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LA SPEDIZIONE DI GARIBALDI IN SICILIA

MEMORIE DI UN VOLONTARIO

PER GIUSEPPE CAPUZZI  

PALERMO

STABILIMENTO TIPOGRAFICO DI FRANCESCO LAO

Salita de'  Crociferi num. 86.

1860.

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Al Lettore

Queste memorie furono scritte in mezzo alle vicende della campagna; in esse non troverai i fiori dello stile né le alte speculazioni della politica, ma soltanto la verità dei fatti.

Accettale siccome il ricordo di quanto operò nell'isola Sicula quel pugno di uomini, che si strinse intorno al grande Nizzardo colla fede di rendere libera ed una l'Italia.

Palermo ai 9 giugno 1860.

L'AUTORE

 

CAPITOLO I

Da Genova a Marsala.

Era la sera del cinque maggio (1860) e noi tutti, ín numero di mille e trecento, riuniti sulla spiaggia del mare, attendevamo ad imbarcarci. Splendeva la luna e le onde tranquille lambivano i nostri piedi; la calma del mare, il sorriso purissimo del cielo auguravano bene della nostra spedizione. Adagiati sulla ghiaia pensavamo ai cari che avevamo poc’anzi abbracciati, alle madri che ci strinsero al seno, alle sorelle, alle amanti, che ci avevano dato forse  l'ultimo addio; pensavamo alla casa in cui eravamo nati, ricevemmo il primo bacio, ebbimo la prima carezza. La mente per tal modo ritornando sul passato ricordava gli slanci del cuore, allorché affacciandosi alla vita senti prepotente il bisogno di amare: ricordava il volto della fanciulla che ci vinse, gli accenti dolcissimii che udimmo del suo labbro, la gioia che da quelli ci piovve sull'anima. Poi via via riandando  i giorni che furono ci soffermammo commossi all'idea della libertà, che diede alle anime nostre l'energia dell'azione e ci spinse fra i pericoli delle armi. Rammentammo la prima battaglia, quando riuniti in forte manipolo, soldati dell'Italia, facemmo impeto contro l'inimico e l'abbiamo vinto. Ai fiori che caddero sul nostro capo quando entrammo nelle lombarda città da noi liberate, al pianto che la gioia fece sgorgare dagli occhi delle vergini plaudenti al nostro arrivo, all'amplesso dei fratelli che ci salutarono siccome redentori, a tutto ciò pensammo e l'anima mesta fra quei ricordi soavissimi si spinse a meditare sulle future sorti.

Un lungo viaggio di mare, pieno di pericoli, ci divideva dall'estrema Sicilia; là era il campo dell'azione, là nuovi cimenti ci aspettavano, e nuove gioie. Noi muovevamo incontro ai soldati ed agli sgherri di un re iniquo; noi primi dalle sponde Liguri muovevamo in soccorso degli oppressi, onde la terra dell'Etna riprendesse il suo posto nella italiana famiglia, e fruisse i beni della libertà. La parola non ha modi di esprimere la commozione del cuore a tali pensieri; era quello per noi un momento solenne, uno di quei momenti che tutta raccolgono una storia di gioie e di dolori, di ricordi e di speranze.

Taluno, fuggitivo dal paterno focolare, mandava sull'ali dei venti un addio a'  suoi cari, col presagio che il suo piede non avrebbe più mai ricalcato il suolo che gli diede culla; e intanto pensava ai cimenti in cui avrebbe lasciata la vita, alla gioia di morire per l'Italia, al dolce ricordo che avrebbe lasciato la sua virtù, ai prodi che dalla sua bocca avrebbero raccolta l'ultima parola e sarebbero scesi a vendicarlo. Altri, esule dalle provincie venete, che fra le dure fatiche e i pericoli delle passate pugne area cooperato onde la croce di Savoja sventolasse fino al Mincio ed alla Cattolica, oggi impugnava novellamente le armi per la salute di Sicilia, sospirando il giorno, in cui il tricolore vessillo avrebbe sventolato anche sulla piazza di s. Marco, e gli sarebbe dato di riposare sotto il paterno tetto. Chi fra gli studi tranquilli educava lo spirito ed abbandonò le scuole per correre in soccorso dei fratelli, pensando che la prima e la più vera scienza è l'amore di patria, pensando che innanzi tutto doveasi far l'Italia libera e grande per poi illustrarla colle dottrine.

Vicini ad entrare in vascello, salutavamo in fine col cuore Genova, la generosa città, da cui in breve ci avrebbe disgiunti un lungo tratto di mare. Non si alzava un grido, non una parola fra di noi, la solennità di quell'istante faceva ognuno muto; pochi Genovesi abbandonando le popolate vie della città erano venuti a noi, e con delicata cura leggendo dai nostri volli le passioni che ci agitavano ci erano larghi di confortevoli parole.

Le dieci, ore erano di già suonate, quando alcune barche si avvicinarono alla riva; passammo in quelle e ci dilungammo di poche miglia dalla spiaggia aspettando i vapori che dovevano riceverci. Soffermati in mezzo alle acque ciascuno continuò colla mente la serie dei pensieri che l'aveva prima occupato. Alcuni riconosciutisi dopo lunga assenza, ricambiarono amiche parole e presero a narrare le precedenti battaglie, i fatti di Solferino, di Como, di Rezzato e via via con brevi ma vivi tocchi fecero la storia di loro imprese. Chi pigliava le mosse dal quarantotto e mostrava d'aver combattuto per la libertà di Roma; chi rammentava le glorie, i danni, e le sorti infelici di Venezia. Eranvi soldati veterani, che aveano da lunghi anni faticato per la salute d'Italia; eranvi giovani che appena aveano finita la campagna del cinquantanove, e fra questi valorosi si trovavano pure di coloro che scendevano alla prima prova ed andavano in Sicilia a ricevere il battesimo del fuoco. Dalla serena fronte di tutti però traspariva la fede nei futuri destini d'Italia, lo slancio generoso dell'anima, il coraggio e la perseveranza nell'opera.

Era vicina l'alba del giorno sei, quando una face. che mutava mano mano i colori facendo succedere al bianco il rosso, ed al rosso il verde, diede il segnale dell'avvicinarsi dei vapori che erano destinali alla spedizione. In breve vedemmo giungere a noi due legni mercantili, il Piemonte ed il Lombardo, sui quali ci imbarcammo. La loro capacità non permise di poter stare lutti a nostro agio, per cui molti dovettero rimanere ritti in piedi sopra coperta. lo mi trovava a bordo del Piemonte, quando un uomo di belle forme, collo sguardo dolce ed ardito, vestito modestamente ed avvolto in un mantello, comparve al posto del capitano, era Garibaldi l'antico condottiero di mare che a Montevideo avea mostrato la sua valentia, era il nostro generale che guidava sulle acque del Mediterraneo la sua schiera. La fama di tanta perizia ci fece bene dire alla presenza di quell'uomo; noi sapevamo che egli ci avrebbe condotti incolumi in Sicilia, ne avevamo la certezza. Comandante del battello il Lombardo era Bixio, nostro colonnello, antico compagno d'armi e di fortune di Garibaldi; giovane ardito e valente quanto altri mai, che avea intrapresi viaggi nell'Australia e pel corso di ventisei anni si avventurò sui mari. Con tali uomini la meta non poteva fallire; sapevamo che gl'incrociatori napolitani ci attendevano al varco e ci avrebbero con ogni mezzo impedito di prender terra, ma noi fidammo ciecamente nella maestria dei nostri capitani, fidammo nella stella d'Italia.

Il viaggio fu tranquillo, solo al secondo giorno vi fu marea, la quale influì d'assai su noi; barcolavamo siccome ebbri, il mal di mare si propagò dall'uno all'altro quale un contagio, pochi furono coloro che non ne provassero gl'influssi. Sdraiati in terra, senza prender cibo per non dar peso allo stomaco, siamo Mali per due intieri giorni fiacchi, estenuati. I nostri capi intanto si occupavano alacremente dell'organizzazione del corpo; si nominò lo stato maggiore, furono eletti i colonnelli e l'ufficialità che dovea guidarci. Dopo questo venne letto ordine del giorno nel quale fecesi cenno alla meta, cui dovevamo tendere, E' Unità cioè della Italia sotto lo scettro del Re Galantuomo. Con ciò furono smentite le stolte previsioni dei pochi, che iniquamente operando tentarono in Piemonte far credere essere nostro assunto di liberare la Sicilia per farne una repubblica. Conservammo anche il nostro antico nome di Cacciatori delle Alpi, nome già illustrato a Varese ed a Como, il che fu un'altra prova delle intenzioni del Generale volle a conservare il programma religiosamente seguilo nella campagna di Lombardia. Dopo di aver proclamato quali erano i capitani delle compagnie che andavansi a costituire, fummo invitati a scegliere colui dal quale volevamo dipendere. Era il principio della libertà di cui eravamo chiamati a fruire quantunque soldati: ognuno scelse il suo capo, io e molli miei compagni ci aggregammo alla schiera dei prode La Masa per dare così un'altra prova di affetto alla Sicilia, di cui il nostro capitano è degno figlio. Ci parve che, unendo le nostre alle sorti di quell'egregio campione, che nei lunghi giorni dell'esilio d'altro non si era curato che della patria sua, a cui donò indefessamente l'ingegno e il braccio, ci parve di meglio stringerci in indissolubile legame ai Siculi fratelli.

Completale le compagnie e stesi i ruoli, sbarcammo a Telamone, uno degli ultimi paesi di Toscana. Là dovevamo un poco riaverci dei danni che il mal di mare ci area fatti, e ricreare alquanto il nostro spirito. Quel piccolo villaggio ci parve una città quantunque sfornito di lutto; una breve sosta, una boccata d'aria di terraferma erano beni insperati. Molti di noi si gettarono in mare, e quel lavacro tornò salubre, dacché molti giorni erano passati senza poter curarci della pulitezza del corpo; altri passeggiarono sul circostante colle fra i cespugli di rosmarino; altri infine saliti sulla vetta contemplavano la natura e volgevano lo sguardo inverso i popolosi paesi di Siena, correndo col cuore fra le mura della gentile città.

Eravamo vicini alla terra dove la Pia era stata rinchiusa, e coll'anima tocca dalla considerazione dei mali che la infelice ebbe a patire, ripetevamo il verso d'Alighieri:

Siena mi te',  disfecerni Maremma.

La storia di quella donna, presso la cui tomba volgevamo i passi tutta ci invase la mente, giammai i versi del sommo poeta ci avevano piovuta nel cuore maggiore mestizia. Pellegrinammo divotamente fino ai sassi, dove è fama che siano rinchiuse le ceneri della tapina, gettammo un fiore su quel suolo santificato dal dolore e dal pianto, e ci staccammo cogli occhi velati dalle lagrime.

Furono dispensate lo razioni di pane, la carne, e il vino; divisi in piccoli drappelli si improvvisarono nella pubblica piazza le cucine, e quando le vivande furono allestite fraternamente mangiammo tutti in un vaso che ci servì di piatto. Ognuno fece poi raccolta di legna e portò un tronco d'albero, o un cespuglio, per accendere il fuoco e rendere più mite il rigore della notte che fu assai fredda. Indi innanzi a quei falò coricati sulla terra, stanchi per la veglia delle scorse notti ci addormentammo sotto il maestoso padiglione del cielo.

Alla mattina la tromba ci svegliò, i capitani riunirono le compagnie, vennero nominali i bassiufliciali e Si fecero alcune evoluzioni militari. Mentre si attendeva a ciò un giovane di bello e dolce aspetto, emigrato dalla Venezia, ebbe a cadere ammalato. Si temette un istante per la sua vita, tanta era la potenza del male che lo assalse, ma in breve si riebbe. Fui più tardi a salutare quel caro fratello che, sdraiato sovra un tettuccio in casa dell'oste, era tuttavia in preda ad un'ardente febbre. Le sue parole mi commossero, dolevagli di non essere in istato di proseguire il viaggio, lamentava la fatalità di dover rimanere in un paese, dove non un volto noto gli sorrideva, né un cuore palpitava per lui. Privo di mezzi pecuniari, vicino ad essere lasciato da noi che dovevamo continuare la nostra via, i' infelice era ben da compiangere, e noi lo abbracciammo penetrati della sua sventura, e dolenti di poter nulla operare a suo vantaggio. Dal movimento del cuore appresi allora che il perdere un amico sul campo di battaglia è meno amaro; che lasciarlo ammalato fra persone ignote. L'infelice restò a Telamone; che siagli avvenuto non sappiamo, voglia il cielo esauditi i voti che abbiam fatti per lui! Dovrei far parola dei costumi di quel paese, ma fu sì breve la nostra fermata che non ebbi tempo di studiarli; nonostante dal poco che potei osservare par. venti che i Telamonesi siano la più semplice ed onesta gente del mondo. L'accento dolcissimo, come a Siena, senza le aspirazioni del dialetto fiorentino, unito ad una non comune penetrazione e ad un sincero amore di quanto vi è di bello e generoso, ci resero care le poche persone che ebbimo ad incontrare. Quegli onesti figli delle Maremme sono per lo più pescatori, e vivono tutt'affatto di quella industria, assai poco ritraendo dalla terra che è alquanto ingrata. Il nostro soggiorno portò fra loro qualche denaro avendo smerciata ogni loro provvigione, il vino, il formaggio e le poche carni salate che si trovarono avere, tanto che se noi ci fossimo ivi soffermati un giorno ancora non si sarebbe trovato il bisognevole per alimentarci, se non avendo ricorso ai vicini comuni. E quei buoni paesani ci ricorderanno lungamente di noi, poiché, a quanto essi medesimi ebbero a dire, non isbarcò mai tanta gente al loro porto.

Era vicino il tramonto del sole, quando alcune barche peschereccie vennero a prenderci per tornare ai nostri vascelli, e allora la mia compagnia andò a bordo del Lombardo, capitanato, come ebbi a ricordare, da Bixio; il vapore era ben più grande del Piemonte ma d'assai più lento nella corsa. Appena imbarcati il cielo si fece nuvoloso, ciò fu di cattivo presagio per la notte, ma eravamo apparecchiati a tutto, onde si aspettava il cenno del comandante per partire, quando Garibaldi dal suo vascello diede ordine di ancorarci. Mi sdraiai sopracoperta, l'atmosfera era pesante, ma più tardi spirò un vento freddissimo che mi gelò; a ripararmi in qualche maniera da quei rigori, mi stesi sotto un sedile sul quale trovavansi alcuni, miei compagni, e dormii tranquillo fino al dimani.

Allo svegliarmi il sole indorava le vette dei monti vicini il che ci rese tutti sereni e gai; si aspettava il momento della partenza, ma appena il vascello si era posto in movimento fece sosta innanzi a Santo Stefano, luogo elevato e pittoresco; pare che causa della improvvisa fermata sia stato il bisogno di acqua dolce e di carbone. Siamo stati fermi fino alle tre pomeridiane e di poi lasciammo la spiaggia Toscana, drizzandoci alla volta della riviera di Civitavecchia. Fino allora avevamo sempre viaggiato in vicinanza della terra, perché eravamo prossimi agli stati nostri e nessun disastro ci poteva cogliere, ma avvicinandoci allo Stato Pontificio ci scostammo dalla spiaggia e ci recammo in alto mare. Là fra l'acqua e il cielo i nostri legni procedevano soli. portandoci celermente alla volta delle Sicule contrade, mentre i frizzi ed il buon umore erano con noi. Il pianoforte suonato da un giovane Bersagliere accompagnava le nostre voci, che ripetevano in coro le canzoni di guerra della passata campagna; (Nei canti erano portati dal vento sulle tranquille acque, ma nessun eco li ripeteva! Oh se quelle voci avessero potuto risuonare fino sulle vette dei monti di Trinacria, i generosi Siciliani avrebbero raddoppiato il loro ardore nella lotta contro i mercenari del tiranno, avrebbero fin d'allora aperta l'anima alla fede di un fraterno soccorso! I giorni intanto scorrevano e tutti si assomigliavano, cibo nostro era il biscotto, qualche rara volta un sorso di caffè, uno spicco di limone, un po' di rhum, ma ciò bastava alla nostra vita, non avevamo desiderii fuorché quello di sbarcare per gettarci nella mischia. Guardavamo i delfini che attorniavano il nostro vascello mandando coi loro movimenti spruzzi d'acqua; gli uccelli che qualche volta si posavano sugli alberi del vascello, un tronco che galleggiasse sull'acqua ogni piccolo avvenimento ci dava causa di distrazione e l'accettavamo volentieri siccome un mezzo per rendere meno grave la monotonia del viaggio. Chi volgendosi al pilota cercava conoscere il modo di governare il timone, chi spiava di lontano se vedesse comparire qualche vascello, chi coll'occhio avido cercava la terra. Quante volte le nuvole ci parvero montagne, e mentre salutavamo vicina la meta del nostro pellegrinaggio esse dileguarono! Era un disinganno, che spesse volte si ripeteva! Un nostro compagno che soffriva di epilessia si gettò improvvisamente nelle acque, egli nuotava con molta perizia, quando una voce si udì: un uomo in mare, un uomo in mare! Si calò il palischermo e il generoso figlio di Garibaldi con due uomini corsero a salvarlo. Era la terza volta? che quell'infelice si precipitava nell'onde, purea che una naturale tendenza ve lo spingesse. Restituito fra noi venne affidato alla cura del medico, che gli porse i soccorsi dell'arte, ma malattie di simile natura affaticano inutilmente la sapienza umana, onde ho il presagio che quello sventurato resterà presto o tardi vittima del funesto male.

Ogni volta che il sole appariva sull'orizzonte, ci sorrideva il pensiero che hon sarebbe tramontato senza toccare le sponde di Sicilia, era una speranza che molte volte andò fallita ma che ad ogni aurora si riproduceva più intensa. Sapevamo di non essere molto lontani dalle sponde Napolitane, sapevamo che gl'incrociatori di Francesco II stavano alle vedette perché non avesse luogo il nostro sbarco, o ciò rendeva più lunghe e tormentose le ore. Bixio ci aveva raccomandato il silenzio, onde i canti ebbero tregua, avea prescritto che all'avvicinarsi di qualunque vascello avessimo a chinarci il terra, onde non dare indizi sul numero degli uomini che trovavansi a bordo. Alcuni nostri compagni improvvidamente fecero rumore, onde il capitano salito sul tamburro ci convocò tutti e parlò di questo modo: Noi abbiamo giurato di andare in Sicilia, lo vogliamo e ci andremo; ma bisogna che ognuno di 'voi si sottoponga ai miei voleri, bisogna che io sia ubbidito siccome un Dio. Dichiaro che userò la violenza, ove sia necessaria, perché i miei ordini siano eseguiti! Queste brevi ma forti parole ci balenarono alla mente che poteva non essere lontano il momento del pericolo e che era d'uopo stare apparecchiati. Durante la giornata furono dispensate le armi e le munizioni, segnale anche questo che poteva essere vicina l'ora di un cimento. Se fossimo incappati nella crociera, privi come eravamo di artiglieria, non ci restava altro che avvicinarci al primo vascello nemico ed entrarvi a baionetta, era un disperato partito ma non restava altra via di salvezza.

Era la sera del dieci, e molti di noi silenziosi si coricarono, come le notti precedenti, per trovare un po' di riposo. Gli animi però non erano affatto tranquilli, onde il sonno non fu propizio se non a coloro che men degli altri sapevano calcolare la difficoltà della situazione. A me fra gli altri non passò nemmeno pel capo l'idea di dormire; appoggiato col mento sulla balaustrata della sopracoperta, spingeva lo sguardo qua e là per l'immenso spazio osservando se qualche oggetto comparisse. Il Piemonte che era molto più celere nel corso ci aveva di molto preceduti e non era più a portata dei nostri occhi, onde eravamo soli senza la fedele compagnia di lui. Mentre molti erano intenti a spiare un lume ci apparì dal lato di sud, sulla via per la quale eravamo incaminati; era un vascello che veniva incontro a noi, dacché quella fiammella si rendeva sempre più visibile; quasi allo stesso tempo due altri lumi furon visti splendere dal lato di est. Il capitano ordinò allora di spegnere i nostri fanali, onde fummo in breve circondati dal buio, mentre la macchina raddoppiava la sua attività. Questa manovra non passò inosservata ai pochi che vegliavano, i quali stavano coll'occhio intento ora al mezzogiorno ora all'oriente in attesa di qualche avvenimento. Intanto sempre più si avvicinava il vascello dal sud, che girando poi sulla nostra sinistra si pose dietro di noi. Non comprendevamo le intenzioni di quella mossa che aveva dello strategico, quando si udì allo suonare una voce: Olà del Lombardo, era la voce di Garibaldi, che correva sulle nostre traccia inquieto forse del ritardo. Qual senso mi facesse quel noto accento, nell'ora solenne in cui eravamo, non so ridire; era la voce di un amico che suonava a noi vicino per proteggerci, era la voce di un salvatore. A quella chiamata Bixio rispose la parola d'ordine, poi uniti insieme il Piemonte ed il Lombardo continuarono celeramente la loro via. I due lumi, che erano comparsi all'oriente, mano mano sparirono, onde fummo rassicurati che nessun pericolo ci soprastava.

A quella notte incerta seguì una rosea aurora, sorse il sole maestoso e ci fu di lieto augurio, era infatti quello il giorno in cui il nostro piede avrebbe calcato il sacro suolo siciliano. Verso le ore tre pomeridiane poi l'undici maggio noi eravamo già nel porto di Marsala ed attendevamo a sbarcare, quando alcuni legni della marina napolitana comparvero. I cannoni erano stati trasportati e noi pressoché tutti avevamo toccata la terra, allorché l’intrepido Bixio tornando prontamente al Lombardo, e non trovando la chiave del camerino, ne atterrava con un pugno la porta onde trasportare le munizioni, il che fu eseguilo con somma rapidità. Non si lasciò sul vascello che un po' di riso, del biscotto, e del rhum. Sfilavamo lungo la via per entrare in Marsala, quando i legni nemici ci mandarono palle e mitraglia; erano salve di gioia pel nostro arrivo, alle quali abbiamo risposto col grido entusiastico di Viva l'Italia, Viva Garibaldi. Nessuno fu ferito, onde in bell'ordine entrammo in città. I regi, non avendo potuto nuocerci inimodo alcuno, vollero vendicarsi calando a fondo uno dei nostri vascelli e trasportando l'altro seco loro; rappresaglia degna di anime codarde!

CAPITOLO II

Da Marcala a Vita

Appena entrati in città ci fermammo lungo la via, e si fecero i fasci d'armi; la popolazione, sorpresa per la nostra inaspettata venuta, sbigottita dal tempestare dei cannoni, ci ricevette freddamente; poche persone del volgo si avvicinarono a noi, ma nulla ci fu dato comprendere del loro dialetto. Avevamo bisogno di cibo, ma la disciplina militare non permetteva che potessimo staccarci dalle nostre armi, onde ben pochi poterono avere del pane. Un ordine venne in breve di marciare fuori della porta ed io fui messo colla mia squadra di avamposto all'oriente della città, altri vennero mandati vicino al porto, onde garantirci da uno sbarco dei regi e da un attacco. La vita militare incominciava con tutti i suoi pesi, ma noi prima di abbandonare le case nostre sapevamo a quali fatiche, a quali abnegazioni andavamo incontro, onde non ci tornò grave l'acconciarvisi. Alla mia volta venni posto a guardare la spiaggia del mare colla consegna di chiamare all'armi, ove qualche nemico comparisse di là. Era tetro il sito e vi regnava un silenzio sepolcrale, solo il vento sibilava fra le erbe. Un' ora corre veloce vicino alla persona che si ama, o in lieta brigata, ma col fucile in ispalla e facendo sentinella passa lentamente. Cogli occhi fissi alla riva del mare, a stomaco digiuno, stanco dei disagi sofferti, io ricordava gli ozi della paterna casa, paragonava il passato col presente, ma la virtù sta nei sacrifici onde alzava il volto al cielo superbo del cómpito che mi era assunto, chiedendo a Dio la forza di poter reggere alla vita disastrosa che imprendeva, e perseverare nel santo proposito. Smontato di guardia riparai coi miei compagni in una casetta senza finestre, dove, sdraiatomi con loro sulla terra, dormii saporitamente fino alle due ore. Un sergente venne dipoi ad ordinarmi di seguirlo in unione ad altri quattro; era notte ancora, una splendida luna illuminava il creato e noi per sentieri tortuosi e mal noti, dilungandoci due miglia dal corpo di guardia, fecimo una ricognizione sulla spiaggia del mare. Eravamo a metà del nostro cammino quando il raggio solare indorava le vette delle circostanti colline, e tutta la natura siccome risorta a novella vita si vestiva dei suoi mirabili colori. Gli uccelli salutavano la luce, le campane coi loro tocchi chiamavano alla preghiera, mentre le genti di contado, lasciando gli abituri, guidavano le greggi al pascolo.

Il nostro sguardo allora spaziò fra i vigneti, fra gli ulivi; ammirammo la profusione dei doni che la natura avea largiti a quella contrada diletta. Pittoresco era il sito, alle terga avevamo un castelletto, abitazione di qualche ricco proprietario, di fronte il mare, alla destra un colle. L'anima incantata sognava le gioie dei fortunati abitatori del luogo; qui era il silenzio la meditazione, le segrete dolcezze di una vita solitaria note solo a chi ha sofferto, e il cuore con uno slancio ardente le desiderava, ma il tempo del riposo non è giunto per chi nacque nella terra di Dante; solo quando l'italiana famiglia sarà riunita avremo posa.

Di là, ricalcando le nostre orme, in breve fummo riuniti ai compagni, ma appena giunti venne l'ordine della partenza. Tornammo in città, furono dispensate le razioni di pane, ci si diede un franco di paga, poi dopo una breve rivista ci incamminammo. Muovevamo innanzi il piede sbocconcellando, si mangiava pensando ai ricchi che di tutto sazi trovavano insipido ogni cibo, mentre per noi quel pane aveva il più grato sapore, condito come era dalla fame. Dopo cinque miglia di cammino vi fu una fermata di pochi minuti, la quale tornò molto accetta dacché la sferza del sole ci avea alquanto molestati e non eravamo peranco abituati alle marcia. Il generale per tutto quel giorno viaggiò a piedi: eravamo divisi in duo file sui cigli della strada ed egli camminava in mezzo a noi, scambiando cortesi parole coniamo o coll'altro. Era consolante vedere quell'uomo raro conversare famigliarmente coi gregari, dividendo seco loro la fatica del viaggio.

Dopo aver percorso un tratto di strada ci siamo in tornati nelle campagne, e si progredì fra gli sterpi e le erbe; da un lato ci stavano campi interi di frumento vicino a maturanza, dall'altro terre ripiene di fave. La marcia si faceva sempre più disastrosa, sia per la stanchezza, sia per la crescente difficoltà del viaggio. La sete ci tormentava, rare erano le fonti che si incontrarono lungo la via, e ci era stato proibito il bere acqua, temendo potesse nuocere sudati come eravamo. Si aveva ricorso però a dei succhi di erbe e a qualche grano di fava, che sembrava confortasse un poco le arse fauci. In sul mezzogiorno abbiamo volto il passo fuori della strada che percorrevamo; ad una cascina era stato posto un grande recipiente pieno di vino misto coll'acqua, mano mano passavamo ci veniva data una scodella per bere. Lo champagne, il bordeaux, i vini del Reno non parvero mai a palato d'uomo più prelibati di quella mistura d'acqua e vino. Dopo un tale conforto vi ebbe un po' di sosta, poi si riprese la marcia. Non si sapeva a qual punto erano volli i nostri passi, a qual paese dovevamo pernottare, il che ci poneva di mal umore. Le ciance oziose erano cessate, nessuno più aveva voglia di parlare, tutti muoveano innanzi taciturni, sperando non fosse lontana la fermata. La sola domanda che a quando a quando si ripeteva era questa: quante miglia abbiam falle? E qui v'era grande discrepanza nelle opinioni, ognuno misurava a norma della propria stanchezza, il cammino percorso.

La strada oltre all'essere sassosa ed ingombra, era anche tortuosa, le salite erano frequentissime il che ci affaticava maggiormente. La sete per il momento mitigata, risorse ben presto più ardente di prima e la fame anch'essa si faceva sentire; qualcuno, più degli altri lepido, ricordava essere la sete e la fame indizi di salute e dovercene noi tutti consolare.

Dopo una salita più ripida delle altre, si fece alto sulla vetta di un monte, abbiamo creduto che là fosse il sito della fermata, ma non ci fu concesso che un po' di riposo per riprender lena. Garibaldi, che trovavasi allora innanzi alla colonna, proibì di sederci nei seminati per non recare alcun danno alle proprietà. Appena stesi sulla terra alcuni Siciliani muniti di archibugio comparvero fra di noi; furono le prime persone armate che incontrammo. Dai volti e dai movimenti appariva l'animo risoluto di quella gente, che sola e pressoché inerme ebbe il coraggio di battersi corpo a corpo coi mercenari del Borbone. Stanchi come eravamo non abbiamo potuto far molta festa a quei buoni paesani, ma il Generale pagò per noi tutti. Scambiate seco loro poche parole, lo vedemmo stringerseli al seno e baciarli con indicibile effusione. Invidiammo la sorte di quegli uomini che posarono le loro labbra sul volto dell'eroe, noi che ci terremmo fortunati se sulla sua destra ci fosse dato imprimere un bacio, quale arra di amore e di devozione. E quel ricambio di affetti ebbe per noi un ben allo significato, era il formidabile campione di Roma, il vincitore di Varese, che si stringeva in fraterno amplesso agli uomini del contado, era l'uomo provvidenziale che veniva per rompere la catena della schiavitù, e consacrava col primo suo atto l'eguaglianza e l'amore.

Un cenno del colonnello ci fece sorgere prontamete, i fucili tornarono a pesarci sulla spalla, la marcia fu ripresa. Nell'andarcene davamo uno sguardo alla terra che ci fu per breve tempo di giaciglio, e di cui ci doleva tanto lo staccarci. I passi rallentavano sempre, la stanchezza aveva vinto le tempro più robuste, onde ci sorrideva il pensiero che il Generale non avrebbe più lungamente protratto il viaggio. Il sole ci dava un saluto e si nascondeva dietro le creste dei monti, ma noi camminavamo ancora; ad ogni castello, ad ogni casolare che il nostro occhio incontrasse ci ripromettevamo la sosta, ma era un vano desiderio. Correva voce che mancassero ancora otto o nove miglia alla stazione, il che alta messo lo scoramento nelle file, quando improvvisamente ci fermammo: fatto un movimento sulla destra della strada, passammo in un vigneto, e composti i fasci darmi ci siamo sdrajati. Dopo pochi momenti di riposo, che ci ristorò alquanto dalla fatica, gli altri imperiosi bisogni della natura si fecero sentire. 11 bisogno di mangiare era però meno prepotente della sete, onde il primo nostro desiderio fu di avere dell'acqua; lasciai il mio posto per andarne in cerca, e mi rivolsi ad un casolare vicino all'accampamento, ma sulla porta era di già posta la sentinella che impediva l'entrata. Chiesi ad un contadino da bere, ed egli risposemi che di vino non ne teneva, e che per avere dell'acqua bisognava recarsi alla vicina fonte. Un'erta discesa mi divideva da quella, era bujo, ma a tentoni, camminando e sdrucciolando, la guadagnai in breve, e fatto siccome il greco filosofo, delle mani scodella, bevetti replicatamente. Bentosto una folla di compagni fu sulle mie orme, e riempiendo ripetutamente un vaso di terra, che seco avean recato, sbramarono le loro voglie. Pane e cacio furono il pranzo e insieme la nostra cena, cibi conditi dalla fame e da una corsa non classica come quella all'Eurota, ma non meno breve, né meno disastrosa. Il sonno non ebbe bisogno di essere invocato; quantunque la terra fosse umida e la rugiada scendesse noi ci addormentammo ben tosto. Il cielo intanto andava rannuvolandosi, non era un' ora che tranquillamente riposavamo quando una pioggia minuta, ma fitta venne a rinfrescarci. Nessuno di noi però se ne era accorto tanto alto e letargico era il sonno, quando la tromba suonò. Alla chiamata ognuno sorse pensando che l’inimico poteva essere penetrato nel campo, l'idea del pericolo, il bisogno della difesa bandi tosto dalle pupille il sonno. Intorno a noi non udivasi alcun rumore, lo che indicava non esservi stato attacco, onde pensammo che eravamo stati svegliati per partire. L'acqua che continuava a cadere e il freddo che avea investite le nostre membra ci rendevano più accetta la marcia che una più lunga fermata, ma il colonnello. dopo averci ordinato di procurare che le armi non si bagnassero, ci lasciò al nostro posto consigliandoci di dormire. Ognuno sentiva ribrezzo a sdraiarsi nuovamente, si pensò tosto ad accendere il fuoco, ma non si trovavano legne, tutto il combustibile si riduceva a poche festuche di paglia; era giuocoforza starcene in piedi fermi o stenderci sulla terra, e in questa alternativa scelsero pressoché tutti di coricarsi. In quello stato penoso, senza dormire, senza muoverci, durammo fino alla mattina quando la squilla c'invitò all'alzata.

La pulizia delle armi fu la prima occupazione; ad essa fece seguito la lettura dell'ordine del giorno che fissava la nostra partenza la mezzodì; a quell'ora infatti si prese a marciare verso Salemi. Conoscevamo il nome del sito alla volta del quale erano rivolti i nostri passi, e questo ci rese meno grave il cammino, quantunque, come per lo addietro, fosse disastroso. Non si sapeva di quante miglia vi distassimo ma presentivamo che non lungo sarebbe stato il viaggio, dacché parea che quel paese fosse il termine stabilito alla marcia del giorno innanzi. Avevamo valicate alcune colline quando di lontano, sulla sommità di un monte, ci apparvero dei gruppi di case, e dal cuore noi tutti salutavamo Salemi continuando con più ardore il cammino. Lungo le valli che passammo; si assembravano i contadini battendo le mani o gridando: Viva la ‘talia; dall'espressione dei loro volti appariva la gioia di vederci, la speranza che col nostro mezzo avrebbero riacquistata la libertà. Anche il grido di Vittorio Emmanuele fu assai volte ripetuto, il che significa come a quelle anime rozze sia balenata l'idea dell'unità italiana sotto il re Galantuomo. Da oltre tre ore si camminava, e pareva già di toccare la meta, quando una salita ripida ci si parò innanzi che l'occhio misurò con stupore. I cacciatori delle Alpi non ebbero sgomento di tanta altezza, e siccome caprioli si arrampicarono per guadagnarla, ma molti furono vinti dalla fatica e dovettero riposarsi per qualche minuto onde riprendere  lena. La sete, compagna indivisibile del viaggiatore pedestre, anche in quel giorno ci aveva tormentati; a metà della salita una fonte di acqua limpida, chiamò la maggior parte di noi a ristorarci, ma tale fu l'accalcarsi che pochi poterono bere al zampillo, mentre gli altri posero il capo nella sottostante vasca, abbeverandosi di acqua men pura. L'ordine del comandante ci fece staccare tutti da quel luogo, e si riprese il cammino, che continuò senz'altra sosta.

Eravamo entrati in Salemi o una folla immensa di popolo, che dai punti più culminanti avea collo sguardo seguito i nostri passi, si accalcò intorno a noi; vi fu un ricambio di cortesie e di amplessi. La musica coi suoi concenti salutò la nostra venuta, e le campane suonarono d'allegrezza. Per noi prima cura fu quella di dissetarci; alcuni improvvidamente si posero a ber vino e in breve furono ebbri, altri mangiarono aranci e limoni, di cui si portarono molti cesti che vennero tostamento spacciati. Comperammo di poi uova, carciofi e pane, per alimentarci. Dopo ciò il mio battaglione venne guidato al convento di s. Francesco di Paola, dove ci vennero forniti i pagliericci, per dormire. Fino a quel giorno tutti noi ci eravamo sempre coricati sulla nuda terra, pensate quanto potesse esserci accetto quel lusso insolito, e come felice e tranquilla si riprometteva ognuno la notte sopravvegnente Giammai l'uomo della borsa e del blasone si stettero a maggior agio sulle loro soffici piume!

Il Generale in quel giorno fece pubblicare il seguente proclama:

«SICILIANI

«Io vi ho guidato una schiera di prodi, accorsi all'eroico grido della Sicilia—Resto delle battaglie Lombarde — Noi siamo con voi! — e noi non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra—Tutti uniti all'opera sarà facile e breve —All'armi dunque! chi non impugna un'arma, è un codardo od un traditore della patria. Non vale il pretesto—della mancanza d'armi.

«Noi avremo fucili, ma per ora un'arma qualunque ci basta —impugnata dalla destra d'un valoroso—I Municipii provvederanno ai bimbi, alle donne, ed ai u vecchi derelitti —All'armi tutti! la Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente volontà d'un popolo unito.

Queste parole brevi, ma energiche come l'anima che le ha dettate, fecero impressione sugli abitanti di Salemi, dacché tutti coloro che erano atti a portare le armi accorsero alla chiamata. Anche i vicini Comuni mandarono il loro contingente, tanto che le fila dei soldati d'Italia andavano ognora crescendo. Mentre che il Municipio invitava e con ogni mezzo il popolo ad armarsi, noi spendevamo le ore fra meno serie cure passeggiando il paese e fermandoci per le osterie e pei caffè.

Al giorno seguente di buon ora fummo chiamati, sfilammo in piazza aspettando l'ordine della partenza; pioveva dirottamente, onde eravamo apparecchiati ad un disastroso viaggio, quando contro ogni nostra aspettativa il Capitano ci ricondusse al quartiere. Non poteva esserci determinazione più accetta per noi; era un giorno di festa che ci veniva concesso, di che seppimo valerci. L'acqua cadeva a catinelle, ma pure mezzi di distrazione non ci mancarono. Riuniti in piccoli crocchi quale in una, quale nell'altra casa, fecimo ammanire dei cibi e godemmo tutti gli agi e le delicature che ci erano consentite dallo stato nostro e dalla condizione del luogo. Pensavamo che quello era forse l'ultimo giorno di spasso che ci restava, e questo pensiero rendeva più arguti i frizzi e più rumorosa l'allegrezza.

Eravamo già restituiti alla caserma, e stavamo per coricarci, quando venne l'ordine di tenerci pronti alla partenza, vennero visitati i fucili se erano bene caricati, poi ci. lasciarono dormire fino alla mattina. Dicevasi che un corpo di soldati napoletani era vicino a Salerai, e che al giorno successivo dovevamo batterli. La notizia fu ricevuta con gioia, ognuno desiderava uno scontro, desiderava di cimentarsi coll'inimico.

Ci alzammo di buon ora, come al solito, e partimmo colla certezza di aver a sostenere una prova. Il volto dei nostri ufficiali era più aperto del consueto, essi ci consigliavano l'allegria ed intuonavano le note canzoni, per farci animo a gettarci nel cimento. Alla testa della nostra colonna si trovavano le bande armate convenute a Salemi; pareva che esse volessero ingaggiare la battaglia, e che noi fossimo destinati a far impeto sui nemici quando erano in rotta. E ben a ragione i Siciliani, che furono per tanti anni vittima della prepotenza Borbonica, nel giorno in cui traltavasi della libertà del loro paese, avevano diritto di essere primi alla pugna. L'entusiasmo di quella gente era grande, vecchi e giovani, uomini o fanciulli, quali armati di archibugi irrugginiti, quali di lancie, chi con pistole, chi con pugnali correvano verso Calatafimi. Molli proprietari col moschetto e la sciabola, in groppa ai loro cavalli, animavano gli altri e capitanavano le squadre. Coloro che per età non potevano prender parte all'azione incuoravano gli accorrenti colla voce, e cogli auguri di vittoria. Era lo spettacolo di un popolo intero che insorgeva contro la tirannide, di un popolo memore dei lunghi lutti sofferti, che conscio della propria forza brandiva le armi per farsi libero.

Intanto procedevamo ripetendo il canto che i volontari del lombardo Manara, di gloriosa memoria, faceano echeggiare fra le mura della eterna città, quando per breve stagione cessato il governo clericale, i Trina' , viri ne tenevano l'impero. Quella canzone ritemprava il nostro ardore belligero colle care memorie di quanto operò  l'eletta coorte, che dopo la fatale giornata di Novara custodi per lungo tempo ancora il palladio della libertà, e si ritirò invitta allora soltanto che la prepotenza del più forte soverchiò il diritto delle genti.

Entravamo in Vita, e gli abitanti affollati assiepavono le vie, fanciulli e donne, coperte il capo di una mantelletta di lana bianca, ci mandavano saluti, ripetendo gli evviva all'Italia, a Garibaldi, a Vittorio Emmanuele.

Ma qui non ci fermammo che pochi minuti, rivolgendo tostamente i nostri passi verso Calatafimi.

CAPITOLO III

La battaglia del 13»saggio.

Non distavamo un miglio da Vita che il nostro corpo fece sosta, ci siamo sdraiati lungo la strada, in attesa dell'ordine di proseguire il cammino. Le bande armate intanto continuavano a capitare e passavano oltre; su tutte le alture dei monti circostanti si vedeva un agglomerarsi di gente. Ci era stato detto che  l'inimico distava tre miglia, la nostra fermata improvvisa, mentre i Siciliani procedevano innanzi, ci raffermava nell'idea che fossimo destinali alla riserva. Al vedere la folla di persone che accorrevano, pensavamo un tratto che forse l'opera nostra riesciva inutile, essendo le squadre abbastanza forti e numerose da pugnare da se stesse l'inimico. Un tale pensiero ci rammaricava, eravamo venuti in Sicilia per batterci non per far mostra di noi nelle città e nei villaggi, siccome soldati di parata.

Aspettammo due lunghe ore ascoltando se si udisse il rumore delle fucilate, ma invano. Intanto gli abitanti di Vita, riuniti in piccoli crocchi, camminavano essi pure alla volta del campo nemico. Fra gli altri un canuto vecchio mi commosse alle lagrime cogli atti e le parole sue. Io, diceva il buon uomo, ho vissuto il mio tempo, e dono alla patria il resto di una logora esistenza, fortunato se la mia morte potrà salvare la vita a qualche giovane, cui sono riservati migliori e più lunghi anni. Non erano quegli accenti una bugiarda larva di virtù, ma si l'espressione sincera dei moti del cuore. Oh, se ogni casa avesse avuto un uomo, che parlasse un tale linguaggio, la schiavitù non avrebbe per si lunga stagione avvilita l'Italia! Era pressoché mezzogiorno quando, riprese le armi, ci avviammo noi pure nella direzione di Calatafimi. La strada piegava all'oriente, lungo una gola: ci fecero salire sul colle che stava alla nostra destra. Da quell'altura vedemmo il campo dei nemici, e la formidabile posizione che tenevano. Drizzando poi lo sguardo lungo la strada si osservò un piccolo drappello di cavalieri diretto alla nostra volta, ma che ci diede tosto le spalle tornando a Calatafimi. I regi erano disposti in ordine di battaglia ed aspettavano l'assalto, quando i nostri carabinieri cominciarono il fuoco. I primi colpi erano appena giunti al nostro orecchio, che ci fu dato l'ordine di avanzare; eravamo disposti alla bersagliera, in quadriglie distanti dieci passi l'una dall'altra. Il movimento fu rapido, per quanto il potesse comportare il terreno sassoso e pieno di  sterpi; mano mano la nostra colonna procedeva più vivo ed accanito faceasi il combattimento. Ai colpi di carabina si alternavano da parte dei nemici i colpi di mitraglia, essi aveano appostati due cannoni che vomitavano su noi palle e morte. Oltre a questo i Napolitani aveano armi migliori delle nostre, i loro fucili colpivano alla distanza di mille passi, mentre i nostri non' giungevano che ai trecento. Di più essi avevano una superiorità numerica contando tremila e seicento combattenti, mentre la nostra colonna non era che di mille e dugento uomini attivi; aveva il vantaggio di una posizione pressoché imprendibile. Si chiamava quel sito il Monte del pianto dei Romani, in memoria di una vittoria riportata dai Segestani sulle coorti dell'antica dominatrice del mondo; oggidi una seconda vittoria sarà registrata dalla storia, quella dei soldati della civiltà sopra i mercenari del dispotismo.

I vantaggi dell'inimico non fecero che invigorire maggiormente il nostro ardore, era la prima battaglia che si tentava e si dovei vincerla ad ogni costo. Avevamo di già valicate le creste dei monti, che ci divideano dai regi, e tentavamo la salita sull'altura da loro occupata mentre il tempestare delle carabine e dei cannoni si l'acca più frequente. Alcuni dei nostri caddero ben presto trafitti dalle palle nemiche, altri furono posti fuori di combattimento per ferite riportate. Queste perdite esacerbarono gli animi nostri, alla foga che ci spingeva alla pugna per la liberazione della patria, s'univa al lora il rancore verso gli assassini dei compagni nostri e la sete di vendicarli!

In breve guadagnammo terreno, ed appostali ad una riva fecimo un po' di sosta, onde riprendere lena. Di là correndo salimmo per appoggiarsi ad una seconda barriera; il fuoco continuava, i regi sparavano a pelottone sopra di noi, ma i loro colpi non erano ben diretti e cadevano quasi sempre vuoti, mentre le nostre palle andavano diradando le file nemiche.

La foga della precipitosa corsa ci aveva alquanto affaticati, onde sostammo affannati dietro ad un casino, ivi ognuno chiedeva il conforto di qualche stilla d'acqua, ma invano. lo mi trovai nel sacco un arancio e tenutone uno spicco divisi il resto fra gli ufficiali; fino la corteccia di quel frutto venne spremuta, tanto erano ardenti le labbra. Intanto la tromba dei regi aveva suonato all'assalto, aspettavamo che avanzassero verso di noi, ma non si mossero dalla posizione. Essi ci temevano troppo per cimentarsi alla baionetta, il loro comandante aveva invano ordinato la carica, il che dimostrava quanto poco valore avesse la sua voce sull'animo dei soldati. Menotti Garibaldi allora, accompagnato da pochi, preso nelle mani lo stendardo tricolore, sali l'altura e s'innoltrò a dieci passi dall'inimico, ma una palla gli ferì la destra tanto che fu costretto affidare la bandiera al suo vicino, il quale ben presto cadde trafitto. Schiaffino, il generoso Schiaffino in quella gloriosa fazione fu colpito nel petto e mori lasciandoci il ricordo del suo coraggio, del suo amore all'Italia della sua rara virtù. Si dico che il gregario che lo colpi venisse dai tiranni premiato col grado di sergente e col dono di cento scudi!! Menotti Garibaldi visti cadere i due campioni che lo accompagnavano, temendo di essere fatto prigione, col revolver e colla spada si apri una via e tornò a noi.

Il Generale allora per animarci a riprendere l'assalto venne fra le file, pochi ma recisi furono gli accenti che pronunciò, all'udirli sentimmo rinascere in noi  l'ardore, ci sentimmo eroi, tanto era il fascino de'  suoi sguardi, delle sue parole. La carica fu ripresa con un impeto indescrivibile; i regi sgomentati da quel movimento istantaneo, abbandonarono la posizione battendosi in ritirata. Bixio, l'intrepido nostro colonnello, pareva l'alato, ritto sul cavallo sfidava collo sguardo imperterrito il nemico mentre le palle fischiavano intorno a lui. Intanto un pugno di valorosi aveva guadagnata l'altezza e s' era impadronito di un cannone, i prodi che primi compirono quella brillante fazione furono il sergente dei bersaglieri signor Meneghetti Gustavo di Treviso e la guardia d'onore signor Cariolati.

Ricordo con soddisfazione il nome di que' giovani egregi, onde sia d'incitamento a me ed a'  miei compagni d'armi ad imitarne l'esempio.

I regi messi In rotta si ritiravano confusi, lasciandoci sei prigionieri; nella fuga però non cessarono dal molestarci con ogni mezzo. Si posero a scagliare sassi sopra di noi, e colpirono il Generale; la botta fu cosi forte che cadde. Coloro che lo videro giacere in terra furono atterriti, temendo che fosse ferito, ma ben tosto egli sorse e narrò ridendo l'accaduto.

La posizione era nostra, i napolitani aveano l'ali ai piedi tanto il timore poteva sull'animo loro. Raccolte le compagnie, incessanti durarono le domande sulla sorte dell'uno e dell'altro e vi fu un alternare di amplessi appena si incontrava l'amico, il compaesano, il conoscente. Il numero dei morti non fu che di sedici, ma ognuno aveva una perdita da lamentare. La vittoria era piena, la campagna di Sicilia era cominciata gloriosamente, lo che ci faceva dimenticare la fatica del combattimento, e i disagi passati, ci faceva prorompere in accenti di ammirazione verso l'eroe che ci aveva guidati! Stretti intorno a lui non seppimo far violenza agli slanci del cuore, le nostre braccia lo avvinsero, le nostre labbra deposero sul di lui volto un bacio, arra di amore, di venerazione.

Le bande armate, che erano convenute sul luogo, stettero in disparte aspettando l'esito del combattimento, pronte a piombare sull'inimico ove il bisogno lo esigesse. Alcuni Siciliani però, più degli altri coraggiosi, si posero nelle nostre file e seguirono con perseveranza i nostri passi. Fra coloro che ci combattevano a lato rammenterò sempre due frati, i quali armati d'archibugio muovevano con noi contro gl'inimici. Uno di quei generosi cadde morto, l'anima sua dalle elette sedi del Cielo guarderà ora a noi, lieta che la terrena patria ove pellegrinò sia fatta libera. L'altro è il padre Giovanni, che si fece nostro compagno e nostro consolatore, e ci segue sempre, sfidando i pericoli delle battaglie e le abnegazioni della vita militare. È una di quelle anime ardenti, che dalla liberazione della patria attendono i progressi della civiltà e il trionfo della religione, di quelle anime che tutto consacrano alla  felicità dei fratelli. Egli si rivolge al popolo e la sua parola trova un eco nei cuori, siccome la voce che viene dal Cielo; egli accorre ove più ferve la pugna ad incoraggiare gli animi, a confortare gli ultimi istanti di chi muore per l'Italia. Oh così comprendessero tutti i preti la loro missione! i mali della patria sarebbero minorati, e il trionfo della santa causa sarebbe in breve compiuto. Ma i ministri dell'altare fecero, in molte parti d'Italia, comunanza co' ministri dei re e così sui popoli pesa doppio il giogo della prepotenza.

Il sole era al tramonto e la brezza vespertina asciugava il sudore tuttora grondante dalle nostre fronti, e noi cercavamo di ripararci dietro ad una siepe o dietro ad una roccia dal freddo che ci investiva. Seduti sulla terra guardavamo alle nostre vesti sporche e lacere, alle mani annerite dalla polvere, alle scarpe che più non capivano i piedi: il disordine degli abbigliamenti dava adito ai frizzi, ma il riso sfiorava lo nostre labbra e &i spegneva tosto al pensare che tanti generosi fratelli giacevano esanimi vicino a noi. Mi era rassegnato all'idea di passare la notte in quel luogo, quando la mia compagnia dovette scendere il monte, per guardare la strada e garantirci da una sorpresa notturna. Quantunque non torni molto piacevole l'essere d'avamposto, quella sera mi vi acconciai volentieri, sperando che sulla vie sarebbe stata meno cruda e molesta l'aria. Un casino servì di corpo di guardia, ma ci fu ordinato di non entrare; si temeva che un corpo di cavalleria potesse incamminarsi alla nostra volta, onde ci sdraiammo sulla strada per essere pronti al bisogno. Venne recato pane, cado, e vino per alimentarci; era fino dalla mattina che non si prendeva cibo, onde ci gettammo con ardore su quelle provvigioni, e in men che si dica furono divorate. Sulla strada e sul monte furono accesi fuochi, di quando in quando erano sparati dei colpi di fucile per tenere all'erta le sentinelle, ma io ravvolto nel mio mantello e steso sulla polvere della via dormii placidamente, come fossi adagiato su di uno sprimacciato letto. Alcuni paesani vennero durante la notte per annunciare a Garibaldi che il generale Landi aveva colla truppa Piapolitana abbandonato Calatafimi, muovendo alla volta di Partinico. Così un corpo numeroso, disciplinato ed agguerrito fuggiva innanzi ad un pugno di gente; abbandonando una situazione pressoché invincibile.

Alla mattina il colonnello Tiirr fu a noi, ci fece schierare e ci guidò a Calatafimi.

CAPITOLO IV

Da Calatafimi a Dorgaito.

Salivamo per la strada che mena a Calatafimi, guardando stupiti al castello fortissimo per la sua posizione, stupiti come la truppa regia non avesse pensato a stanziarvisi, per impedire almeno su quella via la nostra marcia alla volta della Capitale. Entrammo in paese fra le ovazioni degli abitanti, che nel giorno prima aveano gioito allo scoramento dei regi da noi fugati, e ne aveano patiti i danni di molle ruberie. Le botteghe erano pressoché tutte chiuse a motivo della mancanza di generi, non un caffè, non un sigaro. noi trovammo, i prodi nemici non avendo potuto vincere la battaglia cercarono di nuocerci col lasciare Calatafimi sprovveduto di tutti quei piccoli conforti, che alleviano le fatiche della vita militare. Il pane però o le altre provvigioni da bocca non mancarono lo che era l'essenziale.

La nostra marcia continuò fino in capo al paese di dove, fatti i fasci d'armi e poste le sentinelle, ci siano rivolti alla piazza ed alle contrade più popolate. Una fonte ricca di limpide acque era nel centro del paese, li fecimo un po' di toilette, ci lavammo e pettinammo. E quello fu un ristoro per la nostra pelle arsa dal sol: e dalla polvere, un ristoro che parve rinnovellarci l'esistenza. Dopo ciò chi qua chi là, o in una osteria, s in una casa privata, pressoché tutti pensarono ai sogni dello stomaco chiedente con prepotenza la colazione. Non fu lauto il pasto come ben potete pensare, ma qualunque cibo in quell'ora era accetto, la fame eguaglia il pasticcio di Strasburgo ad un tozzo di pane nero.

Il vino però era eletto, come in tutta Sicilia lo si beve, e quello ci confortò d'assai. Furono reiterate le libazioni, i brindisi si succedettero, celebrando rumorosamente la vittoria del giorno prima. È cosi dolce un po' di baldoria, quando si ha la coscienza d'aver compiuto il proprio dovere! Il nostro patto era finito, ed ognuno n'andava pe' fatti suoi, quand'io in compagnia d'un caro compaesano volgeva i passi verso un romantico sito per ammirarne le bellezze. Era un convento di Francescani, posto su di una altura all'oriente del paese. Salimmo una scala e fummo nel vestibolo, dove ci riposammo per poco su d'un sedile di pietra. Entrati poscia, il Padre Guardiano, avendo indovinato chi fossimo, ci ricevette con contrassegni di stima e speciale deferenza, accompagnandoci a vedere il giardino. Là aranci, limoni, frutta e fiori di ogni specie, disposti con quella studiata negligenza che rivela la finezza dell'arte, e rivi di chiarissime acque scorrenti, e profumo soavissimo che ricreava i sensi.

Il buon frate, scorrendo le ajuole, ne addittava con sollecitudine le piante che furono da lui culte e crebbero per sua cura, accennava alla quantità e squisitezza delle frutta di questo o quell'albero, parlava dei modi di coltivazione. Seduti di poi sotto un cespuglio, egli ci richiese della nostra terra natale, si consolò al racconto delle imprese passale, gioì allo intendere quali fossero i disegni altissimi, che ci faceano muovere verso Palermo. Le mie parole l'aveano commosso poiché una tacita lagrima gli bagnò la guancia, e rivolto lo sguardo al cielo sembrò pregare che si compissero i destini da me preconizzati. La tromba intanto suonava la raccolta e noi dovevamo tornare alla nostra compagnia; il buon Padre allora compose un mazzo dl fiori e ce lo diede imprimendoci un bacio sulle labbra, e chiamando la benedizione di Dio sul nostro capo. Noi commossi, lasciammo quel santo luogo, e con celere passo raggiungemmo i compagni di già sfilati ove alla mattina s'erano lasciate le armi.

Quell'appello improvviso era stato fatto onde prendessimo posto nella caserma assegnataci, situata in una parte culminante del paese: là ci vennero destinati degli stanzini che doveano servire per riposarci. Vi era stesa della paglia trita, la quale avea servito nei giorni antecedenti di letto ai Napolitani. Il primo nostro sentimento fu di ribrezzo a coricarci sullo stesso giaciglio dei nostri nemici, onde ci proponemmo tutti di giacere sul nudo suolo, piuttosto che sdraiarci in que' stanzini. Dopo la nostra entrata in caserma ci venne letto il seguente Ordine del giorno:

«Soldati della Libertà Italiana! Con compagni come voi io posso tentare ogni cosa, e ve l'ho provato ieri portandovi ad una impresa ben ardua, pel numero dei nemici, e per le loro forti posizioni.

«Io contavo nelle vostre fatali baionette, e credete che non mi sono ingannato.

«Deplorando la dura necessità di dover combattere soldati italiani — noi dobbiamo confessare che trovammo una resistenza degna di uomini appartenenti ad una causa migliore — e ciò conferma quanto sa«remo capaci di fare — nel giorno in cui l'Italiana famiglia, sia serrata tutta intorno ai Vessillo glorioso di redenzione.

«Domani il continente Italiano sarà parato a festa per la vittoria dei suoi figli — e dei nostri prodi Siciliani.

«Le vostre madri, le vostre amanti superbe di voi, usciranno nelle vie colla fronte alta e radiante. Il combattimento costò la vita di cari fratelli! Morti nelle prime file quei martiri della Santa causa Italiana saranno ricordati nei fasti delle glorie Italiane. lo segnalerò al nostro paese il nome dei Prodi, che sì valorosamente condussero alla pugna i più giovani ed inesperti militi, e che condurranno domani alla vittoria su i campi maggiori di battaglia i militi, che devono rompere gli ultimi anelli di ca Iene con cui fu avvinta la nostra Italia carissima.  

Queste parole del Generale furono ricevute fra gli applausi, esse valsero la maggior ricompensa che potesse esserci resa. Era l'Eroe di Varese, l'uomo prodigioso che non conobbe mai la sconfitta, che a'  suoi soldati rivolgeva un tale linguaggio, onde noi tutti provammo l'orgoglio di essere stati strumento della vittoria, e ci parve che parte della gloria del nostro invitto Duce rifulgesse su di noi.

In Calatafimi intanto entravano attruppamenti di paesani dei luoghi vicini, accompagnati da due bande musicali che andarono a suonare sotto i balconi del Generale, facendo echeggiare l'aria di Evviva. Garibaldi si presentò allora al popolo, e ringraziatolo co' cenni degli attestati di stima che gli erano dati, parlò in semplice e breve modo, com’egli usa, del bisogno che avea la Sicilia di armarsi per poter rompere la catena della servitù, facendo appello a tutti coloro che sentivano in cuore amor di patria ad unirsi a lui per liberarla. Quegli accenti vigorosi trovarono un eco negli animi, dacché in tutto quel giorno furono affollate le sale del Municipio da gente che correva ad inscriversi per far parte della forza attiva del paese. La spaziosa nostra caserma fu tutta gremita di questi nuovi soldati che ci guardavano con compiacente sguardo, superbi di appartenere essi puro alla Legione dei liberatori d'Italia. Dai loro sguardi, dalle parole, dai movimenti traspariva la maschia vigoria,l'ostinato proposito, e l'energica prontezza dei figli dell'Etna. Per tal modo tutti i villaggi fornivano il loro contingente d'armati, e le nostre file si facevano ad ogni di più compatte.

Passammo lietamente il resto della giornata, e ci restituimmo alla caserma sull'ora della ritirata, onde riposarci. La mattina, di buon ora, dato un saluto a Calatafimi, e a tutti i nostri compagni feriti, che ivi furono con fraterna cura ricoverati, marciammo alla volta di Alcamo. Il cammino ci parve lungo più di quanto fosse in realtà pel desiderio che avevamo di visitare quella borgata, desiderio fatto più vivo dell'idea di ricevere come altrove contrassegni di pubblica esultanza. Le festose accoglienze e le ovazioni cominciavano a solleticare il nostro amor proprio.

Era pressoché mezzodì quando noi entravamo in Alcamo, correva la festa dell'Ascensione, e il popolo devoto affollato nel Tempio assisteva ai sacri uffici. Il Generale e lo Stato Maggiore andarono a ricevere la benedizione che l'Arciprete, vestito delle assise sacerdotali, loro impartì sul limitare della chiesa. A questa cerimonia fece seguito un discorso del Padre Giovanni volto a dimostrare il bisogno che tutti concorressero attivamente alla santa impresa di liberare la patria. Le parole dell'egregio Frate erano piene di evangelica unzione, e di generosi sentimenti, e risuonavano per la via siccome la voce di un Apostolo, che chiama alle battaglie, perché la virtù trionfi e la giustizia riprenda il suo posto nella umana famiglia. Le vie intanto sempre più si accalcavano, da ogni lato, sopra ogni finestra appariva un segnale di gioia, tutti mandavano un evviva a Garibaldi, un saluto a noi. Dopo aver preso parte al tripudio universale, fummo condotti nel convento dei Gesuiti, abbandonato dai Reverendi il giorno prima, al ritirarsi della regia truppa; sfilammo nel vasto cortile.

Le perdite patite nella giornata del quindici avevano alquanto scemato il numero dei nostri, onde bisognava riformare le compagnie. Vennero anche nominati gli ufficiali, che doveano rimpiazzare i mancanti, non che i bassiufficiali. In quel giorno io cambiai per la terza volta di capitano. Parmi aver accennato che sul Lombardo scelsi per comandate La Masa, or bene quando noi toccammo terra, quell'egregio erasi internato con altri nell'isola per organizzare le bande armate e capitanarle, onde i movimenti rispondessero al piano del Generale. Perdei però in quella occasione il capitano che aveva scelto, egli venne surrogato dal signor Palazzolo, altro distinto Siciliano, che cadde ferito nella precedente battaglia. Fu pertanto destinato al comando della mia compagnia il capitano Taddei, soldato provetto, che già avea dato prove nella campagna precedente della sua perizia militare e del suo coraggio. Nell'atto che egli cominciava le funzioni, a cui era chiamato, stimò opportuno rivolgerci queste parole: a Io vengo a voi non siccome capitano, ma qual compagno d'armi; in me avrete un amico, un fratello. So che abbandonaste la vostra casa per il trionfo di un principio, tengo però inutile l'esortarvi ad esserne degni propugnatori. Ciascuno, ponendosi la mano sul cuore «ed ascoltandone i generosi slanci, apprenderà quali siano i doveri del soldato, e saprà compierli. Già voi otteneste il battesimo del fuoco e continuerete con perseveranza nell'ardua; ma splendida via, sulla quale siete incamminati».

Per tal modo l'uomo, che assumeva il difficile incarico di guidarci, guadagnava fino dal primo istante gli animi nostri. Ed gli smentì giammai le benevole parole di quel dì, che sempre ci colmò di sollecitudini e ci fu davvero amico e fratello.

Dopo avere organizzate le compagnie, si prese posto nella camera destinataci, dove sdraiati sulla paglia, passammo tranquillamente due ore, in attesa del rancio. Dopo il pasto i miei compagni passeggiarono per le contrade di Alcamo, io dovetti starmene in casa e passare il restante del giorno e la notte al corpo di guardia, montando alla mia volta sentinella.

Fra i danni avuti nella battaglia ertivi quello che la maggior parte di &i restò senta calzatura; onde provvedere almeno ai più bisognosi si requisirono dal Municipio tutte le scarpe che si trovarono in paese. Ne fu in breve portato un centinaio di paia, ma per la qualità dei corami di che erano costruite, o per la forma dozzinale, non si prestavano per nulla a chi doveva intraprendere lunghe marcie pci monti. La necessità non ha legge, come dice un antico adagio, onde chi non voleva camminare colle calcagna in terra do vette indossare quei duri arnesi. Quanti piedi delicati che erano sempre stati imprigionati fra pelli aristocratiche, dovettero in quel giorno acconciarsi a quelle scatole di cuoio, il cui ruvido attrito ebbe ad infiammarli e piagarli, tanto che gli sfortunati cui toccò in sorte quel nuovo tormento con somma fatica comminavano, ed alcuni dovettero continuare le marcie sui carri dell'ambulanza.

Alle due e mezzo antimeridiane del diciotto, la tromba suonava l'alzata, e noi abbandonato il duro letto ci apparecchiammo alla partenza, che ebbe luogo però soltanto alle ore quattro. Si andava a Partinico, grossa borgata, i cui abitanti erano' dai Siciliani designati siccome ardenti di patrio amore ed assai belligeri. Il cammino non fu come per lo addietro disastroso, le strade mano mano ci avvicinavamo alla capitale erano più ampie e comode. Giunti ad un altura non molto distante del paese si videro le traccie di un combattimento, la via era tutta seminata di pezzi di carta, che dalla forma si riconoscevano per reliquie di cartuccie. Narravasi che in quel luogo le squadre s' erano gettate addosso ai regi, ritirantisi da Calatafimi dopo la giornata del quindici, e ne aveano scompigliate le file, uccidendone molli. E difatti quel corpo durante il viaggio ha patite molte perdite, e giunse a Palermo pressoché disfatto.

Agli attacchi, che ripetutamente ricevette dalle bande armale, si aggiungevano le diserzioni, le quali si facevano sempre più numerose. Noi ad Alcamo fummo raggiunti da quattro soldati napolitani, uno dei quali era sergente, che domandarono di poter servire sotto la bandiera italiana, e furono accolti nella nostra Legione.

Entravamo in Partinico, quando uno spettacolo crudele si affacciò ai nostri occhi; in un fosso giaceva, presso ad un cavallo morto, e che era già in putrefazione, una catasta di cadaveri mezzo abbruciati. Era  l'istinto della vendetta che avea indotti i paesani a quella barbara rappresaglia: i regi rivolte le armi verso le donne ed i fanciulli, appiccarono il fuoco alle case derubandole, onde l'ira degli abitanti si rovesciò brutalmente su di loro e li spinse a quell'eccesso, degno della barbarie dei tempi andati. Non vi dirò nulla della impressione penosa, che fece su di noi quello spettacolo, tutti ne ebbimo orrore. Uccidere un nemico in battaglia, nuocergli con tutti i mezzi possibili, era nel buon diritto, ma inveire contro gli estinti che pagarono di già colla morte la pena di una vita malvagia, è una vendetta bassa e vigliacca; ma chi mai può metter argine alle passioni di un popolo furente, insano? All'entrare nel paese noi ebbimo a vedere in parte i danni che le truppe borboniche aveano recati; case arse, botteghe saccheggiate; si scorgeva che una soldatesca sfrenata s'era data ad ogni licenza, non rispettando né uomini, né cose. Eppure quella truppa di assassini nacque in Italia, ha comune con noi la favella, respira l'aria pura che noi respiriamo, a lei sorride lo stesso nostro cielo. E perché rifiuta ella l'amplesso dei suoi? Perché, soffocando i moti santissimi del cuore, si fa carnefice del fratello? Non ha l'Italia abbastanza nemici estranei, che seminarono il lutto nelle sue belle contrade, che stanno con ingorda voglia a spiare l'istante di poterle nuovamente invadere e signoreggiare, perché anche i suoi figli volgano contro di lei le mani parricide? Il ricevimento dei Partinicesi fu fragoroso; ma alle grida festanti del popolo, affollato per le vie, faceva contrasto il pianto delle donne, che ci mostravano col  dito le rovine della loro casa, chiedendo vendetta dell'orrendo eccidio. Sostammo in un palazzo grandioso, dove per le capaci stanze venne sparsa la paglia onde riposarci, ma appena eravamo sdraiati udimmo suonare il valse e la poka, udimmo scrosci rumorosi di risa; erano i nostri che danzavano. I paesani per darci prova di loro gioia vennero nel cortile a suonare, e i Cacciaori delle Alpi, dimenticando ad un tratto la stanchezza, ballavano lietamente quasi avessero allora allora lasciate le molli piume. Scesi io pure cogli altri onde prender parte alla festa, che continuò per mezz'ora senza interruzione. Il colonnello Bixio venne a por fine alle danze, ci convocò tutti e coll'energia che è propria a quella maschia natura, così parlò: Volete voi andare a Palermo? La risposta a questa domanda fu fragorosa tanto che tutte le mura del palazzo ne rintronarono: Ebbene, continuò il Colonnello, in breve noi saremo a Palermo o all'inferno! e qui un nuovo scoppio di voci altissime rispondeva alla proposta. Ognuno di noi sentì vigorose le forze del corpo come avesse fino allora riposato, dagli occhi nostri sfavillava la gioia, tanto era potente il desiderio e la speranza di raggiungere tra poco la capitale.

Non potendo, per la strettezza del tempo, occuparci nell'apprestare il rancio, ci fu data la paga. Era il secondo franco che si riceveva dal dì dello sbarco in poi. Alcuno meraviglierà all'udire come cosi di rado noi toccassimo denaro, ma qual bisogno ci era mai se eravamo nutriti? Nessuno di noi era venuto in Sicilia coll'idea di menar lauta vita, sapevamo che la fame e i disagi sarebbero stati nostri compagni indivisibili, nessuno però ebbe mai a muover lagno perché non era pagato, anzi pareva che il ricevere moneta ci avvilisse. Del resto pressoché tutti avevamo portato da casa qualche scudo, e coloro che erano assolutamente privi di denaro venivano soccorsi da chi ne avea; ogni cosa nostra era comune, e si riguardava siccome diritto che l'amico potesse indossare la mia camicia, ed io porre alla mia volta la mano nel suo portamonete e cavarne un fiorino.

Abbandonata la caserma, ognuno pensò a pranzare, gli alberghi, le osterie, le bettole furono invase. Ai maccheroni, cibo a noi gradito, fecero seguito il tonno fresco, la lattuga, i cavoli, e si finì il pasto colle fragole, innaffiate largamente di generoso vino. Bevuto poscia il caffè ed acceso il sigaro, tornammo prontamente al quartiere per disporci alla partenza. Il battaglione in breve fu ordinato e si prese la strada verso Borgetto. All'uscire da Partinico ebbimo nuovamente sotto agli occhi il turpe spettacolo di cadaveri bruttati di sangue, monchi, abbandonati sulla pubblica strada al ludibrio dei passanti. Le ingrate sensazioni furono allora ripetute in me così vivamente, che la memoria di quegli eccessi durerà eterna nell'animo mio.

La nostra marcia non fu molto lunga; ci fermammo ad una altura lontana circa un miglio da Borgetto. La posizione, sotto riguardo militare, era delle migliori; nessuna truppa per quanto agguerrita e numerosa, ivi avrebbe potuto assalirci con vantaggio, ma il luogo non offriva alcun comodo della vita; da un lato e dall'altro si ergevano alti monti, solo una strada stretta e due cascine piccole e disabitate erano traccia della mano dell'uomo. Anche le squadre soffermarono in questo sito, stendendosi innanzi a noi nella direzione di Borgetto. Sopravvenuta la sera io mi sdraiai sulla via, l'erbe dei campi erano già inumidite dalla rugiada, onde prescelsi per letto la polvere della strada. Riuniti in quattro, e stretti fra noi onde riscaldarci, eravamo addormentali, quando uno scalpitare a noi vicino ci svegliò; un cavallo intollerante di freno correva alla nostra volta, il timore di essere pestali dal suo piede ci fece sorgere in fretta. Allora rinunciai al sonno, non trovando luogo adatto, e mi rivolsi ad un crocchio di paesani che stavano riscaldandosi ad un povero fuoco alimentato con dei tronchi di fico d'India. Quei buoni Siciliani alla mia venuta si ritrassero e mi diedero il posto d'onore; sedetti su di un sasso e presi posto al beneficio di quella pallida fiamma. Fu intavolato fra me ed un notaio un discorso sulle condizioni della Sicilia, parlammo distesamente delle pubbliche scuole, dell'agricoltura, della industria. Il mio interlocutore era persona istruita, seppe ritrarre al vivo i bisogni del paese, ed apprezzare i vantaggi che da un libero stato potevano ottenersi. Il discorso fu prolungato con sempre crescente interesse, fino a quando giunse l'alba; allora io mi ritrassi in disparte per contemplare il sorgere del sole. Era tutto assorto nel godimento di quel maestoso spettacolo, quando le soavi armonie di un usignuolo mi piovvero sull'anima  una dolce melanconia. Si accelerarono le pulsazioni del mio cuore, staccato da ogni umana cura, quasi inconsapevole della vita, stetti collo sguardo fisso a quella luminosa apparizione della luce, adorando l'o pera del Supremo Fattore.

In breve la tromba suonò  l'alzata, e la mia estasi dileguò; fummo posti in rango, credemmo di partire, ma fatte alcune evoluzioni le file si sciolsero. Quel giorno fu caldissimo, tanto che ci diede grande molestia; fortunatamente un rivo di fresche acque scorreva nel mezzo della valle, che ristorò assai volte la nostra arsura. Fu continuo l'affaccendarsi a riempire le &schegge, che tenevamo ad armacollo, a lavare il volto e le altre parti del corpo. Qua e là, riuniti a due, a tre, per difenderci dalla sferza del sole abbiamo piantate delle tende, stendendo i mantelli sopra i fucili posti a fascio. A quel caldo insolito fece seguito una notte freddissima, e più tardi una pioggia continuata. Per la mancanza assoluta di altre legne si atterrarono i pali destinati a sostenere i fili telegrafici, e spezzate quelle lunghe aste in piccoli pezzi si accesero molti fuochi. Ciò servi a riscaldarci e ad asciugare un poco le vesti, ma l'acqua continuava a scendere, e il vento insinuandosi nelle legne accese, mandava ora all'uno, ora all'altro una densa colonna di fumo che lo costringeva a ritirarsi.

Era venuto il giorno e pioveva a diluvio, bagnati fino alle midolle noi non sapevamo più come salvarci da quei torrente di acqua, quando a me balenò l'idea di trovare nel vicino monte una gretta per riparo. Sali per le roccie con due miei compagni ricercando ogni angolo, ma invano; allora, tagliate delle frasche da alcune piante di ciriege selvatiche, tentammo di fare un tetto che ci desse asilo. L'opera procedeva alacremente, ma quando era vicina al compimento tutto rovinò; ci studiammo di rifare con maggior cura quella specie di casa, e poi contenti ci siamo posti sotto la di lei protezione. Quel tetto però era troppo trasparente, e l'acqua filtrava e ci colpiva il cappello e qualche volta il collo, sembrava fossimo sottoposti alla cura della doccia.

La sera il Generale credette opportuno di abbandonare quel posto, e rivolgersi a Borgetto, onde passare meglio la notte, e ristorarci un po' dal disagio patito.

CAPITOLO V

Da Borgetto a Misilmeri.

Borgetto è vicinissimo a Monreale, sito fortificato dalla natura e dall'arte, e barriera di Palermo: a difesa di quel luogo erano posti duemila e cinquecento uomini della truppa reale. llo detto duemila e cinquecento riportandomi alle voci che correvano, le quali non sano la più sicura espressione della verità, specialmente in tempo di guerra. Qualunque però ne fosse il numero noi sapevamo di certo che a Monreale v'era un corpo di nemici, onde pensammo che al giorno vegnente si sarebbe data battaglia. Ciò non ci impedì di dormire, protetti dalla larga tettoia di un portico, passammo tranquillamente la notte ristorando le abbattute forze.

La mattina il nostro battaglione si mosse alla volta dell'inimico avvicinandosi a Monreale, mentre le squadre cominciarono il fuoco. Impegnata così la battaglia noi attendevamo il cenno di procedere più innanzi, quando in quella vece abbandonammo Borgetto, tornando nella situazione del giorno prima. Questo movimento retrogrado fu da noi fatto a malincuore; si comprendeva che la tattica l'avea suggerito, ma il tornare indietro era così contrario ai desideri, alle tradizioni dei Cacciatori delle Alpi, che nemmeno per finzione lo si voleva. Aggiungi a questo che in tal maniera si ritardava la nostra andata a Palermo, a cui ci chiamava un sì ardente desiderio che non fra le palle dei moschetti, ma anche in mezzo al fuoco dell'inferno saressimo passati per toccare quella meta. E si noti di più, che essendo noi tornati alla posizione già prima occupata, memori di quanto avevamo sofferto, sentivamo ripugnanza a soffermarci nuovamente in quel malaugurato sito. Ma il soldato propone e il Generale dispone, se Garibaldi così avea deciso n'avrà avuto le sue buone ragioni, e noi dovevamo ciecamente ubbidirlo.

Non so come il nemico abbia giudicato quella nostra ricognizione, nel fatto egli non mosse un passo fuori da Monreale, e non pensò di venirci ad attaccare. Tutto quel giorno però noi siamo stati vicini alle nostre armi senza staccarcene d'un passo, i cannoni furono appuntati nella direzione della strada, siamo stati insomma apparècchiati ad ogni evento. Erano passate di già le due ore pomeridiane quando ci venne distribuito il cibo; in quel di il nostro pasto fu lauto, ebbimo minestra di riso, carne e vino. Per gente avvezza a sfamarsi con un po' di pane duro e cacio cavallo era davvero un lusso insolito la minestra e il bollilo. Ma per mangiare il riso si cominciava a trovare degl’intoppi, non avendo con noi piatti, né altri vasi che potessero farne l'ufficio; una mente analitica, ispirandosi forse ai bisogni del ventre, scopri allora che le funzioni di piatto potevano interinalmente essere assunte da una pala di fico d'India. L'invenzione non aveva ancora ottenuto il privilegio, onde noi tutti eravamo in diritto di usare di quei piatti. Alla mancanza poi del cucchiaio supplì una crosta di pane, invenzione questa che risale a tempo più antico, forse all'epoca in cui si mangiò la prima scodella di minestra.

Le voci intanto ad ogni istante si contraddicevano; da prima si diede spaccio alla notizia che le bande armate avevano vinto e Monreale era di già nelle loro mani, poi si raccontò che la battaglia durava accanita; e nel fatto le squadre si erano fino dalla mattina ritirate appena videro la nostra mossa. Chi asseriva che i regi camminavano alla volta di noi per assalirci ed abbruciavano passando le cascine; chi dichiarava che prendevano le mosse verso Palermo abbandonando la posizione. E queste contraddizioni, si ripetevano ad ogni ora, ad ogni minuto, in qualunque sito ci trovassimo. Mai non si ebbe una relazione esatta sullo stato della capitale, talune voleva che cinquemila fossero i soldati che la custodivano, altri pretendeva che il loro numero ascendesse a venti mila: chi asseriva essere tranquilli i cittadini, chi li voleva già alle prese coi regi. A questa alternativa di buone e cattive novelle è ormai assuefatto chiunque prese parte a sconvolgimenti politici, e sa qual valore hanno le darle  in siffatti tempi, ma ciò non toglie però che le dicerie dal più al meno non ci commuovano. Si crede volentieri ad uno fausto annuncio per quanto strano ed possibile sembri, e non si può vincere il rammarico che porta una trista novella, quantunque apparisca infondata.

Il sole di già tramontava, quando improvvisamente ci venne dato l'ordine di partire, e la colonna si mosse in direzione parallela a Monreale. La strada era spaziosa e battuta, ma dopo alcune miglia, mentre la sera era già innoltrata, fecimo sosta. Si parlò di un sentiere remoto che dovevamo pigliare, si parlò di S. Giuseppe e di Parco senza sapere a quale di questi due paesi fossimo diretti. Noi ci sdraiammo disposti ad aspettare in quel sito la mattina, mentre si fecero levare dai carri i cannoni, che, caricati sulle spalle de'  paesani, dovevano precederci nel cammino. Questa operazione fu lunga e difficile specialmente per l'oscurità che regnava; il Generale vi soprastette e anzi vi prese parte attiva, aiutando perfino colle spalle e colle mani gli sforzi della gente incaricata del trasporto. Così l'illustre Campione ci insegnava che chi sente verace amore di patria, e voglia davvero liberarla, non deve rifuggire da qualsiasi lavoro per quanto abbietto e servile sembri; ogni fatica intesa al bene del proprio paese è nobile e degna di encomio. Che questa lezione non sia perduta per glilaliani! Finito quel penoso lavoro noi prendemmo una via disastrosa e salimmo su di un' altura; ad ogni passo vi era uno sterpo, un cespuglio, una pianta che intralciava il piede; poi fossi ripieni di acqua e macigni. La salita non fu molto lunga, ma anche la discesa ci costò fatica, perché la strada in luogo di migliorare andava peggiorando. Credemmo che dopo aver valicato quel colle ci si presentasse un men disagiato sentiere, ma fu un vano desiderio, ad ogni muover di passo le difficoltà si accrescevano. Ora un torrente attraversava il cammino e mentre si spiccava il salto per passarlo ci trovavamo di botto in mezzo alle acque, tanto era fitta l'oscurità da impedirci di vedere il fatto nostro. Ora si credeva di porre con sicurezza il piede sulla via e s'incontrava una buca nella quale sprofondavamo. Si camminava insomma alla cieca, a tentoni, appoggiandosi al fucile o al compagno, e tastando il terreno prima di cimentarsi a fare il passo. Anche questa precauzione riusciva molte volto inutile, che tutto ad un tratto, essendo la terra bagnata, si sdrucciolava e perduto l'equilibrio cadevamo distesi. Accadde molte volte che taluno inciampando fermava ad un tratto tutti quelli che lo seguivano; la testa della colonna procedeva innanzi, e coloro che s'erano arrestati perdevano le traccia del sentiero. Allora si rendeva necessario, per non ismarrire fra quei pantani, di darsi la voce onde riunire la lunga fila, e però di quando in quando udivasi una chiamata, unico suono che rompesse il silenzio della marcia. A far poi sempre più orribile quel viaggio scese una copiosa pioggia; pareva che la terra e il cielo congiurassero ai nostri danni. Qualcuno, memore delle parole che Bixio aveaci dirette a Partinico, che cioè saressimo andati a Palermo o all'inferno, affermava che quella era davvero la strada dell'inferno; qualche moralista da celia soggiungeva che comoda e larga, è una tal strada mentre spinoso e stretto dovei essere il sentiero che mena al paradiso. Io per me trovai insipido lo scherzo, e badai al fatto mio per non cadere, o intoppare nella punta della baionetta di chi mi precedeva. E cosi tutti ci avessero badato che non avrebbero sentito il freddo della lama insinuarsi nelle carni, come accadde a taluno.

Solo alla mattina noi siamo giunti a Parco, bagnati, laceri, pieni di fango fino agli occhi. Grandi fuochi furono accesi sulla pubblica strada, ma tanto erano le nostre vesti molli che durammo fatica ad asciugarci. A rimediare in qualche modo al disordine del nostro abbigliamento non v'era altra via che spogliarsi, e dar a lavare i calzoni ed i giubbotti. E cosi fficimo, ma siccome non portavamo con noi altri abiti in fuori di quelli che ci coprivano, fumino costretti a rimanerci in mutande. mentre le donne del luogo lavarono, e il sole asciugò le robe nostre. Ci pesava intanto il dovercene restare fermi, inerti, onde banditi i riguardi, passeggiavamo in quell'arnese le contrade di Parco.

Ristorammo un po' lo nostre forze mangiando e bevendo, poi indossate le vesti alla meglio pulite, salimmo sopra la vetta di un monte. L'aria, come al solito, era freddissima, buon per noi che ebbimo abbastanza legno per nudrire il fuoco. Le ore furono lunghe ed insonni, e si passarono novellando vicino alle fiamme crepitanti, il sonno non scese sulle nostre pupille, quantunque il viaggio disastroso della notte precedente ci avesse di molto affaticati. Il giorno sorse finalmente e noi salutammo la luce siccome un'amica da lungo tempo aspettata. Ai nostri occhi si mostrò allora Palermo che ci parve più bella di quanto la natura la fece, per le dolci speranze che a lei ci legavano. La riguardammo come il Beduino, che dopo un lungo e faticoso viaggio sulle infocate sabbie del deserto, osserva l'oasi che anela di raggiungere. Poche miglia ci dividevano da quella città, ma sa Iddio, pensavamo noi, quanti sacrifici ci costerà quel breve tratto di via, quanto sangue sarà sparso prima di raggiungerla! Più lontano, sulla tranquilla superficie delle acque, vedevansi alcuni navigli immobili, ed altri a vela spiegate fuggenti verso le care contrade in cui nascemmo, dove lasciammo un tesoro di ricordanze e di affetti. Le anime nostre, accompagnandosi un istante a quei legni, ne precedevano il corso, volando sulle ali dei venti al paterno casolare, per cercarvi le sembianze materne, e il mesto sorriso della sorella.

Parco è luogo fortificato dalla natura, la sua posizione è pressochè inespugnabile, onde si diede luogo alla credenza che s'avrebbe fatto un po' di sosta e si avrebbe avuto qualche giorno di riposo. E poi Palermo era si vicina, che in breve ora potevamo essere nel suo recinto, e ciò ci confortava a sperare che le lunghe marcie fossero finite. In questa idea noi riposavamo contenti, e intanto si faceva sempre più vicina l'ora della battaglia, che avrebbe deciso le sorti di Sicilia. Sentivamo di esserne già alla vigilia, ma un tal pensiero non poteva funestarci: sapevamo inevitabile il conflitto, onde col desiderio piuttosto che allontanarne ne acceleravamo r istante; fosse la vittoria, la sconfitta o la morte che ci aspettava, volevamo pronta la soluzione del fatale problema. A rendere vieppiù salda quella credenza contribuì il vedere che si fortificava i I sito con barriere di pietre sovrapposte, collocate intorno alla vetta del monte sul quale eravamo accampati, e sulle alture occupate dalle altre compagnie.

In quel giorno ci attendevamo ad un fatto d'armi, dacché in sul pomeriggio udimmo le fucilate spesseggiare vicino a noi: erano le bande armate che si battevano coi Napolitani, ma noi non vedemmo pur l'ombra di nemici: essi però erano vicini e dovevamo aspettarci di essere in breve attaccati. È forse per questo che alla sera noi abbandonammo la vetta del monte per recarci alle sue falde, trincerandoci dietro le mura del cimitero; è forse per questo che i cannoni vennero appuntati nella direzione della sottostante strada. Il Colonnello passò la notte fra di noi, una specie di sarcofago, gli servi di giaciglio, mentre noi eravamo sdraiati sul pavimento della cella mortuaria, dove le esalazioni mefitiche che uscivano dai sepolcri ammorbavano l'aria. Vicini ad entrare in battaglia e stesi sopra un suolo che raccoglieva le ossa dei trapassati, noi passammo quella notte in un placido sonno come fossimo prossimi a toccare la felicità, e giacessimo sulle foglie di rosa.

La notte passò senza allarmi, ma da poco eravamo svegliati che il rumore delle fucilate si fece udire nella direzione di sera. Un corpo di nemici avea ingaggiato battaglia, i Carabinieri Genovesi sostenevano l'assalto, mentre noi sfilati aspettavamo la nostra volta per entrare nel conflitto. Un ordine c'invitò bentosto a salire, ma appena toccammo la strada si prese la direzione di mattina, e volgendo le spalle al luogo del combattimento c' incamminammo verso Piana. Il Generale non aveva voluto accettare battaglia, pareva che noi fuggissimo lontano da Parco e da Palermo.

Quella mossa avea in taluno suscitato il dubbio che Garibaldi, non avendo trovato conveniente di misurarsi coi regi perché le nostre forze non bastavano, si fosse deciso abbandonare l'impresa, ma chi conosceva le ardite gesta di quell'uomo a Montevideo e la ostinata difesa di Roma non poteva sospettare una tale idea. Egli è capace di morire, ma non di venir meno al suo proposito. L'Europa intera teneva lo sguardo fisso su di lui, e no spiava attentamente le opere, pronta a lacerarne la fama se un poco avesse esitato a procedere nel suo nobile cammino. L'uomo, la cui vita era una successione di luminosi fatti, non potea smentire con un atto di debolezza il suo glorioso passato. La nostra ritirata non poteva però essere che una mossa strategica non mai una fuga.

Dopo aver percorso un tratto di strada, allorché eravamo vicini a toccare Piana, mandata innanzi l'artiglieria con un po' di scorta, noi salimmo su d'un altissimo monte, chiamato Campanaro: ne toccavamo il culmine mentre le squadre si battevano coi napolitani. Riposammo un poco, aspettando il momento di entrare noi pure in battaglia, ma la vista delle camicie rosse () bastò a porre in scompiglio il nemico, che si ritirò bentosto. Per tal modo i regi conobbero la nostra mossa e furono indotti a credere che marciavamo alla volta di Corleone; pare che la nostra comparsa sul monte a fronte del nemico non avesse che questa fine.

Appena scesi da quell'altura entrammo in Piana, una delle colonie piantato dai Greci in Sicilia, e ci accampammo in un prato fuori del paese: venne dato l'ordine che nessuno potesse muoversi dal proprio posto. Ci fu recato pane, cacio e vino, solito nostro alimento, a cui per la fame fecimo buon viso. Il desiderio di fare qualche provvigione mi spinse a chiedere licenza di recarmi per pochi minuti in paese, il Capitano ebbe la cortesia di accordarmela. Entrato in una contrada, prima mia cura fu di cercare sul volto degli abitanti le traccia del tipo greco, le belle forme che l'arte tenta ritrarre col suo magistero, ma fui disingannato, ebbi la sventura di incontrarmi in creature ch'erano lontane assai dal ricordare quell'estetica bellezza. Comperali dei carciofi crudi, delle sardelle salate o qualche limone, entrai in una povera abitazione per bere dell'acqua. Una donna sui cinquant'anni mi ricevette, ma dal contegno suo appariva la diffidenza, ella mi guardava con sospetto, il che ai invogliò ad appiccare seco lei conversazione. La richiesi dell'esser suo e dello stato di sua famiglia, ed ella narrò la povertà e la miseria in cui viveva. Le dimandai se avea udito parlare della nostra venuta e delle nostre imprese, al che rispose affermativamente non senza però far trasparire lo strano giudizio che in generale quei paesani facevano di noi. Dalle parole della povera donna chiaramente era provato che noi eravamo tenuti in conto di avventurieri, venuti in Sicilia da lontane contrade per combattere e rubare. La voce sparsa dai satelliti di Francesco II avea trovato credenza in quelle anime semplici, in buona fede si credeva che noi fossimo filibustieri. La nostra comparsa poi in quel paese oltre al sentimento di ribrezzo che desta la presenza di una masnada di pirati, suscitò anche quello della paura; si temeva che i regi ci attaccassero, e che Piana fosse il teatro sanguinoso di. un combattimento. Tentai con ogni mezzo di disingannare quella donna, ma le furono parole gettate, al vento. Slava per restituirmi alla compagnia quando nel prendere congedo posi nelle sue mani un pezzo da dieci tornesi; la poverella pose avidamente gli occhi sulla moneta non sembrandole vero che un soldato potesse profondere tanto tesoro; dalla. espressione però del suo volto traspariva questo pensiero: il denaro costa poco a gente di tal fatta.

Ritornato al mio posto sedetti sull'erba e novellai coi compagni fino all'ora della partenza, che fu sulla sera. Trascorse alcune miglia sulla strada maestra, si presero i viottoli e via via per quelli camminammo fino alle dieci ore, fermandoci in una valle a riposare fino alla mattina.

Di là partimmo per Marineo; la strada è faticosa per le eterne salite e discese che vi sono, ma tante furono le deliziose posizioni per cui passammo, che l'anima confortata dalla vista di quei quadri incantevoli, non ci lasciò tempo di sentire la stanchezza. Entrati in paese ci gettammo nelle botteghe per ristorarci, bevendo uova fresche, acque di limone, vino annacquato; il dejeuner si fece con pane caldo, appena uscito dal forno, e salame, o fellata, come dicono i Siciliani.

Soddisfatti i bisogni del ventre, entrammo in una chiesa destinata per caserma onde riposarci, ma fu breve la fermata ben presto si uscì per passeggiare. Il paese è situato sopra il monte, ed ha dal lato di settentrione un castelletto che lo difende. Sotto il riguardo militare la situazione era superba; sotto il riguardo artistico poi offriva una delle più bello scene della natura. All'occidente si erge un'altissima roccia, che sembra di muro, e pare opera dell'arte piuttosto che della natura. Ella è isolata e giganteggia sola sui palagi e sulle case; fra i dirupi e le pietre allignano le erbe e qualche frutto selvaggio; sulla vetta un albero annoso alza al cielo le braccia. Difficile è ritrarne colle parole la bellezza, e difficilissimo si è il dire qual sensazione facesse sull'anima mia l'incantevole quadro. La vivace fantasia volò a Leucade, volò alla infelice Saffo, ai suoi travagli amorosi, alla sua morte; confuse quella roccia col fatale promontorio, vide la greca fanciulla, collo sguardo rivolto al cielo, pendere un istante da quell'altezza e precipitare.

Il tocco di una mano mi scosse dalla poetica visione, era un amico che mi piombava nella prosa della vita, proponendomi di andare seco lui a desinare in una famiglia, dove altri due compagni l'aveano preceduto per ammanire il cibo. Non mi feci pregare, e lo seguii; si mangiò, si bevette e si rise come al solito, senza darci fastidio del futuro; eravamo contenti dell'oggi, al dimani s'avrebbe pensato poi. Ci avvicinavamo a grandi passi a Palermo, là ci aspettava la vittoria o una morte gloriosa, onde v'era motivo di essere lieti; che se qualche funesto presagio tentava frapporsi alle nostre gioie, gli scoppi d'ilarità e i calici di vino lo soffocavano. Finito il pasto, pieno della idea di essere fra poco nella capitale, mi accorsi che il mio vestito e la mia toilette erano in uno stato orribilmente democratico. t vero che un Cacciatore delle Alpi non deve badare a tali futilità, ma il desiderio di comparire in modo non sconveniente era così naturale, che mi dolse non avere altre vesti da indossare. Mi recai dal barbiere, o, per riportarmi ingenuamente alla parola che si leggeva a caratteri cubitali sull'insegna della bottega, dal Salassatore, onde farmi tagliare i capelli e radere la barba, che quasi da un mese non era stata tocca dal rasoio: ivi un tormento di nuovo genere mi aspettava. La mia testa ebbe la sventura di capitare nelle mani di uno sventato sottosalassatore, il quale guardando qua e là con due occhiacci spiritati non badava punto al mestier suo, mi tosava come una pecora e colla estremità della cesoia, che forse da un anno non fu arruolata, pigliando piccole ciocche di capelli me li tirava. A questa operazione dolorosa tenne dietro il taglio della barba, preceduto da una insaponatura con certa materia d'un odore nauseante, ed eseguito con un ferro più somigliante a sega che a rasoio. Ma qui non finisce la serie delle dolorose sensazioni, che io ebbi a provare nella malaugurata officina di quel salassatore. Un paesano entrò e rivolgendosi al Maestro gli mostrava un dente cariato; vennero scambiate poche parole e furono, cred'io, i patti di contratto per il pagamento della operazione che andava ad effettuarsi, poi, fatto sedere in terra il cliente male arrivato, il cerretano cavata una piccola tenaglia irruginita gliela ficcò in bocca. Vi furono tre minuti solenni in cui il povero paziente si dimenò mandando alte grida di dolore, poi il dente uscì: il Salassatore pigliandolo fra le dita insanguinate me lo mostrava come prova della sua valentia. A questo punto la pazienza scappò, mi alzai adirato colla barba non affatto recisa, gettai sul tavolo due carlini, e mi ritirai mandando una maledizione a quel tormentatore.

Il restante della giornata si passò andando a zonzo pel paese, poi sull'imbrunire partimmo. In bell'ordine, divisi in due file, procedevamo a grandi passi quando fu dato il precetto di spegnere il sigaro e serbare un rigoroso silenzio. Eravamo vicini al fine della mare ia quando si vide una miriade di fiammelle, era la luminaria con cui gli abitanti di Misilmeri celebravano l'ingresso dei Cacciatori delle Alpi. Entrammo in paese fra due ale di popolo assiepato ai lati della strada, mentre delle fenestre uomini e donne facendo svento lare bandiere tricolori, fazzoletti, e bianchi lini ci sa. intavolar,. Giunti sulla piazza innanzi alla chiesa maggiore ci fu dato l'ordine di schierarci in compagnie, e stettimo in attesa della nostra destinazione per l'alloggio. L'autorità del luogo non aveva pensato a disporre un locale per noi, onde il Colonnello ebbe a lamentarsi d'una tale dimenticanza; si credette di supplire alla meglio assegnandoci una grande stalla, ma era sì sporca che tornammo in piazza. Bixio allora, insofferente di un più lungo indugio, chiese che fosse aperta la chiesa, ed avendo trovato qualche esitazione minacciò di atterrarne le porte se tosto non si recassero le chiavi. Quantunque a malincuore gli abitanti eseguirono quel comando, entrammo nel tempio e sdrajati sul pavimento abbiam dormito saporitamente. Alla dimane si udirono nei caffè ed ai pubblici convegni dei lamenti sul nostro contegno; fummo giudicati assai poco religiosi avendo passata la notte in chiesa. Sembrava che la nostra presenza avesse contaminata la casa di Dio, e qualche torcicollo dava a credere che per questo fossimo scomunicati e le nostre anime perdute. Vecchi e ridicoli pregiudizi religiosi regnano tuttavia in Sicilia, colpa l'ignoranza in cui venne tenuto finora il popolo da un governo che per abusarne lo lasciò privo d'ogni lume. Il contatto colle altre parti della penisola, e leggi sagge che promulghino la pubblica istruzione faranno sparire le traccie di tali errori.

Ciò sarà in breve, quando proclamata l'annessione al Regno dell'Alta Italia, si avranno comuni con lei gli ordinamenti civili e politici, quando regnerà un Principe che non già dall'ignoranza trae la forza della propria esistenza, ma dalla sapienza del popolo.

Restammo in paese fino alle sette ore del mattino poi si prese a marciare nella direzione di Palermo; poco stante dall'abitato si prese un sentiero alpestre e salimmo su pel monte che mi venne fatto credere si appelli Gibilrossa. I raggi solari ci percuotevan cori forza il sudore grondava dalle nostri fronti, l'occhio atterrito misurava quell'altezza, quando con molta gioia e sorpresa nostra si fece alto.

CAPITOLO VI

Da Misilmeri a Palermo.

Eravamo vicini a Palermo, al di là del monte era posta la città da tanti giorni sospirata, si doveva in breve raggiungerla. Accarezzavamo questa idea, quando il Colonnello fece consegnare una mula ad ogni compagnia, per il trasporto delle provvigioni da bocca. Quella disposizione ci fece un tratto pensare che la nostra fermata sui monti potesse prolungarsi; da prima i viveri furono trasportati coi carri, il ricorrere allora ad altro mezzo voleva dire che dovevamo passare alcuni giorni per strade inospiti. Un tal dubbio, congiunto alla molestia che davano i raggi cocenti del sole, seminò fra noi il mal umore che andò aumentando a misura cresceva la fame e la sete, poiché ebbimo in quel giorno a soffrirle vivamente. Il caporale foriere era andato a Misilmeri per ricevere le cibarie, ma passarono alcune ore e non comparve, tanto che abbiamo dovuto stare per molto tempo a dente asciutto: la sete poi era naturale in un giorno caldissimo, sopra un'altura.

Quando ci furono recate le provvigioni l'ora era già tarda; non si potè cuocer la carne, perché non si ebbero pentole né altri vasi adatti a farla bollire, onde venne dispensata cruda. Si accesero allora dei fuochi, ma con stento perché mancava il combustibile, la si fece abbrustolare un poco sulle brage, e poi mezza cotta e che ancora mandava sangue ci provammo a mangiarla: era un cibo da barbaro che non si poteva trangugiare. La piccola razione di vino fornitaci era lontana dal soddisfare il nostro bisogno, e piuttosto che spegnere parve vieppiù accendere l'arsura della gola, onde si pensò ad andare in traccia di acqua. S'era di già avuta relazione da alcuni, i quali aveano scandagliato il terreno, che a basso, vicino alle steppe, si trovava una fonte, corsi a quella volta, ma l'acqua era calda e impura. La sete era ardente onde non badai molto alla qualità del liquido e a larghi sorsi bevvi. Reduce di là chiesi ad un eintadino se nelle vicinanze vi fosse acqua migliore, al che egli rispose affermativamente mostrandomi col dito il luogo dove avrei potuto trovarla. Raggiunsi i miei compagni, e raccolte molte fiaschette, in unione ad un giovane bresciano mio compatriota salimmo il monte per riempirle. Ci allontanammo assai dell'accampamento, cercando in ogni angolo, in ogni roccia la desiderata fonte, ma sempre invano; buon per noi che incontrammo un uomo, il quale ci menò al luogo ricercato. Seduti vicino a quelle fresche e pure acque ci riposammo bevendo e bagnandoci la fronte ardente e le mani, poi riempite le fiaschette tornammo ai nostri, onde far loro parte della bevanda.

Appena giunti al posto venneci narrato che alcuni ufficiali della marina Inglese erano venuti al campo per salutare Garibaldi; quella visita era una prova di simpatia pel Generale, per noi, per la causa Italiana, che ci veniva da cittadini di una potente Nazione, onde ne fummo lieti. Corse voce più tardi che quegli ufficiali, prendendo commiato si siano fregiati il petto della coccarda italiana mostrando per tal modo quanta parte prendessero all'impresa nostra e come col cuore la secondassero.

Era il momento delle buone novelle, dacché subito dopo venne il nostro Capitano dal Quartier Generale a darci parte che si andava tantosto alla volta ei Palermo. Ogni viso si fece sereno, ogni cuore batté con maggior violenza allo intendere quell'ordine. Eravamo vicini al cimento che doveva decidere le sorti della Sicilia, dacché una volta padroni della capitale, l'isola intera cadeva necessariamente in nostro potere. Si parlava dell'aspettazione dei cittadini, si parlava dei mezzi di offesa che si erano apparecchiati, poco alti per vero ad una battaglia esterna, ma formidabili nel ricinto di una città.

Intanto che da noi si attendeva ansiosamente l'istante di partire in Palermo, sugli angoli delle contrade, era affisso il seguente Bollettino:

«La banda di Garibaldi incalzata sempre si ritira in disordine traversando il Distretto di Corleone.

«Gl'insorti che l'associavano si sono dispersi e vanno rientrando nei rispettivi comuni scorati ed abbattuti per essersi lasciati ingannare dagl'invasori stranieri a venuti per suscitare la guerra civile nella Sicilia.

«Le Reali Truppe l'inseguono.

«Palermo, 26 maggio 1860.

«Il capo dello Stato Maggiore

«V. Polizzy.

In tal maniera gli agenti di Francesco II giudicandoci nelle vicinanze di Corleone, si compiacevano di avvertire il popolo, che la rivoluzione era spenta, e che l'abborrito giogo continuerebbe anche in avvenire a pesargli sul collo. Quel bollettino venne affisso sui muri per cura della sbirraglia, ma i cittadini in segno di dileggio lo strapparono ripetutamente dagli angoli. Lo stile del signor V. Polizzy era provocante come quello di tutti gli avvisi e proclami che facevano parola di Garibaldi e della sua colonna; noi al dire dei rappresentanti regi, eravamo una masnada di assassini che aveva abbandonato le proprie case per venir a far bottino. I Siciliani sapevano che soltanto l'amore di patria ci aveva fatti abbandonare le pacifiche cure per brandire le armi, e respingevano la perfida insinuazione di Maniscalco e Salzano. Ma sappia anche Francesco II e i suoi satelliti che la Colonna guidata da Garibaldi è il fiore della intelligenza d'Italia, che deputati al Parlamento, professori, letterali, dottori, studenti sono gli uomini che seguirono quel prode Campione della libertà, filibustieri che sbarcavano a Marsala. E questo pugno di eletti, forte soltanto della giustizia della causa. forte della fede nei luminosi destini che aspettano l'Italia, scese a pugnar le numerose ed agguerrito falangi dei Borbone, le vinse, le pose in rotta, tanto è potente il desiderio della libertà. Quella banda dopo la vittoria non si sparpagliò per le case a far sacco, ad appiccar fuoco, non impose balzelli, non aspirò a premi e ad onori, ma strinse la mano del ricco e del proletario come a fratelli, e fu paga al vedere la gioia sul volto di chi era oppresso. Quella banda non conobbe viltà, non fuggi mai innanzi al nemico, la sua bandiera è la indipendenza e la unità d'Italia, il suo motto vincere o morire. Quella banda ha fatto impallidire i soldati dell'Austria, ha messo lo scompiglio in quelli di Napoli, e Francesco II non può dissimulare la sua paura, perché i vili e i malvagi tremano allo spettacolo della virtù, perché sa d'esser vicino all'ultima ora di regno, sa che i filibustieri canteranno sulle rovine del suo trono l'inno nazionale.

Si avvicinava la notte quando noi partimmo; eravamo divisi in due colonne, la prima percorreva il monte, l'altra percorreva il sentiero ch'è alle sue falle, lutti però ci riunimmo al convento di Gibilrossa. Là trovammo le bande armate che seco noi dovevano entrare in Palermo. Dagli sguardi, dai movimenti, appariva orgoglio di quella gente desiderosa di prender parte coi Cacciatori delle Alpi al cimento della pugna.

La fermata in quel luogo fu breve, si parti taciturni per sentieri scoscesi, ove riusciva malagevole il sorreggersi. Venne ordinato di non proferir parola, di spegnere i sigari, di camminare serrati. Dopo un lungo tratto vi fu una breve sosta, indi la via si fece piana e più comoda, segnale che ci avvicinavamo alla città.

Era la mattina del 27 maggio, giorno memoranda pei Cacciatori delle Alpi, anniversario della battaglia di S. Fermo. Fu quello il primo scontro che l'esercito Italiano ebbe in Lombardia, la prima vittoria che inaugurò la Campagna gloriosa del 1859. Si pugnava allora contro un nemico straniero, che da tanti anni pesava col suo barbaro dominio sopra la bella contrada; oggi gli stessi soldati, militanti per lo stesso principio e sotto la medesima bandiera, erano chiamati a combattere le falangi di un principe esso pure straniero, ma sorretto e difeso da bajonette italiane. Si pugnava contro i fratelli, dalla prepotenza di un uomo chiamati a volgere le armi nel seno della madre loro, contro soldati che rinnegarono la patria e se ne fecero carnefici. I barbari della Sicilia imitarono, anzi ebbero a superare in efferatezza i barbari di Lombardia; l'austriaco si batteva per l'onore e la gloria del suo Impero. il Napoletano scende in campo per il diritto vantato da un Tedesco.

Si procedeva celeramente, i muri che cingevano gli orti faceano testimonianza che prossima era la meta del nostro cammino. Ci fermammo un istante ad una svolta, Garibaldi e lo stato maggiore fecero sosta intanto che la colonna passava innanzi. Il supremo momento si avvicinava, e noi ci andavamo incontro silenziosi, ma fidenti nella santità della causa e nella valentia dei nostri comandanti. Venne dato ordine che per qualunque avvenimento non si avesse a far fuoco se non quando fosse comandato; di star uniti e serrati, poscia la colonna si pose su quattro file e colle armi a bilancia si continuò la marcia. Collo sguardo ansioso noi guardavamo alle case circostanti, sperando di essere giunti nel recinto della città, ma si camminava sempre senza incontrare traccia di uomo. Il Colonnello Bixio, ch'era alla testa, comandò la carica, e noi a passo celere correvamo all'assalto, ma Palermo distava ancora d'un miglio.

Il primo scontro ebbe luogo alle Teste dove la strada è fiancheggiata da due giardini, là i Napoletani sorpresi dalle nostre grida e spaventati al vedere una colonna che correva alla loro volta, abbandonarono il posto e fuggirono. Saliti sui giardini noi fecimo fuoco, poi a passo di carica assaltammo il ponte che tantosto fu sorpassato e trovammo stesi sul suolo alcuni soldati Napoletani, che la celerità della fuga non valse a proteggere dalla grandine delle nostre palle. Si continuò la marcia in mezzo al fuoco fino ad un quadrivio dove fu costruita la prima barriera mentre i regi dal Convento di s. Antonino mandandoci una grandine di proiettili tentavano impedirci di progredire. Passammo di là e sempre correndo ci avanzammo nel cuore della città. Gli abitanti a quello spesseggiare di fucilate, abbandonarono le case e scesero sulla via adorni di coccarde ed armati di schioppi, pugnali, stocchi, pistole. Era l'alba della libertà, che sorgeva luminosa e il tripudio fu generale; le donne dai balconi mandavano un saluto, un evviva ai Cacciatori delle Alpi; il soave nome di fratello si ripeteva ad ogni tratto, si reiterarono gli amplessi e i baci.

Prima nostra cura fu di piantare barricate, i mobili delle case furono gettati delle fenestre, le strade vennero disselciate in breve, sotto il grandinare delle palle nemiche si eressero insormontabili barriere. La battaglia continuava accanita, i regi dalle caserme sparavano su di noi, dal mare si mandava la mitraglia, dal castello palle e bombe, ma la città era ormai in nostro potere, la causa del Borbone era perduta.

Quel giorno di gloria ebbe però i suoi dolori; perdemmo degli amici, molti restarono feriti. Il Pavese Cairoli (2), capitano di una eletta compagnia di studenti universitari, che si distinse nella giornata di Calatafimi, fu colpito nella gamba destra; il valoroso Colonnello ungherese Tuckery (3), ebbe pure una ferita che lo trasse in pochi giorni al sepolcro. Mi restringo a far cenno di questi egregi, perché lungo e doloroso sarebbe far parola di tutti coloro che in quella decisiva battaglia ebbero a soccombere, o a restar feriti. Già fin dal primo giorno dell'entrata in Palermo il Convento di S. Antonino restò in nostro potere, e nella mattina successiva la Caserma S. Andrea fuori di porta Carini fu pure dai regi abbandonata. Essi concentravano le loro forze a FieraVecchia al Palazzo Reale, all'Ospedale Vecchio e al Castelle. La resistenza però continuava, più le forze andavano scemando e riunendosi nei punti che offrivano maggior probabilità di difesa, più i Napolitani si mostravano accaniti. Del 27 al 30, mano mano crebbe il fuoco, le bombe rovinarono contrade intiere, il sacco e gl'incendi si successero, erano le ultime convulsioni delta prepotenza borbonica foriere della morte. A misura che diminuiva la speranza di poter riconquistare la perduta città, aumentava la barbarie degli empi, che aveano promesso al cristianissimo Re bombardatore di non lasciar di Palermo pietra sopra pietra. Quanti ebbero a perdere la madre, la sorella, il figlio! Quanti innocenti caddero estinti dai projettili che la malvagia e codarda ira nemica mandò sulle case, sui palazzi! Quanti padri ebbero a trovarsi sulla pubblica via colla famiglia privi di pane, cacciati dal loro tetto perchò le fiamme lo distrussero! Quante donne spaventate, coi lattanti al seno, fuggivano disperate r umile stanzuccia, che le raccoglieva, trepidando per la vita dello sposo, che alle barricate sosteneva la causa della libertà! Era un luttuoso spettacolo a cui l'anima torna con dolore.

Le ruberie, gli eccidi furono infiniti, la truppa in ogni contrada, che era costretta abbandonare, in ogni casa faceva sacco e poi appiccava il fuoco. Infinite furono le scene di orrore, indicibili i mali, credo che Attila e gli Unni tanto danno non abbiano portato nella loro irruzione per le contrade Italiane. La storia, fedele custode della virtù e della malvagità umana, dirà ai posteri l'iniqua opera di Francesco II, e sarà quella la pagina più infame di sua vita, che chiamerà su di lui e sulle ceneri sue la maledizione degli 'uomini.

Eppure fra tanti mali, in mezzo alle morti, alle rapine, al fuoco non si udiva una parola di lamento; il popolo sapeva che sangue e dolori costa la libertà, onde compiva la sua parte di sacrificio con animo pacato, con volto sereno. Egli comprendeva che sulle rovine lasciate dagli sgherri si sarebbe piantato il vessillo tricolore, che alla pugna avrebbero fatto seguito la gioia, il benessere, la prosperità del paese.

Correva il giorno 30 e noi stanchi, abbattuti non potevamo più reggerci sulle gambe: dal 127 in poi avevamo vegliato di e notte sparsi per la città a questa o quella barricata, e la natura chiedeva riposo. Ma se noi abbiamo di continuo combattuto i nemici non ebbero a stare oziosi, onde essi pure al pari di noi e forse più di noi sentivano il bisogno di un po' di requie. Il Comandante della truppa napolitana propose però un armistizio, che il nostro Generale accettò segnandone il termine al pomeriggio successivo. Così ci vennero accordate alcune ore per ristorare le forze, ma dovevano esserci di giaciglio i duri e freddi marmi della chiesa di S. Giuseppe, la quale era destinata per nostra caserma. Dopo ventiquattro notti passate in campo e tre giorni di continuo fuoco, il desiderio di coricarmi sopra un soffice materasso era si vivo ch'io non seppi resistere all'attrattiva. Quella notte però disertai la compagnia ed andai a sdraiarmi in un letto sprimacciato, in casa di un signore di Palermo. Quanto saporitamente io dormissi non è mestieri che il dica, credo che assai lungamente si sarebbe protratto il mio sonno se l'ospite gentile non mi avesse fatto svegliare di buon ora, come io avea chiesto prima di coricarmi. Rientrato in caserma fra i miei compagni, attesi a pulire il fucile, onde essere pronto pel mezzodì; ci furono date munizioni; e distribuiti i viveri. Era la prima volta che a Palermo si aveva il rancio; nei giorni precedenti non potevamo occuparci del vitto, e non si mangiò che pane inaffiato da qualche tazza di liquore generoso. Quel di il pranzo fu lauto, si ebbe minestra, carne o vino. Avevamo appena finito il pasto e si stava aspettando l'ordine di porci in rango, quando udimmo da alcuni signori palermitani venuti a vederci, che fin dalla mattina continuavano le trattative degli ufficiali napolitani col Dittatore. Questa novella ci fece presentire che le ostilità non si sarebbero in quel giorno riprese, infatti poco tempo dopo ci venne comunicato che crasi statuito un altro armistizio di tre giorni. I regi chiedendo tregua avevano mostrato quanto a malincuore si battessero, avevano mostrato di comprendere che le loro forze non bastavano a riprendere Palermo. Intanto i soldati disertavano; a due a tre, abbandonate le loro file, presentavansi agli avamposti e venivano a far atto di adesione al Dittatore.

L'entusiasmo ogni dì aumentava dal lato nostro, i mezzi di difesa si faceano maggiori e più Così mentre dalla parte dei nemici la tregua generava diserzioni e scoramento, presso di noi si rialzavano gli animi e la pubblica fiducia guadagnava. Era chiaro però che i regi più non si sarebbero cimentati; di fatto spirò il termine di quel secondo armistizio e venne stabilito il terzo ad epoca indefinita.

Il Generale dopo aver fatta quella Convenzione venne fra di noi e cosi ci parlò:

«Amici, sono superbo di «avervi a miei compagni, perché avete dimostrato di essere valorosi; mi congratulo con voi della parte luminosa che prendeste agli avvenimenti di questi ultimi giorni; voi tutti che meco intraprendeste la spedizione di Sicilia avete il diritto di portar alla in testa. Ma non basta essere valorosi, bisogna anche essere disciplinati, perché senza disciplina non vi forza. I Siciliani hanno stima di voi, guardate di non demeritarla con un contegno indecoroso ad un soldato.

«Siete destinati ad essere il nucleo di di una parte dell'Esercito Nazionale, chiamato ad altre battaglie e ad altre glorie, sia dunque la vostra condotta di modello agli altri, onde si possa dire che i volontari sono meglio disciplinati delle truppe regolari».

Un tale discorso ci colmò di gioia per le lusinghiere parole che conteneva, e ci strappò lagrime di riconoscenza verso il generoso che ci chiamava a parte della sua gloria. Cosi quell'uomo ci incatena sempre più ai suoi destini, e a quelli dell'Italia! La tregua era statuita, ma l'aspetto della città continuava ad essere bellicoso, le squadre armate insieme ai Cacciatori delle Alpi e dell'Etna formavano una barriera insormontabile per qualunque esercito. Il generale napoletano vide che era impossibile riacquistare il terreno perduto e si determinò alla ritirata; fu però sottoscritta una capitolazione, colla quale veniva accordato alla regia truppa di poter abbandonare Palermo cogli onori militari e ritirarsi a Messina. Il testo di quei patti è tuttavia ignoto, come fino a ieri (19 giugno) restò ignoto il termine ch'era assegnato ai Napolitani per lo sgombro della città. Solo il fatto della imbarcazione e della partenza dei nemici lo fece conoscere. Garibaldi sia in campo, sia in gabinetto opera e tace, perché sa che la pubblica opinione suol pronunciare i suoi responsi, fraintendere i fini che determinano un passo, e trascinare assai volte gli uomini per una falsa strada.

Palermo ora respira le aure della libertà; ben presto l'isola intiera ne godrà i larghi benefizi; una nuova era comincia, un'era di prosperità, di progresso morale, di gloria. Ricordino però i Siciliani che l'Italia non finisce a Messina, che al di là dello stretto vi sono altri fratelli gementi sotto l'oppressione, e che invocano aiuto. Ricordino che un sacro debito li chiama a Napoli, a Roma, a Venezia, che per noi lutti nati sotto questo bel ciclo non vi deve essere tregua se non nel giorno in cui l'Italia tutta sia riunita, e il vessillo tricolore sventoli dall'Alpi al Lilibeo.

CONCLUSIONE

Qui, o lettore, finisco le mie memorie, promettendo di pubblicarne il seguito allorquando la campagna di Napoli sia compiuta, se almeno lassù non è scritto che io debba prima suggellare col sangue la mia fede politica.

Con questa promessa io mi congedo da te per riprendere le armi, e continuare la mia intrapresa.

Nel darti però un affettuoso saluto debbo chieder venia se il lavoro mio, per la fretta con cui fu dettato, riuscì incompleto, disadorno, poco degno insomma dei fatti luminosi che discorre. Perdona se mai in luogo di dilettarti ti diedi noia!

FINE.

 

NOTE

(1) Noi indossiamo per uniforme una camicia rossa; è un costume semplice e pittoresco, che ben si addice ai nostri movimenti svelti e rapidi. Il Generale veste come noi, e porta sulle spalle un foulard svolazzante.

(2 ) Benedetto Cairoli di Pavia, deputato al Parlamento e capitano di una compagnia dei Cacciatori delle Alpi, dedicò l'intera sua vita al bene della patria. Prese parte alla campagna del 1859, come ufficiale nel corpo di Garibaldi, e si distinse. Condusse in Sicilia una colonna di forti, presso ché tutti studenti, e diede prova di sommo coraggio; nella giornata di Calatafimi quella compagnia fu prima all'assalto, ebbe a soffrire molte perdite, ma s'ebbe molta gloria. Nell'entrata a Palermo Cairoli venne ferito al terzo assalto, dopo aver passato con una brillante carica porta Termini; una palla l'area colpito nella gamba destra. Cadde, due amici lo circondarono per dargli soccorso e il fecero trasportare all'ospedale di S. Anna. Da poco egli era steso sopra un pagliericcio dove non trovava sollievo allo spasimo, quando una bomba cadde in quell'asilo di dolore e lo colpi alla testa con una scheggia. Tutti gli astanti spaventati dalla venuta del projettile, corsero senza consiglio per la stanza ed andarono ad appoggiarsi al letto dello sventurato, pesando coi loro corpi sulla gamba ammalata. A quella fece seguito una nuova sventura: la bomba avea appiccato il fuoco all'ospitale, conveniva trasportare all'istante i feriti onde non restassero preda del fuoco. Il medico-chirurgo volle che il capitano fosse recato nella casa sua, lo che si esegui in fretta fra gli spasimi del paziente, che ad ogni movimento di chi lo sorreggeva sentiva farsi più acuti i dolori. Ora la sua salute piega al meglio, ma la gravezza della ferita lo tratterrà forse in letto a lungo ancora. lo fui a trovare quel valoroso ed ebbi a meravigliarmi della serenità del volto, delle sagge e pacate parole che fra le punture del dolore gli escono di bocca!

(3) Il colonnello Ludovico Tuckery fu esso pure ferito al cominciare della prima giornata di Palermo. Colpito in una gamba, i soccorsi dell'arte non giunsero ad arrestare i progressi del male per cui fu amputato. Ma nemmeno questo rimedio valse a salvarlo, che dopo dieci giorni di dolori incessanti, moriva ai 6 giugno. Noi tutti ebbimo a piangere per tale sventura, mentre il Generale, tocco nel cuore da una siffatta morte, scriveva queste parole che volentieri riporto siccome testimonianza della virtù del trapassato.

«Palermo 7 giugno —II colonnello Tuckery è morto —I Cacciatori delle Alpi perdono oggi uno dei migliori capi — uno dei più cari, dei più valorosi compagni!— Varese, Como, Calatami, Palermo videro Tuckery primo tra i primi assaltare il nemico —pugna egli conduceva ia coraggiosi soldati ed ufficiali delle guide, che chiesero l'onore d'entrare i primi in Palermo —Mori oggi delle sue ferite — il buono, il prode, l'intrepido ungherese, il degno rappresentante della terra classica della bravura—della «sorella dell'Italia. La fratellanza dei due popoli, cementata col sangue sui campi di battaglia, è imperitura la libera è solidaria responsabile alla faccia del mondo della libertà ungherese. I figli di questa terra risponderanno al grido di guerra contro la tirannide echeggiante sulle sponde del Danubio — nel giorno che le rotte catene dei nostri fratelli saranno fuse in daghe per combattere  gli oppressori.

«Sì! gl'italiani giurano sulla tomba dell'eroico martire che la causa dell'Ungheria è la loro, e che cambieranno coi loro fratelli sangue per sangue. —

G. GARIBALDI.»

Al giorno successivo le vie di Palermo furono vestite a lutto, i Cacciatori delle Alpi, le autorità, e persone cospicue d'ambo i sessi formavano corteo alla spoglia di quel forte figlio dell'Ungheria che dopo aver servito la patria sotto il Generale Beni, passò in Turchia, combatté con Omar Pascià e lasciò il governo della Porta nel giugno dello scorso anno, per unirsi alla colonna di Garibaldi; che la terra gli sia lieve e il ricordo della sua virtù perenne!

INDICE


Al lettore  Pag. 3
CAPITOLOI. Da Genova a Marsala 5
CAPITOLOII. Da Marsala a Vita 19
CAPITOLOIII. La battaglia del 15 maggio. 31
CAPITOLOIV. Da Catalafimi a Borgetto 39
CAPITOLOV. Da Borgetto a Misilmeri 54
CAPITOLOVI. Da Misilmeri a Palermo 70
Conclusione,83
Note84

















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