Eleaml


Un paese di spergiuri, nato sulla falsificazione degli eventi che hanno portato alla sua unificazione. Ne citiamo solamente uno, i piroscafi usati nella spedizione dei Mille.

Nel 1861 a Bruxelles JA dichiara che i due piroscafi garibaldini erano stati non trafugati ma ottenuti attraverso un regolare accordo, praticamente comprati.

Nel gennaio 1862 un tal Domenico Sacchi, uomo dell'entourage di Cavour, smentisce spudoratamente l'acquisto trincerandosi dietro alla prova inconfutabile che a Torino non esisterebbe un notaio Badini.

BisognerÓ aspettare il 1910 per leggere in Donaver:

"Venne poi concordato tra il FauchŔ, Garibaldi e Bixio che i due vapori sarebbero stati pronti nella notte dal 5 al 6 maggio e che gl'incaricati di Garibaldi dovessero figurare di sorprenderli e rapirli, onde non lasciare scoperta la responsabilitÓ del Direttore della compagnia e d'altra parte non lasciar supporre che il Governo fosse connivente, essendo la compagnia sussidiata dal Governo stesso."

Per certi storici nostrani non basterÓ

Da  Bruno Vespa in una serata dedicata al 150░(maggio 2010) si ascolteranno le solite banalitÓ e falsitÓ da parte di Villari e Galli della Loggia sulla spedizione che sarebbe stata improvvisata.

Praticamente son fermi alla confutazione di Sacchi, con la differenza che questi scriveva nel gennaio 1862, a poco pi¨ di un anno dalla spedizione e di mestiere non faceva lo storico. Ed aveva un ottimo motivo per scrivere la confutazione, preparare l’opinione pubblica ad un intervento risolutivo per evitare le nuove rivelazioni minacciate da Curletti. Infatti lo coinvolsero in un processo sulla mala torinese e lo fecero sparire dalla circolazione. 

Abbiamo evidenziato in blu le parti aggiunte da Domenico Sacchi a confutazione delle affermazioni di JA. Stendiamo un velo pietoso sulla traduzione dal francese, basti dire che traduce orgies con  istravizi - per non offuscare la costruzione del mito garibaldiano.

Zenone di Elea - 1░ Maggio 2014

TRADUZIONE E CONFUTAZIONE DELL'OPUSCOLO

INTITOLATO

LA V╔RIT╔ SUR LES HOMMES ET LES CHOSES DU ROYAUME D'ITALIE R╔V╔LATIONS  PAR J. A.
ANCIEN AGENT SECRET DU COMTE DE CAVOUR

PER IL PROF. DOMENICO SACCHI

TORINO

TIPOGRAFIA v. VERCELLINO

1862


(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)


INTRODUZIONE

Chi troppo dice nulla dico.(Detto provv. )

L'opuscolo, che noi qui diamo letteralmente tradotto dal francese, forma l'oggetto di molte conversazioni. Lodato dagli uni e biasimato dagli altri, secondo lo spirito e le particolari opinioni politiche dei lettori, de,st˛di se universale desiderio sia per il suo titolo specioso, che per le cose e i ragguardevoli personaggi di cui fa menzione.

Penetrati dal desiderio di rivendicare la gloria e l'onore del nostro paese dagli insulti che da un vile anonimo, poco pratico delle cose nostre, ci vengono lanciati da oltre Alpi, non esitiamo a confutarlo.

La nostra confutazione sarÓbreve, e consisterÓsolo in alcuni appunti che introdurremo nel testo, i quali saranno sufficienti a mettere il lettore in avvertenza sulle cose narrate con uno stile teatrale da un uomo che, mentre confessa di professare moderazione, si fa apertamente conoscere di mala fede, educato alla scuola degli ambiziosi e dei perturbatori dell'ordine sociale.

Un fatto solo su cui piace trattenere maggiormente l'attenzione dei nostri lettori si Ŕquello della ferita riportata dal Generale Pimodan

che ebbe a soccombere alla battaglia di Castelfidardo. L'anonimo su questo fatto interessante per la storia e per l'onore del nostro Esercito, mentre dichiara nella prefazione al suo opuscolo di scrivere per illuminare coloro che non si appagano di conoscere la superficie delle cose, ma vogliono addentrarsi nel midollo, si contenta di dire con maliziosa brevitÓche: Pimodan venne ucciso proditoriamente da un certo Brambilla nostro Carabiniere, arruolatosi nella truppa pontificia... gratuita asserzione!

Se l'anonimo si fosse trovato a Castelfidardo od avesse parlato coll'egregio nostro concittadino signor Capitano Cornero o col suo soldato di confidenza avrebbe veduto od appreso ben altre cose.

Il Capitano Cornero, ora nella B. M. Accademia di Torino, trovossi alla battaglia di Castelfidardo, ove comandava la decima Compagnia del 10 Reggimento (Brigata Regina) e fa tra quelli che entrarono i primi nella cascina in cui si trovava il Generale Pimodan. Il suo soldato di confidenza Approsio Stefano fa quel desso che chiese al Generale la consegna delle armi. In luogo delle armi essendogli stata offerta una borsa di danaro, il soldato rispondeva in pretto genovese: mi scusi la S. V., Ella la sbaglia d'assai; i soldati Piemontesi ricevono dai prigionieri le armi e non i danari. Generosa risposta che fa encomiata dal Generale, il quale ponendogli la mano sulle spalle gli disse: TrŔs bien, mon garšon, vous ŕtes un brave soldat: questo soldato pei suoi buoni diportamenti in quella sanguinosa battaglia si ebbe la medaglia al valor militare.Or bene il capitano Cornero, che fa pi¨volte a visitare l'infermo, mentre loda assai il coraggio e la forza d'animo con che il medesimo sostenne gli acuti e orribili dolori della sua ferita, per cui moriva da vero prode; assicura pure che il medesimo non aveva pi¨d'una sola ferita, toccatagli nel basso ventre; e non nel dorso come asserisce l'anonimo, cagionata da una palla alla Nessler lanciata dall'alto in basso da cui venne traversato da sinistra a destra, fermandosi presso all'anguinaia.

Questa palla estratta dai cerusici, e data al Generale, venne dal medesimo mostrata al Capitano Cornero, chiedendogli nel tempo istesso quali fra i soldati tirassero con siffatti proiettili.

A cui il Capitano rispose:

Sono i soldati di fanteria che tirano con questo palle, volendo alludere ai soldati del 10 Reggimento, ai quali erano in quel di state distribuite.

Il Generale fa ferito di fianco in quella che il 10 Reggimento con molti suoi fanti disposti in bersaglieri, ed in forma di ferro da cavallo, col centro pi¨indietro, si avanzava su tre colonne per riprendere la posizione che era stata occupata da Pimodan colle sue truppe.

E qui poichÚvi ha un partito che, non isdegnando di usare con larga mano la calunnia per denigrare i Piemontesi, ebbe assŔrito che a Pimodan ferito non venivano usati i dovuti riguardi; siamo lieti di annunziare che il suddetto Capitano Cornero ed altri ci assicurano che dal Generale Cialdini, che fu a visitarlo e si studi˛di confortarlo a speranza di guarigione, non altrimenti che dai Chirurghi e dagli uffiziali che si trattennero con lui, fa trattato con ogni gentilezza.

A tal che il Generale francese assicur˛il dottore Crescentino, Medico di Battaglione nel 10, il quale gli prest˛le sue cure, che, se fosse venuto in istato di poter scrivere alla diletta sua consorte, sarebbesi recato a dovere di rendere le debite lodi alle cure prestategli dai Chirurghi Sardi, ed alle cortesie ricevute da ogni parte dagli uffiziali dell'esercito Piemontese.

Al Sottotenente Solera Luigi del 10 Reggimento rimise egli un medaglione in oro con sopravi inciso il di e l'anno del suo matrimonio colla contessa di Pimodan, pregandolo d'inviarlo alla medesima, dandogli l'indirizzo della sua abitazione.

Del quale incarico sdebitossi l'Ufficiale Italiano con religiosa scrupolositÓ, consegnando quel medaglione all'Ambasciadore di Francia da cui fu mandato al suo destino.

Fu certamente per voi, signor J. A., cosa pi¨spiccia il dire: OUl, LE G╔N╔RAL DE PIMODAN EST MORT ASSASSIN╔a n che il raccontare tutti i particolari, citando nomi onorevoli che provano il contrario di quanto voi con maliziosa ingenuitÓasserite.

Avendo voi, signor Anonimo, l'impudenza di travisare cose e fatti che accaddero e si compierono sotto la luce del sole ed alla presenza di tanti testimoni ancora viventi; come mai potete presumere di essere creduto dai vostri lettori, quando vi fate a rivelare cose passate all'ombra delle pareti e nei pi¨segreti gabinetti di un palazzo a quattro occhi con un Ministro??

Dal canto nostro possiamo assicurarvi che la narrazione delle vostre missioni potrÓgiammai destare l'interesse degli uomini serii; tutto al pi¨potrÓeccitare in essi una passeggiera curiositÓdi leggere le vostre aberrazioni, mossi dal titolo specioso con cui vi piacque di intitolare il vostro Opuscolo.

Nessuno troverÓstrano che voi abbiate taciuto il vostro nome sempre rimasto, come voi dite, nell'ombra; perchÚcosýfacendo evitate il pericolo che col nome fosse tratto all'ombra anche il vostro corpo, col mezzo di un processo legale, che qualcuna delle persone interessate non sarebbe stata lungamente dubbiosa ad istruirvi.

Torino, il 9 gennaio 1862 

Prof. DOMENICO SACCHI

PREFAZIONE

lo sono stato per pi¨di due anni l'agente segreto del conte di Cavour. Dir˛da bel principio quando ed in quali circostanze ebbero a cominciare le rate relazioni col ministro.

Durante i trenta mesi all'incirca in cui ritenni codesto posto sono stato incaricato di importantissime missioni, iniziato a ben molli segreti. Val quanto a dire che ho visto da vicino gli avvenimenti e gli uomini i quali, in questo cosýnotevole periodo, tennero desta la pubblica attenzione.

Avendo ora riacquistato la mia libertÓ, ho pensato che la narrazione delle mie missioni potrebbe destare l'interesse degli uomini serii,i quali, studiando la storia della loro epoca, vogliono addentrarsi sin nel midollo delle cose, non si appagano di conoscerne la superficie; non ebbi, scrivendo, altro scopo.

Taluno per avventura griderÓallo scandalo. E cosa pi¨spiccia che il confutare. Ma quelli che m'avranno letto e che vorranno rendere giustizia alla moderazione del mio linguaggio, conosceranno che, se v'Ŕscandalo, non Ŕcolpa mia, bensýquella de'fatti.

A colui che troverÓstrano che io abbia taciuto il nome mio, risponder˛che, appunto per la natura delle addossatemi funzioni, il mio nome, rimasto sempre nell'ombra, non gioverebbe per nulla al pubblico: in quanto alle persone interessate, desse sapranno agevolmente leggerlo sotto il velo delle iniziali... non istaranno dubbiose... sono preciso a sufficienza per l'uopo...

I. A.

RIVELAZIONI

le ebbi i natali nelle Romagna (Per˛dallo stile vi manifestate tutt'altro che italiano). il mio padre magistrato ben note nella piccola cittÓin cui abitava, era sinceramente direte al governo Papale; ne diede testimonianza abbandonando la propria situazione; per ricoverarsi a Roma, allorchÚ i Piemontesi entrarono nelle legazioni.

Nel 1854 venni introdotto presso il Marchese Pepoli ed il commendatore Minghetti, i quali erano nelle Romagne i capi del partito liberale (1).

Fai in breve sedotto dalle loro dottrine, e divenni uno dei pi¨divoti loro agenti.

Sul finire del 1858, la corrispondenza dei nostri comitati con Torino divenne quanto mai attiva, e fummo incitati a raddoppiare di opera e di zelo, nella previsione delle eventualitÓdi cui l'Europa tutta cominciava a preoccuparsi. L'animo mio si sollev˛oltremodo esaltato dalla lotta incalzante, e colsemi un'ardente brama di andar di volo a Torino, per potere pi¨da vicino tener d'occhio gli avvenimenti. Un veemente diverbio, cui diedero occasione le mie opinioni, sin allora dissimulate alla mia famiglia, diede l'ultima spinta alla mia risoluzione.

Minghetti e Pepoli, cui comunicai il mio progetto, mi confortarono, e munendomi di commendatizie pel Conte di Cavour, giunsi a Torino avido di vedere quell'uomo per cui ormai commevevasi cd appassionavasi l'Italia e la pubblica opinione. Le pi¨minute circostanze della prima mia introduzione sono fisse ancora nella' mia memoria; il fatto segnava un'epoca nella mia vita.

(1) il Marchese Pepoli, il quale dove ai talenti del suo segretario una certa fame di scrittore politico, servivasi del liberalismo come di un mezzo, o non giÓper uno scopo. Egli aveva delle viste pi¨ambiziosa, e lusingavasi. mercÚ la rilevanza imprestatagli dalla sua parentela coi Napoleonidi da Murat e coi Brunswichesi (dalla moglie] di una Vicereggenza, forse di una corona ducale. Giustizia fatta gli sia. che seppe bellamente sotterrare le sue deluse speranze.

Il Commendatore Minghetti nel 1858 era di giÓemigrato politico in Piemonte, come mai potÚ darci dalle Romagna lettere commendatizie pel conte di Cavour?

Sin dal giorno stesso del mio arrivo mi recai dal conte di Cavour; ebbi appena il tempo di scorgerlo; una cinquantina di persone assediavano l'anticamera; colsi un momento in cui accomiatando una persona, apparve sul limite del suo scrittoio, per consegnargli le commendatizie di cui era intere. Scorsele con un'occhiata e solo mi disse: Mi abbisogna appunto un giovine svegliate... bene... benone... venite questa sera a vedermi al ministero (1).

E tuttoci˛vi disse il signor conte di Cavour sul limitare del suo gabinetto, mentre una cinquantina di persone lo attendevano. Saremmo curiosi di conoscere il mese, il giorno e l'ora precisa di questo castro abboccamento.

Alle ore 8 di quella sera stessa io ora al ministero. Un usciere senza divisa m'introdusse in un salotto, semplicemente addobbato.

Voi descrivete questo salotto molto semplicemente addobbata. Dal canto nostro che pi¨volte avemmo l'onore di visitarlo, l'abbiamo sempre trovato molto riccamente addobbata). Nel momento in cui entrava, il conte di Cavour stava in piedi parlando con un'altra persona ch'io non conosceva. Volsesi e riconoscendomi, disse al suo interlocutore: Ecco appunto il giovine di cui io vi parlava; egli ŔRom agnuolo, e qui nissuno il conosce. Queste ultime parole vennero da lui accentate con un piglio particolare e sorridendo.

Poco dopo ben compresi quel sorriso, allorchÚil generale di Sanfront (conobbi pi¨tardi il suo nome) fattomi un mondo di quistioni sulla mia etÓ, sulla mia famiglia ecc. ecc. mi disse ad un tratto: sei in capace_di rapire una,giovinetta e di condurla questa sera a Moncalieri'? Un po'sbalordito in sull'instante da cosiffatta richiesta, finii col rispondere di si.

Bella invenzione, pretto stile di dialettica teatrale!!

Or bene! vieni, che te la faccia vedere, replic˛il generale; e ci˛detto lasciammo il Ministro.

(1) A Torino i Ministri degli affari interni ed esteri hanno l'usanza di recarsi ogni sera ai loro Ministeri. rimanendovi soventi sino alle undici.

Io non voglio addentrarmi nelle particolaritÓdi cotesta avventura colla quale esordivano meschinamente anzichÚn˛i miei servizi per la causa d'Italia. Questa scappata dest˛rumore assai in Torino ore niuno ignora la storiella della signorina Maria il cui fratello venne poco tempo dopo assunto a capo d'ufficio nelle Poste.

Bisogna proprio che nelle vostre commendatizie pel conte di Cavour gli siate stato dipinto come un valente mezzane prezzolato, per raccomandarvi al generale Sanfront il quale non tard˛(se dobbiamo prestar fede alle vostre parole) ad incaricarvi li su due piedi del rapimento di Maria D... il cui fratello, come voi asserite, venne assunto pochi giorni dopo a capo d'ufficio nelle R. Poste. A noi consta in modo positivo e certo che nessun individua il cui prenome cominci per D venne nominato a quell'epoca ed anche posteriormente a tale impiego.

Voi avete fatto male a tacere le particolaritÓdi questa avventura con cui esordivate la vostra carriera politica, e ci˛a danno dei vostri lettori.

Questo ingrato ufficio non fu l'ultimo di questa fatta di cui venni incaricato; ma di questi altri non far˛parola; le sono cose di vita privata che non porgono interesse alcune ad un lettore serio. NŔvoglio applicarmi che a'fatti che hanno importanza sotto l'aspetto della storia italiana. Voglia il lettore perdonarmi se l'ho intrattenuto con sitl'atta impresa; non ne avrei voluto tener discorso; ma invero il modo con cui vennero iniziate le mie relazioni col ministro mi parve troppo strana per essere taciuta.

II.

Alcuni giorno dopo, il conte di Cavour mi faceva chiamare. Ed ecco testualmente la nostra conversazione. Voi parlate il francese? dissemi, in questa lingua. Eccellenza si lo ho una incumbenza da affidarvi... sapete essere discreto? L'eccellenza vostra pu˛far conto sull'assoluta mia discrezione, risposi Una discrezione assoluta e necessaria. Voi avrete L. 500 mensilmente sost˛: Essa Ŕla somma che vi si don˛l'altro di io abbassai la fronte...

Ripigli˛: In pi¨, avrete gratificazioni all'occorrenza... V'incarico di invigilare su Sanfront e per costui la cosa vi riuscirÓagevole; poi Rattazzi. Della Margherita, Brofferio, Revel e de Beauregard. Li conoscete tutti? Li conoscer˛, risposi Bisogna che io sappia quel che si fanno ogni giorno; chi vedono... a chi scrivono... quali lettere ricevono... insomma tutto... capite Ah! le relazioni dovranno essermi ricapitate in casa mia... Andate pure... e siate discreto.

Come? dite che il conte di Cavour pochi giorni prima presentandovt al generale Sanfront gli dichiarava che essendo voi romagnolo, e di fresco arrivato a Torino non eravate da nessuno conosciuto. Gravi domandi se conoscete tutti questi ragguardevoli personaggi di cui vi affida la vigilanza, e vi esorta a spiarne la loro condotta? Bella contraddizione!

Il modo con cui mi sbrigai di questa mia missione, ebbe a provare al conte di Cavour che io non era novizio in politica ne in intrigo, e che io aveva tratto lodevole profitto dagli insegnamenti dei Pepoli e dei Minghetti. D'altronde adoperai nelle mie funzioni tutto le zelo d'un animo ambizioso"

(╚la prima veritÓ che voi dite).

Non tardai a rimeritarmi l'intiera confidenza del ministro.

Sbarcato Napoleone III a Genova, il conte di Cavour mi condusse seco, mi incaric˛di tenerlo ragguagliato dei pi¨minuti atti dell'imperatore. Le mia missione si protrasse sino alla partenza di questo sovrano da Alessandria. Fui mandato allora in Toscana, ma la vigilanza che spiava Napoleone non ebbe fine per tutto il tempo che soggiorn˛in Italia. Questo compito riuscimmi agevole mercÚ le regolari comunicazioni somministratemi, con patti relativamente assai moderati, da Hirvoix, ispettore di polizia addetto alla casa imperiale.

Possibile che un ispettore di polizia addetto alla casa imperiale di Francia, per patti assai moderati, volesse con regolari comunicazioni rendervi avvertito di ci˛che passasse presso al governo francese e l'imperatore!!! Se il signor Hirvoix leggesse questa vostra dichiarazione non potrebbe far a meno di ridere e compiangervi.

III.

Intanto la segreta propaganda de'Piemontesi nella Toscana e nelle Romagne cominciava a fruttare; tutto era pronto per una rivoluzione; i comitati che fomentavano gli animi in quelle due provincie, sotto la direzione del conte di Cavour richiedevano dal ministro il segnale dell'azione, ed alcuni uomini fidi per operare il summovimento.

lo fui incaricato di catasta missione e mandato in sulle prime con 80 carabinieri travestiti (1) a Firenze per pormi a'comandi di Boncompagni.

Potreste forse indicarci il nome di un solo degli 80 carabinieri travestiti... Da che paese li avete tolti questi vostri commilitoni?

Il processo del summovimento venne stabilite in una conferenza che io tenni coll'ambasciatore, ed alla quale erano presenti Ricasoli, Ridolfi, Salvagnoli, Bianchi. I miei fidi dovevano spargersi in piccole fretta pei sestieri estremi della cittÓ; alle 10 dar principio a ragunare assembramenti gridando: Viva l'indipendenza... Abbasso i Borboni..., e dirigersi per convergenza alla volta del palazzo Pitti.

(Credevate forse di essere nel Regno delle due Sicilie: perchÚgridando abbassa il Borbone a Firenze, dovevate per conseguenza gridare abbassa il Granduca a Napoli)

.

Appena il popolo fosse ben bene accanito nei dovevamo correre alle casse pubbliche ed impadronircene. Ricasoli assumevasi di far occupare da'suoi i ministeri, le poste ed il palazzo ducale.

Quest'ordine di spedizione riuscý, come ogun sa, a puntino; alle i del pomeriggio Boncompagni era insediato nel palazzo di quel sovrano presso cui egli era accreditato; nell'ora istessa tutte le casse pubbliche erano vuotate senza che una Lira sola fosse subentrata nel tesoro piemontese.

Voi asserile che non una lira sia subentrato nel tesoro piemontese. Da chi adunque furono vuotate le casse pubbliche??

(1) Quest'ultima parola e chiaramente sottintesa ogni qual volta viene da me fatta menzione di agenti e di carabinieri. D'or innanzi prescindere dal menzionare tal minuzie.

Che faceste voi coi vostri 80 carabinieri travestiti? PerchÚnon correste subito, secondo il vostro dovere, ad impadronirvene per conto di chi vi dava 500 franchi al mese oltre a maggiori gratificazioni??

Quanti non ebbero agio di partecipare al saccomanno si adagiarono chi alle poste, chi nei ministeri. lo potrei dare il nome di ben dieci ufficiali delle amministrazioni in Firenze, i quali altra ragione non hanno ai posti che occupano tranne quella di averselo attribuito di propria autoritÓ. Per mia quota ricevetti dalla propria mano di Boncompagni una gratificazione di lire 6,000.

Saremmo curiosi di conoscere il nome di questi dieci ufficiali delle Amministrazioni in Firenze, che di propria autoritÓsi attribuirono un posto onorevole negli ufficii pubblici per non aver potuto partecipare al saccomanna che voi non sapeste soffocare coi vostri 80 travestiti.

Il mio racconto, semplice come atto informativo, parrÓper avventura strano a taluno, che abbia solo traveduto le politiche agitazioni attraverso la lente della paura che ingrossa, o quella de' diarii del partito che trionfa. Eppure tale Ŕla storia di tutti i rivolgimenti. Esse sono sempre l'opera di pochi uomini ai quali due o tre funzionarii aprono le porte, e di cui il popolo, il pi¨delle volte indifferente sulle questioni che si dibattono, diventa senza saperlo il complice, sorreggendoli per curiositÓ0 per vezzo di tumultuare, coll'imponente appoggio della sua moltitudine.

L'esercito, i cui capi erano venduti alla rivoluzione (1), era stato allontanato e mandato ai confini del Modenese, col pretesto d'invigilare sui subbugli che potrebbero manifestarsi nel caso in cui gli Austriaci lo sgombrassero, ma invero per tenere questi in treno se tentassero di inoltrarsi in Toscana per dare appoggio al Granduca.

lo ebbi l'ordine di recarmi immantinente a Parma per porgere aiuto al conte Cantelli. Prima di partire mi tocc˛di rifornire la mia agenzia di nuove corno, poichÚera scomparsa pei due terzi. La cosa riuscýagevole; i fuorusciti di Roma, di Napoli e di Venezia fornironmi gli elementi della mia novella squadra.

(1) L'esercito toscano obbediva allora al generale Ferrari.

La faccenda successo a Parma come a Firenze; non si mand˛fuori l'esercito, ma il Generale Trotti trov˛lo spediente pi¨semplice di rinchiuderlo nella fortezza. lo debbo tuttavia dire che Parma ebbe talpoco da stupire nel vedere il conte Cantelli prendere parte cotanto attiva per l'espulsione della Granduchessa. AbbenchÚnon si avesse gran fede nella sua politica conversione, si supponeva ci˛non di meno che la gratitudine gli comandasse una tale quale momentanea neutralitÓ(1).

Nel mentre che ardevano le rivoluzioni di Firenze e di Parma, Francesco IV, Duca di Modena. abbandonava i proprii Stati, lasciando cosi libero campo ai Zini ed ai Carbonieri, oltremodo soddisfatti di un cotanto inaspettato successo. Il contegno del Duca, in tale occorrenza, Ŕincomprensibile, se non si voglia supporre che egli sia stato allucinato sul vero stato delle cose. lo son dal canto mio convinto, che bastava una schioppettata per far abortire la cospirazione di Modena, come ancora quella di Firenze e l'altra di Parma.

Comunque sia, dipartitosi il Duca di Modena, Zini e Carbonieri affrettaronsi di stabilire un governo provvisorio, e chiamarono a governatore Parini, in allora medico in Torino. Io lo seguii in qualitÓdi capo della sua polizia politica.

I Commenti al lettore!

(1) Si sa che nel 1848 il conte Cantelli tu l'uno dei principali mestatori della rivoluzione Parmense. per cui venne nominato sindaco (gonfaloniere). Dopo la ristaurazione della Duchessa di Borbone il conte Cantelli fu condannato nel capo; in inoltre condannato alla restituzione di una somma di L. 80,000 fraudolentemente surrepita. La Duchessa il grazi˛ si dell'una che dell'altra condanna. Da quella epoca il Cantelli erasi affettatamente dimostrato divoto partigiano della casa regnante; si e visto ore con quale disinvoltura egli seppe porre sotto i piedi una esosa gratitudine.

IV.

Il primo ordine datomi da Parini, entrando nel castello d'Este, fu di insignorirmi di tutto le chiavi, persino di quelle delle cantine. Egli Ŕinutile di fare un inventario, dissemi Farini.

Giunta la signora Farini, io dovetti consegnare tutte le chiavi nelle sue mani. Tutte le argenterie collo stemma del Duca furono mandato ai fonditori. Che ne fu del provento"?... Non posso su questo punto essere assolutamente affermativo; ma io non credo che sia stato consegnato al tesoro. Una circostanza che avvalora il mio convincimento si Ŕ, che in quel tempo Farini mi comand˛di comunicare al diarii un articolo che ognuno ha potuto leggere, e col quale era spiegato come, partendo, il Duca aveva portate via tutte le argenterie, gli oggetti tutti di qualche valore, e che non aveva, per modo di dire, lasciato che iquattro muri: persino le cantine, al dire del comunicato, erano vuote. Ed invero tali erano a un di presso in quel momento; ma giÓda dieci giorni teneva il Farini corte bandita nel palazzo ducale. Borromeo, Riccardi, Visoni, Carbonieri, Mayr, Chiesa e Zini erano i soliti commensali in questi principeschi banchetti.

Anche noi ricordiamo di aver letto tale articolo, e non vedendolo contraddetto dalle persone interessate, vale a dire dal duca e da'suoi partigiani, non prestiamo fede alle vostre asserzioni.

A questo proposito scorre appunto e da per sia dalla mia penna un fatterello che allegr˛ per alcuni giorni le conversazioni di Modena, e di cui sarebbe proprio un peccato che non si conoscessero i minuti particolari.

La tavola del governatore era servita da un tale Ferrari, il quale teneva e tiene tuttora l'Albergo di S. Marco in Modena. il padre suo era capo dello stato maggiore di Francesco IV. in capo ad otto giorni la parcella del Ferrari ammontava a L. 7,000. Parini trov˛spiccio ed agevole pagare della somma con un brevetto di colonnello (1) che il Ferrari aggradý.

(1) Per essere giusto e d'uopo il non disconoscere che il signor Parini non era l'inventore di questo sistema di domestica economia. Il barone Ricasoli aveva giÓpagato con simile metodo Alfredo Bianchi, fratello di Celestino, cui era debitore di un 6,000 lire in circa per nolo di cocchi e di cavalli.

Questi in un tratto trovossi di grado pari col padre il quale numera 30 anni di servizio. Egli ha oggi il comando della piazza di Modena (I); il padre vive nell'esilio!.

Alcuni giorni dopo l'insediamento della signora Farini tutta la roba della duchessa venne consegnata alle sarte, dopo che la signora e figlia se l'ebbero spartito. Ciascuna fece accomodare la parte sua alla propria misura. La corpulenza di Parini non permise che egli potesse approfittare delle vestimenta del duca; ma non fece, dir˛, difetto alla famiglia. Riccardi, allora segretario, poi genero di Farini, se ne impadroný. E si deve dire invero che i vestimenti del duca gli stavano a pennello.

Voi fate vedere di conoscere poco l'ambizione e la naturale suscettibilitÓdelle donne italiane per dar a credere a vostri lettori come la signora Farini e sua figlia, ora vedova Riccardi, volessero vestire il vecchio indumento della duchessa, giÓnoto all'inclita guarnigione ed al rispettabile pubblico della CittÓe del Ducato.

╚poi ridicolo l'affermare che il sig. Riccardi indossasse le vestimenta del duca, perchÚsi sa che qualunque galantuomo, foss'anco un lions, pu˛vestirsi alla gran moda colla tenue spesa di dugento lire.

Il saccheggio della casa del duca dest˛in me, non dir˛un qualche scrupolo la cosa mi pareva allora opera di legittima guerra ma un certo stupore. Tutto ci˛urlava anzi che n˛colla temperanza dei tempi antichi, nella quale Farini si atteggiava.

Or qui mi sento impacciato da qualche scrupolo, imperocchÚnelle faccende, di cui mi tocca far parola, non sono rimasto, come sin'ora, semplice e disinteressato strumento dei ministri.

Alfredo aveva cambiato la sua quitanzn con una nomina di segretario al Ministero degli affari interni.

A noi consta che nessun Alfredo Bianchi sia stato nominato nel 1859 o 1860 segretario al Ministero dell'Interno. (Vedi Calend. Gen. del Regno).

(1) Una tale metamorfosi di cuoco in colonnello non Ŕcerto pi¨strano di quella d'un vetturino in colonnello di stato maggiore, trasformazione di cui abbiamo un esempio in Mezzacapo, fratello del generale di questo nome. Si era una bella sera addormentato colla frusta in mano; si svegli˛la dimane colle spalline d'aiutante di campo del fratello. Tutta Torino il conosce: ma, intendiamoci, non in qualitÓdi luogotenente. Da chi gli venne data questa nomina?

Ma sonmi lasciato trascinare a fare dell'ufficio mio un colpevole abuso ai cui profitti ho partecipato, come debbo parteciparvi per la vergogna. -lo avrei dovuto tralasciare questo particolaritÓ, ma ho promesso di dire tutto. -Quelli che staranno leggendo questi fatti, dopo lette le precedenti narrazioni scuseranno, lo spero, giacchÚcapiranno per bene conio nella una situazione e nel vortice d'esempi sporti da si alto luogo, egli era difficile assai che l'istinto della moralitÓnon incallisse

GiÓ... avete promesso di dir tutto?! Voi dite anche troppo: e per dar fede a'vostri detti, profittando dell'anonimo, vi sforzate di accusare voi stesso di una colpa, che avete mai commessa.

Farini dimostravasi oltremodo accanito contro i duchisţi, massimamente e contro i preti e le monache. PietÓnissuno per quella canaglia, ripetevansi sovente, leggendo le mie relazioni. Considerando cosiffatte disposizioni nel governo si pu˛supporre che io aveva carta bianca per ghi arresti e le carcerazioni. Riccardi ed io immaginammo di trar profitto di questa situazione. Certa gentaglia da corda, accozzata da me, penetravano presso le persone note per la loro devozione alla caduta dinastia, hfl casa dei preti, nei conventi e nel procedere all'arresto, dava ad fluendere che, sgatfigfiando, m pohcbbe oflenerela Hberaflone, anfl cansare l'imprigionamento. Argomenti di questa fatta raramente falliscono; si faceva di necessitÓvirt¨; e ci˛era quanto si poteva fare di meglio.

Il prodotto di queste estorsioni era consegnato a Riccardi, genero di Farini. Le somme erano pi¨o meno cospicue, si capisce, in ragione degli averi delle persone arrestate. Guastalla e Sanguinetti, banchieri, ebbero a sborsare nelle mie mani non meno che L. 4,000 ciascuno.

Ma da chi veniva consegnato a Riccardi il prodotto di queste estorsioni?? Assicurate che i due banchieri sborsarono nelle vostre mani non meno di lire 4,000 ciascuno, e voi sig. Anonimo, a chi le avete consegnate... forse a Riccardi?

V.

Intanto tutto si apparecchiava nell'Italia centrale per le elezioni dei parlamenti di provincia; allorchÚgiunse a Torino la nota del gabinetto francese che chiedeva il richiamo, prima della votazione, dei delegati piemontesi. A questa intimazione non poteva il Piemonte sottrarsi; vi si sottomise, benchÚa malincuore, in quanto alle Romagna, Toscana e Ducato di Parma. Ivi la materia era sufficientemente concia da non avere serii timori sull'esito delle elezioni. Ma le cose non procedevano di pie'pari a Modena, ove le campagne massimamente davano molta apprensione. i partigiani della dinastia caduta vi erano numerosi ed influenti; insomma il Piemonte temeva, lasciando questa provincia in propria balia, di vedersela fuggir di mano con una contro rivoluzione. Giocoforza era che Farini rimanesse, epperci˛trovasscsi un pretesto che abbagliasse il Governo imperiale, anzi, l'opinione, poichÚmi riesce difficilmente credibile che il Gabinetto francese abbia considerato per un solo istante la comedia di Modena come cosa seria. Ecco quanto stabilimmo in una lunga conferenza che io tenni col governatore su questa vertenza, o, per dir meglio, ecco quanto avvenne, poichÚil programma fu eseguito a puntino.

Nel giorno fissato per la partenza di Farini io appostai sulla piazza del Castello una squadriglia de' miei; per ingrossarne il numero chiamai tutti i carabinieri e guardie di polizia che stavano alloggio, Carpi, Mirandola o l'avallo. Appena comparso il governatore, per salire in carrozza, eccoli, secondo l'ordine ricevuto, che si l'anno a gridare: Evviva Farini!!... N˛non partirÓil padre di noi tutti!!! Tennero dietro alla carrozza, proseguendo nei loro schiamazzi; io mi era appostalo col resto de'miei agenti fuori della porta di Parma. Nel punto che giunse il governatore, essi, dato da me il segnale, prorompono nelle grida di: Viva il Dittatore!! si slanciano a precipizio sulla carrozza, ne staccano i cavalli, e la riconducono in cittÓfra lo schiamazzo di Viva il Dittatore.

Giunti in palazzo dove aspettavano i principali delegati del governo, si intavol˛issofatto e presente Farini un referto, in forza del quale questi era dichiarato cittadino di Modena e dittatore.

Le prime firme che leggonsi appie'dell'atto informative sono quelle del conte Borremeo (1), Carbonieri (2). Chiesa (3), Riccardi (4), Visoni (5), Zini (6), Mayr (7).

La sera, da Farini, fecersi le grasse risa della buffonesca scena di porta di Parma. Nell'istante che si staccavano i cavalli, io era distante due passi dal nuovo dittatore; io il vedeva serbando a mala pena la serietÓdel contegno.

Siamo certi che il sig. Farini a leggere questa vostra patetica descrizione farÓle grasse risa sul conto di voi, che le contate tanto grosse.

Le elezioni cui si procedette alcuni giorni dopo rassomigliarono molto bene al procedimento or ora narrate. Ci eravamo fatti consegnare i registri delle parrocchie per ordinare le liste degli elettori. Riponemmo tutte le schede. Per le elezioni dei parlamenti di provincia, come pi¨tardi pel veto d'annessione, un piccolo numero d'elettori presentossi per concorrervi, ma sul procinto di chiudere l'urne, vi gettavamo alla rinfusa, e non occorre il dire nel senso piemontese, le schede degli astenutisi; ma non tutte, ci˛s'intende, stantechÚne lasciavamo da banda alcune centinaia e migliaia conforme alla popolazione del distretto elettorale. Si doveva per certo salvare le apparenze per le meno in cospetto dell'estero,poichÚsul luogo del luogo ben si sapevano come stavano le cose.

Bando alle esclamazioni... non esagero per nulla... tutto quanto dissi non Ŕche pura veritÓ. Eh! Santo Dio! in Francia dove il popolo Ŕassuefatto al procedimento elettorale, dove la nomina dell'uffizio Ŕcosa approssimativamente seria, dove finalmente numerosi cittadini, gelosi dei propri diritti, fanno sempre corona alle urne, persino in Francia cosifatte manipolazioni nello squittiuio, non sono, dicesi. senza esempi.

(1) Segretario generale di Parini.

(2) Ministro degli affari interni.

(3) Ministro dei culti.

(il Segretario intimo e genero di Farmi.

(5) Segretario addetto.

(6) Intendente di Modena.

(7) Intendente di Ferrara.

Si chiarisce adunque da sÚla facilitÓdell'esito di maneggi, quali sono quelli di cui parte, in paesi tuttora nuovi nell'opera del suffragio universale, di cui, per arrota, l'indifferenza e l'astensione favorivane a meraviglia la frode, facendo scomparire qualsiasi norma di riscontro. Pel rimanente compievano l'opera in modo da rendere perfettamente illusorie le guarcntie di pubblicitÓal pari dei mezzi di veglianza che porge la legge agli elettori. Fin prima dell'apertura della votazione carabinieri e guardie di polizia travestiti ingombravano le sale delle elezioni e gli accessi. Ed era sempre tra questi che si sceglievano il presidente dell'ufficio e gli scrutatori. Da quel canto adunque non avevamo soggezione alcuna. In alcuni collegi questa intromissione alla rinfusa delle schede degli assenti nell'urna (ci˛si chiamava da noi il completare il voto) fecesi con noncuranza tale, con tale disattenzione, che lo spoglio dei voti chiari un maggior numero di votanti che di elettori inscritti ╗La cosa pass˛con una rettificazione nel referto. In quanto alle schede negative ed ostili al Piemonte necessarie per dare alla votazione un'apparenza di sinceritÓ, se ne lasciava il compito agli elettori stessi.

Questa vostra storiella sulle elezioni merita di essere letta attentamente da quelle buone popolazioni, che col massimo entusiasmo accorrevano all'urna elettorale...

Per quanto si riferisce a Modena, io posso scientemente parlare di tutta la faccenda stantechÚtutto procedette sotto gli occhi miei e sotto la mia direzione. Pel rimanente le cose non procedettero altrimente a Parma ed a Firenze.

Dal canto suo il dittatore aveva durante le elezioni prese le sue misure per avere ligio il parlamento. Egli obblig˛i candidati a firmare anticipatamente due decreti che aveva preparati. Il primo pronunziava la decadenza della casa d'Este; il secondo prorogava indefinitamente i poteri del dittatore.

Due uomini soli (1) negarono di firmare. Non furono eletti, si capisce da se.

(t) Amadio Levi. banchiere; Paglia. professore.

L'ordine delle date porge qui un fatto che colpýl'Europa in sommo grado, voglio dire l'assassinio del colonnello Anviti Ecco la veritÓsu questo avvenimento; non vi sarÓnulla che stupisca nel mio racconto (1).

Io stava nel mio scrittoio; nel giorno, se ben mi ricordo, del 5 ottobre 1859, giunge Farini a tutta corsa: Presto! Presto!... a Parma! E stato or ora arrestato il colonnello Anviti alle scale della ferrovia... Il carnefice dei borboni! Prettamente cosýsi espresse: neppure una parola di questa conversazione mi sfuggýdalla memoria Che c'Ŕda fare, rispesi?... Bisogna condurlo qui...? Oib˛l No sapressimo che farne!... Egli e uomo pericoloso.

Altra scena teatrale... Voi cominciate la tragedia, che il furore popolare compýcon dolore di tutti gli Italiani.

-Ma... -non potremmo toccarlo senza che se ne facesse le alte grida saria d'uopo che la popolazione s'incaricasse della faccenda. Voi mi capite -Partii -si sa come and˛la cosa... Ma non si conoscono certe particolaritÓle quali potranno chiarire qual fu il dolore cagionato al Governo piemontese da questo accidente. In seguito alla triste mia missione io venni fregiate della croce di S. Maurizio e Lazzaro.

Sognate, signor Anonimo, di essere stato fatto cavaliere: perchÚa nel consta positivamente che, dal 1░gennaio 1859 a tutto dicembre 1860, non vi ha croce data a persona, il cui nome cominci colle vostre iniziali: J. A.

Il direttore delle carceri, Galletti, il quale per ordine erasi lasciato rapire il suo carcerato, venne promosso e lasci˛la direzione delle carceri per quella delle Poste (2). L'uomo il quale, dopo avere trascinato per le vie di Parma il cadavere cruento del colonnello Anviti, il decapit˛per riperne la testa a guisa di trofeo sulla piramide della piazza del Governo, Davidi, quel giorno stesso, venne nominato direttore delle carceri di Parma.

(1) Le persone. che hanno sale in testa, e che indubitatamente si saranno pi¨vette lambiccato il cervello sulla possibilitÓche un uomo, condotto a bell'agio da alcuni poliziotti dalle scale sino alla mi; gione, ne sia stato levato via per una somessa, scannato, trascinato per pi¨ore nelle vie; e questo non ostante una guardia di 25 carabinieri posti e custodia della carcere, ed una cittÓprovvista di una guarnigione di 6,000, uomini in circa.

(2) Il Direttore fu dimessu come Duchista.

Io non se se ritenga tuttora quel posto nel momento in cui scrivo; il teneva ancora due mesi or sono.

Allorquando, alcuni giorni dopo, il Console francese, Paltrinieri, richiese in nome della Francia che si colpissero gli attori di questo misfatto. si arrestarono in giornata, con grande apparato, ventisette persone, cosýper dargli una soddisfazione apparente. La stessa sera il Direttore Davidi ebbe l'ordine che se la svignassero i carcerati, stati del resto un tantino a casaccio arrestati, nel che si capisce presto la pi¨graziosa condiscendenza. Cosi venne sotterrata la faccenda; non se ne senti pi¨molto.

VII.

Allorquando Farini annesse con un decreto le Romagna al suo governo, al quale poi si diede il nome di provincia dell'Emilia, Pepoli e Montanari mandarono con Dio il Cipriani, giÓchiamato da loro stessi al governo delle Romagne, ed al quale sarebbe stato giuocoforza il serbare un nuovo posto, e ci˛accarpionandolo di una deficienza di L. 30,000 verificatasi nella cassa. Ora, quelle L. 30,000 erano state bellamente consegnate da Popoli, Ministro delle Finanze in Bologna, a Montanari, Ministro degli Affari Interni, per le sue spese di polizia (1);

Lo scopo di cotali successive annessioni di Parma e delle Romagne non Ŕmai stato chiaramente spiegato. Ecco qui in due parole il motivo vero di queste annessioni.

Il governo francese faceva mostra di grandemente ripugnare a che si annettessero le Romagne al Piemonte, ma si sapeva che non farebbe opposizione all'annessione dell'Emilia... Giuoco di parole!

Io non voglio addentrarmi nella storia dell'amministrazione di Farini -Eppure avrei curiose rivelazioni da fare; ma coll'obbligo che mi sono imposto di astenermi da ogni generalitÓe di specificare

(1) lo so di certa scienza che Cipriani era innocente; ma si deve pur confessare che le sue antecedenti gesta e la cronaca dei suoi parenti davano qui facile appicco a Popoli e a Montanari, e che costoro avevano trascelta l'accusa con una diabolica scaltrezza. Il padre di Cipriani avevo fallito a Balagna (Corsica), suo fratello aveva fallito a Livorno, e lui stesso aveva fatto bancarotta in America. Ecco l'uomo che era stato assunto al governo delle Romagne!

le minime particolaritÓ, per agevolare la verificazione di quello che asserisce, si comprende che sia per me di necessitÓ, per non oltrepassare i limiti di pn opuscolo, le attenermi solo ai fatti capitali..

Non dir˛nulla del voto d'annessione al Piemonte. Ci˛che dissi pi¨sovra delle elezioni ai Parlamenti di provincia si attaglia a capello alla seconda chiamata fatta al suffragio universale. La faccenda si compiÚ assolutamente nello stesso modo; i quattro quinti e pi¨dei villici dell'Emilia non ebbero mai da vedere l'urna! Egli Ŕquesto un fatto si notorio nell'Italia centrale, che avrei potuto tralasciare di notarlo, se io avessi scritto solo per essere letto oltre l'Alpi.

Del rimanente le manifestazioni, che procedettero ed accompagnarono la votazione nelle cittÓ, furono parimente opera nostra.

Tutti i cartelli di cui i giornali piemontesi menarono tanto rumore e che portavano scritti gli uni: Viva l'Indipendenza d'Italia! altri: Vogliamo per nostro leggittimo Re Vittorio Emanuele! erano pervenuti belli e stampati da Torino, e noi stessi gli appiccavamo a tutti 1 balconi, a tutte le finestre. E nonostante la libertÓdel suffragio, uom non avrebbe osato di ritoglierli.

Volete che i proprietari delle case ritogliessero dai balconi e dalle finestre i cartelli da loro stessi volontariamente appiccati, e non da voi░?

VIII.

Dopo il voto d'annessione seguii a Torino il Farini, che assunse il portafogli degli affari interni. Fin dalla dimane stessa del mio arrivo mi faceva partire per Roma, cella missione di spingere all'opra il comitato rivoluzionario di quella cittÓ. A norma de'miei consigli venne ordinata una dimostrazione pel 19 marzo, in occasione della festa di S. Giuseppe. Non eravamo illusi da credere che avessimo alcunchÚda sperare in un conflitto, quand'anche i Francesi se ne fossero rimasti coll'arme in riposo, il che non era guari verisimile; ma speravamo di intimorire il Papa coll'ingannarlo sulla vera nostra forza, o d'indurlo per avventura ad abbandonare Roma.

Nel nostro concetto, la partenza del Papa traeva con se quella dell'esercito francese; e la partita era vinta. Ma la Corte di Roma stette salda e non riuscimmo che ad un ridicolo parapiglia.

Nonostante questo mio smacco, il mio viaggio non fu del tutto inutile. lo aveva condotto meco da Torino due agenti molto scaltri, Brambilla e Bondinelli, che mi riuscýdi far ascrivere all'esercito pontificio.

Col mezzo d'un sistema criptegrafico consentito, dovevano costoro tenerci ragguagliati di quanto succedeva in Roma.

Qualche tempo dopo ed in diverse fiale, io intromisi un certo numero di carabinieri piemontesi nell'esercito che in allora formava il generale di LamoriciÚre. Essi ci furono di possente aiuto a Castelfidardo.

Al mio ritorno da Roma, Farini, il quale senza dubbio aveva serbata grata rimembranza della sua finta partenza da Modena, m'incaric˛di andare ad apparecchiare l'accoglienza al Re, che stava per visitare come sovrano le sue novelle provincie. Partii alcuni giorni prima della Corte con cinquanta carabinieri vestiti alla francese?!

Da che luogo avete tolti questi cinquanta carabinieri vestiti alla francese!?

'Io credo inutile assai lo addentrarsi nelle particolaritÓdi questo viaggio: ognuno ha potuto leggerle in disteso nei diarii dell'epoca, i racconti dei quali sono a un di presso esatti, se far si voglia la tara dell'illusione teatrale. Non si creda poi che queste ultime parole non abbiano tratto che a nei soli, umili ma utili comparse che facevamo la parte del popolo in questo rappresentazioni ufficiali; giacchÚpersino le parti principali erano talvolta tenute da personaggi tutt'altro che officiali. Cosýa Bologna, l'Arcivescovo, Monsignor Viale PrelÓ, avendo ostinatamente negato di cantare il Te Deum, che gli si chiedeva, ed essendosi appigliato, per tagliar corto, alle disposizioni pi¨concilianti del capitolo, all'energica determinazione di sospenderne a divinis tutti i membri; tre cappellani di reggimento e dodici allievi del Collegio della Sapienza fecero la parte del clero episcopale, e preceduti dalle pontificali insegne fattisi consegnare in sagrestia, vennero a ricevere il Re sotto l'atrio della cattedrale di S. Petronio. Vittorio Emanuele non ebbe un dubbio per nulla. Insomma, un po', forse merci: nostra, le cose procedettero con intiera soddisfazione della corte...

(Che modestia!)

In quanto alle luminarie si stimolava lo zelo degli abitanti a un di presso come si faceva a Parigi nel 1848, con questo divario che qui non era come colÓil popolo che, sollazzandosi coi suoi canti, girovagava per le vie, ma bensýmasnade grassamente pagate che ubbidivano militarmente ad un ordine. E guai alle invetriate di coloro i quali con premura non nbbidivauo alle imperiose grida di Lumi! Lumi!... N'ebbe un saggio l'arcivescovo di Napoli.

(Impudente censura a quelle buone e patriottiche popolazioni.

Tuttavia, e nonostante il nostro zelo, non potemmo impedire che a Parma alcune grida di: Viva la Repubblica! e a Pistoia queste altre assai persistenti di: Pane! non giungessero sino alle orecchie del Re. Queste due inopportune manifestazioni cagionarono una cinquantina di arresti, i quali furono al postutto i soli rincrescevoli incidenti del viaggio.

Voi dite: alcune grida di viva la repubblica... potevate dire molte grida e ci˛tornava meglio a vostro conto... ╚dato {ma non concesso, che a Pistoia si urlassero grida persistenti di pane! Ci˛non cagiona in noi stupore di sorta; perchÚsappiamo che anche in una antica cittÓdel Piemonte, devotissima alla casa di Savoia, mentre tutto il popolo applaudiva alle Riforme date dal magnanimo Carlo Alberto, gridando: Viva Carlo Alberto! Viva la Costituzione! Un ignorante ciabattino gridava a tutta gola: Evviva la farina di meligal! Queste grida furono accolte con disprezzo dai cittadini di Piemonte; come lo saranno state quelle di pane a Pistoia.

A Firenze, ben Ŕvero, un equivoco di tre provveditori d'ufficio o di supplimento, Sanfront, Cigala ed io, pose il Re Galantuomo in un frangente un tantino... imbarazzante. Ma ho pensato da bel principio di rispettare i segreti dell'alcova.

Alcuni giorni dopo fui mandato ad Ancona per procurar di arrolarc altri carabinieri nell'esercito del Papa (ve ne avevamo giÓun certo numero) il che mi riuscýdi fare.

(Si vede che che l'anonimo aveva grande smania peri carabinieri).

Le istruzioni di cui erano muniti i nostri agenti vertevauo su tre punti principali: nei quartieri, procurare con l'oro il pi¨gran numero possibile di trafugamenti;ed avevano all'uopo le casse aperte presso i consoli piemontesi; a Roma il conte Tecchio, e ad Ancona Renzi; in campo ed alla pugna gridare: Si salvi chi pu˛! e nella zuffa, spacciare gli uffiziali;Si sa come a Castelfidardo eseguissero fedelmente le loro istruzioni.

Da Ancona mi recai a Firenze per radunare in comitato i Romani esiliati in seguito al fatto del 19 marzo. Questo comitato fu stabilito all'albergo di New York. I fuorusciti erano mantenuti a spese del Governo di Toscana. Quest'organamento di cui il Governo piemontese si riprometteva un molto ragguardevole vantaggio źcommettevasi ad un progetto d'invasione delle Marche e dell'Umbria, del quale sin d'allora si preparava l'eseguimento╗. Or ora ripiglier˛quest'interessante soggetto. Per chiarire le mie spiegazioni e d'uopo che io dica prima alcune parole sulla spedizione di Garibaldi in Sicilia.

lo sono in grado di dare sul proposito alcuni schiarimenti, i quali capaciteranno gli animi sul modo con cui il Governo francese fu corbellato dal gabinetto di Torino.

IX.

Si sa quanto clamore sollev˛la partenza di Garibaldi. Si sa che il gabinetto delle Tuilerie diresse al Piemonte una inchiesta per ispiegazioni, che il ministro Cavour si schermi energicamente dall'accusa d'avere favorito la spedizione di Sicilia. Egli sostenne che era stata organata ad insaputa di lui e che Garibaldi s'era impadronito colla violenza dei due navigli, sui quali si era imbarcato. Finalmente, in appoggio delle sue affermazioni, pubblic˛la celebre lettera di Garibaldi la quale terminava con queste parole... Sire, non vi disubbidir˛ pi¨, La Francia condiscese a tenere per buone cotali spiegazioni. Ebbe dessa la parte del morlotto't... Nel so. Ma alle corte... vuolsi il vero?

I due piroscati non furono surrepiti per forza, ma bensý comperati da Garibaldi. Ecco in quali condizioni. Medici aveva negoziato l'affare col proprietario Rubattino. Si era stretto l'accordo sul prezzo, senonchÚil Rubattino, cui non s'era fatto mistero della destinazione dei navigli, non consentiva a consegnarli, senza pagamento, sulla sola firma di Garibaldi.

In questo frangente Bertani negando che si ponesse mano nella cassa dei comitati, si ebbe ricorso a Parini, allora ministro degli interni, questi fece osservare che come ministro, non poteva per nulla firmare; in quanto a firmare in nome proprio egli considerava la faccenda come assai rischiosa. Si pens˛allora ad interporre il Re stesso, per rassicurare, o pi¨esattamente, per assicurare pure Farini.

Ferme cosi le cose, l'atto di vendita fu rogato dal regio notaio (1), e firmato dal generale Medici per Garibaldi, Sanfront pel Re, Riccardi per Farini.

Appena in possesso di quei navigli Garibaldi s'imbarc˛ coi suoi. Difettava ancora di munizioni da guerra; si fece vela per Talamone, dove il governatore della rocca lo accomod˛di polvere, di cartucce e d'armi, dietro ordine scritto dal ministro della guerra Fanti.

Finalmente quando giunse la nota di Thouvenel, si mand˛con gran fretta Riccardi, segretario intimo e genero di Farini, presso Garibaldi per pregarlo di dichiararsi indipendente. Egli Ŕappunto ci˛che si affrett˛di eseguire con sua lettera di cui abbiamo fatto or ora parola, oche fu per pi¨giorni il tema dei commenti suggeriti dai diarii piemontesi. Non far˛osservazione di sorta; mi limite al narrare.

Vi limitate a narrare... peccato che la vostra narrazione poggia tutta sul falso.

Qualche tempo dopo il governo francese fu vittima di altra mistificazione dello stesso conio. Mistificazione mi pare la parola adatta...

Garibaldi, allora signore della Sicilia, aveva diretto alla volta di Livorno un certo numero d'uomini senza fŔnÚlegge, che la rivoluzione siciliana aveva fatto sbucare e che non poteva assoggettare a disciplina di sorta. Il governo piemontese fiss˛loro Pontedera in Toscana per accampamento, e mand˛sotto gli ordini di Nicotera, capo di quella gente, alcuni ufficiali per istruirla.

(1) Badini o Badigni, via di Po, in Torino.

Questo signor Badini o Badigni, via di Po, in Torino. non esiste che nella vostra fantasia. Nessun notaio di tal nome tiene o tenne ufficio aperto in Torino. Del resto questo nostro Badini non facendo parte del collegio dei notai, non poteva per conseguenza rogare l'atto di vendita che voi dite firmato da tanti illustri personaggi...

Quell'accampamento parve, non senza qualche ragione, minaccioso per la tranquillitÓdel Papa. La Francia ne richiese lo scioglimento. Che cosa si fece?... Alcuni giorni dopo capitava a Livorno. per la ferrovia, con Nicotera a capo, un reggimento coll'assisa garibaldina, scortato dalla guardia nazionale, s'imbarc˛immantinente per Palermo. Le Tuilerie erano soddisfatte e... neppure un uomo aveva lasciato l'accampamento di Pontedera... Egli era davvero un reggimento dell'esercito stanziate, che si era spedito in Sicilia e sotto colore garibaldino.

Un reggimento di linea, mandato da Toscana in Sicilia sotto colore garibaldino. Come se ci˛si potesse fare senza che anima viva ne sapesse un acca!! Con tanti giornali che facevano opposizione al governo? Credete forse che i nostri prodi ufficiali dell'esercito stanziale si lasciassero condurre come pecore da un capo a loro ignoto??

Nicotera, colla nomina a colonnello, doveva ricevere dal barone Ricasoli, governatore della Toscana, L. 40,000 come paga del silenzio che gli si imponeva. Nicotera non ne ricevette al postutto che 30,000; cosýnon concambi˛che tre quarti di silenzio. Il pubblico conserva buona memoria delle scene scandalose ch'egli suscit˛in pieno parlamento.

X.

Mentre che, sotto la giubba rossa, un reggimento piemontese porgeva possente aiuto alla spedizione, l'accampamento di Pontedera proseguiva il suo organamento; la scaltra commedia di Livorno dava cosýal Piemonte doppio profitto.

Bene: ma sul gusto della presente!!

Subito che tutto in pronto e che a Torino il momento parve favorevole, la gente di Pontedera penetr˛nel territorio pontificio, con a capo gli esigliati romani, i quali in Firenze aspettavano il segnale. Questo piccolo esercito fu diviso e progredi in tre colonne.

La prima sotto gli ordini di Santangeli e di Silvestrelli si diresse alla volta di Perugia; la seconda sotto quelli di Mastricola e Richetti prese. la via di Urbino; la terza capitanata da Silvani e Tittoni accennava a Pesaro.

A norma del progetto preventivamente formato, i Piemontesi dovevano aspettare, prima di invadere gli stati della Chiesa, che le squadre spinte innanzi, dopo sconvolti i paesi, li chiamassero per ristabilire l'ordine. Questa gherminella avrebbe giustificata la invasione delle Marche e del. l'Umbria. Ma la situazione di Garibaldi, facendosi pericolosa, la necessitÓdi una pronta diversione fece si che si lasciasse da un canto i riguardi che fino allora eransi serbati non per altro che per accontentare l'Imperatore bramoso di non urtare troppo violentemente l'opinione pubblica. L'esercito piemontese pass˛senza pi¨oltre il confine.

Il gabinetto di Torino d'altronde non si ora (fa d'uopo il dirlo!) accinto a si serio partito, senza essersi accertato che la Francia proseguirebbe ad assisterlo col principio del non intervento. La missione testÚcompiuta a Ciamberý da Farini e da Cialdini aveva avuto per lo scopo questa delicata pratica; costoro erano riusciti, spaurando l'Imperatore colle mene de'Mazziniani a Napoli (questo non era pericolo assolutamente chimerico), a carpire da lui una risposta conforme all'intento del Piemonte. Napoleone in vero non aveva dissimulato agli inviati Piemontesi che, per proprio discarico d'ogni mallevadoria dell'imminente fatto, egli potrebbe trovarsi forzatamente nel caso di far rottura diplomaticamente con Vittorio Emanuele, ma questa eventualitÓ, in quel modo addolcita, non dava guari pensiero al governo di Torino, dove non si mirava tanto ai mezzi quanto ai risultati (1).

(1) Cosi rinfrancato dal lato dell'Alpi, il Piemonte dissimulava si poco i suoi progetti che, il giorno stesso in cui l'esercito entrava nelle Marche, la Gazzetta del governo di Torino pubblicava i decreti che nominavano: Marchese Popoli e Valerio, commissari regi nelle Marche e nell'Umbria; Santangelo generale della Guardia Nazionale; Silvestrelli, intendente a Rieti; Mastricula, sottocommissario in Ancona; Silvani, sottocommissario in Orvieto; Richetti, commissario in Perugia; Tittoni, commissario in Pesaro.

Si sa che questi sei ultimi sono gli esigiiati Romani, espulsi dagli Stati Pontificii dopo il fatto del 19 marzo.

Io non ho da narrare la storia di quella breve spedizione delle Marche, l'esito della quale non poteva essere dubbioso stante la superioritÓdelle nostre forze, ed i fermenti di discomponimento che avevamo infusi nell'Esercito pontificio. Mi limito a palesare alla luce del sole un fatto noto ad alcuni pochi, subodorato da alcuni altri, compiutamente ignoto ai pi¨.

Si il generale di Pimodan il morto assassinato!!!

Nell'istante in cui, a capo di pochi uomini da lui rannodati, si sceglieva per investire una colonna Piemontese, un soldato posto dietro di lui, gli tir˛a bruciapelo una schioppettata che lo colpi nella schiena -Pimodan cadde morto -Celeste soldato era quel Brambilla che, alcuni mesi addietro, io aveva fatto arrolare in Roma.

Giunto che fu all'accampamento Piemontese, ebbesi il grado di Maresciallo d'Alloggio dei Carabinieri. Egli Ŕora di guarnigione in Milano. Se ben si ricorda quanto abbiamo detto sovra, si vedrÓche al postutto non ha fatto altro che uniformarsi alle istruzioni de'suoi capi

(Si legga l'introduzione).

XI.

Alcune settimane prima dell'invasione dei Piemontesi nelle Marche, io era stato inviato a Napoli. il Governo di Torino cominciava a risentire certa sorda diffidenza in riguardo a Garibaldi. Si sapeva che i Mazziniani si davano un gran da fare a Napoli, dove stavano riuniti i principali loro capi: Mazzini, Salti, Mordini e Mario. Si temeva che Garibaldi, uomo di fatti, d'animo cavalleresco, follemente invagbito della popolaritÓdei trivii, e, per soprassello, senza acume politico e meno che mediocre amministratore, si lasciasse abbindolare dalle mene dei Repubblicani, e che infine questo Napolitano rivolgimento, i cui rapidi risultati bisogna pur dirlo erano dovuti meno alle armi dell'avventuroso Generale, che all'oro del Piemonte, voltasse casacca con grande scarno di Torino. in breve il Ministero vedeva giÓla fantasma dell'Italia meridionale costituita in repubblica, sotto la presidenza di Garibaldi. Questo spauracchio fu, certo non meno che la impacciata situazione dell'Esercito meridionale davanti Capua, le cagioni determinanti della subitanea invasione delle Marche.

La mia missione adunque stÓnell'accertarmi del vero stato delle cose e di ribattere le influenze che potrebbero distorre Garibaldi dagli interessi Piemontesi.

Io trovai Napoli nel pi¨incredibile disordine, l'accampamento di Caserta in uno scompiglio vie pi¨incredibile. L'esercito riboccava di femmine. Miledi Withe e l'ammiraglia Emilia ne erano le eroine; le notti si consumavano in istravizi!... Garibaldi, personificazione dell'attivitÓ, sia per l'ebbrezza della riuscita, sia per mero effetto del clima non era pi¨quel desse. Quando non saziava la sua smania di popolaritÓ, facendosi acclamare per le vie di Napoli, consumava il buon tempo tra Miledi ed Alessandro Dumas, che l'accompagnavano dovunque. Nulla vedeva, nulla operava, e lasciava le cose andare per la china MercŔquesta accidia, Napoli era campo bellamente usufruttato dai Conforti, dai Scialoia, dai Cordova, dagli Imbriani, dai Tofano ecc. Non mi addentrer˛qui nelle particolaritÓ; queste avranno il loro luogo nell'opuscolo speciale che sto preparando sulle vicende di Napoli.

SarÓcurioso ed interessante questo opuscolo??

Ma io voglio estrarre dalle mie schedule un fatto solo che verrÓper saggio di quelli che laccio per ora, e il quale fa fede che se Garibaldi, Dittatore di Napoli e della Sicilia si accontentava del modesto soldo quotidiano di L. 10, i suoi non praticavano la medesima disinteressata continenza.

Bertani, segretario di Garibaldi, era prima della spedizione di Sicilia (1860) semplice Medico militare in Genova, scarpinando per visite da L. 1,50. Al di d'oggi (1861) egli Ŕcolonnello di Stato Maggiore, ed il suo avere dietro la pi¨moderata supputazione, non Ŕminore di 14 milioni!!! Non si conosce che la origine di 4 milioni. E per troppo ancora questa origine non Ŕpura!... Questi 4 milioni furono il paraguanto che Bertani si volle pagato dai banchieri Adami e Compagnia di Livorno, per far loro aggiudicare una concessione di ferrovia che chiedevano.

14 milioni!!! Li avete forse numerati voi? Consistevano in oro od in argento?? Possibile che i banchieri Adami e Compagnia, per farsi aggiudicare una concessione di ferrovia, volessero regalare a Bertani 4 milioni.

Sotto l'aspetto politico la situazione del regno di Napoli era tale da dare al Governo piemontese serie inquietudini; i Borbonici sbalorditi in sulle prime dalla repentina ed inesplicabile apparizione di Garibaldi, cominciavano a considerare gli eventi con maggiore calma, ed a numerarsi; si presentivano i primi moti degli Abbruzzi pronti a sollevarsi contro gli intrusi. D'altra parte i Mazziniani si heavano nel progetto di porre stanza in Italia, impiantandovi la repubblica a Napoli, insidiavano ed assediavano l'animo debole di Garibaldi fra la cui comitiva si numeravano molti seguaci. Bastava una parola di Garibaldi, la minima vittoria dell'esercito di Francesco il per mandare a monte ogni speranza de'Piemontesi.

Considerando cotale stato di cose, che io esposi a dilungo al Ministero, questo non aveva da star dubbioso, se non voleva fallire a'suoi disegni, stante che non si poteva sperare che pi¨propizia occorrenza di compiere quasi la unitÓdell'Italia mai si offrisse. Crudele scarno sarebbe stato pel Piemonte il vedersi sfuggire dalla mano, nel buon punto, una conquista presso che compiuta (cioŔse lo credevano allora) e che egli sapeva in coscienza d'aver pagata col suo ore. Per ci˛appunto non esit˛il gabinetto di Torino.

XII.

Stavami ancora a Napoli, quando Parini vi giunse col titolo di luogotenente del Re. Io fui addetto alla sua amministrazione come capo della sua polizia politica. Il giÓgovernatore dell'Emilia veniva a Napoli pieno di fidanza nella sua capacitÓe nel suo avvenire; a capo di pochi mesi se n'andava disingannato e smagliato. il governo di Torino cominci˛ad aprire gli occhi sulla situazione di Napoli, solo allorquando ebbe visto Farini ritornarsene da vinto; e giocoforza fu per comprenderne tutta la gravitÓ, che gli toccasse di fiaccarsi per pi¨fiale contro tante difficoltÓ.

Dopo Farini, il principe di Carignano e Nigra ed infine Ponza di S. Martino, Cialdini, che testÚcedette il posto a Lamarmora, pare essere stato pi¨avventurato che i suoi predecessori; ma non bisogna dimenticare che non riuscýdi signoreggiare per poco la reazione, che appoggiandola sui Mazziniani, apprestando cosýaltri pericoli per l'avvenire.

Non voglio scriver qui la storia delle vicende di Napoli; la loro importanza ed il volume di note affermative che ritengo sulle luogotenenze di Farini, di Nigra e di San Martino mi obbligano a farne l'oggetto di una pubblicazione a parte.

Un certo numero di documenti governativi, e pi¨lettere scritte dai principali personaggi, i quali in questi ultimi tempi ebbero precipua parte nell'Italia meridionale, lettere e documenti che per una felice accidenza rimasero nelle mie mani saranno annessi a questo nuovo opuscolo (1). Scavi del resto, e mi si capisce, certe cose elle non si possono dire che colle prove in mano.

Certamente se voi aveste scritto questo vostro primo Opuscolo colle prove in mano, avreste destato maggior interesse nell'opinione pubblica: ma fino a tanto che colle prove omettete anche il vostro rispettabile nome, nessuno potrÓsapervene grado, e molto meno innalzare un monumento per ricordare alla posteritÓ i grandi servigi da voi resi alla causa italiana nei 30 mesi con una vita straordinariamente attiva e agitata!!!

lo ho abbandonato Napoli con Ponza di S. Martino; giunto a Torino la mia rinunzia mi ha ridonato la libertÓ.

GiÓda lungo tempo io aveva risoluto di ritornare alla vita privata, per ritrovarvi un riposo di cui aveva gran bisogno dopo la vita straordinariamente attiva e agitata che le mie occupazioni avevano logorata da ormai 30 mesi.

La morte del conte di Cavour, mio protettore, aveva dato l'ultima spinta per staccarmi dalla politica. Egli era il solo uomo per cui io aveva serbato ancora talune illusioni, e che io credessi capace di sermontare le difficoltÓin cui il gabinetto di Torino trovavasi impegnato. Gli altri uomini che assumevano il potere non m'inspiravano che una fede mediocre nell'avvenire; io gli aveva forse conosciuti troppo da vicino. Del resto, bisogna pur dirlo, la esperienza di cui aveva fatto tesoro aveva modificate le mie idee in modo particolare.

(1) Non ne sarÓla parte meno interessante, ne sovra tutto la meno istruttivo; l'opinione pubblica mi saprÓforse qualche grado di averlo serbato alti insegnamenti di questi preziosi autografi.

Noi no siam certi!

Avendo toccato le cose con mano, e conoscendo meglio i bisogni e le aspirazioni dell'Italia, io cominciava a grandemente dubitare del compimento dell'edificio, le cui basi disposte a PlombiŔres erano state sýsmisuratamente distese. lo vedeva il Piemonte accolto con ripugnanza e come transizione dalla Lombardia, soprapponeudosi per sorpresa e per maneggi a Parma, a Modena e nell'Italia centrale e mantenendosi a mala pena, tinte di sangue, nel regno di Napoli che pochi uomini gli avevano poco prima venduto.

Insomma, io non aveva scorto in nessun luogo quell'entusiasmo per l'unitÓd'Italia che, allucinato delle idee piemontesi, m'era aspettato di vedere sorgere da ogni parte; io aveva per contro ritrovato ovunque in tutta la sua vivacitÓl'istinto della indipendenza locale. Ovunque infine il Piemonte era considerato come estraneo e come conquistatore. In cospetto di cotali sentimenti mi fu pur giuocoforza il riconoscere che il vero vessillo del sommovimento italiano non aveva cessato d'essere quello d'indipendenza, nÚgiammai era stato quello dell'unitÓ, il di cui concetto non era ancora maturo, tornava chiaro e lampante agli occhi miei che la casa di Savoia, volendone snaturare il senso per saziare la sua ambizione s'era accinta ad una impresa al di sopra delle sue forze, e che l'annodamento di provincie che procurava di tenersi stretto sfuggircbbc in poco d'ora dalle sue troppo deboli mani. L'unitÓd'una nazione non si crea punto; bisogna aspettare che nasca a suo tempo. Allora solo pu˛essere robusta e vitale.

E piaccia a Dio che, nell'inevilabile sfracellamento che minaccia l'opera arclxitettata in Torino, i risultati del programma si dileggiato di Villafranca non sieno pur essi posti a repentaglio, e che non ci troviamo respinti pi¨indietro ancora!

Gli impacci del Piemonte che risorgono senza posa nel regno di Napoli, il malcontento ogni di pi¨manifesto delle provincie annesse non sono da tanto, me se lo concederÓ, che mi facciano ricredere da questo doloroso convincimento, frutto d'una esperienza che non ha potuto illudersi nÚsugli uomini nÚsulle cose.

J. A.

CONCLUSIONE

Mentre aspettiamo con ansietÓla nuova pubblicazione, che voi, signor I. A., promettete sugli affari dell'Italia Meridionale ed i curiosi documenti governativi, lettres et documents qu'un hasard heureux: (come voi dite) 0 fait rester nelle vostre mani, non che la storia degli affari di Napoli e delle luogotenenze di Farini, di Nigra e di San Martino, ci permettiamo di ricordarvi a non dimenticarne le prove.

Ci piace sperare che a quest'ora sarete giÓristabilito dalle fatiche sostenute con una vita attiva ed agitata nei 30 mesi di vostra carriera politica!! E nel silenzio della cella, riandando cose e fatti, potrete agevolmente, nella seconda pubblicazione, introdurre, come appendice, le prove che mancano affatto a questa prima.

SarÓpoi opera nostra aggiugnervi i debiti commenti.

Intanto ci facciamo dovere di chiedere scusa ai lettori se nei nostri appunti siamo stati molto parchi. e ci˛per due ragioni: 1░perchÚci eravamo proposti di esser brevi; 2░perchÚle cose troppo esagerate non abbisognano di confutazione.

Concludiamo. Se i personaggi, che regolano ora le cose d'Italia, non possono inspirare in voi che una fede mediocre per l'avvenire, agli Italiani poco monta. Essi hanno una fede viva nel loro Re Galantuomo Vittorio Emanuele II, e negli uomini da lui assunti al potere.

Essi amano e stimano il patriottismo di quelle persone, che voi, signor Anonimo, vi compiaceste di denigrare.


















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