Eleaml


Non sappiamo chi abbia dato il via (ci vengono in mente Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia del 4 maggio 1972, Paolo Martino nel 1988, Giovanni Tessitore nel 1997 e Salvatore Lupo nel 2004, ma ce ne sono tanti altri che nel tempo si sono accodati) alla vulgata che Pietro Calà Ulloa avrebbe descritto – per primo! – la mafia, dalla lettura integrale dei documenti scovati dall'eminente storico calabrese Ernesto Pontieri non lo si desume.

Ciononostante capita di leggere su vari siti affermazioni del genere: “Il primo documento ufficiale in cui furono indicati i caratteri organizzativi, sociali, economici e culturali della mafia fu scritto da Pietro Ulloa, Procuratore Generale presso la Gran Corte Criminale di Trapani ed inviato, il 3 agosto 1838 al Ministro di Giustizia, Parisio.”

A nostro avviso, occorre una buona dose di fantasia a intravvedere una descrizione della mafia nelle relazioni “riservatissime” indirizzate al ministro Parisio.

Consorterie, gruppi criminali, sette di pugnalatori esistevano in tutti gli stati preunitari. Se in Sicilia ed in altre provincie meridionali, tali sette non furono decapitate come avvenne altrove lo si deve allo stato italiano che se ne servì per controllare le provincie meridionali che per quasi dieci anni si opposero manu militari alla unificazione sabauda.

Il testo è stato ricavato da un PDF disponibile sul sito http://www.storiamediterranea.it, dove potete trovare l'intero libro di Ernesto Pontieri (Ernesto Pontieri - Il riformismo borbonico nella Sicilia del sette e dell’ottocento - Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1965.) di cui vi consigliamo la lettura.

Per motivi di copyright pubblichiamo solamente i due documenti di Ulloa ma non il commento di Pontieri che potrete leggere a questo indirizzo:

http://www.storiamediterranea.it/ - Scaricate il Cap. IX - Ferdinando II di Borbone e la Sicilia: momenti di politica riformatrice.

Sullo stesso sito trovate anche altre due importanti opere di Ernesto Pontieri in formato pdf: Il tramonto del baronaggio siciliano e Lettere del marchese Caracciolo, viceré di Sicilia, al Ministro Acton (1782-1786

Zenone di Elea – 20uglio 2013

ERNESTO PONTIERI

Il riformismo borbonico nella Sicilia del sette e dell'ottocento

Edizioni Scientifiche Italiane

Napoli

1965

FERDINANDO II DI BORBONE E LA SICILIA MOMENTI DI POLITICA RIFORMATRICE

A. SULLE CONDIZIONI DELLA MAGISTRATURA di P. C. Ulloa

B.  CONSIDERAZIONI SULLO STATO ECONOMICO E POLITICO DELLA SICILIA di P. C. Ulloa

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1. LE CONDIZIONI DELLA SICILIA

AI PRINCIPI DEL 1838 IN DUE DOCUMENTI INEDITI

In due relazioni fino ad oggi inedite 1 che, agli inizi del 1838, il novello procuratore generale del re presso il tribunale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, faceva al ministro della Giustizia Parisio in Napoli — nella prima di esse son tratteggiate le condizioni della magistratura in Sicilia; nella seconda, di più ampie proporzioni e di più ricco contenuto, si descrivono le condizioni politiche, sociali ed economiche della stessa isola — abbiamo un quadro palpitante di dati e di fatti, di rilievi e di osservazioni molto interessanti, attraverso cui potremo preliminarmente formarci un'idea abbastanza chiara della situazione interna della Sicilia appena qualche mese dopo uno dei suoi più gravi rivolgimenti, quello del 1837.

Non vi è quindi motivo di rimandare, secondo la consuetudine metodologica, la pubblicazione di questi interessanti documenti in appendice alle presenti note, che da essi hanno derivato spunto e sostanza. Incominciamo invece col presentarli immediatamente al nostro lettore.

A.

SULLE CONDIZIONI DELLA MAGISTRATURA

Trapani, 25 aprile 1838.

Riservatissima,

Eccellenza,

Il basso stato in cui è caduta la giustizia in questa Sicilia Cisfarana nacque da diverse e gravissime circostanze. La prima fra tutte fu l'avversione al novello ordinamento giudiziario, quindi l'ignavia di coloro che dovevano dar moto alla macchina novella.

L'amministrazione della giustizia fu, durante il decennio, un caos; perciocché agli antichi vizii delle Leggi e dei Magistrati del Regno si aggiunsero i nuovi generati dalle passioni politiche, dai bisogni della guerra, dalle urgenze dell'Erario, dalla esigenza degli stranieri e degli emigrati.

Il riordinamento del 1819 promettea un felice avvenire, ma gli uomini del Foro, che avean nome, siccome avvenne anche nel Regno, si pronunziarono fortemente contro l'ordine novello delle cose 2. A ciò si aggiunse (ed è penoso il dirlo) che alcuni magistrati napoletani spediti a stabilirlo abusarono della loro missione, e fecero servire alle loro private passioni le nuove dottrine, che vollero non insegnare ma imporre.

La riluttanza fu maggiore dopo le vicissitudini del 1820, perché quei che reggevano le cose della giustizia, non potendo diroccar da cima a fondo il novello edilizio, siccome era nel desiderio loro, con Leggi novelle, impresero a demolirlo indirettamente.

I vuoti lasciati dallo scrutinio e dalla morte non venivan riappianati, e con semplici ministeriali si ordinava alle Gran Corti Civili e Criminali di votar le cause con quattro e sin con tre giudici.

Il modo onde si volle arginar tale sventura, riuscì per avventura uguale al male temuto, perché si riempirono i Collegi di uomini ¡non solo senza ingegno e senza riputazione, ma ohe ne aveano delle tristi o plebee. Così D. Carlo Artale, pria Capitano e poscia controbandiere, fu di un colpo nominato Procuratore Generale; Montello fu Ufficiale di Milizie e poscia maniscalco, ed ora è lo scandalo dei Tribunali civili della Sicilia.

Molti ascesero ai primi gradi d'un salto, molti rapidamente. Gli esempii sono notissimi e scandalosi.

Le pratiche e gli usi li rende poi dispregevoli. L'informo, che qui dicesi dar soddisfazione, si ottiene con una contribuzione di rito alla porta del magistrato. Quindi domestici non solo pagati, ma paganti, perché obbligati a fornir di cera l'appartamento del Giudice. Ed è si inveterato tale abuso, che non di rado è avvenuto che il Giudice abbia dolcemente redarguito l'avvocato di non aver lasciato l'obolo alla porta d'ingresso.

Le meraviglie che ne hanno fatto i Magistrati ¡napolitani son sembrate stranezze, perché, come avvien di tutti gli abusi, il tempo li ha legittimati. La venalità e la corruzione non entra del tutto straniera nelle Camere dei Collegi. I soprusi e le prepotenze son frequenti, e par che si voglia far mostra di potere, non potendo di probità e di dottrina.

L'onnipotenza aristocratica creò tali Magistrati, e radicato è nell'animo di questi una vilissima soggezione a quanti sono patrizii di Palermo.

I. — Unico rimedio a tanti guai, a mio credere, è quello di sradicare, di scardinare la Sicilia intera da Palermo.

La Sicilia manca di uno Stato medio, e segnatamente Palermo. È un aggregato di cose, fatto non dal bisogno sociale, ma dalla boria feudale: Sin gli stessi edifìzi annunziano che sia una città di patrizii ed in essa non è che nobili alteri e potentissimi, e volgo avido ed ignorantissimo. Il terzo stato che si frapponga non può sorgere che dal commercio e dall'industria; e lungo sarebbe discorrere di questo gravissimo bisogno. Ma in quanto ai Magistrati, al terzo stato che dovrebbe formarli, il terzo stato sorto dal 1819 in poi, presenta non speranze ma pericoli, Gli uomini del Foro sono avidi, ignoranti, baldanzosi, immoralissimi. Tali li ha resi la possidenza accumulata in poche mani, la mancanza di pubbliche e private istituzioni, la tolleranza ed il timore di quanti ressero qui le cose pubbliche.

Le dottrine sono perverse, le opere non dissimili. La soggezione immediata ai clienti patrizia perpetuerebbe l'obbrobrio della Magistratura.

E non può credersi, Signore Eccellentissimo, quale sia l'alterigia dei Magistrati e degli Avvocati Palermitani verso quelli delle altre provincie. Si arrogano un potere dittatorio, e nei collegi sono temuti come odiati. Per essi tutta la Sicilia si comprende nel Cassare 3 dì Palermo.

II. — A scemar la loro importanza ed a rendere più spedita la giustizia, Signore Eccellentissimo, contribuirebbe assai la pubblicazione e la esecuzione non effimera della legge sul compenso degli Avvocati.

Vuolsi sapere che qui ogni causa ha un'orda di avvocati. Vi è l'avvocato consulente, vi è l'avvocato scribente, vi è il parlante, vi è l'informante, vi è l'auricolare (che col solo nome annunzia l'infamia dei Magistrati) e quindi il Patrocinatore.

Essi sono pagati a terze anticipate, e perciò venuto un litigio nelle loro mani il perpetuano per ciò solo che aspettandosi poco compenso finale, le terze sole costituiscono le rendite di più anni. Gli atti sono prolissi, infiniti, perché non soggetti al registro ed al bollo.

III. — A scemar l'importanza di Palermo e dei Magistrati Palermitani, varrà efficacemente la promiscuità, quando trasporti i Palermitani segnatamente oltre il Faro.

Varrà sopratutto il tempo, e la direzione data agli animi nelle altre Provincie (cosa assai ardua) di veder non più Palermo, ma Napoli come centro dì speranze e di timori. Quanti benefizii receveran le altre Valli direttamente da Napoli, di altrettanto si scemerà l'influenza che Palermo ed i suoi patrizii esercitano sugli spiriti.

Ogni più piccolo vantaggio commerciale o industriale o letterario, che richieggano le provincie, a mio credere, dovrebbe essere consentito sollecitamente, senza guardar troppo pel sottile. Napoli sarebbe tosto ingombra di potenti, che corrispondendo colle provincie sicule, non parlerebbero più di Palermo e senza avvedersen comincerebbero a ricondur gli spiriti nello stato in cui erano prima del cader del passato secolo. Sopratutto gli agenti del Pubblico Ministero ed i capi dell'Amministrazione dovrebbero sforzarsi a dar agli spiriti quella tendenza verso la Capitale della Monarchia. Se in essa poi vengano chiamati i più influenti patrizii Palermitani, Palermo, senza perder nulla della sua importanza economica, perderebbe del tutto la influenza politica perniciosa a tutta l'Isola come a se stessa.

IV. — Ma qui mi toglierò la libertà di supplicar l'E. S. d'inviar in Sicilia, e segnatamente in Palermo, Magistrati, che abbiano più le doti brillanti dell'alta società che le modeste e solitarie virtù. V'ha di mestieri che i magistrati si sporgano dappertutto, che veggano librerìe, biblioteche, istituti letterarii e scientifici, opere di beneficenza e di pubblica economia, che parlino, che persuadano, che impongano, che levino subito plauso ed ammirazione. I Siciliani sono facili all'entusiasmo, ed una volta che son persuasi del merito del Magistrato, son essi che lo assistono e lo spingono, e gli son dì scudo contro le (mene dei magistrati Siciliani, ¡ nemici irreconciliabili e che vestono le loro trame di basse e vili adulazioni.

V. — L'alunnato potrebbe riuscir utilissimo. Qui la Legge lo istituì in più ristretti limiti in quanto al numero degli alunni ed agli ascenzi. Un numero di alunni scelti tra le famiglie agiate come legherebbero queste agli interessi del Governo, soprattutto se i figliuoli venissero chiamati in Napoli (desiderata sempre dai giovani), potrebbe versar fra pochi anni nella Sicilia Magistrati istruiti, morali, indipendenti.

I Giudici di Circondario poi, fatti da concorsi efimeri in Palermo, e per io più di Palermitani, vorrebbero e presto esser migliorati, soprattutto ricoprendo i posti vuoti di nuovi ed intelligenti, eletti dietro la considerazione del nome che avessero meritato. I supplenti comunali non son che gl'inimici dei Giudici, Le basi dunque son queste della magistratura, e son deboli e vacillanti.

VI. — Un bisogno pressante ed imperioso è pur quello di lettori di dritto, giacché nella Sicilia non ve n'ha alcuno.

L'Università di Palermo, caduta in uno stato abbiettissimo, non frequentata che per pura forma, atteso l'antico triennio che si pretende dagli aspiranti alla laurea, non ha che due cattedre, una dell'Istituto giustinianea, l'altra delle Pandette.

I giovani perciò s'istruiscono con tutti i libri che loro cadono nelle mani, e per lo più di pessime versioni francesi. Da ciò la mancanza di principi e di germi delle false e pericolose dottrine. Perciocché V. E. vorrà considerare che le opere di dritto francese han per fondamento l'ordine politico di quel regno, sicché le prime pagine di tutte le opere che vengono di Francia instillano principii non consentanei alla tranquillità di questa Isola.

Alcuni giovani lettori pubblici inviati sopratutto all'Università, ma tali che comandino ammirazione tornerebbero più utili di tutti d magistrati, perché darebbero una direzione agli spiriti e fonderebbero le istituzioni dei principi omogenei alle viste del governo. Ad essi potrebbero aggiungersi alcuni lettori privati, scelti fra quei tanti giovani Napoletani che han ingegno e non fortuna. Essi dovrebbero lottare sul principio contro le antipatie nazionali ed in questo periodo esser dovrebbero aiutati dai mezzi del Governo, ma finirebbero col vedere una gioventù avida di ammaestramenti, comunque restia a volersi sottoporre agli ammaestramenti di un Napoletano.

Tale, Signore Eccellentissimo, a me sembra la condizione della Magistratura della Sicilia e tali i provvedimenti che ardisco supporre come quelli che meglio in questo momento risponderebbero allo scopo dì consolidar la pace e fondar la futura tranquillità di quest'Isola.

A Sua Eccellenza

Il Ministro Segretario di Stato

di Grazia e Giustizia

Napoli

IL PROCURATORE GENERALE DEL RE

PIETRO C. ULLOA

B.

CONSIDERAZIONI SULLO STATO ECONOMICO E POLITICO DELLA SICILIA


Riservatissima.

Trapani 3 Agosto 1838.

Eccellenza,

Un sovvertimento politico nella Sicilia per la situazione della Isola posta sotto la immediata vigilanza di Malta, in prospetto alla Corsica e del nascente regno di Grecia, in vicinanza della Sardegna, e toccando quasi i nuovi possedimenti francesi in Africa, generar potrebbe nuove ed inestricabili difficoltà alla politica situazione di Europa. Vi è maggiormente, perché non essendo facile il versar con prontezza sulle coste Siciliane un esercito tale da comprimer disordini senza compromettere la tranquillità e la indipendenza degli Stati continentali di S. M., correrebbesi il rischio di veder, come ai tempi degli Angioini e di Filippo IV, ogni sforzo arrestarsi innanzi le acque del Faro.

Un sovvertimento politico nascer potrebbe in quest'isola dai fatti e dalle opinioni e più assai dai primi che dalle seconde, come assai più facile riuscir può il vincer queste che raddrizzar quelli prontamente.

Non può, Signore Eccellentissimo, recarsi in dubbio che la Sicilia non sia stata per lungo tempo negletta, ma abbandonata del tutto. Scarsa di popolazione, senza strade, senza commercio, senza industria, colle prepotenze del patriziato e le insolenze delle plebe, la Sicilia resta tutt'ora come un anacronismo nella civiltà europea.

Basterà per tutto il dire all'E. S. come nella sua Valle di Trapani si paga dal 1817 un'imposizione col titolo di Tassa facoltativa ed additatìva che fu del 2 ½ per 100; e pur da quell'epoca, mentre lo scopo della Tassa eran le strade, non si ebbero che tre sole miglia di via provinciale!

Il commercio si riduce al semplice cabotaggio con Napoli, ed a poche importazioni straniere, Di guisa che, interrogata la Camera Commerciale di Palermo sulla cassazione dei negoziati Siciliani, non ebbe a poterne disegnar alcuno per prima o seconda classe, e soli alcuni pochi destinava alla terza!

L'agricoltura è abbandonata del tutto. Sì scorrono spazi vastissimi di terra vergine, preda di erbe parassitarie; né recherà perciò meraviglia che nel 1819 la Sicilia, antico granaio d'Italia, avesse bisogno di 200 mila tomoli di grano, che vennero spediti dagli Stati continentali del Regno. Il popolo che poltrisce nell'ignoranza sdegnerebbe di apprendere nuovi ritrovati dell'Agronomia, e mentre perisce talvolta di fame è quasi dappertutto negletta la piantagione delle patate.

Contenta la plebe a marcir nell'ozio, lascia il suolo coperto di soli fichi d'India, perché non dimandano né fatica né coltura!

A ciò colpavano la possidenza estesa delle mani morte e la niuna suddivisione perciò delle proprietà. Né la distruzione della feudalità è riuscita di alcun giovamento, perché, mentre negli Stati Continentali veniva eseguita con violenza e coi modi concitati della conquista, in Sicilia per l'opposto praticavasi con debolezza tale che confinava colla frode e la derisione. Non vi ha Comune che non abbia transatto i suoi diritti, e chi non fece, trovasi involto in liti annose e intricatissime. Furon visti Magistrati, già avvocati di alcuni Comuni contro ai Baroni, far poscia visite uffiziali nelle Provincie per proteggere i Baroni contro gli antichi loro clienti. Da ciò la niuna possidenza demaniale; e non vi ha passo di terra che fosse proprietà del Comune. Perlocché mentre la scarsezza della popolazione suggerir potrebbe una colonizzazione, il Governo conceder non potrebbe un palmo sol di terra fra tante terre abbandonate.

Un fatto poi di natura tale che avrebbe dovuto ferir gli occhi di tutti, par che qui sia generalmente ignorato: il molto numerario sparso nel decennio dagl'Inglesi nella Sicilia, colpa alla povertà ed all'abietto stato in cui l'Isola è caduta 4. Quella gran quantità di numerario creò mille interessi effimeri, ed alzar fece il valore dei generi e della mano d'opera. Intanto quel numerario tornava in Inghilterra per mezzo delle manifatture, che gli inglesi, impediti di farlo altrove pel blocco continentale, gettavano strabbochevolmente nella Sicilia. Di modo che quando ritornavano nella loro patria, il numerario spariva e la Sicilia restava col prezzo dei generi e della mano d'opera alzate, molte fortune dissestate, mille nuovi bisogni creati ed il cumulo immenso di manifatture Inglesi che tosto bassavan di prezzo, essendo aperto il mare al commercio; e non permettevano, come non permetteran per lungo tempo che ne sorgan delle Nazionali.

A tutto ciò aggiunga, Signore Eccellentissimo, lo stato delle leggi per lungo tempo barbare ed incomposte. Donde la demoralizzazione del popolo, persuaso che «tutto sia lecito ad eluderle; quindi la trista opinione di dover salvare un incolpato dal rigor della giustizia; quindi un numero strabbocchevole di falsi testimoni; quindi la facilezza incredibile ad occultar reati. La tortura venne abolita nel 1810; non già i famigerati Tambusi 5, e per deficienza di ediiìzii a pochi passi dei Capo Valli vi ha circondari in cui son tutt'ora in uso, e se ne contano tre o quattro nella sola Valle di Trapani.

Da un Giudice criminale (Siracusa) sì tennero alcuni imputati di grave omicidio nei Tambusi di Caltanisetta coi ferri ai piedi per quattro mesi continui, e ciò nel 1823!! poscia si annullava la procedura ed i martoriati venivan dichiarati innocenti!!

Dello stato e condizione dei Magistrati ho già ragguagliata altra volta l'E. S.; solo aggiungerò che la venalità e la sommissione ai potenti ha lordato le toghe di uomini posti nei più alti uffici della magistratura. Né recherà poca meraviglia all'E. $. il saper che erano eglino stessi i proteggitori ed i fautori dei misfatti e segnatamente degli abigeati. Così sin che visse il famoso Marchese Arale, nelle terre di lui riparavano facinorosi di ogni natura coi frutti dei loro misfatti. Per lo che nel 1819 la gendarmeria vi si recò e ne arrestò non meno di trenta con gran numero di animali rubati. Se le turbolenze del 1820 non avessero aperte le prigioni, loro le avrebbe schiuse l'onnipotenza del Marchese protettore. Così vi ebbe Magistrati che apertamente favorivano il contrabbando, come il Procuratore Generale Corvaja in Catania, contro al quale il popolo furiosamente si scagliava nelle pubbliche vie. L'infamia s'ingigantiva scendendo ai gradi inferiori. Per modo che il tale comandante nel castello di Favignana, il tal Giudice di Pantelleria, il tal custode delle prigioni di Trapani, vendevano ai detenuti il giorno dopo quelle stesse armi che loro avean sorprese e tolto il giorno innanzi. I condannati ed i rilegati eran liberi tutto il dì, mercé una stabilita retribuzione. I condannati ai ferri erano i soli domestici, come in alcuni luoghi tutto il dì sono, delle potestà militari e di non poche fra le civili. Per fino i cancellieri di taluni circondari barattavano anche gli oggetti di cancelleria, e non vergognavano di lasciar ai successori un attestato di non saper che cosa in essa esistesse ed esister dovesse. La forza intanto era riposta nelle mani delle compagnie d'armi, responsabili dei soli furti in istrada pubblica, e quindi tolleranti di ogni altra reità; quindi i rei di omicidii e stupri ed abigeati liberi di ogni timore si rimanevano. E questa impunità così garantita veniva poi scontata dai compagni d'armi contro ai colpevoli di furti di cui eran responsabili, martoriavano iniquamente l'indiziati, e spesso traevanli ai Capi luoghi da lontani paesi legati alle code dei cavalli. Così ne moriva taluno nel suo trasporto da Alcamo a Trapani non molto prima del mio arrivo.

Per sopraccarico dì sventure la condizione delle potestà civili centuplicava i disordini. Non vi ha quasi stabilimento che abbia dati i conti dal 1819 a questa parte; non ospedale o ospizio che avendoli dati li abbia visti discussi. Così non vi ha Impiegato che non siasi. prostrato al cenno ed al capriccio di un prepotente, e Che non abbia pensato al tempo stesso a trar profitto dal suo Uffizio.

Così si palesavano le disposizioni più segrete agli interessati, si spedivano da Palermo false lauree e Ministeriali, e la Scrivania di razioni per inviare i mandati di pagamento agl'Impiegati ha percepito sempre un dritto segreto e collettivo. A questo quadro che appena accenna al vero, aggiungo all'E. S. questo solo fatto, che avendo un tale legato alla Comune di Calatafimi D. 120.000 per la fondazione di uno stabilimento di beneficenza, sono scorsi dieci e più anni senza che siasi data esecuzione al testamento. Intanto la quarta parte del Capitale si è mutata a spregevole interesse con un potente insolvibile!!

Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedii oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d'incolpare un innnocente. Sono tante specie di piccoli Governi nel Governo. La mancanza della forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati! Il popolò è venuto a tacita convenzione coi rei. Così come accadono i furti escono, i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s'inscrivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di un'egida impenetrabile; tale Scarlatto, già Avvocato fiscale e poscia Giudice di Gran Corte civile in Palermo, tale Siracusa (?) e non pochi altri. Le casse son talvolta comuni in più provincie ad oggetto di commetter furti e di commerciar di animali rubati da una provincia all'altra. Per tal motivo si giunsero a commetter furti in una sola notte di mandre intere: così è appena un mese e vennero rubati 16 buoi ad un sol proprietario a poche miglia da Trapani; duecento pecore ad un altro vicino Caltanissetta! Né tali furti mancan tutt'ora degli Scarlatti e degli Artale che li copra.

Vi furono talvolta spedizioni a guisa di filibustieri. Scesero, ad esempio, venti malgavi a Castellammare, s'impadronirono di una barca e fecero vela per andare a sorprendere un paese a dieci miglia discosto; sedici altri a cavallo percorsero 20 miglia per sorprendere una casa in Poggioreale; venne circondato e dato l'assalto di giorno al ricco Monistero di Partanna. Né creda già l'E. S. che procedano guardinghi e sospettosi; entravano nei paesi e subito cominciavano a vibrar colpi di schioppi, onde sparger nell'animo di tutti Il terrore e lo sgomento. Sventuratamente di questi fatti fanno aperta fede i Registri di questa Procura! Era una società assalita apertamente e a viso scoperto dai malvagi.

Da questi errori e disordini governativi un colpevole egoismo nel popolo, Non vi è Eletto né Decurione che voglia attender al suo Uffizio, perché gratuito; non è stato possibile indurre i sorvegliatovi (guardie urbane) a perlustrar le strade del proprio paese in ogni quindici giorni! È una paralisi generale!

Al centro di tale stato di dissoluzione una capitale col suo lusso e la sua corruzione. Città feudale nel secolo XIX, città nella quale vivono 40 mila proletarii, la cui sussistenza dipende dal caso o dal capriccio dei grandi, In questo umbilico della Sicilia si vendeva gli Uffizi i pubblici, si corrompeva la giustizia, si fomentava la ignoranza del popolo. E quel che è degno di nota è che in tutti gli ordinamenti fatti della Sicilia si è avuto sempre un riguardo timoroso per quella città, non volendo seminare il malcontento fra numeroso popolo. Quasi non si fossero al tempo stesso resi contenti, col detrimento di quello, altrettanti nelle Provincie, e come se il tempo non facesse livellare il popolo coi suoi mezzi. La influenza delle grandi capitali riesce spesso nociva agli interessi economici di uno Stato e spesso pericoloso negli avvenimenti politici.

Or che avrebbe dovuto dirsi di un regno che aveane due, e che si manteneva tale per puerile timore? Bastato sarebbe l'esempio di Napoli, senza ricorrere a quello quasi di tutte le capitali di Europa, che in 50 anni vedean cangiare la loro importanza, conseguenza delle leggi feudali, senza pericolo o dissesto. I rivolgimenti politici dei 1820 avrebbero dovuto chiarir tanto errore, perché quelle città della Sicilia, che eran cresciute in prosperità di per loro stesse, si dichiaravan contro i moti di Palermo; quelle che rimanevan dipendenti ne seguivan l'impulso. E da quell'epoca in poi, lungi dallo staccar gli animi da Palermo, si resero più servili, perché divenne centro di speranze e di timori per tutta l'Isola. Il Regno di S. M. diveniva allora idrocefalo; allora appunto che doveva profittarsi della compressione del movimento politico e distrugger questa autonomia di centralizzazione.

Questo stato economico della Sicilia ha generato tutti i sovvertimenti politici. Nel 1820 non conoscendo il popolo, né dando ascolto alle utopie dei tempo si sollevava spinto dal malcontento in cui era. La sua sollevazione può venir paragonata a quella dei Napoletani sotto gli Aragonesi e gli Spagnoli, quando il grido del popolo era: mora il mal governo. Impedir dunque i fatti che svegliar possono il malcontento, è l'opera migliore ad impedir i sovvertimenti politici futuri. Non basta, secondo a me sembra, Signor Eccellentissimo, il voler qui il bene e al seguir con costanza un sistema formato con saggezza. Fa mestieri accennar presto al bene, convincerne il popolo, che non molto s'interessa al futuro. Lo sviluppamento dei principi del Governo è opera lunga che non si può spingere ad un tratto.

1.° Ritorno in primo luogo, Signore Eccellentissimo, già alla prima idea da me accennata: Impedir nella Sicilia ogni centralizzazione, portando ogni cura alla periferia. Non potrebbe l'E. S. immaginare quanto ancor pesi Palermo sul resto dell'Isola. I privilegi che ottiene Messina vengono in essa contrariati; Trapani spende D.ti 30 mila per un lazzaretto, e Palermo decreta che le barche Trapanesi che ritornan dall'Africa dalla pesca del corallo vadano a purgar le contumacie nel Lazzaretto di Palermo!

2.° Gran passo certamente è stato quello di ridurre la giustizia nelle mani dei sudditi continentali. Ardirei però credere che eglino avessero d'uopo di alcune norme politiche. Il raddrizzare e vantaggiar gl'interessi delle Comuni contro la ferita e non spenta feudalità esser potrebbe il principio regolatore della giustizia. Forse ci sarebbe qualche fatto isolato, che non corrisponderebbe alle idee di una severa equità; ma il benessere generale e la politica coprirebbe tal fatto del suo manto officioso.

3.0 La riformazione degli Uffiziali pubblici, e sopratutto il castigo di quelli noti per opere ignave e ree, desiderata generalmente, sarebbe un avvertimento salutare ai deboli, un premio ai meritevoli, che dal sol vedersi disprezzati declamano. E ciò maggiormente dovrebbe praticarsi, considerando che le speranze recentemente distrutte sono quelle appunto dei funzionari, donde la loro costante ostilità alle seguite innovazioni. La chiesta migliorazione di questa classe sarebbe un pegno sollecitamente dato ed ima chiara demostrazione di volontà che la cosa pubblica progredisce al bene,

4.0 Sopprimer si vorrebbero e tosto alcuni Uffizii inutili o perniciosi. Tali, per esempio, i Giudici Comunali, sia perché frutto di un sistema che tendeva a distruggere l'ordinamento delle nostre Leggi, sia perché despoti gravanti immediatamente sul popolo, sia perché ligi ai già Feudatari! I soprusi come i lamenti sono infiniti.

5.0 L'aprir vie provinciali esser dovrebbe sollecito pensiero. Ciò non farebbe marcir derrate nei paesi, farebbe rifiorir l'agricoltura, toglierebbe il commercio alle mani dei pochi, porterebbe il frutto di subito dar un vantaggio positivo, Cinquanta anni di esperienza hanno avvertito che la classe agricola in Europa difficilmente si gitta nei disordini politici, quando a ciò si oppongono gl'interessi materiali. Le strade qui in terre piane non possono arrecar gravi dispendi, e presto condur sì potrebbero a fine. Elleno impedirebbero in gran parte gli abigeati, grave piaga di questi paesi; perciocché i ladri per varcar di una in un'altra Valle d'uopo non han di trasversar strade pubbliche, ne luoghi abitati. Colla cessazione degli abigeati, cesserebbero i gravi disordini delle transazioni coi rei ed il grave giornaliero scalpore dei pacifici abitanti.

6.° Agli abitanti delle città, Signore Eccellentissimo, a me pare che sarebbe mestieri di dar, come pegno di miglioramento, il cominciamento di opere di lusso e di divertimento pubblico.

Sono avidi i Siciliani di spettacoli, mentre mancano di Teatri dappertutto, sebbene dappertutto li reclamino. Non potrebbe darsi a credere, Signore Eccellentissimo, i dispendii incontrati dalla città di Trapani da più anni per opere pel loro scopo o costruzione inutili affatto. Si chiede intanto dappertutto rettificazione o una diversa destinazione, e queste esigenze venir potrebbero appagate senza dispendii. La mancanza dei Teatri fa che la gioventù delle città popolose si gitta in luoghi di convegno, dove l'attrito delle opinioni non torna vantaggioso alla idee del governo di S. M. Nella sola città di Trapani ve ne ha tre; e non vi è Comune che non abbia la sua sala di conversazione. L'accennar semplicemente alla costruzione di un Teatro accerterebbe coloro, che non vivono nelle città se non per li spettacoli, che il Governo di Napoli pensa ad incivilir la Sicilia; pensiero che non ebbero finora i governanti di Palermo.

7.° Se si trivellasse qui un pozzo artesiano, necessarissimo per mancanza d'acqua in alcuni luoghi, e là si costruissero dei bagni minerali (come si desidera in Castellammare di Trapani) o a ciò s'incoraggiassero i particolari; se si lusingasse all'amor proprio col disegnar in altro luogo un futuro campo agrario, o qualche istituto di educazione o stabilimento di manifatture qualunque; senza dispendii presenti e gravi si terrebbero in isperanza ed in attenzione d'un meglio futuro ed ignoto gli abitatori delle città.

La Sicilia in quanto alle opinioni politiche, Signor Eccellentissimo, a me par che trovisi nella condizione stessa in cui eran gli Stati continentali del Regno nel 1701, quando. cambiata la Dinastia, avvenne il tentativo in favor di Casa d'Austria, conosciuto sotto il nome di Rivoluzione di Macchia 6. Il popolo che nello sconvolgimento politico del 1647 si era visto abbandonato dai Nobili, li abbandonò a sua posta 54 anni dopo.

Gli avvenimenti della Sicilia nel 1812 furon tutti in favor dei Patrizi, sia per l'indole delle Leggi modellate sulle Britanniche, sia per l'influenza che vi ebbero i Magnati. L'interessi materiali restaron talmente estranei a quelle novità, che bastò a S. M. Ferdinando I un sol Decreto perché le nuove leggi cadessero: e non vi fu una sola voce che si alzasse contro, ne vi fu d'uopo di stringere in carcere un sol dissidente! Fatto di grandissimo momento, che prova come le opinioni in nulla influissero in in quelli avvenimenti, e che qui come in Inghilterra ed in Francia, fra gli antichi e fra i moderni, i soli interessi materiali prolungano e cementano le rivoluzioni.

Gli avvenimenti del 1830 furon tutti in favore del popolo, e quindi ad essi restarono estranei i nobili. Fu l'inverso di quanto accadeva nel Regno un secolo innanzi. I Patrizii quindi godevan nel veder compressi quei moti, poiché la vita doro e le proprietà corso avean grave pericolo; e perché l'influenza che godevano in Napoli, mercé la Duchessa di Floridia 7, faceva sperar loro quegli onori che sarebbero stati negati dalle Leggi tolte a, prestito dalla Spagna. La vanità nazionale intanto non ne restò olfesa, perché stimavano che, caduto il Continente, non dovevano i Siciliani resistere ai soldati Imperiali, e che in una migliore occasione bastasse il voler per prorompere e scuotere la dipendenza di Napoli. Ma perché in quell'epoca gl'ingressi materiali non che migliorassero restavan dapertutto offesi, quegli avvenimenti non lasciavan tracce più profonde di quelle del 1813. L'orgoglio insulare si concentrava tutto in Palermo. Il disprezzo onde gli abitanti di quella città dopo di allora guardavan gli abitanti delle altre provincie sarebbe ridicolo se non fosse pericoloso. E questo disprezzo sventuratamente lo avevan anche pel presidio Napoletano, chiamandolo debole e vile. Da ciò il pensiero che bastasse un grido perché di popolo insorgesse e trionfasse.

Gli avvenimenti dello scorso anno svelarono finalmente la debolezza del popolo ed umiliarono l'orgoglio patrizio e la vanità plebea. Una mano di soldati bastò a comprimere ogni moto, e popolazioni intere posero giù le armi innanzi a pochi Tironi. Ecco dunque la Sicilia nello stato di Napoli ¡nel 1701. Il popolo è staccato dai patrizi; i patrizi umiliati di non poter più atterrire col fantasma di un popolo pronto ad insorgere, perché il popolo si è mostrato poco armigero e poco atto a divenirlo. Un fatto degno di nota è che negli avvenimenti del 1820 i Magistrati vennero dappertutto rispettati, perché il popolo non aveva fatto ancora alcun saggio delle nuove Leggi; non così dei funzionari Civili, che vennero assaliti e perseguitati. Nelle turbolenze ultime poi accadde altrimenti, giacché i Magistrati versarono in grandissimo pericolo.

Un nuovo ordinamento dunque, Signore Eccellentissimo, esser potrebbe, secondo a me pare, esser potrebbe quello stesso che praticò Carlo III nel 1734, perché in tal caso appunto trovò nel Regno le opinioni e cominciò a correggere coi fatti.

Non è perciò da credersi intanto che le opinioni sieno senza alcun potere; perciocché a tenerle deste influiscono i Patrizii e gli Scrittori. I Patrizii, almeno i più influenti, non han dimenticato del tutto le leggi del 1812 e gli avvenimenti che si son succeduti in Europa da alcuni anni han contribuito non poco a tenerne loro svegliata la memoria.

Ignoranti, la più parte, sospirerebbero forse un Lord Alto Commissario, come in Malta e nelle Isole Ionie. E si dan a credere che potesse la Gran Bretagna nutrir un qualche ambizioso desiderio di acquistar la Sicilia. Né bastò a disingannarli il fatto che la Inghilterra, padrona delle deliberazioni nel Congresso di Vienna, stiè contenta all'acquisto dì pochi scogli nel Mediterraneo, perché dimandavan poche spese e piccoli presidi, che le assicuravano intanto la supremazia marittima. La più parte però dei Patrizi Siciliani non agisce se non in ragione del proprio dispetto di una ambizione o non paga o delusa. E vedrebbero con indifferenza qualunque ordine di cose, purché in esso eglino fossero chiamati a dominare. I discorsi che tutto dì si odono da loro sono pieni di uno sdegno ohe forse potrebbe sembrar generoso se non fosse simulato. Paragonan la Sicilia rispetto a Napoli come la Irlanda rispetto all'Inghilterra, come le Colonie Asiatiche o Americane rispetto alle MadriPatrie. Le declamazioni sono stolte e fastose; e mentre tremano della plebe, non cessano coi loro discorsi di adularla ed aizzarla. Gli scrittori sono in sì scarso numero che possono appena numerarsi. In Palermo pochi, nelle altre Valli niuno, salvo in Catania o Messina. Quei di Palermo si son divisi in due schiere, pei due luoghi di ritrovo, ove convengono: una all'insegna di Gioia, l'altra di Romagnosi 8. Ed in Palermo le potestà non hanno avuto la intelligenza di veder che quelle insegne indicano appunto la divisione delle opinioni, siccome è nelle massime di quei due scrittori. Sia intanto che lo stato d'ignoranza in cui assonnò la Sicilia facesse desiderar a qualunque costo un progresso, sia una colpevole oscitanza nel dirigere gli studi, egli è certo che la stampa in questi domini di S. M. ha pazzamente imbaldanzito, sino ad incoraggiar le frodi dei Tipografi Napoletani. Le opere son qui messe a stampa quasi misura dello spirito pubblico. E mentre l'ignoranza dapertutto è vergognosissima, e mentre ogni Comune, volendo suggerir un risparmio, propone sempre negli Stati discussi la soppressione del maestro di scuola, alcuni tapini scrittori sognano di essere in Londra o in Filadelfia. Son la più parte giovani avidi di popolarità che fanno in tutto entrar le allusioni di indipendenza. Ne parlerebbero commentando l'Apocalisse.

L'E. S. udrà con istupore che in un'adunanza poetica in onore del morto Scinà 9 si lessero recentemente in viso alle prime potestà componimenti da Energumeni, che segretamente corsero tutte le Valli e furano avidamente letti dai giovani che si piacciono a tali inconsiderate declamazioni.

Ma non udirà con minor maraviglia che per tutto rimedio si pretese dal più folle di quei poetastri versi in lode del Re quando giunse in Palermo. E con tale inconsiderata richiesta se aie rese popolare il rifiuto. La questione sul Cabotaggio fu pretesto a nuovi scandali di scritture povere di ogni dottrina. Un solo scrittore che ha vista la questione a norma dei principii economici, tratto si è addosso una turba di folliculari che l'hanno oppresso di ogni maniera di oltraggio, perché appunto in una questione di olii e di salami han creduto veder quella dell'indipendenza siciliana 10.

1.° In quanto ai Nobili à me pare, Signore Eccellentissimo, che i mezzi esser non dovessero diversi dai praticati altrove; separarli dalla massa popolare. I Patrizi di Genova, di Milano, di Venezia vengono chiamati in Turino ed in Vienna, perché ciò li toglie al loro centro d'azione. Qui recherebbe il vantaggio ancora di scemar in gran parte i proletarii costretti a seguirli. Onori sospetti, preminenze di parole secondo l'ambizione e i bisogni, ne distruggerebbero l'influenza.

2.° In quanto ai letterati, ho già manifestato all'E. S. il mio pensiero intorno alla necessità dei professori di Dritto. I quali produrrebbero il doppio vantaggio di dirigere le opinioni verso i principii del Governo e scemerebbero la forza dei principii riluttanti.

3.0 Di togliere alla direzione attuale la pubblica Istruzione, con ché "si preparerebbe un utile avvenire, e si darebbe un'arra di buona volontà da far. tacere le genti di buona fede.

4.0 Dettar principii regolatori della stampa che impedissero la manifestazione di pensieri ostili, senza ¡nuocere alla pubblica Istruzione.

5.° Aver degli scrittori che diriggessero gli spiriti. Negli Stati meglio regolati ed inciviliti di Europa, siccome è alla E. S. noto, non si sdegna, né si sdegnò mai di ricorrere a questo potente ausilio della stampa.

6.° In quanto alla plebe di Palermo, sulla quale le opinioni han forza di oracoli, ha un ordinamento tutto suo proprio, perché sebbene fossero abolite le maestranze, resta tuttora la misteriosa potenza dei Capi d'arti. Interessar costoro alle idee del Governo fu altra volta prattica di qualche alta potestà; ma siccome a me sembra ciò importerebbe venir a tacita transazione con uomini venali e volubili, siccome è sempre della plebe, significherebbe far rinascere le infamie della Conceria, alla distruzione della quale tutta Palermo, e sinceramente, applaudiva. Più proficuo, o almeno più dignitoso, a me parrebbe il distruggere la costoro influenza, ed a ciò i mezzi sarebbero ordinarii e facilissimi.

Generalmente parlando, la verità della quale ogni dì più mi convinco, Signore Eccellentissimo, è che la Sicilia debba essere scardinata da Palermo. Qui non v'ha d'uopo dividere, perché in quanto all'Isola far bisogna anzi ogni sforzo a riunire, Non potrebbe darsi a credere l'E. S. come sien forti e radicati gli odii fra queste popolazioni. Né già dalle grandi città, come Messina e Catania contro Palermo, ma di Girgenti contro Bivona, Marsala contro Trapani. Così nelle vicende del i820 Trapani parteggiò per Napoli, Marsala per Palermo. E gli abitanti di quest'ultima città si spinsero a torme per bruciare le campagne della città rivale. Sembrano i municipii del medio Evo, Ma se tutte debbono riunirsi a formare una Monarchia compatta, debbono tutti sottrarsi alla dispotica supremazia, che ha finora esercitato Palermo.

Tali a me sembrano, Signore Eccellentissimo, i mezzi qui atti a ricostruire lo Stato. Rileverà l'E. S. come essi si corrispondano. Che mentre i Magistrati tenderebbero ad indennizzare le Comuni, i Patrizi scemerebbero d'influenza tratti dal loro centro; mentre si distruggerebbe la potenza dei Capi d'Arti, si diminuirebbe il numero dei proletari; mentre si costruirebbero Teatri e Stabilimenti, si aprirebbero strade o acquedotti, si migliorerebbe la istruzione e gli scrittori a ciò eletti porrebbero in mostra tali miglioramenti, perché si levassero gli animi a speranze migliori, benedicendo il Governo di S, M. Così tornerebbe in fiore e presto questa contrada, che divenir può l'ornamento più bello della Corona di Ferdinando secondo.

A Sua Eccellenza

Il Ministro Segretario di Stato

di Grazia e Giustizia

Napoli

IL PROCURATORE GENERALE DEL RE

PIETRO C. ULLOA

1 I due documenti provengono dall'Archivio storico del Museo Nazionale di San Martino in Napoli, Fondo Nisco, 15, XLVIII-LIV, L'importanza di alcuni fondi di questo Archivio per la storia del Risorgimento nel Mezzogiorno è stata di recente rilevata da A. Romano, Una fonte per la storia del Risorgimento nell'Italia meridionale ecc., in «Rassegna storica del Risorgimento», XXV, 938, p. 84 sgg.; ma v. anche C. Padiglione, La biblioteca del Museo di San Martino e i suoi fondi, Napoli, 1876.

2 Nel 1819 fu portata a termine l'unificazione legislativa e giudiziaria delle Due Sicilie, e precisamente col i° gennaio di quell'anno fu dato alla Sicilia un ordinamento giudiziario identico a quello di Napoli, mentre il settembre lo stesso Codice civile venne promulgato per tutto il Regno: cfr. Bianchini, Storia delle Finanze, cit., vol. II, p. 53. Non è stata ancora studiata la codificazione della Restaurazione nelle Due Sicilie; colui che volesse colmare tale lacuna, troverebbe le consulte e quanto concerne i lavori preparatori nell'Archivio di Stato di Napoli.

3 La fastosa strada principale della Palermo settecentesca ed ottocentesca. ,

4 Con ciò e inondando, durante le guerre napoleoniche, dei propri prodotti i paesi da essa occupati o presidiati, l'Inghilterra vi paralizzava ogni attività industriale.

5Più esattamente «dammusi»: erano orribili prigioni in gran parte sotterranee, la cui chiusura aveva energicamente richiesto il viceré Caracciolo fin dal 1783: v. la sua lettera al ministro Acton in data 2 marzo di tale anno, in M. Schifa, Un ministro napoletana del secolo XVIII Domenico Caracciolo, estr. dall'«Archivio Storico Napoletano», XXI, 1897, Appendice, p. XIV.

6È nota su questa rivoluzione l'opera di A. Granito di Belmonte, Storia della congiura del principe di Macchia e della occupazione fatta dalle armi austriache del Regno di Napoli nel 1707, Napoli, 1871. Sulla mancata partecipazione del popolo napoletano a tale moto, che fu diretto, per fini esclusivamente particolaristici, dal baronaggio, le osservazioni di Calà Ulloa precorrono quelle del Croce, Storia del Regno di Napoli, cit, , pp. 131134, (B. Colapietra, nel suo volume Vita pubblica e classi politiche dal Viceregno napoletano (1656jj34) Roma, 1961, pp. 119 sgg.

7 La moglie morganatica di Ferdinando I, da questo sposata dopo la morte di Maria Carolina; vedi S. Di Giacomo, Ferdinando IV, Lettere alla duchessa dì Floridia, voli. 2, Palermo, 1924.

8 Dal nome dei due illustri filosofi e giuristi contemporanei. Si noti che le idee del Romagnosi avevano avuto molto seguito tra i cultori di diritto in Sicilia; v. F. Mortillaro, Lettera a G. D. Romagnosi a proposito di un giudizio dei pensieri sul commercio con l'estero pubblicati dall'autore, Palermo, 1835.

9II dotto storico Domenico Scinà fu una delle vittime del colera del '37. Era un illustre esponente del partito separatista.

10Temendo che il contemporaneo incremento delle industrie napoletane potesse nuocere alle manifatture, in gran parte ancora casalinghe e stentate, alcuni scrittori (ad es. V. Mortiixaro, Sul cabotaggio tra Napoli e Sicilia, Palermo, 1835, e la risposta di R. Solimene, Risposta ad una memoria del sig. Ferdinando Malvica sul cabotaggio tra Napoli e Sicilia, Palermo, 1838) domandarono la soppressione del libero cabotaggio tra le provincie continentali e quelle insulari delle Due Sicilie: v. Bianchini, op. cit. , voi. II, pp, 240, 271272. Altri opuscoli sulla questione sono registrati in Ciasca, L'origine del programma ecc. , cit, , p. 289 sgg.











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