Eleaml



Quello che non riusciamo a comprendere è come mai agli inizi del novecento (ovvero una quarantina di anni dopo la proclamazione del Regno d'Italia) ritroviamo una serie di opere e di articoli che, pur restando assolutamente unitaristi, avevano un impianto fondamentalmente onesto, nel senso che riportavano voci dissonanti rispetto alla vulgata risorgimentalista, dal secondo dopoguerra ad oggi ci hanno propinato una serie di luoghi comuni che erano stati abbondantemente superati. Uno di questi riguarda Ruffo. L'articolo che proponiamo, pur dando una quadro fosco e ferocemente antiborbonico degli avvenimenti del 1799, salva la figura del cardinale evitando di liquidarlo con la facile etichetta del sanfedismo.

Altro interessante articolo che vi proponiamo è quello su Cavour e la questione napoletana. La mitologia del tessitore che aveva intravisto tutti i problemi e non potè darvi  soluzione perché strappato anzitempo alla vita da una malattia, era già stata messa in cantiere da alcuni biografi del conte.

Ci preme sottoporre ai visitatori del sito solamente una riflessione.

Se Cavour aveva tutta questa premura di selezionare una efficiente rappresentanza delle terre meridionali, come emerge dall'articolo di Artom, ci chiediamo per quale motivo avesse scritto a Cassinis, inviato a Napoli con il compito di affermare e consolidare l'autorità del Governo e di affrettare i primi atti dell'unificazione nel Meridione, le seguenti parole:

“Mi restringo a pregarlo a fare ogni sforzo onde si acceleri la formazione delle circoscrizioni elettorali, vedendo modo di darci il minor numero di deputati napoletani possibile. Non conviene nasconderci che avremo nel Parlamento a lottare contro un'opposizione formidabile [...]".

Cfr Lettera di Cavour a G. B. Cassinis 8 dic. 1860 - Storia del brigantaggio di Franco Molfese

A noi pare che le intezioni non fossero quelle di selezionare una buona classe dirigente ma di trovare un congegno che permettesse un ridotto numero di rappresentanti napoletani.

Zenone di Elea – 12 Agosto 2013

NUOVA ANTOLOGIA

LETTERE, SCIENZE ED ARTI

QUARTA SERIE - VOLUME NOVANTASEESIMO

DELLA RACCOLTA VOLUME CLXXX - (Novembre-Dicembre 1901)

ROMA

DIREZIONE DELLA NUOVA ANTOLOGIA

VIA SAX VITALE, 7

1901

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Agosto 2013

NAPOLI NEL TERRORE (1799-1800)

La morte dei Girondini sembra cosa mostruosa ed è macchia che oscura la Rivoluzione francese. Fra quelli ed i martiri napoletani v'è una certa affinità di caratteri e di iufjrgni. Gli uni e gli altri in gran parte idealisti, dottrinari più che uomini di Stato seguaci delle vie di mezzo, incapaci delle audacie e delle energie che salvarono la Repubblica francese. Gli uni e gli altri può dirsi rappresentassero il fiore della nazione. «Tout ce qu'il v avait de plus généreux en Franco périssait ou par le suicide ou par le fer des bourreaux», dice Thiers. Ma i morti del 31 ottobre, dell’8 e 11 novembre 1793 furono ventitre; i morti sui patiboli di Napoli, di Procida e di Ischia, centoventi.

Tra i Girondini erano un astronomo come Baillv, un oratore come Vergniaud, un giurista come Brissot, un filosofo come Condorcet.

Tra i repubblicani di Napoli un medico famoso, Cirillo, un ammiraglio come Caracciolo, un grecista come Baffi; Guardati, Bagno, Conforti, Fiorentino, Troisi, Granata, decoro dell'Università e dell'Accademia militare; un latinista come il Falconieri; dotti ed esemplari sacerdoti quali Natale, Scotti, Scialoia, soldati valorosi come Massa, Matera, Manthonè, Federici, Spanò, Schipani; il Pacifico botanico ed archeologo rinomato.

Mario Pagano, che aveva scritte le Considerazioni sul processo criminale, poteva ben paragonarsi a Brissot, l'autore della Teorica delle leggi criminali; ed Eleonora Fonseca, compilatrice del Monitore, a Manon Roland, scrittrice del Courrier de Lvon.

Ma i Borboni non si contentarono di troncare codeste vite, ch'erano onore e vantaggio della nazione: vollero disperderne e distruggerne le famiglie, sequestrando tutti i beni di fortuna e cacciando in esilio i genitori, i fratelli, le sorelle, i figli, ammucchiati su sgangherate navi che li portarono a Marsiglia.

(1) V. fascicolo precedente.

Il nome di italiani fu preso di mira, perché v'erano stati due condannati, Vincenzo nel 1794 e Andrea nel 1799. Quindi furono sfrattali i fratelli Antonio e Giuseppe ed i figli del primo, Vito, Pasquale, Benedetto, Alessandro, Raffaele e Teresa, bambina ìi 10 anni, e la figlia del secondo, Giacomina, vergine in capillis.

Anche il nome di Galiani, che ricordava il martire del 1794, fu segnato da ostracismo, e nelle liste di proscrizione vennero compresi il padre e la madre di Vincenzo con sette figliuoli, di cui l'ultimo, una femmina a nome Settimia, contava appena nove anni.

Un altro figliuolo, Giacinto, era morto il 13 giugno combattendo al ponte della Maddalena.

Furono ugualmente esiliati Vincenzo Pignatelli Strongoli, fratello di Ferdinando e di Mario, con la moglie Francesca Barazzi, Luigi e Vincenzo Riario Sforza fratelli di Giuseppe, Giuseppe Bozaotra nipote di Luigi, Michele Massa fratello di Oronzo, Filippo e Maria Eleonora D'Agnese fratello e sorella di Ercole, Giacomo Antonio Roselli padre di Clino con i figli Nicola e Rosaria, Lorenzo € Giuseppe Montemavor fratelli di Raffaele, Mercurio e Gregorio Muscari fratelli di Carlo, Nicola Battistessa fratello di Pasquale, Oregorio Rugvi monaco olivetano fratello di Ferdinando e di Antonio, Onofrio Fiani fratello di Nicola, Gaetano e Raffaele d'Iscbia fratelli di Vinenzo e i cugini Romualdo, Michele, Giuseppe e Vincenzo Minutolo. Alessio, Giuseppe e Margherita Fasulo fratelli e sorella di Nicola, Francesco De Simone fratello di Giovan Battista.

Era colpa sin'anche aver amato uno dei giustiziati, e per questa ragione la baronessa di Castelvetere, amica di Francesco Grimaldi, veniva cacciata fuori dalla patria, ed il servo fedele di Giuseppe Logoteta, a nome Vincenzo Messina, ragazzo di 14 anni, era compreso fra gli esiliati, scrivendosi sulla lista per seguire il padrone, che era morto sulle forche il 28 novembre! Dall'agosto 1799 al gennaio 1800 ottocentosettantotto cittadini andarono in esilio per condanna della Giunta di Stato; cinquantaquattro per decreto del Visitatore generale di Terra di Lavoro; quarantotto per decreto del Visitatore di Principato Citra; centotrentasette per decreto del Visitatore di Avellino; novantuno per decreto del Visitatore di Basilicata.

Altri seiceutosettantuno ebbero lo sfratto per determinazione reale del 1° agosto 1799; in complesso milleottocentosettantanove, senza contare tutti quelli ch'erano riusciti a salvatasi con le truppe francesi ed i moltissimi liberati dalla prigionia o banditi dalla patria in virtù del cosiddetto indulto del 23 aprile 1800.

E dalle carte originali di Cesare Paribelli e di Francescantonio  Ciaja, serbate dalla Società storica napoletana, si rileva che una polacca con 173 esuli giunse a Marsiglia il 26 febbraio 1800, una seconda con 436 il 4 maggio e una terza con 172 il 18 giugno del medesimo anno. Altri 98 esuli sbarcarono a Tolone.

Troppo lungo sarebbe ricordare tanti nomi. Mi contenterò dei più notevoli, fondandomi sulle notizie biografiche dei benemeriti della patria raccolte da mio padre (1) col lavoro pertinace cominciata il 1840, sotto gli occhi di Ferdinando li, non interrotto né dalle carcerazioni, né dall’esilio, né dalle lotte per la redenzione della patria, né dagli officj pubblici; durato trentotto anni, sino agli ultimi giorni di sua vita.

Luigi Arcovito di Reggio Calabro, Lorenzo Montemavor di Napoli, Vincenzo Pignatelli Strongoli di Napoli, Francesco Giulietti dì Messina, Giovanni Russo di Napoli, Angelo D'Ambrosio di Napoli, Gennaro Celentanodi Foggia, Giuseppe Lombardo di San Chirico Raparo,.

Francesco Macdonald di Pescara, Gabriele Pepe di Civita Campomarano, erano tutti tra i migliori ufficiali dell’esercito napoletano e combatterono per la Repubblica. Cacciati in esilio, si segnalarono nelle guerre napoleoniche e giunsero ai più alti gradi durante il regno di Murat, tutti imprigionati, esiliati e destituiti dopo la rivoluzione del 1820, Celentano condannato a morte e quindi chiuso nel castello della Favignana; condanna ch'ebbe anche Giuseppe Rosaroll, altro esule del 1799, maresciallo di campo nella campagna di Russia, poi tra i combattenti per la libertà della Spagna, morto per l'indipendenza della Grecia nel 1825, padre di quel Cesare caduto nella difesa di Venezia, chiamato l'Argante della Laguna.

Antonio Campana di Portici, ufficiale del genio, non tornò mai dall'esilio, perché divenne capo dell'Istituto geografico militare di Milano ed acquistò tale riputazione per i suoi lavori geodetici e idrografici che il Governo austriaco lo volle alla direzione dell'Istituto di Vienna.

Guglielmo Pepe di Squillace, ferito al ponte della Maddalena tornò in patria dopo la pace di Firenze e subito si diede a nuove imprese per ricacciare i Borboni; cosi che venne gettato nella fossa del Marittimo alla Favignana, dove rimase sino al 1804. Generale di Murat, combattè in Ispagna, fu a capo dei moti del 1820 e chiuse la vita gloriosa con la difesa di Venezia, morendo nelr esilio di Torino il 1855.

(1) Vite degl'Italiani benemeriti della libertà e della patria di Mariano D'Ayala. Pubblicati il volume dei Morti combattendo, Firenze, 1868, e quello degli Uccisi dal carnefice, Napoli, 1883.

Proscritti furono ancora Giovanni Bausan, il valido cooperatore di Caracciolo nella difesa marittima del golfo, capitano di vascello al tempo dì Murat, perseguitato nel 1821 perché aveva appartenuto al Parlamento; Antonio Napolitani di Scisciano, il quale, cappellano di reggimento, combattè per la Repubblica, poi, pel suo valore, raggiunse il grado di maresciallo di campo e nel 1820 si uni con Guglielmo Pepe, levando il grido di libertà; Raffaele De Gennaro di Barletta, milite della Repubblica, anch'egli valoroso nelle guerre napoleoniche, morto generale nel 1816; Giuseppe Raffaelli di Serra Calabro, che nell'esilio tenne la cattedra di Cesare Beccaria nel liceo di Brera e fu poi procurator generale della Cassazione di Napoli; Nicola Saverio Gambone di Montella, dotto teologo, vescovo di Capri dal 1776, quindi di Vigevano nel 1808 e patriarca di Venezia nel 1807; Giacinto Dragonetti, presidente della Gran Corte della Vicaria e ministro della Giunta di Stato avanti il 1799, presidente della Cassazione di Napoli al tempo dei Francesi; Pasquale Leonardi di Cattolica, famoso ostetrico, professore nell'Università di Napoli; Gaetano Rodino di Catanzaro, segretario della Legazione cisalpina presso la Repubblica ligure, poi sottoprefetto, condannato a morte pei fatti del 1820, rimasto nove anni nell'orrida prigione della Pantelleria, autore dei Racconti storici ben noti; Gennaro Cestari, sacerdote, professore di filosofia, autore dell'opera: Lo spirito della giurisdizione ecclesiastica sull'ordinazione de' vescovi e del Tentativo sulla rigenerazione delle scienze, Amodio Ricciardi di Palata nel Sannio, nell'esilio procurator generale della Corte di appello di Torino, consigliere di cassazione in Napoli, presidente della Corte di Aquila, deputato al Parlamento nel 1820 e quindi destituito; Antonio Jerocades di Parghelia, il poeta dei Liberi Muratori, già imprigionato nel 1792 e nel 1795, chiuso in un convento al ritorno dall'esilio; Emanuele Mastellone di Napoli, magistrato avanti il 1799, nell'esilio procurator generale a Torino, a Parma, a Genova e ad Alessandria, in ultimo consigliere di cassazione a Napoli; Giordano De' Bianchi marchese di Montrone, comandante del S battaglione della legione Lucana, quindi ufficiale dell'esercito francese, intendente della provincia di Bari, Consultore di Stato, autore di lavori poetici, tra cui la traduzione delle Odi di Orazio; Bernardo Della Torre di Napoli, chiaro scrittore e profondo teologo, vescovo di Gragnano, gran vicario della diocesi di Napoli; Matteo Tondi di Sansevero, chimico e mineralologo famoso, durante l'esilio coadiutore del celebre Dolomieu nel Museo di storia naturale di Parigi, al ritorno in Napoli professore nell'Università e ispettor generale delle acque e foreste;

Pietro Napoli Signorelli, di Napoli, autore della nota opera Vicende della coltura nelle Due Sicilie, professore nel liceo di Brera, nelle Università di Padova e di Bologna; Domenico Di Fiore di Cesa, segretario di Ercole D'Agnese durante la Repubblica, esule a Parigi dove fu collaboratore in molti giornali e tenne alti ufficj nell'Amministrazione dei lavori pubblici, non più tornando in patria; Francesco Lauria di Montefusco, avvocato e magistrato di grande reputazione, professore di diritto penale nell’Università di Napoli, commentatore del Codice francese e del nuovo Codice napoletano; Luca Cagnazzi di Altamura, prete e matematico, accademico dei Georgofili e del Cimento, professore di economia politica e di statistica nell’Università di Napoli, capo ripartimento della pubblica istruzione, destituito nel 1821, presidente del Parlamento napoletano del 1848 nella famosa tornata del 15 maggio, morto durante il processo; Luigi D'Aquino, di Cosenza, capitano nella legione Calabra, valoroso a Marengo, in Ispagna e nella guerra del 1814, morto nel 1822 maresciallo di campo; Ignazio Tranfo di Tropea, capitano di vascello, segnalatosi nella guerra dell'indipendenza americana; Gennaro Spinelli marchese di Fuscaldo e principe di Cariati, ufficiale di marina, aiutante di bandiera di Francesco Caracciolo, scudiero di re Gioacchino, ambasciatore a Vienna nel 1814, nella Giunta di Governo del 1820, quindi ambasciatore a Parigi, ministro costituzionale nel 1848; Flavio Pirelli di Ariano, dotto magistrato, consigliere del tribunale di commercio; Filippo Wirtz, di Napoli, tenente colonnello del secondo reggimento Macedonia, il quale aveva combattuto al ponte della Maddalena accanto al padre, il generale Giuseppe Wirtz morto in Castel Nuovo, per le ferite, il 14 giugno 1799.

E sono ancora da ricordare fra gli esuli monsignor Bernardo Della Torre vescovo di Taranto; Antonio Boccanera rinomato chirurgo; Antonio Zuccarelli pittore miniaturista; il libraio Aniello Nobile, che pubblicò il Giornale letterario soppresso dal Governo nel 1797 e gli atti della Repubblica; Berardino Caputo marchese della Petrella; il nostruomo Antonio Chiapparo, amico fedele ed erede di Francesco Caracciolo, coi fratelli Girolamo e Ferdinando; Carlo Forquet banchiere francese; Domenico Colangelo morto comandante della piazza di Pavia; il prete Domenico Menichini; Emanuele Caputo figlio del marchese di Cerreto; Ferdinando Ferri, voluto amante della Sanfelice, rivelatore con Vincenzo Coco della congiura dei Baccher, il quale contava allora trentadue anni e divenne dopo la Restaurazione del '15 consigliere della Corte dei conti, presidente nel 1839, e nel 1841 ministro di Ferdinando II,

morto nel 1857; Giuseppe Fasulo e Gennaro Danzetta, presidente il primo, giudice l'altro della Commissione militare che condannò a morte Gioacchino Murat; Gaetano De Simone, poi colonnello di artiglieria; Leopoldo Poerio, fratello di Giuseppe, zio di Carlo e di Alessandro, morto esule in Firenze dopo di aver combattuto nelle guerre napoleoniche e raggiunto il grado di colonnello; Michele Filangieri fratello del celebre Gaetano; il colonnello Michele Nocerino; Nicola Dentice dei duchi di Accadia; Pietro Alethv scrittore del Veditore repubblicano con Gregorio Mattei; il colonnello Francesco Lahalle, padre di quel Carlo, anche colonnello, che nel 1848 si uccise a Bagnocavallo per non obbedire all'ordine di tornare indietro dalla spedizione di Lombardia; Giuseppe Landini che divenne generale di artiglieria; Decio Coletti deputato al Parlamento napoletano nel 1820; Francesco Staiti valoroso ufficiale di cavalleria, destituito nel 1821, morto esule a Parigi; il marchese Domenico Tupputi, dotto in agronomia, esule di nuovo nel 1821, quando il figlio Ottavio, valoroso generale, ebbe condanna di morte con Morelli e Silvati; Francesco Casoria chimico reputato; Gennaro Silva divenuto colonnello di artiglieria; Giovanni Antonio Lozzi deputato al Parlamento napoletano nel 1820; Vincenzo Malesci poi ispettore dei ponti e strade; Tommaso Sonni matematico, deputato al Parlamento napoletano nel 1820; l’uffificiale di marina Salvatore San Caprais, il quale sarebbe andato a morte invece di La Grenalais se la nave che lo trasportava dall'isola dì S. Stefano non fosse giunta troppo tardi; Raffaele Carrascosa, allora tenente di artiglieria, poi generale di Murat, e finalmente strumento di Ferdinando II nell'eccidio del 15 maggio 1848; Gabriele Maurizio, morto nel 1830 ammiraglio e comandante dell'Accademia di marina; Vincenzo Alvino di Napoli, professore nel Real collegio degli orfani militari in Milano, padre di Enrico rinomato architetto; Rocco Beneventano di Sasso, che poi divenne consigliere di Stato; Luigi Galanti di Santa Croce di Morcone, benedettino, professore di geografia nella scuola politecnica di Napoli, segretario del Parlamento napoletano nel 1820, autore della nota opera Isiituzioni di geografia fìsica e politica.

Ho voluto ricordare codesti nomi per dimostrare come non fosse esagerazione partigiana né frase rettorica quella degli storici contemporanei, i quali affermarono che si diede la più spietata caccia a quanto Napoli avea di meglio per ingegno, per sapere, per nobiltà di stirpe e di opere. I nomi dei giudici vennero additati alla pubblica esecrazione, e lo stesso diarista De Nicola chiama quella una Giunta di carnefici; ma, pur non menomando l'iniquità dei loro atti,

è giustizia riconoscere ch'essi, sia pure per ragioni disoneste, non obbedirono pienamente agli ordini imperiosi e precisi di Maria Carolina; la quale, offesa nel suo orgoglio smisurato perché abbandonata dalla parte migliore della cittadinanza, chiedeva in tutte le sue lettere a Ruffo e ad Emma Hamilton vendetta pronta e inesorabile.

«Il sentire dettagli di Napoli» scriveva a Ruffo sin dal 23 di aprile (1), e la individuazione fa fremere. Bisogna dire che non vi è che il Basso popolo fedele ma gli Alti ceti sono perfidissimi, la Marina e Artiglieria tutta cattiva, molti ufficiali, infinita nobiltà e saputelli mezi Paglieti, studenti, lo non ardisco quasi più domandare del tale e del tale aspettando una dispiacevole risposta. Desidero ardentemente riprendere il regno, rimetterci l'onore e lasciare il Patrimonio alli miei figli ma l’animo mio a soferto una forte scossa ed e totalmente alienata ma per sempre confesso non era tanto prima speravo e mi lusingava spiegava per timore viltà molte cose, ma l'atroce seguita condotta di tutti i nostri più Beneficati mi aliena intieramente. Domenica compisco 31 anni di dimora in Napoli dove non ho pensato che agli altri mai a me senza un capitale senza un soldo senza un palmo di terreno ne Casino di Campagna o cercato servire obbligare non mi ho mai lasciato trasportare da nessun odio e ho ritrovato Nissuno questa è una orribile verità ma che di un animo come lo mio fa effetto e molto farò il mio dovere e lo farò sempre ma il mio cuore e chiuso per sempre desidero riavere il stato che ci appartiene il suolo che è nostro ma vorrei mai più vedere o se le circostanze davero necessiteranno la mia presenza sarò a Napoli senza tratare ne vedere tanti e tanti e poi tanti ingrati ma procurando la felicità abondanza di vivere esatta giustizia del unicha classa fedele che ed il popolo...».

E questi proponimenti ella mantenne con la tenacia virile che destava l'ammirazione di Napoleone I. Il suo cuore fu chiuso per sempre ad ogni sentimento umano. Napoli più non la vide sino al 17 agosto 1802; e quando, cacciata di Sicilia da Lord Bentinck, si apparecchiava a tornarvi col trionfo della Santa Alleanza, una volontà più forte della sua le troncò improvvisamente la vita, senza avere accanto né un figlio né un amico.

(1) Le lettere di cui trascrivo i brani furono copiate testualmente da Mariano D'Ayala nel 1843 su gli originali serbati allora dal marchese Messanelli. Sono sessanta, scritte dal 5 febbraio al 4 ottobre 1799, perfettamente identiche, anche nell'ortografia, a quelle stampate nel 1863 da Alessandro Dumas nel quinto volume dei Borboni di Napoli contenente i Documenti autentici tratti dagli Archivi secreti di Napoli. Le stesse lettere vennero pubblicate nel 1880 nell'Archivio storico per le provincie napoletane dal marchese Benedetto Maresca, traendole da una copia fatta dal principe di Belmonte, l'autore della Storia della Congiura del principe di Macchia, il quale volle togliervi gl'innumerevoli errori di ortografia e di sintassi.

Ma per intendere i fatti del 1799 e la crudeltà di Maria Carolina bisogna tornare a parecchi anni addietro, quando ella, circondata dai suoi amanti, si deliziava nei misteri e nei banchetti massonici, seguendo l’esempio della sorella Maria Antonietta.

Il processo dei Liberi Muratori durato dal 1776 al 1782, la corrispondenza di Ferdinando IV col padre, da me in parte pubblicata (1), valgono a spiegare come dagli amori massonici ella cadesse nell'odio più feroce verso le idee e gli uomini del rinnovamento civile, bandito appunto dai Liberi Muratori. I quali erano stati da lei protetti validamente, e per amor loro ella era venuta in lotta aperta con Carlo III ed aveva fatto mandar via Tanucci, promovendo gli studj per le riforme civili affidati a Galanti, a Filangieri, a Mario Pagano. Ciò derivava in gran parte da vanità muliebre, inebriata dalle lodi che le si levavano intorno, non da maturità di mente o da passione di pubblico bene; cosi che quando la Rivoluzione francese e l'uccisione della sorella vennero a troncare i suoi passatempi umanitarj, divampò in lei l'ira più brutale verso coloro da cui si credeva ingannata e presa come in agguato.

Naturalmente, i suoi furori crebbero poi che vide l'abbandono di tutti, gli antichi compagni dei conviti massonici proclamare il governo repubblicano, e i lodatori di un tempo in prosa e in verso lanciarle vituperj.

Una donna che morsicava il marito e lo aizzava contro il padre, che andava in bestia perché le venivano nuovi figli, che in famiglia diventava spesso una furia, come Ferdinando scriveva a Carlo III, dominata da istinti brutali, nevrotica e lunatica, ugualmente infedele al marito, agli amanti, ai trattati e alla parole sacrèe, come quella data a Napoleone nella lettera del 7 agosto 1805, non poteva rispettare la santità delle capitolazioni né intendere il dovere che i maggiori cittadini avevano di sostenere la Repubblica dopo che il monarca era vilmente fuggito dal campo di Velletri rimpiattandosi a Palermo. Ella che disprezzava il marito, trattandolo peggio di un guattero, come attestano le lettere di lui, pretendeva che i sudditi serbassero affetto e reverenza per siffatto monarca quando a tutti erano note le scene grottesche della reggia e la volgarità, l'ignoranza, la codardia dell'uomo che non ardiva fiatare innanzi alla moglie. Il popolo, è vero, si era battuto per il suo Sovrano, cosi che Championnet nella sua relazione al Direttorio del 24 febbraio 1799 diceva:

(1) Cfr. D'Ayala Michelangelo, I Liberi Muratori di Napoli nel secolo XVIII, in Archiv. stor. delle prov. nap., vol. XII, XIII.

«les Lazzaroni, ces hommes étonnants... sont des héros renfermés dans Naples», appunto perché in Ferdinando IV amava il lazzarone; ma la gente colta non poteva sentirsi in alcun modo legata a quell'essere volgare che il diritto divino aveva messo sul trono di Napoli.

Nelle lettere a Ruffo ed alla Hamilton la Regina si doleva sempre della ingratitudine dell'alta cittadinanza e degli epiteti indirizzati a lei ed al marito nei discorsi e nelle scritture dei patriotti. Ma di che dovevano esser grati costoro? forse delle condanne e delle persecuzioni dal 1794 al 1798? Né l'abbandono di tutti, che tanto l'inveleniva, derivava da patriottismo. I magistrati, gli scienziati, i vescovi, le signore del patriziato e della borghesia, le dame e i cavalieri della Corte, sin la sua amica intima e compagna di bagordi, la marchesa di San Marco, erano rimasti indifferenti alla partenza precipitosa della coppia reale ed avevano bene accolti i Francesi. «L'oblio di tutte le mie amiche, scriveva Carolina alla Hamilton, mi è stato sensibile» (1). Questa era la prova che nessun rimpianto, nessun desiderio aveva lasciato nei cuori, e l’orgoglio di lei n' ebbe la più profonda ferita, come scriveva a Ruffo il 7 maggio:

«Vedere che NISUNO di nissuno ceto sesso classe vengha o pure mi scriva quando vedo la facilitazione di fare l'uno e l'altro dalle inumerabili lettere e gente che vengono confesso che ciò da una profonda dolorosa senzazione sul mio cuore la perfetta ingratitudine se avessi trovato 20 anche 10 persone ataccate da vero mi avrebbero consolata dalla sceleraggiue ingiustizia de'  milioni ma nissuno fa un efetto terribile».

Quindi la rabbia immensa, che aveva bisogno di sfogo, e le incalzanti premure a Ruffo e alla Hamilton perché fosse fatta pronta giustizia. E si badi che il desiderio della vendetta era da lei manifestato molto tempo prima della caduta della Repubblica, quando non poteva prevedere se sarebbe stata contrastata a Ruffo l'occupazione di Napoli.

Infatti sin dal 14 aprile scriveva: «Non vi sarà pietà e bisognerà caciare distrugere anientire e deportare la Cattiva Erba che avelena gli altri per conoscerla bastano i loro numerosi stampati da loro stessi firmati». E dopo la vittoria scriveva ad Emma il 25 giugno: «Raccomando a lord Nelson di trattar Napoli come se fosse un villaggio d'Irlanda in egual ribellione. Non bisogna aver riguardo al numero, le migliaia di scellerati di meno renderanno la Francia più debole e noi staremo meglio. A toì, mia cara lady, raccomando la maggior fermezza, forza, vigore e severità».

(1) Palumbo, Carteggio di Maria Carolina, Napoli, 1877,  pag. 98.

Poi va in bestia per la mitezza del cardinale, che voleva persino far condurre incatenato a Palermo; si duole della lentezza nel condannare, sembrandole che non occorrano né giudici, né indagini; «Non è processo», dice, né opinione: è un fatto avvenuto, provato, stampato». Ed il 29 agosto aggiunge:

«Credo che un certo  rigore pronto fa efetto languendo lascia tempo a discorso a prò e contri e diviene pernicioso vi sono certi cosi notorie li loro delitti che non ci vuole esame. Credo che l'eccessivo numero dei carcerati e delli loro adherenti e parenti e tale da fare molto pensare per non rinnovare tumulti e scene di orrori dove delli innocenti possono restare vittime vorrei che li Esempi dei più marcanti che le conosce ognuna e l'allontanamento dei secondi e poi un Generale clemente perdono...».

Perdono e oblio, ripeteva in tutte le lettere, mentre non si stancava di inculcare la maggiore severità. Ed il 10 agosto faceva la sua «breve apologia», dicendo: «Ho amato Napoli e li abitanti alla passione n'ho vissuto 31 anni dei quali 23 infelice e sconsigliatamente negli affari, posso dire mai avere pensato in mente a me, non ho un casino di campagna, un giardino, oggetto sempre del mio desiderio, non una gioia, un capitale, niente». E le migliaia e migliaia di ducati che il marito le aveva regalato a ogni parto e di cui ella non era mai contenta? (1) E tutte le ville e i parchi reali intorno a Napoli? Con la medesima improntitudine diceva di voler dimenticare gli «orrori che sono stati detti, leti, befegiati, aplauditi, non di pochi ma di tutti, materiali preparati mentre viveva in mezzo alle loro riverenze ed importunità, volendo da me richeze, onori, affari, comodi, non vivendo che per loro». E poi, mostrando un finto pentimento della ingerenza presa negli affari dello Stato, dichiarava: «Sono ferma e irrimissibilmente decisa di riguardarmi come morta per quello che riguarda affari di Napoli... Non mi mischieró in nessuno affare pubbliche di nessuua sorte e su di ciò non cambierò non conosco li affari di Napoli o troppo malie riuscito per il passato non o avuto ne voglio avere nessuna ingerenza su le attuale sistemo e perciò certissimamente non mi mischierò in niente...». E nell'atto che scriveva codeste cose mandava ordini e norme di governo! L' ira maggiore della Regina era contro i militari, i nobili e i preti, i tre ceti che a lei sembravano naturale sostegno del trono.

(1) Arch. di Simancas, leg. 6082. Lettera di Ferdinando IV a Carlo III, 26 accosto 1777.

Intorno ai primi aveva scritto il 7 maggio: «A da essere punito di morte chi avendo servito il Re come Caracciolo, Moliterno, Roccaromaoa, Federici, etc, si trovano l'armi alla mano combattendo contro di lui».

Intorno ai secondi diceva, in una lettera del 3 maggio: «...si puole calcolare tutti li nobili conosciuti per cattivi dividendoli in sceleratissimi impiegati atroci in compiacente scelerati cooperatori ed il maggior numero in poltroni senza carattere senza raciocinio senza cuore...».

E dei preti cosi discorreva il 14 aprile: «Li vescovi sacerdoti monaci sono quelli a mio senso più rei il loro stato stesso avendoli dovuti premunire contro simile scellerato pensare». Aggiungeva il 7 maggio: «Parlo dei scelerati monaci preti che hanno scandalizzato fino li francesi medesimi delli parochi ed altri che ho letto impiegati nella scelerata repubblica quale fiducia avrano nei loro preti Pastori li popoli se li vedono Ribelli scimatici....».

Ruffo voleva la clemenza; ma Carolina gli rispondeva: «Devo confessarle non essere io di suo parere circa il dissimulare ed obliare anzi premiare per guadagnare i Capi Briconi Nostri non sono di questo parere non per spirito di vendetta questa è ignota al mio cuore e se per rabbia parlo come se ne avessi nel fatto provo e sento non avere vendetta nel mio cuore... Crederei la clemenza nocivissima da loro creduta deboleza e che non ci assicurerebbe un momento di tranquillità e il Popolo la cui fedeltà non a vacilato la vedrebbe come un atto d'ingiustizia questa nociva Clemenza credo che per il Stato la quieta sicurezza tranquilità futura sia necessario il ripurgho di più migliara di persone...».

Amorosi sensi che trovavano piena corrispondenza nel suo popolo, il quale cantava a ricantava in coro:

Signò, mpennimmo chi t'ha traduto,

Prievete, muonace e cavaliere!

Fatte chiù ccà e fatte chiù llà,

Cauce nfacce a la libertà.

E poiché ben intendeva l'impressione che doveva recare al cardinale tanta crudeltà in una donna, ella, in una delle molte lettere chiedenti la punizione di tutti quelli «che hanno traditi uomini e donne senza riguardo cosi i miei amici amiche come i miei nemici personali», conchiudeva a questo modo: «Non mi creda né cattivo cuore né tiranna ne vindicativa sono pronta a accogliere perdonare a tutti ma credo che sarebbe la perdita dei 2 Regni».

Né può mettersi in dubbio che al cardinale ripugnasse di dar mano alle nefandezze che si compivano, e nel Diario del De Nicola si leggono queste parole, scritte appunto in quei giorni: «Il Cardinale Ruffo è cosi disgustato di tal modo di procedere della Giunta e di tutte le passate operazioni del Governo che, per quanto mi si dice, aspetta che Roma sia presa, per andarsene da Napoli.

Mi si dice pure che abbia scritto molto forte al Re, protestando che se si continua nel cominciato rigore egli non si comprometteva della tranquillità del Regno. Disse sicuramente ad una persona che gli rincresceva trovarsi al suo posto...».

E la Giunta s'ingegnò di soddisfare i desideri della Regina non tiranna né vendicativa, conciliandoli con i proprj interessi.

Quindi diciannove militari andarono a morte; i più se la cavarono con l'esilio; altri, come il brigadiere Francesco Anguissola comandante il castello dell'Ovo, il conte Michele Gioca maggiore nel reggimento Regina, e il capitano di fregata Giuseppe De Cosa, che comandò la Cerere nella difesa marittima del golfo, ebbero condanna al carcere; parecchi o non furono molestati o ripresero servizio nel riordinato esercito borbonico, come Antonio Pinedo, generale di cavalleria, il quale aveva pur appartenuto al Comitato militare della Repubblica con Clino Roselli, morto sul patibolo, ed era stato aiutante generale della guardia nazionale. Morirono nelle prigioni, prima di essere giudicati, il brigadiere Tommaso Lop ed il colonnello Diego Pignatelli di Marsiconuovo già comandante del reggimento di cavalleria Borbone e gentiluomo di camera del Re; furono cacciati dall'esercito il brigadiere duca De la Tremouille ed il maresciallo di campo principe di Canneto; Francesco Basset, comandante del secondo battaglione volontari Calabria Citra e poi di una legione repubblicana, scampò dalla morte, decretata dalle Giunta di Stato, col tradire e denunciare i compagni di prigionia in Castel Nuovo.

Le maggiori condanne toccarono agli ufficiali di marina e di artiglieria. «La marina e l'artiglieria tutta cattiva», aveva detto Carolina. Ed infatti da un documento ch'io posseggo, lo scrutinio cioè fatto nel periodo del terrore, si rileva che di centonove ufficiali di artiglieria soltanto quattro non servirono la Repubblica.

Questa nobile tradizione si è serbata sempre; ed anche nel 1860 la marina e l'artiglieria napoletana sostennero la causa della libertà.

Del patriziato diciotto andarono a morte, ma quasi tutte le più note famiglie provarono gli effetti dell'ira regia, cacciati moltissimi in carcere e in esilio, confiscati i beni; e basta ricordare quelle dei principi di Torella,

di Angri, di Stigliano, di Piedimonte, di Strongoli, di Moliterno, di Acquaviva, Della Rocca, di Sant'Angelo Imperiale, di Montemiletto, di Belmonte; quelle dei duchi di Andria, di Cauzano, di Girella, di Ottaiano, di Capracotta, di Cantalupo, di Policastro, di Popoli, di Cassano, di Roccaromana, di Bagnoli, di Sermoneta, di Gerenza, di lelsi, Caracciolo di Brienza, Crivelli, Riario, Coscia; quelle dei marchesi di Fuscaldo, di Rogiano, della Petrella, di Gonzano, Mauro, La Greca, Del Vaglio, Ruggi, Grimaldi, Gagliati, Montemayor.

Il principe di Torella, sebbene avesse compiuto soltanto i modesti ufficj di invigilatore della vendita di commestibili e vettovaglie e di milite della guardia nazionale, fu condannato a morte, poi rinchiuso in carcere perpetuo nella fossa del Marittimo, perché alla Regina sembrò una enormezza senza nome che un Grande di Spagna, cavaliere di S. Gennaro e gentiluomo del Re avesse servita la Repubblica.

Quindici sacerdoti salirono il patibolo, compresi i tre di Procida, ma innumerevoli furono quelli carcerati, esiliati, perseguitati: preti, frati, canonici, parroci, gli arcivescovi di Napoli, di Taranto, di Chieti, i vescovi di Pozzuoli, di Melfi, di Montepeloso, di Gragnano, di Capri. Perocché il clero di allora era ben diverso da quello dei tempi nostri in cui i sommi prelati, ribelli all'unità della patria, sussidiavano le orde brigantesche e promuovevano gli eccidi come quelli di Isernia del 1860. Allora il clero partecipava con le opere al progredimento civile, né erano perduti gli effetti delle riforme e dei sapienti impulsi di Benedetto XIV.

Purtuttavia Maria Carolina non era contenta, e scriveva a Ruffo il 2 ottobre 1799:

«Per i Rei di Stato il methodo preso ed intieremente contro il mio parere io credevo una giustizia solicita subitanea pronta per incutere timore e veramente i Capi sono tropo noti da tutti e con i fatti e le operazioni per avere bisogno d'altro indi con tutti i mezzi d'inbargo sul porto prendere tutti i scrittori municipalisti organizzatore Capo della Capitale e deportarli in Francia e le altri perdono era cosi già finito che il methodo intrapreso e ingiusto nel gastigo e nel perdono i più scelerati esistono ancora i ragazzi sono castigati, dei legislatori come il scelerato Bruno caminano per Napoli liberi altri sono con meno reità decollati ed un dedale di Corruzione ed orrore che mi fa sempre più abominare l'immoralità e coruzione che regna in Napoli senza un Governo fermo unisono forte Napoli si perde nella sua propria imoralità cadera in putrefazione...».

Quando giungeva questa lettera erano stati uccisi dal carnefice, in Napoli, trentadue cittadini. Non sappiamo se da essa derivasse la maggiore ferocia della Giunta. Certo é che di li a pochi giorni andarono al patibolo i due generali Matera e Federici, di cui la Regina aveva chiesta la morte sin dal 7 maggio, Mario Pagano, Cirillo, Ciaja, Pigliacelli, Troisi, De Filippis: certo è che il 3 novembre 1799 il scelerato Bruno si uccideva per non essere contaminato dal carnefice.

Ma le parole di sopra trascritte valgono sopra tutto a confermare quello che molti contemporanei e molti accusati affermarono, cioè che nelle sentenze della Giunta ebbero gran parte il denaro ed altri mezzi di corruzione. Lo stesso De Nicola notava nel suo Diario il 2 ottobre:

«Il pubblico non può dimenticarsi della tragica morte di quel ragazzo di Genzano, ed i stessi feroci popolari  dicevano che S. M. gli avrebbe fatta la grazia se fosse stata in Napoli; comincia già ad aborrire il rigorismo della Giunta. Parte del pubblico dice di questa Giunta e suoi subalterni cose peggiori.

Gl'innocenti se vogliono uscire debbono pattuire le somme da sborsarsi. Vi è chi dice che la casa di Ercole D'Agnese sborsò ducati duemila in contanti per salvargli la vita; ma gli furono rubati e colui, morto già, fu salito sulla forca».

Quindi non si può negare che, dal suo punto di vista, Maria Carolina avesse pur ragione. Ma chi aveva nominato quei giudici? Per altro, fu anche una fortuna che i voleri della Regina non trovassero esecutori rigidi e fedeli: altrimenti maggiori sarebbero stati i tutti, già immensi, delle famiglie napoletane.

Né le donne vennero risparmiate, poiché Maria Carolina aveva imposto di trattarle senza pietà. Le liste di proscrizione ne comprendono sessantuna, fra cui le sorelle Giulia e Mariantonia Carafa; la prima moglie del duca di Cassano, l'altra del duca di Popoli, entrambe colpevoli di aver raccolto offerte per sussidiare la Repubblica e di essere state chiamate madri della patria. La Giulia contava allora 44 anni e la Mariantonia 36, e partirono per Marsiglia il 23 gennaio 1800, sopra una delle tre polacche scortate dalla corvetta Galatea, insieme con monsignor Della Torre, Domenico Tupputi, Emanuele Mastelloni e molti altri, dopo sei mesi di tribolazioni nelle carceri, scansando una pena maggiore per i molti quattrini sborsati, che il De Nicola fa ascendere a trentamila ducati. E fu esule anche il fratello. Luigi Carafa di Roccella, che era stato al Municipio nel Comitato di pubblica sussistenza.

La duchessa di Popoli andò poi a vivere in Firenze, né volle più tornare in patria, facendole ribrezzo un popolo che aveva potuto commettere quelle selvagge atrocità. La scossa provata fu tale per altro che terminò i suoi giorni buttandosi in un pozzo il 29 di gennaio 1823, in un momento di alterazione mentale.

La duchessa di Cassano, che era stata dama di Corte, si fermò quindi col marito in Toscana, dove le giunse il terribile annunzio della morte sul patibolo del figlio Gennaro. Ed anche lei n'ebbe sconvolta la ragione, pur vivendo lunghi anni, sino al 14 marzo 1841.

Esuli andarono del pari la principessa di Belmonte Pignatelli Spinelli e la duchessa di Capracotta Capece Piscicelli, le quali, private dei loro cospicui patrimonj, furono ridotte a vivere in Parigi dei sussidj che dava loro il Governo francese per mezzo di un comitato di cui era presidente Cesare Paribelli e segretario Francesco Antonio Ciaja, anch'essi esuli (1).

Finalmente, dopo nove mesi di regno del terrore, venne fuori, il 23 aprile 1800, quel tale perdóno di cui discorreva sempre Maria Carolina. «Un Generale Clemente perdono ed una Eterna proibizione di più fare menzione accuse ne citare li fatti passati su dei quali il Benefico Sovrano e Padre vuole un Eterno oblio e comanda un perpetuo silenzio», come scriveva a Rullo sin dal 29 agosto 1799. E fu una vera canzonatura.

Il Re accordava un «generale perdono a tutti coloro i quali avessero commesso prima o dopo l'entrata delle truppe francesi delitto di fellonia ed avessero delinquito in materia di Stato, tanto come principali che come cooperatori e complici o pigliando le armi, o scrivendo, o parlando ed in ogni altro modo». Ma nel tempo stesso escludeva dal perdóno tutti i condannati dalla Giunta, tutti gli esuli, profughi ed assenti, tutti i carcerati nelle provincie di Lecce e di Cosenza ed altri 538 individui delle altre provincie, cinquanta sottoposti alla Giunta di Stato, fra cui il principe di Montemiletto, monsignor Capecelatro arcivescovo di Taranto, il conte di Policastro, il marchese Gagliati, l'arcivescovo di Chieti, i vescovi di Melfi e Montepeloso, il marchese Le Maitre; escludeva del pari cinquanta ufficiali dell'esercito e della marina sottoposti alla Giunta dei generali, fra i quali Saverio Dupuv, Luigi Pironti, Giuseppe e Pasquale De Cosa, Giuseppe Correale, Giuseppe Montemavor, Giovanni Caracciolo, Cesare Roberti, Francesco D'Avalos; si riserbava poi di decidere intorno a 513 detenuti militari e civili.

(1) La maggior parte degli esuli avevano un franco al giorno e ricevevano il sussidio ogni quindicina. Presso la Società storica napoletana

Un solo beneficio recava il cosiddetto indulto: impedire cioè nuove accuse e nuove denunzie, delle quali non si sarebbe tenuto più conto; idea anche questa che Maria Carolina aveva già manifestata in parecchie lettere. Ma quali accuse, quali denuncie potevano venir fuori dopo nove mesi di cuccagna per le spie e i delatori? Il terrore scemava di certo per questo verso; ma quante famiglie rimanevano nelle ansie crudeli per le migliaia di inquisizioni non ancora compiute! Il patibolo fu tolto il 30 maggio dalla piazza del Mercato «con dispiacere del nostro buon popolo», come scriveva il De Nicola, e pareva che nuove vittime umane non dovessero più sacrificarsi per placare le ire di Maria Carolina; tuttavia seguitarono le condanne al carcere e all'esilio per sgombrare le prigioni di Napoli che al momento dell'indulto erano ancora piene.

Si serbano parecchie ricevute originali fra cui di Luigi Aìnato, di Decio Coletti, di Pietro Ulloa, di Raffaele Carrascosa, della duchessa di Capracotta, della principessa di Belmonte.

Moltissimi cittadini gemevano da mesi senza sapere di quali colpe fossero accusati, senza essere stati mai interrogati. La Giunta stessa non sapeva perché costoro si trovassero in carcere, e fu ben lieta di levarsi d'impiccio per via dell'indulto ridando loro la libertà. Taluni per altro rifiutarono il perdóno, giustamente chiedendo una solenne dichiarazione della loro innocenza; fra ossi il brigadiere Agostino Colonna di Stigliano, valoroso soldato, poi maresciallo di campo, destituito e imprigionato nella reazione del 1821, morto il 1830, ed il principe di Acquaviva, il quale non volle uscire di prigione e chiese di essere giudicato. Ma il Re per determinazione del 25 giugno 1800 respinse la domanda, dicendo che se si desse retta alle rimostranze «i processi non finirebbero più».

Distrutte tutte le carte di quei processi, tolte da Monteoliveto e bruciate nella notte del 29 gennaio 1803 per ordine reale del 10 gennaio 1803(1), soltanto dalla Cronaca dei Bianchi e dalle liste di proscrizione si poteron aver notizie precise dei morti e degli esiliati. Ma le filiazioni dei rei di stato furono pubblicate prima dell'aprile 1800, e nulla si sapeva dell'opera della Giunta da quel tempo in poi.

Ora, per opera del prof. Alfonso Sansone (2), si sono trovate nell'Archivio di Stato di Palermo le relazioni che da Giunta mandava al Re delle sentenze emesse per la cui esecuzione occorreva il consenso sovrano, e cosi si è fatta un po' di luce sull'opera di quel tribunale di sangue e si sono conosciute le ragioni di molte condanne.

La prima Giunta, nominata da Ruffo il 15 giugno 1799 e composta di Bisogni presidente, Lafragola, Navarro, Della Rossa e Pedicini,

mandò a morte soltanto Perla, Cotitta, Tramaglia, Belloni, Carlomaguo e Vitaliani. Ricomposta il 21 luglio, per renderla più docile ai voleri di Ferdinando e di Carolina, ne uscirono Bisogni, Lafragola, Navarro e Pedicini, e vi entrarono Damiani, presidente, Guidobaldi, Speciale, Sambulo e Di Giovanni, i quali sino al 25 marzo 1800 condannarono 1251 cittadini.

Le relazioni ch'essa fece al Re sono nuova prova, se pur ve ne fosse bisogno, della ferocia, della volgarità, dell’ignoranza di quei giudici, simili per coltura, per crudeltà e per abiezione al boia Tommaso Delle Vicinanze di Montefusco che eseguiva i loro decreti di morte.

Le ragioni delle sentenze, scritte in una forma da ciabattini, muoverebbero spesso il riso se non si pensasse ai tutti infiniti che da quelle derivarono. E basta ricordarne alcune.

Il dotto abate Vincenzo Troisi di Rocca Gorga (1), lustro dell'Università napoletana, andava a morte «per aver ordinato alle monache di portar la nocca alla repubblicana proibendo ai preti di batterle»; a morte il sapiente monaco Severo Caputo di Napoli, marchese della Petrella, «per essersi spogliato dell'abito religioso e tenuto continue combriccole coi repubblicani»; a morte Colombo Andreassi di Villa Sant'Angelo (Aquila), «per aver vestito l'uniforme repubblicana e sparlato del Re e della Regina»; a morte Nicola Fiorentino di Pomarico, matematico e giureconsulto di grido, perché «era stato da S. M. degnato per molti anni dei governi regi, per aver spiegato nell’entrata dei Francesi il suo carattere diametralmente opposto al suo benefattore, per aver dato alla luce dei proclami in istampa, uno ai giovani cittadini studiosi relativo ai vantaggi del Governo repubblicano e l'imposture contro le Sacre Persone, per essere stato autore di un inno a san Gennaro per la conservazione della libertà e finalmente per essere stato iscritto nell'elenco della Società popolare con aver aggiunto al suo nome e cognome di essere vero democratico»; a morte il poeta Giacomo Antonio Gualzetti di Napoli, «per aver dato alle stampe un'opera contenente il veleno repubblicano con sentimenti insinuanti e infamanti le Sacre Persone descrivendo la cattiva amministrazione della giustizia a danno dei sudditi»; a morte Vincenzo Russo, della Commissione legislativa, «per aver esercitata una tal carica con tutto l’impegno e zelo patriottico

(1) Ecco le parole testuali: «S. M. dichiara e vuole che la Giunta di Stato, dopo terminate le attuali sue incombenze, resti disciolta e abolita, e dia contemporaneamente alle fiamme tutti i processi e tutte le carte riguardanti a delitti di Stato commessi in occasione delle note passate emergenze».

(2) Sansone, Gli avvenimenti del 1199 nelle Due Sicilie, Palermo, 1901.

 in sostegno della democrazia, sostenendo fra l’altro doversi erigere un busto alla memoria del defunto D. Gaetano Filangieri nella sala d’istruzione».

Il marchese Stefano Patrizi era condannato alla detrimone in un castello, mutata dal Re in esportazione perpetua, perché aveva prestato i suoi cavalli per tirare il carro trionfale in una festa patriottica data al teatro di S. Carlo; e la stessa pena toccava al principe Filomarino Della Rocca, il quale aveva tenuta allora l'impresa del teatro e consentita la rappresentazione del Timoleone, ed all'attore Pellegrino Planes protagonista della tragedia.

Francesca Barazzi, moglie di Vincenzo Pignatelli Strongoli, veniva sfrattata dal Regno «perché portava i capelli tosati»; Pietro Basco genovese, perché «proclive al senso»; Giovan Lorenzo Mantegna «per aver chiesto un impiego per vivere»; il rinomato medico Angelo Boccanera «per aver visitato le persone destinate per la civica».

Alla deportazione perpetua erano condannati Michele Pierri «per essersi veduto con capelli recisi»; Giuseppe Cioffi «per non aver voluto far battezzare un figlio»; il sacerdote Giuseppe Martone «per aver esortato D. Maria Foggia a vestirsi da uomo»; il P. Giuseppe Crescitelli, priore del convento di Mater Dei, «per aver manifestato un genio repubblicano», delitto segnato per molti altri monaci ugualmente esiliati.

Antonio Avella, figliuolo del giustiziato Pagliuchella, ebbe venti anni di esportazione «per aver buttato al popolo dei biscotti e tarallini in segno di allegria nel giorno che suo padre fece la festa fuori porta Capuana per l'albero della libertà»; il frate Giacinto D’Agnese, vicario del convento di Arienzo, sette anni di esporlazione «per aver lasciato l’abito religioso e vestito giamberga color verde e sotto abito nero a guisa di prete»; sette anni Francesco Jovine «per essere stato veduto co' capelli tagliati a zazzerina e barbette lunghe»; sette anni Gennaro Montuoro «per essersi tagliati i capelli alla giacobina», e Arcangelo Santorelli, romano, «per aversi cresciute le barbette e per aver encomiato la libertà»; dieci anni Onorato Balsano, impresario del teatro S. Carlo, «per aver messo in iscena il balletto Partenope con la contradanza avanti l'albero della libertà».

Il 15 gennaio 1800 furono condannati al bando i rei assenti duca di Roccaromana, principe di Sant'Angelo, Francesco Pignatelli Strongoli,

(1) Questa patria, e paiTechie altre di martiri ignorate sinora, è riuscito a scoprire, dopo lunghe indagini, Giustino Fortunato. Cfr. Scritti vari I Napoletani del 1799. Trani, 1900.

Antonio Affaitati, Giuseppe Pignatelli Belmonte, principe di Moliterno, Dionisio Pipino, Gaspare Pinedo, Concordie Di Maio, Giovanni Gambale, Michele Passero e Gaetano Gagliardi: ma il Re volle esclusi dalla sentenza il duca di Roccaromana e Giuseppe di Belmonte, «muovendo a ciò il real animo alcune particolari circostanze che concernono quel soggetto».

Sembrandomi che fra le carte della marina militare potesse trovarsi traccia di condannati mandati fuori su navi da guerra, ho compiuto le ricerche fra i pochi documenti salvati dall'incendio dell'archivio di marina seguito nel 1868, e vi ho trovato notizie di qualche interesse.

Vi è un ordine del 16 maggio 1800 di inviarsi fuori Regno ventiquattro condannati nelle prigioni di Napoli, ventiquattro nella fortezza di Gaeta e quattro in Ventotene; un ordine dell’8 giugno 1800 per l’esportazione di quarantacinque condannati; un altro ordine del 25 giugno per il trasporto dai castelli e dalle carceri nella darsena di 200 militari e pagani condannati ad uscire dai Reali Dominii.

Per determinazione reale dell’8 luglio 1800 «trecentosette presi di Stato esistenti nei castelli e nelle prigioni di questa capitale» vennero trasportati nel castello d'Ischia e nell'edificio del Monte della Misericordia. I nomi non sono indicati.

Altri rei di Stato, senza indicarne il numero, furono tolti dal castello del Carmine di Napoli e dall'isola di Ponza e portati, sulla martingana noleggiata «L'Intrepido», all'isola di Tremiti per disposizione del 12 luglio 1800.

Da un dispaccio del 6 agosto 1800 si rileva che Giuseppe Colonna di Stigliano, fratello di Giuliano già decollato, Fabio Sanfelice duca di Bagnoli, Raffaele Spasiano e il marchese Pietro Tranfo ebbero condanna di tre anni di carcere nel castello di Siracusa, e di due anni Domenico Di Gennaro duca di Cantalupo.

Colonna aveva appartenuto al Comitato di sorveglianza della vendita di commestibili e vettovaglie per l’esattezza del peso e dei prezzi ed il duca di Bagnoli al tribunale della fortificazione acqua e mattonata, cioè l'ufficio delle opere pubbliche del municipio. Il duca di Cantalupo era stato uno dei commissari della tesoreria nazionale.

Colonna, Spasiano e Di Gennaro partirono il 29 agosto sulla checcia di padron Felice Di Lauro e scontarono la pena. La partenza di Sanfelice e di Tranfo fu sospesa per ordine reale. 11 primo rimase rinchiuso nel castello dell'Ovo; l'altro, dichiarato infermo per certificato del celebre medico Villari, non si sa dove andò a finire.

Vi è in ultimo un ordine del 27 ottobre 1800 di trasportare sulle polacche nei vari castelli dell'Adriatico 190 rei di Stato rinchiusi nella Vicaria e nelle carceri minori della capitale.

Da ciò si vede che il lavoro della Giunta di Stato continuò per tutto l'anno 1800; e nel tempo medesimo la Giunta dei generali provvedeva alla punizione dei militari, dei quali soltanto pochi nomi si ricavano dalle carte della marina.

Luigi Tehoudv, aiutante di campo del generale Wirtz nel combattimento della Maddalena, e Spiridione Spiro ebbero condanna di tre anni di esilio. Il maresciallo e il brigadiere Tehoudv, fratelli di Luigi, chiesero che questi potesse scontare la pena in Svizzera sua patria; ma il Re non volle. Giacomo Forgadre, tenente nel reggimento di cavalleria Regina Carolina, fu condannato alla deportazione in Ventoteue, Carlo Dumarteau, capitano del reggimento Campana, alla esportazione perpetua, Francesco Maria Paschel, tenente dei granatieri, a 15 anni della medesima pena, Antonio Lop a tre anni di deportazione in un' isola, Vincenzo de Bellis allo sfratto in vita, Gennaro Ragozzini e Cataldo Campana  Matalacca alla esportazione, Giovanni De Paola e Carmine Santacroce per sempre eliminati dai Reali Domini.

Si legge ancora un Ignazio Vargas Macciucca condannato dal Consiglio di guerra subitaneo a tre anni di deportazione nell'isola di Lipari. E nel luglio 1800 fu convocato un Consiglio di guerra preseduto dal capitano di vascello Saverio Calcagno per giudicare gli ufficiali di marina Giuseppe De Cosa, Giuseppe Correale, Cesare Roberti, Giovanni Caracciolo, Michele Porcellini, Nicola Sasso e Giuseppe Montemayor.

Naturalmente non vi è traccia della sentenza; ma è noto che il barone De Cosa, nato il 1769, rimase in prigione sino alla pace di Firenze, riebbe l'officio di capitano di fregata nel 1806 segnalandosi nelle imprese marittime del decennio, e fu ucciso il 19 settembre 1820 dalle artiglierie del forte di Solanto sul ponte della fregata Sirena ch'ei comandava nella repressione della Sicilia.

Dalle medesime carte della marina si rileva che Diego Pignatelli marchese del Vaglio, il quale fu presidente del Comitato di polizia generale, venne rinchiuso nel castello di Faxardo nell'isola d’Elba, trasportatovi sulla corvetta Fortuna per ordine del 18 maggio 1800, insieme con Luigi Rossi e Giovanni D'Amore.

E Luigi Allegro, ch'ebbe il grado di capitano nella Legione Salentina, condannato a morte dalla Giunta di Stato, pena dal Re commutata in quella della detenzione invita nel fosso del castello dell'isola

della Favignana, fu imbarcato il 25 marzo 1800 sul pacchetto Leone insieme con Emanuele Borga, Giuseppe De Marco, Michelangelo Novi, Michele Gioca, Luigi Poggi, Giovanni Letizia e Stanislao Melchiorre.

Ma quando pareva giunto oramai al termine lo sterminio, risorgeva il patibolo sulla piazza del Mercato per uccidere Luisa Sanfelice l'11 settembre 1800, da inorridire lo stesso diarista De Nicola, il quale scriveva in quel giorno: «Si è posto il suggello alla barbaria e vendetta».

Cosi fu compiuto «il ripurgho di più migliare di persone», come la Regina voleva, «con la confisca di tutti li loro beni che serviranno a premiare beneficare li pochi a lui (il Re) rimasti fedeli», secondo ella dettava nella lettera del 23 maggio 1799. Il terrore andava dileguando sul finire del 1800; rimaneva la desolazione morale e materiale della gente incivilita. Tutto fu distrutto: le cose e le persone che ricordavano la Repubblica napoletana, come fosse stata la peste bubbonica o il colera asiatico. Quello sembrò a Maria Carolina un fatto patologico, una vera infezione, come essa diceva, da curarsi col fuoco e con l'isolamento. Quindi l'esercito, la marina, i tribunali, il municipio, l'intero organismo dello Stato fu rifatto, e sin i ragazzi della Nunziatella vennero rimandati alle case loro per «riparare alle velenose insinuazioni che con tanto rincrescimento della S. M. e tanto scandalo si è osservato aver serpeggiato per mezzo dei professori e di molti ufficiali di quella Reale Accademia», scriveva Ruffo a Zurlo il 25 luglio 1799.

Tanti malanni erano derivati dai saputelli mezi paglieti studenti a cui la Regina aveva dato retta avanti il 1792. Il volgo ignorante era stato l'unico sostegno della monarchia; dunque l'ignoranza e la volgarità dovevano essere i fondamenti della ricomposizione dello Stato: banditi l'ingegno e il sapere, puniti il coraggio e il valore, premiate tutte le perfidie: i briganti delle Masse preferiti agli ufficiali dell'esercito «di dubbia fede quantunque di migliori talenti», come è scritto in un decreto reale del 13 febbraio 1800 sull'ordinamento della fanteria. E questa, su per giù, fu sempre la sapienza politica dei Borboni di Napoli, salvo un breve sprazzo di luce nei primi anni di Ferdinando II, il quale presto si manifestò non degenere scrivendo a Luigi Filippo: «Mon peuple n'a pas besoin de penser; je me charge de son bien être et de sa dignité». Ma non dobbiamo dolercene, noi che non provammo le delizie del patemo governo. Ove i Borboni fossero stati diversi l'unità d’Italia forse non si sarebbe compiuta, e non potremmo adesso discutere, in poltrona, se sia costata più ai cittadini del Mezzogiorno o a quelli del Settentrione.

Michelangelo d'Ayala.

IL CONTE DI CAVOUR E LA QUESTIONE NAPOLETANA 

La questione di Napoli e del Mezzodì d'Italia, latente sempre dall'epoca dell'annessione in poi, è entrata oggi nuovamente in uno di quei periodi acuti, in cui richiama l'attenzione vivissima della pubblica opinione.

Il centro, in cui si manifestano più visibilmente i gravi mali da cui è travagliata quella importantissima parte d'Italia, è Napoli, che, per le sue condizioni storiche e per l'imponente nucleo di popolazione, riassume e personifica quasi in se la vita del Mezzogiorno d'Italia.

Come dal Vesuvio che si specchia nell'incantevole marina napoletana avvengono periodiche eruzioni, le quali, per le minacele che contengono, atterriscono le popolazioni, così dal cratere della corrotta vita politica ed amministrativa di Napoli eruttano oggi torrenti di lava minacciosa.

Ma passati questi periodi, l'opinione pubblica italiana, sempre disposta ad adagiarsi in un profondo sonno, più non avverte la sottile nuvola di fumo che si sprigiona da quel cratere in apparenza spento, e non si dà mano con vigorosi ed energici provvedimenti ad impedire il rinnovarsi dei mali.

Noi crediamo quindi non sia oggi del tutto inopportuno l'esporre quali fossero le idee e i concetti del più grande dei nostri uomini di Stato intorno al Mezzogiorno d'Italia, quando, fervendo ancora l'opera immortale della redenzione italiana, si accingeva a porre i fondamenti del risorgimento morale ed economico di quella gran parte della penisola.

Si vedrà da questa breve esposizione come la sua mente divinatrice prevedesse la maggior parte dei mali che furono chiari dipoi, e come i rimedi che egli additava sono quelli stessi che oggi ancora, coraggiosamente ed energicamente applicati, potrebbero richiamare a nuova vita quelle nobilissime provincie.

In questa esposizione ci serviamo, oltreché degli scritti e delle lettere del conte di Cavour già editi, di alcuni documenti autograti facenti parte delle carte politiche del compianto senatore Isacco Artom, segretario e collaboratore del conte di Cavour (1).

Chi segue il pensiero politico del conte di Cavour dal giorno in cui la nostra bella epopea nazionale si approssimava al suo culmine coir annessione delle provincie meridionali, scorge come il più grande problema di politica interna che si affacciava alla mente dell'immortale statista era quello del risorgimento di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia.

«Ma tàche», scriveva egli a William de la Eive, alla vigilia della riunione del primo Parlamento italiano, «est plus laborieuse et plus pénible maintenant que par le passe. Constituer l'Italie, fondre ensemble les éléments divers dont elle se compose, mettre en harmonie le nord et le midi, offre autant de difficulté qu'une guerre avec l'Autriche et la lutte avec Rome».

La stessa questione di Roma era da lui considerata imprescindibile e urgente per il nuovo Regno, perché la riguardava come uno dei mezzi più efficaci a pacificare il Mezzogiorno (2).

Accenni alle condizioni di questa nobilissima parte della penisola già si trovano negli scritti pubblicati da Cavour nel 1848.

Allora la notizia della avvenuta concessione della Costituzione a Napoli, mentre il Piemonte ne era tuttavia privo, aveva fatto palpitare di entusiasmo e di gioia i liberali di ogni parte d'Italia. Il giovane Cavour, già fin d'allora più italiano che piemontese, scriveva: «Se si considera nel suo complesso la storia d'Italia, è forza il riconoscere che la parte di essa che ebbe a soffrire maggiori e più lunghe calamità fu il Regno di Napoli. Nessun'altra provincia della nostra penisola ha da lamentare tanti secoli di oppressioni straniere, sì eccessive prepotenze feudali, si tristi governi, tante sanguinose rivoluzioni. Epperciò vediamo senza invidia la Provvidenza concederle, quale giusto compenso, la gloria di essere il primo dei nostri popoli a cui sia dato godere nella sua pienezza i benefizi d'un libero reggimento. Dopo i maggiori dolori le gioie maggiori.

(1) Questi documenti verranno inseriti in un volume di prossima pubblicazione, edito dalla ditta Nicola Zanichelli, e che ha per titolo: La mia e l'opera del senatore I. Artom nel Risorgimento italiano.

(2) Discorso alla Camera dei deputati 27 marzo 1861.

«Noi crediamo fermamente che l'acquisto del sistema costituzionale segni pel Regno di Napoli un'era di rigenerazione, di progresso e di prosperità che non avrà ad essere turbata nei suoi primordi dalle luttuose vicende che afflissero i primi passi di molti popoli nelle vie della libertà» (1).

E in quel memorabile scritto sulle ferrovie italiane (2), nel quale con mente presaga traccia il quadro della rete ferroviaria che si stenderà un giorno a riunire ed affratellare i popoli della penisola redenta dallo straniero, cosi parla dell'avvenire del Mezzogiorno d'Italia: «Lorsque le réseau de chemins de fer sera complet, l'Italie entrerà en jouissance d'un commerce de transit considérable. Les lignes qui uniront les ports de Génes, Livourne, Naples avec ceux de Trieste, Venise, Ancone et de la còte orientale du royaume de Naples, amèneront à travers l'Italie un grand mouvement de marchandises et de voyageurs, allant et venant de la Méditerranée à l'Adriatique. De plus, si les Alpes sont percées, comme on a tout lieu de le croire, entre Turin et Chamhérv, le lac Majeur et le lac de Constance, Trieste et Vienne, les ports de l'Italie seront en mesure de partager avec ceux de l'Océan et de la mer du Nord, l'approvisionnement de l'Europe centrale en denrées exotiques.

«Enfin si les lignes napolitaines s'étendent jusqu'au fond du royaume, l'Italie sera appelée à de nouvelles et hautes destinées commerciales. Sa position au centre de la Méditerranée, où, comme un immense promontoire, elle parait destinée à rattacher l'Europe à l'Afrique, la rendront incontestablement, lorsque la vapeur la traverserà dans tonte sa longueur, le chemin le plus court et le plus commode de l'Orient et l'Occident. Dès qu'on pourra s'embarquer à Tarente ou à Brindisi, la distance maritime qu'il faut franchir maintenant pour se rendre d’Angleterre, de France et d'Allemagne en Afrique ou en Asie, sera abrégée de moitié. Il est donc hors de doute que les grandes lignes italiennes serviront alors à transporter la plus part des voyageurs et quelques-unes des marchandises les plus précieuses qui circuleront entre ces vastes contrées. L'Italie fournira également le moyen le plus prompt pour se rendre d'Angleterre aux Indes et à la Chine: ce qui sera encore une source abondante de nouveaux profits».

E a proposito di Napoli e delle varie provincie d'Italia che vivono dell'industria dei forestieri scrive le seguenti parole, in cui si contiene una importante verità, la quale dà in parte la spiegazione del fatto per cui in queste stesse provincie la popolazione è più lenta e restia ad applicarsi

(1) Gli scritti del conte di Cavour, pubblicati da Domenico Zanichelli, vol. I, pag. 9.

(2) Op. cit. . vol II, pag. 39.

ad un vero svolgimento commerciale ed industriale: «La présence d'une grande masse d'étrangers au milieu de nous est, à coup sur, une source de profits, mais elle n'est pas exempte d'inconvénients. Les rapports des populations avec les personnes riches et oisives qu'elles exploitent en quelque sorte pour vivre, sont peu favorables au développement d'habitudes industrieuses et morales; ils engendrent un esprit d'astuce et de servilisme funeste au caractère national. Mettant au premier rang pour un peuple le sentiment de sa propre dignité, nous sommes peu sensibles aux gains qu'on nous fait escompter en insolence et en morgue. Sans vouloir arrêter le mouvement progressif qui polisse les étrangers vers l'Italie, nous ne le considérerons comme vraiment avantageux pour elle que lorsque pouvant s'en passer grâce au progrès de son industrie, elle les traitera sur le pied d'une par faite égalité» (1).

In questi primi scritti del conte di Cavour appare già quindi chiaro e nitido il concetto della necessità di uno sviluppo industriale e commerciale dell'Italia; concetto che, divenuto ministro, applicò alle provincie che ebbero la fortuna di essere da lui governate e che avrebbe avuto particolarmente in animo di mandare ad effetto nel Mezzogiorno d'Italia.

Col sicuro intuito di vero uomo di Stato, egli ben comprendeva che non può aversi progresso politico, senza un corrispondente svolgimento economico; ed in quelle parti d'Italia, in cui per le vicende storiche l'economia pubblica era stata più negletta, egli intendeva con vigorosi ed energici mezzi di risvegliarla ed invigorirla.

Nonostante le immense cure che incombevano a lui nella direzione del moto nazionale e della politica estera, in quei periodi affannosi che trascorsero dall'annessione delle provincie napoletane al fatale 6 giugno 1861, il conte di Cavour veniva avvisando ai mezzi che avrebbero dovuto preparare il risorgimento economico del Sud d'Italia.

Del suo vivissimo interesse per quelle provincie fornisce anzitutto prova la scelta da lui fatta delle persone inviate, che furono tra quelle da lui reputate migliori: prima il cav. Vittorio Sacchi per lo studio delle finanze nel Regno napoletano, poi il commendatore G. B. Oytana per mettere in ordine le varie gestioni finanziarie.

Circa all'indirizzo generale da dare all'amministrazione di quelle provincie, avrebbe voluto recarsi egli stesso a Napoli: non potendolo per le necessità ineluttabili della politica estera, inviava uno dei suoi più fidi collaboratori, Costantino Nigra, quale segretario del luogotenente generale principe di Carignano.

(1) Op. cit. , vol. II, pag. 38.

E del Nigra scriveva: «Non avrei saputo fare migliore scelta; se avete fede in me, abbiatene maggiore in Nigra, giacche ha più ingegno di me e altrettanto coraggio» (1).

Circa le idee principali che il conte di Cavour aveva in animo di attuare, oltreché nelle lettere scritte da lui in quel tempo, rimane traccia, come accennammo, in appunti di pugno del conte di Cavour e del suo segretario Artom.

Incoraggiare in tutti i modi l'impianto di industrie a Napoli, mediante opportune esenzioni di tasse; fondare un istituto di credito mobiliare per le provincie napolitano; costituire casse di credito agrario per miglioramenti nelle coltivazioni, ove non fosse possibile per iniziativa privata, col sussidio diretto dello Stato; fondare istituti di educazione industriale e commerciale. Era pensiero poi del conte di Cavour che l'incremento commerciale dei porti dell'Italia meridionale dovesse essere favorito in tutti i modi: prevedeva che, ridotte al minimo le tasse portuali, e con opportuna costituzione di zone franche, i porti del Mezzodì d'Italia avrebbero dovuto avere un movimento di tonnellaggio non inferiore ai porti dell'Italia centrale e del Nord.

Di mano del Conte troviamo scritte le seguenti parole: Se non mettiamo in grado le varie provincie d'Italia, e il Mezzodì sopratutto, di produrre di più, andremo incontro a tristi eventualità. Le tasse dovranno crescere, ma in pari tempo dovrà crescere la capacità contributiva collo stimolare la produzione e la formazione della ricchezza (2).

E in altro foglio, in alcune righe scritte le prime dal conte di Cavour e le ultime dall’Artom: Le provincie napolitane potranno divenire le più ricche d'Italia. Ma occorre che l'agricoltura progredisca e che sorgano industrie. Le industrie in cui si richiede una particolare intelligenza nell'operaio potranno avere floridissimo svolgimento a Napoli: e sarebbe necessario perché da quella città nessuno vuole emigrare...

Si osservi quanta verità si contiene in questa nota del Conte di Cavour, che si trova pure fra le carte dell’Artom: L'educazione professionale è uno dei più urgenti bisogni di tutto il nostro Paese, ma in slacciai modo delle provincie meridionali, nelle quali 'disgraziatamente si è meno provvisto a questa necessità.

La preponderanza dell'educazione classica è in contraddizione coi bisogni di quelle popolazioni.

(1) Lettere di Camillo Cavour, pubblicate da Luigi Chiala, vol. VI. pag. 667.

(2) Opera citata, La vita e l'opera del senatore Artom., di prossima pubblicazione.

È d'uopo crescere una generazione di abili e capaci produttori, che siano in condizione di sollevare ed aiutare l'agricoltura, l'industria e il commercio, non lavorare a formare dei letterati o degli uomini di toga, di dottori e dei retori.

In altro appunto di cui probabilmente doveva valersi per un discorso parlamentare: Se i provvedimenti esistenti non bastano, verremo a chiedervene di quelli speciali per le provincie napolitane. Le condizioni storiche in cui queste provincie si sono trovate potranno forse richiedere particolari provvidenze; ma queste dovranno essere votate dal Parlamento, perché nulla vi sarebbe di più pericoloso che ricorrere agli antichi metodi dei Governi assoluti.

Alla mente così vasta e così pratica del conte di Cavour si allacciava già fin da quel tempo il dubbio che una uniformità di legislazione non potesse essere conveniente per il Mezzodì d'Italia, a cagione dei differenti bisogni e delle differenti vicende storiche di quelle popolazioni; onde si può arguire che se quella preziosissima esistenza fosse durata ancora, gli ordinamenti delle provincie napolitane sarebbero stati ben diversi da quelli che sono oggidì.

Al signor T. E. Gappv, che aveva manifestato l'intenzione di stabilire in Napoli una fonderia ed una fabbrica di macchine, oltre ad incoraggiamenti di ogni genere, prometteva che il Ministero della guerra gli avrebbe affidato la fabbricazione di proiettili (1).

Pure nel dicembre del 1860 si rivolgeva a Luigi Farini onde sollecitasse i signori Pereire, banchieri parigini, a stabilirsi a Napoli: «Ove volessero stabilire un credito mobiliare napolitano», scriveva egli, «lasciateli tare. I Pereire invecchiano, un clima dolce per l'inverno sarebbe loro giovevole. Se poteste disporli a stabilirsi a Napoli, sarebbe utilissimo per trarre quel disgraziato paese dall'ignavia in cui giace (2).

Come era sua consuetudine e come già aveva fatto pel Piemonte, egli valendosi della sua autorità personale e di ministro, si poneva in rapporti diretti con banchieri ed industriali e, additando loro la via di proficue imprese, incoraggiava lo svolgimento della vita commerciale ed industriale.

Per questa via il Piemonte negli anni precedenti alla guerra del 1859 vide risvegliarsi le più ardite iniziative industriali: con questi ed altri mezzi che abbiamo sopra accennati, senza dubbio il Mezzodì d'Italia, sotto la guida illuminata del grande ministro, sarebbe risorto a nuova e più florida vita economica.

Ma insieme col risorgimento economico, intendeva il conte di Cavour promuovere il risorgimento morale di quelle provincie.

(1) Lettere Cavour, pubblicate da Luigi Chiala. vol. IV, pag. 134.

(2) Op. cit. , vol. IV, pag. 655.

L'onestà e la rettitudine del Governo centrale e degli amministratori governativi locali, congiunta alla rigida, inesorabile applicazione delle leggi, doveva essere il mezzo più efficace per ottenere lo scopo.

«Sapete perché Napoli è caduta sì basso?», scriveva il Cavour a ladv Holland nel novembre del 1860, «Si è perché le leggi, i regolamenti, non si eseguivano quando si trattava di un gran signore, di un protetto del Re, dei Principi, dei loro confessori ed aderenti.

«Sapete come Napoli risorgerà?

«Coll'applicare le leggi severamente, duramente, ma giustamente. Così ho fatto nella marina; così farò nell'avvenire e vi fo sicura che fra un anno gli equipaggi napoletani saranno disciplinati come gli antichi equipaggi genovesi. Ma per ottenere questo scopo bisogna essere inesorabili...» (1).

E in una successiva lettera aggiunge ancora: «Credo essere in mio dovere di mostrarmi severo... Spero così di mutare lo spirito che informa l'amministrazione napoletana; spirito fatale che corrompeva gli uomini più distinti e le migliori istituzioni» (2).

E in appunti che sono tra le carte del suo collaboratore Artom trovo le seguenti parole che così vivamente fanno pensare alle cause dei mali da cui è travagliata Napoli ed alle responsabilità che incombono sui Governi succedutisi dal 1861 in poi: «Sono dolente delle condizioni di Napoli, ma non ne sono né sorpreso, né sfiduciato. I popoli non si rigenerano in una settimana e le difficoltà politiche non si superano al passo ginnastico. Ho fede nell'avvenire e nell'efficacia di un buon sistema di governo e di libere istituzioni. La rigenerazione di Napoli dipende in gran parte dalla forza e dall'onestà del Governo.

«Non vi è a dubitare che il consenso unanime della pubblica opinione darà al Governo quella vigoria ed energia che è indispensabile. Ma è d'uopo saper resistere alle pressioni ed influente politiche, dovesse anche rovesciarsi sul Ministero la maggior dose di impopolarità. È d'uopo cercare che le popolazioni inviino alla Camera deputati onesti ed indipendenti che abbiano in mira piuttosto il bene generale che i piccoli interessi privati: ed in questa, opera si propone di adoperarsi nelle elezioni, ricercando l'appoggio dei più distinti uomini del Mezzogiorno».

(1) Op. cit. , vol. IV, pag. 91.

(2) Op. cit. , vol. IV, pag. 92,

E in altri appunti: «Gioverà applicare largamente il sistema della promiscuità degli impiegati, chiamando nelle provincie centrali e settentrionali vari dei più distinti amministratori dell'Italia meridionale, e mandando in quelle provincie vari amministratori tra gli uomini più distinti delle provincie settentrionali e del centro» (1).

Si noti «gli uomini più distinti», non gli elementi mediocri, a guisa di punizione, come, purtroppo, spesso si è verificato nella elezione dei pubblici ufficiali.

In una breve nota di istruzioni, disgraziatamente rimasta incompleta, troviamo le seguenti parole di cui non è duopo far rilevare l'importanza: Per giovare veramente a quelle provincie è duopo combattere in tutti i modi, con ogni possibile energia gli abusi, non tollerarli in qualsiasi forma si presentino...

Appare quindi evidente che nella rettitudine e nella forza del Governo centrale riponeva il conte di Cavour le maggiori speranze per la rigenerazione di Napoli.

Dal Governo centrale avrebbe dovuto partire quella virtù di buoni esempi, per cui si redimono e si correggono le popolazioni.

Il Governo, che nelle elezioni politiche dell'Italia meridionale ha sempre esercitato grandissima influenza, avrebbe dovuto approfittare di questa facoltà di scelta per costituire una rappresentanza di quelle provincie che fosse quanto di meglio si potesse ottenere.

Certo gli uomini più alti di carattere non sono quelli che più facilmente si pieghino ed adattino alle contingenze della vita ministeriale: ma l'onestà politica si rivela appunto nel sacrifizio di una breve ora di esistenza ministeriale, per mirare specialmente all'interesse generale e permanente del Paese.

Purtroppo morte crudele spense quell'intelligenza divinatrice, tutta ed intensamente sempre rivolta al bene della patria, e tolse all'Italia «il nocchiero» che da secoli attendeva.

Ma anche nelle ultime parole pronunciate sul letto di morte da quel Grande si contengono severi e profondi ammaestramenti per colui il quale volge il pensiero a studiare con amor di patria il grave problema di Napoli e del Mezzogiorno d'Italia.

Secondo la commovente narrazione dettata dalla marchesa Giuseppina Alfieri che assistette lo zio amatissimo fino agli ultimi  istanti, il conte di Cavour nel delirio ripeteva con frasi interrotte le sue idee sulla questione napoletana, che più aveva preoccupato

(1) Op. oit. di prossima pubblicazione.

il suo spirito nei giorni precedenti alla fatale malattia (1): Et nos pauvres Napolitains si intelligents; il y en a fini ont beaucoup de talent, il y en a aussi qui sont fort corrompus.

Ceux-ci, il faut les laver...

L'Italie du nord est faite, il n'y a plus ni Lomhards, ni Piémontais, ni Toscans, ni Romagnols: nous sommes tous Italiens: mais il y a encore les Napolitains. Oh! il y a beaucoup de corruption dans leur pays. C'est ne pas leur faute, pauvres gens, ils ont été si mal gouvernés. C'est ce coquin de Ferdinand. Non, non, un gouvernement aussi corrupteur ne peut être restauré, la Providence ne le permettra pas. Il faut moraliser le pays, élever l'enfance et la jeunesse, créer des salles d'asile, des collages militaires; mais ce ne sera pas en injuriant les Napolitains qu'on les modifìera.

Ils me demandent des emplois, des croix, de l'avancement; il faut qu'ils travaillent, qu'ils soient honnêtes et je leur donnerai des croix de l'avancement, des décorations: mais surtout qu'on ne leur passe rien, l’employé ne doit même pas être soupçonné. Pas d'état de siège, pas de ces moyens des gouvernements absolus. Tout le monde sait gouverner avec l'état de siège. Je les gouvernerai avec la liberté et je montrerai ce que peuvent faire de ces belles contrées dix années de liberté. Dans vingt ans, ce seront les provinces les plus riches de l'Italie. Non, pas d'état de siège, je vous le recommande.

Possano queste parole, pronunziate e lasciate come ultimo legato agli Italiani dal più grande dei nostri uomini di Stato, rimanere scolpite nella mente di coloro a cui ora incombe ed incomberà nell'avvenire l'imprescindibile dovere del rinnovamento morale ed economico del Mezzogiorno d'Italia.

Ernesto Artom.

(1) Cfr. l'opera del signor William de la Rive, Le comte de Cavour, récits et souvenirs, pag. 102.

NOTE E COMMENTI  

La convocazione del Parlamento - Nuovi senatori Le elezioni a Napoli

Le Camere sono riconvocate per il 27 corrente. La data è piuttosto tardiva e giova sperare che si provvederà con maggiore operosità a rendere proficuo il breve periodo che ci separa dalle feste del Natale.

Il Ministero ha bene provveduto non chiudendo la sessione. I lavori potranno così procedere più solleciti. Si dice che domenica 1° dicembre, l'on. ministro dei Tesoro farà la sua esposizione finanziaria e spiegherà gl'intendimenti del Governo nella questione tributaria. Dopo l'insuccesso della passata sessione e la successiva crisi ministeriale, questa sollecitudine ci pare opportuna. È necessario che il paese sappia al più presto quali sono gli intendimenti ed i piani del Governo e che sovra di essi il Parlamento possa recare un suo primo giudizio. Da varie parti si attribuisce al ]ministero l'intenzione di contenere in proporzioni minime la riforma tributaria, riducendola alla sola abolizione, in tre anni, dei dazi di consumo comunali sulle farine. Ma sono voci premature ed ogni giudizio dev'essere riservato a quando siano note le proposte vere.

Ed è pure necessario che il Gabinetto presenti al Parlamento ed al paese un programma economico, modesto, ma chiaro e pratico.

Davanti al Senato ed alla Camera e presso le relative Commissioni v'ha una quantità di progetti, non grandi per se stessi, ma utili sotto ogni riguardo. Alcuni di essi risalgono ancora ai Ministeri precedenti. Il Governo farà bene a precisare quelli ch'esso vuole approvati ed a portarli immediatamente a pubblica discussione. Senato e Camera devono subito da principio spiegare la maggiore operosità e non dare quello spettacolo di svogliatezza, che tanto deprime nelle popolazioni il concetto delle istituzioni rappresentative. Confidiamo quindi che il Governo e i presidenti delle due Camere prenderanno, in tempo opportuno, i necessari accordi, per una condotta energica ed attiva del lavoro parlamentare.

Per la riapertura della Camera si attribuisce al Governo l'intenzione di proporre a S. M. la nomina di un numero di senatori non superiore a quello dei posti che si resero vacanti dopo l'ultima infornata. Se tale criterio prevarrà senza eccezioni, esso non jmò che essere approvato. Molti, forse troppi, sono i nomi, che si fanno:  tra le nomine si dà per certa quella dell’on. Mussi, attuale sindaco di Milano, la cui lunga operosità nella vita pubblica bene lo addita all'alto seggio. Uguale onore vorremmo vedere conferito ad altri sindaci che in notevoli città d'Italia servono nobilmente il paese: ci basti ricordare a cagione d'onore il conte Grimani a Venezia ed il comm.

Dallolio a Bologna, sempre quando in essi concorrano i titoli richiesti dallo Statuto, che non fu equo e riguardoso verso i sindaci delle maggiori città.

Ma per il carattere letterario e scientifico della nostra Rivista, non possiamo tacere che non appartengono ancora al Senato alcune delle più spiccate individualità delle nostre Università, da Alessandro D'Ancona a non pochi altri che onorano le lettere e le scienze italiane. La corrente che intende elevare sempre più il carattere e il valore del Senato prevale in paese e nel Senato stesso: confidiamo che il Ministero ne terrà massimo conto.

Le vacanze non hanno fatte sorgere grandi questioni nuove, all’infuori di quella di Napoli. Abbiamo già manifestata l'impressione nostra, che si tratta di un grave problema politico, economico ed educativo, che dev'essere affrontato e risolto a fondo.

Un primo passo verso la soluzione lo fecero gli elettori napoletani collo scrutinio del 10 corrente. Le elezioni comunali ebbero il più lieto risultato. Due liste si contendevano la maggioranza: la lista concordata e la progressista. La prima rappresentava il rinnovamento morale di Napoli: la seconda era la reazione di coloro che l'inchiesta Saredo aveva colpiti. La lista concordata, dovuta all'opera lodevole dei principali senatori e deputati di Napoli, ebbe il più completo trionfo: tutti i suoi 64 nomi riuscirono eletti. Vittoria più alta, più bella, non era possibile attenderci.

Due liste si contendevano pure i posti della minoranza: la socialista di 12 nomi e la popolare o radicale. La lista socialista entra intiera in Consiglio: gli altri posti spetteranno alla radicale.

Anche questo risultato è buono, perché assicura alla futura Amministrazione quel sindacato della minoranza che è indispensabile al buon andamento della pubblica cosa.

Si è dunque fatto un eccellente passo, ma semplicemente un primo passo. Ora conviene proseguire con prudente fermezza. Anzitutto giova costituire la nuova Amministrazione. Si ritiene dai più che a sindaco verrà eletto il duca Avarna di Guattieri, capo lista della nuova maggioranza. La scelta pare ottima sotto ogni riguardo: né l'egregio uomo potrà sottrarsi alla responsabilità che la pubblica fiducia gli impone: nel momento del bisogno nessuno può venir meno ai propri doveri. Nel duca d’Avarna si associano le migliori qualità per la vita pubblica: la gioventù, l'operosità, l'ingegno ed il censo. Ai suoi lunghi e coscienziosi studi fatti in Inghilterra, dobbiamo due libri forti e sani (1).

(1) Duca di Guattieri. L'evoluzione democratica delle Istituzioni inglesi, Torino, Roux, 1899. — Il Regime rappresentativo e la società moderna, Torino, Roux, 1900.

Il concetto fondamentale che li informa si è che la società moderna va rapidamente trasformandosi e che la somma saggezza degli uomini di Stato consiste nel conoscere i loro tempi e nel conformarsi ad essi.

Quindi anche le istituzioni antiche debbono di tempo in tempo modificarsi onde accordarsi colle idee e con i bisogni degli uomini, per cui sono fatte. A tale uopo, il duca d'Avarna propugna nettamente la prevalenza degli uomini pratici sopra i dottrinari, nel governo dei popoli. «I dottrinari», egli dice, «malgrado le loro rette intenzioni, malgrado le loro profonde conoscenze storiche e filosofiche, perdono infallibilmente i paesi che governano. . . Ed oggi più che mai sembrami doversi preferire al Governo gli uomini di buon senso, gli uomini pratici agli scienziati ed ai teorici, coloro che esaminan gli avvenimenti, senza preconcetti e metton l'esperienza al disopra della teoria».

Toccherà ora al duca d'Avarna di far prevalere nell’amministrazione di Napoli questi concetti pratici, che noi invochiamo nel governo della cosa pubblica in Italia. Di rado è spettato ad un uomo un compito più alto e più nobile di fronte alla propria città. Di cuore gli auguriamo il migliore successo e per lui e per Napoli grande e bella. Ma è tutto il nuovo Consiglio comunale che deve concorrere a rimettere in modo permanente il Municipio di Napoli sulla via della corretta e sana amministrazione.

E gioverà proceda, a gradi, senza fretta eccessiva, ma con fermezza.

Ogni esitanza, ogni debolezza, ogni condiscendenza verso i vecchi sistemi sarebbe colpa. Al successo occorrono due condizioni: molta compattezza e disciplina nella maggioranza: molta temperanza nella minoranza. Nella questione di Napoli i socialisti ebbero un merito indiscutibile nell’iniziare e proseguire una coraggiosa opera di risanamento: ora ne guasterebbero il risultato, qualora non dimostrassero una temperanza pari all'energia del passato. Le responsabilità dell'Amministrazione, di cui la minoranza è il necessario contrappeso, sono troppo diverse da quelle della battaglia. Siamo in presenza di un importante esperimento: auguriamo sinceramente che riesca.

Ma il problema di Napoli non è solo locale, è nazionale. Sarebbero completamente in errore coloro, se pur ve ne sono, che credessero che Napoli debba essere trattata alla stregua di qualsiasi altro Comune, grande o piccolo, del Regno. Napoli non è soltanto la più popolosa città della penisola, ma è l'ex-capitale di un Regno importante ed è il centro e l'espressione del Mezzogiorno, ossia di buona parte d'Italia. Le sollecitudini del Governo e del Parlamento per quella città hanno quindi importanza tutta speciale. Il Governo ha dei doveri, ha delle responsabilità verso Napoli e ad esse né può, né deve venir meno.

Anzitutto il R. Decreto 8 novembre 1900, che istituisce la Commissione d'inchiesta, stabilisce che oltre a procedere alla più ampia inchiesta su tutti gli atti delle Amministrazioni comunali di Napoli, «la Commissione Reale potrà estendere le sue indagini a tutte le altre pubbliche Amministrazioni di Napoli e della provincia».

È quindi sorta da più parti la domanda che l'inchiesta prosegua sulla amministrazione provinciale e su quella delle Opere pie.

Compiuta, così lodevolmente, la prima parte del suo compito, pare utile che la Commissione prosegua l'opera sua per quanto concerne la Provincia e le Opere pie. Il Governo ha operato bene se, come si annuncia, ha invitata la Commissione a continuare i suoi lavori.

Né essa potrebbe sottrarsi in modo alcuno al doveroso ed ingrato ufficio. Ogni cittadino ha degli obblighi verso la patria: la forza morale di un popolo consiste appunto in questo, che chiunque sia chiamato all'adempimento di un dovere, anche penoso, non esiti, non si rifiuti L'on. Saredo può e deve sentirsi fiero ed orgoglioso dell'opera sua. Senza di lui le elezioni di domenica sarebbero state, impossibili. Spetta al nuovo Consiglio comunale di scrivere le pagine più belle della nuova vita municipale napoletana: ma in cima di esse vi dev'essere scolpito a lettere d'oro il nome di Giuseppe Saredo. Senza l'opera sua, il rinnovamento morale di Napoli era un'utopia: e senza una forte base morale, ogni progresso economico diventa impossibile. Con i metodi di amministrazione che prevalevano nel Municipio e nelle grandi imprese locali di Napoli, ogni risorgimento economico della città diventava assurdo, perché le lotte economiche si vincono coli' onestà, col rigido impiego del danaro e non colla corruzione e collo sperpero.

Ma mentre dovrà serena e severa proseguire l'inchiesta sulla Provincia e sulle Opere pie, è necessario che il Governo senta i suoi doveri d'altra specie che ha verso Napoli e li adempia. Ad esso s'impone un triplice problema, amministrativo, economico ed educativo. Anzitutto è evidente che l'azione dello Stato, da molti anni in qua, ha fallito a Napoli. Non pochi uomini eminenti sono stati preposti alla Prefettura di quella Provincia ed hanno resi servigi preziosi alla città ed al paese. Agli occhi di nessuno verrà mai diminuita la figura di integro amministratore dell’on. Cavasola.

Ma nel complesso, il congegno della Prefettura non ha funzionato, a Napoli, come non funziona in altre provincie del Regno. E impossibile restare indifferenti di fronte a siffatta condizione di cose.

Ne meno grave è il problema economico. Napoli o deperisce o non risorge. Questa è la verità. Bisogna guardarla nuda e cruda in faccia, per avere il coraggio delle forti risoluzioni. Vi sono due problemi distinti: il pareggio del bilancio del Comune e il risveglio economico della città.

Nessuno si creda che basti risolvere il primo: è il secondo punto che urge assai più. Una città prospera e bene amministrata mette presto le sue finanze in ordine. Ora le proposte della Commissione intese a pareggiare il bilancio ci paiono più pratiche e più solide di quelle che si propongono il miglioramento economico della città. Ma è questione vasta, che non può essere trattata e risolta per incidenza. 11 Governo ha però il dovere di porsi il problema a fondo e di risolverlo nel miglior modo possibile.

Questa necessità di provvedimenti economici intesi a migliorare le condizioni di Napoli ha condotto in questi giorni a vivaci discussioni e polemiche giornalistiche, specialmente fra la stampa dell'Alta Italia e quella del Mezzogiorno. Non sempre, come avviene in simili circostanze, si conservò la giusta misura, anche da parte di uomini che avrebbero dovuto sentire le proprie responsabilità. Ma sono piccoli incidenti a cui non bisogna attribuire troppa importanza. Resta il consenso, quasi comune, anche nell'Italia del Nord, che è dovere ed interesse generale del paese di provvedere energicamente al miglioramento economico di Napoli e del Mezzogiorno in genere. Ma un tale sentimento non dev'essere sfruttato per condurre il Governo ed il Parlamento a nuovi errori ed a quella orgia di lavori pubblici e ferroviari, decretati senza progetti tecnici, senza previsioni economiche attendibili, che furono una vera sventura per il nostro paese e per la nostra finanza. Per buona fortuna presiede al Ministero dei lavori pubblici una mente calma ed equilibrata, quale quella del conte Giusso, che ha saputo affrontare davanti la Camera delle responsabilità precise, in difesa della buona e savia amministrazione. Noi confidiamo che anche in questa circostanza potremo rinnovare a lui il plauso con cui tutta Italia accolse le sue dichiarazioni. Per Napoli e per il Mezzogiorno si deve fare molto, ma bene. 1 danari sperperati non gioveranno a nessuno: impoveriranno Napoli e l'Italia intera: soltanto le somme spese bene ed utilmente potranno risollevare quella città e le Provincie limitrofe. A noi fa impressione tutto il nuovo rimescolarsi di appaltatori e di affaristi, che ancora ricordano l'orgia dei guadagni non sudati, nel precedente guazzabuglio di lavori pubblici in Italia. E bene che le provincie meridionali stiano in guardia contro tutta l'improvvisa sbocciatura di tenerezze per i loro interessi, che d'improvviso si è manifestata sotto forma di ferrovie, bonifiche, acquedotti, porti, linee di navigazione ed altre cose simili. Quante di esse non nascondono che bramose canne di appaltatori e di costruttori, ansiosi soltanto di spennacchiare di nuovo lo Stato e le provincie del Mezzogiorno, già di tanto indebitate! Ognuno dei problemi economici che riguardano il Mezzogiorno dev'essere studiato

con calma e con serietà: dev'essere esaminato nel suo aspetto tecnico, finanziario e soprattutto nella sua utilità finale. Di ogni progetto è necessario chiedere non solo ciò che costa, ma se non vi sia altro mezzo migliore per impiegare la stessa somma, od altra via per raggiungere l'identico risultato con sacrifizi più lievi. Sappiamo, ad esempio, che in uomini autorevoli ha prodotta non poca impressione l’articolo sopra L'acquedotto delle Puglie dell'on. Giovanni Cadolini, pubblicato in questa Rivista il 1° ottobre. Tutti vi hanno potuto vedere quanto siano serii i termini tecnici ed economici del problema e come esso debba venire studiato a fondo prima di affrontare qualsiasi soluzione. Altrettanto può dirsi di non poche altre questioni che si agitano in questi giorni, per veruna delle quali il Governo deve prendere impegni, se non a studi compiuti. Inutile aggiungere che ciascuno di questi problemi dev'essere riguardato dal punto di vista generale e siamo lieti di constatare che, grazie al contegno degli uomini più autorevoli e più serii della deputazione meridionale, è caduta ogni deplorevole idea di adunanze o di gruppi politici a base regionale. Non ci mancherebbe altro per abbassare la vita politica del paese I Resta, per ultimo, la questione educativa. Senza l'istruzione un paese non progredisce e l'inchiesta ha posto in luce quanto sia deplorevole la condizione della scuola popolare e tecnica in Napoli. Noi crediamo che questo lato del problema non possa essere dimenticato da coloro che realmente desiderano il progresso del Mezzogiorno. Ma un'avvertenza è necessaria in tutte queste materie. Non bisogna confondere Napoli, la città e la popolazione, con i pochi che sfruttavano l'una e l'altra. Ben è vero che essi ricorrono a questo artifizio: ma è giuoco troppo facile a scoprirsi.

X All'estero, la quindicina chiude meglio di quanto si poteva sperare. Le lunghe contestazioni tra la Francia e la Turchia hanno avuto un principio di soluzione decisiva. 11 Governo francese ha dato ordine alla flotta di impossessarsi di ]Iitilene: l'atto risoluto ha indotto la Turchia a cedere. La flotta francese è ripartita e dobbiamo essere lieti che l'incidente si vada chiudendo senza che siasi riaperta ne la questione del Mediterraneo ne quella d'Oriente. Il nostro paese non ha bisogno di perturbazioni in questo momento e tutto ciò che rende più calma la situazione internazionale ci giova. Ben possiamo dolerci che la Francia sia stata indotta ad agire in gran parte per interessi privati, mentre essa e l'altre Potenze non mossero dito, di fronte alla deplorevole inosservanza, da parte della Turchia, del trattato di Berlino. Ma giova sperare che la lezione abbia giovato al Sultano ed anche un po' alle Potenze. Se la Turchia vuole conservarsi in Europa, è necessario che si ponga risolutamente sulla via delle riforme: se le Potenze vogliono ottenere qualche cosa, devono ricorrere alla forza.

Purtroppo finora v'hanno poche speranze di un mutamento.

In Austria, le agitazioni degli studenti italiani per ottenere un'Università loro propria a Trieste, hanno condotto a seri disordini, a causa delle intemperanze degli studenti tedeschi, ostili al giusto desiderio dei primi. L' Impero austriaco è tutto fondato sul principio di una riunione di nazionalità e di lingue e non v'ha davvero ragione alcuna perché si neghi alle popolazioni italiane ciò che fu accordato alle altre. Speriamo quindi che i deputati italiani al Parlamento austriaco e gli Italiani tutti dell’Impero continueranno nella ferma, calma e legale rivendicazione dei loro diritti e delle loro aspirazioni. Nessuno di noi intende creare difficoltà al Governo vicino ed alleato, col quale crediamo dovere ed interesse nostro coltivare le migliori relazioni, come in più occasioni abbiamo ripetuto: ma a ciò gioverà non poco il sapere che gli Italiani hanno in Austria trattamento pari alle altre nazionalità.

Aus.

NOTE E COMMENTI

Finanza e Credito La questione del Mezzogiorno.

L'esposizione finanziaria che l'on. Di Broglio, ministro del tesoro, ha fatta alla Camera dei deputati, il 30 novembre, ha nettamente chiarita l’eccellente situazione del nostro bilancio, quale essa risulta dai tre esercizi in corso.

Consuntivo 1900-1901.

L'accertamento definitivo è il seguente:

Entrate e Spese effettive.

Entrate     L.  1 720 736 625
Spese L.  1 652 365 606
Avanzo     L.    +68 370 019

La progressione continua del nostro bilancio non potrebbe essere migliore, come ci è attestato dai rendiconti consuntivi degli ultimi esercizi, in milioni di lire.

Entrate e Spese effettive.

(Milioni di lire)

  1897-1898  1898-1899   1899-1900   1900-1901
Entrate    L.  1629 1658 1671 1720
Spese L.  1620 1626 1633 1652
Avanzo    L.   + 9   + 32 + 38 + 68

A dare però un concetto preciso della condizione delle nostre finanze, giova fare due rettifiche all’entrata ed alla spesa dell'esercizio 1900-1901.

L'entrata ci si presenta nella cifra elevata di 1720 milioni, grazie ad una forte importazione di grano che ammontò a quintali 9 906 120 con un reddito doganale di L. 74 295 000. Ora noi crediamo partito prudente ricondurre a soli 40 milioni il gettito normale medio del grano. Su queste basi, l'entrata effettiva normale fa d'uopo calcolarla in 1686 milioni Al passivo figura un'uscita straordinaria per la Cina che non possiamo computare fra le spese normali. Essa ammontò, nell'esercizio testé chiuso, a L. 14 824 700, di cui milioni 6.3 per il Ministero della guerra, e milioni 8.5 per quello della marina. Tolta la Cina, la spesa normale media scende a 1637 milioni.

Come risultato definitivo l'entrata normale è cresciuta di 15 milioni di lire; la spesa di 4 milioni.

L'incremento dell’entrata in soli 15 milioni è quindi sensibilmente inferiore a quello medio di 22 milioni all'anno che l'esposizione finanziaria dell’on. Rubini accertò per i quattro anni anteriori. Già si sapeva che l'esercizio era perturbato dal catasto, dalla trasformazione dell'imposta sugli zuccheri e in piccola parte anche dalla diminuzione del dazio sul caffè. Ma intanto giova bene tener presente il fatto, che, per l'esercizio in esame, l'incremento dell'entrata è sceso da 22 a 15 milioni.

Minori oscillazioni presenta invece la spesa normale che da milioni 1633 sale soltanto a 1637, ed è merito del Governo di avere rigorosamente frenate le eccedenze di impegni che praticamente non si sono verificate che in due Ministeri: quello dell'istruzione e quello delle poste.

Tolto adunque la Cina, l’entrata effettiva fu di 1720 milioni; la spesa di 1637; l'avanzo netto di 83 milioni. Questo avanzo ha coperte le spese della Gina in 15 milioni; le spese ferroviarie in 18 milioni; il movimento di capitali in 8 milioni; ha lasciato una disponibilità di 41 milioni. Adunque, tutto sommato, abbiamo pagate, colle entrate effettive del bilancio, le spese per la Cina, le nuove costruzioni ferroviarie, l'ammortamento dei debiti, ed abbiamo ancora avuto un avanzo di 41 milioni, di cui 34 sono dovuti alle maggiori importazioni di grano.

Nessun bilancio d'Europa si è chiuso in condizioni così favorevoli! Ci si consenta ricordare che questi risultati del conto consuntivo coincidono perfettamente colle previsioni pubblicate in questa rivista nell'articolo dell’on. Maggiorino Ferraris sopra La riforma tributaria il 1 marzo di quest'anno (pagg. 197-199). Tolto il maggior gettito del grano in 34 milioni e le spese della Cina in 15 milioni, ecco il confronto fra le previsioni fatte in quell'articolo ed il consuntivo, in milioni di lire:

Entrata Spesa
Conto consuntivo 1686 1637
Previsione 1° marzo 1683 1635
+ 3 + 2

La differenza fra la previsione del 1° marzo ed il consuntivo è di un milione in tutto! Ci teniamo a constatare l'assoluta esattezza delle previsioni pubblicate in questa Rivista, cosicché appare chiaro quanto fossero in errore coloro che in allora le ravvisarono ottimiste.

Esercizio 1901-1902

La previsione del bilancio di assestamento, tenuto conto delle spese fuori bilancio che gravano sull'esercizio, è la seguente:

Entrate e Spese effettive.

Entrate   L.     1 692  107 016
Spese L.     1 646 883 067
Avanzo L.      + 45 223 949

Ma questa previsione deve essere sensibilmente modificata all'entrata come alla spesa, in base all’andamento dei primi cinque mesi dell'esercizio.

All'entrata giova confrontare le riscossioni di quest'anno con quelle dell'esercizio scorso. A tutto il mese di novembre i principali cespiti dell'entrata hanno fruttato circa 14 milioni di più dell'anno scorso, al netto delle diminuzioni. 11 grano continua anzi a venire in misura maggiore dell'esercizio passato! Non sarebbe certo ne equo ne prudente scontare già fin d'ora tutto l'aumento e credere anzi ch'esso continuerà in uguale misura nei sette mesi dell'esercizio non ancora decorsi. La perequazione fondiaria e l'imposta sugli zuccheri sono elementi di diminuzione o di perturbazione di cui bisogna tener conto. Ma ciò non di meno è impossibile non prevedere nel 1901902 un aumento di entrate in confronto del consuntivo, in cui esse raggiunsero la cifra di 1720 milioni. Quindi allo stato attuale delle cose non è improbabile che le entrate effettive superino quelle dell'anno scorso, e raggiungano probabilmente da 1735 a 1740 milioni; ad ogni modo una previsione di 1730 milioni sarebbe oltremodo prudente.

In quanto al passivo fa d'uopo tener conto delle spese per la Cina e per Candia e d'altre minori che portano un maggior onere di quasi 12 milioni, a cui sarà prudente aggiungere almeno altri 6 milioni di impreviste e di eccedenze: così la spesa da 1646 milioni sale a 1064, con un aumento di 12 milioni sull’anno scorso.

In realtà, l'aumento di spesa sarebbe, secondo quest'ipotesi, di 17 milioni, perché diminuiscono di 5 quelle della Cina.

Tutto sommato e volendo essere prudenti, si possono oggi prevedere 1730 milioni all'entrata e 1664 milioni alla spesa, il che presenta un avanzo netto di 66 milioni fra le entrate e le spese effettive. Ma non è improbabile che, anche nell'anno in corso, l'avanzo fra le entrate e le spese effettive compresa la Cina si aggiri intorno a 70 milioni. Ciò darebbe di nuovo un residuo attivo per il tesoro di 35 a 40 milioni, dopo coperte le spese ferroviarie e l'ammortamento dei debiti.

Ma non bisogna dimenticare che anche in quest'anno abbiamo un'importazione straordinaria di grano, che accenna ad oltrepassare i 70 milioni, mentre la media è di soli 40 circa.

Esercizio 1902-1903

L'esercizio venturo non si presenta in condizioni dissimili.

Non vediamo ragione di dubitare che l'entrata non continui a svolgersi coll'incremento medio di 22 milioni l'anno, cosicché i risultati definitivi sarebbero senza dubbio migliori.

Ma già possiamo prevedere alcuni fatti che avranno influenza sul bilancio 1902-1903.

Anzitutto lo sgravio del dazio consumo sopra i farinacei cagionerà una perdita lorda di circa 10 milioni e di almeno 5 al netto dei risarcimenti. Oltre ciò si avrà una diminuzione d'entrata per ritocchi e per maggiori abbuoni sulla distillazione del vino e delle vinaccie. D'altro lato è pure facile prevedere un aumento di spese, di cui alcune sono già davanti al Parlamento  come quella dei carabinieri, mentre giova sperare diminuiscano gli assegni per la Cina, per Candia, ecc. Tutto ad ogni modo lascia credere che, allo stato attuale delle cose, l'avanzo effettivo del bilancio 1902903 non si discosterà dai risultati favorevoli degli esercizi precedenti, senza ben inteso poter fare alcuna previsione per il grano.

Questa breve esposizione di cose dimostra come in questi ultimi anni la situazione finanziaria dell'Italia siasi notevolmente migliorata. Un così felice risultato è dovuto a tre cause: 1° L'incremento progressivo delle entrate; 2° Il freno alle spese; 3° Le straordinarie importazioni di grano che diedero un avanzo disponibile per ridurre il debito di tesoreria.

Una siffatta situazione finanziaria consiglia naturalmente un indirizzo di governo che meglio venga in aiuto al movimento economico del paese. A tale proposito, l’on. Guicciardini in un discorso alla Camera della scorsa estate a ragione indicava come vi possano essere tre politiche: 1° Una politica di tesoro, che colla riduzione del debito circolante e dei biglietti di Stato giovi a sistemare la circolazione cartacea, a deprimere l'aggio ed a ricondurre il paese alla ripresa dei pagamenti metallici; 2°' Una politica di sgravii, specialmente colla riduzione delle tasse sopra i consumi popolari; 3" Un politica di lavori pubblici.

L'on. Guicciardini indicava a ragione che era impossibile fare a tempo le tre politiche senza compromettere la solidità del bilancio e deprimere di nuovo il lieto slancio del credito italiano, per cui la nostra Rendita tocca ora quasi il 101 a Parigi col cupone, ossia il 99 al netto in oro, mentre il cambio è disceso a 101. 80 circa.

L'on. Di Broglio, con molta prudenza, nell'esposizione finanziaria del 30 novembre, si limitò ad una modesta politica di sgravi, proponendo l'abolizione in tre anni del dazio consumo sulle farine in tutti i Comuni chiusi ed aperti del Regno.

L' onere di circa 30 milioni avrebbe pesato per 24 milioni sul Tesoro e per 6 sopra i Comuni e troverebbe compenso parziale per (3 milioni al più nella tassa progressiva sulle successioni ed in alcuni ritocchi alle tasse di registro, di negoziazione dei titoli al portatore e sulle polveri piriche. Questo programma molto modesto di riforma tributaria aveva il vantaggio di lasciare ogni anno al Tesoro una discreta disponibilità per ridurre il debito circolante, cosicché veniva pure a consolidare e rafforzare il credito. Come ultimo risultato avrebbe condotto il paese alla conversione della rendita dal 4 per cento nel 3 ½ per cento, con un beneficio per lo Stato di 50 a 60 milioni annui.

Che questa conversione della Rendita si debba fare è cosa evidente. Nessun Stato di prim'ordine in Europa ha ancora il suo credito al 4 per cento: parecchi già sono discesi al 3 per cento e  noi siamo intimamente persuasi che l'Italia ben merita di collocare solidamente al 3 ½ il suo titolo di Stato. Crediamo anzi sia, stato savio pensiero quello dell’on. Di Broglio di presentare nu disegno di legge per la creazione di un titolo internazionale al 3 ½ per cento, benché non sia ancora giunto il tempo di emetterlo, tranne che in piccole partite e come saggio. Colla Rendita 4 per cento a 101, il nuovo titolo non dovrebbe collocarsi all'interno che al disotto di 90 ed è questa una misura troppo bassa per larghe emissioni. L'idea della conversione della Rendita è ancora prematura. Essa non può e non deve tentarsi che quando il nostro consolidato 5 per cento lordo abbia stabilmente superato il 100 in oro a Parigi, mentre oggidì, senza cupone, non vi arriva a 99. È una intrapresa che abbisogna di una forte preparazione e che forse non si potrà compiere che a gradi. Ma questa indispensabile preparazione richiede un indirizzo netto e vigoroso di tesoro e di finanza, che non è compatibile con una larga politica di sgravi e di lavori pubblici.

Era quindi facile a spiegarsi la favorevole accoglienza che l'esposizione dell’on. Di Broglio aveva incontrata. Con una modesta politica di sgravii e con il freno alle spese, l'on. ministro preparava una situazione di tesoro che accreditasse il nuovo titolo 3 ' per cento e predisponeva il mercato alla conversione.

Ma d'un tratto intervenne un fatto che parve cambiare del tutto il programma e l'indirizzo finanziario del Governo. Svolgendosi alla Camera le mozioni e le interpellanze sulle condizioni dei Mezzogiorno, l'on. Zanardelli pronunciò un discorso mirabile per eloquenza, per altezza di sentimenti e splendore di patriottismo.

E' impossibile descrivere il fascino che la parola limpida e smagliante del grande oratore esercitò sull'intera Assemblea, che proruppe in un applauso quasi unanime dall'uno all'altro estremo.

Ma il meritato successo oratorio non valse a vincere le vivissime e profonde preoccupazioni che il nuovo programma di lavori pubblici suscitò nell'Assemblea. Infatti l'on. presidente del Consiglio, sorpassando le domande stesse più ottimiste degli interpellanti, espose tutta una serie così vasta di lavori pubblici da rendere perplessa e quasi sgominata l'intera Camera sulle loro conseguenze finanziarie. Basti ricordare le linee d'accesso al Sempione, la direttissima Roma-Napoli con un accenno alla direttissima Firenze-Bologna: l'acquedotto delle Puglie; le ferrovie complementari; la viabilità ordinaria, per trovarci dinnanzi ad un programma di lavori pubblici che presuppone emissioni e debiti

dello Stato degli assuntori per centinaia di milioni, con i relativi oneri al bilancio. Giova anche tener presente che il Governo né può sospendere le opere di bonifica, di porti e strade in corso, né deve in modo alcuno scordare che siamo alla vigilia della scadenza delle Convenzioni ferroviarie e che lo Stato deve disporre di una somma ingente per riscatti e compensi di varia specie e per mettere in assetto le ferrovie in esercizio. Si aggiunga che il Ministero saviamente accolse la proposta di conversione dei debiti di Napoli, il riscatto del Serino e la trasformazione dei debiti comunali e provinciali del Mezzogiorno e si intravede subito a quali nuove responsabilità esso si accinga.

Ben è vero che l'on. presidente del Consiglio affermò che non sì sarebbe superato l'attuale stanziamento del bilancio dei lavori pubblici, che nella parte straordinaria ammonta a 57 milioni. Ma la dimostrazione di una siffatta possibilità ancora non è venuta.

D'altra parte, agli effetti della finanza, poco importa che rimanga consolidata la spesa dei lavori pubblici, se dovessero crescere le annualità del tesoro o peggio ancora, se lo Stato, con imprudenti concessioni, sacrificasse il reddito delle migliori linee ferroviarie. Sarebbe questo un sistema disastroso di finanza.

Il nuovo programma non può a meno di seriamente preoccupare per motivi diversi. Anzitutto presuppone che lo Stato, direttamente od indirettamente, attinga largamente al credito per opere che possono essere utili sotto l’aspetto politico od economico, ma che non sono rimunerative. Ora ciò diminuisce il credito dello Stato, tende a deprimere il corso della Rendita e ad allontanarne la conversione, e immobilizza una parte troppo notevole del capitale nazionale a danno dell'agricoltura, delle industrie e del progresso generale del paese. In secondo luogo, il servizio di questi debiti ricadrà in gran parte sul bilancio dello Stato, tanto più che parecchie delle ferrovie da costruirsi non sono neppure in grado di far fronte alle pure spese di esercizio, come accade per la nostra rete complementare.

Di fronte a simili eventualità è necessario che Governo e Parlamento riprendano in calmo e sereno esame l'intero programma finanziario e vi mettano quel sano giudizio e quella prudente saviezza che sono indispensabili nei momenti attuali. A causa di una serie di imperdonabili errori, l'Italia ha attraversata una grave crisi economica e finanziaria, che con i disordini del 1893-1894 e del 1898 ha seriamente minacciata la stessa vita politica della nazione. Da quella dolorosa situazione di cose, il paese incomincia appena a riaversi e col risorgimento delle finanze si è migliorato il credito pubblico e privato ed il lavoro nazionale ha ripreso con vero beneficio della classe operaia. Oggidì, dev'essere impossibile ricadere negli errori, nelle aberrazioni del passato.

La responsabilità della nuova situazione spetta a tutti. Il Governo ha il dovere di chiarire i suoi piani, di dare non una semplice affermazione ma una dimostrazione esauriente dei suoi propositi di non varcare i limiti attuali del bilancio; il Senato e la Camera, e più che tutti la Giunta di finanza e la Commissione del bilancio, devono sentire la responsabilità di non transigere un solo istante con il dovere di mantenere illeso il pareggio. Qualsiasi altra condotta non è degna di cittadini e di Italiani.

La discussione del problema del Mezzogiorno, iniziata bene, ha proseguito male.

Già parecchi oratori avevano, sia pure con abilità, percorso un terreno così difficile, che poteva da un momento all'altro sorgere un qualche incidente doloroso. Esso infatti scoppiò con impreveduta violenza nella seduta di sabato, 14. Alcune parole dell’on. Ferri, furono ravvisate offensive alle provincie del Mezzogiorno da non pochi deputati di quelle regioni che reagirono in modo risoluto, tanto che la seduta dovette venir sospesa. Il lunedì, 16, avendo l'on. Ferri ricusato di ritirare le sue affermazioni, il presidente si trovò nella dolorosa necessità di applicargli la censura con esclusione per cinque giorni. L'on. Ferri si ricusò di uscire dall'aula: ma le decisioni della Presidenza furono poscia fermamente eseguite. È questo senza dubbio un incidente oltremodo rincrescevole che è venuto a turbare la discussione di un problema della più alta importanza. Ma da tempo era universalmente sentito il bisogno di un maggior ordine e di una maggiore serenità nelle discussioni della Camera. Giova perciò sperare che l'improvvisa tempesta riconduca la calma e persuada tutti che il buon andamento dei lavori parlamentari esige ordine assai più rigoroso.

Del resto la questione del Mezzogiorno fu nelle recenti discussioni considerata da un punto di vista troppo ristretto e quasi rimpicciolita ad una questione di lavori pubblici. Tre oratori fecero eccezione: gli onorevoli Colajanni, Lacava e Sacchi.

Il problema del Mezzogiorno è essenzialmente economico e morale ed i lavori pubblici ne rappresentano un lato solo, come aveva splendidamente intuito il conte di Cavour, le cui vedute furono esposte dall’Artom in questa Rivista il 1° novembre. Senza dubbio anche le opere pubbliche devono venir proseguite con tutta l'energia che le forze del bilancio consentono: ma il paese muterà ben poco, se lo sviluppo delle sue risorse economiche non lo pone in grado di utilizzare i nuovi lavori. Dei porti senza navigazione, delle strade senza movimento, delle ferrovie senza traffico non hanno mai costituito la ricchezza di una nazione. Bisogna insieme ai lavori pubblici promuovere l'attività economica generale del paese, soprattutto la produzione agricola, mediante l'organizzazione, il credito, le esportazioni, secondo il programma della Riforma Agraria. Questo è il vero problema economico del Mezzogiorno.

Quanto al problema morale esso non si risolve che colla buona amministrazione e colle scuole. E generale la convinzione che i diversi Ministeri abbiano assai più cercato di fare della politica che dell'amministrazione nel Mezzodì e che questa sia una causa dei mali di quelle provincie. Deplorevoli inoltre vi sono le condizioni dell'istruzione, soprattutto della scuola popolare e professionale, mentre vi crescono i ginnasi e i licei destinati a creare delle falangi di spostati. Pur troppo, la presente discussione alla Camera, non ha esaurito, forse non ha nemmeno fatto progredire di molto il problema del Mezzogiorno. Sarebbe altamente rincrescevole che essa non avesse condotto ad altro che a ripiombarci in quella esagerazione dei pubblici lavori, che già una volta portò l'Italia all'orlo della rovina e che preparerebbe nuovi tristi giorni al nostro paese.

s.








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