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I SESSANTACINQUE GIORNI 

DELLA RIVOLUZIONE DI PALERMO NELL’ANNO 1860

MEMORIE STORICHE

PER F. E. G. BORGHESE

PALERMO

Giugno 1860.

STAMPERIA DI DOMENICO MACCARONE

Via Macqueda n,121.

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A

GIUSEPPE GARIBALDI

LIBERATORE

DELLA SICILIA

PROEMIO

I politici destini di un popolo sono fortemente legati al suo stato morale, ed intellettuale. Le idee son fondamento dei fatti; poste quelle non v'ha potenza di tiranno che questi non si realizzino, ed il sociale edifizio costituiscano: i fatti poi nel loro logico organismo così strettamente s'incatenano, che producono il più alto grado di forza morale e materiale ch'esservi possa: Napoleone III diceva,che la logica dei fatti è irresistibile. Base fondamentale di ogni dispotico governo è lo inceppamento della coltura intellettuale degli schiavi che comanda. Per istituto di famiglia, per malignità di stirpe, per ferocia di sangue la dinastia Borbonica non trascurò giammai tal satannico principio; cotalché è opera sua il positivo decadimento vile di questa parte d'Italia, paragonata alle 6 altre italiane provincie: se avanzo di vita civile, ed intellettuale in noi restava, era ciò da ascriversi all'indole egregia, ed all'innata potenza di mente di che generosa natura prodigavici. Ma quantunque tremenda la mano di ferro serraveci i lumi, non pertanto nette, e luminose presentansi alle nostre menti le politiche riforme a norma che richiedeva l'opportunità dei tempi. Diffatti nel 1812 la Sicilia pugnava per l'avita sua costituzione; ottenevate; ma poscia il I Ferdinando con iniquo spergiuro negavala. Svolsero gli anni, e Sicilia perseverò ferma nello stesso principio, talché la monarchia Costituzionale proseguiva ad essere il movente della rivoluzione del 1848. Però fin d'allora vagheggiavasi un'idea, un principio novello; novello per noi, antichissimo per se stesso: l'unità Italiana; fin d'allora ci rendevamo accorti che le italiane provincie non potevano sperar libertà se congiunte non erano le forze morali e materiali di tutta la nazione; fin d'altera si vide l'incompatibilità d'ogni mezzo termine, ed esser fuor di luogo ogni transazione tra la forza che intitolasi autorità, e la libertà; invece tra i due principii una guerra di morte necessaria estimarsi. In conferma di ciò il parlamento Siciliano con decreto del 19 dicembre 1848 assenti alla costituente Italiana che venivasi proponendo nell'Italia centrale. La verità di tale accorgimento dettava allo storico del Vespro queste parole: oggi cade del tutto il congegno della monarchia costituzionale Siciliana; primo perché sarebbe monarchia, e secondo perché sarebbe Siciliana (). Scorrevano dodici lunghissimi anni, e quel germe al 1860 mostravasi adulto, e forte: tal lo rendevano le fredde meditazioni fatte sull’argornento; l'esperienza; l'ostinazione dei tirannetti di Italia; gli anelli saldi, e moltiplicati della Cospirazione. il movimento generale degli animi; la guerra d'Italia del 1859 talché le intelligenze accordavansi, i partiti spegnevansi, i profughi Siciliani a Genova e Torino personalmente fraternizzavano, poco adombravansi i gabinetti preponderanti d'Europa. L'Austria però, sola rappresentante dell'odierno dispotismo Europeo, fremeva; il Borbone, ed i duchi suoi cagnotti impallidivano; Pio menava di straforo. Ferdinando II consumato dentro sé dalla sua rabbia, moriva; e più della tremenda infermità con cui il cielo punivalo di sue scelleratezze; contristavalo un passato esecrabile, ed un disperato futuro. Ei vedeva succedersi un figlio imberbe, per rei disegni cresciuto lungi dal trono, e dall'arte di governarlo, stupido per natura, feroce per indole, infeniminito di cuore; ei credeva ripararvi innestandolo pochi mesi prima di sua morte al sangue di Baviera. Quali erano poi gli appoggi ch'ei lasciavagli in sostegno? Ministri che potevano tradirlo, e che l'avevano tradito, venali, inetti, abborriti tutti; arrogi una madrigna astuta, divorata d'ambizione e da libidine, capace di consumare ogni opera purché il primogenito suo il reame tenesse. In tanta tempesta il Nerone di Napoli spirava, ed occupavano il trono il primogenito Francesco. Gl'intendimenti politici che costui nella sua melensa mente divisava, l'idea del suo potere, lo stato dei sudditi, i rapporti che con i gabinetti Europei stringevanlo, quali essere opinava, facil cosa a precisar non è, se non che dai fatti posteriori puossi con certezza inferire che nella sua inetta ostinazione era illuso, ed illudeva, i suoi ingannavanlo, l'odiavano i sudditi, i gabinetti d'Europa, tranne l'Austria, lo compassionavano: ei lo sapea, ed il solo rimedio che naturale alla sua indole, dal cuore per istinto germinavagii era il feroce proponimento della verga di ferro. Ostinazione cotanto forte, e lunga, in re sì giovinetto, ed in regno sì breve suonerà ai posteri rara, e maravigliosa. Neppur in mente s'ebbe mai qualche politica riforma, che necessaria poi tempi, e da ragion di stato voluta, forse valeva a rassodarlo; non diciamo il pensiero di scaricare i suoi sudditi:dal pesante fardello delle avanie con cui tormentavali. Se fin d'allora che il trono montava concesso avesse la costituzione del 1812, allora, quantunque esecrato nella memoria di suo padre, forse spuntato sarebbe il giorno di sua salute: i più avrébbersi acquetato; i molti forse anco lo avrebbero benedetto, ed i pochi, dai quali soli l'annessione vagheggiavasi, tacersi dovevano aI cospetto dell'immensa maggioranza. Tal concessione era necessaria più per lui che per noi; se la cieca sua ostinazione non gliela dettava, dettargliela doveva la ragion dei tempi, ed ei avrebbe della necessità fatta una virtù: ma ciò. non avvenne. Nè allora, né poscia pensò mai a politiche riforme, né anco, chi il crederebbe? dopo il 4 aprile 18601 Tanta bestiale sicurezza sa del portento. Figlio di abborrito padre ei credeva che le bombe fossero solo puntello di un trono di sangue: la Sicilia si levava come un solo uomo, e si preparava da un polo all'altro a pronunziare il sacramento della emancipazione; ed il giovinetto Caligola si preparava nel cuore il sacramento della distruzione! Nel fatto poi gli elementi primari sui quali Francesco II poggiavasi erano la casa d'Austria, suoi soldati, i suoi birri e spie. Però fin dai primi mesi del suo regno egli dovette accorgersi della fragilità di tali puntelli: la campagna d'Italia del 59 metteva casa d'Austria in discredito appo se. stessa, e di altrui: talché mentre Giuseppe II tremava sul suo trono, in pari tempo disperar faceva dei suoi favori ai tirannetti che fidavano in lui: un intervallo di pochi mesi bastava poscia provargli la viltà, e l'infamia della sua truppa, la nullità del; l'onnipotente sua sbirraglia, e spionaggio.

Egli è vero che la milizia forma uno dei più saldi sostegni dei reami, ma è verissimo che re forma lo spirito dei suoi soldati. Or le doti principali del' Borboni sempre mai Sono state l'ignoranza, la viltà, la ferocia, doti che nella loro milizia trasfondevansi. Ditelo voi soldati di Francesco II, abbominati croati napolitani, che sapeste far di meglio in difesa del vostro re? Voi eravate più di 22 mila in Palermo, agguerriti di ogni arma, con treno, e cavalleria: Garibaldi con men di quattro mila uomini in cattive armi, senz'ordine, senza cannoni, senza cavalli vi chiamava all'appello sul ponte dell'Ammiraglio onde difendere il vostro re; vili, vi daste alla fuga; ed il grande dì Varese entrando nella capitale da porta di Termini, in men di un'ora vi cacciava da tutti i posti, e voi sbigottiti rifuggiste al palazzo reale; voi potevate rianimarvi da un primo spavento in cui v'aveva immerso l'improvviso assalto, ma per tre giorni e mezzo vi teneva inchiodati nei quartieri della Trinità, S. Giacomo, e S. Teresa; non era stato dunque il primo impeto che atterrito v'avea; era la viltà propria degli animi vostri che in tali posizioni vi cacciava, e che cresceva con le ore; voi supplici chiedeste un'armistizio, mentre è incontrastabile che 22 mila di buoni soldati dovevano, e potevano riconquistar la città; voi nol faceste a vostra eterna vergogna. Che sapeste far dunque? Ah, vili strumenti del più, feroce dispotismo Europeo, voi sapevate i comandi di Francesco II, sentiste tuonarvi gli ordini di Salzano, e Lanza, e volenterosi, e pronti bombardaste per tre giorni, e mezzo la città; dante alle fiamme le case, ed i più belli palazzi; spogliaste, profanaste i tempi, ed i monasteri; rapiste oro, argenterie, suppellettili, tele, stoffe, anelli, monili, gioie, diamanti, e quanto poteste; stupraste le donne, scannaste gl'inermi, i ragazzi, i vecchi, le vergini; vili queste furono le vittorie vostre; noi vedemmo coi propri occhi tali incredibili barbarie, e l'Europa accolta nella rada di Palermo istupidita, e muta contemplava l'immane oltraggio: andate dal vostro re, e siate certi ch'egli battendovi la spalla vi dirà: avete fatto il vostro dovere.

L'efferato trattamento che la truppa Borbonica faceva a Palermo, resterà memorabile in eterno, eterno l'odio nei siciliani; se non che costoro ben sanno fin da ora che i soldati di Francesco II non son tutta Napoli; sin da ora stringono la mano agli sventurati fratelli Napolitani che combattono per la stessa causa, e alte forse sperimenteranno lo stesso flagello.

Il terzo sostegno del figlio di Ferdinando II erano i birri, e le spie. La formazione della sbirraglia, e dello spionaggio era stato uno dei più prediletti, e continui pensieri di casa Borbone. L'orda sciagurata di numero smisuratamente accrescevasi, dei componenti con gran diligenza la maligna indole investigavasi, non badavasi a spese. Chi proveniva dalla più schifosa feccia dell'umane condizioni, putrida carogna d'incangrenita società, costui poteva aspirare ad esser birro, o spia. Un Maniscalco reggeva la infame ciurmaglia. Chi era costui? Ah, i Siciliani ebbero bastevole lezione per misurare la immonda fogna del cuor di lui, cuore plasmato colla più iniqua mistura dell'umane vergogne; centro dei viluppi, raggiri. macchinazioni, terrori, tradimenti, torture di un regno; anima dei birri, nucleo del borbonico spionaggio. Palermitano di origine, egli esordiva sua carriera nella gendarmeria, e pel suo reo talento i gradi montando, terminava Direttore della polizia, giammai scordandosi d'essere stato gendarme. Un Puntillo, un Denaro, un Carreca, gli Scarlata, Ferro, La Rosa, e per ausiliari di genio un Disimone capitano di gendarmeria, ed un Chinnici capitano d'armi circondavanlo nelle ultime vicende. Orda più maligna, e scellerata rade volte nella istoria riscontrasi. I tempi dell'Inquisizione erano trascorsi, ma di leggieri i Palermitani ben potevano dimenticarsi d'essere in Palermo al secolo decimonono, credendosi invece di cinque secoli addietro in Siviglia. I commissariati non solo, ma appositi sotterranei racchiudevano gli strumenti della più raffinata tortura: là interrogazioni strazianti, verghe fischianti, nodosi bastoni, pungoli, corde, nerbo, catene, fuoco lento. Se caduto nei loro artigli per gran ventura vivo ne uscivi,l'infranta salute, e le numerose cicatrici in perpetua memoria accompagnavanti. — Un egregio giovane, Giuseppe Vairo messinese, nel passato inverno arrestato a bordo di un vapore per sospetti politici, narravaci, come Puntillo dietro averlo ben bene tartassato col nerbo, e col bastone, legatigli le mani e i piedi in un fascio, e fattone della persona un cerchio, sospendevalo in alto, ed in tale dolorosissima postura tenevalo parecchie ore, discendevalo poscia, e lungamente cullavalo;—come in una notte di gennaro portato da una barchetta in alto mare, e nudo con una corda legatagli ai fianchi, nei gorghi di tempestoso mare buttavanlo; e poiché costui esperto nel nuoto a galla tornava, un peso ai piedi attaccavangli per cui toccato il fondo a lor discrezione in alto tornavanlo, e ciò per più ore; poscia con una lama di pugnale la bocca aprivangli, e serrandogli le narici, a forza facevangli tranguggiare più quartucci di acqua di mare! Il giovine sveniva, ed il domani giuridico processo formavano dalle sconnesse parole pronunziate nel suo delirio. In modo tale, e peggio la perfida loro arte esercitavasi da costoro. Come lurida peste da per tutto penetravano; nei caffè, nelle piazze, nei collegi, nella università, nelle chiese, nelle case private, nelle case pubbliche, nei tugurii,, nei palazzi; di g:orno più della notte, e la notte più del giorno vegliavano; con la voce, con la persona, con i gesti, con i torti sguardi, coi sibilanti fischi avvertivanti di loro presenza; con la memoria incessantemente perseguitavanti; e la misera città ammorbata dal maligno influsso, gemente, e di dolor compressa digrignava i denti. Il facchino, l'artigiano, il negoziante, il borghese,l'impiegato, il nobile, il prete risentivano del peso letale dell'infame potere di costoro. I nobili in Palermo numerosi, e rispettati più che altrove, ebbero però un manrovescio da non potersene di leggieri dimenticare. Erano i primi di luglio del 59, e giugneva in Palermo la novella di. un'insigne vittoria riportata dagli Italiani nella Lombardia; le principali camere di società per dimostrazione di gioja accrescevano la illuminazione dei rispettivi casini, e quello dei nobili principalmente brillava per la sontuosità dell'apparecchio: la polizia l'addocchiò, ed appena accessi i doppieri. ecco presentarsi alcuni ispettori, e lo stesso Maniscalco, e quali energumeni infuriar con le voci, e con le mani; insultarono quei che dentro accoglievansi, buttarono a terra, e sperperarono le lampadi: generosamente risposero i nobili, ma la vendetta rimettevano a miglior tempo.

Tutto temer dovevi da costoro; il bastone, il nerbo, il pugnale, la bajonetta, il fucile, la Parola, il gesto, lo sguardo: se il liberalismo ti metteva in gran periglio, neppur l'indifferenza assicuravati.

Su tale infernale progenie Francesco Borbone posava sicuro: ei s'ingannava. I birri, e le spie attiravano l'odio del Cielo, e degli uomini; l'odio delle persone, all'ufficio, al potere trapassava; cosi che i liberali l'odiavano, gli indifferenti l'odiavano, i realisti stessi l'odiavano. Nell'ultimo anno poi di loro esecrando potere spiegarono nequizia tale che la maggioranza del popolo Siciliano anelava la rivoluzione meno per le politiche riforme, quanto per vedere sparire i birri, e le spie—tanto erano addivenuti esosi, ed insoffribili. Adunque la istoria dovrà ritenere che la polizia, e lo spionaggio anziché consolidare i Borboni, la caduta ne anticiparono. Ma spiegate perché mai la polizia di Palermo costituivasi in cotale infame procedere? Nel suo vero scopo la polizia mira a prevenire il delitto, e perciò stesso è santa nel suo ufficio quanto il potere giudiziario, ed esecutivo. Negli Stati Uniti di America perché mai il birro non è qual fu il birro di Palermo? Ascrivetene tutta la colpa al governo. Francesco II voleva uomini tali, e se li ebbe: volle cosi averli, ed in ciò qualificavasi per uomo barbaro, e feroce; ma perché in essi riponeva suo sostegno inetto, ed illuso addimostravasi.

Quali le virtù dell'animo, quale la militare scienza dei Generali napolitani chiarironlo i fatti di Palermo del 1860. Un Salzano era il Comandante Generale delle armi della provincia di Palermo; il principe Castelcicala Luogotenente; il Palermitano Lanza commissario estraordinario spedito negli ultimi giorni coll'Alter-ego; un Nunziante, un Letizia. — Or è verissimo Che essi, scoppiata la rivoluzione in Palermo, o non la compresero, o tradirono il loro padrone ingannandolo sulla realtà della cosa. Ma come all'onnivegente Maniscalco può addehitarsi tanto? Non sciupava egli forse il regio tesoro per lo salario di birri, e spie numerosissime? Come mai ad un Argo tale celar potevasi l'introduzione nella Città di armi diverse, munizioni, assembramenti di gente che accolta veniva in più di dieci magazzini ripieni di armi? Come non iscorgere l'imponente generale manifestazione dello spirito pubblico? Sia. Scoppiata la rivoluzione affissavano al pubblico una scritta con la quale facinorosi, faziosi, predoni che fiutano il sacco, e la rapina, appellavano gli eroi che l'eseguivano; e ciò lo cantavano ad un popolo che di quel che oprava aveva intera ed alta la coscienza. Illudevano essi, o erano illusi? Il grande poi sta che scrivevano a Napoli negli stessi sensi, talché Francesco 2° non ebbe se non molto tardi la vera posizione dell'Isola. —Approdava Garibaldi a Marsala con 1100 uomini, si congiungeva alle bande armate che nei monti sin dal 4 aprile stanziavano, dava la prima battaglia a Calatafimi,. ove i suoi, un terzo del numero dei regi con grande eroismo disperdevanli, e vincendo i piccoli scontri avvicinavasi alla Capitale; due giorni prima d'entrare in Palermo fortemente battevali al Parco, e con finissima strategica cludevali, fingendo batter la ritirata per Corleone. Or chi il crederebbe? Costoro gonzi, e baldi scrivevano a Napoli che Garibaldi era stato completamente disfatto, che i suoi si rimproveravano scambievolmente di tradimento, ch'era pronto ad imbarcarsi: il tirannetto di Napoli partecipava subito all'Austria tal consolante novella, talché la Gazzetta del Danubio datava il 29 maggio tal dispaccio che da Napoli il dì 27 s'inviava. Per Dio! Quel dì che Francesco Borbone gongolante di gioja rassegnava al suo Austriaco Archimandrita il passato periglio, quel dì istesso Garibaldi passeggiava vittorioso sulla fontana pretoria di Palermo. E non solo Lanza partecipava a Napoli la sconfitta del gran Liberatore nello scontro del Parco, ma ben anco alle piazze della Città affiggeva la stessa novella; ci chiamava gl'invitti Italiani Filibustieri del mediterraneo; e forse la sognata vittoria gli dava l'indecorosa baldanza d'affibbiare loro. tal nome, ma a chi il diceva egli? A noi, o ai soldati? In ambi i casi imperdonabile simulazione. Noi, duecento mila di numero, a sei miglia di distanza sapevamo la vera posizione di Garibaldi; inutile il celarcela, o mentircela; sentendola in cotal modo da un Lanza era lo stesso che svelarci la viltà del suo animo, ed anziché destro generale, sfiduciato, e disperato agli occhi nostri mostravasi. Voleva egli vincere con l'inganno, e la menzogna dimenticandosi dei suoi 22 mila soldati. E ben meritò la dappocagine dell'animo suo; i suoi soldati dormivano sogni tranquilli, lungi credevan ornai dispersi i corsari, e la domane la tromba dell'Eroe di Como a porta di Termini squillò per essi più tremenda di quella dell'estremo giudizio.

Da questi fatti, che pur son veri fatti si raccoglie che la milizia di Francesco 2° si mostrò dappoco, e vile quanto lui. Piè' l'operar loro può estimarsi simpatia al novello ordine di cose, anco calcolando le numerose avvvenute disertazioni di soldati, sottouffiziali, ed uffiziali distinti. Essi avevan giurato di servire Francesco Borbone. Nè da noi si pretendeva il totale ammutinamento dell'esercito, ma sì bene che osservato si fosse da essi il giuridico, e civile giuramento che un buon soldato fa al suo Re; ciò importa di usar le forze, ma sempre nelle vie di onore. Noi volevamo che essi avessero combattuto come da prodi, e leali soldati si combatte. Ciò non avvenne; i traditori per osservare il giuramento non depositavano re armi; lo infrangevano però perché non combatterono come combatte il vero soldato, dandosi invece alla rapina, agl'incendi, agli stupri. Ai piè di un buon re giura forse il soldato di far tanto? No. Eterna ignominia dunque all'orda feroce dei barbari croati Napolitani .

La libertà è cosa cara quanto la vita. Acquistata un popolo che abbia, è utile conoscerne i primordi, e con essi i sacrifici, ed il sangue che ha costato. Tali primi fatti far mano le' più belle e dolci memorie di una nazione. A ciò è diretto il presente lavoro: esso non è storia, e perciò privo degli elementi, e rapporti che il vero lavoro storico costituiscano; è solamente l'ordinata Esposizione degli avvenimenti accaduti in 65 giorni, epoca che principia la rivoluzione, e termina con lo sgombramento delle truppe regie da Palermo, fl tempo consolida i fatti, e con esso le cose in miglior lume riscontransi; allora queste memorie potranno servire di materiale alla istoria dei tempi. La difficoltà di sceverare le dicerie dalla verità, la precocità dell'opera ci faranno accettare di buon garbo l'aggiungimento, o la correzione di molte notizie che con maggior veracità i buoni fratelli ci detteranno.

 

PRIMO GIORNO 4 APRILE 1860

Era l'alba del mercoledì Santo, gli orologi battevano le ore dieci, ed una tuonante archibugiata rompendo il silenzio mattutino, scuoteva i cittadini, di cui molti eran desti, ed in grande aspettazione: dopo brevissimo intervallo ne seguiva un'altra, e dieci, e cinquanta, è cento: non passava la metà di un'ora che tuonavano i cannoni: le campane del convento della Gancia suonavano a martello, altri pochi campanili corrispondevano, incalzavano gli scoppi. Un sordo fremito serpeggiava nella Città, ma il popolo a tumulto non si levò. Ciò avveniva Del quartiere del Convento della Gancia; negli altri tre quartieri regnava quietezza, e le poche fucilate che s'udirono furono tirate dagli stessl'soldati per impaurir la gente; ma non vi fu chi loro abbia fatto forza. Tacquero ben presto le campane, proseguivano, ed incalzavano gli spari, finché mano mano scemando, alle ore 13 interamente cessarono.

Andando ora a rintracciare il fatto, ecco come avveniva. La rivoluzione di Sicilia da più anni meditata, per parecchie volte andò fallita. Il fatto di Bentivegna da Corleone, quel di Villabbate nell'ottobre del 1859 erano stati colpi inefficaci. Però al 1860 l'esperienza ci aveva resi più accorti, eran già organizzate, e strettissime le relazioni fra tutta l'Isola, nelle di cui primarie Città un Comitato segreto esisteva; ben regolate le comunicazioni con Malta, Torino, e Genova per mezzo dei profughi Siciliani del 1848. Da più mesi in Palermo per mezzo di nobili, e distinti cittadini apparecchiavansi munizioni, ed armi; erano queste lance, pugnali, granate, archibugi comprati a caro prezzo a causa del già eseguitosi disarmo; di più tenevansi pronti tre cannoni, due di ferro, di legno l'altro, ma di ferro ben cerchiato. Le armi che di fuori provenivano, introducevansi nella città con gran pericolo, ed al passaggio delle porte principalmente celavansi in carretti carichi di canne, pali, ed altri ingombri. Molti uomini stipendiati, altri in maggior numero che generosamente apprestavansi, sin da febbraro si trovavano pronti all'uopo. Si stabilirono più di dieci magazzini, che sezioni chiamavansi, in vari punti della Città, ove le armi si deponevano, e si forbivano, si costruivano cartucce, si organizzava il modo, ed il giorno dell'insurrezione. Fra i diversi capi delle sezioni primeggiava, sia per fatti anteriori, sia per l'altezza dell'animo, e l'invincibile co, raggio Francesco Riso. Maestro Fontaniere suo padre, l'aveva però civilmente educato, e con la moglie, e parecchi figli l'eroe agiatamente vivevasi. Mingherlino, e scarso di persona, fosca la carnagione, penetranti gli occhi, pensieroso e taciturno, rugata la fronte, sede di magnanimi pensieri, e conscia dell'alta missione a cui si era novello Bruto, deciso: per costui scarso sarebbe ogni elogio: la storia dovrà ascriverlo come uno dei primi, e più grandi cospiratori della rivoluzione del 1860. Egli particolarmente dirigeva tre sezioni: l'una stabilita in un magazzino appartenente al convento della Gancia, e vicinissima alla sua abitazione; l'altra nella strada degli Scopari; di costa la chiesa della Magione la terza. Ardente di cuore, aveva fornito ogni cosa, e già trovavasi pronto ad insorgere priacché lo altre sezioni fossero interamente organizzate. Ma la polizia, senza saper nulla di preciso, però principiavane ad aver sentore: Riso temè che ogni giorno che trascorso sarebbe poteva compromettere, e mandar fallito il gran colpo. Pertanto il 3 aprile si danno gli ultimi ordini per la domane, spedisconsi i corrieri pei circonvicini paesi, comunicasi agli altri capi tal risoluzione, non senza esporre loro il concepito pericolo: ma le altre sezioni non si trovavano abbastanza pronte. A tal contrarietà un'altra più forte se ne aggiunse—il tradimento. Dopo il 24 mezzo giorno del 3 aprile un frate apostata andò ad esporre alla polizia il fatto: altri disse che colui che si vendé la libertà di due milioni e mezzo di uomini fu un maestro magnàno, e Carreca il commissario a cui svelò la cospirazione: forse entrambi lo furono. La polizia conscia soltanto della sezione della Gancia, venuta la notte non ebbe a far altro se non circondare il piano della marina, parte della strada Alloro, e la via Vitrera di soldati, birri e gendarmi, accompagnati da cannoni; il resto della Città incrociarono con numerose pattuglie. I nostri sin dalla sera erano andati ad occupare i rispettivi magazzini; ma molti che con l'alba al designato posto avviaronsi, con gran maraviglia trovarono serrate dai regi tutte le vie, e quei che con istanza chiesero il passaggio furono arrestati. Erano circa 70 nelle tre descritte sezioni, armati tutti di fucili. Un'ora pria dell'alba Riso metteva una sentinella dinanti la porta della sezione Gancia. Alle ore 10 precise abborda una pattuglia di soldati, e birri: chi va là? grida la sentinella; dai soldati non fu risposto: con ferma voce quella replica: chi viva? viva il re, quei urlarono, e la sentinella scaricò l'archibugio. Il gran principio era dato! All'improvviso sparo quei di dentro si sgominarono, non per paura, ma per vedersi chiuse le vie all'uscita; molti coraggiosamente fuori si slanciarono, la maggior parte nel convento montando, (il magazzino comunicava) in esso, nel campanile, e sui tetti di tutto il quartiere appostaronsi tirando fucilate, e granate a mano con gran danno dei regi.

Quei della sezione Magione com'ebbero inteso il primo scoppio con grand'animo saltarono all'aperto, attaccarono il corpo di guardia della villa di Caltanissetta e lo fugarono, indi girando il vico rasente le mura della Città dirigevansi per assaltare il commissariato della Vitrera, e congiungersi nello stessa tempo alla Gancia. S'innoltravano, ma ben presto si videro assaliti, e circondati da soldati e birri in gran numero: coraggiosamente l'affrontarono, parecchi ne uccisero, però pochissimi póterono penetrare infimo la Gancia; i più ivi stesso dietro aver combattuto da Eroi si dispersero. Sebastiano Camarrone pizzicagnolo (uno dei 13 fucilati) unito a Giuseppe Aglio pergiunse sotto l'arco piccolo di Santa Teresa, una compagnia di soldati voleva innoltrarsi onde circondarli, egli scaricò Tarme sul primo, indi con terribile voce, novello Coclite, li fè retrocedere.

Quei degli Scopari uscirono tutti fuori al momento della prima fucilata, ed attaccarono la mischia nella stessa strada Scopari. Il valoroso Riso da per tutto aggiravasi: fu veduto dal campanile lanciar granate, dal proprio balcone trarre fucilate, e nelle strade combattere, ed inettorare i suoi, spaventare, e massacrare i nemici. ll Grande aspettava che le altre sezioni il fuoco attaccassero, che la Città levatasi a tumulto in poche ore il giogo spezzasse. Ma aspettò invano, poiché le altre sezioni non erano intera,mente fornite, e qualcuna non precisamente avvisata; i soldati in men d'un'ora tutte le vie avevano bloccato, e la Città muta, inerme, e scoraggiata fremeva. Sostenetemi tre ore di fuoco, gridava ai suoi, e quelli col sangue é la vita lo sostennero; ma invano. Nel calor della mischia fu tre volte da palla ferito; cadde a terra e l'ispettor Ferro fè sovr'esso le prove del birro, dandogli due pugnalate. Mortalmente ferito fu portato all'ospedale: stettesi ivi per molti giorni. sul letto della morte; un di fra gli spasimi delle ferite, ed il dolor della fallita impresa gli s'annunziò la fucilazione di suo padre, e la stessa pena già a lui sentenziata—il martire non fu veduto né piangere vilmente, né disperarsi. Pria di morire fecesi venir dinanzi Maniscalco: mi ravvisate voi, gli disse. E quegli: siete Francesco Riso: quello stesso che vi pugnalava nella Cattedrale, soggiungevagli l'eroe, e poco dopo spirava.

Riso era caduto, la Città non s'era mossa, gli altri cospiratori non avevano corrisposto, il fuoco sedato a 13 ore, la rivoluzione già si estimò abortita.

Tutta Sicilia era strettamente legata a Palermo. Le città principali delle provincie, già preparate, e pronte attendevano il gran giorno della Capitale. La provincia poi di Palermo, e specialmente i paesi più vicini avevano da più mesi corrispondenza strettissima con i capi rivoluzionari della capitale, e sulle armi si stavano.

Molti la notte del 3 aprile armati di fucili, e pugnali mossero verso Palermo; quei di Carini passarono da Capaci accompagnati da istrumenti musicali la detta notte versò le ore cinque; quei di Bagheria, e Villabate giungevan la mattina fino all'Acqua dei Corsari. Nessun di essi però potè pergiungere in tempo; accostandosi a Palermo, e sentendo l'infelice esito, rimasero nei dintorni: ad essi unironsi quel che scapparono la mattina del 4, e così formossi il primo nucleo delle bande armate.

Ci resta a dire del convento della Gancia. Occupato che fu dai nostri, come si disse, i regi opinarono che i monaci n'erano a parte, ma più li mosse la rapina. Tantosto invasero il convento, penetrarono nel tempio, rubarono oro, argenterie, calici, sacri paramenti, messali, immagini, statuette, rosari, e ( cosa orrenda a dirsi) la stessa pisside, spargendo a terra le consecrate particole. Distrussero la biblioteca, una delle più ricche fra le particolari. I monaci però non erano a parte della cospirazione; inconsapevoli di tutto, si trovarono in un punto, avvolti nella più tremenda tempesta. Furono tutti arrestati, legati a due, a tre furono veduti passare, circondati dai birri quali masnadieri, lungo il cassero. Uno fu ucciso, e tre feriti da baionetta.

Dei nostri quattro, o cinque ne morirono, pochi feriti, pochi arrestati in quel frangente dei regi, molti furono uccisi, ignoto il numero: Dei tre cannoni che i nostri si avevano, e di cui nessuno potè far fuoco in quel trambusto i soldati se ne impadronirono.

Cessato il fuoco si videro gremite di popolo tutte le vie; era un sogguardarsi, un'accennare, un digrignare i denti; pallido ognuno per rabbia, o paura. I birri spiegarono ardire, insolenza, e ferocia mai veduta, ed unitamente ai soldati d'armi si diedero ai motteggi ed al vino; nel fondo del cuore tremavano. Allora si fu che ognun trasecolò in vedere un numero sì estraordinario di birri, e spie: tu vedevi faccie nuove, e colui che in altri tempi avevi salutato per compagno, o conoscente, or lo vedevi spia,: persone civili giovani che in altri tempi facevano i damigelli al giardino, ed alle passeggiate, or erano birri, e spie col tacchetto, ed il fucile! I tenebrosi lavori di Maniscalco or si mostravano alla luce del giorno. Per quella mattina tutti avevano gettato la consueta divisa. un tacchetto con cerata, bonaca di velluto, pantalone egualmente di velluto, fucile e sacco di tela per la munizione, era il loro vestito; varie le foggie, delle barbe.

Verso le ore 17 Salzano comandante della piazza affiggeva un'ordinanza, diceva:, la città d'allora in poi essere posta in istato di assedio; perciò proibite le carrozze, il suono delle campane, le persone camminassero isolatamente, le tipografie restassero chiuse, giudicati a consiglio di guerra quei che sarebbero colti colle armi alla mano.

Ad ore 18 nella linea del fiume Guadagna Cominciò di nuovo il fuoco, e durò circa un'ora. Ad ore 22 ricominciò ancora nella linea di Monreale, e Boccadifalco, e durò fino a ventiquattro ore. Erano i gendarmi che seguitavano, o fingevano di seguitare i pochi dispersi, mettendo a ruba le case, ed i giardini: Ma ciò produsse nell'animo dei buoni un gran conforto; proseguendo l'attacco, ornai tutto non era perduto, e speravasi.

Così finì il primo giorno.

Ci è sacrosanto dovere nominare alcuni di quei martiri generosi che in questo giorno esposero la lor vita per la causa di tutti; chi è Siciliano dee lor consacrare una lacrima di riconoscimento, e venerazione.

Francesco Riso.

Vincenzo, e Gaspare Bivona fallenami. . Sebastiano Camarrone pizzicagnolo.

Sebastiano Calandra.

Achille Fiori.

Filippo Patti, e fratello.

Salvatore Piàzza.

Giambattista d'Angelo.

Giuseppe la Bua.

Mariano Cangia, e fratello.

Francesco Billisi.

Francesco' la China.

Giuseppe Aglio.

Giuseppe Cordone murifabbro.

Ambrogio Ballesiri idem.

Francesco Vizi idem.

Rosario di Miceli idem.

Giuseppe Vizi idem.

Antonio Rumbolo idem.

Domenico Canino idem.

Giacomo Paterna idem.

Filippo Mortillaio con due figli idem, Giorgio Rizzuto idem.

Mattia Terravecchia salassatore.

Salvatore la Placa trafficante.

Bartolo Castellana macellaio.

Matteo Ciotta idelu.

Mariano Cangeri fallegname.

Domenico Drago giardiniere.

Pietro Magno carbonajo.

Vincenzo Dati.

2°  GIORNO, 5 APRILE

Rimesso il popolo dalla prima agitazione, caminciava ornai ad intendere l'importanza della cosa, e di già bramava veder l'andamento, e la piega che prendevasi. I buoni con grand'anzia aspettavano di sentire ricominciare. l'attacco. E di fatti verso le ore 14 s impegnò vivo fuoco al di là di Santo Antonino, e precisamente intermedio tra la Sesta Casa dei cacciatori, e lo stradone che mena al ponte rotto della Guadagna.

La mattina la Città si mostrò meno disordinata, comparvero viveri, i forni mediocremente provveduti, e con meno folla dei giorni precedenti il pane vendevasi.

Di buon mattino insorsero quei di Bagheria. Il popolo si levò a tumulto, ed allora i regi che colà stanziavano andarono a rinchiudersi, e fortificarsi in un palazzo. Il dimani mandarono alle piazze, onde provvedersi di viveri, ma il popolo negò loro tutto: allora due, o tre compagnie uscirono onde punire i rivoltosi; furono da costoro attaccati fortemente, e due birri, e quattro soldati restarono morti: accolti in tal modo, a tutte gambe al palazzo ritornarono; ma i nostri bloccarono il palazzo onde prenderli infame. Stettero i soldati due giorni senza pane; predarono nel recinto due capre; risolsero (li mangiarsi il cavallo di un soldato di armi che con essi ritrovavasi. Al terzo giorno Salzano spedì una colonna mobile, per cui mezzo da tanto frangente si liberarono. Unisoni, unitamente a quei di Villabbate le campagne occuparono; erano costoro che sostenevano i piccoli scontri che nei giorni consecutivi accaddero. Molte case furono bruciate dai regi.

Ad ore 19 arrivò da Napoli il luogotenente Castelcicala; sceso a terra andò a visitare il palazzo, di poi si stabilì a bordo di un vapore Napolitano. Il comandante della piazza alle ore 20 affiggeva un proclama col quale ringraziava il popolo pel serio, e quieto contegno addimostrato in quella circostanza; esortavali proseguir così, e stringersi all'idea dell'ordine, poiché quella banda di sediziosi, e perturbatori della pubblica pace (solito linguaggio dei despoti) era ornai dispersa, e tutto ritornava alla primiera tranquillità. Tanto cantava la scritta, ma in pari tempo verso le Pietrazze quei di Carini, Cinisi e Capaci quasi 200 di numero facevano strage dei soldati, e dopo averne ucciso 25 li obbligavano a retrocedere, Finalmente ad ore 24 impegnavasi il fuoco a Boccadifalco, e Monreale; i soldati con 60 tra falli, e morti forono costretti a mandare a Palermo per rinforzo; e poco dopo partiva l'ottavo di linea. I birri passando nello stradone di mezzo Monreale incendiarono una casa, dietro averla derubata: però per le varie mischie del giorno,42 di essi non videro la dimane.

La sera verso le ore tre alcuni birri tentarono derubare il palazzo del principe Santo Elia, che per sospetti politici alquanti giorni prima aveva lasciata la capitale, e poi far credere che fossero stati i rivoltosi cittadini: in sul momento che si disponevano onde eseguire l'infame di segno,uffiziale di linea per caso scoperse il loro progetto, li disperse, e li denunziò facendoli punire. Fin da questo punto manifestavasi una decisa antipatia fra la truppa, e la sbirraglia.

Insorgimento di Carini—si raccontano le mosse, e gli scontri degl’insorti sino alla loro entrata in Palermo.

Fra i diversi. paesi della provincia di Palermo, uno dei primi posti lo merita senza dubbio Carini. I generosi che si predistinsero, e guidaronoinsorti furono i fratelli Francesco, cd Antonino Ajello, il sac. Cesare Misseri, Vincenzo Leone, Francesco Cavoli, e Pietro Tondiù. Da più mesi costoro organizzavano la rivoluzione messi in relazione con Palermo. 11 giorno 2 aprile il sac. Misseri con Antonino Correvi conferivano in Palermo con D. Pasquale di Benedetto, Francesco Riso, ed altri, e fermavano che la mattina del 4 dovevano i Carinesi approntarsi alla porta Carini della Città, ed i primi ricevevano onze 100 per le spese occorrenti. Fatto il preciso appuntamento il Misseri recavasi in Carini, ove il giorno 3 unitamente agli altri capi affissava un proclama che annunziava la rivoluzione della domane; comprarono fucili, e munizioni, pensionarono gl’insorgenti.

Verso sera aprirono le prigioni mettendo in libertà i detenuti, e proclamarono che il dazio sul macino doveva soddisfarsi a tarì 10 salma. Mossero la notte circa 200, passarono da Capaci e Cinisi, di cui nessuno volle seguirli pel momento. A Ferrocavallo aggredirono un soldato di armi, e lo uccisero: per tal fatto molti impauriti ritornarono in Carini. All'Alba ritrovaronsi al passo Rituro circa 100; udirono l'in«, cominciato attacco di Palermo, ed animosi avviaronsi a quella volta; ma poco distante da colà dovettero attaccare due compagnie di soldati, e restarono impegnati sino alle ore 20. Avute cattive nuove di Palermo, fecero alto alli Pietrazzi, ove il 5, rinforzati da quei di Cinisi, e Capaci sostennero la mischia. Unironsi ad essi gl'insorti della piana dei Colli retti da Carmelo Disca, e Francesco Ferrante, e combatterono a S. Lorenzo il giorno 6. Il 7 pugnarono a Baida. La linea da loro occupata era dalli Pietrazzi sino alla casa dell'Occhio: Stettero in tal posizione sino al giorno 12 ed ebbero a patir molti stenti, e fame; e precisamente il dì di Pasqua cibaronsi con pochissimo pane ed erba; ma non per questo il loro coraggio languiva. Pensarono riunirsi alle altre squadriglie, ed Antonino Ajello difatti andò a trovare al cavaliere Sant'Anna da Alcamo che trovavasi nelle vicinanze del Pioppo unitamente a quei di Partinico che erano insorti il giorno 5. Tutti costoro avviaronsi verso Carini ove sostennero lo attacco del giorno 18 contro 8 mila regi Lo scontro ebbe luogo due miglia circa in distanza del paese, e propriamente a Quattrovanelle: i soldati fidenti nel numero cercarono circondar le squadriglie; queste però con gran bravura investironli, sfondarono le loro file, e dietro molte strage dei nemici ritiraronsi nei monti. Tra morti e feriti la perdita dei regi fu di 200 in circa, poca quella dei nostri. Cessata la resistenza i soldati entrarono in Carini, incendiarono più di 20 case, saccheggiarono, tutto il paese, uccisero dieci individui pacifici ed inermi, indi proclamavano il perdono! A tanto vandalismo gl’insorti consegnarono le armi, aspettando però l'ora della vendetta. Approdato Garibaldi.,mandava il prode marchese Pilo in Carini, e le squadriglie si riarmarono, ed il 20 maggio diriggevansi nei mordi di S. Martino.

Pugnarono quivi, ed il valoroso Pilo fu ucciso; ne prese il comando Corrado. Il di 27 i Carinesi trovaronsi all'attacco del quartiere di S. Francesco di Paola dalla parte della strada Lollari, ove cadde morto il loro coraggioso portabandiera. Entrarono vittoriosi in Palermo il giorno 28 maggio.

20 GIORNO. 6 APRILE

Frattanto gli animi dei cittadini maggiormente infiammavansi: a' pochi sbandati altri s'aggiungevano da' circonvicini paesi, i quali accorrevano coraggiosi. portando armi, e munizioni, ed ingrandendo così le squadriglie.

Ad ora tarda cominciò l'attacco nelle vicinanze di monte Cuccio, e convento di Baida: era sostenuto dei Carinesi: i soldati, ed i birri ebbero buon numero di feriti e morti; i nostri alla fine cedettero i luoghi a' nemici, che in numero quintuplicato venivano a cacciarli—più in alto rifuggìronsi, accompagnati da tre bandiere che in veduta a' regi affissavano. Ne' dintorni di Monreale fuoco accanito.

Il piano Bologna fu scelto insin dal primo giorno per piazza d'armi, e quartiere generale; perciò quattro pezzi d'artiglieria, con treno corrispondente; soldati, birri, ispettori, commissari numerosi. L'androne, e l'atrio del palazzo del barone Riso fu occupato parimente da soldati, birri.

Il Toledo or vedevasi gremito di gente, ed or. deserto; ad ore 22 grande ammutinamento vicino il palazzo delle Finanze, ed i birri. temendo da quel popolo si minaccioso qualche tumulto, tirarono due fucilate a pavento, colle quali subito lo dispersero.

I soldati posti in azione erano abbattutissimi, soffrivano gran penuria di cibi; infatti non mangiavano altro, che pan bigio, e lattughe. La notte vicino il ponte delle Teste vi fu una piccola scaramuccia: due uffiziali furono feriti, più soldati uccisi: gli altri uniti a' birri incendiarono una fabbrica di colla forte.

Finiva cosi il venerdì santo.

Insorgimento della Piana dei Greci: si raccontano ordinatamente i fatti degl’insorti sino al loro congiungimento con Garibaldi.

Dl. Pietro Piediscalzi della Piana avuto l'appuntamento pel giorno 4, si recò da Palermo in Piana per dar principio alla rivoluzione. Il giorno 4 difatti s'armarono circa 80 di numero, disarmarono i birri, e stabilirono il Comitato. Partirono unitamente a D. Luigi Zalapì, altro Caposquadra, il giorno 6 per Gibilrosso onde recarsi in Palermo: pergiunsero sino al convento di Santa Maria di Gesù, ma conosciuto lo stato di Palermo si diressero per Monreale, ed attaccarono i regi sino alle ore 24 della sera. Costoro avuta la peggio chiamarono rinforzo da Palermo, onde la squadriglia dovette retrocedere nella propria Comune. Di là il giorno 8 spedirono corrieri per tutti i paesi circonvicini animandoli ad insorgere; difatti Corleone formò una squadra di settanta individui capitanati dal marchese Firmaturi, che unitamente a quei di altri piccoli comuni, si diressero il giorno 10 per riunirsi in Piana. Cresciuti cosi di numero partirono per le montagne sopra il Mezzagno, toccarono Missilmeri, Gibilrosso, e Villabbate, e sostennero piccoli scontri con i soldati di armi avendo dimorato due giorni. Spedivasi intanto da Palermo una colonna mobile di 6000 soldati. con quattro pezzi di artiglieria, 80 compagni di armi, e cento di cavalleria. Le squadre ritornarono in Piana, dimorarono colà una notte, ed il 15 partirono per S. Giuseppe onde maggiormente ingrossarsi. Ed il 16 la colonna regia giungeva in Piana, pubblicava il perdono. per quei che avessero depositato le armi: nessun dei nostri si presentò. Il 17 l'inseguì a S. Giuseppe, ma le squadre erano già avviate per Parlinico: pergitingevano quivi i soldati e però i nostri si diriggevano a Favarotta, nel pensiero di straccarli. Da qui mossero per Carini ove finalmente i regi ebbero memorabile sconfitta. Lanza intanto faceva pubblicare l'amnistia alla Piana; ma i combattenti perseveravano: spediva una colonna mobile con ardine di bruciare le case degl'insorti. Ubbidienti i soldati del Borbone giungevano alle ore 8 della notte, circondavano il paese, ferivano inermi, e ragazzi, indi arrestando molte donne, e vecchi, e buoni cittadini li conducevano in Palermo tormentandoli nel viaggio.

Salzano rilasciò libere le donne, fece portare gli uomini alle grandi prigioni, ovemartirizzati per nove gior.ni, li metteva in libertà. Però la squadra della Piana fu obbligata pel maggior numero a consegnar le armi. Non pertanto essi seguitarono a rimanersi in ostile posizione, e fuggiaschi stavansi nelle montagne aspettando la venuta di Garibaldi. Dietro il di costui disbarco nuovamente si armarono onde unirsi seco lui. Ma furono impediti stanteché una colonna mobile recavasi in Piana onde disperderli: l'attaccarono a Rebbottone il 16 maggio, e la fecero retrocedere sino al Parco incalzandola con cinque ore di fuoco. Il domani riattaccarono la mischia al Parco, fecero fuoco dalle ore 17 sino alle ore 22, però venutagli meno la munizione ritiraronsi nell'ex-feudo Chiusa.

La notte del 17 giugneva in Partinico l'avanguardia di Garibaldi comandata dal cav. Sant’Anna, e ad ore 18 del dimani arrivava lo stesso Garibaldi: quivi unironsi al grande Eroe. Lo stesso giorno furono a Renda. La squadriglia di Piana fece parte dell'avanguardia, ed ebbe l'onore di combattere il giorno 21 ai Lanzitti, ove i nostri 300 di numero affrontarono 8000 regi e sostennero 11 ore di fuoco vincendo. Sei carretti appena bastarono per trasportare a Monreale i soldati morti, e feriti: tre o quattro morti dei nostri, pochissimi feriti, e cinque prigionieri fra i quali Giovanni Sulli, e Giuseppe Benici – 11 giorno 27 entrarono con gli altri in Palermo.

4° GIORNO, 7 APRILE

Caldo eccessivo con vento da scirocco, e densa caligine nelle montagne. Da Bagheria portarono circa sessanta feriti, fra soldati, e birri; ed intanto proseguiva il gioco: però i soldati seguitarono ad aver la peggio, tantoche verso sera lasciavano il paese in potere de' nostri.

In questa disfatta i soldati par che furono colpiti dalla mano di Dio, poiché furono quelli stessi che avevano fatto il sacrilego sacco nel convento, e nella chiesa della Gancia. I commissariati tutti chiusi, e le persone di polizia al piano Bologna. Furono arrestati in questo giorno diversi nobili, cioè: Barone Riso, barone Camarata Scovazzo, principe Pignatelli, Principe Niscemi, Principe Giardinelli, duca Cesarò cavalier S. Giovanni, rev. P. Ottavio de' principi di Trabbia; il quale rifuggitosi sopra un legno americano fu ivi stesso contro ogni dritto arrestato, ad onta de' reclami del comandante del legno. _ Furono essi condotti all' arsenale, dopo aver trascorso legati a due a due, tutto il cassero, e accompagnati da quaranta birri, e Desimone.

Aumentossi la malavoglianza fra i soldati, e birri, tanto che molti di quest'ultimi erano stati uccisi da' soldati: e davvero, poiché il birro è tale che nuore ad ogni essere vivente: infatti a Fieravecchia uno di essi, salito sul tetto d'un palazzo tirò una fucilata ad un soldato nell'intento di far suporre alla polizia nascondersi in quel luogo armati, e quindi doversi, dare l'assalto, per poscia terminare col sacco. Ma il soldato non fu colpito, onde veduto il nemico trasse egli pure, e Io uccise.

Furono arrestate, e punite dieci spie, perché ricusarono di combattere, e di mostrarsi colla divisa obbrobriosa del mestiere ohe segretamente avevano esercitato.

Tutti i posti de' soldati furono muniti anco di burri. Partirono per Trapani due legni carichi di truppa perché si disse che ivi i carcerati erano tutti usciti, e muovevano per Palermo. Il fatto realmente fu, che successa l'insurrezione, la truppa subitamente si chiusa nel forte; si sollecitarono intanto i processi de' detenuti politici, i quali risultati innocenti furon posti in libertà.

Si cercavano ond'essere arrestati il Bar. Pisani, e il di lui figlio Casimiro, il cav. Luigi Notarbartolo de' duchi di Villarosa, il marchese Antonio Rodonì, il cav. Ignazio Lanza de' Conti di San Marco. ed altri.

Circolavano intanto tre proclami, co' quali si incoraggiva il popolo promettendo la vicina libertà.

Ad ore quattro, e un quarto s'udirono alquante fucilate alla Sesta Casa de' cacciatori;—erano i nostri, che penetrati a gran periglio a traverso i giardini attaccavano quegli avamposti. Ivi stesso i birri incendiarono una conceria di pelli. Nella strada Cancelliere i nostri uccisero due sentinelle. Ornai erano quattro giorni, che ogni specie di lavoro era stato sospeso; gli artigiani cominciavano a patir bisogno; i poveri fatti più numerosi poco accattavano. I venditori di commestibili, come sempre è accaduto, mettevano a profittotempo, e le circostanze: poca carne a' macelli, e venduta a tt. sei, e grana dodeci rotolo.

5°  GIORNO, 8 APRILE

 Al caldo eccessivo successe un tempo fresco, e sereno, e quantunque verso le ore 14 vi fu una leggera burrasca, tuttavia seguitò di poi un bel tempo.

Onde fare sparire l'idea di rivoluzione che il popolo attingeva dalla posizione della città stessa, Salzano affissava un proclama, col quale ringraziava per la seconda volta i Palermitani del contegno, e tranquillità mantenuta: prometteva quindi sicurezza pubblica, e sovvenimento ai poveri,.

Si fecero aprire diverse chiese, uscirono alquante carrozze; si tolsero. dal piano Bologna i quattro pezzi di artiglieria e comparvero viveri in abbondanza. Eppure queste apparenze produssero il loro effetto nell'animo della plebe, la quale, sia per essere stata educata nella tirannide, sia pel timore che incutevano centinaja di birri, e spie segrete, seguitò a battere la via tanti anni battuta, e andò a gozzovigliare nelle bettole. Però se in cotal modo il volgo operava, diverso contegno l'eletto ceto dei cittadini serbava: si armava di nobile fortezza, cresceva nell'odio, e nella perseveranza fortificavasi.

E non solo la cosa sembrava seria al nostro occhio: i Consoli si portarono da Salzano, e lo avvertirono, che in qualunque caso si astenesse dal far bombardare (come si temeva) la città, stante gli enormi danni che le diverse nazioni ne soffrirebbero. Costui li accolse come si conveniva, e fece loro delle promesse, di cui poscia si sperimentò la fede.

Epperò la matassa seguitava a svolgersi: ad ore 15 a Villabbate s'impegnava la mischia fra soldati e squadre: la persistenza degl'insorti cominciava ad impaurir sul serio i generali, motivo per cui stimarono giusto mandar sodo rinforzò. Ad ore 17 partiva una colonna di 2500 per Bagheria, e Villabate, ed un'altra d'egual numero per Monreale.

I mercanti non tralasciavano di mettere ai loro magazzini la scritta, interessi francesi, o di altre nazioni, credendo che così fossero rispettate le loro proprietà.

All'ospedale militare si contavano, fra soldati, e birri 700 feriti. Le squadre ascendevano a 2000 circa. Verso le ore 17 uscirono da una sepoltura della Gancia due uomini, i quali s'eran nascosti il giorno 4, e furon liberi praticando a grandissimi stenti una buca nel muro, sotto una grata. Nella notte i nostri appicarono il fuoco al commissariato del Pizzuto; ed a quello della Vetriera: il primo s'incendiò intieramente, il secondo per metà. Ad ore 5 ai Colli alcune fucilate—i birri (al solito) incendiarono una casina: nei giardini vicino Villa Giulia altre fucilate.

Era il giorno di Pasqua, ed i coraggiosi montanari accesero tutta notte i falò sulle colline del l'arco, e della Grazia.

6°. GIORNO, 9 APRILE

Ad ore 16 si ritirava da Bagheria la colonna partita il giorno avanti, onde disperdere i rivoltosi: ivi non solo non potè allontanar le squadriglie, ma ebbe considerevole perdita.

Ai Colli, e nelle. vicinanze di S. Lorenzo s'impegnava. il:fuoco:. al primo incontro i soldati ebbero la peggio, e quei pochi che restarono dovettero, retrocedere, onde aspettare il rinforzo da Palermo. Domentre eravi questa triegua i nostri, opravano il seguente stratagemma. Innalzarono un muro a secco, e su di esso situarono alquanti doccioni tinti in nero, i quali da lungi scambiavansi per cannoni. Intanto giunse la colonna, la quale tostoché vide quel tremendo apparato si schierò, e cominciò un serio attacco: i nostri li. bersagliavano alle spalle; però i soldati non la cedevano coi finti cannoni, temendo più questi, che le semplici fucilate di dietro. Finalmente, accorti dell'inganno, e della numerosissima perdita si ritirarono. Però sfogarono la bile derubando, ed incendiando molte casine. Uccisero di poi una governante Inglese, ed arrestarono un prete ch'era nell'attacco, e Io condussero in Palermo armato come si trovava, cioè schioppo, pistola, e daga.

L'inimicizia tra soldati e birri s'ingigantiva di continuo: nella strada Giojamia un soldato maltrattò un birre, ed imprecò pubblicamente contro l'infame genia de' sempre malefici birri.

Il giovine Riso all'ospedale andava peggiorando per le mortali ferite del 4: quando subì l'interrogatorio, onde istruirsi il processo, fu domandato in prima del nome; ed ei rispose: Francesco: ma poscia soggiunse: eppure io lo detesto, perchè è il nome dell'infame tiranno.

Fu richiesto di poi della professione, ed ei contegnoso, e fermo rispondeva: Rivoluzionario. Lo avvertirono di risponder come si conveniva, e di non fare il matto, ed egli: Ho detto; sono rivoluzionario; e più non rispose alle ulteriori ricerche che gli si fecero.

7° GIORNO, 10 APRILE

Di buon mattino videsi una scritta di Salzano, nella quale esponeva il fatto di S. Lorenzo; diceva: Ieri un pugno di predoni, quei che fiutano il sacco, e la rapina nelle publiche perturbazioni, scorrazzarono le campagne di S. Lorenzo, con intento d'introdursi poscia nella città, e turbare la pubblica pace: il valore però delle reali truppe li ha dispersi, e sconfitti, di manieraché oggi trovasi rassicurata la tranquillità di ciascuno. Il popolo sapeva bene qual veracità vi fosse nelle scritte di Salzano, e quali titoli perciò gli competevano. I soldati costretti a fuggire, incendiarono case, rubarono masserizie, moniti, vettovaglie, galline, capre, e quanto poterono. Chi erano i predoni di S. Lorenzo? I birri nò!..

Ad ore 14 arrivò un legno Russo.

Aprironsi i commissariati: quello del Pizzuto, essendo incendiato fu trasferito vicino S. Domenico.

Partirono tre colonne mobili per Bagheria, Misilmeri, e circonvicini paesi, onde disperdere una volta per sempre i rivoltosi. Ad ora tarda si ritirò la colonna ch'era stata a Villabate, i Soldati laceri, e malconci difilarono al piano del palazzo, ove furono visitati, ed incoraggiati dal luogotenente. I birri proseguivano a commettere bravate: a Fieravecohia uno di essi nell'eseguire un bel tiro fu bastonato dal popolaccio che trovavasi in quella piazza. —Verso le ore 23 ebbe luogo una fazione sopra Olivuzza, e durò fino alle ore 4 di notte.

8° GIORNO, 11 APRILE

La mattina al sorger del sole attaccassi la mischia nella linea di Baida, e Boccadifalco. sostenuta dai Carinesi con quei di Cinisi, e Capaci; seguitò sino alle ore 13, quando una dirottissima pioggia impedì i combattenti; cessata la quale ripigliossi con molto accanimento, e si proseguì tino alle ore 19: sette soldati morti, feriti circa 50. —La sera poi nelle colline di Villabate le squadre fecero baldorie: erano vicendevoli segni.

9°  GIORNO, 12 APRILE

In questo giorno la polizia esegui numerosi arresti. Sopra le montagne di Monreale s'impegnò il fuoco, quantunque piovesse leggermente. Dicevasi che nei dintorni dell'isola vi fossero legni in crociera: un vapore Inglese bordeggiava nella rada.

La gioventù intanto preparavasi ad una dimostrazione, la quale non potendo effettuirsi in quel giorno, si appuntò per il domani. Però si fecero chiudere tutte le botteghe del cassero, intimandosene segretamente i mercanti; e ciò per opera di Salvatore Bozzetti, Ignazio Lombardo, e Gaetano Borghese.

10° GIORNO, 13 APRILE

Le squadriglie che trovavnnsi nei dintorni di Misilmeri molestate dalle continue colonne mobili che da Palermo mandavansi, e ponderata meglio la lor posizione, stimarono opportuno riunirsi a quelle che occupavano le alture di Monreale. In questo giorno istesso attaccavansi con i soldati, i quali sfrontatamente mandarono a Palermo per rinforzo: al momento partiva una compagnia la quale ebbe la peggio.

Il pensiero di eseguire la dimostrazione era oramai maturato. La manifestazione del pensiero di Palermo era necessariissima pel diportamento di tutti i paesi dell'Isola, pei quali la capitale era come di faro ai loro sguardi. E non solo pei paesi dell'isola, ma ancora la dimostrazione giovava ad ingagliardire gli animi delle squadriglie; giovava a sollecitare, e meritare gli ajuti dei generosi fratelli d'Italia. — Epperò se gli scontri dei coraggiosi insorti nei monti sostenevansi a prezzo d'immensi sacrifici, e sangue, non era d'altro verso prive di grandi pericoli l'eseguimento di una dimostrazione. In vero le strade tutte quante popolate da spie e birri, capaci di metterti le mani addosso per un gesto, uno sguardo, un mal represso sospiro; e poi il nerbo, la corda, i bagni freddi, la bajonetta, e peggio! Pertanto dai più la dimostrazione in simile posizione estimavasi come mezzo sicurissimo di cadere negli artigli della polizia. Mancavano adunque i fautori: e le persone che vantavano probità, ed ascendente sul popolo non solo negavnnsi, ma ben anco la sconsigliavano assolutamente. —Soltanto pochi giovani ebbri nell'amar di patria giurarono imperterriti di gridare libertà nell'orrendo volto dei birri. Ad ore 22 nel toledo Giuseppe Gustarelli da Messina, frate Basiliano cominciava pel primo a gridare libertà, accompagnato da altri giovani, che or noi nomineremo per loro gloria. Tal possente grido fu elettrica scintilla pe' liberi cittadini; fulmine pei birri. l'inerme trionfava sull'armato, e lo incadaveriva per la paura, e pel terrore. La vile sbirraglia estrerrefatta restò inchiodata a' posti. Dopo le acclamazioni fitte nel Toledo si usci pel vico Sant'Antonio, e spuntando a' Crucilèri si gridò nella strada Macqueda: si entrò poscia nella strada Candelai, ove le donne da' balconi egregiamente corrisposero alla sublime voce di libertà. Si tornò di nuovo nella Macqueda. e si proseguì sino al vico Scesa dei giovenchi. L'ora era ormai tarda, e fu forza arrestarsi. Poco dopo Maniscalco accompagnato da altri infamissimi satelliti passeggiò lentamente la strada Macqueda, quasiché volesse avvelenare con la Sua presenza quell'aria, che momenti prima era stata purificata dalle voci de' liberi petti. Invano la bava del serpente asperse il germogliante fiore: da quel fiore doveva necessariamente prodursi il frutto.

Ecco i nomi di quelli che organizzarono, ed eseguirono la dimostrazione: Giuseppe Gustarelli Ignazio Eliodoro Lombardo, Gaetano, e Filippo Borghese, Rosario Ferrara, Salvatore, e Filippo Bozzetti, Giuseppe Tagliavia, Antonino, e Giovanni Orlando, Antonino Stancanelli, S'incenzo Piccolo, Giuseppe, ed Angelo Busà, Scipione Perrone, Pietro Porcelli, ed altri.

11° GIORNO, 14 APRILE

Capiva benissimo la polizia gli effetti che sarebbero Dati dalla dimostrazione, e cercò subito prevenirne le conseguenze: infatti in questo giorno cominciarono seriamente ad occuparsi, onde affogare del tutto il moto popolare, che era quello ch'essi, pili che ogni altra cosa. temevano. Opposero rimedi a seconda le tendenze, e le debolezze di un popolo. Primamente per una classe di persone che temevano i birri, usarono i birri; motivo per cui resero zeppe le strade dì questi bruttissimi ceffi. Per la classe de' poveri stimarono opportuno acquietarli, come acquieta l'uomo il cane che abbaja; per ciò i Parrochi distribuirono denaro a tutti gli indigenti. Per togliere poi ogni mezzo di popolare insurrezione tolsero i battagli alle campane. Non mancò la voce di Salzano: un proclama, scritto con miele e veleno diceva, che il giorno avanti un pugno di oziosa marmaglia aveva sparso qualche voce (s'aveva acclamato per tre quarti d'ora) tendente a turbare la tranquillità pubblica; però era stato disperso dalla polizia, (non è vero) e a prevenir simili scene, raccomandava che ognuno camminasse isolato; e ove vi fossero de' crocchi la polizia li avvertirebbe a sciogliersi, e finalmente, quando non ubbidirebbero userebbesi la forza. Gli sgherri del Borbone coronarono l'opera del giorno, fucilando 13 individui, condannati pel fallo del 4. Ecco i nomi de' martiri. Sebastiano Cantarrotte, fu Vincenzo di anni 30 da Palermo, pizzicagnolo, Domenico Cuccinotta di Ciro di anni 34 da Palermo, fabbricatore, Pietro Vassallo, fu Antonino di anni 40 da Pallavicino, bracciale, Michele Fanaro di Michele di anni 22 da Boccadifalco, calcararo. Andrea Cuffaro di Giuseppe, di anni 60 da Bagheria, bracciale Giovanni Riso, fu Francesco di anni 58 da Palermo, fontaniere, Giuseppe Teresi, Di Francesco di anni 24, da Falsomeli, guardiano, Francesco Ventimiglia, di Gaetano di anni 24 da;neri, bracciale, Michelangelo Barone, fu Pietromasi, di anni 30 da Mezzojuso, carbonajo, Liborio Vallone, inteso Calogero Villamanca di Ignazio di anni 44 da' Alcamo, fallegname, Nicolò di Lorenzo, di Giuseppe, di anni 32 da Palermo, fabbricatore, Gaetano Calandra, fu Salvatore di anni 31 da Palermo, fallegname, Cono Caneeri, fu Francesco di anni 34 da Palermo. fallegname.

Il consiglio di guerra pretese duc. 118 a titolo di spese per l'esecuzione della condanna. Ladri! non avevano pagato alcun respiro di quei martiri; ma il lettore potrà riscontrare meglio nel 5° numero della Forbice, Palermo si vesti a lutto per molti giorni, e sparse sincere lacrime alla loro memoria. La sera fu comunicata a Francesco Riso, tuttora agonizzante all'ospedale, la fucilazione di suo padre!

12° GIORNO, 15 APRILE

Maniscalco contava sull'efficacia delle già prese misure: i parrochi intanto seguitavano a distribuire denaro ai poveri; i birri più numerosi e guardinghi dei giorni precedenti; inoltre gran quantità di spie trasvestite onde fiutare a capello i pensieri del imputo. La mattina arrestarono 13 individui, e li condussero per le principali strade a spauracchio della gente. —Si ritirò l'8' di linea. —Ad ore due di notte i nostri assaltarono l'avanguardia della 6° Casa dei Cacciatori: fecero fuoco sino ad ore quattro, ed uccisero due birri, tre soldati ed un suonator di tromba. Nella notte poi i soldati, ed i birri avvisati da una spia assalirono una casa, ove trovarono pochissimi fucili, giacché il re, stante s'era trasportato segretamente in altro locale più sicuro.

13° GIORNO, 16 APRILE

Oramai erano scorsi dodici giorni fra conti, nue lotte, e di armi, e di voci, e di scritti. Tutti i paesi dell'isola avevano corrisposto alla voce di Palermo. Le squadriglie trovavansi molto aumentate, ed il popolo, iperbolico per natii, ra, li portava a 10 mila. Intanto circolava voce che l'indomani le squadre dovevano assaltare Palermo. Questa voce vera, o falsa, impaurì il governo, per cui apertamente mettevasi in difesa distribuendo soldati frammisti a birri in novelle posizioni, e collocando altri pezzi di artiglieria in punti nuovi ed interessanti —Usciva in questo giorno il ridicolo ordine di tagliarsi i peli del mento. Attaccossi leggera mischia so. pra Boccadifalco.

14° GIORNO, 17 APRILE

Gli ordini incalzavano: alle porte nessuno in. gresso, temendo che ogni persona ch'entrava fosse spia mandata dalle squadre.

La mattina impegnossi un gran fuoco a Monreale; i soldati appena fatto argine al primo impeto, retrocessero mano mano, tanto che verso le ore 17 i nostri stavano per entrare in paese. Parimenti ebbe luogo un serio attacco nelle vicinanze di Ferrocavallo, e fu svantaggioso ai soldati. —Partirono quattro compagnie per Trapani: se ne spedirono altre tre per Carini onde congiungersi alla colonna mobile che in quei dintorni stanziava, col pensiero di distruggere il paese.

La Città in questo giorno deserta, chiuse le botteghe, gli animi in terribile aspettativa ed incertezza. —Ad ora tarda venne un vapore Piemontese, e partì dopo tre ore. Da più giorni al molo trovavansi sei legni di Francesco 2°.

15° GIORNO, 18 APRILE

Questo fu il giorno dell'eccidio di Carini. Ebbe azione la colonna mobile che pergiungeva da Partinico, forte di 6000 uomini, quattro cannoni,80 compagni di armi, e 100 di cavalleria; una compagnia partita da Monreale, e le tre da Palermo. I nostri fecero prove di estremo valore, coprendo il terreno di 200regi tra feriti, e morti; poscia soprafatti dal numero fecero alto nei monti. Allora i vandali borbonici entrarono in Carini, ed incendiarono, rubarono, uccisero 10 inermi, e vecchi.

Fin da questo giorno si disse avvenuto un disbarco di emigrati a Terranova. — La truppa trovavasi abbattutissima e per la continua attività e per le diverse marcie: gran parte di essa formavasi da reclute venute da fresco dalle Calabrie; uno di costoro nel quartiero S. Giacomo non potendo più soffrire il militare rigore troncossi volontariamente la vita. — I regi respinsero le squadre da Monreale, le quali ora battevansi nei monti.

16° E 17° GIORNO, 19 E 20 APRILE

Seppesi preciso il fatto di Carini: il popolo anziché scoraggiarsi, s'istigò maggiormente; scorgevasi sul volto di ognuno ardire imponente, e torva serietà. —Ad ore 17 arrivò una fregata Inglese. — I nostri battevansi sopra Monreale. I poveri erano numerosissimi, ed il Luogotenente dava a ciascuno tari sei. Vari allarmi improvvisi e falsi, per cui il popolo mattamente correva.

18° E 19° GIORNO, 21 E 22 APRILE

Ritornarono i regi da Carini, e conducevano il treno adorno di fiori, e fiori anco ai fucili; però il sembiante e la divisa di molti metteva compassione. Le strade quiete. e silenziose; nelle botteghe qualche commercio; pochi birri ai posti.

A Bellocampo succedeva leggero attacco. Ar rivarono diversi legni forestieri.

20° GIORNO, 23 APRILE

Il silenzio dei giorni precedenti persuadeva ai regi che le cose andavano raffreddandosi, e che le squadre andavano a sciogliersi. Si apparecchiavano a togliere Io stato di assedio, a cantare il Te Deum,. a, ritirare la truppa nei rispettivi quartieri, a sgombrare i posti presi alle porte, e dentro la Città istessa. Però non appena il popolo sentiva tanto, si preparava alla reazione: ad ore 16 una strepitosa dimostrazione nel Toledo atterrava le ipotesi congegnate da Salzano, e Maniscalco. Sbucavano poco dopo torrenti di birri e gendarmi quali segugi che ormano l'imboscata fiera, e fiutando vicoli, strade, portoni arrestavano a dritta, e a manca. Fino ad oggi gli arresti politici fatti dopo il 4 aprile ascendevano a poco men di duemila; e duemila circa era il totale dei morti, e feriti regi. Ad ore 20 arrivarono tre legni, une Piemontese, uno americano, ed uno francese.

21° GIORNO, 24 APRILE.

Il popolo non soddisfatto della dimostrazione del giorno precedente, ne organizzava un'altra da eseguirsi alla discesa del capitano della fregata Piemontese. Nel. Toledo pattuglie numerosissime di birri, e soldati: a porta Felice si negava con bieco cipiglio l'uscita: le botteghe del Cassero tutte chiuse, ed i paurosi nelle proprie case. —Verso le ore 18 il capitano Piemontese scese a terra dalla parte del Borgo; il popolo fece strepitosissima dimostrazione gridando. —Viva l'Italia, e Vittorio Emmanuele: Viva Palermo, e la libertà; corrisposero tutti i pescatori, e battevano i remi sulle barche con grandissimo strepito.

La città corrispondeva nello stesso tempo al grido di libertà. e propriamente nelle strade Sant'Antonino, Bosco, e davanti l'arco di Cutò.

22°  GIORNO, 25 APRILE

Onde maggiormente tener desti, e concitati gli animi, spargevansi dai liberali le voci che a Sciacca era avvenuto un disbarco di emigrati armati di due fucili per ciascuno; che pel giorno 27 le squadre avevano giurato di assaltar Palermo: ciò non era. vero, ma intanto il governo allarmavasi, ed affaticava i soldati. Il Luogotenente stabilivasi nel forte di Castellammare.

23° GIORNO, 26 APRILE

Maniscalco vegliava ed operava, quindi numerosi arresti. —Partirono soldati per la Piana dei Greci onde rinovar l'eccidio di Carini. Nelle disposizioni interne vi era quella di togliere la piazza dal piano Bologna, e trasferirsi al Castello.

24° E 25°  GIORNO, 27 E 28 APRILE

Se Maniscalco e Salzano mostravano terribile ostinazione, il popolo più di loro la mostrava. L'impegno grande che tali due uomini sposavano in quelle circostanze, noi lo crediamo figlio di personale interesse, e delle proprie passioni, non mai del dovere di difendere il loro padrone; figlio del corrivo, dell'odio, e della loro prava indole: oggi la lotta non era tra Francesco Borbone, ed i Siciliani, ma sibbene tra i Palermitani, e Maniscalco e Lanza. Essi simulavano, e dissimulavano col re di Napoli, e sino ad oggi costui non conosceva la natura, e lo stato della rivoluzione di Sicilia. E vero che Maniscalco da principio la tenne come il fatto di Bentivegna, e quel di Villabbate, e di fatti il giorno 4 aprile dopo dispersi gl'insorti della Gancia esclamò; ho afferrata la rivoluzione pei capelli; ma al presente aveva dovuto correggere la sua opinione.

Le squadre si trovavano parte a Ferrocavallo, e parte a Misilmeri, e dintorni. Il 27 moriva Francesco Riso!

26°  GIORNO, 29 APRILE

Il disbarco seguitava a vociferarsi, e precisamente di un corpo d'Italiani volontari, uniti a 200 svizzeri. La città in rispondenza a tali notizie teneva le botteghe chiuse, e le strade deserte.

27°  GIORNO, 30 APRILE

L'immaginario assalto non successe; s'era baciaste per istancare i regi. I birri i accantonati da per tutto, ed in grande osservazione: nei Toledo una numerosa pattuglia ascendeva, e discendeva. La sera vicino al Camposanto i soldati trassero alquante fucilate al vento: sentivano atterrire chi non s'atterriva.

28°  GIORNO,  1.° MAGGIO

I regi pensarono a fortificarsi maggiormente: chiusero la porta di Montalto; e fecero murare le finestre delle case rispondenti alla suddetta porta. Nel porto stavansi sette legni esteri: ne partì uno Busso.

Occultamente si affissò a Quattrocantoni la seguente scritta: meta della carne degll'infami: carne di birro a grani 8 rotolo; di gendarme, a gr. 12; di soldato a gr. 16. In un popolo trovi ogni genio!

29°  GIORNO,  2.° MAGGIO

Il popolo teneva desto sé stesso, e la polizia con continue dimostrazioni: se ne fece una molto energica nella piazza Ballerò. —Dal negoziante Langer si vendettero 400 lime, onde ridursi in bajonette, e pugnali. Maniscalco ne sentiva la notizia, ma non seppe il compratore: ché perciò? Arresti! A Tomasonatale arrestaronsi dodici giardinieri per semplici pretesti. —Seguirono a murarsi le finestre rimpetto le mura della Città.

30°  GIORNO,  3.° MAGGIO

Un avviso di Salzano affissato a tutte le cantonate della Citai dichiarava tolto lo stato di assedio, e prometteva perdono a tutti coloro che si sarebbero presentati volontariamente. Un altro che sapeva di pastorale ne dettava il Luogotenente: ringraziava il popolo del pacifico serbato contegno; (e le dimostrazioni?) aggiungeva che le squadre si trovavano oramai disperse. e sconfitte dal valore delle reali milizie; (menzogna! concedeva perdono a' resi volontarii—A fianco di tanto sermone si leggeva un decreto col quale si vietava con pena di morte la detenzione di armi. —Tali furono le misure che stimarono opportune pel giorno; ma da ciò era ben facile scoprire che ai cervelli di chi le dettava principiavano a venir le traveggole. Gli affari si complicavano, ed eglino se ne incominciavano a persuadere.

Il popolo non cessava dalle dimostrazioni; i mercanti tenevano chiuse le botteghe, quantnnque molti di essi furono arrestati dalla polizia per non averle voluto aprire.

31° E 32°  GIORNO, 4 E 5 MAGGIO

Arrivarono alcune compagnie di soldati Inceri, e malconci: venivano da Vicari e Ciminna ove avevano toccato una disfatta. Un proclama del comitato diceva: Fratelli, noi vinceremo: vinceremo perché uniti; vinceremo perché com; battiamo per la causa del giusto oppressotanta fede non è senza base: non ci lasciamo illudere dalle vane, e turpi promesse di perdono: il labbro d'un gendarme, voi sapete qual fede meriti ec. ec. —Giungeva la notizia di una sanguinosa insurrezione avvenuta in Catania. —Il 6° di linea rispondeva ai numerosi nostri proclami, e gridava: viva l'Italia: viva la libertà.

33° E 34°  GIORNO, 6 E 7 MAGGIO

La coraggiosa gioventù solennizzava il fatto di Catania: nella chiesa dell'Olivella, quando il prete benediva il popolo, Rosario Ferrara accompagnato dai soliti amici gridava: in nome di Dio viva la libertà, viva l'Italia! Lo stesso facevasi nella chiesa di S. Francesco. Al dopo pranzo le strade deserte. Numerosissime pattuglie ronzavano da per tutto. Il comitato diresse vari proclami al popolo.

35°  GIORNO, 8 MAGGIO

Oramai tutto il popolo era unanime, tutti ceti erano dominati da una sola idea: per dimostrar ciò alla polizia, si stabiliva di lasciare il cassero deserto per tutto il giorno: Sublime unità! Un giorno intero il Cassero fu deserto. —Molte compagnie di soldati partirono per Aleamo a rinforzare la colonna che già aveva avuto la peggio dalle squadriglie.

36°  GIORNO, 9 MAGGIO

L'anzia, e la speranza dei Palermitani precorreva la venuta dei generosi fratelli Italiani, e in questo giorno si dissero sbarcati a Puntabianca vicino Girgenti. Seguitava il Comitato a dirigere proclami ai soldati, ed al popolo.

Onde dare alla polizia la seconda prova che oggimai Palermo aveva un sol pensiero, ed una sola volontà, stabilivasi per le ore 22 la massima delle dimostrazioni a strada Macqueda, All'ora designata il popolo affluì come torrente, fiero nel volto, contegnoso, e in gran silenzio. Spettacolo imponente, raro, sublime! eran più di 20 mila. Un terreo pallore si difese nel volto dei birri, e dei soldati. La scintilla scoppiò, ed un immenso fragore di acclamazioni si levò al Cielo. I satelliti di Maniscalco fecero fuoco sugl'inermi, abbassarono le bajonette, trassero le daghe e ferirono a dritta, ed a manca: tre cittadini restarono uccisi, molti feriti, moltissimi malconci e pesti. Due birri, ed una spia vennero fatti a brani in tanto tumulto. Il popolo fiutò il primo sangue!

37°  GIORNO, 10 MAGGIO

Lo sparso sangue infuse nel popolo coraggio, e furore: conscio di sua tremenda possanza diceva: sangue? Vedremo chi sa vincere!

La mattina stessa un pugno di facchini nella piazza S. Francesco gridò libertà; i birri ne ferirono sei; ma il popolo trucidava due birri, ed un gendarme.

Al dopo pranzo la blebe a Ballerò abbaruffossi coi birri con sassi, e bastoni. Oh, finalmente il popolo menava le mani! I birri finalmente lo vedevano, e tremavano, ma i vili maggiormente perfidiavano.

38°  GIORNO, 11 MAGGIO

Le squadre molto numerose circondavano Palermo, e per dar l'assalto non aspettavano che un'insurrezione interna. Si portava certo il di, sbarco di Garibaldi avvenuto il giorno 9, ma veramente fu questo il giorno che il grande eroe posò il piede sulla Sicilia. Disbareava a Marsala accompagnato da 1300 uomini, e sei cannoni. Le strade deserte; le sentinelle moltiplicate.

39°  GIORNO, 12 MAGGIO

Segni d'immensa allegrezza nel popolo per la certa notizia della venuta di Garibaldi. 1 generali della truppa ordinarono subito il ritorno tutte le colonne mobili — le strade popolatissime di birri, e soldati. Verso sera il comitato, faceva circolare il seguente proclama—Siciliani! Garibaldi è con noi, ed il suo nome suona vittoria. I nostri sforzi sono soddisfatti, compiuti i voti, e le speranze. Non sia lordato di sangue il giorno della vittoria; e se nel periglio fummo intrepidi, siamo ora generosi, e magnanimi. Offesi ed offensori tiriamo un velo sul passato ed uno sia il grido: Viva l'Italia; Viva Vittorio Emanuele, Viva Garibaldi!

Il comitato — 12 maggio 1860.

40°  GIORNO, 13 MAGGIO

Oggi compiva il mese dacché erano stati fucilati i 13 eroi del 4 aprile ed i cittadini si vestivano a lutto. —Diversi nobili attaccati al governo noleggiarono legni onde nel caso potersela svignare; lo stesso fecero i Gesuiti. Il Comitato dirigeva ai soldati un proclama: Soldati! I vostri generali vi tradiscono; l’onorata divisa del soldato per essi è stata tramutata nella lurida casacca degli sgherri… Noi vi stendiamo nuovamente la mano…  deponete le armi, siamo fratelli ec. cc.

41°  GIORNO, 14 MAGGIO

Arrivarono da Napoli circa 2000 soldati presi da regimenti 1° 3° e 5°.

I birri comparvero vestiti in atto di combattere come il giorno 4 aprile.

Uscirono dalle carceri i monaci della Gancia, e la città giubilò.

42°  GIORNO, 15 MAGGIO

Non venne alcuna posta. I soldati arrivati jeri partirono pel Parco, e ad ore 21 si attaccarono con le squadre. I regi fortificarono meglio le porte della città con sacchi e fascinate.

Il vapore di Napoli recò alcune concessioni di Francesco, cioè una tenue diminuizione sul dazio del macino, dieci anni di porto franco, tolta la carta bollata. ed una persona reale in Sicilia; però non furono pubblicale. Era troppo tardi; ed anco troppo tardi Francesco 2° credeva rimediarvi; in tal modo!— Il comitato pubblicò il seguente bullettino: Garibaldi è con noi: le truppe di Trapani, e Girgenti hanno fraternizzato: ovunque ei passi riceve ovazioni: con lui si trovano molti dei nostri fra i quali Carini, Castiglia, La Masa, Cordova, Fardella Orsini: noi attendiamo impassibili, ed aspettiamo da lui il comando per le nostre operazioni ec. . .

In questo giorno avvenne la battaglia di Calatafimi. I regi erano 3600 forti di ogni arma, ed appostaronsi sopra un erto poggio rimpetto Calatafimi detto monte del pianto dei Romani: i nostri un terzo appena del nemico, soli fanti. Garibaldi dà il cenno alla paglia, e tantosto i suoi, fatta la prima scarica, vanno alla bajonetta inerpicandosi su pei scoscesi dirupi; i regi spaventati da tanto leonino coraggio sono sloggiati dalla collina a colpi di bajonetta, e perdono un cannone, 6 prigionieri, 36 morti e 148 feriti —Sedici eroi dei nostri restarono morti sul campo di battaglia.

43°  GIORNO, 16 MAGGIO

Non venne posta: da Napoli pergiungevano 600 soldati bavaresi, e svizzeri: al Palco accanito attacco, tanto che i regi mandarono per rinforzo. Salzano intanto metteva di nuovo lo stato di assedio, ed avvisava al pubblico lo disbarco a Marsala di 800 Italiani, guidati da un generale, (taceva il nome) e da uno stato maggiore. Garibaldi intanto si trovava a Salami. La notte 40 carretti partirono dalla città pel Parco onde trasportare i soldati uccisi, e feriti.

44°  GIORNO, 17 MAGGIO

Si seppe che i soldati, ed i birri dovean gridare: viva il re, viva la costituzione; (erano le ridicole concessioni accennate). In un momento il popolo intima che si chiudessero tutti i balconi, e le porte, e che il cassero si lasciasse deserto. E fu fatto: non avendo a chi convertire, i regi si tacquero. —I birri erano scoraggiati al massimo. L'ispettor Ferro si presentò al Comitato onde apostatare: non fu accettato. La sera pergiunse Lanza, ed il Luogotenente, s'imbarcò.

45°  GIORNO, 18 MAGGIO

Alle cantonate della città un decreto di Francesco: diceva che per rimetter l'ordine, e la pace aveva spedito il generale Lanza colla facoltà dell'alter-ego Ventimiglia suo segretario. Il popolo intanto preparava armi perché sapeva che da un di all'altro doveva battere la sua solenne ora, e si organizzava a squadriglie.

46° GIORNO. 19 MAGGIO

Un proclama del ben arrivato Lanza diceva: che già egli rivedeva l'amata patria; aveva speranza trarla dal precipizio in cui pendeva, e nobilitarla con la pace. Giuda non si spiegava differentemente col maestro che tradiva. I suoi pari non hanno patria; quella che a lui fu cuna veniva giorni dopo bombardata, saccheggiata ed arsa. I soldati presero posizione fuori delle porte. Concentravano gran forza a Monreale; nella rada stanziavano moltissimi legni a guerra di estera bandiera.

Ad ore 22 il popolo tumultuò nel cassero; i birri ed i gendarmi del posto dei quattro cantoni tutti quanti scaricarono le armi sovra essi; tre caddero morti, e molti feriti: i nostri a sassate uccisero due birri, e due soldati. Il comitato raccomandava quietezza, e silenzio, diceva prepararsi invece armi, e munizioni, pazienza per altri pochi giorni. . . Ma come contenere un popolo che sentiva la sua forza, e i suoi dritti e che aveva irremissibilmente giurato un'estrema lotta di morte?

47° E 48°  GIORNO, 20 E 21 MAGGIO

Fornivasi il popolo di quelle armi che alla meglio rinvenir potevansi, ed aspettava coraggioso che Garibaldi desse l'assalto alla Città, onde insorgere tremendamente di dentro.

I birri casermaronsi al palazzo pretorio, i bavaresi all'università. Il Luogotenente premiò quel soldato che a Calatafimi aveva ucciso il prode Italiano Schiaffini; lo regalava di cento piastre, lo faceva sergente, e lo insigniva della croce di Francesco I°. —Lanza per soddisfare i bisogni della truppa toglieva vistosa somma dallo Finanze.

Dalle mosse di Garibaldi i regi giudicarono ch'ei avrebbe tentato il passaggio di Monreale, quindi su tal punto il maggior nerbo di lor forze concentravano. Con 6000 soldati in paese, 4000 mila nei monti; e corrispondente treno afforzaronsi, Vano disegno! Pergiunsero nella rada tre fregate Austriache, ed una Francese.

Nei monti che fanno corona a Palermo, la Sera alzaronsi i soliti falò di corrispondenza. —I soldati incendiarono una casina a mezzo Monte,

49°  GIORNO, 22 MAGGIO

La catastrofe opinavasi vicinissima, ed i consoli affissavano alle loro abitazioni le rispettive bandiere nazionali: a tal vista il popolo esultava.

Onde divergere il pensiero dominante dei cittadini, smembrar l'unione, e suscitar gli umori, i degni rappresentanti di Francesco Borbone scarceravano circa 70 malandrini, fiore dei ladroncelli di città. Uno di costoro la mattina stessa giocò il primo colpo rubando un fazzoletto ad un marino Inglese. Il popolo col suo squisitissimo odorato conobbe il furfante e chi lo mandava; si scagliò sull'infame, e lo dilaniò con le sue mille mani, indi semivivo lo buttò in mare. —Verso 18 ore arrivò un legno Americano: sin'ora se ne contavano dodici—la sera le solite baldorie sui monti.

50°  GIORNO, 23 MAGGIO

Garibaldi coi suoi invitti Taitiani, e le squadre aggiravasi nei monti sopra Monreale. Accennava dover assaltare questo paese, e di fatti attaccava delle mischie alla Grazia, ed al Parco; ma di quel che poscia avvenne può giudicarsi ei ciò faceva per eludere i regi.

Il Luogotenente, e Lanza piatirono presso il Pretore, i Senatori, e molti nobili, onde s'interponessero presso Garibaldi, e cessar le ostilità, stanteché Francesco: avrebbe accontentato i Siciliani, anco con la costituzione del 1812. Il vano ripiego della loro torta politica non ebbe effetto: i nobili si negarono, i, senatori fecero osservare la loro incompetenza in tale affare.

Il prefetto di polizia Denaro, il commissario. Carreca, Puntillo, Abbate, Ferro, ed altri furono dichiarati destituiti.

51°  GIORNO, 24, 25, 26 MAGGIO

Garibaldi attaccossi fortemente con i regi ai Parco, villaggio rimpetto Monreale, a cinque miglia distante da Palermo: i suoi minori di molto nel numero sostennero valorosamente lo scontro: dietro grave perdita dei nemici, ordinatamente retrocedendo preser la via dei monti accennando ritirarsi a Corleone. Questo fu uno dei più sublimi tratti strategici dell'eroe Nizzardo: il Maggiore Bosco con la sua divisione diedesi ad inseguirlo, ma invece inseguiva Orsini scambiandolo per Garibaldi: questi il domani poggiava a Misilmeri, indi sostava il 26 a Gibilrosso, da dove mosse la notte; ed all'alba del 27  trovavasi il Ponte dell'Ammiraglio.

I regi tenner per fuga la fiuta ritirata, onde il 25, ed il 26 non cessarono dí affissar bullettini nei quali contavan vittoria, affermavano in buona coscienza distrutti gl'Italiani e il duce loro, li appellavano filibustieri del Mediterraneo, e scambievoli traditori. Scrivevano a Napoli tal consolante novella, e Francesco subito la comunicava all'Austria (). Il popolo lacerò i bugiardi avvisi, ed anziché dar loro credito preparossi pel gran combattimento. Era la sera del 26 giorno di sabato, e quasi tutto il popolo sapeva la certezza dell'assalto della dimane. Le squadriglie interne già organizzate da più giorni, stettersi pronte al primo segno; desti tutta notte i più; lieti, coraggiosi, certi della vittoria tutti.

DAL 54° al 57°  GIORNO 27, 28, 29, 30 MAGGIO

Era l'alba del 27 maggio: tra quest'alba memoranda, e lo spuntar del sole si metteva di mezzo la liberazione di Sicilia. Palermo città fortificata da più mesi, munita da due forti, difesa da tre fregate, presidiata da 22 mila soldati forti di ogni arma, cadeva in men d'un ora all'urto tremendo di un pugno di prodi! I valorosi che tanto oprarono furono 800 italiani, e 4000 uomini di squadre, ma con un Garibaldi. Tal fatto sublime merita al certo uno dei primi posti nelle istorie moderne delle militari imprese.

Garibaldi la notte del 27 moveva da Gibilrosso procedendo in gran silenzio verso Palermo. All'alba la sua avanguardia incontravasi con gli avamposti regi che accampavnnsi al bivio della Scaffa, un miglio distante dal ponte dell'Ammiraglio. Attaccossi la mischia, ed i regi piegando sull'ala sinistra che estendevasi sino al Camposanto, dopo brevissimo tratto disfatti, riparavano al quartiere di S. Antonino. Gl'italiani colle loro invincibili bajonette, e le coraggiose squadriglie incalzandoli, e non curando la mitraglia con cui una fregata regia bersagliavali, entravano vittoriosi dalla porta di Termini. Garibaldi il primo varcava la fatal porta; seguivanlo i prodi emigrati siciliani La Masa, Carini, Campo, Crispi, Mastrich, Fuxa, e La Porta trovavansi cori Orsini, Oddo impegnato altrove. Allora i regi di Sant'Antonino, come ancora quei di tutte le caserme interne della città; precipitosamente ritiraronsi al palazzo reale: la linea che occupavano si estendeva dal Sud al Nord della città, toccando i punti di porta Sant'Agata, porta Mont'Alto porta di Castro; Palazzo reale. quartiere di S. Giacomo, S. Francesco di Paola, Giardino inglese, Quattroventi, Arsenale; linea che è fuori del perimetro della città, se togli il Palazzo, S. Giacomo, e la Trinità. Ciò avvenne in men d'un'ora.

E la città? La procella dell'oceano non sì leva cosi tremenda e spaventosa com'esca si levò; Schiariva appena il giorno quando s'udirono primi. spari, ed allora balzan dal letto i cittadini; le porte, i veroni, le finestre si Spalancano. Viva l'Italia, e Palermo l grida una voce, e repente questi, e quegli, cento, mille, un'intero quartiere con voce di tuono lo, ripete; in pochi minuti la città non ha che un sol grido, una sola volontà, un sul pensiero. Suonano a Inaridì«i campanili dalla parte dei vincitori. come onda tal suono si propaga, ed in breve suonano a Stormo le campane tutte di Palermo. All'immenso fragore dei metalli, delle voci, delle mani; dei fucili, dei cannoni freme l'aria d'intorno, trema il suolo della città.

Incontaneute le interne squadriglie escon fuori dai posti, e si congiungono ai vittoriosi fratelli: i più animosi, e gagliardi cittadini si slanciano nelle strade, e gridano: fratelli fuori dalle case, fratelli armi, armi! Ed il popolo sbocca a torrenti ed inonda le strade, ed il popolo è tutto armato—armato non di armi opportune ad assalir nemici da lontano, ma di tutto ciò che rinviene al momento, di tutto ciò che offende, di ciò che se non è arme fu arme un tempo: vedi bajonette irruginite, stocchi spuntati, tronchi di spade, sciabole, coltelli, scuri, bipenni, asti, lance, pugnali, chiodi, punte di ferro, lime, scalpelli, martelli, mazze, vanghe, bastoni, pietre; fanciulli, vecchi, giovani, donne, preti, monaci son quei che l'impugnano: irti i capelli in fronte di ognuno, spalancati gli occhi, serrati i denti, convulse le braccia ognun si sente nell'ora più solenne di sua vita; ognun si crede, si sente armato; vuole uccidere od essere ucciso. La voce, il gesto, la forza, l'opinione, l'accidente creano i capi del momento, e questi si traggon dietro la fremente moltitudine, e l'adoprato all'opportune bisogne.

Barricate, barricate! grida una voce, ed in un momento ascolti un cigolar di carri, carrette. e carrozze tirate da cento e cento mani; vedi balzar dalle finestre tavole, tavolini. sedie, scaffali, banchi, ed ogni mobile che ingombro far potesse; ferve l'opera, in un punto assiepansi di barricate le strade. Guardansi in viso i cittadini, si baciano, piangono, fremono, esultano; ogni momento che passa è per loro un trionfo, una vittoria,  un gradino che montano nella fratellanza, e nella libertà. Il popolo nella sua immensa forza e potenza, ondeggia quasi tre ore in tal sovrana autonomia; finché determinatasi la posizione del nemico, si determina egli pure, e specificatamente adoprasi a combatterlo.

Garibaldi entrato in Città organizza i primi elementi di un governo provvisorio: istituisce alla Fieravecchia i comitati delle barricate, delle finanze, dell'annona, delle munizioni, dell'interno: Crispi è il segretario di Stato. Scorre la città fino al piano Bologna, concentra indi il governo al palazzo Pretorio; accompagnato da Larnasa, ed altri prodi da ordine, coraggio, direzione agli assalti; illustre legislatore ad un tempo, e gran Capitano.

I regi senza tregua vengono contemporaneamente assaliti ai baluardi di Montalto, e santi Agata, al quadrilatera del Palazzo reale, a San Francesco di Paola, al Giardino Inglese. I soldati di quest'ultimo posto, quantunque con due pezzi di artiglieria, son costretti pria di mezzo dì prender la fuga pei Quattroventi. —S. Francesco di Paola resiste tutto il giorno; i nostri incalzano i regi da porta Carini, li discacciano da porta Ossuna, penetrano nella villa Filippina, circondano i giardini a tergo del convento;—poco scampo resta ai nemici;—se non che si concentrano nell'interno del convento, e nel campanile. La notte dà una tregua ai combattenti, ed i regi approfittandone abbandonano il quartiere, e ritiransi al Palazzo: lo stesso fanno quei de' Quattroventi, e delle Carceri.

I baluardi sant'Agata, e Montalto resistono fino a sera; il bujo non basta a spegnere il furore degl'Italiani, e delle squadriglie; tutta notte li bersagliano.

Ma la città arde in più di trenta gli; spaventevoli piramidi di fiamme miste a vortici di fumo e faville volteggiano in un cielo stellato: la orrenda detonazione delle granate, delle bombe, dei cannoni non cessa con la notte, e già son sedici ore che hanno vomitato d:struzione, e morte. — Settanta legni della marina di guerra di diverse nazioni contemplano dalla rada l'eccidio miserando. —Non per questo vien meno il coraggio dei cittadini, anzi alla rabbia si congiunge: s'illumina a giorno tutta la ritta; le campane non cessano di suonare a stormo; il popolo non dorme, ma grida, combatte, ed anela che spunti l'alba della dimane.

Si tinge appena di rosso oriente, e si ricomincia terribile l'attacco: la vista delle rovine trasmuta l'ira in furore. Però le posizioni del nemico non sono le stesse di Jeri. Col favor della notte aveva abbandonato le Carceri. i Quattroventi, S. Francesco di Paola; quindi privo dell'ala sua da parte del nord, resta tagliato dalla ritirata del mare. —I carcerati liberi dal presidio, rompono i chiavistelli, sfondano le porte, si tagliano le catene, ed escono allo aperto: un piroscafo regio li bersaglia con  granate, e mitraglie, ma illesi ad ore 12 entrano in Città. I regi incalzati da' nostri nelle lor posizioni, son costretti ad ore 22 abbandonare i bastioni di Montano, e sant'Agata, ed il convento dei Benedettini, e ritirarsi nel quadrato del Palazzo reale. Però non potendo vendicarsi col coraggio dei prodi, si vendicano con la viltà dei vandali—e pria di lasciar le posizioni, rapiscono, incendiano. massacrano. Sono gl'inermi, i vecchi, le donne quei che sperimentano tale incredibile barbarie; donzelle strappate dalle braccia delle madri, fanciulli scannati a vista del vecchio genitore: altri perisce nell'incendio, sotto le crollanti mura altri tomba riceve. Circa 80 muojono di tal morte! I fabbricati estremi del quartiere porta di Castro son rovine.

Con eguale accanimento i nostri li combattono alle caserme dell'Ospedale antico, ed al quartiere della Trinità: le squadre occupano le cade di S. Tomaso dei Greci, ed il palazzo del conte Federico con l'intiera strada Biscottari; e quivi pure incendi, saccheggi, e morte.

Il quadrato del palazzo viene attaccato da tutti i punti: i regi possedono non solo San Giacomo, ma ancora Arcivescovato, il Duomo, l'Ospedale di convalescenza, il monastero dei Sett'Angioli, e badia Nuova; però fin dalla mattina di questo giorno in tali due monasteri si manifestò l'incendio. E l'incendio non vale ad arrestare il coraggio dei nostri: arde una parte, si combatte nell'altra.

Le sacre vergini abituate al silenzio ed alla pace claustrale, in tanta scompiglio e tumulto smarriscono i sensi; la morte in cento forme sta loro dinanzi, e però vinto lo spavento corrono nelle strade discinte e scalze.

Tre fregate napolitane, il forte Castellammare, il piano del Palazzo non cessano di lanciar projettili distruttori, talché la città è danneggiata in tutti i quartieri. Il sol palazzo dì Carini riceve 22 bombe, e 56 ne riceve il monastero di S. Caterina, che i regi credevano scagliare al palazzo Pretorio ove adunavasi il governo. Gl'italiani danna eroiche prove di coraggio, e valore; a pericoli non guardano, la morte rimiran di fronte; e la sfidano. E dei prodi molti cadono estinti, molti feriti; questi vogliono a tutta forza rimaner sul campo e vendicar gli estinti; ma tratti forzatamente dai pietosi fratelli, e portati sulle altrui braccia, bagnati di sangue van gridando nelle strade ove passano: fratelli coraggio. la mia ferita è lieve, correte a vendicarmi! Gli ospedali della città non bastano, e si rimedia coi provvisori.

I birri son ricercati a morte. Il maggior numero di essi, all'improvviso assalto del dì precedente, scamparono al Palazzo reale; quei che tanto non poterono, si nascosero nei sotterranei, nei tetti, nelle soffitte. Appena ritrovati, sono popolarmente trucidati, ed i loro cadaveri nudi, e mutilati orrendamente giacciono nelle strade. La strage corre vasta, e miseranda.

Al terzo giorno i nostri accerchiano il quadrilatero del palazzo, e non avendo altri punti da. combattere, terribile più che mai quivi riesce l'attacco. Dalle strade, dai tetti dalle finestre. dai veroni incalzano il nemico con vivissimo fuoco di fucileria. A sedici ore finalmente penetrano nel palazzo di Artide, cacciano a colpi di bajonetta i regi, e questi rifuggiano nella Cattedrale: l'inseguono i nostri, e s'impossessano dei campanili. Ad ore 18, la mischia si fa. spaventevole. Dagli alti campanili del Duomo i nostri dominano il sottostante Arcivescovato, S. Giacomo, e ospedale di convalescenza già posseduti dai regi: precipitano enormi massi, sfondano i tetti. fanno strage dei nemici. Però dal piano del palazzo diriggonsi i cannoni ai fatali campanili; vicinissimo è il tiro, e la mitraglia spezza le colonnette. i capitelli; e fa volare in aria le schegge dei rabeschi, e bassi rilievi del famoso monumento: i moschettieri di San Giacomo prendon di mira lo stesso punto. J nostri in tanta grandine di palle audacemente resistono; anzi penetrano nell'Arcivescovato, e nella Convalescenza, e già un sol muro li divide dal quartiere di San Giacomo. Ma i regi sgominati, senz'ordine, più per ispavento che per altro saltali fuori dalla parte del l'apireto, e ingombrano quelle strade: a cotal vista gl'inermi, e le. donne abbandonano le case, e fuggono altrove gridando un tremendo allarme. Accorrono i nostri e li raffrenano; ma i regi riguadagnano la Convalescenza, l'Arcivescovato, il Duomo, e la Badia Nuova. Il monastero dei Sette Angeli arde da tutti i punti, ma le rovine, e le fiamme son disputate a palmo.

La guarnigione delle Finanze è pronta a rendersi. Lanza spedisce un parlamentario, ma Garibaldi rigetta le di costui proposizioni.

La mattina del 30 spedisconsi da Lanza altri parlamentari, ed il Dittatore accorda finalmente 19 ore di armistizio che terminano al mezzodì del 31. Pergiungono intanto diversi messaggi al palazzo Pretorio, ed annunziano l'arrivo a Porta di Termini di una colonna di regi. Era la divisione Bosco mista di Napolitani Bavaresi, e Svizzeri, forte di quattromila uomini con artiglieria, la quale dietro d'avere inseguito Orsini or accorreva a Palermo. Si spediscono alquanti Italiani, ed una squadriglia ad attaccarla; ma pria che pergiungessere, i regi son già inoltrati sino Fieravecchia. L'attaccano fortemente, ed il prode Colonnello Carini è mortalmente ferito. Si comunica intanto il concluso armistizio, i combattenti cessano il fuoco, non muovendosi però dai posti rispettivi che le due parti occupano. Erano tre dì e mezzo passati fra terribili vicende; cessalo il rimbombo degli spari prendon lena i Cittadini; i più abbattuti si rinfrancano; i figli raccontano ai padri le loro imprese, ed i sostenuti scontri. Però il popolo non si dà al riposo, anzi maggiormente si travaglia per la difesa del domani. Si disegnano, e si eseguiscono più regolari barricate, si forbiscono le armi, si fanno palle, e cartucce. I più timorosi approfittano della tregua onde vi sitar le rovine dell'amata lor patria; ma la città è impraticabile per le macerie che ingombrano le strade; e le mura crollanti minacciano la vita ai passeggieri. I corpi degli estinti mutili, ed abbronzati, atteggiati nelle varie e strane forme delle convulsioni di morte, giacciono insepolti il nauseante puzzo ammorba l'aria. La Città è illuminata a giorno: un continuato allarme avverte i regi che i cittadini vegliano ed anelano la vendetta.

DAL 58° AL 65°  GIORNO 31 MAGGIO AL 7 GIUGNO

A mezzodì termina l'armistizio. Il popolo è impaziente di venire all'attacco. Ma pria che spiri tal termine i regi riparlamentano, e son pronti a cedere le Finanze, purché si accordi loro altri tre dì di armistizio, e soccorsi poi feriti. Il Ditta«generosamente concede; il popolo fida in lui, e vive in lui.

Il 1° giugno arriva la divisione Orsini con Fuxa, e La porta, e blocca alle spalle la divisione Bosco, la quale ora trovasi quasi prigioniera alla Fieravecchia. Il Dittatore esplora le posizioni del nemico, ed imbosca vari pezzi di artiglieria contro lui. Si apre l'arruollamento dei. Cacciatori dell'Etna. e questo corpo si forma per incanto, e gareggia con quello dei Cacciatori delle Alpi. Si danno provvedimenti poi viveri, ed il tristo apparato della carestia si di legna: viene eletto Pretore il duca della Verdura. Si organizza la Guardia Nazionale per la sicurezza pubblica. Le disertazioni dei regi son numerose, e continue.

A mezzodì del 3 giugno termina l'armistizio. L'impaurito nemico pria di ciò ricomincia le sue trattative, e l'armistizio vien prolungato indefinitivamente, e però può rompersi ad ogni istante. —Venti pezzi di artiglieria son pronti a far fuoco contro il nemico. Finalmente il generale Letizia con la garanzia dell'Inghilterra capitola con Garibaldi. —Le condizioni son brevi, e precise: si debbono lasciar liberi tutti i punti della Città, ed i regi ritirarsi nella linea dei Quattroventi, Molo, Carceri, e falde di Monte Pellegrino: debbono imbarcarsi in 10 giorni, con armi, bagaglio, e munizioni: debbon consegnare Castellammare, e Castelluccio trasportandosi armi, e munizioni; ma la consegna non dovrà verificarsi al di là del 30 giugno: in tal frattempo cessano le ostilità d'ambe le parti: debbono consegnarsi i nobili detenuti.

Ed il 7 giugno, giorno sacro alla festa del Signore, 18 mila regi difilano dinanzi alla fremente moltitudine. Il popolo si dà alla gioja ed al tripudio: le bande musicali non cessano di e notte d'intuonar gl'inni della vittoria, e della rigenerazione: sgombrati i Borboni l'aria ch'ei respirano è pura e santa, ed ei la sentono: uno è il grido di tutti: Viva l'Italia, e la libertà; Viva Garibaldi!

























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