Eleaml


Si sapeva molto di più nell'Italia prefascista della storia di questo paese. Il Fascismo e la Resistenza che si dichiararono prosecutori, prima l'uno e poi l'altra del Risorgimento, calarono una coltre di nebbia sulla storia nazionale.

Nel 1961 col centenario si inondarono le scuole dell'opuscolo firmato Talamo che santificava il Risorgimento e i padri della Patria (chi vi scrive quell'opuscolo se lo ricorda).

Se si escludono poche voci fuori dal coro (Amedeo Bordiga, Carlo Alianello, Silvio Vitale) si dovettero aspettare gli anni settanta e Nicola zitara per avere un punto di vista diverso nella ricostruzione della storia d'Italia. Poi, negli anni novanta, nacque il Movimento Neoborbonico, che iniziò un'opera di riscrittura della storia delle Due Sicilie, quindi del Risorgimento.

Ciononostante fior fiore di intellettuali, giornalisti, storici, hanno continuato a scrivere scemenze e falsità, come la storiella dei due vapori sequestrati dagli uomini comandati da Bixio, quando invece si trattò di una vera e propria vendita con tanto di atto notarile. Tanto è vero che Garibaldi indennizzò lautamente i Rubattino con i ducati del Banco delle Due Sicilie.

Queste memorie avevano chiarito il tutto cento anni fa ma i nostri storici lo hanno deliberatamente ignorato.

Zenone di Elea – 14 Maggio 2014

GIAMBATTISTA FAUCHÉ

LA SPEDIZIONE DEI MILLE

MEMORIE DOCUMENTATE A CURA DI PIETRO FAUCHÉ

ROMA MILANO

SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI DI ALBRIGHI, SEGATI e C.

1905

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

AVVERTENZA

Non sempre la storia è narrata fedelmente, ma è spesso travisata dallo spirito di partito.

Lasciando da parte i non pochi errori esistenti nella storia d_altri tempi, mi occuperò d'un solo errore, e metterò in piena luce un episodio poco conosciuto di storia patria del quale non tutti gli scrittori furono fedeli interpreti.

Chi ha consegnato al generale Garibaldi i due piroscafi che servirono al trasporto dei Mille da Quarto a Marsala?

Il fatto di questa consegna non ha nulla di straordinario, anzi passa inosservato perché eclissato dall_altro importantissimo della spedizione, che pure n_è la conseguenza; ma le circostanze che lo precedettero e quelle che lo seguirono, lo rendono tanto interessante che la storia non può  né deve tacerlo.

Alla domanda fatta mi si risponderebbe, ne sono certo, in uno di questi modi:

1° I vapori vennero consegnati da Raffaele Rubattino.

2° Dalla Società di navigazione R. Rubattino e C.

3° Vennero presi di notte dal porto di Genova all_insaputa di tutti.

Nessuna di queste risposte sarebbe esatta.

Le credenze più erronee sono talmente radicate che un_impresa ben difficile, prevedo, dovrebbe essere la mia, qualora volessi dimostrare la verità della seguente risposta: Chi consegnò i due piroscafi al generale Garibaldi, fu Gio. Batt. Fauché.

Pure tale risposta io do con tutta franchezza, conoscendo perfettamente le pratiche fatte per preparare la spedizione dei Mille. Se questa conoscenza dei fatti non fosse garanzia sufficiente a provare il mio asserto, dirò ancora che, accingendomi a questo lavoro, trovai grande aiuto nell_esame di memorie scritte da mio padre G. B. Fauché; oltre a ciò, importanti autografi concernenti quel fatto e molti appunti mi furono forniti da un mio fratello che, con grande pazienza, raccolse molti particolari utilissimi; e tutto questo mi mise in grado di procedere nel compito che mi ero assunto, con tutta sicurezza e senza timore di confutazioni.

Spronato altresi dall_amore figliale, desidero che l_operato di mio padre per la causa italiana non sia disconosciuto e, ciò che più importa, non venga attribuito ad altri come, pur troppo, è avvenuto; perciò con brevità e chiarezza tenterò di far luce sopra un fatto di storia nel quale mio padre ebbe parte e, credo, non ultima.

Quando si pensi che alla grandiosa opera dell_Unità della patria gl_italiani vissuti nei memorandi giorni del nostro Risorgimento concorsero volonterosi offrendo il loro braccio, gli averi e la vita, e lasciarono in eredità alla generazione presente l_Italia una, parmi sia debito sacro per ogni cittadino il rammentare le gesta di chi vi cooperò, e maggiormente per un figlio che, pur conoscendo l_efficacia del contributo portatovi dal proprio padre, ebbe il rammarico di vederlo morire povero, oscuro e sopratutto dimenticato.

La povertà l_onora.

La dimenticanza invece, è grave affronto fatto alla sua memoria.

Ecco il motivo pel quale mi sono indotto a scrivere queste pagine.

Non intendo, nel far questo, disconoscere i meriti di moltissimi altri o di oscurare in qualche parte la cooperazione loro alla redenzione italiana: no! Coloro che avranno la pazienza di leggere il mio scritto, potranno convincersi non aver io che un solo desiderio; quello cioè che la storia non sia travisata, che i fatti memorabili di essa sieno esposti con schietta verità, che a Cesare sia dato ciò che è di Cesare; desidero insomma chiarire un fatto che alcuni storici appena appena accennano, appunto perché poco conosciuto.

Spero che non sarò disapprovato se, attenendomi alla più scrupolosa verità, dovrò non già censurare, ma solo rilevare l_errore in cui può essere incorso qualche scrittore nel racconto dei fatti di cui è oggetto questo mio lavoro. L_infallibilità non esiste sulla terra, per cui è naturale che, in buona fede, si possa errare quando trattisi di cose non bene conosciute.

Mio compito adunque si è quello di mettere in chiaro, nell_interesse stesso della storia, un fatterello, una cosa da poco, ma pure importante perché fu l_inizio d_un grande avvenimento.

Modena, dicembre 1904.

Pietro Fatiche

Ten. Colon, di riserva.

CAPITOLO I


Mio padre, Giambattista Fauché, nacque in Venezia nel mese di febbraio 1815 dai coniugi G. B. Fauché, ufficiale nella marina da guerra francese, nato in Aiaccio (Corsica), ed Anna Morari, nativa dell_isola di Corfù, poscia da vari anni domiciliata in Venezia.

Rimasto orfano di padre e di madre in tenerissima età (1), trovò nello zio Antonio Morari, ufficiale nella marina da guerra austriaca, un secondo padre; fu egli infatti che, con amore veramente paterno, lo fece educare ed istruire, iniziandolo in fresca età alla vita militare. Così troviamo il giovane Fauché, nel 1820, nella marina militare in Venezia, come aspirante di seconda classe. Poco di poi fu imbarcato a Trieste sulla cannoniera Costante, comandata da suo zio tenente di fregata Antonio Morari, in servizio dei circondari marittimi d_Istria e Dalmazia.

Nel 1827 prese imbarco sulla corvetta Veloce, comandata dal capitano di corvetta Buratovich, in servizio della squadra del Levante. Nell_anno 1820 passò sulla goletta Fenice, comandata dal tenente di vascello Morari, addetta alla squadra stessa; indi lo stesso anno si trasferì a bordo della fregata Ebe, comandata dal capitano di fregata Buratovich, parimenti nella squadra del Levante.

(1) Nacque un mese dopo la morte del padre e perdette la madre a undici anni.

Nell_anno 1830 ritornò sulla goletta Fenice, e sul finire di detto anno venne imbarcato, sempre nella stessa qualità di aspirante di seconda classe, sul trasporto il Cammello, comandato dal tenente di fregata Lorenzini e destinato a Venezia, ove arrivò nei primi giorni del gennaio 1831.

Passò così la sua prima gioventù nei viaggi di mare, in continua applicazione negli studi, sotto la rigida disciplina di bordo, divenendo nomo serio, attivo, studioso, noncurante dei pericoli.

Giunto a Venezia fu chiamato a sostenere gli esami di navigazione, ed avendoli felicemente superati, venne, dal comando superiore della marina, proposto al Consiglio aulico di Vienna, quale cadetto di marina. Allora la marina da guerra, avendone bisogno, prescindeva dalla condizione rigorosa che gli aspiranti dovessero uscire dal Collegio militare marittimo.

Intanto che il dicastero di Vienna stava decidendo sulla proposta, all_aspirante Fauché fu ordinato, nel marzo 1831, d_imbarcare sulla goletta Vigilante, comandata prima dal tenente di vascello Morari e poi dal tenente di vascello Logotetti, destinata presso la Divisione navale dell_Adriatico in Ancona.

Ma nel mese di giugno del detto anno 1831, venne richiamato in Venezia perché il dicastero di Vienna si era rifiutato di approvare la sua nomina a cadetto di marina, per la circostanza che non risultava legalmente provata la di lui naturalizzazione a suddito austriaco.

Devo infatti notare che il Fauché, figlio d_un francese, conservava la sudditanza paterna; e non fu che nel 1854 ch_egli ebbe la naturalità italiana per sè e per la famiglia. Questo impedimento, il rifiuto a nominarlo cadetto di marina, venne appianato per l_interessamento dell_ammiraglio Paolucci;

il quale, pur senza potergli ottenere tale grado, di cadetto, riuscì, colla sua influenza, a farlo entrare nell_amministrazione della marina.

Gli anni passati in navigazione non furono un divertimento per lui; sotto la sorveglianza dello zio Morari, venne istruito da provetti ufficiali di marina a bordo delle navi, e da professori privati quando non era imbarcato. Lo troviamo quindi, al suo inizio in questa carriera, assai versato nelle lingue italiana, francese e tedesca, nelle matematiche, nell_amministrazione e nelle scienze nautiche.

Il Fauché fu destinato, dal Comando superiore della marina, a servire negli uffici dell_arsenale marittimo come praticante. Per alcuni mesi fece parte della Commissione liquidatrice della contabilità del materiale dei bastimenti disarmati e poi, per quattro anni, impiegato presso l_Intendenza dei magazzini marittimi. Nel 1835 fu nominato ufficiale contabile nell_ amministrazione dei Corpi militari della marina e destinato per due anni presso il corpo marinai e per tre anni presso quello d_artiglieria di marina, fino precisamente al mese di giugno 1840 in cui domandò la sua dimissione dal servizio.

Tre anni prima, cioè nel 1837, egli s_era unito in matrimonio colla giovane Irene Vio di onesta e agiata famiglia di Venezia.

Il Fauché lasciava così, dopo quattordici anni, il servizio della marina che, secondo lui, non gli presentava speranze future  né gli consentiva di secondare le sue aspirazioni patriottiche. Allora, istituitosi in Venezia un grandioso stabilimento mercantile, la Società Veneta Commerciale, egli vi entrava al 1° luglio 1840 nella qualità di secondo ragioniere.

Nel 1845 fu promosso capo contabile e segretario della Società stessa e contemporaneamente, per domanda fattane dal cavaliere De Brach, fondatore del Lloyd austriaco, si occupava in Trieste, per vari mesi, a riorganizzarne l'amministrazione secondo il sistema della marina militare.

Il Fauché avrebbe potuto allora occupare una notabile posizione nella Società del Lloyd, ma i suoi sentimenti liberali non gli permettevano di collocarsi in quello stabilimento che, egli riconosceva benissimo, non aveva soltanto scopo commerciale.

La rivoluzione del 1848,  scoppiata in Venezia nel mese di marzo di quell_anno, portò un gran cambiamento alla vita pacifica del Fauché e alla sua promettente carriera. Si cacciò allora volenteroso nel turbine della vita politico-militare e si può dire che, dal quel momento, abbia avuto principio per lui una sequela di vicende or liete, or tristi; ma queste ultime ebbero sempre il sopravvento in modo da amareggiargli 1_ esistenza fino all_ ultimo giorno di sua vita.

Uscirei dal compito impostomi in questo lavoro se volessi minutamente descrivere gli avvenimenti di quel tempo e tutte le fasi del memorando assedio di Venezia, nel quale gli abitanti di questa città dettero mirabili esempi di virtù, di costanza e di abnegazione.

In poche parole dirò che il Fauché prese attivissima parte alla difesa eroica di quella piazza durante i quindici mesi dell_assedio. Eletto deputato nell_Assemblea Veneta, votò con questa dapprima la fusione della Venezia allo Stato sardo; in seguito, cioè dopo la battaglia di Novara e il conseguente ritiro delle truppe Piemontesi, Napoletane e Pontificie, votò per la resistenza ad ogni costo.

Cominciò il suo servizio militare come semplice guardia civica, ma venne poco dopo nominato capitano, quindi maggiore comandante di battaglione.

Mobilizzatasi la guardia nazionale per i bisogni della guerra, si trovò al forte di Marghera e prese parte a parecchi fatti d_armi.

Negli ultimi tre giorni del vigoroso bombardamento di Marghera, nella sua qualità di maggiore comandante i distaccamenti civici di cannonieri e fucilieri, ne fu strenuo difensore fino all_ultimo, cioè fino all_abbandono del forte. Venne perciò egli pure fregiato della medaglia d_argento che, a segno d_onore, fu decretata per coloro che valorosamente combatterono per l_indipendenza d_Italia.

L_eroismo e la costanza degl_intrepidi difensori di Venezia a nulla valsero. La povera città stretta in un cerchio di ferro, mezzo rovinata dal bombardamento, esausta di mezzi, coll_epidemia colerica che mieteva numerose vittime, fu costretta a capitolare dopo un anno e mezzo di resistenza.

CAPITOLO II

Dopo la rioccupazione di Venezia per parte delle truppe austriache, Giambattista Fauché rimase in quella città indisturbato perché coperto dalla sua qualità di suddito francese, la qual sudditanza, come dissi, conservò fino al 1854. Si occupò allora della liquidazione della Società Veneta Commerciale, della quale il governo austriaco aveva voluto lo scioglimento.

Nel mese di agosto 1850, ultimata quella liquidazione, passò a Trieste come direttore della casa commerciale Michele Vucetich. In seguito, considerando che le condizioni delle cose, nei paesi dominati dal governo austriaco, era tale che neppur la sua sudditanza straniera avrebbe potuto porlo al riparo da molestie politiche, pensò bene di lasciare l_Italia, recandosi a Marsiglia ove rimase pochissimo. Ritornato qualche mese dopo, prese dimora a Torino ove si occupò come capo contabile nella Società delle ferriere d_Aosta, posto che gli era stato offerto. Oltreché versato nelle scienze nautiche, egli era abilissimo amministratore, quindi gli riusciva facile il trovare decorose occupazioni. Sul finire del 1855, il direttore generale della Società, Francesco Viti, lasciando quella direzione per recarsi a Genova presso la sua casa di commercio, lo invitò a seguirlo nominandolo agente principale del suo stabilimento. Nell_anno 1857, la casa Viti di Genova fu messa in liquidazione; e perciò il Fauché, il 1° gennaio 1858, entrava qual direttore della casa bancaria, pure di Genova, sotto la ditta Porro Sciaccaluga.

Per procurare maggior benessere alla sua numerosa famiglia, egli, lavoratore istancabile, in questi primi anni passati in Genova, si occupò, nelle ore serali, dell_insegnamento della contabilità commerciale, al quale era stato autorizzato dal ministero della pubblica istruzione.

Arriviamo così al maggio 1858. A questo punto è necessario ricordare che in Genova, alcuni anni prima, il signor Raffaele Rubattino aveva fondata una Società di navigazione a vapore ed assunto il servizio postale fra Genova, vari porti della Sardegna e Tunisi. L_inizio di questa società, sotto la Ditta R. Rubattino & C., non fu, per cause diverse, troppo fortunato, tanto che sul finire del 1857, essa trovavasi in una condizione scabrosa. Poco di poi, nel mese di maggio 1858, mentre la società periclitava quasi in istato di fallimento ed i creditori di essa tentavano di sostenerla fino a che se ne fosse potuto istituire una nuova, allo scopo di non perdere la concessione postale, fu il Fauché prescelto ad assumerne la direzione come persona competente in materia amministrativa e ormai ben conosciuta in Genova. Egli venne quindi munito dal rappresentante l_azienda stessa, il Rubattino, di regolare procura, con atto 5 giugno 1858 (Notaio Balbi).

Il Fauché adunque, da quel momento, diventava direttore e solo gerente responsabile di quella società, la quale conservava bensì il nome di Società di navigazione a vapore R. Rubattino & C., sebbene in realtà questi nulla vi aveva più a fare; d_altra parte, occupatissimo in altre imprese, non poteva più oltre attendere alla gestione di quell_azienda.

Questa circostanza, cioè l_assunzione di Giambattista Fauché alla direzione della società Rubattino, è necessario sia bene compresa da tutti; compresa da coloro che hanno la pazienza di leggere il mio scritto ed anche dai futuri narratori di avvenimenti storici.

È importante si sappia tener conto della differenza che passa fra Rubattino, Società Rubattino e Fauché; poiché, prendendo un nome per un altro, si genera confusione, si attribuisce a Tizio ciò che è di Caio, falsando il vero con pregiudizio della storia. Pur troppo alcuni scrittori e pubblicisti, nel far cenno dei due vapori che servirono al trasporto in Sicilia della spedizione dei Mille, attribuirono la consegna di queste navi al Generale Garibaldi, chi a Rubattino, chi alla Società Rubattino.

Siccome queste furono consegnate da Giambattista Fauché, così, allo scopo di far risaltare la verità e rettificare qualche errore di storia, narrerò alcune pratiche occorse per preparare quella spedizione.

Che uno scrittore, sfiorando appena l'argomento, possa dire che i vapori furono dati dalla Società Rubattino,. si può fino ad un certo punto ammettere, perché infatti la società portava il nome di R. Rubattino & C.; ma non si può invece ammettere raffermazione che i vapori furono consegnati da R. Rubattino, il quale, nel 1860, aveva da due anni lasciata la gerenza dell_amministrazione di quella Società.

Dunque, non il Rubattino per il motivo già accennato; non la Società, perché le persone che la componevano, cioè gli azionisti, gl_interessati, ecc. non ebbero parte nelle trattative, nulla conobbero di quanto segretamente si stava concertando, e anzi, quando vennero a cognizione delle cose, compirono un atto che qui non voglio qualificare e che racconterò in seguito.

Trascrivo letteralmente alcuni brani d_autori i quali, a mio avviso, non furono fedeli interpreti del fatto riguardante la consegna dei piroscafi. Li ho ricavati dalle poche opere che potei avere fra le mani ed anche da articoli di giornali scritti nel 1882 in occasione della morte del generale Garibaldi.

«Il Bixio cercato indarno un bastimento che assumesse il viaggio pericoloso pel primo noleggio, era riuscito a persuadere R. Rubattino a lasciarsi rapire con simulacro di pirateria e mercé la sola malleveria di Garibaldi, due dei suoi vapori.

(Guerzoni).

«........Rubattino generosamente aveva detto: pigliateli pure i miei vapori, ma fingete d_impadronirvene colla forza affine di non avere noie col governo......».

(Secolo del 1617 giugno 1882).

«Garibaldi partiva su due vapori generosamente offerti da R. Rubattino......».

(Gazzetta d_Italia del 5 giugno 1832).

«La notte del 5 maggio su due vapori di Rubattino, il Piemonte ed il Lombardo, con simulata violenza presi, s_imbarcarono i Mille: simulata, perché Rubattino, insigne patriota allora e più volte dopo, non esitò di arrischiare la propria fortuna per la redenzione d_Italia......».

(Alberto Mario, Garibaldi).

«R. Rubattino aveva permesso di lasciarsene portar via de_ suoi vapori purché si coprisse con certa maschera di violenza la sua generosa complicità; generosa, ripeto, perché in negozi dove altri avrebbero cercato la sua fortuna, non volle essere assicurato che del valore perduto......».

(Guerzoni, Vita di N. Bixio).

Per contrapposto trovo uno solo che rende giustizia al Fauché, e questi è lo stesso generale Garibaldi il quale, nelle sue Memorie autobiografiche scrisse:

«Nello stesso tempo Bixio trattava con Fauché dell'amministrazione dei vapori Rubattino, per poterci recare in Sicilia. La cosa non marciava male, e grazie all'attività di Fauché e Bixio e allo slancio generoso della gioventù italiana che accorreva da ogni parte, noi ci trovavamo in pochi giorni atti a prendere il mare».

Il generale Garibaldi, senza entrare in troppo minuti dettagli sull_opera del Fauché, gli rendeva giustizia.

Infatti, chi meglio di lui poteva essere a cognizione d_ogni cosa?

CAPITOLO III

Ho detto nel precedente capitolo che il Fauché, il 5 giugno 1858, aveva assunta la direzione della Società Rubattino, la quale trovavasi allora quasi in istato di fallimento: egli migliorò la condizione di quell_amministrazione, ne rialzò il credito, e mentre, nel maggio 1858, credevasi di non poterla far sussistere sei mesi, egli la sostenne per due anni.

Troviamo dunque il Fatiche, nel mese di aprile 1860, sempre direttore e, lo ripeto, solo gerente responsabile di quella Società.

A lui si rivolse il generale Garibaldi scrivendogli da Torino, ove si trovava, questa lettera (1):

«Torino, 9 aprile 1860

Mio caro Fauché

Io posso disporre di centomila franchi. Desidero non impiegarli tutti per trasportarmi in Sicilia con alcuni compagni; però li metto a vostra disposizione per indennizzare l'amministrazione delle spese e danni che potrebbe soffrire. Il Piemonte od il S. Giorgio in un viaggio a Malta od a Cagliari, potrebbe soddisfare il voto di tutti.

Non ho certamente bisogno di far appello al vostro patriotismo. Dio vi spiani le difficoltà che la impresa propostavi potrebbe incontrare.

Vogliate compiacervi di rispondermi subito

Sig. Fauché

Direttore dell_amministrazione

vapori Rubattino Genova».

Vostro

G. Garibaldi.


(1) Autografo conservato dall_autore.

Questa lettera veniva consegnata aperta al Fauché il seguente giorno 10 dal dottore Agostino Bertani, venuto a Genova da Torino, ove si stava concertando il modo di fare una spedizione in Sicilia.

L_idea di questa spedizione era stata suggerita al generale dai moti rivoluzionari scoppiati in quell_isola, i cui abitanti gemevano sotto il giogo borbonico; ed egli, sempre pronto ad accorrere là dove un popolo combattesse per la propria libertà, aveva deciso di recarsi in aiuto dei fratelli insorti.

Le difficoltà erano immense, ma esso voleva vincerle e le vinse.

Garibaldi, in quel tempo, alternava la sua dimora fra Caprera, Nizza e Genova; in quest_ultima città egli ebbe campo di conoscere il Fauché, che gli era stato presentato come patriota e come direttore della Società di navigazione colla quale egli, Garibaldi, era in continui rapporti; veniva quindi da sé che ricorresse al Fauché per avere il vapore necessario ad effettuare la spedizione.

Il dottor Bertani, che doveva ritornare lo stesso giorno a Torino, portava al Generale la risposta, pure in lettera aperta, nella quale il Fauché diceva:

«.... che ben felice di poter rispondere al suo appello, il vapore sarebbe stato a sua disposizione: che i centomila franchi se li portasse in Sicilia, ove gli avrebbero servito pegli altri bisogni; che raccomandava come condizione indispensabile, la massima segretezza......».

Quando Garibaldi rivolse il pensiero al Fauché per avere un piroscafo, era incerto se il suo desiderio sarebbe stato esaudito, non tanto pel Fauché, del quale conosceva gli antecedenti e i sentimenti patriottici, quanto per gl_interessati della società, quasi tutti appartenenti al partito moderato, in quel tempo in lotta col partito d'azione e perciò devoti al governo anche per le loro stesse posizioni commerciali, bancarie, ecc.

Egli quindi non scrisse alla Società Rubattino  né allo stesso Rubattino, ma s'indirizzò personalmente e privatamente al Fauché colla lettera che i lettori conoscono. Non ricorse a nessun altro, prevedendo forse che i principali interessati di quella Società avrebbero certo frapposto degli ostacoli, i quali, uniti a quelli diplomatici del governo, avrebbero resa la sua situazione imbarazzante.

Il Fauché doveva rispondere prontamente si o no, poiché la ristrettezza del tempo non permetteva dilazioni, che avrebbero compromesso l_esito d_una impresa per la quale s_era già lavorato tanto. Pure la risposta richiedeva qualche riflessione, dovendosi esaminare quale sarebbe stato l_effetto d'un rifiuto e quali le conseguenze d_un'adesione.

L_esitanza fu breve. Il Fauché non volle rispondere con un rifiuto. Checché dovesse succedere in seguito, Garibaldi avrebbe avuto il vapore. Raccomandava però, come condizione indispensabile, la massima segretezza, affinché  né il governo,  né i componenti la Società Rubattino venissero a cognizione del fatto.

Fra le tante difficoltà che il Generale doveva superare, la più rilevante certamente era quella di avere un vapore su cui imbarcare i suoi volontari; eliminata questa, restava l_altra delle armi e munizioni.

Garibaldi, nelle sue Memorie, a proposito delle armi, scrive:

«A Milano esisteva un 15 mila fucili buoni e di più mezzi pecuniari di cui si poteva disporre. A capo della direzione del Milione di fucili stavano Besana e Finzi su cui si poteva contare del pari. Besana giunse a Genova, da me chiamato, con fondi, avendo lasciato l'ordine, alla sua partenza da Milano, che ci fossero inviati fucili, munizioni ed altri oggetti militari che vi si trovavano».

Ma all_ultimo momento i fucili non sì poterono avere; essi furono trattenuti a Milano o meglio sequestrati.

Due erano in quel tempo i partiti i quali, pur avendo per fine comune l'Unità d_Italia, contrastavano tra loro per diversità di vedute: partito moderalo e partito Razione.11 primo stava col governo e, come questo, non amava le imprese arrischiate; il secondo, con Garibaldi, intendeva proseguire il lavoro già cominciato della liberazione d_Italia, non voleva saperne di arti diplomatiche, ma agire prontamente, risolutamente, andare avanti ad ogni costo per raggiungere quell'obbiettivo ch'era aspirazione di tutti gl_italiani: Roma.

Il governo, a capo del quale stavi il ministro Cavour, avrebbe forse aderito ai progetti di Garibaldi, ma la posizione, nella quale si trovava allora il Piemonte rispetto alla Francia, teneva perplessi gli uomini di Stato per non urtare contro le viste di Napoleone III, il quale, arrestandosi a Villafranca, aveva chiaramente fatto intendere che, per allora, di Unità italiana non se ne dovesse pii parlare. I moderati stavano in attesa di tempi migliori onde raggiungere lo scopo regolarmente, ufficialmente, diplomaticamente; gli uomini del partito d_azione invece, questi mezzi non volevano riconoscerli, bensì proseguire l_opera già cominciata.

Dunque in quei giorni fra Garibaldi e il ministro Cavour v_era lotta; coperta se vogliamo, ma sempre lotta. Il primo, insofferente d_indugi, voleva a qualunque costo volare in soccorso degl_insorti fratelli siciliani; il secondo, e con lui il governo, si trincerava dietro i suoi doveri diplomatici e, pur approvando in cuor suo l_ardito disegno del generale Garibaldi, apertamente non poteva  né incoraggiarlo,  né aiutarlo.

Il governo naturalmente doveva essere guardingo per evitare fastidi da parte di qualche potenza; esso fece e non fece; non impedì i preparativi della spedizione e, sapendo che si sarebbe fatta, finse di non saperlo; sequestrò i fucili buoni ch'erano in Milano, ma poi all_ ultimo, per mezzo del La Farina, ne fece consegnare un migliaio, ch'erano dei veri catenacci.

Scrive Garibaldi:

«La Farina offrì mille fucili ed ottomila lire che io accettai senza rancore fummo privi dei buoni fucili nostri che restavano a Milano ed obbligati a servirci dei cattivissimi fucili procuratici dal La Farina........» (1).

Il generale Garibaldi faceva assegnamento sul Fondo pel milione di facili e sulla Società nazionale, le quali erano due associazioni politiche sorte nei momenti di maggior entusiasmo del nostro Risorgimento; erano iniziatori e soci, oltre Garibaldi, personaggi distinti e provati patrioti; contribuenti poi tutti gl_ italiani. Quelle risorse gli vennero a mancare; pur tuttavia, non volendo indietreggiare, arrischiò egualmente l_ardita impresa.

Anche la ricerca d_una nave, pel trasporto dei volontari, era una faccenda piuttosto seria: se il bastimento occorreva, il danaro per noleggiarlo era scarso, e gli armatori in genere erano poco disposti a secondare il desiderio del generale, sia per la tema di perdere un capitale, sia anche perché la spedizione, della quale in quei momenti si parlava, sembrava a molti una impresa temeraria. Il Bivio, incaricato di queste pratiche, si adoperava a tutt_uomo per riuscire.

1) Garibaldi. Memorie autobiografiche.

«Bivio (scrive il generale) è certamente il principale attore della sorprendente impresa. Il suo coraggio, la sua attività, la pratica sua nelle cose di mare e massime di Genova, suo paese natio, valsero immensamente ad agevolare ogni cosa (1)».

Il vapore adunque, grazie la risposta favorevole del Fauché, era trovato; si trattava ora per costui, disporre le cose in modo perché al momento opportuno tutto fosse pronto. La segretezza, ch_egli aveva raccomandata, doveva essere mantenuta.

Il Fauché, nel concedere al generale Garibaldi un vapore, sapeva benissimo quale responsabilità si assumeva in faccia al paese, in faccia al governo e agli interessati della Società. Era ancora fresca nella memoria di tutti la non riuscita impresa del Pisacane, tentata qualche anno prima col vapore il Cagliari della compagnia Rubattino; e il ricordo di quel fatto non era tale certamente da incoraggiare il direttore della Società a consegnare un piroscafo. D_altra parte, neppure era incoraggiante l'offerta fatta dal generale di lire centomila (che desiderava non impiegare tutte) per indennizzare la Società degli eventuali danni, se si riflette che uno dei più piccoli piroscafi della compagnia, il Dante, costava molto di più. Aggiungendo a tutto questo le esigenze del servizio postale, pel quale la Società era sovvenzionata dal governo, sarà facile comprendere come il Fauché non si trovasse in quel momento in un letto di rose, poiché la favorevole risposta data al generale, oltreché obbligarlo a mantenere inalterato il servizio postale, lo costringeva ad agire con molta cautela affinché tutto venisse preparato osservando la più scrupolosa segretezza, in modo da nou lasciare trasparire ad alcuno lo scopo vero delle disposizioni ch_egli dava con studiati pretesti di precauzioni e provvedimenti nell'interesse del servizio in generale.

(1) Garibaldi. Memorie autobiografiche.

Il Fauché, all_appello fattogli da Garibaldi, rispose si senza titubare, senza pensare ad altro.

Farò una breve considerazione.

Questo punto di storia, cioè la consegna di un vapore prima, poi, come dirò in seguito, la consegna d_un secondo vapore, è oggi poco conosciuto perché essendosi effettuato quasi in segreto, non venne fedelmente descritto per mancanza di dati. Un fatto poco conosciuto viene spesso travisato in mille modi; attribuito ad altri, anziché a colui che l_ha compiuto; oppure se quel fatto presenta qualche cosa di nuovo, di straordinario, non è creduto. Un nomo che senza esitare, senza tener conto delle conseguenze, si assume la grave responsabilità di consegnare al generale Garibaldi due navi, compromettendo sè stesso e rovinando la sua posizione, date le circostanze del momento, compie un_ azione patriottica.

Ebbene, oggi ancora quest_azione è falsamente interpretata; non solo, ma trova anche moltissimi increduli: ed io pur troppo ebbi a constatare ciò ogni qualvolta mi si presentò l'occasione di ragionare su quel fatto e volli, come si dice, mettere i puntini sugli i.

Non vanagloria mi spinse a scrivere queste pagine, bensì l_amore della giustizia e della verità e il vivo desiderio che ad ognuno sia dato ciò che gli spetta.

Quanto agl'increduli, compatirò quelli che lo sono per ignoranza dei fatti; a quelli invece che lo sono per malignità o per spirito di partito, dirò, che dai tempi gloriosi del nostro Risorgimento ad oggi, molte cose sono cambiate. Allora l_aspirazione degl_italiani era l_unità della patria; quindi sacrifìci d_ogni sorta ed eroismi. Oggi l_aspirazione di tutti dovrebbe consistere nel consolidamento di quanto fecero coloro che non sono più o che si trovano sull_orlo della tomba.

Torniamo all_argomento nostro.

Fu detto, in quel tempo, che il fatto stesso di avere il Generale avuti i vapori dalla compagnia Rubattino, sovvenzionata dallo Stato, dimostrava la cooperazione del governo nell'impresa di Sicilia, poiché non sarebbe stato possibile che il direttore di quella Società accondiscendesse a farsi rapire i piroscafi se non ne avesse avuto da Torino il tacito consenso o il permesso degl_interessati della compagnia, i quali avrebbero riconosciuto in lui nientemeno che un agente di Cavour. In seguito, per completare la storiella, l_agente di Cavour, o del governo, non era più Fauché, ma Rubattino. La fantasia lavorava!

Il Fauché, in quel tempo, non conosceva ancora il ministro Cavour; non era quindi agente suo  né di nessun altro. Era semplicemente un uomo di sentimenti liberali e amantissimo della patria; un patriota che, in circostanze speciali, sapeva compiere il suo dovere di buon cittadino, concorrendo con tutti i mezzi, con tutte le proprie forze e a costo di qualunque sacrificio, alla redenzione della patria, e che al suo privato interesse non avrebbe esitato di anteporre quello generale del paese.

S_egli fosse stato un agente di Cavour o se gl_interessati della compagnia gli avessero dato il permesso di fare quello che fece, c_era egli bisogno di porre per condizione a Garibaldi la segretezza? Erano necessarie tutte quelle brighe angustiose perché nulla trapelasse di quanto si stava facendo? Se la compagnia Rubattino o Rubattino stesso avessero consegnati i vapori, come si continua a credere e a scrivere, c_era egli bisogno che il Fauché rappresentasse quella commedia?

Senza inventare nuove storie, si dica semplicemente che il Fauché commise un atto imprudente, arrischiato, disponendo di due navi appartenenti alla flottiglia della compagnia Rubattino e a lui affidate.

Si dirà almeno il vero.

Ma, date le circostanze del momento e scrutando l'interno pensiero del Fauché ed i patriotici suoi sentimenti, quell'azione non meritava di esser biasimata dai signori della Società e, peggio ancora, pagata con un licenziamento.

Un'altra circostanza devo aggiungere, la quale potrà far parere quasi naturale, spontaneo, l_operato del Fauché.

La Società Rubattino (cioè tutti i suoi membri) per le disposizioni con le quali concorse in favore della redenzione d'Italia trasportando gratuitamente, sui propri vapori, i volontari che andavano ad ingrossare le file dei combattenti nella gloriosa campagna del 1859, come pure i toscani che vollero recarsi a prender parte al plebiscito della Toscana nei giorni 11 e 12 marzo 1860, si era già acquistata la patria benemerenza; e il Fauché quindi credeva, o avrà creduto, che a questa benemerenza la Società non avrebbe voluto rinunciare allora, disapprovando un atto che di nuovo all_opera della patria la consociava (1).

(1) Vedere l_appendice I.

CAPITOLO IV

Il vapore destinato dal Panche per l_imbarco dei volontari era il Piemonte, uno dei migliori piroscafi della compagnia; costruito a Glasgow nel 1851, misurava metri 50 di lunghezza,7 circa di larghezza e 3 di profondità; aveva la portata di 180 tonnellate ed una macchina della forza di 160 cavalli. Il suo valore era di lire 278450.

Oggi che il naviglio a vapore ha fatto un gran passo in avanti, oggi che, non parlando della marina da guerra, abbiamo piroscafi mercantili che sono vere città galleggianti; oggi, dico, quelle dimensioni sarebbero ridicole, ma in quel tempo il Piemonte era tenuto per un bel vapore.

Il generale Garibaldi, ritornato intanto da Torino a Genova, aveva preso dimora nella villa Spinola a Quarto e là, in segreto fra lui Bivio, Bertani e Fauché si discusse, si concertò tutto quanto aveva attinenza alla consegna del vapore, all_uscita di esso dal porto di Genova e all_imbarco dei volontari. Questi convegni furono tenuti segretissimi, al punto che nessuno ne ebbe sentore.

Genova, in quei giorni, formicolava di gioventù italiana, parte chiamata, parte attratta dalla voce che Garibaldi avesse ideata una spedizione in Sicilia. Tutta questa gente stava in aspettazione, ignorando completamente quanto nel segreto si andava concertando. Le notizie che arrivavano dalla Sicilia erano piuttosto allarmanti; un aiuto era desiderato; si attendevano soccorsi a braccia aperte.

L_abbondanza di volontari accorsi in Genova, fra i quali moltissimi che già avevano combattuto con Garibaldi l_anno precedente, era tale che questi pensò di dare alla spedizione proporzioni maggiori. Ma per far questo un solo vapore non bastava; ne occorrevano due: e questo nuovo vapore a chi chiederlo?

Col pretesto di un noleggio o di un rimorchio per l_isola di Sardegna, si tentò da un_altra parte; chiesto il prezzo d_un piccolo vapore (il Roma) ancorato nel porto di Genova, i proprietari ne domandarono la somma di 140 mila lire.11 contratto era troppo duro; la spesa enorme in confronto dei pochi mezzi che il Generale aveva a sua disposizione.

Mio padre raccontò in un suo opuscolo pubblicato nel 1882 (1) la seguente scena:

«... io mi trovava con lui a villa Spinola colla immancabile compagnia del povero Bivio: Garibaldi (mo lo ricorderò finché avrò vita) era seduto sul suo letto, sopra il quale stava distesa una gran carta della Sicilia e sull'armadietto da notte, vicino al letto, ardeva un pezzo di candela che dava fioca luce alla camera.

Egli mi rivolse così la parola: Ebbene, Fauché, credete che la faremo la spedizione? _ Si, generale, risposi _ E lui, con una dolcezza che mi avrebbe strappato l'anima, soggiunse: E se, invece di uno, vapore, me ne occorressero due? _ Ed io risposi: oltre il «Piemonte» allestirò anche il «Lombardo (il Lombardo era il miglioro e più grande piroscafo della società). A questa risposta, ch'egli accolse con manifesta gioia, le sue speranze si rinfrancarono... »

(1) Una pagina di storia sulla spedizione, dei Mille, di G. B. Fauché. _ Roma, Tip. Guerra e Mirri, 1882 (estratto da Gazzetta d_Italie, n. 168 del 17 giugno 1882).

Il Fauché, in quel momento, non pensò che ad una cosa, a secondare cioè la generosa aspirazione del generale Garibaldi, di volare in soccorso d_un popolo infelice; il Fauché, i cui sentimenti si accordavano perfettamente con quelli dell_Eroe, non poteva rimanere titubante o rispondere: non posso fare di più, ma francamente disse: darò anche il «Lombardo».

Il Fauché fu preso, a quanto pare, dall_attrattiva di quell_uomo, il cui fascino potente, irresistibile, sui campi di battaglia operava miracoli:.... con una dolcezza che mi avrebbe strappalo l'anima, dice il Fauché, cioè il modo della domanda era tale che ninno avrebbe potuto resistergli, tanto meno un uomo che qualche cosa aveva fatto per l_Italia.

Nella conversazione che seguì al dialogo sopra riferito, si discusse anche sulla convenienza per il Fauché, di seguire o no la spedizione; ma, dopo maturo esame, si stabilì esser meglio che rimanesse al suo posto, così per non far troppo palese la connivenza sua, come per non abbandonare la Società nelle difficoltà in cui si sarebbe trovata dopo la partenza dei vapori; egli sarebbe partito solo nel caso che, sul punto del rapimento dei vapori, fossero insorte al bordo di essi, difficoltà così fatte da reclamare il suo intervento e la sua autorità per appianarle.

Ho detto rapimento dei vapori, perché infatti s'era concertato che nell_ora tale della notte tale, questi sarebbero stati occupati di sorpresa, fatti uscire dal porto e condotti a Quarto.

Da quell_istante le cure del Fauché dovevano essere intese ad approntare due vapori invece di uno e, nello stesso tempo, a provvedere alle esigenze del servizio postale coi rimanenti piroscafi.

Considerando la stia posizione di direttore d_una Società di navigazione e la sua responsabilità, ognuno può immaginare come le preoccupazioni sue non fossero poche; egli doveva infatti mantenere inalterato il servizio postale (1), fare in modo che i vapori fossero pronti al momento volato dal generale, infine affrontare la burrasca che quel fatto avrebbe sollevato.

Le disposizioni da lui date, per quanto riguardava il movimento dei piroscafi, erano combinate in modo che, se nel servizio di questi c_era qualche cosa di anormale, gli equipaggi non s_accorsero mai di nulla.

Il Lombardo era il migliore piroscafo della società; costruito a Livorno nell_anno 1811, aveva una lunghezza di metri 48 circa ed era largo metri 7,40; pescava metri 4,23; aveva una portata di 238 circa tonnellate ed una macchina della forza di 220 cavalli; il suo valore era di lire 360000.

Nel dare queste cifre, come pure quelle del Piemonte, non ne garantisco l_esattezza; è cosa, del resto di poca importanza: e se c_è errore, questo non può essere che minimo.

Intanto le notizie incerte che venivano dalla Sicilia, notizie spesso contradditorie e poco rassicuranti pel buon esito d_una spedizione, la questione dei fucili che si attendevano da Milano e che poi non giunsero, surrogati all_ultimo, come dissi, dai mille dati dal La Farina, le munizioni scarse perché quelle attese non arrivavano mai, l_agglomeramento dei volontari che cominciavano a perdere la pazienza; tutto ciò, unito ad altre contrarietà, fece si che in un dato momento, nascesse nel generale l_idea di sospendere l_impresa e di ritirarsi a Caprera.

(1) La flottiglia della società di navigazione R. Rubattino e C. era composta dei seguenti piroscafi: Lombardo Piemonte Cagliari Dante Virgilio 5. Giorgio Sardegna Italia.

Scrisse allora al Fauché in questi termini (1):

«Genova 29 aprile 60

Carissimo amico,

Mi potreste fare il favore di farmi lasciare sull'isola di Santa Maria, dal vapore che parte mercoledì da Porto Torres? Oppure, vi è qualche vapore straordinario per la Maddalena? Di qualunque cosa vi sarà riconoscente il vostro

G. Garibaldi.

Signor Fauché

Direttore dei vapori

Genova».

Al ricevere questa lettera, il Fauché rimase sorpreso e addolorato, non potendo immaginare quali cause avessero potuto produrre quella repentina risoluzione; egli perciò disponevasi a recarsi nella stessa notte a Quarto per avere spiegazione dell_enigma, quando, in sulla sera, gli pervenne questo laconico biglietto di Bivio scritto a matita in un pezzettino di carta (2):

«Signor Fauché,

Ho bisogno di vederla, le notizie sono buone e ritorniamo all'affare.

29 aprile, ore 9 pom. Bivio».

Il Fauché corse tosto in casa di Bivio, il quale, presi con lui nuovi concerti, si recò a Quarto dal Generale.

La mattina seguente, cioè il 30 aprile, il Bivio così scriveva al Fauché (3):

«Signor Fauché,

Vengo in questo momento da Quarto: il Generale viene a Genova subito e la aspetta da Bertani appena ella può, ma si raccomanda perché potendo ella venga subito.

(1) Autografo conservato dall_autore.

(2) Autografo conservato dall_autore.

(3) Autografo scritto a matita conservato dall_autore.

La cosa sulle basi intese iersera, è perfettamente nelle viste del Generale. La prego di non attendere altre discussioni e di preporvi le idee in modo che terminato l_abboccamento di questa mattina, il tutto sia definitivamente regolato per quanto da ella dipende. Io sarò presente,

 

Di casa 30 aprile ore 10 ¾

Signor Fauché S. P. M.

Suo devotissimo

G. Nino Bixio».


La conferenza ebbe luogo quel giorno stesso in casa Bertani; in essa venne stabilito che i vapori sarebbero stati in ordine per la notte dal 5 al 6 maggio, nel loro solito posto d_ancoraggio, con la necessaria provvista di carbone, coi fuochi delle macchine accesi e coll_equipaggio strettamente necessario, il quale però sarebbe stato libero di ritirarsi dopo prestati i servigi bisognevoli a trarsi fuori dell_ancoraggio. Quanto al personale di comando, questo non era indispensabile; perciò gli ufficiali di quei legni, che nulla sapevano, sarebbero rimasti, come di solito nelle loro case.

Combinata in tal modo la partenza della spedizione, dirò brevemente come avvenne il rapimento dei vapori.

CAPITOLO V

Nella notte dal 5 al 6 maggio la spiaggia di Quarto brulicava di gioventù italiana; la parola d_ordine era data, il luogo di convegno stabilito e tutti erano accorsi, lieti finalmente di poter partire dopo lunghi giorni l'incertezza e di paziente attesa. Non sapevano su quali legni si sarebbero imbarcati, quale la meta del viaggio, qnale la loro sorte futura; eppure, ebbri di gioia, volgevano impazienti lo sguardo sul mare dalla parte di Genova in attesa del vapore, dimentichi di tutto, felici di partire con Garibaldi. Avevano fiducia in lui; non pensavano ad altro che alla partenza.

Intanto nel porto di Genova il Lombardo ed il Piemonte erano pronti; a bordo si trovava il personale strettamente necessario, essendo tutti gli altri come già dissi, a terra.

Vicino ai due vapori era ancorato un vecchio bastimento che, per aver fatto il suo tempo, pare fosse destinato ad uso di magazzino, sotto la sorveglianza d"un custode. Su questo legno, la sera avanti, erano saliti Bivio, Castiglia ed altre persone le quali, in attesa del momento stabilito per compiere l_atto di pirateria (come lo si qualificò allora), stavano tra loro conversando. All_ora convenuta, circa runa dopo la mezzanotte, il Bivio, seguito dai suoi, salta improvvisamente sul ponte dei due vapori, ordina ai pochi nomini d_equipaggio di non fiatare e di obbedirgli; ma costoro, che forse la sapevano lunga, non avevano certo intenzione di ribellarsi, poiché s_accinsero subito ad eseguire le operazioni necessarie per uscire con ogni precauzione dalla selva di navi di cui era ingombro il porto di Genova.

Le due navi, così catturate, passano avanti al R. legno guardaporto senza destare sospetto, non essendovi nulla di straordinario nella partenza notturna di due navi munite dei segnali prescritti.

Appena fuori del porto, messe le macchine a tutta forza, si arriva in breve a Quarto, ove, con tutta sollecitudine, avviene rimbarco dei volontari e delle armi date dal La Farina.

Quanto alle munizioni, che avrebbero dovuto arrivare in tempo, pare che l_imbarcazione sulla quale erano state caricate non abbia saputo trovare la strada per raggiungere i piroscafi; per cui, dopo aver vagato buona parte della notte senza trovare il Generale, essa rientrò in porto. Queste munizioni furono poi mandate in Sicilia con le successive spedizioni, cioè con quelle spedizioni che non vennero ostacolate in nessun modo, poiché i fortunati avvenimenti che seguirono, avevano già fatto toccare con mano che l_impresa di Garibaldi non era pazza come si ebbe a giudicarla da prima.

Giambattista Fauché, che abitava in Genova, nel palazzo Serra a S. Sabina, vicinissimo alla darsena, stette nel terrazzo della sua abitazione, buona parte della notte, con l_occhio fisso sui due vapori, pronto ad accorrere in caso di bisogno. Quando li vide muoversi ed oltrepassare in seguito i moli del porto, andò tranquillamente a coricarsi in attesa di quanto stava per succedere e pronto a far fronte alla burrasca che si sarebbe scatenata.

Quante volte ebbi occasione di rivolgere il pensiero a quei due piroscafi, ho chiesto a me stesso: perché non vennero conservali?

I gloriosi fatti del nostro Risorgimento lasciarono in eredità agl_italiani un infinito numero di ricordi; esistono oggi in Italia parecchi musei così detti del Risorgimento Italiano, i quali raccolgono e conservano una quantità immensa di oggetti che hanno attinenza colle vicende patrie.

Dalle armi, autografi, libri, ecc..., si arriva fino a cose che sembrerebbero insignificanti, ma che pure hanno un valore storico. E vero che spesso si esagera, collocando in questi musei delle inezie che poco o nulla hanno relazione cogli avvenimenti politici di quei tempi; ma a parte questo poco criterio nella scelta degli oggetti, è un fatto che questi musei sono di utile ammaestramento perché ci rammentano gli eroismi d_un tempo che si allontana sempre più dalla memoria degli uomini.

Non so quindi comprendere come a nessuno sia venuto in mente di proporre la conservazione di quei piroscafi, divenuti celebri pel trasporto della meravigliosa spedizione.

In Italia non mancano stabilimenti marittimi; ci voleva ben poco a collocarli in qualche arsenale, in luogo conveniente perché a tutti fosse permesso visitarli. Ristaurati e diligentemente mantenuti, essi oggi sarebbero oggetto di curiosità non solo, ma, oso dire, di venerazione.

Invece? Non posso dire con certezza come abbiano finito; so solamente che, molti anni or sono, il Lombardo serviva a trasportare fango nel porto di Bari (1).

Garibaldi, nel suo libro I Mille, scrive (2):

«Ove sono i piroscafi che vi presero a Villa Spinola e vi condussero, attraverso il Tirreno, salvi nel piccolo porto di Marsala? Ove? Son forse essi, nuovi Argo, gelosamente conservati e segnati all_ammirazione dello straniero e dei posteri, simulacro della più grande e più onorevole delle imprese italiane? Tutt'altro; essi sono scomparsi.

(1) Rimorchiava le draghe cariche di fango.

(2) Garibaldi, I Mille.

&...Chi dice: essi furono perduti in premeditati naufragi. Chi li suppone a marcire nel più recondito d'un arsenale, e chi venduti agli ebrei per pochi soldi, come vesti sdrucite....».

Lascio Garibaldi e i Mille avviarsi al loro glorioso destino.

A giorni essi faranno meravigliare il mondo colle loro vittorie, aprendo cosi la strada a successive spedizioni di volontari, le quali partiranno tranquillamente alla luce del giorno, sotto gli occhi di tutti e fornite d_armi e munizioni; allora non più sequestri di fucili, non più polveri da guerra che non arrivano a tempo o che non trovano la strada, non più navi in crociera sulle acque della Sardegna per arrestare i volontari; allora i neghittosi, i paurosi, gl'increduli, tutti coloro che avevano giudicata impresa da pazzi quella di Garibaldi, muteranno idea per essere all_ unisono col sentimento degli altri; allora una gara generale a prestarsi in tutti i modi per agevolare le nuove spedizioni e poter cosi dire un giorno: a?ch'io feci questo e quest'altro, senza riflettere che, se non si fosse fatta la prima spedizione, neppure le altre l_avrebbero seguita; allora, infine, lodi smisurate alla Società Rubattino, al Rubattino stesso, e dimenticanza per colui che, vogliasi o no, aveva veramente agevolata l_impresa, togliendo dall_imbarazzo il generale Garibaldi colla consegna di due degli otto piroscafi a lui affidati.

Apro una parentesi.

La partenza della prima spedizione, gli aiuti prestati alle successive, produssero malumori ed aspre polemiche durate parecchi anni, perché ambedue i partiti, moderato e d'azione, quando tutto era andato a gonfie vele, volevano la loro parte di gloria.

Siamo giusti e diamo ad ognuno il suo.

Il merito dell'impresa, o meglio, della prima spedizione, spetta a Garibaldi, primo di tutti, e a_ suoi aderenti, ossia al partito d'azione. Se in seguito poi, visti i felici risultati di Sicilia, si apprestarono nuove spedizioni col consenso del governo, col concorso del partito moderato, questo poco importa; vuol dire che si cominciava a comprendere quanto bene era per venirne alla causa nazionale.

Inutili quindi le polemiche. Su queste non voglio certo arrogarmi il diritto di manifestare giudizi; e siccome, d'altronde, m_allontanerei di troppo dal soggetto del mio racconto, cosi faccio punto (1).

Comunque fossero andate le cose, era destino che il Fauché, o in un modo o in un altro, avrebbe pagata a caro prezzo la sua generosa e patriottica azione.

L_impresa di Garibaldi ebbe un esito felice, ma il Fauché fu bellamente licenziato e messo sulla strada, lui e la sua famiglia, come dirò nel capitolo seguente.

Se la spedizione invece di giungere felicemente alla meta, fosse incappata fra le navi della squadra comandata dall'ammiraglio Pensano, in crociera sulle acque della Sardegna, cosa sarebbe accaduto? Una cosa semplicissima: la Società e lo stesso Rubattino, oltreché irresponsabili, erano fuori di causa, essi non c_entravano per nulla; tutta la colpa sarebbe caduta sul direttore, sul Fauché, solo responsabile di un_azienda sovvenzionata dal governo e tenuta ad adempiere gli obblighi assunti pel servizio postale; egli solo avrebbe dovuto rispondere al governo e agl_interessati della società, pel suo atto arbitrario, egli solo ne avrebbe portata la pena che, forse, sarebbe stata più grave d_un semplice licenziamento.

(1) I pazienti lettori che avessero volontà di saperne di più leggano l_appendice II.

Il giorno 5 maggio, cioè prima di partire, il generale Garibaldi aveva indirizzata la seguente lettera a tutti in generale i componenti la Società (1):

«Ai Signori Direttori dei vapori nazionali.

Dovendo imprendere un_operazione in favore d_italiani militanti per la causa patria, e di cui il governo non può occuparsi per false diplomatiche considerazioni, ho dovuto impadronirmi di due vapori dell'amministrazione da LL. SS. diretta e farlo all'insaputa del governo stesso e di tutti.

Io attuai un atto di violenza, ma comunque vadano le cose, io spero che il mio procedimento sarà giustificato dalla causa santa servita e che il paese intero dovrà riconoscere come debito suo da soddisfare i danni da me arrecati all_amministrazione.

Quandoché non si verificassero le mie previsioni sull'interessamento della nazione per indennizzarli, io impegno tutto quanto esiste in denaro e materiale appartenente alla sottoscrizione per il milione di fucili, acciocché con questo si paghi qualunque danno, avaria o perdita a LL. SS. cagionata.

Genova 5 maggio 1860

Con tutta considerazione

G. Garibaldi»

Questa lettera, scritta a tutti i direttori, oltreché una leale partecipazione del fatto compiuto e l'assicurazione che la Società, in un modo o in un altro, sarebbe stata indennizzata dei danni eventuali, aveva anche lo scopo generoso di salvare il Fauché dalla bufera nella quale si sarebbe trovato avvolto per la scomparsa da lui favorita dei due vapori.

(1) Questa lettera fu pubblicata in quel tempo da parecchi giornali.

Egli sperava che gli amministratori tutti avrebbero condiviso ì generosi suoi sentimenti e che nessuna protesta, per parte loro, sarebbe stata sollevata, e che nessun danno ne sarebbe derivato al solo responsabile.

Questa lettera, infine, avrebbe dovuto tranquillizzare gl_interessati della Società.

Vana speranza!

Le cose andarono assai diversamente.

CAPITOLO VI

Giambattista Fauché, quantunque, naturalmente, fosse a cognizione dei fatti, ricevette non pertanto nel mattino del 6 maggio l_avviso che due vapori della Società erano, nella notte, usciti dal porto.

La partenza della spedizione venne, in breve tempo, a cognizione di tutta Genova, destando generale stupore e, a molti, graditissima sorpresa.

Non fu però gradita sorpresa per gl_ interessati della Società, i quali, nella perdita dei vapori, non vedevano altro che il danno materiale arrecato alla Società stessa e per conseguenza anche a loro. I principali tra essi si riunirono subito presso un avvocato di Genova e, seduta stante, stabilirono di procedere a certi atti; ma per far ciò essendo necessaria la presenza del Fauché, uno di essi si recava presso di lui, ordinandogli di presentarsi a quell_ avvocato per prendere cognizione di quanto era stato deciso in quella seduta.

La sua posizione e le circostanze del momento suggerirono al Fauché la linea di condotta che doveva tenere: agire cioè con prudenza, dignità e fermezza; non essere opportuno, in quel difficile istante, dichiararsi connivente; ma non piegarsi neppure  né procedere ad atti che suonassero disapprovazione o disprezzo circa l_operato di Garibaldi.

Nel mattino stesso egli aveva già prevenuto il comandante del porto e le autorità, dell_avvenuta scomparsa, durante la notte, di due vapori della Società da lui diretta, ed aveva anche assicurato che, malgrado questo inconveniente, il servizio postale si sarebbe potuto effettuare senza interruzione.

All_ora stabilita si recò dall_avvocato (che non era il consulente ordinario della Società) il quale volle essere da lui minutamente informato dell_accaduto; dopo di che, l_avvocato stesso gli dichiarava che, in seguito agli accordi presi coi signori che lo avevano consultato, dovevansi compiere gli atti seguenti:

1. Abbandonare agli assicuratori i due piroscafi predati.

2. Indirizzare una protesta al Ministero per i danni che, dalla perdita dei piroscafi, la Società avrebbe risentito; danni che si attribuivano a mancata sorveglianza delle autorità del porto.

3. Denunciare all_Autorità giudiziaria i rapitori dei piroscafi.

Questi atti dovevano redigersi dall_avvocato e firmarsi dal Fauché, come direttore responsabile rappresentante la Società danneggiata.

Ma il Fauché, che non era dell_avviso dei signori interessati, si rifiutò a firmarli, facendo osservare che li trovava inopportuni, che gli sembrava sconveniente e dannosa ogni precipitazione di giudizio sull_avvenimento e che, fino a tanto ch_egli fosse rimasto alla direzione, non avrebbe mai firmato atti di denunzia all_Autorità giudiziaria per la supposta patita pirateria.

A proposito di pirati, piraterie ecc. non sarà inutile una breve digressione.

Pochi giorni dopo la partenza della spedizione, Garibaldi e i suoi Mille venivano qualificati dal governo Borbonico, come filibustieri.

Ecco cosa scriveva il supplemento al N. 106 del Giornale ufficiale del regno delle Due Sicilie (1):

(1) Questo supplemento fa parte della raccolta di documenti conservati dall_autore.

NOTIZIE INTERNE

Napoli,13 maggio 1860.

«Ieril'altro, 11 del corrente all_ora 1 ½ p. m., due vapori di commercio genovesi, denominati il Piemonte ed il Lombardo, approdavano in Marsala, ed ivi, principiavano a disbarcare una mano di qualche centinaio di filibustieri.

«Non tardarono i due R. R. Piroscafi Capri e Stromboli, che trovavansi incrociando su quelle coste, a principiare i loro fuochi su i detti due legni che commettevano l_atto più manifesto di pirateria, e dal fuoco de'  mentovati due piroscafi Napolitani risultarono la morte di molti filibustieri, la calata a fondo del Lombardo, che era il più grande dei due vapori genovesi, e la cattura dell'altro vapore il Piemonte (1).

«Le Reali truppe stanziate in quella provincia, son già mosse per circonda e e far prigioniera quella gente (2).

«Le notizie telegrafiche di oggi non ci arrecano novità riguardo a Palermo ed alle altre provincie della Sicilia».

Riprendendo la mia narrazione, dirò come il Fauclié giustificasse il suo rifiuto a firmare quegli atti ch_egli aveva giudicati inopportuni.

Sul 1° atto, perché non era di spettanza della società, ma bensì del Credito mobiliare di Torino e della Cassa generale di Genova, nel cui interesse, come creditori dell_azienda, era stata fatta l_assicurazione; oltre a ciò quest_atto non si sarebbe potuto compiere senza denunciare la sofferta pirateria, alla qual cosa non era neppur lecito pensare; d_altra parte, alla dichiarazione di abbandono, si sarebbe potuto addivenire entro il termine di sei mesi senza pregiudizio alcuno.

(1) Nello sbarco a Marsala i garibaldini non ebbero perdite e i due vapori, quantunque danneggiati, rimasero in potere di Garibaldi.

(2) Invece di far prigioniera quella gente, le truppe borboniche furono sconfitte a Calatafimi.

Sul 2° atto, perché non era il caso di accusare le autorità del porto di Genova di mancata sorveglianza, nessun impedimento frapponendosi all_uscita da un porto d_una nave, sia pur di notte.

Sul 3° atto infine, perché egli, Fauché, non intendeva dare alcun carattere doloso alla scomparsa dei piroscafi e tanto meno trattare Garibaldi e i suoi compagni da pirati.

Queste franche dichiarazioni avrebbero dovuto essere sufficienti a persuadere gl_interessati della Società, che conveniva agire con più calma e non precipitare le cose, tanto più che, a quanto aveva assicurato il Fauché, il servizio non sarebbe stato In alcun modo compromesso; ed avrebbero anche dovuto far comprendere a quei signori che l_uomo, col quale si accingevano a lottare, non era pasta da maneggiare a loro talento.

Nel successivo giorno, uno degl_interessati invitava il Fauché alla Cassa generale; quivi, ignorando realmente o facendo le viste d_ignorare le dichiarazioni fatte all_avvocato, gli presentava senz_altro gli atti, invitandolo a leggerli e firmarli; ma il Fauché non volle neppur leggerli, ripetendo nuovamente quanto già aveva dichiarato.

Allora quel signore lo avverti che si vedeva costretto a convocare la Commissione, davanti alla quale avrebbe dovuto rispondere di quel suo rifiuto.

Era questa la Commissione per la Società Rubattino, rappresentante tutti i creditori, nell_interesse dei quali il Fauché era stato prescelto a dirigere l_azienda.

Strana e difficile situazione quella del direttore della Società! Egli comprendeva benissimo quali fossero, a suo riguardo, le disposizioni d'animo degl_interessati; capiva di non essere approvato, di non goder più la loro fiducia non solo, ma neppure quell_amicizia che in passato gli avevano professata;

ma, per di più, intuiva com'essi mirassero a far si ch_egli fosse trascinato a farsi accusatore del suo proprio operato, coll_essere egli stesso l_autore delle proteste.

Infatti se la spedizione falliva, essi l_avrebbero sempre riprovata, come già avevano fatto; se la spedizione trionfava, su lui solo, sul firmatario delle proteste, sarebbe caduta la pubblica riprovazione.

Alla seduta della Commissione intervennero tutti gl_interessati, ad eccezione di R. Rubattino, il quale, sia per l_amicizia che nutriva verso il Fauché, sia perché di sentimenti politici liberali e più avanzati di quelli dei signori componenti la sua azienda, volle in quella circostanza rimanere estraneo ad una vertenza che, forse, se fosse stato solo, avrebbe risoluta in altro modo. Egli, con un pretesto qualunque, era partito per Torino.

La seduta della Commissione fu alquanto agitata: nuovi inviti da una parte, nuovi rifiuti dall_altra. Fu allora che il sospetto della connivenza con Garibaldi divenne certezza, specialmente per la ferma opposizione a fare la denuncia all_Autorità giudiziaria. La bufera infuriava, ma il Fauchè espose le sue ragioni, facendo appello al sentimento patrio ed incitando i convenuti, nell_interesse stesso della Società, a non fare atti inconsulti. Parlando poi di Garibaldi, manifestò apertamente le sue convinzioni col dire che, dov_era l_Eroe, non poteva mancare un felice risultato: riflettessero alla benemerenza che la Società, momentaneamente danneggiata, si sarebbe acquistata in faccia al paese. Aggiunse altre argomentazioni, ma tutto fu inutile; gli animi non si calmarono e la seduta venne levata senza nulla concludere.

CAPITOLO VII

L_andata di R. Rubattino a Torino, in quelle circostanze, è alquanto misteriosa: chi l_attribuisce al desiderio di non trovarsi presente a scene spiacevoli appunto per la sua amicizia col Fauché, altri invece crede siasi egli stesso recato al Ministero, latore d_una protesta. La precisa verità non mi fu dato scoprirla. Molte cose sono ancora oggi avvolte nel mistero dando luogo, pur troppo, a false e fantastiche interpretazioni. Di chiaro non v_è altro che il brutto procedere verso il Fauché. Proseguendo, dirò come non sia facile spiegare l_ostilità dei signori della Società. Agirono essi per loro conto o per ordini del governo, come alcuni credono? Io ritengo che agissero per loro conto: prima di tutto per non essere accusati di connivenza in un fatto di cui il governo dimostrava non volerne sapere; in secondo luogo perché la perdita dei due vapori era per la Società un danno del quale essi avrebbero subite le conseguenze. Ammesso questo, era naturale che pensassero anche a sbarazzarsi d_un uomo che li aveva compromessi e che, per giunta, si opponeva ostinatamente ai loro voleri; ma per far questo occorreva molta prudenza ed una tattica speciale, dovendosi anche tener conto dell_opinione pubblica perché, come dissi, la notizia della partenza della spedizione, aveva generalmente destato graditissima sorpresa.

Furono prudenti: perciò pensarono, pel momento, di subire ancora l_uomo ch'essi avrebbero desiderato di licenziare su due piedi, ripromettendosi di condurlo a fare quanto essi desideravano.

Il giorno seguente alla seduta, vi fu altra chiamata per parte dello stesso incaricato; nuove insistenze da una parte e nuovo rifiuto dall_altra. In quel colloquio il Fauché, con molta sorpresa, venne a sapere che la protesta al Ministero era già stata spedita a Torino. Quel signore quindi gli faceva osservare che, essendo questo un fatto compiuto, egli non poteva più esimersi dal firmare e spedire la denuncia all_Autorità giudiziaria. Il Fauché ripeteva le sue negative, soggiungendo che, per quanto riguardava la protesta, egli dichiaravasi estraneo a quel procedere, non solo, ma riservavasi il diritto di far conoscere pubblicamente questa sua dichiarazione.

L_occasione gli si presentò subito.

Il giornale La Perseveranza N.173 del 12 maggio, pubblicava la seguente corrispondenza da Torino:

NOSTRI CARTEGGI PARTICOLARI

Torino,7 maggio 1860.

«La Società Rubattino, ieri sera, faceva intimare un atto di protesta al Ministero della Marina, in cui denuncia l'occupazione violenta dei due piroscafi il Lombardo e il Piemonte, e dichiara impossibile la continuazione del servizio postale per la Sardegna e le coste d_Africa, a motivo dell'assenza di quei due legni.

In quest_atto la società attribuisce una grave responsabilità al capitano del porto di Genova, che non seppe impedire la partenza dei piroscafi, essendo a suo carico il vegliare alla regolarità delle carte di bordo dei piroscafi di uscita (1)».

(1) Nel leggere questa corrispondenza, viene spontanea la domanda. Se Rubattino oppure la Società Rubattino consegnò i vapori a Garibaldi, come molti s_intestano a dire o a scrivere, perché fecero quella protesta?

Il Fauché mandò immediatamente al giornale stesso la seguente lettera, che fece anche pubblicare nella Gazzetta di Genova del 15 maggio:

«Signor Direttore del giornale La Perseveranza.

Genova, 13 maggio 1860.

«A smentire il contenuto della corrispondenza di Torino 7 maggio, Inserita nel di lei giornale di sabato 12 corrente,

10sottoscritto, nella mia qualità di gerente per procura della Ditta R. Rubattino & C., dichiaro:

«Non aver fatto intimare alcuna protesta al Ministero della Marina;

«Nè essermi fatto accusatore delle Autorità locali;

«Nè avere, infine, accennata impossibilità di continuare il servizio postale che può essere eseguito coi rimanenti piroscafi, siccome ebbi ad avvertire il governo.

«Gradisca, signor Direttore, gli atti della mia distinta considerazione.

Fauché».

Questa lotta fra gl_interessati della Società ed il Fauché dimostra chiaramente come  né il Rubattino personalmente,  né la Società Rubattino ebbero parte alcuna nella consegna dei piroscafi. Eppure moltissimi scrittori, nell_accennare a quel fatto, parlano del Rubattino o della Società Rubattino: il Fauché non è nominato.

L_energico contegno del Fauché tolse agl_interessati o componenti la Società la speranza di piegarlo a fare ciò che essi desideravano; avevano bensì spedita per loro conto una protesta al Ministero, ma questa valeva fino a un certo punto, mancante com_era, della firma del gerente responsabile.

Vi fu tregua, ma per poco.

Gl_interessati avevano già deciso sulla sorte del Fauché; essi volevano sbarazzarsene, ma temporeggiavano per non suscitare pubblici commenti, essendo la verità ormai nota a tutti.

In queste condizioni, in mezzo a questa lotta, si arrivò al 18 giugno. In quel giorno il Fauché venne chiamato dal signor avvocato Tito Orsini, senatore del regno e, in quel tempo, consulente legale della società. L_Orsini, amicissimo del Fauché, ebbe lo sgradito incarico d_invitarlo, da parte del signor Rubattino, a rimettergli la procura di cui era investito e a lasciare la direzione della Società, e di consegnargli nello stesso tempo una lettera del Rubattino medesimo.

Ecco la lettera (1):

«Sig. G. B. Fauché _ Genova.

Genova 18 giugno 1860

Avendo determinato di riassumere personalmente la Direzione del mio Stabilimento, vi prego a rimettere la procura, di cui vi ho munito coll_atto 5 giugno 1858, notaio Balbi.

Vi saluto dist.

Raffaele Rubattino».

La brevità di questa lettera, dalla quale pure traspare una certa durezza poco conveniente verso la persona alla quale era diretta, mi fa pensare come, pur troppo, le quistioni politiche abbiano, in certi casi, il potere di far tacere ogni sentimento generoso; in questo caso cessava l_amicizia e cessava pure la riconoscenza eh_ era ben dovuta al Fauché per quanto aveva fatto in prò della società.

Mi sia ora permessa una digressione.

Il giorno 4 giugno 1893 s_inaugurava in Genova il monumento al Commendatore Raffaele Rubattino.

(1) Autografo conservato dall_autore.

Il giornale II Caffaro di Genova, in data 5 giugno 1893, nel dare la relazione della cerimonia, diceva che Genova offriva il tributo di riconoscenza a R. Rubattino che seppe rendere glorioso il proprio nome nei commerci e nel mare.

Vi furono parecchi discorsi; e il più importante fu quello del presidente del Comitato, marchese Gavotti, esprimente sincera e giusta ammirazione: egli parlò dell_uomo insigne per ingegno e patriottismo; rammentò giustamente la sua instancabilità nell_iniziare il commercio marittimo nazionale; accennò all_uomo compassionevole e benefico verso i poveri e sofferenti; aggiunse che, quantunque vissuto in tempi di trasformazione e di febbrile risveglio, tempi poco propizi al pacifico svolgimento delle industrie e dei commerci, pure, come Anteo dalla Terra, ne traeva maggior forza e costanza, sfidava disastri e pericoli, trasformava la vela in vapore, costituiva la prima Società di navigazione, creava dal nulla a poco a poco un numeroso naviglio e, malgrado le perdite successive dei suoi migliori vapori, li spingeva su tutti i mari ancora sconosciuti alla nostra bandiera: «animoso e prudente (proseguiva il Gavotti nel suo discorso) egli fu il più efficace intermediario fra il governo guidalo dal genio divinatore di Camillo Cavour e quella eletta parte generosa ed ardita, insofferente d'indugi, sulla quale splendeva il nome di Giuseppe Garibaldi.

«Erano momenti di ansia suprema per i futuri destini della patria.

«A Raffaele Rubattino si chiede un gran sacrificio.

«Egli non esita un istante. Abbandona due navi, il «Piemonte» e il «Lombardo», alla spartana falange dei Mille e lega indissolubilmente il suo nome alla piu grande, alla più leggendaria impresa compiuta in questo secolo (1).

(1) Dal giornale Il Caffaro di Genova del 5 giugno 1893.

Non è infrequente il caso che gli oratori, nel commemorare un personaggio, spinti da spirito di partito, presi da commozione oppure legati da vincoli d_amicizia, si scostino alquanto dal retto cammino e, senza preconcetti, ma in buona fede, attribuiscano al loro personaggio fatti e cose non vere.

Se R. Rubattino alla richiesta fattagli di un gran sacrifizio (com_è detto in quel discorso) abbandona, senza esitare un istante, due navi alla spartana falange, perché poi scrive quella lettera al Fauché?

Voglio ammettere, anzi, dato il suo patriotisino e l_amicizia pel Fauché, ammetto senza difficoltà, ch_egli l_abbia scritta a malincuore, forse costretto dagl_interessati della Società, ai quali abbisognava una vittima da sacrificare.

Comunque sia, è un fatto che la lettera è stata scritta.

Lungi da me la benché minima idea di voler oscurare la fama di un uomo che fu cittadino benemerito, patriota e, per molti anni, amico di G. B. Fauché e della sua famiglia, del che io non posso non avere grato ricordo.

Il Rubattino in quel fatto non ebbe parte per i motivi già accennati; e non è mia colpa se per giungere allo scopo prefissomi, di far luce sopra un fatto di storia quasi ignorato, sono costretto a censurare, quasi a malincuore, discorsi o scritti non conformi al vero, affinché le cose di cui si tratta si presentino chiare, lampanti, non già avvolte in densa e misteriosa nebbia.

Sempre a proposito del licenziamento di G. B. Fauché, trovo opportuno trascrivere un brano (per dire il vero fedele) del prof. A. Professione, tolto da un suo libro di Storia moderna e contemporanea dalla pace di Aquisgrana ai giorni nostri.

«Alle notizie di Sicilia, Crispi, Bertani, Bixio. Amari, Cairoli, consigliarono Garibaldi di accorrere in aiuto dei fratelli insorti.

Scrisse egli da Torino il 9 aprile a G. B. Fauché (1) Direttore della società Rubattino, offrendogli L.100.000 acciocché si lasciasse prendere il Piemonte od il S. Giorgio, per un'impresa patriottica: Fauché accettò, ma rifiutò la somma che poteva servire per liberare i fratelli di Sicilia: allestì il Piemonte e vi aggiunse altresì il Lombardo. Se non che il Cavour che non voleva imbrogli con la diplomazia e intendeva coprire studiosamente ogni secreta intelligenza, fece allontanare il Fouché e Bertani lo consolò con quella filosofia stoica che annienta i piccoli diritti......... (2)».

Dunque, a quanto scrive questo autore, il licenziamento del Fauché sarebbe stato opera del ministro Cavour. Come dissi in principio di questo capitolo, molte cose sono ancora oggi avvolte nel mistero specialmente per quanto concerne l_operato del governo e delle autorità del porto di Genova. Certe segrete cose, certi imbrogli non potei scoprire.

Poco importa; si debba il fatto attribuire al governo o agl_interessati della Società, il risultato non cambia.

Ritorno all_argomento.

Il Fauché adunque viene licenziato dal posto che occupava, per connivenza o supposta connivenza nel rapimento dei vapori. Supposta, perché il Fauché in quei momenti non aveva creduto conveniente dire com_erano andate le cose; infatti, una esplicita confessione del suo operato avrebbe avuto conseguenze più gravi l_un semplice licenziamento. Basti solo riflettere alle complicazioni diplomatiche, agl_imbarazzi del governo se lo sbarco a Marsala non fosse riuscito, se i vapori fossero stati catturati dalla squadra Borbonica,

(1) Nel testo quest_autore scrive Fouché invece di Fauché, e in tale errore cadono moltissimi.

(2) Vedere più innanzi la lettera di Bertani.

oppure se, anche avvenutolo sbarco, invece delle successive vittorie che  condussero Garibaldi ed i suoi volontari trionfalmente a Palermo, a Milazzo, a Reggio, a Napoli, fosse accaduto un rovescio delle armi garibaldine; basti, ripeto, riflettere a questo per convincersi che pel Fauché la situazione sarebbe stata gravissima.

Infatti il suo atto, date le circostanze, si poteva benissimo considerare come un reato politico compromettente la sicurezza dello Stato.

Il Fauché tacque e subì tutte le conseguenze della sua arrischiata azione.

La spedizione dei Mille arrivò felicemente al suo destino, iniziando quella fortunata campagna del 1860 alla quale, in seguito, concorse anche l_esercito italiano, e ch_ebbe per risultato la liberazione di mezza Italia.

Tutto adunque andò bene.

Meglio così! Quindi osanna a questo e a quest_altro; onori e lodi ai cooperatori della prima e delle successive spedizioni; al solo Fauché l_obblio.

Mi sbaglio. Non fu dimenticato, ma licenziato.

In questa circostanza egli non aveva che una via a prendere: seguire Garibaldi. Questo egli fece dopo avergliene data partecipazione e dopo essersi congedato da tutti gl_impiegati della Società.

Era in procinto di partire per Palermo, quando il dottore Bertani gl_indirizzò la seguente lettera (1):

«Signor Fauché

Garibaldi, seguendo la legge di quella grande moralità che annienta i piccoli diritti, s'impossessò dei due vapori della

(1) Autografo conservato dall_autore.

Società di navigazione da Voi diretta, i quali restarono in potere de_ nemici (1).

L_appello solenne del Generale alla coscienza della Nazione per compensare quella perdita; i successivi felicissimi eventi di Sicilia; la certezza dell'avvenire dovrebbe rendere la Società di navigazione sicura del risarcimento, lieta del momentaneo danno.

Sento ora ch'essa punì invece Voi del consenso che suppone abbiate prestato alla cosa.

La sventura vostra, se così può chiamarsi, è troppo nobile perché io possa veramente condolermene.

Degni di compassione sono invece coloro, che si mostrano si miseri di concetto e di cuore da non comprendere che per costituire la grande Società della Nazione deve sacrificarsi qualunque privata società; e che alla patria appartengono le navi ohe ne portano la bandiera, come la terra ed i cittadini.

Voi, bravo Fauché, portate alta la fronte e guardate fidente l'avvenire.

Genova, 20 giugno 1800.

Vostro affezionato

Dott. Agostino Bertani».

Diversi periodici, in quei giorni, si associarono a quella dimostrazione di simpatia al Fauché; e alcuni di essi inserendo la lettera del Bertani, fra i quali il Birillo allora di Torino, La Venezia di Firenze, Il Precursore di Palermo, ecc. (2).

Il giornale Il Movimento di Genova, del 21 giugno 1860, pubblicava pure codesta lettera facendola precedere dalle parole seguenti:

(1) I vapori, come ho detto in altro capitolo, furono più o meno danneggiati, ma rimasero a Marsala in potere di Garibaldi e furono poi trasportati a Palermo.

(2) Vedere appendice III.

La Compagnia Rubattino e la causa Nazionale.

Di molto buon grado pubblichiamo la seguente lettera che il Dott. Agostino Bertani manda al Signor Fauché, già Direttore della Società di navigazione che s_intitola dal signor Rubattino.

«Noi dividiamo perfettamente il giudizio che sulla destituzione del signor Fauché scrive il Dott. Bertani. I membri componenti la Società Rubattino, che hanno voluto punire nel signor Fauché una supposta connivenza all'ardimentosa impresa di Garibaldi, rimpetto alla nazione si assumono una responsabilità che peserà duramente sovr_essi. Lasciamo giudice il pubblico.

Ora ecco la lettera di Bertani............».

CAPITOLO VIII

Giambattista Fauché partì per Palermo, ma la guerra contro di lui non era ancora terminata. I signori della Società che, col licenziamento del loro direttore, speravano fosse tutto terminato, rimasero assai male per la pubblicità data dalla stampa a quel licenziamento, ma più ancora per i commenti che li additavano alla pubblica disapprovazione; la frase di Bertani: degni di compassione sono coloro invece che si mostrano s miseri di concetto e di cuore.... ecc. ecc.... fu per essi una stoccata in pieno petto. A cancellare la cattiva impressione di quella frase e a mitigare, se era possibile, il pubblico malumore, tentarono un ultimo colpo affinché la quistione avesse un termine per loro soddisfacente e non se ne parlasse più.

Pubblicarono nel giornale II Movimento di Genova, del 25 giugno 1860, le loro giustificazioni con una lettera alla quale il giornale premise queste parole: «La seguente lettera ci era stata rimessa fin dal giorno 22 cori», ma non potè essere inserita prima per circostanze da noi indipendenti. Dobbiamo però avvertire che il Sig. G. B. Fauché è partito per Palermo. Se non risponde quindi immediatamente, egli è perché trovasi lontano.

Ecco la lettera:

Egregio Sig. Direttore del giornale «Il Movimento»

Genova 21 giugno 1860,

Avendo letto sul N.173 del suo reputato giornale una lettera del Dottor Agostino Bertani, mi occorre dichiarare che io disdico nel modo più franco ed il più solenne, qualunque significazione politica si volesse attribuirà al semplice fatto di privata interna amministrazione, al ritiro cioè del Sig. G. B. Fauché, il quale non era il Direttore della società Rubattino, ma investito soltanto di una procura alla quale ha rinunciato egli stesso.

Pregandola dell'inserzione di questa lettera, voglia gradire i sensi della mia considerazione.

Raffaele Rubattino.

Da questa lettera del Rubattino, è facile capire come si tentasse, ad un tratto, di cambiare faccia alle cose.

Il licenziamento non ebbe significato politico; il Fauché non era il direttore della Società; il Fauché rinunziò lui stesso alla procura!

Ma si trattava di evitare il biasimo pubblico e, pur di riuscire nell_intento, i signori interessati della Società, non si peritavano ora di denigrare il Fauché.

Questi era lontano e, come avvertiva il giornale II Movimento, non poteva rispondere subito, ma avrebbe risposto; non tardò infatti a rivolgersi al giornale stesso colla lettera seguente:

«Palermo 2 luglio 1860

Onorevole sig. Direttore

del giornale «Il Movimento» di Genova.

Sono ben grato a V. S. che, pubblicando il 25 giugno scorso la lettera direttale il 21 stesso dal sig. Raf. Rubattino, ella abbia avuto il gentile pensiero di avvertire il pubblico ch_io era lontano e che non avrei quindi potuto rispondere subito.

Ora io interesso la nota di lei compiacenza di voler pubblicare la risposta ch_io da qui do a quella lettera, mentre la prego, Onor. sig. Direttore, di gradire i sensi della perfetta mia stima.

Fauché.

II sig. R. Rubattino dice che respinge qualunque significazione politica sì volesse attribuire al fatto del mio (ch_egli chiama) ritiro; dice che io non era il direttore della società Rubattino, ma investito soltanto d'una procura alla quale, dice pure, che ho rinunciato io stesso.

Il fondamento di codesta asserzione starebbe precisamente nell'ultima, in quella cioè, che avessi rinunziato io stesso; ma questa è una menzogna che fa cadere da se stessa tutto il resto.

Il giorno 18 giugno il sig. R. Rubattino mi scrisse che «avendo determinato di riassumere personalmente la direzione del suo stabilimento, rimettessi la procura, di cui egli mi aveva munito coll_atto 5 giugno 1858, (notaio Balbi)».

Ciò io feci, come doveva fare, immediatamente.

Il pubblico, credo sia bastantemente informato della qualità ch'io rivestiva, nondimeno dirò, che la Società, essendo in accomandita, ha un socio gerente responsabile che la dirige e l'amministra. Io era procuratore generale e speciale del socio gerente responsabile; quindi se non era direttore io, non lo era neppur lui.

Poi, già è noto, come e perché io v'entrassi; cosa io facessi; ed è noto anche bastantemente che ne uscii in conseguenza della partenza da Genova dei due vapori Lombardo e Piemonte che facevano parte di quelli affidati alla mia direzione e che servirono alla gloriosa spedizione del generale Garibaldi in Sicilia.

Tutto questo, io ripeto, è noto. Credo adunque non vi sia bisogno, da parte mia, di spiegazioni maggiori o di prove che posso, quando si voglia, produrre.

Se si è, con ingratitudine somma, disconosciuto, da parte di taluni, quanto io feci per quella periclitante Società, per sostenerla e tramutarla in una nuova, io, dedicato oggidì ad altra vita e ad altre cure più importanti, non me ne voglio ricordare, ma non mi si provochi però, perché si udrebbe allora il cattivo suono della corda che si sarà voluto toccare.

Fauché.

Dopo questa lettera ogni discussione ebbe termine. Non si comprende come i signori componenti la Società, i quali fino allora avevano apprezzato il Fauché ed erano stati con lui in amichevoli rapporti, abbiano potuto accanirsi tanto.

Era forse pel timore che il governo lanciasse loro i suoi fulmini? Temevano forse l_accusa d_aver intralciati i piani del governo che, secondo essi, osteggiava la spedizione!

Dal momento che, malgrado la mancanza di due vapori, il servizio postale (come il Fauché aveva assicurato) non era compromesso, essi avrebbero dovuto starsene quieti, non procedere ad atti sconsiderati obbligandolo, quale direttore, a secondarli.

Essi, col loro contegno, non ebbero altro scopo che di liberarsi del sospetto di connivenza ad un'impresa pazza. Col punire il Fauché, vollero additare il vero colpevole.

Non tutti, in quei momenti, avrebbero potuto indovinare l_esito felice della spedizione e delle successive operazioni di guerra; ciò basta ad attenuare alquanto il loro procedere.

Neppure il governo poteva essere buon indovino e perciò in quella circostanza, la pili elementare prudenza obbligavalo a regolarsi come fece. Un governo ha doveri internazionali ai quali non può venir meno.

Dissi già come si comportasse: apertamente dovette ostacolare, quindi sequestro d_armi, munizioni che non trovarono la strada per giungere a destinazione, crociera della flotta sulle acque della Sardegna per arrestare la spedizione; nascostamente aiutò con mille fucili ed ottomila lire; magro aiuto, se vogliamo, tanto più che, come dissi, quelle armi lasciavano alquanto a desiderare, ma meglio quelle che niente. Anche la squadra Sarda, con tutta la sua sorveglianza, non riusci ad arrestare la spedizione; non sappiamo neppur oggi con certezza, se fu calcolo o perché realmente le sia sfuggita.

Nel suo libro I mille il generale Garibaldi scrive:

«Non v_ha dubbio che l'imprevista mancanza di munizioni e quindi lo sviamento dal cammino diretto sulla Sicilia, (1) cagionò un_alterazione sulla durata del viaggio, e forse salvò i Mille dall_incontro delle due flotte Sarde e Borbonica....».

Pesando il prò e il contro, cioè i favori e gli ostacoli del governo, è certo che quest_nltimi furono di gran lunga maggiori. Con ragione quindi il generale Garibaldi potè lamentarsi del nessun aiuto governativo.

Ritornando ai signori della Società, essi avrebbero dovuto riflettere che, prima o dopo, il danno sofferto dall_Amministrazione della compagnia sarebbe stato compensato, poiché il governo ben lieto, a cose finite, del felice esito degli avvenimenti, non avrebbe mancato di venire in aiuto a una Società già da lui sovvenzionata; non avrebbero dovuto neppur dimenticare la promessa fatta dal generale Garibaldi colla sua lettera 5 maggio 1860, diretta ai signori Direttori dei vapori nazionali (2).

Il generale infatti mantenne la promessa, poiché, dopo il suo ingresso in Napoli, dispose perché la Società Rubattino fosse risarcita del danno sofferto. A questo riguardo, per mezzo, del Prodittatore per la Sicilia, Depretis, egli fece interpellare anche il Fauché, allora segretario di Stato per la marina in Palermo, e questo risarcimento fu stabilito, con suo decreto, nella somma di L.1,200,000. Con questa somma, la società riceveva un compenso superiore al valore dei due piroscafi non solo, ma poteva ancora ritenersi indennizzata della sofferta perdita del piroscafo il Cagliari, che tre anni prima

(1) Accenna alla fermata fatta a Talamone.

(2) Vedi Cap. V.

aveva servito alla non riuscita impresa Pisacane (1).

Sembrerà a taluno che, nella narrazione di questi fatti, io abbia voluto manifestare una certa disapprovazione sull_operato di qualche persona.

La mia intenzione non fu questa.

Come dissi, il compito mio era quello di correggere un errore, e di far palese una dimenticanza nella quale, involontariamente, sono incorsi molti scrittori. A tutti deve interessare l_esattezza e l_imparziabilità della storia, specialmente di quella del nostro patrio Risorgimento. Il poco che ho raccontato lo ricavai da documenti di quel tempo che non temono confutazioni; se nell_esposizione fedele degli avvenimenti, qualche nota pungente è uscita dalla mia penna, occorre tener presente che chi scrive è un figlio, che rammenta come la patriotica azione del suo genitore sia stata dapprima, per interesse o per paura, compensata con un licenziamento; in seguito poi, a cose finite lietamente, se ne sia attribuito il merito ad altri.

Infine, era anche mia intenzione di rivendicare l_operato di Giambattista Fauché, il quale, o per modestia, o perché già innanzi negli anni e reso noncurante a causa di peripezie varie e di disgrazie famigliari, non si curò di far pompa del servizio reso alla causa italiana.

Solo nel 1882 il Fauché pubblicò un opuscolo col titolo: Una pagina di storia sulla spedizione dei Mille; ma l_errore, ripetuto fino dal principio da molti scrittori, si è talmente radicato che anche quell_opuscolo ebbe poca fortuna. Venne letto, se ne parlò per qualche tempo; ma ciò non bastò a rischiarare le tenebre, da molti, forse, desiderate.

(1) Nel 1860, malgrado l_intromissione del governo Sardo e dell_Inghilterra, nulla ancora era stato deciso in proposito ad un indennizzo che avrebbe dovuto essere corrisposto dal governo Borbonico alla società Rubattino pel sequestro del vapore il Cagliari.

CAPITOLO IX

Giambattista Fauché, dopo il suo licenziamento, che gli cagionò la perdita di L. 14.000 annue, pensò bene di recarsi in Palermo. Il 23 giugno 1860 imbarcavasi per Cagliari e Palermo, arrivando in questa città il giorno 30. Nella stessa notte del suo arrivo, si presentava al generale Garibaldi il quale, stringendogli la mano, disse: Io vi debbo eterna riconoscenza e la Sicilia vi deve molto: se perdeste la vostra posizione, io vi riparerò degnamente (1).

Queste parole hanno un significato grandissimo: esse esprimono la immensa gratitudine verso l'uomo che, senza badare a conseguenze, appianò la principale difficoltà fra le tante che si opponevano all_attuazione dell_ardito concetto del Generale, e sono anche monito severo per i maligni e gl_increduli.

Nel consiglio dei ministri del susseguente giorno 1° luglio, Garibaldi fece la proposta, ed ottenutane l'approvazione, decretò la nomina del Fauché a Commissario generale della marina.

Poco egli rimase in quel posto, poiché il 17 settembre veniva da Garibaldi nominato Segretario di Stato della marina; in seguito, con decreto 15 ottobre del Prodittatore riordini, era promosso al grado di capitano di vascello di la classe nello stato maggiore della marina. Quest'ultima carica il Fauché accettò per conservarla finché avesse tenuto quella di segretario di Stato, considerando più opportuna una qualità militare in chi doveva reggere in quei momenti il ministero della marina.

(1) Da memorie scritte di G. B. Fauché.

L_avvento del Fauché al potere nel governo di Sicilia, fu per molti una spina nel cuore; e spiacque a tutti coloro che avevano considerata l_impresa di Garibaldi come pazza; a tutte quelle persone che in Genova l_avevano combattuto, osteggiato, bistrattato; a tutti quelli che non avevano voluto veder chiaro nella scomparsa dei vapori dal porto di Genova, giudicandola a modo loro; a tutti coloro, infine, che, con volgare malignità, non s_erano peritati di mormorare sulla generosità del Fauché, insinuando che egli si fosse fatto un merito colla roba d_altri. Non mancarono quindi le mormorazioni degl_invidiosi che, dopo la guerra fattagli, male sopportavano la sua assunzione ad una elevata carica, quantunque molto precaria.

Dopo i felici eventi di Sicilia, la capitale di quell_isola fu invasa da uno sciame di gente venuta da ogni dove, colla speranza di godere qualche cosa. I timori, le ansie, le titubanze, l_incredulità erano sparite per dar luogo a sentimenti opposti. Molti arrivavano in Palermo colle tasche piene di raccomandazioni; si aspirava a gradi, ad impieghi; si facevano valere i propri meriti, i propri diritti.

Tutti avevano fatto qualche cosa.

Viceversa poi, salvo eccezioni, erano, per la massima parte, un branco di parassiti che approfittava d_una buona occasione per fine di lucro; gente che nulla aveva a perdere e tutto a guadagnare. I più fortunati furono gl_intriganti, gli sfacciati, come, pur troppo, avviene in momenti di ordinamento d_un nuovo governo, in momenti di confusione come quelli, in momenti nei quali riesciva difficile, per non dire impossibile, vagliare il merito dei numerosi aspiranti.

Coll_invasione di tanta gente in Sicilia, vi penetrava pure la famosa lotta fra i due partiti.

Se prima il partito moderato aveva osteggiati i preparativi della spedizione creando un_infinità d_inciampi al generale Garibaldi, mentre il partito d_azione intendeva andare avanti ad ogni costo, ora invece questi due partiti lottavano tra di loro per un altro scopo.

I moderati volevano l_annessione immediata della Sicilia; il partito d_azione voleva invece rimandare quest_annessione a quando la libertà d_Italia fosse completa. I moderati, si capisce, temevano che la Sicilia sfuggisse loro di mano; essi dimenticavano, o non tenevano conto che sulla bandiera di Garibaldi stava scritto: Italia e Vittorio Emanuele II, e dimenticavano anche ciò che lo stesso Garibaldi aveva scritto a S. M. il Re prima di partire da Quarto, in una bellissima lettera dalla quale tolgo questo periodo:

«Ove noi avessimo a soccombere, io spero che l_Italia e l'Europa non dimenticheranno che quest'impresa è stata inspirata dal più generoso sentimento di patriottismo; se vinceremo, io avrò il vanto di ornare la corona di Vostra Maestà di un nuovo e forse più splendido gioiello... (1)».

E siccome Garibaldi non diceva una cosa per un_altra, così non v_era proprio nessun pericolo ch_egli, una volta liberata la Sicilia, volesse anche tenersela. Il timore del partito moderato era (quindi ridicolo, come ridicola, inopportuna e sconveniente era la lotta fra i due partiti.

Sarebbe lungo e inopportuno il descrivere ciò che succedeva allora in Palermo, fra coloro che volevano l_annessione immediata e quelli che la volevano più tardi.

(1) Lettera di Garibaldi a S. M. Vittorio Emanuele II, datata da Villa Spinola 30 aprile 1860.

Agenti sobillatori del partito moderato arrivarono al punto di suscitare la Sicilia contro Garibaldi e le cose erano giunte a tanto che questi fu obbligato a lasciare momentaneamente l_esercito sul Volturno, alla vigilia d_una battaglia, per correre a placare la popolazione dell_isola.

Queste turbolenze furono moleste anche al Fauché, poiché la guerra continua che si faceva ai rappresentanti della politica di Garibaldi generava uno strascico di guerricciuole private e di rancori personali.

Nulla di strano quindi se durante la sua permanenza in Palermo egli ebbe a trovarsi a contatto anche con persone ostili, sia mentre copriva la carica di Commissario generale della marina, sia quando tenne quella di segretario di Stato.

Egli ebbe nemici molti, specialmente fra coloro che, come dissi, erano calati in Palermo in cerca di fortuna. Volendo sostenere la sua carica onorevolmente, coscienziosamente, fu alcune volte costretto, per dovere del suo ufficio e per l_onore stesso del paese, a reprimere abusi ed a punire.

E certo che in quella elevata carica ebbe momenti difficili, ma è pure altrettanto certo ch_egli seppe far fronte a tutto colla costanza, colla fermezza, col patriottismo, coll_alta idea del dovere pel bene della patria.

Per fortuna ebbe anche degli amici che lo confortarono delle amarezze patite.

Sotto l_amministrazione del Prodittatore Mordini ebbe luogo l'annessione della Sicilia al regno d_Italia.

Era questa amministrazione così composta:

MORDINIPresidente
E. PARISIAffari interni.
D. PIRAINOEsteri e commercio.
BAR. SCROFANIGrazia e giustizia.
G. UGDULENAIstruzione pubblica e culto.
D. PERANNIFinanze.
G. TAMAIOSicurezza pubblica.
P. ORLANDOLavori pubblici.
N. FABRIZIGuerra.
G. B. FAUCHÉMarina.
A. BARGONISegretario.

Il giorno 24 ottobre 1860, si fece in Palermo la distribuzione delle medaglie che il Municipio, interprete del voto universale, aveva decretate a coloro che con rara abnegazione, vollero seguire Garibaldi nella gloriosa impresa. La solenne cerimonia ebbe luogo nel piano della Vittoria col concorso della milizia cittadina e degli altri corpi militari residenti in città. Tutti coloro che dovevano ricevere la medaglia d_onore, arrivarono sul posto scortati da un battaglione e vivamente acclamati dalla popolazione. Molti mancavano della gloriosa schiera che abbiamo veduta partire da Quarto; parte per aver data la loro vita alla patria, parte trattenuti da gloriose ferite, parte lontani per combattere l_ultima lotta contro il Borbone.

Giunti sul piano della Vittoria, il Prodittatore, sceso dal palazzo reale, passò in rivista le truppe; quindi, avviatosi verso il padiglione appositamente innalzato, rivolto a quei generosi, proferì un discorso che riscosse fragorosi applausi da quanti eran colà convenuti.

Il Giornale ufficiale di Sicilia così terminava la descrizione della cerimonia:

«Distribuite le medaglie e soddisfatto così il desiderio del pubblico, difilarono dinanzi al Prodittatore i diversi corpi che là s_erano riuniti, ed il popolo che, col suo decoroso contegno, rese più imponente e più splendida la pompa, benediva e plaudiva al pensiero di veder cosi decorati coloro, al cui eroismo la Sicilia deve in gran parte la sua liberazione, e l_Italia la fortuna di potersi chiamare nazione».

Coll_arrivo di S. M. Vittorio Emanuele II, in Palermo, ebbe termine il governo del Prodittatore Mordini.

Questi, il giorno 2 dicembre 1860, alle undici del mattino, nella sala del trono presentò, a nome del generale Garibaldi, a S. M. il Re, il plebiscito col quale il popolo dell_isola di Sicilia, convocato in comizii il di 21 ottobre, per suffragio universale aveva dichiarato con voti affermativi quattrocentotrentadue mila e cinquantatré, contro voti negativi seicento sessantasette, di volere l_Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele suo re costituzionale e coi suoi legittimi discendenti.

S. M. il Re, nell'accettare per sè e pei suoi legittimi discendenti, il risultamento del plebiscito, esprimeva quanto gli fosse grato che l_isola di Sicilia, celebre per patrie tradizioni, già avvinta alla sua Casa per antiche e recenti memorie, ora si unissi alla libera famiglia italiana e concorresse alla grand_opera dell_unificazione e dell_indipendenza nazionale (1).

Di quest_atto solenne venne rogato processo verbale firmato da S. M., dal Prodittatore di Sicilia, dai segretari di Stato della prodittatura e da tutte le altre autorità presenti.

(1) Dal Giornale ufficiale di Sicilia del 2 dicembre 1860.

CAPITOLO X

Dopo la cessione del governo di Sicilia a S. M. Vittorio Emanuele II, G. B. Fauché si dimise dal grado di Capitano di vascello chiedendo di essere riammesso nella sua primitiva carica di Commissario generale della marina. Come dissi, quel grado egli lo aveva accettato per conservarlo fino a che avesse tenuto il posto di ministro della marina. Rinunciando al grado ed in attesa di quanto avrebbe il ministero disposto a suo riguardo, egli ritornava libero cittadino, senza posizione, senza assegni e bisognoso di lavoro per vivere.

A parer mio, il Fauché non avrebbe dovuto dimettersi da un grado che gli era stato legittimamente conferito e che poteva coprire lodevolmente. Tutti, o quasi, gli ufficiali della marina Siciliana, come pure quelli dell_esercito meridionale, vennero ammessi col loro grado, o nella marina o nell_esercito italiano. Ma il Fauché aveva altre idee: non volle un grado che, secondo lui, non gli spettava; chiese solo di essere reintegrato nel posto di Commissario generale della marina.

Il ministro Cavour che, a cose finite cosi felicemente, seppe. comprendere e apprezzò l_opera prestata dal Fauché alla causa italiana, pensò a lui nominandolo Console di marina di prima classe in Ancona (1). Questa posizione veramente non era adeguata all_alta carica ch_egli aveva coperta nel governo di Sicilia ed era anche magro compenso alle perdite subite in Genova per la sua cooperazione alla spedizione dei Mille.

(1) Grado che corrispondeva allora a quello di Capitano di porto.

Vogliasi o no, egli veniva posto in condizioni d_inferiorità di fronte a moltissimi altri (1); tuttavia accettò colla speranza che sotto il ministro Cavour, dal quale, allora, era tenuto in grande considerazione, sarebbe in seguito avanzato in quella carriera; ma la morte dell_eminente uomo di Stato, avvenuta nel mese di giugno 1861, lo privò d_un valido appoggio.

E di appoggio egli avrebbe avuto bisogno per poter sostenersi in mezzo alla burocrazia di quel tempo, poiché certi codini impenitenti (allora ve n_erano molti) non sapevano o non volevano apprezzare il bene e i vantaggi che Garibaldi e i suoi cooperatori avevano arrecato all_Italia. La morte di Cavour lo fece restare stazionario nel posto medesimo che quel ministro gli aveva conferito.

Da Ancona fu trasferito al comando del porto di Livorno, poi a Messina, infine a Genova ove rimase parecchi anni. Finalmente, stanco e scoraggiato, volle por fine alla sua poco brillante carriera, col chiedere il suo collocamento a riposo. Ciò fece nel 1882 mentre si trovava, dopo ventun anni di servizio nell_Amministrazione della marina, dal 1861 al 1882, nello stesso grado di capitano di porto di prima classe conferitogli nel 1861 in benemerenza dei servigi prestati alla causa italiana.

Quante volte non avrà egli amaramente sorriso al ricordo delle parole scrittegli da Bertani:

(1) Mi preme dichiarare che questa considerazione è tutta mia; mio padre anzi accettò quella carica con riconoscenza. Naturalmente egli sperava fare quel che si dice carriera. Mai si sarebbe immaginato dover rimanere 21 anni in quella posizione e di trovarsi spesso a contatto con superiori ch'erano stati suoi inferiori.

Voi, bravo Fauché, portate alta la fronte e guardate fidente l'avvenire (1).

Travagliato da peripezie famigliari e mortagli nel 1883 la consorte, da Genova faceva ritorno alla sua Venezia, ove moriva dimenticato e povero nell_ospedale civile il 28 febbraio 1881, lasciando ai suoi figli, unica eredità, l_esempio d_un_esistenza intemerata, dedicata al bene della patria.

Dopo la sua morte parecchi giornali si occuparono di lui e, per dire il vero, gli resero giustizia.

Ne citerò alcuni:

«Corriere Mercantile di Genova, 1° marzo 1884

Venezia 29 febb. _ Morì il colonnello Fauché, ex ministro della marina di Garibaldi in Sicilia. Emigrato nel 1849, (2) era nel 1860 direttore generale della Società Rubattino e fu lui che dette a Garibaldi i piroscafi Piemonte e Lombardo».

«Il Commercio Gazzetta di Genova, Sabato-Domenica 12 marzo 1884.

Venezia 29 febb. _ (dà la stessa notificazione del Corriere Mercantile, coll_aggiunta che le autorità e la cittadinanza prenderanno parte ai suoi funerali).

«Il Movimento di Genova, Domenica 2 marzo 1884.

Venezia 29 febb. _ Ieri mattina è morto all_ospedale in età di 69 anni il Commendatore G. B. Fauché, patriota di antica data, veterano della Veneta marina. Ebbe parte nei movimenti del 1848 e quindi emigrato, fu direttore gerente con procura generale della Società di navigazione Rubattino. È per tale qualità che trattò con lui il generale Garibaldi per avere i piroscafi per l_impresa di Sicilia.

(1) Lettera di Bertani nel Cap. VII.

(2) Come ho detto in principio di questo lavoro, non lasciò Venezia che qualche anno dopo il 1849.

Compiuta la conquista di Napoli, il Dittatore lo nominò ministro della marina.

Viveva ormai ritirato a vita privata, quasi dimenticato.

«Il Secolo di Milano del 29 febb. 10 marzo 1884.

(Ripete lo stesso telegramma del Corriere Mercantile).

«L_Epoca di Genova, Domenica-Lunedì 23 marzo 1884.

È morto a Venezia di pleuropolmonite il Comm. Gio. Batt. Fauché, che i genovesi ben ricordano essendo stato per anni capitano nel nostro porto. Egli fu cospiratore e soldato e prese attiva parte alla difesa della sua Venezia nel 1848-49.

Emigrato nel regno Sardo, egli seppe far tanto apprezzare la sua profonda conoscenza nelle faccende marittime da essere nominato direttore gerente con procura generale nella Società Rubattino. Fu, occupando questo posto, ch'egli rese un grande servizio alla patria cooperando affinché Garibaldi compisse sul Lombardo e il Piemonte lo sbarco in Sicilia.

A Venezia era amatissimo e recentemente si era acquistato popolarità e simpatia sostenendo la causa dei macchinisti contro la Navigazione Generale Italiana nel recente sciopero.

Gli vennero rese onoranze solenni.

«Il Caffaro di Genova, Domenica 2 marzo 1884.

Alla chiesa dell'ospedale civile di Venezia avranno luogo, oggi 2, i funerali del compianto Comm. Fauché.

Patriota di antica data, veterano della Veneta marina, ebbe parte nei movimenti del 1848, e quindi emigrato, si fece tanto apprezzare per la sua profonda conoscenza delle faccende marittime, da essere nominato direttore gerente con procura generale della Società di navigazione Rubattino.

Fu in questo posto ch'egli compì quell_azione magnanima, in presenza della quale ogni altro suo merito può essere tralasciato.

Garibaldi nel 9 aprile 1860 gli scriveva domandandogli uno dei vapori Rubattino per trasferirsi in Sicilia con alcuni compagni, e gli offriva centomila franchi per indennizzare la Società.

Alla lettera recapitatagli aperta dall_illustre patriota Bertani, il Fauché rispondeva dichiarandosi felice di poter rispondere all'appello; il vapore sarebbe stato a disposizione del generale Garibaldi, portasse in Sicilia i centomila franchi che avrebbero servito ad altri bisogni. Poi occorsero non più uno, ma due vapori, ed il Fauché diede il Piemonte ed il Lombardo. Le pratiche come necessitava l_importanza del fatto, furono concertate con la più scrupolosa segretezza, partecipi soli, oltre Garibaldi e Fauché, Bertani e Bixio.

Nessuno può ridire le ansie di quei terribili momenti,  né in questo breve cenno necrologico si può nemmeno accennare alle difficoltà superate perché la spedizione dei Mille potesse compiersi sul Lombardo e sul Piemonte.

Qui diciamo solo che il Fauché sapeva quanto gli sarebbe costata questa sua patriottica azione; fu chiamato a render conto dell'atto suo in cui gi azionisti ravvisavano la rovina della società. Non volle piegarsi  né a sottoscrivere proteste,  né denunzie come avrebbero voluto gli azionisti e fu obbligato a dimettersi.

Garibaldi compensò lautamente la società dei vapori e nominò Fauché ministro della marina durante la sua dittatura in Sicilia.

Però il Fauché, che tanto aveva benemeritato della patria, ebbe sempre avversa la fortuna, ed egli non potè più riavere l_alta posizione che aveva,  né alcun_altra che a quella si avvicinasse».

Su questo tenore altri giornali scrissero di lui, e tutti concordi accennarono al fatto della consegna dei vapori a Garibaldi; e io, grato alla stampa di avergli resa la dovuta giustizia, nutro speranza che anche la storia, relativamente a quel fatto, voglia essere, d_ora in avanti, più veritiera.

Un giornale ha ventiquattro ore di vita; la storia invece è eterna.

Nello scrivere questi cenni biografici, ho voluto compiere un atto doveroso di figlio e rivendicare al proprio genitore un_azione che, da molti scrittori, viene attribuita ad altri. Avrò raggiunto lo scopo? Lo spero.

Ed ora non mi resta che esternare sincera gratitudine al municipio di Venezia che, alcuni anni dopo la sua morte, volle che la salma di mio padre fosse tolta dalla povera fossa ov_era sepolta, per essere collocata in una tomba speciale riservata ad alcuni benemeriti difensori della città (1).

(1) Deliberazione presa in seguito a proposta fatta dalla Giunta presieduta dal compianto Sindaco Comm. Riccardo Selvatico ed approvata ad unanimità dal Consiglio Comunale.

Fine.

APPENDICE I

Dal giornale II Movimento di Genova N.67 del 7 marzo 1860:

«AI TOSCANI RESIDENTI IN GENOVA

Ci affrettiamo col massimo piacere di rendere pubblica la seguente lettera che ci perviene dalla Società Rubattino e C.

Questa Società benemerita per molti titoli e meritamente apprezzata dal commercio, dopo avere con ogni maniera di concorso contribuito al miglior andamento della causa italiana, con gratuito trasporto di volontari e di insigni personaggi, non poteva rimanersi indifferente nella solenne occasione in cui sta per essere decisa la sorte della Nazione.

La generosa offerta della Società Rubattino è un fatto per sè stesso abbastanza eloquente e del quale, siamo certi, la pubblica riconoscenza non tralascerà di prendere favorevole nota.

Ecco la lettera che ci manda il signor Fauché, direttore di quella società:

Genova 6 marzo 1860

Preg. Sig. Direttore del giornale Il Movimento.

L_amministrazione dei vapori postali Sardi, Società Rubattino e C., desiderando di facilitare, con tutti i mezzi che sono a sua disposizione, l'intervento dei cittadini Toscani alla solenne votazione delli 11 e 12 corrente, associandosi al desiderio espresso nel supplemento del vostro giornale,

numero di ieri, di vedere cioè fatta strada ai Toscani residenti in Genova, di concorrere all'atto del plebiscito, si fa un dovere di avvertirvi, per quel fine che voi credete migliore, avere stabilito una traversata straordinaria da effettuarsi con uno dei suoi Battelli, il quale partirebbe da qui per Livorno, sabato 10 corrente alle ore 6 pom. e ripartirebbe da Livorno per qui martedì 13 alle 5 pom., e di accordare, in questa occasione, passaggio gratuito di andata e ritorno a tutti quei Toscani che ci verranno indirizzati sia da voi, signore, sia da quella Commissione che, non dubitiamo, si formerà nel senso della vostra proposta.

Tanto abbiamo l'onore di parteciparvi, mentre vi protestiamo i sensi della nostra distinta considerazione

p. p. Rubattino e C.

Fauché».

APPENDICE II

Dal giornale II Movimento di Genova N.240 del 28 agosto 1869:

«UNA PAGINA DI STORIA

La narrazione testé pubblicata dall_ ammiraglio Persano intorno ai fatti del 18G0, nella quale la destra politica di Cavour, tendente dapprima a disfarsi del generale Garibaldi e de_ suoi, pronta di poi a cavar profitto dalle sue mirabili imprese, è accortamente dipinta come aiutatrice alla spedizione di Sicilia, non poteva rimanere senza risposta.

E la dà brevemente il generale Garibaldi nella lettera che qui pubblichiamo. Nè per cotesto è da sperare si chetino coloro, i quali, non avendo loro vanti a narrare, usano appropriarsi gli altrui; ma la parola autorevole e la prova dei fatti rimarranno documento prezioso alla storia non cortigiana.

Ad amici e nemici raccomandiamo la chiusa della lettera. E questa la prima volta che il generale Garibaldi si ferma a parlare di sé, e lo fa con disdegno di cui tutti gli animi gentili e discreti intenderanno le ragioni. Certo, un uomo che, come lui, volle l'Italia una ad ogni costo, e senza idee preconcette, senza anticipate condizioni, senza vincolo personale a partiti, poteva essere tollerato per la sua medesima grandezza, ma piacere non mai. Donde le accuse, di cui egli sdegnosamente si lagna, e che la storia butterà tra le molte ciarpe del tempo nostro disutile; riconoscendo che della via tenuta dal generale Garibaldi nell_opera faticosa del Risorgimento italiano, non s'avrà ad accusare altro che la profonda divisione di partiti, già esistente quando egli giunse sul campo, e la presente generazione non bene disposta a voler fortemente una cosa.

E gran mercé se, in tanta confusione di mezzi voleri, una retta coscienza e un patriottismo senza pari vennero a capo di quel tanto che abbiamo e che andiamo bellamente disfacendo a miecino. Ecco ora, senz'altri commenti, la lettera:

Caprera 24 agosto 1869

Caro Barrili

Date posto, vi prego, ad alcune osservazioni sul Diario dell_Ammiraglio Persano.

La mia corrispondenza coll'Ammiraglio comincia il 4 giugno 1860 (vedi lettera riferita in detto Diario). I combattimenti di Calatafimi e di Palermo sono del 15, 27, 28, 29 e 30 maggio; dopo quei giorni, armistizio e capitolazione dell'esercito borbonico.

Egli è quindi dopo il felice esito della spedizione, coronata dagli anzidetti fatti darmi, che cominciano gli amori cavouriani.

Sarà superfluo avvertire che al popolo dei Vespri bastarono le notizie del nostro sbarco e dei primi felici successi, perché l_isola intera fosse in armi contro l_oppressore, a cui non restavano che le fortezze di Milazzo, Messina, Augusta e Siracusa.

Si sa pure che cosa facemmo di tali fortezze e che, sbarazzato Milazzo, l_esercito meridionale, coadiuvato dalle popolazioni in armi, proseguì vittorioso fino al Volturno.

Perché, se la spedizione dei Mille doveva essere aiutata in ogni miglior modo possibile dal governo monarchico, perché, dico, non ci si permetteva di prendere le nostre 15. 000 buone carabine che possedevamo in Milano, acquistate coi fondi del Milione di facili?

E perché, in quella vece, si permise al La Farina di concederei mille cattivi fucili?

E perché la protezione ed aiuto millantati, non cominciarono dalla nostra partenza da Quarto?

E perché, quando si combatteva ancora nelle vie di Palermo, ove si fabbricava una libbra di polvere per adoprarla subito, il comandante D_Aste, del Governolo, ancorato in quel porto, rispondeva ad un giovine mio inviato: Non vi darò polvere; ritiratevi?

Il divieto governativo di passare sul continente, è fatto storico. I maneggi di La Farina per conto di Cavour per trattenermi nell_isola, sono storici del pari.

Persano è conoscenza mia di lunga data, cioè dal Rio della Plata fino dall_epoca accennata dalle sue lettere. E debbo confessare che nella circostanza in cui stetti suo prigioniero a bordo del Carlo Alberto, da lui comandato nel 1849, io ne ricevetti molte gentilezze. Non è strano quindi che io lo trattassi con distinzione nel 1860, ed egli a me fosse personalmente cordiale.

Ciò non toglie ch_egli mi assicurò di aver avuto ordine di inseguirmi e di arrestarmi, e ciò non fu perché, felicemente, la spedizione, che avrebbe dovuto costeggiare la Sardegna per giungere alla parte occidentale dell'isola, fu sviata verso la Toscana da circostanze impreviste, e perciò non caddi nelle ugne della squadra Italiana.

Perché si continuò tutto il tempo che durò la spedizione, a suscitar la Sicilia contro di me, col pretesto dell_annessione, ed obbligarmi finalmente a lasciare l_esercito sul Volturno, alla vigilia d_una battaglia, per recarmi a placare la popolazione dell_isola?

E i maneggi degli agenti cavouriani sul continente napoletano per suscitare una rivoluzione contro il Borbone, prima del nostro arrivo e per togliercene il merito mentre il governo Sardo protestava amicizia a quell_infelice Francesco II?

E il calcio dell_asino dato dallo stesso governo Sardo a quel Monarca coi 40,000 uomini destinati a combattere la rivoluzione personificata in Garibaldi? (lettera di Farini al Bonaparte).

Se tutto ciò sia aiuto e protezione, lo lascio pensare agl_Italiani.

Si dica dunque piuttosto che quando la spedizione dei Mille e l_odio delle popolazioni meridionali contro il Borbonismo,

lo avevano scosso al punto da non lasciar dubitare della sua caduta, allora il solito sfogliatore del carcioffo, stupito da tanti eventi a cui non si aspettava, e continuando ne' meschini destreggiamenti, gettava la mano sulla Sicilia, rimandando a tempi migliori, e dopo un altro cumulo di astuzie e di menzogne, il raccogliere la foglia continentale.

Così non pensava l_Italia, lanciata lealmente nella via di rigenerazione intiera e stanca dell'ignominioso cammino.

Garibaldi ha promesso di arrestare Mazzini, dice Persano. Tutti sanno che Mazzini fu da me protetto a Napoli contro l'ira popolare suscitata dai cavouriani. E perché lo avrei arrestato a Palermo? L_idea sola mi fa ribrezzo.

Siccome molti archimandriti del dottrinarismo mi hanno chiamato fanciullo (io, fanciullo o no, ho la coscienza di non avere mai piegato ai capricci dei potenti  né ai consigli dei dottrinari, quando gli uni e gli altri volevano sviarmi dal sentiero del mio convincimento), ne risulta che qua e là, da certi imbrattafogli diplomatici, si vede accennato: il fanciullo Garibaldi, sempre male attorniato, mal consigliato, in preda ora al Mazzini, ora cieco servo della monarchia.

Intorno a ciò, bramerei si facessero meno parole e gl'italiani ricordassero: aver bisogno di rilevare il loro decoro nel mondo.

Addio ed abbiatemi sempre vostro

G. Garibaldi».

Dal giornale l'Opinione di Torino, N.253 del 12 settembre 1860:

ANCORA DELLE SPEDIZIONI DELL'ITALIA MERIDIONALE

Dall_on. nostro amico, deputato Giuseppe Finzi, riceviamo la seguente lettera, intorno al gravissimo argomento della spedizione del generale Garibaldi del 1860.

Soltanto l'importanza di essa, come avviserà il lettore, ci ha potuto distogliere dal nostro proposito di non ritornare per ora sopra una controversia, che la storia, sussidiata da documenti irrefragabili, deve per sempre troncare.

Canicossn di Marcarla.6 sett. 1860.

Egregio Amico e Collega!

Nell'Opinione del 30 agosto avevo letta la lettera del generale Garibaldi del 24 di quel mese che vi era stata riprodotta dal Movimento, e non m_avea lasciato compiacente il cappello che vi stava premesso.

Io mi giustificavo di leggieri la tua commozione nello scorgere incompresi i propositi di quell'altissimo animo che fu il conte di Cavour, e di vedergli attribuiti degli atti che lo mostrano patriota meno pronto e meno deliberato che veramente ed in ogni circostanza noi sia stato, ma mi guardo assai dal dedurre dal linguaggio del generale Garibaldi la conclusione che egli sia intento, cioè, a denigrare il conte di Cavour per dare maggior risalto alla propria gloria. Siamo giusti sopratutto, mio caro Dina; non è proprio di Garibaldi il peccato d'ingenerosità, e vi ha da farne ridere molti inputandoglielo.

Tu, che non meno di me, fosti sempre ugualmente cavouriano e garibaldino nel senso pretto italiano di amare e venerare questi due grandi cittadini per quanto seppero oprare in prò della patria comune, e perché le loro splendide figure riassumono e simboleggiano i due momenti solenni del riscatto nazionale, avresti dovuto sentire in cuor tuo eh' era far loro gratuita ingiuria supponendoli capaci d_invidia l_uno per l_altro, e che prima di comprendere in questo senso le allegazioni di Garibaldi, bisognava essersi fatti certi che le circostanze che gli hanno prodottto tanto cruccio egli non le conoscesse solo che a mezzo, e che non vi fosse poi stato al suo fianco qualche settario poco timorato che avesse saputo abusare delle sue imperfette nozioni per suscitargli sdegnosi sentimenti.

Io sono proprio d_avviso che il generale Garibaldi non abbia mai conosciuto con precisione come si passarono le cose intorno a quei due principalissimi fatti che lo mantengono in sì grave sospetto e lo fanno essere ingiusto verso il conte di Cavour; gli ostacoli, cioè,

che si frapposero a fargli tenere dal milione di fucili le armi che desiderava d'avere quando mosse da Quarto, e l_opera che venne fatta a Napoli nel luglio e nell'agosto 1860 _ i maneggi degli agenti cavouriani _ per eccitarvi un moto rivoluzionario.

Io, che vi ho avuto una sufficiente partecipazione nell_uno e nell'altro, non so contenermi dal pagare un debito al generale Garibaldi, porgendogli delle notizie positive che valgano a completare le sue informazioni, mentre so di farti piacere, tu così leale, aiutandoti a raddrizzare uno storto giudiziosa suo riguardo.

Ho aspettato un pezzo per vedere che altri intervenisse a narrare in vece mia, che, a dirtela schietta, mi presto in questo momento di mala voglia ad esprimere in pubblico anche la verità pura e semplice, tanto mi pare che il mal genio di svisarla a profitto dei ciechi odii di questo o di quel partito predomini sciaguratamente troppo, ed io che non intendo di subirne l'influenza avrei desiderato anche d'evitare d_esserne supposto.

Pure, le stesse ultime pubblicazioni dell'Opinione non rispondono adeguatamente alle obbiezioni del generale Garibaldi, e la questione sta oramai per essere messa in silenzio senza avere ricevuta luce sufficiente e senza che le cose siano state esposte nel loro genuino aspetto, per cui mi trovo costretto di stringere la penna in mano quasi a malincuore.

Il generale Garibaldi lamenta, ed a ragione, che la spedizione dei Mille comandata da lui medesimo non abbia potuto ottenere dall'Amministrazione del milione di fucili tutto quel soccorso di armi su cui aveva diritto di contare: ma Pimpedimento, il divieto, venne proprio dal conte di Cavour, com_ egli mostra di ritenere, ovvero fu dovuto all_ingerenza di altri che cedettero soltanto dinanzi alla di lui autorità?

Ecco la storia di fatto che ho sempre riputato prima d_ora fosse nota ugualmente in tutti i suoi dettagli anche al generale Garibaldi.

La Direzione del milione di fucili s_ era prefissa di comperare la maggior quantità possibile di armi in buono stato, con limitata spesa, e nel tempo più breve possibile.

Aveva quindi dato la preferenza ai fucili francesi, modello del 1842, che andava smettendo quel governo, e che pure avevano fatta buona prova nella campagna del 1859, nonché ai fucili dell_esercito prussiano che venivano parimenti mutati.

Aveva pure procacciato buon numero di carabine (stutzen) e di fucili rigati austriaci, nonché 2000 carabine nuove Enfield. Tutte queste armi, per riuscire d_un uso sicuro, dovevano essere ripassate e migliorate con diligenza, e fu perciò necessario di allestire un apposito laboratorio dove solevansi anche preparare le munizioni ed i piccoli attrezzi d'armamento.

Per sollevare l'Amministrazione dall'onere degli occorrenti locali, che non potevano essere di poco conto, ne fu richiesto il Municipio di Milano, il quale, per l_appoggio ottenuto da quell'egregio Sindaco, ch_era in allora il comm. Beretta, aveva concesso l_uso della parte libera del palazzo in via S. Teresa, altra volta Cattaneo, destinato ad alloggiare il corpo dei R. R. carabinieri.

Così avvenne che il deposito d_armi del milione di fucili si fece in codesto palazzo, proprio sotto gli auspici del corpo dei R. R. carabinieri, i quali furono considerati offrire una garanzia di vigilanza, senza far nascere sospetti che avrebbero in seguito potuto dare impedimento al necessario movimento di armi che vi doveva aver luogo a piacere dell_Amministrazione.

Di tal guisa procedette infatti la bisogna per parecchi mesi, e, non esercitandosi da chissiasi alcun politico controllo, dal palazzo di S. Teresa si estraevano e si introducevano armi con continua vicenda.

Ora avvenne che, in limine alla spedizione da Quarto, il generale Garibaldi mandasse alla Direzione del milione di fucili con missione tutta confidenziale l_avvocato Crispi, l_attuale deputato, per appalesarle il suo bisogno d'avere con tutta lestezza in Genova armi, munizioni e danaro, come si convenivano nell'ardita impresa che stava per iniziare. La Direzione non fu tarda ad adoprarsi per secondare il volere del Generale, se non che, mentre con raddoppiato lavoro si affrettavano gl_imballaggi,

fu il comandante il corpo dei R. R. carabinieri che, senza intimazioni, od alcun altro regolare procedimento, significò verbalmente d_essergli stato ordinato d'opporsi a qualunque esportazione d'armi da S. Teresa.

Chi aveva emanato siffatto ordine? e per qual fine era stato dato?

Fin dal principio dell_esercizio delle proprie funzioni la Direzione aveva voluto farsi certa che nella sua azione non sarebbe stata contrariata dal governo, ed era stata fortunata d_ottenere dal ministro degli interni d_allora, il rimpianto Farini, e dallo stesso conte di Cavour, tali dirette dichiarazioni che la lasciavano pienamente tranquilla sui loro intendimenti.

Certamente, e chi noi vedeva, che una colletta nazionale fatta in nome d'acquistare armi d'ogni maniera che sarebbero state messe a disposizione, sia pure del più illustre fra i cittadini, del più provato tra i patrioti, ma sottratte nullameno a qualunque ingerenza del governo, costituiva una delle più grandi violazioni degli ordinamenti interni del paese, e lasciava sospesa sulla Società una minaccia di perturbazione che non poteva ormai essere scongiurata che per virtù di consenso tra popoli e principe, tra governanti e governati?

Ma cosifatti erano i tempi che correvano allora per l'Italia, che nessuno aveva l'altro in uggia e tutti sapevamo di volere cordialmente la stessa cosa, costituirla intera questa nostra patria, e reggerla con leggi quanto mai libere e progressive ponno essere ambite dalla più civile società. E ciò volendosi indistintamente con felice accordo dai cittadini tutti e dal principe, si potè leggere in questo atto, di cui non conosco il più rivoluzionario in tutto il periodo dei nostri rivolgimenti, il nome di S. M. il Re Vittorio Emanuele coll_offerta di L.10. 000 accanto a quello del più ignoto proletario che dava i suoi poveri venticinque centesimi.

L_ordine adunque di staggire le armi non poteva essere e non era conforme al proposito di chi sedeva allora al governo, ed inferiormente se n_era al certo interpretata male la volontà.

Per rimuovere la spiacevole contingenza, la Direzione del milione di fucili non esitò a presentarsi al cavaliere Massimo d'Azeglio ch_era il governatore a Milano, dal quale ebbe ad apprendere con suo stupore che lo sconcio divenuto argomento di reclamo derivasse propriamente da lui, il quale non aveva bensì voluto fare un assoluto divieto, ma titubava, e molti scrupoli gli giravano pel pensiero che non fosse eccessiva la responsabilità che gli cadeva addosso.

Infine, non seppe arrendersi alle nostre ragioni che non ci sembravano poche né inefficaci, perché, tra altre l'avvertimmo che il quesito della responsabilità governativa non si metteva allora solamente, ma esisteva da lunga pezza, e non poteva essere risolto francamente ostacolando a mezzo l'azione dell'Amministrazione del milione di fucili, ma facendosi, al caso, deliberata resistenza altrove, e tanto più perché potevamo dichiarargli che non tutte le armi dell'Amministrazione giacevano in S. Teresa, e che delle restanti avremmo senza esitanza disposto a mente del Garibaldi, se i più espliciti e fermi provvedimenti non fossero sorti ad impedircene.

La Direzione aveva dunque ragione di domandarsi nel proprio stupore per qual fine era stato fatto questo mezzo sequestro, sopra una metà delle armi che aveva adunate, se non che Massimo d'Azeglio ha consegnato in una lettera all_ammiraglio Persano di recente pubblicata (vedi pag.81 Diario ecc. ) quella confidenza che non stimò conveniente di farci direttamente, che, cioè, «egli aveva potuto sospettare che le armi, noi _ io ed il dott. Enrico Besana _ (?!) le avremmo fatte andare in tutt_altre mani che quelle di Garibaldi. »

Senza fermarmi a voler convincere chissiasi che Massimo d'Azeglio aveva assai male pensato di me e del mio specchiatissimo collega, che stimo davvero, spero che a nessuno possa venire in mente di credergli; ma mi giova però di raccogliere questa dichiarazione spontanea, fatta in tempi che non lasciavano prevedere che dovesse riuscire arme temprata a futura difesa, e da chi sarebbe stato remotissimo dal prestarsi a prepararla, per addurla a prova irrefragabile che nella mente di nessuno, perfino dello stesso Azeglio, non era entrata la idea di togliere le armi

al generale Garibaldi, quando gli era prestato un consenso generale, ben poco tacito, alla sua impresa di Sicilia.

Del resto, tornato vano il colloquio col governatore di Milano, la Direzione si volse immediatamente al ministero, e fui io che precisamente mi recai senza indugi a Torino assieme all'avvocato Crispi, dove non essendomi stato dato di parlare al conte di Cavour, perché dopo d_aver accompagnato il Re a Firenze, egli viaggiava In quei giorni tra Firenze, Spezia e Genova, mi portai al ministro Farini, il quale, pure non volendo prendere sopra di sè di cozzare personalmente con Massimo d_Azeglio., e trovando opportuno invece d'aspettare l_arrivo del conte di Cavour, si comprese dell_urgenza che gli era dimostrata, e fu lui stesso che suggerì l'espediente di far tosto tenere al generale Garibaldi mille fucili a mezzo dell_Associazione nazionale, e s_impegnò d_afìrettarne le analoghe disposizioni.

Di tutto questo resi tosto edotto il sig. Crispi cui aggiunsi di riferire al generale Garibaldi che non mi rimaneva dubbio che al vicinissimo ritorno del conte dt Cavour il sequestro del deposito d_armi in S. Teresa sarebbe stato tolto, e che intanto, non giovandogli abbastanza i mille fucili che avrebbe ricevuto dall_Associazione nazionale, poteva contare che il milione di fucili l_avrebbe rifornito a richiesta del denaro che possedeva allora in cassa per oltre lire 800.000, di dugento ottimi fucili rigati austriaci, di quarantotto carabine revolver, di cinquantuno pistole revolver, oltre molti oggetti d_ armamento ed equipaggiamento, ed anche di ben tremila settecento quarantaquattro fucili prussiani, che non ancora erano stati passati nel principale deposito di S. Teresa, e che abbisognavano certamente di riparazioni per riuscire completamente idonei.

Il mio collega il dottor Enrico Besana segui dappresso il Crispi a Genova per apprendere le disposizioni del generale Garibaldi, il quale avendo tutto accettato meno i fucili prussiani lasciò, movendo da Quarto, le più calde raccomandazioni scritte alla Direzione del milione di fucili di intendersi successivamente col colonnello Medici _ e non già con altri _ e di aiutarlo con tutti i mezzi ad allestire una spedizione che lo raggiungesse dove gli fosse riuscito di approdare, e piantarvi la bandiera nazionale.

Ed il conte di Cavour era intanto ritornato, ed il signor d_Azeglio aveva dovuto cedere ai suoi ordini e lasciare libere le armi di S. Teresa, delle quali venne principalmente rifornita la spedizione Medici, che tanto giovò a Milazzo a consacrare le prime vittorie di Garibaldi in Sicilia.

Che, se a qualcosa dovesse giovare, a far fare almeno postumamente giusto giudizio degli uomini, potrei, a proposito del lamentato sequestro, citare testimoni tuttora viventi che il cavaliere d_Azeglio si fosse un po_ troppo incaponito in quella sua splendida idea «di salvare al governo il decoro della lealtà» fino a disconoscere le esigenze d_una società in fermento ed in gestazione della propria costituzione, ed avesse minacciato di dimettersi dal suo posto di governatore di Milano, quando invece fu il conte di Cavour che lo richiamò ai più retti consigli e lo persuase di non ripugnare a quella parte di solidarietà che gli incombeva nei grandi avvenimenti che stavano compiendosi, e che lasciavano augurare il bene della patria, quantunque si svolgessero per vie straordinarie e con modi cotanto eccezionali e peregrini.

Ed in quest'ora, che tutto si rivela, purché si creda stare a detrimento di qualcuno, sarà tuttavia indiscreto raggiungere, che si dovettero al voto del conte di Cavour i mezzi mancanti al milione di fucili per fare la compera dei tre battelli a vapore, il Washington,1_ Oregon ed il Franklin, che figurarono nel resoconto regolarmente pubblicato come ritratti dal fondo d'armamento della guardia nazionale?

Noi creda, no, il generale Garibaldi d_avere avuto avversario deliberato delle sue imprese patriottiche nelle provincie meridionali il conte di Cavour,  né lo giudichi anche solamente restio o timido a secondarlo negl_impeti della sua audacia, ché dal suo posto di capo del governo egli seppe usare quanta maggiore sagacia fosse possibile a dissimulare nei rapporti internazionali ciò che amava e desiderava di veder riuscire, senza però lasciare mai venir meno tutto quell'aiuto e quella cooperazione che stava in lui di prestarvi, all'infuori dell_azione manifesta del governo, la quale, esponendosi, avrebbe intrinsecamente mutato l_indole degli avvenimenti, ed avrebbe finito a tutto compromettere anticipatamente in faccia all_Europa.

Poche parole mi restano ancora a dire per mettere in sodo quali furono «i maneggi degli agenti cavouriani sul continente napoletano contro Garibaldi. »

Come vi sono adesso, v erano allora, nel 1860, due parti ben distinte nel programma di Garibaldi. _ L'una concordemente accettata da tutti gl'italiani, di seguirlo e di secondarlo come meglio sapevano a sbarazzare la patria comune dei piccoli despoti che la tenevano divisa ed in parte oppressa; l'altra di voler affrontare avventatamente qualunque ostacolo, e sfidare a guerra, senza tempo e senza consiglio, chiunque resista all'immediato compimento dei nostri destini, fossero pure Stati assai più fortemente costituiti che noi ancora non siamo, e più potenti assai di noi per armi di terra e di mare.

Anche questa seconda parte ha degli addetti, è vero, e non pochi, tra i patrioti italiani, ma non sono tutti al certo, e nemmeno i più; e se l'idea ch'è guida ai primi può dirsi generosa fino alla cecità, quella dei secondi può ben tenersi  assennata,  né perciò gli uni avrebbero cagione d_imputare mai agli altri d'amare meno il proprio paese, e tutto intero.

Quando Garibaldi aveva con tanto miracolo di successi così prontamente liberata la Sicilia, nulla doveva tornargli più gradito che la rivoluzione gli andasse all_incontro da Napoli, e l'opera da lui iniziata potesse ricevere quasi insperato coronamento al solo riflesso delle sue prime vittorie.

Chi s'adoperava in questo senso non poteva immaginare che sarebbe venuto il giorno di vedersi accusato d_avere tentato «di togliere merito a lui» e avrebbe potuto desiderare di trovarlo più calmo ne_ suoi giudizi. Questo tanto io deggio dirgli non solo in nome mio, ma perché molt_altri sul cui leale attaccamento non potrebbe Garibaldi restare dubbioso, come l_Enrico Besana, il Zanardelli, l_Aristide Ferrari ecc., tutti ci trovavamo sullo stesso terreno, nella stessa ora, e cogli stessi scopi.

E che? non era forse da nostra parte coadiuvare all_intento comune cercando di conseguire un pronunciamento dell'esercito che ancora rimaneva assai numeroso agli ordini del Borbone _ non meno di quarantamila uomini _ tra cui all_incirca diciottomila cacciatori ottimamente armati ed egregiamente esercitati?

Non era destra l'opera del conte di Cavour, mentre conosceva le combinazioni che si stavano maturando con Roma per far agire Lamoricière contro Garibaldi alla testa delle forze associate del Papa e del Borbone, di far venire a lui il duca di Mignano, generale che s'era bruscamente licenziato dal Borbone, e n'era uno dei più valenti e dei reputati di quell_ esercito, perché, tra l_altro, gli era appunto dovuta l'organizzazione del corpo dei cacciatori; non aveva egli bene agito guadagnando alla causa della rivoluzione codesto generale?

E se il duca di Migliano, il generale Nunziante fosse riuscito completamente nelle sue pratiche arditamente intraprese, e senza titubanza continuate dentro in Napoli, di far decidere parecchi battaglioni di cacciatori acquartierati ai Granili, d_abbracciare la bandiera italiana e muovere con lui alla testa contro il palazzo di San Ferdinando, per poco che la popolazione napolitana avesse gridato di seguito, non sarebbesi finito in un giorno, e forse appena con un po_ di frastuono, ciò che ha richiesto il sangue sparso a Maddaloni ed a Capua, e le fatiche dell_assedio di Gaeta? _ Non si sarebbe forse potuto salvare all'Italia un esercito pressoché intatto e molti tesori che le furono involati od andarono dissipati?

Era questo il lavoro degli agenti cavouriani a Napoli per prevenire Garibaldi ed oscurarne le gesta, erano i patrioti timidi e miopi che tanto osavano tentare.

E chi volle trattenere il generale Garibaldi sulla spiaggia di Messina, fu forse il conte di Cavour mosso da un suo sinistro concetto e per stimolo invidioso e diffidente? Ebbene, lo sappia pure il prode generale, i seimila fucili che gli furono trasmessi dal milione di fucili, quand_egli se ne stette per alquanto di tempo immobilizzato in quei paraggi invocando d_aver armi per poter passare sul continente delle Calabrie, la Direzione, che fu da lui gentilmente e caldamente ringraziata, con lettera che non si distrugge, quei fucili li aveva avuti, e senza molta istanza, dal conte di Cavour.

E qui metto fine, che la tiritera m'è riuscita ben più lunga che non avevo divisato, ed il sacrificio che ti domando delle colonne del tuo giornale, è maggiore d_assai che non avrei osato di presumere.

Ma che vuoi, mio Dina? ei resta proprio il cuore insanguinato a vedere come tutti in sì breve ora abbiano smarrito l'intelletto d'amore che fu pronubo al nazionale risorgimento; e; se incominciamo a mettere a contributo i ricordi non la vorremmo mai finire, pure di darei sollievo del disgusto che ei reca l'attualità.

Ti stringo di cuore la mano.

Aff. mo tuo

Giuseppe Finzi deputato. »

Dal giornale lì Movimento di Genova N.259 del 16 settembre 1869:

GLI AIUTI CAVOURIANI

L'Opinione ha pubblicata, or fanno parecchi giorni, una lettera dell_onorevole Finzi, intesa a combattere il concetto del generale Garibaldi, o degli amici suoi che non gli hanno lasciato scorgere la verità, intorno agli aiuti cavouriani nella impresa di Sicilia. Sebbene questa lettera non provasse nulla per la spedizione di Quarto, in cui è il nodo della quistione, noi tuttavia eravamo disposti, non già a riferirla (ehe abbiamo imparato dal l'Opinione a non riferire le ragioni avversarie), sibbene ad accennarla per quell'amore d_imparzialità di cui la nostra ragguardevole nimica non ei ha dato prova, pur troppo, nella sua polemica a questo argomento.

Ma ce ne toglie la fatica una lettera che l_avv. Enrico Brusco, nostro ottimo amico e collega, ci ha scritta. Egli, che nella grand'opera rivoluzionaria del 1860 ebbe pur la sua parte, può ragionare di que_ fatti con cognizione di causa. E noi, pubblicando la sua lettera, non le faremo altro cappello, per non dar troppo sui nervi all'on. Finzi, cui non lasciò troppo compiacente un altro cappello, apposto alla lettera del generale Garibaldi.

Montecatini 13 settembre 1869

Mio caro Barrili

Nel giornale L'Opinione di ieri, 12 settembre, veggo pubblicata una lettera dell_onorevole deputato Giuseppe Finzi, nella quale si vogliono chiarire alcuni punti che si dice rimasti finora oscuri sia a riguardo delle armi provenienti dalla sottoscrizione al milione di fucili, e che, affidate all_amministrazione del prefato signor Finzi e del signor Besana, non si poterono avere per la spedizione dei Mille di Marsala, sia rispetto ai grandi vantaggi che si sarebbero ottenuti nel 1860 se i divisamenti di Cavour per una sollevazione di Napoli prima che vi giungesse Garibaldi, e i tentativi fatti per ottenere un pronunciamento di quelle truppe Borboniche, avessero potuto riuscire.

Vedendo questa insistenza degli uomini del partito politico rappresentato dal suddetto giornale, a voler menomare, per quanto loro riesce possibile, i meriti di Garibaldi e dei suoi nell_impresa dell'Italia meridionale, per attribuirli a Cavour ed al suo partito, vorrai perdonare se, seguitando l'esempio di tutti questi signori che mettono a contributo i loro ricordi per patrocinare questa loro causa, io mi permetto pure di invocarne alcuni miei particolari che dimostrerebbero tutto il contrario del loro assunto, e che, se non avranno tutta l'autorità che conferisce ai nostri avversari la rinomanza loro e le posizioni ufficiali occupate, avranno però quella della veracità e dell_esattezza.

Consentimi però che premetta una considerazione di ordine generale. Nella grande epopea del Risorgimento italiano e nella costituzione della sua unità nazionale, tutti vi presero parte, e tutti vi contribuirono secondo i loro mezzi e il rispettivo punto di vista del partito politico a cui ciascheduno apparteneva; ora, come il partito democratico, Garibaldi e i suoi seguaci non si curarono mai di confutare i meriti del partito moderato e del Cavour loro capo, domando io perché questo accanimento a voler sconsiderare e ridurre a minime proporzioni ciò che fecero gli altri?

Nessuno dei nostri, che io mi sappia, ha mai sognato di sostenere che non fosse merito esclusivo di Cavour l_avere nel 1856 al Congresso di Parigi sollevata la quistione italiana _ se consigliato o no da Napoleone lo dirà la storia di avere combinati i patti di Plombières _ di aver chiamato i francesi nel 1859 in Italia, a combattere gli austriaci di non essere riuscito a scongiurare le convenzioni di Villafranca _ di aver saputo nel gennaio 1860 scavalcare al ministero il Rattazzi per potere annettere la Toscana e l_Italia centrale al Piemonte, colla vendita di Savoia e Nizza di non essersi spaventato di troppo della spedizione di Garibaldi, ed anzi di averla aiutata quando si accorse che poteva riuscire _ di aver tentato di annettere la Sicilia, prima che Garibaldi passasse lo stretto _ e di essere riuscito a persuadere Napoleone della convenienza che l'esercito Piemontese eseguisse l_impresa delle Marche e dell'Umbria, e andasse a prendere possesso del Napoletano, quando ornai si era fatto convinto che Garibaldi co_ suoi volontari vi sarebbe giunto prima di lui. Tutti questi meriti esclusivi a Cavour, non gli vennero mai contrastati, ed il suo partito ha potuto sempre decantarli come cosa sua propria, senza contraddizioni di sorta. Panni dunque che potrebbero a loro volta convenire che fu pure esclusivo merito del partito democratico e garibaldino, la insurrezione di Sicilia _ l_aiuto portato alla stessa dalla spedizione dei Mille _ le vittorie di Calatafimi e di Palermo _ quella di Milazzo, e la capitolazione di Messina _ il rifiuto di Garibaldi di arrestarsi allo stretto e di permettere l_annessione della Sicilia, prima che non fosse compiuta la liberazione del Napoletano _ l_ardimentoso passaggio nelle Calabrie _la presa di possesso fatta in sette di della città di Napoli _ i fatti del Volturno e la vittoria del primo ottobre. _ Tutti questi avvenimenti furono opera esclusiva di Garibaldi e dei suoi, e quindi si potrebbe bene lasciargliene il merito esclusivo, senza aver paura che ne vengano adombrate quelli di Cavour e del governo piemontese.

Ma l_onorevole deputato Finzi non è di questo parere; per lui, se mancarono le armi alla prima spedizione, non fu per colpa di Cavour, ma per un disguido di istruzioni, e queste armi del resto, andarono poi ad aiutare la liberazione dell_Italia meridionale.

Io non discuterò a fondo le rivelazioni del Finzi, che, cioè, se non si ebbero le armi del milione di fucili per la prima spedizione, si fu perché non Cavour, ma il D_Azeglio, Governatore allora di Milano, vi aveva messo il sequestro; come non mi occuperò dell_ altra abbastanza strana asserzione che non si potè ottenere che fosse levato il sequestro perché in quei giorni, Cavour viaggiando da Firenze a Torino assieme col Re, non riuscì al Finzi di trovarlo, e quindi avere da lui gli ordini che se ne attendevano.

Ognuno potrà giudicare da per sè, se nei tempi delle strade ferrate e del telegrafo, fosse impossibile cosa avere pronte comunicazioni col ministro, o se invece questo non fosse un comodo pretesto per non dare le armi. A me basta constatare il fatto che le armi non vennero date, e che ben male vi si è supplito coi mille fucili di scarto che vennero dalla Società nazionale. Ma l_importante non sta qui: perché Garibaldi potesse tentare ed eseguire la sua spedizione, ciò che richiedevasi, prima di tutto, erano dei vapori, su cui imbarcare la sua gente e giungere alle spande della Sicilia. Senza questo la spedizione era impossibile. Ora domando io, Cavour, o per lui la Società nazionale, ha dato i vapori, o ha fornito i denari per procurarseli? Ecco il nodo della questione, e quanto a ciò i documenti che ha già pubblicato il Movimento, dimostrano senza contrasto che non si diedero  né vapori,  né denari, e che per averli ci è voluto tutto l_ascendente che aveva Garibaldi sul Fauché, ed i sentimenti patriottici di questo ottimo cittadino, direttore della Compagnia Rubattino, perché lo stesso si determinasse a prendersi la grave responsabilità di mettere a disposizione di Garibaldi il Lombardo ed il Piemonte. Senza questi due piroscafi, la spedizione non si faceva, ed allora farsi belli dell_acquisto di altri vapori per la seconda spedizione di Medici, mi pare inutile, poiché se Garibaldi non partiva prima coi suoi mille compagni da Quarto per Marsala, non vinceva a Calatafimi ed a Palermo, non si avrebbero avute le altre spedizioni del Medici e del Cosenz, per le quali il Finzi dice che si prestarono tanti aiuti; a meno che si voglia sostenere che per la liberazione della Sicilia tanto valeva cominciare dalla seconda e dalla terza spedizione piuttosto che dalla prima.

Nè si dica che il Fauché, il quale ha dato i due vapori, fosse un agente segreto di Cavour o di La Farina, poiché il Fauché è vivo e sano per poterci dare una smentita, e della sua arrendevolezza a Garibaldi ne ebbe a soffrire la pena, vedendosi licenziato da quella amministrazione in cui era come direttore, e messo da un giorno all'altro sovra una strada, senza alcun compenso od indennità. Se dunque i mezzi per andare in Sicilia non vennero dati a Garibaldi,  né da Cavour  né dai suoi agenti; se non gli si diedero  né denari  né armi, se tutto dovette provvedersi da sè e dai suoi amici, se fu soltanto l'esito fortunato della prima spedizione che ape se la strada ad altre spedizioni ed altri aiuti; se lo stesso Cavour, sette giorni dopo il 5 maggio, ebbe a dire in un colloquio con un mio amico, che quell'impresa fu ardimentosa e che esso non l'avrebbe mai consigliata e Dio voglia che vada bette, perché se riesce sarà un grande avvenimento per l_Italia, come si potrà seriamente sostenere che il tutto non sia stato opera esclusiva di Garibaldi e dei suoi, e che il solo merito del governo sia stato quello di non essersi opposto alla spedizione? Se è di questo che si vuol far lode a Cavour, lo si faccia pure; ma di aver aiutato la spedizione in modo che per suo mezzo siasi resa possibile e quindi ne sia potuto venire il trionfo dell_insurrezione siciliana, non si potrà ammettere mai.

Io vorrei ancor continuare e discorrere di altre cose che accennano alla condotta da Cavour tenuta durante l_impresa della liberazione dell'Italia meridionale, a riguardo di Garibaldi, e che rispondono sino ad un certo punto, alle cose dette dal Fina nella sua lettera all_ Opinione, ma siccome m_accorgo che la presente è già abbastanza lunga, così mi riserbo ad altra volta se vorrai continuarmi l_ospitalità nel Movimento.

Addio.

Il tuo affezionatissimo

Enrico Brusco.

Dal Movimento di Genova N.260 del 17 settembre 1869:

«Montecatini 16 settembre 1869

Mio caro Barrili

La lettera del generale Garibaldi a te diretta e che, pubblicata nel Movimento sotto la data del 24 agosto, venne dai giornali di parte moderata acerbamente criticata specialmente per quelle osservazioni del generale, che vi si contenevano; che cioè il governo Piemontese, ossia il ministro Cavour, non aveva aiutato l'impresa di Sicilia se non dopo che vide andata bene la prima spedizione: che in ogni modo, non avendo il concetto della completa unità nazionale, si avrebbe voluto limitare gli effetti delle vittorie garibaldine alla sola Sicilia, facendone operar l_annessione prontamente alle antiche provincie, e non permettendo a Garibaldi di passare lo stretto di Messina: e che quando si vide non riuscito questo tentativo, si cercò di far insorgere Napoli in nome del Piemonte prima che vi potesse giungere il generale.

Questi fatti si dissero non veri, ed anche l'on. deputato Giuseppe Finzi, nella sua lettera all_ Opinione, sostiene lo stesso, ed aggiunge anzi che sarebbe stata ventura per l_Italia, se il pronunciamento delle truppe borboniche provocato dal duca di Mignano e 1'insurrezione di Napoli avessero potuto aver luogo secondo gl_intendimenti e gli sforzi fatti da Cavour e dai suoi agenti. Ora a me pare invece che rapportandosi coi ricordi al maggio 1860, ed alle varie fasi che subì la liberazione dell'Italia meridionale e nelle condizioni in cui si è fatta, il generale abbia pienamente ragione, e sia molto ingiusto volergliela contrastare.

Che la prima spedizione non si potesse fare senza avere i battelli a vapore che trasportassero Garibaldi ed i suoi mille in Sicilia, e che questi battelli a vapore sieno stati forniti da tutt_altri che da Cavour o da suoi agenti, l_ho già detto e dimostrato, e sfido chiunque ad impugnarlo: che senza l'esito fortunato della prima spedizione, inutili sarebbero state le seconde e le terze, aiutate dagli amministratori del Fondo del milione di fucili e dalla Società nazionale, l'ho detto pure, e chiunque lo comprende;

che si abbia voluto annettere la Sicilia quando Garibaldi era ancora a Palermo, tutti Io sanno pure, e lo confessa lo stesso La Farina che venne appositamente per questo in Sicilia; che siasi tentato di arrestare Garibaldi allo Stretto, è cosa diplomaticamente accertata perché il governo di Napoleone lo aveva proposto agli altri di Europa, e se non si mandò ad effetto fu per il rieiso rifiuto dell_Inghilterra che non volle a niun costo che gli altri governi si intromettessero nella grande contesa che dibattevasi tra il Borbone ed i suoi sudditi capitanati da Garibaldi. Fin qua dunque le smentite, che si pretende dare alle asserzioni del generale, non hanno nulla che le giustifichi. Ed anzi al già detto si potrebbe aggiungere in ordine a questo fatto: che Garibaldi era eosì angustiato sulla fine di aprile da tutte le opposizioni e contrarietà che gli si facevano che, come tu già pubblicasti, ai 29 di detto mese scriveva a Fauché per avere un passaggio da ritornarsene a Caprera; che non avendo sin allora creduto di poter disporre che del solo vapore il Piemonte ed abbisognandogliene assolutamente un altro, fece pratiche per averlo da un_altra compagnia genovese di navigazione, ma questa gli domandò nientemeno che lire 140 mila per un piccolo vapore, per cui esso, non avendo quella somma, si vedeva costretto a rinunziare alla spedizione, se il Fauché, venendo in suo aiuto, non gli avesse pure promesso gratis il vapore Lombardo: che le armi, munizioni ed oggetti di equipaggiamento che Fon. Finzi dice di essere stati dati per questa prima spedizione, non riuscirono ad essere imbarcati sul Piemonte e sul Lombardo, poiehè, per circostanze che mai si spiegarono, i battelli che dovevano condurli al loro bordo la notte del 5 maggio, andarono vagando fuori del porto di Genova senza trovar la strada che li conducesse a Garibaldi, e quindi si mandarono poi in Sicilia sul vaporetto L'Utile che giunse quando Garibaldi era già a Palermo: che quando al 6 maggio si seppe la partenza dei Mille e si notò la mancanza dal porto del Piemonte e del Lombardo, fu una sorpresa per i cittadini, come per le autorità del porto di Genova:

che i giornali di parte moderata dissero in quella circostanza che la spedizione di Garibaldi era allora inopportuna perché si aveva ancor troppo a fare per compiere bene l'annessione al Piemonte della Toscana e dell'Italia centrale, da formarne il regno dell_Alta Italia, senza mettersi sulle braccia l'impresa dell'Italia meridionale: che la diplomazia non solo si fece a gridare che Garibaldi era un pirata, i suoi compagni dei filibustieri, ma gli stessi amministratori e creditori della Società Rubattino, che erano tutti banchieri direttori della Cassa Generale, della Banca di sconto, dipendenti e devoti al governo ed a Cavour, pretendevano dal Fauché che denunziasse al fisco, come atto di pirateria, la presa che aveva fatto Garibaldi dei due vapori, e perché il Fauché sempre si ostinò a rifiutarsi ad un tale atto, venne dimesso dal suo impiego di direttore della Società: che finalmente, finché non si ebbe notizia dello sbarco a Marsala di Garibaldi e dei Mille, nulla si era fatto per preparare la seconda spedizione, e lo stesso Medici, che vedevo quasi tutti i giorni in casa di Bertani, dove eravamo a lavorare dal mattino a tarda notte per apprestare sussidi, si mostrava molto scoraggiato e pensieroso, e lamentava sempre che l'impresa di Garibaldi era così ardita che esso non sapeva presagirne bene.

Questa era l_atmosfera in cui si viveva a quell_epoca, e come valga a stabilire i pretesi aiuti governativi, ognuno il può di leggieri riconoscere.

Il La Farina, che io stesso ricordo sempre di aver veduto la notte del 5 maggio, appoggiato al parapetto della strada di Quarto intento ad assistere all'imbarco di Garibaldi, e con una fisonomia così rannuvolata da lasciar sospettare tutt'altro che la fede nella riuscita dell'impresa; il La Farina venne in Palermo quando vi fumavano ancora le rovine delle case, ed ancora le strade erano intercettate dalle barricate, e vi imprese subito il lavoro per spodestare Garibaldi e far votare l_annessione. Su tutte le cantonate delle strade, sulle porte delle case, delle botteghe, faceva appiccicare dei cartelli colla iscrizione di Viva l'annessione, ed organizzò una dimostrazione dopo pochi giorni del suo arrivo,

sotto le finestre del palazzo Reale dove era Garibaldi, alle grida: abbasso Crispi, abbasso il ministero, viva l'annessione.

Garibaldi rispose risentite parole a quella accozzaglia di gente e riuscì a disperderla, ma non continuarono meno le manovre Lafariniane, sinché Garibaldi non se ne sbarazzò mandandolo a bordo della squadra di Persano; e come di La Farina, si sbarazzò di altri suoi agenti, fra cui ricordo aver visto a bordo del vapore la Provence un certo prete Campanile, e quel Paternostro, che fu poi deputato alla Camera, ed ora credo si trovi a Tunisi facendosi chiamare Bey Paternostro.

Di tutte queste cose, di cui fui testimonio oculare, non se ne dovrebbe perdere la ricordanza, e allora le stesse panni che dimostrino abbastanza la giustezza delle cose dette da Garibaldi nella sua lettera.

Ora dovrei dire di ciò che riguarda l'impresa del Napoletano; ma l'argomento mi porterebbe troppo per le lunghe e quindi per ora mi limito a due sole considerazioni.

Il Cavour, appena vide che non poteva opporsi a che Garibaldi passasse in terraferma, concertò con Napoleone la impresa delle Marche, dell_ Umbria e del Napoletano. Allora rifiutò che si mandasse qualunque altro soccorso a Garibaldi, ed a me che fui a Torino nei primi giorni del settembre, dopo avermi lasciato promettere dal Farmi, ministro dell'interno, in sua presenza, che avrebbe lasciato partire da Genova nuove spedizioni, mi fece da Magenta, Governatore di Genova, significare un contr'ordine, ed a 500 circa giovani arrivati a Genova con un convoglio della strada ferrata per imbarcarsi per la Calabria, venne ordinato di retrocedere, e così furono costretti a ritornarsene, senza discendere alla stazione, scortati da un battaglione di bersaglieri. Ai miei reclami venne risposto che il governo intervenendo esso col suo esercito nel Napoletano, era diventata inutile qualunque ulteriore spedizione di volontari e di aiuti.

Queste parole, senza ulteriori commenti, spiegano abbastanza il concetto di Cavour e le intenzioni del governo. Si toglievano a Garibaldi i mezzi per compiere da solo la liberazione del Napoletano.

L_onorevole Finzi crede che, se riusciva il pronunciamento di Napoli, si faceva più facile l'impresa di Garibaldi e si conservava intatto all'Italia l'esercito borbonico. Non lo credo: dove non riuscì Cavour coi suoi agenti e cogli immensi mezzi che disponeva, cioè a far insorgere Napoli, vi riuscì Garibaldi accompagnato da pochi suoi ufficiali: dunque era un aiuto inutile _ il pronunciamento poi non avrebbe lasciato intatto l_esercito Napoletano, poiché questo era nella maggior parte scaglionato sulla strada da Napoli alle Calabrie, e ci volle la marcia trionfale di Garibaldi a disciorglielo _ parte era al Volturno e quello ci volle a vincere la giornata del 1° oitobre: i soldati che erano a Napoli e sotto le mani del duca di Migliano, erano la minor parte, e non credo sarebbe stato utile cosa per l'Italia conservarli.

Non mi sembrano perciò molto giuste le considerazioni dell_on. Finzi.

E qui mi arresto, che ornai la lettera c troppo lunga,  né credo per ora dover aggiungere altro. Se dai nostri avversari verranno nuove risposte, allora mi riservo di ritornar io pure sull_argomento, e con alcuni documenti i quali forse non sarà affatto inutile che vengano alla luce.

Perdona, caro Barrili, se forse occuperò troppo posto nelle colonne del Movimento, ma concluderò coll'onorevole Finzi che quando certi ricordi vengono alla mente, non si vorrebbe mai terminare.

Addio e una stretta di mano.

dall'aff. mo tuo

Enrico Brusco».

APPENDICE III

Dal giornale 11 Diritto di Torino N.173 del 23 giugno 1860

«UNA DESTITUZIONE IMMERITATA.

La società di navigazione, che prende nome dal signor Rubattino. ha rimosso dal posto di direttore di quella società il signor Fauché, sospettandolo di connivenza col generale Garibaldi nella presa dei due vapori il Piemonte ed il Lombardo, i quali servirono alla gloriosa spedizione. I signori Rubattino licenziarono ancora il signor Fauché probabilmente perché ricusò di protestare contro il governo, di chiedere l'indennizzo di quel furto marittimo alla società di assicurazione e finalmente di presentare querela contro la pirateria del generale Garibaldi.

Insomma la società Rubattino destituì il signor Fauché perché non volle fosse dichiarato dai tribunali pirata l_eroe di Varese e di Palermo. Queste sono le sue colpe: l'opinione pubblica giudicherà imparzialmente tra lui e la Rubattino. Ecco intanto una lettera diretta dal deputato Bertani al signor Fauché per confortarlo della destituzione immeritata.

(segue lettera del Bertani già riportata alla pag.53)

Con queste parole il giornale La Venezia di Firenze N.4 del 22 luglio 1860, accennava a questo fatto in una corrispondenza da Genova del 16 detto mese.

«Voi conoscete G. B. Fauché? E impossibile che non lo conosciate poiché molti e molti esuli, che ora si trovano nella Toscana, ebbero da lui agevolezze di viaggio e trasporto gratuito sui vapori della Compagnia Rubattino della quale era direttore, come era stato in Venezia segretario della Società Veneta Commerciale, e in Trieste organizzatore amministrativo del Lloyd con De Bruk. Ebbene: adesso il Fauché non è più direttore della Compagnia perché il cav. Rubattino lo punì (1) della supposta connivenza col Garibaldi nella presa dei due vapori della Compagnia stessa, il Lombardo ed il Piemonte sui quali si esegui la prima spedizione dei filibustieri. Invano il Rubattino cerca torsi di dosso in faccia alla nazione la odiosa responsabilità della dimissione data al Fauché. dichiarando ai giornali ch'essa non ebbe alcuna significazione politica. Lo smentisce lo stesso Garibaldi, che nominò in questi giorni il nostro veneziano, ex direttore, Intendente generale della Marina in Sicilia.

Lo smentiscono inoltre i fatti seguenti. Avvenuta la partenza dei due vapori, la Società intimava al direttore Fauché di protestare contro la poca vigilanza governativa onde ai vapori fu dato di piglio nel porto di Genova; di denunziare alla società l'abbandono dei due legni predati; d_insinuare querela al tribunale per l'avvenuta pirateria. Il Fauché si ricusò di eseguire questi tre atti: anzi quando la Società presentò essa stessa, illegalmente, una protesta al governo, il Fauché ebbe il buon senso di dichiarare sopra i giornali ch_egli, solo e legittimo rappresentante la Società, non aveva fatto alcuna protesta. Mi dilungo in questi particolari onde provare il merito e la parte principalissima ch_ebbe un veneziano nella prima spedizione del famoso filibustiere (2).

(1) Invece di Rubattino, giustizia vuole si dica: la Società Rubattino.

(2) Chi scriveva era un veneziano emigrato e scriveva a suoi compatrioti pure emigrali. E quindi scusabile se, in tempi calamitosi per l_emigrazione veneta, raminga qua e là, quelle parole hanno un_impronta di regionalismo.

Se qualche schizzinoso sofisticasse sulla moralità del direttore della Compagnia Rubattino nella sua complicità col Garibaldi, dirò che o bisogna condannare quest_ultimo o assolvere anche il Fauché (1). Il Garibaldi aveva fatto alla nazione una tratta d'onore onde fossero pagati i due bastimenti sui quali era partito. Egli e il Fauché sapevano che la nazione avrebbe accettata la tratta. Il Fauché sapeva certo che la Compagnia, della quale era direttore, non avrebbe alla fine perduto un quattrino, e per ciò diede opera alla spedizione. Il brav_uomo arrisicò il proprio stato e quello della sua famiglia che un bel giorno trovossi infatti sul lastrico».

Le stesse parole furono riportate dal giornale II Precursore di Palermo N.17 del 3 agosto 1800, facendo precedere le seguenti linee:

Togliamo dal giornale La Venezia di Firenze, il seguente brano di una lettera che riguarda un uomo il di cui nome si è naturalmente associato alla impresa del generale Garibaldi, pel suo generoso appoggio nello apprestargli i vapori che servirono alla sua prima spedizione in Sicilia.

(segue la lettera pubblicata nello. «Venezia»).

(1) Si è anche detto che il Fauché s_era fatto bello colla roba d'altri.

Indice delle persone e cose notabili

Amari ricordato, 52.

Barconi Angelo, segretario del governo di Sicilia, 66.

Barrili Anton Giulio, direttore del Movimento, 77, 90, 91.

Beretta Antonio, sindaco di Milano, 82.

Bertani Agostino, porta una risposta del Fauché a Garibaldi, 20; sua lettera al Fauché, 53, 51; ricordato, 32, 52, 09, 96.

Besana Enrico, membro della direzione del Fondo del milione di fucili, 21, 81, 85, 87, 90.

Bixio Nino, sua parte nella spedizione dei Mille, 23, 31; suo biglietto al Fauché, 32; altro al med., 3233.

Buratovicii Giovanni, capitano nella marina austriaca, 9, 13.

Brusco Enrico, sue lettere in risposta al Finzi, 9093, 9198.

Caffaro, giornale di Genova, citato 19, 71.

Cagliari, vapore della Società Rubattino, perduto nella spedizione Pisacane, 21, 31, 60, 61.

Cairoli Benedetto, ricordato, 52.

Cammello, nave austriaca, 10.

Campanile, prete, 97.

Capri, nave napoletana, 43.

Carlo Alberto, nave piemontese, 78.

Casa di commercio F. Viti in Genova, 11.

Casa di commercio M. Vucetich in Trieste, 11.

Cassa generale di Genova, 13.

Castiglia, ricordato, 31.

Cavour Camillo, sua politica, 22, 26, 50, 52, 80, 86, 88, 90, 91, 91, 97;

suo contegno benevolo verso il Fauché, 6869.

Commercio (II) di Genova, citato, 70.

Corriere mercantile di Genova, citato, 70.

Cosenz Enrico, 92.

Costante, nave austriaca, 9.

Credito mobiliare di Torino, 43.

Crispi Francesco, ricordato, 52, 82, 85, 97.

Dante, vapore della Società Rubattino, 21, 31.

D_Aste, comandante del Governalo, 78.

D_Azeglio Massimo, governatore di Milano, 83, 81, 85, 92.

De Brucic, fondatore del Lloyd austriaco, 12, 100.

Dina Giacomo, direttore dell_ Opinione, 80.

Diritto (II), citato, 54, 99.

Ebe, nave austriaca, 9.

Epoca (V), citato, 71.

Fabrizi Nicola, ministro della guerra in Sicilia, GG.

Farini Luigi Carlo, 97.

Fauché G. B., sua nascita e giovinezza, 9; carriera marittima, 911; suo matrimonio 11; carriera nelle società commerciali, 11; partecipazione alla difesa di Venezia, 1213; ancora nella vita commerciale, 1415;

direttore della Società di navigazione di Genova, 1516; trattative con Garibaldi per la consegna di un vapore, 1925; convegno a Villa Spinola, 29; opuscolo pubblicato nel 1882, 29, 61; due vapori consegnati ai garibaldini, 3137, 92, 93, 95; recriminazioni degli interessati, 41 45; dichiarazioni pubbliche del Fauehé, 48; revoca dall_ufficio di direttore, 49, 93, 99; va in Sicilia, 56; sua risposta al Rubattino, 57; è fatto commissario generale della marina, 61; poi segretario di Stato, 6162, 66; cessando dagli uffici di governo, è fatto console di marina in Ancona, 68; comandante del porto in Messina e Genova, 69; pensionato, 69; sua morte, 70; giudizii sopra la sua opera, 7072; onoranze resegli in Venezia, 73; sua lettera per il plebiscito della Toscana, 74: difesa di lui, 100.

Fenice, nave austriaca, 9, 10.

Ferrari Aristide, 87.

Finzi Giuseppe, membro della direzione del Fondo del milione di fucili, 21, 84, 90; sua lettera aY Opinione, 8089.

Franklin, piroscafo, 86.

Garibaldi Giuseppe, sue testimonianze intorno al Fauché, 17, 62; sua lettera al Fauché, 19; risposta del Fauché a lui, 20; altra lettera al Fauché, 32; sua lettera ai direttori dei vapori nazionali, 39, 60; sua lettera a Vittorio Emanuele II, 64; sua lettera al Barrili, 7779.

Gavotti, suo elogio del Rubattino, 50.

Gazzetta di Genova, citata, 48.

Giornale ufficiale del regno delle, Due Sicilie, citato, 12.

Giornale ufficiale della Sicilia, 67.

Governolo, nave piemontese, 78.

Guerzoni Giuseppe, citato, 17.

Italia, vapore della Società Rubattino, 31.

La Farina Giuseppe, ricordato, 23, 35, 93, 96, 97.

Lamoricière, generale pontificio, 88.

Lloyd austriaco, compagnia di navigazione, 12.

Logotetti Pietro, ufficiale nella marina austriaca, 10.

Lombardo, vapore della Società Rubattino, 29, 31, 34, 36, 43, 47, 50, 58, 92, 96.

Lorenzini, ufficiale nella marina austriaca, 10.

Magenta, governatore di Genova, 97.

Marghera, forte presso Venezia, 13.

Mario Alberto, citato, 17.

Mazzini Giuseppe, 79,

Medici Giacomo, 85, 86, 96.

Big nano (duca di) v. Nunziante.

Morari Anna, madre del Fauché, 9.

Morari Antonio, zio id.9.

Mordini Antonio, prodittatore in Sicilia, 62, 65, 66, 67.

Movimento (II), giornale, citato, 51, 56, 70, 74, 76, 89, 92, 91.

Nunziante Alessandro, duca di Mignano, generale borbonico, 88, 94, 98.

Opinione (), citato, 79, 81, 90, 94.

Oregon, piroscafo, 86.

Orlando P., ministro dei lavori pubblici in Sicilia 66.

Orsini Tito, 49.

Paolucci Amilcare, ammiraglio nella marina austriaca, 11.

Parisi E., ministro dell_interno in Sicilia, 65.

Paternostro Paolo, 97.

Pep. anni D., ministro delle finanze in Sicilia, 66.

Persano Carlo, ammiraglio, 38, 77.

Perseveranza di Milano, citato, 17.

Piemonte, vapore della Società Rubattino, 19, 28, 31, 34, 43, 47, 50, 58, 92, 95.

Piraino D., ministro degli esteri in Sicilia, 66.

Plebiscito Siciliano, 67.

Precursore (II), citato, 51, 101.

Professione Alfonso, citato, 52.

Roma, piccolo vapore italiano, 29.

Rattazzi Urbano, 91.

Rubattino Raffaele, fonda in Genova la Società di navigazione a vapore, 15; affida la direzione al Fauché, 15; gli è attribuito il merito d'aver fornito i vapori a Garibaldi, 17, 50; sua condotta verso il Fauché, 16; revoca la procura al Fauché, 19; sua risposta al Bertani, 56, 57.

San Giorgio, vapore della Società Rubattino, 19, 31.

Sardegna, id., 31.

Scrofani, ministro di grazia e giustizia in Sicilia, 60.

Secolo (II), citato, 71.

Selvatico Riccardo, 73.

Società delle Ferriere di Aosta, 14.

Società di navigazione a vapore, v. Rubattino R.

Società Veneta Commerciale, 11, 11.

Stromboli, nave napoletana, 13.

Tamaio G., ministro della sicurezza pubblica in Sicilia, 66.

Ugdulena G., ministro dell_istruzione in Sicilia, 66.

Utile, piroscafo, 95.

Veloce, nave austriaca, 9.

Venezia (La), citato, 51, 99.

Vigilante, nave austriaca, 10.

Virgilio, vapore della Società Rubattino, 31.

Viri Francesco, direttore della Società delle terriere di Aosta, 14. Washington, piroscafo, 86.

Zanardelli Giuseppe, 87

ERRATA CORRIGE.

Pag. 25, linea 21 : occasiono corr. occasione

» 32, » 5: (la Porlo Torres » per Porto Torres

» 79. » 26: 1860 » 1869

» ?0, » 1: 1860 » 1869









































vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del Webm@ster.