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"Raffaele Busacca: Uomo Politico, nato a Palermo il 10 gennaio 1810, morto ivi il 24 gennaio 1893. Studioso di diritto pubblico e di economia lottò contro le tendenze protezionistiche. Trasferitosi a Firenze nel '48 fu eletto deputato al parlamento Toscano. Divenne poi Ministro delle Finanze, del Commercio e dei Lavori Pubblici nel gabinetto Ricasoli. Successivamente fu Consigliere di Stato e quindi Senatore."

Questo leggiamo nel sito della Famiglia Busacca.

Come tanti meridionali difese strenuamente un liberalismo astratto e inesistente senza rendersi conto che lo stato sabaudo-italiano ne aveva fatto un comodo paravento dietro cui nascondere provvedimenti che di liberale avevano ben poco e andavano sempre a vantaggio del paese a nord del Tronto.

Il testo di Busacca è veramente impressionante per la caparbietà con cui difende un assunto indifendibile ovvero che il corso forzoso non avesse infuito sui destini della Banca Nazionale in quanto il problema riguardava la finanza italiana e non una singola banca. Per dimostrare il suo assunto riporta anche alcune incongruenze stenografiche in cui sarebbe incappata la Commissione d'Inchiesta. Sinceramente non siamo in grado se a spingerlo su certe tesi fosse il suo astratto liberalismo o altri interessi. Non abbiamo elementi per poterlo affermare.

Buona lettura.

Zenone di Elea – 18 Luglio 2013

RAFFAELLO BUSACCA

STUDI SUL CORSO FORZOSO  DEI BIGLIETTI DI BANCA IN ITALIA

FIRENZE

TIPOGRAFIA DELLA GAZZETTA D'ITALIA

Via del Castellaccio, N.8

1870

(1)

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I.

La Relazione della Commissione d'Inchiesta.

La Camera nell'adunanza del 10 marzo 1868 approvava un ordine del giorno, con cui, confidando che il Ministero cogli altri provvedimenti finanziari diretti ad instaurare le condizioni del Bilancio avrebbe presentato un progetto di legge per procurare all'erario i mezzi necessari a pagare il debito verso la Banca ed a togliere il corso coatto, nominava una Commissione perché prenda cognizione dello stato generale della circolazione cartacea, dei rapporti degl'istituti d'emissione col Governo e colle pubbliche amministrazioni, e degli altri fatti che stimava opportuni al doppio scopo della riduzione interinale e della cessazione definitiva del corso forzoso, e riferisca alla Camera entro il 15 aprile prossimo.

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Leggendo quest'ordine del giorno e la data della Relazione della Commissione non potemmo a meno di farci una domanda. Come mai la Commissione che dovea presentare la sua Relazione al 15 aprile non poté presentarla prima del 28 novembre? Fu per negligenza che la Commissione c'impiegò oltre otto mesi? Fu esorbitanza della Camera il non vol. rlene dare che uno? La risposta la trovammo nei tre vol. mi dell'inchiesta. Questi ci mostrano che Commissione più laboriosa non fu mai dalla Camera nominata: per quel che fece otto mesi di lavoro non sono troppo. Ma neanche la Camera ebbe pretese esorbitanti, bensì la Camera si prefisse uno scopo, e la Commissione se ne prefisse un altro: la causa del ritardo fu questa.

Lo scopo cui mirava la Camera non era che la soppressione del corso forzoso. Ora la soppressione del corso forzoso in gran parte dipende dalla origine di esso e dall'uso che se ne è fatto. Quando l'origine del corso forzoso è stata una crisi monetaria e industriale del paese, e si è dato corso forzoso ai biglietti di banca per soccorrere con più larghe emissioni il commercio, e con una specie di credito coatto a carico dei possessori di biglietti dare al commercio una dilazione, acciò col benefìzio del tempo possa superare la crisi, gli effetti del corso forzoso si complicano colla crisi, che ne è l'origine.

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In tal caso la soppressione del corso forzoso è a carico del commercio, cui vengono tolti i soccorsi straordinari che le banche, giovandosi del corso forzoso, hanno prestato, e per far ciò bisogna esser certi che la crisi sia cessata e che il commercio possa stare da sè. Allora conseguentemente per determinare la via da seguire e il momento opportuno della soppressione abbisogna uno studio tutto pratico delle cause e dei complicatissimi effetti della crisi commerciale; studio che, versando sopra fatti difficilissimi a valutarsi, non può esser che lungo.

Quando però causa principalissima del corso forzoso è la finanza dello Stato, e la crisi commerciale tutt'al più v'ha contribuito come causa secondaria, quando il corso forzoso è servito, esclusivamente o quasi, per soccorrere la finanza con darle a prestito capitali che altrimenti non avrebbe potuto trovare, il problema del corso forzoso è assai semplice. Non già che in questo caso si possano trascurare gli interessi commerciali, ma se si ha cura di non costringere per troppa furia le banche a togliere al commercio i soccorsi che in condizioni normali esse sogliono prestargli,

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se al commercio non si nuoce con sbalzi troppo improvvisi, si è fatto quanto il commercio richiede. In questo caso il problema è finanziario più che altro. Rialzare il credito della finanza, assestare i bilanci, pagare i debiti che la finanza ha verso le banche; ecco tutto il problema. Certamente anche in questo caso bisogna ridurre la circolazione dentro quella misura che col corso libero può il paese sopportarne; certamente bisogna esser certi che le banche possano far fronte al pagamento dei biglietti. Ma se il Governo paga i debiti che ha colle banche, la circolazione dei biglietti diminuisce con questo pagamento, e, rialzato il credito, il metallo non manca.

Ora questo secondo è il caso del corso forzoso in Italia. Noi non diciamo che le angustie commerciali del 1866 non abbiano potuto contribuire come causa secondaria, ma diciamo che fu dato corso forzoso ai biglietti di banca principalissimamente per soccorrere la finanza, e che a dar capitali alla finanza, esclusivamente o quasi, il corso forzoso è servito.

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Così noi vedemmo la questione al 1° maggio 1866, e così pure la vedeva la Camera al 10 marzo 1868. Essa, infatti, del riordinamento della finanza, della cessazione del corso forzoso e del pagamento dei debiti verso la Banca Nazionale ne faceva una questione sola; e riordinata la finanza, pagati i debiti, senza curarsi d'altro diceva al ministro, sopprimasi il corso forzoso. Ecco perché la Camera poté assegnare lo stretto termine di trentacinque giorni alla Commissione per presentare la sua relazione. Che cosa infatti per risolvere praticamente il problema abbisognava?

Abbisognava un quadro statistico in cui pei vari istituti di credito emittenti biglietti al portatore si mostrasse l'ammontare dei biglietti in circolazione ed il loro movimento d'entrata e d'uscita per alquanti anni avanti il corso forzoso e durante lo stesso. Ciò per formarsi un criterio del punto a cui la circolazione si dovrebbe ridurre.

Abbisognava ancora una statistica dimostrante per lo stesso spazio di tempo le operazioni di sconto e di anticipazioni, con cui le banche di circolazione han soccorso il commercio.

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Ciò per accertarsi se e sino a qual punto sia stato vero, che durante il corso forzoso il commercio si è sostenuto con mezzi ordinari, e non con soccorsi straordinari, che le banche giovandosi del corso forzoso abbian potuto apprestare.

Utile era ancora un quadro dimostrante il cambio coll'estero avanti e durante il corso forzoso, e l'aggio sull'oro durante questo, onde non venire alla soppressione intempestivamente.

Necessaria era pure un'accurata investigazione intorno all'ammontare della moneta metallica-circolante in Italia avanti il corso forzoso, e intorno alla perdita che durante lo stesso se ne è fatta, onde formarsi un criterio del vuoto da riempire.

Indispensabile era poi conoscere lo ammontare dei debiti d'ogni specie che il Governo ha verso la Banca Nazionale, e come questi debiti compongansi; ciò per sapere a qual costo il corso forzoso si possa sopprimere. Quanto al modo di liberarsi da questi debiti, la questione non è più di corso forzoso. Tal questione è la stessa che immancabilmente presentasi per ogni debito.

Ora di questi fatti soltanto quelli relativi alla moneta metallica sono difficili a conoscersi. Ma, per sapere quel che convien fare, non occorre accertare il movimento della moneta sino all'ultimo soldo.

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Quanto agli altri fatti, essi sono di quelli che dai registri di tutti gl'istituti di credito, dai listini di Borsa, dai libri di scrittura di tutti i commercianti esattissimamente rivelansi. Qual meraviglia adunque che la Camera abbia creduto, che trentacinque giorni alla sua Commissione bastassero?

Ma non fu questo il concetto assunto dalla Commissione. Leggendo i cento trentatre quesiti da essa proposti agl'istituti di circolazione, a quelli di semplice credito, alle società di ferrovie, alle Camere di commercio, ai prefetti, ai sindaci, ai capi di intraprese industriali, ai Ministeri, ai privati, si dovrebbe credere che mostrare lo stato economico generale dell'Italia sia stato il primo scopo assuntosi dalla Commissione.

Dall'inchiesta doveva risultare la statistica e la storia di tutti gl'istituti commerciali, dei loro capitali, dei loro statuti, delle loro operazioni, delle vicende che hanno subito.

Le stesse notizie si vol. vano pure dalle società di strade ferrate.

Dai Ministeri dovevansi avere tutte le notizie riguardanti l'amministrazione economica dello Stato, quindi le sue entrate, le sue spese,

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la posizione economica della finanza, il modo con cui funziona il Tesoro, i rapporti della finanza coll'estero.

Nè ciò si vol. va soltanto per la finanza dello Stato; lo stesso si vol. va per le finanze dei Comuni e delle Provincie.

E neanche questo bastavate statistiche del commercio d'importazione e d'esportazione si credettero necessarie.

A queste aggiungevansi le fasi subite dai vari titoli del Debito Pubblico, le statistiche dei loro prezzi, le operazioni di compra e vendita sì all'interno che all'estero.

Non mancavasi certamente di chiedere alcune delle notizie risguardanti davvero il corso forzoso che noi abbiamo indicato. Ma anche queste si vol. vano congiunte ad altre affini, che nelle condizioni speciali del corso forzoso in Italia, se sono utili a sapersi, non sono per lo scopo della soppressione indispensabili. E tante e tante altre cose vol. vansi, che lungo sarebbe l'enumerare, e che col corso forzoso han tanta relazione, quanta tutti i fatti economici ne hanno tra loro.

Il progetto era magnifico, ma per eseguirlo ci vorrebbero degli anni, e certamente gli otto mesi non sarebbero mai bastati. Quindi è stato che nell'esecuzione l'inchiesta si ridusse in un campo assai più ristretto.

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Ma è stata la soppressione del corso forzoso lo scopo unico dell'inchiesta? Senza dubbio, la cognizione di una parte dei fatti esposti è allo scopo della soppressione utilissima, ed altri fatti, se per la soppressione non è indispensabile il saperli, riguardano il corso forzoso. Però il complesso del lavoro della Commissione costringe a dire che, più che alla soppressione del corso forzoso, essa abbia mirato a mostrare lo stato delle istituzioni di credito in Italia. Il corso forzoso per la Commissione divenne quasi parte secondaria del suo scopo, o piuttosto occasione al lavoro intrapreso; in quanto che anche i fatti che lo riguardano sono considerati, non in rapporto alla soppressione, bensì in rapporto allo stato degli istituti di credito che era l0 scopo principale.

Si fu forse per questo che la Commissione conchiuse con tre ordini del giorno, due dei quali non riguardano il corso forzoso, ed il terzo che lo riguarda, altro non dice se non che il corso forzoso si deve sopprimere. Non occorreva veramente una inchiesta per sapere che si dovrà sopprimere, ma la Commissione non poteva dirci più;

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poiché tutte le questioni che intorno al corso forzoso si posson fare, si aggirano sul come e sul quando della soppressione, e nessuna delle questioni che direttamente o indirettamente riguardano il come e il quando fu dalla Commissione trattata.

Però noi non lamentiamo né il ritardo della Relazione, né l'avere la Commissione allargato il campo delle sue ricerche. Non è certamente per il ritardo della Relazione che il corso forzoso dura ancora. E quanto all'estensione data all'inchiesta, l'argomento del credito è sì importante per l'Italia, che [una inchiesta ben fatta per mostrare lo stato in cui trovasi, non può che essere utilissima; otto mesi per farla bene sarebbero benissimo impiegati. Quel che guastò tutto il lavoro della Commissione è un preconcetto erroneo intorno alle cause 'che condussero al corso forzoso, preconcetto che le fece perdere di vista il suo vero mandato.

Causa principalissima del corso forzoso, abbiam detto, furono le condizioni tristissime della finanza dello stato. Però per la Commissione il corso forzoso non era necessario, né economicamente, né finanziariamente, né politicamente.

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Come dunque si venne a una risoluzione sì grave, quale è la sospensione del pagamento dei biglietti di banca? Una causa si doveva cercare, la Commissione la trovò nell'ordinamento vizioso del credito in Italia.

Però, come la Commissione veda vizioso questo ordinamento, qual sia stato lo spirito che informò tutta l'inchiesta, si trova nelle pagine 418 e 419 del primo vol. me, in cui definitivamente determinasi la causa del corso forzoso.

La concentrazione del credito del paese e del denaro dello Stato nelle mani d'un solo istituto (cioè della Banca Nazionale) è stata, in un momento difficile e pieno d'ansietà per la nazione, la precipua cagione, per non dire la sola, per cui, se anche riluttante il Ministro, il corso forzoso fu decretato.

Ed ecco come secondo la Commissione, ciò avvenne. Per questa concentrazione la Banca Nazionale era padrona della situazione. Ora, respinta dalla Camera elettiva la discussione sulla Banca Unica, saputosi che la Commissione per la fusione delle Banche Sarda e Toscana, respinta la fusione, sosteneva invece il principio della pluralità e libertà delle Banche,

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alla Banca Nazionale parve opportuno e difficilmente redituro il momento d'occupare il terreno col fatto compiuto della inconvertibilità d'un solo biglietto, onde risolvere così nel mondo dei fatti la questione pria che venisse discussa.

In termini più chiari, la Banca Nazionale, profittando della sua posizione, se non direttamente chiedendolo, indirettamente per mezzo dei suoi clienti, ed allarmando colla sua attitudine il paese, impose per suo esclusivo interesse il corso forzoso al Ministro, ed il Ministro se lo lasciò imporre.

Tutto questo, si avverta, la Commissione sostiene, aggiungendovi la protesta di non vol. re aprire adito a recriminazioni!!

Se il corso forzoso sia stato o no necessario lo vedremo, ma sin da ora ci permetta la Commissione di dire, che l'accusa al Ministro Scialoja d'essersi lasciato accalappiare ed imporre è troppo grave per meritare prove convincenti. Nel modo in cui essa la resenta, l'accusa è gratuita, e non a altra base che le grandi risorse da essa sognate, colle quali la finanza poteva far fronte a un disavanzo enorme, alle eventualità d'una guerra colossale, alla deficienza assoluta del credito dello Stato.

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Quanto alla Banca, essa avrà tutti i peccati che la Commissione le imputa. Ma in verità che essa abbia imposto il corso forzoso per risolvere col fatto la questione della Banca unica è tale argomento, che basta da sè solo a far dubitare della imparzialità delle altre accuse. Qual legame necessario vi ha infatti tra il corso forzoso, e la questione della Banca Unica? Che cosa impedisce il Parlamento, soppresso il corso forzoso, d'adottare la legge più larga possibile sulla libertà bancaria?

Per noi tutto questo sarebbe spiacevol. ; ma il male più grave è stato che la Commissione, mossasi dal preconcetto che il corso forzoso sia stato soltanto opera degl'intrighi della Banca, perdette di vista il vero scopo per cui fu nominata; l'inchiesta sul corso forzoso si convertì in una inchiesta sugli istituti di credito, e questa fu viziata perché assunse il carattere di un processo ad una banca; quanto alle questioni risguardanti la soppressione del corso forzoso la Commissione ci ha lasciato nel buio di prima.

Or non è nostra intenzione trattenerci sulle singole accuse di quel processo.

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In questa parte ci fermeremo solo quanto è necessario per il nostro argomento; il restante non ci riguarda.

Nostro argomento è il corso forzoso considerato nella sua origine vera, nell'uso che se ne è fatto, negli effetti che per le leggi naturali economiche doveva produrre nel paese e che ha prodotto. Questo studio ci porterà a rettificare alcune idee, cui il corso forzoso è stato occasione di manifestarsi, e la cui prevalenza, lungi dal giovare, avverserebbe lo sviluppo del credito in Italia. Le condizioni di fatto da realizzare per sopprimere il corso Forzoso saranno conseguenze delle premesse.

II.

Era il corso forzoso una necessità  per il commercio?

Il corso forzoso, secondo la Commissione d'inchiesta, non era necessario né economicamente, né finanziariamente, né politicamente.

Non era necessario economicamente, perché non vi era crisi. Il denaro infatti abbondante accorreva in deposito alle Casse di Risparmio. Abbondava tanto il denaro, che le anticipazioni su fondi pubblici, le quali alla Banca Nazionale nei primi mesi del 1865 ammontavano a 66 milioni, nei primi quattro mesi del 1866 scendevano a 43 milioni.

Provvedimenti contro una crisi commerciale non furono chiesti che dalla sola Genova; però Genova non chiedeva il corso forzoso, bensì che la Banca Nazionale invece di restringere gli sconti ne raffrenasse le domande rialzandone l'interesse.

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Gli istituti di credito prosperavano; soltanto quattro di secondaria importanza vacillavano, cioè il Credito Mobiliare, il Banco di sconto e sete di Torino, la Cassa di sconto di Genova e la Cassa generale pure di Genova. Questi vivevano della vita della Banca Nazionale, eran essi che destavano l'allarme. La Banca Nazionale ne profittò, e restringendo gli sconti, negando le anticipazioni, accrebbe l'allarme, ed ottenne il corso forzoso. Così la Commissione (1).

Però la Commissione non vide, che stando ai fatti e agli argomenti da essa addotti, se provassero qualche cosa, proverebbero il contrario del di lei assunto.

Quando infatti, come indizio di fiducia, ci dice che i capitali accorrevano abbondanti a rinchiudersi nelle Casse di Risparmio, la Commissione dimentica che oltre un miliardo è giaciuto neghittoso alla Banca di Francia, e che la Francia, invece di allegrarsene, se ne è allarmata come di gravissimo indizio della sfiducia generale del paese nel suo avvenire.

Quando a pagina 407, come altro indizio di prosperità, avvertiva, che nel 1866 le anticipazioni della Banca Nazionale scemavano,

(1) V. Commissione a"inchiesta, vol. 1°, pagina 407 e seguenti.

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doveva rammentarsi che a pagina 408 far vol. va di questo fatto una colpa alla Banca, come quella che ricusandosi alle crescenti domande d'anticipazioni accresceva l'allarme.

Quando la Commissione dice, che, se non una crisi, l'allarme per una crisi imminente era soltanto in Genova, la Commissione non doveva dimenticare, che secondo essa stessa i vivissimi eccitamenti per più larghi soccorsi chiesti alla Banca, ed in fretta e furia ottenuti, venivano pure da Milano e da Torino, e che anche Alessandria reclamava. La Commissione poi sa bene, che Genova è la capitale commerciale dell'Italia, che non è piccola parte del commercio italiano quella rappresentata da Genova, Milano e Torino, e che la crisi una vol. a cominciata si diffonde colla celerità del vapore.

Per la Commissione poi tutto prosperava; non soffrivano che quattro stabilimenti, però questi erano di secondaria importanza. Ma la Commissione non avvertiva, che stabilimenti di credito d'importanza assoluta a rigore di termini non ve ne è in Italia che uno solo, la Banca Nazionale;

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gli altri non hanno che una importanza relativa al poco sviluppo che il credito ha in Italia. Ed infatti non contando le Casse di Risparmio e le Banche Popolari, i cui capitali sono insignificantissimi, il capitale versato dai nove stabilimenti di credito, che non sono di circolazione, e di cui la Commissione dà conto nel suo primo vol. me, non arriva ad 86 milioni. Ora in questa somma il Credito Mobiliare entra per metà, cioè per 40 milioni, restando a versarne altri dieci, ed è, per capitale, lo stabilimento più importante dopo la Banca Nazionale; il Banco di sconto e sete entra per 9 milioni, restando a versarne altrettanti; la Cassa generale partecipa agli 8ì milioni per altri otto milioni. Non eran dunque gli stabilimenti secondari quelli che secondo la Commissione vacillavano, bensì quelli che secondo le sue indagini hanno l'importanza maggiore.

Se dunque da una parte i capitali rinserravansi e dall'altra le domande di capitali alla Banca aumentavano e questa temeva di darne, se Genova Milano e Torino allarmavansi e chiedevano soccorso, se i principali stabilimenti di credito vacillavano, quale è la conseguenza da trarne?

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Non altra, che secondo i fatti allegati dalla Commissione, il corso forzoso era per il commercio una necessità. Eppure noi non sapremmo ancora venire a questa conchiusione. Poiché sono certi quei fatti? È egli vero, per esempio, che quei quattro primari stabilimenti vacillavano? Quanto al più importante, cioè all'attuale Credito mobiliare, certamente nel ceto commerciale non si è mai dubitato della sua solidità. Ma checché ne sia, la Commissione non dà della sua asserzione che una sola prova. Dal primo. gennaio 1866, essa dice, al 31 marzo 18(38, quei quattro stabilimenti, per reggersi in gambe, ebbero essi soli a prendere non meno di 303,435,924 lire e centesimi 35 di sussidi in sconti ed anticipazioni dalla Banca Nazionale, e di questa somma il Credito Mobiliare ne ebbe lire 163,808,468 e centesimi 02 (1).

Ora che fede si può avere nella esattezza delle notizie, quando in cosa tanto grave si commette lo strano errore di prendere l'addizione delle somme notate in un conto corrente per il capitale effettivo di operazioni che rinnovansi?

(1) V. Inchiesta, vol. me 1, pagina 408.

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Che fede può aversi, quando è oramai noto che le lire 165.808,468 02 del Credito Mobiliare nel fatto non' furono che 18 milioni? (1)

Ma il vero è, che da se soli i fatti e gli argomenti addotti dalla Commissione non possono mai provar nulla, essendoché la questione è posta dalla Commissione in un modo intrinsecamente falso. Essa infatti tratta la questione commerciale cogli argomenti anzidetti, poi passa a dire che il corso forzoso non era necessario finanziariamente, perché il servizio del Tesoro ora per il momento assicurato, e poi collo stesso metodo sostiene, che non era necessario politicamente, perché la possibilità della guerra o la guerra stessa non mutavano la posizione. Così della posizione economica, della finanziaria, e della politica, la Commissione fa tre questioni assolutamente disparate di cui l'una non ha alcun rapporto coll'altra. La Commissione le tratta ciascuna separatamente, le tratta come se la posizione finanziaria non influisse sulla economica, e come se la politica non reagisse su entrambe.

(1) Vedi Gazzetta d'Italia 27 maggio 1869. Relazione all'Assemblea generale degli azionisti della Società del Credito Mobiliare al 25 maggio.

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Per la questione economica gli argomenti della Commissione non sono che quelli che noi abbiamo riassunti. La questione che essa tratta non è se data la posizione del paese quale era, il corso forzoso sia stato per il commercio una necessità. La questione da essa trattata è la seguente: supposto che al maggio 1866 l'Italia si fosse trovata in pace perfetta ed assicurata, supposto che florida fosse stata la sua finanza, vi era una crisi commerciale sì grave da giustificare il corso forzoso?

Come risolvere un tal problema? Per noi non si risolve in nessun modo. Questa è una ipotesi, e se l'ipotesi fosse stata invece un fatto, gli altri fatti non sarebbero stati quali furono. Il ragionare su questa ipotesi è dunque tempo perduto. Vediamo piuttosto quale era al 1866 la vera posizione del paese, e da quali cause era prodotta.

L'Italia, giova rammentarsi, ricca di forze naturali, povera di forze sviluppate, uscì dalla rivol. zione con bisogni grandissimi, che la rivol. ziono stessa aveva creati; essa poi esordì coll'ardire, e quasi audacia della gioventù, ma senza averne il vigore.

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Essa non avea esercito, non avea marina, non arsenali, non porti, non strade ruotabili, non strade ferrate, non un ordinamento amministrativo uniforme. L'Italia, dopo aver sostenuto le guerre e le altre spese della rivol. zione, creò un esercito, creò una flotta, rifece porti, creò arsenali, costruì strade ferrate, strade ruotabili, pose la mano a tutto. Con quali capitali? Coi capitali italiani sarebbe stato impossibile, ma la fidanza che l'Italia mostrò nelle proprie forze, inspirò fiducia uguale all'estero; ed esercito, marina, strade ferrate e tutto, in parte grandissima, fu fatto con capitali che dall'estero vennero in Italia a cercare impiego e fortuna. Nè ciò fu tutto: nonostante i più recenti lagni, il fatto vero è, che coll'Italia risorta i rapporti commerciali grandemente s'estesero, le intraprese industriali all'interno s'accrebbero; e l'estero, credendo con noi che l'Italia fosse un nuovo Eldorado, anche per le intraprese economiche private, accorse frettoloso in Italia.

Ma all'esagerazione di questo movimento ascendente succeder dovea la reazione in senso opposto. L'Italia avea cominciato con un disavanzo, e le spese aumentando assai più che l'entrate, al disavanzo avea supplito sempre con nuovi prestiti e con vendite, per cui il disavanzo accreseevasi.

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Nè altro che prestiti alla finanza dello Stato erano quei capitali, con cui l'estero avea contribuito alla formazione del nuovo regno. Dal 12 luglio 1860 all'11 maggio 1865 l'Italia per sola rendita consolidata avea contratto un debito di 1,775,000,000 nominali (1), e v'è chi calcola sino a tre quarti del totale la rendita consolidata che è stata all'estero (2). L'esercizio 1864 si chiudeva con un disavanzo di lire 247 824,730 45, comprendendovi attività d'assai dubbia riscossione. Il 1865 vi avrebbe aggiunto altro disavanzo di lire 288,423,76433, e quindi, col precedente, lire 536,248,494 78. I beni demaniali si eran già posti in vendita, ed un'anticipazione sul loro prezzo avea servito già a ripianare il vuoto, le imposte si erano accresciute, e la fondiaria del 1865 si era dai contribuenti anticipata. All'enorme disavanzo del 1865 si ovviò coi soliti mezzi: si contrasse un nuovo prestito di 423 milioni, si alienarono le strade ferrate dello Stato,

(1) Inchiesta, pag.235.

(2) V. Inchiesta, pag.336 e seguenti.

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e così si ebbero lire 503,867,405 09, e nondimeno restava il disavanzo di lire 32,381,089 69 (1). Con questo sistema si cuopriva ogni anno con un debito nuovo fruttifero il disavanzo arretrato, che era un debito vecchio infruttifero, e la spesa aumentando pei frutti del debito nuovo, il disavanzo annuale aumentava del pari, e col disavanzo la previsione di nuovi prestiti.

Quale era la prospettiva del 1866?

I calcoli del ministro Sella portavano per il 1866:

Spese... L.     928,757,173 54
Entrate..       667,041,743 60
Disavanzo. L.     261,115,432 85 (2)

Tenendo conto del residuo del prezzo delle ferrovie vendute, e mediante modificazioni secondarie, secondo il bilancio preventivo di cui fu autorizzato l'esercizio provvisorio avanti la guerra, il disavanzo del 1866 riducevasi a lire 117,012,157 93 (3), oltre l'arretrato, e nulla intanto restando da vendere.

(1) V. Situazione del Tesoro per gli esercizi 1865 e 1866.

(2) Discorso del Sella si 13 dicembre 1865.

(3) Bilancio del 1866 e 1867, dall'Annuario del Ministero de:le Finanza per il 1866.

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Ma questo andamento della nostra finanza non poteva non scuotere il credito dello Stato.1l corso dei fondi pubblici ne è la prova. Nel 1860 il prezzo del Consolidato era vicino all'80 per cento, nel 1862 oscillava tra il 67 e il 75 per cento (1). Nel 1865 alla Borsa di Parigi il 67 diveniva il massimo, il prezzo minimo dell'anno ribassava al 64 40 per cento (2).

Però in un'epoca in cui la finanza d'uno Stato, quale l'Italia, spende sino ad un miliardo per anno; in un'epoca in cui quasi non v'è individuo che, come contribuente Q come creditore, come produttore o come consumatore, non abbia rapporti più o meno diretti colla finanza, sarebbe ignorare completamente il carattere e l'organismo della società attuale il non vedere l'intima connessione tra il credito della finanza e il credito commerciale. Quindi in Italia, come in simili condizioni è dappertutto avvenuto, il discredito della finanza reagì sul commercio, ed intanto per colmo di sventura vi si aggiunse la crisi commerciale all'estero, di cui l'Italia non potea non risentire il contracolpo.

(1) Annuario del 1863.

(2) Annuario del 1866.

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Queste cause determinar doveano nei capitali un movimento in senso opposto al precedente. Egli è un fatto che sin dal 1865 i titoli del debito pubblico italiano cominciarono ad essere dall'estero respinti in Italia; non solo questi, ma pure le azioni ed obbligazioni delle società industriali ritornavano, e sin dal 1865 la diffidenza dell'estero verso. l'Italia già si manifestava anche nei rapporti puramente commerciali.

Si è detto che l'Italia, ricomprando a più basso prezzo i titoli de'  suoi debiti, lucrava. È verissimo. Ma l'Italia ciò facendo restituiva all'estero i capitali che l'estero le avea prestati. Evidentemente adunque il totale dei capitali che dan moto altri forze economiche italiane scemava, e quanto di capitali veramente suoi l'Italia impiegava in ricompra di titoli, altrettanto sottraeva agli altri modi d'impiego con cui il capitale imprime moto alle forze. Nondimeno, senza la guerra, e nella ipotesi che il credito della finanza si fosse rialzato, il corso forzoso sarebbe stato una necessità commerciale? Noi crediamo che sino a tutto il 1865 la perturbazione non era gravissima, ed in quella ipotesi il commercio si sarebbe da sé stesso salvato Ma a che giova ragionare sulle ipotesi?

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Il fatto è che al cominciare del 1866 la guerra coll'Austria era da tutti presentita. Or la guerra coll'Austria importava aumento, probabilmente smisurato, di spese, quindi aumento smisurato di disavanzo, necessità di nuovi prestiti con maggiori difficoltà di pagarne i frutti; la guerra coll'Austria importava la possibilità d'una guerra europea, importava la sorte del regno rimessa all'esito d'una battaglia.

Nel mondo della Commissione d'inchiesta la questione politica non altera l'economica, ma nel mondo reale il rapporto è strettissimo. Ed infatti a misura che le probabilità di guerra aumentavano, i fenomeni anzidetti s'accrescevano del pari. Anche qui il corso dei fondi pubblici è prova. Il prezzo medio della Rendita italiana, alla Borsa di Parigi per il mese di gennaio scendeva a 62 83 per cento; nel marzo riducevasi a 61 43. Però nei primi giorni d'aprile lo troviamo al 57 circa per cento, e al 30 aprile cinque lire di Rendita italiana non valeano in capitale che L.43 90!! (1).

(1) V. Annuario del Min. delle Finanze del 1867.

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Col ribasso della Rendita necessariamente concordavano gli altri fenomeni, ed il ritorno della Rendita e degli altri titoli italiani in Italia, l'esportazione dei capitali per pagarli, la diffidenza del commercio estero verso l'Italia erano fenomeni che coll'esacerbamento della questione politico-finanziaria s'esacerbavano.

Questi fatti sono tanto noti, che né anche occorreva una inchiesta per constatarli; del resto tutti gli uomini d'affari interpellati nell'inchiesta li hanno confermati. Nè in verità la Commissione d'inchiesta nega il fatto della rivendita dall'estero della Rendita italiana in Italia; anzi dalle disparate valutazioni dei deponenti conchiude che l'importazione dovette esserne tra 40 e 60 milioni di Rendita (1). Bensì la Commissione sostiene che l'importazione avvenne tutta dopo il primo maggio 1866, e che il corso forzoso ne fu la causa.

Questa distinzione d'epoche per l'assunto della Commissione è essenzialissima. Però come essa, la dimostra? 40 a 60 milioni di Rendita, prendendo pure per prezzo mediò quello bassissimo del 45 per cento, importano 360 a 540 milioni di capitale effettivo,

(1) V. Inchiesta, vol. 1°, pag.336 e seguenti.

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e queste cifre bastano a mostrare l'improbabilità che tanto capitale siasi dall'Italia impiegato in acquisto di Rendita tutto dopo il corso forzoso, quando cioè la sfiducia verso la finanza veniva maggiormente scossa in Italia.

Risulta forse l'opinione della Commissione dalle deposizioni degli uomini d'affari da essa interpellati nell'inchiesta? Tutto all'opposto. Essi, non imputano tanta importazione di Rendita al periodo avanti il corso forzoso e tanta al periodo durante questo. I loro apprezzamenti sono complessivi, ma comprendono l'epoca anteriore al corso forzoso e s'estendono a quella in cui furono interpellati (1).

Del resto, che il ritorno della Rendita in Italia avanti il corso forzoso sia un fatto generalmente riconosciuto, la Commissione stessa lo confessa. Parlando infatti della esportazione della moneta, avvenuta avanti al primo maggio, essa stessa dice: Una delle cause che avrebbero contribuito moltissimo a diminuire lo stock metallico viene dalla generalità, ammesso essere stata la precipitosa esportazione di danaro

(1) V. Inchiesta, vol. 3°.

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provocata dall'acquisto di titoli pubblici italiani sviliti sui mercati stranieri (1).

Non è poi soltanto la opinione degli uomini di affari ciò che prova il fatto; prova indiretta ma convincentissima è quel che l'amministrazione della Banca Nazionale ha riferito intorno alla tassa dell'uno per cento imposta sui fondi pubblici esteri per potersi vendere alla Borsa di Parigi. Questa tassa francese non influendo sul prezzo della Rendita in Italia, in tempi normali non si spedivano in Italia che titoli di Rendita non ancora bollati. Quindi chi aveva Rendita bollata e vol. va spedire Rendita in Italia barattava i suoi titoli con altri non bollati, e nel baratto otteneva il rimborso di tutta o di una parte della tassa. Ora nel secondo semestre 1865 il rimborso della tassa non era che per la metà, nel gennaio non si' rimborsavano che 40 centesimi, nel febbraio 15 centesimi, nel marzo 10 centesimi, nell'aprile ogni rimborso cessava (2).

La spiegazione di questo fatto è, che quanto più si andava verso l'aprile, tanto più la richiesta di titoli

(1) V. Inchiesta, vol. 1°, pag. 335.

(2) V. Osservazioni del? Amministrazione della Banca Nazionale nel Regno d'Italia alla Relazione della Commissione d'Inchiesta.

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per spedirli in Italia aumentava. Quindi chi, avendo titoli bollati cercava barattarli con titoli non bollati per spedirsi, era costretto a rinunziare ad una parte sempre crescente della tassa, finché in aprile la Rendita italiana non bollata era tutta esaurita, ed in Italia spedivansi titoli bollati, contentar dovendosi gli speditori di perdere la tassa.

Però, non sarebbe giusto il dire che la Commissione si contenti di asserire senza dimostrare. I pagamenti di Rendita italiana fatti all'estero, essa dice, dimostrano che le proporzioni tra la Rendita che trovasi all'estero e la totale, dacché esiste il regno, non subirono variazioni importanti, ma che nel 1866 e 1867 i pagamenti all'estero aumentarono, e ciò si deve ai cuponi che la speculazione incettava per esigerli in oro a Parigi. Questo alla Commissione' basta per conchiudere che la importazione di Rendita in Italia avanti il corso forzoso sia soltanto una allegazione postuma (1).

Noi non staremo a ripetere le ragioni, tante vol. e in altre occasioni ripetute, per le quali i pagamenti all'estero non sono misura della Rendita che trovasi all'estero.

(1) V. Inchiesta, vol. 1°, pag.411.

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Basterebbe rammentare che anche prima del corso forzoso, per diminuire l'interesse alla speculazione, la Finanza pagava in Italia il semestre due mesi, ed anche più, prima della scadenza.

Ma il singolare è che il documento ufficiale pubblicato dalla Commissione prova l'opposto di quanto essa asserisce. Dallo stesso infatti rilevasi che nel 1864 la rendita italiana pagata all'estero fu il 44 5o per cento della totale; nel 1865 riduce vasi al 33 83 per cento (1). La differenza eh' 10 72 per cento è forse una differenza piccola? Nel 1866 il totale della Rendita resta lo stesso, cioè 232 milioni; i pagamenti all'estero ascendono al 37 40 per cento della, Rendita totale; nel 1867 la Rendita totale ascende a 250 milioni, i pagamenti all'estero al 35 69 per cento di questa somma. Ma se al confronto col 1865 gli aumenti, siccome asserisce la Commissione, si devono alla speculazione del pagamento in oro creata dal corso forzoso, che cosa dimostrerebbe il documento pubblicato? Non altro che nel 1865, avanti il corso forzoso, vi fu una grande importazione di Rendita, e che nel 1866 e 1867 cessò, essendoché le differenze di 3 57 e di 1 76 nei pagamenti all'estero in confronto del 1865 sono,

(1) V. Inchiesta, vol. 2, pag.1279.

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secondo la Commissione, differenze fittizie dovute alla speculazione dell'oro.

Ed anche la stessa Commissione ci dà la prova dell'esportazione del numerario. Ed infatti, secondo lei, i prospetti presentati dalla Società delle Ferrovie dell'Alta Italia dimostrano che dal 1° giugno 1865 al 1° maggio 1866 l'esportazione per mezzo di quelle ferrovie ascese a 119,753,063 lire, l'importazione a L.65,399,000 (1). La differenza sarebbe di 54 milioni circa, ma in queste cifre comprendonsi numerario e valori in titoli. Ora, quando la Rendita italiana era all'estero ridotta al 43 per cento, l'esportazione di valori esser non potea che caso eccezionalissimo, e viceversa non potea essere che altra eccezione rarissima l'importazione del numerario. E però, se per quel solo mezzo l'esportazione del numerario era sì rilevante, è facile immaginare quale dev'essere stata l'esportazione totale dal Regno.

Questa era la posizione vera del paese. Vediamo ora di trarne le conseguenze.

(1) V. Inchiesta, vol. 1, pag.335.

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Se un grande Stato da lungo tempo costituito, le cui finanze sono ricche, il cui commercio è prospero, si trova invol. o in una guerra, ed il suo governo dà corso forzoso ai biglietti di banca, quel governo infligge al paese un male certo senza motivo e senza compenso. Ma la posizione dell'Italia non era questa.

In Italia la crisi vi era, sebbene non gravissima, e bisogna piuttosto caratterizzarla. La crisi non aveva per causa un eccesso di speculazione commerciale e industriale. Diciamo dippiù: il malessere commerciale non era imputabile a cause proprie del commercio. Bensì le cause erano il discreditò della finanza, la previsione d'un disavanzo e quindi d'un discredito ancor maggiore, l'incertezza dell'avvenire d'un paese che colla finanza dissestata andava a cimentarsi con una potenza assai più forte; la causa, in una parola, era la reazione che questo complesso di circostanze finanziarie politiche esercitava sui capitali del paese, e sui rapporti commerciali coll'estero. Era questa la causa della crisi, e la crisi risolvevasi in sottrazione dei capitali che emigravano, e nella riluttanza dell'estero a far credito al commercio dell'Italia.

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Però per le banche di circolazione la conseguenza pratica era il ritorno dei biglietti alle casse per il pagamento. Questo fenomeno era notato non solo dalla Banca Nazionale, ma pure dalla Banca Nazionale Toscana e dalla Banca Toscana di credito (1). Non veniva da sfiducia verso le banche, bensì da sfiducia nell'avvenire commerciale del paese, ma più di tutto dall'essere l'oro divenuto la merce più ricercata nei rapporti coll'estero; e la ragione, per la quale i depositi si ritiravano dagli altri stabilimenti di credito addetti alla speculazione, era la stessa.

Sarebbe perder tempo sforzarsi a indovinare cosa sarebbe avvenuto senza la guerra. Ma non può esitarsi a dire che, divenuta certa la guerra, il commercio senza il corso forzoso si sarebbe trovato esposto a disastri assai peggiori di quelli che il corso forzoso ha prodotto. È evidente infatti che in quelle circostanze al primo colpo di cannone quei fenomeni si sarebbero a dismisura aggravati.

(1) Vedi inchiesta, vol. me 1°, pagina 292 e seguenti.

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In aprile il corso della Rendita italiana a Parigi ribassava sino al 43 per 0|0, in giugno sino al 36!! (1), e il rialzo non ricominciò che quando il ritorno alla pace fu assicurato. Ora noi non domandiamo che cosa col timor panico sarebbe avvenuto del commercio e delle banche, se ai non successi delle nostre armi in Italia non fossero seguite le vittorie della Prussia in Germania. Ma egli è evidente che la diminuzione degli sconti e delle anticipazioni, in misura assai maggiore di quella lamentata, e probabilmente la sospensione assoluta, era la conseguenza inevitabile della posizione.

Quale altro mezzo di difesa hanno infatti le banche in tali circostanze? Dire che bastava rialzare il frutto dello sconto, si potrebbe rispondere, è propórre un altro mezzo per raggiungere uno stesso scopo. Poiché, se rialzare il saggio dello sconto giovare poteva alle banche poteva soltanto perché, diminuendo le domande di sconti si diminuivano gli sconti. Ma checché ne sia, proporre quel rimedio è confondere una posizione di cose con un'altra.

(1) Vedi Annuario del Ministero delle Finanze per il 1867.

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La Banca Toscana col fine di diminuire il cambio dei biglietti portò lo sconto delle cambiali sino al 7 per cento, delle anticipazioni sino all'8, e vide non di meno aumentarsi sempre più il cambio dei biglietti. Nè poteva essere diversamente. Se la crisi ha per causa l'eccesso della speculazione, l'aumento dell'interesse è buona difesa, perché è freno alla speculazione. Ma quando i biglietti presentansi al cambio, perché quel che si vuole ad ogni costo è la merce oro per pagare debiti in oro, aumentare l'interesse dello sconto non giova a nulla. In tal caso le banche non si possono difendere che diminuendo quanto più possono la circolazione in biglietti; e i biglietti non scemano che diminuendo gli sconti e le anticipazioni. Ed infatti anche la Banca Toscana fu costretta ancor essa a limitare le ammissioni agli sconti, ed a ricusarsi ad ogni nuova anticipazione (1).

Al primo maggio 1866 era dunque necessario il corso forzoso a difesa del commercio? I disordini che il corso forzoso arreca al commercio sono innegabili, né noi intendiamo attenuarli.

(1) Inchiesta, vol. 1, pagine 292 e 293.

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Ma nondimeno il corso forzoso era necessario per non costringere le banche a diminuire smisuratamente, o a sopprimere affatto, i soccorsi che al commercio sogliono dare; ed ha giovato per restituire alle banche la possibilità di continuare quei soccorsi come in condizioni normali farebbero.

III.

Era il corso forzoso una necessità finanziaria?

Oggi l'Italia è in perfetta pace, la Rendita sullo Stato è risalita, ed in qualche mese ha quasi toccato il 60 per cento, il commercio riprende fiducia, il credito pubblico sotto ogni aspetto si è rialzato. Eppure ministri, Camera, giornalisti e progettisti strizzano il loro cervello per trovare il modo di pagare» il debito dello Stato verso la Banca, e non lo trovano.

Al 9 maggio 1866 cinque lire di Rendita italiana non valevano in capitale a Parigi che lire 37 50 (1), il commercio soffriva assai più d'ora per il presente, ed era allarmato per l'avvenire, l'estero ci negava ogni credito, i capitali emigravano, l'Italia era alla vigilia d'una guerra coll'Austria.

(1) Vedi Annuario del Ministero delle Finanze per il 1867.

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Eppure per la Commissione d'Inchiesta la posizione della finanza era normalissima. Nulla, secondo essa, occorreva fare se la pace fosse continuata, qualche palliativo nel caso della guerra bastava, onde il corso forzoso anche sotto l'aspetto finanziario fu un puro capriccio, o peggio.

Questo giudizio retrospettivo color di rosa non ha altro fondamento che un Rapporto del. Direttore Generale del Tesoro in data del 21 aprile 1866.

In esso il Direttore rilevava che al pagamento di cento milioni di Rendita all'estero scadente al primo luglio si era già provveduto; che si aveva un fondo di cassa disponibile di 95 milioni, e che sottraendone 45 milioni di Buoni del Tesoro che andavano a scadere, la cui rinnovazione non era assicurata, restavano sempre 50 milioni sufficienti al servizio ordinario di cassa a tutto giugno. Qual bisogno dunque, ne deduce la Commissione, s'aveva del corso forzoso quando il servizio di cassa era assicurato per tutto l'anno? Tanto poi, essa sìegue, i 250 milioni in biglietti di Banca a corso forzoso erano un supero, che a tutto dicembre dell'anno restarono incolumi, é non servirono che nel 1867.

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Invero, leggendo quel Rapporto noi non vi troviamo che il Direttore siasi creduto tranquillo per il servizio del Tesoro di tutto l'anno; le sue previsioni non andavano al di là del semestre, e le condizioni del credito erano tanto peggiorate dal gennaio in poi che, anche senza la guerra, non sappiamo se nel maggio il ministro delle finanze avrebbe rinnovato l'asserzione fatta in gennaio, o non avrebbe piuttosto pensato ad altri provvedimenti.

Ma checché ne sia, fermiamoci per ora alla parte essenziale dell'argomento della Commissione, quello cioè che dalla situazione del Tesoro a tutto dicembre 1866 risulta il fatto, che i 250 milioni erano sino a quel giorno incolumi, sicché servirono soltanto nel 1867. Veramente, che il ministro avesse cominciato a trarre somme fruttifere dalla Banca sin dal maggio 1866 per servirsene nel 1867, sarebbe un fatto censurabile, anzi inesplicabile. Ma è vero il fatto?

La Situazione del Tesoro, o, a meglio dire, il Quadro dimostrante gl'incassi ed i pagamenti sino a tutto dicembre 1866,

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presentato alla Camera dal ministro Ferrara (1), dava per risultati estremi:

Pagamenti effett. L. 1,032,920,969 53
Entrate versate nel Tesoro       977,465,349 27
Eccedenza dei pagamenti, sulle riscossioni L.       75,455,620 26

A questa eccedenza, aggiungevasi in una nota, si era fatto fronte con un debito fluttuante di L. 517,569,344 98, onde al 1 gennaio 1867 si aveva un fondo di cassa di lire 442,113,724 72, di cui lire 401,628,938 80 in numerario e biglietti. Or, siccome i 250 milioni del mutuo sono compresi nel debito fluttuante, la Commissione ne trae la conseguenza che questi fan parte delle lire 401,628,938 80 di numerario e biglietti rimasti in cassa al 31 dicembre, e che servirono ai pagamenti del seguente anno.

Ma questo ragionamento indurrebbe quasi a dire che, secondo la Commissione, il far fronte ai pagamenti

(1) Annesso al Discorso sulla Finanza italiana pronunziato dal ministro nella tornata del 9 maggio 1867.

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con una entrata o con l'altra dipenda dall'ordine in cui la computisteria ha esposto le varie partite d'un conto. A noi sembra invece che ciò dipenda dall'epoca in cui ciascuna entrata è stata riscossa.

All'asserzione della Commissione l'Amministrazione della Banca Nazionale ha quindi giustamente risposto con osservare, che delle 977,463,349 lire incassate a tutto dicembre, non meno di lire 504,159,911 lo furono nel secondo semestre, e che queste, componendosi di partite tra le quali non è il mutuo della Banca, da quelle partite posteriori, e non dal mutuo, il fondo di cassa del 31 dicembre venne a risultare (1).

La risposta della Banca non sembra che ammetta replica; nondimeno crediamo opportuna qualche altra osservazione.

Abbiam detto che il ministro Ferrara presentato non aveva che il quadro degli incassi e pagamenti, perché la situazione del Tesoro a cui il quadro è annesso, è quella compilata alla chiusura dell'esercizio 1865, cioè al 30 settembre 1866, differendone soltanto,

(1) Ved. le Osservazioni dell'Amministrazione della Banca Nazionale alla Relazione della Commissione d'Inchiesta, pag.26.

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in ragione del tempo trascorso, le somme effettivamente incassate o pagate. Or la Commissione non avendo chiesto, come poteva, gli incassi e i pagamenti effettuati sino al 30 aprile, perché non è risalita a quell'epoca del 30 settembre per sapere, almeno, ciò che dal 30 settembre al 31 dicembre era avvenuto?

Se la Commissione avesse ciò fatto, avrebbe visto che delle spese del 1866 e degli anni precedenti, presunto in lire 1,668,929,645 44, al 30 settembre 1866 se ne erano pagate 663,137,663 94 lire, e al 31 dicembre 1,052,926,969,53 lire, ossia i pagamenti dell'ultimo trimestre ascesero a lire 389,783,305 59.

Delle entrate presunte per lo stesso periodo in lire 1,531,406,82918, al 30 settembre se ne erano riscosse soltanto lire 427,912,502 54, e al 31 dicembre lire 977,465,349 27; il che vuol dire che lire 549,552,846 73 furono riscosse nei tre mesi di ottobre, novembre e dicembre. Questa ultima somma è superiore al fondo di cassa del 31 dicembre, ai 517 milioni del debito fluttuante, ed anche ai 504 milioni risultanti da partite, che, la Amministrazione della Banca osserva, appartengono al secondo semestre.

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Come mai adunque la Commissione ha potuto credere che i 250 milioni del mutuo, già quasi tutti riscossi al 30 settembre, siano rimasti illesi sino al 31 dicembre?

Del resto questa impossibilità si dimostra colla evidenza delle cifre, riprendendo la intera Situazione del 30 settembre, della quale, quanto all'esercizio chiuso del 1865, nel quadro presentato dal Ferrara riportavansi soltanto i residui attivi e passivi. Quella situazione dà: (1)

Pagamenti effettuati sino al 30 settembre per gli esercizi 1865, anni precedenti e 1866. L.  1,936,492,122 01
Entrate versate nel Tesoro....    1,671,871,447 50
Eccedenza dei pagamenti sulle somme versate.... L.    284,620,674 51

A questa eccedenza si era fatto fronte col debito fluttuante che al 30settembre ascendeva a 532,738,707 66 lire, onde a quel giorno si aveva un fondo di cassa di lire 248,138,033 15.

(1) Ved. Situazione del Tesoro per gli esercizi 1865 e 1866, al 30 settembre 1866. Pag. 44 e 45.

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Ma nel debito fluttuante figurano lire 246,698,182 13 già pagate dalla Banca Nazionale in conto del mutuo di 278 milioni. Ora supponiamo che il Ministero, seguendo i consigli della Commissione, non avesse sollecitato dalla Banca questo pagamento, quali ne sarebbero state le conseguenze? Il debito fluttuante si sarebbe ridotto a lire 286,060,525 53, e l'eccedenza dei pagamenti sulle riscossioni essendo stata di lire 281,620,674 51, il Tesoro del Regno d'Italia al 30 settembre si sarebbe trovato con un fondo di cassa di sole lire 1,439,851 02!! risultanti da un resto di quietanze, vaglia, e altre carte contàbili comprese nei 286 milioni a cui il debito fluttuante sarebbe disceso. A tal risultato avrebbe la Commissione approvato il ministro che si sarebbe messo nell'impossibilità d'andare avanti nei pagamenti?

Ma questo non è tutto. Quanto più si risale indietro, tanto più scemano i versamenti delle entrate, mentre nel 1866, risalendo indietro, diminuiscono sì i pagamenti per le spese ordinarie, ma dal 30 aprile al 30 settembre s'incontrano gli enormi pagamenti per le spese della guerra.

Non è dunque esatto dire che il fondo di cassa al 30 settembre si sarebbe ridotto a lire 1,439,000; ma il vero è che senza i 247 milioni circa del mutuo,

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sarebbe stato impossibile far fronte ai pagamenti effettuati sino al 30 settembre.

Ritornando intanto al Rapporto del Direttore del Tesoro, non solo egli nelle sue previsioni non andava al di là del semestre, ma prevedeva avvenimenti straordinari, cioè la guerra, e protestava che i suoi calcoli in quel caso più non stavano. Ma per la Commissione invece al 1° maggio non v'era nulla da prevedere. Il ministro, essa, rammenta, al io aprile si era dichiarato avverso al corso forzoso, e sino al SO aprile nulla nell'ordine dei fatti politici era sopraggiunto ad aggravare sensibilmente ed improvvisamente la situazione, anzi la Prussia aveva aderito al disarmo proposto dall'Austria, onde né anche politicamente il corso forzoso è giustificato.

Che altro sin qui si può rispondere, se non che è da ammirare la portentosa ingenuità della Commissione?

Eppure la guerra scoppiò a pochi giorni, e bisognava supplire alle spese! Ma era forse la guerra coll'Austria un avvenimento tale da alterare sensibilmente la situazione della finanza? Secondo la Commissione pare che no.

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Il paese era nell'entusiasmo, pronto a  qualsiasi sacrificio, il governo nulla far doveva al 1° maggio; venuta bensì la guerra, chieder doveva un prestito vol. ntario, o quel prestito forzoso che chiese più tardi, e ciò bastava. Così a pagina 418.

Però a pagina 420 la Commissione muta parere. Il ministro doveva realizzare i larghi crediti dello Stato verso la Banca, chiederle i 32 milioni al 3 per cento che furono chiesti nel giugno 1868, autorizzare alla peggio il corso legale dei biglietti, non mai la inconvertibilità, e ciò fatto, alla vigilia della guerra chiedere al paese un prestito anche di 100 milioni in oro, e depositarli alla Banca per averne 300 milioni in biglietti.

Quale dei due progetti, tanto diversi, vol. va la Commissione?

Quanto al primo noi non neghiamo, che un prestito forzoso avanti la guerra sarebbe stato meno inviso al paese che un prestito forzoso dopo la guerra. Ma la Commissione grandemente si inganna se crede, che la riuscita d'un prestito dipenda dalla vol. ntà di chi deve prestare. L'obbiezione più grave contro un prestito forzoso si è che con esso il governo chiede un capitale a chi non l'ha;

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mentre chi non l'ha non può prestare se non togliendo a prestito egli stesso, e chi toglie a prestito non può esimersi dal subire le condizioni del mercato. Un prestito forzoso inoltre non si ripartisce tra i contribuenti dall'oggi all'indomani; tutte le lungherie che si sperimentarono dopo il 28 luglio si sarebbero sperimentate del pari, se il prestito si fosse imposto prima. Chieder poi tutto il capitale ad una vol. a è chieder quello che è assolutamente impossibile anche in un prestito vol. ntario. Ognuno può trarne le conseguenze.

Il prestito forzoso avanti la guerra sarebbe stato meglio tollerato che il prestito imposto al 28 luglio. Ma anche al 28 luglio non sarebbe stato necessario che le provincie e i comuni assumessero di pagare pei contribuenti da loro amministrati, e che la Banca Nazionale intervenisse, se i contribuenti avessero potuto pagare essi direttamente al governo anziché alle Provincie, e così risparmiare nei frutti. Se la cooperazione delle provincie e della Banca fu necessaria, lo fu per la impotenza dei contribuenti a pagare immediatamente.

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Quindi le lungherie nei procedimenti, i ritardi e gli ostacoli nella riscossione, la perdita assoluta di buona parte delle quote, che si sono sperimentate col prestito del 28 luglio, si sarebbero con piccole differenze sperimentate col prestito ordinato prima. Ora, come crede la Commissione che la riscossione incerta e lunga d'un prestito forzoso sarebbe bastata ad assicurare il servizio del Tesoro contro la urgenza delle spese ingenti della guerra e le incertezze di questa, per cui le spese potevano crescere da un giorno all'altro di milioni? Come può crederlo, quando al 21 aprile il Tesoro non aveva che 112 milioni, di cui 15 milioni in moneta di bronzo,68 milioni in biglietti, soli 28 milioni in argento ed oro, e ciò con 80 milioni di Buoni del Tesoro prossimi a scadere?

Dei due progetti sarà dunque il secondo quello preferito dalla Commissione. Però questo non vale meglio dell'altro. Il ministro, comincia dal dire la Commissione, anziché venire al corso forzoso, dovea pria d'ogni altra cosa realizzare i tanti milioni di crediti che lo Stato aveva verso la Banca. Dopo i 165 milioni del Credito mobiliare si potrebbe dubitare anche di questi altri milioni.

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Ma, checché ne sia, non sappiamo quale idea la Commissione abbia dei rapporti del governo con una banca. Poiché, quando il governo fa una operazione di credito con una banca, questa apre col governo un conto corrente in cui lo accredita delle somme promesse, e non può essere che a debito. Se il pagamento di quel debito non è soggetto a condizioni, o se le condizioni di scadenza si sono avverate, il credito del governo è disponibile, e la banca sarebbe in istato di fallimento se, richiesta, non pagasse. Siccome però le spese d'un anno non si fanno tutte in un giorno, il Tesoro può lasciar quella somma presso la Banca, perché averla là o nelle sue casse è lo stesso. Ma il credito del governo è già nei conti del Tesoro, e se è disponibile, è un fondo di cassa. Non vediamo dunque come i crediti che il governo può avere verso la Banca modifichino la posizione da quella che i conti del Tesoro la mostrino, e se v'è una spesa urgente a cui le entrate d'immediata riscossione non bastino, non vediamo come i crediti verso una banca dispensino da altri provvedimenti.

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Ma quanto al secondo dei modi con cui evitare il corso forzoso il vero è, che la Commissione prendendo ogni parte della questione isolatamente, come ragiona del commercio astrazione fatta dell'influenza che vi esercitano le circostanze finanziarie e politiche, così ragiona delle finanze astrazione fatta delle circostanze in cui versa il commercio.

Ciò aveva già dato a di vedere parlando dei Buoni del Tesoro.

Di quei che andavano a scadere, osserva la Commissione, il Banco di Napoli ne aveva assunto 13 milioni: il Direttore del Tesoro contava inoltre su 20 milioni di rinnovazione ordinaria; però quanto a 30 milioni che ne aveva la Banca Nazionale il Direttore diceva: Nelle presenti circostanze è poco probabile che possa rinnovarli. Or perché, la Commissione domanda, perché la Banca far non poteva quello che facevano gli altri, essa di cui il governo accettava a diecine di milioni i biglietti, ed era debitrice verso lo Stato di tanti milioni in conto corrente?

Quanto ai biglietti basterebbe osservare, che il governo li accettava perché tutti li accettavano, ed accettandoli non correva alcun rischio.

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Ma il perché il Banco di Napoli assumeva i Buoni del Tesoro il Direttore dello stesso l'aveva detto. Il Banco vi era tenuto per la convenzione del 30 maggio 1864 in correspettivo dell'obbligo assunto dal governo d'accettare come denaro le Fedi di Credito del Banco. Quanto ai 20 milioni di rinnovazione ordinaria il Direttore del Tesoro vi contava nell'ipotesi che fatti straordinari non avvenissero; nel caso della guerra egli stesso dichiarava non poterci contare. Però la Banca non poteva conchiudere un affare di 30 milioni calcolando su d'una ipotesi; e che essa sia stata restia ad accettare un titolo di credito, che nelle città dove ha i suoi maggiori affari era deprezzato, non ci sorprende punto. Se non che la Banca aveva altra ragione che non interessava essa soltanto.

Ed infatti, il pericolo che minacciava le banche di circolazione, e con esse il commercio, abbiamo osservato, era la crescente affluenza dei biglietti al pagamento; fenomeno già avvertito da tutti i direttori delle banche, fenomeno che colla guerra si sarebbe aumentato!, e sarebbe certamente a dismisura cresciuto alla prima notizia avversa.

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Or, se la Banca Nazionale avesse scontato in oro 30 milioni di Buoni, avrebbe stremato nel momento più pericoloso la sua riserva metallica. Se poi li avesse scontati in biglietti, o avrebbe dovuto aumentare di 30 milioni la circolazione, ed i biglietti si sarebbero l'indomani presentati alle sue casse per il pagamento, o con danno del commercio avrebbe dovuto diminuire d'altrettanta somma gli sconti e le anticipazioni; il che è una delle accuse dalla Commissione fatte alla Banca.

La circolazione possibile dei biglietti a corso libero ha un limite, che dipende dalle circostanze tutte economiche, finanziarie e politiche in cui un paese ritrovasi, e le circostanze del 1866 esigevano che fosse diminuita. È questo quel che non vede la Commissione nel suo secondo progetto.

La circolazione in biglietti della Banca Nazionale nell'aprile 1866 era di lire 119,100,766 (1); aggiungendovi 30 milioni di Buoni del Tesoro, 32 milioni di prestito al 3 per cento secondo il suo statuto, e i 300 milioni proposti dalla Commissione, s'andava a 481 milioni, al di là ancora se si potesse tener conto dei supposti debiti della Banca verso il governo.

(1) Vedi Inchiesta, Vol.2°, pag.98.

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Ora, se mal si reggeva una circolazione di 119 milioni, chi non vede che quadruplicandola tutto l'aumento sarebbe tornato alla Banca, ed avrebbe strascinato dietro buona parte della circolazione antica? Ed allora cosa sarebbe stato della Banca, del commercio e del credito?

Nè il corso legale sarebbe stato rimedio. Quando tutto è in condizioni normali, e la circolazione del biglietto dipende dalla fiducia nella banca, il corso legale, facilitandone la diffusione, giova alla circolazione. Ma quando i biglietti tornano alla banca per cause da essa indipendenti, ed è l'oro quel che ad ogni costo si vuole, il corso legale giova pochissimo o nulla.

Tutto questo considerando la questione, se il corso forzoso fosse necessità finanziaria, dal punto di vista della Commissione. Ma il punto di vista della Commissione è intrinsecamente falsu. La Commissione ragiona del corso forzoso astrazione fatta della situazione della finanza e del credito; essa si ferma al 1° maggio 1866, e nel corso forzoso non vede altro che il mezzo di procurare alla finanza i 250 milioni divenuti poi 278. È questo l'errore fondamentale di tutti i giudizi della Commissione; lo scopo del corso forzoso era per la finanza assai più largo.

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Il corso forzoso, cioè, era una necessità per provvedere ai bisogni smisurati ed incerti della finanza, quali li faceva la guerra, quali li faceva l'enorme e crescente disavanzo, e la mancanza del credito, e Ciò non per il solo 1866, bensì ancora per gli anni avvenire sino all'epoca, in cui con sforzi erculei del paese e con la buona fortuna, migliorate le condizioni della finanza, rialzato il credito, ritornare si potesse allo stato normale.

La Commissione avrebbe fatto bene a considerare i risultati dell'esercizio del 1866, quali comparivano alla sua chiusura, cioè al 30 settembre 1867. Allora avrebbe visto che togliendo dall'entrate i 310 milioni, a cui erasi ridotto il prestito Nazionale, e i 20 milioni di moneta di bronzo decretati per il corso forzoso si ha (1)

Spese L.  1,578,964,684 12
Entrate    1,106,656,150 40
Disavanzo L.     472,308,533 72

(1) Ved. Situazione del Tesoro per gli esercizi 1866 e 1866 ai 30 settembre 186", pagine 56 e 57.

– 57 –

Questo risultato non era prevedibile nelle sue cifre al 1° maggio 1866, ma era prevista la possibilità di un risultato anche peggiore, ed era certo che sarebbe stato peggiore di gran lunga, se la guerra si fosse prolungata. Però questo non era tutto. Era una certezza che il 1867 vi avrebbe aggiunto altro disavanzo di centinaia di milioni, presunto al 30 settembre 1867, per lire 240,430,559 75; quale, nonostante gli sforzi fatti, sia stato il disavanzo previsto del 1868, lo sappiamo tutti, e al 1866 si prevedeva maggiore; quel che nessuno sa con certezza è quando il bilancio annuale si potrà rimettere in pari.

Non si trattava dunque del 1° maggio 1866, non dei 250 o 278 milioni che le Situazioni del Tesoro aggiungono in nota come entrata tra i debiti fluttuanti, non dei 310 milioni del prestito nazionale, ma di avere il modo di far fronte a tutto il disavanzo del 1866 e degli anni avvenire, quali li faceva prevedere la posizione finanziaria e politica del paese, e sino all'epoca incerta d'un ritorno alle condizioni normali.

Or, quando la finanza è in sì deplorevol. stato, e per questa stessa causa nel mercato dei capitali la fiducia in essa è esaurita, ogni operazione di credito libero è impossibile.

– 58 –

In queste circostanze il triste spediente del corso forzoso dei biglietti di banca diviene una necessita. Se infatti non è possibile mettere in pari tutto ad una vol. a le entrate e le spese annuali, e non è possibile avere dal credito vol. ntario i capitali necessari a saldare il disavanzo arretrato ed il disavanzo corrente, che cosa resta alla finanza se non il credito forzoso? Nè il corso forzoso dato ai biglietti di banca per far fronte con essi ai bisogni dello Stato è altro che il credito forzoso a vantàggio dello Stato. Con esso lo Stato impone ai portatori dei biglietti, cioè al paese, di fargli credito per le somme di cui abbisogna, rappresentate da biglietti propri, o da biglietti a corso forzoso che le Banche han prestati alla finanza, e ciò finché, migliorate le condizioni e rinato il credito vol. ntario, possa quel debito essere pagato.

Se il doloroso spediente sia o no stato una necessità, meglio che coi ragionamenti, dimostrasi colle cifre.

Dal maggio 1866 a tutto il 1868, la Banca Nazionale, mediante il corso forzoso, ha sovvenuto la finanza per le seguenti somme:

– 59 –

Mutuo in forza dei decreti del 1° maggio e 5 ottobre 1866 L.   278,000,000
Anticipazioni sulle Obbligazioni ecclesiastiche   100,000,000
Concorso al prestito nazionale       64,062,114
Anticipazione al 3 per cento in forza dello Statuto     32,240,000
Buoni del Tesoro      146,110,218
Totale L.   620,412,332

Ora la questione più importante non è quella su cui si trattiene tanto la Commissione; se nelle sue operazioni col governo la Banca abbia profittato soltanto il giusto o troppo. Tal questione coi soli elementi forniti dalla Commissione non si può decidere; essa è quindi fuòri del nostro argomento. La questione, per il corso forzoso, non può essere neanche se sia o no conveniente per la finanza e per il commercio, che il governo avvalgasi con preferenza d'un grande istituto bancario per le grandi sue operazioni di credito. Tal questione non ha che vedere col corso forzoso; poiché non si applicano a circostanze anormalissime i principii da seguire in condizioni normali.

– 60 –

Per la stessa ragione la questione non può essere neanche se in quelle operazioni la Banca abbia o no oltrepassato di qualche linea il suo statuto.

La questione pratica finanziaria del corso forzoso è, se il Governo, nelle circostanze in cui si è trovato, avrebbe potuto fare diversamente. Il vero è che il governo si è rivol. o alla Banca, perché per sì rilevanti somme nessun altro avrebbe potuto prestarsi, e la Banca si è potuta prestare per il corso forzoso. Non trattasi soltanto dei 278 milioni; ma senza la Banca una anticipazione di 100 milioni sulle Obbligazioni ecclesiastiche non si sarebbe ottenuta, senza la cooperazione della Banca il prestito nazionale non sarebbe riuscito, senza la Banca 1S0 milioni circa di Buoni del Tesoro, in aggiunta ad altrettanti presso i privati, non si sarebbero collocati. Però la Banca non ha potuto dare quelle somme, che aumentando la emissione dei suoi biglietti, e questi senza il corso forzoso sarebbero tornati immediatamente alle sue casse per il pagamento in oro, il che vuol dire che la Banca senza il corso forzoso sarebbe stata anch'essa, come gli altri, nella impossibilità di prestarsi. Per chi ragiona sui fatti e senza passione la verità è questa.

– 61 –

In altri termini, quando il credito dello Stato era esaurito, v'era per il Governo altro mezzo di avere un capitale di oltre 600 milioni che sono stati indispensabili per far fronte ai bisogni della finanza? Ecco la domanda, alla quale si avrebbe dovuto rispondere prima di dire che il corso forzoso non era per la finanza una necessità. Ma se per lo passato quei milioni avrebbero potuto aversi con altri mezzi, perché riesce si difficile averli oggi quando le condizioni sono migliorate?

IV.

Quale uso del corso forzoso si è fatto in quanto riguarda il commercio.

Il corso forzoso, abbiamo visto, era una necessità commerciale e finanziaria; vediamo ora l'uso che praticamente se n'è fatto. Per giudicarne rettamente, cominciando da quanto riguarda il commercio, rammentiamo che una crisi vi era, ma non era effetto di cause propriamente imputabili al commercio italiano. La crisi era l'effetto della reazione, che le condizioni finanziarie e politiche dello Stato esercitavano sul commercio. Sua caratteristica principale era poi l'emigrazione dei capitali all'estero in pagamento dei fondi pubblici e d'altri valori industriali che l'estero respingeva in Italia. Conseguenze per le banche di circolazione ne erano l'affluenza dei loro biglietti alle casse per convertirsi in oro,

– 63 –

quindi la diminuzione delle riserve metalliche, quindi la necessità, per difendersi, di restringere la circolazione dei biglietti, e la circolazione restringere non potendosi senza diminuire le operazioni, le banche erano costrette a diminuire le operazioni di credito con cui sogliono soccorrere il commercio.

Ora, quando la crisi deriva da cause propriamente commerciali imputabili al paese, per cui il commercio trovasi impegnato in operazioni pericolanti, dalle quali non può salvarsi senza aver tempo e larghi e straordinarii soccorsi, allora il corso forzoso può giovare abilitando le banche a dare al commercio questi soccorsi straordinari di tempo e di capitali dovuti al corso forzoso. Ma in una crisi del carattere di quella che travagliava l'Italia nel 1866, il commercio. italiano non abbisognava né chiedeva soccorsi straordinarissimi; quel che al commercio abbisognava era la continuazione degli aiuti ordinari che le banche solevano prestargli; e restituire alle banche la possibilità di prestarli, era lo scopo del corso forzoso in quanto riguarda il commercio.

In tal caso è obbligo delle banche, ed è interesse del paese, che quelle stiano dentro questi confini.

– 64 –

Se, infatti, abusando del corso forzoso, cominciassero a dar crediti mediante biglietti ad intraprese, cui non ne darebbero se tenute fossero a pagare a vista i biglietti in moneta metallica, le banche incoraggierebbero la speculazione arrischiata, promuoverebbero esse una nuova crisi, e renderebbero più difficile il ritorno allo stato normale.

Però non senza ragione diciamo, alle banche e non alla sola Banca Nazionale. Poiché il far colpa al governo dell'aver dato corso forzoso ai soli biglietti della Banca Nazionale, e non ancora a quelli delle altre banche, è uno dei tanti errori che in questa occasione si sono sostenuti.

Ed invero la impossibilità di continuare colla solita larghezza le loro operazioni ordinarie minacciava tutte le banche, ma dalla legge del corso forzoso la possibilità di continuarle è stata restituita a tutte. É evidente, infatti, che autorizzandole tutte a pacare i biglietti propri in biglietti della Banca Nazionale, il pericolo di vedersi esaurire la loro riserva metallica è per tutte cessato, e la circolazione dei biglietti di ciascuna dipende dalla fiducia che ciascuna di esse inspira.

– 65 –

Che ciò sia il vero, il fatto lo ha mostrato; mediante il corso forzoso esse han potuto riprendere il loro andamento normale.

Negando dunque alle altre banche il corso forzoso, queste nulla hanno perduto; il governo non ha loro negato che la facoltà d'abusare. Però coll'abuso, oltre le anzidette conseguenze, aumentandosi imprudentemente la circolazione dei biglietti, se ne sarebbe compromesso il credito, ed alle perturbazioni inseparabili dal corso forzoso si sarebbe aggiunta quella gravissima d'avere tante specie di biglietti di un valore legale uguale, e d'un valore commerciale diverso. Dando bensì corso forzoso ai soli biglietti della Banca Nazionale il pericolo dell'abuso si limita a questa soltanto.

E però si è la Banca Nazionale contenuta verso il commercio dentro i confini che abbiamo accennato? Secondo la Commissione d'inchiesta, la questione è interessante soltanto per giustificare o condannare la Banca, ed ognuno ne indovina quale sia la sua sentenza. Ma per noi la questione è importante per altra ragione; poiche alla abolizione del corso forzoso non si può venire senza diminuire la circolazione, e questa non si diminuisce che restringendo le operazioni.

– 66 –

Se dunque la Banca ha abusato del corso forzoso aumentando a dismisura gli sconti e le anticipazioni, che sono i modi con cui sorregge il commercio, il corso forzoso non potrebbe sopprimersi senza diminuire quei soccorsi, onde la soppressione facilmente diverrebbe nuova causa di crisi per il commercio; ed in tutti i casi le difficoltà di sopprimere il corso forzoso sarebbero immensamente maggiori. Importa quindi moltissimo vedere a qual punto siamo. E veramente fa meraviglia che la Commissione avendo detto che risaliva alle cause del corso forzoso per ricercare ed esporre la possibilità di farlo cessare, ed a suo modo ne abbia analizzato gli effetti, non abbia poi esaminato la questione in questo aspetto. Vero è bensì, che la possibilità di farlo cessare non è dalla Commissione esaminata né in questo aspetto né in un altro. Però, per risolvere rettamente la questione, bisogna premettere alcune avvertenze.

Prima di, tutto una banca di circolazione facendo le sue operazioni in biglietti, tanto più queste si possono accrescere quanto più s'accresce la possibilità d'aumentare la circolazione dei suoi biglietti.

– 67 –

Ciò dipendendo in gran parte dalla fiducia che la banca inspira, anche le operazioni della banca si estendono in ragione del suo credito.

Ora non occorre dire che della solidità della Banca Nazionale non si è mai dubitato, il suo credito si è tutti gli anni accresciuto; basta riflettere che essa è il solo stabilimento Italiano che abbia una importanza assoluta, e fra gli istituti italiani è quello che gode maggior credito all'estero.

In secondo luogo è evidente del pari, che le operazioni tanto più s'accrescono quanto più si estende la periferia dentro cui la banca agisce. Ristretta ad una piccola località, le operazioni della banca non possono andare al di là di quelle poche, che la località stessa ne presenta di sicure. Se però la banca con nuove sedi e nuove succursali comprende nella sua periferia un gran regno, le operazioni della banca saviamente condotte, proporzionalmente estendere si possono a tutte quelle che di sicure ne offre quel regno.

Ora la Banca Nazionale degli Stati sardi divenuta oggi Banca Nazionale nel Regno d'Italia, nata nel 1850 dalla fusione delle due banche di Genova e di Torino,

– 68 –

sino al 1859 non constava che delle due sedi di Genova e di Torino, e di cinque succursali, compresavi quella di Nizza, oggi soppressa. Al 1860 vi si aggiunse la nuova sede di Milano, e da quell'epoca in poi si è tanto estesa con nuove sedi e succursali, che certamente non è più l'antica Banca Sarda. Ecco il progresso della sua estensione:

Sedi Succursali Totale degli Stabilimenti
1859 2 4 6
1850 1 1
1861 2 41 13
1862 8 8
1863 3 3
1864 5 5
1865 1 7 8
1866 7 7
1867 1 6 7
7 51 58 (1)

(1) Ved. Relazione all'Adunanza generale degli Azionisti, 25 febbraio 1869,

– 69 –

É ben naturale adunque che le sue operazioni si accrescessero in proporzione di una periferia così estesa, molto più se si considera che nei nuovi stabilimenti son quelli di città importanti come Milano, Palermo, Napoli, Firenze e Venezia.

È d'uopo aver presente, inoltre, che il pubblico non accetta facilmente il biglietto d'uno stabilimento che non conosce, e gli amministratori di esso non si arrischiano facilmente ad operazioni in un paese di cui non han pratica. Quindi proporzionalmente poche sono le operazioni nel primo anno, maggiori nel secondo e crescono anche più nel terzo; in una parola, soltanto dopo un certo tempo le operazioni della banca in una località nuova prendono lo sviluppo che le condizioni locali permettono. Ciò viene mostrato ad evidenza dalla statistica delle operazioni. Nel 1860 gli sconti alla sede di Milano non furono che per lire 46,631,393, nel 1861 salirono a poco più di 66 milioni, nel 1865 giunsero a lire 92,904,371. Così parimente gli sconti dei 13 stabilimenti aperti nel 1861 limitaronsi in quell'anno a lire 26,699,804; crebbero a 106 milioni l'anno seguente; ascesero a lire 128,862,977 nel 1865.

– 70 –

Lo stesso fenomeno si osserva negli sconti degli altri stabilimenti, lo stesso nelle anticipazioni (1). Nè ciò basta. Il biglietto è il mezzo 'di usufruire del credito, ma il capitale reale è nondimeno la base dell'istituto bancario; il capitale reale è il primo nucleo della sua riserva metallica; senza capitale reale non vi è credito; il capitale è l'àncora di sicurezza, che salva l'istituto nelle traversie che potrà incontrare. E' quindi ben naturale, che le operazioni d'una banca s'accrescano quanto più s' accresce il suo capitale.

Ora la Banca degli Stati Sardi nacque nel 1850 col capitale di 8 milioni; nel 1852 il suo capitale fu portato a 32 milioni; con decreto del primo ottobre 1859 fu aumentato a 40 milioni; trasportatasi la sede principale della Banca a Firenze, il suo capitale, con decreto del 29 giugno 1865, fu aumentato sino a 100 milioni (2). Questo crescente capitale, sebbene non tutto versato, è tutto a disposizione della Banca, essendoché l'alto prezzo commerciale delle azioni l'assicura, ad ogni sua richiesta, sì delle quote non versate delle azioni emesse, che del capitale delle azioni non emesse.

(1) Vedi Inchiesta, vol. 2, pag.117.

(2) Vedi Inchiesta, vol. 2, pagine 735 e seguenti.

–71 –

Del resto, nel 1860 il capitale versato della Banca ascendeva a 30 milioni, nel 1863 a 40 milioni, e nel 1866 crebbe a lire 50,750,000, nel 1867 s'aumentò a 56 milioni (1), nel 1868 fu intimato agli azionisti il versamento delle ultime 300 lire per azione, di cui lire 200 nel corso dell'anno e lire 100 nel gennaio 1869; e così il capitale versato portossi a 80 milioni, restando ancora altre 20,000 azioni da emettere a compimento di cento milioni.

Tale essendo stato il progressivo sviluppo della Banca Nazionale, tutte le sue operazioni, e principalmente gli sconti e le anticipazioni, hanno seguito un corrispondente incremento. Bensì è vero che nelle anticipazioni, le quali in sostanza sono prestiti di capitali garantiti da deposito di titoli di debito pubblico, di azioni industriali garantite dallo Stato, o di altri valori indicati dallo Statuto, l'aumento non è costante da un anno all'altro. Ragione ne è, che le anticipazioni non sempre suppongono una operazione commerciale iniziata, nel qual caso il commerciante che ha credito, chiede lo sconto.

(1) Vedi Inchiesta, vol. 1, pag.35.

– 72 –

Le anticipazioni spesso sono prestiti di capitali a privati, che con possono altrimenti risponderne che dando in pegno un titolo di Rendita, ed in tal caso, tutto avendo un limite, sono prestiti fatti a diminuzione degli aiuti, che la banca può prestare al commercio.

Quindi è che non la sola Banca Nazionale, bensì tutte le banche sono guardinghe nelle anticipazioni, e ne tengono il frutto sempre più alto che quello sugli sconti. In date circostanze poi le anticipazioni prestansi ad operazioni non utili al paese, che tornano a danno del commercio in generale, e della stessa banca in particolare; e tale era il caso nel 1866. La Commissione d'inchiesta fa colpa alla Banca d'avere in quell'anno diminuite le anticipazioni; ma la Commissione vol. e ignorare che le anticipazioni su fondi pubblici servivano a trarre oro dalla Banca, e spedirlo in compra di altri fondi pubblici all'estero; e così, mentre diminuivano alla Banca le forze per gli sconti, erano uno dei modi con cui si inacerbiva la crisi.

Checchè ne sia, prendendo complessivamente tutto il periodo d'anni della Banca, anche le anticipazioni hanno seguito l'incremento della sua importanza.

– 73 –

Le anticipazioni dell'antica Banca Sarda nel 1850 furono lire 45,779,997. Salirono a 71 milioni nel 1852, indi discesero ed oscillarono fra 82 milioni e 57 milioni sino al 1859. Ma da quell'epoca in poi, la Banca estendosi sempre più e diventando una banca nuova, l'aumento delle anticipazioni è più costante; e le troviamo di lire 99,878,753 nel 1861 per salire a lire 275,494,162 nel 1868 (1).

Però costante e più proporzionale alla progressiva importanza della Banca seno stati gli sconti Quelli della Banca Sarda nel 1850 ascesero a lire 82,484,788, nel 1858 erano saliti a lire 227,868,920, furono di 533,112 475 lire nel 1865. e crebbero a 575,802,867 lire nel 1868 (2).

Ora i prospetti delle anticipazioni e degli sconti dimostrano che, eccettuando il 1866, in cui le anticipazioni scemarono e gli sconti pochissimo differirono dal 1865, sì le une che gli altri rilevantemente si accrebbero nel 1867 e 1868.

(1) Vedi Inchiesta, vol. 2, pag.117.

(2) Vedi Inchiesta, vol. 2°, pag.190. Per il 1868 i dati statistici sono desunti dalla Relazione all'Assemblea degli Azionisti, 25 febbraio 1869.

– 74 –

 Ma, quanto all'influenza del corso forzoso, se si tien conto delle cause d'incremento naturale, che abbiamo già accennate, ad evidenza risulta ancora che, se il corso forzoso ha influito nelle anticipazioni e negli sconti della Banca Nazionale, esso ha servito soltanto abilitandola a dare al commercio quegli aiuti che, anche senza il corso forzoso, in circostanze normali avrebbe dato, che però per le ragioni già dette, nelle circostanze in cui si è trovato il paese, senza il corso forzoso non avrebbe potuto dare.

Questa verità di fatto viene dimostrata colla evidenza dell'aritmetica dal confronto tra le somme totali delle anticipazioni e degli sconti del 1865, che sorpassò tutti gli anni precedenti, e le operazioni simili dei tre anni di corso forzoso. Perché però il confronto sa dimostrativo, è da tener conto dell'incremento naturale dovuto alla maggiore estensione data alla Banca cogli stabilimenti nuovi, e considerando che, siccome abbiam detto, ben poche esser possono le operazioni di uno stabilimento nei primi anni dalla sua apertura, è mestieri dalle somme totali sottrarre quelle riferibili agli stabilimenti aperti nel 1865, 1866

– 75 –

e 1867 (1), e così apprezzare l'influenza del corso forzoso nelle operazioni degli stabilimenti antichi. Questo modo tanto più si riconoscerà razionale, se si osserva che, degli stabilimenti aperti nel 1865, la sede di Firenze, che dà in seguito l'aumento maggiore, fu aperta al primo agosto, non agì quindi che per cinque mesi; la succursale di Macerata fu aperta al 3 luglio, quella di Siracusa al 12 giugno, quella di Reggio nell'Emilia, che per le anticipazioni da lire 594,673 nel 1865 sale a lire 3,455,960 nel 1868, fu aperta nel 1865 al 16 agosto.

Cominciando dalle anticipazioni, ec: co quali ne sono i resultati (2):

Anticipazioni totali dell'anno.. L.  107,705,002
Anticipazioni degli stabilimenti nuovi      33,749,648
Anticipazioni degli stabilimenti più antichi      133,955,727
Totale del 1865     207,691,648
Diminuzione al confronto del 1865 L.    73,736,373

(1) Nessun nuovo stabilimento fu aperto nel 1868.

(2) Vedi Inchiesta, vol. 2°, pag.117. Per il 1868, vedasi la Relazione all'Adunanza degli Azionisti, del 25 febbraio 1869.

– 76 –

1867.

Anticipazioni totali dell'anno. L.   227,688.229
Anticipazioni degli stabilimenti nuovi.       66,552,172
Anticipazioni degli stabilimenti più antichi L.    161,136,057
Totali del 1865     207,691,727
Diminuzione al confronto del 1865 L.     46,555,670

1868.

Anticipazioni totali dell'anno. L.   275,494,162
Anticipazioni degli stabilimenti nuovi     118,501.964
Anticipazioni degli stabilimenti più antichi L.    156 992,198
Totali del 1865     207,691,727
Diminuzione al confronto del 1865 L.     50,699,529

Nelle anticipazioni del 1868, è inoltre da avvertire, vien compresa quella di lire 32,240,000 alla finanza, cui la Banca è tenuta per il suo statuto, onde, in quanto riguarda il commercio, la diminuzione, escludendo gli stabilimenti nuovi, al confronto del 1865 si fu di lire 82,939,829.

– 77 –

Non diversi sono i risultati in quanto agli sconti. Infatti abbiamo (1):

1866.

Tota;e degli sconti dell'anno. L.    534,876,508
Sconti degli stabilimenti nuovi        92,681,166
Sconti degli stabilimenti più antichi      442,195,342
Sconti del 1865       533,112,475
Diminuzione al confronto del 1865 L.       90,917,133

1867.

Totale degli sconti dell'anno. L.     554,191,093
Sconti degli stabilimenti nuovi.      105,565,391
Sconti degli stabilimenti più antichi     448,625,702
Sconti del 1865       533,112,475
Diminuzione al confronto del 1865 L.     84,486,773

(1) Vedi Inchiesta, vol. 2°, pag.188 e seg. Per il 1868 vedasi la Relazione all'Adunanza degli Azionisti dei 25 febbraio 1869.

– 78 –

1868.

Totale degli sconti dell'anno. L.   575,802,867
Sconti degli stabilimenti nuovi.        99,371,752
Sconti degli stabilimenti più antichi      476,431,115
Sconti del 1865      533,112,475
Diminuzione al confronto del 1865 L.      56,681,360

Queste cifre ad evidenza dimostrano, che per le anzidette cause nel 1866, al confronto del 1865, vi fu nelle antecipazioni una diminuzione assoluta, negli sconti il piccolo aumento di lire 1,764,000 circa, e che nel 1866 e 1867, sì nelle anticipazioni che negli sconti, si ebbe un aumento ragguardevol. nelle somme totali. Ma queste cifre dimostrano ancora che, senza la maggiore estensione data alla Banca cogli stabilimenti nuovi, la diminuzione assoluta nelle anticipazioni del 1866 sarebbe stata maggiore, e che non al corso forzoso, bensì alla stessa influenza degli stabilimenti nuovi si deve sì il piccolo aumento degli sconti del 1866, che gli aumenti ragguardevol. delle anticipazioni e degli sconti del 1867 e 1868, essendoché senza quei nuovi stabilimenti, al confronto col 1865 vi sarebbe invece stata una diminuzione.

– 79 –

Quand'anche poi per stabilimenti nuovi si vol. ssero ritenere soltanto quelli aperti nel 1866 e 1867, si verrebbero a modificare le cifre, ma i risultati verrebbero nondimeno ad esprimere lo stesso. Essi infatti sarebbero i seguenti per le anticipazioni:

1866.

Anticipazioni totali dell'anno. L.167,705,002
Anticipazioni degli stabilimenti nuovi       3,721,275
Anticipazioni degli stabilimenti più antichi  163,983,727
Totali del 1865   207,691,727
Diminuzione al confronto del 1865 L.  43,708,000

1867.

Anticipazioni totali dell'anno. L. 227,688,229
Anticipazioni degli stabilimenti nuovi    13,998,756
Anticipazioni degli stabilimenti più antichi   213,689,473
Totali del 1865   207,691,727
Aumento al confronto del 1865. L.5,997,746

80 –

1868.

Anticipazioni totali dell'anno. L. 275,494,162
Anticipazioni degli stabilimenti nuovi     23,542,021
Anticipazioni degli stabilimenti più antichi L.  251,952,141
Totale del 1865   207,691,727
Differenza    44,260,414
Anticipazioni alla finanza.   32,240,000
Aumento al confronto del 1865 L.    12,020,414

Ora ognuno vede che, anche facendo il conto in questo modo, che non è il più razionale, gli aumenti delle anticipazioni al commercio nel 1867 e 1868 sono sì piccoli da non avere importanza, ed innanzi al progressivo aumento degli affari che si osserva nei precedenti anni, sono tali che si avrebbero avuti anche senza il corso forzoso. Però ancor minori sono gli aumenti in quanto agli sconti:

1868.

Totale degli scorni dell'anno. L.534,876,508
Sconti degli stabilimenti nuovi 7,143,694
Sconti degli stabilimenti più antichi 527 432,814
Scinti del 1865 533,112,475
Diminuzione al confronto dell 865 L,5.679 661

81 –

1867.

Totale degli sconti dell'anno. L. 554,191,093
Sconti degli stabilimenti nuovi    20,869,730
Sconti degli stabilimenti più antichi   533,321,363
Sconti del 1865.    533,112,475
Aumento al confronto del 1865 L.        208,888

1868.

Totale degli sconti dell'anno. L. 575,802,867
Sconti degli stabilimenti nuovi     37,490,143
Sconti degli stabilimenti più antichi   538,312,724
Sconti del 1865    533,112,475
Aumento al confronto del 1865 L.    5,200,249

Che gli aumenti si devono alla crescente importanza acquistata dalla Banca, e non al corso forzoso, viene confermato ancora dal rapporto tra il capitale versato e le operazioni.

Le anticipazioni e gli sconti sommati assieme danno per il 1865 il totale di lire 740,804,202, nel 1866 tale cifra discende a lire 702,581,510, nel 1867 torna ad elevarsi a L.781,879.322, giunge a lire 851,297,029 nel 1868; sottraendo bensì per il 1868 l'anticipazione obbligatoria di lire 32,240,000

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alla finanza, il totale del 1868 si residua a lire 819,057,029.

Si può osservare che dal 1865 al 1868 vi è stato l'aumento di L.78,252,827. Ma non è neanche da dimenticare che che nel 1865 il capitale versato era di 40 milioni; nel 1866 s'accrebbe a lire 50,750,000; nel 1867 aumentò ancora a lire 56 milioni.

Ora il rapporto tra il capitale versato e l'ammontare delle operazioni è stato: nel 1865 come uno a 18 52; nel 1866 come uno a 13 84; nel 1867 come uno a 13 96; nel 1868 come uno a 14 62, e per il 1868 risulta anche minore se si tien conto che nel secondo semestre di quell'anno il capitale versato si accrebbe di altri 16 milioni. E però se nel 1865, senza il corso forzoso, con un capitale di 40 milioni la Banca potè fare sconti ed anticipazioni che danno la somma di lire 740,804,202, la Banca nel triennio seguente, anche senza il corso forzoso, avrebbe potuto dare in sconti ed anticipazioni quei crediti che diede, la proporzione col capitale essendo minore.

É evidente adunque che del corso forzoso la Banca non si è servita per aumentare al di là dell'ordinario le sue operazioni di credito col commercio;

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ma che queste operazioni hanno preso lo sviluppo che per la crescente importanza della Banca, anche senza il corso forzoso, avrebbero preso in condizioni normali. Però è in questo senso che il corso forzoso ha giovato al commercio. Senza esso, per le condizioni economiche finanziarie e politiche del paese, la diminuzione nelle anticipazioni & negli sconti del 1866 sarebbe stata di gran lunga maggiore, e sarebbe continuata anche negli anni seguenti; il corso forzoso ha abilitato la Banca a comportarsi col commercio come avrebbe fatto in condizioni normali.

L'ignoranza delle leggi economiche potrebbe piuttosto indurre alcuno ad accusare la Banca per essersi contenuta dentro questi limiti. Giacché, si potrebbe dire, si è dato corso forzoso ai suoi biglietti, perché la Banca Nazionale nòn ne ha profittato per andare al di là dando al commercio soccorsi larghissimi e straordinari?

Ma oltre le ragioni che abbiamo accennato, e per le quali sì nel corso libero che nel corso coatto vi sono certi limiti, che una Banca non può senza compromettere se stessa e far danno al paese, oltrepassare, ve ne è una che particolarmente riguarda il corso forzoso, e lo scopo principale per cui questo fu dato.

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Quel che al commercio abbisognava si era la continuazione degli aiuti ordinari, ma lo scopo principale del corso forzoso si era soccorrere la finanza. Però una Banca di circolazione non può utilmente operare che colla emissione dei suoi biglietti, onde egli è evidente che per non mancare allo scopo principale di sovvenire alla finanza, quei tanti milioni di più che si vorrebbero dati in sconti ed anticipazioni al commercio, sarebbero stati altrettanti milioni di biglietti aggiunti alla circolazione attuale. Ora è dall'aumento della circolazione in biglietti che tutte le tristi conseguenze del corso forzoso derivano, e la Banca senza esservi astretta da necessità non deve aumentarli. Come poi e sin dove i bisogni della finanza siano stati la causa vera dell'aumento della circolazione, lo vedremo in appresso.

V.

I bisogni della finanza causa vera dell'aumento della circolazione della Banca Nazionale durante il corso forzoso.

Tutti gli inconvenienti del corso forzoso, abbiamo detto e dimostreremo, principalmente derivano dall'aumento della circolazione in biglietti di banca, senza l'obbligo per la banca di pagarli in moneta metallica. La ricerca più importante adunque per il corso forzoso è certamente quella di vedere se, come e perché, la circolazione siasi aumentata. È però singolare che di questa ricerca pochissimo la Commissione d'Inchiesta siasi occupata.

La Commissione, è vero, con grande cura raccolse e pubblicò notizie minutissime sulla stampa dei biglietti della Banca Nazionale, sulla loro divisione in categorie in ragione di valore, sull'ammontare dei biglietti stampati e dei biglietti bruciati di ciascuna categoria,

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né noi negheremo che queste siano cose buone a sapersi. Ma'  quanto alla circolazione essa si contenta di dirci, che durante il corso forzoso si è rapidamente aumentata (1), e vol. ndo provare che l'aumento non ha avuto per scopo che il beneficio della Banca, la Commissione pubblica il Prospetto di quella che essa chiama circolazione propria della Banca dal 1860 in poi (2). Le indagini della Commissione in quanto alla circolazione non vanno più oltre.

Però per circolazione propria della Banca la Commissione intende quella dei biglietti che la Banca ha emessi senza esservi obbligata dalla legge. Ed essa infatti dalla circolazione totale sottrae il mutuo dei 278 milioni imposto alla Banca dai decreti legislativi del 1° maggio e 5 ottobre 1866, ed i 13 milioni circa che per il decreto del 1° maggio presta alle altre banche di circolazione, e che per esse fan vece della riserva metallica immobilizzata; quel che rimane, secondo la Commissione, è la circolazione propria della Banca Nazionale. Ora, in condizioni normali, sarebbe questione d'esattezza di linguaggio il vedere se le parole circolazione propria della Banca siano in quel senso bene o male adoperate.

(1) Inchiesta, vol. II, pag.98.

(2) Inchiesta, vol. I, pag.135 e seguenti.

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 Ma, posti i fatti quali sono stati, quella definizione della circolazione propria della Banca implica il concetto erroneo che domina tutta inchiesta, intorno alle cause del corso forzoso ed all'uso che se ne è fatto.

Ed invero, dato il corso forzoso ai biglietti della Banca, quel che al paese importa non è sapere ciò che la Banca ha fatto perché costrettavi da legge, e ciò che ha fatto senza che una legge l'obbligasse. Bensì al paese importa moltissimo sapere a che il corso forzoso è servito, e se la circolazione si è aumentata, importa sapere come la differenza tra la circolazione ordinaria dei biglietti a corso libero e la circolazione avvenuta durante il corso forzoso sia stata dalla Banca Nazionale impiegata. Vero è che se la Commissione avesse fatto questa ricerca, l'assunto che il corso forzoso non fosse finanziariamente necessario restava smentito dai fatti, e mancata la base tutto l'edificio dell'inchiesta crollava. Però la questione essendo importantissima cercheremo di far noi, come meglio potremo, quello che più esattamente potremo, quello che di noi far poteva e doveva la Commissione.

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E pria di tutto, avendo già dimostrato, che per la maggiore estensione data alla Banca, gli sconti e le anticipazioni nel 1867 e 1868 ebbero l'aumento, che anche senza il corso forzoso avrebbero avuto, implicitamente si è mostrato che a questa causa devesi una parte dell'aumento della circolazione; essa in condizioni normali sarebbe avvenuta anche col corso libero. Ma questa parte è comparativamente ben piccola, ed aggiungendovi pure i 278 milioni del mutuo, e lire 12,772,500 in biglietti apprestati agli altri stabilimenti, l'aumento resta sempre grandissimo.

Ma sono soltanto i 278 milioni di mutuo i soccorsi che la finanza ha ricevuto dalla Banca durante il corso forzoso? Se la finanza ha contratto colla Banca altri debiti si ritorna sempre alla stessa questione. Potea, cioè, il governo ottenere quei capitali da altri e senza il corso forzoso? Se però ciò non era possibile, qual differenza v'ha in rapporto al governo, in rapporto alla Banca, e in quanto all'aumento della circolazione, qual differenza v'ha tra i 278 milioni ed il restante dei debiti se non nella sola diversità delle condizioni di questi vari prestiti?

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E cominciando dall'antecipazione di cento milioni sulle Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico, che altro è questa se non un prestito di 100 milioni simile a quello dei 278, coll'aggiunta della garanzia delle Obbligazioni? Però è a tutti ben noto, che a questo spediente si venne dopo che i tentativi per una grande operazione sull'Asse Ecclesiastico eran falliti, e che ridotta l'operazione ad un semplice prestito con pegno, non solo non sarebbe stato possibile conchiuderlo alla pari con l'interesse dell'uno e mezzo per cento, ma nelle circostanze in cui fu fatto, un prestito di 100 milioni non si sarebbe ottenuto in modo alcuno.

Se di ciò si potesse dubitare,. l'esperienza fatta del Prestito Nazionale lo conferma. Poiché quando di 350 milioni, ammontare del prestito, non meno, di 100 milioni dovettero dalle Provincie cedersi alla Banca, perché i contribuenti non avean forze per pagare, e le provincie non trovavan credito per anticipare il debito dei contribuenti; quando nonostante la cooperazione d' un sindacato delle più rispettabili firme, oltre la metà dei 100 milioni rimaneva definitivamente alla Banca,

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essendoché il restante né anche al 70 per cento, prezzo cui la Banca l'avea assunto e tornava ad offerirlo, si potè altrimenti collocare, e per lungo tempo il prezzo commerciale si mantenne al disotto del 70 per cento; quando più tardi il governo dovette cederne alla Banca altri 20 milioni, perché non trovava modo di esitarli; chi potrebbe in buona fede negare che senza il concorso della Banca il Prestito Nazionale sarebbe fallito? Ma tali essendo i fatti quale differenza, quanto alle cause dell'aumento della circolazione ed all'uso' fattosi del corso forzoso, qual differenza vi ha tra i 278 milioni e la parte del Prestito Nazionale assumasi dalla Banca? Non è forse anche questo, come la è l'altro, un debito della finanza, ed un soccorso che senza la Banca e senza il corso forzoso sarebbe alla finanza mancato?

Lo stesso è dei Buoni del Tesoro, sì di quelli emessi dallo Stato per le spese direttamente proprie, che di quelli emessi per soccorrere le Società di strade ferrate, che debbono poi rimborsarli allo Stato.

Il carattere proprio dei Buoni del Tesoro si è di servire come surrogato con cui far fronte ai ritardi della percezione delle entrate, che in paese bene ordinato esser dovrebbero brevissimi.

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Quindi brevi dovrebbero esserne le scadenze, e con tale condizione non possono essere ricercati che come un impiego temporaneo di capitali momentaneamente oziosi. Finché ai Buoni si conserva tal carattere, un frutto moderatissimo basta a sostenerne la richiesta; ma, d'altra parte, limitato può esserne l'ammontare, non grande naturalmente essendo quello dei capitali oziosi, che stanno in aspettazione di un impiego più lucrativo e più duraturo.

E però, portandone l'emissione a 300 milioni, i Buoni del Tesoro si denaturano. La stessa entità della somma esclude l'è scadenze brevi, essendoché tanta somma non può alla finanza abbisognare che come anticipazione di entrate di ben remota riscossione, ed altronde tal somma non può in Italia corrispondere a quella dei capitali momentaneamente non impiegati, e pei quali il capitalista può contentarsi provvisoriamente d'un impiego di tre mesi o poco più, e a moderatissimo frutto. I Buoni del Tesoro quindi diventano un modo di far debiti, che in nulla sostanzialmente differisce dagli altri modi.

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Per collocarne tanta somma lunghe debbono esserne le scadenze, elevato il frutto per attirare i capitalisti, e nondimeno nelle condizioni economiche dell'Italia il mantenerne collocati per poco più di 200 milioni, anche in tempi ordinari, ha incontrato tutte le difficoltà che incontransi negli altri prestiti.

Quanta sia questa difficoltà, altronde a tutti nota, si rileva dal già citato Rapporto del Direttore Generale del Tesoro del 21 aprile 1866. Infatti, se di 250 milioni, somma dei Buoni del Tesoro allora autorizzata dalla legge, soltanto ne erano collocati 198 milioni, nessuno crederà che ciò fosse perché il restante sarebbe stato di troppo ai bisogni della finanza, e perché i fondi in cassa fossero già esuberanti; ragion vera ne era la difficoltà di esitarli. Ma il Direttore del Tesoro diceva di più. Egli, per le anguste condizioni del credito, prevedeva che né anche tutti quei 195 milioni si avrebbero potuto mantenere in circolazione, e non nascondeva poi che in caso di avvenimenti straordinarii anche la rinnovazione ordinaria di dieci milioni al mese, da lui messa in conto, sarebbe mancata.

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Ora gli avvenimenti straordinari sopravvennero pur troppo, e colle spese accresciutesi, mentre l'entrate scemavano, la necessità di servirsi dei Buoni del Tesoro divenne maggiore. Nè divenne maggiore soltanto per le spese proprie della finanza, poiché vi s'aggiunse la necessità di soccorrere le Società di strade ferrate; e non occorre dimostrare che far loro un prestito in Buoni del Tesoro, che debbon poi rimborsare, senza assicurar loro lo sconto dei Buoni sarebbe stato per quelle Società peggio che ironia, sarebbe stato rovina. Però se prima del maggio 1866 si era già riconosciuta la quasi impossibilità di mantenere in circolazione Buoni del Tesoro per 200 milioni, come mai dopo quell'epoca nella deficienza quasi assoluta del credito sarebbe stato possibile esitarne coi mezzi ordinari una somma maggiore pei bisogni dello Stato, e soccorrere inoltre in breve tempo, e con partite di milioni tutti ad una vol. a, le Società di strade ferrate? Se ciò è stato possibile, lo è stato unicamente per il corso forzoso dato ai biglietti della Banca; e questa assumendo i Buoni che non potevano scontarsi da altri, ha contratto colla finanza un prestito, che in quanto riguarda la circolazione

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dei biglietti in nulla differisce dai 278 milioni del mutuo e dagli altri prestiti precedentemente accennati.

Non sono adunque soltanto i 278 milioni del mutuo i biglietti, la cui circolazione è imputabile alla finanza. Ma finché non si dimostrerà che il governo avrebbe potuto far di meno della Banca e del corso forzoso, i biglietti emessi per l'anticipazione sull'Asse ecclesiastico, quelli per il concorso della Banca al Prestito Nazionale, e quelli pei Buoni del Tesoro, dalla Banca scontati, tutti al pari dei 278 milioni formano parte della circolazione imputabile alla finanza. Tutti questi biglietti infatti rappresentano debiti della finanza verso la Banca, e tutti, come quello dei 278 milioni, sono debiti che la finanza ha contratto colla Banca, perché nella mancanza del credito non potea contrarli con altri e colla Banca potea, perché si era dato corso forzoso ai suoi biglietti.

Se però sono imputabili alla finanza i biglietti emessi per quei prestiti, sono conseguentemente imputabili alla finanza anche i biglietti che la Banca ha emessi per acquistare la riserva metallica corrispondente ai prestiti stessi.

Se non che l'avere comprato la riserva metallica con ulteriori emissioni di biglietti è una dell'accuse fatte alla Banca,

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 ed altra accusa è quella d'aver provvisto alla riserva metallica comprandola all'interno anziché all'estero. Distinguiamo le due questioni, e cominciamo dalla seconda.

Procacciandosi la riserva metallica all'interno, si è detto, la Banca sottrae la moneta metallica dalla circolazione, e così ne fa aumentare l'aggio. Però è ben detto, che l'aggio sia conseguenza della diminuzione della quantità di moneta metallica circolante? Non è invece vero, che l'aggio sia conseguenza dell'aumento della circolazione in biglietti? Riservandoci a sviluppare in seguito la legge economica che regola il valore di cambio dei biglietti, ci limitiamo per ora a dirne i resultati.

Quanto maggiore è il valore nominale della moneta rappresentata dalla totàlità dei biglietti messi in circolazione a corso forzoso, tanto più il loro valore di cambio, ossia il rapporto in cui i biglietti si permutano colle altre cose che sono in commercio, si abbassa, come si abbassa il valore d'ogni cosa di cui si accresce l'offerta, ed è quindi che il valore delle cose in rapporto ai biglietti s'innalza.

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 Or l'aggio della moneta metallica sui biglietti non è che la conseguenza inevitabile, o meglio la misura del deprezzamento dei biglietti dovuto a quella causa. La moneta metallica infatti durante il corso forzoso ha due valori: il valore legale uguale al valore nominale dei biglietti che la rappresentano, per cui tante lire in' monete d'oro o d'argento valgono per forza di legge un numero uguale di lire in biglietti; l'altro il valore commerciale come metallo, valore che non dipende dalla vol. ntà del legislatore, ma che s'innalza o s'abbassa a seconda della richiesta e dell'offerta. E però nello stesso modo che aumentandosi con nuove emissioni la circolazione in biglietti, il valore delle altre merci in rapporto ai biglietti s'innalza, cosi per la stessa causa s'innalza in rapporto ai biglietti il valore commerciale dei metalli oro ed argento. Ciò evidentemente equivale a dire, che tante lire in moneta d'oro o d'argento si permutano in commercio con un numero maggiore di lire in biglietti, quindi il valore commerciale della moneta metallica è superiore al suo valore legale; la differenza è l'aggio.

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Quando poi l'aggio si è manifestato per questa causa, ed alla circolazione dei prodotti e degli altri valori all'interno si è provveduto coi biglietti, conseguenza inevitabile ne è, a meno che altre cause non intervengano, che Ja moneta metallica si esporti all'estero, questo essendo il mezzo di realizzare la differenza tra il valore legale e il valore commerciale del metallo, differenza che il commercio non trascura.

Or da ciò siegue, che se una banca compra moneta metallica all'interno pagandola in biglietti, non è esatto il dire che influisce all'aumento dell'aggio col sottrarre la moneta dalla circolazione. Bensì può avervi influito aumentando con nuove emissioni la circolazione in biglietti; e sia che abbia impiegato i biglietti in compra di monete d'oro o d'argento, sia che l'abbia impiegato in altro, gli effetti quanto all'aggio sono sempre gli stessi; l'aggio aumenterà in ambi i casi, a meno che altre cause non influiscano in senso opposto. Aumentato poi l'aggio la diminuzione della moneta metallica circolante nel paese sarà in ambi i casi una conseguenza.

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Ma tra la diminuzione imputabile ai biglietti impiegati in acquisto di moneta metallica per la riserva della banca, e quella imputabile ai biglietti impiegati in altro, la differenza è soltanto questa; che nel primo caso la moneta metallica circolante nel paese diminuisce perché una parte ne è stata rinserrata nelle casse della banca, nel secondo diminuisce perché è stata esportata all'estero.

Ciò risponde anche al suggerimento di coloro, che convenendo che la Banca non può operare che con biglietti, dicono, che avrebbe potuto procacciarsi la riserva metallica, anziché comprando la moneta all'interno, comprando air interno con biglietti cambiali pagabili in oro all'estero. Le conseguenze sarebbero state le stesse; l'oro estero resterebbe rinserrato nelle casse della banca, ma l'aggio all'interno aumentando coll'aumento dei biglietti messi in circolazione, l' oro nazionale che era in circolazione verrebbe esportato.

L'aumento dell'aggio adunque, e la diminuzione della moneta metallica circolante nel paese, se imputabili alla riserva metallica della Banca, non han per causa l'aversela essa procacciata all'interno anziché all'estero,

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ma han per causa l'aversela la Banca procacciata con biglietti; onde quel che dalla Banca si avrebbe potuto pretendere si è di procacciarsela con altri mezzi, e non mai con nuove emissioni di biglietti.

Ma è ciò possibile? Pria di tutto è da osservare, che se un mezzo meno dispendioso di quello adottato vi fosse, più di tutti interessata a preferirlo sarebbe stata la Banca. Se poi si trattasse d'un mezzo diverso dà quello adottato ma più dispendioso, la maggiore spesa, in quanto riguarda la riserva corrispondente alle operazioni colla finanza, si sarebbe necessariamente convertita in aumento d'oneri a carico della stessa. Però non è questa la questione importante. Ha la Banca un mezzo d'aumentare la riserva metallica senza aumentare la circolazione in biglietti?

La Banca non ha che il capitale con cui si è costituita, ed il credito che col capitale stesso e colla buona amministrazione ha saputo acquistarsi. Quando dunque avrà impiegato il suo capitale, qual mezzo le resta per le altre sue operazioni, se non quello di spendere il suo credito, cioè emettere biglietti?

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Ora il capitale versato in ragione di lire 700 per azione sulle 72,500 azioni emesse sino al maggio 1866 era di lire 50,750,000, la riserva metallica al 5 maggio di quell'anno ascendeva a lire 34,152,590 52 (1); la differenza col capitale versato quindi si era di lire 16,597,409 48. Ma, oltre la riserva metallica, che è garanzia speciale per il pronto pagamento dei biglietti, si deve mettere in conto del capitale il fondo propriamente detto di riserva, che la Banca è tenuta ad alimentare in forza del suo statuto, e che allora era di 12 milioni circa, e stanno pure in conto del capitale gli immobili che la Banca ha dovuto acquistare per le sue sedi e succursali, il cui valore in quell'epoca ascendeva a 5,564,000 circa. Il capitale della Banca adunque era, né poteva essere diversamente, già tutto impiegato, ed intanto la riserva metallica, in forza dello statuto, si doveva aumentare aumentandosi la circolazione dei biglietti.

Nel giugno e luglio 1867 la Banca fu autorizzata alla emissione di altre 7500 azioni, per cui il suo capitale versato si accrebbe a 56 milioni. Ma la riserva metallica da 34 milioni, quale era nel maggio 1866, si era già  elevata a lire 84,774,668 69 al 31 dicembre dello stesso anno,

(1) Gazzetta Ufficiale 21 maggio.1866.

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per crescere a lire 144,820,213 15 al 31 dicembre 1867, ed a lire 178,961,511 98 al 31 dicembre 1868 (1). Il capitale versato adunque ha contribuito alla riserva metallica per quanto era possibile che vi contribuisse; ma 56 milioni non sono 179.

Si è detto bensì che la Banca avrebbe dovuto chiedere prima del 1868 il versamento delle lire 300 per azione a compimento delle lire 1000. Le lire 300 per 80 mila azioni davano, all'amministrazione della Banca 24 milioni in biglietti, e, tenendo conto dell'aggio, tanto più elevato quanto più si va indietro, con 24 milioni in biglietti l'amministrazione della Banca avrebbe potuto acquistare forse poco più di 20 milioni in oro per la riserva metallica. Ora l'aumento della riserva metallica dal 1866 al 1868 essendo stato di lire 144,800,000, ognuno vede che il chiedere prima il versamento delle 300 lire non sarebbe stato che un lenitivo di pochissima importanza agl'inconvenienti, che derivano dall'aumento della circolazione.

(1) Dalle Relazioni annuali all'assemblea degli azionisti.

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Se non che questo lenitivo si sarebbe pagato a troppo caro prezzo. Che cosa sarebbero stati infatti questi 24 milioni che la Banca avrebbe sottratto dalla circolazione ed impiegato in compra di metallo da restare nelle sue casse, se non 24 milioni sottratti al commercio nell'epoca più inopportuna, e quando il commercio domandava invece alla Banca maggiori soccorsi di capitali? Fra il danno d'un aumento comparativamente piccolo dei biglietti in circolazione e il danno di sottrarre in quell'epoca un capitale al commercio, chi potrebbe esitare a riconoscere il secondo di gran lunga più grave del primo?

La Banca doveva certamente prima o poi venire a tale risoluzione per aumentare le sue forze, ma ha operato saviamente ritardandola a un'epoca, in cui le condizioni economiche del paese si fossero migliorate, e i profitti delle azioni avessero autorizzato gli amministratori, chiedendo il versamento, a convertire i profitti in capitale. Che poi il ritardare il saldo delle azioni sino al secondo semestre del 1868 sia stato prudentissimo, lo ha provato l'esperienza. Ed infatti se questa risorsa si fosse esaurita prima, chi non vede, che dopo la legge che limitò a 750 milioni la circolazione massima dei biglietti della Banca,

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questa assai più difficilmente avrebbe potuto continuare a prestarsi alle esigenze della finanza senza diminuire i soccorsi di credito che rende al commercio?

Vi sarebbe stato però altro mezzo per aumentare la riserva metallica senza aumentare la circolazione in biglietti?

Se ne potrebbero immaginare altri due. Il primo sarebbe stato che la Banca avesse contratto all'estero o all'interno un prestito d'un centinaio di milioni pagabili in oro, che poi avrebbe rimborsato quando le migliorate condizioni del paese glielo avessero permesso. Ma un tale spediente, che in qualsiasi tempo basterebbe a condurre alla rovina una banca di circolazione, chi avrebbe potuto consigliarlo alla Banca Nazionale nelle condizioni in cui si è trovata l'Italia? La Banca non sarebbe in quelle circostanze riuscita a realizzare il prestito, ma intanto col solo chiederlo avrebbe perduto ogni credito all'estero e all'interno.

Il vero è, che costretta a compiere tutte le sue operazioni mediante l'emissione di biglietti, la Banca non potrebbe procacciarsi la riserva metallica corrispondente alle operazioni di credito col governo senza aumentare la circolazione in biglietti,

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se non col diminuire le operazioni di sconti e d'antecipazioni a favore del commercio. Sarebbe stato questo l'altro mezzo immaginabile. Ma non occorre trattenercisi; non crediamo che un tale spediente sarebbe stato da alcuno approvato.

E però nel computare i biglietti, la cui circolazione è imputabile alla finanza, ai debiti di questa verso la Banca bisogna aggiungere i biglietti necessari all'acquisto della corrispondente riserva metallica; biglietti il cui ammontare si accresce perché richiedono èssi stessi un aumento della riserva.

Il rapporto tra la riserva metallica e i biglietti esser dovendo d'uno a tre, la Commissione d'inchiesta calcola in metà dei prestiti fatti al governo l'emissione dei biglietti per l'acquisto della riserva metallica corrispondente ai prestiti stessi (1). Questo computo esclude l'aggio, che la Banca acquistando oro ed argento con i biglietti ha dovuto certamente pagare.

(1) Prima Relazione della Commissione nella tornata della Camera al 25 luglio 1868.

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Nondimeno non potendo dare al nostro conto una esattezza matematica, crediamo quanto alla riserva metallica poter seguire il modo di computarla adottato dalla Commissione.

Ora la somma totale di cui la Banca sino al 31 dicembre 1868 ha sovvenuto la finanza, abbiamo visto, ascende a lire 620,412,332. Però siccome tal somma è stata versata successivamente, e quella relativa ai Buoni del Tesoro gradatamente s'estingue, è mestieri vedere per ogni mese quale sia stato l'ammontare dei crediti per versamenti alla finanza e della riserva metallica abbisognevol. a farli, e poi vedremo quale influenza abbiano esercitato sulla circolazione in biglietti.

I versamenti e la corrispondente riserva metallica risultano dal seguente prospetto: (1)

(1) I crediti per il mutuo dei 278 milioni al Governo, e pei 12,772,500 biglietti forniti alle altre banche di circolazione sono per ogni mese quali compariscono nei prospetti delle situazioni settimanali della Banca pubblicati dalla Gazzetta Ufficiale, prendendo la media del mese. I crediti mensili per gli altri titoli sono sì per le somme che per le date del versamento quali risultano dalle notizie appositamente chieste alla Direzione della Banca, che gentilmente le ha comunicate.

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Prospetto mensile

dei crediti per versamenti fatti dalla Banca alla Finanza, coll'aggiunta del valore in biglietti necessario per la corrispondente riserva metallica, e dei biglietti apprestati alle altre banche.

1866


Maggio scadenza
Buoni del Tesoro L. 1,316,905 luglio 1866

1,716,082 giugno 1866

L. 3,032,987
Riserva metallica corrispondente 1,516,493
L. 4,549,480
Mutuo dei 278 milioni 44,161,307
Biglietti alle altre Banche 4,389,625
L. 53,100,412

Giugno
Buoni del Tesoro L. 3,032,987

2,735,079 luglio 1866
5,768,066
Riserva metallica 2,884,033

L. 8,652,099
Mutuo dei 278 milioni 125,503,148
Biglietti alle altre Banche 6,478,500


L. 140,633,747

– 107 –


Luglio scadenza
Buoni del Tesoro L. 5,768,066
Scaduti 1,716,082

L ¿,051,984

12,000,000

L. 16,051,984
Riserva metallica « 8,025,992

L. 24,077,976
Mutuo dei 278 milioni 202,887,515
Biglietti alle altre Banche 6,478,500

L. 233,443,991

Agosto
Buoni del Tesoro L. 16,051,984
Scaduti 4,051,984

L. 12,000,000

12,000,000 dicembre 1866

L. 24,000,000
Riserva metallica 12,000,000

L. 36,000,000
Mutua dei 278 milioni 222,680,432
Biglietti alle altre Banche 6,478,500

L. 265,158,932

Settembre
Buoni del Tesoro L. 24,000,000
Riserva metallica 12,000,000

L. 36,000,000
Mutuo dei 278 milioni 236,968,382
Biglietti alle altre Banche 6,682,500

L. 279,650,882

– 108 –

Ottobre scadenza
Buoni del Tesoro L. 24,000,000
Prestito nazionale 6,124,970

L. 30,124,970
Riserva metallica 15,062,485

L. 45,187,455
Mutuo dei 278 milioni L. 249,048,636
Biglietti alle altre Banche 7,088,500

L. 301,324,591


Novembre

Buoni del Tesoro L. 24,000,000
Prestito nazionale 26,888,371

L. 50,888,371
Riserva metallica 25,444,185

L. 76,332,556
Mutuo dei 278 milioni 250,000,000
Biglietti alle altre Banche 7,608,500

L. 333,941,056


Dicembre

Buoni del Tesoro L. 24,000,000
Scaduti 12,000,000

L. 12,000,000
Prestito nazionale 41,116,552

L. 53,116,552
Riserva metallica 26,558,276
Mutuo dei 278 milioni L. 79,674,828
Biglietti alle altre Banche 250,000,000

8,358,500

L. 338,033,328

– 109 –

Gennaio scadenza
Buoni del Tesoro L. 12,000,000
Scaduti 12,000,000


L. 00,000,000
Prestito nazionale 48,179,062
Riserva metallica 24,089,531

L. 72,268,593


Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche


258,358,500


L. 330,627,093


Febbraio

Prestito nazionale L. 48,179,062
Riserva metallica 24,089,531


L. 72,268,593
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche
258,358,500


L. 330,627,093



Marzo

Buoni del Tesoro L. 3,401,538 dicembre 1867
Prestito nazionale 50,462,114

L. 53,863,652
Riserva metallica 26,931,826

Mutuo dei 278 milioni

L. 80,795,478
e biglietti alle altre Banche 258,358,500

L. 339,153,978



– 110 –


< Aprile scadenza
Buoni del Tesoro “ 3,401,538 dicembre 1867


“ 1,907,305


L. 5,308,843
Prestito nazionale “ 50,462,114


L. 55,770,957
Riserva metallica “ 27,885,478

L. 83,656,435
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche “ 258,358,500


L. 342,014,935

< Maggio
Buoni del Tesoro L. 5,308,843


“ 394,923 dicembre 1867


L. 5,703,766
Prestito nazionale “ 50,462,114


L. 56,165,880
Riserva metallica “ 28,082,940

L. 84,248,820
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche “ 258,358,500


L. 342,607,320



Giugno

Buoni del Tesoro L. 5,703,766


“ 3,576,652 gennai 1868


“ 10,000,000 marzo 1868


L. 19,280,418
Prestito nazionale “ 50,462,114

L. 69,742,532
Riserva metallica “ 34,871,266


L. 104,613,798
Mutuo dei 278 milioni “ 250,000,000
Bigl. alle altre Banche “ 11,006,900

L. 365,620,698

– 111 –



Luglio scadenza
Buoni del Tesoro L. 19,280,418

“ 1,550,439 gennaio 1868

L. 20,830,857
Prestito nazionale “ 50,462,114


L. 71,292,971
Riserva metallica “ 35,646,485


L. 106,939,456
Mutuo dei 278 milioni “ 250,000,000
Biglietti alle altre Banche “ 12,772,500


L. 369,711,956



Agosto

Buoni del Tesoro L. 20,830,857
Prestito nazionale “ 64,062,114


L. 84,892,971
Riserva metallica “ 42,446,485

L. 127,339,456
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche
“ 262,772,500


L. 390,111,956


Settembre


Buoni del Tesoro L. 20,830,857


“ 1,015,500 Marzo 1868

“ 4,290,618 gennai 1868


L. 26,136,975
Prestito nazionale “ 64,062,114


L. 90,199,089
Riserva metallica “ 45,099,544

L. 135,298,633
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre “ 262,772,500

L. 398,071,133

– 112 –


Ottobre scadenza
Buoni del Tesoro L. 26,136,975

“ 700,095 gennai 1868
Prestito nazionale L. 26,837,070

“ 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni “ 6,000,000


L. 96,899,184
Riserva metallica “ 48,449,592

L. 145,348,776


Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche “ 262,772,500

L. 408,121,276

Novembre
Buoni del Tesoro L, 26,837,070

4,800,000 maggi 1868

“ 1,786,015 luglio 1868

L. 33,423,085
Prestito nazionale “ 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni “ 30,000,000


L. 127,485,199

Riserva metallica

“ 63,742,599
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche

“ 262,772,500



L. 454,000,298


Dicembre
Buoni del Tesoro L. 33,423,085


“ 1,492,296 luglio 1868


“ 415,188 dicembre 1868


“ 1,704,681 dicembre 1868


“ 899,013 luglio 1868


“ 24,211,000 dicembre 1868


“ 10,709,000 dicembre 1868


L. 72,854,263


– 113 –
Riporto L. 72,854,263 scadente
Prestito nazionale 64,002,114
Anticipazione di 100 milioni 40,000,000


L. 176,916377
Riserva metallica 88 458,188

L. 265,374,565


Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche 2^2,772,500


L. 528,147 065


1868



Gennaio
Buoni del Tesoro L. 72 854,263
Scaduti 5,703,766


L. 67,150,497


20,253,0


400,368 gennaio 1869


1,813,148 febbraio 1869


2,983,738 gennaio 1869


L. 9-2,600,751

Prestito nazionale

64,062,114
Anticipazione di 100 milioni 47,500,000

L. 204,162,865
Riserva metallica 10108!,432

L. 306,244,297


Mutuo dei 278 milioni e biglietti allo altro Banche 262 772,500


L. 569,016,797

– 114 –


Febbraio scadenza
Buoni del Tesoro L. 92,600,751
Scaduti 10,117,804


L. 82,482947


797,682 gennai! 8 61


1,451643 maggio 1868

L. 84,732,272
Prestito nazionale 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni 47,500 000
Riserva metallica L. 196,294,386

98,147,193



L. 294,441,579


Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche 262,772,500


L. 557,214,079


Marzo
Buoni del Tesoro L. 84,732,272
Scaduti 1,813,148

L. 82,919,124


100,405 gennaio 1861


150,440 maggio 1869

1,495,697 gennaio 1869

200,559 maggio 1868


L. 84,866,225
Prestito nazionale 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni 57,500,000

L. 206,428,339
Riserva metallica 103,214,169

L. 309,642,508
Mutuo dei 278 milioni e i biglietti alle altre Banche 262,772,500

L. 572,415,008



– 115 –

H < Aprile scadenza
Buoni del Tesoro L. 84,866,225
Scaduti “ 11,015,500

L. 73,850,725


“ 999,992 gennaio 1861


1,102,944 gennaio 1869


L. 75,953,661
Prestito nazionale “ 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni “ 57,500,000


L. 197,515,775

Riserva metallica

“ 98,757,887


L. 296,273,662
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche “ 262,772,500

L. 559,046,162

< Maggio
Buoni del Tesoro L. 75,953,661


“ 1,678,449 gennaio 1861

L. 77,632,110
Prestito nazionale “ 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni “ 67,500,000


L. 209,194,224
Riserva metallica “ 104,597,112


L. 313,791,336
Mutuo dei 278 milioni “ 254,400,000
Biglietti alle altre Banche 12,772,500


L. 580,963,836

< giugno
Buoni del Tesoro L. 77,632,110
Scaduti “ 6,452,202


L. 71,179,908

– 116 –

Riporto L. 71,! 79,908 scadenza
Prestito nazionale “ 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni “ 77,500,000
Anticipazione a L. 3 per cento secondo lo Statuto “ 32,240,000

L. 244,982,022
Riserva metallica “ 122,491,011


L. 367,473,233
Mutuo dei 278 milioni “ 269,500,000
Biglietti alle altre Banche “ 12,772,500


L. 649,745,533


Luglio
Buoni del Tesoro L. 71,179908
Prestito nazionale “ 64,002,114
Anticipazione di 100 milioni “ 77,500,000
Anticipazione a L. 3 per cento secondo lo Statuto “ 32240,000


L. 244,982,022
Riserva metallica “ 122,491,011


L. 367,473,233
Mutuo dei 278 milioni “ 278,000,000
Biglietti alle altre Banche 12,772/,00


L. 658,245,53


Agosto
Buoni del Tesoro L. 71,179,908
Scaduti “ 4,57 7, 692


L. 66,602,216


3 949,627 lugli 1809


L. 70,551,843

– 117 –
 
Riporto L. 70,551,843 scadenza
Prestito nazionale “ 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni “ 77,500,000
Anticipazione secondo lo Statuto “ 32,240,000

L. 244,353,957
Riserva metallica “ 122,176,978


L. 366,530,935
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle a tre Banche “ 290,772,500


L. 657,303,435


Settembre
Buoni del Tesoro L. 70,551,813
Prestito nazionale - 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni “ 77,500,000
Anticipazione secondo lo Statuto “ 32,240,000


L. 244,353,957
Riserva metallica “ 122,176,978

L. 366,530 935
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche “ 290,772,500
L. ,657,303,435


Ottobre
Buoni del Tesoro L. 70,551,843


“ 1,970,3^)3 ottobre 1869


L. 72,522,206
Prestito nazionale “ 64,062,114
Anticipazione di 100 milioni< “ 89,254,918


L. 225,839,238
Riserva metallica “ 112,919,619


L. 338,758,857

– 118 –

Riporto L. 338,758,857 scadenza
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche “ 290,772,500


L. 629,531,357


Novembre
Buoni del Tesoro L. 72,522,206


i 1,972,424 novembre 1869

L. 74,494,630
Prestito nazionale “ 64,062,114




Partecipazione di 100 milioni “ 89,254,918


L. 227,811,662
Riserva metallica “ 113,905,831

L. 341,717,493
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche “ 290,772,500

L. 632,489,993


Dicembre
Buoni del Tesoro L. 74,494,630


“ 2,167,399 dicembre 1869

L. 76,662,029
Prestito nazionale “ 64,062,114 ,
Anticipazione di 100 milioni “ 100,000,000


L. 240,724,143
Riserva metallica “ 120,362,071


L. 361,086,214
Mutuo dei 278 milioni e biglietti alle altre Banche “ 290,772,500


L. 651,858,714

– 119 –

Tali essendo stati i pagamenti fatti dalla Banca alla finanza, e tale l'influenza che questi hanno esercitato sulla riserva metallica, è stato inevitabile che i biglietti in circolazione si aumentassero.

Si è però la circolazione aumentata indipendentemente da quanto è imputabile alla finanza? Per veder questo confrontiamo la circolazione media del primo quatrimestre 1866 avanti il corso forzoso, colla circolazione media mensile durante lo stesso sino a tutto il 1868, e sottraendo dalla circolazione totale d'ogni mese la parte, che secondo il Prospetto precedente è imputabile alla finanza, vediamo quali differenze ne risultino. (1)

(1) Non trovandosi nella Gazzetta Ufficiale la circolazione dell'» Banca avanti il corso forzoso, abbiam dovuto desumere la circolazione media del primo quatrimestre 1866 dal Prospetto compilato dalla Commissione d'Inchiesta (Vol.2, psg. 98). Per il periodo del corso forzoso la circolazione media mensile è quale risulta dalle Situazioni settimanali della Banca pubblicate dalla Gazzetta Ufficiai'.

Come il Prospetto pubblicato dalla Commissione sia stato compilato non sappiamo. Poiché i resultati non corrispondono alle medie desunte dalla Gazzetta Ufficiale sottraendo dalla circolazione media totale, come ha fatto la Commissione, il mutuo dei 278 milioni e i biglietti alle altre banche.

– 120 –

Circolazione media mensile

della Banca, depurata della parte imputabile alla Finanza e alle altre banche; confronto colla circolazione a corso libero del primo quadrimestre 1866.

““““
1866 Maggio
Circolazione media totale L.   183,591,064
Imputabile alla finanza     53,100,412
L.   130,490,652
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866     118,377.045
Aumento L.   12,113,607
Giugno
Circolazione media totale L.   279,938,79!
Imputabile alla finanza     140^33,747
L.   139,305,045
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866     118,377,045
Aumento L.   20,928,000

Non crediamo che le differenze possan derivare dall'avere forse la Commissione desunto la circolazione media del mese dalla circolazione giornaliera. Non sembra infatti che questa diversità di metodo possa dare risultati identici per 8 mesi dei 12 del 1867 e per 7 dei 10 mesi del 1868 composi nel Prospetto della Commissione, e poi risultati diversi per gli altri mesi di questi due anni, e per tutti gli 8 mesi del 1866. Ad ogni modo avendo trovato altri errori di conti nei due vol. mi dell'Inchiesta, abbiam creduto dovere rifare il Prospetto, ed attenerci alla Gazzetta Ufficiale.

– 121 –


Luglio
Circolazione media totale L 356 726,419
Imputabile alla finanza » 233,443,99!
Circolazione media del 1° L 123,282,428
trimestre 1866 » 118 377 045
Aumento L 4,905,383
Agosto
Circolazione media totale L 374,824,662
Imputabile alla finanza » 265,158932
Circolazione media del 1° L 109,665,730
trimestre 1866 » 18,377,045
Diminuzione L 8,711,315
Settembre
Circolazione media totale L 382,089,977
Imputabile alla finanza » 279,650,882
Circolazione media del 1° L 102 439,095
trimestre 1866 » 118,377,045
Diminuzione L 15,937,950

Ottobre
Circolazione media totale L 427,397,771
Imputabile alla finanza » 301,324,591
Circolazione media del 1° L 126,073,180^
trimestre 1866 » 118,377,045
Aumento L 7,696,135 v
Novembre
Circolazione media totale L 452,280,129
Imputabile alla finanza » 333,941,056
Circolazione media del 1° L 118,339,073
trimestre 1866 » 118,377 045
Diminuzione L 37,972

122 –



Dicembre
Circolazione media totale L 454,916,313
Imputabile alla finanza » 338,033,328

» 116,882,985
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377,045
Diminuzione » 1,494,060
1867 Gennaio
Circolazione media totale L 460688,686
Imputabile alla finanza » 330,627,093
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L 130,061,593

» 118,377,045
Aumento L 11,684,548

Febbraio
Circolazione media totale L 457,018,229
Imputabile alla finanza » 330,627,093
Circolazione media de! 1° quatrimestre 1866 L 126,391,136

» 118,377,045
Aumento L 8,014,091

Marzo
Circolazione media totale L 454,558,660
Imputabile alla finanza » 339,153,978
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L 115,404,682

» 118,327,015
Diminuzione L 2,972,393

Aprile
Circolazione media totale L 475,737,469
Imputabile alla finanza » 34?,014 935
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L 13 $,722,534

» 118,377,045
Aumento L 15,345,489

123 –



Maggio
Circolazione inedia totale L. 516,736 966
Imputabile alle finanze » 342,607,320
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L. 174,129,646

» 118 377 045
Aumento L. 55,752,601

Giugno
Circolazione media totale L. 547672590
Imputabile alla finanza » 365 620,698
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 182,051,892

» 118 377,045
Aumento L. 63,674,847

Luglio
Circolazione media totale L. 560,909,645
Imputabile alla finanza » 369,711,956
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L. 191,197,689

» 118,377 045
Aumento L. 72,820644

Agosto
Circolazione media totale L. 568,951130
Imputabile alla finanza » 390,111,956
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 178,839,174
Aumento » 118,377,045

L. 60,462 129

Settembre
Circolazione media totale L. 580163 328
Imputabile alla finanza » 398,071,133

» 182,092,195
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377,045
Aumento L. 63,715,150


124 –



Ottobre
Circolazione media totale L 607,487,435
Imputabile alla finanza » 408,121,276

L 199,366,159
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377 045

Novembre
Aumento L 80,989,114
Circolazione media totale L 657,438,362
Imputabile alla finanza » 454,000,298

L 203,438,064
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377,015
Aumento L 85,061,019

Dicembre
Circolazione media totale L 680,580,231
Imputabile alla finanza » 5-28,147,065
i L 152,433,166
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377,045
Aumento L 34,056,121
1868 Gennaio
Circolazione media totale L 709,678,639
Imputabile alla finanza » 569 016,797

L 140,661,842
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 " 118,377,045
Aumento L 22,284,797

Febbraio
Circolazione media totale L 724,563,810
Imputabile alla finanza » 557214,079

L 167,349,731
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377,045
Aumento L 48,972,686

125 –



Marzo
Circolatone media totale L. 733,723,777
Imputabile alla finanza » 57-2,415,00»

L. 161,308,709
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377,045
Aumento L. 42,931^724

Aprile
Circolazione media totale L. 723,451,062
Imputabile alla finanza » 559,046,162

L. 164,404,900
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377,045
Aumento L. 46,027,855

Maggio
Circolazione media totale L. 711,970,227
Imputabile alla finanza » 580,963,836

L. 131,066,391
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377045
Aumento L. 12,629,346

Giugno
Circolazione media totale L. 761,691,414
Imputabile alla finanza » 649,745 533
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L. 111,945,881
Diminuzione » 118,377,045

L. 6,431,164

Luglio
Circolazione media totale L. 791,971,135
Imputabile alla finanza » 658,245,533

L. 136,725,602
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118377,045
Aumento L. 18,348,557


126 –



Agosto
Circolazione media totale L. 782,919,596
Imputabile alla finanza » 657,303,435

L. 125,616,101
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 » 118,377,045
Aumento L. 7,239,116

Settembre
Circolazione media totale L. 781 953724
Imputabile alla finanza » 657,303,435
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L. 124,650,289

» 118,377,045
Aumento L. 6,273,214

Ottobre
Circolazione media totale L. 782 426,131
Imputabile alia finanza » 629,531,357
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L. 152,^94,774
Aumento » 118,377,045

L. 34 517^729

Novembre
Circolazione media totale L. 775 009,242
Imputabile alla finanza » 632,489,993
Circolatone media del 1° quatrimestre 1866 L. 142,519,249

» 118,377,045
Aumento L. 24,142,204
Dicembre
Circola ione media totale L. 773 055 910
Imputabile alla finanza » 651,858,714
Circolazione media del 1° quatrimestre 1866 L. 121^197,196

» 118 377,045
Aumento » 2,8207151


– 127 –

Da questo Prospetto risulta, che intendendo per circolazione propria della Banca quella che, posti i fatti quali sono stati, si deve intendere, cioè la circolazione non imputabile alla finanza, questa durante il corso forzoso si è tutt'altro che triplicata e quadruplicata, come la Commissione d'inchiesta sostiene. Al confronto infatti del primo quatrimestre 1866 la vera circolazione propria della Banca durante il corso forzoso in alcuni mesi è minore, in altri l'aumento è ben piccolo, e soltanto nel 1867 diviene alquanto rimarchevole dando nel novembre l'aumento massimo di 85 milioni, che decresce poi rapidamente nei mesi seguenti. Come mai dunque la circolazione totale da 118 milioni circa, quale fu la media del primo quatrimestre 1866, si è aumentata sino a 795 milioni? Il precedente Prospetto lo dimostra ad evidenza. Si è aumentato per soddisfare i bisogni della finanza, né il corso forzoso è servito ad altro.

Per persuadersene ancor meglio osserviamo, che in un'amministrazione così vasta quale è quella della Banca, non si può pretendere che i resultati corrispondano mese per mese con esattezza matematica a un fine prestabilito.

– 128 –

Del suo andamento non si può giudicare ragionevolmente che per lunghi periodi, in cui il più e il meno si compensino. Concretiamo dunque per quatrimestri e poi per anni gli aumenti della circolazione non imputabili alla Finanza risultanti dal Prospetto precedente.

– 129 –

Ecco quali sono stati gli aumenti di circolazione, che a rigor di parole non possono imputarsi alla finanza.

Ora se nel Prospetto della circolazione pubblicato dalla Commissione d'Inchiesta si confrontano le medie annuali, si osserva che aumenti simili da un anno all'altro s'incontrano anche nel periodo anteriore al corso forzoso; ed ognun poi comprende che quanto più la Banca si allarga, tanto più facilmente queste differenze s'avverano.

Del resto gli aumenti, per sè stessi poco importanti, del triennio di cui ci occupiamo, hanno la loro spiegazione. In parte, abbiam già detto, corrispondono agli aumenti negli sconti e nelle anticipazioni, e questi essendo tali che anche senza il corso forzoso si sarebbero avverati, anche del corrispondente aumento di biglietti deve dirsi lo stesso.

Gli sconti e le antecipazioni del 1866 diedero la somma di 702,581,510, nel 1867 detta somma s'accrebbe a 781,879,322, nel 1868 crebbe ancora più ascendendo a 851,297,029. Al confronto col 1866 si ha dunque un aumento di 79,297,812 nel 1867, e di 148,715,919 nel 1868.

– 130 –

Se le operazioni della Banca fossero tutte a 3 mesi, quelli aumenti importerebbero un aumento della circolazione per 19,824,453 nel 1867 al confronto del 1866, e per 37,178,879 nel 1868. Però, siccome quello di 90 giorni è, il termine massimo, non il medio, concesso dalla Banca, così facciamo questa osservazione soltanto per mostrare, che una buona parte della differenza non è aumento dovuto al corso forzoso. Ma la maggior parte degli aumenti medi di 46 milioni circa nel 1867 e di 22 milioni circa nel 1868 si deve ad altre cause, e più di tutto alle variazioni accadute nello stato dei rapporti della Banca coll'estero.

La Banca, per far fronte alla crisi del 1865 e 1866, era rimasta in debito verso l'estero, debito che nell'aprile 1866 giungeva ai 19 milioni circa; questo debito è stato saldato.

D'altra parte la Banca ha adottato il principio che nell'interesse proprio e del commercio, quanto più si aumenta la circolazione in biglietti, tanto più conviene innalzare il rapporto tra la riserva metallica ed i biglietti in circolazione. Questa massima, che forse non è un canone indiscutibile in tempi normali, è certamente lodevol. ssima, per altre ragioni, avuto riguardo al corso forzoso.

– 131 –

Poiché la deficienza reale della moneta metallica espulsa dal corso forzoso, e l'incertezza dell'ammontare del valore in biglietti che alla ripresa dei pagamenti si può tenere in circolazione, sono due difficoltà pratiche gravissime al momento in cui il corso forzoso vien soppresso. La Banca quindi, aumentando la riserva metallica al di là dello strettamente prescritto rende più facile il ritorno allo stato normale. Vero è che ciò produce un aumento nella circolazione durante il corso forzoso, ma questo inconveniente è largamente compensato dalla fiducia, che la Banca inspira presentando una riserva metallica vistosissima, e dal conservare al paese la merce metallo, che verrebbe altrimenti a mancare al momento della soppressione, e che la Banca non è sicura di potere ad una sua richiesta trarre dall'estero.

Si è per queste ragioni che la Banca, scontato l'anzidetto debito di 19 milioni acquistò inoltre valori commerciali per 25 milioni circa pagabili all'estero, che essa può realizzare in oro ad ogni bisogno.

– 132 –

Queste operazioni ebbero luogo nel 1867, ed unendo a questi 44 milioni circa gli aumenti degli sconti e delle anticipazioni, si ha la causa per cui la circolazione di quell'anno presenta in media l'aumento di 46 milioni indipendentemente da quello imputabile alla finanza.

Però è ancora da aggiungere l'aumento della riserva metallica nelle casse della Banca, considerato complessivamente. Esso non è tutto dovuto alla riserva corrispondente ai titoli di credito verso la finanza, ma la riserva totale è superiore a quella vol. ta dalla legge, superiore cioè alla terza parte della circolazione totale diminuita del mutuo dei 278 milioni e dei biglietti apprestati alle altre banche. Sottraendo infatti dalla circolazione totale il mutuo di 278 milioni ed i biglietti apprestati alle altre banche, la circolazione media trimestrale e la riserva media trimestrale risultano nel 1868 come segue:

– 133 –

Ciò oltre 25 milioni di crediti all'estero realizzabili in oro, e tre a quattro milioni di paste metalliche nelle zecche, le quali somme se si aggiungono alla riserva metallica del quarto trimestre portano questa a 207 milioni circa, contro una circolazione media di 486 milioni. Quindi la riserva metallica superava effettivamente di 45 milioni circa il terzo della circolazione, e stava alla circolazione, anziché nel rapporto obbligatorio d'uno a tre, in quello d'uno a 2 35.

Questo aumento della riserva metallica, replichiamo, ha influito sull'aumento della circolazione al di là della parte imputabile alla finanza; e se fosse possibile sarebbe certamente stato meglio aumentar l'una senza aumentar l'altra. Ma in operazioni complesse è il risultato ultimo 'quello cui si deve mirare. Per vedere se questo aumento di circolazione dovuto alla riserva metallica abbia un compenso, vediamo qual sarebbe la posizione della Banca, qualora scontati i debiti che la finanza ha colla stessa, il corso forzoso venisse abolito. Supponghiamo che ciò fosse accaduto al dicembre 1868. In quell'epoca la circolazione media risultava di 773 milioni, i crediti della Banca Nazionale verso la finanza,

– 134 –

comprendendovi i biglietti alle altre banche, ascendevano a 531 milioni circa; pagando dunque la finanza i suoi debiti la circolazione residuavasi a 242 milioni. Or contro questa circolazione s'avrebbero, come abbiamo osservato,207 milioni di valori in metallo, e quand'anche si osservasse che i 64 milioni del prestito nazionale non possono dal governo rimborsarsi che alla loro scadenza, per cui la circolazione restante sarebbe di 306 milioni, la differenza tra la circolazione e la riserva non arriverebbe a 100 milioni; ciò importa, che la Banca mantenendosi in questa posizione è sempre in grado di riprendere i pagamenti.

Coll'evidenza dei fatti resta adunque dimostrato, che se la circolazione durante il corso forzoso si è considerevolmente aumentata, ciò quasi esclusivamente si deve ai soccorsi che il governo ha tratto dalla Banca per soddisfare i bisogni della finanza, e se v'ha un piccol resto d'aumento non imputabile alla finanza, questo in parte ha servito a far fronte agli aumenti negli sconti e nelle anticipazioni, in parte a metter la Banca in posizione di potere ad ogni ordine riprendere i pagamenti.

VI.

Della moneta metallica e dei biglietti di Banca pagabili a vista in metallo.

Abbiam visto quale sia stata la causa vera del corso forzoso dato ai biglietti della Banca Nazionale, e quale l'uso che il Governo e la Banca ne han fatto. Ma non è perché col corso forzoso si è potuto provvedere ai bisogni della finanza, che il corso forzoso fa gridar tanto, bensì per tutte le altre conseguenze che ne sono venute. Per vedere adunque in quali circostanze di fatto il corso forzoso si possa sopprimere, non basta conoscere lo stato della finanza, e i suoi debiti verso la Banca; è mestieri precisare quelle altre conseguenze, essendoché queste una vol. a avveratesi, possono divenire ostacolo alla soppressione, la quale in date circostanze produrrebbe un danno maggiore.

– 136 –

Se non che, sinora abbiam potuto limitarci ad indagare fatti, per così dire, semplici, che si concretano in cifre, quali sono i disavanzi, i debiti dello Stato, il corso dei fondi pubblici, la circolazione in biglietti e simili; ma passando alle conseguenze che derivano dalla inconvertibilità dei biglietti, entriamo nel campo dei fatti complessi, dei quali per giudicarne bene è mestieri conoscere, se veramente e come si riattaccano alla causa cui si attribuiscono.

Ed invero, il biglietto di banca ha doppio carattere; esso è un titolo di credito verso la banca, e funziona ad un tempo come moneta. Il corso forzoso immuta la condizione essenziale per cui quel titolo di credito equivale alla moneta metallica, quella cioè d'essere pagabile a vista in metallo; ed ognuno comprende come una innovazione così essenziale investa tutti i lapporti economici, e li alteri. Or come vedere le conseguenze pratiche, che sono venute da questa innovazione in ciò che è titolo di credito e moneta, se non si determinano le leggi naturali economiche, che inesorabilmente governano il credito e la moneta?

– 137 –

Se queste non si conoscono, si attribuiscono al corso forzoso fatti che non ne derivano, i fatti che realmente ne conseguono non vedonsi, e si rimane in quel vago, che conduce ad ogni sorta d'errori nella pratica.

Il lettore ci perdoni adunque, se costretti da necessità ci tratterremo in teorie; le teorie vere, che per il vol. o son buone soltanto nei libri, per l'uomo colto sono deduzioni dalla pratica e guida in essa. Se più fossero diffuse, tante perniciose assurdità sul corso forzoso non si sarebbero con tanta asseveranza sostenute.

Cominciamo dunque dall'osservare, che se l'oro e l'argento non si fossero adoprati per farne monete, nessuno avrebbe mai dubitato, che in quanto al loro valore siano merci che in nulla differiscono dalle altre. Ognuno avrebbe compreso e visto, che come un ettolitro di grano si sarebbe permutato con tanti metri di un tessuto, così nello stesso modo e colle stesse regole, il, grano e il tessuto si sarebbero permutati con tanto peso d'oro o d'argento.

In quali proporzioni si farebbe la permuta?

– 138 –

Evidentemente nessuno baratterebbe una merce, a produrre la quale è necessità impiegare tanto lavoro e consumare tante altre merci, con altra il cui costo di produzione fosse minore. Se però la richiesta della merce aumentasse, il possessore della stessa ne profitterebbe, e nel permutarla riuscirebbe ad ottenere delle altre merci, una quantità maggiore di quella che in ragione del costo di produzione potrebbe averne. Bensì questo maggior valore della sua merce si manterrà, finché il maggior profitto non ne farà aumentare l'offerta, giacché in questo caso la concorrenza ne farà ribassare il valore, e la permuta tornerà a farsi in proporzioni che più si ravvicinano al costo di produzione delle merci. L'opposto accadrebbe, se diminuisse la richiesta della merce. Allora il possessore della stessa, per attirare i consumatori, nel permutarla colle altre merci sarebbe costretto a contentarsi di ricever di queste una quantità minore di quella, che in ragione del costo di produzione otteneva prima; e ciò finché il profitto diminuito facendo diminuire l'offerta, il valore di cambio della merce tornerà ad innalzarsi.

Se trattasi di merce venuta da lontano, o passata per diverse mani, la legge non muta.

– 139 –

Soltanto in tai casi, perché la merce giunga a chi la vuole richiedendosi maggior lavoro, maggior tempo, più grossi capitali, i profitti di tutte le persone intermedie fan parte del costo di produzione.

Questa legge che regolerebbe la permuta di tutte le merci tra loro, regolerebbe certamente la permuta delle altre merci coll'oro e coll'argento nel caso, in cui questi metalli non s'adoprassero come monete; e l'esser merci venute dall'Australia o dalla California non farebbe che aumentare il costo di produzione anche per esse.

Però, l'oro e l'argento, per essere stati tagliati in pezzetti d'un peso uniforme, e per essersi a questi pezzetti dato il nome di franchi o di lire, l'oro e l'argento cambian natura? Evidentemente no, essi restano metalli come prima; per necessità adunque la stessa legge di prima continuerà a regolare la loro permuta cogli altri prodotti. Cioè, se l'oro e l'argento coniati abbondano in un paese, per effetto della concorrenza di quei che li posseggono, essi nel barattarli colle altre merci sono costretti a darne una quantità maggiore, se scarseggiano, per la concorrenza opposta, chi ha quei metalli coniati ne darà quantità minore.

– 140 –

Questa permuta di prodotti con l'oro o l'argento coniati, ossia con monete, è la compra e vendita; nel primo caso dicesi che i prezzi delle cose s'innalzano, nel secondo che si abbassano. Ma se questa variazione non accade per un fatto nuovo che riguardi le altre merci, quel che varia veramente è il valore di cambio del metallo coniato, che s'abbassa nel primo caso e s'innalza nel secondo.

In che dunque l'essersi l'oro e l'argento adoprato come moneta influisce sul loro valore? Esattamente parlando non influisce in nulla; questa circostanza influisce soltanto nell'aumentarne la richiesta. Se non fossero adoprati come moneta, sarebbero richiesti soltanto per farne oggetti di lusso; adoprandosi come moneta, la richiesta se ne accresce di quanto in un paese se ne vuole per effettuare le compre e vendite, il saldo dei debiti e crediti, in una parola per tutti i bisogni del commercio preso questo nel suo senso lato; o in termini anche più generali pei bisogni della circolazione degli altri valori. Senza la moneta le permute sarebbero difficilissime, e spessissimo impossibili; il buon senso ha suggerito ai popoli civili di farle tutte con una stessa merce, sicché ognuno permutando la merce sua con questa, possa, col permutar questa, ottenere qualunque altra cosa desideri.

– 141 –

Ma la legge economica, che regola il valore della merce divenuta moneta, non può per questa circostanza essersi alterata.

Però da queste verità elementari se ne trae un'altra, se riflettesi che l'oro e l'argento coniati, finché restano sotto queste, forma di monete, altra utilità non prestano, che quella anzidetta di agevol. re il commercio. Ne segue infatti, che quando in un paese se ne ha tanto quanto basta, perché il commercio, per difetto di questo strumento della circolazione dei valori, non resti inceppato, ogni ulteriore aumento dello stesso è un valore perduto, che soltanto riacquistasi impiegando il metallo ad altro uso.

Supponghiamo, che in un paese tutto il movimento economico si effettui con un miliardo di lire in oro, e che per una causa qualunque, senza che siasene accresciuto il bisogno, la moneta circolante si raddoppi a due miliardi. Supponiamo ancora che una legge barbara ne vietasse l'esportazione, ed anche proibisse la trasformazione della moneta in oggetti di lusso. Che cosa avverrebbe?

– 142 –

Ciascuno vol. ndo spenderla, e l'offerta degli altri prodotti non essendo aumentata, ciascuno per avere una data quantità d'altra merce dovrà dare d'oro coniato quantità doppia di prima, cioè, i prezzi delle cose raddoppierebbero. Quel che prima costava una lira, raddoppiata la moneta, ne varrebbe due; il paese non vestirebbe meglio, non mangerebbe meglio, non soddisfarebbe meglio alcun dei suoi bisogni, che è quanto dire non sarebbe né più ricco né più povero di prima.

Supponghiamo però che a quel paese diasi libertà d'esportare la moneta. Ognuno ne prevede la conseguenza. Siccome in esso con una stessa quantità di merce, vendendola, si ottiene d'oro una quantità doppia che non s'ottiene in altro paese, dove l'aumento di moneta non è accaduto, dall'estero s'importerebbero in quel primo paese merci e se ne esporterebbe moneta.

Quando tra due paesi la moneta circolante è nella proporzione stessa coi bisogni del commercio di ciascuno, la differenza di prezzi è ristretta ad alcune merci, ed è cagionata da cause relative alle merci stesse. In tal caso tra i due paesi non v'è commercio di moneta, ma da ciascun dei due paesi s'esportano le merci

– 143 –

che all'interno per circostanze relative al loro costo di produzione, o alla loro offerta e richiesta, valgono meno che all'estero, e vi s'importano quelle che valgono più. Quando però la moneta metallica, in proporzione del bisogno per il rispettivo commercio, è in un paese in quantità maggiore che nell'altro, allora ciò influendo sui prezzi di tutte le cose, oltre la permuta di merci con merci s'avvera tra i due paesi quella di merci con oro ed argento, che sono merci essi stessi.

Però questo commercio di moneta tra i due paesi ha un termine, ed è di profitto d'amendue. Poiché a misura che la moneta esportasi dal paese che ne sovrabbonda, i prezzi in esso ribassano, s'innalzano nell'altro, e rimesso l'equilibrio l'esportazione cessa. Ma intanto colla moneta rimasta, il commercio del primo paese anderà così bene come andava, e la moneta esportata si è convertita in prodotti agrari, in manifatture, in macchine, in cose utili, che lo hanno fatto più ricco.

Ora supponghiamo che in uno Stato, mentre il commercio va con un miliardo di lire in oro, sorga una banca la quale emetta biglietti pagabili a vista per 500 milioni. Quali ne saranno le conseguenze?

– 144 –

Siccome la banca dichiarasi pronta a pagare in oro i suoi biglietti, e tutti hanno fiducia che basti presentarli per esser pagati, i biglietti saranno da tutti accettati in pagamento indifferentemente, come se fossero monete d'oro.

Però, se 500 milioni in biglietti circolano in commercio alla pari che 500 milioni in monete d'oro, gli effetti sulla circolazione e sui prezzi delle cose saranno precisamente gli stessi che abbiam visto si avvererebbero, qualora 300 milioni in oro s'aggiungessero al miliardo; che prima se ne avea. Il mezzo con cui si effettua la circolazione dei valori, ossia le permute, si troverà composto di un miliardo in oro e di 500 milioni in biglietti equivalenti a oro; da un miliardo adunque si è elevato a un miliardo e mezzo, senza che l'aumento sia stato provocato da maggiore attività commerciale, che abbia reso necessario quell'aumento. Quindi, come nel caso precedente, i (prezzi delle cose aumenterebbero in proporzione, e l'aumento seguirebbe su tutte le merci; quindi le merci che prima valevano nel paese di cui trattasi quanto all'estero, in seguito all'innovazione varranno più che non valgono all'estero, dove innovazione alcuna non è accaduta;

– 145 –

quindi dall'estero s'importeranno quelle merci per profittare della differenza; e siccome all'estero i biglietti della banca non han valore, il profitto derivante dalla differenza dei prezzi delle merci si realizzerà esportando moneta metallica.

Questa esportazione della moneta metallica divenuta esuberante naturalmente accadrà in gran parte a carico della banca; ed è un errore il credere che l'affluenza dei biglietti alla cassa d'una banca dipenda soltanto dal grado di fiducia ch'essa inspira. In quel caso i biglietti si presenteranno al pagamento, non per difetto di fiducia, ma per il lucro che il commercio ritrova nell'esportazione dell'oro. Però la banca ritornerà a mettere, in circolazione i biglietti restituiti, e colla nuova emissione si replicheranno gli stessi fenomeni, finché l'emissione di biglietti fermandosi, l'esportazione del numerario cessa, e l'equilibrio fra il paese e l'estero rimettesi. Quali intanto per il paese ne saranno i resultati?

I biglietti essendosi sostituiti alla moneta d'oro, e funzionando così bene come la moneta, le compre e vendite, i pagamenti di debiti, la circolazione insomma di tutt'i valori, andrà nello stesso modo di prima;

– 146 –

ma s'effettuerà col risparmio di tanto capitale effettivo, quanto è il valore della moneta esportata, in cambio della quale l'estero avrà dato merci, che serviranno a soddisfare altri bisogni.

La banca poi avrà messo in circolazione i suoi biglietti dandoli ad industrianti, i quali sottoscrivendo a di lei favore una cambiale, diventano suoi debitori. Però quei biglietti sono por essi un nuovo capitale industriale, che spendendolo convertesi in materie prime, in macchine, salari, in quanto abbisogna alla loro industria. È dunque nelle mani dei produttori, cui la banca ha fatto credito, che viene a realizzarsi quel risparmio di capitale monetato, ottenutosi sostituendovi i biglietti. Ma tutto ha un limite in questo mondo, ed anche la emissione utile di biglietti di banca pagabili a vista ne ha uno, che importa moltissimo precisare.

Ed invero, a prima vista sembrerebbe, che le banche potrebbero sempre metter fuori biglietti, e trarne un profitto, e che ad ogni nuova emissione succedendo una nuova esportazione di moneta metallica, questa esportazione non avrebbe mai termine. Ma pria di tutto, quando le banche riuscissero a sostituire interamente i loro biglietti a tutta la moneta metallica ch'era nel paese, le emissioni di biglietti non potrebbero andare più oltre.

– 147 –

Infatti andando più oltre, i prezzi delle merci ad ogni ulteriore emissione di biglietti tornerebbero ad innalzarsi in rapporto all'estero, e provocherebbero nuove importazioni di merci estere; ma allora i biglietti si ripresenterebbero immediatamente alle banche per il pagamento, e le banche sarebbero costrette a trarre l'oro con grandissima perdita dall'estero per darlo a speculatori, che tornerebbero a riesportarlo.

Però considerando pure il biglietto di banca, semplicemente come mezzo di circolazione dei valori, neanche si può dire che il limite estremo a cui l'emissione di biglietti può spingersi, sia quello della moneta metallica che era nel paese. Vi si oppone la stessa legge, di cui abbiam discorso. È evidente infatti, che in ciascun paese il rapporto tra la moneta metallica o fiduciaria e il bisogno di una moneta per la circolazione dei valori è di sua natura variabilissimo. Un aumento di produzione o d'attività commerciale, un forte prestito dello Stato, mille combinazioni, insomma, lo alterano; e se si altera in un paese, si altera l'equilibrio monetario tra questo e tutti gli altri paesi.

– 148 –

Ed allora quello in cui il bisogno di moneta è divenuto maggiore, la chiede all'altro, quando anche in questo nulla di nuovo fosse avvenuto. Nè sempre questa richiesta è da un paese fatta per un bisogno direttamente suo, ma a seconda delle tante combinazioni commerciali spesso accade, che un paese trae i metalli monetabili da un altro per provvederne un terzo, che con questo non ha rapporto alcuno.

Quando dunque le banche riuscissero a sostituire interamente alla moneta metallica i loro biglietti, non per questo avrebbero agito con saviezza. Poiché ad ogni alterazione nell'equilibrio monetario tra paese e paese, i biglietti tornerebbero alle loro casse, e le banche dovrebbero rifornirsi di moneta metallica con tanta maggior perdita, quanto più è divenuta rara.

Conseguenza ne è, che considerando i biglietti di banca semplicemente come mezzo di circolazione il limite estremo, sino a cui se ne può portare l'emissione, non è il capitale metallico monetato che senza i biglietti sarebbe necessario alla circolazione, ma questo capitale diminuito d'una parte indeterminabile e variabile, che per massima deve sempre riguardarsi come destinata a far fronte alle richieste eventuali di metalli preziosi per il commercio coll'estero.

– 149 –

Ne ciò è tutto. Il biglietto di banca pagabile a vista è ad un tempo un titolo di credito verso la banca. Or ciò importa, che l'anzidetta è una massima importantissima, ma nella pratica il limite estremo della circolazione in biglietti è molto più ristretto. Ed infatti i biglietti di banca, finché pagabili a vista, circolano come moneta per la fiducia che si ha nella banca; or la fiducia ha necessariamente i suoi confini.

Parlando particolarmente della Banca Nazionale, abbiamo già osservato, come la fiducia in una banca essenzialmente dipenda dalla sua buona amministrazione, e dalla potenza del sua capitale; potenza che abilitandola ad aumentare le sue operazioni, l'abilita ad estendere la sua circolazione in biglietti. Non occorre dire, che quel che riguarda una banca in particolare, s'applica a tutte quelle che possono in un paese trovarsi. Ma considerando tutte le banche d'un paese complessivamente v' ha altra osservazione da fare.

Le garanzie che offre una banca sono: 1° il capitale con cui si è costituita; 2° i crediti che essa ha verso coloro, ai quali con una delle operazioni proprie del suo istituto ha dato i suoi biglietti.

– 150 –

Ma il vero vantaggio delle banche di circolazione consiste nell'emettere con sicurezza biglietti per un capitale superiore a quello effettivo della banca. Il capitale adunque non garantisce i biglietti che in parte; la garanzia principale è nei crediti che ha la banca verso coloro cui li ha dati. Se i crediti della banca sono solidi, solida è la garanzia dei suoi biglietti, la fiducia si mantiene, i biglietti circolano. Se i debitori della banca alla scadenza non pagano, la banca perde, la fiducia vien meno, i possessori dei biglietti si presentano in folla a farsi pagare.

Or considerando complessivamente un paese, il credito che le banche posson fare ha un limite che dipende dalle circostanze economiche e morali del paese stesso. In ogni paese ed in ogni epoca vi sono industrie e speculazioni che possono andar bene se son condotte bene, e ve ne sono che per le circostanze del paese sono rischiosissime o debbono necessariamente andar male.

In ogni paese e in ogni speculazione vi è punto al di là del quale, se il paese l'oltrepassa, la speculazione che era buona diviene cattiva.

– 151 –

In ogni paese poi ed in ogni epoca vi sono speculatori sulla cui onestà e abilità si può contare, e speculatori disonesti o inabili, e gli uni o gli altri crescono di numero a seconda, che il paese è in moralità e nello sviluppo delle sue naturali attitudini più o meno progredito.

È principalmente questo discerniménto, ciò che vien compreso nella parola, buona amministrazione d'una banca. La buona amministrazione cioè consiste in un giudizio retto non solo delle persone, ma più ancora delle condizioni del paese. Poiché se le banche per estendere la circolazione dei loro biglietti, ed aumentare i lucri, fanno credito a chi per difetto personale non ne merita, o ad intraprese false, le banche rovinano se stesse ed il paese, e producono le crisi.

E però se considerando i biglietti di banca come mezzo più economico di circolazione, v'ha un limite ideale al di là del quale non se ne può spingere l'emissione, limite segnato dai bisogni della circolazione all'interno e dai rapporti coll'estero: i biglietti essendo un titolo di credito, v'ha un limite pratico e reale,

– 152 –

segnato per tutte le banche complessivamente prese dal credito, di cui per le sue circostanze economiche e morali il paese è in una data epoca suscettibile.

Tutto questo finché le banche sono tenute a pagare a vista ed in moneta metallica i loro biglietti. Or che sarà se una legge le autorizza a sospenderne il pagamento, obbligando nondimeno i cittadini ad accettare i biglietti alla pari come se fossero moneta metallica? Ciò vedremo in appresso.

VII.

Effetti del corso forzoso sul valore dei biglietti, sui prezzi delle cose, e sulla moneta metallica.

Esposte le leggi naturali economiche, che regolano i biglietti di banca pagabili a vol. ntà del possessore, vediamo quali conseguenze derivino dalla facoltà data alle banche di sospenderne il pagamento e dall'obbligo imposto ai cittadini di accettarli nondimeno come moneta metallica; ossia vediamo, quali conseguenze derivino dal corso forzoso.

Per proceder con ordine rammentiamo, che il biglietto di banca è una promessa di pagamento in moneta metallica; ma finché la banca paga, è promessa di pagamento che equivale al pagamento stesso; ed il biglietto circola alla pari della moneta metallica appunto perché è pagabile in metallo, e lo è a richiesta di chi lo possiede.

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Però col corso forzoso il biglietto di banca trasformasi in una promessa di pagamento, di cui il debitore non ha determinato la scadenza. Ora se in commercio un titolo di credito, a scadenza più o meno lontana ma determinata e certa, vale meno che un titolo di credito pagabile a vol. ntà del creditore, ognuno facilmente intende che un titolo di credito, il debitore del quale avesse promesso soltanto di pagare quando potrà, in commercio non avrebbe valore.

Eppure colla legge del corso forzoso ciascuno paga con biglietti i suoi debiti, rimunera con biglietti i servizi che a lui si rendono, acquista con biglietti le merci che a lui bisognano, come farebbe colla moneta metallica. Col corso forzoso adunque il biglietto di banca acquista un valore di cambio, serve a tutti gli usi cui serve la moneta metallica, diviene moneta. Ma se una promessa di pagamento, cui non si è prefissa una scadenza, non vale nulla, e il biglietto a corso forzoso è una promessa senza scadenza, non è più come promessa di pagamento, che il biglietto a corso forzoso ha un valore. Finché dura la legge del corso forzoso, questo carattere il biglietto lo perde; ma il biglietto acquista un valore di cambio in forza della legge, che lo dichiara moneta legale,

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e la legge ottiene il suo effetto, perché un mezzo di effettuare la circolazione degli altri valori è indispensabile. Durante il corso forzoso infatti, nessuno accetta in pagamento il biglietto per la ragione, che un giorno o l'altro potrà andare alla banca e convertirlo in moneta metallica. Ma'  dal momento in cui la legge abilita il debitore a pagare in biglietti i suoi debiti, i biglietti si danno e si accettano in pagamento per necessità, perché altrimenti il corso del commercio e degli affari si arresterebbe.

Se non che il legislatore riesce a convertire in moneta il biglietto dandogli corso forzoso, ma non è in di lui potere il regolare a suo modo il valore reale di questa moneta nuova, né può impedire le conseguenze che essa arreca nel commercio della moneta metallica.

Appunto perché il biglietto a corso forzoso diviene vera moneta, il rapporto in cui un dato numero delle lire fittizie da esso rappresentate permutasi colle altre cose aventi valore, ossia il valore di cambio di questa moneta, dipende dalla legge naturale economica dell'offerta e della richiesta, che determina il valore, si di qualsiasi specie di moneta, che di qualsiasi altra cosa.

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Supponghiamo che prima del corso forzoso la circolazione delle cose aventi un valore siasi effettuata con 600 milioni di lire in oro e 400 milioni in biglietti, e che dato corso forzoso ai biglietti, altri 500 milioni di lire in biglietti siansi aggiunti al miliardo. Le conseguenze sin qui saranno le stesse, che se l'aumento della moneta circolante si fosse avverato senza il corso forzoso, in moneta metallica o in biglietti pagabili in metallo.

Coloro, infatti, nelle cui mani trovavansi i 600 milioni di moneta metallica vorranno, come prima, spenderli pei loro bisogni, ed intanto il capitale con cui s'effettua la circolazione si è nominalmente aumentato da un miliardo a 1500 milioni, senza che nuovi bisogni della circolazione avessero provocato l'aumento. Prima conseguenza ne è, che per l'aumentata of ferta della moneta, metallica e in biglietti, il prezzo delle cose s'innalza, come innalzato si sarebbe, se l'aumento della moneta si fosse avverato senza il corso forzoso, o in altri termini il valore di cambio della moneta legale si è ribassato.

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Però non dissimili saranno le conseguenze nel commercio monetario. Il rapporto infatti tra il totale del valore nominale della moneta e i bisogni della circolazione si è alterato, mentre una corrispondente variazione non è avvenuta all'estero. Quindi mentre i prezzi delle cose si sono aumentati all'interno, sono all'estero rimasti gli stessi di prima. Come dunque, abbiam visto, accadrebbe, quando l'aumento del mezzo di circolazione, moneta metallica e biglietti, si fosse avverato senza il corso forzoso; cosi anche col corso forzoso vi sarà un aumento nella importazione delle merci estere, e s'esporterà invece moneta metallica in pagamento delle merci estere importate.

Quel che fa credere ad alcuni, che l'esportazione della moneta metallica non sia conseguenza necessaria, si è l'osservare, che il metallo ha un aggio sui biglietti, per cui dicesi, che barattando in metallo i biglietti avuti in prezzo delle merci importate, la differenza tra i prezzi dell'estero e dell'interno resterebbe assorbita dall'aggio, e l'esportazione del metallo non darebbe profitto. Ma costoro non riflettono, che la merce metallo coniato è divenuta esuberante ai bisogni locali della circolazione,

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e che l'esportazione è il modo definitivo di trar profitto di tutte le merci esuberanti. Onde, l'aggio può esser materia di speculazioni fatte sull'interno, come comprando e rivendendo all'interno si può speculare an che sulle altre merci d'esportazione, ma l'esportazione del metallo è il modo definitivo ultimo di realizzare l'aggio.

Ed invero, per il corso forzoso, le monete legali sono due: i biglietti che hanno un valore derivante dalla legge, e la moneta metallica, che avrebbe altronde come metallo un valore, quand'anche non fosse moneta. Il metallo coniato adunque ha due valori, il valore legale, come moneta, uguale a un pari numero di lire in biglietti, ed il valore commerciale come metallo. Or come il valore delle altre merci in rapporto alla moneta si è innalzato, così anche si è innalzato il valore commerciale del metallo. Quindi la merce metallo nel commercio vale in biglietti più del numero di lire del metallo stesso ridotto in moneta; ossia il valore commerciale del metallo coniato è superiore al suo valore legale. Questa differenza tra il valore legale ed il valore commerciale dell'oro o dell'argento, è l'aggio.

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Però questa differenza non viene trascurata dal commercio. Quindi è, che nel modo stesso in cui i commercianti comprano una merce ad un prezzo per rivenderla a prezzo maggiore, gli speculatori incettano la moneta metallica, anche pagandola in biglietti ad un prezzo alquanto superiore al suo valore legale, bensì inferiore al valore commerciale a cui possono rivenderla. Ma qual mezzo essi hanno d'esitare la merce che hanno comprata, e così lucrare la differenza?

Il corso forzoso non è certamente una causa, per cui la richiesta dell'oro o dell'argento per farne oggetti di lusso si possa aumentare; e d'altra parte nessuno, tranne qualche caso specialissimo, richiederà allo speculatore la moneta metallica pagandogliene l'aggio per spenderla poi alla pari dei biglietti. Durante il corso forzoso la moneta metallica non vien comprata che da speculatori per trarne profitto. Quindi è che a causa della variabilità dell'aggio la moneta metallica può, dentro certi limiti, passare dai primi speculatori ad altri, che l'acquistino nella speranza che l'aggio aumenti, e così per qualche tempo la moneta metallica può restar nel paese, e. trasmettersi da una mano all'altra come mercanzia.

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Ma egli è evidente che quanto più s'accumula in mano degli speculatori, quanto più l'aggio s'innalza, o diviene stazionario, tanto più questo traffico all'interno diviene difficile e meno lucroso, ed allora il modo di esitare definitivamente con profitto la merce metallica sarà quello di cederla all'estero in cambio d'altra merce che sarà importata.

Ed infatti, se una merce valeva all'interno lire 1000, ed altrettanto all'estero, prima del corso quella merce né s'importava né s'esportava. Se però, ribassatosi per il corso forzoso il valore di cambio della moneta legale, la merce all'interno vale lire 1300, lire 1300 in biglietti sarà parimenti il prezzo commerciale della merce oro contenuto in 50 pezzi da 20 lire, essendoché il ribasso del valore della moneta legale influisce sui prezzi di tutte le merci. Però lo speculatore non comprerà quei 50 pezzi d'oro per lire 1300 in biglietti; egli li acquisterà da chi non essendo trafficante potrebbe spenderli soltanto al loro valore legale di lire 1000, e dividendo la differenza li pagherà in biglietti a un prezzo intermedio tra lire 1000 e ire 1300, li pagherà, per esempio, lire 1200. Egli dunque importerà dall'estero la merce, la venderà, sia pure interamente in biglietti, per lire 1300, comprerà con lire 1200 in biglietti lire 1000 in oro, con cui pagherà all'estero la merce, e lucrerà il valore di lire 100.

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Come ancora, se trattasi d'uno speculatore che limitasi al commercio della moneta, egli rivenderà i 50 pezzi d'oro ad un prezzo intermedio tra 1200 e 1300, e la moneta metallica sarà esportata da chi ha importato la merce estera.

Quindi dato corso forzoso ai biglietti di banca, ed aumentatane con continue emissioni la circolazione, lo aumento del prezzo delle cose, l'aggio dell'oro e dell'argento sui biglietti, l'esportazione della moneta metallica, sono conseguenze necessarie; e tanto più i prezzi aumentansi, tanto più l'aggio s'innalza, e l'esportazione della moneta metallica s'accresce, quanto più con continue emissioni il valore nominale circolante in biglietti diviene maggiore.

Ma d'altra parte si può osservare che come l'emissione di biglietti a corso forzoso producono quegli effetti, perché aumentano al di là del bisogno il mezzo di circolazione, così viceversa l'esportazione della moneta metallica scemandolo produce l'effetto opposto, ed a certo punto, l'esportazione della moneta metallica divien causa per cui il valore di cambio dei biglietti s'innalza e l'aggio scema.

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E realmente, se la circolazione compievasi con 600 milioni in oro e 400 in biglietti a corso libero, e dato corso forzoso ai biglietti le nuove emissioni definitivamente si fermano a 600 milioni o a somma minore, l'esportazione dell'oro riconducendo il totale al miliardo, il valore di cambio dei biglietti torna gradatamente a ravvicinarsi a quello della moneta metallica da. loro rappresentata. Se non che, noi crediamo ancora, che altre cause rendano, se non impossibile, improbabilissimo che i valori delle due cose s'uguaglino, e l'aggio cessi interamente.

Il commercio internazionale monetario, infatti, non dipende soltanto da ciò che accade all'interno d'un paese, bensì pure da ciò che accade all'estero, onde la moneta metallica rimane sempre una merce di speculazione. Se la moneta metallica in un paese estero diviene insufficiente ai bisogni del suo commercio, quella, abbiamo già osservato, sarà la merce che chiederà agli altri paesi coi quali ha. rapporti commerciali. Quando le banche pagano in metallo i loro biglietti, sono esse che soddisfano questa richiesta barattando i biglietti in metallo.

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Se però si è dato ai biglietti corso forzoso, la richiesta di moneta metallica che l'estero fa pei suoi bisogni, divien causa per cui il valore della merce metallo s'innalza, la sua stessa penuria vi contribuisce, e l'aggio si riproduce per questa cagione.

Gli effetti poi del corso forzoso dipendono ancora, non solo dall'uso che il governo o le banche realmente ne fanno, ma pure dall'opinione intorno a quello che ne vorranno o dovranno fare. Abbiasi il corso forzoso origine in una crisi commerciale, o in un dissesto della finanza, esso è sempre una dichiarazione, che i mezzi a far fronte a questi bisogni mancano, che manca il credito vol. ntario, e che altra risorsa non rimane che il credito forzato imposto dalla legge, che trasmuta in moneta la promessa d'un pagamento in moneta. In tali circostanze le più esplicite dichiarazioni, tutti i vincoli e freni contro la possibilità d'abusarne, sono palliativi di pochissimo effetto sull'opinione pubblica. La fiducia del pubblico in tai casi dipende da un giudizio di probabilità sull'avvenire del paese, giudizio i cui elementi sono per se stessi incerti, ignoti al maggior numero, e che la generalità allarmata valuta sempre nel modo più sfavorevol. .

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Ciò spiega come mai la moneta metallica cominci ad incettarsi dagli speculatori ed acquisti un aggio sui biglietti, anche prima che la circolazione in biglietti a corso forzoso siasi aumentata. Questi effetti si anticipano per la previsione dell'uso che del corso forzoso sarà fatto. Poiché nel commercio le conseguenze dei fatti previstisi scontano in anticipazione. Anzi l'allarme che un provvedimento sì straordinario sparge nel paese, facilmente è causa che gli effetti immediati siano al di là di quello, che sarebbero, se il pubblico ragionasse a mente serena.

Ma quando pure i fatti non abbiano confermato le tristi previsioni, e la circolazione in biglietti siasi contenuta in discreti confini, basta che le tristi previsioni si possano avverare in seguito, perché sempre il valore commerciale della moneta metallica resti superiore a quello dei biglietti, e l'aggio sia variabile a seconda dei prognostici sull'avvenire.

Quanto abbiam detto dimostra non esser fondata l'opinione assai sparsa, che durante il corso forzoso la moneta metallica sparisca, non perché s'esporti, ma perché si nasconde.

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La moneta metallica, infatti, in parte è destinata ai pagamenti per le spese e per gli oneri del mantenimento delle persone, il restante è un valore accumulato, che costituisce ciò che esattamente parlando dicesi capitale; e questo in parte massima destinasi alle spese necessarie per sostenere le industrie tutte d'ogni specie, in parte minore resta inattivo.

In ogni paese v'ha sempre una certa quantità di capitale che resta inattivo e nascosto, e tanto più grande, quanto meno l'attività industriale è sviluppata. Questo capitale, che alla promulgazione del corso forzoso era in metallo, naturalmente rimane nel paese sotto tal forma. Ma la questione è, se a causa del corso forzoso si possa aumentare.

Or quanto alla moneta metallica destinata al mantenimento delle persone, è evidente, che nonostante il corso forzoso, chi l'ha la spende. L'allarme che desta il corso forzoso pochissimo influisce sui risparmi, quindi di pochissima importanza può essere la moneta metallica, che per questa causa ingrossa il capitale nascosto.

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L'aumento non ne può né anche venire dall'essersi. la totalità del capitale del paese aumentata, sì perché il capitale del paese non aumenta se non aumenta la produzione, ed il corso forzoso è causa piuttosto dell'effetto contrario; sì perché aumento di produzione e capitali inattivi, sono due fenomeni incompatibili. Il capitale metallico inoperoso e nascosto, non potrebbe adunque aumentare che a scapito del capitale industriale ed attivo. Ora quantunque una delle conseguenze indirette del corso forzoso sia l'atonia delle forze produttrici, è un errore il credere che ciò possa influire a lasciare inattivi i capitali industriali metallici. Chi esercita una industria non si acciacca al primo ostacolo, non l'abbandona certamente dall'oggi al domani appena decretato il corso forzoso. Tutto al contrario, se il suo capitale è in metallo, cérca di trarne il massimo profitto, il che non può fare senza spenderlo. Quando poi le sue speculazioni saranno andate a male, e le avrà abbandonate, il suo capitale metallico è già passato nelle mani degli speculatori sui metalli.

Bensì, dicendo che k l'esportazione della moneta metallica è conseguenza inevitabile del corso forzoso, e che tanto più se ne esporta quanto maggiore è l'emissione dei biglietti,

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non s'intende mai dire che con esattezza matematica il valore rappresentato dai biglietti e quello della moneta metallica esportata s'uguaglino. Ciò non accade perché altre cause agiscono in senso opposto, e concorrono a mitigare quell'effetto.

Una parte della moneta metallica rimane nelle casse delle banche di circolazione, obbligate ad avere una riserva metallica, che servirà poi a riprendere i pagamenti in metallo.

Il tesoro dello Stato, inoltre, sì per facilitare al momento opportuno la soppressione del corso forzoso, sì perché spesso è costretto a far dei pagamenti all'estero, e perché anche all'interno qualche vol. a gli occorrono spese che non può fare convenientemente in biglietti, trattiene anch'esso quanto più può nelle sue casse la moneta metallica.

Divenuta poi la moneta metallica una merce di speculazione, più che non lo fosse prima, una parte ne rimane sempre nelle mani degli speculatori, perché le opportunità di trarne un lucro possono diminuire, ma non cessan mai interamente.

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A ciò si aggiunga, che quantunque il corso ' forzoso sia un deprimente delle forze produttrici del paese, i suoi effetti si possono col tempo lenire, né il corso forzoso impedisce che altre cause sopravvengano le quali diano alle forze produttrici un maggiore sviluppo. Nuovi rapporti commerciali coll'estero, una serie di buone raccolte, una maggiore richiesta dall'estero d'alcune merci nazionali, lo spirito d'intrapresa e d'attività che maggiormente sviluppasi nel paese, non sono cause rese assolutamente impossibili dal corso forzoso, onde, non per il corso forzoso, ma nonostante questo il paese può progredire. Or ciò importa, che il bisogno d'un mezzo per la circolazione dei valori si accresce, e questo maggior bisogno può da se solo esser causa, che il valore di cambio dei biglietti s'innalzi, e l'aggio scemi; ed in tal caso, l'esportazione della moneta metallica si rallenta, e se l'aggio scema ancora più l'esportazione cessa, perché il rischio e la spesa ne tolgono il profitto.

Nè ciò è tutto. Il corso forzoso rende improbabile, ma non impossibile l'importazione della moneta metallica dall'estero. Perché ciò accada basta, che una merce nazionale abbia all'estero un prezzo superiore a quello, a cui tenuto conto dall'aggio riducesi nel paese del corso forzoso.

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Se. per esempio lire 1000 in in oro valgono lire 1200, in biglietti, e v'ha una merce che all'interno vale lire 1200 in biglietti, e all'estero vale lire 1100 in oro, s'esporta la merce e s'importa l'oro. Quando l'aggio è così alto, un tal caso difficilmente s'avvera, e il prezzo della generalità delle merci essendo più elevato che all'estero, l'oro importato per quella via uscirà per un'altra. Ma nondimeno per questi compensi la diminuzione della moneta metallica rallenta, e ribassando l'aggio una parte maggiore della moneta importata rimarrà nel paese.

Però tutti questi non sono che lenitivi, i quali mitigano alquanto gli effetti della causa prevalente. Questa è la degradazione della moneta legale cagionata dall'aggiunta di biglietti a corso forzoso oltre la moneta metallica e in biglietti che prima si avea, per cui il totale valore nominale messo in circolazione si aumenta senza che i bisogni della circolazione lo richiedessero, onde viene che il valore reale ossia commerciale, del metallo monetato più non s' uguaglia col suo valore legale. Finché questa disuguaglianza rimane, è inevitabile che il metallo s'esporti per utilizzare la differenza.

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Or questa causa agendo sulla merce ch'era la parte massima del mezzo con cui' s'effettuava la circolazione degli altri valori, le cause secondarie agenti in senso opposto possono mitigarne alquanto gli effetti, farli cessare non mai.










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