Eleaml


Qualche anno fa, nel marzo del 2010, a commento di un testo del Cognetti (Pio IX ed il suo secolo dalla rivoluzione francese del 1789 alla proclamazione del Regno d'Italia per Biagio Cognetti), scrivevamo:

“Interessante la definizione che egli da di Liborio Romano come il “Cavour delle due Sicilie”. In effetti persona di straordinaria intelligenza politica il Romano è stato sempre considerato, anche da chi scrive, un essere abbietto, uno dei tanti che vendettero il loro paese per un pugno di lenticchie.

Oggi dopo anni di ricerche e decine di libri letti la nostra opinione è cangiata. Era un personaggio del suo tempo le cui doti gli avrebbero potuto permettere di offrire grandi servigi al suo paese, ma appartiene ad uno stato che viene spazzato via e i cui territori sono devastati da criminalità e sottosviluppo. Se non fosse scoppiata la guerra civile e se il sud  non fosse finito in miseria probabilmente Romano sarebbe passato alla storia come il salvatore della capitale, come l’abile politico che aveva evitato a Napoli un bagno di sangue.

E se Cavour non appartenesse ai vincitori oggi sarebbe considerato un volgare ladro ed un accaparratore.”(1)

Dopo aver letto “Memorie politiche di liborio Romano pubblicate per cura di Giuseppe Romano suo fratello – con note e documenti” possiamo affermare in piena convinzione che liquidare Liborio Romano come l’uomo che traghettò la camorra nello stato ha fatto comodo più ai padani che a noi meridionali.

Le sue documentate memorie, in certi passaggi, sembrano più un libello di stampo neoborbonico che un’opera di un convinto liberale.

In esse ritroviamo tutti i temi “cari” a meridionalisti e identitari:

  • drenaggio di capitali dalle Provincie Napoletane;
  • svendita dei fondi del Regno delle Due Sicilie;
  • assenza di interventi seri a favore delle Provincie Napoletane;
  • soffocamento della nascente industria meridionale;
  • imposizione delle luogotenenze e delle leggi piemontesi.

Con Liborio Romano si instaura l’era delle recriminazioni e richieste risarcitorie da parte delle classi dirigenti meridionali, ma le Provincie Napoletane non metteranno mai in discussione l’unità. Nonostante siano state italianizzate dalle baionette dei bersaglieri più che da solide convinzioni, come afferma Paolo Macry.

Alla stregua di Cavour che si barcamenava abilmente fra Francia ed Inghilterra giocando su più tavoli, anche don Liborio intratteneva rapporti con lo stesso Cavour, con Garibaldi e con i capintesta dei quartieri per tenere tranquilla la capitale al momento dell’ingresso del dittatore. (2)

«Il vero padrone della situazione è ormai don Liborio Romano», (3) scrive Ruggero Moscati, mentre Paolo Macry sottolinea che “l’avvocato salentino finirà per smontare pezzo a pezzo lo stato napoletano “.(4)

Napoli, grazie anche alle sue abili trame, rinnegò i Borbone e si fece italiana, travestendo perfino la bandiera: allo sfondo bianco del vessillo borbonico fu sostituito il tricolore.

A noi, oggi, la lettura delle sue memorie suggerisce una amara considerazione: quella sullo straordinario tempismo del destino tra l’incontro chiarificatore – avvenuto fra Liborio Romano e Camillo Cavour a Torino – e la morte improvvisa dello statista piemontese di li a qualche giorno.

Dal resoconto del Romano pare che si fossero intesi  (5) e che ci potesse essere un seguito molto positivo per le Provincie Napoletane. Invece non ci fu seguito alcuno. La morte colse il Tessitore all’alba di giovedì 6 giugno del 1861 e Romano – uno dei politici più votati tra i liberali meridionali, al punto da impensierire lo stesso Cavour per questo – rischiò addirittura di non vedere convalidata la propria elezione al Parlamento nazionale.

Scrive Giordano Bruno Guerri:

“Nelle elezioni unitarie del 1861, Romano venne eletto deputato vincendo in ben nove collegi, ma in Parlamento fu subito isolato. Invano chiese, anche a Cavour, la giusta considerazione dei problemi meridionali. Nel 1865, disgustato, si ritirò dalla politica, non prima di aver compiuto l’ultimo «tradimento», il passaggio dalla destra alla sinistra liberale.”(6)

Un ritratto impietoso di parte “neoborbonica” o, se preferite, identitaria, venne pubblicato nel luglio 2000 dal periodico Due Sicilie diretto da Antonio Pagano.

Potete leggerlo qui:

http://www.eleaml.org/sud/storia/liborio.html.

Buona lettura.

Zenone di Elea – Maggio 2015

______________

1) Pio IX ed il suo secolo dalla rivoluzione francese del 1789 alla proclamazione del Regno d'Italia (http://www.eleaml.org/...).

2) Memorie politiche di Liborio Romano, Napoli 1873 (cfr. pag. 18-20).

3) La fine del regno di Napoli: documenti borbonici del 1859-60 di Ruggero Moscati, F. Le Monnier, 1960 (cfr. pag. 89).

4) Unità a Mezzogiorno. Come l'Italia ha messo assieme i pezzi, Paolo Macry, Il Mulino – 2012  (cfr. pag. 58).

5) Sulla morte di Cavour si sono fatte tante ipotesi – fra cui un avvelenamento pilotato dai francesi – ma nessuno ha mai riferito di un nesso con questo incontro fra i due importanti uomini politici. A nostro avviso l’ala più intransigente e militarista della classe dirigente sabauda non vedeva di buon occhio una soluzione più politica alla grave situazione che si stava determinando nelle Provincie Napolitane. Scrive Romano a pag. 129 delle “Memorie”: “Nè dubitò che ai mali da me accennati avrebbe dato riparo, se indi a pochi giorni da morte immatura non fosse stato rapito alla patria.“.

6) LA MORTE DI CAVOUR /3 I dubbi e i sospetti delle prime ore (http://www.fasaleaks.it/...).

Dai Borbone a Garibaldi via Cavour Ma non chiamatelo trasformismo di Giordano Bruno Guerri – Il Giornale, 20/11/2009 (http://www.ilgiornale.it/...).

MEMORIE POLITICHE DI LIBORIO ROMANO

PUBBLICATE PER CURA

DI GIUSEPPE ROMANO SUO FRATELLO

CON NOTE E DOCUMENTI

NAPOLI

PRESSO GIUSEPPE MARGHIERI EDITORE

1873


(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)


DILETTISSIMA MADRE MIA

CHE CON ANIMO GAGLIARDO

VIDE PER LUNGHI ANNI

PERSEGUITATI DALLA TIRANNIDE

I FIGLI I CONGIUNTI

QUESTO DOCUMENTO

DI NUOVI DOLORI

INTRODUZIONE

«Se al tempo della mia morte non si troveranno pubblicate le mie memorie politiche, prego mio fratello Peppino volerlo fare quando più lo crederà opportuno.»

Patù, 17 aprile 1867.

L. ROMANO.

I. È questo il mandato ohe io debbo compiere; e lo adempierò religiosamente, non ostante l’intenso dolore di riandar fatti ed avvenimenti che mi divisero dai più intimi amici politici, e pur troppo amareggiarono, ed abbreviarono, gli ultimi anni di vita del mio compianto fratello.

Molti suoi amici e miei, rimasti fedeli e carissimi fra tanto mutar di uomini e di cose, mi han fatto continue istanze per tale pubblicazione: e non sono mancati di coloro che già mi appongono a colpa lo indugio, non sapendo quanta violenza ho per esso fatta ai più vivi sentimenti dell’animo mio. Pur chi vorrà ricordare che il coperchio di una tomba non basta a seppellir le ire politiche; e che fra tanti pubblici disastri, non sarebbe stata carità di patria distrarre da essi la pubblica attenzione, per rinfocolare odii recenti e private querele, mi consentirà forse che non a torto ne ho differito sinora la pubblicazione.

Ma oramai è tempo che l’Italia conosca taluni fatti, i quali potranno forse servire alla sua storia; e rifermi sopra più solide basi quel benevolo giudizio che ella, non ostante le altrui malignazioni, ha già portato sulla politica di un uomo che, se l’amor fraterno non m’inganna, mi pare aver onestamente compiuto il debito cittadino di portare il suo granello di sabbia al grande edificio del risorgimento nazionale.

Ed affinché meglio si comprenda come i Borboni di Napoli con un esercito di centomila uomini, col migliore naviglio, le migliori finanze e le migliori leggi di tutti gli altri stati d’Italia, fossero da Garibaldi e dai suoi mille, per la massima parte ignari delle discipline delle armi, in pochi giorni battuti, fugati, e costretti a rinchiudersi dietro gli spaldi di Gaeta, gioverà brevemente accennare di taluni precedenti storici che ne daranno la spiegazione.

Ben sappiamo che cotesto rapido cenno è superfluo per coloro che conoscono appieno le sventure di queste meridionali provincie; e però potranno essi non leggerlo. Ma non riuscirà tale per non pochi di coloro nelle cui mani potrà cader questo libro.

E molto meno sarà inutile per quei stranieri che, nemici della nostra unità, dispregiatori, o per lo meno incuriosi delle cose nostre, vogliono non pertanto giudicarne, e lo fanno con tale una leggerezza, e tale una compiuta ignoranza de’ fatti, da meritar compassione.

Noi ben comprendiamo le mene degli avversi partiti, degli oltramontani e de’ clericali; ma non possiamo intendere come possano spingere la loro mala fede sino ad affermare che la grande epopea della rivoluzione italiana, fosse effetto di piccioli intrighi di una setta, della codardia, e peggio del tradimento di lutti coloro, che aveano il debito di difendere le cadute dinastie e noi fecero. Ricordino bene i fatti, e si tacciono pel non peggio.

II. Siaci dunque permesso ricordare come al regno glorioso di Carlo Lii, ed alle liete speranze concepite nell’inizio di quello di Ferdinando IV, seguirono ben tosto amari disinganni, mutamenti e casi tristissimi.

La rivoluzione di Francia del 1789 poneva tra popoli e principi un abisso, che dovea separarli per sempre. Lo statuto francese del 1791 e la dichiarazione de’ diritti dell’uomo aveano qui più che alIrove commosso gli animi della gente colta: chéqui, più che in tutto il resto d’Italia, e forse di Europa, parvero il naturale portato dell’indole e dell’ingegno nostro, della tradizione greco-romana e della propria; della reazione alla tirannide viceregnale; di certe forme, e certi nomi delle nostre istituzioni municipali, e vieppiù della essenza loro; delle leggi e dell’odio contro la corte di Roma. Vedevasi in quell’immenso rivolgimento l’attuazione de’ voti del Giannone e del Filangieri, la redenzione da ogni servitù; ed attendevasi coll’ajuto dello straniero una novella èra di libertà e di prospero avvenire. Fatale illusione, immenso errore, che, arrestando il nostro lento, ma naturale e bene avviato progresso, ci furono cagione d’immensi danni, d’ineffabili dolori, d’immani carneficine: e furono ancor peggio, come ben notava il Colletta, le prime faville di un incendio civile, non mai più spento.

La regina Maria Carolina, atterrita dalla rivoluzione francese, furente di vendetta per la ignominiosa morte della sorella e del cognato, irritava gli sdegni e le paure del re; la malvagia ambizione dell’Acton, ministro favorito e straniero, cui nulla caleva delle sorti del regno; inglese e nemico di Francia, rinfocolava i loro odii egli spingeva ad ogni specie di eccessi. Della precedente politica iniziata da Carlo III, e sino allora seguita da Ferdinando, si ebbe ira e dispetto, come opera di rivoluzionario progresso; gli uomini che l’aveano consigliata, e con essi tutti coloro che primeggiavano per onesta fama e dottrina, furono sospettati di giacobinismo e di cospirazioni; odiati, insidiati, imprigionali, seviziali, dannati a morti infami, con più infami giudizii, o senza giudizio alcuno.

La finanza stremata dalle prodigalità della reggia e dalle spese d’una guerra fedifraga mal consigliata e peggio condotta contro la Francia; le utili opere pubbliche non più curate; il popolo ridotto all’estrema miseria, fanatizzato coll’ipocrisia religiosa, demoralizzato, peggioravano ancora la trista condizione di quei giorni.

La vendetta, la paura ed i tristi suggerimenti dell’Acton consigliavano allora una nuova politica; opposta a quella serbata da Carlo III; disastrosa all’interno ed all’esterno; ma non più mutata di poi. Fu tutta una storia di slealtà, di codardie, di cieche reazioni, di-odio efferato contro i grandi principii della rivoluzione francese; d’infrante capitolazioni; di spoliazioni del danaro de’ privati depositato ne’ pubblici banchi; di voluti, o almeno tollerati saccheggi; di uccisioni e di rapine. Fu tutta una storia d’infami delazioni, di feroci giunte di stato, di tribunali eccezionali, di giudizii ad modani belli, et ad horas, per cui sotto le mentite apparenze della legalità, s’imprigionavano, si condannavano inappellabilmente a morte, e si decapitavano coloro che erano scritti nelle liste di esterminio.

Fa storia di spergiuri, di promesse e non date, di date e poi tolte costituzioni; di atroci vendette contro coloro che bene. amarono la patria, che la illustrarono con opere d’ingegno, o ebbero fede nelle regie promesse.

Gl’insegnamenti della storia, le tracce profonde della rivoluzione francese, l’alito della nuova vita, i nuovi bisogni de’ popoli, la grande lezione dell’esilio non appresero nulla, nulla fecero dimenticare ai Borboni di Napoli.

Videro le vivaci simpatie lasciate dal governo di Murai pe’ grandi beneficii da esso operati, per la grande, sebbene troppo tarda, idea di riunire l’Italia, e reggerla con la forma costituzionale. Ma credettero poter spegnere le une e l’altra con un delitto, che sollevò contro di essi la coscienza di tutto il mondo civile: quello di assassinare col più nero tradimento Gioacchino Murat.

Non osarono abolire le nuove leggi; ma a mano a mano le resero illusorie, corrompendone l’esecuzione: ritennero l’abolizione della feudalità; ma non pensarono a fecondarne le conseguenze economico-sociali, che n’erano il necessario portato, ed. il più imperioso bisogno del reame. Non pubblica istruzione, non strade di comunicazione, niun ristauro degli stupendi, ma interrati porti delle nostre lunghe coste: stolto abbandono della marineria militare e delle sue gloriose tradizioni; e però rovina della mercantile e del commercio marittimo; niun istituto di credito, per isvolgere le sorgenti dell’industria e della prosperità di questa meridionale Italia, cui la Provvidenza è stata prodiga di tutti i suoi doni, e le tirannidi de’ tristi governi hanno condannata all’abbrutimento ed alla miseria!

E peggiore politica adottarono sulle persone; imperocché, ad onta del trattato di Casa Lanza, nominarono ministro di polizia il reazionario Canosa, che, ritornando alle usate feroci persecuzioni contra il partito liberale, si spinse a tali eccessi, che la Russia e l’Austria, segnatane del trattato anzidetto, protestarono contro quella stupida ferocia, e fecero allontanare il Canosa.

III. Ma, come il moto è al fine della caduta più celere, il regno di Ferdinando II pose il colmo alla misura ed affrettò la catastrofe. S’infinse egli dapprima e promise riparare agli errori del passato; ma ben tosto si mostrò di natura più cupa e più trista de’ suoi maggiori.

Sconoscendo egli i suoi tempi, l’indole e le tradizioni dei popoli a lui soggetti, rinnegando con beffarda ironia la più augusta legge della Provvidenza, il progresso, lo ritenne sinonimo di rivoluzione, odiò ogni prosperità dello stato, ogni più urgente ed utile opera pubblica, ogni bene ordinato traffico, ogni libero scambio, ogni contatto dell agente colta con gli altri popoli, temendo non s’importassero dallo straniero idee dannate, tristi confronti, desiderii di stato migliore. Sola sua legge fu il suo volere dispotico; credè le cabale e le tristizie poliziesche, arti di governo ed il più saldo sostegno del trono, applicò la regola del divide et impera a tutti i funzionarii dello stato, si valse della ipocrisia religiosa, per abusare i pregiudizii della plebe e giovarsi della influenza de’ preti, de’ frati, e della corte di Roma.

Nemico per indole de’ buoni, si circondò, tranne poche eccezioni, de’ più tristi e de'  più retrivi, e dette opera a renderli nemici tra loro, affin di spiarsi, invidiarsi e vilipendersi a vicenda. Sospetti al principe e sospettosi di lui, sempre tremanti al suo cospetto, e sempre incerti del loro avvenire, non osavano dirgli il vero; e non pertanto erano costantemente arricchiti dai suoi ingiusti favori, e dà ufficii mal tolti altrui, o peggio conferiti loro.

Procedé al modo stesso riguardo all’esercito ed all’armata, portandovi a disegno la medesima scissura e corrompendone la disciplina. Odiò le intelligenze delle armi speciali, perché ne temeva; creò ne’ subordinati lo spregio de’ capi; manomise le ordinanze; conferì a suo arbitrio i gradi; rendé l’esercito ostile al paese. Poi lo fanatizzò con l’ipocrisia religiosa; lo umiliò con parate, con processioni, con esercizii spirituali, con la pena delle bacchette e delle legnate, sotto le quali talvolta spiravano coloro che n’eran colpiti. Nè di ciò pago, ne insultò pubblicamente gli uffiziali superiori; ne diffidò, e commise la sua difesa a’ mercenarii svizzeri, dando loro doppia paga, indebite promozioni ed onori, ed il diritto di essere giudicati dai soli loro connazionali. Creò così fra essi ed i cittadini quell’antagonismo, ch’era il perno della sua politica. Fanatizzò del pari, per mezzo del confessionile, i semplici soldati del paese, li allettò con doni e con qualche favore, per farli spie de’ superiori, e perché al bisogno servissero a lui solo, e fossero ciechi strumenti d’interne compressioni e d’immani vendette; in premio delle quali facea pur balenare alle loro menti, già pervertitela idea del consueto saccheggio.

Ma cotesta sua bieca tirannide non ebbe più né modo né misura dopo che, nel 1848, dette, giurò, e spergiurò, per paura, quella costituzione, che poi credè spegnere con le bombe e le stragi del 15 maggio, il carcere, l’esilio, e le inique condanne de’ più animosi patrioti. Più inferociva, e più temeva, e più sentiva vacillarsi sotto ai piedi l'insanguinato suo trono.

Si strinse allora con nodi più indissolubili alla più crudele nemica della libertà e dell’Italia, all’Austria; ne seguì la politica di compressione e di leggi statarie; ma non la imitò nella parte amministrativa. Sprezzò i buoni consigli della Francia e dell’Inghilterra, al segno da obbligarle a rompere con lui ogni relazione diplomatica: ebbe in non cale i consigli dell’Austria stessa, che, lieta di vedere un governo italiano peggiore di quello con cui ella opprimeva la Lombardia e la Venezia, non voleva poi spinte tant’oltre le cose, da provocar ribellioni.

A tal modo governando, non poteva avere, non ebbe, né volle per sé alcun partito: preferì una marilla composta de’ tristi sopraccennati; ebbe un segretario particolare; tenne de’ ministriproorma, e bene spesso de’ semplici direttori; ma tutto ilpersonale governativo era da lui scelto fra i più corrotti. L’alta polizia e le relazioni diplomatiche furono sempre tenute da lui, né trascurò occuparsi della finanza, da cui tolse molti milioni di ducati, in parte spesi per sostenersi sul crollante suo trono, ed in gran parte accumulati, per la temuta eventualità della sua cacciata.

Conseguenza di cotesto disastroso sistema fu la, rovina di tutti i rami del pubblico servizio; l’amministrazione della giustizia penale arbitraria e corrotta, perché condannasse, innocenti, o rei, gl’imputati politici; gl’intendenti delle provincie, tranne poche eccezioni, oppressori di esse, sol che fossero ottimi poliziotti; i ministri dispotici, ma vili strumenti dell'assoluto volere del principe.

E conseguenza ancora più grave Fu la lega coi gesuiti, e con la Corte di Roma, cui concedé diritti, che offendevano le prerogative della corona, la libertà e l’indipendenza dello stato; ch'erano contrarii alle tradizioni della dinastia, ed alle leggi del regno, e manomettevano gl’interessi deprivati, già consacrati dalle leggi e dal tempo. Ma i tempi dei Tanucci, dei Carlo de Marco, dei Caracciolo, e dei Danieli, erano trascorsi, e la monarchia era già troppo scossa dalle sue colpe, per poter confidare sopra migliori sussidii.

Come e quanto tali cose accrescessero la scontentezza e lo sgoverno, è impossibile dirlo: tutti detestavano il presente, tutti desideravano a tanti mali un riparo, quale che fosse e da qualunque via pur venisse.

I più alti funzionarii dello stato, e gli stessi uomini della camarilla, fosse per esplorare la pubblica opinione, fosse per timore dell’avvenire, confessavano senza ritegno gli errori e le colpe del governo; i più generosi ed i più arditi cospiravano; e la polizia sempre impotente a scoprire le vere cospirazioni, sospettava, vessava, imprigionava, tormentava; ma nulla di positivo giungeva mai a conoscere.

D’altra parte, dopo le rivoluzioni del 1820 e del 1848, il bisogno dell’indipendenza dall’Austria, per poter conseguire la libertà e da essa ogni morale e materiale progresso, diveniva ogni dì più stringente; l’idea della nazionalità più popolare; onde. tutte le menti si rivolgevano all’eroica figura di Garibaldi, ed al Piemonte, che, tratta la spada contra la comune nemica, prometteva di non riporla nel fodero, prima d’aver cacciato d’Italia l’abborrito straniero.

E già la guerra del 1859 fiaccava il giogo austriaco; e rendeva il Piemonte arbitro dei destini della Penisola, la stella polare cui eran rivolti tutti gli sguardi e tutte le aspirazioni nazionali.

Nè a queste aspirazioni rimaneva estranea la milizia: l’armata di mare era tutta avversa al governo; e l’esercito, non ostante le arti adoperate a corromperlo, incominciava a stancarsi della falsa sua posizione, e si avvedeva che il miglior modo da uscirne, era quello di non opporsi ai voti del paese.

Al che non mancavano di confortarlo coloro, che il volevano rendere propizio alla causa della libertà.

La quale condizione di cose veniva aggravala dai dissidii della reale famiglia, dai bassi intrighi e dalle cospirazioni della regina, la quale tentava invertire l’ordine della successione in prò di uno de’ suoi figli; ed a tal fine dava ogni opera a tradire la educazione dell’erede del trono.

IV. In questo moriva Ferdinando II, lasciando di sé e del suo governo esecrata memoria; lo stato debole, il ministero inetto, impotente, odiato, sprezzato; la rivoluzione pronta a scoppiare, ove vi fosse stato chi avesse ardito capitanarla.

Francesco II, suo figliuolo, saliva al trono in assai giovane età; senza buoni studii; senza esperienza; educato a diffidare di tutti e di tutto, sempre incerto e dubbioso de’ suoi proprii giudizii, incapace di qualsiasi ardimento.

A queste sventure altra se ne aggiunse più grave ancora; quella cioè che, fin dal primo giorno del suo regno, trovossi fra due opposte correnti, che lo sospingevano a due opposti indirizzi. La matrigna Maria Teresa d’Austria (che sempre tendeva ad invertir l’ordine della successione), ed il ministero Trova a lei ligio ed avido del potere, facevano ogni opera a persuadergli, dover egli regnare calcando le orme paterne.

Per lo contrario il conte di Siracusa, suo zio, dicevagli schietto e sincero, che ripristinasse immantinente la costituzione del 1848, entrasse lealmente e largamente nelle vie del risorgimento italiano; figliuolo a Maria Cristina di Savoja, stendesse la mano a V. Emmanuele, e stringesse con esso fermissima lega; a tutti i reati politici concedesse amplissimo indulto. Il conte d’Aquila, vice-ammiraglio della real marineria, vedendo che i tempi correvano prosperi a libertà, senza romperla coi regii, accarezzava i liberali, dichiarandosi convinto non potersi salvare la dinastia senza il ritorno alla costituzione del 1848. E però non di rado veniva in soccorso di qualche liberale, come è a tutti noto, e come tra gli altri fece, senza nostra richiesta, per mio fratello Liborio, e per me stesso.

Ma, nemico della vedova regina, sia per le cose accennate, sia per gara di preponderanza sull’animo del re, ne avversava la politica; e consigliava ancor egli al nipote, pronte ad ampie riforme.

La matrigna, a poter meglio conseguire il suo intento, cercò allontanare il re dalla reggia e menarlo seco a Gaeta; ma, non riuscita in questo suo disegno, il condusse a Capodimonte, ove il seguiva la intera famiglia, che vedeva dipendere dalle risoluzioni di lui tutto l’avvenire della dinastia.

E però nel consiglio di famiglia ivi tenuto, il conte di Siracusa ripetevagli assai più caldamente le idee già manifestategli; ed il conte d’Aquila, dichiarandogli le medesime convinzioni, gli soggiungeva:

«Sire, Voi siete Francesco Borbone, siete capo di una dinastia, siete re di dieci milioni di sudditi. Come Francesco Borbone potreste a vostro arbitrio disporre di ogni vostra cosa, e della stessa vostra vita; ma come capo di una dinastia non avete il diritto di condannarla all’esilio e di spegnerla; come re di dieci milioni di soggetti non potete condannarli alla servitù ed alla miseria, e molto meno a divenire la facile conquista dell’ambizione di un qualche principe straniero.»

Nè minore era la pubblica ansietà, la quale, per lo meno, sperava dal nuovo principe, e da una diversa politica, alcun sollievo a’ gravi mali che travagliavano lo stato.

V. Ma sventuratamente prevalsero sull'inesperto animo del re le tristi insinuazioni ed i mali consigli; e però col suo programma governativo del 22 maggio 1859, opera sciagurata dello stesso ministro Troya, si osò scrivere, che egli «implorava e la misericordia di Dio, per accordargli ajuto speciale e costante assistenza, per compiere i nuovi doveri impostigli, tanto più grandi e difficili, perché succedono ad grande e pio monarca, le cui eroiche virtù ed i meriti sublimi non saranno mai abbastanza celebrati!!»

Nè di ciò paghi, si faceva affiggere quel programma a tutte le cantonate della città, si poneva a guardarlo la bassa forza della polizia, e vi si aggiungeva una dimostrazione armata, che scorreva le vie della città, col cipiglio della minaccia a chi osasse mormorarne.

Segnò quel giorno l’ultima rovina della dinastia; risorsero allora nella memoria dell’universale le antiche e le recenti colpe di lei, e tutte pesarono sul capo del giovine principe.

Si paragonò tale programma governativo con quello di Ferdinando II nel salire al trono agli 8 novembre 1830, e si rinvenne più menzognero e più sconfortante del primo. Imperciocché il primo, attenuando le colpe de’ predecessori, non le dissimulava, e prometteva tutti i suoi sforzi «per cicatrizzare le piaghe che da taluni anni affliggevano questo regno» laddove il secondo, insultando alla verità, ai dolori, ed ai lutti di ogni maniera fatti patire al paese, faceva l’apoteosi della nequizia del precedente regime.

E conseguente a cotali propositi, seguì in tutto la politica del genitore. La tanto desiderata amnistia pe’ reati politici si fece attendere fino al 15 luglio 1859, e venne fuori così monca e così deturpata dalle circolari del 23 di quel mese, e del 17 agosto successivo, che fu odiosa ed odiata derisione.

VI. Mentre le cose discorse accrescevano lo scontento generale e profondo, che manifestavasi in tutti gli ordini della società napoletana, sorgevano due fatti che confortavano il paese a sperare prossima la cessazione de’ suoi mali. I mercenarii svizzeri, non ostante che fosse cessata la capitolazione, e fossero non pertanto rimasti ai servigi del re di Napoli, ad onta del divieto del proprio governo, usavano la bandiera del loro paese. Pretendevasi a ragione dalla Svizzera, e dal governo napoletano, che alla prima fosse surrogata la napoletana; cosa che taluni reggimenti accettavano, altri rifiutavano. Il perché, surta disputa fra il 3° ed il 4° reggimento svizzero, si venne alle armi, e molti dell’una e dell’altra parte rimasero uccisi o feriti. I dissidenti si ritirarono sul campo di Marte, ebbero dal governo promesse di equi provvedimenti; ma questi furono il caricarli nel dì seguente con la mitraglia. Di ciò spaventato il re, ordinò, per consiglio, come si disse, del generale Filangieri, che si rinviassero tutti gli Svizzeri, i quali non avessero prestato giuramento alla bandiera di Napoli: il quale giuramento non volendo quelli prestare, si sciolsero, ed il paese respirò della pressione che pativa da uomini, che, dimentichi di sé stessi e della nobile e libera patria loro, si faceano, per turpe consuetudine, sostenitori di ogni straniera tirannide.

Il secondo fatto fu la notizia della vittoria di Magenta, la quale fece nascere una dimostrazione numerosissima, che si condusse sotto i balconi illuminati del console francese, e del sardo, acclamando alla Francia ed all’Italia.

VII. Cotesti avvenimenti facevano cadere il ministero Trova, e chiamare al potere il generale Filangieri, uomo male accetto al partito liberale;. ma certo di eletto ingegno, di svariate e positive conoscenze, di grande e meritata autorità presso l’esercito, e ben visto da Luigi Napoleone. Aveva egli nel 1848 riconquistato a Ferdinando II la Sicilia; ma non appena cominciava a far tollerare colà il governo, diveniva sospetto al principe, era qui richiamato, allontanato dalla reggia, e sorvegliato dalla polizia.

Dal suo ritorno al potere speravansi gravi ed utili riforme; ed egli di fatti vi si accinse con animo di stringere la lega col governo sardo, tanto a quei dì da questo sollecitata; e ritornare alle amichevoli relazioni con l’Inghilterra e con la Francia.

Di accordo con questa, proponeva al re jli dare generale amnistia ai reati politici, una costituzione simile a quella della Francia, riorganizzare l’esercito, e porsi nella via di un ben inteso progresso.

Quando poi tal cangiamento di politica fosse avvenuto, era pensiero di Luigi Napoleone, accettato dal Filangieri, collegarsi col Piemonte, far la guerra all’Austria, cacciarla d’Italia, e far di questa un regno del Sud, dandosi a Napoli le Marche e l’Umbria, ed un altro del Nord, dando al Piemonte il Lombardo Veneto ed il resto dello Stato pontificio, meno Roma ed il patrimonio di S. Pietro che lasciavansi al papa. Della Toscana non parlavasi, perché in pectore dell’imperatore era già destinata al principe Napoleone.

Ma, trapelatisi dall’Inghilterra cotesti segreti accordi fra Napoleone ed il Filangieri, ne dette notizia all’Austria, e con essa pose in opera tutti i suoi mezzi per farli abortire. E vi riuscirono, mercé gl’intrighi della regina Maria Teresa e della camarilla, che, insinuando nell’animo del rei più vili sospetti sulle intenzioni del Filangieri, resero a questo impossibile, non pure l’attuazione del suo vasto disegno, ma la stessa amministrazione interna, ed il riordinamento dell’esercito. Il perché era egli costretto ritirarsi sotto pretesto di mal ferma salute.

VIII. Più triste erano ancora le cose in Sicilia, ove il governo trovavasi alle prese con l’aperta insurrezione da esso provocata, per via della più stolta ed efferata tirannide.

L’esercito regio in diversi scontri avea fugato gl’insorti, e commesso sui vinti e sulle inermi popolazioni atrocità di ogni maniera. Ma l’insurrezione rinasceva da per tutto, ed appena fu soccorsa dall’invitto ardire di Garibaldi, di venne trionfante in tutta l’isola.

I soldati regii si battevano con alquanta fedeltà e con valore; pur, mal guidati dai loro capi, non usi al fuoco, discordi e scontenti, erano sbaragliati e rotti, al segno che in Palermo ventimila soldati, in città munita e fortificata, deponevano le armi dinanzi ad un pugno di nomini, arditi sì ed infiammati dal santo amore di patria, ma troppo pochi a tanto effetto, se non fosse stato l’unanime consenso delle popolazioni, stanche di più soffrire l’infame governo.

Intanto dalla Toscana, dalla Lombardia, e dal Piemonte, accorrevano armi ed armati in Sicilia, talché tutti ritenevano irreparabilmente perduta l’isola, ed esposte a gravi pericoli le provincie continentali.

Ecco, per chi nol sapesse, quale era lo stato del reame di Napoli in giugno 1860.

IX.Le quali cose premesse sulle condizioni generali dello stato, reputo altresì necessaria una qualche avvertenza sull’intima natura di mio fratello, per meglio giudicare della sua politica. Quarantanni di vita comune e di divisi dolori mi renderebbero agevole cotesto compito; ma da una parte l’affetto, e dall’altra il timore di dir cosa che potesse esser creduta parziale, mi tolgono la libertà del concetto, e mi fan tremar nella mano la penna.

Mi proverò nondimeno ad accennare come egli, sebbene fosse sempre vissuto lontano dalla propria famiglia, era di essa amantissimo, e sempre pronto a sacrificare per lei ogni sua cosa, ogni suo commodo ed ogni suo materiale interesse.

Moderato nel cibo e nelle bevande, con pochi bisogni personali, e parco nello spendere, avrebbe potuto, non ostante le rovine fattegli dalle persecuzioni politiche, accumulare con l’esercizio dell’avvocheria un buon patrimonio: ma del danaro non curavasi, e come aveva il bastevole pel modesto suo vivere, non pensava del resto.

D’indole mite e pieghevole, non sollecito di molte forme, di facile contentatura nelle piccole cose; ma dove sorgeva il pensiero dello adempimento de'  proprii doveri, diligente e severo fino allo scrupolo. Provocatore non mai; ma, se provocato, capace della reazione più viva.

Nemico delle numerose brigate e di tutto ciò che sentiva di formalità, si piaceva nel conversar familiare con pochi amici, e menava vita assai ritirata, casalinga e laboriosissima.

Professandosi più devoto che avventurato cultore delle lettere, avea sommo culto pe’ letterati e per gli scienziati, vero affetto pe’ giovani d’ingegno, e per quelli che davan di sé liete speranze nell’agone del foro.

Avea pronto e vivo l’ingegno, somma pazienza nella ricerca de’ fatti, e nello studio delle teorie, facile la parola, più assai lo scrivere ed il dettare. Ma il suo dire, senza pretensione, e senza esagerazioni, si tenea sempre ne’ limiti del ragionamento di diritto; e però non piaceva del tutto a coloro, che alle pacate discussioni del foro civile antepongono le gonfiezze e l’eloquenza de’ luoghi comuni.

Quando imprendeva a far qualche cosa, nulla potea distrarre dà quella l’animo suo prima di averla compiuta. E però nell’esercizio dell’avvocheria portava quell’estrema operosità e quello ardente zelo, che a tutti son noti, ed erano giudicati soverchi dagli stessi suoi chenti. Cotesto esercizio assorbiva tutti i suoi istanti, tutti i suoi pensieri, tutto l’animo suo: gli mancava il tempo da leggere i nuovi libri, e persino i giornali di cui sapeva quel solo, di che lo informavano gli amici del partito liberale, nelle cui file militava pur sempre.

Desiderosissimo di un libero governo, cooperava efficacemente coi suoi amici politici per conseguirlo; e, non ostante una certa naturale timidezza, avea bastevole coraggio civile, per compromettersi, e non curare i pericoli nello adempimento dei proprii doveri. Direi che la stessa paura di mancarvi gli tenesse luogo d’ardire.

La politica non era la sua passione; anzi era aliena dalle sue abitudini di stretta legalità. Non avea l’ambizione, né le malizie, né gli scaltrimenti, né la larga coscienza dell’uomo politico. Pur non gli faceva difetto la pratica degli affari, la conoscenza degli uomini, ed al bisogno il pronto consiglio, il disprezzo delle ipocrite delicatezze, e l’energia dell’azione richiesta per conseguire un giusto fine.

X.Non parlerò delle amarezze che gli recavano le sempre crescenti ingratitudini de’ suoi finti amici. Ma non tacerò di quello che niuno conosce appieno; l’immenso suo dolore pel disastroso indirizzo della politica italiana, e pel fatale accecamento del partito de’ consorti, i quali per ismodata ambizione del potere, per materiali interessi, e pur per la servile vanità di un titolo cavalleresco (spesso imbastito «a gente nuova, o a subiti guadagni»), aveano, come egli dicea, gittato nel fango l’opera generosa di tanti martiri e di Garibaldi, e compromesso le istituzioni, se non la stessa unità d’Italia.

Nè con minore indegnazione vedea trattate le provincie meridionali come paese barbaro e conquistato, incapace di amministrarsi da sé medesimo. E però importarsi qui i gretti e complicati regolamenti del Piemonte, e con essi la piemontese burocrazia, come la sola capace ad attuarli: e fu davvero capace ad invadere i primi officii, goderne i soldi, e portare in tutto la confusione e lo sperpero.

Doleasi che, manomesse tutte le nostre istituzioni, si era sostituita all’evidenza della scrittura doppia, la semplice, che intriga ed imbroglia ogni contabilità; essersi abrogate le più sapienti leggi nostre, per sostituirvi le piemontesi di gran lunga inferiori; ogni dì rimutarle in peggio, e poi distruggerle col sopra leggi de’ regolamenti e delle circolari, sfrenato ed inaudito arbitrio del potere esecutivo.

E deplorava il caos di tutte le pubbliche amministrazioni, lo sperpero delle finanze e di tutte le risorse del paese, e le tasse spinte dalla confisca del capitale al pane del povero; e per giunta lo sconfinato arbitrio de’ regolamenti, che le aggravano, e le rendono più vessatorie; gli abusi degli agenti del fisco nello esigerle; le mille casse ed i molti cassieri che se ne fuggono, portando seco la pecunia estorta ai miseri contribuenti; la rovina della proprietà fondiaria; il corso forzoso, per servire al monopolio della banca sarda; e per soprassello l’abbandono di tutte le opere pubbliche delle provincie meridionali, e il non saperne reprimere neppure il brigantaggio, laddove a sì enormi balzelli si assoggettavano.

Pur quello di che non sapea mai darsi pace, era il vedere come tutte codeste rovine si fossero consumate con l’ajuto della maggioranza degli stessi deputati delle provincie meridionali, che, invece di unirsi e propugnare buoni principii di libertà e di retta amministrazione, si facevano abbindolare dalla trista ambizione di coloro che or murattisti, or avvocati del figlio della santa Maria Cristina, or devoti al conte di Ponza S. Martino, ora adoratori del Cavour; ora entusiasti ed or detrattori di Garibaldi, ora autonomisti ed ora spasimanti per l’unità d’Italia, or dichiarandone capitale Roma, ed or rinunziandovi servilmente, per ingraziarsi al sire del 2 dicembre; e sempre barcamenandosi a seconda del vento, sono nondimeno pervenuti ad acquistar credito ed autorità. E ne hanno sventuratamente usato a rovina del paese, e più specialmente del mezzogiorno, che ha scontato, sconta, e sconterà a caro prezzo la colpa di averli eletti e rieletti, pur dopo di averli conosciuti dalle opere loro.

XI.Tanti e sì acerbi dolori avean già portato l'ultimo colpo alla sua già indebolita salute, quando nel finir del dicembre 1866, sperando ottenere dall’aria nativa quei grandi beneficii che ne avea sempre ritratti, si trasferiva a Patù.

Ma fu vana lusinga: il suo corpo era già affranto, il suo spirito immedicabilmente ferito; e quando nel 1° gennajo del 1866 rientrava nella casa paterna, mia sorella Elisabetta, rivolgendosi a me con gli occhi pieni di lagrime, mi diceva:

«Dio mio, Liborio ha la morte nel viso;» e pur troppo non s’ingannava!

Avea egli recato seco i migliori suoi libri, i migliori suoi mobili; ma non ne usò mai. Non s’interessò più di alcuna faccenda domestica. Leggeva solo i giornali; si cruciava sempre de’ crescenti mali del paese; e non cessava di scriver lettere a molti deputati dell’opposizione, esponendo loro a quale abisso si spingeva il paese. E forse presentendo lo avvicinarsi del suo fine, ai primi di luglio del 1867 ne dirigeva una gravissima a personaggio altamente locato, scongiurandolo a volerla considerare come l’ultima parola di colui, che, ritrattosi per sempre dalla vita politica, e già col piede sull’orlo della tomba, gli manifestava i suoi tristi presentimenti senza studio di parti, e per solo amore del proprio paese. Ma l’amico, cui quella lettera era acchiusa pel sicuro ricapito, stimò prudenza non darle corso, per non esporlo ai pericoli, cui va incontro chi osa dir liberamente e tutta intera la verità. E però gli restituì la lettera, e, senza dirgli altro, gli rispose: noli effundare sermonem ubi non es auditus.

Così l’ultima sua parola riusciva vana come le prime scritte al Cavour nell’ottobre e nel novembre del 1860, e poscia ilei 15 maggio 1861.

E così i dolori di cotesto nuovo sgoverno, che, non sapendo essere né libertà, né tirannide, cumula tutti i vizii e tutti i danni di tale suo ibridismo, gli finivano al decimosettimo giorno di quel mese quella vita che l’antica tirannide gli avea già logorata con le persecuzioni, la rovina economica, il carcere e l’esilio. Ed i nuovi tempi vi aggiunsero i dolori cagionatigli dall’ingratitudine, e dai più amari disinganni.

Pur la tristizia degli uomini politici non valse a togliergli l’affetto del popolo, che giudica col suo provvidenziale buon senso, e raramente dimentica taluni beneficii.

XII. Qual fosse stata ne’ suoi particolari la sua politica, non tocca a noi il giudicarne. Preghiamo solo il lettore a voler considerare quanto singolare e difficile era la condizione delle cose ne’ novanta giorni in cui egli ebbe il potere, dal 28 giugno al 22 settembre 1860.

Trovò egli la plebe di questa popolosa città già insorta, e pronta al consueto saccheggio: la corte pentita della ripristinata costituzione, e la camarilla cospirante per la reazione e pel colpo di stato: Garibaldi, che, nel nome di Vittorio Emanuele, avea già conquistato la Sicilia, e proclamava di fare altrettanto nei domini continentali.

Il partito di azione, cospirante pel trionfo di Garibaldi, come ponte di passaggio alla repubblica.

Il partito piemontese, che, di accordo con Cavour, intendeva prevenir Garibaldi, e proclamar qui Vittorio Emanuele, sia con un pronunziamento dell’esercito, sia con una sommossa nella capitale.

E, cosa ancora più grave, l’ambizione dell’imperatore Napoleone, che tenea nella rada di Napoli e di Messina delle navi da guerra, ed era sempre pronto a profittare dei disordini della capitale, per gittarvi sopra i suoi artigli, occuparla a nome dell’ordine, e poscia ritenerla pei pretesi diritti di Murat, o per porre una bella corona sul capo del suo augusto cugino. —Ed il governo destituito di ogni forza materiale e morale per contenere tutti cotesti elementi di dissoluzione, e di gravi pericoli.

Nondimeno egli riusciva ad assicurare fin dal primo istante la tranquillità della capitale, e ad ottenere una gran popolarità, che rendealo quasi arbitro della situazione.

In tal condizione di cose a qual partito dovea egli appigliarsi? Poteva collegarsi con la camarilla, ajutarla al colpo di stato, manomettere la costituzione, far prendere il di sopra all’elemento militare, e così animarlo ad arrestare la marcia di Garibaldi, l’agitazione de’ partiti, e forse differir la catastrofe della dinastia.

Ma, così facendo, avrebbe reso vieppiù impossibile la dinastia, avrebbe tradito la costituzione, esposto ai più gravi pericoli le vite e le sostanze degli abitanti della capitale, e l’intero paese ai lutti della guerra civile.

Poteva collegarsi col partito di azione e con Garibaldi, o col partito piemontese; ma allora avrebbe tradito la corona, e sotto altro aspetto anche il paese; perché in ciascuna di tali ipotesi lo avrebbe esposto, o al pericoloso esperimento della repubblica, cui niuna potenza europea avrebbe allora fatto buon viso, e Napoleone l’avrebbe schiacciata fin dal primo istante; o all’arbitrio del Piemonte, ed al triste governo de’ consorti, che in sostanza ne sarebbero divenuti i conquistatori, e ne avrebbero fatto ben altro strazio di quello che ne han fatto, sfruttando l’opera di Garibaldi.

In vece di seguire l’una o l’altra di coteste immorali e perigliose politiche, egli seguì la sola che seguir dovea; quella della stretta legalità e del rispetto alle libere istituzioni. E però, contenendo con mano ferma e con somma vigilanza la reazione e le cospirazioni della reggia, le mene del partito di azione e del piemontese, e le velleità de’ consorti, salvava la capitale dal saccheggio, l’ex reame dalla guerra civile, e poneva il paese in grado di pronunziarsi sopra i proprii destini.

In fine, per iscongiurare i gravi pericoli che poteano sorgere nella transizione dal caduto governo alla dittatura di Garibaldi, accettò novellamente il potere, preferendo piuttosto di esporre sé stesso alle altrui malignazioni, che essere tacita, ma non men potente cagione di vedere spenta, anzi che nata, l’unità d’Italia1.

Se mal non ci apponiamo, ne sembra che cotesta politica, serbando inviolato il rigoroso adempimento de’ doveri del ministro e del patriota, abbia senza scosse violenti, senza spargimento di sangue cittadino, e senza pregiudicarne i diritti, riunito le nostre provincie al resto d’Italia.

E possiamo pure soggiungere che nelle tre volte, in cui tenne il potere, fece ogni suo sforzo pel bene del paese; e quando si avvide che l’opera sua era vana, rivelò al capo dello stato, senza orpelli né reticenze, i mali che a suo credere travagliavano la patria, e si dimise con costante abnegazione di sé medesimo, e non senza il plauso della pubblica opinione.

Che dalla sua devozione alla causa della libertà ritrasse solo quello che pur troppo in Italia ne ottengono gli onesti cui non costi la vita; rovine economiche, dolori, e tormenti.

E che le sue previsioni sulle conseguenze della disastrosa politica de’ consorti si sono pur troppo avverate. E pure essi non cangiano stile, perché pare che abbiano gli occhi per non vedere, e gli orecchi per non sentire .

Ma, per quanto disastrosa sia stata, e continui ad essere cotesta loro politica, non giungerà mai ad impedire il trionfo del vero, della libertà e del progresso.

Saremo forse riserbati a nuove e più dolorose vicende; ma non per questo siamo meno fidenti ne’ grandi destini e nell’avvenire d’Italia.

Napoli 17 luglio 1870.

G. ROMANO

AVVERTENZA

Avendo tenuto il potere in queste meridionali provincie di qua dal Faro in tre gravi periodi dell’italiano risorgimento, ed essendo stati i miei atti assai variamente giudicati, ho verso il paese e verso me stesso il debito di narrare quali essi furono.

Dirò dunque quel che feci, e quello che mi fu impedito di fare; e confesserò pure, tra i molli errori che avrò commesso, quelli che veramente a me sembrano tali.

Mi gioverà ancora accennare qual contegno io serbai nella Camera elettiva, nel poco tempo che la mia mal ferma salute mi permise d’intervenirvi.

Potrà così giudicarsi degli avvenimenti, e della mia politica, sopra i fatti, e non già per l’eco delle passioni, che ora adulatrici e servili, ora codarde ed oltraggiose, falsano sempre il vero, e perdono le cause cui pretendono servire.

E confido che i fatti risponderanno ai calunniosi addebiti massimi contra da chi menodovea; e che, dopo la concitata popolarità tra i miei concittadini largamente goduta nei giorni in cui stetti al potere, vorranno, fatta la luce e tornata la calma, -concedermi una benevola ricordanza.

Gennajo mdccclxvii.


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PRIMO PERIODO

AL 27 GIUGNO AL 7 SETTEMBRE 1&60

Prefettura — Primo Ministero

I. Per far giusto concetto delle cose che narrerò, gioverà ricordare quali erano le condizioni della dinastia borbonica rimpetto al paese, e quali le mie rimpetto al governo, allorché impresi a reggere la prefettura di polizia, e poscia il ministero della polizia, e dell’interno.

Quali erano le condizioni della dinastia? Non vi è chi ignori come uno de’ più rinomati statisti inglesi, inorridito della tirannide con la quale Ferdinando II desolava il suo regno, ne denunziò al mondo civile le colpe, e ne definì il governo «la negazione di Dio eretta in sistema.»

E del pari risaputo come Francesco II, succedendogli al trono, giovane ed inesperto, raggirato da tristi consiglieri, pose il colmo alla mala contentezza delle provincie continentali; e come la rivoluzione trionfante in Sicilia, facea temer perduta l’isola, e minacciato gravemente il resto del reame.

II. A tali estremità ridotto, il governo napoletano faceva ricorso alla mediazione dell’imperatore de’ Francesi, il quale accordavate a patto che desse una costituzione; una generale amnistia pei reati politici; fosse la Sicilia separata da Napoli con due diversi re della stessa famiglia, diverse costituzioni, differenti amministrazioni, e si facesse la lega col Piemonte.  

Trovate inaccettabili coteste condizioni, inviossi a Parigi il commendatore de Martino, con incarico di ottenerne, a qualunque costo, delle men dure.

Il de Martino, ed il marchese Antonini, ambasciatore della corte di Napoli a Parigi, ottenevano, che l’imperatore, ferme restando le altre tre condizioni, recedesse da quella delle due corone.

Fu in questo rincontro che Napoleone, meglio dichiarando il suo pensiero ai negoziatori napoletani, diceva loro: essere troppo tardi; che le rivoluzioni non si arrestano con parole; che la causa della nazionalità e la rivoluzione trionfavano, e niuno poteva ad asse resistere; che mal suo grado, e contra i suoi interessi si era già fatta l’annessione della Toscana; e lo stesso sarebbe avvenuto di Napoli. Che se cotesto movimento nazionale potesse arrestarsi, sarebbe il solo Piemonte capace di farlo. Che a Torino, e non a Parigi, il governo napolitano avrebbe dovuto dirigersi; la Francia e l'Inghilterra poter solo appoggiare le negoziazioni, tendenti a stabilire tra i due stati italiani un accordo intorno al modo di vivere, e decidere tutte le quistioni interne; il principio di non intervento non riguardare il Piemonte; perché, diceva Thouvenel, presente alla conferenza, il Piemonte non era straniero in una quistione italiana. E continuava l’imperatore: che le concessioni consigliate non erano già un mezzo per arrestare e soffogare la rivoluzione, giacché nessuno le avrebbe accettate; ma doveano solo e potevano creare un espediente, od una ragione, per obbligare il Piemonte ad accettare delle proposizioni, che, fatte troppo tardi, non aveano un interesse per esso. Che lo stesso Cavour non avea che parole o ragioni ad opporre alle passioni scatenate contro il governo napoletano. «Dategli, soggiungeva, un argomento di fatto, un’arma valida, un interesse a sostenervi, e lo farà. Egli è una mente pratica, sente il pericolo della rivoluzione che ingigantisce, e compromette l'opera sua. Egli vorrebbe andare piano e sicuro; e la rivoluzione lo spinge all’inconnu.»

Ed il Thouvenel, appoggiando questi ragionamenti, insisteva altresì sulla necessità di mettere immantinente un termine alle ostilità in Sicilia, «non potendo, egli dicea, l’Europa rimanere più a lungo spettatrice oziosa delle crudeltà delle truppe napoletane.»

Al rapporto del marchese Antonini del 13 giugno 1860, che contiene le discorse dichiarazioni dell’imperatore e del Thouvenel, altro ne seguiva in data del 15 di quel mese. Con esso riferiva l'ambasciatore napoletano il compiuto abbandono da parte di tutti i rappresentanti delle grandi potenze, non esclusa la Russia; le quali tutte concordemente affermavano doversi, senza frapporre tempo in mezzo, seguire i consigli dell’imperatore. Conchiudeva egli quel suo secondo rapporto con queste parole:

«Non sono chiamato a dare consigli; ma il real governo o ha ancora, come credo, forza bastevole per reprimere la rivoluzione, o altrimenti non ha tempo da perdere, per accettare le condizioni, sotto le quali l’imperatore vuole far credere di prendere la mediazione presso i suoi alleati.»

III. Giunti in Napoli tali dispacci ai 21 giugno, riunivasi in Portici un consiglio straordinario di stato, in cui, oltre tutti i ministri, intervennero tre principi reali, i conti di Trani, di Aquila e di Trapani, e quattro consiglieri straordinarii, il cavalier Troja, il principe di Comitini, il generale Carascosa, ed il conte di Ludolf. Si lessero i documenti suddetti, i due rapporti, l’uno del ministro di polizia, e l’altro di quello della guerra, i quali concordemente dicevano: «trionfante la rivoluzione, attingere le sue forze dagli elementi rivoluzionarii di tutta l’Europa; vinato e disorganizzato l'esercito in Sicilia, la marina a travagliata dal fermento rivoluzionario, incerta, se non ostile; il paese dubbio, muto o plaudente; il governo del tutto isolato e disarmato.»

Il presidente del consiglio, ragionando il suo voto affermativo, diceva che «Avverso per principii alle concessioni, non avrebbe potuto consigliarle inopportune e pericolose; che nelle circostanze attuali il primo loro effetto non poteva essere altro, che di togliere forza al governo, allorché ne avea più bisogno. Ma, poiché non vi era più scelta arbitraria né mezzi di resistenza, perché i ministri degli affari esteri, della guerra e della polizia dichiarale vano averli tutti esauriti, e la posizione era disperata; in faccia alla sentenza dell’Europa, e alla necessità, ogni considerazione o sentimento doveva cedere al dovere di salvare il trono e la dinastia; e questo dovere imponeva quest'ultima pruova, per quanto fosse pericolosa e difficile.»

Ecco quali erano le condizioni della dinastia e del governo napoletano al 21 giugno: erano questi gli estremi a cui l’avea condotta il suo fatale passato.

E però il consiglio con undici voti contro tre (il Troja ed il generale Carascosa, straordinarii, e Scorza ministro del culto; i tre meno competenti) decise attuarsi a qualunque costo l’idea francese.

IV. Il re, trattenuto da infermità, non prese parte alle discussioni del consiglio; ma, dopo che questo emise il suo voto, domandò tre giorni, per dare le sue definitive risoluzioni. Avea scritto al Santo Padre, ed attendeva il suo consiglio. Ora in Roma più che in Napoli la terza proposta dell’imperatore de’ Francesi incontrava difficoltà pressoché insuperabili; perocchè l’alleanza col Piemonte implicava, al dir della corte di Roma, il riconoscimento della usurpazione delle Marche e delle Legazioni.

V. Per tanto la città era nella massima agitazione, e la reggia offriva un gran campo di battaglia fra due opposte correnti. Il barone Brenier, ministro di Francia, ed il conte d’Aquila assediavano il re, ed esercitavano su di lui tutta la loro influenza, perché desse le proposte concessioni: la regina vedova e la camerillale avversavano a tutt’uomo, dicendole funeste.

VI. Il re incerto ed indeciso inviava a Roma il commendatore de Martino, per procedere d'accordo col papa, il quale, come risulta da un dispaccio del de Martino, annuiva anche alla lega col Piemonte;; ma a condizione che non rimanessero in verun modo pregiudicati i diritti della Santa Sede.

VII. Giunta al re tale risposta del pontefice, la mattina del 25 giugno firmava immantinente l’atto sovrano, che pubblicavasi nel giorno medesimo, ed era così concepito:

«1.° Accordiamo una generale amnistia per tutti i  reati politici fino a questo giorno.

«2° Abbiamo incaricato il Commendatore D. Antonio Spinelli della formazione d’un nuovo Ministero, il quale compilerà nel più breve termine possibile gli articoli dello Statuto sulle basi delle istituzioni rappresentative e nazionali.

«3° Sarà stabilito con S. M. il Re di Sardegna un accordo, per gl’interessi comuni delle due corone in Italia.

«4° La nostra bandiera sarà d’ora innanzi fregiata de’ colori nazionali italiani, in tre fasce verticali, conservando sempre in mezzo le armi della nostra dinastia.

«5° In quanto alla Sicilia, accorderemo analoghe istituzioni rappresentative, che possano soddisfare ai bisogni dell’Isola, ed uno de’ Principi della nostra Real Casa ne sarà il Vice-Re.»

VIII. Cotesto atto sovrano fu ritenuto dalla regina vedova, dalla camerilla e dai nemici delle libere istituzioni, consiglio di codardi, o di traditori, infesto ai loro propositi, e fatale alla dinastia; dai liberali più spinti, un’insidia; dalla generalità fu visto con indifferenza; e dai sapienti di stato, come espediente tardivo, ed inefficace a salvare la dinastia, già stremata dalle proprie colpe, e travolta dall’idea dell’unità nazionale.

IX. Se non che tutti fin da quel primo istante giudicarono che il commendatore Spinelli, e coloro che accettavano il grave incarico, e la responsabilità del potere in quei supremi momenti, fecero atto di compiuta abnegazione di sé medesimi, e di molta virtù cittadina, e salvarono il paese dai mali e dai pericoli cui sarebbe soggiaciuto se il partito retrivo, o la camerilla, si fossero insignoriti del potere.

X. Il programma del nuovo ministero era già scritto nell’atto sovrano del 25 giugno; la costituzione, l’amnistia, e l’alleanza col Piemonte, imposte dal consiglio e dalla pressione di tutte le potenze europee, compreso il pontefice, ed esclusa la sola Inghilterra, perché non richiesta a dare il suo parere.

Speravasi così appagare i voti della pubblica opinione, arrestare il fermento della rivoluzione, impedire in ogni evento a Garibaldi la invasione delle provincie continentali.

Ma a ciò fare era il gabinetto destituito di quella forza materiale, ch'è la prima condizione di vita di tutti gli stati; perocché l’esercito, già da lunga mano demoralizzato, era del tutto alieno dal battersi per la dinastia, ed in parte propenso all’idea nazionale. E mancava altresì al ministero ogni forza morale; perché niuno avea fede nelle regie promesse. Le quali triste posizioni vedremo come, e per colpa di chi, lungi dal migliorare, peggiorarono.

XI. Le mie condizioni poi rimpetto al governo erano le seguenti. Appartenendo ad una famiglia, cui non erano estranee le tradizioni liberali, le persecuzioni, e le mascherate confische della tirannide borbonica, divenni io medesimo, fin dal 1820, bersaglio della reazione poliziesca, che mi accompagnò fino al 1860.

E per vero, nominato dal governo costituzionale del 1820, uno de’ commessarii che doveano recarsi nelle provincie, per far ritornare sotto le bandiere nazionali i militi sbandati; accettai l’incarico, e corsi per compierlo a Terra d’Otranto, mia provincia natale. Presi perciò tutte le opportune misure; ma rimasero esse prive di effetto, perché lo spergiuro di Ferdinando I, e le bajonette austriache, volsero in rovina le sorti della patria.

Da quel dì la reazione poliziesca cominciò a perseguitarmi in tutti i modi; mi privò della sostituzione alla cattedra di diritto commerciale dell’università di Napoli ottenuta per concorso.

Il governo mi vietò di ritornare a Napoli all’esercizio della mia professione; mi sottopose a severissima sorveglianza; e mi prescrisse a confine Patù, mio paesetto nativo. Dopo due anni ottenni il permesso di traserirmi a Lecce, per riprendere l’intermesso esercizio dell’avvocheria; ma non appena impresi colà con lieti auspicii a professarla, fui per disposizione della polizia arrestato, e tradotto a Napoli nel carcere politico di Santa Maria Apparente, insieme con mio fratello Gaetano, mio cugino Eugenio Romano, e molti altri che aveano fama di liberali1. E di che mai eravamo imputati? Di appartenere alla società degli Ellenisti; una cioè di quelle che le polizie immaginano, e fingono di credere esistenti quando loro occorre d’imprigionare ad terrorem i liberali!

Dopo oltre un anno di duro carcere, fummo tutti posti in libertà, senza alcuna forma di processo; ma a me si vietò di ritornare ai miei affari in Lecce, e rimasi confinato in Napoli, ove, non ostante le difficoltà, che mi venivano dal mio colore politico, ripresi con buon successo l’arringo forense.

Nel 1848, procedutosi all’elezione de’ deputati con la legge che ordinavala per provincia, e richiedeva te maggioranza assoluta di 1500 voti, ne ottenni 1496. Venutosi poscia all’elezione colla legge novella del marzo 1848, non riuscii eletto, per le arti di coloro che fino a quel tempo aveano militato sotto altra bandiera, e, liberali del domani, mutarono poscia nell’emigrazione molte coccarde.

Pur, malgrado che non fossi riuscito deputato, né ad altro ufficio pubblico fossi stato assunto, venni nel febbrajo 1850 novellamente imprigionato, e ricondotto in Santa Maria Apparente. Vi rimasi per altri due anni, e di poi per una seconda volta, senza alcuna forma di giudizio, fui cacciato in esilio, una Col mio diletto amico Domenico Giannattasio, te cui compagnia mi riuscì di non lieve conforto.

Nè quell’arbitrio restossi alleverei esiliati in Francia: si volle altresì da noi formale obbligo di rimanere internati, e lontani da Parigi, e da ogni porto di mare; onde scegliemmo a nostra dimora Montpellier.

Quivi vissi col Giannattasio per oltre un annó, e di poi, avendo egli chiesto ed ottenuto di ripatriare, ruppi il confine, e me ne andai a Parigi, dove rimasi più d’un altro armo; e più a lungo vi sarei rimasto, se la perdita della virtuosa mia genitrice, e circostanze che compromettevano la maggior parte del patrimonio della mia famiglia, non mi avessero costretto a chiedere di ripatriare, secondo che avea fatto il mio amico Giannattasio.

Ma, ripatriato, la polizia mi sorvegliò più severamente di prima, e nel settembre 1859, essendosi ordinato l’arresto mio, e di mio fratello Giuseppe, fui costretto a latitare novellamente con lui, fino a che non fu disposta l’escarcerazione del Caracciolo, e di molti altri a quei giorni arrestati come cospiratori.

XII. Cosi occupato nell’esercizio dell’avvocheria, e sottoposto alla più rigorosa sorveglianza di polizia, vissi sino alla pubblicazione dell’atto sovrano del 25 giugno 1860, quando a nome del conte di Siracusa, non so se con intelligenza del commendatore Spinelli, incaricato della formazione del nuovo gabinetto, fui interrogato, se volessi assumere il portafoglio di grazia e giustizia. Mi ricusai, senza neppure chiedere da chi venisse la richiesta, e solo osservai che in quei supremi momenti ci volevano uomini i quali godessero la piena fiducia del principe, ed avessero grande libertà di azione: cosa di cui io non poteva lusingarmi pe’ miei antecedenti politici.

XIII. Intanto una violenza popolare, cominciata la sera del 26 giugno, scoppiava in più larghe dimensioni nel giorno 27.

Erano a furia di plebe scomposti da capo a fondo tutti gli ordini de’ funzionarti di polizia, investiti 1 Commessariati, disarmate e ferite le persone che ci erano addette, manomessi gli archivii, arse le carte.

Non fu quel movimento contaminato da spirito di furto e di rapina; perocché gl’insorti depositavano in mano de’ parrochi de’ diversi quartieri della città, e presso la istessa prefettura, tutto il numerario, e tutti gli oggetti di valore rinvenuti negli ufflcii della polizia. Ma le tradizioni del saccheggio, e della santafede, che per lo innanzi aveano sempre accompagnati i moti della città; il ministero non ancora costituito; e certe notizie, che i lazzari vagheggiavano l'idea del saccheggio, tenevano in gran trepidazione l’intera cittadinanza; la maggior parte de’ negozii erano chiusi, i forestieri fuggivano, i cittadini riparavano alle vicine campagne, niuno sapeva a quali casi era destinato il suo dimani.

XIV. Fu in tale stato di cose che nella notte del 27 al 28 mi si fecero vive premure ad assumere l ufficio di prefetto di polizia, pel solo tempo che fosse necessario a scongiurare il pericolo. L’inaspettata proposta, il solo nome dell’ufficio, e le molte e gravi difficoltà di compierlo, senza compromettersi con tutti i partiti, mi fecero in sulle prime spavento. Pur, pensando che il tentarlo era debito cittadino, e che gli onesti patrioti avrebbero ben compreso quell’atto, vinsi ogni ripugnanza, e mi sobbarcai al difficile compito.

Il ministero sottopose la città alla più mite forma dello stato di assedio, ed io diressi ai cittadini un manifesto di poche parole, con cui, proibendo gli attruppamenti, gl’insani schiamazzi, e raccomandando il rispetto delle persone e della proprietà, esortai i buoni napoletani a deporre ogni odio ed ogni privato rancore, ed a concorrere al mantenimento dell’ordine pubblico e della tranquillità.

Disposi intanto la formazione delle liste della guardia nazionale, istituzione molto cara ai Napoletani.  

Mentre quelle mie parole si stampavano, pregai quanti più potei de’ miei amici politici a coadjuvarmi con l’opera loro; feci appello al loro patriottismo, dichiarai che non con la forza materiale, né con i soliti mezzi della polizia, sempre inefficaci e dannosi, ma col concorso dell’onesta cittadinanza io confidava ristabilire l’ordine e la tranquillità; e, ciò fatto, ritirarmi alla mia vita privata.

Appena fu conosciuto cotesto mio divisamente, e fu pubblicato per la stampa quel mio manifesto, ritornò la calma; si aprirono i negozii; si ripresero i traffichi, ed in poche ore io mi trovai circondato ed assistito dai più ragguardevoli cittadini. Le sale della Prefettura, state fino allora esecrate, divennero il ritrovo de’ primi patrioti; ed io tradirei il vero, e mancherei ad un tempo al maggior debito di riconoscenza, se non confessassi che debbo al concorso loro i più salutari suggerimenti, come la più operosa e cordiale cooperazione al ristabilimento ed alla conservazione dell’ordine. E per vero non era più l’autorità legale, né la forza bruta, ma erano i privati cittadini ed il patriottismo loro che salvavano la città.

Mi avvidi non pertanto che sarebbe ben presto sparito tutto il prestigio di quel momento, e che senza le apparenze di una certa forza, non poteansi comprimere i disordini, che le tendenze de’ bassi fondi della società nostra e le troppo eccitate passioni faceano presentire. E però stimai occuparmi immantinente al riorganamento della forza di polizia, come meglio e più sollecitamente poteasi.

XV. Al primo luglio 1860, il ministero, invece di compilare il nuovo statuto, promesso coll’atto sovrano del 25 giugno, concordemente opinò doversi richiamare in vigore la costituzione del 1848, e ciò fu sancito con decreto di quella data. Il quale provvedimento, sommamente giusto ed importante, per le sue conseguenze politiche, riuscì tanto più onorevole a coloro che lo segnarono, in quanto che taluno di essi, come il de Martino, avendo tenuto il potere nel tempo intermedio, veniva, con franca abnegazione di tutto il passato, a dichiarare illegali i proprii atti.

Con altri decreti del giorno stesso fu tolto lo stato d’assedio, non più necessario; convocato il parlamento pel 10 settembre; disposto che la elezione de’ deputati si facesse secondo la legge elettorale del 20 febbraio 1848, ed il decreto del 24 maggio dell’anno stesso. Furono parimente chiamati in vigore i decreti del 25 maggio 1848, e 27 marzo e 6 novembre 1849, intorno alla stampa .

Ma quello che grandemente onora l’operosità e l’alto senno politico del ministero Spinelli, si è un altro decreto del medesimo giorno, quando non per anco io avea l’onore di farne parte. Con esso (conformemente a’ principii di codificazione, che vogliono si attendesse da prima alle leggi politiche, di poi agli organici, ed in fine ai codici, i quali richiedono tempi riposati, opera più lunga e diffìcile) fu provveduto alla formazione de’ progetti delle leggi:

a) Elettorale;

b) Della Guardia Nazionale;

c) Dell’organizzazione amministrativa;

d) Del Consiglio di Stato;

e) Della responsabilità ministeriale;

f) Della stampa.

XVI. La ripristinazione dello statuto del 1848, e tutti i discorsi provvedimenti non cangiarono la disposizione degli animi: furono essi accolti colla massima indifferenza, con cui si accolse l’atto sovrano del 25 giugno; il ritorno della confidenza tra popolo e principe pareva ormai impossibile.

E però io riputai di somma urgenza l’organamento della guardia nazionale; ed a facilitarlo proposi che si richiamasse in vigore la legge del 1848. Ma il cavalier Del Re, ministro dell’interno e della polizia, non credè consentire a quella mia proposta, e vi provvide colla legge provvisoria del 5 luglio.

XVII. La violenza popolare del 27 giugno, rimasta necessariamente impunita, perché ne’ tumulti si sperdono le pruove dei reati; le miti intenzioni dimostrate dal governo; il tolto stato d’assedio; e le tradizionali abitudini di una generazione di uomini, che la civiltà non ha per anco spenta nella popolosa Napoli, erano incitamento ed invito a rinnovare il saccheggio, e le tragiche scene del 1799 e del 1848. Agognavano mettere a sacco ed a ruba la città, ed in tale intendimento avevano già tolti a pigione in diversi quartieri di essa i magazzini in cui si proponevano riporre le vagheggiate depredazioni. La polizia, per mezzo della vigile ed onesta cittadinanza, conobbe cotesti nefandi propositi; tutti ne erano grandemente preoccupati, ma non era facile ripararvi. Imperocché le antiche guardie di polizia, ed i gendarmi, fatti segno della pubblica esecrazione, erano fuggiti per salvare la vita. Sulla truppa regolare non potevasi fare assegnamento; ché se pur taluni di essi non allettavano l’idea del saccheggio, erano avversi al novello reggimento, e cercavano per lo meno ogni occasione per iscreditarlo, e dirlo causa di tutti i disordini: né alcun’altra forza pubblica era efficace.

D’altra parte la reazione, comunque sgominata, serpeggiava latente, e faceva temere che si collegasse col partito sanfedista, a fin di seppellire nel saccheggio e nel sangue le libere istituzioni.

Anch’essi i camorristi,1 dubbiosi ed incerti, aspettavano il momento di profittare di qualsivoglia perturbazione avvenisse.

Or come salvare la città in mezzo a tanti elementi di disordine e d’imminenti pericoli? Fra tutti gli espedienti che si offrivano alla mia mente agitata per la gravezza del caso, un solo parvemi, se non di certa, almeno di probabile riuscita, e lo tentai.

Pensai prevenire le triste opere de’ camorristi, offrendo a’ più influenti loro capi un mezzo di riabilitarsi; e così parvemi toglierli al partito del disordine, o almeno paralizzarne le tristi tendenze in quel momento in cui mancavami ogni forza, non che a reprimerle, a contenerle. Laonde, fatto venire in mia casa il più rinomato fra essi, sotto le apparenze di commettergli il disbrigo d’una mia privata faccenda, lo accolsi alla buona, e gli dissi che era venuto per esso e pe’ suoi amici il momento di riabilitarsi dalla falsa posizione cui aveali sospinti, non già la loro buona indole popolana, ma l’imprevidenza del governo, la quale avea chiuse tutte le vie all’operosità priva di capitali. Che era mia intenzione tirare un velo sul loro passato, e chiamare i migliori fra essi a far parte della novella forza di polizia, la quale non sarebbe stata più composta di tristi sgherri, e di vili spie, ma di gente onesta, che, bene retribuita de’ suoi importanti servizii, avrebbe in breve ottenuto la stima de’ proprii concittadini.

Quell’uomo, da prima dubbioso ed incerto, si mostrò tosto commosso dalle mie parole, smise ogni diffidenza, volea baciarmi la mano; promise anche più di quello che io chiedeva, soggiunse che tra un’ora sarebbe tornato da me alla prefettura. E prima che l’ora fosse trascorsa, venne con un suo compagno, mi assicurarono d’aver date le debite prevenzioni ai loro amici, e che io potea disporre della loro vita. E mantennero le loro promesse, per modo da convincermi, che se gli uomini pur troppo non sono interamente buoni, neppur sono interamente perversi, se tali non si costringono ad essere.

Improvvisai allora, ed armai, senza por tempo in mezzo, una specie di guardia di pubblica sicurezza, come meglio mi riuscì raggranellarla fra la gente più fedele e devota ai nuovi principii ed all’ordine; frammischiai fra questi l’elemento camorrista in proporzione che, anche volendolo, non potea nuocere; disposi che si organizzasse in compagnie; posi a capo di essi coloro che ispiravano maggior fiducia; ed ordinai che, divisi in pattuglie, scorressero immantinente tutti i quartieri della città.

Questo provvedimento istantaneo, ed istantaneamente attivato, sconcertò i disegni de’ tristi, colpiti assai più dall’attitudine, che dall’imponenza della forza; e così l’ordine, la città, e le stesse libere istituzioni furono salvi dal grave pericolo che li minacciava.

Si condanni ora il mezzo da me adoperato; mi si accusi di aver introdotto nella forza di polizia pochi uomini rotti ad ogni maniera di vizii e di arbitrii. Io dirò a cotesti puritani, i quali misurano con la stregua dei tempi normali i momenti di supremo pericolo, che il mio compito era quello di salvare l’ordine, e lo salvai col plauso di tutto il paese.

XVIII. Cosi provveduto alla pubblica tranquillità, alacremente e per quanto da me dipendeva, mi occupai a ricomporre con nuovi elementi la distrutta gerarchia de’ funzionarli di polizia; onde, presentato il mio lavoro al ministro dell’interno e della polizia, vennero fuori i decreti del 29 giugno, 4, 9, 10 e 13 luglio, co’ quali ai vecchi impiegati furono surrogati altri che meglio corrispondevano ai novelli principii.

Tenni altresì d’occhio gli elementi di reazione; detti alcuni necessarii provvedimenti preventivi, a fin di neutralizzarne il misfare, e domandai al ministro, che si allontanassero dal regno i più pericolosi tra essi, comunque alto locati nel favore della corte. Il quale provvedimento giovava non meno alla tranquillità del paese, che alla sicurezza di coloro, che ne furono colpiti, giacche, fatti segno alla pubblica esecrazione, il rimanere nel regno era per essi un continuo pericolo.

Avrei desiderato fare altrettanto per non pochi capi della camerilla militare e pagana, che di continuo assediavano il re; ma i miei sforzi tornavano vani.

XIX. Richiamò pure in particolar modo le mie sollecitudini la stampa periodica, che, lasciata nella sua piena indipendenza, è la più potente moderatrice di se medesima e della pubblica opinione, il più solido sostegno della libertà e dell’ordine, la bussola più sicura per coloro che vogliono onestamente guidare la nave dello stato, persuasi che nulla avvi di più fatale della stampa comprata dai governi.

I decreti del 25 maggio 1848, 27 marzo e 6 novembre 1849, richiamati in vigore, come ho detto, assoggettavano la stampa periodica alla gravosa condizione del deposito effettivo e preventivo di lire 12750 in numerario, o in rendita iscritta; condizioni che la rendevano quasi impossibile. A darle dunque movimento e libertà, fu da me proposto, e non senza stento ottenuto, di supplire a quel deposito con biglietti di tenuta di negozianti, sotto l?obbligo di conformarsi fra due mesi al prescritto de’ decreti anzidetti. Il quale espediente temperò il soverchio rigore della legge, ed in pendenza de’ provvedimenti legislativi promessi col decreto del 1° luglio, giovò alla garentia delle ripristinate franchigie.

Non omisi d’altra parte di prevenire ed impedire gli eccessi della stampa clandestina e volante; e così, a tutela della pubblica morale e dell’ordine, sottoposi a determinate condizioni la vendita di litografie, disegni, e manoscritti d’ogni maniera.

XX. Rivolsi ancora le mie cure alle carceri, ed ai luoghi di custodia, per quanto le mie attribuzioni mel consentivano.

Il governo napoletano avea fin da’ tempi del medio evo conservato il barbaro e disumano costume delle così dette segrete, carcere sotterraneo e solitario, di circa sette piedi di lunghezza, e non più che cinque di larghezza, umido, freddo, oscuro, e privo d’aria. Quivi il solo alimento permesso era un tozzo di pane ammuffito, o fave bollite, ed acqua di pessima qualità, e non di rado piena d’insetti. Sicché i corpi più validi erano in pochi dì stremati di forze. A cotesto orribile tormento erano dannati coloro cui si volevano strappare confessioni di delitti non commessi, o dare una punizione che all’arbitrio sfrenato degli agenti del potere, dal ministro al più vile de’ carcerieri, piaceva infliggere. Quasi ciò non bastasse, un reale rescritto del 10 giugno 1826 avea pure stabilito contra taluni ordini di detenuti, e di reati commessi nel carcere, la barbara e crudele pena delle legnate.

Rinchiuso io stesso e mio fratello Gaetano nelle segrete di Santa Maria Apparente nel 1828, ed estratti da quelle semivivi, conosceva per pruova che cosa esse fossero. E nel carcere medesimo ricondotto una seconda volta nel 1850, avea parimente udito i dolorosi gemiti degl’infelici ai quali s’infliggevano le legnate.

Il perché con mia ordinanza del 9 luglio disposi la soppressione delle segrete, che immantinente furono distrutte e colmate, e nel giorno successivo ottenni altresì un rescritto col quale si abolì la pena delle legnate, e si prescrisse un regolamento ordinato a prevenire qualunque depravazione de’ detenuti, ed a produrre il loro progressivo miglioramento, intellettuale, morale, ed economico. Ma il tempo non permise che cotesto utile mio divisamento fosse allora attuato.

Furono questi gli obbietti precipui su’ quali, ne’ pochi e tumultuosi giorni in cui tenni la prefettura, mi venne fatto adoprarmi con le poche mie forze individuali. Imperocché il prestigio del potere era del tutto svanito, ed i conati della reazione, accrescendo ogni dì le diffidenze, rendevano il compito dell’autorità, se non impossibile, oltremodo difficile.

Nè a me sarebbe riuscito raggiungerlo con un tal quale plauso della pubblica opinione, se non mi avesse grandemente coadjuvato la onesta cittadinanza.

XXI. Le incalzanti difficoltà della situazione scabrosa in cui trovavasi il ministero, indussero il cavaliere Del Re a ritirarsi dal potere. Si pensò allora affidarne a me l’incarico, ed ai 14 luglio fui nominato ministro dell’interno e della polizia; il che rese le mie cure più difficili e più gravi. Imperciocché, se da un lato ebbi una sfera d’azione più estesa, mi trovai dall’altro circondato da una soverchiante massa di ostacoli, contro ai quali mi era forza di lottare, senza mezzi adeguati per vincerli.

In quei giorni la condizione delle cose era questa.

Per l’esterno eransi già inviati a Torino sin dal giorno 12 il ministro Manna ed il cavalier Winspeare, per trattare la lega col Piemonte. Per l’interno, poco fidandosi nella riuscita di quelle trattative, si continuava ad organare l’esercito; e però, oltre la divisione che trovavasi in Sicilia, altre due se ne tennero in Salerno, ed una quarta più forte in Napoli, a fin di resistere come meglio poteasi alla minacciata invasione delle provincie continentali.

Ma parve a me allora, più che dubbiosa, impossibile la lega che il Piemonte avea istantemente chiesta quattro mesi innanzi. Imperocché vi si opponeva la rivoluzione, che ardeva in tutta Italia, e forse lo stesso conte di Cavour, sospinto da essa, la sussidiava, per non esserne trascinato.

Nè, dopo le recenti vittorie, per cui Garibaldi erasi impadronito di quasi tutta la Sicilia, poteva dubitarsi che indi a poco avrebbe invaso le provincie continentali: talché oltremodo difficile sarebbe stato il resistergli, sì per la rotta disciplina militare, sì per la defezione della marina, e sì per la diserzione dell’esercito, già cominciata in proporzioni assai gravi.

Rendevano ancora più trista la situazione le manifestazioni, che da tutti gli ordini della società scoppiavano favorevoli all’idea nazionale, ed in senso ostile alla dinastia, già da gran tempo travagliata da gravissimi mali, che la sospingevano al suo fine, ed era altresì abbandonata dalla diplomazia e dai suoi più fidi.

Non pertanto, convinto che, se l’opera del ministero non valesse a salvare la corona, poteva almeno salvare il paese da una luttuosa catastrofe e dalla guerra civile, accettai il novello ufficio.

Pur non tacqui al re i miei timori, quando, richiesto del mio avviso sulla situazione, gli esposi francamente che il Piemonte, anche volendolo, non potea accettare la lega, per le condizioni di tutta l’Italia, e la soverchiante forza della rivoluzione. Che non tanto le simpatie per la casa di Savoja, e le vittorie di Garibaldi, quanto l’idea dell’unità nazionale, ed un irreparabile passato, cui era egli del tutto straniero, minacciavano la dinastia. Che pertanto faceva duopo difendersi con tutte le forze; e che il miglior modo d’accrescerle, era la più stretta legalità, la più leale e la più larga attuazione delle franchigie costituzionali, che solo potevano far sorgere la fiducia nel governo.

XXII. Vuoisi qui ricordare come in Napoli si erano costituiti in quel tempo due comitati. L’uno e l’altro in origine ne formavano un solo, che addimandavasi comitato dell’ordine, per meglio forse nascondere il suo segreto intendimento. Ma, venuti a farne parte un buon numero di emigrati, reduci dal Piemonte, non potendosi costoro porre d’accordo co’ primi fondatori sull’indirizzo da seguire, ne derivò che l’originario comitato si divise in due, che ebbero nome comitato dell’ordine e comitato dazione. Era il primo composto di gente devota al conte di Cavour; il secondo propugnava il programma di Garibaldi: anelavano entrambi al trionfo della rivoluzione; ma con modi e mezzi diversi e contrarii. Il comitato dell’ordine desiderava che la rivoluzione trionfasse nel continente, senza l’opera di Garibaldix e per l’effetto di un pronunziamelo dell’esercito, di cui diceasi essersi ripromesso al conte di Cavour il generale Nunziante. Il comitato d’azione, per lo contrario, bramava che la rivoluzione delle provincia di qua dal Faro seguisse, come in Sicilia, per l’opera di Garibaldi.

XXIII. Ma eravi a danno della dinastia un più fatale partito, quello della camerilla, che circondava e raggirava il re. Essa, acciecata da implacabile odio alle libere istituzioni, mal suo grado ripristinate, sconoscendo l’indole del movimento italiano, e le forze della rivoluzione, non si avvedeva che la dinastia era oramai abbandonata da tutta Europa, dal paese, e dai suoi più fidi: sperava poterla ancora galvanizzare; e però si agitava fra le più tristi e le più ferali illusioni. Contando sull’indole dubbiosa, incerta e senza alcun fermo proposito del re, si lusingava poter di tutto aver facile vittoria, se con un colpo di Stato si fosse tolto in mano il potere, e si fosse sbarazzata dalla costituzione, dal ministero e dai pochi capi di diversi partiti. Il perché contrariava ogni più utile e più opportuna misura del ministero, e profittava di ogni circostanza, per calunniarle, e spianarsi la via ai suoi liberticidi progetti.

Gente perversa, e di corta vista! Non si avvedevano che il tempo de’ governi assoluti era passato; che il reggimento a forma costituzionale, con tutti i suoi gravi vizii, era il solo che poteva ancora far tollerare le monarchie. Nè comprendevano come ne’ governi costituzionali la causa della libertà è così congiunta a quella della corona, che non può offendersi l’una senza scavar la tomba dell’altra; é come il serbare lealmente inviolato il patto fondamentale, è il solo mezzo da salvare la dinastia ed il paese dalle violenti commozioni, che, oppresse o trionfanti, sono sempre esiziali ai governi che le provocano.

XXXIV. Intanto lo infuriare della rivoluzione, l’agitarsi di cotesti comitati, di cui facean parte molti miei amici, il supremo mio dovere di tutelar l’ordine, e salvar la città da’ pericoli. ond’era ad ogn’istante minacciata, e le malignazioni della camerilla, che vedeva in me il più forte ostacolo a consumare le sue cospirazioni, rendevano la mia posizione sommamente delicata e difficile. E rendeala ancora più scabrosa la necessità in cui io mi trovava di trattare con gli uomini di tutti i partiti e di tutte le gradazioni politiche, per conoscere la vera posizione delle cose, e valermene a tutela dell'ordine.

Il perché, a scagionarmi da ogni responsabilità, io presi due determinazioni: la prima, di partecipare ai miei colleghi ed al re coteste mie pratiche1; la seconda, di discutere col gabinetto sopra i provvedimenti da prendere, e non assumere su di me tutte le conseguenze della politica da serbare.

Il gabinetto conosceva dunque, quanto me, resistenza dei due comitati, il segreto loro pensiero, e molti degl’individui che ne faceano parte; ne seguiva attentamente i passi; ne sapeva tutte le più segrete deliberazioni. Esse non erano tali da impensierirsene, ma io volli discuterne co’ miei colleghi. Laonde si esaminò, se convenisse procedere all’arresto, o ad altra severa misura contro de’ capi; ma si considerò che, nella mancanza di positivi fatti criminosi, il procedere contro semplici aspirazioni, in gran parte divise dal paese, sarebbe stato uscire dalla legalità; togliere al governo quella poca forza morale, che ancora restavagli; e provocare quel pericolo che volevasi prevenire. Escluso cotesto primo partito, si esaminò se almeno fosse stato utile sciogliere quei comitati. Fu concorde opinione che non conveniva; perché, a porre da banda l’ostacolo della legalità in materia così delicata, ne sarebbe nato che i comitati si sarebbero convertiti in segrete e più ardenti cospirazioni, le quali si sarebbero in tutto o in massima parte sottratte alla sorveglianza del governo. E però si decise continuare la sorveglianza, e procedere ad energiche misure, sol quando i fatti criminosi ed il pericolo dell’ordine pubblico lo avessero comandato.

E, così operando, si potè senza rumori impedire al comitato d’azione d’inviare armi e munizioni a Garibaldi, e sventare le mene e le velleità del comitato dell’ordine, che caldeggiava, come meglio vedremo in prosieguo, l’idea di fare una sommossa nella capitale, nel pio scopo di rovesciare il governo, e di prevenire il progresso ed il compimento dell’opera di Garibaldi.

XXV. Mentre i comitati meditavano la rivoluzione, eccitando in tutti i modi le passioni e le diffidenze contro il governo, la camerilla alla sua volta esauriva ogni suo sforzo, per persuadere al re la necessità di un colpo di stato, imitando gli esempii dell’avo nel 1820, e del padre nel 1848. I quali consigli venivano accortamente favoriti dal segretario particolare del re, che, lui insciente, era d’accordo colla camerilla, e non meno di essa retrivo.

XXVI. Messo tra cotesti opposti fuochi, il gabinetto raddoppiò le sue insistenze, per la lega col governo sardo, e la sospensione delle ostilità in Sicilia; raddoppiò la sua vigilanza all’interno; e sempre più si persuase che la sola politica cui doveva appigliarsi, era quella della più stretta legalità: che essa sola poteva ormai conservare l’ordine, e diminuire, per quanto fosse possibile, le diffidenze del paese, e dell’Europa, le quali non pertanto ogni dì crescevano. Non erano fondate sopra verun atto del governo; ma i ricordi del passato, i tentativi della corte e della camerilla, ed il veder da questa ultima contraminati e resi vani tutti gli sforzi del ministero, non erano certo fatti per ispirare fiducia nel governo, e affetto per la dinastia.

XXVII. E non era ignota la esistenza del club del conte di Trapani, il quale lavorava incessantemente al vagheggiato colpo di stato, avea organizzato nella reggia una fucina di cartucce e di bombe, per servirsene al bisogno, e disponea della guardia reale, di cui aveva il comando.

Cotesto club avea tentato diverse reazioni; ma erano state prevenute dalla vigilanza del governo, e respinte dal buon senso del popolo. Non rimanendogli che il solo mezzo della guardia reale, di questo si servì, per mandare ad effetto i suoi liberticidi proponimenti. Onde nel 15 luglio, alle 9 antimeridiane, videsi nella medesima ora, ed in sette diversi luoghi,  la guardia reale scorrazzare in pieno uniforme per quei luoghi, manomettere e ferire i pacifici cittadini, invadere farmacie, e molti altri magazzini; rompere le vetrine; porre a sacco ed a ruba gli oggetti che vi si trovavano riposti, e sfogare sopratutto la brutale ira loro contro i ritratti di Garibaldi e di Vittorio Emmanuele.

Appena io ebbi notizia di tale reazione, ch’era il principio d’un colpo di stato, disposi che la poca forza di polizia, che trovavasi organata, scorresse la città, e mi posi io stesso in giro pei diversi quartieri di essa. Nè in questa occasione mi mancò 1 unanime concorso degli onesti cittadini, deliberati a tutelare l’ordine contro qualunque reazione, e sopra tutto quelle che venivano dalla reggia, e minacciavano la libertà.

Così l’ordine fu ristabilito, e Napoli salva dal più terribile eccidio. Ma lo scelerato tentativo irritò oltre ogni credere tutti gli ordini della società, che ne furono profondamente commossi. Si persuasero che tutto il buon volere e tutta l’energia del ministero non bastavano più a garentire le sostanze e la vita de’ cittadini dai tristi disegni di coloro, che disponevano della forza pubblica, e ne abusavano, per commettere tali abominevoli delitti.

Nel giorno medesimo ne feci vivissime rimostranze al re; gli esposi le funeste conseguenze cui sarebbesi andato incontro, ove si fossero ripetuti simili attentati; la necessità d’una severa punizione de’ colpevoli, e quella di far sentire al conte di Trapani qual funesto servigio egli rendeva alla dinastia. Il re ascoltò attentamente le mie parole; si mostrò dolente dell’avvenuto, e, senza entrare in particolari, promise che la guardia reale non avrebbe mai più osato turbare l’ordine. E per vero nel di seguente recavasi di persona ai quartieri di Pizzofalcone ed alle caserme del reggimento real marina, e de’ cacciatori della guardia, dirigendo loro forti rimproveri, ed inculcando il rispetto della costituzione. Laonde la reazione militare non più si riprodusse; ma coloro che l’aveano mossa non cessarono di ritentare sotto altra forma la infernale opera loro, come dirò in prosieguo.

Intanto in quel medesimo giorno feci organizzare ed armare la guardia nazionale a meglio consolidare la pubblica tranquillità.

XXVIII. Conosciutosi da Cavour l’avvenimento del giorno 15, dichiarava al Manna che il procedere della corte di Napoli, rendeva la lega sempre più difficile, ed avversata dall’opinione pubblica del Piemonte: onde da quel momento può dirsi che le trattative erano più di forma, e dirette ad impedire i tristi effetti che sarebbero derivati all’interno, dal saperle già rotte, che per la menoma lusinga di riuscire a qualche conclusione.

Al quale proposito gioverà notare come a torto i borbonici attaccavano di mala fede il Cavour, di poca abilità il ministero Spinelli, e specialmente il de Martino ed il Manna. Diranno il tempo e la storia quali erano le vere intenzioni, degli accordi tra Napoleone III e Cavour; ma certo essi non amavano Garibaldi, e temevano entrambi della rivoluzione, che in lui personificavasi; onde Cavour diceva al Winspeare: «non aspettate sempre che Garibaldi vi attacchi; uscitegli incontro battetelo, arrestatelo impiccatelo» e non cessava mai di raccomandarci di ottenere a qualunque costo un successo contro di lui, per rendere possibile la lega1.

Per l’opposto il trionfo di Garibaldi era il più ardente voto d’Italia. Ed appunto perciò Cavour, mentre raccomandava a noi di battere Garibaldi, dall’altro trattava con la rivoluzione, e, come altri affermano, ajutavala, per poterla dirigere e giovarsene, se vittoriosa; se repressa dal governo di Napoli, stringere con esso la lega, ed assicurare ogni caso il predominio del Piemonte in tutta la penisola. Perloché è chiaro, che Cavour intendeva prendere consiglio dagli eventi, e che prima di essi non poteva stringere la lega, senza compromettersi col paese, e col parlamento sardo   ; cosa che fin dal primo istante avea nettamente dichiarato al Manna.

D’altra parte gioverà ricordare come il ministero Spinelli non era devenuto a trattare la lega di sua libera scelta; ma gli era stata imposta da Napoleone, e da tutte le potenze europee, tranne l’Austria, dalle condizioni di tutta l’Italia, e dal bisogno di propiziarsi la diplomazia, per poterne invocare, come incessantemente fece, sebbene invano, l’appoggio.

Nè ad altro scopo, che a questo, spediva ancora a Londra il marchese La Greca, ministro dei lavori pubblici, che nulla pretermise a raggiungere il fine della sua missione.

Aggiungasi che il gabinetto Spinelli, trattando la lega, avea in animo non solo di propiziarsi la diplomazia, ma di lasciare a carico di quello di Torino la responsabilità dei progressi della rivoluzione, e della guerra civile, che poteva derivarne; e, quello ch’è più, di non accelerare nei domini continentali lo scoppio della rivoluzione, per la rottura delle trattative.

XXIX. Ma i fatti che seguono dimostrano quanto la prudenza, e tutti gli sforzi del ministero fossero vani.

Per effetto degli accordi diplomatici e delle determinazioni prese in un consiglio di ministri, con l’assistenza dei principi reali, e degenerali Casella, Ritucci, Ischitella, e del maggiore Luigi Cianciulli, si erano sospese le ostilità in Sicilia. Nondimeno, senza saputa del ministero e dello stesso ministro della guerra, il generale Clary comandante della piazza di Messina, per disposizione strappata al re dalla camarilla, col pretesto di sostenere il castello di Melazzo, minacciato, vi spedì nel giorno 14 luglio una brigata comandata dal colonnello Bosco. Cotesto movimento fece ripiegare le poche bande che accampavano a Barcellona. Il giorno 17 gli avamposti del colonnello Bosco attaccarono, e riportarono qualche vantaggio; ma il dì 20, accorso da Palermo Garibaldi con rinforzi, dopo un combattimento in cui le truppe regie si condussero con bravura, costrinse Bosco a rinchiudersi nel castello di Melazzo. Il re sapevalo, ma non lo partecipò al ministro della guerra, che, appena ebbe notizia del fatto, ordinò a Clary di muovere in soccorso di Bosco; e dispose che tre battaglioni di cacciatori, ed una batteria di artiglieria s’imbarcassero a Castellammare. Ma Clary non si mosse, e la marineria non volle prestarsi. Che anzi il conte d’Aquila, recatosi di persona al ministero, dichiarò che in quel momento non si dovea esigere da essa quel servizio; perché non si potea contare sugli equipaggi. E di fatti i quattro comandanti, chiamati la sera dal re, confermarono le dichiarazioni del principe, Il perché il ministro della guerra, che avea noleggiato due grossi vapori francesi, imbarcando sugli stessi, ufficiali, uomini, viveri, e quanto altro occorreva a porre in buona condizione le truppe di Messina, fece immediatamente sbarcare il tutto; ed invece dispose spedirsi quei vapori a Melazzo, non già per sostenere Bosco, già battuto e rinchiuso in quel castello, ma per imbarcare le truppe ivi esistenti, le quali non potevano più resistere a Garibaldi. Onde intervenne che il consiglio dei ministri, con l’approvazione del re, decise spedirsi a Melazzo il tenente colonnello Anzani, con istruzioni per trattare con Garibaldi, liberare le truppe rinchiuse nel castello, e condurle a Napoli. La qual cosa saputasi dal corpo della marina, e visto che non si trattava più d’imbarcar truppe per combattere Garibaldi, ma invece di liberar quelle che erano a Melazzo, fece conoscere, per mezzo dello stesso conte d’Aquila, che era pronto a partire. Partì in effetti e condusse a Melazzo Anzani, il quale ottenne da Garibaldi di rimbarcare tutte le truppe col solo sagrificio della metà de’ cavalli e di una batteria.

XXX. Il ministero, appena seppe le cagioni dei traditi accordi diplomatici, e della sconfitta di Melazzo, si era determinato a dare la sua dimissione; ma, pensando che il potere sarebbe caduto in mano della camarilla, con la rovina del paese, si decise farne rimostranza al re, ed esporgli il grave danno che n’era derivato.

Tale rimostranza fu fatta con leale franchezza e senza reticenze, né si mancò di dimostrare al re come la camarilla, per odio delle libere istituzioni, attraversava non solo tutti i provvedimenti del ministero; ma gli stessi accordi diplomatici da cui principalmente speravasi ajuto e salvezza. Il re si mostrò convinto di tale verità, e promise secondare in tutti i modi le disposizioni del ministero.

XXXI. In conseguenza del combattimento di Melazzo il generale Clary fu costretto trattare direttamente col generale Medici pel ritorno delle truppe sul continente. Il perché Garibaldi s’impadroniva di tutta l’isola, e si disponeva a sbarcare nelle vicine coste della Calabria.

Fu allora che Spinelli, informando il gabinetto francese dei disegni di Garibaldi, soggiungeva essere l’Europa, come una gran selva, e che, appiccatosi il fuoco della rivoluzione in uno dei suoi estremi, niuno poteva prevedere ove andasse a fermarsi. Chiedeva perciò rajuto della flotta francese, per impedire lo sbarco di Garibaldi: e la Francia, sotto condizione del concorso dell’Inghilterra, che già sapeva avversa ad ogni intervento, poneva immediatamente a disposizione del governo napoletano tutta la flotta, che avea nello stretto di Messina.

Il perché Spinelli, di accordo con Brenier e con l’ammiraglio francese, stabilivano il numero delle navi ed il modo di operare, per impedire lo sbarco temuto. Ma, fatta simile richiesta all’Inghilterra, pregandola di operare di accordo con la Francia, si rifiutava, mantenendo il principio del non intervento, e soggiungendo: «che il governo napoletano alla perfine libero e nazionale, forte del suo diritto, ed avendo il primo esercito d’Italia, tenea soprabondanti mezzi di resistenza e di riscossa, e potea liberamente usarle ne. Protestava in fine di ritenere come casus belli l’intervento della Francia1.»

Cotesto rifiuto dell’Inghilterra rifermò nel ministero il convincimento di essere ella avversa alla dinastia; e però vedere con soddisfazione i progressi della rivoluzione e dell’opera di Garibaldi. La quale politica datava dall’epoca del ritiro del suo ambasciatore presso Ferdinando II, il cui governo avea destato l’avversione dell’opinione pubblica del popolo inglese, e del suo governo che riteneano quello di Napoli la negazione di Dio.

XXXII. Garibaldi passava quindi senza resistenza lo stretto e sbarcava nelle vicinanze di Reggio. Sospettassi allora, e si seppe di poi, che l’ammiraglio inglese avea favorito lo sbarco, e quello di Francia non vi si era opposto altrimenti.

Conosciutasi lo sbarco, la rivoluzione, che serpeggiava latente, scoppiò da per ogni dove; e nella vicina Basilicata si organizzò in governo provvisorio.

Nè la parte dell’esercito che colà trovavasi, oppose migliore resistenza di quello che avea fatto in Sicilia ed in Calabria; ché coloro che lo capitanavano erano da per tutto gl’istessi, sfiduciati, disgustati dai bassi intrighi della camarilla, e non pochi avversi alla dinastia.

XXXIII. Pur d’onde meno speravasi, avrebbe forse potuta sorgere un qualche soccorso. Era da poco giunto a Napoli il generale Girolamo Ulloa, che nella difesa di Venezia nel 1848, e nel suo lungo esilio in Francia, avea acquistato fama di capacità militare; avea reso importanti servizii alla causa d’Italia, capitanando le forze insurrezionali toscane, ed a suo dire era stato ingiustamente trattato da Cavour, e costretto a dimettersi.

Ora Ulloa, grandemente irritato contro Cavour e contro la maggior parte de’ generali piemontesi, che diceva ignoranti e pessimi amministratori, offriva a Spinelli presidente del consiglio di battere Garibaldi in Calabria, purché gli fosse dato un corpo di ventimila uomini, e qualche batteria di campagna.

Spinelli accettava la offerta e la proponeva al re, che l’accoglieva con premura, per esser l’Ulloa fratello del cavalier Pietro Ulloa, consigliere occulto del re, e capo fabro di tutte le tristizie della camarilla.

Il ministro della guerra, sebbene osservasse che lo affidare il comando all’Ulloa, avrebbe urtato le giuste suscettività dell’esercito, pur, cedendo alla volontà del re, non dissentiva di farlo. Si preparava il decreto; ma, quando lo si presentava alla firma del re, la camarilla, non potendo patire l’idea che il ministero costituzionale avesse una probabilità di successo, faceva protestare al generale Bosco che avrebbe spezzatola sua spada prima di servire sotto gli ordini di un rivoluzionario e di un disertore: ed il re, mutato consiglio, non più firmava il decreto. Nè qui va taciuto che, saputasi dal Cavour l’offerta dell’Ulloa, diceva al Manna: «si badi a non adoperare il generale Ulloa, sospetto di murattismo. Guasterebbe forse le trattative.»

Io non credo che l’Ulloa avesse potuto moralizzare l’esercito; non ritengo che questo si fosse battuto contro Garibaldi; né parmi che Ulloa avesse potuto vincere ad un tempo Garibaldi, la rivoluzione, e le generali tendenze verso l’unità nazionale. Ma è ben certo che la camarilla fece pur mancare questa difesa allo stato; perché, come vedremo, ben altri erano i suoi divisamenti. E Garibaldi, non arrestato da veruna resistenza, procedeva trionfante verso Salerno; e la insurrezione delle provincie continentali diveniva ogni dì più vasta ed irresistibile.

XXIV. Mentre tali cose avvenivano nel campo della rivoluzione, il ministero, se non potè resistere a Garibaldine più lusingarsi di salvar la dinastia, non trascurò mai di compiere il suo debito in ogni ramo della pubblica amministrazione del paese.

E sopratutto continuò a serbare l’ordine, e la più perfetta tranquillità della capitale, non ostante le mene de’ partiti avversi alla dinastia ed al governo, il generale scontento, e l’infuriare della rivoluzione. E ciò senza imprigionare un sol cittadino, senza provvedimenti eccezionali, e senza vessare alcuno. Il che dimostra quanto sia il buon senso del popolo italiano, e come mal si appongano coloro che pensano governarlo con la forza bruta, con i sospetti, le paure, le leggi eccezionali del dispotismo e con le sempre funeste arti e nequizie poliziesche.

A calmare le diffidenze del partito liberale non cospirante, il ministero diè fuori il suo programma, col quale riconfermava il suo intendimento di tutelar l’ordine e far gli organici perché lo statuto fosse una realtà. 1

Cercò altresì rinforzarsi, chiamando nel suo seno taluni degli emigrati rimpatriati; ma niuno di essi volle sobbarcarsi al difficile compito, sì perché ritenevano già perduta la dinastia, e perché si lusingavano poter attuare la loro idea dell’annessione incondizionata al Piemonte, prevenendo l'opera di Garibaldi.

XXXV. E quanto alla mia particolare missione, ricorderò che io mi occupai in preferenza:

Dell’organamento ed armamento della guardia nazionale;

Del compimento della riorganizzazione del personale della prefettura di polizia;

Della riforma del personale del ministero dell’interno;

Della rinnovazione de’ municipii;

Del personale amministrativo;

Delle opere pubbliche comunali e provinciali;

Della divisione de’ demanii comunali, non per anco compiuta a’ sensi delle decisioni della già commissione feudale;

Della elezione de’ deputati, e della edificazione della sede del parlamento;

Della beneficenza, e della riforma del personale de’ grandi luoghi di carità della capitale;

Del richiamo della telegrafia elettrica e visuale, da casa reale al ministero di mia dipendenza.

E, per non rimanere a coteste indicazioni generali, gioverà accennare brevemente di ciascuno di tali provvedimenti.

Nelle condizioni di quei giorni, io vedeva nella guardia nazionale il solo elemento di forza morale e materiale che rimaneva al governo; la sola guarentigia delle libere istituzioni e dell’ordine pubblico.

Avrei perciò desiderato organarla ed armarla sopra più larghi principii di quelli che informavano la legge provvisoria del 5 luglio 1860; ma facevano insormontabile ostacolo a questo mio divisamento la urgenza di attuarne il servizio, e la difficoltà che avrebbe incontrato il re a riformare la legge pubblicata pochi giorni innanzi. Laonde credetti più conveniente occuparmi di un regolamento disciplinare, che riempisse taluni vuoti della legge medesima, e così andar oltre nel desiderato organamento. Fu tutto cotesto ordinamento compiuto in tre soli giorni, e nel 17 luglio si vide con plauso generale attuato il servizio della milizia cittadina, che sin dal primo istante ispirò grande fiducia e tranquillità.

E qui mi si conceda che io ricordi, per debito di sentita riconoscenza, come il 23 luglio 1860, mio giorno onomastico, in omaggio de’ campati pericoli, volle la intera città festeggiarlo con copiose luminarie; e tutte le compagnie della guardia nazionale di Napoli, previa l’approvazione del loro comandante generale Ischitella, m’inviarono un assai lusinghiero indirizzo, del quale mi onorerò e serberò sempre gratissima memoria.

Il che mi giovò grandemente a vincere l’ostinata opposizione del re all’accrescimento della guardia nazionale; e però con decreto del 19 luglio fu accresciuta per Napoli da 6000 a 9600 uomini; e per le provincie in numero pari a quello delle guardie urbane, che vennero abolite. I quali provvedimenti ottennero ancora plauso maggiore, perché garentivano sempre più l’ordine pubblico.

Ai 25 del mese stesso ne accelerai la composizione in tutte le provincie, indirizzando severe ammonizioni a’ funzionarii, che si erano dimostrati oscitanti nell’attuarla; e disposi accrescerne ancora il numero, ove così richiedessero le condizioni locali.

Il 14 agosto il ministero, esponendo al re l’opportunità ed i vantaggi d’armare la guardia nazionale, mi fece dare 12000 fucili.

Con diversi decreti furono nominati i capi dei battaglioni, e con ultimo decreto del 27 agosto ne fu per Napoli accresciuto il numero da 9600 a 12000 uomini; il che ne rese pure meno gravoso il servizio.  Intorno al quale aumento ebbi a sostenere la più viva contraddizione da parte del re, che, cedendo al fine alle mie rimostranze, mi disse sorridendo:

«Si accordi pur questo al tribuno Romano.»

Finalmente a’ 30 agosto feci sanzionare e pubblicare il regolamento disciplinare, che ne compiva l’ordinamento.

XXXVI. La riforma del personale della prefettura di polizia, a norma dell’antico organico, che mi riserbava di riesaminare più tardi, unitamente a quello del ministero di polizia, era stato da me intrapreso, durante il breve periodo che ressi la prefettura di polizia. Era urgente il compierlo, e vi provvidi con decreti de’ giorni 16 e 17 agosto 1860.

Così riformato il personale della prefettura, mi occupai della riforma di quello del ministero dell’interno e della polizia, ed in preferenza del primo, che da dodici anni languiva in uno stato di totale abbandono.

A duplice scopo intese l’opera mia: stabilirne la pianta organica; cangiarne a grado a grado il personale con novelli elementi, che meglio rappresentassero la capacità, la probità, l’amore del progresso e de’ nuovi ordini politici. Proposi perciò e furono sanciti nove decreti riguardanti gli organici ed il personale.

Intorno alle quali nomine, ed alle altre dipendenti dal mio ministero, dirò apertamente e con vero dolore, che pur troppo non furono tutte quali io le desiderava. Ma, dopo che un dispotismo ombroso e cieco, avea distrutto appo noi ogni maniera di vita pubblica, e direi sociale, sino ad impedire che gli onesti cittadini delle provincie venissero alla capitale, e fosse così questa ridotta allo stato d’isolamento, non pure del resto d’Europa, ma delle sue stesse provincie, non era agevole il conoscere appieno il personale. E però dovetti necessariamente far ricorso alle altrui informazioni, le quali non sempre furono sincere, sia per lo scatenamento delle passioni dei partiti e delle ambizioni, sia per commiserazione di coloro che aveano tanto sofferto sotto il giogo delle passate amministrazioni. Aggiungasi che molti nomi vennero respinti dal re, come soverchiamente democratici, e molti altri furono poscia mandati via dalla Dittatura, come non abbastanza devoti al principio rivoluzionario. Non pertanto il maggior numero dei funzionarii da me nominati fecero buona pruova, e furono rispettati dalla Dittatura, dalle luogotenenze, e dai successivi ministeri; il che pruova che non erano del tutto male scelti, non ostante il perturbamento e le agitazioni di quel periodo eccezionale. Le nomine del personale sono sventuratamente lo scoglio di tutte le amministrazioni; e ben può ripetersi di esse: «chi è innocente, scagli la prima pietra.»

XXXVII. Se il personale del ministero avea richiesto gravi riforme, più tristo ancora era quello de’ municipii, composti da gente retriva, che quasi tutta avea sottoscritto la petizione per l’abolizione della costituzione del 1848; abusava del potere, per commettere ogni maniera di prepotenze e di arbitrii; viveva di soprusi, ed avea quasi fatto risorgere il feudalismo. Affidare a tali uomini l’attuazione de’ nuovi principii e le elezioni politiche, sarebbe stato gravissimo errore: pur legalmente non poteano mutarsi, come la urgenza del caso richiedeva. Non pertanto era forza di farlo e poi chiedere un bill d’indennità; e questo io feci col decreto del 23 luglio 1860, il quale conferì agl’intendenti  le facoltà di commissarii straordinarii, a fin di procedere con poteri eccezionali alla rinnovazione della metà di ciascun decurionato, ed alla nomina de’ novelli sindaci e degli eletti.

Se non che con circolare del 26 luglio dichiarai loro, che ove nella ricomposizione dei municipii si rinvenissero tra gli antichi componenti di essi, persone probe, intelligenti ed amiche de’ novelli ordini rappresentativi, potessero confermarsi nell’ufficio.

Ma la rinnovazione de’ municipii sarebbe riuscita opera vana, ove contemporaneamente non si fosse provveduto alla riforma del personale della gerarchia amministrativa da cui dipendevano; né questo era migliore di quelli. Fu quindi mestiere provvedere a molte nomine, destituzioni d’intendenti e di consiglieri d’intendenza, di segretarii generali, di sotto intendenti    e così feci mercé i decreti sanciti nei giorni 19, 23, 24 e 27 luglio, 8, 18, 29 e 30 agosto, 1, 3 e 5 settembre 1860.

Per meglio conservare l’ordine e la tranquillità, e conciliare ad un tempo l'amore del popolo alle libere istituzioni, provvidi che si attivassero come più poteasi le opere pubbliche, e si portasse a termine la ripartizione dei demanii. Onde disposi che si fossero riattivati i pubblici lavori, e sopratutto proseguiti in Napoli quelli di già in corso delle strade dei Fossi, Maria Teresa, e di Mergellina; della colonna della Pace, della copertura del canale di Carmignano, del Campo santo nuovo, e del basamento della statua del Vico.

La ripartizione dei demanii prescritta dalla legge, e dalla decisione della commissione feudale, non era stata in molti comuni eseguita, per la prepotenza degli ex-feudatarii, ed altri usurpatori di quei demanii; onde erano avvenute in più luoghi delle perturbazioni e delle vie di fatto, che richiedevano urgenti misure governative.

XXXIX. Intanto io vidi d’esser cosa di massima urgenza il preparare la sede del parlamento, compiere le liste elettorali ed affrettare le elezioni; imperciocché, vincitori, o vinti della rivoluzione, era un gran fatto ed una grande tutela all’ordine e dei diritti del paese, il ritrovarsi aperto il parlamento. E se gli eventi non lo avessero impedito, molti mali si sarebbero evitati, e con ben altre condizioni ci saremmo poscia uniti al Piemonte, per far l’Italia, non già per subire la disastrosa politica della egemonia piemontese.

XL. Richiamarono parimente le mie cure, l’importante obbietto della beneficenza, e la riforma dei grandi luoghi di carità della capitale. Laonde nominai una commissione incaricata di compilare un progetto di legge, da presentarsi al parlamento, e che s’informasse a più larghi principii umanitarii e sociali. Contemporaneamente diedi cominciamento alla riforma del rispettivo personale, proponendo i decreti del 14 e 29 agosto, ed innanzi tutto occupandomi di quello dell’Albergo dei poveri, il quale, per i gravi abusi che vi si erano introdotti, avea più d’ogni altro bisogno d’immediati provvedimenti.

Sul quale proposito mi toccò pure a combattere colle simpatie che il re avea verso coloro, che reggevano quel grande stabilimento di beneficenza, infeudato ad uomini della prima aristocrazia, dell’alta magistratura, e del clero; tutti retrivi e peggio. Furono tutti tolti, e surrogati da uomini assai stimabili per sapere e per virtù cittadina, fra’ quali l’egregio e compianto cavaliere Sagariga, che, per compiere il suo dovere, cadeva vittima del pugnale di un assassino.

XLI. Mi occupai in fine della delegazione dei telegrafi elettrici e visuali, che a cupa tirannide di Ferdinando II aveva messo nella regia sotto la dipendenza della casa reale. E però proposi che fossero richiamati al ministero dell’interno; e non ostante i gravissimi ostacoli per parte del re, fu tanto sancito con decreto degli 8 agosto.

XLII. Mentre ciascun ministro faceva il meglio che da lui dipendeva per la migliore amministrazione del proprio ramo, ben altro accadeva nel campo della camarilla. La reazione del 15 luglio aveva accresciute le diffidenze dei cittadini verso la corte; ma non avea punto diminuito nei tristi e nella camarilla gli audaci loro proponimenti. Essi facevano ogni opera, per accreditare nel basso popolo l’idea, che la costituzione avrebbe distrutto la religione; che il re l’avesse data, costretto dalla violenza, e che anelava il momento di toglierla, punendo severamente i liberali.

E più operoso d’ogni altro era il clero, che, per mezzo del confessionile, sovvertiva quanto più poteva le menti femminee e dei deboli. Il perché la reazione manifestavasi in Napoli e nelle provincie sotto la triplice forma: militare, cioè, clericale e pagana. I vescovi e gli arcivescovi, messi a capo di quel movimento, promovevano, con tutte le abominevoli arti loro, la guerra civile, ed aspettavano il momento propizio a levare il capo. Co teste mene furono opportunamente neutralizzate col contegno risoluto e fermo delle autorità; ed il paese nulla ebbe a soffrire da esse; ma certo non afforzavano il governo, né conciliavano fiducia nella dinastia.

XLIII. In questo stato di cose due cospirazioni ponevano il colmo alla misura: una del conte d’Aquila, e l’altra del de Sauclières,

Il conte d’Aquila, smanioso da lunga mano di regolare a suo modo le cose dello stato, nemico della vedova regina, che, morto Ferdinando II, era il solo ostacolo alle ambiziose sue mire; credè giunto il momento di profittare della debolezza del nipote, del generale abbandono, e del vuoto che ogni dì più faceasi intorno alla reggia. E però pensò tentar qualche cosa da insignorirsi del potere, od almeno da assicurarlo di poter disporre a suo arbitrio del re, facendogli credere di aver salvato la corona dagli eccessi della demagogia.

Laonde cercò da prima propiziare alle sue brame i due ministri, che più poteano favorirlo all’interno ed allo straniero; e, non riuscito in cotesto strano divisamento, si determinò ad usare la forza, per togliersi d’innanzi quei due ministri e compiere il suo disegno. Faceva perciò venir da Francia una quantità di tuniche, di chepi e di daghe di guardia nazionale, per armar con esse una mano di galeotti, la quale, unita ad altri vestiti da borghesi, appiccasse un conflitto con la popolazione e con la vera guardia nazionale, e così trucidare quei due ministri, e qualche liberale più ardito, presentarsi a colpo riuscito e farsi proclamare reggente, od almeno salvatore della dinastia.

Ma la polizia, che già teneva d’occhio le sue mosse e quelle dei suoi agenti, seppe, essere pervenute in dogana molte casse dirette al conte, con la mentita indicazione di chincaglierie; le sorprese, ed ebbe in mano il corpo del delitto.

Rivelata la cospirazione al consiglio dei ministri, si lessero tutti i documenti, si tennero due consigli di ministri, e, dopo la più matura discussione, si decise l’arresto del conte. Pur non fu eseguito; perche né il ministro della marina, né alcun altro funzionario volle prestarsi. Onde si pensò chiamare il generale Palumbo della marina, amico ed ajutante del conte, se gli esibirono i documenti, e se gli diede l’incarico d’intimare al principe di partire fra ventiquattro ore, sotto l’apparente missione di comprare due fregate in Inghilterra, e così evitare il suo arresto.

Il re non assisté ai consigli, ma vide i documenti, approvò la deliberazione presa, e domandò a Spinelli, quale contegno dovea tenere, se il conte gli domandasse un’udienza. Al che Spinelli rispose, che, se egli permettesse al conte di vederlo, la misura sarebbe abortita, e l’ordine pubblico gravemente compromesso. Il re promise di non vederlo e tenne la sua promessa; perché ben sapeva altri antecedenti del conte, e non gli piaceva il giuoco, che egli voleva tentare.

Così il conte, per deliberazione del consiglio dei ministri approvata dal re, fu inviato a Londra per una missione del governo relativa alla real marina, e partì la notte del 14 agosto 1860. E così le libere istituzioni furono salve, e l’effusione di molto sangue cittadino fu risparmiato.

XLIV. La seconda cospirazione ordita nella reggia, era condotta da un Ercole de Sauclières, prete legittimista francese, che in singolare abbigliamento e con lunghissima barba tutta canuta si dava l'aria di un ispirato.

Nella notte del 29 agosto si trovarono affissi in più luoghi della città, e distribuiti in gran copia, sopra tutto ai militari, molti cartelli che portavano il titolo di Appello di salvezza pubblica.

Con essi, secondo che sarà manifesto da quel che dirò indi a poco, s intendeva provocare il popolo alla rivolta, sotto colore di consolidare la data costituzione, e vendicare il regio potere, che diceasi avvilito, sì dalla rivoluzione, come da ministri traditori.

Cotesta trama, ordita nel club del conte di Trapani, non rimase lungamente ignota alle mie ricerche, seppi del prete straniero, che n’era uno dei principali agenti, la sua abitazione e la stamperia in cui erano stati impressi quei cartelli.

Senza frapporre tempo in mezzo invitai il comandante della piazza a porre a disposizione del prefetto di polizia venti uomini a piedi, ed altrettanti a cavallo; diedi al prefetto gli ordini opportuni, si corse alla stamperia Ferrante, posta nel largo di S. Anna di Palazzo, in cui mi si disse essersi stampati i cartelli incendiarii, e, rinvenutasi chiusa la porta, ne fu affidata la custodia alla guardia nazionale di quel quartiere. Contemporaneamente il prefetto di polizia Bardari ed il commessario Peritano fecero una rigorosa perquisizione nella casa del de Sauclières, e vi si rinvennero meglio di 2000 esemplari del cartello incendiario; un opuscolo intitolato: Naples et les journaux révolutionnaires, ed una lettera scritta dal de Sauclières ad un frate di Roma, con la data del 29 agosto 1860, e non per anco spedita. Tale lettera rivelava com’egli era attaccato ad uno de'  principi della famiglia del re, per scrivere la corrispondenza a taluni giornali di Francia. Indi soggiungeva:

«Io penso che il re perverrà a sormontare gli ostacoli, che in tutti i giorni gli si parano innanzi per perderlo. Ma questo non sarà senza effusione di sangue. La sua truppa è fedele ed animatissima contro i Garibaldini. Essa vuole farne una spaventevole Saint-Barthelemv. Se Dio ne seconderà, vi saranno molte vittime, e ciò potrà essere fra pochi giorni.»

Il prete cospiratore non si rinvenne nella sua dimora; onde il prefetto ordinò che, disposta opportunamente la forza, il commissario l’attendesse, per arrestarlo nel rientrare in casa.

In questo io presi alquanti de’ cartelli incendiarii, e corsi dal ministro di guerra Pianell, che da poco erasi messo a dormire, essendo la notte bene inoltrata. Il feci destare ed immantinente venuto a me lo informai di tutto e lo pregai seguirmi dal re; al che egli prestossi con l’usata sua alacrità e patriottismo.

Trovammo il re desto, quantunque fossero le due dopo la mezza notte: avea forse finito allora di conferire col generale Cutrofiano, che scendeva le scale della reggia, mentre noi le salivamo.

Gli narrai per filo e per segno le cose discorse; e poiché le ebbe attentamente ascoltate, mi disse essere a sua conoscenza quanto erasi operato dal prete francese, che nel giorno stesso era partito per via di mare. Ma il re in questo s’ingannava, secondo che or ora dirassi.

Lesse poscia il cartello che io gli avea presentato, ed osservò essere una traduzione dal francese, al che bene si apponeva; imperciocché, arrestato poscia il de Sauclières, nel suo interrogatorio confessò averlo scritto nel suo idioma.

Intanto il de Sauclières rientrava in sua casa all’una dopo la mezza notte ed era arrestato: nella notte stessa fu imprigionato lo stampatore Ferrante, ed erano entrambi tradotti nel carcere della prefettura.

La mattina del 30 agosto fu aperta ne’ modi di legge la stamperia, e vi si rinvennero altri 8000 esemplari del cartello incendiario.

Indi il prefetto ed il commissario interrogarono ai termini di legge i detenuti; e il de Sauclières confessò che il domani della notte dell’affissione dei cartelli (29 agosto) una terribile rivoluzione doveva scoppiare in favore del re; e che n’erano scienti personaggi alto locati, i quali non poteva né doveva nominare. Accennava egli con queste parole al conte di Trapani, da cui avea incarico di scrivere la corrispondenza de’ giornali oltramontani, al generale Cutrofiano, ed altri personaggi della corte. Infatti, il Cutrofiano ed i suoi aderenti, conosciuto l’arresto del de Sauclières, non seppero dissimulare l'ira loro pel fallito disegno d’insanguinare la città e forse l’intero paese. Fecero chiamare nell’appartamento del conte di Trapani nella reggia il commissario di polizia Peritano, e, dopo d’ave re invano cercato in molti modi insidiosi di coglierlo in fallo, il Cutrofiano si permise prorompere contro di lui in isconce e villane parole, alle quali il Perifano dignitosamente rispose.

Compiuta come è detto la preliminare istruzione in linea di polizia, gl’imputati e tutti gli oggetti di convinzione del loro reato furono dal prefetto Bardari spediti al potere giudiziario, perché procedesse al correlativo giudizio.

Frattanto venne da me il barone Brenier, ministro di Francia presso la corte di Napoli, e mi domandò istantemente la liberazione del de Sauclières.

Gli osservai che l’affare non più dipendeva da me, sibbene dal potere giudiziario. Non se ne mostrò persuaso, e con un certo mal umore mi domandò se io voleva rinnovare il 93. Gli risposi, che io doveva salvare il paese dalle cospirazioni, quali che fossero i cospiratori, e che la giustizia doveva avere il suo corso.

XLV. Ciò detto delle due cospirazioni, seguiamo il corso degli avvenimenti. Se nel 12 giugno l’imperatore de’ Francesi diceva ai nostri ambasciatori che le concessioni giungeano troppo tardi; che egli stesso malgrado i suoi interessi, non poteva più impedire in Italia il trionfo dell’idea nazionale e le annessioni al Piemonte; se nel consiglio de’ ministri del 23 giugno si ritenne «trionfante e sussidiata da tutta Europa la rivoluzione; vinto e disarmato l’esercito in Sicilia, la marina travagliata dal fermento rivoluzionario; il compiuto abbandono della diplomazia; la dinastia disperata, e costretta ad appigliarsi al pericoloso espediente delle concessioni proposte dalla Francia;» quali mai esser poteano le sue condizioni dopo lo sbarco di Garibaldi sul continente, la marcia trionfale di lui su Napoli, la pertinacia della reazione liberticida, che ogni dì più ingigantiva, e la sfiducia de’ cittadini?

D’altra parte tutta Italia, lanciatasi nelle vie della rivoluzione e sotto il vessillo della casa di Savoja, minacciava, e ad ogni ora faceva più grave il pericolo della cadente dinastia. Chi poteva assicurare, che da un momento all’altro non sorgesse un moto nella città, che ponesse in pericolo la persona del re, la vita e le sostanze de’ cittadini?

Il re stesso, grandemente preoccupato dalla gravità della posizione, era altresì convinto che la gran maggioranza della capitale abboniva i disegni della camarilla, ed avrebbe tutto sagrificato, per prevenire i disordini ed il saccheggio. E però con lettere di proprio pugno scritte al presidente del consiglio, ed al ministro della guerra, avea loro manifestato il pensiero di lasciare la capitale, per meglio provvedere alla difesa de’ suoi diritti. Avea pure assicurato il corpo diplomatico che a qualunque costo avrebbe evitato che si facesse la guerra sotto le mura della capitale, per non esporre questa agli orrori che ne sarebbero derivati.

Quale via in quelle ore supreme rimaneva a’ consiglieri della corona, dopo d’averle ripetutamente e sempre invano proposta la più opportuna difesa? Una sola: esporre al principe tutta intera la verità.

Scrissi perciò il mio memorandum del 20 agosto, che non trovossi opportuno da taluni de’ miei colleghi, né fu letto in consiglio; ma fu giudicato necessario ed urgente da un generale altamente locato nell’esercito e nella fiducia del re. Lo presentai quindi al re nel mio particolar nome, qual testimone franco e leale delle convinzioni, che già gli avea espresse nell’accettare il portafoglio.  

In quel memorandum io esposi quale all’interno ed allo esterno presentava la situazione, e come, per la rotta disciplina, niuna fiducia poteva più aversi nell’esercito e molto meno nella marina.  

Mostrai che sì nel caso d’una sconfitta, come in quello d’una vittoria, la mancata fiducia tra popolo e principe facea sì che la dinastia corresse al suo fine. Dissi come la Francia e l’Inghilterra, per fini diversi, favorivano i disegni del Piemonte, per modo che Garibaldi, seguendo le sue ispirazioni, diveniva lo strumento inconsapevole di cotesta ormai palese politica. Sicché, ridotta a tali condizioni la dinastia, rimanea solo a salvarne l’onore e la dignità per l’avvenire. E però gli consigliava, allontanarsi per poco dalla capitale, investire d’una reggenza temporanea un ministero forte, fidato ed onesto, a capo del quale fosse pur posto, non già un principe reale, ma un uomo che meritasse la stima e la piena fiducia del re e del paese, dirigere ai popoli suoi franche e generose parole, da far testimonio del suo nobile proposito di risparmiare alla capitale i pericoli ond’era minacciata da Garibaldi, e gli orrori della guerra civile.

A taluno sembrò duro e poco conforme al solito frasario ministeriale quel mio memorandum. Ma dovea io forse ingannare il re sulla vera situazione delle cose, e su i pericoli che da un momento all’altro potean correre la sua persona e la tranquillità della capitale? Quando tutto era perduto, se non poteva più salvarsi la dinastia, bisognava salvare il paese dalla guerra civile, l’onore e la vita del capo dello stato.

E se alcuna difesa fosse stata possibile, la stessa reggenza da me proposta avrebbe potuto compierla assai meglio del re, mostratosi sempre impari alla situazione e sempre incapace di energiche risoluzioni.

Ma meglio assai d’ogni mio ragionamento mostra la verità e l’opportunità del mio memorandum un documento il più solenne ed irrefragabile: la lettera del 24 agosto 1860, che, soli quattro giorni di poi, diresse al re il conte di Siracusa, suo zio. Egli compendiava e scolpiva la posizione con queste memorande parole:

Sire,

«Se la mia voce si levò un giorno a scongiurare i pericoli che sovrastano la nostra casa, e non fu ascoltata, fate ora che presaga di maggiori sventure, trovi adito nèl vostro cuore, e non sia respinta da improvido e più funesto consiglio.»

«Le mutate condizioni d’Italia, ed il sentimento dell’unità nazionale, fatto gigante ne’ pochi mesi, che seguirono la caduta di Palermo, tolsero al governo di M. quella forza onde si reggono gli stati e rendettero impossibile la lega col Piemonte. Le popolazioni dell’Italia superiore, inorridite alla nuova delle stragi in Sicilia, respinsero co’ loro voti gli ambasciatori di Napoli, e noi fummo dolorosamente abbandonati alla sorte delle armi, soli, privi di alleanze, ed in preda al risentimento delle moltitudini, che da tutti i luoghi d’Italia si sollevano al grido di esterminio lanciato contro la nostra casa, fatta segno alla universale riprovazione. Ed intanto la guerra civile, che già invade le provincie del continente, travolgerà seco la dinastia in quella suprema rovina, che le inique arti dei consiglieri perversi, hanno da lunga mano preparata alla discendenza di Carlo III Borbone. Il sangue cittadino, inutilmente sparso, inonderà ancora le mille città del reame, e Voi, un di speranza ed amore de’ popoli, sarete risguardato con orrore, unica cagione d’una guerra fratricida.»

«Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, salvate la nostra casa dalle maledizioni di tutta Italia, seguite il nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma, che allo irrompere della guerra civile, sciolse i sudditi dalla ubbidienza e li fece arbitri dei proprii destini. L’Europa ed i vostri popoli vi terranno conto del sublime sacrifizio; e Voi potrete, o Sire, levare confidente la fronte a Dio, che premierà l’atto magnanimo della M. V. Ritemprato nella sventura, il vostro cuore si aprirà alle nobili aspirazioni della patria, e Voi benedirete il giorno in cui generosamente vi sagrificaste alla grandezza d’Italia.»

«Compio, o Sire, con queste parole il puro mandato, che la mia esperienza m’impone; e prego Iddio che possa illuminarvi e farvi meritevole delle sue benedizioni.»

«Napoli, 24 agosto 1860 — Di V. M. — Affezionatissimo zio — Leopoldo conte di Siracusa.»

Si mediti bene cotesta lettera, ed al riverbero della sua luce si giudichi il mio memorandum.

Se il re avesse seguito il mio avviso e non avesse ascoltato l’empio consiglio di commettere il sostegno della sua causa al brigantaggio, con quale e quanta dignità non sarebbe disceso dal trono dei suoi maggiori? Quale uomo imparziale non avrebbe avuto per lui quella simpatia, che eccitano le grandi sventure, non originate dalle colpe di chi le soffre?

Ma, quale che si voglia giudicare quel mio suggerimento, certa cosa è che il re, anzi che seguirlo, cercò comporre un nuovo ministero, chiamando a formarlo, prima il cavalier Pietro Ulloa, tristo capo dei tristi della camarilla, e poscia il signor Giovanni Rocco, procurator generale presso la corte de’ conti, uomo abile, di onesta fama, e devotissimo alla dinastia. Ma entrambi tentarono invano la composizione del nuovo gabinetto, ed entrambi dichiararono al re l’impossibilità di farlo, e la disperata posizione delle cose.

XLVI. In sì supremo momento, il re, sia per la gravità della posizione, sia per l’indole sua, sempre incerta e dubbiosa, sia per prendere consiglio dall’Austria, o dalle altre potenze amiche, sia per i tristi consigli della camarilla, rimase ancora altri diciassette giorni prima di determinarsi a lasciar la capitale.

Intanto i tempi divenivano sempre più grossi, e le difficoltà crescevano a dismisura. Garibaldi, senza colpo ferire, procedeva verso la capitale, preceduto sempre dal suo prestigio, ed accompagnato dalla rivoluzione, e dal voto delle popolazioni. Ogni morale autorità del potere era caduta, e fatta impotente. Nelle provincie, trionfando da per tutto la rivoluzione, si formavano de’ governi provvisorii, che ne facilitavano il corso, e ne acceleravano il compimento.

Il re finalmente avea già preso il suo partito di allontanarsi dalla capitale; e la camarilla, già sul punto di afferrare il potere, tentava prepararsene il terreno, facendo dichiarare novellamente la capitale nello stato di assedio. Il ministero vi si opponeva nel modo più reciso, perché vedeva in ciò l’ultima provocazione allo scoppio della catastrofe; ma il re, in aperta contraddizione del ministero, nominava governatore di Napoli il generale Cutrofiano, uomo estremamente dispotico, retrivo, e capace di ogni violenza. Costui diè fuori la sua famosa ordinanza de’ 27 agosto, che racchiudeva una feroce legge stataria. Mi opposi risolutamente a tale inconsulto provvedimento, ne vietai la pubblicazione, e commisi alla fermezza del prefetto di polizia signor Bardari la rigorosa osservanza delle mie disposizioni. Sostenne egli con coraggio lo scontro delle brutali minacce del Cutrofiano, e l’ordinanza fu radicalmente modificata, né il re vi si oppose.

Il ministero vide arrivato il tempo da finirla, e sebbene dimissionario si trovò nella necessità di prendere esso quelle determinazioni che il re non prendea; onde non assumere ulteriormente la responsabilità degl’intrighi della camarilla, e del contegno misterioso del re. Riunivasi perciò la mattina de’ 29 agosto, e dopo grave discussione fu deciso, di resistere a Garibaldi, o di attaccarlo, se ne fosse il caso. Imperciocché ritenevasi sopratutto da coloro che avean sempre propugnata tale idea, che sebbene Garibaldi avesse un gran prestigio, e per alleata la rivoluzione; pure una sola sconfitta avrebbe rotto tutto quel prestigio, e troncato il capo alla rivoluzione. Che egli aveva appena 14,000 uomini, male armati, peggio equipaggiati, non usi al fuoco, privi di ogni disciplina, senza artiglieria, senza cavalleria, senza alcuna riserva in caso di un rovescio. Per l’opposto potevamo noi disporre di 40, 000 fanti, 4, 000 cavalieri, di artiglieria superiore al bisogno, di abbondanti provvigioni da bocca e da guerra, e del prestito di sei milioni di ducati ancora intatti.

«Io non dissimulo, diceva il presidente del censiglio, che sventuratamente il nostro esercito è demoralizzato e sconfidato; ma quando il re si porrà alla testa, esso riprenderà il coraggio e la disciplina, e si rifarà delle patite sconfitte. E se pur sarà destino il soccombere, cadremo con onore, e ci salveremo dall’onta di fuggire d’innanzi ad un pugno di uomini, i quali altra forza non hanno, che il prestigio dell’ardito loro capo.»

E soggiungeva al re: «Che se V. M. pensasse in«vece lasciar la capitale, e provvedere altrimenti alla difesa dello stato, lo faccia pure; ma prenda infide mediatamente le opportune disposizioni, ed operi con la massima energia, perché ogni istante che si perde può compromettere le sorti del regno.»

Il re, sempre chiuso, promise di provvedere senza dir come.

Ma, poiché il tempo stringeva, il ministro della guerra, di accordo con tutto il ministero, per costringere il re a prendere o ad attuare una determ inazione, dettò, nel di seguente, a Satriano, capitano dello stato maggiore, ed alla presenza di diversi ufficiali, e del generale Ischitella, un progetto di resistenza a Garibaldi. Tale progetto, sottoscritto dal ministro e da Ischitella, fu da entrambi presentato al re la sera di quel medesimo dì. Il re lo lesse, lo ritenne, e vi scrisse sopra: «Con«segnatomi da Pianell e da Ischitella il 30 agosto.» Fece qualche lieve osservazione; ma non prendeva alcuna determinazione, continuava a rimaner chiuso, e così eludeva la importante proposta, e ne avveniva che nel dì seguente il ministro della guerra dava novellamente la sua dimissione.

XLVII. La sera del 1° settembre il ministro della guerra, non ostante la data dimissione, stimò suo debito rivedere il re; ed alla presenza del colonnello Ànzani, riassumendo lo stato generale delle cose, e le condizioni delle truppe, lo scongiurò a prendere una diffinitiva determinazione. Soggiungevagli che, ove mai, come da molti credevasi, fosse suo pensiero di abbandonare la capitale, non poteva ciò fare senza provveder prima alle sorti dell’esercito e del paese. Soggiungeva che vi era ancora un migliore partito da prendere, ed era di riunire tutte le forze che restavano in una bene scelta posizione, la quale coprisse la capitale, lasciando in questa il presidio di un’intera divisione. E dichiarava potersi così tentar con successo la sorte delle armi, sopra tutto se il re mettevasi a capo dello esercito, per ristabilirne la disciplina, e dar credito ed autorità ai generali presso i loro subordinati; credito che per tristi arti di governo si era sempre lavorato a distruggere. Il re mostrò al so1 ito di accogliere quest’ultimo partito come il più onorevole, e gli ordinò di riunire nel dì seguente nella reggia i generali ed i capi di corpo per prendere le opportune determinazioni. Ma, fatta tale riunione, il re cominciò dal proporre due quesiti: cioè se si potesse contare sulle truppe; se convenisse opur no abbandonare la capitale.

Nelle condizioni morali in cui era allora l’esercito il proporre simili quesiti a numerosa adunanza valea il non riuscire, come non si riuscì ad alcuna conchiusione. E però, presi gli ordini del re, il ministro della guerra sciolse l’adunanza, trattenendo soli i generali Ischitella, Casella, Ritucci, de Sauget, e qualche altro. Espose ad essi le idee che in iscritto avea proposte al re sul modo di resistere efficacemente a Garibaldi, ed essendo state unanimemente accolte, ne informò il re elle si era allontanato dalla riunione, e lo pregò di restituirgli il progetto consegnatogli il dì 30. Il re gli restituì quel foglio, ordinandogli di dargliene copia. Il ministro ne dette lettura ai generali, che tutti novellamente assentirono alla proposta. Ma il re, cui tali proposte non piacevano, perché avea un ben altro disegno, e desiderava lasciare la capitale (come già avea per lettere dichiarato al presidente del consiglio, ed al ministro della guerra), riuscì a stornare ogni determinazione nel seguente modo.

Rientrato nelle proprie stanze, ne ritornò col generale Bosco, il quale cominciò ad osservare che l’idea del ministro della guerra di riunir tutte le forze in una posizione difensiva, che coprisse la capitale, importava il ritiro delle truppe poste in Salerno; il che a lui non pareva conveniente, perché tutte, e specialmente i battaglioni stranieri, avrebbero male accolto l’ordine d’indietreggiare. Ora cotesta sua osservazione era inesatta; perocché quando egli recossi con la sua brigata a Salerno, avendo consultato i capi di corpo sullo spirito delle truppe, ne ebbe, tranne poche onorevoli eccezioni, i più sconfortanti rapporti, che personalmente avea già riferito al re ed al conte di Trapani.

Il perché il generale Ischitella che tali cose conoscea, irritato di veder sorgere nuovi ostacoli contro una proposta che avea raccolto gli unanimi suffragi de’ generali più elevati in grado, e degli uomini più eminenti dell’esercito, gli rivolse aspri rimproveri, dicendogli che non sapeva a qual titolo il generale Bosco si assumeva l’ufficio di consigliere, e come in momenti così gravi avesse abbandonato il suo comando, senza il permesso del ministro della guerra. Al che il Bosco, smesso ogni riguardo di disciplina, rispose insolentemente. Cotesta triste scena mandò in fumo ogni determinazione per la resistenza; e, quel che è più, rifermò nell’animo del ministro della guerra essere ormai vana ogni opera sua. Nondimeno tentò porre di accordo Bosco ed Ischitella, proponendo loro di far restare le truppe a Salerno, anzi di farle sostenere da quelle appositamente poste a Nocera; ed uscito appena dalla reggia si recò al ministero, e diede gli ordini in tale senso. Ma d’altra parte, considerando che per ben due volte avea egli invano offerti al re i suoi servigi personali, esibendosi di assumere il comando delle truppe di Calabria; che una terza volta acconsentendo alla proposta del re di prendere il comando delle truppe a Salerno, quando era già pronto a partire, il re rinvenne dalla sua determinazione, ed ordinò che restasse in Napoli al suo posto; vedendo altresì che i suoi consigli non erano ascoltati, e che per la medesima ragione era dimissionario l’intero ministero; la stessa sera del 2 settembre mandò al re la sua dimissione da generale, gli scrisse una lettera in cui gli espose le ragioni che a ciò lo determinavano, e gli domandò il permesso di allontanarsi dall’esercito, e dal paese; ed avendolo ottenuto, partì per Francia il dì seguente.

XLVIII. Ogni sforzo esaurito per salvare il paese, oltre la prima mia dimissione scritta nel memorandum, del 20 agosto, altra ne diedi insieme a’ miei colleghi nel dì 3 settembre. Saputosi la nuova della data dimissione, i più chiari patrioti, a nome della salvezza della città, e delle libere istituzioni, esortavano il ministero a rimanere al potere; e la guardia nazionale con un indirizzo, che da tutti i membri del gabinetto sarà sempre ricordato con gratitudine, ci diceva, che la nostra dimissione suonava nel popolo un grido di desolazione e di lutto; e ci scongiurava a smettere da sì fatale proponimento.

Il re dichiarò di accettare la nostra dimissione, formato che si sarebbe il nuovo ministero. Ma la formazione di un nuovo gabinetto era ormai impossibile, e fra tanto si perdeva nell’inazione un tempo prezioso, mentre incalzavano due gravi pericoli: Garibaldi alle porte di Napoli, e la possibilità di una sommossa nella capitale ad ogni costo voluta dal partito piemontese, da’ reazionarii, e da coloro che anelavano il saccheggio.

Il perché il ministero, non ostante la data dimissione, insisteva presso il re, perché finalmente prendesse una determinazione.

Il re si mostrò propenso all’idea della resistenza; ma disse voler sentire il parere de’ generali.

La mattina de’ 4 settembre fu dunque tenuto un consiglio di generali; il quale ad unanimità deliberò non potersi resìstere a Garibaldi; perché i soldati si sarebbero sbandati, o sarebbero corsi ad ingrossar le file della rivoluzione.

XLIX. Deciso così lo sgombro da Napoli, per consiglio o timore de’ generali conforme all’idea del re; questi nel dì seguente chiamava a sé M.r Carolus ministro del Belgio a Napoli, e gli confidava essersi determinato a nominarmi luogotenente con pieni poteri, come il ministro più popolare. M.r Carolus approvava la presa determinazione, ed il re disponeva che io fossi chiamato; quando, sopraggiunto in quello istante il commendatore de Martino, ministro degli affari stranieri, ed avuta partecipazione della cosa, osservò al re, che io non avrei accettato tanta responsabilità, né mi sarei mai distaccato da’ miei colleghi.

L. Il perché la stessa mattina il re chiamava il presidente del consiglio, gli partecipava con la massima calma la deliberazione del consiglio degenerali, e la sua determinazione di lasciar la capitale, senza dir dove si proponesse di andare. Quindi gli ordinava di scrivere il suo proclama di addio al popolo.

LI. Alle ore 4 pomeridiane dello stesso giorno 5 settembre, il re chiamò a palazzo i ministri, e disse loro, che nel dì seguente si proponeva di lasciar Napoli, e recarsi ove chiamavaio la difesa de'  suoi legittimi diritti. Il consiglio ascoltò tale partecipazione con quel contegno che era proprio della circostanza; il presidente del consiglio diresse al re poche parole analoghe a quel momento solenne. Il re parlò con calma e fermezza de’ gravi danni che sarebbero derivati al paese, ove avesse perduto la sua autonomia; ringraziò tutti i ministri de’ servigi resi allo stato ed in particolare diresse parole di affetto a Spinelli, a Torella, e a de Martino, che decorò del gran cordone di s. Gennaro. E rivoltosi a me, mi raccomandò la tutela dell’ordine, e sapendo talune minacce fattemi dal partito piemontese, mi soggiunse: «ma badate al vostro capo;» al che replicai: «Sire, farò di tutto per farlo rimanere sul busto il più che sia possibile.»

Il consiglio si trattenne alcun poco col re sulle condizioni generali del paese, indi si ritirò.

Nel discendere dalla reggia, il commendatore Spinelli m’invitò a prendere posto nella sua carrozza, ed a ritornar con lui nel palazzo de’ ministri. Lungo la via mi disse, esser volere del re che si scrivesse un proclama reale ne’ sensi, che per molti capi erano stati a lui comunicati dello stesso re, e me ne commise la redazione. Mi occupai immantinente del lavoro, e compiuto che l’ebbi, lo presentai ad esso commendatore Spinelli, e gliene diedi lettura. Egli ne modificò qualche frase, e qualche parola vi aggiunse, secondo che può vedersi, mettendo a raffronto il proclama reale che si legge nel giornale costituzionale del 6 settembre e quello ch'è riferito tra i documenti di questo mio lavoro.

LII. Verso le 10 della sera dello stesso giorno 5 settembre, il commendatore Spinelli si recò a palazzo, per presentare al re il proclama. Il re ne intese la lettura, se ne dichiarò soddisfatto; ringraziò Spinelli con assai lusinghiere parole, pel modo onde avea retto il ministero; poi gli domandò se egli, o altri avesse scritto quel proclama; ed avendo Spinelli detto essersi scritto da me, gli soggiunse: «Io me ne era accorto dallo stile; Romano mi avea compreso meglio di ogni altro; egli ha espresso i sentimenti dell’animo mio.»

LIII. Il mandato che il re conferiva con tale proclama era questo. Dopo di aver protestato contro la ingiustizia della guerra che invadeva i suoi stati, dichiarava come fin dal principio l’animo suo era compreso dal sentimento di garentire la capitale — «dalle rovine e dalla guerra, salvare i suoi abitanti, e le loro proprietà, i sacri templi, i monumenti, e gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arte, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà, e della sua grandezza, e che, appartenendo alle generazioni future, è superiore alle passioni di un tempo.» Diceva che, avvicinandosi la guerra alle mura della città, egli si allontanava con una parte dell’esercito, e soggiungeva: «L’altra parte di esso resta per contribuire in concorso con l’onorevole guardia nazionale alla inviolabilità ed incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando allo zelo del ministero. E chieggo all’onore ed al civismo del sindaco di Napoli e del comandante della stessa guardia cittadina risparmiare a questa patria carissima gli orrori de’ disordini interni ed i disastri della guerra vicina; a quale uopo, concedo a questi ultimi tutte le massime e più estese facoltà.»

LIV. Mentre tali cose avvenivano nella reggia, non mancavano le agitazioni della plebe, e de’ due comitati. Ma il ministero avea già preso le sue misure, ed era certo che la brava guardia nazionale lo avrebbe sempre sostenuto a mantenere l’ordine e la tranquillità. Ed a questo scopo fu scritta l’ordinanza del prefetto di polizia, che fu accolta con generale soddisfazione.

LV. Alle 5 pomeridiane di quel giorno 6 settembre il re s’imbarcò, e mosse per Gaeta, accompagnato dalla sua camarilla, e dal capo di essa Pietro Ulloa, già nominato sin dalla sera de’ 5 presidente del nuovo consiglio de’ ministri, e ministro di grazia e giustizia, sebbene si fosse tale nomina dissimulata.

Partito il re, l’esercito regio si ritirava verso Capua; in città non restava, che un sol battaglione, senza ordini, e diviso per le castella.

LVI. Alla nuova della partenza del re, la città restò muta, silenziosa; ma non calma. Temeasi l’entrata di Garibaldi, e vie più commovean gli animi le attitudini della plebe, già armata, ed i tristi ricordi del passato.

LVII. Il ministero non avea più un carattere officiale; non gli restava a compiere altro mandato tranne quello di pubblicare il proclama reale, ed il decreto del 6 settembre contenente la sua protesta; e l’altro di vegliare alla inviolabilità ed incolumità della capitale, ed astenersi da qualunque atto che pregiudicar potesse i diritti e l’avvenire del paese, così lasciato in balìa di se stesso.

Intanto il comitato dell’ordine, capitanato dall’Afflitto, dal Pisanelli, e dallo Spaventa, volea far proclamare da noi l’annessione al Piemonte incondizionata istantanea; volea imporla con lo sbarco de’ bersaglieri, già pronti sulla nave sarda Maria Adelaide ancorata nel porto, ai quali pretendea doversi consegnare le castella, minacciò le barricate, la insurrezione.

Ma il ministero respinse recisamente quelle inconsulte domande come indecorose, non consentanee al proclama reale, piene di complicazioni e di pericoli. Stimò invece suo debito serbar Napoli nella pienezza de’ suoi diritti, affinché, volendo formare la fusione. con le altre parti d’Italia, l’avesse fermata, non come popolo conquistato, ma volente, usando del suo diritto, da eguale, alle condizioni e nei modi che altre parti d’Italia, minori, ma più fortunate di noi, aveano fatto.

E respinse del pari le richieste del marchese di Villamarina, ministro del Piemonte presso la corte di Napoli, il quale a nome dell’ordine pubblico chiedeva di fare occupare i castelli dai bersaglieri piemontesi già pronti sulla nave Maria Adelaide. Ma Spinelli e de Martino gli osservavano che non occorreva alcun intervento straniero per mantenere l'ordine nella capitale; e che, se pure ne fosse surto il bisogno, non ad altra condizione si sarebbero accettate le sue offerte, se non a quella di riceversi i castelli per tenerli a disposizione del governo di Francesco II; il che grandemente spiacque al Villamarina.

LVIII. E però il ministero chiamò nel suo seno il sindaco, ed il generale della guardia nazionale, che erano i naturali rappresentanti della città, perché, indifesa com’era, trattassero la sua resa alla forza materiale di Garibaldi, e cessassero i pericoli della guerra civile, e della dedizione incondizionata al Piemonte.

Fu perciò risaluto che il domani il sindaco principe d’Alessandria, ed il generale de Sauget, comandante della guardia nazionale, si sarebbero recati da Garibaldi per trattare con lui; e che la loro gita gli sarebbe stata annunziata dall’avvocato Emilio Civita, e dagli officiali della guardia nazionale Achille de Lorenzo e Luigi Rondina.

Così il ministero compiva l’opera sua; e, se non poteva salvare la dinastia, salvava almeno l’ordine pubblico, e serbava incontaminate le franchigie costituzionali fra l’infuriare degli opposti partiti, la reazione della camarilla, e la rivoluzione che correa gigante alle porte della capitale. E così preparava la transizione al novello ordine di cose, senza il menomo pregiudizio de’ legittimi diritti del paese, e per modo che non ebbero a deplorarsi né i luttuosi avvenimenti, che per lo innanzi aveano contristato ogni cangiamento di governo, né una stilla di sangue cittadino, né una sola lagrima versata per imprevidenza del governo. I quali risultamenti furono bene apprezzati dall’onesta cittadinanza, che non negò mai il suo spontaneo concorso all’opera del ministero; e, ben sapendo quale in quei supremi momenti era la  trepidazione della città, e da quali pericoli era stata salvata, se gli mostrò sempre gratissima.


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SECONDO PERIODO

DAL 7 AL 22 SETTEMBRE 1860

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Entrata di Garibaldi in Napoli
Secondo Ministero.

LIX. Gl’inviati a Garibaldi compirono il loro incarico, e per telegrafo avvisarono nella notte del 6 settembre che egli avrebbe ricevuto la mattina del 7 in Salerno il sindaco, ed il comandante della guardia nazionale di Napoli; onde l’uno e l’altro di essi sul far del giorno 7 settembre mossero per Salerno. E l’avviso medesimo mi pervenne da Garibaldi con telegramma a me diretto, qual ministro dell’interno e della polizia, e giuntomi alle 7 a antimeridiane del 7. Mi diceva, che appena il sindaco di Napoli ed il comandante della guardia nazionale fossero giunti a Salerno, sarebbe con essi venuto a Napoli, e mi raccomandava l’ordine e la tranquillità della città in quel momento solenne.

Dopo l’apertura delle trattative a nome del ministero, e de’ rappresentanti della città, nulla di più naturale del telegramma anzidetto. Le raccomandazioni di Garibaldi erano uniformi al mandato del re; ed al di sopra delle une e dell’altro v’era in me l’imperioso dovere di tutelar l’ordine e la tranquillità della capitale, che serbati con tanti sforzi fino a quel ponto, non potea io certo abbandonarli nel supremo e pericoloso momento della catastrofe. D’altra parte il non rispondere a Garibaldi avrebbe ingenerato in lui de’ giusti sospetti, che avrebbero turbato le trattative. E però risposi convenevolmente a Garibaldi, e per meglio calmare la generale ansietà, ch’era somma, pubblicai il suo telegramma, che valse a rassicurare molte diffidenze, ed a sconcertare molti tristi disegni.

Scorsi poscia i più popolati quartieri della città, per osservare coi proprii occhi lo stato delle cose, ed assicuratomi che tutto era tranquillo, chiamai a me il comandante della piazza, e gli ordinai che niuna dimostrazione si facesse dai castelli, e niun colpo di cannone si sparasse all’entrata di Garibaldi. Volli così impedire che un qualche tristo profittasse di quel momento, per tirar qualche colpo, che potesse divenire il principio del saccheggio, e di una carneficina.

Mentre coteste cose avvenivano in Napoli, il principe d’Alessandria ed il generale de Sauget giungevano a Salerno; trattavano con Garibaldi le condizioni della sua entrata in Napoli; e senza difficoltà fu stabilito, a termini delle istruzioni del ministero, che sarebbe entrato in forma puramente amichevole, e senza accompagnamento militare; che sarebbero state rispettate le persone e le cose; che il paese avrebbe avuto la piena libertà di disporre dei suoi destini nel riunirsi al resto d’Italia: e così mandossi immantinente ad effetto.

Lungo il viaggio Garibaldi domandò al sindaco d'Alessandria, ed al generale de Sauget, chi fosse l’uomo più popolare di Napoli, ed essi si compiacquero indicare il mio nome.

LX. Intanto una grave ansietà mi surse nell’animo; quella, cioè, che un qualche proditorio si fosse tentato, sulla persona di Garibaldi, entrato che fosse in Napoli all’amichevole. E però credetti mio debito uscirgli incontro alla stazione della ferrovia, per maggiore tutela dell’ordine pubblico, e così feci.   

LXI. Ivi gli fui presentato dal signor Domenico Ferrante colonnello della guardia nazionale, che lo accompagnava, e fatti i debiti convenevoli, lo informai della tranquillità, e dell’ansiosa impazienza con cui la città lo attendeva.

E Garibaldi, spettacolo sublime ed indescrivibile, entrava in Napoli solo, inerme e senza alcun sospetto; tranquillo come se tornasse a casa sua, modesto come se nulla avesse fatto per giungervi! Quella vista spegneva tutte le diffidenze, rassicurava tutti i timori, e faceva scoppiare tali acclamazioni, e tale una frenetica gioja, da non potersi immaginare. Era la gioja di tutto un popolo, che si accalcava, per andargli incontro, per vederlo, per salutarlo, per leggergli nel volto i più riposti sentimenti dell’animo; il gran segreto del suo prestigio, l’affetto vero del popolo, l’abnegazione di se medesimo. Non era per considerazioni politiche, non per odio del passato, non per le speranze di un più lieto avvenire; era gioja di cessati pericoli, era l’istinto del popolo che non s’inganna, e sa ricambiare con vero amore coloro, che sanno amarlo, e sagrificarsi per lui.

Tali erano gli applausi, che dalla ferrovia al palazzo della Foresteria, e di là al vescovato, accompagnarono Garibaldi!

Cosi si compiva in queste meridionali provincie una rivoluzione che erasi preparata con settanta anni di ogni maniera di sacrificii; che, tante volte soffocata nel sangue de’ più illustri cittadini, avea sempre ripreso il suo lavorio con indomita costanza, e dando esempii di sublime eroismo. I sacrificii, ed il sangue versato erano già troppi; ora veniva la gioja del fatto compiuto.

LXII. Terminato il rendimento di grazie, si usciva dal vescovato, ed il generale m’invitava a sedere alla sua diritta nella propria carrozza. Ricominciavano allora gli applausi più vivi e più fragorosi di prima; e di tratto in tratto si dirigevano anche al mio nome. Ond’egli con quella cortesia, che gli è sì naturale, mi disse: «Io la felicito della popolarità di cui gode; bisogna valersene, e continuare a servire il paese.»

Io gli osservai che non poteva in verun modo accettare l’onore che egli facevami d’essere suo ministro, dopo d’essere stato pochi giorni innanzi ministro di Francesco II; ed egli mi replicò, che non si trattava d’esser ministro d’alcuno, ma di servire il proprio paese.

Arrivammo al palazzo Angri, destinato a ricevere il dittatore. Quivi volle egli discutere con me, e col prefetto di polizia signor Bardari, sulle condizioni della città, e rimastone istruito, si dichiarò contento del modo con cui l’ordine e la tranquillità vi erano stati conservati.

LXIII. In questo si riferì al prefetto, che con cartelli erasi annunziato al pubblico un governo provvisorio di Napoli, composto da’ signori Ricciardi, Libertini, Agresti, Caracciolo, Colonna, Conforti, e Pisanelli, che dicevansi dal dittatore direttamente a tal  uopo invitati  

E quello ch'è più singolare, aveano al tempo stesso dato fuori un decreto, che proclamava il generale Garibaldi dittatore del regno.  

Il prefetto, senza frapporre tempo in mezzo, tenne di ciò istruito il dittatore, che dichiarò di non aver dato alcuna disposizione in tale proposito; onde voleva che la città si prevenisse contro ogni sorpresa, e che i colpevoli si arrestassero, e si punissero. In questo senso il prefetto emise la sua ordinanza il 7 settembre 1860.

Ma il Ricciardi, a nessuno secondo per onestà e per operoso patriottismo, dichiarò al dittatore ed a me, che nel solo fine di tutelare l’ordine e la tranquillità erasi formato quel governo provvisorio; gli ordini dello arresto furono rivocati, ed io feci nel dì successivo pubblicare nel giornale ufficiale la sua dichiarazione, come fu da lui scritta. '

LXIV. Saputosi l’invito fattomi da Garibaldi di rimanere al potere, ed il mio rifiuto, molti patriotti corsero a farmi gran ressa di non lasciar cadere in mani ignote il potere, in un momento così difficile e pericoloso, non ostante le più benevole e più generose intenzioni del dittatore.

Teme vasi altresì grandemente che Garibaldi, spinta dal suo ardente patriottismo, da quella sua indomita natura, che non conosce ostacoli, e dalle sue vittorie, volesse attuare il già dichiarato proponimento di marciare sopra Roma, ed impegnar così con la Francia un conflitto, il quale evidentemente sarebbe riuscito fatale all’unità d’Italia.  

Cotesta considerazione fecemi un grave peso: Garibaldi mi rinnovò più vive le sue istanze; prevalse nell’animo mio l'idea del pericolo della cosa pubblica, e, trascinato da essa, e dal generale entusiasmo, mi indussi ad accettare il potere. Ne fui molto biasimato dalle ambizioni deluse, detti ai miei nemici appicco alle più strane malignazioni; ma né in quel momento, né dopo più maturo esame, né ora, ne sono pentito, per le ragioni che verrò esponendo.

E per vero, a por da banda i molti esempii che potrei trarre dalla storia, io non so persuadermi, che il solo fatto di servire la dinastia che succede, dopo d’aver servita quella che cade, sia di per sé cosa disonesta, se altri fatti disonesti tale non la dimostrino.

E molto meno m’induco a crederlo, quando si tratta d’un ministro costituzionale, che serve il paese non già la dinastia, la quale serve ancora essa, o almeno servir dovrebbe, il paese medesimo. Imperocché allora il ministro, continuando a prestar l’opera sua alla patria, compie con ciò il primo e più onesto debito del cittadino. E chi pensa altrimenti, mostra di credere che i popoli siano fatti per le dinastie, non già queste pel bene di quelli; onde non hanno ragione di essere, quando nol facciano.

Ma i puritani, e più che essi i consorti mi accusano d’aver mancato di delicatezza, per ismodata ambizione.

Dirò ai primi, che della mia smodata ambizione ne offrii pruova, quando dopo tre soli giorni detti a Garibaldi, come meglio dirò in prosieguo, la mia dimissione, e la feci dare da tutti i miei colleghi, per una semplice quistione di dignità; ossia per l’ingerenza, che prendea negli affari la segreteria della dittatura. E non avendo Garibaldi accettata quella nostra dimissione, la ripetemmo il dì 22, ed io ne detti ancora una terza nel mio particolar nome, nel giorno medesimo.

Dirò ai secondi che della mancanza di delicatezza non si accorsero né quando mi fecero tante premure di accettare il potere, né quando i più rinomati fra loro, come lo Scialoja, il Pisanelli, il Conforti, non isdegnarono di sedere al fianco di un cosi indelicato collega.

Dirò agli uni ed agli altri, che assai facile mi sarebbe stato il persistere nel mio rifiuto, l’adottare la volgare ed utile politica della voluta delicatezza, o, a dir meglio, del gretto egoismo personale, senza curarmi, se andassero, o no, in rovina le sorti del paese.

Ma io per l’opposto stimai essere mio debito accettare il difficile compito, ed espormi alle solite malignazioni, per operare quella gran transizione coi minori mali possibili. Pensi chi vuole altrimenti; ma chi si trovava in Napoli in quei momenti, chi provò la grande commozione che cagionava a tutti l’arrivo di Garibaldi, ed i timori de’ primi suoi atti, e de’ moti della plebe, e poi vide tramutarsi tanta ansietà in una gran festa popolare, ed operarsi il gran mutamento senza il minimo disturbo, non mi darà taccia d’indelicato, né forse mi negherà la sua approvazione.

Pur non fu questa la sola idea che mi spinse ad accettare il potere; io mi proposi tre grandi scopi: quello di richiamare l’attenzione di Garibaldi sulle conseguenze d’una precipitata marcia sopra Roma, la quale avrebbe provocato l’intervento francese, e l’occupazione di Napoli da parte di Napoleone 1 ; l’altro, di porlo d’accordo con Cavour; il terzo, d’impedire che l’idea dell’unità non trascinasse il dittatore a distruggere prematuramente l’autonomia amministrativa di queste provincie, prima che una legge la quale s’ispirasse alle tradizioni, ai bisogni, ed alle condizioni del popolo italiano non fosse stata gravemente ponderata e discussa dal parlamento.

Io pensai, e penso tuttora, che il marciare allora sopra Roma ci avrebbe fatto piombare addosso tutte le forze dell’impero francese, e compromesso la nostra unità; e reputai che il dualismo tra Garibaldi e Cavour, ed il far mutamenti nelle leggi del napoletano, avrebbe menato alle più fatali conseguenze.  

Pur riconosco ora e confesso d’essermi grandemente illuso in pensare che, dopo il mercato di Savoja e di Nizza, Garibaldi avesse potuto mai ravvicinarsi a Cavour.

LXV. Tali cose premesse, passo ad esporre la storia di questo secondo mio ministero, che durò soli quattordici giorni.

Nel procedere alla nomina del nuovo gabinetto, chiamai a farne parte i più devoti al conte di Cavour, sì perché mi venivano indicati dalla pubblica opinione, e perché mi lusingava poter così meglio conseguire il vagheggiato accordo fra il dittatore e Cavour.

Per lo che il gabinetto fu composto così:

Il cavalier Antonio Scialoja alle finanze;

L’avvocato Giuseppe Pisanelli alla giustizia;

Il generale Errico Cosenz alla guerra;

Il marchese Rodolfo d’Afflitto ai lavori pubblici;

Il dottore Antonio Ciccone alla istruzione pubblica;

Il dottore Agostino Bertani, a segretario generale della dittatura;

Io ministro dell’interno e della polizia.

Indi proposi che dal mio ministero si distaccasse la polizia, formandone un dipartimento separato, e si affidasse all’avvocato Raffaele Conforti. Il dittatore approvò la mia proposta; ed io fui lieto di una determinazione e di una scelta, la quale, retribuendo il merito, afforzava il gabinetto, e diminuendo le mie cure, mi rendeva più facile il compito del mio ministero.

LXVI. Intanto dalla stampa periodica mi si fece allora, ed è stato ripetuto di poi, gravissimo appunto, per aver proposto le nomine dello Scialoja, del Conforti, del Pisanelli, del Ciccone, e del d’Afflitto. Si diceva che i primi quattro, rimasti molti anni esuli nel Piemonte, non più conoscevano il paese nativo; che in tutti i tempi ed in tutti i luoghi il governo degli emigrati non va mai scevro dallo spirito di partito; che tutti devoti al conte di Cavour, mal sedevano nel gabinetto del dittatore, dopoché, come capi del comitato dell’ordine, aveano esaurito ogni loro sforzo, per attraversare la sua entrata in Napoli.

I quali addebiti non erano del tutto infondati; ma in me prevalsero la popolarità di cui essi godevano per le sventure dell’esilio, e la idea dell'anzidetto ravvicinamento tra Garibaldi e Cavour.

LXVII. Il gabinetto, così com’era costituito, credeva che a lui sarebbesi lasciato il carico gravissimo d’assumere la responsabilità dell’amministrazione interna dello stato, e di entrare mallevadore de’ proprii atti verso il dittatore e verso il paese.

Ma il segretario generale Bertani (certamente con le migliori intenzioni, giacché nessuno potrà mai negargli ardente patriottismo, bella intelligenza, ed indomita costanza nel propugnare la causa d’Italia) credeva incompatibile un ministero responsabile, ed un dittatore militare; e però pensava che questi potesse agire, senza il concorso di quello, e senza neppure sentirlo.

Il concetto di Bertani è in massima vero, ed ove si fosse attuato, non avremmo forse visto le pubbliche amministrazioni del napoletano insozzate di alcuni tristi che vi rimasero. Ma istituito una volta dal dit-tatore un ministero, non potevasi da lui, o dalla sua segreteria, avere, come si aveva, in non cale, senza trascorrere in aperte e continue contraddizioni.

Di ciò avvenne che nelle provincie furono arbitrariamente istituiti governatori con poteri illimitati, e quasi sovrani, i quali col diminuire od abolire le imposte, col nominare pubblici ufficiali, con violenti provvedimenti da cui lo stesso generale Garibaldi abboniva, operavano come non sottoposti al ministero, e come se fossero eglino i dittatori. Rimaneva così rotta ogni unità di azione politica e governativa, e sorgevano i germi di una novella rivoluzione oltremodo pericolosa; perocché, se non distruggeva, disgregava tutti gli elementi delle forze vive del paese, che era mestieri riunire e farne il forte fascio rigeneratore d’Italia.

Le quali cose dai miei colleghi e da me esposte al dittatore a’ 10 settembre, ossia tre soli giorni dopo di avere accettato il potere, il pregammo a voler accogliere le nostre dimissioni, ove avesse creduto che con altri uomini potessero più facilmente attuarsi gli opportuni rimedii.

LXVIII. Nondimeno, per ovviare a mali maggiori, continuai come meglio potei l’urgente riforma del personale, secondo che richiedeva la mutata condizione delle cose. Così proposi e furono sanciti i decreti de’ giorni 8 ed 11 settembre, che provvedevano alle nomine degli eletti delle 12 sezioni di Napoli, a quella de’ loro aggiunti, ed alla rinnovazione dell’intero decurionato.

Dai miei colleghi e da me fu proposto e sancito il decreto che proclamava lo statuto piemontese come base politica del governo dello stato.

E nel volgere di pochi giorni parecchi altri atti sulla mia proposta furono sanciti, e con viva simpatia approvati dalla pubblica opinione; fra i quali rammenterò il decreto pel novello quartiere da costruirsi verso la via che addimandavasi Maria Teresa e fu nominata Vittorio Emmanuele; la novella strada da Foria al mare ora detta strada del Duomo ; la rinnovazione del personale del supremo magistrato di salute ; e l’annullamento non solo degli abominati privilegi concessi da Ferdinando I al comune del Pizzo, ed ai suoi privati cittadini, in premio della proditoria uccisione di Gioacchino Murat, ma benanco la demolizione di ogni monumento che di quel fatto esecrando serbasse memoria.

LXIX. Ma, trovandosi il gabinetto in lotta continua e crescente con la segreteria della dittatura, i miei colleghi ed io ai 22 di settembre ripetemmo le nostre dimissioni, dichiarando quanto e quale era il disordine amministrativo in cui versava il paese.

Contemporaneamente io diedi altra dimissione nel mio particolar nome, rispondendo così a coloro che, agognando il mio officio, movevano aspra guerra alla mia persona.

Ed ai 25 del mese stesso, ritenendoci dimissionarii, esponemmo ancora più ampiamente in apposita relazione al dittatore la gravissima situazione delle provincie napolitane.

La prima di tali dimissioni fu data da tutti i ministri, e la seconda egualmente, tranne il Conforti, che non ostante si fosse dimesso unitamente all’intero gabinetto, accettò poscia l’incarico della formazione del nuovo ministero, il quale con le migliori intenzioni non migliorò le sorti del paese, quantunque cogliesse come vedremo la facile gloria dell’equivoco plebiscito.

LXX. Accolte le nostre dimissioni, il dittatore, anziché dispiacersi della forma libera e viva in cui quelle erano scritte, mi offriva la carica di presidente della corte suprema di giustizia di Napoli, che io rifiutai, comeché offertami dalla spontanea volontà del dittatore, non già dal gabinetto che mi succedeva.

Nè tacerò che quel posto lusingava troppo il mio amor proprio dopo di aver consumato la mia vita, facendo l’avvocato presso quel supremo collegio. Ma non era né giusto né bello il toglierlo al Niutta; e molto meno dignitoso di lasciare il potere, e poi accettare utili ufficii di minor grado in premio dell’avere o no adempiuto i proprii doveri. Cotesto sistema, e cotesta peste de’ materiali interessi spezza la gran leva dell’opposizione dei principii, anima e vita delle libere istituzioni, e finisce per creare un governo di partito, il quale, facendo monopolio di tutte le prime cariche e di tutti i poteri dello stato, lo demoralizza, e lo conduce n rovina. E Garibaldi, apprezzando le ragioni del mio rifiuto, e forse per rispondere ancora egli alle calunnie de’ miei detrattori, volle darmi un più nobile attestato della sua stima, scrivendomi nel 14 ottobre una lettera, con la quale dicevami «che pei servigi da me resi alla causa d’Italia, con sua piena soddisfazione mi dichiarava di aver io ben meritato dalla patria .»

Così lasciai il potere dopo soli 14 giorni, e senza trarre da esso alcun utile materiale. Veggasi ora se il darmelo fu il prezzo del sognato tradimento, o se lo accettarlo fu, come altri disse, smodata ambizione.


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TERZO PERIODO

DAL 22 SETTEMBRE AL 7 NOVEMBRE 1860

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LXXI. Rientrato nella vita privata tornai, alle consuete mie occupazioni forensi; ma le condizioni del. paese erano troppo gravi, per non curarsene.

Discutevasi intorno al plebiscito, pel quale sursero due opinioni: voleasi da Garibaldi e dai non devoti al Cavour che l’annessione di Napoli si facesse dopo il compimento dell’unità, o almeno con le condizioni da stabilirsi da una costituente; e per quest’ultimo partito sopra tutto insistevano il Cattaneo, il Crispi, il de Luca e l’Asproni, il quale diceva: «se non farete col Piemonte patti chiari, ne sarete divorati.» Pretendeasi dai cavourristi la solita dedizione incondizionata al Piemonte. La discussione fu lunga ed accanita, ma il Pallavicino ed il Conforti seppero vincere la resistenza del dittatore, presentandogli molte petizioni per l’annessione immediata, e proponendo la formola dell’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emmanuele, la quale, implicitamente, importava la riunione della Venezia e di Roma al resto d’Italia.

Io non dissentiva da tale formola; ma ci volea la condizione che, prima di avere Venezia e Roma, non si toccasse all’autonomia di Napoli e della Sicilia, e si governasse per mezzo di direttori con larghe attribuzioni, e dipendenti dal governo centrale pei soli principii direttivi della politica generale dello stato. Pensava che per quanto fossero utili e necessarie le unificazioni della guerra, della marina e delle relazioni straniere, altrettanto sarebbero tutte le altre riuscite fatali al nuovo regno, ed avrebbero eccitato alle antiche miserande divisioni. E per vero il tentare così prematuramente la unificazione legislativa e l’amministrativa, importava aggiungere alla rivoluzione politica da lunga mano preparata, bene accolta e di tutte la più semplice, una rivoluzione assai più grave e difficile, perché urtava tutte le tradizioni, tutte le abitudini, molti interessi materiali, il più vivo sentimento dei popoli, e direi quella specie di culto e di religione che essi hanno per le giuste leggi che li governano. E sopra ogni altra io temeva la unificazione finanziaria, nella quale non solo le nuove imposte, ma il semplice cangiamento di nome delle antiche sogliono esser cagione di gravi danni, e più gravi mali umori nei soggetti.

D’altra parte era più agevole supplire all’antica nostra legge comunale e provinciale l’elemento elettivo, ed accrescere moderatamente le antiche tasse, per provvedere all’attuazione dei nuovi principii, ed aumentare con sicurezza e senza violenze i proventi dell’erario.

LXXII, In questo senso scrissi al Cavour due lettere, disapprovando il suo concetto delle luogotenenze. Ma, non avendone avuto alcun riscontro, ritengo che non le avesse mai lette in quei momenti di sì gravi preoccupazioni. Era forse destino che le cose precipitassero, come poscia precipitarono, e continuano a precipitare.

LXXIII. Fatto il plebiscito senza le condizioni da me proposte, e giunto il re ad Isoletta, mi furon fatte, a nome del conte Persano, delle premure, per dichiarare se accettassi l’incarico di comporre il consiglio di luogotenenza; ma scrissi al medesimo Persano ch’io non poteva in alcun modo accettarlo; proposi di richiamare il primo ministero della dittatura, meno il Conforti, che si era reso impopolare pel suo contegno nel secondo gabinetto della dittatura, e in mia vece fosse nominato Carlo Poerio, che allora godeva di una grande e meritata popolarità. E gioverà notare come il Pisanelli, poscia incaricato dal luogotenente Farini della formazione del consiglio di luogotenenza, trovò giusto tale mio divisamento, e scrisse di suo carattere la bozza della lettera al Persano.


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QUARTO PERIODO

DAGLI 8 NOVEMBRE 1860 AL 15 GENNAJO 1861

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Prima Luogotenenza.

LXXIV. Carlo Luigi Farini assunto a primo luogotenente delle provincie napolitane di qua dal Faro, veniva a Napoli preceduto da bella fama pe’ suoi meriti letterarii e politici. Nondimeno giudicavasi poco opportuna la sua scelta, perché lo si riteneva avverso a Garibaldi, che era, è, ed a parer mio, sarà sempre, l’idolo del mezzogiorno, e la più grande figura del nostro risorgimento.

In quei giorni due principii si disputavano il campo: il governativo ed il rivoluzionario. Il primo volevasi, al solito, imporre in nome dell’ordine; il secondo, come quello cui il paese dovea la sua rigenerazione, e gli prometteva maggiori libertà, e più rapido progresso. Sarebbe stato prudente consiglio l’accarezzare l’elemento rivoluzionario, per poterlo governare; riunir tutte le forze vive del paese, giovarsene, e guidarle concordi al compimento del programma nazionale.

E bene il proclama reale dichiarava «necessaria «la sincera concordia, la costante annegazione, e l’inchinarsi di tutti i partiti dinnanzi alla maestà dell’Italia.»

Niuno meglio del Farmi, che quel proclama avea consigliato, era al caso di apprezzare cotesta politica; ma sventuratamente prevalsero altre idee, perché forse così voleasi dal Cavour, che certo non amava Garibaldi; e, male informato da taluni dei nostri emigrati, i quali modestamente credevano non esservi qui nulla di buono, tranne essi soli, riteneva per ingovernabili, degradate ed immorali queste nostre provincie del mezzogiorno!!

E però la luogotenenza non tenne alcun conto degli elementi locali, né de’ meriti dell’elemento rivoluzionario garibaldino: lo avversò in ogni rincontro, lo escluse da tutti gli ufficii pubblici, e lo irritò. Premiò quei soli che erano o divennero devoti al Cavour; e, quel ch'è peggio, imprese a vezzeggiare e tener nelle pubbliche amministrazioni molti borbonici di non bella fama, lusingandosi poterli così conciliare al nuovo ordine di cose. Il perché costoro, ottenuto quel primo insperato successo, si camuffarono da liberali, fecero i zelanti, domandarono ed ottennero non pochi favori, e quando possono aspreggiare l’elemento liberale, e sopra tutto il garibaldino, Io fanno con una vera delizia.

Ma laddove così si vezzeggiava la bassa burocrazia borbonica, un contegno ben diverso adottavasi verso l’aristocrazia napolitana. Questa, come il resto degli uomini, non era né del tutto buona, né del tutto cattiva. Non avea molte ragioni per tirar la spada a difendere la cadente dinastia, né, tranne poche eccezioni, parteggiava per la causa della rivoluzione. Ma all’avvicinarsi delle catastrofe, temendone le conseguenze ed i soliti saccheggi, molte nobili famiglie se ne andarono a Parigi col proponimento di tornarsene a fatti compiuti.

In tal condizione di cose era evidente che il menomo cenno di cortesia, i più comuni riguardi sociali del nuovo governo verso la parte dell’aristocrazia qui rimasta, l’avrebbe attirata tutta a se; e gli assenti sarebbero stati ben lieti di rimpatriare.

Ma il governo faceva invece l’inconsulta disposizione con la quale il prefetto del palazzo, senza dire una sola parola che addolcisse la misura, scioglieva la camera del re, ossia l’ordine de’ cavalieri delle chiavi d’oro, dichiarando a ciascuno degl’insigniti di non esservi più per essi posto alcuno in corte. La qual cosa naturalmente dovea dispiacere e dispiacque ai presenti ed agli assenti, e determinò questi ultimi a rimanersene a Parigi, e spendere colà i loro redditi, creando lo scontento in tutte le non poche loro relazioni sociali, e ponendo sul lastrico un gran numero di persone, che viveano dei salarii, o del prezzo delle opere che ad essi prestavano.

LXXV. E ci si fece ancor peggiore oltraggio: non pure i luogotenenti, i generali, gli ammiragli; ma tutte le altre cariche di queste provincie, importanti per grado, o per istipendio, furono, senza badare alla capacità, infeudate agli uomini del Piemonte, o ai più devoti piemontisti, non saprei dire se per diffidenza, sognata incapacità o immoralità de’ meridionali; o piuttosto pel fare della conquista, e per troppa tenerezza del governo centrale verso i suoi piemontesi. Solo il potere giudiziario fu risparmiato da tanta invasione, perché la pasta de’ codici non è roba per tutte le mani, ed avrebbe fatto troppo scandalo la incapacità non curata per tutti gli altri rami. Non è già che nelle magistrature mancano le nomine e le promozioni partigiane; ma almeno non ci fu in essa la importazione piemontese, né quella del barbaro suo gergo.

Il senso morale del popolo fu profondamente commosso da cotesta politica; ne surse un funesto dualismo, il quale, ribadito di poi dal gabinetto di Torino, coi tanti atti, che inconsultamente costituirono la egemonia piemontese ed il fare del conquistatore, ridussero il governo ad un partito, ad una fazione, ad una consorteria ostile alla gran maggioranza delle nostre provincie. La luogotenenza cadde nella più compiuta impopolarità, e lo stesso Farini fu ritenuto impari a se medesimo; al segno che lo si disse sagrificato dalla gelosia del Cavour, e dall’opera di coloro che egli avea chiamato al potere con la speranza che lo avrebbero confortato di buoni consigli e di cooperazione a fare il bene.

LXXVI. Farà altri la storia degli errori di cotesto malaugurato indirizzo governativo; a me basta di averlo accennato. Pur vuolsi soggiungere che il più urgente bisogno, ed il più ardente voto di queste nostre provincie erano le strade ordinarie, e le ferrovie; che per le prime nulla fu fatto, anzi fu ordinato un prestito che le rese impossibili; e per le seconde, non ostante lo zelo e l’energia del de Vincenzi, che in pochi giorni, vincendo le gravissime difficoltà delle piogge, delle nevi, e della stagione invernale, fece compiere studii e progetti sotto tutti i rapporti importanti, neppur nulla se ne fece; perocché al momento di porsi mano al lavoro, venne un telegramma di Cavour del 3 febbrajo che lo vietava.

Tale divieto partiva dall’idea di non spender danari in opere pubbliche di queste meridionali provincie; e perché le ferrovie eran pasta da manipolarsi dalla sapienza del ministero centrale, secondo que’ criterii e con que’ contratti, che han poscia tanto edificato il paese.

E non posso neppur tacere cosa ancora più grave; il depreziamento de’ fondi pubblici napoletani in parte derivato dal suddetto prestito di 25 milioni di lire, che oltre all’essere meschino pei bisogni delle opere pubbliche di queste provincie, fu chiesto e trattato per modo che non poteva ottenersi, né si ottenne; e dalle sciagurate vendite de’ duc. 850,000 di rendita confiscata da Garibaldi ai principi di casa Borbone, e dalle altre lire 1,628,000 di rendita venduta dal governo centrale.

Intorno alla partita de’ duc. 850,000 giova conoscere che l’onorevole barone Coppola, secondo egli stesso mi ha narrato, essendo ministro delle finanze al tempo della dittatura di Garibaldi, per provvedere al pagamento del semestre del debito pubblico del 1° gennaio 1861, propose nell’ottobre del 1860 la vendita di una piccola parte della cennata partita alla ragguardevole casa Forquet. Ma i signori Forquet onestamente gli osservarono che se volesse farlo a forfait, non potevano assumere il rischio di un affare così grave: se poi intendesse che lo facessero in commissione, offriva un ottimo affare per loro, ma di gran pregiudizio per la finanza; perché avrebbe invilito il prezzo della nostra rendita. E però gli raccomandavano di far l’operazione a forfait con la casa Rothschild, la quale potea dividere e collocare la partita sulle diverse piazze di Europa, senza neppur farlo avvertire.

Il ministro, seguendo l’onesto consiglio, si chiamò l’agente di Rothschild sig. Bolognese, e con lui stabilì la vendita a, forfait di duc. 250,000 di rendita alla ragione di 89 . Ma quando si era per istipulare il contratto verso la metà di ottobre, si avea notizia della prossima venuta del re col luogotenente Farini; ed al ministro Coppola non parve per lui delicato il fare una stipola di tanta importanza alla vigilia della nomina di un nuovo gabinetto, e ne sospese il compimento, lasciando al nuovo ministro il farlo, o il non farlo.

Ora il successore Scialoja dicesi che avesse dichiarato non voler trattare col banchiere del Papa e dell’Austria; e però commetteva la vendita della intera partita ai signori Achard, di Lorenzo, e ad un certo Petraroli; persone oneste e rispettabili le due prime, ignoto l’ultimo; ma niuno di essi banchiere, e certo non usi a simili negozii. Essi pensarono collocar tutta la partita nella borsa di Napoli, la offrirono pubblicamente a chi più ne volesse; il che, come era naturale, contribuì a far che i fondi napoletani da 88 ¾ che erano al 6 novembre, scendessero a 77 nel 17 dicembre.

Nè miglior contegno serbava il ministero centrale, il quale, non abborrendo di trattare con quello stesso Rothschild, ai 19 gennajo 1861 gli vendeva a forfait lire 660,000 di rendita napoletana a 74, laddove nella nostra borsa correva a 79; e poscia ai 13 febbrajo altre lire 968,000 a 75, mentre correva a 78: e per giunta dava al compratore il godimento dal dì delle vendite, laddove non pagava egli alcun interesse pel ritardo dello sborso del prezzo, e se lo anticipasse, godeva del 6 per %. Ed, ancora viepeggio, il ministero obbligavasi di non vendere ad altri, ove di altre vendite avesse mestieri!!

I quali due fatti fecero sorgere il sospetto che il prestito, e quelle tre vendite così mal governate, avessero avuto lo scopo di depreziare i fondi napoletani, per livellarli ai sardi, e cosi spianare la via alla prima e più gradita unificazione, quella de’ debiti passati e de’ futuri. Io ritengo erroneo e maligno cotesto sospetto, perché sebbene quelle vendite avessero contribuito al ribasso, è certo che questo dovea presto, o tardi avvenire per effetto della unificazione politica: ma quando uomini tanto esperti commettono sbagli così gravi, volere e non volere, si forniscono appicchi a malignazioni.

LXXVII. Per le quali cose la luogotenenza Farini non solo divenne oltremodo impopolare, ma accreditò la male augurata idea che il governo centrale avesse il segreto intendimento di piemontizzare l’Italia, trattar le provincie meridionali come paese conquistato, governarle per mezzo di un partito ligio ai soli interessi del Piemonte, e così spremerne quanti più vantaggi e quattrini poteansi, senza punto curarsi né delle loro opere pubbliche, né della pubblica sicurezza, non di alcun loro progresso, e neppur dello spostamento e della rovina de’ loro materiali interessi.

Al che aggiungevasi il caro de’ viveri, la mancanza di lavoro, che grandemente affliggeva gli operai ed i proletarii; la inconsulta riduzione di tutte le tariffe, che fatta istantaneamente e senza alcuna preparazione, riuscì fatale a tutte le nostre fabbriche; ed il generale ristagno degli affari, cagione di molto malessere in tutti gli ordini sociali.

E non era tutto: la stampa, con le esagerazioni inseparabili dai momenti eccezionali, accresceva la mala contentezza, seminando le diffidenze ed i germi della più esiziale discordia.

La posizione diveniva ogni giorno più tesa, ed il governo centrale era costretto a mandare altro luogotenente, con l’incarico di comporre un nuovo consiglio.


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QUINTO PERIODO

DAL 16 GENNAJO AL 12 MARZO 1861

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Seconda Luogotenenza.

LXXVIII. Con decreto del 3 gennajo 1861 nominavasi luogotenente generale il principe Eugenio di Savoja, che con l’autorità del suo nome poteva meglio calmare i mali umori; e segretario generale il cav. Costantino Nigra . Indi con proclamazione reale de 7 del mese stesso, annunziando agl'Italiani delle provincie napoletane la nomina del nuovo luogotenente, si raccomandava loro la concordia degli animi, e lo agevolare l’opera della unificazione . E con altro decreto del dì seguente venivano autorizzate «le finanze centrali dello stato ad anticipare alla tesoreria delle provincie napolitane le somme occorrenti allo immediato cominciamento de’ lavori pubblici da eseguirsi nelle medesime sino all’ammontare di dieci milioni di lire, per esserne successivamente ripianate.»  

Il perché ai 13 del mese stesso il nuovo luogotenente pubblicava il suo programma governativo. Con esso, sebbene non si disapprovasse apertamente l’indirizzo della passata luogotenenza, pure si dichiarò con nobili parole volere «l’appoggio di tutti gli uomini onesti; il rispetto alle leggi, la concordia degli animi » il che significava la solenne condanna del precedente governo di partito e di reazione.

LXX1X. Il programma del principe luogotenente fece ottima impressione; l’opinione pubblica richiedeva il mio ritorno al potere. Giunto il principe a Napoli, mi chiamò a sé per mezzo del segretario generale Nigra, e mi sollecitò ad accettare l’incarico di comporre il nuovo consiglio di luogotenenza, insieme con Carlo Poerio, mio antico amico personale e politico, e sempre popolare, non ostante le sue intime relazioni co’ consorti, de’ quali sventuratamente appoggia la politica per coscienziose convinzioni; ma non ne imita né imiterà mai il sistema utilitario.

Poerio accettò l’incarico, dichiarando non voler far parte del consiglio : io accettai il potere, lusingandomi di poter continuare a servire il paese, attuando un indirizzo governativo conforme alla mia politica di conciliazione e di concordia, la quale era, a mio credere, il più potente fattore della forza, e dell’unità nazionale. Fatale illusione, inescusabile e tanto più grave errore, perché non volli ascoltare le avvertenze de’ miei amici politici. Mi dicevano essi che il conte di Cavour non mi amava, e voleva spezzare la mia popolarità, chiamandomi di nuovo al potere prima dell’apertura del parlamento; che non eravi della dignità nell’accettarlo, quando a presiedere il consiglio di luogotenenza erasi destinato, con la qualità di segretario generale, il giovane Costantino Nigra, uomo ignoto in queste provincie, ed affatto ignaro delle cose nostre; che io non dovea aver nulla di comune con la consorteria, e col Conte; né illudermi sulla fusione e sulla concordia de’ partiti, lealmente promessa e voluta dal luogotenente; ma troppo aliena da’ proponimenti del governo centrale, essenzialmente partigiano, abborrente da ogni elemento non suo, ed apertamente nemico di Garibaldi e de’ garibaldini.

Io non temetti, né credei codesti presagi, che pur troppo si avverarono, non pure a mio danno, che sarebbe stato lieve cosa, ma a rovina del paese. Predominato sempre dalla mia idea fissa, o, a dir meglio, della mia grave illusione, della desiderata concordia degli animi, sperai poterla attuare con la cooperazione di colleghi bene scelti, e così estinguere quel funesto dualismo creato dalla luogotenenza Farini.

LXX. Laonde, ai 17 gennajo 1861, il consiglio di luogotenenza veniva formato a questo modo:

Paolo Emilio Imbriani, Giovanni d’Avossa, e Pasquale Stanislao Mancini, miei antichi amici, uomini di valore e di provato patriottismo, furono a mia proposta, approvata da Poerio, nominati consiglieri sopra i dicasteri degli affari ecclesiastici, dell’istruzione pubblica, e della giustizia.

Il d’Avossa credè necessaria, e pose a condizione della sua accettazione che facesse parte del governo Silvio Spaventa, come colui che, per aver soprainteso nel passato gabinetto al dicastero della polizia, avea in mano importantissime fila della reazione borbonica. Ed io, servendo sempre al concetto della fusione di tutt’i partiti e di tutte le gradazioni politiche, non solo accettai lo Spaventa, ma per dargli posto, feci per lui quel che già aveva fatto pel Conforti sotto la dittatura, e così proposi che dal dicastero dell’interno e della polizia, da me ritenuto, si distaccasse quest’ultimo e si affidasse allo Spaventa.

Indi dal Poerio, dall’Imbriani e da me furono proposti Luigi Obertv pe’ lavori pubblici, ed il vecchio patriota Antonio La Terza per le finanze.

Così formata la nuova amministrazione, formulai un programma, e lo inviai ad imbriani, per poscia discuterlo con gli altri nostri colleghi. Ma Imbriani, convenendo pienamente su tutti i principii da me ritenuti, credè più prudente attuare quel programma coi fatti, senza discuterlo.

Tale programma era il seguente:

1° Amministrare, e non legiferare.

2° Reprimere severamente ogni tentativo di reazione, ed armare al più presto la guardia nazionale a tutela dell’ordine pubblico.

3° Estirpare il brigantaggio col prestigio dell’elemento garibaldino, ed il soccorso de’ municipii, della guardia nazionale, e de’ carabinieri.

4° Moralizzare le pubbliche amministrazioni, purgandole dai tristi, e da coloro che erano notoriamente avversi al libero reggimento.

5° Giovarsi nel maneggio della cosa pubblica di tutte le forze vive del paese, di tutte le capacità e le probità, senza distinzione delle gradazioni politiche del partito liberale; ma, in pari condizioni di capacità e probità, preferir coloro che aveano maggior bisogno di occupazione, o aveano sofferto per la causa della libertà.

6° Fare un buon prestito, per addirlo ad opere pubbliche riproduttive, dar cosi lavoro alle masse, e prevenire che il bisogno non ingrossasse le fila del brigantaggio.

7° Accelerare la divisione de’ demanii, con tali condizioni da impedire ai quotisti l’alienazione delle loro quote, prima di averle migliorate.

8° Far per le masse il più che far si potesse, per istruirle, moralizzarle, ed attaccarle al nuovo ordine di cose.

LXXI. Il perché, servendo all’attuazione del mio programma, cominciai dal rivolgere le mie cure alla tutela delle franchigie costituzionali, dell’ordine e della tranquillità del paese, come risulta dalla prima mia relazione sopra i lavori di tutt’i dicasteri.

Per calmare la pubblica ansietà, proposi altresì di pubblicarsi ogni dieci giorni nel giornale officiale cotesta specie di rendiconto governativo, perché il paese potesse conoscere e giudicare tutti gli atti del potere esecutivo. La mia proposta era approvata dal luogotenente, ma non piacque a taluno de’ miei colleghi, e non fu quindi attuata.

LXXII. Nel tempo di cui ragiono io vidi mostrarsi più audace e minacciosa di quello che aveva fatto per lo innanzi la reazione borbonico-clericale; accrescersi in talune provincie, quantunque in piccole dimensioni, il brigantaggio; la mancanza di lavoro e di pane poter accrescere le fila dell’una e dell’altro. Quindi prima mia cura fu quella d’insistere a tutt’uomo, perché in tutte le provincie napolitane si organasse ed armasse la guardia nazionale. Scrissi analogamente a tutt’i governatori, ed in particolar modo ingiunsi loro di farmi conoscere la situazione della forza e del rispettivo armamento in ciascun comune, e proporle, senza. indugio, i quadri delle guardie mobili. Sottoposi all’esame di una commissione nominata dal dicastero della guerra, diverse offerte da me ricevute, per acquisto di armi, perché mi avesse manifestato quali di esse meritavano di essere accettate. Presi altresì stretto conto di quanto poteva occorrere alla benemerita guardia nazionale di Napoli, e ne feci particolareggiato rapporto al luogotenente, unendovi un quadro indicativo delle somministrazioni da farsi ai rispettivi battaglioni.

Ma questi miei provvedimenti rimasero senza effetto;. tra perché dal governo centrale si credette allora e lungo tempo di poi spregevole il nascente brigantaggio; e perché si ebbe una certa diffidenza di armare la guardia nazionale, sopra tutto nelle nostre provincie, come appresso dirò. Il paese conosce oramai quante e quali gravissime sventure gli sono derivate da tanta supina imprevidenza.

LXXIII. Per alleviare il caro dei cereali e per soccorrere gl’indigenti proposi e furono sanciti tre decreti in data 24, 25 e 28 gennajo 1861 . Con essi fu disposto che il regolamento del 29 dicembre 1860, riguardante i grani provenienti dall’estero, si estendesse eziandio ai grani che per via di mare, o di terra dalle provincie napolitane e siciliane s’immettessero in Napoli; che non più fosse proibita la immissione per via di mare dei granoni esteri ad uso della distillazione, sì per favorire lo sviluppo di tale industria, e sì per farli servire all’uso dell’universale; ed affinché il commercio dei grani nelle provincie non soffrisse impedimento, per la poca sicurezza delle strade, fu pure disposto che i governatori fornissero le scorte che venissero loro domandate.

Contemporaneamente mi rivolsi alla generosità cittadina, aprendo una coscrizione nazionale, che produsse considerevoli somme, a sollievo della indigenza.

LXXIV. Ma in particolar modo credei di poter dare lavoro e pane al popolo che ne abbisognava, mercé l’attuazione delle opere pubbliche, ed in due modi cercai raggiungere cotesto scopo.

Un decreto del 6 dicembre 1860 avea già autorizzato per conto dei comuni un prestito di venticinque milioni di lire, da invertirsi in opere pubbliche e comunali.  Mal negoziato all’estero, non era riuscito; ond’io, convinto che il prestito sopradetto sarebbe stato utilissimo, per dar lavoro al popolo, e per isvolgere la vita del municipio, pensai che potesse effettuarsi per via di una sottoscrizione nazionale, e ne presentai il progetto al luogotenente.  Ma il conte di Cavour ne sospese la contrattazione nel pensiero di comprenderlo in quello dei cinquecento milioni che fecesi di poi: ma un soldo solo di esso non si spese per le opere pubbliche del Napoletano.

Proposi di poi e fu sancito il decreto del 23 gennaio 1861, col quale si dispose, che dai dieci milioni di lire che col decreto del di 8 dello stesso gennajo il re aveva disposto anticiparsi dalla finanza centrale alla tesoreria di Napoli, se ne invertissero cinque all’immediato incominciamento delle opere pubbliche nelle provincie napolitane; e si spendessero specialmente per ripararsi o costruirsi le strade di comunicazione tra i comuni.  Fu parimente per me eseguita la distribuzione dei cinque milioni di lire fra le sedici provincie del Napolitano.

Ma né allora, né poscia si rimisero dal governo centrale le somme promesse; ond’io reclamai vivamente l’esecuzione del sovrano decreto degli 8 gennajo 1861, ed a stento potei ottenere che presso le ricevitorie generali delle provincie sì aprisse un credito in favore dei governatori, perché alla meglio potesse attuarsi l’anzidetto decreto del 23 gennajo. Ma tutti i miei sforzi rimasero quasi vani; perché la finanza centrale pose degl’inciampi alla spedita esecuzione de’ lavori, cui principalmente intendeva il decreto; e fu perciò che sino ai 12 marzo di quell’anno, giorno in cui diedi le mie dimissioni all’officio di consigliere di luogotenenza, si erano pagate sole lire 117,917:20; e, secondo la relazione fatta dal Nigra al luogotenente li 20 maggio successivo, sino a quest’ultimo dì le somme spese in opere pubbliche in tutto il Napolitano ascendevano a sole lire 390,625:07, ossia a molto meno del trentesimo dei dieci milioni promessi e non dati.

Rimasto così quasi in tutto vano il decreto dei 23 gennajo 1861, ne seguirono due gravissimi mali. Il primo, che il brigantaggio si accrebbe di tutti coloro che l’indigenza spinse a farvi ricorso come solo mezzo alla vita, fra’ quali non pochi dell’esercito borbonico improvvidamente disciolto. Ed il secondo, la mancanza delle strade comunali, la quale non solo danneggia in mille modi la pubblica prosperità, e le finanze dello stato; ma rende per le medesime più onerose le condizioni della costruzione delle ferrovie nel Napoletano.

LXXV. L’opinione pubblica reputava ingrato ed ingiusto il contegno serbato dalla prima luogotenenza verso i garibaldini. D’altra parte il principe Carignano aveva promesso col suo programma la concordia degli animi. Quindi, come atto riparatore di un’ingiustizia, e foriero di pace, io proposi e fu sancito il decreto del 16 febbrajo, che attribuiva una qualità governativa a tutti coloro che erano stati impiegati nella segreteria del dittatore.

Cotesta misura, adottata non senza qualche difficoltà, giovava altresì alla finanza dello stato, chiamando al servizio di esso molti individui, che, per disposizione di Garibaldi, godevano di un soldo; e, quel che è più, mostrava al paese che la seconda luogotenenza declinava dalla disastrosa via su cui si era messa la prima.

LXXVI. Furono altresì sancite, sulla mia proposizione, le disposizioni che sieguono.

Relazione al luogotenente del dì 15 febbrajo 1861, riguardante la soluzione di taluni dubbii sul nuovo ordinamento della guardia nazionale.

Decreti del 16 febbrajo 1861 relativi:

Al supremo magistrato di salute, al protomedicato generale, all’istituto vaccinico, coordinati al consiglio superiore di sanità, ai consigli sanitarii distrettuali, e provinciali;

Alla direzione generale della vaccinazione;

Alla contabilità dei fondi provinciali;

All’organamento del dicastero di agricoltura, industria e commercio;

Alla circoscrizione della nuova provincia di Benevento;

All’abolizione della contribuzione straordinaria del ventesimo delle rendite ordinarie dei comuni, la tassa dello stipendio dei giudici e carcerieri di circondario a carico dei comuni medesimi, e quella del mantenimento dei detenuti.

Decreto del 17 febbrajo 1861 sulla costituzione del consiglio superiore di sanità, mercé la nomina dei professori più stimati per dottrina e per patriottismo.

Decreto del 23 febbrajo 1861, con cui furono nominati governatori ed intendenti, che seconda il novello regime meglio convenivano alle provincie napolitane.

Provvidi del pari alla nomina dei novelli amministratori municipali sulle terne proposte dai consigli comunali, ed alla rinnovazione della quarta parte dei membri di quei decurionati, la cui composizione, per la legge del 12 dicembre 1816, era attribuita alla potestà sovrana, e per la legge piemontese sull’amministrazione civile, pubblicata in Napoli ai 2 gennajo 1861, ai municipii.

Nè omisi di portare la mia attenzione sul compimento della divisione dei demanii comunali fra i cittadini poveri, sulla pubblica beneficenza, sugli archivi! pubblici, e sull’elezioni politiche.

Ma nulla potetti mai ottenere per l’armamento della guardia nazionale, e per l’elemento garibaldino, del quale io credeva doversi giovare pel meglio della pubblica amministrazione, e per la conciliazione de’ partiti.

Dal luogotenente, dalNigra, ed ancora dai miei colleghi ebbi ripetute promesse che si sarebbe provveduto dopo la caduta di Gaeta; ma Gaeta cadde, e le mie proposte continuarono a rimaner senza effetto.

In diversi rincontri ebbi altresì occasione di vedere che l’indirizzo politico del consiglio di luogotenenza era diverso dal mio, e cominciai a pensare alla mia dimissione; ma ebbi il torto di non darla né prima del 17 febbrajo, né in quel giorno, per gli atti inconsulti che in quel dì si emanarono.

Altri atti di minore importanza furono da me proposti ed approvati, secondo che leggesi nel giornale ufficiale del 17 febbrajo 1861.

In tale giorno si pubblicarono molti decreti sanciti sulla proposizione dei miei colleghi sopra i dicasteri degli affari ecclesiastici, di grazia e giustizia, dell’istruzione pubblica, delle finanze, dei lavori pubblici e della polizia, e fra questi altri due nel mio nome.

Al quale proposito mi giova confessare che tutti cotesti decreti e leggi, pubblicati in fretta ed in furia alla vigilia dell’apertura del parlamento, non solo erano irriverenti alla potestà legislativa, ma erano improvvidi sotto tutti i rapporti. E per vero la maggioranza del consiglio di luogotenenza, opposta all’idea del legiferare, e vieppiù all’importazione delle leggi piemontesi, ebbe dapprima in animo di provvedere alla sola soppressione degli ordini monastici, urgentemente reclamata dalla pubblica opinione, prima di esporla alla discussione del parlamento, ed ai soliti intrighi della corte di Roma.

Ma le insistenze fatte dal Cavour al Mancini, stato pochi dì innanzi a Torino, fecero trascendere a più larghe e più improvvide disposizioni, alle quali presi parte ancor io, malgrado il mio opposto programma.

I dettami della scienza legislativa della politica, e della storia condannavano quella importazione, e la rendeva vieppiù insopportabile l’osservare come le nuove leggi ed i nuovi regolamenti erano di gran lunga inferiori alle leggi ed ai regolamenti, che vandalicamente e col cipiglio della conquista abolivansi.

Ma l'idea della così detta unificazione affascinava le menti, e le trasportava ad errori i quali gettavano i primi semi di quella mala contentezza, che, sempre crescente, potrà riuscire esiziale, se prestamente non si provveda.

Ed il malcontento divenne sempre più grave quando si vide che l’importazione di quelle leggi non fu generale, per modo da sostituire tutta la legislazione piemontese alla nostra, e non era stata egualmente adottata nelle altre provincie. Quindi il caos nell’amministrazione centrale dello stato, e la ingiustizia dei due pesi e delle due misure nelle diverse provincie.

Ed ancor peggiore effetto produssero le nuove leggi quando con esse s’importarono gl’impiegati delle antiche provincie, per attuarle, allegandone la speciosa ragione che a leggi nuove volevasi uomini nuovi! Imperocché surse il sospetto che il vero scopo di tutto quel tramestio si era quello di crear posti ai piemontesi, gittando sul lastrico i napolitani: sì che l’offeso amor proprio, e la rovina dei materiali interessi irritarono vieppiù gli animi contro le nuove leggi, e contro il governo centrale. 1

LXXVII. In questo stato di cose si procedé alla nomina dei deputati, ed io, non ostante le diffamazioni fattemi dai miei nemici politici nella Monarchia Nazionale di Torino, nel Nazionale di Napoli, e nei collegi elettorali del Napoletano alla vigilia dell’elezioni, fui proclamato deputato con splendido suffragio da otto collegi, che furono quelli di Altamura, Tricase, Bitonto, Atripalda, Sala, Napoli quartiere della Vicaria, Palata, e Campobasso.

In altri collegi venni in ballottaggio con forti competitori. In Napoli stesso nel collegio di Montecalvario ebbi a competitore l’avvocato Filippo de Blasio, stato prefetto di polizia; ed in quello del Pendino Silvio Spaventa, allora consigliere di luogotenenza sopra la polizia, ed al quale io pregai i miei elettori che avessero dato il loro voto, essendo io stato eletto in altri collegi.

LXXVIII. Non appena caduta Gaeta, furono improvvidamente sciolti gli eserciti borbonico ed il garibaldino. Di ciò questi mali: rimase ribadito il dualismo surto sotto la luogotenenza Farini; crebbero la reazione ed il brigantaggio; il governo si atteggiò sempre più a forma di partito; il potere cadde nelle mani della consorteria, che lo rivolse contro il paese e contro la parte viva della nazione, la quale rimase sempre più depressa e negletta. E così, procedendo da errore in errore, il paese, per la inesperienza della vita politica, e pel maltalento di coloro che lo sgovernarono, si vide quasi sospinto all’ultima rovina; e sin d’allora si trovò esposto ai maggiori pericoli, e si temé che andasse rotta e disfatta quella concordia maravigliosa, quella comunanza d’intenti patriottici ed unitarii, a cui l’imprevidenza, la perfidia, e tutte le male arti dei caduti governi avevano, loro malgrado, condotta la nazione dall’un capo all’altro della Penisola.

LXXIX. Svanite così le mie illusioni circa la conciliazione e la concordia dei partiti, vidi compiutamente mancato il programma del luogotenente; vidi divergenze profonde fra i membri del consiglio sull’indirizzo governativo; ostacolate le opere pubbliche; mancato al governo il suffragio della pubblica opinione: mi riconobbi del tutto impotente a fare il bene del paese; e però ai 12 marzo 1861 diedi le mie dimissioni, esprimendone francamente i motivi, e soggiungendo essere necessario:

«1° Riformare prontamente e radicalmente il Consiglio di Luogotenenza;

« Prendere le più energiche misure, per tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica, mercé la cooperazione dell’esercito e della Guardia Nazionale;

«3° Organare ed amar questa immantinente;

«4° Provvedere al modo stesso al prestito nazionale dei venticinque milioni, e chiedere al Parlamento più larghi sussidii, per le opere pubbliche;

«5° Moralizzare i diversi rami della pubblica amministrazione, chiamando al servizio del paese tutti gli onesti cittadini a qualunque gradazione politica appartenessero

Splendido comentario delle discorse dimissioni è la circolare del dicastero di polizia, della quale giova ricordar qualche particolare.

Tale circolare veniva fuori nello stesso giorno in cui io mi dimetteva dal mio officio, e si cercava con essa giustificare il non armamento della guardia nazionale. Dunque le mie querele in tale proposito erano giuste, e si temé che il paese così le giudicasse.

Si dice nella circolare che uno dei difetti dell’ordinamento della guardia nazionale era la deficienza delle armi, che il governo non aveva potuto sino allora distribuire; ed indi a poco si soggiunge: che nell’ultima seduta del consiglio di luogotenenza sia stato risoluto di dare opera immediatamente a distribuire alla guardia nazionale tutte le armi disponibili, che si trovavano in potere del governo.

Per verità io non conobbi mai cotesta ultima seduta, né r accennata deliberazione, al segno che appunto per tale deficienza io dava le mie dimissioni.

Ma, se le armi si trovavano in potere del governo, perché sino ai 12 di marzo 1861, giorno delle mie dimissioni, non si erano distribuite, secondo che le mille volte io aveva domandato? Per ingiusta ed oltraggiante diffidenza di quella benemerita guardia nazionale, che tanti importanti servigi avea reso al paese. Il quale concetto traspira da tutta la cennata circolare, per quanta industria si fosse messa a nasconderlo.

XC. Date le mie dimissioni ai 12 marzo 1861, l’onorevolissimo luogotenente faceva scrivermi nel dì successivo dal commendatore Nigra, che non poteva fare a meno di apprezzare le ragioni, che mi avevano determinato a dare le mie dimissioni; che conveniva con me del debito di recarmi al parlamento, ov’era stato mandato da ben otto collegi; che con rincrescimento accettava le mie dimissioni, ma serbava grata memoria del concorso da me prestato al suo governo.

Ben altrimenti però furono apprese e valutate a Torino quelle mie dimissioni. In mezzo agli osanna che sommessi e devoti innalzavano al conte di Cavour, ed al suo gabinetto, l’uno e l’altro trovarono temeraria, scandalosa, e quasi insurrezionaria la rivelazione che per me faceasi delle loro colpe. E però mi mossero contro la più animosa reazione governativa, e mi fecero segno alle implacabili ire dei consorti e della stampa venduta, mostrando chiaramente! qual concetto essi avessero della franca opposizione, tanto utile in ogni libero reggimento.

Ma sventuratamente la bozza di quella mia dimissione cadde nelle mani di persona indiscreta, la quale, contro ogni consuetudine, e contra ogni mio intendimento, la pubblicava; cosa che giustamente dispiacque a’ miei colleghi del consiglio di luogotenenza, i quali nel 18 marzo pubblicarono nel giornale officiale le loro dimissioni così concepite:

«Considerando le ragioni di dimissione messe a stampa dal signor Liborio Romano, le quali tornarono in altrettanti capi di accusa lanciati in mezzo al pubblico, per modo nuovo e senza giustificazione alcuna, contro il resto del consiglio di luogotenenza, noi non sapremmo come meglio provvedere alla responsabilità che ci deriva da tale atto, se non rassegnassimo, come rassegniamo, le nostre dimissioni, facendo appello al testimonio ed al senno supremo dell’A. V., la quale conosce appieno il vero.»

E S. A., che conosceva appieno il vero, e mi aveva di già dichiarato, con la cennata lettera del dì 13 marzo 1861, che non poteva fare a meno di apprezzare le ragioni delle mie dimissioni, accettò quelle dei miei colleghi, e dispose che continuassero nella spedizione degli affari, finché non si provvedesse alla ricomposizione dell’amministrazione.

Nel giorno stesso, in cui comparvero nel giornale officiale le dimissioni dei miei colleghi, io domandai di rispondervi per mezzo del giornale medesimo. Il Nigra trovò giusta la mia dimanda; ma di poi non volle secondarla, dicendomi spiacere a S. A. R. che una polemica divampasse in tale proposito. Pertanto le dimissioni dei miei colleghi furono riprodotte sul periodico intitolato La Bandiera Italiana, ed io vi risposi, insistendo nelle mie, e dichiarando che esse non da me, ma dall’altrui indiscrezione erano state pubblicate colla stampa.  

Così avea termine questo tristo episodio della mia vita pubblica, nel quale pur troppo accettai, per grande illusione e più grave errore, il potere. Ma mi lusingo che ne discesi senza aver mutato politica, senza essermi piegato alle fatali esigenze del governo centrale, e non senza il conforto ed il plauso della pubblica opinione.


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SESTO PERIODO

DAL 13 MARZO 1861 AL 20 LUGLIO 1865

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XCI. Il mio grave errore di accettare il potere nella seconda luogotenenza; l’essermene dimesso con una forma, la quale pose il colmo alle ire dei consorti contro di me; il peccato di essere stato eletto in otto collegi elettorali, non ostante le calunnie contro di me addensate, per non farmi eleggere; e la generale credenza che io avrei fatto la più aspra opposizione al conte di Cavour, aveano mal disposta contro di me quasi tutta la camera. Io non avea difensori nella sinistra, non godea le simpatie della destra; era inviso alla consorteria, ai ministri, agli ambiziosi dei portafogli. E però si cominciò dall’impugnare come nulle le mie elezioni, sostenendosi contro il testo della legge, che i consiglieri di luogotenenza fossero dei semplici burocratici, e però ineleggibili. Il nono officio opinò per la nullità, e l’onor. Boggio esauriva tutti i sofismi della sua dialettica, per determinare la camera ad adottare quell’avviso. Lo stesso Mellana, quantunque non devoto a quel ministero, sosteneva pur egli la tesi della nullità. Ma dopo una grave discussione surse l’onorevole Bixio, e con la sua franchezza protestò contro le sottigliezze avvocatesche, e soggiunse «che quando un personaggio è mandato alla camera da quattrocentomila cittadini, è incontrastabilmente l’espressione di una volontà che debb’essere rispettata.» Il perché la camera convalidò la mia elezione.

D’altra parte la mia età, la mia mal ferma salute, l’essere inesperto della strategica parlamentare, alieno da ogni ambizione, e vieppiù dai soliti intrighi per soddisfarla, mi consigliavano la opposizione solamente alle molte rovine che il ministero andava commettendo, non già quella personale al Cavour.

Aggiungasi che io non conosceva a bastanza il conte, e sebbene lo reputassi poco abile amministratore, molto tenero dell’egemonia piemontese, ed assai male informato degli uomini e delle cose delle provincie meridionali, lo stimava non solo valentissimo diplomatico, ma in certo modo l’uomo necessario per le nostre relazioni straniere.

XCII. Mentre in tali disposizioni di animo mi accingeva a recarmi alla camera, veniva dalla gotta impedito a farlo; ed essendo da qui partito ai primi di aprile 1861, fui dalla medesima gotta trattenuto in Genova. Seppi colà che la società nazionale capitanata dal Lafarina, devotissimo al conte dì Cavour, avendo notizia del mio prossimo arrivo a Torino, avea disposto di onorarmi con una dimostrazione popolare, e con un banchetto, che poi non ebbero luogo, perché la mia malattia in Genova molto opportunamente l’impedì; e così mi tolse da non lieve imbarazzo sul contegno che avrei dovuto serbare in quel rincontro.

XCIII. Ma con assai diversi propositi sorgeva a quei medesimi giorni l’interpellanza Massari degli 8 aprile, evidentemente manipolata dai consorti di accordo col ministero. Scopo di questa interpellanza era di scavarmi il terreno sotto ai piedi; dispregiar l’opera immensa di Garibaldi, della cui opposizione grandemente temeasi; prevenire i giusti reclami delle provincie meridionali, che l’interpellante descrisse come un’orda di mendicanti e dì postulanti, per agevolare al ministero l’opera d’importarvi l’egemonia e la burocrazia piemontese . Quanto ciò fosse vero e patriottico, si rileva da un articolo pubblicato il 16 aprile 1861 sul periodico napolitano La Nuova Italia col titolo: le cose di Napoli e l'interpellanza Massari. Io dirò solo che il muover quella interpellanza mentre tutti i miei colleghi del consiglio di luogotenenza ed io eravamo assenti, non fu cosa molto generosa da parte del Massari; né molto edificante fu il contegno del ministero, che, invece di difenderci, ci abbandonò alle ire dell’interpellante; né amichevole fu quello di Carlo Poerio, che non seppe dire una sola parola in difesa di quel consiglio di luogotenenza, che insieme con me avea formato, non senza esternarne il suo compiacimento nel giornale officiale del dì 16 gennajo 1861.

XCIV. Dopo qualche giorno io giunsi a Torino; evitai di vedere il conte di Cavour, e, come era naturale, scelsi di sedere nel centro sinistro.

Intanto le condizioni delle provincie napolitane peggioravano ogni dì più: mancava affatto la pubblica sicurezza, e lo scontento diveniva generale e profondo.

Fu perciò che il conte di Cavour facevami dire dal cav. Eugenio Fasciotti, e dall’ingegnere Napoleone Tettamanzi, miei amici di non sapere indovinare la cagione del mio contegno a suo riguardo, e come desiderava vedermi, e discutere con me delle cose del Napoletano. A cotali premure risposi, che lontano da ogni opposizione personale, avrei volentieri discusso con lui intorno a tale suggetto; e però sarei andato a trovarlo appena la mia salute me lo avrebbe permesso. Che anzi a rendere il nostro colloquio più utile, gli avrei prima scritto alcun che sulle condizioni del Napoletano, delle quali io era molto preoccupato; perché pienamente convinto che in Napoli si faceva, o si disfaceva l’Italia.

Dopo pochi giorni (a 15 maggio 1861) scrissi al conte le mie idee, in una lettera nella quale, senza complimenti, accennai quelli che a me sembravano i principali errori del governo centrale intorno alle provincie meridionali, e le vere piaghe che le affliggevano.

Il conte, amico della franchezza e della discussione, non si dispiacque punto delle verità che gli esposi; ed invece m’invitò a dichiarargli quando io poteva discuterne con lui. Tale discussione ebbe luogo in sul finir del maggio, e vidi con piacere quanto il conte era desideroso di conoscere la vera posizione delle cose. Egli, con quella franchezza che è propria delle menti elevate, non solo riconobbe la giustizia di molti addebiti che io faceva al governo; ma mi confessò che in gran parte derivavano dalle poco esatte informazioni che gli stessi meridionali gli avean dato sulle cose, e sugli uomini nostri. Nè dubitò che ai mali da me accennati avrebbe dato riparo, se indi a pochi giorni da morte immatura non fosse stato rapito alla patria.

XCV. Dirò ora della poca parte che io presi nei lavori parlamentari, sia per lo stato della mia salute, sia perché dopo poco tempo mi persuasi che la nostra legge elettorale facilitava al potere esecutivo, ed ai candidati affaristi, ogni maniera di brogli elettorali, riempiva la camera di deputati impiegati, ed assicurava al ministero una maggioranza fittizia, la quale falsava radicalmente il sistema costituzionale. E però il ministero disponeva di tutto a suo arbitrio; e la opposizione era impotente a fare il bene, e serviva solo a cullare le vane lusinghe degli uomini di bona fede, ed a distruggere ogni prestigio delle libere istituzioni presso coloro che giudicano dai frutti la qualità dell’albero che li produce.

XCVI. Nella tornata del 15 aprile 1861 la camera si occupò della presa in considerazione di una proposta contro il decreto sulla circoscrizione della provincia di Benevento. Io mi opposi alla presa in considerazione, e quantunque la camera l’avesse ammessa, pure con altra sua deliberazione del 15 maggio statuì che, fermo rimanendo quel decreto, dovesse il ministero proporre una legge novella per la riforma di quella circoscrizione, uditi un nuovo parere del consiglio provinciale, e de’ consigli de’ comuni interessati.

XCVII. Ai 18 del mese stesso il deputato Ricasoli, svolgendo una sua interpellanza, chiedeva conto al ministro della guerra di quello che avea operato intorno all’esercito dell’Italia meridionale.

Chiedeva altresì conoscere ciò che si era fatto per l’armamento della nazione.

Parlarono in sensi opposti Garibaldi, Cavour, Fanti, ministro della guerra, Crispi, Bixio, Mellana, Ugdulena ed altri.

La discussione fu procellosa al segno che il presidente fu obbligato a covrirsi.

Presi ancor io la parola, e censurai l’improvvido scioglimento in massa dell’esercito napoletano. Osservai che sebbene quell’esercito avesse avuto sotto il II Ferdinando scopi tutt’altro che patriottici, pure una parte di esso, sin dal principio dell’italiano risorgimento, avea sentito le ispirazioni nazionali; notai quale fu il contegno degli ottomila uomini, che erano di guarnigione ai corpi di guardia ed ai castelli di Napoli nel giorno in cui Garibaldi vi entrava solo ed inerme.

Dimostrai l’ingiustizia che erasi fatta a quell’esercito quando a coloro che si erano battuti valorosamente in Sicilia, e si erano poscia sbandati, sol perché abbandonati dai loro capi, erasi detto: siete vigliacchi... A coloro che pugnarono strenuamente sul Volturno ed a Gaeta: «voi siete tinti del sangue di una guerra fratricida.» Ed a coloro che, per seguire le ispirazioni nazionali, aveano abbandonato la causa regia, si era detto: «voi siete traditori.»

Soggiunsi come cotesta generale condanna era contradittoria, ingiusta, impolitica; e dimostrai che, se l’esercito napoletano dovea deplorare di non essere stato sempre capitanato da esperti generali, non mancavano né buoni soldati, né ottimi officiali, i quali ben guidati avrebbero rinnovato i prodigi di valore per cui si erano coverti di gloria a Barcellona, a Dansica, alla Beresina, nella ritirata di Lombardia, nella difesa di Venezia, a Goito, a Curtatone.

Dimostrai non esser vera l’asserzione del ministro della guerra che in Napoli non eravi altri istituti militari tranne quello della Nunziatella. E però conchiusi che nell’organamento dell’esercito nazionale era non solo giusto, ma sano ed utile consiglio fondervi tutte le parti vive del paese, tutti i buoni elementi delle disciolte armi stanziali, e de’ garibaldini.

In fine, deplorando le tempeste surte nella camera, dissi che il provvedimento da me proposto sarebbe pure stato l’iride di pace, ed il pegno della concordia fra i due grandi principii, il governativo ed il progresso della rivoluzione, rappresentati dai due sommi italiani Garibaldi e Cavour.

La camera e le tribune plaudirono alle mie parole, ma esse rimasero la voce vana nel deserto.

XCVIII. Nella tornata del 20 giugno 1861 l’onorevole deputato Ricciardi ragionò dell’arbitrario scioglimento e riorganamento della società reale di Napoli. Ed io soggiunsi che, riconosciuta da tre decreti di Garibaldi quella rinomata accademia, incostituzionalmente era stata disciolta con decreto della luogotenenza.

Osservai pure in quel rincontro che riconosciute dal plebiscito napoletano le leggi politiche sarde, non potea dirsi altrettanto di tutte le altre leggi comuni del Piemonte. Nè tacqui come lo stesso governo borbonico, nella sua ristorazione del 1815, avea rispettato i corpi scientifici, comecché molti membri di essi gli erano invisi.

Proposi un ordine del giorno di biasimo alla luogotenenza, ma invece la camera si contentò di prendere atto delle dichiarazioni e delle promesse del ministro della pubblica istruzione.

XCIX. Venne la discussione sul prestito de’ 500 milioni: m’inscrissi per ragionarne in merito; essendosi domandata la chiusura, mi vi opposi, dichiarando che io dovea esporre alla camera fatti molto gravi sull’ordine pubblico, e sulla soggetta materia; e che ove non mi fosse stato concesso di farlo in quella occasione, sarei stato costretto a farne il suggetto di un’interpellanza.

La camera votò la chiusura, ed io nel successivo giorno 2 luglio proposi la mia interpellanza, e fu stabilito che avrebbe avuto luogo dopo la discussione del progetto di legge sulle strade ferrate.

Il perché nel dì 12 luglio discorsi della mancata sicurezza nelle provincie meridionali, del trascurato ordinamento ed armamento della guardia nazionale, delle neglette opere pubbliche, mentre il popolo, grandemente afflitto dal caro de’ viveri, chiedeva lavoro e pane; del grave danno derivato alla finanza ed al credito dello stato da considerevoli partite di rendita pubblica vendute a condizioni rovinose ; di taluni abusi relativi al banco di Napoli, alla tesoreria, ed alla cassa di sconto. Ed esposi pure come si era dal Nigra, segretario generale della luogotenenza di Napoli, concesso ad enfiteusi per poco o nulla un cospicuo edificio del demanio, senza alcuna forma legale. Fatti irrepugnabili ed abusi gravissimi giustificavano le pronte misure che io reclamava; ma l’esito fu uno de’ soliti ordini del giorno al servizio del ministero il quale diceva: «Che la camera, intese le dichiarazioni del ministero, confida che esso provvederà con tutti i mezzi legali al ristabilimento della pubblica sicurezza nelle provincie meridionali.»

E dell’organamento ed armamento della guardia nazionale, e de’ gravi abusi sulla finanza, neppure un motto!

Il Diritto di Torino, il Popolo d’Italia di Napoli, ed altri periodici indipendenti fecero plauso alla mia interpellanza, e ne dissero gravi e vere le accuse al ministero; ma riuscirono pur vane le loro parole, ed io mi persuasi ancor meglio quanto illusorio sia il mezzo delle interpellanze, e quanta fosse la prepotenza dell’arbitrio ministeriale.

Pur non andò guari che la forza delle cose costrinse il ministero ad organare ed armare alla men trista la guardia nazionale, ed a spingere in qualche modo le opere pubbliche. Ma era già troppo tardi: se quei provvedimenti si fossero presi quando io li proponeva in gennajo e febbrajo del 1861, e con la mia dimissione del 12 marzo, il brigantaggio si sarebbe vinto sul nascere, e non avrebbe ripieno di lutti e di sangue, per ben tre anni, quasi tutte le nostre provincie.

C. Proposi altresì diversi emendamenti al progetto di legge sulle ferrovie meridionali, per rendere efficaci e non illusorie le penali in caso di trasgressione dei patti. La commissione ed il ministero accettarono le mie proposte; ma furono pur esse lettera morta, poiché, non ostante che i concessionarii avessero mancato a tutt’i loro impegni, non solo non furono assoggettati ad alcuna penale, ma seppero ancora ottenere novelli vantaggi a danno dello stato. Nè ciò avveniva senza che fosse surto il sospetto che il governo negligeva le ferrovie del Napoletano, per isolar Napoli, e toglierle la sua naturale importanza.

CI. Presentai parimente alla sanzione della camera due progetti di legge: l’uno relativo all’organamento ed armamento della guardia nazionale, nel senso già accennato; l’altro relativo alla vendita de’ beni demaniali, ed all’affrancamento de’ canoni con cartelle del debito pubblico calcolate alla pari.

Quest’ultimo mio progetto fu poscia, per cagion della mia malattia, e per mio incarico, svolto da mio fratello Giuseppe, e di molto migliorato sotto i rapporti fìnanziarii, economici e politici; e, non ostante le opposizioni dei consorti e del ministero, fu dalla camera preso in considerazione. Ma riuscì pure opera vana, perché indi a poco, essendosi dal ministro Sella proposta la vendita dei beni demaniali, con condizioni affatto diverse, e certo men vantaggiose al pubblico ed al privato interesse, venne dalla camera alquanto migliorato e sancito.   

CII. Furono questi i pochi lavori da me fatti nella camera elettiva fra la mia cagionevole salute, e la costante contrarietà del ministero e della maggioranza, che ciecamente ne sosteneva le più assurde e le più rovinose proposte.

Il perché in occasione delle novelle elezioni generali del 1865 io pregai i miei elettori a dispensarmi del grave mandato della deputazione, perché la mia età e le condizioni della mia salute non più mi consentivano le gravi cure parlamentari. Ma non dissimulai né tacqui la necessità di allontanare dalla camera elettiva i consorti essenzialmente utilitarii, e tutti, più o meno lordi del sangue italiano; coloro che per preconcetto sistema plaudiscono agli atti di tutti i ministeri; coloro che, infingendosi appartenere all’opposizione, non aveano sdegnato né ciondoli, né prebende per se e pei loro congiunti; tutti gl’impiegati governativi, nessuno escluso; gli affaristi presso i ministeri; i candidati del governo; gli stipendiati dalle società sussidiate dallo stato; tutti gli utilitarii politici, e tutti i fabbricanti di ordini del giorno, per comodo del ministero.

Ecco a un di presso quello che io feci, stando al potere, e nella camera elettiva. Libero a ciascuno di giudicarmi come più crederà, io aggiungerò solo che rientrai nella mia vita privata, non senza il dolore di esserne uscito; ma con la coscienza di aver sempre cercato il bene del mio paese. Se non riuscii a conseguirlo, come io lo desiderava, fu per la pochezza del mio ingegno, o per cause indipendenti dal mio volere, non mai per difetto di devozione alla patria, ed ai più larghi principii della vera libertà e della giustizia. I governi ed i partiti quasi sempre se ne dimenticano; ma sono quelli i soli rimedii ai pubblici mali, i soli mezzi da prevenire le rovine ed i lutti delle rivoluzioni; è, quel che è più ora preme, i pericoli della quistione sociale, che non curata, travolgerà governi, uomini e cose, come a niuno è dato di prevedere, ed a tutti incombe il supremo debito di scongiurare.

Ottobre 1866.

L. ROMANO


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DOCUMENTI

I
Programma governativo di Francesco II

Per l’infelice avvenimento della morte del nostro augusto ed amatissimo padre Ferdinando II, Dio ci chiama ad occupare il trono de’ nostri augusti antenati. Adorando profondamente i suoi imperscrutabili giudizii, confidiamo con fermezza, ed imploriamo la sua misericordia per accordarci ajuti speciali, costante assistenza a compiere i nuovi doveri che c’ impone, tanto più gravi e difficili, perché succediamo ad un grande e pio monarca, le cui eroiche virtù, ed i meriti sublimi non. saranno abbastanza celebrati.

Ajutati dalla protezione dell’Onnipotente, potremo star forti, e promuovere il rispetto dovuto alla nostra Religione, l’osservanza delle leggi, l’equa amministrazione ed imparziale della giustizia, la prosperità dello Stato; perché così, secondo gli ordini della Provvidenza, il ben’essere dei nostri felici sudditi sia assicuratoE volendo che la spedizione degli affari pubblici non sia ritardata.

Noi abbiamo risoluto di decretare, che tutte le autorità del regno delle due Sicilie restino nelle loro funzioni.

Caserta 22 maggio 1859.

FRANCESCO SECONDO

II.
Circolare del 23 luglio 1859 del Direttore di Polizia

Signore

Se la clemenza sovrana, con decreto reale del 16 corrente, ha voluto sopprimere l’ingombro delle liste troppo numerose di attendibili, e stendere la mano benefattrice su di un gran numero dei suoi sudditi, ciò non impedisce che si debba tener senza posa svegliata una attenzione vigilante per prevenire le mene dei cattivi. È dunque necessario sorvegliare sempre gli uomini pericolosi, sieno o no stati nelle liste degli attendibili. E voi sulla più stretta responsabilità siete tenuto di avvertire immediatamente l’Intendenza dei passaporti dati a questi uomini, sia per Napoli, o per altre provincie del Regno, precisando il luogo del loro destino; e rientrando in paese farne egualmente immediato rapporto. Tutte le sorveglianze riguardo agli individui, non confondibili con quelli compromessi nelle liste politiche degli attendibili pe’ fatti del 1848 e 1849, restano pienamente in vigore. Vedete dunque con qual sagacia, e riservatezza, ed in qual profondo segreto avrete a condurvi in queste circostanze; attendendomi a vedervi rispondere alla confidenza, onde ha voluto onorarvi la munificenza del vostro Augusto Sovrano. Vi ricordo che la vostra responsabilità è grave per questo lato importantissimo di servizio. Vogliate accusarmi ricezione della presente.

AJOSSA

III.
Circolare del Direttore di Polizia del 17 agosto 1859

MINISTERO DI POLIZIA

(Riservatissima ed a lui solo)

Signore Intendente

Ora più che mai bisogna vegliare per prevenire le mene dei cattivi. Avete dunque l’obbligo di conformarvi nell’occasione alle regole seguenti, per prendere determinazioni convenevoli, secondo gli ordini sovrani:

1° Tutte le volte che i sospetti in politica domanderanno passaporti per Napoli, od altrove, dovete prima con tutti i mezzi scoraggiarli d’insistere per ottenerli, in vista dei pericoli cui si espongono in faccia al Governo. Nel caso in cui vi si ostinassero, servendosi del recente decreto del 16 corrente, dovete ritardare il rilascio delle carte, ed avvertirmene antecedentemente con la più grande celerità.

2° Nel caso in cui i sospetti, per effetto del citato Decreto, domandassero Certificati necessari per subire esami pubblici, o per ottenere Cedole autorizzanti lo esercizio delle Professioni ed Arti, o per tutt’altro scopo che sia, o che sotto il pretesto dello stesso Decreto, tali uomini fossero proposti, per debolezze dei Decurioni, od altri funzionari Municipali, per cariche comunali voi dovete procedere sempre di accordo con me, in guisa che non mai sia spedito alcuno di questi documenti, senza aver dapprima domandata ed ottenuta ogni volta la mia speciale autorizzazione.

3° Se uno di essi pensasse a rendersi o a stabilir si da ora innanzi all'Estero, dovete abilmente coi vostr i mezzi fargli avvertire che potrà difficilmente rientrare nel Regno; e se persistesse nella sua intenzione, bisognerebbe immantinenti informarne il Ministero, e quello di affari Esteri.

4° Resta espressamente inteso che tutte le misure d’arresti, deportazioni, domicilii forzati, ed ogni altra misura di polizia, restano in pieno vigore, per tutte le persone compromesse in seguito a parole o fatti, posteriori al 1848 e 1849, restando anche in vigore per quelli compromessi nel 1848 e 1849, se sono state comandate per disposizioni speciali, o se lo sono d’ora innanzi per vedute di precauzione. Voi, signor Intendente, sarete strettamente e personalmente responsabile della minima deviazione da questa linea, e vi ci conformerete precisamente per evitare energiche disposizioni a vostro carico, secondo la volontà e gli ordini Sovrani.

IV.
Primo rapporto del marchese Antonini

ministro plenipotenziario del re di Napoli a Parigi

Parigi 13 Giugno 1860

Eccellenza

Il cavaliere de Martino giunse qui il mattino di ieri l'altro, 11 del corrente; mi recò la spedizione del 6, cioè la real lettera per l’Imperatore, e l’importantissimo luminoso dispaccio di V. E., con i due annessi. Dopo averne presa esatta conoscenza, senza frapporre tempo in mezzo, mi recai con lui dal signor Thouvenel. Era sulle mosse di recarsi a Fontainebleau, e non potemmo intrattenerlo che brevemente. Lo premurai di ottenermi da S. M. l’Imperatore un’udienza per la presentazione della lettera reale, e di farmi accompagnare dal cavaliere de Martino.

L’ho ottenuta subito per l’indomani, e di fatto alle 10 a. m. di ieri io era a Fontainebleau, dove S. M. I. ci ha subito ricevuti.

Nell’avvicinarlo gli espressi in brevi termini la posizione delle cose in Napoli e l’oggetto della mia visita. L’Imperatore cominciò a deplorare i fatti avvenuti costà, e il non ascolto dato ai suoi ripetuti avvisi.

Il tempo era mancato a farlo, io dissi, e me ne appellai al suo stesso esempio. Le riforme, il riordinamento del sistema governativo era stato effettuito da lui solo, quando l’ordine pubblico e la tranquillità erano stati ristabiliti in Francia. A S. M. il re questo tempo è mancato. Gli avvenimenti prodotti da un’azione straniera, l’obbligarono a rompere ogni dimora ulteriore. Egli se ne appella al concorso di V. M.: è questa la sua lettera.

L’Imperatore la prese e la lesse con la massima attenzione; quindi riprese:

«Ma quali sono queste basi per la mia mediazione? «In questa quistione io debbo agire perfettamente di «accordo con i miei alleati. È già molto avere ottenuto «un tale accordo. Ma il re accettò il mio consiglio sulle «tre condizioni che credo indispensabili?»

Queste proposizioni essendo arrivate a Napoli dopo la partenza del cavaliere de Martino, gli ha questi precisato tutto il pensiero, che aveva dettato la lettera del re e le sue ferme intenzioni.

«È troppo tardi. Un mese fa avrebbero potuto prevenir tutto; ora è troppo tardi. La Francia è in una «posizione difficile. Le rivoluzioni non si arrestano» con parole; ed ora la rivoluzione esiste e trionfa. «Les Italiens sont fins et ils sent très bien qu’après avoir don né le sang des mes enfants pour la cause de leur nationalité vje ne tirerai jamais le canon contre elle. C’est cette conviction qui a amené la révolution, l’annexion de la Toscane malgré moi, contre mes intérêts. Il enteront de même avec vous

In questo stato di cose ha egli soggiunto:

«Io non posso agire che di perfetto accordo coi miei alleati: è la loro azione combinata alla mia, che può solo arrestare il corso degli avvenimenti; e quest’azione non si otterrà mai, se non sarà in certo modo prescritta dal loro proprio interesse. Le basi ch’io ho proposte non so troppo se avranno questa «condizione: ad ogni modo su queste basi, per interesse del re, potrò agire su di essi e lo farò con tutto il piacere.»

E così la discussione è ricaduta su le tre proposizioni avvanzate da Brenier per ordine imperiale.

1° Non è stato difficile provare quanto l’interesse francese combinasse in questo punto col nostro. La Sicilia, lasciata a sé stessa, ricaderà fatalmente presto o tardi sotto la influenza, sotto il protettorato inglese. La discussione s'è lungamente protratta su questo soggetto. L’Imperatore ha sentito il peso di tutti i nostri argomenti, ed è da per sé stesso venuto ad emendare la primitiva proposizione.

«Potrebbe, ha egli detto, proporsi una completa separazione tra i due Stati sotto lo stesso re, con una Costituzione diversa. Sarebbe questo il miglior partito; ma sarà accettato?»

Il signor Thouvenel ha interloquito sempre che ha veduto il suo padrone scosso od indeciso. Ha citato lo esempio della Svezia e della Norvegia, ed ha incarito su tutte le condizioni di una completa separazione.

2° La diversità di Costituzione tra ì due Stati è conseguenza dell’articolo precedente. Questa condizione è stata incidentemente toccata.

3° L’alleanza col Piemonte è evidentemente dall’un canto l’idea fissa dell’Imperatore, e dall’altro dev’essere il cardine dell’accordo ch’esiste tra Francia, Inghilterra e Sardegna.

«La Sardegna sola può arrestare la rivoluzione. Piuttosto che a me è al re di Sardegna che avreste dovuto dirigervi. E contentando l’idea nazionale, che potreste solo arrestare la corrente. Le concessioni interne separate da quella e per sé stesse non avrebbero scopo, nessuno le accetterà.»

«Se avete forza da per voi, per comprimere la rivoluzione e vincerla, fatelo pure. Sarò il primo ad applaudire; ma se non l’avete, quello è il solo e l’unico «mezzo per disarmare la rivoluzione. L’incendio esiste ed avanza: sacrificate pure dei magnifici edifizii al pensiero di salvare il tutto. I momenti si contano, «ogni minuto perduto sarà irreparabile.»

L’Imperatore, avendo voluto riattaccare questo pensiero a quello che ha dettato i patti di Villafranca, a, quella Confederazione italiana che il re aveva accettata in principio, non è stato difficile ribattere l’argomento e provare che oggi non si tratta più di un patto che avrebbe riunito vari Stati indipendenti, allo stesso scopo, per interesse comune e generale, ma sibbene di darci legati da noi stessi in braccio ad uno Stato minore, soverchiante, invasore, la cui politica tende apertamente ad assorbire tutta Italia; che si serve di tutti i mezzi, che fomenta e sostiene la rivoluzione tra noi; che in faccia alla Francia stessa è in posizione anormale non riconosciuta. E noi, sue vittime, dovremmo i primi fare atto di riconoscenza, di adesione, di concorso alle sue spoliazioni, alla sua politica, al suo ingrandimento? E la Francia può volerlo? E la Francia in cambio di una Confederazione nella quale avrebbero dominato i suoi principii ed il suo interesse, può volere il consolidamento di un’opera esclusivamente rivoluzionaria? L’Italia così costituita è in posizione ènei dritto, un giorno, di non consultare che i proprii interessi, qual punto di contatto potrà avere con la Francia regolata da principii e da interessi contrarii ed opposti?

Si comprende, l’Inghilterra che nel principio liberale rivoluzionario ha il suo punto di appoggio contro la Francia stessa e forse contro di lei avanti tutto.

«Tutto ciò può essere giusto e vero, ha replicato l’Imperatore; ma oggi siamo sul terreno dei fatti. La forza dell’opinione è irresistibile: la posizione della Francia non è più quella del 1849; e perciò appunto che nel fondo non vogliamo l’annessione, che è contraria ai nostri interessi; perciò consiglio il solo mezzo pratico di evitarla, od almeno ritardarla. La forza è dal lato contrario; una forza irresistibile contro la quale dobbiamo essere disarmati. Si ceda all’esigenza del momento. L’idea nazionale dee trionfare. Si sacrifìchi tutto a quest’idea in un modo qualunque. Non ne discuto i termini su i quali si potrà trovar modo a risolvere tutte le obbiezioni che esistono, ma che nel fondo si faccia e subito. Domani sarà troppo tardi. Il mio appoggio leale e sincero vi sarà in questo caso «assicurato; altrimenti dovrò astenermene, e lasciar l’Italia a fare da sé. Il principio del non intervento cimentato dal sangue della Francia sarà mantenuto.»

Che lo sia per tutti egualmente, si è da noi replicato; che in questa lotta che uno Stato sovrano e indipendente sostiene contro una rivoluzione prodotta dallo straniero, cessi l'aperta intervenzione d’uno Stato vicino ed amico. Che una parola ferma e decisa dell’Imperatore, quella parola che ha dato alla Francia Nizza e la Savoia, che ha salvata sola i dominii del Papa da un’invasione simile a quelle che in pieno giorno si commettono contro di noi, che questa parola sia detta anche per noi, che voglia decisamente e sarà ascoltata.

«Le condizioni sono differenti fra lo Stato romano ed «il vostro. Pel primo, vi è una quistione religiosa, vi «è la presenza delle truppe francesi. Gl’Italiani hanno «sentito che avrei dovuto agire: per voi lo ripeto sen«tono il contrario, et voilà ma faiblesse. Non pertanto «continuerò le mie pratiche a Torino, le ripeterò; ma «è vano negarlo. Cavour est débordé encor lui, non ha che argomenti ad opporre alle passioni, all’opinione sostenuta contro di voi sino in Alemagna ed in Russia. Date a Cavour un argomento di fatto, un’arma valida, un interesse a sostenervi, e lo farà. Egli è una mente pratica, sente il pericolo della rivoluzione che per voi ingigantisce e mette in forse l’opera sua. Egli vorrebbe camminar piano e sicuro, e la rivoluzione si lancia nell’inconnu. È a Torino, a Torino che bisogna agire.»

Sì a Torino, ma per impedire un’intervenzione che la Francia ripruova, per far rispettare i dritti di buon vicinato, i trattati, la morale pubblica. È a Torino che la voce d’Europa tutta dovrebbe tuonare contro tanto attentato, ed è la Francia che ha proclamato e vuole il principio di non intervento, che dee prendere l’iniziativa e dare l’esempio. Noi lo domandiamo formalmente all’Imperatore.

E nell’appellarne ancora una volta alla politica della Francia ed al suo interesse secolare, ho di nuovo incalzato sulla sincera decisione del re di rispondere dal suo canto a questi comuni interessi, a questa beninteso politica.

L’Imperatore si è limitato a replicare che ci avrebbe pensato ed avrebbe risposto a S. M.

Thouvenel nelle parole che durante sì lunga discussione ha mosse or qua or là, non ha avuto altro pensiero che quello di avversarci. Rimarcherò tra l’altre le seguenti:

1° Allorché si trattava di applicarsi per tutti egualmente il principio di non intervento, d’impedire quindi gli aiuti del Piemonte alla rivoluzione, si è egli attirato una vivissima risposta, pretendendo che in fatto di una quistione italiana il Piemonte non era uno straniero.

2° Una lotta ulteriore è secondo lui in Sicilia impossibile per noi. Ma se pur lo fosse, l’Europa potrebbe, ha egli detto, rimanere spettatrice oziosa delle crudeltà dei nostri soldati?

Quest’udienza è durata presso che due ore.

Nel congedarci ho ricordato all’Imperatore come in altri tempi, alludendo al riconoscimento della sua elevazione all’Impero per parte del servitore di S. M. il re nostro signore avesse egli detto: fe   ri oublie jamais les bons procédés. Si jamais le Boi de Naples aura besoin de la France, il pourra compter sur moi. Questo momento, ho soggiunto, è venuto: noi contiamo sulla M. V. Che la sua risposta soddisfi la confidenza che il re ripone in lei, e per me io pur domando la grazia di aver conoscenza del modo che vorrà seguire per rispondere alle speranze che si ripongono in V. M.

Per telegrafo ho già ieri stesso dato a V. E. conto di tutto per la intelligenza di S. M.

ANTONINI

A Sua Eccellenza

Il Signor Commendatore Carafa

Napoli

V.
Secondo rapporto del marchese Antonini

Parigi 15 Luglio 1860

Eccellenza

Col mio rapporto in data di ieri l’altro mi sono fatto il dovere d’informarla per la suprema intelligenza del re nostro signore di tutti i particolari dell’abboccamento mio e del cavaliere de Martino con S. M. l’Imperatore nel presentargli la real lettera.

Ieri l’altro stesso dopo tornato da Fontainebleau ci occupammo, come nella giornata di ieri, a rendere consapevoli questi rappresentanti di Roma (Santa Sede), Prussia, Spagna e Baviera della missione adempita in Fontainebleau, e per impegnarli ad influire, se fosse possibile, alla risposta che ci si era promessa per la maestà del re nostro signore.

Questa mattina sì è parlato anche col rappresentante di Austria, quantunque ammalato.

Debbo con dispiacere rassegnare che all’infuori dell’ambasciatore di Spagna, del ministro di Baviera e del Nunzio, gli altri rappresentanti han preso al nostro assunto un ben moderato interesse. Per la prima volta ho avuto motivo di contestarlo anche nell’ambasciatore di Russia.

A mezza notte mi è stata recata la risposta dell’Imperatore accompagnata dal viglietto di Thouvenel, del quale le rimetto qui unita la copia.

Osserverà che nessun cenno mi si dà sul tenore della risposta imperiale, e non sfuggirà a V. E. che nell’indirizzo il titolo del padrone è qualificato semplicemente re di Napoli.

Il commendatore de Martino si è immediatamente deciso a ripartire alla volta di Napoli ad informare di tutto ciò nelle circostanze difficili in cui siamo, e portare una nozione esatta nella mente del re nostro signore e del suo governo.

Spero che mi si renderà giustizia che non ho mai fatto concepire alcuna speranza, né migliori disposizioni di quelle che il commendatore de Martino colla sua perspicacia ha potuto qui constatare.

Non sono chiamato a dare consigli; ma il real governo o ha ancora, come credo, forza bastevole per comprimere la rivoluzione; o altrimenti non ha tempo da perdere, per accettare le condizioni sotto le quali l'Imperatore vuole far credere di prendere la mediazione presso i. suoi alleati.

ANTONINI

A Sua Eccellenza

Il Signor Cavaliere Gran Croce Carafa

Napoli

__________

VI.
Rapporto del commendatore Giacomo de Martino

(Particolare) Roma 24 Giugno 1860

Eccellenza

Sua Santità ha degnato ricevermi ieri sera in udienza particolare.

 Ha preso conto col più vivo interessamento dello stato di salute del re nostro signore e di tutta la real famiglia. Le sue benedizioni e la sua preghiera li seguono costantemente.

La Santità Sua ha quindi voluto ch§ gli dessi minuto conto della mia missione a Parigi, e dell’attuale posizione delle cose.

L’ho fatto con la maggiore precisione, che mi è stato possibile., e nei minimi particolari. E non ho fatto in fondo che sviluppare e confermare i rapporti che aveva già ricevuti dai Nunzii a Parigi ed in Napoli.

L’abbandono completo d’Europa, l’accordo tra la Francia, l’Inghilterra e la Sardegna, la nostra posizione di rimpetto alla rivoluzione, la cui azione è imminente, le condizioni vere del paese ed il dilemma terribile in faccia al quale il re doveva prendere una risoluzione suprema, sono stati soggetti di mie risposte. Le ho date semplici, vere, e mi ripeto, non ho fatto che confermare quello che i Nunzii avevano già scritto. La posizione oggidì è netta e precisa.

Sua Santità si è allora lungamente fermata sulle ultime condizioni della mediazione francese, ed ha voluto che le fornissi tutti gli schiarimenti di fatto che mi erano possibili.

Preciserò brevemente le mie risposte, dalle quali potrà rilevare il fondo dei pensieri, che maggiormente occupavano l’animo del Santo Padre.

1° L’Imperatore stesso aveva alterato la primitiva proposizione di una completa separazione tra Napoli e Sicilia. La integrità della monarchia sarebbe mantenuta con due Costituzioni separate, ed un principe reale per viceré in Sicilia.

In questo modo salvo-guardati i sacri dritti e gl’interessi della dinastia, e del principato, sarebbesi dato largo campo a quello spirito locale che già trasparisce in Sicilia. Un movimento sordo, appena apparente, ma pur reale, vi si fa intravedere contro il principio di annessione, e contro le misure proclamate da Garibaldi

Nelle circostanze attuali, nella difficoltà, nella impossibilità di vincere la rivoluzione con la forza esclusiva delle armi, in questo modo sarebbesi ricercato un punto di appoggio nel sentimento delle masse, nell’appoggio della Francia e dell’Inghilterra, e se per ultima ragione avremmo pur dovuto ricorrere alle armi, potremmo farlo in tutte altre condizioni che le presenti, ed in faccia al paese ed in faccia air Europa.

2° I dominii continentali del regno rimangono tranquilli. La rivoluzione travaglia in tutti i modi ed in tutti i sensi. L’attitudine delle popolazioni è sempre ammirevole. Lasciati a noi stessi, noi non avremmo soggetto della ben che minima apprensione.

Una Costituzione in Napoli non è quindi reclamata dai bisogni e dai voti delle popolazioni—è una esigenza europea, e direi, soggetto di una quistione puramente esterna.

Ciò posto il re nella pienezza dei suoi diritti e del suo arbitrio, se mai per questo prepotente motivo si decidesse a largire queste novelle istituzioni, io era pienamente in grado di rassicurare Sua Santità, che avanti tutto avrebbe in qualunque caso salvo-guardati i dritti della religione e della morale, lo poteva, e lo farà.

3° Il terzo punto, come a Parigi, come dapertutto, e più che altrove, è il punto importante, affannoso della quistione.

Un’alleanza decisa col Piemonte non può non essere riprovata da Roma, come quella che implicherebbe un riconoscimento dello spoglio del patrimonio della Chiesa, e si spingerebbe in una via che la Chiesa condanna, e come lo dissi all’Imperatore, l’ho ripetuto a Sua Santità, il re non lo farà mai.

Questo convincimento ha portato, ho soggiunto, la Francia alla seguente proposizione:

Riservare per noi, come Io è per la Francia stessa, la quistione dell’Italia centrale; è questa una quistione europea, nella quale la Francia non può dimandarci altro, che quello che ha lei stessa fatto, e che il Piemonte stesso non vorrebbe prejuger da noi. Il nostro riconoscimento non sarebbe che constatare il non riconoscimento di tutta Europa. Tutti gl’interessi, tutte le volontà si concordano per questa parte con la volontà del re, con gl’interessi della Chiesa.

Ridurre il proposto fatto col Piemonte ad un’alleanza difensiva per difendere la nazionalità italiana da qualunque attacco esterno.

— E così contentando l’idea nazionale, che è il punto fisso dell’accordo tra la Francia e suoi alleati, il cardine delle sue proposte, serbare per ogni caso interi i dritti, l’azione pei principi sposseduti o della Chiesa sulle proprie provincie.

Ridotta la quistione in questi termini, ecco, ho io replicato, il semplicissimo dilemma che si ha a risolvere.

Gl’interessi della Chiesa che vogliono, che preferiscono:—o che subissimo noi queste condizioni precise e vivessimo — o che cadessimo?

Non vi era via di mezzo. Se non si arresta e subito, l’azione dei nostri nemici precipita, e noi non abbiamo mezzi di resistenza.

È l’opinione decisa dei ministri del re?

Avrei a renderle la risposta del Santo Padre; ma qui, non so nasconderlo, la mano non è più ferma e decisa a scriverla. In una quistione così importante io non oserò mai ripetere quelle parole che Sua Santità mi dirigeva. La mia memoria, la commozione da cui non ho saputo difendermi, potrebbero male servirmi. Ma la impressione dello insieme è questa.

La quistione non è stata presentata a Sua Santità come io l’ho fatto. .

Coi dritti sacrosanti della religione non vi è transazione a farsi: un’alleanza diretta col Piemonte li avrebbe compromessi. Nei termini in cui è proposta e modificata ci salverebbe? Se ciò fosse, la sua disamina, la sua opinione partirebbero da tutt’altro punto, tenderebbero a tutt’altro scopo, porterebbero a tutt’altre conseguenze. L’interesse della Chiesa reclamando mantenerci, mantenendo intatti i suoi sacrosanti dritti, vuole avanti tutti la conservazione di un regno e di un re, su i quali può contare.

Rimetto questo rapporto al cardinale Antonelli con preghiera di prenderne conoscenza, e di emendarne quella parte nella quale malgrado mio avessi potuto andare errato.

In un poscritto si legge l’approvazione del cardinale Antonelli.

DE MARTINO

A Sua Eccellenza

Il Signor Commendatore Carafa

Napoli

VII.
Memorandum sopra i due rapporti del marchese Antonini, su quello 
del cavalier de Martino, e sul consiglio di stato del 21 giugno 1860.

«Col primo dei citati documenti il marchese Antonini rende conto della missione, la quale iniziata a Parigi, doveva compiersi in Napoli. E nel rimarcare un successo nell’importante modificazione apportata alla prima condizione al progetto di Brenier, poiché l'imperatore consentiva invece a raffermare l'unione delle corone di Napoli e di Sicilia sotto lo stesso re, con due amministrazioni separate, determina con la maggior cura la natura e lo scopo della proposta mediazione.»

«Al dire dell’Imperatore il movimento rivoluzionario, essendo essenzialmente nazionale, il Piemonte solo poteva arrestarlo. È a Torino, non a Parigi che il governo napoletano avrebbe dovuto indirizzarsi. La. Francia e Plnghilterranon potevano, e lo farebbero, che appoggiare delle negoziazioni tendenti a fermare un accordo tra i due Stati italiani, per decidere tra loro tutte le quistioni interne. Il principio del non-intervento, non riguardare il Piemonte; poiché (soggiungeva il ministro Thouvenel presente alla conferenza) il Piemonte non è estraneo in una quistione italiana. Per l’lmperatore le concessioni consigliate non erano già un mezzo, per arrestare e soffocare la rivoluzione: non era questa originata dagl'interessi e dai sentimenti delle popolazioni; le concessioni per sé stesse non avrebbero scopo, nessuno le accetterebbe; ma potevano e dovevano solo creare un mezzo, una ragione, onde forzare il Piemonte ad accettare delle proposizioni, che, perché fatte troppo tardi, non avevano più un interesse per lui. Ancor lui (Cavour) non ha che parole o ragioni ad opporre alle opinioni, alle passioni scatenate contro di voi. Dategli un argomento di fatto, un’arma valida, un interesse a sostenervi, e lo farà. Egli è una mente pratica, sente il pericolo della rivoluzione, che ingigantisce e mette in forse l’opera sua. Egli vorrebbe andare piano e sicuro, eia rivoluzione lo spinge nell’inconnu.»

«Nell’appoggiare questo ragionamento, il Thouvenel insisteva nella necessità di mettere senz’altro un il termine alle ostilità in Sicilia, l'Europa non potendo rimanere più oltre spettatrice oziosa delle crudeltà delle truppe napolitane.»

«Col secondo suo rapporto il marchese Antonini constata il completo abbandono di tutti i rappresentanti delle grandi potenze, e per la prima volta di quello della Russia. Tutti concordavano nella stessa sentenza, seguir subito e seni altro i consigli dell Imperatore.»

«Nò miglior successo, come venne di poi ad annunziarlo un dispaccio telegrafico, ebbe un ultimo tentativo fatto dagli agenti napoletani nello interesse della periclitante dinastia.»

«In quei giorni convenivano in Olmutz l’Imperatore Napoleone ed il principe reggente di Prussia. Il conte Cito vi fu spedito da Parigi, per sollecitare l’appoggio ed i buoni ufficii del principe reggente: la sua risposta fu la stessa.»

«Per questi motivi e su questi elementi il marchese Antonini conchiudeva il secondo dei suoi rapporti, con un voto favorevole ad una politica liberale e nazionale, in questi termini:

a Non sono chiamato a dare consigli, ma il real governo o ha ancora una forza bastante a reprimere la rivoluzione; o altrimenti non ha tempo a perdere, per accettare le condizioni, sotto le quali l’Imperatore vuole far credere di prendere la mediazione presso i suoi alleati.»

«Tutti questi documenti furono letti in Portici il dì 21 giugno in un consiglio straordinario di Stato, in cui presero parte, oltre i ministri, tre principi reali (i conti di Trani, di Aquila e di Trapani) e quattro consiglieri straordinarii, il cavalier Troia, il principe di Comitini, il generale Carascosa, ed il conte Ludolf.»

«Di questo memorando consiglio non esiste il rendiconto nel protocollo, ma delle semplici note, per la sua redazione.»

«All’esposizione della quistione diplomatica successero i rapporti dei ministri della Polizia e della Guerra, e furono tutti egualmente precisi e categorici.»

«La rivoluzione trionfante, reclutando in pieno giorno in paese vicino in nome dell’idea nazionale; le sue forze procedere da tutti gli elementi rivoluzionarii di Europa; l’esercito vinto e disorganizzato in Sicilia; le stesse cause avrebbero inevitabilmente prodotti gli stessi effetti sul continente; la marina travagliata ed incerta; il paese o dubbio o plaudente, muto e sfiducioso; il governo perfettamente isolato e disarmato; «l’Europa, non volendo rimanere più oltre spettatrice «oziosa delle crudeltà napolitane; il Piemonte, che non «era estraneo in una quistione italiana, libero di agire «e non cercandone che l’occasione; la Francia sola disti posta ad interporre la sua mediazione a condizioni «precise e determinate; tutti gli altri governi concordanti nella stessa attitudine di astensione, e nello steso consiglio di appellarne alla Francia.»

Che fare? Seguire i dettami dello straniero, attuare a qualunque patto l’idea francese. Con le concessioni più larghe crearsi una ragione, un’interesse a forzare il Piemonte ad un accordo, ad un’azione comune, a moralizzare o rendere possibile la resistenza.

«E questa fu la decisione del Consiglio, con undici voti affermativi, contro tre, cioè, il cavalier Troia, il cavalier Scorza, ed il generale Carascosa, coloro appunto che per la loro posizione erano i meno competenti a conoscere il vero stato delle cose. Il venerando presidente del consiglio motivò il suo voto affermativo: «Avverso per principii alle concessioni, non avrebbe potuto consigliarle inopportune e pericolose; che «nelle circostanze attuali, il loro primo effetto non poteva essere altro che di togliere della forza al governo, allorché ne aveva più bisogno. Ma poiché non vi era più scelta o arbitrio nei mezzi di resistenza, perché i ministri degli Affari Esteri, della Guerra e della «Polizia dichiararono averli tutti esauriti, e la posizione disperata, in faccia alla sentenza dell’Europa e della necessità ogni considerazione o sentimento doveva cedere al dovere di salvare il trono e la dina«stia; e questo dovere imponeva quest9ultimapruova, «per quanto fosse pericolosa e difficile

«Adottata tale suprema risoluzione, si discusse se il ministero dovea attuarla o cedere il posto ad un nuovo gabinetto. E la dimissione del ministero non fu decisa senza opposizioni. Alcuni tra i ministri rivendicavano il dovere di attuare essi stessi il loro consiglio. La maggioranza si pronunziò per ravviso contrario.

«Il re era infermo. Non prese parte alla discussione, approvò tutte queste risoluzioni, e chiese alcuni giorni per farle mettere in esecuzione.»

«Qui l'ultimo documento diviene importante.»

«Dal 21 al 25 giugno vi fu in Napoli una grande agitazione, ed un continuo affacendarsi d’influenze contrarie. Il conte d’Aquila, che si era posto a capo del partito liberale, ed il ministro di Francia raddoppiarono di sforzi per decidere il re alle concessioni. Il segretario della legazione francese era, per cosi dire, in permanenza nelle sale del primo, e non vi è chi non conosca la storiella del suo orologio. Ciascuno poi ha a suo modo rammentato i fatti, che sono seguiti.»

«Sul punto di prendere una risoluzione così grave, il re ricorreva al consiglio del Santo Padre, ed in Roma come a Parigi il terzo articolo delle proposizioni francesi fu il punto affannoso ed importante della quistione. Il Sommo Pontefice approvava il pensiero dell’amnistia e delle istituzioni separate per Napoli e Sicilia; faceva solo delle riserve sul patto d’alleanza col Piemonte, per la parte che riguardava i diritti della Santa Sede.»

«Quando tratteremo delle istruzioni date ai plenipotenziarii Winspear e Manna, ritorneremo su questo punto e cercheremo di mostrare come si cercò conciliare le esigenze della posizione coi principii, su i quali il re non avrebbe mai transatto. Qui ci basta rimarcare come il Sovrano Pontefice nel modo su cui gli fu posta la quistione, finì per approvare il pensiero dell’Imperatore. Il rapporto cui alludiamo porta questa conchiusione, e non lascia a tale riguardo il minimo dubbio, perché si chiude con queste parole:

«Rimetto al Cardinale Antonelli questo rapporto con la preghiera di emendare quella parte, nella quale malgrado mio avessi potuto andare errato.»

«Ed in un poscritto è marcata l'approvazione del Cardinale

«Questo rapporto giungeva in Napoli il mattino del 25; e la notte dello stesso giorno il re firmò solo Tatto sovrano, che doveva marcare la sua nuova èra politica.»

«Quest’atto compendiava le proposte condizioni per la riforma dell’intera amministrazione, per l’alleanza piemontese, e per l’assestamento delle cose italiane.»

«Consigliato dalla Francia e da tutte le grandi potenze, eccettuata l'Inghilterra, per ciò solo che non fu richiesta di consiglio, approvato dal Santo Padre, fu proposto ed approvato dagli antichi consiglieri della corona.»

«Il ministero che seguì, formato dal cavaliere Spinelli, ne fu, diremo, la conseguenza. Egli ebbe ed accettò un mandato espresso e preciso. La sua responsabilità non comincia che dal 28 giugno, giorno in cui prese le redini del governo: quel programma divenne una verità ed un fatto.»

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VIII.
Indirizzo della Guardia Nazionale di Napoli
a Liborio Romano ministro dell’interno

Signore

Se tua mercé nei giorni decorsi la nave dello Stato non ruppe nel mare della rivoltura; se questo lietissimo suolo, per opera tua, non venne insozzato da sangue fraterno; se pel tuo avveduto senno i seminatori di sconcordie vennero colti nelle medesime reti che tentarono d’ordire a danno dei buoni; se pel tuo provvido consiglio superammo tutti i pericoli che minacciavano questa terra benedetta; permetti, o Signore, che la Guardia Nazionale di questa Metropoli, che rappresenta la mano tutelare della securità interna, nella fausta ricorrenza del tuo onomastico, si congratuli con te che ne sei la sua mente, e ti saluti Liberatore della patria.

E se Atene destinava a Demostene una corona civica, perché avea restaurato le sue mura, Napoli ha già destinato a te, nuovo Demostene, un tempio ed è il cuore de’ suoi cittadini. Prosegui adunque la tua grande opera, ottimamente merita della patria, ché la Guardia Nazionale volenterosa, ardita seguirà ogni tuo passo.

Cosi all’ombra augusta della libertà, santificata dalla fede, guidata dalla ragione, e difesa dall’arma nazionale, l'Italia, essendo degl’Italiani, non porgerà più servo il piede agli altri popoli di cui fu madre e donna, in vece stenderà la mano portante il chirografo di una nuova civiltà.

Napoli 23 luglio 1860.

Si approva—Ischitella—Sieguono le firme dei comandanti i dodici battaglioni.

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IX.
Programma del ministero Spinelli

Cittadini,

Allorché con la proclamazione del Ministro dell’Interno fu data promessa di un Programma sullo indirizzo politico del Governo, era quella la espressione unanime del Consiglio della Corona, alla quale ora il Ministero non crede porre altro indugio, nel momento in cui la nazione si prepara a mandare i suoi rappresentanti al primo Parlamento.

Uopo è che il paese conosca le norme generali con cui lo Stato cammina, sappia i principii che il Governo intende affidare al presente, come cemento dell’avvenire; vegga il primo ordito del nostro essere nazionale, libero ed indipendente. Per tal guisa la pubblica opinione, illuminata degli atti e delle intenzioni del Governo, procederà allo esercizio del diritto elettorale con calma fiduciosa nella fermezza de’ nuovi ordini, e con coscienziosa deliberazione nella scelta dei suoi deputati.  

Una delle prime cure del Ministero, convinto com’è che non possa esservi prosperità nazionale, se non sia basata su’ principii incrollabili della religione e della morale, sarà quella di proteggere con fermezza il culto de’ padri nostri, espressione grande, solenne, imperitura di quel Vangelo che primo proclamò la fratellanza e la emancipazione degli uomini, la emancipazione dei popoli.

All’interno poi l'attuazione piena e sincera della Costituzione del 10 febbraio 1848, e la forte e legale repressione di ogni avverso conato, formeranno il sostrato immutabile del Governo. Nel lavacro salutare de’ diritti e de’ doveri ivi consacrati, vuoisi rinvenire la rigenerazione politica del paese, il quale giustamente aspetta di vederne trasfusa la virtù animatrice in tutte le singole parti dell organismo governativo, cosa alla quale intenderà il Ministero .

E cominciando dalle riforme cardinali de’ principi! legislativi, il Governo va preparando, per soggettarli al Parlamento, analoghi progetti in varie branche di pubblico interesse, e precipuamente per fondare nel comune una vita nuova più rispondente alle istituzioni politiche; per richiamare la beneficenza ai principii di più ordinata amministrazione, e che mentre ne spandono il sollievo per le classi veramente miserabili, le ajutino a migliorarsi nei sentimenti morali, sottraendole alla inerzia ed alla improbità; per isvolgere l’attivazione de’ lavori pubblici in quell’ampiezza di misura che permetterà lo stato de’ fondi provinciali, e finanzieri, e con metodi semplici e rapidi;per liberare il pubblico insegnamento dei legami che il costringono, e renderlo altamente educatore, consono al novello vivere cittadino, e comune ad ogni condizione sociale; per istabilire le forme generiche di un più felice avviamento di tutti gl’interessi materiali, le quali mirino da un canto a restaurare le finanze co' metodi più utili allo Stato e men gravosi all’universale, e dall'altro a promuovere quanto è possibile i commerci, le industrie, le grandi intraprese, specialmente delle vie ferrate, produttrici di quegli immensi vantaggi che tutti sanno.

Discendendo poi ai miglioramenti secondarii, che rientrano ne' poteri esecutivi del Governo, esso non farà che proseguirli con animo pronto e deliberato.

Nella giudiziosa e buona scelta dei pubblici uffiziali, stando in gran parte l'arra di tempi migliori, il Governo ha tolto e serberà a regola del conferimento degli impieghi la capacità e le provate virtù cittadine, certo che dove esse albergano, si troverà amore di giustizia, di rettitudine e di ordinata libertà, non mai sconoscimento de'  doveri, o dispetto del regime costituzionale. Al quale proposito il Governo eccita il patriottismo di quanti vi ha uomini onorandi ad agevolarlo con l'opera loro, e ricorda le parole di un grande italiano: «Non dicano gli uomini: io non feci, io non dissi, perché comunemente la vera laude è poter dire: io feci, io dissi.»

Per l'esterno la condotta del Governo è nettamente delineata. Esso è deciso ad ogni costo a tenere alta e ferma la bandiera italiana, che il giovane Principe affidava al patriottismo ed alla divozione del valoroso e nazionale esercito. Una missione del Governo sta in Torino per negoziare la lega col Piemonte, ed il Ministero ne proseguirà con ogni sforzo le trattative, nel doppio scopo di veder presto congiunte da vincoli indissolubili le sorti della grande Italia, e questa nobile regione abbandonarsi secura, fidente, e senza ostacolo di nemiche passioni, allo asseguimento dei suoi novelli destini.

Nel Governo, pari alla lealtà è il volere costante che spiegherà per vincere le difficoltà de’ tempi, fondare e compiere le sorti della patria comune, sulle basi di libertà, e più ancora di nazionale indipendenza, pensiero supremo di tutti gli animi italiani. Onde il Ministero è pronto e deciso a tutto intrapendere tutto operare, per raggiungere il grande scopo del consolidamento della Monarchia costituzionale e della Italiana indipendenza.

E frattanto, sostenuto dalla coscienza dei suoi doveri, spera gli sarà continuato l’appoggio della pubblica confidenza e dell’ordine; e che nelle prossime elezioni nobile e vigorosa gara sorgerà in tutte le classi degli elettori, per sortire dalla nazionale rappresentanza l’opinione legale della vera maggioranza, cui solo è dato sperdere definitivamente le incertezze, annullare fin l’eco importuna del passato, e farsi guida delle giuste e legali aspirazioni.

Napoli li 4 agosto 1860.

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X.
Memorandum del 20 agosto 1860 scritto da Liborio Romano 
in nome del Ministero, e presentato nel suo particolar nome a Francesco II.

Sire

Le circostanze straordinarie in cui versa il paese, e la situazione gravissima ne’ rapporti ed esterni ed interni, che ci è fatta dagl’imperscrutabili disegni della Provvidenza, c’impongono i più alti e sacri doveri in-, verso la M. V. di rassegnarle libere e rispettose parole, come a testimonio solenne della devozione profonda alla causa del trono e del paese.

Affermiamo gravissima la situazione, ed eccone la dimostrazione.

Per un cumolo di cagioni deplorabilissime, sulle quali ci piace gettare un velo, la gloriosa dinastia fondata dal magnanimo Carlo III, e continuata per 126 anni fino alla M. V., il cui animo è fregiato di tanto fior di virtù morali e religiose, ora veggiamo, per fatalità di tempi, e per tristizie di uomini, venuta a tai termini da rendere nonché difficile, impossibile il ritorno e lo scambio di confidenza tra principe e popolo. Noi non intendiamo che solo rilevare cotesto fatto sociale, il cui giudizio appartiene alla posterità ed alla storia.

Ma perché è pur forza riconoscerne resistenza, e né a noi Ministri della Corona, né ad altri sarebbe dato il modificare e raddrizzare il sentimento pubblico, ci rimane solo la triste necessità di rivelarlo alla M. V. con libera e dolente parola.

Ci sarà forse permesso di tenere in poco conto questa universale espressione della pubblica sfiducia, che scoppia da tutti i poli della società nostra, e che sciaguratamente si va travasando nelle masse, e, quel che è più grave, in una parte altresì dell’armata di terra e di mare, che fu e sarà sempre la suprema guarentigia de'  troni, come dell’ordine sociale?

Noi sentiamo, Sire, la fermissima convinzione di non esser punto in poter nostro né il modificare, né il disprezzare il sentimento pubblico; perciocché ne’ tempi che corrono la forza brutale rimarrà inefficace e nulla, se la pubblica opinione non la sorregga e giustifichi.

Nè questo è tutto: alle interne difficoltà inestricabili, si aggiungono le gravissime complicanze esterne.

Noi ci troviamo in presenza dell’Italia, che si è lanciata nelle vie della rivoluzione col vessillo della Casa di Savoia; il che vuol dire colla mente ed il braccio di un Governo forte, ordinato, rappresentato dalla più antica dinastia italiana. Ecco il pericolo e la minaccia che si aggrava fatalmente sul Governo della M. V.

Nè poi il Piemonte procede isolato e spoglio di appoggi. Le due grandi potenze occidentali, la Francia e l'Inghilterra, per fini diversi, stendono l’una e l'altra il braccio protettore sul Piemonte; Garibaldi evidentemente non è che lo strumento di cotesta politica oramai palese. Poste tali condizioni, esaminiamo qual sarà la via da tenere, perché sia salvo l'onore, la dignità e l'avvenire dell’augusta dinastia, che la M. V. rappresenta.

Pongasi l’ipotesi della resistenza a oltranza. Confessiamo innanzi tutto alla M. V. che le forze di resistenza a noi appariscono svigorite, mal sicure ed incerte. Che assegnamento farà il Governo della M. V. sulla regia marina, la quale, diciamolo con franchezza, è in piena dissoluzione?

Nè maggior fiducia potrebbe ispirare l'esercito, che ha rotto ogni vincolo di disciplina e di obbedienza gerarchica; e però inabile a guerra ordinata. Quale dunque dei capi dell’armata oserebbe in buona fede assumere la responsabilità? Nè il piccolo nucleo di soldati esteri saprebbe ispirar quella fiducia che l'esercito nazionale più non ispira. Sarà una accozzaglia di gente armata, spoglia di ogni sentimento di onor militare e di divozione vera alla M. V., sospetta ai compagni di arme del paese, abborrita da tutta l'onesta cittadinanza, perché tutti minaccia e niuno assicura.

Chi dunque tra i consiglieri onesti della Corona oserà fiducioso approvare la resistenza e la lotta, appoggiandosi sopra elementi così deboli, incerti, mal fidi? La lotta sarebbe invero saguinosissima e disperata.

Poniamo pure il caso della vittoria momentanea dell esercito e del Governo. Sarebbe questa, o Sire, ci si permetta il dirlo, una di quelle vittorie infelici, peggiori di mille disfatte. Vittoria comprata al prezzo di sangue, di macelli e di rovine; vittoria che solleverebbe la universale coscienza dell'Europa, che farebbe rallegrare tutti i nemici della vostra augusta dinastia, e che forse aprirebbe veramente un abisso tra essa e i popoli affidati dalla Provvidenza al vostro cuore paterno.

Rigettando adunque, come a noi pare nella onestà della nostra coscienza, il partito della resistenza, della lotta, e della guerra civile, quale sarà il partito saggio, onesto, umano, e veramente degno del discendente di Errico IV?

Quest'uno noi sentiamo il dovere di proporre e di consigliare alla M. V. Che la M. V. si allontani per poco dal suolo e dalla reggia de'  suoi maggiori; che investa di una reggenza temporanea un ministero forte, fidato, onesto, a capo del quale ministero sia preposto, non già un principe reale, la cui persona, per motivi che non vogliamo indagare, né farebbe rinascere la fiducia pubblica, né sarebbe garentia solida degli interessi dinastici; ma bensì un nome cospicuo, onorato, da meritar piena la confidenza della M. V. e del paese. Che distaccandosi la M. V. da'  popoli suoi, rivolga ad essi franche e generose parole, da far testimonio del suo cuore paterno, del suo generoso proposito, di risparmiare al paese gli orrori della guerra civile. Che appelli al giudizio dell’Europa, ed aspetti dal tempo e dalla giustizia di Dio il ritorno della fiducia e il trionfo dei suoi legittimi dritti.

Eccole, o Sire, il partito che noi sappiamo e possiamo consigliare alla M. V., con franchezza di coscienza onesta. Noi portiamo fiducia che la M. V. non vorrà disdegnare i nostri rispettosi e schietti consigli, diretti all’onore ed al decoro della sua dinastia, nonché alla tutela dell’ordine pubblico pericolante.

Che se per disavventura V. M., nell'alta sua saggezza, non istimasse accoglierli, a noi non rimarrebbe altro partito che rassegnare l'alto officio di che la M. V. onoravaci, riconoscendo mancata a noi la sovrana fiducia.

Napoli 20 agosto 1860.

L. ROMANO

XI.
Lettera diretta al Re dal conte di Siracusa li 24 agosto 1860

Non la riportiamo, perché riferita

per intero alla pag. 59 delle Memorie.

XII.
Ordinanza del generale Cutrofìano del 27 giugno 1860.

Gli articoli redatti da Cutrofìano dicevano:

«Articolo 2. —Coloro che saranno sorpresi con armi vietate, sia che le asportino, sia che le conservino nelle loro case, saranno arrestati, e giudicati militarmente

«Articolo 3. —Ogni riunione col fine di sconvolgere lo stato costituzionale sotto cui felicemente viviamo, sarà proibita, ed i componenti arrestati, e giudicati militarmente.»

Gli articoli anzidetti furono riformati così:

«Articolo 2. —Coloro che saranno sorpresi asportatori di armi vietate saranno arrestati, e giudicati militarmente.»

«Articolo 3. —Ogni riunione che attenti a sconvolgere lo stato costituzionale ec. ec.»

XIII.
Appello di salvezza pubblica —Il popolo Napolitano
al suo re Francesco II

Sire

Quando la patria è in pericolo, il popolo ha il dritto di domandare al suo Re di difenderlo, perché sono i Re fatti pe’ popoli, e non i popoli pei Re. Noi dobbiamo loro obbedire; ma essi debbono sapere difenderci: e per questo Iddio ha dato loro uno scettro ed una spada.

Oggi, o Sire, il nemico è alle nostre porte, la patria è in pericolo. Da quattro mesi un avventuriere, alla testa di bande reclutate in tutte le nazioni, ha invaso il regno, ed ha fatto scorrere il sangue dei nostri fratelli. Il tradimento di alcuni miserabili l’ha ajutato; una diplomazia più miserabile ancora l’ha secondato nelle sue colpevoli intraprese. Fra giorni questo avventuriere c’imporrà il suo gioco odioso, perché i suoi disegni li conosciamo tutti, e Voi ancora o Sire. Quest’uomo d’altronde non ne fa alcun mistero; sotto pretesto di unificare quel che non è stato mai unito, egli vuol farci Piemontesi, permeglio scattolizzarci; e quindi stabilire un governo repubblicano sotto l’odiosa dittatura di un Mazzini, di cui sarà anch’egli il braccio e la spada.

Ma Sire, noi siamo napolitani da secoli: Carlo III, vostro immortale bisavolo, ci tolse per l’ultima volta

dal pesante gioco straniero. Noi vogliamo dunque oggi restare e morire napolitani, con la bella civilizzazione che con tanta saviezza questo re ci donò. Il figlio di Ferdinando II non potrebbe tenere con mano fermalo scettro che ha ereditato da suo padre di gloriosa rimembranza? Il figlio della venerabile Maria Cristina si abbandonerebbe vilmente al nemico? Francesco II, nostro dilettissimo sovrano, non avrebbe la virtù del più umile dei re? No, no, questo non può essere.

Sire, salvate dunque il vostro popolo. Noi ve lo domandiamo a nome della religione che vi ha consagrato Re; a nome della legge ereditaria del regno che vi ha dato lo scettro dei vostri antenati; a nome del dritto e della giustizia che vi fanno un dovere di vegliare continuamente alla vostra salvezza, e se è necessario, di morire per salvare il vostro popolo.

Ma la patria in pericolo vuole quattro cose; vuole:

1.° Il vostro Ministero vi tradisce: i suoi atti ne fanno fede; le sue relazioni coi Giuda e coi Pilati lo attestano. Che sia dunque il vostro ministero sciolto e surrogato da uomini onesti, devoti alla vostra corona, ai vostri popoli, ed alla Costituzione.

2.° Molti stranieri cospirano contro il vostro trono e contro la nostra nazionalità: che questi stranieri siano espulsi dal Regno.

3.° Numerosi depositi di armi esistono nella vostra capitale: che un disarmamento sia ordinato.

4.° La polizia è tutta intera devota al nemico. Che la polizia sia sciolta e surrogata da una polizia onorevole e fedele

Sire, ecco quel che vi domanda il vostro popolo napolitano. — La nostra armata è fedele quanto è brava. Quando si ha per se il diritto e la giustizia, si ha con se Dio.

Viva il re nostro Francesco II! Viva la Patria! Viva la Costituzione! Viva la brava armata Napoletana!

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XIV.
Lettera di de Sauclières ad un frate di Roma 1

Napoli 29 agosto 1860

Mio caro signore

Voi dovete accusarmi d ingratitudine, o almeno di negligenza; ma ho spesso pensato a voi ed alla vostra felicità nel ritiro in cui siete, e se le mie preghiere avessero avuto accoglienza in Cielo, voi sareste felice nella vostra vocazione, tanto quanto voi lo meritate.

Per me ecco succintamente la mia vita, dopo la mia partenza da Roma. La Provvidenza mi ha impedito di realizzare tutti i miei progetti, sono stato costretto dalle circostanze di fermarmi in Napoli, dove ho molto sofferto da più mesi.

Poi Iddio mi ha inviato un amico; poi ho fatto per difendere il re ed il Papa una brocheure, che voi avete dovuto ricevere; è, già un mese.

Poi infine mi veggo in ciascun giorno sul punto di essere assassinato dai miserabili rivoluzionarii; si è di già venuto in mia casa con questo disegno. Ho ascoltato in questo momento la santa messa, Dio mi ha così salvato. Sarò salvò? lo spero: avvenga che che potrà. Una sola cosa mi farebbe pena e sarebbe di morire, senza aver potuto soddisfare i miei debiti sacri, ma voi mi perdonerete: se ho la felicità di vivere, e quando gli affari politici saranno più calmati, io sarò durante qualche tempo meno attaccato alla persona del Re.

Già io sono attaccato ad uno dei principi di sua famiglia, per scrivere la corrispondenza in alcuni giornali di Francia. Si è contento del mio attaccamento. L’Imperatore d’Austria ed il Duca di Modena mi han fatto fare dei complimenti pel mio libro. Io spero che perciò la mia posizione finanziaria può sensibilmente migliorare in brevissimo tempo; ma Dio ha visto le mie sofferenze, e le umiliazioni di cui sono stato segno: ho fiducia in lui; è quistione d’inviarmi a Roma per una missione; se questo fosse, io potrei fare onore a tutti, e la mia prima visita, dopo il Santo Padre e la Minerva, dove io era sì felice di andare ad offrire a Dio le mie miserie, sarà per voi; ho molte cose a dirvi.

Noi siamo alla vigilia di una spaventevole insurrezione, tutto che io diceva nelle mie ultime quistioni, quelle due cose realizzo. Il re va a partire per mettersi alla testa della sua armata: egli ha coraggio, ma è circondato da tanti traditori, ch’egli partirebbe senza speranza.

Come egli è virtuosissimo ed il suo popolo è traviato a causa della sua grande ignoranza in ogni cosa, io penso ch'egli perverrà a sormontare gli ostacoli che in tutti i giorni gli si parano innanzi per perderlo. Ma questo non sarà senza effusione di sangue; la sua truppa è fedele ed irritatissima contro Garibaldi. Essa vuol farne una spaventevole Saint-Bartelemy.

Se Iddio ne secondi, vi saranno molte vittime e ciò potrà essere fra pochi altri giorni.

Si dice che Lamoricière è in mezzo alla nostra armata, per comandarla nella prima battaglia che va a sciogliersi e da cui dipenderà il destino della monarchia napoletana, del Papa, della Religione, e di tutta Italia; poiché una grande battaglia rileverebbe i realisti per molto tempo, ed abbatterebbe l'audacia dei nostri nemici.

A Roma che si dice? Pare, come dicono i giornali, che ama troppo il Papa? Avete molte truppe? È questo l’elemento francese che domina? Infine vi è speranza?

Noi passiamo per una crise, come si è fatto credere da più tempo, come non è stata mai, io credo, vista, poiché i cervelli sono malati verso una irragionevolezza che attacca finanche i buoni cattolici, financo i preti, ed anco i monaci. Qui tutto ha bisogno non di essere riformato, ma di essere distrutto, e ricostrutto a nuovo, tutto senza nulla eccettuarne, se non vi sono delle persone virtuose, fra quali io citerò il re e la regina.

Ho ricevuto la vostra lettera da Gerusalemme; essa mi ha fatto gran piacere; ma io non aveva come affrancarla, ecco la prima causa del mio silenzio. La seconda è che da tre mesi circa accusava un dolor di testa a causa delle immense occupazioni che mi sono sopravvenute. Oggi la rivoluzione mi lascia qualche ora di ozio, ed io ne profitto per venire a domandarvi vostre nuove, dandovi le mie.

Se l’azzardo vi conducesse verso la Minerva e vi facesse incontrare il signor abate Lupri, abbiate la bontà di dirgli ha dovuto ricevere il mio libro, per mezzo la imbasciata napolitana. Ricordatemi al Sovrano di questo buono abate Lupri, ed esprimete la mia riconoscenza al signor Le vive.

Per voi io sono per la vita di cuore e di spirito.

Vostro devoto fratello in Dio

DE SAUCLIÈRES

Come io non so quel che può avvenire, potete scrivermi così: Al beatissimo Padre Antonio del Carmelo pel signor de Sauclières, Convento di S. Pasquale a Chiaja a Napoli.

XV.
Proclama reale del 6 settembre 1860

Fra i doveri prescritti aire, quelli dei giorni di sventura sono i più grandiosi e solenni; ed io intendo compierli con rassegnazione scevra di debolezza, e con animo sereno e fiducioso quale si addice al discendente di tanti monarchi.

A tal uopo rivolgo ancora una volta la mia voce al popolo del mio regno, da cui mi allontano con dolore di non aver potuto sacrificare la mia vita per la sua gloria.

Una guerra ingiusta e contro la ragion delle genti, ha invaso i miei Stati, non ostante che io fossi in pace con tutte le potenze Europee.

I mutati ordini governativi, e la mia adesione ai grandi principii nazionali non valsero ad allontanarla; che anzi la necessità di difendere la integrità dello Stato, trascinò seco avvenimenti che ho sempre deplorati. Ond’io solennemente protesto contro tale invasione, e ne farò appello alla giustizia di tutte le nazioni incivilite.

Il corpo diplomatico residente presso la mia persona, seppe fin d’allora da quali sentimenti era compreso l’animo mio verso questa illustre metropoli del regno: salvare dalle rovine dalla guerra i suoi abitanti e le loro proprietà, gli edifìzii, i monumenti, gli stabilimenti pubblici, le collezioni di arti, e tutto quello che forma il patrimonio della sua civiltà e della sua grandezza, che, appartenendo alle generazioni future, è superiore alle passioni di un tempo.

Questa parola è giunta l’ora di profferirla. La guerra si avvicina alle mura della città, e con dolore ineffabile io mi allontano, con una parte della mia armata, trasportandomi laddove la difesa dei miei dritti mi chiama. L’altra parte di questa nobile armata, resta per contribuire alla inviolabilità ed incolumità della capitale, che come un palladio sacro raccomando al Ministero, al Sindaco, e al Comandante della Guardia Nazionale. La prova che chiedo all’onore e al civismo di essi, è di risparmiare a questa patria carissima gli orrori dei disordini interni, e i disastri della guerra vicina.

A qual’uopo concedo loro tutte le necessarie e più estese facoltà di reggimento.

Discendente da dinastia che per 126 anni regnò su queste contrade continentali, i miei affetti son qui.

Io sono napolitano, né potrei senza grave rammarico dirigere parole di addio ai miei amatissimi sudditi. Qualunque sarà il mio destino, prospero od avverso, serberò per essi forti ed amorevoli rimembranze.

Raccomando loro la concordia, la pace, la santità dei doveri cittadini. Che uno smodato zelo per la mia sorte, non diventi face di turbolenze. Quando alla giustizia di Dio piacerà restituirmi ai trono dei miei maggiori, quello che imploro è di vedere i miei popoli, concordi, forti, e felici.

Napoli 5 settembre 1860.

FRANCESCO

XVI.
Ordinanza del Prefetto di Polizia

Cittadini. Il re parte. Fra un’alta sventura che si ritira, e un gran principio che s’avanza trionfante, non potete star dubbiosi. L’una v’impone il raccoglimento al cospetto della maestà ecclissata, l’altra vuole il buon senso, l’abnegazione, la prudenza e il coraggio civile. Nessuno di voi turberà lo sviluppo degli eroici destini d’Italia. Nessuno dilanierà la patria con mani vendicatrici o scellerate. Attendete calmi il memorabile. giorno che schiuderà al vostro paese la via da uscire da’ perigli senz’altre convulsioni e senza spargere sangue fraterno. Esso è vicino, ma aspettandolo, la città sia calma. Il commercio continui confidente; ciascuno duri nelle consuete sue bisogne; tutte le menti si uniscano nel sublime accordo della pubblica salute. Per vostra sicurezza la polizia è in permanenza; la guardia nazionale veglia sulle armi. In tal guisa cittadini, voi non renderete inutile il lungo e paziente sagrificio di quelli che, sfidando le incertezze degli eventi, si sono sagrifìcati al governo della cosa pubblica, e che stogliendo i pericoli minaccianti la vostra libertà e la indipendenza della nazione, ne furono i vigili e fermi guardiani. Eglino proseguiranno il nobile mandato; e son certi che la vostra concordia e condotta aiuteranli ancora a sormontare l’ultime difficoltà; e che non saranno sforzati a invocare la severità delle leggi contro le insensate agitazioni de’ partiti estremi. Così compieransi i nostri destini; e la storia che terrà conto del patriottismo di quelli che governano, dispenserà del pari la gloria alla saviezza civile di questo popolo veramente italiano.

Napoli 5 settembre

Il Prefetto—bardari

XVII.
Telegramma di Garibaldi a Liborio Romano

Appena qui giunge il Sindaco, ed il Comandante la Guardia Nazionale di Napoli che attendo, io verrò fra voi.

In questo solenne momento vi raccomando l’ordine e la tranquillità che si addicono alla dignità di un popolo, il quale rientra deciso nella padronanza dei propri dritti.

Salerno 7 settembre 1860 ore 6 ½ a. m.

Il Dittatore delle Due Sicilie

GIUSEPPE GARIBALDI

Al signor Ministro dell’Interno

e della Polizia

Napoli

XVIII.
Governo provvisorio di Napoli
ITALIA E VITTORIO EMMANUELE

In nome del general dittatore e fino al momento del di lui arrivo nella capitale, i qui sottoscritti da lui direttamente a tale uopo invitati9 si costituiscano governo provvisorio di Napoli, sia per tutelare l'ordine pubblico, sia per rendere vieppiù manifesta la volontà del paese.

Napoli 7 settembre 1860 ore 11 a. m.

G. RICCIARDI — GIUSEPPE LIBERTINI — FILIPPO AGRESTI — CAMILLO CARACCIOLO — ANDREA COLONNA — RAFFAELE CONFORTI — GIUSEPPE PISANELLI.

XIX.
Decreto del governo provvisorio di Napoli
ITALIA E VITTORIO EMMANUELE
IL GOVERNO PROVVISORIO DI NAPOLI

Decreta

Il generale Giuseppe Garibaldi è proclamato Dittatore del regno.

Napoli 7 settembre 1861.

(Seguono le firme)

XX.
Ordinanza del Prefetto di Polizia signor Giuseppe Bardari
PREFETTURA DI POLIZIA

Senza che il dittatore general Garibaldi lo avesse ordinato, sono state affisse talune liste di nomi quai componenti il governo provvisorio. Il pubblico si prevenga contro ogni sorpresa; essendo volontà del dittatore che i colpevoli siano puniti.

Napoli 7 settembre 1860.

Prefetto di Polizia—Giuseppe bardari

_____________

XXI.
Prima dimissione del ministero dittatoriale

Al signor generale Garibaldi

Dittatore dell’Italia Meridionale

Signor generale dittatore

È urgente necessità per noi quella di rappresentare al dittatore la vera situazione politica ed amministrativa delle provincie napoletane, alle quali si estende vi presente governo; ed è primo nostro dovere il parlargli francamente e lealmente, come si parla ai suoi pari, da buoni cittadini e da pubblici uffiziali nelle gravi emergenze in cui versiamo.

La popolazione di questa parte d’Italia, lasciando cadere sotto il peso del disprezzo, una monarchia universalmente abborrita, ed elevandosi al prestigio del Vostro nome, acclamò re Vittorio Emmanuele secondo, ed accolse con entusiasmo la vostra dittatura.

I sottoscritti amando sopra ogni altra cosa l'Italia ed il paese a cui appartengono, e dove riposano le ceneri dei loro maggiori, dei quali gran numero furono vittime sagrificate sull’altare della libertà, erano lieti di unire alla stima ed all’affetto dei loro concittadini, l'onor di essere prescelti da Voi, e di meritare la vostra fiducia.

Essi credevano che si volesse lasciar loro il carico gravissimo di assumere la responsabilità dell’amministrazione interna e dell’alto governo del dittatore, e speravano di entrare arditamente mallevadori dei loro propri consigli versò il dittatore medesimo, e verso il paese in cui risiede la più eminente sovranità.

Con grande dolore dell’animo loro, e sotto l'imminente pericolo di cadere nella peggiore delle anarchie; in quella cioè del governo medesimo, i sottoscritti furono fin’ora testimoni di atti che farebbero argomentare di essere altra la via che vuol tenersi nell’attuale temporaneo governo di questa parte d’Italia.

Nelle provincie furono sostituiti governatori, i quali col diminuire le imposte, col nominare impiegati, e col prendere altri provvedimenti, che in Napoli non potrebbero esser presi da altri che dal dittatore, operano come se fossero superiori al ministero, e pari in giurisdizione al dittatore medesimo.

Il ministero quindi propose istruzioni, per frenare questo arbitrio, ma non vennero ancora sancite. Propose nomine di governatori, ma non vennero accolte.

Aggiungasi che mentre altrove i ministri sottoscrivono gli atti che essi propongono, in Napoli solamente i decreti dittatoriali, escono senza portare alcun segno che distingua quelli i quali furono realmente proposti dal ministero. Sicché né il pubblico sa di quali atti rendere responsabili i ministri, né il dittatore di quali consigli chiamarli a sindacato, né infine essi medesimi sanno più ritrovare in tal procedere il modo di conservare illeso quel rispetto che pur debbono alla propria dignità personale, quando all’universale pare che essi temessero di svelarsi ai loro concittadini, consiglieri degli atti del governo.

Partiti avversi più o meno alla formola gloriosa con la quale s’intitolano quegli atti, si agitano, ed il ministero composto di nomi che qui nel loro paese sono, dopo la profonda ed immutabile fede vostra, una garentia così nelle grandi come nelle piccole cose che quella formola sarà sacrosantemente rispettata, sente l’impotenza di concorrere con efficacia a reprimere le più o meno aperte macchinazioni, se gli sono spezzati nelle mani i fili dell’amministrazione.

Le finanze non possono rispondere dell’entrate, se queste vengono alterate senza che il dittatore decreti, e che il ministero proponga di farlo; né rispondere delle spese, se al modo medesimo vengono creati impieghi, ed ordinate opere dispendiose.

Certamente non mancherà al dittatore né mente, né animo di rimediare a tali inconvenienti. Ma, nascendo quelli dal non essere la condizione del ministero quale gl’individui che lo compongono credevano che avesse ad essere, i sottoscritti da una parte invocano caldamente dal dittatore che vi ponga riparo, e dall'altra dichiarano che essi non vorrebbero essere di ostacolo all'applicazione degli opportuni rimedii, e pregano il dittatore di tenerli come dimessi dal loro uffizio, se egli pensi che con altri uomini possa più facilmente riuscire all'intento.

I sottoscritti debbono all'Italia, a queste provincie dove nacquero, alla riconoscenza verso il generale Garibaldi, all'ossequio pel dittatore ed alla propria dignità questa franca dichiarazione, che essi fanno con fiducia di aver meritato un istante la stima del dittatore, ed assicurandolo che egli ha interamente l’affetto loro e la loro ammirazione.

Napoli 10 settembre 1860.

(Seguono le firme)

XXII.
Seconda dimissione del ministero dittatoriale
Al signor generale Garibaldi
Dittatore dell’Italia Meridionale

Signor dittatore

Quando, acclamato dalle popolazioni, Ella venne tra noi e formò il presente ministero, noi che credevamo poter meritare la fiducia del paese, fummo altamente compiaciuti di aver potuto ottenere anche per un’istante la sua, ed accettammo senza esitanza.

L’alto scopo del governo era scritto sulle sue gloriose bandiere; il suo affetto per l’Italia e per Vittorio Emmanuele ci affidava che tutti gl’Italiani avrebbero proceduto al nobile intento con divisamenti concordi. Con questi pensieri entrarono i sottoscritti nell’amministrazione, proponendosi segnatamente di sanare le piaghe da cui era contristato il paese, di promuovere tutte le sorgenti della sua potenza, di apparecchiarlo all’unione con le altre provincie italiane, di preservarlo dall’anarchia.

Ma per verità sin dai primi giorni del nostro ministero ci avvedemmo quanto fosse malagevole di adempiere il compito assunto. Molti decreti si emanarono, senza che fossero stati proposti o discussi dai ministri, e parecchi altri deliberati nel consiglio, non erano pubblicati. Ciò rendea responsabili i ministri di atti, a cui non erano concorso, e vane in gran parte le loro cure.

Spesse volte con franchezza, e con sincerità le manifestammo le nostre osservazioni sopra questi ed altri punti, ed in varie guise ci studiammo di attenuarne gl’inconvenienti, ma i nostri voti non ebbero effetto.

Noi pertanto dubitammo se avessimo conservato la sua fiducia. I fatti avvenuti posteriormente hanno accresciuto cotesto dubbio, e per quanto profondo sia di ciò il nostro dolore, altrettanto è vivo il nostro desiderio di rendere più spedita l’azione governativa.

Ella è certamente guidato da un pensiero alto e generoso, quello di porre in accordo la sua volontà, con la volontà della maggioranza del paese: ma la nostra coscienza, l'amore che portiamo alla nostra patria, e l’ossequio che abbiamo pel dittatore, c’impongono il dovere di chiamare la sua attenzione su le arti che adoperano alcuni partiti, per rappresentarle come opinioni del paese quelle che sono di pochi individui, e discordi affatto dai veri sentimenti della gran maggioranza dei cittadini. Esse tendono a sospingere queste popolazioni sopra vie cui assolutamente ripugnano, mentre queste popolazioni abbandonarono il mal governo precedente, e si affidarono alle sue mani gloriose, con la certezza di formare col regno d’Italia un regno unico sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele.

Ella che è alla cima del potere, può scorgere da qual parte sia l’errore; ed a noi non rimane altro compito che quello di rassegnare il nostro ufficio.

Napoli 22 settembre 1860.

(Seguono le firme, meno quella del Conforti)

XXIII.
Particolare dimissione di L. Romano

Signor generale

A franco, leale e chiarissimo capitano come Ella è, non possono indirizzarsi che franche, leali e recise parole.

Io sono rimasto al potere solo perché Ella lo ha onninamente voluto; e mi credo onorato dal portafogli, fidente nella idea di servire alla causa d’Italia sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele.

Ora si fa da taluni animosa guerra alla mia persona, per furente ambizione del mio ufficio.

Io ne cedo loro volontariamente l'esperimento; e desidero che facciano al mio paese quel bene ch’io ho la coscienza di aver fatto.

Mi dimetto, dunque dalla mia carica, ma non cesserò giammai di essere col più profondo rispetto.

Napoli 22 settembre 1860.

L. ROMANO

___________

XXIV.
Relazione del ministero dittatoriale
sulle condizioni delle provincie napolitane

Signor dittatore

Quantunque dimissionarii noi conserviamo ancora il potere, e saremmo grandemente colpevoli se tralasciassimo di richiamare la vostra attenzione sui gravi pericoli da cui è minacciato il paese.

La maggior parte delle provincie del regno, avverse per animo alla caduta dinastia, avevano con unanime voto, e con vivo affetto acclamato alla vostra venuta ed al regno sospirato di Vittorio Emmanuele.

Rimuovere i pubblici uffiziali insufficienti, proni, o devoti all’assolutismo; arrecare conforto a coloro che furono indegnamente contristati dalla dominazione borbonica, promuovere tutti i miglioramenti morali ed economici; raffermare in tutte le classi l'amore e la fede per i nuovi ordini politici; apparecchiare il paese all’unione con tutte le altre provincie italiane, era questo il compito che secondo il nostro avviso dovea proporsi il nuovo governo; ma le sue cure ed i suoi proponimenti rimasero in gran parte vani.

Fin dai primi giorni del nostro ministero noi vi esponemmo i gravi danni che potevano derivare dall’istituzione di tanti governatori con poteri illimitati, per quante sono le provincie.

Accogliendo le nostre rimostranze, voi approvaste un regolamento intorno ai poteri dei governatori; ma non pare questo provvedimento abbia portato tutto l'effetto che se ne sperava.

Noi ripetiamo la causa di ciò dalla istituzione della Segreteria, la quale si è arrogata la facoltà di dare importanti provvedimenti senza discuterli in Consiglio, e senza che alcuno dei ministri ne fosse consapevole.

Per riparare a siffatto inconveniente i qui sottoscritti dimandarono più volte che ciascun atto fosse discusso in Consiglio, e contrassegnato da un ministro, cosa da voi consentita, perché ragionevole, ma non mai effettuata. Anzi nel medesimo giorno in cui uno dei sottoscritti si recava da voi, ed in presenza del vostro segretario otteneva il vostro assentimento su questo punto, e il corrispondente ordine del segretario medesimo, si pubblicavano atti importantissimi senza la discussione e la firma dei ministri.

Ora, ecco lo stato del paese. Qui in Napoli, l’opinione pubblica è fortemente preoccupata per la irregolarità che si scorge nell’emanazioni dei decreti della dittatura.

Nella maggior parte delle provincie le popolazioni sono agitate da gravi apprensioni e costernate.

Alcuni governatori hanno inteso il loro mandato in modo da esautorare del tutto l'amministrazione centrale, destituendo e nominando impiegati che qui in Napoli, voi solo potreste nominare; disponendo a lor modo delle cose pubbliche, alterando a lor grado le pubbliche imposte.

In qualche provincia taluni ignoti o mal visi, arrogandosi poteri di cui il ministero ignora la sorgente, commettono atti arbitrarti e soprusi, e spaventano tutti gli onesti cittadini.

Quali possono essere le conseguenze di questi fatti è agevole il comprendere.

L'ultima parola che i qui sottoscritti vi rivolgono, e ch'è loro ispirata dall'affetto vivissimo che hanno per l'Italia e per la loro terra natale, dall'ossequio per la vostra persona e dall’ammirazione per la vostra virtù è questa: Voi dittatore, preceduto dalla vostra fama, circondato da glorie immortali, siete venuto tra noi acclamato da queste fidenti popolazioni; ma provvedete che dietro ai vostri passi non resti un solco di lagrime e di dolore.

Napoli 25 settembre 1860.

(Seguono le firme, meno quella del Conforti)

XXV.
Lettera del dittatore a L. Romano

Gabinetto del dittatore

delle due Sicilie

Caserta 14 ottobre 1860

Signor avvocato

Per quanto si è da voi operato in favore della causa d’Italia, io vi dichiaro con piena mia soddisfazione che avete ben meritato dalia patria.

Aggradite i miei saluti e credetemi

Vostro — G. GARIBALDI

All’egregio signor avvocato

D. Liborio Romano

Napoli

___________

XXVI.
Relazione a S. A. R. il Principe luogotenente
sul prestito di 25 milioni di lire

Altezza reale

Con decreto del 6 dicembre 1860 fu disposto un prestito di venticinque milioni di lire sotto la guarentigia dello Stato, e nell’utilissimo scopo d’invertirsi in opere pubbliche comunali.

In un governo costituzionale e sopra tutto in fatto di prestiti pubblici, nulla è più fatale dei sistema di eseguirli nell’oscurità e nel mistero; come nulla è più giusto e più vantaggioso del fornire al popolo l'opportunità di collocare i suoi piccoli risparmii, con quella sicurezza, che niuno potrebbe offrirgli meglio dello Stato. Onde ne sembra che il miglior modo di effettuare il prestito anzidetto sia quello di farlo colla propria nazione, offrendo ad essa quel vantaggio che sarebbe perdita, ove lo si dasse allo straniero. E però ci onoriamo di proporre a V. A. R. che il prestito sudetto si facesse colle seguenti condizioni; cioè:

1° Che il prezzo sarà di lire sessantacinque per ogni lire cinque di rendita.

2° Che le sottoscrizioni non potessero essere minori di lire cinque di rendita.

3° Che i certificati al disotto di lire venticinque di rendita fossero pagabili al latore, e che per le somme maggiori i sottoscritti potessero avere a loro scelta certificati al latore o pure nominativi.

4° Che le sottoscrizioni del prestito potessero farsi presso i ricevitori circondariali, ed i ricevitori generali delle provincie, senza far soffrire alcuna spesa ai prestatori.

5° Che i semestri di rendita al latore al di sotto di lire cento, fossero pagabili presso tutti i percettori di fondiaria, e presso i ricevitori circondariali e provinciali.

6° Che i sottoscrittori avessero l’agevolazione di versare in quattro dande mensuali l’importo delle somme sottoscritte, facendo il versamento del primo quarto nell’atto della sottoscrizione, il secondo versamento dopo l’elasso di un mese; e così successivamente, con legge che, mancandosi al versamento delle dande successive, si decadesse ipso jure dal prestito, e si perdesse la somma già versata.

7° Che il periodo della sottoscrizione fosse aperto per lo solo improrogabile termine di giorni trenta dal dì della pubblicazione del presente sul Giornale Ufficiale, elasso il qual termin non fossero più permesse le sottoscrizioni.

8° Che ove le sottoscrizioni eccedessero le somme richieste, fossero preferiti per intero i prestiti al disotto di venticinque lire di rendita e per tutti gli altri si facesse una riduzione proporzionatamente alle rispettive offerte.

9° Che fosse riserbata allo Stato la facoltà di estinguere i prestiti anzidetti, pagando cento lire effettive per ogni cinque lire di rendita.

Quindi io prego V. A. R. a voler approvare l’esposto progetto di prestito nazionale.

Napoli 21 gennaio 1861.

L. ROMANO

XXVII.
Dimissioni di L. Romano al Consiglierato di Luogotenenza

A Sua Altezza reale

Il Principe Eugenio di Savoja

Altezza reale

L’altezza Sua, venendo tra noi, vide le gravi difficoltà in cui versava l’amministrazione di queste provincie, e con somma saggezza proclamava la necessità della concordia fra tutti gli onesti cittadini; onde potesse il governo giovarsi di tutte le probità e le capacità, e procedere franco e risoluto in questo novello indirizzo.

Animato da tale spirito di conciliazione, mi sobborcai a far parte del nuovo Consiglio, sperando così potere vigorosamente organare ed armare la guardia cittadina, primo presidio di ogni libertà civile; spingere alacramente le opere pubbliche, dando con esse pane e lavoro al popolo pur troppo afflitto dal caro dei viveri; moralizzare le diverse branche della pubblica amministrazione.

Ma sventuratamente queste mie speranze andarono frustrate, sì per positive e profonde divergenze surte fra i membri del Consiglio intorno all’indirizzo governativo; sì per assoluto difetto dei mezzi pecuniarii superiormente promessi, e sì infine per gli ostacoli che altri ha frapposto a procurarli. Il perché una mala contentezza preoccupa la pubblica opinione, ed il governo più non gode il suffraggio di quella maggioranza che proclamò il memorando plebiscito.

In questa spiacevole condizione di cose, io credo mio precipuo dovere sommettere a V. A. R. che a rendere il governo forte compatto ed accetto all'universale sia necessario:.

1° Riformare prontamente e radicalmente il Consiglio di luogotenenza.

2° Prendere le più energiche misure per tutelare l'ordine e la sicurezza pubblica, mercé la cooperazione dell’esercito e della guardia cittadina.

3° Organare ed armar questa immantinenti.

4° Procedere al modo stesso al prestito dei venticinque milioni, e chiedere al parlamento di urgenza più larghi sussidi per le opere pubbliche.

5° Moralizzare i diversi rami della pubblica amministrazione, chiamando al servizio del paese tutti gli onesti cittadini a qualunque gradazione politica appartenessero.

Le quali cose tutte io sommetto a V. A. R., e chiamato altresì dall’indeclinabile mio dovere a recarmi al parlamento nazionale, La prego di volere accogliere le mie dimissioni.

Napoli 12 marzo 1861.

L. ROMANO

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XXVIII.
Circolare del Consigliere Spaventa

Napoli 12 marzo 1861

Signore

Una delle principali guarentigie delle presenti nostre istituzioni governative, è senza dubbio la guardia nazionale. Ma in queste provincie meridionali l’ordinamento di siffatta milizia cittadina, formatasi in un momento di rivoluzione, presenta molti difetti; fra i quali non ultimo è quello della deficienza delle armi, che il governo non ha potuto finora distribuire.

Da ciò continui reclami sì da parte dei privati, che delle autorità; dagli uni tacciandosi il governo di non curanza; dalle altre facendosi proteste sull’impossibilità di provvedere al mantenimento della pubblica tranquillità; poiché la guardia medesima, io diceva, essendo priva di fucili militari, non poteva non richiamare le mie sollecitudini; e spesso ho insistito presso il mio collega dell’interno, da cui la cosa più specialmente dipendeva, almeno quanto alla spesa, per provvederne: e con grande soddisfazione posso ora annunciarle che nell ultima seduta del Consiglio di luogotenenza è stato risoluto di dar opera immediatamente a distribuire alla guardia nazionale tutte le armi disponibili che si trovano in potere del governo. Questa distribuzione avrà luogo di comune accordo fra questo Dicastero e quello dello Interno, e non potendosi certamente per ora armare tutte le guardie nazionali indistintamente, poiché non vi è tanta quantità di armi a ciò sufficiente, si è stabilito che la loro distribuzione sarebbesi fatta nel modo più conveniente alla pace pubblica ed alla sicurezza dello Stato.

Pertanto ella vorrà indicarmi sotto quei rispetti i veri bisogni della sua provincia, e le guardie nazionali che possono e meritano essere armate prima delle altre.

Pel ConsigliereIl direttore

G. ARDITI

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XXIX.
Accettazione delle dimissioni di L. Romano
al Consiglierato di Luogotenenza

Napoli 13 marzo 1861

Illustrissimo Signore

Ho messo sotto gli occhi di S. A. R. la lettera con cui V. S. Ill.ma offre la sua dimissione dal posto di Consigliere di luogotenenza. Al principe luogotenente rincresce il vedersi privo dell’opera efficace di V. S. Ill.ma nel governo di questa parte d’Italia, ma non può a meno di apprezzare le cagioni che l'hanno determinata a questa risoluzione, e di convenire con lei sulla necessità della di lei presenza al Parlamento Nazionale, ove fu mandato da ben otto collegi, e nel cui seno ella più che ogni altra persona può rappresentare gl’interessi, i bisogni, ed i desiderii delle popolazioni napolitane.

S. A. R. aderisce quindi, benché con rincrescimento, al di lei desiderio ed accetta la di lei rinunzia.

Ma vuole ch’ella sappia che serba grata memoria del concorso da lei prestato al suo governo in circostanze in cui l'accettare il carico dell’amministrazione di questo paese, era pruova ad un tempo di patriottismo e di coraggio.

Nel parteciparle che S. A. R. desidera di vederla , le offro Ul. signore gli attestati della mia ben distinta osservanza.

COSTANTINO NIGRA

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XXX.

Lettera al signor conte di Cavour

sulle condizioni delle provincie napoletane

Onorevolissimo signor conte A parte ogni discordanza tra noi, non mica sull’indirizzo governativo o politico, ma solo intorno a taluni particolari di esso, io debbo e voglio, nelle presenti condizioni delle provincie napoletane, esporle le mie idee, qualunque si siano.

Le parlerò liberamente, francamente, e nel solo scopo di giovare, come so e posso, la causa della patria, che è stata, è, e sarà sempre in cima de’ miei pensieri.

Ella conosce assai meglio di me che nelle mutazioni di Stato a due cose bisogna sopra tutto intendere:

1° Adoperare in modo che si ami il presente, e si abborrisca il passato.

2° Garentire egualmente d’ogni forza bruta tanto i principii e gl'interessi del passato, che cadono vinti dal progresso sociale, quanto quelli dell’avvenire, che deggiono imperare in nome di un diritto novello.

I quali due fini possono solo raggiungersi la mercé di una politica franca, leale, fidente nella intelligenza della nazione. ché quando un governo ha intima, e piena convinzione della sua legittimità, ed agisce conformemente a codesta fede, raggiunge sempre tranquillo e sicuro il suo còmpito.

Sotto i rispetti dinastici nulla havvi a fare od a desiderare nelle provincie meridionali; perciocché cordialmente esse amano, come il migliore dei re, Vittorio Emmanuele II, e cordialmente aborriscono il Borbone, come il peggiore dei tiranni.

Neppur mi preoccupo delle reazioni borbonico-clericali: esse sono insensate, miserevoli, impotenti. In breve saranno represse, ed estinte meno dalla forza, che dalla pubblica indignazione.

Però, vero è del pari, serpeggia in quasi tutto l’ex regno, sotto diverse forme, un certo scontento del governo, che credesi non esser quello voluto dal re galantuomo; onde giova ricercar di ciò le cagioni, e darvi pronto riparo.

A lei meglio che ad altri è noto che lo scontento dei popoli, ove immantinenti non si arresti, agisce come la goccia di acqua che col cader frequente incava il marmo. Si mostra esso dapprima alla superficie della società, senza conseguenze di danno; la scuote poscia alcun poco, acquistando forze maggiori; da ultimo, fatto gigante, irrompe impetuoso, e soverchia gli ordini dello Stato.

Or quali le cause di codesto scontento nelle meridionali provincie d’Italia? Io credo poterne segnalar dieci, che coll’illustre Rosmini chiamerò le dieci piaghe delle due Sicilie.

I.
Diversità di caratteri

Dal diverso carattere dei popoli, che voglionsi unificare, e fondere in uno, sorgono spesso ragioni di repulsione, e di scontento, che ad eliminarle bisogna bene rendersi conto della peculiare indole di ciascuno. Tra coloro che, come diceva l'Alfieri, sono nati

Là dove Italia boreal diventa,

ed i figli dell’Etna, e del Vesuvio, àvvi essenzial differenza di caratteri. Gli uni serii, misurati, riflessivi, prime glorie dell’Italiana milizia, uomini senza pari per devozione alla patria: gli altri festevoli, espansivi, sagaci, menti superlative, secondoché il Botta dicevali, più alle arti della pace, che a quelle della guerra formati; ma pur sempre amantissimi di libertà.

E quei popoli meridionali, sono altresì docili e buoni, dotati di estrema suscettività, e prontamente infiammabili ad un cenno, ad una parola.

Ora sventuratamente, per quanto è a me noto, qualche detto inconsiderato tra Piemontesi e Napoletani scambiatosi, è stato cagione di gravi dispiaceri; laddove era supremo bisogno stringersi in affettuoso amplesso fraterno. Il quale contegno, in vero illodevole, ha da prima alcun poco alterato quella fratellevole concordia, che deve unificarci, e stringerci in una sola famiglia.

Nè io stesso ho rassegnatamente accettato le sconce parole che un ministro scriveva in un suo dispaccio del 20 marzo 1861; né quelle altre che profferiva dal vellutato suo stallo all’occasione della interpellanza Massari, che qualche periodico disse suggerita dal ministero.  

Ma lasciamo al tempo il giudizio delle cose, e delle persone, e pensiamo solo a far l'Italia, ricambiandoci di stima ed affetto, per affetto e stima.

II.
Istituzione delle luogotenenze

Io le scriveva, riverito mio signor conte, in data del 21 settembre 1860 «essere un controsenso nell’opera della unificazione Italiana un ministero a Torino, ed un altro a Napoli—che quivi bastavano tanti direttori quanti corrispondevano alle partizioni del ministero centrale—che a tali direttori doveva presiedere un ministro segretario di Stato — che dovevasi eliminare il concetto, e perfino il sospetto, che Napoli e Sicilia potessero considerarsi quali provincie del Piemonte.»

Ora le istituite luogotenenze risvegliano spiacevolissime ricordanze antiche e novelle, come sono quelle dei tristi tempi viceregnali, non che de’ recenti soprusi, ed arbitrii nei dominii insolari. Sono istituzioni anomale ed anticostituzionali, inutili e dispendiose ruote governative; han fatto, e faran sempre di sé malissima pruova.

Nè dirò qui motto della Consulta creata quasi a rinforzo della prima luogotenenza; del suo segretario, dei tre consiglieri senza portafoglio, ec., ec. Errori governativi furon tutti codesti, tutti miseramente depauperatori della finanza, e cagioni di grave scontento.

E la riforma delle luogotenenze siculo-napoletane a quegli errori non ripara. Imperciocché non disegna giustamente la linea di demarcazione fra i poteri che il ministero ha ritenuti, e quelli che ha concessi ai così detti segretarii generali; — nel regolamento in tale proposito i poteri medesimi non sono tutti indicati, né ben classificati — lascia vaghe, ed interminate parecchie attribuzioni — riproduce in quei segretarii generali di dicastero, sotto altro nome, gli stessi consiglieri di luogotenenza, che abolisce, limitandone pur grandemente le facoltà — crea una novella istituzione anomala, dispendiosa, ritardatrice dell’azione governativa.

III.
Modo di governare

Si leggano i decreti luogotenenziali, e saranno per essi apertissime due spiacevoli verità.

La prima, che nell’intendimento di servire allo scopo dell’unificazione, invalse una certa smania di subito impiantare nel napoletano quante più si potevano delle istituzioni e dei modi di governare tolti al Piemonte, senza punto discutere, se opportuni, od inopportuni al paese tornassero. La qual cosa fece da prima sorgere il concetto che non volevasi mica unificare le provincie meridionali col rimanente d’Italia, ma invece tutte annetterle al Piemonte, tutte piemontizzarle, come dicevasi. E questo sconsigliato vocabolo, una volta lanciato in mezzo alla società siculo-napoletana, ebbe il funesto successo di quel clinquant du Tasso del Boileau, e fu le mille volte ripetuto in danno dell'unificazione.

La seconda, che certo tal quale favore o predilezione nelle nomine agli ufficii si concedeva agli emigrati, e sopratutto a coloro che avevano dimorato in Torino.

Intervenne di ciò che ognuno vedesse non esservi nel governo unità di sistema, principio, mezzi e fini determinati, non giustizia distributiva, ma invece espedienti governativi secondo le esigenze dei casi, personali favori, una consorteria, un partito.

Ed in due altri errori trascorreva il governo centrale, obbliando quel precetto del segretario fiorentino che dice ogni governo per gli emigrati divenire impossibile. Perciocché proponeva ai governi locali persone che non più conoscevano il paese natio, per aver vissuto molti anni in esilio; e ritornandovi, portavano seco loro la necessaria reazione delle ire lungamente represse.

Nella foga d’innovar tutto, senza frapporre tempo in mezzo, non ricordava parimenti il governo centrale quel che Tacito scrive di Augusto; che mutata cioè la forma repubblicana nell’imperiale, conservò eadem magistratus vocabula. Il quale precetto ripeteva il Machiavelli, dicendo che nel mutamento degli ordini dello Stato, devesi ritenere l'ombra almeno degli antichi. Le parole, e le apparenze percuotono spesso le menti degli uomini come la realità stessa.

Ed al certo meglio si sarebbe provveduto all’opera dell’unificazione, usando di quel festina lente della sapienza latina. Che l'abitudine di una secolare autonomia, già divenuta coscienza del popolo, non puossi dalla sua mente scancellare, o farla obliterare in un momento.

Così intervenne che sotto i rispetti delle cose, e delle persone i novelli ordinamenti governativi spiacessero quasi all’universale.

IV.
Importazione delle leggi piemontesi
nelle provincie meridionali

Le leggi sono l'espressione dei bisogni dei popoli, e tali bisogni (di opinione o di fatto che siano) nascono dal clima, dall'indole degli abitanti, dal civile progresso, dalle condizioni religiose, politiche, economiche, dai pregiudizii, dagli errori stessi.

Perlocché se per la natura delle cose è egli impossibile che due popoli si trovino nelle identiche condizioni naturali e civili, è parimenti opera vana l’importare all’uno le leggi dell’altro. ché inefficaci e frustranee riescono le leggi nella loro azione, ove siano dai costumi avversate. Legessine moribus, vanae proficiunt, diceva Tacito.

Le stesse leggi di Roma, comunque sapientissime, e scritte per estesissimo impero, non furono ricevute in Italia, e fuori che come Ius moribus receptum, non mica come diritto positivo e peculiare di un dato paese.

Laonde non fu sano, né prudente consiglio quel volere importare le leggi piemontesi nelle provincie siculo-napoletane, essendo essenzialmente diversi i due paesi sotto i rispetti fisici e religiosi, politici ed economici, ec. ec.,

In vece più utilmente avrebbesi dovuto disporre che ciascuna provincia Italiana si governasse con le proprie leggi sino a che il Parlamento Nazionale avesse formato un Codice a tutta Italia comune. Il qual Codice nascerà dal fondere insieme quanto avvi di meglio in quelli che ora reggono l'Italia, dal valutare le peculiari condizioni di ciascuna provincia; dal transigere, dirò così, sugli articoli di grave divergenza nelle condizioni medesime.

E tanto più spiacque ed increbbe quella subitanea importazione di leggi in quanto rinfocolò l'idea che volevasi tutto piemontizzare senza neppure attendere la imminente apertura del parlamento.

L’ordine degli avvocati, eminentemente speculativo, rifermava quel concetto, dicendo che nell’epigrafe dei decreti del 17 dicembre 1860 si ragionava non mica di unificazione, ma di annessione delle provincie Napoletane e Siciliane; che nei decreti medesimi erasi antiveduto ed in fine lasciata correre qualche parola, che all’annessione al Piemonte, non già all’unificazione d’Italia accennava.

Nè si dica che quella pubblicazione delle leggi piemontesi si proponeva lo scopo di facilitare l’unificazione di tutte le provincie Italiane. Imperciocché codesta pubblicazione si fece solo nei dominii siculo-napoletani, non mica in tutto il regno Italiano . Nè avrebbe potuto giammai raggiungere il fine cui intendeva, essendo, come ho detto, vana ed inefficace l’azione delle leggi ove incontri l'ostacolo dei costumi.

Meglio sarebbesi provveduto all’unificazione, rendendo con apposite leggi uniformi l'amministrazione provinciale e comunale, quella del governo centrale e dei governi locali, l’organamento della Guardia Nazionale, della guerra, della marina, della pubblica istruzione e della finanza, dopo di aver giustamente provveduto alle transitorie condizioni di essa.

Codeste leggi che chiamerò ordinatine, o costitutive degli ordini dello Stato, avrebber dovuto richiamare innanzi tutto l’attenzione del Ministero e del Parlamento, non già quelle di secondario interesse sulle quali si è speso sinora gran tempo, che più proficuamente avrebbe potuto intorno alle prime impiegarsi.

Lo statuto, la legge elettorale, l’altra sulla Guardia Nazionale, come leggi politiche, sono le prime cui devesi intendere nei governi rappresentativi: i Codici sono gli ultimi, come l’opera più lunga e difficile. Le une spiegano un azione più pronta e diretta su tutti gli ordini dello Stato, laddove gli altri in modi meno solleciti ed efficaci vi esercitano la loro influenza.

E qui torna opportuno pur dire, che se nel Codice penale del Piemonte vi sono talune disposizioni più liberali, e meno severe di quelle delle leggi penali napoletane, non per questo il primo devesi preferire alle seconde. L’azione legislativa si valuta dal complesso di tutte le leggi di un popolo, ed in tutte le relazioni fra loro, non mica dalle singole parti o disposizioni di esse.

Quelle più severe e men liberali disposizioni non potevano altresì tornar di nocumento a chicchesia nelle presenti condizioni; tra perché la giureprudenza s’informa sempre allo spirito governativo; e perché un re, giusto buono clemente, può sempre moderarne l’eccesso o il difetto in linea di grazia.

Da ultimo egli è irrepugnabile (come bene dimostrava alla Camera il deputato signor Conforti, e l’onorevole ministro Guardasigilli non contradiceva) che le leggi penali, e di penal procedura delle due Sicilie sono nel loro complesso di gran lunga migliori di quelle del Piemonte.

Onde sotto tutti i rispetti inutile, improvida, inopportuna fu la importazione delle leggi piemontesi nel napoletano.

V.
Scioglimento degli eserciti napoletano e meridionale,
non che della marineria napoletana

Intorno allo scioglimento degli eserciti indicati la Camera elettiva si è per più giorni occupata, e dalle lunghe discussioni in tale proposito è rimasto dimostrato che fu grave errore, od almeno imprudente consiglio, lo sciogliere quei corpi militari nel modo in cui fecesi.

Così ragionano tutti gli uomini dell’arte, e nel senso medesimo tocca di alcuna cosa sulla soggetta materia un foglio a me diretto dall’illustre generale de Sauget, che è il Nestore della milizia napoletana, e ch’io ho depositato sul banco della presidenza della Camera.

Laonde senza qui ripetere le cose già dette, può bene ritenersi che causa di grave scontento fu ed è pel paese e per tutti gl’individui, che all’uno ed all’altro esercito appartennero, l'essere stati sciolti senz’alcun riguardo ai precetti di giustizia, obliando ogni debito di gratitudine verso coloro che ci aveano redenti, e sconsigliatamente non avvisando alle opportune precauzioni.

Le quali dispiacenze non sono mica cessate per effetto dei provvedimenti già presi-in tale proposito.

Si dolgono gl’individui che facevan parte dell’esercito napoletano di essere stati o poter essere messi al riposo; di non poter conseguire dall’attual governo, giusto liberale riparatore, quella giustizia che avrebbero ottenuto dallo stesso abborrito governo borbonico.

Si dolgono specialmente molti ufficiali, già incanutiti nel sentiero dell’onore, ed incolpabili sotto tutt’i rispetti, di non essere stati loro conservati quei gradi che conquistarono sui campi di battaglia, né autorizzati ad indossare quella divisa che onorarono combattendo sempre da prodi.

Lo stesso carnefice del 99, e lo spergiuro del 1848 rispettarono i gradi concessi dai due re francesi; e la fusione dell’esercito siculo-borbonico col murattino costò nel 1815 alla finanza napoletana meglio di cinque milioni di ducati.

Si dolgono gl individui dell’esercito meridionale di essere stati trattati con poca riconoscenza, e di usarsi ora con essi soverchio rigore nel darne giudizio.

Nè dello scioglimento e del riorganamento della marineria napoletana può dirsi cosa che non sia dispiacevole.

Con un tratto di penna sono state cancellate tutte le sue tradizioni, certamente più antiche, e non meno gloriose di quelle della marina Sarda.

Gli uffiziali che nel nuovo organamento avrebbero dovuto esser primi, sono divenuti gli ultimi, e viceversa. Si privarono essi così dei soldi ottenuti e goduti per sovrani decreti, dei gradi meritati in seguito di pubblici esami, o di fatti di valore; del diritto a liquidar essi medesimi o le loro vedove la pensione per cui avevano per molti anni rilasciato sopra i rispettivi soldi il 2 ½ per 100!

E a tal modo si trattava la marina napoletana, senza che in nulla avesse demeritato dall’attual governo, anzi per essere stata la prima a sentire le aspirazioni nazionali.

Costa a me, per propria scienza, come il Vice-Ammiraglio Garofalo, ed il capitano di vascello Capecelatro, apertamente resistendo agli ordini dell’ex re, salvarono alla Nazione la flotta napoletana. Ora ambedue, in ricompensa di sì nobile e patriottico operare, sono stati messi al riposo, inonorati e negletti!

Questo fatto ha grandemente commosso il senso morale di tutto il paese.

E qui mi permetta ancora, pregiatissimo signor conte, di dolorare il destino che si minaccia alla scuola della Nunziatella di Napoli, a quell'ufficio topografico, allo stabilimento di Pietrarsa. Istituzioni sono codeste tra noi antichissime, onorande ed onorate dai primi capitani, fornite di cospicue intelligenze, uguali, se non superiori a quante altre ne vanta l’Italia. A che dunque sformarle, ribassarle, darle meno illustre esistenza?

Ogni innovazione a questo proposito sarebbe pur causa di spiacimenti novelli.

VI.
Finanza

Le condizioni della finanza napoletana sono bene infelici. Però non è questo il luogo di ricercare le cagioni di ciò, ed invece basterà al mio assunto, tra’ molti, rilevar pochi fatti, che vivissimo scontento produssero e producono nell’universale.

Il primo fatto risulta da due contratti conchiusi dal governo centrale, l’uno del 18 gennaio 1861, per l’alienazione à forfait di 150 mila ducati di rendita napoletana al prezzo di ducati 74, mentre il corso era del 79 all’80; l’altro del 13 febbraio per l’alienazione di ducati 208 mila di rendita al 75, mentre il corso era dal 78 al 79!

Col primo di tali contratti si stipulò in favore della casa compratrice il diritto di preferenza per qualunque operazione a tutto marzo 1861!

Si stipulò a favore della casa medesima lo sconto del 6 per 100, sulle anticipazioni che si fosser fatte prima della scadenza del prezzo convenuto, quasi non avesse questo dovuto soddisfarsi nell’atto delle alienazioni della rendita!

E quelle scadenze si stabilirono fine febbraio, fine marzo, fine aprile 1861!

Il secondo fatto è relativo al troppo sollecito ed inopportuno toglimento delle linee doganali, dichiarandosi provvenienze di cabotaggio quelle di Livorno e di Genova, innanzi che la finanza di tutte le provincie Italiane fosse stata unificata.

Intervenne di ciò che le mercanzie si sdaziassero nei luoghi indicati, e di poi pervenissero in Napoli in cabotaggio, ossia senza pagamento di dazio.

Così i prodotti doganali pressocché mancarono, e la finanza napoletana rimase priva di tali introiti.

Il terzo fatto si riferisce all’applicazione delle tariffe piemontesi al napoletano ancora assai presto ed inopportunamente.

Le precedenti riduzioni dei dazii in Napoli avevano quasi abbandonato il principio della protezione, ma avevano provveduto almeno ad un certo livello. Le tariffe piemontesi mettono i tessuti stranieri al caso di offrirsi a prezzo minore degli indigeni. Di ciò due inconvenienti:

la diminuzione della cifra di percezione;

il danno agli stabilimenti napoletani, i quali non potendo più lottare cogli stranieri prodotti, han sospeso il lavoro, ch'era pane a molte migliaia di operai.

Un quarto fatto si è quello di non essersi sin qui portato severo esame sulle antiche e novelle pensioni, concesse per solo favore o per nefande opere fornite alla tirannide, per bassa sorpresa alla buona fede del dittatore, od altrimenti. Si è fatto in vero un lavoro a questo proposito, ma in troppo angusti confini, onde ha dato meschini risultamenti. Giova rifarlo più largamente e più severamente.

Un quinto fatto sta in una certa specie di dilapidazione dei fondi della Cassa di Sconto. Sono stati autorizzati, per considerevoli somme, dei prestiti in prò di proprietarii non negozianti, in aperta contradizione dei regolamenti, ed in pregiudizio del piccolo traffico, in favor del quale fu principalmente istituita quella Cassa.

E nella discussione del bilancio si sconoscerà pure che fatti più gravi degli esposti sono stati consumati in danno della finanza napoletana, considerata in se stessa, e nelle sue relazioni colla Tesoreria, col Banco dei privati e colla Cassa di Sconto.

VII.
Opere pubbliche

Sin dal primo arrivare di Garibaldi in Napoli si è sempre parlato della necessità di fare quanto più si potessero opere pubbliche, per dar lavoro e pane al popolo che ne abbisognava. Ma in verità, o non se n’è fatta alcuna, o languidamente sono state continuate quelle che erano in corso.

Nella impossibilità di dar cominciamento a grandi opere pubbliche, per mancanza di mezzi, si pensò da me attivar quelle riguardanti le strade ordinarie, ossia le strade comunali e distrettuali. Imperocché mi sembrò necessario rianimare in tutte le province dell’ex regno la vita, l'industria, il commercio, stati fino allora oppressi per difetto di comunicazioni.

Credei altresì che quella specie di opere pubbliche fosse idonea a dar lavoro e pane alla intera famiglia del povero, potendovi lavorare gli usuali giornalieri, le donne, i ragazzi, i vecchi, chiunque in somma poteva trasportare la più piccola quantità di pietre, o di terra da un luogo ad un altro.

Su queste vedute proposi, e fu sancito il decreto del 23 gennaio 1861, con cui dei 10 milioni di lire promessi dal governo centrale con decreto degli 8 del mese stesso, se ne destinarono cinque milioni per le strade anzidette.

Ne feci pure la riparazione tra le province, e istantemente inculcai la esecuzione delle opere medesime.

Però quei dieci milioni non furono giammai spediti da Torino in Napoli, e non poterono spendersi.

In questa spiacevole condizione di cose, che grandemente comprometteva il mio decoro in faccia a tutte le province napoletane, non potei ottener altro che fare aprire in favore dei governatori dei crediti sulle casse dei ricevitori generali, per accorrere a tali spese.

Ma il governo centrale si adoperò a tutt uomo, per rendere illusorio quel provvedimento nel fatto. Imperciocché con una mano si aprivano i crediti sotto la pressione della mia insistenza, e coll’altra, in contraddizione del decreto, chiedevansi ai governatori i piani dei lavori, ed ingiungevasi loro di farli eseguire per appalto, ossia con tutte le dilazioni stabilite nella legge del 12 dicembre 1816, onde i crediti aperti rimanevano purissima lettera morta.

Elevai la voce contro codeste sgovernative tergiversazioni, e sino al giorno 12 del caduto marzo, quando mi dimisi dal mio ufficio, quasi in grazia furon pagate sole lire 117, 917:20 in conto dei cinque milioni promessi. Di poi mi si è scritto che nessun altra somma è stata spesa per opere pubbliche, ed il credo, attesa l’infelice condizione fatta alla finanza napoletana.

In novembre 1860 fu decretato un prestito di 25 milioni di lire, per spendersi in opere pubbliche. Dal mese anzidetto sin’oggi quel prestito non è stato fatto, e dicesi essere stato espressamente vietato dal governo centrale, forse per comprenderlo in quello dei 500 milioni di lire.

Per tanto il popolo ha tollerato pazientemente la fame dal novembre 1860 sino a questo giorno, e tollererà ancora per altro tempo, chiedendo sempre lavoro e pane.

VIII.
Guardia Nazionale

E sotto l’ex re, e sotto la dittatura, e sotto la luogotenenza dell’onorevole principe Carignano io ho insistito costantemente, e sempre invano, per l’organamento ed armamento della Guardia Nazionale.

E più vivamente ripeteva le medesime istanze il giorno stesso in cui mi dimetteva dal potere, giacché dalle provincie mi si scriveva che la reazione borbonico-clericale mostravasi più ardita e minacciosa.

Dimandava che prontamente si organasse ed armasse la Guardia cittadina. Che con essa e coll’esercito si provvedesse immantinenti alla pubblica sicurezza.

Ma le mie voci non furono neppure questa volta ascoltate; e solo un mese e mezzo di poi si spedirono in Napoli truppe e 40 mila fucili, per armar la Guardia Nazionale, quando di già il sangue cittadino era corso per le strade della capitale, che per me erano rimaste incontaminate dagli eccidii della tirannide; quando il sangue italiano aveva pur bagnate parecchie città delle province napoletane!

E perché il governo non si è giovato contra coteste feroci reazioni dell’onnipotenza del principio rivoluzionario, o, temendolo, non ha in tempo opportuno provveduto, come io proponeva, alle condizioni di ordine e di sicurezza?

E piaccia a Dio che Tarma cittadina si organasse ed agguerrisse!

Io credo farvi potente ostacolo la mancanza di numerario per acquistare le armi, l’articolo 19 del decreto della luogotenenza Farini del 14 dicembre 1860, che riconosce inapplicabile al napoletano la legge Sarda sulla Guardia Nazionale; ond’io presenterò alla Camera analogo disegno di legge, perché tale ostacolo di dritto venisse rimosso.

E vorrei pure che il governo centrale rimovesse un ostacolo di fatto; quello cioè della mancanza dei fondi per l'acquisto delle armi e delle munizioni. Il quale provvedimento mi piacerebbe che innanzi tutto si prendesse riguardo ai Comandanti dei battaglioni della guardia Nazionale di Napoli, che creditori per spese fatte per meglio di ducati 20 mila, nel giorno stesso in cui io mi dimetteva dal potere, mi dichiararono che ove non si pagassero a ciascuno di loro ducati 2 mila in conto, si sarebbero dimessi dai loro gradi.

IX.
Moralizzazione delle amministrazioni

In data dei 21 ottobre 1860 io le scriveva, stimevolissimo signor Conte, così:

«Le nomine ad impieghi sotto al Ministero.... sono state per parecchi individui l’effetto d’una moderazione oramai inopportuna; quelle sotto il Ministero.... per un certo numero precipitate; le altre sotto il Ministero... tutte per deferenza ai gridatori di piazza, e per nepotismo.»

«Onde converrebbe conservare provvisoriamente tali impiegati, sottoponendoli tutti a severo scrutinio.»

E così io le scriveva, perciocché scomposto, non so da chi, ma certamente scomposto tutto il personale, il disordine morale del paese era stato scoperto; ed accreditata una volta l'idea che gli ufficii si concedevano per deferenza o per intrighi, la sete di essi divenne follia, né altro mezzo che il severo scrutinio da me progettato poteva darvi riparo.

Nè co testa condizione di cose è migliorata, che anzi è peggiorata, sotto la doppia luogotenenza. Potrei ben io indicar dei fatti che dimostrano predominar tuttavia, anco presso persone notevoli per istruzione e patriottismo, il concetto che i loro figliuoli si avesser diritto a vivere a spese dello Stato!

Laonde anche un’ultima volta colla mia dimissione del 12 decorso'marzo io domandava ed insisteva per la moralizzazione delle amministrazioni.

X.
Personale Governativo

Qui mi conceda, signor Conte onorevolissimo, di usare maggiore libertà di parole di quello che ho fatto sin’ora.

Le piccole menti odiano la luce del vero, ed Ella è assai grande, per-affissarlo e non temerlo.

Sarebbe senz altro ingiusto, irriconoscente, nemico d’Italia chi negasse al Conte di Cavour eminentissimo merito diplomatico. Per lei la patria comune è risorta a novella vita, è per lei pervenuta alla felice condizione in cui ora trovasi. E questa la voce dell’universale consentimento di tutta Italia..

Ma è vero altresì che nelle sfere inferiori dell’amministrazione dello Stato non ha Ella mostrato pari valore.

E qual meraviglia, se l’uomo che spazia come aquila nelle più alte regioni della politica, non sappia discendere alla minuziosa ed ingrata opera amministrativa?

Però, come ho detto, i mali esistono nelle diverse branche dell’amministrazione, e sono cagioni di gravissimo scontento.

Vuolsi dal maggior numero ch’Ella rimanga alla presidenza dei ministri, ed al ministero sopra gli affari esteri. Ma tutti desiderano che il ministero di marina venga commesso a persona, che fornita delle necessarie conoscenze teorico-pratiche, possa bene dirigerlo.

Lo scioglimento e il riorganamento da lei fatti della marina napoletana, a giudizio di tutti i marini, sono stati impolitici, ingiusti, pregiudizievoli allo Stato.

La divisione dei poteri come il discentramento di essi sono altresì principii fondamentali nei governi rappresentativi, e la cumulazione di due ministeri, di due ufficii nella stessa mano, se non è del anticostituzionale, è senz’altro dannosa.

A taluni dei ministri l’opinion pubblica nega, e l’ingegno, e la scienza, e la idoneità uguali all’alto loro ufficio.

Di talun altro rispetta ed onora l’ingegno, il molto sapere, la probità, ma il dice da lei collocato in una falsa posizione, inutile allo Stato, dispendiosa all’erario.

Scontenta l’universale il veder conservati in ufficio molti individui su cui pesa una compiuta impopolarità, la generale reprobazione. ché se, per serbare inviolato il principio di autorità contro le stolte vie di fatto, fu necessario sin qui tenerli al potere, è oramai prudente, e sano consiglio rimuoverneli. Svillanneggiati, abbiettati, stimmatizzati, han perduto ogni pubblica stima, ogni morale prestigio; non più sono idonei o compatibili a popolare governo.

L’umanità e la giustizia, si dolgono che soppressi i conventi, non siasi peranco istituita la Cassa ecclesiastica. Di ciò due mali: la soppressione ha minorato il lavoro ed il pane che quelle corporazioni davano a molti operai: i religiosi rimangono incerti del loro destino e dei mezzi di sussistenza, miserando spettacolo all’altrui misericordia.

Il senso morale del popolo è rimasto profondamente colpito e commosso da talune nomine a cospicui ufficii... cadute in persone che sino a che le sorti della tirannide non declinarono, ne furono fedeli puntelli e sostegni.

Spiace che non ancora sieno stati esclusi dagli uffici pubblici coloro che ne sono immeritevoli, e non sieno stati surrogati da chi ha dritto ed idoneità a covrirli.

Le parti vive del paese deggiono tutte chiamarsi a servirlo, e solo, avuto riguardo alla gradazione dei loro principii politici, possono taluni essere adoperati negli ufficii amministrativi, non già nei governativi.

Altrimenti si avrà un governo di consorteria, di partito, un governo che farà rivivere in Italia quelle fazioni che sì lungamente e tanto le nocquero.

Spiace che il ministero, quasi fosse sua proprietà il patrimonio dello Stato, conservi a taluni, comunque non più in ufficio, in tutto od in parte i soldi, che vi erano annessi, in aperta contradizione delle leggi napoletane.

Spiace che pel governo centrale, e per quelli delle province non siasi peranco stabilita la pianta organica del personale che, semplificando le amministrazioni, riduca il numero degl’impiegati a quello che è strettamente necessario, e diminuisca i soldi, che sopratutto nelle province meridionali sono eccessivi.

Ora a tutte coteste cose, che fugacemente ho gittato così sulla carta, io accennava con la mia rinunzia all’ufficio di consigliere di luogotenenza, sin dal cominciamento del caduto mese di marzo, segnalandole tutte come cagioni di malcontento, e di contrarietà all’unificazione d’Italia.

La reciprocanza di affetto e di stima; la previdenza e la giustizia distributiva nel governo, sono i più potenti fattori d’Italia, come sono state e sono sue micidiali nemiche le fazioni e la civile discordia.

Ond’io istantemente e vivissimamente la prego, onorevolissimo signor Conte, a far sì che tutte le cagioni di dispiacenza (che derivano come ho detto dagli errori governativi, già molti e gravissimi), cessino in ogni parte d’Italia, e tutti i suoi figli concordi cospirino a farla indivisibile ed una, indipendente e temuta.

Sarà questa per lei una gloria novella, e di ogni altra maggiore.

Da ultimo mi piace dirle che non appena la mia perversa gotta sarà meco in pace, io obbedendo alle sue premure, sarò a riverirla, e pertanto mi dò l’onore di essere col più profondo ed illimitato rispetto:

Di Lei signor Conte

Torino, 15 maggio 1861.

Devotissimo servitore — l. romano

FINE

INDICE


Introduzionepag. V
Avvertenza 1
Primo Periodo —Dal 27 giugno al 7 settembre 1860 3
Secondo Periodo— Dal 7 al 22 settembre 1860 77
Terzo Periodo — Dal 22 settembre al 7 novembre 1860 93
Quarto Periodo—Dagli 8 novembre 1860 al 15 gennaio 1861 97
Quinto Periodo—Dai 16 gennaio al 12 marzo 1861 105
Sesto Periodo—Dal 13 marzo 1861 al 20 luglio 1865. 125
DOCUMENTI
I. Programma governativo di Francesco IIpag.  141
II. Circolare del 23 luglio 1859 del Direttore di Polizia. 142
III. Circolare del Direttore di Polizia del 17 agosto 1859.143
IV. Primo rapporto del marchese Antonini ministro plenipotenziario del re di Napoli a Parigi 144
V. Secondo rapporto del marchese Antonini.... 151
VI. Rapporto del commendatore Giacomo de Martino. 152
VII. Memorandum sopra i due rapporti del marchese Antonini, su quello del cavalier de Martino, e sul consiglio di stato del 21 giugno 1860.156
VIII. Indirizzo della Guardia Nazionale di Napoli a Liborio Romano ministro dell’interno. 162
IX. Programma del ministero Spinelli. 163
X. Memorandum del 20 agosto 1860 scritto da Liborio Romano in nome del Ministero, e presentato nel suo particolar nome a Francesco II 167
XI. Lettera diretta al Re dal conte di Siracusa li 24 agosto 1860   170
XII. Ordinanza del generai Cutrofiano del 27 giugno 1860. 171
XIII. Appello di salvezza pubblica — Il popolo Napolitano al

suo re Francesco II.

ivi
XIV. Lettera di de Sauclières ad un frate di Roma. 175
XV. Proclama reale del 6 settembre 1860 178
XVI. Ordinanza del Prefetto di Polizia d 180
XVII. Telegramma di Garibaldi a Liborio Rumano 181
XVIII. Governo provvisorio di Napoli ivi
XIX. Decreto del governo provvisorio di Napoli 182
XX. Ordinanza del Prefetto di Polizia signor Giuseppe Bardari ivi
XXI. Prima dimissione del ministero dittatoriale   183
XXII. Seconda dimissione del ministero dittatoriale   186
XXIII. Particolare dimissione di L. Romano 188
XXIV. Relazione del ministero dittatoriale sulle condizioni

delle provincie napolitane

ivi
XXV. Lettera del dittatore a L. Romano 191
XXVI. Relazione a S. A. R. il Principe luogotenente sul prestito di 25 milioni di lire ivi
XXVII. Dimissioni di L. Romano al Consiglierato di Luogotenenza    193
XXVIII. Circolare del Consigliere Spaventa 195
XXIX. Accettazione delle dimissioni di L. Romano al Consiglierato di Luogotenenza   196
XXX. Lettera al signor conte di Cavour sulle condizioni delle provincie napoletane 197

ERRATACORRIGE
Pag. 
 XXVIII   v. 5 buonii buoni
XXXIV v. 8 del 1866del 1867
34 v. 3 ogni casoin ogni caso
48 v. 26 a cupala cupa
74 v. 7 Luigi RondinaLuigi Rendina
137  v. 23 è, quel che e piùe, quel che più




















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