dieci anni di esperienza àn dimostrato che spesse volte abbiamo colto nel segno!!'

LO TROVATORE.

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

D. Crisc. Si Tore, parliamoci mo francamente, tutto quello che voi avete detto contro i Comunisti, dovete convenire con me, che non è la verità!

Trov. Avite sbagliato, e me scusate se ve dico che chesto pparlà non ve commene, pecché difennere a ll'assassine, non è na cosa annorevole pe no galantommo...

D. Crisc. Spiegatemi perché voi li chiamate assassini.

Trov. Primma de tutto io aggio na promessa co lo Siè Luige e la Siè Nnarella de le spiecà lo ttutto de chesta mmalora de setta; sentiterce buono, e po diciteme addò sbaglio.

Ann. Gnorsì, Si Tò, dicite, ma primma mm'avite da fà capace addò se è aonita chella rocchia de bacamunne, che se fanno chiammà ntorzionale... e pecché se chiamma accossi; fossero tutte ntorzate?

Caf. Nnarè, che ne vutte, statte a ssentì.

Trov. Sta società nascette a la Germania e propiamente a Berlino, e lo capo se chiamma Pietro Mal.

Ann. No nomme propio adattato Pietro Male, à da essere da vero no chiappo de mpiso, pevo de li facce d'accise che nce songo venute a fà la varva e lo contrapilo da lo Sissanta a mo...

Caf. Nnarè, statte zitto e lassa parìa...

Trov. Addonca sta Società annevinate che s à schiaffato ncapo? Nientemeno, comme v'aggio ditto ll'autra vota, de. distruggere li regne, le ccità, li paise e accidere tutte chille che non songo de la parte soja...

D. Crisc. Oh, oh, questa è grossa...

Trov. Gnernò, che non è grossa, anze è niente. Sentiteme, buono...

Ann. Ma, Si Tò, aggiate pacienzia, chiste lloco songo crestiane?

Trov. Ca chesto ve voglio dì, canoscenno sti signure che pe fà chesto s'à da levà da miezo la religione, ànno pensato de stabeli che pe lloro non ce à da essere nisciuna fede, non bonno la Chiesia, e pperzò non bonno nisciuno Sacramento, non bonno prievete, non bonno muonece, non bonno Io Papa, non bonno li Sante, non bonno a Dio...

Ann. Che pozzano crepà, e che bonno na spaia ncuorpo? embè, nce stanno gente che ll'ausolejeno e le vanno appriesso?

D. Crisc. È falso tutto questo, sono perfide insinuazioni dei preti; perché siccome l'Internazionale fa guerra alla loro impostura, cosi essi la dipingono con neri colori in faccia al popolo per farla odiare...

Caf. Cheste songo le ssolete buscie... è cosa vecchia, Don Criscè...

Trov. Sentite. Loro diceno nfaccia a ll'operarie, pecché justo mmiezo a sta crasse fanno li coscritte lloro. Ann. E pecché, neh Si Tò?

Trov. Pecché essenno che ll'operarie ogge ncausione de sti govierne librare, voglio dicere liberale, se moreno de la famme, accossì se prestano cchiù bolenno a sentì le cchiacchiere de quacche mbroglione che li vo tirà dinto a la rezza, co farle abbedè la luna dinto a lo puzzo, capite? Promettennole fatica, denare, spasse, divertemiente e mmeziannole che lloro songo na gran cosa, che a fronte a lloro la Chiesia, li Rri, li govierne, le legge songo no zero, pecchè basta che lloro vonno fernarria ogne ccosa.

Ann. Oh che bella sciorta! E se è accossì non manca de vedè Rre a Sossio lo monnezzaro d'Arzano, che vene a piglia la monnezza dinto a lo palazzo mio; Menistro a Petrillo lo solachianiello che stà sotto a lo portone mio, e Prefetto a Ghiennariello lo guarzone de lo cafè... che nce vò essere a bedè no Re co lo zappiello e lo cuofano ncuollo, no Menistro co na sporta de mezecape scosute, e no Prefetto co na cocoma de cafè ramano... ah... ah... ah... Sentite pò, fuorze non se stà vedenno...

Caf. Nnarella, Nnarè, appilete la vocca, capisce?

D. Crisc. Ma che diamine affastellate, niente di tutto quello cne avete detto.

Trav. Niente gnorsì nquanto a li Rri, pecché la Nternazionale non bo cchiù Rri, ma pe riguardo che no monnezzaro, no solachianiello, no guarzone de cafè potessero essere autorità mmano a la Nternazionale, chisto è no fatto, pecché a Parige ntra li 70 juorne che nce fuje lo Comunismo, chille che comannavano erano tutte fujetive de galera, fauzarie, ruffiane, facchine de triato, piattare, sciacquante de cantina, coseture, scarpare, vagabunne, jocature de jornata, picciuotte e camorriste, gente che s'avevano vennuto l'annore, che avevano avuto da fui da li paise lloro pe mmariuole e autre ccose, capite? Lo potite annià, neh D. Criscè...

Ann. A ccomme sento erano tutte granne de Spagna e fasce de S. Gennaro... Vi che lotamma! Avisa che fleto à avuto da lassà sta chiaveca nParige... comme sino a mo non ce è schioppato no colera co tutta sta fetenzia ammontonata llà, io no lo ssaccio...

Caf. Autro che colera, se sapisse ch'ànno fatto?, Si Tò, parlate, parlà...

D. Crisc. Protesto, fo la mia protesta...

Ann. D. Criscè, che ve sentite veni quacche cosa, che bolite fà la protesta de la morte? Eh sì! site arrivate co na protesta... pe se polezzà lo pelliccione de no libraro, e mparticolare de no libraro de lo 1860 nce ne vonno lescie e rotola de sapone...

D. Crisc. Protesto, perché il Si Tore dice bugie...

Ann. E buje avite ditta maje nisciuna verità?

D. Crisc. L'Internazionale vuole che l'operajo non sia più uno schiavo, che non sparga il sudore per servire il ricco, che non deve essere il trastullo dei preti e dei Re, ecco tutto. '

Trov. Bravo. Onne l'operano à da essere no vacabunno e magnafranco, pecché non à da sudà cchiù ncoppa a la fatica, no mariuolo pecché à da dicere nfaccia a lo ricco, che pò essere pure n'operar io comme a isso lo quale s'à fatto na fortuna a bia d'abeletà e fatica; guè, damme a magnà, donare into la sacca, e tutto chello che m'abbesogna, sino me Io ppiglio co le mmane meje... Non à da sentì cchiù li prievete che le diceno: figlio mio, ncoppa a sta terra tutte avimmo da fatica da li Rri, nfi a ll'urdemo de la via, a li bene de sto munno non àje d'attaccà passione, pecché quanno muore niente te può portà appriesso, e tutte ncoppa a sta terra simmo comme a li passaggiere ncoppa a na locanna, che la sera nce stanno e lo juorno appriesso nò... la rrobba de ll'autre non se tocca, lo prossemo s'à da reguardà e amà; non è permesso de mmidià e odià nisciuno, simbè fosse nemmico, pecché se la vedarrà co Dio, s'à d'ave pacienzia, s'ànno da rispettà ll'autoretà, obbedì a le llegge, e pigliarse tutto pe ll'ammore de Dio...

L. Crisc. Ed ecco che cosi si annichila lo spirito, e l'operajo da uomo diviene un asino che porta la soma... Addio.

Ann. Si Tò, non lo date audienzia, chillo è n'anema perza.

Trov. Mo sto stracquo, ve parlarraggio la vota che bene. Santa notte...

Caf. Nuje v'aspettammo.

ANNO VI N. ° 79 Martedì 6 luglio 1871

LO TROVATORE GIORNALE DEL POPOLO

DOPO IL 2 LUGLIO 1871

Finalmente la Rivoluzione à raggiùnto il suo compito, à ghermita la sua preda sotto lo sguardo di quella Europa medesima che. dal 1860 in qua, la guarda, ne numera i delitti, se ne sdegna, protesta, ma pur non uomo muove contro ad essa che anzi dopo alquante sterili dote, e teatrali scene unisce col riconoscerne i fatti compiuti... Invero, none chi non si sente stringere l'animo per l'inqualificabile condotte della diplomazia Europea da un lato, la quale giuocando1 di altalena, sconosce la sua forza e la sua missione, e la rivoluzione da un'altra che sempreppiù audace s'impenna correndo a galoppo, quasiché per essa niente più esistesse in Europa. Però quella, che sembra più strana è la condotta del Principe di Bismarck che oggi sembra avesse spiegata una inaspettata simpatia per l'Italia dei Lanza e dei Sella, per quella medesima Italia che pochi mesi or sono à esaurito contro di lui e del suo Sovrano tutto il Vocabolario delle ingiuria e delle villanie... Ma come va, diranno i nostri lettori, questo avvicinamento improvviso, di un paese '.;he si regge con un dritto contro del quale e per abbattere il quale, il Principe di Bismarck à ottenuto di fare la grande guerra contro la Francia? E quell'Imperatore Guglielmo che à protestato sempre tenere Egli la Corona dal solo Iddio, minacciando che guai seri sarebbero accaduti a quelli che audacemente lacerati avevano ir trattati, può mai oggi stendere la mano all'Italia, e rinnegare il suo dritto, e se stesso? Non temere, poiché né Guglielmo Sovrano per dritto divino, né il Principe Ottone di Bismarck imiteranno gli stessi errori di Napoleone ILI. Essi vecchi, l'uno nell'arte di regnare, e l'altro in quella della politica sanno bene manovrare perché i venti non riescano loro nocevoli. Oggi la Prussia esegue con l'Italia lo stesso giuoco che tanto bene le riuscì con Napoleone III; la Prussia anzitutto è una potenza eminentemente egoista ed ambiziosa, quindi in cima di ogni suo pensiero sta il proprio interesse; la Prussia nella guerra contro la Francia aveva di bisogno che l'Italia fosse rimasta non solo neutrale, ma neutrale nemica della Francia, ed ecco che prima la paralizzò con la famosa lega dei neutri, la mercé delle ciarle inglesi, e del de Beust, poscia la fe rompere addirittura con la Francia, incoraggiandola all'atto del 20 settembre 1870... Oggi poi che a avuto bisogno dell'Italia per caricarle sulla groppa il peso dei 45 milioni del Gottardo, l'à ammiccata con l'occhio,, le à steso la mano, e con qualche moina te l'à bella bella gabbata... mentre nella prima tornata della Camera dei deputati à fatto proclamare ed approvare la politica del nonintervento. Supporre che il Principe di Bismarck sia capace di farsi corrompere, è quanto dire che il Sole non avesse luce... Se egli fosse stato tale, noi non avremmo visto Parigi assediata, poiché la guerra saria finita dopo Sedàn, ivi accomodandosi per bene le partite, e mentre Bismarck avrebbe ottenuto da Napoleone l'Alsazia e la Lorena con qualche altra cosa, avrebbe poi in compenso ricevuto bastanti milioni, ed oggi sul trono,di Francia noi vedremmo ancora il Bonaparte. Credeteci, che se non à potuto con tutte le sue arti ed i suoi mezzi corrompere il Bismarck quel Napoleone che à avuta l'abilità di corrompere tutti i più temuti ed;influenti uomini politici dell'Europa, un tale compito certo non sarà per il meschinissimo ingegno di un Lanzii; ne per l'astuzia grossolana degli altri Ministri italiani.

Ma soggiunge qualcuno, che la Prussia per tenere sul chi vive l'Austria e la Francia'  carezzerà l'Italia.;. Niente di tutto ciò, diciamo noi; la Prussia oggi più che ogni altra potenza à interesse che la rivoluzione venga abbattuta, ovunque, e precisamente in Italia, poiché se questo non succederà l'Impero Germanico è un morto nato... La Prussia non si procurerà da se Stessa degli imbarazzi gravissimi e seri che potrebbero farle perdere in un giorno il frutto, delle sue numerose vittorie, poiché la maggioranza dei Cattolici di Germania non essendo più con essa, o con l'indifferentismo, o con aperte ostilità interne ridurrebbero la Prussia ih uno stato deplorevolissimo, facilitando la vittoria di quei nemici che la volessero attaccare... e poi, se per la guerra contro il Bonaparte si è vista l'intera Germania levarsi in armi, e l'Europa moralmente aiutar la Prussia, non sarebbe così se. la Prussia volesse, intraprendere una nuova guerra per l'Italia, la di cui politica pienamente odiata dai governi: e dai popoli tedeschi. Quindi sta per noi che la Prussia giuoca l'Italia che nel caso di una guerra tra l'Italia ed altra potenza, la Prussia oltre l'aiuto di qualche sterile consiglio e di qualche nota convenuta, non altro farebbe...

Certi che gli avvenimenti precipitano e fra pochi giorni forse sapremo che ci siamo ingannati!

LO TROVATORE.

BUGIARDI! ALBERGO DEI POVERI, ED ESPOSIZIONE MARITTIMA

Nell'altro numero trattando della Esposizione Marittima e l'Albergo dei Poveri dimostrammo, come le iscrizioni:poste i in piè degli oggetti d'arte, ricamo e guanti, eran bugiarde, essendoché le scuole relative ad esse, una rimontava al 1815, e altra sebbene di epoca posteriore, pure, molto anteriore era a quella degli anni 69 e 70, come è piaciuto ai poeti scrittori di quelle fandonie improvvisare... E determinazione ed esattezza dell'epoca è tanto necessaria per quanto forma la parte essenziale e dimostrativa della storia delle arti del nostro paese, e determina a chi di dritto spetti l'onore ed il premio dovuto quali autori od autrici di quelle ammirevoli manifatture, che gente inonesta con una bassa mistificazione intende usurpare, appropriando il bello ed il buono i di un tempo, ad altro, solo per la mania di annettersi, giacché oggi tutto è annessione, sinanco i furti delle pubbliche casse, ciò che non è suo, né per opera sua... Dicemmo pure che saremmo ritornati sull'argomento, trattando di tutte quelle arti e mestieri che in altri tempi fiorivano nello Albergo, ed oggi sono un semplice ricordo della cronaca di quel Pio e grandioso Istituto... Eccoci dunque a tener la fatta promessa; e poiché trattasi di cose storiche Bel nostro paese diciamo ai lettori che le notizie che noi diamo, le abbiamo tratte dagli Annali Civili, fascicolo XIV, marzo ed aprile 1835.

Arti E Mestieri

Stamperia — Fu introdotta nell'anno 1827. Vi lavoravano 26 giovani; avea 6 torchi, 40 cantaja di lettere d'ogni specie. Si lavorava per conto del Ministero dell'Interno. (Abolita da circa cinque anni! ).

Litografia — Vi lavoravano dieci disegnatori e 15 allievi dell'Ospizio. (Spenta da anni!).

Panzoni di acciaio Matrici di caratteri a stampa — Introdotti in Napoli da un siciliano che erasi istruito in Parigi, sotto il conosciuto artefice Dldot, venivano maestrevolmente manifatturati nello Albergo. Una tale industria nel 1835, era salita a sì alto grado d'importanza, che nel magazzino destinato per deposito degli oggetti manifatturati, eranvi riposti dieciottomila libbre di metallo lavorato. Secondo un computo fatto, l'officina che era magnificamente costruita ed ordinata, conteneva dugentomila libbre di lavoro, il quale importava approssimativamente la somma di ducati quarantacinquemila di movimento pecuniario, pari a lire 191. 250... Vi lavoravano più di cento operai. (Ed oggi? non è più!)

Fabbrica di spilli — Conteneva oltre a cento lavoratori, e ad un dipresso compiva in ogni anno dodicimila libbre di spilli, producenti là circolazione di novemila seicento ducati pari a lire 40800. (Ed oggi? non esiste!)

Fabbrica di piccoli chiodi, con voce d'uso detti punte di Parigi — Vi lavoravano da cento operai. (Spenta!).

Fabbrica di piastre di fucili — Ne dirigevano il lavoro due maestri, cinque allievi per ordinare le piastre e 53 per lavorare, tutti dello Albergo. (È spenta!)

Fabbrica di lime e raspe — Aveva un Direttore, e cinque maestri artefici stranieri ne dirigevano la vastissima fabbrica. (Oggi? Non è più!)

Spaccio di piccoli favori in bronzo — Un ingegnoso Veneziano, a cui vennero concesse due stanze, eseguiva, con un suo nuovo ritrovato, bellissimi lavori in bronzo, copiandoli spesso dallo antico; nove lavorieri erano dello Albergo. (Esso è spenta!).

Piccoli lavori di pietre del Vesuvio — Un solo maestro, e due giovanetti dello Albergo, tennero per qualche tempo animata questa industria. (Essa è spenta!)

Fabbrica di vetro bianco e coloreto — Dieci allievi dell'Albergo congiuntamente ad altri venti estranei lavoravano in questo Opificio; e fin dal primo anno della sua istallazione si vendettero oggetti di vetro colorato, per la cifra di ducati ottomila, pari a lire 34,000. (Oggi? E spenta!).

Lanificio—Fabbrica completa. Lavoravano 120 artieri tutti dello Albergo. Si manifatturavano particolarmente i così detti peloncini, dei quali in ciascun mese se ne fabbricavano non meno di cento pezze, ciascuna di canne 10 a 12. (Oggi? È spenta).

Manifatture di tela — Vi erano 50 telai, 30 per uomini, e 20 per donne, ove lavoravano 100 uomini e 50 donne, non compresi i maestri e le maestre. Il Direttore di questo Opifizio in una pubblica mostra, meritò la medaglia di oro, e due volte quella di argento, come pure venne decorato con medaglia di oro il Direttore della fabbrica di cristalli colorati. (Oggi? non esistono!).

Fucine di fabbri ferrai, venti. (Abolite).

Fabbri muratori, quaranta. (Aboliti).

Nella famiglia donne poi, che al 1835 ascendeva a 2935 individui, ed oggi ridotta a soli 1800 distribuite in tre Stabilimenti, vi erano oltre alle descritte fabbriche di guanti, e ricami in bianco ed in oro, puranche una fabbrica di tessuti di cotone à spola volante, e 12 telai a ciò addetti, davano cento canne al mese di tessuti per uso della famiglia; come pure erari una fabbrica di cappelli da donna con paglia e legno. Per il tessuto a spola volante vi erano 13 telai e 26 tessitrici dell'Ospizio, un Direttore ed una Direttrice.

Ecco in abbozzo cosa era l'Albergo dei Poveri quando ne reggevano le sorti, e ne amministravano le pingui rendite uomini severi e probi, e non capricciosi, ed impari all'impresa; i quali ponendo in cima a tutto la soddisfazione della propria volontà àn fatto deperire un'opera sì stupenda di carità cittadina, di filantropia, di civile educazione, di benessere non solo dei poveri reclusi, ma sivvero del popolo tutto, che nel decoro ed incremento di sì grandioso Istituto, andava superbo di mostrare allo straniero come l'Italia fu sempre culla del bello, e che sotto allo incantato Cielo di questa voluttuosa Napoli fioriron sempre: Carità, Genio e Lavoro...

Perché l'argomento che abbiamo impreso a trattare, interessa ugualmente chiunque in peculiar modo ama la natia terra, ed in generale l'Italia tutta!, ci siamo proposti di trattarne peculiarmente in qualche nostro numero consecutivo smascherando i detrattori dello Albergo, e richiamando l'attenzione degli onesti a qualunque gradazione politica si appartenessero, sulla riorganizzazione di sì insigne opera, onde non perisca per volontà inetta, o perfida; e Napoli nostra perda benanche quest'ultima gloria rimastale dai nostri antenati.

In tutti i tempi, e fra tutte le colluttazioni di partiti, come fra tutti i popoli e le nazioni evvi un punto comune dal quale non possono discotarsi senza suicidarsi, è questo punto è formato dalla Giustizia e dalla Verità!

Con uno dei prossimi numeri daremo facendo un quadro comparativo tra l'Albergo prima del 1860, e l'Albergo dal 1860 al 1871.

CHIACCHIARIATA DINTO A LO CAFÈ DE L'ALLEGRIA

Gnaz. Oh, Siè Nnarè, comme state?

Ann. Uh, spitabanchetto mio, e d'addò si asciuto?

Gnaz. Eh, mo non songo libero comme a primma.

Caf. Neh, neh, e che staje occupato?

Gnaz. Gnorsì, vaco a la scola...

Ann.. Ah... ah... ah... lo ciuccio che teneva lo si Jennaro lo padulano a 20 anne voleva mpararese a galoppà, ma pigliaje na nciampecata e se rompette le ggamme... sfatte attiento Gnaziè, che tu jenno a la scola mo che da paricchie anne àje apparata la vocca non te n'avisse da nghiettechì...

Gnaz. N'avite appaura... che «accio fa lo fatto mio...

Trov. E a che scola vaje, Gnaziè?

Gnàz. Simmo paricchie che ghiammo a na parte addò nce sta no guappo masto che nce mpara...

Ann. E che te mpare, neh Gnaziè? Si arrivato ancora a lo libro de le ssette trombe?

Gnaz. Vuje qua trombe llà se mpara tutto autro de chello che credite vuje...

Ann. Aggio capito, se mpararrà comme s'à da levà lo rilorgio da pietto, o lo moccaturo da la sacca a la gente senza che se n'addonassero? e a chesto tu nce riesce... pecché la faccia te connanna...

Gnaz. Io vaco a senti dicere, nuje autre operarie che minimo, e chello ch'avimmo da fà...

Trov. Lo sentite, Siè Nnarè, trovate le pparole meje?

D. Crisc. Ebbene sentiamo cosa t'insegnano?

Gnaz. Primma de tutto me diceno che s'à da essere spregiudecato, po non s'à da rispettà niente, pecché tutto è niente affronte a nuje e nn'urdemo, de sapè nn'accorrenzia mania la scoppetta e lo cortiello pe difennere lo fatto nuosto...

Trov. D. Criscè avite capito ch'à ditto Gnaziello?... e se jammo nnanze accossi, fernarrammo che avimmo da i passianno co no cannone sotto a lo vraccio, e no duje botte mmano... Ve pare buono, D. Criscè?

D. Crisc. Ma infine non è poi un male quello di riunire gli Operai in Società sotto vari nomi ed insegnargli a saper conoscere e far valere i propri dritti...

Gnaz. Se capisce chesto, e che fuorze nuje non simmo carne vattiata? E lo signore che tene cchiù de me ch'à da te né denare, à da magnà buòno, e à da ì ncarrozza?

D. Crisc. Sentite, Si Tore, come con la sola logica naturale ragiona Ignàziello?

Ann. Se spieca,buono, che manco lo Varvanera accossì...

Trov. Non è che pe la logeca naturale Gnaziello parla accossì, ma pecche accossi l'anno ditto chille famolesdieje de la Nternazionale. Addonca, Gnaziè secunno dice tu, ncoppa a sta terra ànno da essere o tutte pezziente, o tutte ricche, non è bero?

Gnaz. Già, pecche lo signore non tene nisciuna cosa cchiù de me...

Trov. E allora piezzo de cetrulo mio chi farria cchiù l'Operario? Nisciuno. Non nce sarriano cchiù né arte e né mestiere, non nce sarria cchiù ordene, né la società, e sarriamo tutte na cosa... la terra non sarria cchiù cordivata da nisciuno, pecché lo zappatore pe magnà se ne jarria da lo proprietario e se lo farria dà pe forza, e accossì fenarriamo, mmece de essere tutte ricche, a deventà tutte pezziente... e non s'avarriano cchiù ne commercio, né mmestiere e né tutto chello che se vede pe le Cità e li paise de bello o de granne; pecché operane non nce ne sarriano cchiù, essenno che pe magnà non avarriano da faticà cchiù. Ve pare buono chesto?

Gnaz. Io no lo ssaccio... ma saccio che io pure songo n'ommo e aggio dritto de ave lo mio...

D. Crisc. Ah ragione, basta ne parleremo. Addio.

Ann. Vi quanno maje Gnaziello à parlato accossì? e chi pratteca cò lo zuoppo ncapo dell'anno ceca e zoppeca.

Trov. Basta, la vota che bene nce spiegarrammo meglio, Gnaziè non manca. Santanotte.

Gnaz. Io vengo justo pe ve risponnere. Addio.








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