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Si ringrazia la Biblioteca Alessandrina che ci ha autorizzato alla pubblicazione di una serie di articoli sul Mezzogiorno, tratti dai giornali TERRA NOSTRA e L’AZIONE CALABRESE del 1914, la cui lettura consigliamo agli amici naviganti.

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Zenone di Elea - Luglio 2015

Fonte: L'AZZIONE CALABRESE, n. 6, 1914

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Il Mezzogiorno e lo Stato

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Quando, qualche anno fa un’autorevolissima commissione parlamentare percorse le regioni meridionali, una delle notizie più stupefacenti da essa comunicata al resto d’Italia — e un poco anche a noi visionari del sud — fu quella della povertà intrinseca della nostra terra; della sua scarsa fertilità e della conseguente modesta produttività. Fu il momento in cui, di fronte a quella constatazione, rimase male tanto la popolazione del nord, quanto quella del sud d’Italia. Quelli del nord, avendo perduta una buona occasione per ripetere ai fratelli meridionali certe note piacevolezze affettuose adatte a far arrossire di vergogna coloro che, con tanta indegnità infingarda, albergano in un paradiso terrestre; e quelli del sud, per non sentirsi più autorizzati a rinfacciare al resto del paese la situazione di una popolazione in miseria sfruttata ed abbandonata per ingratitudine tra la ricchezza sepolta od addormentata nell’eden della sua terra.

Ora io dico che non meno pessimisticamente avrebbe certamente concluso quell’autorevole commissione, se dall’esame delle condizioni dell’ambiente esterno delle regioni meridionali, fosse passata allo esame morale dei singoli elementi di quella popolazione. Né una constatazione di tal natura avrebbe potuto offendere le popolazioni meridionali. Non c’è da aver vergogna pel proprio paese sé una regione di esso, ritenuta illusoriamente feconda, si rivela, con serietà geografica, appena modestamente produttiva; né c’è da arrossire pel fatto che si constati che condizioni storiche antichissime di carattere economico e sociale abbiano prodotto nelle popolazioni meridionali il più profondo disgregamento a base di individualismo egoistico. Malgrado i pregiudizii in contrario che corrono per la bocca ed anche per la mente di tutti gli studiosi od i curiosi del fenomeno meridionale, nell’Italia del sud in genere non esiste né spirito, né passione regionalistica che sole possono formare l’anima e la forza per l’avvenire di un paese. Vi sono in Italia i «meridionali», ma affatto il «meridionale». Un calabrese, un pugliese che è entrato nel circolo della vita attiva di Milano o di Torino o di Roma, ricorderà sì, per vezzo, le particolarità della sua terra di origine; ma come un figlio di famiglia che, emancipatosi dalla sua nobile casa, invece di rivivere e fecondarsi lo spirito con le tradizioni d’onore della sua schiatta, ricordi nel modo di soffiarsi il naso o di sedere a tavola le abitudini di suo nonno o del suo bisavo. E questo che io dico per i meridionali che vivono fuori della loro erra, si può ripetere per quelli che ivi restano e muoiono. Nessuna tradizione che d’altronde non può organizzarsi laddove manchi una ideale passione centrale, permette mai una qualche concordanza negli sforzi disordinati degli individui. La vita politica e quella amministrativa della regione ne formano la prova.

Queste due manifestazioni della attività di un popolo, che altrove rappresentano il normale completarsi di una superiore finalità sociale, nell’Italia Meridionale sono invece organizzate perfettamente l’una in opposizione all’altra. La funzione dell’amministrativa delle popolazioni meridionali rappresenta la protesta in atto e senza riposo contro la funzione politica a cui quelle stesse popolazioni sono chiamate per partecipare alla vita generale dello Stato.

Fermatevi a considerare questo fenomeno a prima vista paradossale; le amministrazioni comunali dell'Italia del sud sono quasi tutte contro il Governo; i deputati dell'Italia del sud sono quasi tutti per il governo. Ho riletto di recente un discorso di Silvio Spaventa sulla politica della Destra e ricordo le meraviglie di quell’onesto uomo, il quale, parlando al pubblico in una città dell’Italia settentrionale denunziava questo fatto a suo parere straordinario, che i rappresentanti politici dell'Italia del sud — agricola, latifondista, analfabeta — formassero nel Parlamento l’appoggio sicuro al governo — ultra-avanzato per quei tempi — della Sinistra. Silvio Spaventa rilevava quella contraddizione come una delle più strane particolarità dell’assurda vita politica del Mezzogiorno. E si ingannava. La ragione di quell’apparente contraddizione si trovava, come si trova anche oggi, nelle necessità fondamentali della vita sociale di quelle regioni.

La verità è questa: le regioni meridionali nel momento storico attuale non possono — rispetto allo Stato — che continuare ad agire con un’azione centrifuga. Tutte le manifestazioni di quelle regioni sono determinate da cotesta necessità. Attività privata e pubblica, amministrativa e politica, nel Mezzogiorno debbono agire contro lo Stato; lo Stato è nel meridionale ancora il nemico; quello che prende le tasse, quello che punisce, imprigiona, limita comunque l’anarchica libertà individuale. Contro lo Stato dunque bisogna lottare; lo Stato si può ingannare e si deve sfruttare. E ciò perché lo Stato in Italia non ha ancora fatto la conquista della nazione: Luigi XIV, in nome dello Stato, ha compiuto da secoli la conquista della Francia allo Stato; e l’ha fatta col ferro e col fuoco; ed era iniziata da secoli e l’hanno continuata per secoli i suoi successori. In Italia che cosa di simile vi è mai stato? Non parliamo dell’Italia settentrionale che potrebbe formare argomento di un altro discorso; fermiamoci adesso all’Italia meridionale. La vita delle regioni meridionali si esprime ogni giorno, per ragioni storiche ineluttabili, contro lo Stato. L’Italia meridionale, nella sua disgregazione individualistica, non vive che di questo atteggiamento. Partecipazione concordante con la vita dello Stato vuol dire disciplina morale nello spirito e negli atti. Ora un'azione disciplinata non è mai, né per un individuo né per un popolo, un fatto spontaneo. Si arriva alla vita disciplinata per una costrizione; e si crea l’abitudine della disciplina con l’esperimento continuato della forza materiale, o con. l’esercizio della volontà diretta secondo principii ideali. L’un mezzo e l’altro son mancati affatto nell’Italia meridionale. La base del disagio di quelle regioni; l’origine di tutti gli errori di valutazione e di tutti i malintesi nel problema meridionale, consistono nell’ignoranza di questa tragedia sociale, che dissimulata in mille forme, si svolge cotidianamente almeno dal '60 fino ad oggi.

Che cos’è, per scegliere un esempio che non spiegato potrebbe anzi trarre in inganno, che cos’è il ministerialismo inguaribile aperto o coperto di tutti i deputati meridionali, a tutti i governi; se non anch'esso una lotta contro lo Stato?

Dicevo più sopra che uno dei fenomeni caratteristicamente paradossali della vita pubblica meridionale è il contrasto dell'attività amministrativa con l’attività politica di quelle regioni; affermando che le rappresentanze amministrative meridionali sono, per così dire disposte naturalmente sempre contro il Governo, mentre quelle politiche lo sono sempre a favore. E questa è la verità: ma il contrasto è solamente apparente, perché questi due atteggiamenti di uno stesso popolo non rappresentano che due termini concordanti di un azione la quale si propone un fine unico: la lotta contro lo Stato.

Il deputato meridionale giunge nella Capitale con un salvacondotto come quello che portavano i feziali quando entravano nel territorio nemico; viene cioè per trattare, per implorare; ma giammai — e sarebbe assurdo — per collaborare con l’avversario. Gli elettori meridionali non s’ingannano in questo gioco. Restando essi, senza mutamento, all’opposizione di ogni potere costituito, vogliono che il loro rappresentante. presso il Governo sia eternamente l’amico dei governanti. Perché il deputato meridionale di fronte al governo, qualunque esso sia, deve assumere le funzioni di un ambasciatore; e si sa che condizione imprescindibile di ogni ambasceria è ch’essa sia gradita là dove è avviata.

Così l’origine ed il fondamento stesso della rappresentanza politica delle regioni meridionali, esclude per esse qualunque partecipazione alla vita generale dello Stato. Il deputato agisce in conseguenza: mandato dai suoi elettori a Roma, non già per collaborare alla superiore vita del Paese, ma per ottenere precisamente quel dato favore, che rappresenta ciò che si può carpire allo Stato nemico; o per opporsi più sinceramente a quella data azione affidata dallo Stato ad un prefetto, ad un agente delle tasse, o ad un carabiniere, egli giudica subito che davanti all’egoismo dei suoi rappresentanti è logico e naturale fare passare il suo proprio tornaconto. Ed allora in dispregio degli interessi delle sue regioni ed ai danni dello Stato, egli si preoccupa solamente di organizzare con la sua sottomissione al Governo, una particolare macchina elettorale a proprio vantaggio, costituendo suoi complici gli organi del potere esecutivo — prefetti, polizia ecc. — quegli stessi che sono i rappresentanti ufficiali della forza nemica contro cui si oppongono i suoi elettori. Il circolo delle complicazioni della vita pubblica meridionale, per quello che viene cotidianamente alla superficie, ha qui origine. Ed appare abbastanza chiaro da questa particolare faccia della situazione oscura dell’Italia del sud, che il problema meridionale non troverà certo su di essa i segni della sua soluzione.

Se non che di recente appunto nel Congresso radicale, con quella profonda serietà e quella papale sicurezza caratteristica di ogni espressione di quel partito, è stato annunziato che l’Italia del sud è matura per una fondamentale rinnovazione, anzi si e già messa su questa via: e staremo a vedere. . .

FRANCESCO BIANCO.


Fonte: L'AZZIONE CALABRESE, n. 6, 1914

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L'AZZIONE CALABRESE, n. 6, 1914






















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