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Uno dei primi studi sulla emigrazione. Molto interessante. da leggere.

Zenone di Elea – Agosto 2013

DELLA EMIGRAZIONE ITALIANA IN AMERICA

COMPARATA ALLE ALTRE EMIGRAZIONI EUROPEE STUDII E PROPOSTE PER L'AVVOCATO

GIOVANNI FLORENZANO

Due  sono le condizioni politiche, le quali al governo spettano in peculiar modo: in primo luogo il mantenimento della giustizia e e dei dritti di ciascuno: in secondo luogo, una savia e temperata ingerenza all'opportunità.

M. MINGHETTI. Della Economia Pubblica

Libro 3. pag. 224

NAPOLI PE' TIPI DI FRANCESCO GIANNINI MILITO. I; CISTERNA DELL'OLIO 5 1874

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Ai lettori Pag. …........................................................................................................... IX

Cap. 1. Origini e natura varia delle umane emigrazioni...............................................» 1

» 2. L'Europa scopre l'America e l'Europa la popola...................................................» 10

» 3. Emigrazioni Europee nel Secolo XIX.................................................................. » 51

» 4. Perché l’America chiama il vecchio mondo..........................................................» 70

» 5. Gl'Italiani emigrano...........................................................................................» 110

» 6. Studii statistici sull'emigrazione italiana...............................................................» 129

» 7. Una vergogna riparata....................................................................................... » 151

» 8. Fasti di questo esodo famoso............................................................................ » 168

Pag. 1. Incettatori ed agenzie.................................................................................. » 169

» 2. Spese di viaggio e garante................................................................................ » 174

» 3. Prime frodi....................................................................................................... »178

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AI LETTORI

La prefazione, che molti tengono per inutile scrittura, io penso che sia la fede di nascita d'un libro. È la pagina in cui un autore dichiara, come in privato colloquio, l’occasione del suo lavoro ed i fini di esso. E se da quella pagina vien fuori una corrente di simpatia, che attiri il lettore all'importanza del tema ed agi' intenti dello scrittore, l’efficacia delle idee discusse può essere maggiore. A cosi anticipata vittoria io non pretendo: è dato ad assai pochi l'esercizio di questo fascino. Mi limiterò dunque a sporre brevemente il mio concetto e la via che ho seguita.

Dirò innanzi tutto, che io non ho scelto questo tema,  né mi venne suggerito dalla voglia di scrivere un libro. Quando alla mente s'affaccia un pensiero e ci obbliga a meditare, e ci trascina a scrivere il frutto

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delle nostre speculazioni, l’opera potrà avere i suoi difetti, ma ne sarà legittima la origine, perché spontanea e pensata.

Tra i fatti sociali, ond’è a vicenda spettatrice ed attrice la nostra generazione, uno di quelli che da parecchi anni mi colpì a preferenza, fu lo spettacolo di queste migliaia d'italiani, che vincendo la tradizionale forza di attrazione alla terra dei padri loro, si affollano ai nostri porti, si lasciano ammucchiare in una nave, e veleggiano rivolti a contrade delle quali altro non sanno che storpiatamente il nome.

Ognuno di questi battelli eh' io vidi sciogliere da Napoli o da Genova, mi ha sempre obbligato a pensare. In mezzo alla disarmonia di mille voci, fra gli echi discordi di opposti dialetti, sentii la triste armonia di uno. stesso lamento: il bisogno. L'ha dentro a quel lamento una quistione sociale, esagerata più o meno, ma vi ha. Gli uomini che non trastullano col vero, lo intendono bene.

Alle masse affacendate delle città sfugge la importanza di questo fatto,  né d'indagarne il processo e le cause si brigano. Ma per poco che vi rechiate nelle campagne, ed ivi a preferenza ove l'esodo è maggiore, il fenomeno vi apparirà qual'è, vario nella sua manifestazione, complesso nelle cause, degno di studio negli effetti.

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Ed allora un attento osservatore vedrà che accanto alla emigrazione del bisogno, ne sorge un' altra, incoraggiata dall'esempio o dalle promesse, più che spinta dalla necessità; eccitata da una vaga aspirazione a mutare stato e fortuna. Vedrà che oltre alla emigrazione spontanea, propria dell'uomo libero, ve ne ha una tutta artificiale, spesso dellttuosa, che nasce e si feconda provocata e tollerata. Vedrà che le conseguenze sono varie, come varia ne è la origine, e sulla pianta, che molti credono, del bene, vedrà spuntare copiosi i frutti del male.

. Questo esame del fenomeno io ebbi occasione di fare; e per impulso spontaneo, che risponde ai desiderii di chiunque ami il suo paese, la mente io piegai a studiarlo nei fatti, nelle cagioni prossime, nelle conseguenze. Mi apparve, qual'è, una quistione ampia, anzi, direi, un gran poligono, di cui ogni lato merita particolare attenzione. È un argomento che vuol essere illustrato con la geografia, la storia, la etnografia, la statistica, la politica, la legislazione, e si riannoda ai problemi più dellcati della economia sociale.

Pubblicisti incigni di altri paesi di Europa lo trattarono: in Italia non si mancò di discuterlo, benché incerta fosse la base comune dei fatti. Nel corso dell'opera abbiam ricordato le speciali pubblicazioni che presso di noi vennero fuori:

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qui vogliamo pagare altro debito, ed è una parola di lode alla stampa italiana di tutte le città e di tutti i colori; la quale, anche quando giudicò utile la emigrazione, espresse convincimenti, non opinioni interessate, come avvenne sovente in altri paesi, ove la emigrazione ebbe organi speciali, e scrittori pagati per promuoverla. In Rudelstad ad es. nel 1846 surse un giornale, diffuso in tutta la Germania; un altro a Brema nel 1852, degno di molta considerazione; i quali, ed altri, incoraggiarono, e più spesso crearono, la voglia di emigrare. Ma se la penna italiana non è intinta in simile inchiostro, cresce col disinteresse la responsabilità dei pubblicisti plaudenti alle meraviglie economiche del nuovo fatto sociale.

La moda dell’emigrare ha diffusa nelle masse una pericolosa credenza. Che cioè basti avviarsi all’America perché i giardini incantati ed i tesori di Golconda sieno serbati all’emigrato, come un secolo fa all’avventuriero europeo, il quale traeva ai fianchi delle Ande, bastava curvar la schiena, per raccogliere l'oro e l’argento delle prodigiose miniere.

Studiando, con la maggiore diligenza eh' io seppi, il mio tema, ben m'avvidi che affrontare il problema economico, intorno alle cause del bisogno, valea anticipare una discussione la quale per ordine d'idee va fatta dopo avere studiata la quistione

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da tutti gli altri lati del poligono, i. quali sono: la portata dell’emigrazione, le forme, i paragoni con le altre migrazioni europee, il paese nostro e le contrade ove i nostri vanno, gli effetti svariati che produce, e la tutela che reclama, o meno, dallo Stato e dal paese.

Di queste ultime ricerche è costruita la tela del presente volume; il quale raggruppò i risultati dell’analisi sotto ciascuno degli svariati aspetti studiati. Si parla in questo libro dell’America e dell’Europa, ma sappiano i lettori sin da ora, che la ragione di essere del mio lavoro è l'Italia, il pensiero che lo agita è il bene degl'italiani. Da questo punto di vista la tesi che avrò dimostrata, potrà non persuadere alcuni, prestarsi forse alla critica delle opinioni, (e chi pone confini alla critica?) ma non per questo diverrà meno giusto e patriottico lo scopo che mi proposi. D'altronde l’accoglimento benevolo che il pubblico ha fatto all’annuncio di quest'opera, dimostra come l'opinione del paese, incerta ancora sul merito di talune quistioni, reclama la discussione degli scrittori, la quale è sempre sintomo di vita, e,. se frutto di studio, non è tempo perso  né per chi scrive  né per chi legge.

Come ho accennato, nel piano della mia opera vi ha una seconda parte, cioè lo esame di tutte le cause morali,

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economiche, politiche, alle quali mettono capo gli svariati fenomeni sociali della vita nazionale. Questo importantissimo esame, che lancia la quistione. io un altro ordine d'idee, ove s'incontra coi costumi, con le leggi, con le dottrine, con le massime di governo, sarà l’argomento, non meno complesso, di un secondo volume, di cui ho già distesa la tela, e che pubblicherò nel corso del prossimo anno. Svolgerò in quello le pieghe della quistione agricola italiana, ed i suoi rapporti col progresso industriale e civile. Esaminerò fino a qual punto i liberi ordinamenti abbiali migliorato il paese e l'uomo, quindi il benessere materiale, la coltura intellettuale, la moralità. E dopo un. esame attento di queste vitali quistioni, sarà lecito anche a me, fra i tanti che oggi ne disputano, di suggerire rimedii proporzionati alle cause. La società italiana vede moltiplicarsi il reato e il suicidio, guarda l'aumento della miseria e della emigrazione, e pur troppo sa che questi sono effetti varii delle stesse cagioni, forme con le quali si manifesta il malessere della nazione. Esse esistono: il pubblicista le indaga, le distingue, e cerca di curarle, se a raddolcire i mali della umana famiglia può essere efficace la sua parola.

Da ultimo non si spaventi alcuno  né del tema che svolsi,  né di quello che svolgerò più tardi.

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Sono problemi codesti che oggidì s'impongono agl'italiani,  né mai col chiudere gli occhi si scongiurò la bufera. Il necessario è che le imprendano a trattare codeste quistioni uomini devoti sinceramente ai principii della libertà e della retta democrazia. Quando nell’anima d'uno scrittore è viva la fede nei trionfi dell'una e dell'altra, sien qualunque le sue opinioni, egli non tradirà mai la causa dell’umanità,  né quella della giustizia.

Napoli Agosto 1874

G. Florenzano

CAPO I.

Origini e natura varia delle umane emigrazioni.

SOMMARIO

Le emigrazioni in rapporto alle razze ed alla civiltà. —Cause principali alle quali riportiamo tutte le emigrazioni antiche e moderne. — L'ultima causa comprende gli spostamenti per l’interno e per l’estero. — Confini del nostro subbietto. — Emigrazioni forzate o spontanee. — Caratteri dell’esiglio e della emigrazione. —Una ultima distinzione.

Chi, meditando sul gran volume della storia, segue le origini e gli sviluppi della civiltà umana, deve riconoscere che questa non si svolse da sè presso ciascun popolo, ma propagossi da un centro primitivo. Quel primo centro fu l’Asia, culla del genere umano, erede d’una sapienza antichissima, mantenuta con la tradizione e coi monumenti. Gli uomini scesi dalle montagne dell’Asia centrale sui littorali dell’Oceano Indiano e dei suoi golfi, s'incontrarono sul mare con quelli venuti dall'Africa Orientale. Incrociati in quei punti, nacquero lungo i littorali miste nazioni. Tre razze serbarono i loro primitivi caratteri: la Indogermanica o Giapetica, la Etiopica o Camitica, e la media fra le due, detta Semitica.

Ma le guerre, il commercio, e l’istinto che trasse gli uomini alla ricerca di nuovi orizzonti e nuove sedi, dispersero pel vecchio continente, nel corso dei secoli, i rami intrecciati di quei tre principalissimi stipiti.

La razza giapetica, ond’ebbero origine le nazioni occidentali moderne, deve al sangue attinto sulle sponde del Mediterraneo ed alle istituzioni ereditate dalla sapienza asiatica, i primi germi di questa splendida e adulta civiltà europea.

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E così spiegasi anche oggi l'affinità di alcune lingue dell’Europa orientale con quelle dei lontani paesi dell’Asia occidentale.

La stirpe di Cam restò ultima fra le razze sorelle. Cacciata dalle sponde dei suoi fiumi e dall'ombra delle sue palme, dispersa nella cocente aridità dei deserti, conquistata,» avvilita, fatta schiava, avverò la maledizione divina che l’avea fulminata!

Queste correnti d'uomini che con alterna vicenda traversarono il mondo antico, finché non si determinarono i principali confini delle nazioni, e che ebbero per effetto la diffusione della civiltà, dimostrano come le prime umane emigrazioni fossero un fatto provvidenziale e necessario a realizzare i destini dell’umanità sulla terra. La civiltà umana obbedisce alla suprema legge del progresso, legge che intese in passato, e intenderà meglio in avvenire, ad armonizzare la perfezione del mondo morale con lo sviluppo di tutti gli altri elementi della vita dei popoli.

Causa, mezzo e fine di questo progresso, è l'uomo — l'uomo che ebbe tra gli altri suoi orgogli, l'invincibile istinto del progredire. Questo istinto lo pose in lotta con la natura. Egli, morituro, si sforzò di vincere l’altra, che si rinnova e non muore. Con la ricerca ne trovò le leggi, e l'applicazione di esse è il gran poema delle sue conquiste. Egli corse i mari e gli oceani, sfidando l'ira delle tempeste; scoprì isole e continenti, popolò e fecondò terre deserte; quest'uomo sentì nella coscienza che era nato signore del mondo, e volle conoscerlo, dominarlo ed usarne.

Non è dunque a maravigliare se dai primi giorni del mondo, per tutto il corso dei secoli, si manifestassero le umane emigrazioni, determinate da cause svariatissime, quà e là in punti diversi dello spazio, in momenti diversi del tempo.

Questi passaggi di uomini, che seguitarono in modo coatto o spontaneo, noi pensiamo che possano metter capo alle seguenti principalissime cagioni.

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l.° Dalla più remota antichità sino a tempi non lontani da noi, si emigrò per vertigine o per effetti di conquista, ed è piena la storia antica di vincitori e di vinti, di espoliatori e di ammiseriti, di regni che divennero imperi a furia di conquiste, e di imperi dilaniati dal dente dell’avversa fortuna. Talora i vincitori imposero la legge ai vinti, e talora la ricevettero da essi: ond’è che i costumi, le arti e le scienze seguirono siffatta alterna vicenda.

La storia antica ricorda le emigrazioni degli Ebrei, di quel popolo che ebbe per condottiero il primo legislatore del mondo, e fu depositario del culto e della sapienza divina. Essi, fatti schiavi dagli Egizii, emigrarono nell'Arabia deserta, e quindi stabilironsi nella Palestina. Ricorda benanche la storia quelle dei Cartaginesi, dei Fenicii, degli Egizii, dei Medi, degli Assirii e dei Greci,

Nell'antica Grecia quando un popolo giungeva a soggiogare i vicini ed imporre loro governo e costumi, i vinti abbandonavano in massa il suolo nativo e si spandevano negli altri stati ellenici, o emigravano nelle colonie greche fondate in Italia, nell’Asia Minore, nella Tracia e sulla costa settentrionale d’Africa.

Nondimeno attraverso tutte queste emigrazioni, si fece strada la civiltà antica.

La storia moderna ricorda le emigrazioni dei Bulgari, che si estesero verso il Danubio e la Turchia Europea—delle orde collegate germaniche, che dall’Elba o dal Reno irruppero nelle Gallie sotto il nome di Franchi — dei Goti e Visigoti negli imperi di Oriente e di Occidente — degli Unni in Italia sotto Attila — flagellum Dei; dei Normanni, masse raccogliticce di Danesi, Svedesi e Norvegi, che devastarono Anglia, Francia e Italia, e popolarono successivamente le isole Orcadi, Floridi, di Feroe e d'Islanda.

Tutte queste orde, mentre a mano armata presero stanza negli altrui dominii, a poco a poco l’incivilirono nelle conquistate nazioni, e mitigando la loro ferocia, si rassegnarono alle leggi dei vinti.

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Per contrario, furonvi emigrazioni di popoli che trasfusero nei vinti i tesori delle arti e delle scienze. Memorabile fu quella degli Arabi, nazione bellicosa, intraprendente, immaginosa. Soggiogati da Maometto, ne adottarono le costituzioni religiose, e rapidamente estesero il loro dominio in Africa e in Europa. Per modo che il loro impero protraevasi nel VII ed VIII secolo dall’Egitto alle Indie, da Lisbona a Samarcanda. I feroci arabi di un tempo dovettero alle loro emigrazioni lo sviluppo delle relazioni col resto del mondo, e l'impulso alle scienze ed alle lettere, divenute fiorenti a Bagdad, a Bassora, in Alessandria ed a Cordova, segnatamente sotto il regno dei Califfi Abassidi. Nel X secolo si contavano in Ispagna 14 università, ove professori arabi insegnavano ai giovani, convenuti da ogni parte, la Storia, la Filosofia, la Geografia, la Medicina, le Matematiche, l’Astronomia. E da quei centri del sapere largamente si diffusero in Europa le scienze positive.

Fu tutto questo un movimento vicendevole dei popoli barbari e dei popoli civili. Così il mondo romano con le sue spedizioni ed invasioni soggiogò gli altri regni della terra: le armi, le leggi, la lingua, furono i tre elementi delle loro celebrate conquiste. Così nel l’secolo l'eccesso di popolazione del settentrione di Europa e di Asia determinò le grandi emigrazioni dei popoli pastori, che si disputarono le spoglie dell'impero di Roma.

Invasori ed invasi, ecco il mondo antico; lo spirito di conquista era il carattere predominante di quelle emigrazioni.  Se non che, questo grande movimento di espansione ha la sua fermata. V'ha un periodo nel medio evo in cui è meno sensibile. V'influì il Cristianesimo coi suoi conventi, il feudalismo colla tirannia dei Signori, e la servitù della gleba colla soggezione delle classi agricole. Quel periodo medioevale rappresenta nella storia umana la stabilità. L'uomo, il capitale, il lavoro, non subiscono trasformazioni. Si direbbe che la' vita non circola nelle vene di quel mondo cristallizzato.

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Ma dopo le sue soste la società umana si ridesta, ed obbediente ad una legge fatale, ricominciano i movimenti degli uomini pei continenti e pei mari, ma sono spinti da altri stimoli e da diversi bisogni, più conformi alle condizioni dei tempi.

2.° Infatti dopo il Cristianesimo e le Riforme, e dopo i rivolgimenti politici dei popoli, le emigrazioni furono per la maggior parte determinate da altre cagioni: intolleranza religiosa, o convinzioni politiche.

Quando Ludovico XIV perseguitava i Protestanti, i più severi divieti non impedivano a costoro di emigrare, anzi aumentavano in essi l’odio contro la terra natale. I Filipponi nella Mazzuria della Prussia Orientale, che una volta emigravano perseguitati per la loro antica fede Russa, sono oggi ritornati alla loro patria di origine, dopo ottenuta la libertà di religione. In tempi di oppressioni siffatte, i partigiani delle riforme, e le sette divenute impotenti, emigrarono in massa a paesi stranieri. I Quaqueri perseguitati dal clero inglese, perché restii a pagargli le decime e le altre imposte ecclesiastiche, seguendo Perin nel 1681, andarono a stabilirsi in Pensilvania, paese che prosperò subitamente per la grande libertà che vi respirarono i culti di tutte le religioni. In Francia i Calvinisti perseguitati da Luigi XIV, trovarono asilo in Olanda, in Inghilterra ed in Prussia.

Così possono tanto sugli uomini certe idee religiose, che i Cinesi i quali a migliaia affluiscono oltre il grande Oceano, trovano i mezzi per trasportare nella sacra terra natale i loro cadaveri, obbedienti ancora all'antica maledizione contro i morti all’estero. E così potremmo togliere dalla storia di tutti i tempi numerosi ricordi, se non fosse ormai palese alla coscienza del mondo quanto danno produssero la intolleranza, gli odii, ed i pregiudizii religiosi.

Le cagioni politiche spinsero in passato gli uomini ad emigrare. Quando i vinti erano impotenti a reagire, abbandonavano la patria in odio ai vincitori.

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Nel 1771 orde di Calmucchi uscivano dalla Russia, traendo seco quanto possedevano per sottrarsi alla dominazione moscovita. Le grandi emigrazioni polacche del 1795 e 1831 trovarono simpatie ed asilo in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America. Ma il più eloquente esempio di emigrazioni politiche fu quello dell'aristocrazia francese dopo la grande rivoluzione dell'89. Il Belgio, il Piemonte, la Svizzera, l'Alemagna, l'Inghilterra, l’Olanda, furono inondati di nobili e di preti francesi; ed in generale ad ogni riforma politica seguì l’espatrio di quelle classi di persone legate al passato e ferite nei loro interessi.

Però in questi ultimi decennii cosiffatte emigrazioni andarono scemando per la maggiore armonia che regna negli Stati d'Europa tra principi e popoli, avvegnacché le rivoluzioni e le riforme fossero prodotte dal consentimento generale delle nazioni.

3.° Una terza causa di emigrazione, benché più propriamente possa dirsi di viaggi, fu lo spirito della ricerca. Vi ha nell'uomo un desiderio di sapere, che, se lo muove, lo rende capace delle più audaci intraprese. L'istinto, che in molti divenne febbre, di conoscere e di descrivere il nostro maraviglioso pianeta, la legittima e nobile ambizione di nuove scoperte, o di ricercare pel mondo le esperienze dei proprii e degli altrui studii; infine questa lusinghiera impromessa dei mortali, chiamata gloria, sospiro di anime elette, ma da pochi raggiunta, che crea l'immortalità ad un nome, ma quasi sempre uccide l’uomo; ecco le segrete ansie che strapparono tanti esseri umani dai confini della patria e li spinsero pei fiumi, per l'oceano, pei deserti, secondo l'ideale di ciascuno.

Senza questa poesia che impennava le ali all’ardire, il mondo non possederebbe tante audaci scoperte,  né la scienza tante splendide invenzioni.

Questa poesia sentirono i Fenicii, che, slanciati sui mari, per la prima volta approdavano a Madera, alle isole dello Stagno, ed esploravano l’interno dell’Asia e dell’Africa:

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i Normanni scopritori dell’Islanda, e di altre contrade al Nord-Est di Europa, nonché della Groenlandia e del Labrador, come alcuni sostengono: il veneziano Marco Polo nei suoi famosi viaggi alla Cina ed al Giappone; e questa poesia creò nel secolo XV le grandi scoperte, in mezzo alle quali il genio di Colombo faceva dono all’umanità di un nuovo continente.

L'ambizione della scoperta spingeva dal secolo XV in poi i Portoghesi sulle coste e nell'interno dell'Asia: spingeva gli Inglesi nell'Africa centrale; e, in mezzo a tanta gara, i Russi, con fortunati successi, nell’Asia orientale. Essi esplorarono il Caucaso ed il Mar Caspio, dopo che il La Perouse ebbe determinate le coste del Nord-Est della Siberia. L'Asia nel passato secolo fu meglio conosciuta dopo i viaggi di Cristiano Niebuhr nell'Arabia, di Ousley in Persia, di Elphiston nel Cabul, e di altri.

Gl'Inglesi scoprirono son pochi anni (1819) verso il polo sud una nuova terra chiamata Nuova Shetland; ed in questo secolo di grande lavorio dell’attività umana, chi sa quali altre grandi sorprese son destinate alle infaticabili ricerche dell'uomo!. . .

Diverse per fini, benché talvolta uguali per risultati, furono le emigrazioni scientifiche. Esse non accrebbero di nuovi nomi la mappa del globo, ma aumentarono il patrimonio delle scienze che si sposano alla esatta cognizione del nostro pianeta. Quanta meritata fama non acquistarono i viaggi di Erodoto e di Pitea da Marsiglia, 300 a. c. , cosi ricchi di osservazioni e di scoperte? Cosi Aristotele istruito dalle conquiste di Alessandro, arricchì la geografia e le scienze naturali, e Strabone ci ricorda le stupende descrizioni fatte da Eratostene delle terre fin allora conosciute.

Questa febbre di sapere invase maggiormente i romani. Come sulla civiltà greca aveano efficacemente operato le spedizioni scientifiche, così sulla civiltà romana operarono le spedizioni militari. Questo popolo dalle relazioni dei suoi eserciti conobbe l’Asia sino alle Indie, e tante altre contrade del mondo!. . .

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Nel V e nel VI secolo dell'era nostra le emigrazioni dei Barbari del settentrione portarono positive notizie di regioni, che erano state fin allora dominio della favola. Viaggi ricchi di preziosi trovati furon quelli degli Arabi, dei Mongolli e dei Missionarii Cristiani fino al 1400. I pellegrini e le crociate descrivevano i paesi visitati, precisando le notizie intorno all'Asia, come in tempi più recenti essi empievano il mondo delle descrizioni di Egitto.

Nella seconda metà del passato secolo, Giacomo Bruce viaggiò la Nubia e l’Abissinia, e le sue relazioni intorno alle sorgenti niliache, confermate poi da Salt, richiamarono l’attenzione dei dotti di Europa. Il singolare pellegrinaggio del Dottor Livingstone nell’Africa centrale, gl'incoraggiati tentativi di Samuele Baker; le associazioni che da un secolo in qua vennero fondate in Inghilterra per la esplorazione delle contrade africane — infine le. ricerche fatte in quelle interessanti regioni da arditi viaggiatori, fra i quali l'Italia deve essere grata al suo Belzoni, e la Francia a Champollion, ad Ampère ed altri, dimostrano quanto siensi oggidì accresciuti i tesori delle scienze naturali, dopo le nuove conquiste della storia, della geografia, dell’archeologia. Contribuirono a tali splendidi risultati le Società geografiche europee, e, fra queste, noi Italiani dobbiamo essere orgogliosi della nostra, la quale nei pochi anni vissuti sin ora, con le sue dotte pubblicazioni, diè legittime speranze del glorioso avvenire su cui la spingono le incessanti ed amorose fatiche dei suoi fondatori (1).

(1) È per gl'Italiani debito di giustizia esser grati a Cristoforo Negri e ad Orazio Antinori, ai quali la Società geografica italiana deve la sua fondazione e la sua vitalità. I ripetuti viaggi scientifici del Marchese Antinori nel cuore dell’Africa gli hanno acquistata la stima di tutti i dotti stranieri. Dovrebbero per avventura gl'Italiani, spesso poco curanti dei loro sommi connazionali, ignorare questi nomi?—Che essi invece aggiungano a questi due anche quello di Cesare Correnti, oggi operoso Presidente della nostra Società geografica, e seguano con riconoscenza gli sviluppi ed i progressi di essa.

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4.° Le scoperte di nuove terre animarono altre volte gli uomini a popolarle. Queste nuove apparizioni sulla superficie del globo svilupparono l'istinto, così naturale all’uomo, di far fortuna, e nacquero le emigrazioni di individui e di popoli.

Le isole ed i continenti nuovi non avrebbero potuto popolarsi, senza il flusso di queste correnti dei paesi più popolati. Son quattro secoli da che l’Europa avvia per la immensità degli Oceani masse di uomini a colonizzare le Americhe e le isole Australi. Questi movimenti successivi furon determinati negli individui dalla febbre del benessere, di far fortuna o di arricchire, e gli Stati incoraggiarono qua e là tali emigrazioni, per aumentare la loro potenza nel mondo, ed estendere i possedimenti territoriali. Torneremo più largamente nel seguente capitolo, su questo importante fenomeno della storia umana.

Ad esso però si collega l'istinto delle avventure, che s'ispira nelle seducenti immagini dei paesi lontani, Questo spirito avventuriero spinse i Greci verso la Colchide e verso Troia, condusse i Normanni a Napoli ed in Sicilia, e cacciò le nazioni franche in Oriente.

Fu anche spirito di avventura il desiderio di clima più dolce e di più ubertosi terreni; e la storia adduce bizzarri esempii di tali emigrazioni.

Ma la mania d’una vita errante e vagabonda, assalì gli uomini intolleranti dei brevi confini della patria o renitenti alla tranquilla uniformità del lavoro dei campi. Questa impazienza, che partecipa del vizio e della virtù, Tacito la rilevò nei Germani, dei quali disse «Nec arare terram aut expectare annum tam facile persuaseris, quam vocare hostes et vulnera mereri; pigrum quin imo et iners videtur sudore acquirere quod possis sanguine parare».

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Nondimeno tutti questi stimoli che spingono gli uomini ad emigrare, non sono bisogni reali, ma esuberanze di energie o infermità morali, desiderii legittimi o riprovevoli, a seconda dei tempi, dei luoghi e degli individui.

5°Ma anche pria che fossero le Americhe e l'Oceania, sin dalla vita dei primi popoli, gli uomini lasciarono i confini della patria per trafficare i prodotti coi paesi vicini o lontani, per importarne in patria da quelli. L'origine del commercio si perde nella più remota antichità. I Fenicii ed i Cartaginesi lo estesero sino ai confini del mondo allora conosciuto.

I romani non solo con gli eserciti, ma anche coi loro commerci, conobbero l’Egitto, ed in Europa si estesero sino alle Spagne, all'Elba, alla Dacia, alla Pannonia. Gli arabi commerciando i prodotti, estesero le loro cognizioni della terra; e quando essi operavano in Oriente, le tribù germaniche operavano in Occidente con le nazioni colte dell’impero romano. Più tardi i progressi civili dell'umanità, le nuove scoperte di continenti e di isole, le invenzioni scientifiche, le loro applicazioni, ne aumentarono le fila, ne crebbero la importanza a tal segno, che oggidì il commercio è riconosciuto come una delle forze più efficaci della vita delle nazioni, il coefficiente maggiore della civiltà e della ricchezza del mondo.

6°V'ha un'ultima emigrazione, la quale trova, non meno delle altre, riscontro nell’antichità, ma in questo secolo per molte complesse ragioni s'è straordinariamente sviluppata. È la emigrazione che ha per causa il disagio dell’esistenza, e si avvera quando il guadagno non è in proporzione dei bisogni della vita. A questa cagione si collegano le teorie degli economisti intorno all’eccesso di popolazione, sostenendosi da alcuni scrittori, che nei paesi ove è più fitta la popolazione, ivi si verifichi un maggior allontanamento di uomini diretti a vicine o lontane contrade, che promettano una più agiata esistenza.

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Questa emigrazione sociale o del pauperismo, che dir si voglia, va divisa in due categorie: interna o concentrica ed esterna o eccentrica.

La libertà del lavoro ha sviluppata la prima, con l'affluenza degli operai dalle campagne alle città. Una metropoli è come il cuore in cui rifluisce e batte la vita di ogni nazione. Ivi convengono d’ordinario migliaia di braccia e d'intelligenze, che sarebbero rimaste isolate e forse improduttive nei paesi di origine. Le associazioni del capitale e del lavoro, creatrici degli stabilimenti manifatturieri,e le attrattive della vita in una grande città, sono due potenti richiami delle popolazioni rurali. Chi studia i fattori delle classi operaje nelle prime città del mondo, non che dei secondarli centri industriali, ne troverà la dimostrazione. Ma il crescere di questi spostamenti d'uomini liberi, precise in Francia, preoccupò i pubblicisti e gli uomini di Stato, perocché in mezzo ai molti vantaggi che arrecano alle condizioni singole e generali di un paese, producono quasi sempre perturbazioni e pauperismo nelle città e mancanza di braccia sufficienti all’agricoltura ed ai mestieri necessarii alle campagne. Ogni fatto umano è una medaglia a due facce. Il bene ed il male appariranno secondoché il fatto si consideri. Se guardate Parigi ed il remescolio degli svariati elementi che mandano alle sue officine tutti i paesi della Francia, del Belgio, della Svizzera, della Germania, dell'Italia, direte che quelle agglomerazioni, che quel fermento di tante umane attitudini, creò i progressi industriali della Francia. Se guardate alle disertate campagne, ai vuoti fatti dagli artigiani che le abbandonarono, alle conseguenze economiche e locali di questo fatto, ne sarete impensieriti. E spesso queste masse di uomini votati a temporanea mobilità, vanno a creare centri artificiali di pròduzione, ove l’esistenza è precaria, spoglia di tutte le gioie della famiglia e della terra natale.

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In Francia i politici e gli scrittori si preoccuparono di cosiffatti danni, perocché ivi, più che in Italia, si avverino tali movimenti concentrici. Ma non è nostro scopo la disamina di questa quistione, e ci basterà di averla accennata, solo per necessità di distinzione.

Invece la emigrazione esterna o eccentrica, quella che rovescia in estero territorio i figli di una stessa patria, è lo scopo unico dei presenti studii. Sospinti da mille stimoli, tra i quali più spesso il bisogno, sedotti da mille lusinghe, tra le quali è prima la fiducia di migliorare il proprio stato, essi lasciano l'Europa, la patria e la famiglia (quando non la traggano seco) crociati della fame, pellegrini di quest'altra Mecca che è l'America, di questa moderna Canaan, che è il nuovo mondo.

Ecco, secondo il concetto che noi ci siam formato di tutte le emigrazioni umane, le sei principalissime cagioni alle quali esse mettono capo.

Se non che, come sopra accennammo, esse debbono andar distinte in forzate o spontanee.

Le emigrazioni forzate furono l'effetto del predominio che ebbero i vincitori sui vinti. Un tempo la monarchia assoluta di Spagna costrinse i Mori e gli Ebrei a cercarsi un'altra patria. Ed in epoche più recenti, anche per intolleranza religiosa furono espulsi gli Ebrei dalla Russia e dalla Rumenia. Nell'antichità alcuni mercanti di schiavi li comprano nei paesi ove la terra manca alle braccia, e li rivendono colà dove le braccia son domandate. Ecco stabilita una corrente di emigrazione forzata dai centri poco industriali, a quelli ove è più sviluppata l’industria.

Questo traffico infame e coatto si è perpetuato lungamente nel mondo, e ne sono ancora vivi i dolori e gli effetti.

Ma in generale, sia per cause politiche, religiose o economiche, le emigrazioni forzate furono sempre il diritto del più forte che schiaccia il debole per orgoglio, per odio, o per utilità.

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Questa violenza che si sostituisce allà ragione, che spezza i legami degli uomini, che viola le leggi dell'uguaglianza e della libertà umana, fu il portato delle società barbare o dei popoli altamente ambiziosi, i quali scontarono con la propria ruina queste grandi ingiustizie.

Per contro, le emigrazioni spontanee, furono ordinariamente determinate dalle altre indicate cagioni. Esse contrassegnano nella storia gli uomini liberi ed i popoli inciviliti. Senza grandi tesori di energia individuale, non avremmo avuti audaci navigatori intorno al nostro globo,  né gli arditi commerci degli europei con l'oriente e col nuovo mondo;  né le colonie andate oltre l'oceano avrebbero edificati quei grandi paesi americani;  né tanto movimento di uomini, di capitali e d'idee ravvicinerebbe oggi le più lontane parti della terra. Perciò questo abbandono che gli uomini fecero della patria in tutti i tempi, fu giustamente reputato un fatto sociale degno della maggiore attenzione.

La tendenza ad emigrare appena si volge verso una regione fissa, può mutare i principii degli antichi stati, e formare nuovi stati all’estero; può cambiare l'equilibrio politico dei popoli e variarne le condizioni economiche. Operarono a questo scopo così le colonie, come le isolate emigrazioni. Il progresso della civiltà fe' crescere le une e le altre, per modo che oggidì gli spostamenti degli uomini dai vecchi continenti al nuovo mondo, costituiscono pel loro numero una manifestazione sociale di altissima importanza. Spenti gli odi degli abitanti antichi contro gli stranieri che irrompevano da invasori; bandita quell'antica paura che avevan gli uomini di morire in terra straniera; aumentate le comunicazioni di terra e di mare; diminuite notevolmente le spese di viaggio; tutte queste ragioni contribuirono ad aumentare il moderno movimento cosmopolita, conseguenza, secondo alcuni, di un istinto latente nella natura umana ad emigrare, ma secondo che noi pensiamo, effetto delle presenti condizioni economiche del mondo.

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Ed ora non ci rimane che un'ultima distinzione, necessaria a definire il nostro subbietto.

L'uomo può lasciare la patria col proposito di ritornarvi dopo breve dimora in estero territorio, e questo provvisorio abbandono, sia esso volontario o coatto, a meno che non sia un semplice viaggio, come quelli studiati nel n° 3 di questo capitolo, dicesi esiglio. Conservasi intanto il legame colla terra natta, non si perde nessun diritto di cittadinanza e si carezzano i desideri e le speranze del ritorno.

Di tal natura erano le emigrazioni più sopra citate dei polacchi, dei francesi, dei danesi dello Schlewig settentrionale. Dispersi pel mondo, essi provarono le amare sofferenze dell'esigilo, ma confortate dalla speranza di ritornare vittoriosi nella terra ove nacquero.

Invece, se l'uomo lascia lo stato cui appartiene, coll'intenzione di stabilirsi in estero territorio, esportando colà un duplice capitale di danaro e di lavoro, questa è appunto l'emigrazione della quale noi ci occupiamo. Essa ha luogo allorché lavoratori o capitalisti credono poter migliorare la loro condizione in paesi che meglio rispondano alle proprie attitudini.

Non pertanto gli scrittori, e particolarmente i tedeschi, aggiungono a questa un'altra distinzione.

Essi dicono che per aversi vera emigrazione non basti allontanarsi dalla patria per stabilirsi altrove; ma sia necessario di rinunziare alla cittadinanza e ad ogni legame che ricongiunge l'uomo allo stato materno. Quando tale rinunzia non abbia luogo, allora la essenza di questo abbandono provvisorio è sempre esiglio; il quale può convertirsi in emigrazione sol quando si perdano i dritti di cittadinanza.

Noi non vogliamo impigliarci in siffatta quistione, la quale richiederebbe una minuta ricerca delle leggi di ciascun paese relative alle emigrazioni, nonché ai reggimenti delle colonie, per sapere se sia necessario che un emigrato debba spezzare ogni legame giuridico con lo stato materno, innanzi al quale si abbia a considerare come straniero.

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Per noi, se emigrazione economica vuol dire: esportazione di lavoro e di capitale; se cosiffatta quistione acquista la sua maggiore importanza per l’interesse sociale che vi si rannoda, non vediamo la necessità di più sottili ricerche. Oltre a che la distinzione nel fatto non sarebbe agevole, verificandosi assai di rado che un emigrante, con anticipata rinunzia, si chiuda per l’avvenire le porte della patria, ignaro dei casi che preparano alla sua vita le fortune dei lontani paesi ai quali si volge.

L'emigrazione può riuscire nel fatto temporanea o diffinitiva, può essere causa di danni o di vantaggi alla patria, come può seguire in modo spontaneo o coatto, ma per noi sarà sempre emigrazione, quante volte è esportazione di capitale e di lavoro alla terra straniera.

CAPO II.

L'Europa scopre l'America, e l'Europa la popola.

SOMMARIO

Da Colombo a Franklin; tre secoli e mezzo di scoperte nel nuovo mondo. —Stati Europei che sino a tutto il secolo XVIII colonizzarono l'America: Spagna, Portogallo, Olanda, Inghilterra, Francia, Danimarca, Svezia. — Come i varii paesi Americani sorgono con l'occupazione e lo sviluppo di quelle colonie. —Esse prosperano con l'affluenza degli europei e con lo spirito di libertà. — Regime politico, prodotti, commerci delle colonie. —Danni e vantaggi alle Metropoli. —Riepilogo.

Se le scoperte umane sono novelle vie, che il genio di un solo aprì al cammino della civiltà, una di quelle che dà maggiore diritto ai giusti orgogli dell’uomo, fu la scoperta del nuovo mondo. Le grandi invenzioni facilitarono le grandi scoperte; ma queste non sarebbero state possibili senza una potenza d'ingegno superiore ai tempi ed allo stato della scienza.

 L'invenzione della bussola, che sulla fine del XIII secolo rese immortale il nome di Flavio Gioja, offrì alla navigazione il mezzo di tentare nuove e più estese scoperte:

Nella seconda metà del secolo XV, i Portoghesi viaggiavano le coste d'Africa alla ricerca di nuove terre. Le Azzorre, le isole del Capo Verde, e il Capo di Buona Speranza girato da Bartolomeo Diaz, aumentarono la possibilità e la speranza di trovare un passaggio marittimo per le Indie Orientali. A quei tempi Genova e Venezia, regine dei loro mari, superbe de' loro commerci, splendore tra le repubbliche italiane, dominavano ancora i traffici del mondo. Il commercio con le Indie era tutto in mano di Venezia. Ma Genova, la sua potente rivale, batteva altre vie di Oriente.

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Sorgeva allora in mente ad un ardito genovese l'audace pensiero di navigare alla volta delle Indie per la strada di ponente. Quest'uomo non era mosso da ambizione o da spirito di ventura,  né da gelosie o da rivalità repubblicane. Egli, che precorreva ai suoi tempi, avea della figura della terra un concetto superiore alle cognizioni di allora. Questa fede lo comprese, lo dominò, gli agitò nell'animo la febbre di qualche grande scoperta, a cui poteva essere scopò od occasione la novella via delle Indie.

Sorge così nella storia la gigantesca figura di Cristoforo Colombo. Il suo progetto fece il giro d’Europa; Genova lo respinse, e lo respinsero i governi di Francia, d’Inghilterra e di Portogallo. Ma il genio ha fede, ed alle insistenze di Colombo cede Isabella di Spagna, la quale pone a disposizione di lui tre bastimenti con folta ciurma, per intraprendere l'ardito viaggio.

L'anno 1492 dell'èra volgare è data memorabile. Parte Colombo ai 3 di agosto, e pochi mesi dopo scopre l'isola da lui chiamata S. Salvadore o Guanahani; e poi Cuba ed Haiti (detta Hispaniola) ove lascia alcuni suoi fidi, per tornare in Ispagna a chiedere novelli aiuti. La Spagna tutta si commosse all'arrivo del fortunato navigante, ed egli rifece vela per l'isola di Haiti con una flotta di 17 bastimenti. Lo accompagnarono notevoli personaggi in questa seconda spedizione, nella quale scopri l'isola di Giammaica. Ritorna indi a poco in Ispagna, e ne riparte nuovamente per seguitare il trionfale cammino. Quel terzo viaggio segna la data in cui per la prima volta ad occhio europeo apparve il continente americano. Pria l'isola della Trinità, poi la foce dell'Orenoco, e la costa di quella terra, che oggi si chiama Columbia, sul nord dell'America meridionale. Con l'ansietà dei crescenti successi, egli scopre terre e fonda colonie, e più tardi il suo quarto viaggio fu coronato da più grandiose scoperte del nuovo continente.

Cristoforo Colombo venne al mondo ad attuare una missione provvidenziale.

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La terra degli antichi non eccedeva i confini delle tre vecchie regioni, se ne togli la conoscenza che Humboldt afferma aver avuta i Normanni nel secolo X della Groenlandia e del Labrador, come più sopra notammo. Ma fu Colombo che annunziò l'esistenza di un altro emisfero, la cui scoperta apri più largo campo alle conquiste della scienza, alla ricchezza del mondo, ed alla gloria degli uomini.

Una volta aperta la via, il percorrerla per esplorare nuove terre fu repentino ed universale desiderio sorto in tutt'i paesi d'Europa. Ben lunga è la storia delle successive scoperte. Essa registrò i nomi di Alonzo de Oyedo, che segui le coste della Columbia; di Sebastiano Cabotto, che scoprì le coste dell'America settentrionale dal Labrador alla Virginia; di Cabrai che nel 1550, spinto da una tempesta, scoprì il Brasile, in seguito ai successi ottenuti da Vasco de Gama, il quale era di recente passato alle Indie orientali pel Capo di Buona Speranza; di Ponzio di Leon, che scoprì la Florida; di Balboa che, attraversando l'istmo di Darien nel 1513, scoperse per la prima volta il mar Pacifico dalle vette dei monti presso Panama; di Ferdinando Magellano che nel 1519, navigando attorno alla estremità meridionale d’America, e traversando lo stretto da lui denominato, scoprì il passaggio alle Indie occidentali.

Intanto l'interno d’America veniva successivamente esplorato, ed in 20 anni dal 1520 al 1541, Cortez soggiogava il Messico, Pizzarro il Perù, Aubert scopriva il fiume S. Lorenzo, Cartier faceva il giro di Terranova, il pilota Ximenes scopriva la costa di California, e più tardi gl'inglesi Drake, Hudson e Baffin visitavano le contrade settentrionali.

Che un vasto Oceano separasse dall’Asia il nuovo continente, lo avea veduto Colombo. Rimaneva un dubbio ancora: se l’America nella sua parte Nord-Ovest fosse congiunta all'Asia. Questo dubbio lo tolsero i viaggi del cosacco Semen-Desnev, che nel 1649 navigò attorno la penisola dei Ciusci,

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e più tardi i viaggi del Capitano Beering, che nel 1726 dal fiume dei Camsciadali procedette alla stessa penisola a traverso lo stretto che egli chiamò dal suo nome.

Ed ecco come si disegnano sulla superficie del globo i due continenti Americani, bagnati dalle acque di quattro Oceani, traversati da' più grandi fiumi del mondo come il Niagara, l’Orenoco, il Mississipì, il Rio delle Amazzoni, il San Lorenzo, il Rio della Plata; interrotti da golfi, da baie, da isole, da arcipelaghi. Immenso continente, ricco di grandi tesori della natura, tesori riposti nelle viscere della terra, i quali non aspettavano altro che l'opera dell'uomo per aumentare la ricchezza del mondo!

È l'Europa dunque che ha la gloria della scoperta d'America, e spettava ad essa di compierne la ricerca.

Dopo il governo Spagnuolo che aiutò la prima spedizione, corsero i Francesi e gl'Inglesi e partecipare a questo zelo di avventure, ed alle scoperte seguirono le conquiste, alle conquiste le colonie, e sempre lo spirito di ricerca viaggiò le coste ed il continente.

Questa storia di circa quattro secoli, che si apre con Co lombo e si chiude con gli arditi viaggi di JoknFranklin e di MacClure verso le perigliose plaghe delle artiche regioni, è seminata di travagli, di avventure, d'ingiustizie e di iniquità. Due volte Colombo dovè interrompere i suoi meravigliosi viaggi, distrarre l’occhio da quei mari ove compiva la grande missione. La prima volta fu per tornare a Barcellona, ove la Corte di Spagna lo aspettava non coi plausi e le coróne, ma con le strane accuse di che era chiamato a scolparsi. La seconda volta fu trascinato carico di ferri prigione in Europa. Era troppo grave peccato la scoperta di un nuovo mondo, perché l'eroe di questo poema non dovesse in vita scontarne la pena. Ma la storia di America cominciò con un' ingiustizia assai grande. All’uomo che l'avea scoperta fu negato di battezzarla col proprio nome: suprema tra tutte le umane ingiustizie, perché suggellata dal tempo!

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Nell'anno 1506, nella terra di Spagna a lui tanto fatale, chiudeva Colombo la sua nobile vita, come si chiude quella di un malfattore!

Ed intanto a lui la storia preparava splendide pagine, e l'Europa più tardi ne benediceva la memoria, e la Patria riconoscente dopo tre secoli gli levava un monumento, e di lui fu scritto, come di un nuovo Creatore:

Unus erat mundus, duo sint, ait iste: fuere.

Ma non si accusino troppo quelle generazioni d'ingratitudine! Forse sarà fatale all’uomo il dolore nella vita, e la gloria di un nome dopo il sepolcro, coronato dalla tarda giustizia dei posteri! È storia vecchia, ma sempre nuova, quella di Dante, di Torquato, di Colombo, di Galileo, di Vico!

Colonie Spagnuole. — Ma se l’Europa ha scoverto l’America, l’Europa stessa l’ha popolata. Nel vasto continente Americano v'erano o contrade deserte, o contrade popolate da razze ignoranti, selvagge e pagane, come le nuove Indie. Nello spirito mistico di Colombo, nell’anima devota d’Isabella di Spagna, nelle rozze fantasie di Cortez e di Pizzarro, l'idea del proselitismo cattolico nacque insieme all’ambizione di colonizzare il nuovo continente. La stupenda opera del Prescott ha ormai chiarita questa efficacia che il sentimento religioso esercitò sulla fondazione delle colonie spagnuole. Avventurieri reclutati nell’esercito, rimasti senza impieghi alla fine delle guerre contro i Mori; reclutati fra i monaci ed i preti che correvano alla conversione degli indiani; e da ultimo fra i servitori della corona di Castiglia, avida di assoggettare l’America alla sua potestà; ecco il primo nucleo delle colonie spagnuole, alle quali più tardi mandarono il loro contingente le classi agricole, industriose e commerciali. La Spagna, secondo una felice espressione del Leroy—Beaulieu, aveva voluto fondare «une societé vieille dans une contrèe neuve»

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una società che veniva dai maggiorati e dalla sostituzione, dai privilegi e dai conventi, da tutte le anticaglie della vecchia Europa occidentale, uscente appena dalla feudalità. E queste anticaglie furono trapiantate nelle vergini contrade di America, ove gli Spagnuoli si agglomerarono principalmente nelle città. Loro occupazione era meno l’agricoltura, quanto la ricerca dell'oro e delle terre ove speravano di trovarlo. Con tale sistema coloniale rapida fu la conquista, ma lentamente crebbe la popolazione. Il Perù. nel 1556 non contava più di 6000 Spagnuoli, né il Messico più di 2000 famiglie Europee; infine nella metà del secolo XVI non vi erano più di 15000 Spagnuoli in tutto il nuovo mondo. Contribuirono a questa lentezza le leggi della patria contrarie ad una larga emigrazione. Queste restrizioni erano forse ispirate da un sentimento di diffidenza e di paura che contro il Governo d'America avea la corona di Castiglia. Perciò debole era a quei tempi la produzione delle colonie, come avviene in ogni paese ove la popolazione rifluisce alle città, e la maggioranza dei coloni non è di agricoltori, ma di oziosi, di speculatori e di funzionarii.

Nacquero così le notevoli città: di Lima, che nel mezzo del secolo XVIII contava 18000 bianchi; del Messico che nel 1790 aveva 50000 creoli e 23000 Spagnuoli. Ma il vizio principale di quelle colonie stava nei maggiorati. Le grandi, anzi straordinarie fortune riconcentrate in mano di pochi, impedivano che gli europei occupassero le campagne e progredisse l'agricoltura. Humboldt narra favolosi esempii di quelle fortune spagnuole, come del pari descrive la fiacca educazione di quella vecchia aristocrazia nelle nuove contrade, ove un viceré di Spagna diceva: «imparate a leggere, a scrivere e a dire le vostre preghiere; ecco tutto ciò che un Americano deve sapere. »

La colonizzazione spagnuola, pel modo come fu operata, produsse inegualità politiche secondo la differenza delle razze.

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La conquista avea unite insieme in America la razza europea e la indigena o Indiana, alle quali due s'era aggiunto l’elemento negro venuto dalla schiavitù. Invece di fondere queste razze, si conservarono le varietà fisiche, le quali crearono le separazioni di casta. La boria spagnuola dichiarava che un uomo della colonia se tenga per bianco quando nelle sue vene corresse non più di un sesto di sangue nero o indiano. Da ciò le gelosie di caste e le preferenze nelle cariche e negli onori, e la inferiorità legale e politica degl'Indiani che sili dai primi tempi della conquista furono preda della rapacità degli avventurieri spagnuoli.

Sotto il nuovo dominio variò la sorte degl'indiani. Sulle prime considerati come veri schiavi, più tardi come servi della gleba ed infine come uomini liberi. La storia registrò con indignazione i sacrifizii delle vittime Indiane ne'  primi tempi della colonizzazione Spagnuola. Ma quando la corona di Castiglia accordò loro il riparto delle terre, ove erano stabilite le colonie, fu raddolcita la loro condizione, benché la pietà dei costumi non seguitasse al favore delle leggi. Quelle terre concesse erano le famose encomiendas, di cui l'encomendero era vestito per due generazioni, e solo nel Messico per tre. Finito il tempo, le encomiendas tornavano alla corona.

Humboldt, Merival, Roscher, Leroy, hanno scritto i più minuti particolari di quelle istituzioni, e non è qui il caso di farne disamina.

Ma uno dei fatti più importanti della colonizzazione Spagnuola fu lo spirito delle missioni fondate nel XVII e XVIII secolo dal clero nel Paraguay, nella California ed altrove. Quelle missioni aveano tre scopi: convertire gl'Indiani al cristianesimo, dividerli dagli europei, e tenerli soggetti all'autorità della Spagna. Ad esse si associano il nome di Las Casas e l'opera dei Gesuiti. Erano degli stabilimenti con un organismo speciale, piccole società che provvedevano da sé stesse alla produzione ed all’esistenza degli associati. Il numero di costoro variava da 800 a 2000: nella California ve n'era una nel 1834 che contava 3000 Indiani.

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I missionarii ne regolavano il governo; i piccoli presidios erano i loro appoggi militari, forniti di cannoni e di uomini. Humboldt chiamò questi stabilimenti: stati intermedi fra le vere colonie ed il deserto.

Ecco in breve gli elementi che costituivano l'America spagnuola. La popolazione cominciò a dividersi secondo le speciali attrattive di ciascun paese. Nelle estreme contrade del Nord e del Sud, nelle provincie interne del Messico, ne'  pampas della Plata, le vaste pianure ed il dolce clima furono il richiamo di una popolazione pastorale, ove coloni di pura razza spagnuola attendevano con successo alla pastorizia. Era una colonizzazione utile all'Europa, a cui mandava le lane ed i cuoi pe' consumi delle sue fabbriche.

D'altra parte le regioni più fertili e vicine al mare come Guatimala e Venezuela, esportavano ¿prodotti de' climi tropicali: caffè, cotone, zucchero e cacao. E mentre i bianchi traevan ricchezze da questi prodotti delle loro piantagioni, i poveri Indiani misti ai negri sopportavano il fardello del lavoro manuale. La massa della popolazione e della ricchezza delle colonie spagnuole era sparsa in tutta l'estensione delle Cordigliere. Colà si stabilirono i primi avventurieri, colà scovrirono quelle immense ricchezze metalliche colle quali abbagliarono il mondo. Il Messico, la nuova Granata, Quito e l'alto Perù furono il teatro della loro azione.

L'organamento politico dell'America Spagnuola, governata da Viceré e da Capitani-Generali, con pienezza di autorità reale, era un sistema di lusso corruttore, che fu condannato da gravi scrittori e segnatamente da Adamo Smith, il quale nota come la solidità delle colonie sia fondata sul risparmio, sulla semplicità dei costumi e sull'uguaglianza delle condizioni. La Spagna non vi portò nessuna di queste qualità. Vi portò invece i vizii dei governi incapaci e diffidenti, cioè, il mistero ed il sospetto come norma dell'amministrazione. Gli storici ed i viaggiatori narrono episodii spaventevoli di quel sistema, oppressivo dalle inquisizioni della polizia sino alla tenebrosa costituzione della chiesa.

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Interrogate Adamo Smith e vi dirà che a questa egemonia dell’elemento sacerdotale le Colonie spagnuole debbono la loro inferiorità sulle altre d’America. La Chiesa soggetta politicamente alla monarchia di Spagna, economicamente opprimeva la colonia. Interrogate Humboldt (1) e vi dirà quanto vi fosse sviluppata la mano morta, e come incatenata la proprietà fondiaria. Conventi senza fine a Lima ed al Messico, dove nel 1644 v'erano 6000 ecclesiastici oltre i bisogni delle numerose Chiese. Questa condizione di cose dovea necessariamente ritardare lo sviluppo dell'agricoltura ed i progressi delle industrie e dei commerci.

Si opponevano benanche a siffatto sviluppo le leggi che regolavano il sistema coloniale. L'isolamento delle colonie da ogni estero contatto proibiva il commercio con gli stranieri se non per concessioni; ai contravventori la confisca e la pena di morte. Erano leggi draconiane, per farsi un concetto delle quali bisognerebbe leggere nei citati scrittori la sorte toccata alle navi straniere che si avvicinavano alle coste di quelle colonie. Basti ricordare che i Francesi, i quali dal 1564 al 67 visitarono la Florida, furono tutti uccisi dagli spagnuoli. Il Santo Uffizio e il dispotismo non poteano produrre la prosperità delle colonie, come giustamente nota l’Heeren, ma invece la corruzione, il malessere, la ingiustizia. L'America fu per la Spagna un aumento di potenza. Carlo V e Filippo II trassero dalle colonie risorse pecuniarie che a quel tempo i re di Francia o di Inghilterra non poteano procurarsi senza l'oppressione de' loro sudditi. Per altri principi quelle risorse sarebbero state elementi di potenza ragionevole; ma per essi furono argomenti di superbia e di ambizione dominatrice. Sprezzarono l'industria di casa loro, e rivolsero tutti i loro sguardi alle miniere di America, di cui esagerarono le ricchezze. Se in luogo di quel dellrio la Spagna avesse ragionato, se invece di quelle leggi restrittive e feroci, ne avesse avute di libere ed umane, le sue colonie avrebbero creato industria, commercio, marina, e con tali elementi, la ricchezza e la potenza vera di uno Stato.

(1) Nouvelle Espagne t. 2.

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E venne il momento in cui la Spagna comprese i suoi passati errori: fu al principio del secolo XVIII quando si trovò di fronte all’Inghilterra. Quando vide le navi mercantili Inglesi e di Olanda, leggere, rapide, che a drappelli correvano incontro ai traffici con l'America, ella si accorse che si trovava nel secolo XVIII nelle istesse condizioni in cui era nel secolo XVI.

Dal punto di vista economico, come vedemmo testé, le colonie Spagnuole offrirono il contrasto di enormi ricchezze nelle mani di pochi e di miseria pei molti, stante la penuria degli uomini laboriosi.

Dal punto di vista morale, il lusso dei fortunati avventurieri, il gran numero dei funzionarli  largamente pagati, il contrabbando protetto ed aiutato, ed il lusso e la vanità filtrata negli animi e generatrice della, corruzione, fecero a dire a Cervantes: che lo Spagnuolo il quale voglia riuscire, corra all'armata, alla Corte od alle colonie Americane.

Questo falso sistema coloniale finì per impoverire ad un tempo le colonie e la madre patria, ritardò lo sviluppo delle une, ed affrettò la decadenza delle altre.

Colonie Portoghesi. —I Portoghesi, dimostramnio più sopra, ebbero tanta parte nelle scoperte d’America, come pria l'aveano avuta nelle fortunate peregrinazioni in Africa ed in Oriente. Così quel piccolo paese che è il Portogallo acquistò dritto ad una celebrata fama, e diffuse l'esuberanza della popolazione in tutte le contrade che avea scoperte. Spirito di avventura, avidità di ricchezza o propaganda cristiana, forse tutte e tre queste cagioni, li spinsero ai più lontani paesi del mondo. Le coste d'Africa furono le prime tappe di questo lungo viaggio e vi fondarono notevoli stabilimenti. Più tardi abbandonarono quelle coste alle colonie de' condannati, e traversando il capo di Buona Speranza, volsero le prore delle navi alle Indie ed ambirono al monopolio del commercio con l'Oriente, reclamando questo dritto esclusivo dopo che Diaz e Gama aveano scoverto quella nuova via.

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Questa politica gelosa ispirò le loro prime colonie commerciali. Era lo stesso principio del mare clausum, che, come dimostra il Roscher, avea governato il commercio degli antichi ed in particolare dei Fenicii. L'Arabia, la Persia, la China, il Giappone, le Indie, l'Egitto e le isole della Sonda, infine gran parte di Asia, Africa ed Oceania, ecco il vasto campo dell’attività commerciale Portoghese.

I loro legami con tutti questi paesi aveano l'indole più del commercio che della colonia, non perché mancasse ai Portoghesi la volontà di accasarvisi, ma per le lotte che doveano subire, onde le loro guerre con gl'indigeni. E d’altra parte quando nelle Indie essi stabilirono un governo, i vizii della società Portoghese non tardarono a manifestarsi a scapito del prestigio della madre patria. Peggio che in Ispagna erano demoralizzate in Portogallo le classi superiori della società; comuni le abitudini della rapacità e della violenza, ed il disordine interno riverberando sulle lontane contrade, comprometteva la esistenza della patria e delle colonie.

L'unione del Portogallo alla Spagna, la quale era già infatuata pe' suoi successi in America, accelerò una fine inevitabile. La potenza Portoghese in Oriente cadde rapidamente sotto il peso degli errori e dei vizii per cedere il posto all’Inghilterra ed all’Olanda che ne ereditarono il dominio. Eppure il Portogallo che vittima nelle Indie di una politica ambiziosa e gelosa, ed in Africa del vergognoso commercio de' negri, come vedremo in seguito, seppe fondare in America una colonia che pose durevoli radici.

Diverga dalla Spagnuola quella colonizzazione s'avvicina al sistema Inglese. Invece delle concessioni di terre essa offri la facile appropriazione delle terre fertili. Quando l’organismo di una colonia non precede ma segue lo sviluppo dell’immigrazione, allora la colonia può divenire operoso centro di attività.

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Così avvenne nel Brasile, ove la straordinaria ricchezza del suolo e l'indole de' nuovi abitatori coloni, in parte ebrei, gente laboriosa ed industre, ed in parte condannati, gente avventuriera ed ardita, si prestavano ai rapidi sviluppi di una colonia agricola ed operaia. La popolazione indigena che questi nuovi venuti trovarono nel Brasile, era di poveri Indiani, e non tardarono a ridurli alla schiavitù. Il governo portoghese proibì più volte per decreti che si prendessero schiavi gl'Indiani, ma queste leggi furono violate dai coloni sui quali debole era l’autorità della metropoli. Allora la celebre compagnia de' Gesuiti fondò ne'  villaggi del Brasile vasti stabilimenti ne'  quali furono trasportati 200,000 Indiani, che abitavano come schiavi il territorio occupato dai coloni. Costoro non rispettarono neppure questo nuovo decreto ed il governo di Lisbona dovette nuovamente intervenire per proteggere gl'indigeni. La schiavitù di questi disgraziati si protrasse fino all'anno 1775, quando fu sostituita dalla vergognosa tratta de' negri, come vedremo nel corso di questi studii.

Ad onta di tutto ciò la colonia Portoghese-Brasiliana prosperava notevolmente. Il commercio del Brasile era, come quello dell’America Spagnuola, sottoposto al regime delle carovane regolari; ma i regolamenti portoghesi rendevano questo regime meno oppressivo che non fosse per le colonie spagnuole. Infatti da Lisbona avea sei tappe nei porti di Americo e que sta maggior larghezza permise al Portogallo che solo il commercio col Brasile gli rendesse più che quello di tutta Europa.

Ma alla metà del secolo passato a queste carovane vennero sostituite le compagnie privilegiate, riforma del celebre Ministro Portoghese il Marchese di Pombal, il quale benché fosse uno degli spiriti più liberali del suo tempo, era però nemico delle carovane commerciali.

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Quelle compagnie furono giustamente condannate da Adamo Smith, da Heeren, e da tutte le nazioni di Europa che in quel momento appunto le proscrivevano. Ed il Brasile ne risentì i funesti effetti. Diminuita la produzione delle colonie, indebolito il commercio, ecco le conseguenze prodotte da' monopolii e dai privilegi di che fu tenero il Ministro Portoghese.

Mentre così decadevano le provincie settentrionali del Brasile, nelle aride Sierras del centro, verso l’anno 1700 i condannati alla deportazione e gl'indiani, scoprivano le miniere di diamanti. I primi con i loro desiderii avventurieri ed indipendenti, i secondi con la loro selvaggia energia, divennero intrepidi ed esperti minatori. Per circa un secolo essi han conservato un carattere affatto indipendente, sottraendosi all’autorità del governo Brasiliano. Ed il governo talora abbandonò ai particolari, mediante un dritto del .°0 la ricerca delle miniere, ed altra volta ne concesse il privilegio a singole compagnie, sorvegliandole però gelosamente. È notevole che mentre il Portogallo avea interesse a limitare la quantità dei diamanti, che le sue miniere fornivano all’Europa, ogni minatore cercava di aumentare come individuo la sua particolare produzione. L'America sperimentò quanto sia folle ogni tentativo per restringere la produzione degli oggetti preziosi. I Portoghesi rinnegando questo vecchio principio economico, caddero in una odiosa tirannia, avendo dovuto punire il contrabbando di questo facile commercio con la pena di morte, ed isolare le miniere da ogni contatto con l’abitato.

Queste misure di rigore non fecero certamente prosperare la colonia, la quale perdè con tali restrizioni gli utili che le avrebbe assicurata una più larga esportazione. Uno scrittore molto competente, il signor Eschwege, calcolò che il valore del diamante lavorato in 80 anni, ascendeva appena al prodotto di 18 mesi di piantagioni di zucchero e caffè nella immensa fertilità del Brasile.

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Questo calcolo non torna ad elogio del sistema Portoghese, e proverebbe d’altra parte le illusioni de' politici di tutte le età, che si esagerarono la superiorità delle miniere e de' metalli preziosi sugli splendidi prodotti delle industrie agricole.

Il Portogallo nella transizione dal passato al nostro secolo, seguì in tutt'i conflitti d Europa il destino dell’Inghilterra eh' era padrona de' mari. Così la libera circolazione tra Lisbona e le colonie non fu mai interrotta, ed il Brasile guadagnò anzicché perdere nella guerra marittima degli Europei. Ma quando la colonia fu matura per la indipendenza, e la patria, piccola ed impotente, comprese che sarebbe stato vano il resistere, il Brasile si emancipò senza scosse e senza violenze. Staccato il ramo dal tronco, il ramo ingrandì e prosperò.

Questi rapidi ricordi bastano a provare quanta parte ebbe il Portogallo nella storia delle colonie e dei commerci.

La colonia portoghese al Brasile pose quella vasta contrada in condizioni di creare colla pazienza e col lavoro uno stato ricco ed industrioso. Questo splendido risultato va dovuto al sentimento di libertà, che, anche in mezzo agli errori ed ai difetti, figli dei tempi, animò la colonizzazione portoghese. Non esagerati regolamenti, non la potenza della mano morta, come vedemmo in Ispagna, e solo il monopolio e le restrizioni commerciali limitavano il principio di libertà.

Se il governo non impedì la schiavitù degl'indiani, la tentò almeno, ed ebbe il merito delle intenzioni. Questa condizione di cose, che aveva per base l’abbondanza di fertili terreni, permise alla colonia di farsi adulta ed emanciparsi senza scosse.

Oggi il Brasile è un vasto impero, ricco di prodotti, di commerci, di avvenire. Rio laniero sua capitale è una delle più importanti città americane. Le sue ricchezze sono il richiamo degli europei, come studieremo più innanzi.

Colonie Olandesi. — Tra le colonie anteriori al nostro secolo, non può andare dimenticato il popolo Olandese.

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Quella piccola nazione, piena di operosità e di vita, non poteva contentarsi del suo ristretto territorio e del mare che la circondava. Essa si slanciò nell’Oriente ponendo a profitto la navigazione in cui era maestra. L'Asia fu il teatro della sua attività ed i mari dell'India, della China e del Giappone furono frequentati dalle sue navi, emulando anzi superando la potenza della Spagna e del Portogallo, perocché essa non ebbe lo spirito di propaganda religiosa, né sentì lo stimolo della gloria, se non congiunta alla ricchezza guadagnata con la operosità dei suoi traffici.

Questa Nazione creò nel 1602 la celebre compagnia delle Indie Orientali, quando per lo stato economico delle società europee, erano in voga le grandi compagnie privilegiate che concentravano il monopolio del commercio. L'Olanda incoraggiata dai primi successi di quella compagnia, ne fondò un altra per le Indie Occidentali, che ottenne nel 1621 il privilegio del traffico con tutta l’America, da Terranova sino al mare del Sud, col diritto di fondare colonie e fabbricare fortezze nelle contrade inabitate. Duplice fu lo scopo di questa seconda compagnia: fare il contrabando con le colonie spagnuole e creare stabilimenti agricoli e di piantagioni. Impadronitasi alle Antille delle piccole isole di Curacao e di S. Eustachio, la Compagnia potette fare sopra vasta scala questo furtivo commercio col continente americano. Nondimeno in mezzo a tanti guadagni la Compagnia compromise la sua situazione. Pensò di rivolgersi al Brasile, e dal 1630 al 1640 vi conquistò importanti provincie; ma forzata dai Brasiliani stessi ad abbandonare quegli stabilimenti, essa non potette più dividere utili ai suoi azionisti, e 30 anni dopo fu costretta a vendere tutto ciò che le apparteneva. «La pirateria e le guerre — disse con ragione l’Heeren,— sono mezzi poco solidi per fondare grandi stabilimenti commerciali».

Questa compagnia aveva fondato al Nord una colonia agricola: fu lo stabilimento che più tardi divenne New York.

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E mentre la vicina Nuova Inghilterra faceva rapidi progressi, quel tentativo di colonia che fu la Nuova Amsterdam, non lasciava neanche prevedere la futura grandezza e l'opulenza di New York.

Nei secoli XVII e XVIII il genio Olandese avea saputo largamente operare a Batavia, alle isole della Sonda e delle Molucche, e finalmente a Giava, il cui sviluppo segnò la fine della celebre compagnia delle Indie Orientali.

In America, oltre di Curacao e S. Eustachio, gli Olandesi colonizzarono successivamente le isole di San Martino, Saba Bonario. E su tutte queste colonie, più ricca ed importante divenne quella di Surinam, parte della Gujana olandese, regione situata al Nord-Est dell’America meridionale.

Il Malouet ha narrata coi più interessanti particolari la storia di questa colonia, fondata dai protestanti francesi nel 1634, indi occupata degl'inglesi, dissodata dagli ebrei, e posseduta da ultimo nel 1667 dagli Olandesi, che tre volte la perdettero e la riacquistarono.

La natura dotò questo popolo di eccellenti qualità; popolo attivo, energico, tenace; l'educazione sviluppò il suo spirito di moderazione e di ordine; ma se dopo tanti sforzi, l'Olanda non è giunta a fondare  né in Asia  né in America durevoli ed opulenti colonie, alle quali pure avrebbe avuto dritto, non deve incolparne  né la sorte  né le ingiustizie umane, ma unicamente la sua soverchia persistenza negli erronei sistemi economici che accennammo, il privilegio e il monopolio.

Colonie Inglesi. — Un pò più tardi delle precedenti nazioni coloniali, ma con insuperata stabilità di successo, entrò l'Inghilterra nella via delle colonie. In quel periodo che corse sotto il regno di Elisabetta dal XV al XVI secolo; l'edifizio sociale inglese fu scosso da una profonda crisi economica. I repentini e generali cambiamenti nella coltura delle terre, la sciarono un' immensa quantità di agricoltori senza pane.

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Depreziati i metalli preziosi dopo le scoverte delle miniere d'America, bambina ancora l'industria, soppressi i conventi e la proprietà di manomorta, dalla cui elemosina le classi povere erano soccorse; ecco le cause di quel profondo malessere sotto il regno di Elisabetta. Questo interessante periodo della storia inglese fu con minuta analisi raccolto nei libri di William Jacob, del Roscher, e del Gran Cancelliere d'Inghilterra Bacone.

Nacque da questa crisi la colonizzazione inglese verso i principii del decimosesto secolo. La quale fu iniziatrice di una nuova èra di successi politici ed economici, prosperi ai nuovi paesi ed alla madre patria.

Gli avventurieri inglesi a differenza degli spagnuoli e dei portoghesi erano animati da uno spirito pratico e positivo. Forze esuberanti: alla patria, esse avevan bisogno di terre vergini, di posizioni marittime atte alla difesa nonché ai traffici dei prodotti. Cercavano un clima temperato, provveduto di acqua dolce e di provvisioni naturali. Cercavano combustibili e materiali per fabbricare, nonché un suolo adatto alla coltura della vite, dell’ulivo e della canna di zucchero.

Questi erano i consigli di tutti gli uomini eminenti del regno di Elisabetta, fra i quali Carlyle e Pechham, per una buona colonizzazione; erano queste le idee di quel grande ingegno di Bacone nel suo libro Essay on plantations. Così mentre gli spagnuoli e i portoghesi si dirigevano a popolate contrade per trarre partito dalle ricchezze esistenti, gl'inglesi chiedevano terre vacanti, dove l'opera dell’uomo aiutata dalla natura potesse assicurare una futura ricchezza. Con questa varietà di concetti si spiegano i commerci dei portoghesi alle Indie orientali e al Brasile, la facile esplorazione delle miniere che nell'America centrale e meridionale fecero gli avventurieri della Castiglia, e la occupazione degl'inglesi nelle immense contrade del Nord, prive di abitatori e di coltura, ove un giorno doveva sorgere la più grande colonia del mondo.

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La posizione geografica dell’America inglese rispondeva alle teorie di Bacone ed all’indole 4el popolo che doveva abitarla. Grandi fiumi come il Mississipi e il San Lorenzo, facilità per la navigazione, vicinanza con l’Europa, vaste pianure e tesori naturali d'ogni maniera, rendevano l'America del Nord degna della energia e dello spirito di libertà del popolo inglese. Quanta differenza tra il Nord ed il Sud d'America, tra le colonie inglesi e le spagnuole! Può dirsi che le diversità create dalla natura in queste due contrade americane, furono suggellate dalle diverse attitudini dei popoli che le colonizzarono.

Le colonie inglesi furon divise in tre classi; colonie di pròprietarii, (proprietary colony) colonie a charte, e colonie della Corona.

Le prime erano fondate da particolari appartenenti alle classi elevate della nazione, e che avevano ottenuto dalla Corona lo esercizio dei diritti di sovranità nei paesi ove si stabilirono.  Le colonie a charte risalgono invece alle compagnie privilegiate dei negozianti.

Le colonie della Corona da ultimo erano quelle in cui gli emigrati, senza appoggio dei signori o delle Compagnie, avevano creati stabilimenti con le sole forze individuali. Sulle prime esse furono un'eccezione, ma presto divennero la regola per gli sforzi perseveranti del governo inglese a ridurre in colonie della Corona le altre due che abbiamo accennate.

L'Inghilterra lasciò piena libertà alla fondazione ed allo svolgimento delle sue colonie. Ed anche la sua ingerenza nella loro interna amministrazione fu limitatissima. Però questa differenza di origini trasse differenze di regime interno per lo spirito e la tendenza delle colonie. Quelle dei proprietarii conservarono lungamente un carattere aristocratico, sviluppandosi con la protezione e le risorse dei gran signori. , che le avevan fondate. Invece tendenze più radicali e democratiche ebbero le altre due forme, tanto che le colonie a charte si emanciparono presto dalle Compagnie privilegiate onde avevano origine.

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Il Merival e il Roscher ricercarono con diligenti studii quali di queste forme fosse stata più favorevole allo sviluppo delle colonie inglesi. Quelle delle compagnie prosperarono più sollecitamente, perché godevano di una maggiore libertà. Le altre, nelle quali i proprietarii cercarono di far valere i loro diritti, andarono più lente, ma con l'abbondanza dei capitali, e con la protezione e direzione unica dei signori, anche esse col tempo prosperarono.

La proprietary cobny fu tentata la prima volta nel 1518 dal Sir Gilbert. Egli aveva ottenuto per patente reale la proprietà di tutte le terre che scopriva, a condizione di fondarvi in sei anni una colonia. Ai coloni concessi tutti i diritti dei cittadini inglesi, ed al lord proprietario pienezza di poteri legislativi, esecutivi e giudiziarii sopra un territorio di 200 leghe quadrate. Una simile patente per la Virginia ebbe pochi anni dopo il Raleighe, ma la sua impresa, costata 40 mila sterline, fu priva di risultati. Mezzo secolo dopo, nel 1632, lord Baltimore riusciva meglio al Maryland. La sua colonia prosperò benché sotto un organismo aristocratico che accordava al lord proprietario piena disposizione delle terre con diritto di creare baroni, dichiarare la guerra, far grazie, imporre tributi, nominare gli ufficii. Ma tutto questo non poteva farlo senza il consenso dei coloni, ai quali non era negata d’altronde la maggior libertà, che è negli istinti del popolo inglese. Nel 1691 Guglielmo III trasformò il Maryland in una crouvn colony, riforma poco innanzi tentata da Giacomo II per le difficoltà che al capo della colonia aveva creato lo spirito democratico dei coloni. Essi continuarono ad amministrarsi da sè ed aumentò maggiormente la loro prosperità.

Il territorio della Carolina con tutte le contrade all’Ovest sino al mare del Sud, fu concesso da Carlo II nel 1665 ad otto grandi personaggi, tra i quali Clarendon e Monke. Questi nuovi proprietarii ebbero gli stessi diritti accordati a lord Baltimore, solo entrarono in una via più liberale per attirare i coloni.

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Promisero leggi fatte da una Camera di Rappresentanti, ed eseguite da un consiglio di governo: l’una e l'altro eletti dai coloni nonché limitazione dell’imposta fondiaria. Con queste istituzioni liberali la democrazia trionfò nella Carolina come al Maryland degli eccessi dei proprietarii.

Siffatto spirito di democrazia animò sin dai primordii la colonizzazione inglese in America; e nuovo esempio ne offri la democratica costituzione che accordò alla sua colonia William Penn nel 1681. Questo spirito vinse anche il favoritismo delle corti, che nel secolo XVII pensarono di accordare ai loro protetti le colonie già fondate, come si accordava un feudo. Così fu data Nèw York e Néw Jersey al duca di Jork che poi divenne Giacomo II. Ma sia pel governo dispotico che questo vi introdusse, sia perché non era facile reprimere il bisogno di libertà dei coloni inglesi, lo spirito democratico finì per trionfare.

In generale in tutte le colonie inglesi divenne uggiosa la potenza dei proprietarii. Il nuovo governo venuto in Inghilterra nel 1688 tenne conto di questi reclami, i quali furono discussi più volte alla Camera dei Comuni. Ma i coloni non voleano saperne, ed una rivoluzione del popolo della Carolina nel 1720 rovesciò il potere politico ed amministrativo dei proprietarii.

L'origine della colonia a charte, come dicemmo, risale alle compagnie privilegiate. Erano corporazioni composte di lords, di cavalieri e di mercanti. Le due principali furono nel 1606 riformate da Giacomo I, una detta London Adventurers, l'altra Plimounths adventurers; destinate a colonizzare due diverse contrade degli Stati Uniti. Dapprima esse non promettevano di prosperare pei vizii della loro costituzione, come erano: i dritti della Corona sulle miniere, la dipendenza delle colonie da un consiglio supremo stabilito in Inghilterra, i poteri dei governatori locali, il silenzio sui dritti dei coloni.

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Uno dei meriti del governo inglese fu sempre di non persistere nei suoi errori: l’organismo delle compagnie fu emendato e ristabilito con principii democratici: ma la libertà che ne seguì fu tanta, che nel 1621 Giacomo I offeso dalle soverchie facoltà attribuitesi dall’Assemblea della Virginia, soppresse la compagnia — ed i coloni salvarono la loro libertà.

Più democratiche furono le istituzioni della Compagnia dell'Inghilterra Occidentale. La fondarono nel 1620 gli emigrati puritani che colle sole loro risorse avevano stabilito un governo tutto repubblicano nel paese tra il 41° e il 43° grado di latitudine.

Nel 1629 surse una terza Compagnia detta della baia di Massachussets. Lo spirito liberale progrediva, ed essa ottenne da Carlo I il diritto di potersi governare a suo modo, a condizione che gli atti delle colonie non fossero contrarii alle leggi d'Inghilterra. Da questa Compagnia si staccarono più tardi due piccole colonie, il Connecticut e il RhodIsland, e separate, acquistarono maggiori diritti, anzi un'assoluta indipendenza, che permise loro di prosperare rapidamente.

Attraverso tutte queste trasformazioni, che abbiamo appena accennate, vi ha un concetto che predomina nelle varie forme delle colonie Inglesi. Ed è che tutte godettero in una larga misura del diritto di governarsi da sè medesime, e col maggiore spirito di libertà. Ogni colonia ebbe diritto alla propria iniziativa.

Dappertutto gli emigrati inglesi ed i loro discendenti, godettero le prerogative dei cittadini di Inghilterra. Il giudice di pace e il giurì, le istituzioni politiche di questo gran paese, furono trasportate in quelle colonie, ove esse si perfezionarono maggiormente, senza l’ostacolo dei cattivi elementi che in patria; ne perturbavano lo sviluppo. Infine questo organismo delle colonie inglesi era semplice e completo ad un tempo, assicurava le garanzie dei cittadini e la potenza della patria, ebbe i germi che dovean produrre grande sviluppo di popolazione, di civiltà e di ricchezza.

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Lo studio della colonizzazione inglese dovrebbe richiamare la maggiore attenzione di tutti i politici di Europa. Non solo la costituzione politica, ma anche, e forse di più, le istituzioni economiche produssero questi splendidi risultati.

«Ciò che fa la prosperità delle società nuove — dice il Leroy — è, oltre al diritto di amministrarsi, un buon regime di appropriazione di terre, un sistema successorio, che favorisca l’eguaglianza delle condizioni, e la trasmissione «rapida dei beni: in terzo luogo la moderazione dei tributi € e il buon mercato del governo (1).

Sotto questi rapporti le colonie inglesi vinsero quelle delle altre nazioni.

L'Inghilterra lasciava tutte le terre vacanti a disposizione dei proprietarii fondatori, delle compagnie di commercio o. delle assemblee coloniali. Sulle prime i coloni coltivarono le terre circostanti ai loro villaggi. Riuniti in comune riproducevano T'aspetto di una contea inglese. Ma da questa primitiva coltura essi si allontanarono a misura che si inoltrarono nell’interno dei paesi.

Il dominio della colonizzazione si estese coli' arrivo dei nuovi emigrati e coi passaggi in altre terre dei primi coloni. Nessuno ostacolo impediva questi passaggi, come vedemmo accadere pei coloni spagnuoli e portoghesi. Il colono inglese era libero di andar dovunque, e trovava terre ad occupare, mediante un piccolo censo, o un modico prezzo pagato innanzi. Erano loro sconosciuti tutti gli ostacoli alla libera circolazione dei beni: sostituzioni, maggiorati, manomorta. Invece erano facilitate le alienazioni, e non erano neppure inalienabili le grandi concessioni di terre che a titolo grazioso, o in seguito di vendita, possedevano alcuni ricchi signori. Si formarono cosi le proprietà colossali, e queste mutarono padroni e si, trasformarono, e frazionarono sotto l'influsso della maggiore libertà.

(1) LeroyBeaulieu. La colonitation des peuples modernes p. 109.

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Alla libertà congiunta la scienza e la perpetuità, ecco le tre condizioni di quel sistema. Queste due ultime prerogative dipendevano non solo dall’acquisizione dei beni, ma anche dalla forma minuziosa dei titoli di acquisto. È naturale che quel metodo non aveva certo la perfezione del moderno sistema di Wakefield in Australia. Ma sono innegabili i grandi vantaggi che produsse all'America inglese, e gli scrittori concordemente riconoscono che nessuna colonizzazione europea antica o moderna ebbe un sistema pari a questo per la distribuzione delle terre incolte. Eppure con questo sistema si distribuivano le terre nella Virginia, al Maryland ed in altre colonie inglesi, due secoli prima di Wakefield e della teoria del suflìcient price!....

Il sistema di successione era basato sulla eguaglianza. Nella Pensilvania non vi era neanche il diritto di primogenitura che altre colonie inglesi avevano ereditato dalla madre patria; ma in generale non caste, non privilegiati, ma tutt'i coloni liberi nella disposizione delle terre.

I tributi erano lievissimi, perocché l'Inghilterra non chiedeva nulla alle sue colonie, quantunque la quistione di tassare i coloni fosse più volte portata innanzi alla camera dei comuni. Le ragioni di questa politica ci sembrano riassunte nelle seguenti notevoli parole del ministro Walpole: «il mio principio è di eccitare quanto più possibile il commercio degli americani: bisogna chiudere gli occhi sulle irregolarità che presenta, poiché se per la prosperità del loro commercio essi guadagnano 500 mila sterline, io ho la convinzione che prima di due anni la metà di questo guadagno verrà a cadere nelle casse di Sua Maestà pei prodotti della madre patria che sono esportati per l’America in quantità inaudite. Più gli americani estendono il loro commercio straniero, più essi hanno bisogno dei nostri prodotti; è questa la miglior maniera di tassare le colonie.»

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Ecco la politica che l’Inghilterra seguì costantemente sino alla fine del secolo XVIII. E poiché gli angloamericani avevano acquistati abitudini di parsimonia nelle spese del loro governo civile, è chiaro che le imposte dovevano essere inavvertite.

Da questa rapida rassegna sull’organismo delle colonie inglesi, parrà chiaro come esse avevano tutte le virtù per attirare una numerosa emigrazione dalla madre patria. Quando oltre l’oceano gl'inglesi sapevano di avere una nuova patria ricca di tutti i tesori della natura e della civiltà, vi era già il fatto esterno che invogliava ad emigrare. Ma quando per gl'inglesi si verificarono quelle ragioni di malessere, che più sopra accennammo, e sopravvennero i turbamenti politici e le esaltazioni religiose, vi fu allora un fatto interno che li spingeva a lasciare la patria, ed a migliaia presero la via della loro America, il paese delle libertà economiche, politiche e religiose.

La emigrazione inglese fu nei primi tempi assai considerevole. Il Merival afferma che la Barbada, piccola isola inglese, appena 25 anni dopo la sua occupazione, cioè nel 1650, si popolò di 50 mila bianchi.

Il Maryland nei primi 20 anni dalla sua fondazione contava 12 mila coloni, e del pari il territorio del Mastanchussets rigurgitava talmente di europei, che costoro dovettero dalla baia rovesciarsi nei paesi vicini 20 anni dopo lo stabilimento della sua colonia.

Ma queste correnti di uomini che venivano dall’atlantico a popolare il nuovo mondo, se bastavano in alcuni paesi; in altri, per la estensione del territorio, erano insufficienti. Le giovani contrade sentivano la febbre di popolarsi in proporzione del suolo ed i coloni chiedevano all'Inghilterra nuovi compatriotti, Allora due mezzi furono adoperati.

Uno di essi fu la deportazione dei condannati: Cromwell aveva immaginato di vendere ai piantatori delle Indie occidentali i condannati politici.

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Giacomo II, attuando questo pensiero, vendè, per 10 o 15 scellini ognuno, gli scontenti compromessi nella cospirazione di Monmouth.

La deportazione in America dei condannati per reati comuni, divenne nel secolo XVIII un fatto normale. Ma le colonie penali dei convicts nella Virginia, nel Maryland ed in altri paesi angloamericani eccitarono i reclami dei coloni operosi ed onesti, per la pericolosa influenza che quelli esercitano sui costumi.

L'altro mezzo fu la immigrazione degli intented servants, cioè europei liberi, reclutati da speculatori americani in Inghilterra o in Germania, ed ai quali essi anticipavano le spese di emigrazione, mediante una specie di servitù personale temporanea. Le compagnie che innanzi studiammo, ne incettavano il maggior numero, ma la esperienza dimostrò i vizii di questo sistema, il quale in teoria pareva accettabile, ma nella pratica fu vessatorio ed iniquo, e lungi dal dare i risultati che se ne speravano, fu cagione di turbamenti nel governo delle colonie. Questi infelici erano in generale trascinati ad una nuova specie di galera; la loro libertà era incatenata da un contratto inumano, e il più delle volte forzato!

Il servaggio di questi infelici europei, fu una macchia nel quadro brillante delle colonie angloamericane. Ma sventuratamente non fu la sola macchia: esse si resero colpevoli dello sterminio degl'indiani, che trattarono senza niun sentimento di giustizia e di umanità, a differenza degli spagnuoli, che li avevano convertiti e tutelati. E commisero un delltto anche più grave, con la schiavitù e la tratta dei negri, di che ci occuperemo più tardi.

Colonie francesi. — La Francia occupa anche essa il suo posto nella storia delle scoperte e delle colonie americane.

Jules Duval tentò di riportare lés premieres ereations coloniales de la France al regno di Carlo V, cioè al secolo XIV.

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Nondimeno gli arditi viaggi dei francesi nei mari ancora sconosciuti, o poco visitati dell’altro emisfero, non valsero a dare nuove terre alla Francia. Un marinaio di Saint Malo, Jacques Cartier nel 1535 visitò l’isola di Terranova altra volta inutilmente esplorata, risalì il San Lorenzo, ed in nome della Francia s'impossessò delle due rive di questo fiume. Da quei giorni il Canadà divenne terra francese.

Le guerre di religione distolsero la Francia dallo sviluppo di queste lontane intraprese. Qualche nuovo tentativo fu fatto alla Guyana, al Brasile, alla Florida, ma senza frutto. Sotto il regno di Enrico IV la pace e la prosperità ravvivarono lo spirito coloniale: altri francesi scoprirono la Luigiana, ma la scarsezza dei prodotti naturali li rimandò di nuovo al Canadà in cerca di pelli o nell’isole della Sonda o nelle Molucche ove trovarono spezie aromatiche. Se non che, la nota caratteristica della colonizzazione francese è meno la coltura o il popolamento delle terre, quanto la immediata esportazione dei prodotti di quei paesi. Così gli olandesi tolsero loro le isole della Oceania, e gl'inglesi che signoreggiavano, come vedemmo, le coste dell’America del Nord, divennero temuti rivali dei cacciatori del Canadà.

Ma la Francia deve alla fermezza di Enrico VI il ristabilimento della colonia del Canadà. Un luogotenente generale, la religione cattolica, ed un numero di nuove famiglie venute ad abitarla, la resero nuovamente francese. Eppure questa colonia subì tante successive vicende dal 1598 sino a che ricadde in abbandono alla morte di Enrico IV. Nel secolo XVII Richelieu e Colbert ritentarono lo sviluppo delle colonie francesi nei due emisferi; ma se la nazione dava commercianti industriosi ed arditi, non dava del pari emigranti. I soli che si decidessero a lasciare la patria erano gli scontenti religiosi o politici, come del pari in Inghilterra furono i dissidenti, puritani, cattolici, realisti, quelli che fondarono le colonie americane.

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Al Perù ed al Messico il richiamo delle grandi ricchezze metalliche aveva determinata la emigrazione spagnuola; ed i condannati e gli ebrei di tutto il mondo avevano nel Brasile stabilite le prime colonie per le ricche miniere e per la feconda coltura della canna e del caffè. Ma le pelli del Canadà e l’aspro clima di quelle immense foreste, non avevano pei francesi la stessa attrazione; e furono necessarie molte arti del governo, perché la Francia popolasse le Antille ed attirasse i lontani commerci per mezzo delle compagnie a monopolio.

Queste istituzioni che altra volta vennero introdotte nel Portogallo dal Marchese di Pombal, costarono all’Olanda ed all’Inghilterra amari disinganni. Tra gli economisti più imparziali, Adamo Smith le condannò costantemente, ritenendole fra tutti gli espedienti il più efficace per comprimere i progressi di una nuova colonia; ed il Say le giustifica solo nel caso di aprire un nuovo commercio con un popolo barbaro, altrimenti esse debbono considerarsi come un traffico oppressivo, causa di corruzione ed ingiustizia. (1)

E le numerose compagnie francesi, colme da Richelieu di straordinarii privilègi, fallirono anch' esse ad ogni mal concepita speranza.

In generale i francesi non ebbero in America notevoli e duraturi successi, e lo confessano gli stessi loro scrittori imparziali: «On ne saurait trop redire a la France qui cherche  aujourd’huì à repandre sa race, sa langue, ses institutions en Afrique, ce qui a ruiné son système colonial dans le nouveau monde où elle aurait dû prédominer. Le défaut d'association dans la mere patrie pour encourager une emigration agricole, l'absence de liberté et la passion des armesrepandue parmi les colons, telles sont les principales causes

(1) G. B. Say. Traité de econ. poi. t. 1. p. 313.

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qui ont fait languir le Canada. (1)

La mancanza di emigrazione agricola francese derivava dunque da due condizioni: l’una era lo staio politico e sociale della Francia nei due ultimi secoli, dipinto con brillanti colori dal Tocqueville (2): 1 altra condizione era lo stato poco incoraggiante delle colonie, e segnatamente del Canadà, la cui decadenza, oltre alle cagioni indicate dal Garneau, devesi, secondo noi, attribuire al regime oppressivo delle compagnie, ed alla soffocante preponderanza del clero, dei monaci e dei gesuiti. Non lo spirito religioso solamente fu il portato di questi battaglioni in sottana: la religione ben compresa ispira l’amore della famiglia, l’abitudine del lavoro, la continenza delle azioni. Ma essi vi portarono un regime oppressivo, tendente ad ostacolare i successivi progressi della colonia, e ad affrettarne la rovina.

Intanto rapidi erano i progressi delle colonie d’Inghilterra in America, ed in quel trionfale cammino finirono per divenire anch'esse inglesi le poche terre occupate dalla Francia, colpa in gran parte di questo spirito d’intolleranza religiosa che animava il governo della madre patria. Il quale giunse sino a negare il permesso di abitare il Canadà ad una folla di protestanti dopo la revoca dello editto di Nantes! E quelle forze vive andarono invece ad accrescere l'industria e la potenza dei loro vicini!

Ben altri successi però toccarono alla Francia nelle isole americane, segnatamente alle Antille. La coltura del caffè, del cotone, della canna di zucchero, furono gli scopi delle colonie dette di piantagioni. Questi prodotti che si prestano ad una larga esportazione, assicurano guadagni assai maggiori della produzione dei cereali. Nei francesi i quali per la tempra energica ed entusiastica del loro carattere può tanto lo spirito di avventura e l’alea del giuoco, tali industrie speculatici ebbero lusinghiere attrattive.

1) Garneau. Histoire du Canada, tom. 2. p. 175.

2) L'ancien regime et la revolution.

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È fatale che ogni popolo si svolga secondo le sue particolari attitudini. La natura paziente degli uomini del Nord trova nella coltura dei campi, nell'allevamento del bestiame, e nei lavori dell’officina, largo campo alla sua metodica attività.

Invece i popoli vivaci, intolleranti di pazienti e mal rimunerate fatiche, si affidano solleciti alla balia delle industrie e dei commerci, nei quali il giuoco alletti le speranze di pronti risultamenti. Ed in queste differenze specifiche nel carattere degli uomini, più che nelle condizioni del suolo, gli statisti debbono trovare la ragione delle varie produzioni dei popoli.

S. Cristofaro, Guadalupa, la Martinica, S. Domingo, e tutto il gruppo delle Antille francesi, furono successivamente occupate da pirati, filibustieri, divenuti boucaniers per le loro abitudini della caccia, tutti francesi specialmente di Normandia, i quali popolarono prestamente le Antille, richiamandovi tutte le classi della madre patria. E nobiltà avventuriera, e cadetti di famiglia, e gentiluomini scaduti che fuggivano i creditori; ecco una società di alto lignaggio, vivacemente dipinta dal Duval, (1) che correa nelle Antille con l'ardore della fortuna e delle ardite intraprese, o alla conquista di qualche bella e ricca creola. Nel secolo passato non vi era famiglia in Francia che non fosse rappresentata nelle colonie, ed esse trovavano nel cuore della patria reciprocanza ad affetto. Non mancarono di correre agli amplessi delle colonie, il clero, i domenicani, i gesuiti, animati questa volta, come dice il Leroy, da una sincera stima per la colonizzazione, per lo sviluppo della ricchezza, i progressi della coltura, dell’industria e del commercio. Essi compievano ufficii divini e mondani. Facevano nelle isole gli ingegneri, i geometri, gli architetti, i meccanici, ed altresì gli agricoltori, i commercianti, gli speculatori.

(1) Jules Duval. Les colonies et la politique colonial de la Franca pag. 142.

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Queste bizzarre coincidenze permisero che sulle rive della Martinicca, come delle altre isole, il mistico zelo del frate organizzasse scuole e piantagioni, edificasse chiese e fortezze, infine altari al culto di Dio, ed officine agli svolgimenti delle ricchezze terrestri.

Ma non solo la nobiltà e il clero, anche la borghesia francese mandò alle colonie un pò più tardi i suoi preziosi elementi: erano capitalisti, negozianti, esercenti libere professioni, desiderosi di dare un nuovo slancio al movimento dei loro affari.

Da ultimo, ed in maggior numero, vi corsero gli artigiani, i contadini, i domestici, tutta la numerosa turba dei diseredati dalla fortuna, stanchi dei miserabili guadagni o delle lotte col bisogno, operai in cerca di lavoro o proprietarii aspiranti. Nei tempi della loro vita alle colonie i guadagni non erano in proporzione delle fatiche, ma quei coloni che ebbero buona condotta ed operosità persistente, giunsero ad acquistare ricchezze e spesso fama ed onori. Cosi le Antille francesi, tra le quali fu celebre la grande colonia di S. Domingo, con le loro esportazioni del caffè e dello zucchero, aprirono alla Francia una nuova sorgente di prosperità economica e morale. In mezzo alle sue sventure la Francia può essere orgogliosa di questa pagina della sua storia. Il suolo della Guadalupa e della Martinica fu tutto coperto da piantagioni di caffè esportato per tutte le vie del mondo; il cotone della Guadalupa alimentava le manifatture dell’Alsazia e della Fiandra. La esportazione dello zuccaro rendeva a S. Domingo nel solo anno 1788, la enorme somma di otto milioni di lire sterline. Il suo commercio impiegava 1000 navigli e 15,000 marinai francesi. La sola Martinica riceveva nei suoi porti in ogni anno 200 vascelli francesi e 30 nel Canadà.

Le necessità di questo gran movimento commerciale crearono edificii sontuosi nei porti di Nantes, Marsiglia e Bordeaux, che aveano il privilegio dei commerci d'America.

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Fu uno sviluppo considerevole pieno di slancio, di gara e di successi, aiutati dal governo della patria, il quale sopportava le spese dell’amministrazione coloniale. Lungi dal tassare le colonie, la Francia tassò sè medesima. La terra era concessa per dono gratuito, i diritti di esportazione lievissimi; tutta questa condizione economica doveva favorire il subito sviluppo della ricchezza, benché guardato politicamente il regime delle Antille fosse arbitrario nelle mani del governatore di ogni colonia: arbitrio che non fu temperato se non col tempo, nei successivi regni di Luigi XV e Luigi XVI. E mentre il governo francese esercitava tanta influenza sul governo delle sue colonie, nelle isole inglesi il Self governement tutelava la libertà dei coloni.

Nondimeno è notevole che nelle colonie di piantagioni industriali giovò più un liberale organismo economico che la libertà politica. Così avvenne nelle isole francesi e numerosi esempii di questi vantaggi economici riferiscono il Merival e lo Smith. Infine anche dopo la perdita del Canadà — come assicura il Cochin — la Francia traeva dalle sole sue isole colonizzate più di quanto tutti gli altri stati Europei, compresa l'Inghilterra, non traessero dalle rispettive colonie. Questo gran movimento commerciale francese nel 1787, raggiunse 600 milioni di lire, mentre il movimento della Gran Brettagna non sorpassò i 450 milioni.

Intanto se questi grandi successi delle isole assicuravano la ricchezza della Francia, la colonizzazione del Continente era ritardata anzi ostacolata dalla poca emigrazione francese. Ne sia esempio la Guyana, la quale permise agli Inglesi ed Olandesi di occupare le sue terre più fertili, ove fondarono opulenti colonie. Ma qui dove la Francia per intolleranza religiosa cacciava i protestanti e gli ebrei, elementi laboriosi ed industriosi, qui dove il monopolio delle sue compagnie esercitava un giuoco esiziale, qui dove l’assenza delle libertà politiche tarpava la iniziativa de' coloni, qui infine dove scarse giungevano le correnti dell’emigrazione francese, non poteva esservi progresso coloniale.

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Nè questa Francia fu più fortunata nelle sue colonie commerciali. La loro storia ricorda brillanti tentativi di arditi navigatori sulle coste delle isole d’Africa per lo scambio dei prodotti con gl'indigeni. Sotto Errico IV e Richelieu furon fondate diverse compagnie per assicurare i traffici con l'Oriente; ma i vasti progetti non risposero ai fatti. Più tardi nel 1664 il gran Ministro Colbert fondò, a simiglianza dell’olandese, la famosa compagnia delle. Indie Orientali, favorita da Luigi XIV di tutte le concessioni e gli aiuti che poteano assicurarle un avvenire commerciale e coloniale. Ma a differenza di quella di Olanda che prosperò senza protezione dello Stato, la nuova Compagnia francese non giunse a stabilire nessuna colonia durevole neppure in Oriente. La Francia ebbe in tutt'i tempi arditi avventurieri; i francesi si segnalarono dovunque per la facilità di accomunarsi con le popolazioni indigene, e questa virtù espansiva, tutta propria della razza latina, è più marcata nel carattere francese. Ma i francesi non furon mai coloni  né in America,  né in Oriente; essi non ebbero le prerogative necessarie a colonizzare, cioè la pazienza e l'assiduità nel lavoro, la severità de' costumi, la sobrietà della vita, l’economia nell’uso delle ricchezze acquistate, delle quali virtù dettero splendida prova gl'inglesi fondatori di durevoli colonie.

E neppure nella scelta delle isole essi furono previdenti e fortunati. Furono ispirati meno dalle vedute pratiche e giudiziose della colonia e del commercio, quanto dallo spirito della conquista, dell’avventura e della gloria. Ne sia prova la spedizione che fecero nel 1672 all’isola di Ceylan con l'ambizione di cacciarne gl'inglesi e soggiogare le Indie. I quali inani tentativi, coronati da pochi lieti successi, sfruttarono invece molte preziose energie, perché nessuno al mondo può negare l’intelligenza e lo slancio della tempra francese. Ma fu l'impazienza decenti risultati, furono le loro abitudini di sciupo e di fasto, e le sconsigliata ambizioni di dominio, quelle che contrastarono alla Francia in tutt'i tempi una saggia e stabile colonizzazione.

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Vi contribuirono d'altronde anche le idee dominanti. Ai tempi di Colbert la Francia ignorava la potenza dell’associazione, l’agricoltura non ancora sviluppata, i suoi navigli erano barche, mentre l'Inghilterra e l’Olanda mandavano in levante grandi vascelli ai loro fiorenti commerci.

La colonizzazione non è lo spirito d'avventura — erra chi la concepisce a questo modo—e lo ha dimostrato la Francia, questa nazione che ha d'altronde pagine splendide nella storia antica e moderna dell'umanità.

Colonie Danesi e Svedesi. — La Danimarca e la Svezia, piccoli stati del nord d'Europa, le cui scarse popolazioni sono sparse sopra vasti territorii, vollero ambire anch'esse ad una gloria coloniale. Nel secolo XVII, quando le ricchezze d’Oriente attiravano gli Europei, i Danesi fondarono la loro compagnia delle Indie orientali, e l'esempio delle mal riuscite intraprese non li scoraggiò a costituirne delle altre, e gli Svedesi ne seguirono le orme. I loro piccoli capitali avventurati in queste lontane intraprese non potevano arrecare alle metropoli altro che danni e pentimenti.

Ma la prima colonia agricola fondata dagli Svedesi fu in America, e la stabilirono nella New Jersey e nel Delaware. Esagerate erano le attrattive che chiamavano la emigrazione Svedese in queste contrade di America, e lo dimostra il Duval nella sua storia dell’emigrazione. Un paese come la Svezia che ha appena otto abitanti per chilometro quadrato, e che non solo è capace di una più densa popolazione, ma un maggior numero di braccia sarebbe richiesto dalle sue condizioni territoriali, non potea giovarsi di questa dannosa emigrazione. E poiché è ormai noto che il malessere delle metropoli si riverbera funestamente nella vita delle colonie, avvenne che la novella Svezia Americana fu subitamente invasa dalla colonia Olandese di New York.

Solo nelle Antille questi popoli del Nord ebbero un pò di successo. Le piccole isole di S. Tommaso e di S. Croce si rialzarono prospere e durevoli, con la occupazione Danese.

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Nondimeno gravi scrittori dubitano fortemente de' reali vantaggi che le Antille svedesi e danesi recarono alla patria. Perocché i capitali di un paese povero e poco coltivato,quando si esportano per fondare lontane colonie di piantagioni, finiscono sempre per impoverire la madre patria. Questo è dimostrato non solo da' pazienti studii del Roscher e del Leroy, ma dalla suprema autorità della ragione.

Conclusione. — Questa rapida corsa che noi facemmo per la via di tre secoli di storia, ci mostrò il come ed il perché le grandi scoperte di America attirassero gli abitanti del vecchio mondo. Quella immensa superficie nuova dovea popolarsi, e la sua apparizione fu salutata con gioia dall’Europa, terra antica ed usata, insufficiente in alcuni suoi paesi a satollare le fitte e crescenti popolazioni. Era un fatto che sin dal suo sorgere lasciava intravedere quanta influenza avrebbe un giorno esercitato sui destini di Europa.

E gli Europei dal XV a tutto il XVIII secolo guardarono con compiacenza oltre l’Atlantico come alla terra promessa di nuove e subite ricchezze. Molti di essi arricchirono, altri impoverirono, e questa differenza di effetti è spiegata dalle diverse condizioni morali e materiali de' popoli coloni. Quando la emigrazione non riusci a snervare la metropoli e portò in America tesori di energia e di spirito pratico e paziente, essa fondò colonie durevoli e mandò ricchezze alle metropoli. Avvenne il contrario quando queste condizioni mancarono.

Cosi si spiegano logicamente i successi, e non col regime coloniale; perocché chi consideri addentro le cose da noi dette innanzi, vedrà quanta analogia vi fosse tra i sistemi reggitori delle colonie. L'assenza di libertà commerciale, monopolii e privilegi più o meno restrittivi, legame stretto tra la colonia e la metropoli, ciò costituiva un' organizzazione economica tutta artificiale, che fu chiamata col nome ormai celebre di patto coloniale.

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Nè fu meno funesta la concessione gratuita delle terre ai particolari o alle grandi associazioni, onde ebbero origine i vasti possedimenti che obbligarono i coloni poveri al lavoro forzato e permisero a' signori ogni violazione de' diritti dell’uomo con la soggezione delle razze inferiori.

Possono così riassumersi i caratteri generali e comuni alle colonie moderne sino a tutto il secolo XVIII. Era serbato al secolo nostro di abbattere e ricostruire questo vecchio edifizio, poggiandolo sopra una base più solida, quella della libertà umana. Noi seguiremo con animo lieto questi trionfi successivi dell’umanità. Ma la storia che non cancella,  né obblìa, ci trascina con interesse pe' tre secoli che abbiamo ricordati. Secoli che racchiudono glorie di scoperte e fondazioni df colonie, prodigi di libertà e vergogne di servaggio, amplessi di genti varie, e guerre sanguinose in nome della civiltà o della barbarie. E se in mezzo a questi poemi e tragedie di popoli si domanda che cosa vi abbia guadagnato l'Europa in questi secolari movimenti, sarà sempre vera la risposta di Adamo Smith: «i vantaggi generali che l’Europa considerata come un solo gran paese ha ricevuti dalla scoperta d'America e della sua formazione in colonie, consistono in primo luogo in un aumento di godimenti, ed in secondo luogo in un accrescimento d’industrie». —

CAPO III.

Emigrazioni Europee nel secolo XIX.

SOMMARIO

Caratteri generali delle emigrazioni europee di questo secolo. — Contrade alle quali si volge la emigrazione così in Europa stessa, come in America. — Statistiche degli emigrati partiti dai porti di Amburgo, Brema e Liverpool: loro numero, destinazioni, differenze di sesso, di età, di professioni. — Ragioni della grande affluenza agli Stati Uniti di America: aumento di popolazione di quella regione. — Ripatrio degli emigrati. — Conclusione.

Chiunque guardi oggidì con attenzione i movimenti delle popolazioni che occupano la superficie della terra, si accorgerà di questo multiforme spostamento di uomini, i quali avvicendandosi da un emisfero all’altro, da una in altra regione o da paesi a paesi delle stesse regioni, con intendimenti diversi dai secoli passati, attua gl'incessanti progressi dei commerci, la circolazione del capitale nelle arterie del mondo, lo affratellamento dei popoli, sospiro antico e scopo finale dell’umanità sulla terra.

Vedemmo nel precedente capitolo come sorsero e si andarono formando le prime società di uomini in America, e le varie vicende e lo sviluppo di quelle colonie. L'Europa vi mandò scarso o folto numero di suoi figli, a misura che in questo vecchio continente si verificarono alcuni fatti che determinarono le emigrazioni.

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L'eccesso della popolazione, le crisi economiche e bancarie, il desiderio di migliorare la propria condizione non che certe teorie sostenute dalla scienza ed applicate dai governi, ecco una serie di cagioni che contribuì a sviluppare nel nostro secolo le emigrazioni europee. Esse non furono determinate dalla febbre della conquista, o da lotte religiose e politiche. Furono figlie delle condizioni speciali di ciascun paese di Europa, o di cause generali e comuni a tutto l’organismo delle società moderne.

«La differenza tra le antiche e le moderne emigrazioni — nota quel sottile ingegno di Melchiorre Gioja — consiste in «ciò, che le prime si eseguivano da famiglie unite in nazione, le seconde non sono che personali e si eseguono da famiglie disgiunte. La ragione di questa differenza è che attualmente si emigra da persone capaci di trasportare da un paese ad un altro qualche specie d'industria, mentre le antiche nazioni emigranti non ne avevano alcuna. La loro ignoranza e la loro rozzezza le obbligavano dunque ad unirsi per rapire con la forza ciò che non potevano rapire col merito» (1).

La società antica vivente in un perenne stato di aggressione facilmente irrompeva negli stati stranieri, quando la forza del numero univa gl'invasori. La società moderna figlia di principii umani e civili, stretta ne vincoli di famiglia e di nazione, rispettosa dell’individuo e del diritto, industriosa e lavoriera, pugnace solo per la libertà che l’aiuta a svolgere tutte le attività singole e collettive, essa non lascia la patria se non la muove il commercio o la fame, stimoli del lavoro e del benessere, o l’esempio delle lontane ricchezze, allettatrici di speranze che la fantasia colora ed esagera.

Per questa molteplicità di cause avvenne che si emigrò cosi dai paesi solamente agricoli, ove i popoli sono più miseri, come dai centri industriali e ricchi di energia.

(1) Gioia. Nuovo prospetto delle scienze Economiche T. 2. p. 379.

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Ove il possesso dei terreni è nelle mani di pochi, e gli agricoltori divengono fittajuoli dipendenti e mal collocati, da quelle campagne emigrano gli uomini quando si veggono impotenti alla lotta col bisogno. Per contrario dai centri industriali, ove è maggiore la popolazione, si emigrò talora per eccesso di questa, reputandosi la emigrazione un efficace mezzo di arresto.

La ragione umana si persuade che in quei paesi, ove lo stato politico ed economico è basato sulla libertà, dovrebbe essere minore la emigrazione, perché tutto ciò che si cerca in terra straniera può aversi in patria con lo sviluppo di ogni energia e con l’assiduità del lavoro.

Siffatto principio, evidente in tesi scientifica, dimostrerebbe che un paese il quale ha una emigrazione numerosa, non. si trovi in una florida posizione economica e politica.

Se non che lo spettacolo di queste masse di uomini che nel nostro secolo da tutti i centri di Europa muovono da paesi per lo più ricchi, laboriosi e potenti, provano come le moderne emigrazioni sieno uno de fenomeni più gravi e complessi della società Europea.

Innanzi tutto indaghiamo i fatti.

Gli Europei emigrano o da nazione a nazione della stessa Europa, o si lanciano incontro all’oceano per stendere la mano all'altro emisfero.

La Russia ricevè gli emigrati tedeschi segnatamente della Germania meridionale. L'Ungheria e la Transilvania cercarono anch'esse di attirarli; ma le condizioni di quei paesi non erano così lusinghiere da poter richiamare una gran massa di lavoratori e di professionisti. Cosi gli afflitti Monnoniti dei Paesi bassi della Prussia occidentale furon chiamati a migliaia da amichevoli promesse di protezioni e di aiuti nella Russia meridionale; ma quegli infelici spaventati dalla scarsezza del vivere ed abbandonati alla necessità di sottoporsi alle esigenze dello Stato, sono in massima parte ritornati ai loro paesi.

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Le stesse ragioni economiche indussero molti Ebrei ad emigrare dalla provincia della Posnania; ed i Boemi fondarono in Russia una colonia dopo le persuasioni e le sollecitudini spiegate dalla propaganda Slava e Greco-Russa. Sono parimenti notevoli tra le moderne emigrazioni quelle dei paesi slavi, benché esse si confondono con la emigrazione tedesca. Infatti voi troverete dispersi per tutta Europa i Polacchi ed i Boemi i quali difficilmente emigrano in America. Invece i loro vicini i Magiari, i Turchi ed altre popolazioni mongolie, non abbandonano la patria con pari facilità.

Ma la grande maggioranza degli Europei emigranti va a popolare le contrade di America.

La Russia li manda nei territorii che, non sono molti anni, comprava al Nord Est dell’America settentrionale.

L'Inghilterra protettrice delle sue colonie, si rivolse all'America settentrionale britannica ed agli Stati Uniti, la regione delle grandi attrattive. Preferì gli Stati all’Est, situati sulr Atlantico, come il Maino, la Pensilvania, l'Ohio, l’Illinese il Tenessee, la Virginia, il Kentuky, l'Alabama. In questi ed altri stati dell'Est arrivarono a legioni gli emigrati inglesi; fu quivi che si stabilirono gl'Irlandesi preferendo le città lungo le coste. Al SudOv. gl'inglesi preferirono la California, e valicando la frontiera dell’Unione, si lanciarono sul pacifico ad occupare le terre dell’Australia e della Nuova Zelanda.

La Germania invece, priva di colonie e di armata navale, non assegnò scopi è confini alla sua emigrazione. Non pertanto fu per tendenza o fu esempio, essa popolò l'America settentrionale, ove la seguirono gli emigrati del Wurtemberg in proporzioni allarmanti e quelli della Scandinavia. Però il maggior numero di Tedeschi corse agli Stati Uniti, non già ne' territorii. dell'est, la patria dell’audace Yankee, ma nel Texas, nel Minesota, nel Dakota, nel Kansas, nel Nabraska, nel Colorado, nell’Arizona. Ivi oggi i Mormoni della Danimarca, scacciati dall’Utah trasferiscono le loro sedi; il Far West è la regione ove gli avventurieri disperati, gli arditi cacciatori di uomini e di belve, trovano largo campo di azione.

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Questo torrente alemanno che libero e spontaneo invase la terra di Colombo, si rovesciò a poco a poco nella California, nel Brasile e finalmente in Australia, Presa insieme la emigrazione della Germania, essa rapì alla patria nello spazio di 40 anni dal 1819 al 1859l’enorme cifra di 1,800,000 uomini.

La emigrazione del Portogallo si diresse al Brasile, continuatrice delle antiche colonie portoghesi che studiammo nei secoli andati.

Gli Olandesi, fedeli alle loro tradizioni, preferirono le regie colonie dell’arcipelago Sundico.

Le emigrazioni del Mezzogiorno di Europa si diressero all'America del Sud, e toccò di preferenza alle genti latine di occupare il Brasile, la Plata, l'Uraguay, il Paraguay ed altre contrade dalle Antille alla Terra del fuoco.

Salvo queste speciali preferenze, può dirsi in generale che tutto l'immenso continente delle due Americhe divenne in questo secolo il convegno di una vasta società cosmopolita. Genti diverse di origini, di lingua, di religione, s'incontrarono soventi sotto uno stesso cielo, e vi fondarono colonie ed industrie. Per la qual cosa riuscirebbe difficile di assegnare a ciascun popolo di Europa un lembo speciale del territorio americano. E ci pare che a riassumere questa rassegna si possa bene affermare che i tre vecchi continenti trovarono nelle due Americhe una nuova patria, ove con alterna o simultanea vicenda, si accasarono i bianchi europei, i mongolli d'Asia, ed i negri de' deserti africani.

Ed ora affrettiamoci a consultare le cifre.

Studieremo questo immenso movimento nei tre porti che divennero i maggiori scali della emigrazione Europea, cioè Amburgo, Brema e Liverpool.

Amburgo. —La cifra degli emigrati partiti da Amburgo in 23 anni, dal 1846 al 69, può calcolarsi a circa 600,000, dei quali si conosce la destinazione per 500,900, secondo il seguente quadro:

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DA AMBURGO FURONO SPEDITI OLTRE

L'OCEANO DAL 1846 Al 1869

Direttamente 506,910 — Indirettamente 84,780 — Totale 591,690

PER LA Dal 1810

al 50

Dal 1851

al 55

Dal 1856 al 60 1861

al 65

1866

al 69

Totali
Conf. d'America Sett. 23,815 66,170 69,300 88,390 143,602 391,277
America Settent. Britt. 3,515 12,320 0,585 9,515 8,123 43,058
Per l'Affrica 3,265 585 88 3,938
Brasile e Plata 1,535 7,655 9,105 3,590 8,282 30,167
Per l'Australia 2,905 11,330 5,205 7,735 885 28,120
Per altri Stati di America 215 1,695 1,560 585 285 4,340
TOTALI 31,985 99,170 98,080 110,400 101,265 500,000

Questi emigrati venivano da Francia, Russia, Polonia, Svezia e Norvegia, Svizzera, Austria, Baviera, Wurtemberg, Baden, Assia, Sassonia, Meklembourg, Prussia, Amburgo, ed altri Stati della Germania settentrionale.

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Nell'ultimo triennio 1870-72, l’emigrazione aumentò nelle seguenti proporzioni:

Nel   1870  imbarcati...................  32,556

  »    1871         »         ...................  42,224

  »    1872        »          ...................  74,406

                                                           149,186

La somma di queste cifre ci offre il risultato di 741,272 emigrati da Amburgo nel periodo 1846-1872 (1).

Brema. — Assai più rilevante è la emigrazione partita da Brema. La sua cifra arriva ad 1.149,582 in 37 anni, cioè dal 1833 al 1869. Essa è ripartita nelle seguenti proporzioni:

Dal   1832 al 35 38,506
» 1836—40 63,754
» 1841—45 84,819
» 1846—50 150,406
» 1851—55 262,580
» 1856—60 161,449
» 1861—65 122,268
» 1866—69 265,800
TOTALE 1,149,582
Questa immensa popolazione emigrante, arrivava a Brema da diversi paesi di Europa, segnatamente dalle provincie antiche della Confederazione Germanica, nonché dall'Austria, dalla Svizzera e da altri Stati.

Assai importanti per la statistica sono le seguenti cifre intorno alla età degli emigranti.

(1) L'Almanacco di Gotha del 1874 conferma queste notizie.

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Sopra 203,923 partiti nel triennio 1867-69, se ne contano 161,114 da dieci anni in sopra; 32,105 da uno fino a dieci anni; e 10,394 bambini al disotto di un anno. Gli altri 310 non si trovano distintamente notati.

Queste penose cifre voglion dire che vi sono paesi in Europa dai quali si emigra in massa. I diecimila bambini non possono essere strappati dal seno delle madri. Emigrano intere famiglie, intere borgate. Quanta miseria è seminata pel mondo! Quante speranze movono i passi degli uomini!

Le statistiche non sono concordi intorno a' paesi di destinazione degli emigrati da Brema sino all'anno 1847. Da quelli anno però sino al 1869, si possono stabilire con certezza le direzioni prese da 926, 630 emigrati, giusta il seguente quadro:

Emigrati spediti da Brema dall'anno 1847,

secondo i paesi di destinazione.

PER 1847-50 1851-55 1856-60 1861-65 1866-69 Totali
Quebec (Canadà) 6,468 410 654 i ,327 6,290 15,149
New York 54,781 144,563 88,709 104,206 209,463 601,722
Filadelfia 2,212 3,936 1,545 198 825 8,716
Baltimora 21,793 44,528 29,049 14,192 38,196 147,758
Porti del Sud 30,923 63,230 38,603 1,489 10,743 144,938
Costarica e Perù 95 1,329 3 8 0 1,435
Brasile 25 439 916 394 3 1,777
Stati di Plata 21 97 313 160 591
Australia e Sandvicii i ,906 382 1,722 41 28 4,079
Diversi Porti 31 41 101 150 92 465
Totali 118234 258,879 161,449 122,268 265,800 926,630

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Nel triennio 1870-72 crebbe anche la emigrazione da Brema

Nel    1870 imbarcati......................... 46,781

 »      1871        » ….............................  60,516

 »      1872        » …............................. 80,345

                                        Totale             187,642

Aggiungendo quest'ultima cifra alla precedente, si avrà un totale di 1,337,224 emigrati da Brema pel periodo 18331872, cifra che risponde esattamente a tutte le statistiche che abbiamo riscontrate.

Liverpool — Assai maggiori sono le proporzioni della emigrazione inglese partita da Liverpool e dagli altri porti del Regno unito.

Leggiamo in una statistica pubblicata dal de Molinari (1) che in 29 anni dal 1822 al 1850 emigrarono dal regno Unito 2,595,452 individui. Bene è vero che si osservano nei varii anni alcune fluttuazioni di cifre, ma esse sono le immediate conseguenze della prosperità o della depressione industriale o commerciale di quel gran paese. Agli anni ne quali deboli furono le esportazioni o depresso il lavoro seguirono anni di numeroso espatrio. Quando la famosa carestia del 1847 travagliò la povera Irlanda, raddoppiò d'improvviso il numero degli emigrati. Era un espatrio in massa di uomini senza pane e senza avvenire. Nel decennio dai 1841 al 51 l'emigrazione strappò all'Irlanda 1,300,000 abitanti! Il regno Unito può dirsi il focolare della emigrazione europea. Dal 1847 al 50 il citato scrittore calcola che essa abbia raggiunta la enorme cifra di mezzo milione di uomini per ogni anno tra inglesi, irlandesi, tedeschi, norvegi, baschi, portoghesi e maltesi; e soggiunge «è uno spostamento di uomini senza dubbio più considerevole di quello delle grandi invasioni barbare».

(1) Dictionnaire de l'économie politique de Coquelin et Guillaume, Paris 1853.

– 60 –

Ma questo progressivo spostamento non fu solo prodotto dalla fame irlandese e dagli avvenimenti politici che nel 1848 turbarono tutte le nazioni di Europa;  né solo dalla scoverta delle miniere d’oro in California, e dalle nuove vie aperte dalla civiltà ai traffici del mondo. Esso fu la conseguenza, lentamente preparata dal tempo, delle condizioni poco solide sulle quali poggia ancora l’edilìzio economico della moderna Europa. Non vi è scrittore di buona fede che non riconosca ormai questa profonda verità, la quale persuade con l’eloquenza irrecusabile delle cifre.

Consultando infatti le statistiche più vicine a noi, troveremo che in sedici anni, dal 1853 ai 68, partirono da Liverpool emigrati 1,624,784 sopra navi inglesi; ed 1,032,015 sopra navi straniere, la proporzione dei quali è registrata nel seguente modo:

Dal         53   al    55          742,520

 »           56   al    60         645,592

 »           61   al    65          745,043

 »           66   al    68         523,644

              Totale               2,656,799

Tutti questi emigrati, ripartiti in 16 anni, offrono la media annuale di 166,050. Negli ultimi sei anni il loro numero mantenevasi fra 173,000 e 197,000 per anno, mentre che negli anni 1858-1862 non fu maggiore in nessun anno di 102,000. Il minor contingente l'offri l'anno 1861, con 65,980 emigrati; mentre l'anno 1853, primo di questa statistica, emigrarono 301,658.

– 61 –

Il seguente prospetto, rivela i paesi ai quali si diressero i 2,656,799 emigrati anzidetti:

PER 1853-55 1856-60 1861-65 1866-69 Totali
Stati Uniti d'America 483,752 401,916 505,092 435,331 1,826,091
America settentrionale Brittannica 83,960 39,473 53,053 47,022 223,508
Australia 169,527 160,270 135,180 30,887 495,864
Nuova Zelanda 4,215 26,771 46,311 9,241 86,538
Altre regioni 1,066 17,162 5,407 1,163 24,798
TOTALI 742,520 645,592 745,043 523,644 2,656,799

Che sia così, lo dimostra il movimento del triennio 187072 dai varii porti del Regno Unito.

NEGLI ANNI
EMIGRARONO DAI PORTI INGLESI 1870 1871 1872 Totale
Agli Stati Uniti di America 196,075 198,843 233,747 628,665
Alle Colonie inglesi del Nord 35,295 32,671 3!, 205 100,171
All'Australia e Nuova Zelanda 17,065 12,227 15,876 45,168
Ad altri paesi 8,505 8,694 13,385 30,584
256,940 252,435 295,213 804,588

Dei 252,435 emigrati del 1871, come leggiamo in un rapporto annuale della commissione d'emigrazione inglese, appartenevano

alla Inghilterra ...................................... 102,452

  » Scozia ...............................................  19,232

  » Irlanda ............................................    71,067

il rimanente senza designazione di nazionalità.

– 62 –

Il maggior numero di questi espatriati (198,843) si recarono agli Stati Uniti; gli altri si divisero tra le possessioni inglesi dell'America del Nord, l'Australia e la Nuova Zelanda (1).

Ma tutte queste cifre, da noi riferite, sono parziali. Esse abbracciano un periodo di 48 anni, e noi invece abbiamo sottocchio una statistica più estesa. In 57 anni, dal 1815 al 1872, espatriarono dal regno Unito 7,561,285 uomini, dei quali si recarono:

agli Stati Uniti 4,905,262
alle Colonie inglesi del Nord 1,456,647
in Australia e Nuova Zelanda 1,016,526
in altri paesi 182,850
7,561,285

Sette milioni e mezzo! cifra imponente che fa meditare sulle condizioni sociali della Gran Brettagna!

Ma perché questo affluire degli Europei agli Stati Uniti di America?

Stati Uniti. — Gli scrittori attribuiscono a due principali cause la preferenza che gli emigrati europei dànno agli Stati Uniti:

1.°Alla possibilità che offrono loro le leggi di naturalizzazione, di partecipare prontamente ai dritti di cittadini americani.

2.°Alle facilità che essi trovano nella legge di alienazione del dominio federale, per procurarsi la terra prontamente ed a buon mercato.

Agli Stati Uniti ogni straniero libero può essere naturalizzato all'età di 21 anni. Due anni dopo la dichiarazione che è tenuto a farne, lo straniero può ottenere la qualità di cittadino. Ogni impiego gli è possibile, meno la Presidenza della Unione, altissimo ufficio concesso solo a' nati nell'Unione.

(1) V. Annuaire de l'Économie Politique e Statistique par M. Block 1873 — 30 année.

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Questa liberale legislazione ha naturalmente richiamata la immigrazione straniera;  né a queste leggi ospitaliere potettero opporsi con riuscita i tentativi de whigs, che costituirono il partito de' natifs per proteggere il lavoro nazionale e restringere i dritti de' naturalizzati.

In quanto alla facilità dello acquisto delle terre, basti il dire che l’emigrante il quale si diriga verso i paesi dell’ovest, può esser messo, senza ritardo  né spese, in possesso di un territorio da lui scelto dell’estensione di 40 acri, al mite prezzo di 50'piastre, pari a L. It. 266,50.

Siffatte facilitazioni hanno richiamato agli Stati Uniti quasi tutta l’emigrazione delle razze teutone e scandinave. Una statistica che leggiamo in un ultimo Lexicon tedesco, ci apprende che in 13 anni, dal 1856 al 1868 sbarcarono in tutti i porti di quella vasta regione, 2,578,982 individui, ripartiti per numero e paesi di origine, secondo il seguente specchio:

Da Germania 910,426
»   Gran Brettagna 754,769
»   Irlanda 560,831
»   America settentr. Britannica 108,531
»   Cina 65,943
»   Svezia e Norvegia 58,289
»   Francia 49,382
»   Svizzera 24,532
»   Danimarca 13,043
»   Italia 11,691
»   Olanda 11,205
»   Spagna 10,340
2,578,982
64 –

E qui ci riesce agevole il notare che su questo grosso numero, sono note le professioni di 1,275,913 emigrati, ripartiti nelle seguenti categorie:

Operai 515,217
Agricoltori 264,949
Artigiani 196,503
Negozianti 138,214
Minatori 71,414
Servitori 68,628
Marinari 20,988
1,275,913

Questa parziale statistica delle professioni è d'altra parte insufficiente a guidarci a conclusioni sicure e generali. Nondimeno esse c' ispirano le seguenti considerazioni. — Che i 138,214 negozianti voglion dire come l’elemento del commercio sia uno de' fattori dell’emigrazione europea. Che il mezzo milione di operai sia quell’emigrazione che va a popolare i grandi stabilimenti di Washington, di Filadelfia, di New York. Che i 196,000 artigiani sieno quella esuberanza, delle arti e de' mestieri che da 20 anni a questa parte domanda in tutti i paesi d’Europa pane e lavoro ed aumento di salario. È noto come i minatori appartengano segnatamente ai paesi del Nord; come la emigrazione della Germania e della Svizzera dia un contingente alla classe dei domestici; come i marinari emigrino a preferenza dall’Inghilterra, e non si stenterà a comprendere che la cifra de' 264,000 agricoltori, debba avere la sua naturale origine dalle campagne Irlandesi, ove signoreggia ancora il privilegio di pochi, e dalla infeconda Svezia, ove la terra non risponde al lavoro dell’uomo.

La popolazione degli Stati Uniti di America è in un perenne e progredivo aumento.

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L'Europa si spopola ed i suoi figli si spandono dal Minnesota al Texas, dal Maino alla Luigiana. In 30 anni dal 1790 al 1820 la immigrazione agli Stati Uniti non. sorpassò i 250,000! Ed ora veggasi nel seguente quadro, tratto da ufficiali registri, quale imponente progressione di cifre (1).

Immigranti
Periodo prima  del   1820 250,000
dal 1821-1830 151,820
» 1831-1840 599,125
» 1841-1850 1,713,251
» 1851-1860 2,598,214
» 1861-1870 2,491,209
» 1871 367,789
» 1872 449,040
Totale 8,620,452

Egli è vero che non tutto questo popolo di emigrati mosse dall’Europa; molti vi affluirono da altre contrade Americane, molti dalla Cina e dal Giappone, altri dall'Australia.

Ma il tributo maggiore l’ha pagato questa vecchia terra che i padri nostri ci lasciarono ed i nostri fratelli abbandonano. Nè sarà inutile al lettore di completare questo concetto col quadro dei seguenti paesi di origine:

Inghilterra, Irlanda, Scozia,
Galles: Regno Unito 4,159,705
Germania 2,631,279
Francia 265,373
Svezia e Norvegia 201,867

(1) V Monthly report of the chief of the bureau of statistics janv 1373 p 298 et 299

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Svizzera 68,427
Olanda 34,246
Danimarca     29,530
Spagna e Portogallo 29,534
Italia 37,163
Belgio 18,410
Austria 20,907
Russia e Polonia   13,927
Resto di Europa   579
America inglese   357,390
Indie occidentali   53,04
Messico 21,25
America centrale   1,085
America meridionale 7,887
China     126,174
Giappone   303
Australia     13,078
Altri paesi     1,038
Non specificati   278,241
Prima del 1820 250,000
TOTALE 8,620,452

Quanto avvenire è certamente serbato a quel gran paese, ove tutto è colossale e grandioso, ove tutto è progresso, animato da uno spirito continuo di libertà e di democrazia! Verrà forse un giorno in cui la grande repubblica degli Stati Uniti attirerà tutte le genti americane, ed è forse serbata alla patria de' Yankaees di spazzare dalle' due Americhe gli ultimi avanzi della barbarie dell’indiano e della schiavitù del negro!

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Nè si creda che in tanta immigrazione agli Stati Uniti vadano solo le braccia vigorose del sesso più forte. Le femmine son rappresentate da una cifra assai notevole. E benché statistiche esatte di queste differenze non ne trovammo per lungo periodo di anni, ci limitiamo a rilevare le proporzioni di un solo anno del quale le cifre sono ufficiali.

Nell'anno 1868 approdarono 389,651 emigrati ne'  porti di New York, Boston, S. Francisco, Baltimora, Portolandia, New Orleans, Detroit. 'Di essi, 240,477 eran maschi, e 149,174 femmine.

Da' 389,651, sottraendo 37,082 tra cittadini della Confederazione e quelli che viaggiarono per ragioni di commercio, rimane la vera emigrazione in 352,569, divisa in 214,740 maschi e 137,829 femmine. Dal che risulta che l’emigrazione femminile fu più del terzo della emigrazione generale negli Stati Uniti nell'anno 1868.

Di questi 352,569 aveano l'età inferiore ai 15 anni 79,803. Altri 40,568 inferiori a' 40 anni, il rimanente tra i 40 e i 50, tutti però abilissimi al lavoro.

Ripatrio degli emigrati. — I sostenitori delle odierne emigrazioni europee affermano a sostegno della loro tesi, che si compensi il numero degli emigranti col numero dei ripatriati. Invece le statistiche provano il contrario.

Nello spazio di nove anni dal 1856 al 1864, ripatriarono nel regno di Prussia 35,627 emigrati, ed invece ne uscirono 129,875.

Nel successivo triennio 186567 rientrarono nel regno di Prussia 13,054 e ne uscirono 83,667, proporzione spaventevole che dimostra quanto sia cresciuta la emigrazione tedesca dalle antiche provincie. Nondimeno l'ultimo censimento fatto in Prussia nell’anno 1867 constatò la cifra di 54,011 individui mancanti; la quale cifra aggiunta alla precedente, fa salire la emigrazione prussiana in quel triennio a 137,678, ossia a 45,893 emigrati per ogni anno.

Il movimento dei paesi aggregati dipoi alla Prussia fu il seguente nei quattro anni dal 1859 al 1862.

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Dall’Annover uscirono 13,154 emigrati e vi ritornarono soli 5,856!

Dall’Assia Elettorale emigrarono 6147, da Nassau 648, da Francfort 85, dallo Slesvigg-Holstein 4879, ne'  quali paesi fu assai scarso il numero dei ripatriati.

Nella Baviera durante i 30 anni elle passarono dal 1834 al 1864 fu calcolata l'emigrazione in 254,557 individui usciti, ed in 27,854 entrati!. . Quindi una perdita di 226,703 persone.

Tuttavolta, questa cifra si considera come esagerata, perocché i censimenti, paragonando l'eccesso dei nati sui morti, farebbero ascendere la perdita generale della Baviera ne' detti 30 anni a 149,629 individui.

Dell'emigrazione del Wurtemberg negli anni 186263 furono constatati 934 usciti, e 342 entrati. Nell'anno 1864,1488 usciti e 246 entrati! Nell'anno 1865, 2796 usciti e 534 entrati. Nell'anno 1866, 3030 usciti, aumentati co' clandestini a 4600, mentrecché entrarono solamente 153 persone! Nel 1867 emigravano 3386, ed entravano nel regno soli 308! Da ultimo nel 1868, espatriavano 2816, e ripatriavano 256!

Ecco dunque a che si riduce il famoso argomento de' sostenitori dell’emigrazione. La realtà delle cifre non ammette replica o sofismi. Essa dimostra con esempii ripetuti e costanti, quanta sproporzione vi sia tra le migliaia che emigrano dall’Europa, e le decine che vi ritornano!

Ma perché non tornano?

La dimanda qui è prematura. Risponderemo ad essa nel Capo nono di questo libro.

Ed è tempo di riassumerci.

L'accorto lettore avrà ormai compreso che l'emigrazione europea in questo secolo non si è fatta imponente che dall’anno 1840 in poi. Che le nazioni le quali vi fornirono il principale contingente sono: le isole Britanniche e la Germania in primo luogo, in minor numero la Svezia e Norvegia, la Francia, la Svizzera, la Danimarca, il Belgio, l’0landa, e da ultimo l'Italia, la Spagna, il Portogallo, la Russia e la Polonia.

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Finalmente, che gli emigrati del Nord vanno a popolare l'America settentrionale, le razze latine preferiscono l’America del Sud.

Ma è bene avvertire che i successi in prte reali ed in gran parte fittizi od esagerati di tanti uomini spostati dalle loro sedi natie, han generata e diffusa in Europa la tendenza ad emigrare, la quale se in alcuni paesi è conseguenza dell'organismo sociale, in altri è malattia morale, diffusiva e contagiosa.

Aumenterà o diminuirà la portata di queste emigrazioni?

Molti profeti prevedono un' aumento di proporzioni. Noi che non siam profeti, vogliamo prima attentamente esaminare tutte le conseguenze economiche dell'emigrazione. Vogliamo dimandare alla storia ed alla scienza se nella vita delle nazioni possa divenire talora una necessità; vogliam sapere se è un bene od un male per la metropoli, se utile o dannosa a chi emigra.

Ma qui una sola cosa vogliam dire.

Questa tendenza o fanatismo, nato da contagiosa imitazione, è una nuova specie di follia, che i frenologi non osservarono in passato. Ma i caratteri della follia stanno scritti nella scienza; e noi chiameremo questa: monomania emigrante, battesimo che raccomandiamo agli studiosi della mente.

E facciam voti che tanta parte di Europa si emancipi dal cieco istinto che la trascina dietro il sistema, il pregiudizio el’errore. Il secolo che tramonta posa il suo capo non sul domma ma sulla ragione, e lo spirito di ricerca e di analisi dev'essere il patrimonio che noi tramanderemo alle generazioni del secolo venturo.

CAPO IV.

Perché l'America chiama il vecchio mondo.

SOMMARIO

L'America del Nord: Stati Uniti, Canada Messico, Antille—Uno sguardo all'America del Sud. Columbia, Perù, Bolivia, Chili, Argentina, Uruguay, Paraguay, Brasile—Superficie, popolazione, clima, coltura, produzione, regime politico di ciascuna contrada nel momento in cui scriviamo — La prima risposta ottenuta.

Origini della schiavitù Americana — Parte che presero alla tratta dei negri le colonie di Portogallo, di Spagna, di Olanda, di Gran Brettagna, di Francia — Valore della schiavitù nella storia d'America. Tentativi di abolizione, trattati, guerre — Una seconda risposta — Conclusione.

I.

Quando abbiamo dimandato a noi stessi perché l'America chiami i figli de' vecchi continenti, la geografia e la storia risposero alla nostra dimanda con due eloquenti risposte.

Amcriea del NordStati Uniti. — Gettate uno sguardo sulla configurazione dell'America del Nord. Quale vasto ed imponente territorio! La sola regione degli Stati Uniti abbraccia 37 Stati e 10 territorii, i quali dopo un numero di anni, saranno Stati anche essi. La loro popolazione benché in aumento progressivo, è infinitamente minore alla capacità estensiva della terra. Per citarne un esempio, si osservi il Maino, Stato al nordest sull’Atlantico. Sulla sua superficie di 35 mila miglia inglesi, divisi in 90,646 chilometri quadrati, si aggira la ristretta popolazione di 626,915 uomini, la quale risponde a circa 7 abitanti per chil. quad.

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La superficie degli Stati risponde a miglia quadrati inglesi l',804,351

La superficie de' territorii id 1,206,019

Corsi d acqua e laghi id 240,000

Totale m. q.  3,250,370

Il miglio quadrato inglese equivale a 2. 32 chil. Quad. epperò la superficie totale degli Stati Uniti di America, ascende a 7,540,000 chil. quad.

La popolazione che nel 1860 era di 31 milioni e mezzo, nel 1870 aumentò di 7 milioni e mezzo. In questo momento, essa può calcolarsi che raggiunga i 43 milioni.

Eppure oltre alle terre già occupate, avanza ancora tanto di suolo da poter ospitare altri 540 milioni di abitanti, come risulta da documenti ufficiali. Sarebbero poco più di 12 abitanti per eh. quad. mentre la scala discensiva della densità della popolazione comincia da 158, e gli Stati Uniti figurano come 3 nella legge del rapporto inverso.

Il clima negli Stati Uniti è vario secondo le latitudini, da' ghiacci delle montagne rocciose agli splendidi soli della Florida o della Virginia. Si direbbe che sia quello tutto un mondo, se non fosse una parte sola del nuovo mondo scoperto da Colombo. Le ricchezze delle miniere, le risorse incalcolabili che offrono quei laghi, quei fiumi, quelle pianure, quelle montagne, sono il richiamo, e sovente la ricchezza dello avventuriero Europeo. I coltivatori della terra sono ivi insufficienti, e vi ha un miliardo e mezzo di acri di terre invendute e che domandano braccia all’Europa. Il governo della grande Repubblica non ha che un solo pensiero, quello di attirare gli europei, ed offre loro le maggiori facilità.

Canada. — Le vaste contrade del Canada, nelle otto Provincie da Ontario alla baia di Hudson, hanno una popolazione di 3,709,745 abitanti, secondo il censimento del 1871; i quali si aggirano sopra una superficie di 3,459,700 miglia q. pari a kil. quad. 8,960,260. Rispondono a 2 abitanti per kil. q. o poco più.

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Nella corsa pei secoli passati noi ricordammo le vicende del Canada, terra francese. Dopo la fatale guerra dei sette anni, il Canada è dominio inglese, ed è gran parte del continente dell'America del nord. Dalla nuova Scozia bagnata dall’atlantico, sino alla Columbia Britannica ed al Vancouver, che si specchiano nel Pacifico, i dominii del Canada si stendono tra i due oceani e s'innalzano fino al polo artico. Foreste immense, uniche al mondo, che provvedono con le pelli de' loro animali al lusso ed alla mollezza delle dame europee: fiumi e laghi immensi, e terre adatte ad ogni coltura, e minerali e campi di carbon fossile, e risorse e ricchezze di ogni natura. Ivi l'industria umana ha gettate 3 mila miglia di ferrovia ed altre 2 mila se ne costruiscono ora. Ivi dunque non manca nessuno degli agenti naturali coi quali l'uomo può sviluppare la propria ricchezza. Quello che manca sono gli uomini. Ed è chiaro che nulla debba risparmiare il governo del Canadà per attirare europei, a cominciare dagli agenti di emigrazione che quel governo stesso spedisce in Europa e dalle sovvenzioni per le spese di viaggio, sino alle gratuite concessioni di terreno.

E ciò basti per noi. Ai pubblicisti inglesi tocca il còmpito di decantare le meraviglie di quei domini e la fortuna che aspetta gli emigrati. Nella primavera prossima, come assicura il Petruccelli, 12 mila emigranti partiranno da Londra diretti al Canada. Che il Dio del coraggio, della forza e del successo, li accompagni e li prosperi!

Messico. — La terza grande regione dell'America del nord é il Messico. 2,637,423 kil. q. è la sua superficie. 9,173,052 abitanti era la sua popolazione nell'ultimo censimento. Oltre di Mexico che n'è la Capitale, ha città importanti come Guadalaiara, Puebla, Guanainato, San Luigi, la più grande delle quali ha 90 mila abitanti, e sarebbero capaci di una doppia popolazione.

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Fin dal giorno in cui l'intrepido Cortez sbarcava con un pugno di valorosi alle prode Messicane, e si assise sulle splendide ruine dell’antichissima Tuia, trovò oro, argento ed altre ricchezze. Trovò una nazione d'illimitata potenza, abitata dagli Aztechi, razza conquistatrice che si piegava solo innanzi a Montezuma, il suo celebrato Imperatore, che fu tenuto pari agli Dei. Sull’immensa spianata di Anahuac, che vuol dire la valle del Messico, trovò venti città opulenti e popolose, una delle quali contava300 mila abitanti. Trovò terre fertilissime e ricche di tesori vegetali, dalle ardenti pianure littorali dell’Oceano vicino all’Equatore, sino alle vette delle nevose montagne. Trovò arti e scienze e letteratura e poeti, tanto che il Prescott chiamò la fiorente città di Tezcuco l’Atene del nuovo mondo.

L'entusiasmo religioso e la tenacità di Cortez conquistarono quel vasto impero con una serie di drammatiche vicende, che la penna del signor Chevalier ha vivacemente dipinte. Ma caduto l'impero Azteco e surto sulle sue ruine il dominio de' re di Spagna, gli Aztechi e le indigene popolazioni divennero un popolo conquistato, benché governato meno male delle altre colonie che la Spagna avea formate nel nuovo mondo. Però gl'Indiani furon sempre servi, e servi li trovò Humboldt quando visitò il Messico al principio di questo secolo. La sola gente de razon erano i bianchi, relativamente agi' Indiani, ai quali era negato, e forse lo è anche oggi, questo divino attributo dell’intelligenza. Era il sistema coloniale spagnuolo pieno de' vizii de' tempi e degli uomini; sistema che dovea più tardi produrre la guerra dell’indipendenza, e la repubblica Messicana, la quale benché apportatrice di anarchie, fu sempre il trionfo di un grande pensiero di libertà che avea guadagnato lo spirito de' Messicani.

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La storia del Messico in questi ultimi 30 anni è piena di. avventure e di dolori. Vi si associa la Corte romana che col suo zelo cattolico spiegò una influenza riformatrice sull’America Spagnuola; vi si associa l'interesse politico di Europa e specialmente della Francia, che vi trascinava l’Arciduca Massimiliano ad una fine infelice.

Oggi politicamente il Messico è una repubblica federativa sotto la Presidenza di Sebastiano Lerdo di Tejada eletto il 18 luglio 1872. Ma economicamente il Messico, secondo la frase dello Chevalier, potrebbe dirsi un non valore, perché oltre l'argento delle sue miniere, nulla dà al genere umano. Eppure la superficie delle sue contrade è ubertosa, la vegetazione è in gran parte lussureggiante, il clima vi è propizio, meno nella zona torrida, ove la infocata temperatura rende al bianco impossibile di sostenervi il lavoro.

Ma la razza europea trova una omogenea dirtiora nell'alto piano del Messico, ove si dilata la cordigliera centrale della catena delle Ande. Questa cordigliera è la spina dorsale del nuovo continente come la chiamano l'Humboldt e lo ChevaKer. Si protrae per 14 mila kil: percorrendo sterminate regioni sino alla famosa strada dell’istmo di Panama, ove il genio e l'industria dell’uomo tentano la congiunzione de' due Oceani ora che sono spente le gelosie politiche che impedirono al governo Spagnuolo l’attuazione di questo ardito progetto.

Oggi il Messico manca di comunicazioni stradali e di ferrovie; e ciò non solo per la negligenza delle pubbliche amministrazioni, ma per mancanza di braccia. Quando un paese possiede terre fertili che facilitano ogni specie d'industria agricola, e laghi come lo Sciapala che ha 300,000 ettari di superficie, ed altri 20 di minori proporzioni; quando da queste acque e dal suolo estrae carbonato di soda, quando nelle viscere di una terra sono miniere d'argento,

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come quella scoperta ultimamente a Washoe, e di oro da emulare quelle di California e di Australia; quando tutto il pendio della Cordigliera è composto di rocce che contengono argento e quarzo, onde emersero le vene argentifere, innumerevoli in tutto il territorio Messicano, tanto da far dire allo Chevalier che il Messico prevale ad ogni altro paese del globo per la produzione dell’argento, e che tre quinti dell’oro e dell’argento di tutta America, esclusa la California, provengono dal Messico; se questo paese è chiamato un non valore, bisogna che vi sia qualche causa diversa dalle condizioni del suolo, che paralizzi tante straordinarie sorgenti di ricchezza.

La causa è una spia: la scarsa popolazione. Essa, ripartita, dà oggi 3 ab. per kil. quad. mentre tutte le produzioni locali e la capacità della superficie, richiederebbero un considerevole aumento.

Ed intanto mentre gli Stati Uniti progrediscono e si popolano, il Messico decade in tutto, perché non è rinsanguinato da nuove e numerose immigrazioni.

Alcuni viaggiatori, come il Duport ed il Duflat, han parlato, di piogge aurifere che bagnano la provincia della Sonora, e lo afferma anche Humboldt. Lo stesso fenomeno si narra della provincia di Sinaloa. Ma quelle province sono sterili per mancanza di braccia ed aspettano ancora che l'industria di nuovi popoli tragga profitto di tanti tesori.

Ed a questa mancanza debbono i Messicani la perdita della California, e chi sa quante altre ricchezze potrebbe rapir loro l’attività dei vicini, se il languore che ereditarono dalla snervata fibra spagnuola non verrà galvanizzato dal connubio con nuove razze più operose ed energiche.

Antille. —Questo primo sguardo che abbiamo dato all'America settentrionale prova quanto bisogno abbiano que' vari Stati di nuove immigrazioni. Non vi ha che la sola America centrale, cioè il gruppo delle grandi e piccole Antille, il quale sia sufficientemente popolato.

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Sopra una superficie,di 8,225 m. q. quanta è l’estensione delle repubbliche di Guatimala, S. Salvadore, Hunduras, Nicaragua, Costarica, vi ha una popolazione di 2,665,000 abitanti, ove i coolies indiani fanno una perniciosa concorrenza all'europeo. Lo stesso può dirsi delle Antille francesi. Il librò del Guillard (Eléments de statistique humaine) pubblicato a Parigi nel 1855, segnava a 123 abitanti per kil. q. la popolazione della Martinica. Erano 121,291 abitanti sopra 988 kil. q. di superficie! Ecco i prodigi delle colonie di piantagioni! Ma non furono prodigi europei. La Martinica, come nota un altro diligente scrittore (1) contava nel 1862, 7,800 immigrati africani, 8,000 indiani, 800 chinesi. La Guadalupa, avea nel 1864, 9,389 indiani, 4,031 africani, 112 chinesi.

America del Sud. — Ma se volgiamo uno sguardo sulla carta geografica dell'America meridionale, studiando allume della storia e della statistica tutta l'immensa superficie compresa tra le foci dell’Orenoco e l'arcipelago di Magellana, e ci facciamo a considerare i rapidi aumenti che in questo secolo ebbero quei vasti paesi, avremo una novella dimostrazione della tesi di questo capitolo. Come il Tocqueville dipinse coi colori smaglianti della sua splendida tavolozza la società dell'America settentrionale, così un nostro scrittore contemporaneo, la cui vita è una febbrile e continua operosità, e la cui penna conosce tutti i segreti per conquistare la ragione ed il cuore, consacrò agli Americani del Sud un libro che è insieme l'opera del filosofo e dell’artista (2). Ma nel libro del Mantegazza vi. si respira l'alito caldo della passione con cui può scrivere un viaggiatore ed uno studioso della sua forza. Noi invece, che dai destini della vita non fummo sospinti alle immense solitudini delle Pampas, alle valli ridenti dell'Argentina, ai fantastici fiumi della Plata, od ai vergini boschi del Brasile e del Paraguay,

1) Rambosson. Les colonies françaises, Paris 1868 p. 368 e 453.

2) Rio della Plata e Tenerife, Viaggi e studi di Paolo Mantegazza, Milano 1870.

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scriviamo senza le emozioni del pellegrino, senza il fascino di chi interroga nella vita delle albe e dei tramonti americani, i misteri della natura. Ma il muto linguaggio delle linee e l'aridità delle cifre,'bastarono a formarci alcune convinzioni, nelle quali palpita un sentimento, che è più amore del loco natio, anziché splendida carità di rinsanguinare la vita americana.

Colombia. — Le repubbliche di Nuova Granata, di Equatore e di Venezuela, costituiscono la Colombia, quella sola terra d'America battezzata col nome del grande scopritore. Sono tre rami che dopo il 1831 si staccarono dal loro tronco che era la repubblica di Colombia, vastissimo territorio che pria del 1819 costituiva il vice reame della Nuova Granata, dalla cui dominazione la emanciparono gli sforzi di Bolivar.

Per formarsi un' idea del clima di quella contrada, basti i dire che di là si esportano il cotone, il caffè, il caoutchouc, le pelli, in milioni di chilogrammi, secondo i più recenti specchi che abbiamo sottocchio. La superficie e la popolazione di queste tre repubbliche del sud, sono rappresentate dalle seguenti cifre:

kil. q. popolaz.
Colombia o Nuova Granata 1,000,000 3,000,000
Equatore 651,000 1,100,000
Venezuela 982,000 1,500,000
Totali 2,633,000 5,600,000

Questa proporzione che dà poco più di 2 individui a kilometro, indica quanto sia scarsa la popolazione della Colombia, di questa contrada che tuffa il suo capo nel mare delle Antille, che è spronata ai fianchi dalle onde dell'Atlantico e del Pacifico, che è ricca di dellziose valli, di meraviglie geologiche e di risorse commerciali; che infine oltre alle tre capitali Bogota, Quito e Caracas, possiede altre importanti città fiorenti per industrie, per commerci e per l’amore con cui accoglie la civiltà europea.

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Una festa di avvenire è impromessa a questa contrada. Il giorno in cui sarà rotta la barriera di Darien, si confonderanno nelle Antille le acque de' due oceani, e le vele dei più remoti paesi approderanno alle coste di Antioquia, di Magdalena e di Maracaibo.

Perù, Bolivia, Chili, Argentina. — Nè sentono minor bisogno di nuova popolazione il Perù, la Bolivia, il Chili e l'Argentina, repubbliche surte sulle ruine dell’antica civiltà Peruviana, sede gloriosa dell’impero degli Incas, formidabile gigante, che dalle pianure delle pampas (37° grado di latitudine sud) si stendeva sino al 2° grado di lat. nord, Pizzarro ed i suoi seguaci distrussero quell’impero e quella civiltà, di cui poche memorie incontra il viaggiatore ne' ruderi di qualche monumento che il tempo salvò dalla distruzione spagnuola. Rimane però, dopo tante vicende di fortuna, quello stesso immenso spazio su cui si agitano, con nuovi bisogni e nuove speranze, razze sopravvénute d'indiani, di negri, di europei, di meticci, razze incrociate di stranieri e di indigeni, che si sono combattuti, amati e moltiplicati su quella stessa terra del Cuzco, che, tre secoli or sono, veniva solcata dall’aratro d'oro de' figli del sole (1). Il Perù sopra un suolo di 1,605,742 kil: q. ha una popolazione di 2,500,000 abitanti, cioè poco più dell’1,50 per k. q.

La Bolivia sulla superficie di 1,390,000 kil. quad. contiene 1,987,352 abitanti, cioè 1,42 di densità.

Il Chili ha un suolo meno vasto. Sono 343,45 9 k. con una popolazione crescente, che secondo gli ultimi censimenti, ascende a 2 milioni o poco più di abitanti. Ma che cosa è il 5,90 di densità in un paese ove la produzione agricola, segnatamente dei vini aumenta col crescere delle braccia in grazia della fertilità del suolo?

(1) Figli del Sole si chiamavano gl'Incas, a simiglianza de' Cinesi. Orgogli e pregiudizi di razze!

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In questo paese furono scoperte non ha guari mine argentifere che si stendono per più di 15 leghe nel territorio di Caracoles tra il 23° ed il 25° grado, ad una distanza di 120 miglia dalle coste. E notisi che il Chili nel 1847 avea una densità di 4 abitanti a k. q. ; che la sua popolazione aumentata dagli Europei, tra i quali il maggior numero è di tedeschi, d'inglesi e di francesi, ha dato novello impulso al commercio generale e speciale, alle ferrovie ed alla produzione. Santiago e Valparaiso sono città importanti tra le 16 provincie di questa regione cosi piena di avvenire.

Ed eccoci ora giunti alla repubblica Argentina, sulla quale ritorneremo, studiando la emigrazione italiana.

Le sue 14 provincie ed i suoi 4 territorii, costituiscono una nazione giovane di mezzo secolo appena, agitata da guerre civili, ed ai nostri giorni teatro di un fermento nel quale si trasformano i vecchi elementi spagnuoli, gl'indiani ed i negri, nel continuo e progressivo contatto co' figli dell’Europa. Da quel crogiuolo in cui Si fondono tre razze diverse, il nostro Mantegazza opina che ne risulterà una nuova razza che non sarà  né bianca,  né nera,  né gialla, ma che formerà il nuovo ceppo d'innumerevoli generazioni future.

Le lane delle pecore merine o meticce e de' montoni indigeni, insieme alla concia delle pelli, sono due industrie che attirano gli europei nel bacino del Plata, nelle pianure della Pampa e sulle alte valli delle Ande. Le sete di Mendoza, i merletti di Salta, i cotoni, i minerali, gli olii, le cere, e tanti altri prodotti di quel paese, han bisogno del colono europeo, e lo attirano con le seduzioni di larghi profitti.

Sopra un territorio di oltre a 4 milioni di kil:, secondo il censimento pubblicato nel 1872, opera questa grande trasformazione, un popolo di 1,877,490 abitanti. Le provincie più popolate sono quelle di BuenosAvres, di Cordova, di Entrerios, di Corientes, di Tucuman, la prima delle quali ha una popolazione di 495,107 abitanti.

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È notevole che la sesta parte di questo popolo abita le città, e che i maschi sono in eccedenza sul numero delle femmine, il quale fenomeno va attribuito alla immigrazione straniera. Questa vi è rappresentata dalla cifra di 211,933 individui, venuti dell'Europa e da altri Stati americani; e di essi poco meno della metà cioè 108,318 vi approdarono nel solo triennio 187072 nelle seguenti proporzioni:

Immigrazione all’Argentina

nel 1870     39,667
1871    31,614
1872    37,037
Totale 108,318

Per rilevare la importanza di questa cifra è necessario paragonarla alle immigrazioni degli anni precedenti. Nei primi sei mesi de' 6 anni 186166 vi approdarono 29,351 emigrati, venuti o direttamente dall’Europa o da altri porti americani.

Questo confronto è eloquente a dimostrare come aumenti in ogni anno, ed in vaste proporzioni, la corrente europea. Nessuna contrada sudamericana offre la densità di popolazione della repubblica Argentina. Nel 1864 vi erano 26 abitanti circa per ogni lega quadrata (1). Oggi noi ne calcoliamo 22 per ogni kil: q. , quanti ne hanno alcuni paesi dell'Europa meridionale. Però se la proporzione tra il suolo e la popolazione deve aver per base la produzione o i mezzi di sussistenza, chi non vede quanta maggiore potrebbe essere la popolazione dell'Argentina?

Uraguay. — Tra la Pampa ed il Brasile, serrata tra le sponde del Rio della Plata ed il Rio grande, trovate i discendenti della banda Orientale, che rotto il giogo spagnuolo, han formata la repubblica dell’Uraguay.

(1) Registro estadistico de la republica Argentina, 1865.

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Sulla carta geografica vi parrà un angusto territorio; eppure ha una superficie di oltre a 218 mila chilometri, sui quali si moltiplicò in pochi anni una popolazione di 350 mila abitanti, che dal colore della pelle, dalla lingua che parlano, li ravviserete per creoli spagnuoli e negri, meticci indiani e mulatti, e stranieri venuti da ogni paese di Europa.

Il progressivo aumento di questa popolazione è incredibile: in dieci anni 149 mila di più. La bella città di Montevideo, nata sull’Atlantico a guardiana delle sue coste, ne hà 60 mila.

Il clima vi è mite, la terra, fertilissima, abbonda di cereali; la pastorizia, industria fiorente, vi alimenta il commercio di esportazione.

Ma fu una contrada infelice. Un assedio di 9 anni, cessato appena nel 1851, fece dare a Monte video il nome di novella Troja, e da quel tempo, al dì d’oggi — scrive il Mantegazza — «F esperienza tristissima del passato, non ha reso quel «paese più tranquillo, e sopra un terreno dei più fertili, che «potrebbe dar pane ed agiatezza a 15 milioni di abitanti, un «pugno di meno che centomila, si agita, si cruccia e si uccide, per lasciare poi, che Dio noi voglia, in preda al vicino, un paese insanguinato».

Il Console Generale dell’Uraguay in Italia (1) ha pubblicato un opuscolo in cui dà agli italiani parecchie notizie di quella repubblica. Ne loda le bellezze naturali e l'organamento politico, la produzione, e le nuove opere, e conclude così:

«Queste imprese, nonché il telegrafo elettrico fra Monte«video e Buenos-Ayres, che esiste da parecchi anni, provano «assai chiaramente che la repubblica dell’Uraguay in mezzo alla pace ed al benessere, marcia a passi giganteschi nella via del progresso e che di altro non abbisogna che di braccia — braccia — braccia».

(1) P. Antonini y Diez. pubblicazione ufficiale 1870.

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Creda ora il lettore a chi vuole di questi due scrittori. Certa cosa è che quella contrada non potrà avere nessun avvenire senza onde perenni di immigrazioni nuove. Tutto risponde a questo fine: reclutatori di bianchi che vengono in Europa, e opuscoli che si fan circolare in tutti i paesi per attirare operai con seducenti promesse di pingui salarii e di fortuna. Ed han ragione gli Americani. Ogni paese tende al suo meglio, e dalle vaste e spopolate campagne del Sud si leva una voce la cui eco viaggia l'Oceano, e ripete in Europa braccia bracciabraccia.

Paraguay. — Seguendo il corso di due fiumi, l'uno dalle onde scapigliate, l’altro dalle amene ed incantate rive, il gran Chaco e il Paraguay, troveremo sulla carta la città dell'Assunzione. È la capitale del Paraguay, quel paese che ricordammo conquistato dalle missioni dei gesuiti, la influenza dei quali fu benefica, avuto riguardo alle condizioni storiche di quell'infelice contrada.

I Paraguayos, figli de' padri Spagnuoli e degli snervati Guarani, abitano un paese che meritò il triste epiteto: la China dell’America, paese che per secoli si agitò nell’anarchia, ed incurvò il dorso sotto la sferza del dispotismo, a cominciare da Irala e da Alvar Nunez, sino al Dottor Francia e a D. Carlo Lopez, tiranni di seconda mano, che modellarono a loro capriccio la pasta molle de' servi Paraguaiani. Mentre le vicine repubbliche hanno stampati molti passi nella via della libertà umana, il Paraguay conserva ancora la schiavitù. La soggezione perenne lo ha reso paziente nel carattere, sommesso, abile nelle arti meccaniche, forse meno per virtù d'istinto, quanto per l'ambiente che lo circonda, nel quale non è possibile nessuna energia dello spirito. Fuvvi un tempo in cui un blocco di molti anni chiuse le porte del Paraguay. ad ogni contatto straniero. Devesi a siffatte varie vicende della storia politica dei paesi d’America, se in questo quadro della società americana ogni popolo ha una forma ed un carattere proprio.

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Questi Cinesi d'America, nelle cui vene circola più di due terzi di sangue indiano, han costumi singolari. Sono teneri della nudità completa sino air adolescenza, allorché indossano le donne una camicia bianca, e gli uomini un manto rosso di cui si fasciano le spalle. Le une e gli altri hanno in odio le scarpe, odio inesplicabile pensando alle miriadi d'insetti che si agitano nella polvere del suolo Paraguaiano.

Sarebbe lungo il discorrere delle stranezze e della barbarie del Paraguay, le cui specialità si rivelano anche nelle condizioni agricole ed industriali. I suoi boschi sono umidi e caldi, popolati di alberi preziosissimi per molte costruzioni. Il Caraguata è una specie di ananas, le cui foglie dànno una materia fibrosa, che potrebbe sostituirsi al canape ed al lino per la resistenza e finezza de' fili. In molti luoghi il suolo è salato, e da questi sali ne'  pascoli, acquistano maggior sapore le carni bovine. Il tabacco vi prospera; la mandioca, che è il loro pane, non fa sentire il bisogno dei frumenti europei. La batata, la banana, la canna di zucchero, il cotone vi aduggiano mirabilmente, ed hanno dagli agrumeti gli aranci due volte all'anno. Nelle viscere delle montagne Paraguaiane esistono tesori che aspettano ancora il braccio d'intelligenti esploratori. Dal colle Lambarè che si leva vicino all'Assunzione, si ricava il sai gemma in molta quantità, e le miniere di ferro furono la prima industria fatta dagli schiavi.

Sopra una terra piena di tante contraddizioni, dove la natura non fu avara dei suoi tesori, vi si muove una popolazione che non eccede il mezzo milione tra bianchi, indiani e meticci di ogni colore. Il giorno in cui vi sarà abolita la schiavitù, anche il Paraguay chiederà braccia all’Europa. Gli avvenimenti politici in quel paese incalzano e si succedono rapidamente.

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Dopo la guerra combattuta con gli Argentini ed i Brasiliani, dopo la sconfitta e la morte di Francesco Lopez, figlio del sopra lodato tiranno, oggi il Paraguay è una repubblica basata sulla costituzione del 25 novembre 1870. Un migliore avvenire gli è inevitabile.

Ed ora che abbiamo compiuto il nostro viaggio nell'America spagnuola, non ci resta che un' ultima regione a studiare, ed è il Brasile, la sede di quelle colonie portoghesi, da noi più sopra ricordate.

Brasile. — Questa immensa regione che si estende dalle foreste della Guiana sino agli sbocchi del Rio grande, e da Pernambuco alle montagne del Mattogrosso, ha la va3ta superficie di 8 milioni e mezzo di kil: q. , cioè un milione di più dell’estensione degli Stati uniti.

Il censimento fatto nell’agosto del 1872 fa salire la popolazione del Brasile a 10,095,978 abitanti. La maggior parte. di questo popolo sono i meticci, insieme di mulatti, di zambi e di choli. La schiavitù, che non vi fu ancora abolita, vi tiene intatto l’elemento negro. E gli schiavi rappresentano nell’anzidetta cifra, 1,683,864. Gli stranieri non sono in tutto che 250 mila, e se anche fossero tutti Europei, sarebbe certo assai scarsa la portata dell’immigrazione.

Il governo portoghese fece sentire al Brasile la pace di una libertà quasi democratica, e la storia lo prova. È un paese non funestato finora da guerre civili, il che gli permise di svolgere le industrie e le arti. Le sue lotte furono pacifiche; si lottò per le forme, inalterata e stabile restando la costituzione della Stato.

Ma oggidì il vasto impero del Brasile si va smembrando, e ciascun paese assume la sua speciale figura.

La storia dell’agricoltura e del movimento industriale brasiliano è intimamente connessa alla storia della schiavitù nel Brasile. Sarebbe qui prematuro il parlarne. Ma è qui il luogo di riconoscere che il Brasile offre importanti risorse alle immigrazioni straniere.

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Il caffè, lo zucchero, il cotone, la gomma elastica, vi si producono in favolose proporzioni. E ci è parsa favola il leggere come nella sola provincia di Fernambuco, oggi traversata da una ferrovia, costruita co capitali inglesi, il ricolto dello zucchero che nel 1860 toccò la cifra di 730,000 arobi, (ogni arobo è 14 franchi e 68 cent. ), nel 1871 si elevò ad 1,200,000 arobi, cioè il valore di 17,216,000 lire italiane! Parimenti straordinarie sono le proporzioni delle altre raccolte.

Già dicemmo come il Brasile fosse la patria delle sorgenti di oro e di argento. I tesori delle miniere di Jaragua e di Sabara e delle montagne aurifere, arricchirono i portoghesi, e, dopo il trattato di Methuen, anche gl'inglesi, circa un secolo e mezzo or volge. Rio Ianeiro poiché venne bombardata dai francesi ai principii dello scorso secolo, e danneggiata di circa 30 milioni, divenne il deposito dei prodotti delle miniere, e prosperò nella pace, come prosperarono più tardi le città, oggi importantissime, di Bahia, Pernambuco, Maranhao. Non ha guari una nuova miniera di carboni, contenente numerosi depositi carboniferi, veniva scoperta sul Rio Negro nella grande vallata delle Amazzoni. Il mare, lungo le coste, è ricco di materie saline, benché l’industria del sale sia abbandonata alle popolazioni meno favorite dal clima e dalla fertilità delle terre.

Ma in generale il Brasile è fertile, e le piantagioni tropicali arricchirono più dell’oro e dei diamanti. La foresta vergine ha ecclissata la miniera, e quando sarà sparito lo schiavo, altri esseri umani saranno n9cessarii per dirigere ai fini della ricchezza quella immensa vegetazione, la quale non può essere confidata unicamente agli istinti vitali ed alle onde di luce di che la circonda il sole dei tropici. Ha bisogno del braccio dell’uomo armato di scure e di carezze; ha bisogno dell’intelligenza attiva e tenace che sa lottare anche contro le forze della natura; che dare ad ogni pianta la quantità di aria e di luce che le è necessaria; che sappia opportunamente troncare quei grandi alberi, giganti della foresta, che altrimenti avrebbero vissuti secoli,

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rispettati dal tempo e dai fulmini; e che permetta ai banani, ai bambù, alle palme, alle liane, di disputarsi l'altezza ed il sole, che dà gli splendori dello smeraldo al verde delle loro larghissime foglie. La terra ha una virtù fecondatrice, ma è il germe che feconda, è l’arte che ne dirige lo sviluppo. È uno degli orgogli dell’umanità questo geloso incarico che la provvidenza confidava all’uomo, divenuto così il signore della natura. E là nelle zone tropicali ove ancora vergini sono le foreste e i campi delle spighe, ivi questa signoria dell’uomo può esercitare più largo dominio, e raccogliere maggiori trionfi.

Ma l'avvenire del Brasile, come di tutta l'America del sud, non può essere affidato allo svolgimento delle sole forze locali. Esse sono insufficienti. Forze nuove e più abili sono richieste dagli interessi americani, ed è la dimanda perenne che il nuovo mondo fa da quattro secoli ai tre vecchi continenti. Tutte le emigrazioni di Europa, di Asia e di Africa, non hanno potuto in America proporzionare al suolo la popolazione. Le colonie dei secoli passati furono il primo nucleo di quelle repubbliche e di quegli imperi moderni,  né potranno formarsi ivi stati potenti, senza pria stabilire un equilibrio tra le genti e la terra, dal quale solamente nasce la produzione, la ricchezza e la civiltà.

Una recentissima statistica di tutto il mondo, fatta da un paziente studioso tedesco (1) c'insegna che tutte le due Americhe hanno una complessiva popolazione di 85 milioni di abitanti; mentre l'Africa ne ha 192,l’Europa 302, e l'Asia 795. Intanto pongasi mente alla superficie di ciascun continente:

Europa miglia quadr. 178,130
Africa » 543,570
Americhe » 747,680
Asia » 796,005


(1) Statische Tafel aller Länder der Erde von Otto Hübiier. — Frankfurt 1873.

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L'America dunque ha una popolazione che è più di nove volte minore dell’Asia, avendo un' area che si avvicina alla sua ampiezza, e più dell’Asia ha tutti i prodotti necessarii alla sussistenza dell’uomo ed alla opulenza delle nazioni. Quanta differenza fra le due cifre: 85 e 795 milioni!

Ed ora la prima risposta l'abbiamo ottenuta. Ce l'han data la geografia e la statistica con eloquenza invincibile. La popolazione di America è immensamente inferiore alla capacità del suo territorio.

II.

La schiavitù. — La seconda risposta, noi dicemmo, ce la darà la storia.

In questo gran volume della storia umana vi sono alcune pagine che non si possono leggere senza raccapriccio, e contengono i funesti ricordi della schiavitù. Fu un tristo fenomeno che apparve nelle socie tè antiche l'imporsi d'una razza ad un'altra; ma quando l'uomo per soddisfare al bisogno di produzione volle appropriarsi il lavoro del suo simile, tenendolo soggetto come bestia da soma, nacque questa grande ingiustizia che ha accompagnato per molti secoli, il cammino dell’umanità. Il mondo pagano elevò l’edifizio della sua civiltà sul dorso dello schiavo, e ne sono ancora eloquenti le tracce in mezzo alle ruine dell'Oriente, della Grecia e di Roma.

Mentre parea che il cristianesimo e la civiltà avessero infranta la catena dello schiavo in gran parte del mondo, fu vista rinascere la schiavitù in America in tutte le forme della sua primitiva barbarie.

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I primi scopritori assoggettarono gli indigeni al lavoro forzato delle miniere ed alla coltura degli immensi territorii. Ma gl'indiani non bastavano,  né resistevano alla grave fatica. Nella necessità di elementi stranieri si provò quanto fosse difficile di acclimatarvi gli europei e di dominare le loro abitudini di uomini liberi Sorse allora spontaneo il bisogno di ricorrere ai negri delle coste d'Africa, già divenuti schiavi al tempo delle guerre contro i Mori. Erano uomini robusti, usi alla sferza de' soli del tropico, ed al giogo de' più pesanti lavori. Li compravano sulla costa africana; con poca spesa li conducevano nei paesi d'America, come un branco di armenti, ed ivi a caro prezzo li rivendevano. Dal giorno in cui il negro ebbe un valore, la sua vita acquistò la importanza economica d'un capitale produttivo. Un mercato negoziava questi valori, e nacque la famosa tratta, la cui prima origine viene attribuita da alcuni agli Spagnuoli, da altri ai Portoghesi: disputa inutile perché Spagna e Portogallo, e questo più della prima, trafficarono questa merce per le loro colonie. E la merce fu ricercata nella Guinea, nelle provincie di Conga e di Angola, che divennero le sorgenti della tratta. Nel 1568 il porto più importante della loro esportazione fu S. Paolo di Loanda.

Ma già nel 1510 i negri erano stati introdotti a S. Domingo e pochi anni dopo a Cuba. E da quel tempo la schiavitù si sviluppò rapidamente col regime degli asiendos. Però lo slancio che prese questo infame commercio fu ne'  secoli XVII e XVIII. — Quando i Portoghesi perdettero il commercio delle Indie, trovarono nella tratta dei negri nuovi e più larghi compensi. E per attivarla, si contentarono di abbandonare l'agricoltura e la produzione naturale nelle colonie d’Africa ove sulle coste orientali aveano possessioni fertili, salubri, irrigate dalle acque, interrotte da foreste ombrose, e popolate da numerosi animali. «A furia da vendere schiavi — dice il Vogel— le piantagioni rimasero senza coltura, indignata la popolazione indigena, e perduta la riputazione del Portogallo, per queste intraprese così avventurate e vergognose».

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Ma i portoghesi non furono della stessa opinione. Essi ai principii del secolo XVIII svilupparono la tratta nel Brasile.

Vi era stata per lo innanzi, ma debole. Crebbe allora in proporzioni inaudite, per durare fino ai nostri giorni. Molte ragioni vi concorsero. Pria di tutto il famoso e disgraziato editto del marchese di Pombal, tendente ad emancipare gl'indiani; in secondo luogo la "grande estensione, immensamente produttiva del Brasile, superiore ad ogni altra contrada del mondo; e da ultimo la prossimità con le coste africane. In 52 anni dal 1788 sino al 1840, entrarono nelle colonie portoghesi 328 mila schiavi, e dal 1840 al 47, solo nel Brasile ne importarono 250 mila.

Nell'America spagnuola tutte queste ragioni mancarono. Nondimeno la schiavitù descrisse anche ivi la sua parabola. Nello stesso suddetto periodo di 52 anni, gli spagnuoli comprarono 300 mila negri, e nei sette anni successivi, altri 52,027 (1). Humboldt (2) ne trovò nel 1822 387 mila in tuttal’America spagnuola. Depons nella sola provincia di Caracas ne contò in quell'epoca 218,400.

Se non che, lo schiavo della Spagna era trattato meno brutalmente. Potea possedere ed affrancarsi per testamento. Maltrattato, poteva forzare il padrone a venderlo per un prezzo che fissava il giudice: in generale era protetto e garentito. Era sempre qualche cosa in mezzo a tanta degradazione morale!

E questa dolcezza sarà più spiccata ove si pensi ai trattamenti che ebbero in ogni tempo gli schiavi nella Gujana Olandese. Numerose torme di questi infelici, nel corso dei due ultimi secoli, vennero tratti a Surinam, ove nel 1784 trovarono un codice che li aspettava — e si chiamava il codice nero, scritto per punire i neri. In verità il nome rispondeva alla cosa, perocché fosse il più vergognoso monumento della tirannia e della crudeltà umana.

1) Tolghiamo queste cifre dal Dict. de Guillaumin sopra citato. V. Esclavage — De Molinari.

2) V. Nouvelle Espagne.

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Sotto la sferza di quelle leggi, verso il tramonto del passato secolo, 80 mila schiavi, distribuiti in seicento stabilimenti della Gujana, producevano annualmente un lavoro di 40 milioni di derrate; produzione straordinaria, avuto riguardo ai tempi. Ma vi era il codice nero!

La schiavitù fu un male contagioso. Non un lembo di terra americana che non venisse bagnato dal sudore del negro. Il vascello negriero olandese che per la prima volta neY, 1620 sbarcò a Iames Town, nella Virginia, 20 schiavi negri, ebbe numerosi successori. Da quel giorno l’uso inumano di ricorrere alla mano d'opera servile si propagò dal sud al nord degli Stati uniti, e la presenza degli schiavi si fece sentire nelle leggi delle colonie sulla prima metà del secolo XVII. Le due Caroline divennero il mercato principale del traffico. È però rimarchevole che le colonie del nord si opposero alla invasione di questa corrente, che in capo a due secoli dovea cagionar loro inenarrabili sventure. Ma fu l'Inghilterra che insistè perché non fosse questo traffico proibito dalle leggi coloniali; essa volle non solo proteggere l'industria de' negrieri inglesi, ma usò violenza alle sue colonie ricalcitranti, perché accettassero gli schiavi.

La Virginia resistè più volte, ma invano. Nel 1776 la convenzione di Williamsbourg rimproverava a Giorgio III di servirsi della prerogativa reale per impedire alla Virginia una legge proibitiva della importazione de' negri. Nella Georgia avean fatto un simigliante divieto e bisognò abrogarla nel 1749.

Ma i piantatori dell'estremo sud faceano intanto causa comune coi negrieri d'Inghilterra, e svilupparono rapidamente un'istituzione che dovea divenire si funesta ai loro discendenti. Dal che si può desumere con ragione, che i 671 mila schiavi esistenti in tutta la Confederazione nell'anno 1790, come assicura il Cochin, (1) appartenessero in gran parte agli stati del sud.

(1) Cochin. Abolition de l'esclavage. T. 3° p. 14.

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Ed a conferma di questo dato storico, ricorda il de Molinari che undici Stati settentrionali dell’Unione, dal 1776 al 1782 proibirono la tratta, ma tal proibizione fu revocata più tardi nella Carolina del sud, la quale solamente in cinque anni dal 1803 al 1808, importò 20 mila schiavi nel suo territorio.

Malgrado i severi principii religiosi e politici coi quali si eran fondate le colonie inglesi, parve che i coloni perdessero di vista gl'insegnamenti della religione e della democrazia, appena che per trasgredirli ebbero un interesse considerevole.

Il brutale trattamento degli indiani ed il disonorevole traffico de' negri, prova che tutte le società nuove, ancorché fondate da genti civili, hanno sempre nella loro condotta uno slancio di crudeltà, che si fa innanzi ogni qualvolta è in giuoco la cupidigia della maggioranza. Nella storia angloamericana, come nell'origine dell'occupazione dell’Australia e della nuova Zelanda, i coloni inglesi ci si mbstrano rapaci e crudeli senza scrupoli e senza limiti contro i popoli aborigini. Questo fu il delltto che essi commisero in America, questa fu la macchia, e già lo avvertimmo, che depreziò il quadro brillante delle loro colonie.

Ma la corrente degli schiavi inondò anche le colonie francesi. Quando queste estesero alle Antille il campo delle piantagioni, parve loro insufficiente la coltura del tabacco, del cacao, dell’indaco e della canna. Parve loro che tutta l'economia della società coloniale dovesse mutarsi sulla base di due nuovi elementi: i grandi capitali e le numerose bande di schiavi. La reale approvazione autorizzò la tratta; la proprietà si concentrò in poche mani; gli operai europei rifluirono verso le città, e sorsero nelle campagne quelle vaste officine, conosciute sotto il nome di habitations, prigioni senza mura, come le chiama il Cochin, manifatture odiose che produssero per secoli il tabacco, il caffè, lo zucchero, e consumarono gli schiavi.

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Il grado sociale di un uomo, si misurò dal numero de' negri che possedeva: sdegnati gli strumenti dell’agricoltura, e solo in moda per due secoli la vanga dello schiavo. Afferma lo Smith che i francesi erano umani verso di loro. Eunuca dolcezza, quando il governo della patria li trattava severamente, e li sferzava con la spaventevole crudeltà del codice nero! Nelle Antille francesi avvenne come nelle colonie spagnuole: una macchia di sangue negro era titolo di esclusione da ogni impiego. Luigi XIV proibì ogni matrimonio tra un bianco ed un negro di qualunque gradazione, per timore che negli europei sorgesse la pietà, la passione o l'interesse per la loro liberazione.

Intanto, fecondate dal sudore dello schiavo, le piantagioni delle colonie francesi prosperavano, e rendevano alla patria enormi profitti. Quindi la voglia di aumentare il numero dei negri, e basti il dire che la sola Martinica, che ne avea 15 mila nel 1700, ne contava 75 mila nel 1736.

Questo grande sviluppo della schiavitù non solo nelle Antille francesi ed inglesi, ma altresì negli Stati Uniti, non cominciò che nel secolo XVIII e propriamente dopo il trattato di Utrecht (11 aprile 1713) che garentì alla Francia ed alla Gran Brettagna la libertà della navigazione ed estese il loro traffico ad ogni specie di mercanzia. Tali larghezze entrate nel dritto marittimo europeo, pesarono funestamente sulle sorti degli schiavi. La esportazione dei piezas de indias, come eran chiamati i negri, venuti specialmente dalle colonie portoghesi d'Africa, raggiunse cifre straordinarie. Gli Stati Uniti e le Indie occidentali contavano nell’anno 1790 1,601,302 schiavi. Se ne importavano ogni anno dall’Affrica non meno di 80 mila. Un filantropo Americano, il reverendo Dana, calcolò che dal cominciamento della tratta sino a quell'anno (1790) l'Africa avea fornito all'America 20 milioni di schiavi.

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Il negriero li vendeva a 30 lire sterline per ciascuno, quindi si avrà un capitale di 600 milioni di lire sterline, pari a 15 miliardi di lire italiane. Capitale che non entrò certo nella Guinea o nel Senegal, ma servì a satollare l’avida cupidigia dei negrieri di ogni paese.

Ed ora che abbiamo disegnate le linee principali di questo quadro doloroso, che fu il servaggio del negro in America, è tempo di dimandare alla coscienza ed alla storia, il valore di questo fatto e le sue vicende nello svolgimento della vita americana.

La schiavitù fu la suprema ingiustizia di che si rendesse colpevole l'uomo su questa terra, già troppo feconda di dolori e di miserie! Fu un insulto alla Provvidenza, un disprezzo al genere umano innanzi a cui il negro ed il bianco han pari i diritti.

I compratori di prima e di seconda mano non ebbero che un solo stimolo: Toro. Trafficare il negro valea guadagnare oro; comprarlo pe' lavori delle miniere, valea fargli produrre oro; o per le piantagioni delle foreste, l’oro delle favolose esportazioni. Fu dunque sempre e solo l'oro che abbagliò gli occhi degli europei in America. Poco importava se quel metallo stillasse il sudore ed il sangue dello schiavo!

Ma oh! quanto è diverso lo stimolo che premea il negro al disperato partito di vendersi. , Non l’oro, ma la fame. In fondo al desolante fenomeno della schiavitù umana, vi ha sempre la fame—la fame, simbolo vivente della miseria, dell'ignoranza, dell’abbrutimento. Strabone ci ricorda quei barbari qui filias per inopiam locare non possunt, e le esponevano ai pubblici mercati. Nella China — ed è il Mathus che lo afferma — la miseria spinge l'uomo a vendere il figlio, la moglie e sè stesso. Così la madre del Senegal vendeva i suoi nati al negriero della Virginia: ella non avea pane per satollarli!

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Da queste impure nozze della cupidità colla fame, nacque gran parte della ricchezza Americana. È un risultato che non giustifica la tratta; ma tanto è. Furono i negri che abbatterono le foreste vergini, che bonificarono le paludi, domini delle febbri; che coltivarono le immense piantagioni del cotone; che gettarono ponti, edifizii e ferrovie sui fiumi, nelle città, nelle sterminate pianure. Questi colossali risultati rendevano interessati i piantatori al mantenimento della schiavitù, e i trafficanti alla estensione della tratta.

Nè tai trafficanti o negrieri, erano, come alcuni forse immaginano, abbiette ed oscure persone. Si videro congregazioni religiose ottenere privilegi per le esportazioni de negri. Si vide la corona di Portogallo intraprendere il traffico per suo conto nel 1697. Quali enormi profitti non rese la tratta! Ogni schiavo costava al negriero circa 300 franchi compreso il prezzo di trasporto. Lo rivendeva in America per mille! Ultimamente, nel 1845, a Cuba ed a Porto-Rico un negro si pagava 2500 lire! Si citano bastimenti negrieri che in un solo viaggio guadagnarono sei cento mila franchi. La Venere tornata all'Avana da Monzambico nel 1839, con soli 850 schiavi (carico incompleto! ) realizzò un utile di 900 mila lire!

Se la schiavitù fu in America una istituzione sociale, il traffico con tutt'i suoi abusi divenne un industria lecita, radicata nelle abitudini, e lo provano, più che ogni altro ricordo, i disgustosi annunzii de' giornali americani. Il negro si affitta e si vende, a private trattative od all'incanto, come ogni altra proprietà mobile od immobile. Nel Brasile quattro colonne del giornale do Commercio di Rio Ianeiro, pubblicano ogni giorno le mutazioni di questa singolare proprietà (1).

(1) A vendere—per bisogno di danaro—una robusta negra, prezzo 1,100,000 reis. Dirigersi ecc

A vendere—una graziosa e simpatica creola, onesta e bene educata; per informazioni dirigersi ecc

Si vende una bella mulatta di 14 anni, che sa cucire e stirare alla perfezione, umile e carezzevole co' fanciulli, ecc... prezzo ecc...

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Ognuno comprenderà facilmente che se l'Europa ebbe tanta parte nella storia americana, dovea far giungere in quella contrada l'influenza delle idee che qui dominavano gli spiriti.

Quando alla fine del secolo passato la grande rivoluzione francese scosse i cardini della società europea, i pubblicisti ed i filantropi non poteano rassegnarsi al contrasto che. la tratta ed il servaggio de' negri facevano alla proclamazione dei dritti dell'uomo.

La Francia dovea essere conseguente a sè stessa, ed esclamando: Perissent les colonies, plutòt qu' un principe, abolì la schiavitù nelle sue colonie con legge del 16 piovoso anno II. Una legge consolare la ristabilì nel 1802, come fu destino di molte liberali riforme, uscite dagli slanci dell’89. Ed era serbato alla rivoluzione del 1848 la gloria di decretare la emancipazione il 27 aprile di quell'anno.

Ma il paese ove si è più lottato per questa nobile causa fu l'Inghilterra. Già sin dal 1767 un povero scrivano in un officio d'artiglieria a Londra, Granville Sharp, fu il primo ed il più grande dei propugnatori inglesi dell’abolizione della schiavitù e del mercato dei negri. Quest'uomo, benché nato in umile condizione, ebbe però il coraggio e la tenacità per affrontare solo una lotta da giganti.

Egli surse campione della libertà del negro in un tempo in cui la libertà personale era ogni giorno violata in Inghilterra. La biografia di quell’uomo è un poema. La scintilla da lui destata, accese gli animi di Clarkson, di Wilberforce, di Buxton, di Brougham, sacerdoti strenui della nobile propaganda. Questi generosi pugnarono con la stampa e dalla tribuna per preparare la pubblica opinione. Wilberforce rinnovò la sua mozione per l'abolizione della tratta in ogni sessione del Parlamento inglese dal 1787 al 1807.

Di questi avvisi sono piene le gazzette del Brasile e del Paraguay, come lo furono fino a poc'anzi in tutti gli altri paesi americani.

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Sulle prime lo sostenne una debole minoranza, e lo combatterono uomini solenni, come il duca di Clarence, che regnò poi col nome di Guglielmo IV, come i lords Eldon, Liverpool, Sidmouth, e Hawkesbury, tutti ministri più tardi. Fu preso per fanatico ed. utopista; eppure la minoranza della prima volta, aumentata ogni anno, divenne quella grande maggioranza, che contava uomini come Burke, Pitt, Fox e Granville, che votò nel 1807 il famoso bill della totale ed immediata liberazione del traffico degli schiavi.

Questa coraggiosa iniziativa avea bisogno del concorso di tutte le altre potenze europee; e l'Inghilterra riusci nel congresso di Vienna del 1815, a fare accettare a tutte le nazioni che vi presero parte, la grande riforma, stabilendosi un reciproco dritto di visita sulle rispettive navi mercantili. Ed essa tenace nel suo proposito, patrocinò la causa degli schiavi nel successivo congresso di Aix-la-Chapelle e nel trattato di Verona; sforzi gloriosi, coronati da due convenzioni del 1831 e del 1833 col nuovo governo francese di Luigi Filippo, poco prima salito al trono di Francia.

A questa ultima convenzione si uniformarono più tardi la Danimarca, la Svezia, Napoli, Toscana, le città libere tedesche ed il governo subalpino. Ed al risveglio di tutta Europa per l’abolizione del traffico, era necessità che seguisse la morte della schiavitù (1).

(1) Anche il Piemonte nel 1852 ebbe la sua legge per la repressione della tratta dei negri, e contro il commercio degli schiavi. Ne fu relatore innanzi al Parlamento Subalpino, il deputato Paolo Farina, e dopo lunga e laboriosa discussione, sostenuta da dotti uomini, fu votata con 70 voti favorevoli contro 33.

Di essa lasciò scritto il Brofferio (Storia del Parlamento subalpino v. 6, pag. 343). «I posteri dureranno fatica a credere che per adottare una simile legge, siasi aspettato sin oltre la metà del secolo XIX!»

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L'Inghilterra che sentiva la mostruosa contradizione, emanò il famoso atto del 28 agosto 1833, con cui abolì la schiavitù nelle sue colonie. Liberò 780,933 schiavi, i quali erano costati ai padroni il valore totale di 1,132,043,668 franchi; e per indennizzare costoro della colossale perdita, il governo inglese pagò la somma di 20 milioni di lire sterline in argento, oltre al dritto al lavoro della generazione schiava per un periodo di sei anni.

Le grandi riforme trovano nell’esempio la virtù diffusiva; e la crociata contro la schiavitù aumentò le fila ed i trionfi.

La Svezia liberò i suoi schiavi nel 1846. La Danimarca con un decreto del 1847 promise fra 12 anni di emancipare gli schiavi nelle sue possessioni; ma il salutare esempio della Francia nel 1848, abbreviò immediatamente il termine della promessa.

La Russia, benché più tardi, nel 1861, emancipava 25 milioni di uomini, con talune restrizioni tolte in seguito da un decreto del 1870.

L'Olanda seguì gli stessi generosi impulsi con una legge del dì 8 agosto 1862; ed in questo fatale cammino sulla via della giustizia e della libertà umana, non si veggono ancora che la Spagna ed il Brasile restare indietro, e resistere lottando.

La cattolica Spagna conservava ancora sino al 1870, 400 mila schiavi nelle sue colonie di Cuba e di Portorico, ribellandosi così alle bolle de' Papi che da Benedetto XIV sino a Gregorio XVI condannarono e proibirono la schiavitù de' negri. Ma neanche la Spagna potea sottrarsi a questo prepotente bisogno di libertà che oggi abbatte e rinnova l'edifizio politico di tutti i popoli della terra. Dall'istante in cui essa divenne repubblicana, il suo Castelar le ha detto che per mantenersi salda e perpetua, la repubblica deve essere come la luce per tutte le retine, come l’aria per tutti i polmoni; la repubblica deve essere per tutti gli spagnuoli. Le scintille di questo spirito generoso ed impaziente hanno scosso il sentimento dei nostri fratelli latini.

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Una società spagnuola per l'abolizione della schiavitù, domandò la liberazione degli schiavi a Portorico ed a Cuba. E sia gloria alla repubblica, se furono emancipati 31 mila schiavi a Portorico, ove ormai tutta la popolazione è di uomini liberi. Resta ancora la schiavitù a Cuba, ov'è protetta da un potente partito, la cui influenza, come ben disse il Presidente degli Stati Uniti (1), neh' interesse dell’umanità deve distruggersi. Cuba ha una popolazione di 1,414,508, de' quali 370,553 sono schiavi, eia schiavitù è la sola causa dell'infelice stato di quell'isola, cosi ricca de' prodotti che l'han resa celebrata nel mondo, come lo zucchero, il miele, le pipe, il rum, la cera, ed il tabacco ed i sigari della sua Avana. Ma i voti del Congresso di Washington e di tutta l'Europa liberale, sono anche quelli di Castelar e degli uomini di cuore, che non mancano in Ispagna. Auguriamo ai 370 mila schiavi di Cuba, prossimo il giorno della libertà, ed alla repubblica spagnuola questo nuovo titolo alla riconoscenza de' posteri.

Abbiamo dianzi accennato al Brasile. L'ultimo censimento vi contò circa un milione e settecento mila schiavi. Pare troppo enorme il fatto, e più ne maraviglia chi ricorda l'Imperatore don Pedro II di Alcantara, viaggiare non ha guari l’Europa, manifestando dovunque compiacenze per le liberali istituzioni. Ma è debito d'imparziale scrittore il riconoscere che da oltre un secolo le idee abolizioniste nel Brasile travagliano gli spiriti, e vi ha una lunga bibliografia che lo prova. Ivi le aspirazioni umanitarie se non trionfarono, ottennero però modifiche profonde alla legislazione sulla schiavitù. Furono atomi di libertà concessi a chi non ne avea alcuna. Ed intanto la corrente dell’idea ha fatto cammino, trascinando in ogni anno nuovi seguaci. Ma questa corrente è condannata a fluire attraverso ad ostacoli antichi e profondi, ostacoli di razze, di pregiudizii e di errori economici.

(1) Messaggio del Presidente Grant al congresso di Washington letto il 2 novembre 1873. In esso si congratula con la Spagna per la nuova via di libertà in cui è entrata.

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Dal 1850 sinora, numerose società contro il traffico ed a favore dell'emancipazione, si sono stabilite a Rio Ianeiro, a Bahia, a Pernambuco ed a Para, e raccolgono danaro per liberare annualmente un numero di schiavi. Nel solo anno 1870 sono surte otto nuove società emancipatrici nelle interne " provincie del Brasile.

Si pensa a liberare le fanciulle schiave, si pensa a guidare i primi passi degli emancipati nel sentiero della libertà, si pongono alla testa di qualche nuova società rispettabili signore per combattere i rivoltanti abusi generati dalla schiavitù; vi ha dunque tutto un movimento nel Brasile a favore della emancipazione, e gli spiriti si son preparati ad accoglierla.

Questa propaganda benefica è dovuta al tempo, all’esempio ed agli scrittori; fra i quali sentiamo il dovere di ricordare il libro che pubblicò un brasiliano, in lingua portoghese, sin dal 1867 (1). È un'opera che può con vantaggio consultare chiunque ami questi studii, e da essa, come dal libro del Pradez (2), noi attingemmo notizie importantissime intorno al passato ed al presente di quel vasto impero. Siam dolenti di dover frenare il cammino alla penna, ma di due fatti non possiamo passarci. L'uno è un messaggio che all’imperatore del Brasile rivolsero nel 1866 da Parigi alcuni uomini, i nomi dei quali sono splendore non della Francia sola, ma del secolo. Laboulaye, Guizot, Cochin, Martin, Moreau, ed altri generosi, riuniti in comitato abolizionista, fecero un appello ai sentimenti umanitarii di Don Pedro II a prò della liberazione degli schiavi nel Brasile, nello stesso momento in cui un' altra grande regione americana, gli Stati Uniti, liberavano quattro milioni di schiavi. E Don Pedro rispose al messaggio, facendo un'accettazione che suonava una promessa.

1) Dottor Perdigao Malheiro, Schizzo storico, giuridico e sociale sulla schiavitù nel Brasile.

2) Charles Pradez—Nouvelles études sur le Brésil.

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Ma la Camera dei Deputati ed il Senato Brasiliano—ed è il secondo fatto—si occuparono più volte di emancipare i servi, dal 1831 sino al 1867, discutendo appositi progetti di legge, combattuti dalle maggioranze e segnatamente dal clero, ivi interessato al mantenimento de' negri nelle vaste sue piantagioni dello zucchero e del caffè.

Comò ognun vede, il Brasile non aspetta che un ultimo rintocco, perché suoni l’ora della liberazione de' suoi schiavi.

E confidiamo che quest'ora suoni in un giorno stesso pel Brasile non solo, ma per Cuba e pel Paraguay! Sarà il giorno di un trionfo che l'umanità reclama ed il secolo impone.

E che lo imponga il secolo, lo prova la storia dell’abolizione negli Stati uniti d’America ove questa turpitudine sopravvisse fino a pochi anni or sono. Tutte le società abolizioniste di Boston, di Filadelfia, di New York, si trovarono di fronte alla lega formidabile degl'interessi impegnati nella schiavitù. Ma gli Americani non si scoraggiarono, ed organizzarono una vasta propaganda in tutti gli Stati uniti dell’Unione. Sorprenderà il sapere che questa società abolizionista che nel 1834 in un meeting tentato a New York, fu dispersa da una furiosa popolazione, dopo pochi anni, contava 2 mila associazioni affiliate, con oltre a 200 mila aderenti.

Tal diffusione del movimento abolizionista nel nord degli Stati uniti, trasse gradatamente la libertà degli schiavi. Nel 1821 al tempo dell'annessione del Missouri, l'abolizione fu decisa per tutti gli stati posti al nord del 36° grado di latitud. Invece nel 1854, quando il Kansas fu tolto agl'indiani, la schiavitù vi fu mantenuta perché al Kansas era necessaria quanto al sud. E benché la falange compatta della libertà, partita dal nord, respingesse la schiavitù fino al Potomac, inoltrandosi verso il mezzogiorno, quivi occorrevano ancora grandi sforzi per trionfare.

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L'avvenire degli stati del sud era affidato alla coltura delle immense foreste, e nella loro produzione stava la ragione di esistere di quei grandi e nuovi paesi, ove smisurati terreni erano lungamente rimasti infecondi. Quando il nord non ebbe più bisogno del braccio dello schiavo, se ne sbarazzò; il sud non potea fare altrettanto; ed ecco l'alta contesa che, insieme alla questione delle tariffe, originò la tremenda guerra tra il nord ed il sud degli Stati uniti, la quale nel nostro tempo tenne spettatori ansiosi tutti i paesi del mondo. La elezione del Presidente Lincoln volle significare abolizione, e soggezione del sud, e d’altra parte guerra volea dire separazione per sostenere con le armi i proprii interessi.

A Pittsbourg nella Pensilvania i nordisti trassero la prima fucilata il6 aprile 1861, e l'indomani al grido di «viva Jefferson Davis» proclamato Presidente degli stati confederati, e cantando guerresche canzoni, marciavano serrati verso Charleston i reggimenti della Georgia, dell'Alabama e della Carolina del sud.

Andremmo fuori via, se le terribili e singolari vicende di quella guerra volessimo seguire. Ma una pagina di storia non è mai soverchia. Essa ha registrato la rovina del naviglio federale sotto la grandine degli obici partiti dal forte di Sumter, e l'accanito combattimento di Bull’srun, che segnò la seconda vittoria de' sudisti capitanata dai due grandi generali Beauregard e Iohnston, e la disfatta di MacDowell cui successe Mac Clellan a comandare l'esercito del nord, ed il sangue corso nelle pianure della Virginia, e gl'incendii di paesi interi, e le mostruose macchine di guerra fra le quali il Merrimac, quel demonio galleggiante nel fiume Elisabetta, costruito a Norfolk, tutto di ferro e che nel Ventre conteneva due cannoni armstrong e molti pezzi di grosso calibro. In un giorno di quella guerra il Merrimac assalito dai due più grandi vascelli federali, il Cumberland ed il Congress, con vigorosa batteria, piantò tranquillamente, (dice uno storico), il suo sperone nel fianco del Cumberland, e questo superbo vascello sparve ingoiato dalle onde.

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Il Congress confinato più tardi in riva al fiume lames, ove avea dato fondo, mandò nella notte guizzi di fuoco ed arse tutto, finché non saltò in aria. E l'indomani all'alba, il gigantesco e vincitore Merrimac incedeva maestoso tra le onde del lames, cominciando nuove e vincitrici lotte contro gli altri agguerriti navigli federali.

Ed ecco quanto sangue umano, quanto oro, quanto sterminio costa alla civiltà la liberazione degli schiavi.

Ma ai loro difensori non fu sempre funesta la sorte delle armi. Ebbero anch'essi i giorni della vittoria nel Tenessee e nel Kentuchy, un campo a Monroe, una flotta poderosa alle bocche del Mississipì nel golfo del Messico, minacciando d'impadronirsi di nuova Orleans e chiudendo gli sbocchi ai combattenti del sud.

. Mentre cosi volgea la fortuna, ecco la Francia, potente ed autorevole allora, per bocca di Thouvenel far tentativi di pace. Ma gli arditi Yankees eran risoluti di combattere fino allo stremo; senza i quali propositi accaniti, non si sarebbero visti gli sforzi giganteschi di MacClellan per impadronirsi della importante città di YorkTown, ed il fuoco dell’inimico diretto sovra modo ai palloni che i nordisti alzavano dal campo per spiare l'interno della piazza nemica; né le infernali macchine disposte sulle paludi della Virginia, scoppianti sotto la ferrata zampa della cavalleria del saccheggiatore Stonemann.

Così i sudisti cacciati da Williamsbourg, disperarono del loro avvenire, benché i vincitori lungo le sponde de' fiumi, dovessero lottare con le febbri ed i rischi d'impraticabili paludi. Ma la marcia di costoro era trionfale; vincitori per mare a Nuova Orleans, per terra a White-House, persecutori dei nemici fin sotto le mura di Richmond. Era suonata per gli abitanti del sud l'ora di sforzi estremi. Essi, che lo aveano creato, fecero saltare in aria il Merrimac, quel colosso di difesa del fiume Iames. Il loro Presidente Iefferson-Davis, fece il 16 maggio 1862, un appello alle armi, ordinando una leva in massa. La guerra, questo glorioso fratricidio del genere umano, era divenuta una necessità.

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All’interesse di conservare la schiavitù si aggiungea nel sud la difesa del territorio. Chiunque avea la forza d'impugnare un'arma, era un soldato;  né le donne si risparmiarono di raggiungere le tende guerresche sotto i minacciati bastioni di Richmond.

Quale terribile ricordo il combattimento di Fair-Oaks! I Yaenkees procedevano in file compatte, guardati dai loro cacciatori sparsi pe' vicini boschetti. I sudisti avanzavano lentamente e silenziosi ad incontrarli, col fucile spianato ed in compagnie serrate. Pareano le loro file muri di bronzo, e li comandava l'intrepido Johnston. Ad un tratto la mitraglia del nemico facea il vuoto fra quelle file, ma queste si riserravano, e col rinascente coraggio sarebbero riuscite a fugare i nordisti, se un battaglione con divisa e bandiera francese, il battaglione Lafayette, non avesse scampato il nord dai pericoli della disfatta. La causa della libertà americana non deve poco ai nobili aiuti della nazione francese!

Ma Johnston avrebbe con novelle bravure salvato il suo esercito, se un generale nemico, Sumner, passato un fiume, e traversato un bosco, non avesse assalito la legione Hampton con lo spavento e la distruzione. Il fiume Chickahominy ci ha traditi, sclamò disperatamente Johnston. E la notte il campo avea mucchi di cadaveri e di feriti, ed eran confederati e federali che solo la morte facea riposare in pace! All'alba scintillavano di nuovo le baionette e le spade. Johnston a piedi, alla corsa, alla testa delle sue legioni va incontro al nemico che formidabile avanza, ma dopo un'accanita e sanguinosa lotta, egli è ferito e scompare. Nel disordine la decimata legione Hampton respinge una legione irlandese che combattea pel nord. Ed intanto tuonava cupamente ed interrotto il cannone, segno che la battaglia avea fine. Ma nello slancio della corsa, traversando un bosco, ov'era in agguato la truppa nemica, i combattenti del sud divennero prigionieri di guerra!

La vittoria non potea mancare ad una causa santa!

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Essa avea le simpatie del mondo civile ed il valore di un esercito energico ed agguerrito. Solo la prontezza degli americani potea improvvisare ferrovie per lunghi tratti e poi trasformarle in macchine da guerra, come seppero fare i nordisti. E poi che essi entrarono vincitori a Norfolk, a Nashville e nella Carolina del sud, avvolgendo i sudisti fra le spire di un serpente, la guerra divenne un disperato duello. Invano il governo francese avea di nuovo pronunziata fra i combattenti la parola di pace—l'accanimento aumentava, benché il nord avesse in due anni cumulati undicimila milioni di debito, e dovesse armare e pagare 640 mila volontari, e mantenere 246 legni sul mare, montati da 22 mila marinari. Quelli che mediteranno un giorno sugli avvenimenti di questo secolo, fremeranno sapendo che a South-Mountain cadevano in 14 ore al rombo della mitraglia 25 mila soldati, e che con quel sangue Lincoln scrisse il decreto che liberava e per sempre gli schiavi negli stati del sud. Fremeranno leggendo gli odii e le vendette implacabili consigliate dalla rappresaglia dei mantenitori della schiavitù. Giunsero sino ad aizzare mute di cani rabbiosi contro i reggimenti de' negri liberati. Fremeranno nel leggere che dopo due anni di guerra, 250 combattimenti aveano ucciso al nord mezzo milione di combattenti e circa 300 mila al sud.

Dopo il bombardamento del forte Sumter, il colosso di pietra, il loro inespugnabile baluardo, i sudisti si videro serrati in una cerchia di cannoni nemici. Ed intere legioni trucidate, e reggimenti incendiati sotto qualche tettoia, e la fame del blocco, e la collera e la disperazione e la fuga da Charleston, ecco l'estremo quadro de' difensori della schiavitù. Intanto l’esercito di Potomac, comandato dall’impassibile Grant, li inseguiva, e sulla via di Richmond, il 4 maggio del 1864, altri 20 mila caduti aumentarono i mucchi di cadaveri ed il sangue delle stragi sterminatrici. E pochi mesi dopo, un altro pugno di questi tenaci vincitori entrava a Charleston ed a Richmond, a coronare una storia di trionfi, storia che si chiuse col massacro di una grande vittima.

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Abramo Lincoln, l’onesto legnajuolo al quale 2 milioni e 200 mila voti aveano data la Presidenza della grande repubblica di Washington, non ebbe nella sua vita che un solo pensiero: liberare il suolo degli Stati Uniti dalla funesta ignominia dello schiavo. Ed il pugnale che lo assassinò nel teatro Ford la sera del 14 aprile 1865, fu 1'ultimo colpo che fiaccava la morente schiavitù dei negri. Essa fu spenta e per sempre, ed il Congresso federale suggellava indi a poco il nobile voto di Abramo Lincoln.

Questi grandiosi avvenimenti che si svolgono sotto i nostri occhi nel teatro del mondo, lasciano sperare che il secolo venturo non troverà schiavi sulla terra. I paesi cristiani han trionfato. L'esempio, l'accordo delle idee, ed il contatto delle genti, finiranno per imporre la libertà anche ai paesi Maomettani e pagani, ove il servaggio esiste quasi dapertutto. Quello che non poté fare Mosè, il primo legislatore del mondo, quel che non seppero fare i nostri padri antichi, lo farà questo secolo, che in mezzo ai suoi vizi, ai suoi malanni, ai suoi errori, avrà pure tanti dritti all’ammirazione de' venturi, e sua maggior gloria sarà di aver liberato l’uomo dalla tirannia dell’uomo.

Intanto una grave e complessa quistione si affaccia. Divenuto libero il negro, quale è il suo stato presente di fronte ai bianchi? Quale sarà l’avvenire delle due razze? Come sarà popolata la terra americana?

Nelle memorie di Iefferson si legge «Rien n'est plus clairement écrit dans le livre des destinées que l’affranchissement des noirs, et il est aussi certain que les deux races, également libres, ne pourront vivre sous le même gouvernement. La nature, l'habitude et 1 opinion, ont établi entre elles des barrières insurmontables (1)».

1) V. Extrait des mémoires de Iefferson, par M. Conseil.

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Il Tocqueville (2) che trattò anche questa quistione, non pensa diversamente. La storia americana prova che i pregiudizii di razza sono più forti negli stati che hanno abolita la schiavitù. Le differenze nel colore, nell'intelligenza e nelle energie tra i bianchi ed i negri, generarono la loro ineguaglianza politica e sociale. Le leggi tolsero la barriera che li separava—il pregiudizio dei costumi vi mantiene immobile la sua. «Quand le nègre n'est plus — dice il Tocqueville — on jette ses os à l'écart, et la différence des conditions se trouve jusque dans l'égalité de la mort. »

Il negro oggi è libero, ma egli non divide né i dritti,  né i piaceri, nò i dolori,  né la tomba con colui che lo ha dichiarato uguale; che «ne saurait se rencontrer nulle part avec lui ni dans la vie, ni dans la mort. » Ignoriamo se il lungo servaggio filtrasse un odio nel sangue delle due razze; vi stillò certo il veleno della preminenza e della inferiorità. Gli uomini deviati dalla natura e dalla umanità si trovarono sospinti sopra una china ripida d'ingiustizie, dalla quale  né la forza del cannone o della legge potè tirarli sù.

Lasciamo all'opera interessante del signor Gustave de Beaumont (3) il descrivere dal punto di vista de' costumi le presenti condizioni dei negri. Lasciamo che la penna del Tocqueville enumeri le conseguenze dell’abolizione della schiavitù dal punto di vista della produzione delle ricchezze. A noi qui interessa un solo lato della quistione.

La schiavitù uccisa in America, indietreggia ormai da 85 anni, ed obbediente alla legge storica, la razza negra ritorna alle sue sedi natie. Ciò si spiega facilmente. Uno stato d'America che emancipa i suoi schiavi, vede in poco tempo diminuirne ed estinguerne il numero per tre salienti ragioni.

2) La démocratie en Amérique vol. 2.

3) Marie, ou l’Esclavage aux ÉtatsUnis. —Questo scrittore che fu in America compagno di viaggio del signor di Tocqueville, ha gettato una viva luce sulla quistione della schiavitù, ritraendo nelle brillanti scene del suo lavoro la situazione de' negri in mezzo alla società Anglo-Americana.

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La soppressione della tratta che arresta la immigrazione africana; la mortalità, più sollecita e numerosa nella razza negra; ed il sentimento di disprezzo che hanno i bianchi per gli schiavi liberati, i quali finiscono per fuggirli. È poiché un paese coltivato da schiavi è sempre poco popolato di uomini liberi, è evidente che se diminuisce il numero degli schiavi, ivi di nuove braccia sorgerà la necessità.

Alla dimanda di straniere immigrazioni risponderà l'offerta di arditi avventurieri, uomini liberi, venuti da tutti i paesi del mondo. Allora la proporzione che esisteva tra la razza negra e la bianca è cambiata. I negri diventano piccole tribù, povere ed erranti in mezzo ad un popolo che si rinnova, che s'impadronisce del suolo e del lavoro, che li avvilisce, li opprime, li schiaccia. Così la razza negra è destinata oggi a risalire la sua funesta corrente; mentre nuove correnti di uomini, ed il lavoro libero, trasformano da 80 anni a questa parte la società americana. I primi ad accorrere avidi alla preda furono gl'indiani ed i cinesi, popolazioni sovrabbondanti ne'  loro paesi. Lo aumento dei salari alzò siffattamente, che i coloni spedirono per tutte le contrade di Asia, di Africa e di Europa, agenti di emigrazioni. Tutte le razze antiche spiegarono le loro diverse attività nelle isole e nel continente d’America. Era dunque fatale che una volta abolita la schiavitù, alla emigrazione forzata, seguisse la emigrazione de' liberi.

Ed ecco la seconda risposta, che ci ha data la storia.

Ma l'America non carezzò troppo, anzi maltrattò sovente gli emigrati d'Asia e segnatamente i Cinesi. Uomini laboriosi, intelligenti nel commercio, sobri, modesti, essi farebbero la fortuna di qualunque paese. Se i Cinesi vi fossero meglio accolti, la Cina acquisterebbe il famoso nome, che fu apposto alla Scandinavia, di officina di genti, essendo dessa un serbatoio inesauribile di popolazione.

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Anziché di cinesi, di giapponesi o d'indiani, l'America vuol popolarsi di europei, ed invia agenti, ed invita e chiama con ogni seduzione. Promette subiti guadagni, e manda oro alle % famiglie degli emigrati appena che sbarcano, e con la tromba rumorosa della stampa di ogni paese, esercita la sua propaganda.

Ma il bisogno che sente di popolarsi è divenuto impaziènza, l'ansia di avere europei è divenuta febbre e vertigine. Udite uno tra i mille appelli degli americani. Non è un trafficante che parla, ma uno scrittore, uomo colto e convinto. «Et toi, vieux continent d'Europe, si fièr de ta race blanche, de ta civilisation et de ta science, tu possèdes une dense population, tandis que nous avons des terres fertiles et des flots d'oxygène qui soupirent après la présence de l'homme: fusionnons! fusionnons sans retard, et de ces deux maux sortira un bienfait. Nos climats sont variés, les terres ne sont chaudes que sur le littoral; les locomotives gravissent déjà comme de nouveaux missionnaires, les pentes qui conduisent à ces vastes plateaux visités et décrits par Humboldt et SaintHilaire, et bientôt de nouveux cieux, de nouvelles patries tendront les bras à tes deshérités!» (1)

Questa febbre americana fu una delle prime origini della nostra monomania emigrante. Eppure anche dal suo punto di vista l'America dovrebbe andare adagio. Il problema dell’immigrazione è uno de' più gravi e difficili a risolvere. Non mancano scrittori autorevoli che esprimono opinioni simili a questa del Leroy-Beaulieu: «Ce qu'il y aurait de mieux dans l'intérêt des moeurs et de l'avenir des colonies, ce serait l’abandonner ce moyen parfois injuste et souvent périlleux de se procurer des ouvriers».

(1) Pradez — Le Brésil.

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E d'altra parte non si accorge l'America che essa ha progredito abbastanza in proporzione della sua giovane storia? Le sue repubbliche fanno sventolare la loro bandiera in tutti i paesi del mondo. Voglion pesare nella bilancia con cui i re si spartiscono i popoli e le regioni. Hanno acquistato in Europa rispetto e reciprocanza. Ma non si affretti troppo. Pensi l’America alla storia dei tre vecchi continenti. Ricordi l'antica origine dell’Asia e dell’Africa, culla la prima del genere umano, ed ambo sedi di una civiltà cui la nemica fortuna e la perfidia di barbari invasori in gran parte distrussero. Ricordi come l’Europa tra i secolari travagli, tra le lotte ed il sangue, tra le tirannie e le disuguaglianze, maturò il frutto invidiato della sua moderna civiltà. Volga lo sguardo all'Australia ed alla Polinesia, quinto mondo, giovane anch'esso, pieno del pari d’attrattive e di avvenire, che sopra una superficie di 161,100 m. q., estensione di poco inferiore all'Europa, non ha altra popolazione che soli 4 milioni e mezzo di abitanti, tra i quali il sozzo contatto del galeotto europeo ritarda i suoi civili progressi.

Le nazioni del mondo non si creano  né grandeggiano in breve. I fattori della loro potenza si sviluppano lentamente col concorso di molte generazioni, ognuna delle quali paga al suo tempo un tributo di stenti e di dolori, e porta nella tomba un cumolo di desiderii e di aspirazioni insoddisfatte.

Questa è legge fatale nella vita de' popoli, e contro di essa l’America vorrebbe affrettare la sua necessaria evoluzione storica. E vorrebbe violarla, facendo il vuoto in Europa, privando questa delle sue forze più vigorose.

Ma quando si chiede all'uomo il sacrifizio di dire addio alla terra de' suoi avi, al cielo sotto cui nacque, bisogna che un interesse proporzionato muova i suoi passi.

CAPO V.

Gl'italiani emigrano

Nos patria e fines, et dulcia linquimus arva;

Nos patriam fugimus:

Virg. Egl. I.

SOMMARIO

Gl'italiani emigrano. — Quanti emigrano. — Doppia ricerca. — Una guida per la prima ricerca. —Cifre, lacune ed incertezze del censimento Americano. — Dal Canada alle Antille. Dalla Columbia al Paraguay. —

Seconda ricerca. — Le statistiche all’estero ed in Italia. — Emigrazione temporanea o permanente. — Emigrati partiti dal porto di Genova in un decennio. — Emigrazione del 1871. — Nostra ricerca pel 1872 e 1873. — Distinzioni statistiche su questi due anni. — Conseguenze delle ricerche.

Studiando i varii paesi di America, incontrammo dapertutto possedimenti e colonie di molte nazioni europee — Non trovammo mai un palmo di terra italiana, non una fondazione o un acquisto dello Stato italiano.

È un bene o un male l’esser privi di colonie? È una quistione assai dibattuta, che ora poniamo da banda.

Eppure gl'italiani senza colonie, lasciano i campi e i confini di una patria che è invidiata da molte genti del mondo pel clima, per la fertilità, per la vita che vi si trae.

Gl'italiani emigrano, e si confondono nella vasta corrente europea che va a fecondare l'America. —La corrente è vecchia di circa quattro secoli: le nostre onde fluiscono solo da pochi anni, ed ingrossano alla giornata.

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Gl'italiani emigrano: ma pria di esaminare se v ha danno o utile in questo "nuovo e gravissimo fatto, pria di ricercare le forme con le quali il fatto si manifesta, occorre una indagine fondamentale: quanti italiani emigrano. Ecco la meta di questo capitolo.

E vogliam raggiungerla con una doppia ricerca. La prima la faremo in America, la seconda in Italia. Con 1 una dimanderemo a quei lontani paesi il numero dei nostri connazionali ivi residenti. Con l'altra chiederemo alle statistiche italiane le cifre di questo annuale movimento.

Trattandosi di stabilire cifre, preferiamo naturalmente quelle officiali, per rendere più serio e concludente il nostro esame.

Abbiamo per la prima ricerca una guida, ed è la enumerazione fatta degl'italiani all’estero, dalla nostra rappresentanza consolare e Diplomatica. Questo censimento, ordinato dal governo, in esecuzione della legge 20 giugno 1871, venne raccolto e pubblicato dalla nostra Giunta centrale di statistica nel notevole lavoro: L’Italia Economica nel 1873. Risulta da esso che gl'italiani dimoranti all'estero fino a tutto ' il 31 dicembre 1871, raggiungano una complessiva cifra che varia fra i 432,000 ed i 478,000. La quale cifra ci si presenta cosi ripartita fra le cinque parti del mondo;

In Europa 213,396
In Africa ed Asia (Egitto, Tunisi, Algeria, Marocco, Siria, Asia Minore, Cipro, India, China,Giappone) 44,460
Nell'Australia e Malesia 1,000
Nell’America Settentr. Centrale e Meridionale 217,690
Totale 476,546

Ora ponendo da banda le cifre che riguardano l’Europa, l'Asia, l'Affrica e la Malesia, occupiamoci di seguire questi risultati officiali per quanto si attiene alle Americhe, e cominciamo il nuovo pellegrinaggio dall'America del Nord,

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Nella parte settentrionale del nuovo mondo non poté eseguirsi il censimento, meno pel Canada dove furono trovati soli 123 italiani.

Ben altre sono le nostre proporzioni agli stati uniti. Il  lettore avrà veduto più innanzi (1) come gl'italiani entrati in quella regione sino a tutto il 1872 furon calcolati 37,163.

Ora questa cifra che traemmo dalle statistiche generali per tutto il mondo, ci si mostra assai inferiore al vero, quando ci facciamo a studiare i documenti che più da vicino c'interessano.

Il censimento degl'italiani negli Stati Uniti non poté effettuarsi per molte difficoltà locali (2). Nondimeno le notizie raccolte con lodevole zelo dai due nostri Consoli di New York e di S. Francisco di California, fanno ascendere a 70,000 la cifra de' nostri connazionali dimoranti negli Stati Uniti fino a tutto il 31 dicembre 1871. Questa cifra è il prodotto di notizie consolari delle emigrazioni e del medio' movimento della popolazione per nascita e per mortalità, compresi i figli nati colà da parenti italiani.

1) pag. 66 di questo libro.

2) «Come mai—scrive il sig. de Luca—mi si potrebbe fare una colpa di non aver eseguito il censimento in un distretto consolare che ha una estensione quasi tanto grande quanto tutta l’Europa, senz'altro aiuto che qualche invito a stampa, il più delle volte o non letto, o non curato, o poco compreso?

«L'emigrazione estera che giunge in questo paese colla intenzione di stabilirvisi, che è quanto dire i nove decimi degli emigranti, è immediatamente assimilata in tutti i diritti e privilegi ai cittadini, salvo il diritto di votare, ed ha dalle leggi e consuetudini locali facoltà, mezzi ed incoraggiamenti ad emanciparsi interamente dalle leggi e dal patronato del paese d’origine. L'idea soltanto che un console estero in America potesse comminare ai suoi connazionali la penalità, di cui è menzione nell'art. 8° del regolamento sul censimento, parrebbe qui fuor di luogo ed assurda.

«E valga l’esempio (soggiungeva) dell’Inghilterra, che avendo fatto l'anno scorso il suo censimento in tutto il mondo, ha dovuto abbandonarne l'idea per gli Stati Uniti». (Rapporto al governo italiano del signor de Luca Console generale a New York, del 1872, che conferma precedenti sue relazioni).

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Di questi 70,000 italiani, 55,000 sarebbero distribuiti nei varii Stati e territorii dell’Unione, e 15,000 nella giurisdizione di S. Francisco di California.

La importanza della nostra emigrazione agli Stati Uniti data dal 1850. Il suo periodo culminante fu tra il 1858 ed il 1860. Fu più debole in seguito per la calamità della guerra da noi ricordata, e dal 1866, ricominciò e continua oggidì con notevole accrescimento.

Neanche degli italiani al Messico è noto il numero. Nessun calcolovi fu mai tentato—dice la nostra Giunta di statistica — anzi mancano ano i dati congetturali. Dunque rinunziamo a sapere quanti italiani abitano l'immenso territorio della repubblica Messicana.

Ma se non andiamo errati, l'Italia vi mantiene i suoi Consoli, e se non erriamo sono tre: a Mexico, a Vera Cruz, a Mazatlan. E forse essi sono oggi: il signor Biagi, incaricato d'affari, il signor Formento, ed un altro. Non sarebbe il caso di attivare l’operosità di quei Consoli per avere un censimento del Messico?

Le notizie ufficiali attribuiscono a Guatimala e ad altre repubbliche dell'America Centrale, 89 italiani, e queste repubbliche, poiché la Giunta non lo dice, crediamo che fossero Costarica, Honduras, San Salvadore e Nicaragua. Ne attribuiscono ad Haiti (Porto Principe) 13, in guisa che dell’America Centrale la Giunta non ci dà altra notizia che soli questi 102 italiani. Qista cifra è evidentemente incompleta. Manca il censimento di una metà dell’isola di Haiti, e di altre 4 repubbliche—è la Giunta stessa che lo dichiara. Ma perché mancano? Non abbiamo anche in quei paesi una rappresentanza consolare? Non è grandissima la importanza di quelle isole, per le loro famose piantagioni coloniali? Non sarebbe utile di sapere quanti nostri connazionali esistono a Cuba, alle Lucaie, a S. Domingo e nel gruppo delle piccole Antille?

– 114 –

Riassumendo ora queste prime ricerche, se manca il censimento di tutta l’America inglese e dei Messico, e solo notizie e calcoli induttivi abbiamo intorno agli Stati Uniti, è evidente che a noi, come ad ogni altro, manchi la condizione prima per formarci un concetto sul numerò degli italiani in tutta l'America Settentrionale. E questi medesimi vuoti, ci tolgono la possibilità di eguali giudizii intorno all'America Centrale.

Ed ora volgiamo le nostre indagini all’America del sud, polo di attrazione della emigrazione italiana.

Cominciamo dagli Stati di Colombia, ove il Consolato di Panama accertò 67 italiani a Panama, 4 a Colon, cioè agli estremi della ferrovia dell’istmo, e 20 a Buena Ventura sulla costiera occidentale; ed il Consolato di S. Marta nel porto della Maddalena ne accertò altri 59 — in tutto 150. Ma la Giunta dichiara che mancano interamente notizie del distretto consolare di S. José di Cucuta, ove pure sono abbastanza numerosi gV italiani.

Nella repubblica di Venezuela il censimento numerò 1066 italiani, sparsi in diverse città da Caracas, a Ciudad de Bolivar. Ma che questo calcolo sia assai meno del vero, lo dice lo stesso Console italiano, proponendo di raddoppiare la cifra del migliaio. E per formarsi un'idea dell'esattezza di questi censimenti, si osservi come un bollettino del console di Venezuela del 1864 facesse in quel tempo ascendere il numero dei nostri connazionali a 4500!...

Forse quando i censimenti debbono essere cosiffatti è meglio che non se ne facciano, e così avvenne nella Repubblica dell’Equatore, donde niuna notizia giunse al nostro Governo intorno al numero degl'italiani. Eppure anche nell’Equatore l'Italia ha il suo console, oggi il sig. Roditi; eppure tra gl'indiani ed i meticci vi ha in quella repubblica oltre a 600 mila bianchi; eppure il governo dell'Equatore fin dal 1848 faceva pratiche per avere immigrazione italiana!

– 115 –

Il censimento del Perù registrava 1321 italiani, dei quali 715 fra Lima e Callao, e 606 pel resto dello Stato. Intanto il Consolato di Lima ammette la esistenza di ben 5,000 italiani de' quali soltanto 3,500 nella città di Lima e del suo porto.

I nostri connazionali affluiscono anche ad altri punti. Ne furono censiti 72 a Cerro di Pasco, 12 alla Paita, 56 ad Arequipa e 247 a Tacna; totale 387. Tutti questi luoghi hanno nelle loro differenze piane o montuose, una importanza produttrice e commerciale.

Ciò posto, se dovessimo credere al censimento che seguiamo, nel Perù non vi sarebbero altri che 1708 italiani, cifra troppo meschina per essere accettata. In quel paese così ricco di argento e di prodotti agricoli, cui la natura concesse i gioghi delle Cordigliere e le grandi cascate ove hanno origine le maestose correnti delle Amazzoni, tutti sanno che gl'Italiani insieme ai Tedeschi ed ai Francesi formano la maggioranza degli Europei.

A noi costa da private informazioni che in questi ultimi anni, di soli Napolitani emigrarono al Perù numerose compagnie. Sappiamo che il governo Peruviano favorisce ed incoraggia tali disposizioni de' nostri connazionali. Sappiamo che ultimamente ha inviato a Roma un Peruviano a nome Juan Bazo y Basombrio, con la doppia qualità di Console generale del Perù in Italia e di agente della emigrazione. Il governo italiano lo ha diplomaticamente riconosciuto, il che vuol dire che ha trovata legittima la seconda qualità del signor Bazo j Basombrio. E a corona di queste notizie, aggiungeremo che un tale Bonelli di Corleto Perticara (Basilicata) condusse non ha guari a Lima una compagnia di 150 de' nostri concittadini (1).

Ora, se si aprisse un' inchiesta seria, il prodotto del censimento del 71 diverrebbe piccino, ed anche la cifra del console a Lima, inferiore alla realtà!

(1) È inutile il dire che garentiamo la esattezza di queste notizie.

– 116 –

Alla Bolivia non furono constatati che soli 60 italiani, i quali saranno certamente tutti maschi, se è dimostrato che i nostri concittadini maschi prevalgono in proporzione dell'81, 36 0I0.

Un migliaio scarso fu censito nominativamente al Chilì, dei quali due terzi in Valparaíso, che è la prima piazza commerciale di quella regione. Ma questa cifra non è creduta neppure dalla nostra Giunta di Statistica, la quale giustamente si maraviglia che Santiago, la Lombardia di America, per le irrigazioni ed il clima, avrebbe sopra 100 mila abitanti, soli 188 italiani!. . .

Nel vasto impero del Brasile, ove legami di famiglia e legami politici stringevano la casa di Braganza ai Borboni di Napoli, volse da parecchi anni una continua corrente di emigrazione italiana. Vi sono paesi nella nostra Basilicata, ove sorsero molte piccole fortune coi danari che portarono dal Brasile gli emigrati Lucani. Quando non era ancora di moda l'emigrare alla Plata, i calderai, gli orologiai, i negozianti di queste province prendevano la via del Brasile, ove in gran numero si stabilirono. Il nostro Consolato stima gl'italiani a Rio Ianeiro da 7 ad 8 mila, ed altrettanti nelle province: un totale di 15 mila—É mentre molte ragioni concorrono a ritenere scarsa questa cifra consolare, il censimento fatto al Brasile assottiglia il numero dei nostri connazionali sino a 2519, ripartiti in 1649 a Rio Ianeiro, 216 a S. Paolo, 283 a Bahia, 272 a Pernambuco e 99 a Valenza. E dire che questi paesi stanno sulle coste, sono scali di approdo, ed ogni vapore vi sbarca forse un numero come 272 italiani!. . . Del resto la Giunta non giurerebbe su questo censimento. «La popolazione italiana — essa dice con prudente frase — ha dovuto essere piuttosto stimata che numerata al Brasile, anche per cagione della febbre gialla che non invitava i commissarii a penetrar molto nell’interno del paese».

– 117 –

Ma la corrente principale della emigrazione italiana si rovescia nell'Argentina e nell’Uraguay, in quel triangolo dell'America meridionale, bagnato dal Rio della Plata, dal Parana, dall’Uraguay, ove la natura fu cosi ricca d'incanti e di prodotti.

Dicemmo innanzi (pag. 80) che la immigrazione constatata nell'Argentina sino a tutto il 1872,. ascendeva a 211,993 europei. Ora il seguente specchio officiale dei paesi di origine, ci mostrerà la prevalenza che hanno gl'italiani su questa cifra:

Austria 834
Portogallo 1,966
Germania 4,997
Svizzera 5,860
Belgio ed altri Stati Europei 6,059
Inghilterra 10,709
Francia 32,383
Spagna 34,080
Stati Americani      43,663
Italia 71,44
Totale 211,993 (1)

Abbiamo dunque 71,442 italiani all'Argentina; ed il valoroso Comm. Cristofaro Negri, nota che questo censimento offre non poche imperfezioni, ed ha tutti i difetti inerenti alle cose nuove.

La nostra Giunta di statistica fa ascendere invece a 90 mila il censimento de' nostri all'Argentina, fra numerati e calcolati.

(1) Tolghiamo questa statistica dal Bollettino della Società Geografica Italiana, Vol. VIII, ottobre 1872.

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Ma la Giunta istessa manifesta come non sia temerario il supporre che nelle province interne lontane dalle autorità consolari, non pochi sieno sfuggiti alla registrazione. E soggiunge: «le province più centrali e montuose di Santiago, del Tucuman, di Salta, di Mendoza, non avrebbero dato al censimento che 24+62+61+79 = 226 italiani; ma è lecito supporre che a quelle distanze dai centri più popolosi la operazione sia pressoché mancata. Si sa p. e. che nelle province di Mendoza e di S. Iuan si fa un traffico attivissimo dai carrettieri tutti italiani, su per le gole delle Ande, fra l'Argentina ed il Chili, fino a Valparaiso. » (1)

Se volessimo notare le lacune e le contradizioni di queste notizie officiali non la finiremmo mai. Riferiremo solo quest'ultima:

Dice la nostra Giunta (a pag. 665 op. cit.) che sulla cifra censita, se ne trovavano 44,829 nella città di Buenos-Ayres, compreso per 4,299 il sobborgo della Bocca. Ci fa sapere che l'Agenzia di Chivilkoy ne numerò nella provincia di Buenos-Ayres 46,062.

Ed ora apriamo il libro del Mantegazza (Rio della Plata e Tenerife) ed a pag. 384 troveremo che nella sola provincia di Buenos-Ayres il numero de' nostri si eleva a 70 mila. E notisi che il Mantegazza scrivea sull’Argentina pria «del censimento in esame, e che la emigrazione italiana a quella contrada è da molti anni in progressivo aumento.

Le medesime imperfezioni ci offre il censimento dell’Uraguay. Vi furono trovati 32 mila italiani, dei quali. 25 mila solamente a Montevideo. A Maldonado, la prima città entrando il Rio della Plata, si costatarono 186 italiani, mentre il Console assicura essere tal censimento nelle province dell’Uraguay inferiore di un terzo al vero. A Colonia, fra città e dintorni, ne numerarono soli 240, mentre un rapporto consolare stampato nel Bollettino dell’agosto 1870, ne rileva ben 5 mila.

(1) It. Ec. 1873 pag. 666.

– 119 –

A Nuova Palmira il Console non si credè in grado di enumerare, neanche per approssimazione, i nostri connazionali, mentre tutto il minuto commercio è ivi fatto dagli italiani. A Mercedes se ne contarono 790, mentre il citato bollettino parla di tre mila. La colonia italiana di Paysandu ne avrebbe 760, ed il Consolato due anni prima ne riferiva non meno di 9 mila, quasi tutti coltivatori. Finalmente al Salto Orientai il citato rapporto consolare attribuiva 4500 italiani, e l'ultimo censimento ufficiale soltanto 853.

Sommate insieme queste ed altre cifre consolari, dànno la cifra, di 25 mila italiani sparsi in tutto il territorio dell’Uraguay, eccetto Montevideo. Ma il censimento ne assegna a Montevideo 25 mila, sarebbero dunque 50 mila in tutto e non 32 mila quanti ne dichiarò questo famoso censimento del 1871. Ed a coronare il confronto ricordiamo che fin dal 1869, il Console di Montevideo scrivea in una sua notevole relazione, che calcolando le donne ed i fanciulli, i quali per solito non sono inscritti ne'  registri consolari, calcolando quei molti uomini che non si rivelano per paura di essere mandati a combattere contro il Paraguay «il complesso de' nostri connazionali nella repubblica dell’Uraguay si crede ascendere a circa 60 mila».

Resterebbe a sapersi il censimento del Paraguay, ma dà questa contrada nessuna notizia statistica, nessun rapporto consolare! E chi sa quanti italiani perirono nella guerra contro l'Argentina ed il Brasile, guerra che distrusse la metà della popolazione Paraguaiana! Chi sa quanti nostri connazionali, e forse conoscenti nostri, non giacciono sepolti sotto quegli immensi e fertili campi!

Come adunque parrà chiaro da questa corsa nell'America del Sud, noi non abbiamo che poche cifre ed incerte. La mancanza assoluta di notizie da S. José, dall'Equatore, dal Paraguay, non può essere supplita da congetture astratte. E quelle che si hanno intorno a Venezuela, al Perù, alla Bolivia, al Chili, al Brasile, all'Argentina, all’Uraguay, sono smentite dalle stesse autorità consolari.

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Ciò posto, noi non ne deduciamo che sia più o meno esatta la cifra di 217,690 italiani che il censimento del 1871 calcolò nelle Americhe. Ma la conseguenza che deriva logicamente dalle accennate ragioni, è radicale: noi non crediamo al censimento consolare. E chi legge la relazione della nostra Giunta di statistica, si accorgerà come essa sia della stessa opinione.

Proviamo invece di formarci un' idea dell’emigrazione italiana in America con la seconda annunziata ricerca.

In Inghilterra ogni anno il Ministero presenta al Parlamento un rapporto sullo stato della emigrazione: «General report of the emigration commissioner».

Il regno Unito raccoglie questi studii statistici dal 1815 a questa parte. Ed al suo esempio, un poco più tardi, fecero altrettanto l'Olanda, il Belgio, la Svezia, la Prussia, il Baden, il Wurtemberg, la Francia e la Svizzera; i governi dei quali paesi stabilirono appositi registri di emigrazione, e le loro ufficiali statistiche ricevettero la maggiore pubblicità. Le gazzette, gli almanacchi, le riviste, i libri di fondo, se ne impadronirono, e sorse, in questa ricchezza di notizie, tutta una letteratura sull'emigrazione, la quale conta libri di grandissima importanza, come quelli del Wappaus, del Gaebler, del Bulow, del Bromme, dello Sturz, del Legoyt, del Duval, oltre alla nuova opera del LeroyBeaulieu, e de' dotti capitoli ne' libri di tutti gli economisti, fra i quali ne scrissero più di proposito lo Smith, il Say, il Mill, il de Molinari.

L'Italia ha una emigrazione che per unanime consentimento di statistiche, ha preso considerevoli proporzioni sin dal 1859. Ma in 15 anni di questi movimenti della popolazione italiana, nessun rapporto fu presentato al nostro Parlamento, nessuna pubblicazione ufficiale venne fatta;  né registri di emigrazione si stabilirono al Ministero,  né fu richiesta alle Prefetture del Regno la enumerazione degli emigranti.

Questa completa negligenza di un fatto sociale di tanta importanza, incoraggiò la indifferenza del personale amministrativo delle province e dei comuni.

– 121 –

E mentre la opinione pubblica rimanea sorpresa e perturbata al nuovo spettacolo, fu deplorevole questa politica di astensione governativa.

Al Congresso Statistico di Firenze nel 1867, il Bodio riferi che in nessuna pubblicazione di statistica italiana vi era notizia alcuna riguardante il fatto importante della emigrazione. Il Maestri, in occasione della Esposizione di Parigi scrivea nell'Italie Èconomique «des emigrations on n'a pu tenir compte». E nei volumi che lo stesso Dottor Maestri con tanto amore pubblicò per 4 anni dal 1867 al 1870, non vi ha nessun cenno intorno a tali spostamenti della popolazione italiana.

La prima parola detta dal governo, fu il censimento degl'italiani all’estero pubblicato dal Ministero nel sopracitato volume «L'Italia economica del 1873» (1). La voce degli scrittori, le discussioni della stampa quotidiana, la cresciuta importanza del fatto, hanno ormai scossa l'astensione del governo; e nell’ora in cui scriviamo, già nel Ministero si raccolgono e coordinano i dati statistici chiesti a tutte le Prefetture del Regno; in guisa che tra breve il paese potrà essere illuminato con cifre ufficiali intorno alle vere proporzioni della nostra emigrazione.

Ciò posto, non possiamo dissimulare un sentimento di sfiducia all’accettazione delle cifre che le gazzette ed i libri da parecchi anni diffondono.

Innanzi tutto è utile distinguere due specie di emigrazioni: la temporanea o periodica, e la permanente. L'una è quell'onda alterna di cittadini, i quali per affari, per diporto o per provvisorio lavoro in altra regione, si allontanano dalla patria.

(1) Questa pubblicazione ufficiale, malgrado i desiderii che lascia per alcuni aspetti, è certamente un libro di grandissima importanza, la cui lode va in gran parte dovuta alle fatiche dell’egregio sig. Bodio, segretario della Giunta Centrale di statistica, continuatore degli studii del compianto Maestri.

– 122 –

L'altra è quella per l'ignoto, per l'avventura, quella che munita di un passaporto, e stivata come merce nella cala di un bastimento, veleggia pel nuovo mondo. Di questa emigrazione esclusivamente noi ci occupiamo.

Due giornali genovesi: il Commercio ed il Corriere mercantile, sono le fonti principali alle quali attinsero tutte le altre pubblicazioni extra ufficiali in Italia. Sarebbero notizie in gran parte attendibili perché rilevano il numero degli emigranti che dal porto di Genova salparono alla volta di America. Ma ove si pensi che oltre alla emigrazione con passaporto, ve ne ha un' altra clandestina, che per balze e dirupi valica le Alpi e si getta nella Svizzera e nella Francia, per imbarcarsi in un porto straniero; ove si pensi che un altro gran numero di emigrati italiani, provvisti di passaporto, partono per ferrovia per raggiungere gli scali di Hàvre e di Marsiglia, parrà chiaro come le cifre, anche vere, del porto di Genova, non sieno la espressione esatta della emigrazione italiana.

Intanto per avere un punto di partenza, ecco la statistica di un decennio pubblicata dai detti giornali genovesi.

1861 emigranti 5,525
1863 4,287
1863 5,070
1864 4,879
1865 9,742
1866 8,790
1867 18,447
1868 18,120
1869 23,325
1870 15,473
TOTALE 113,658

123 –

A dimostrare la incertezza di queste cifre, basteranno pochi raffronti. L'Italia economica del 1873 afferma che nel 1869 la nostra emigrazione legale fu di 22,201, e nel 1870 di 16,427. Alle quali cifre bisogna aggiungere la emigrazione clandestina, che l’autorità politica fa ascendere a 14,040 pel 1869 e ad 11,444 pel 1870. Questo còmputo ufficiale offre

pel 1869 — 36,241

» 1870 — 27,871

Ecco a colpo d'occhio un enorme divario, il quale ci autorizza a congetturare quanto sieno lontane dal vero le cifre pubblicate dai giornali. E si noti che in quest'ultimo còmputo non tenemmo conto di quelli che aveano un passaporto più limitato, la quale emigrazione temporanea ascende ad 83,565 pel 1869 e ad 83,580 pel 1870;  né vi sono compresi i semplici viaggiatori ai quali si eran rilasciati passaporti ordinarii per viaggi di diporto e di affari.

Il Cav. Leone Carpi, il quale fece intorno all'emigrazione italiana uno studio paziente ed ingegnoso, dopo un'inchiesta in tutte le Prefetture del regno, ebbe presso a poco il medesimo risultato per l'anno 1869. Accertò 127,757 emigrati con passaporti e 15,352 clandestini. De' primi partirono 22,660 per l'America, e degli altri il maggior numero anche all’America, benché l'accertamento de' paesi di destinazione sia possibile solo per coloro che lo dichiarano nel passaporto, ma pei clandestini non havvi altro fondamento che le presunzioni dei Prefetti, le quali neppure sono sempre inspirate (come dovrebbero essere) dalle informazioni de' Sindaci, perché la nostra emigrazione procedette finora senza norme  né sorveglianza.

Nell'anno 1871 questa corrente italiana fu più debole per la bizzarria con cui suole svilupparsi ogni fatto sociale che non dipenda da leggi fisse. Eppure di contro alla cifra di 10,651 rilevata dai giornali di Genova, sta l'altra di 15,027 accertata dal censimento ufficiale, oltre ad 11,068 clandestini, la maggior parte de' quali, come è a presumere per gli esempii anzidetti, emigrarono all’America.

– 124 –

Tutto questo è il frutto di ricerche e raffronti fatti sugli studii altrui. Ma in questo libro vi sono alcuni elementi che abbiamo voluto direttamente raccogliere negli ufficii dello Stato, per avere qualche dato sicuro in una quistione nella quale tante e sì disparate sono le notizie e le opinioni.

Prendemmo come punto di partenza l'intero anno 1872 ed il 1° semestre del 1873, e ci rivolgemmo alla Prefettura di Genova per sapere le maggiori notizie possibili intorno a questi due periodi (1). Ecco le risposte ottenute.

Nell'anno 1872 partirono da Genova 20,364 emigranti, tutti per mare e diretti per l'America del sud, Di questa cifra complessiva, erano della città e provincia di Genova 2,594, ed appartenevano alle altre provincie italiane 17,770. Il numero de' clandestini per la sola Liguria, sommava a 400.

Ma quella Prefettura ci diè un' altra preziosa notizia. Espatriarono dal confine francese a Modane nell’anno 1872 altri 12 mila italiani. Era ignoto se tutti con passaporto e per quali destinazioni. Questi particolari debbono certamente esistere nella Prefettura di Torino, il cui Capo avea trasmessa la cifra al Prefetto di Genova. Non possiamo perciò avventurare nessun giudizio sugli scopi di quella emigrazione per terra, e nemmeno sui rispettivi paesi di origine; e sarebbe erroneo il congetturare che fossero tutti nativi del Piemonte o della Lombardia, perocché sia noto come oltre ai clandestini di tutta Italia, vi sieno molti emigrati regolari della Toscana e del mezzogiorno, spediti per via di terra ad imbarcarsi nei porti esteri. La sola inchiesta governativa potrà fare piena luce su queste complessive statistiche.

(1) Si noti che queste ricerche furono fatto nell’autunno del 1873, e quindi chiesi i dati più recenti. Debbo pubbliche grazie al Comm. Colucci Prefetto di Genova per la cortesia con cui aderì alle mie replicate preghiere. — L'Autore.

– 125 –

Per il 1° semestre 1873 raccogliemmo la cifra di 8,037 emigrati da Genova de' quali 1,198 genovesi e 6,839 di altre province italiane; tutti partiti con passaporto e pei paraggi d'America. Alla qual cifra voglionsi aggiungere 180 clandestini della Liguria e 1290 partiti per via di terra dal confine italiano a Modane. Avremo così 9,507 emigrati italiani per l’America dal 1° gennaio al 30 giugno 1873.

Ma la statistica che invecchia alla giornata, ci incalza e ci impone di continuare le ricerche sino a tutto il dicembre 1873. La emigrazione è cresciuta e rallegriamoci! Non 25,213 quanti ne rilevarono i giornali, ma 26,183 tutti con regolare passaporto, partirono per l'America dal porto di Genova! Sono 6 mila in più sull’anno precedente, e non comprendono quelli partiti per terra,  né i clandestini delle altre province italiane!

Ed a complemento di statistica vogliamo ora offrire ai nostri lettori la ripartizione degli emigrati dei due ultimi anni per province, sesso ed età.

PROVINCE UOMINI DONNE RAGAZZI

meno de' 12 anni

TOTALE
Piemonte

Liguria

4,551 1,337 697 6,585
Lombardia 2,874 1,065 317 4,256
Veneto 153 92 35 280
Emilia 198 111 89 398
Toscana 805 532 115 1,452
Romagne 86 45 39 170
Meridionali 2,365 1,972 1,824 6,161
Esteri 852 117 93 1,062
Totale 11,884 5,271 3,209 20,364

126 –

La emigrazione dell'anno 1873 appartiene alle seguenti province:

Piemonte 4,98
Liguria 4,58
Lombardia 4,05
Valtellina 670
Veneto 203
Emilia 791
Toscana 2,98
Romagne 501
Province meridionali 6,3
Province diverse 330
Esteri 802
Totale 6,18

Dei quali, 22,072 maschia 4,111 femmine. L'età de' maschi va divisa in 2364 inferiori ai 12 anni, e 19,708 adulti.

Finalmente di costoro ci sono note le professioni, che si dividono così:

Possidenti, civili, negozianti e simili 3,7
Arti e mestieri 8,71
Contadini e giornalieri 13,78
Totale 26,18

Fermiamoci ora, con le seguenti considerazioni, sulle due cifre ottenute dalla Prefettura di Genova.

– 127 –

Sui 20,364 emigrati del 1872, poiché i maschi adulti rappresentano 11884, la proporzione aritmetica ci offre il 58 0|0; le 5,271 femmine ci dànno il 26 0|0; ed i 3,209 ragazzi il 16 0|0.

Aumentano le proporzioni degli adulti con l’aumento della emigrazione. Infatti sui 26,183 emigrati del 1873, i 2,364 bambini, rispondono al 9 0|0; le 4,111femmine al 16 0|0 circa; e i 19,708 maschi adulti al 75 0|0. Cosicché gli uomini che nel 1872 rappresentano poco più della metà della emigrazione partita da Genova, nel 1873 sono tre quarti della nuova cifra. È dunque il sesso maschile, l'età del vigore delle forze, che offrono il maggior contingente alla emigrazione italiana.

Una seconda considerazione la porteremo sulle professioni degli emigrati. Il numero maggiore è sempre quello dei contadini. Nel 1873 furono 13,779 sopra 8,705 artigiani e 3,699 possidenti, civili e negozianti. Nella mancanza di statistiche compiute, ignoriamo le proporzioni tra la città e la campagna. Ma questa prima ripartizione basta per insegnarci che in Italia emigra il contado a preferenza della città.

Potremmo in terzo luogo dimandare a queste cifre complessive, quanti erano i coniugati e quanti i celibi, per tutte le conseguenze economiche e sociali di tale importante distinzione. Potremmo dimandare il grado d’istruzione di costoro, per sapere quanti analfabeti mandiamo all’estero, come norma per giudicare del grado di coltura dei ripatriati. Potremmo dimandare in quale rapporto sia la statistica dei reati a quella dell’emigrazione; ma queste ed altre curiosità statistiche non ci saran consentite fino a che in Italia tali pazienti ed importanti studii non raggiungeranno la perfezione già toccata nel Belgio, in Olanda, in Germania, in Inghilterra.

Rimane ora una dimanda, che è legittima conseguenza delle ricerche fin qui fatte:

Quale è la media annuale della emigrazione italiana transatlantica?

– 128 –

Abbiamo l'intimo convincimento che non 20,  né 26 mila, ma 50 mila italiani lasciano annualmente la patria per l’ignoto dell’oceano. Lo desumiamo dalle lacune del censimento in America, dalle differenze tra quel che fu raccolto e le dichiarazioni dei consoli; lo desumiamo dalle incomplete statistiche di Genova che non tengono conto  né dei partiti per terra,  né dei clandestini di tutta Italia — lo desumiamo infine dal complesso delle incertezze e delle differenze tra la emigrazione permanente e la passeggiera; ed anche i 50 mila non sarebbero che la decima parte della nostra totale emigrazione all'estero, valutata in difinitivo dalla Giunta di statistica a circa mezzo milione di nostri connazionali.

Agli scrupolosi che diranno esser questa una congettura più che un calcolo aritmetico, risponderemo che fino a quando il Governo non ci offrirà una statistica ordinata, completa ed evidente, le nostre conclusioni, che derivano logicamente da premesse inoppugnabili, non potranno essere smentite.

Ma noi vogliam procedere ad una più larga dimostrazione, e la faremo con nuovi elementi e raffronti nel seguente capitolo.

CAPO VI.

Studii statistici sulla emigrazione italiana

La tendence des recherche scientifiques de notre époque est d'abandonner l’idéal fantastique pour demander tout à l’observation des faits. La démographie, ou Statistique humaine, est le reservoir commun où doivent confluer tous les courants de la Statistique.  

Guillàrd — Démographie comparée. Paris 1855.

SOMMARIO

Come dovrebbe compilarsi una statistica dell'emigrazione. — Nostra inchiesta nelle Prefetture. —Due tavole statistiche. —Contumacie: Napoli, Catanzaro. — Lacune: Teramo, Aquila e la sua emigrazione all’interno, Bari, Cosenza. —Caratteri della emigrazione italiana: sessi ed età, professioni, campagna e città, destinazioni. — Risultati delle tabelle A e B messi in rapporto alla popolazione ed ai dati ufficiali. — Confronti tra le nostre cifre quelle di Genova ed i calcoli del Ministero. —Illazioni di questo studio. —

Una statistica esatta dell’annuale emigrazione italiana non si può ottenere diversamente che con un solo sistema.

Nella Prefettura di ogni provincia si dovrebbero raccogliere con la maggiore esattezza e costanza i dati della emigrazione, il che sarebbe facile quante volte si facesse stretto dovere alle SottoPrefetture di trasmettere al Capo della Provincia, ogni tre mesi, gli stati degli emigrati di ciascun circondario. Va da sè che i Sindaci, la Pubblica Sicurezza, i Carabinieri, dovrebbero coadiuvare l’opera dei Sottoprefetti per le informazioni sui clandestini.

– 130 –

Quando tutte le 69 Prefetture trasmettessero al Ministero in ogni tre mesi i quadri completi di questo movimento, è chiaro che il Ministero non avrebbe a fare altro che un'opera di coordinazione e di classifica generale. Solo così sparirebbero le ipotesi, il presso a poco, le incertezze, e con poca fatica si avrebbe uno specchio fedele degli spostamenti degl'italiani da tutte le 69 Province del regno.

Una statistica completa della emigrazione, dovrebbe a nostro avviso, contenere i seguenti dati principali:

1. Il numero annuale degli emigranti di ogni provincia, distinti per sesso, per età e per professioni.

2. I rapporti di questo numero con la popolazione assoluta e relativa di ciascuna provincia, e con la statistica dei matrimoni, della istruzione, e dei reati.

3. La distinzione di quelli che partirono con passaporto o clandestini, indagando le relazioni che aveano questi ultimi con la leva e con la giustizia penale.

4. I paesi di destinazione, desunti dalla dichiarazione fatta dall’emigrante per avere il passaporto, o dalle informazioni approssimative pei clandestini.

5. Il capitale danaro, che l'emigrante esporta, accertandolo dalle sue dichiarazioni, e deducendolo dalla sua condizione.

6. Il numero annuale dei ripatriati, e le somme da lui importate nel regno.

Una volta avviato con siffatte norme il lavoro, sulla base di tabelle uniformi, basterebbero pochi impiegati in uno dei Ministeri, perché potessero compierlo agevolmente. Non spetta a noi il ricordare come l’ordine sia uno dei principali requisiti di un governo civile.

Questo lavoro statistico dovrebbe apparire in ogni anno tra le pubblicazioni ufficiali dello Stato. Crediamo che l'amministrazione di un libero paese debba essere come un terso cristallo attraverso il quale tutti i cittadini abbiano il diritto di veder chiaramente ogni quistione d'interesse generale.

– 131 –

Di tutto questo finora in Italia non fu fatto nulla — e lo dicemmo dianzi —  né giova il ripeterlo pel sottile, per non perderci nei luoghi comuni delle querele, che d’altronde tornerebbero infruttuose. Ma è debito il notare come la indifferenza sia colpa segnatamente in chi governa, e che i danni del sistema sieno ormai palesi, e, nostro malgrado, dovremo rilevarli nel corso di questi studii. Possa almeno l'esperienza servirci di scuola per l'avvenire!. . . .

Quando ci surse il pensiero di questo libro, sentimmo la necessità (poiché il governo non l’avea fatta) di una inchiesta nelle Provincie del regno. Il Carpi la fece pel 1869 ed i risultati da lui ottenuti furono le prime notizie che si rivelarono al paese intorno alla emigrazione italiana. Il premio vinto al concorso Ravizza di Milano, attesta il merito del suo lavoro (1).

Ma il Carpi raccolse i suoi dati con l'intervento e l'opera del governo; il quale spedi a tutte le Prefetture un elenco di domande, ed è chiaro che niuna provincia fallisse alle apettative dello studioso scrittore.

Noi tenemmo altra via. Ci parve di non dover vincolare con riguardi di doverosa riconoscenza, la libertà dei giudizii che reclama lo studio di una complessa quistione sociale. E benché al privato cittadino non sia possibile quel che il governo, con la onnipotenza dei suoi mezzi, può, ed in breve, pure tentammo una inchiesta in parecchie Prefetture.

Le tabelle, da noi compilate, comprendevano tre dati principali ed indispensabili, sapendo essere inutile ogni altra dimanda; cioè a dire il numero degli emigranti distinti in maschi, femmine e bambini, e se con passaporto o senza—le professioni degli emigranti — ed i paesi di destinazione.

(1) Dell’Emigrazione Italiana all’estero nei suoi rapporti coll’agricoltura con l'industria e col commercio—Studii del cav. Leone Carpi. Firenze 1871.

– 132 –

Non si poteva essere più discreti a dimandare! Ma nella maggior parte delle province alle quali ci dirigemmo, la nostra fu creduta troppa curiosità. 0 non v'erano notizie raccolte ed il raccoglierle costava fatica molta; o quelle che vi erano contenevano poche cifre senza concetto, senza ordine, senza scopo.

Comprenderà il lettore attraverso a quante difficoltà ci fu dato di raggiungere un risultato. Limitando l'inchiesta alle sole 16 province del napoletano, ove la emigrazione era un fatto nuovo e progressivo, e più contrariamente giudicato, noi riuscimmo a raccogliere le tabelle riempite da 14 Prefetture, e la fatica, durata molti mesi, per ottenerle, non ci avrebbe certo invogliato, se l'avessimo potuta prevedere. — Furono base alle nostre ricerche l’anno 1872 ed il 1° semestre del 1873;  né era possibile di più, avendo intrapreso questo lavoro (come dicemmo più avanti) nell'autunno del passato anno.

Abbiamo riassunti tutti i singoli quadri ricevuti in due complessive tabelle, sulle quali richiamiamo, più che uno sguardo fugace, la maggiore attenzione dei lettori che ci seguiranno nel cammino di questo studio.

– 133 –

Mancano nella tabella A le cifre di Napoli e di Catanzaro, con le quali sarebbe compiuto lo studio dell’emigrazione delle 16 province napoletane (1). Del resto la emigrazione della città e provincia di Napoli non interessa molto al nostro studio, come diremo a momenti.

(1) Sentiamo il dovere di spiegare al lettore il perché di questa contumacia.

La Prefettura di Napoli che gentilmente ci avea promesso di favorirci, tenne per tre mesi i nostri quadri, rinviandoci in fine alla Delegazione d P. S. del Porto. In questa ci fu risposto che «prima del 2° semestre 1873 non si prendeva che semplicemente nota degli emigranti, senza dati statistici—però la dimanda può essere rivolta alla Questura del Circondario di Napoli, la quale stacca i passaporti ed alle Sottoprefetture della Provincia».

E noi ci rivolgemmo alla Questura. Ma questa ci assicurò di non conservare tali notizie, avendo il costume di trasmetterle alla Prefettura, ove solamente avremmo potuto trovarle; e ci rimandò a quest'ultima.

Il lettore comprenderà che non era più il caso di continuare infruttuose ricerche!

La Prefettura di Catanzaro, con più decisa risposta, ce le negòsin dall’ottobre 1873. Disse che il Ministero avea chiesto per suo conto un lavoro consimile, e quindi avea bisogno di un autorizzazione espressa del Ministero per rilasciarle a noi. Invano presentò direttamente le nostre preghiere un egregio deputato di quella provincia; invano scrivemmo al Prefetto di quel tempo perché avesse dissipati gli scrupoli della P. S. Il Prefetto, inesorabile, volle far decidere al governo la grave tenzone, ed egli stesso scrisse al Ministero. — Un mese dopo venne la seguente risposta:

«Roma 26 novembre 1873

«Questo Ministero sta ordinando per pubblicarle, le notizie statistiche raccolte sulla emigrazione degli italiani all’estero.

«Ciò consiglia la opportunità di soprassedere sulla dimanda fatta dal sig. Avvocato Giovanni Florenzano per avere elementi sullo stesso oggetto riguardante codesta Provincia.

Pel Ministro — Gerra.»

– 134 –

La emigrazione di Catanzaro si dirigeva negli anni passati all'Egitto pe' lavori del taglio dell’istmo di Suez. Oggi corre invece all’America, onde i calabresi ricevono inviti e promesse dai compaesani che vi si trovano. Sono quasi tutti contadini ed artigiani secondarii, e ne offrono in maggior numero i comuni di Marcellinara, Tiriolo, Catanzaro e qualche altro.

Dopo le contumacie, le lacune.

Dalla provincia di Teramo potemmo a stenti avere i dati del 2° semestre 1872; quindi una cifra di meno nella totale emigrazione di 14 province; e quindi impossibile un esatto rapporto tra la popolazione e l’emigrazione. —

Dalla provincia di Aquila potemmo aver le notizie solo pel 1872, benché complicati si giudicassero ivi i nostri stati, e numerosissime le categorie(!) Fu scritto ai Sottoprefetti pei dati del 1° semestre 1873; ma la niuna risposta ottenuta, vuol dire che i Sottoprefetti non li avessero. E questo risultato negativo, che d'altronde era stato preveduto da chi conosce bene quella provincia, ci fa dubitare della esattezza delle cifre che ci sta preparando il governo centrale, sulla emigrazione.

È notevole che una simile Ministeriale abbiamo letta in qualche altra Prefettura di queste province, il che vuol dire che il Governo lungi dal desiderare e dall’incoraggiare l’opera paziente e disinteressata dei cittadini e degli scrittori, non la vuole e l’attraversa. Eppure noi ci eravamo lusingati di rendere un servizio anche al governo, studiando con affetto una quistione alla quale esso non mostrò di attribuire sino a poc'anzi nessun interesse! Del resto speriamo che non si voglia fare una colpa alle 14 Prefetture le quali si capacitarono che la nostra non era indiscrezione, ma qualche cosa ispirata dall’amore del proprio paese!

E chiudiamo questa nota col rendere pubbliche e sincere grazie agli egregii funzionarli che ci favorirono, ed a tutti quegli animi gentili che s'impegnarono pel nostro scopo nelle varie province.

– 135 –

Garentiamo che nella prefettura di Aquila sino a tutto la fine del 1873 non vi era niuna traccia di tali notizie. Nè ai Sottoprefetti incumbeva di farne rapporto. Aveano il solo obbligo (per ordine del Ministero) di mandare alla Prefettura l’elenco dei frati che avessero passaporto per l'estero, e ciò per la quistione delle pensioni.

Nel 1869 il Carpi rilevò 5,415 emigrati della provincia di Aquila. Niuno di essi andò in America: tutti nello Stato Pontificio, perché antica è l’emigrazione dei montanari abruzzesi alle provincie romane e toscane. Ma dopo il 1870 non vi è più nota di quella emigrazione. Una volta spezzate le barriere di Roma, queste correnti operaje, senza ostacoli, si rovesciarono ove maggiore era la richiesta della mano d'opera. L'ultima enumerazione fattane, è del 1871, e fa ascendere a 7,127 la emigrazione aquilana del 1870. Chi ci dà questa cifra soggiunge pie credendo,; e ci fa sapere che soli 4 di essi partirono con passaporto per l’estero. Tutti gli altri, muniti di una. carta di passaggio del Sindaco, pei ricapiti di sicurezza, scendeano allegramente per le balze appennine a cercar lavoro nelle vicine province. Ci fa sapere che un' altra grossa cifra, grossa forse quanto altri 7 mila, è quella de' clandestini, mandriani od operai che per pastorizia o per lavori si diffondevano per le maremme Toscane, le Puglie ed altre province. Si tratterebbe cosi di oltre a 14 mila da quella sola provincia nell’anno 1870. E dopo di allora  né la P. S. ,  né la Prefettura,  né più alto, niuno chiese conto del fatto. Questa antica consuetudine, anzicché decrescere, aumenta, per la maggiore facilità di locomozione, e si diffonde sino agli estremi del regno; oggidì vanno in Sicilia sulle costruzioni ferroviarie. Benché questi spostamenti concentrici non entrino nel nostro argomento, pure di volo vogliamo notare che i cultori della scienza economica, e molto più il governo, non dovrebbero guardare indifferenti tali fenomeni sociali, ma studiarne accuratamente lo spirito ed il movimento.

– 136 –

Della provincia di Bari non fu possibile avere i dati del 1873. Sino al 31 dicembre, niun principio ve n' era in quella Prefettura. Appena, e con personali e continue premure di egregio amico, si raccapezzarono quelle del 1872.

La medesima difficoltà per le notizie del 73 la trovammo nella prefettura di Cosenza, donde avemmo solo la tabella pel 72. Però sappiamo del solo circondario di Cosenza, che diè 144 emigrati per le Americhe nei primi sei mesi dell'anno passato. Ma è circondario di scarsa emigrazione relativamente a Castrovillari, a Rossano ed a Paola, che ne offre il maggior numero.

Dopo queste osservazioni intorno alle contumacie e lacune della nostra statistica, è tempo di riassumerne e valutarne i risultati.

La tabella A ci offre la cifra di 16,256 emigrati; la tabella B ce ne diè 4,636.

Pria di far servire queste cifre al nostro scopo finale, che è la dimostrazione promessa in fine del precedente capitolo, procediamo ora ad alcune considerazioni sulla natura della nostra emigrazione, cioè allo esame delle ricerche da noi fatte intorno ai sessi, alle età, alle professioni ed ai paesi di destinazione de' nostri emigrati.

Cominciamo dai sessi e dalle età.

Sottraendo dalla tabella A i 2,902 emigrati della provincia di Cosenza, (la cui statistica non distingue i sessi), avremo per le rimanenti 13 provincie, 13,354 emigrati, ripartiti in

ragazzi 182
femmine 1,193
maschi adulti 11,979
Totale 13,354

137 –

La stessa distinzione fatta nella tabella B, per gli emigrati da 11 provincie, ci offre:

ragazzi 256
femmine 376
maschi adulti 4,004
Totale 4,636

Queste cifre riconfermano quanto dicemmo innanzi, cioè la prevalenza della emigrazione maschile e vigorosa. Una prova più eloquente la daranno le due seguenti statistiche delle età.

Scegliemmo due provincie, anche del napoletano, lontane fra loro, l’Abruzzo Citra ed una delle Calabrie, Cosenza; quella coronata dalle nevi degli appennini, questa bagnata dal Ionio e dal Tirreno. Anzicché allo stesso anno, appartengono a due anni successivi, ed avremo per queste ragioni più spiccata la differenza.

Emigrazione della provincia di Cosenza nell'anno 1872.

 Sotti      ai 10    anni partiti 8
Dai 10 » 15 » » 33
» 15 » 20 » » 2
» 20 » 30 » » 940
» 30 » 40 » » 888
» 40 » 50 » » 847
» 50 in su » » 184
Totale 2,902

Emigrazione della provincia di Chieti nell'anno 1873.

– 138 –

»»»»»»»»»»»»»»»»»»»»»

            Sotto            ai 10 anni  partiti 3
Dai 10 » 15 » 18
» 15 » 20 » 30
» 20 » 30 » 269
» 30 » 40 » 306
» 40 » 50 » 173
» 50 in su » 53
Totale 854


Questi due specchietti dimostrano che la nostra emigrazione sino ai 20 anni è scarsa, e deve esser così nelle tabelle, perocché il maggior numero degli adolescenti e de' giovani emigra clandestinamente. Nei due decennii da' 20 ai 40 anni, aumenta ed ingrossa con proporzioni spesso volubili, ma può ben dirsi che in questi 20 anni della più spiccata energia dell’uomo, si fa più sensibile la cifra dell'emigrazione. Talora la progressione statistica si mantiene dai 40 ai 50 anni, talora diminuisce dai 40 anni. È un decennio in cui le proporzioni alternano, a seconda delle annate di scarso ricolto, degl'inviti più o meno seducenti, degli esempii di danaro mandati dai compaesani, insomma di tutte quelle cagioni speciali a ciascuna contrada, determinanti la emigrazione. Dai 50 anni in su, col discendere l’uomo la curva della vita, discende anche la parabola dell’emigrazione. Noi vorremmo che le future statistiche di questo fatto non si arrestassero ai 50 anni, ma seguissero la vita umana sino ad età più inoltrata. Sapremo allora quanti infelici lasciano la terra natia a 60 ed a 70 anni. Lo spettacolo della gioventù e della virilità che espatria, può suscitare impressioni diverse, meritare considerazioni opposte. Ma la vista di un logoro organismo, di un capo calvo e stanco, di un essere divenuto debole o sofferente per vecchiezza, quando la natura reclama stabilità e pace, anzicché moto e pericoli, è una vista che ti stringe il cuore, quando lo vedi questo essere arrampicarsi alla scala di un battello che sciolga la vela per l’Oceano.

– 139 –

Il predominio dei maschi e degli adulti nella emigrazione italiana, di cui nel precedente Capo rilevammo le proporzioni, non è speciale alle province napoletane ma a tutta Italia. Dalle vallate Alpine emigrano negli squallidi inverni torme di operai che vanno a cercar lavoro all'estero: Sopra 5,700 emigrati dell’altipiano delle Carnie nella provincia di Udine, nel 1869, non si contava nessuna donna. Erano tutti contadini ed artigiani che fra i loro dirupi natii sono, per antica consuetudine, reclutati dai tedeschi che li conducono a lavorare in Austria ed in Germania. Da una contrada di quelle aspre montagne, sopra una popolazione di 137 mila abitanti, ne emigrarono nel 1869: 24,750, tutti operai!

Dal circondario di Biella così ricco d'industrie e di manifatture, emigra una media annuale di 4 mila individui, i quali non si aggirano solo pei paesi di Europa, ma si estendono nell’America meridionale a costruire strade, ferrovie, canali.

Potremmo continuare con gli esempii di tutte le nostre province questa dimostrazione, che fu base ad alcune osservazioni officiali. Ma il fin qui detto avrà chiarito col sesso e con l’età, questo primo carattere della nostra emigrazione, in massima parte maschile e vigorosa. Nè in questo luogo, ove ci occupiamo di sola statistica italiana, anticiperemo considerazioni economiche e comparazioni straniere, che faran parte di un altro ordine d'idee.

Il riparto delle professioni è un secondo argomento del carattere speciale della nostra emigrazione, e basterà gettare uno sguardo sui due seguenti specchietti che riportiamo con lo stesso ordine delle tabelle, per convincersene (1).

(1) Si noti che molte categorie speciali sono state indicate dalle Prefetture, e noi abbiamo preferito di riportarle nella loro integrità, anzicché riassumerle in categorie generali.

– 140 –

Per l’anno 1872

Contadini, agricoltori e bracciali 10,89
Pastori 679
Artigiani 2,86
Calzolai 1
Venditore di maioliche 1
Domestici 16
Suonatori e ciarlatani 171
Saltimbanchi 1
Cantanti 1
Ecclesiastici 60
Farmacisti 1
Commercianti 14
Industriali 679
Possidenti 341
Senza professione 385
Ignota 157
Totale 16,26

La distinta del 1.° semestre 1873 ci offre, relativamente alla somma degli emigrati, quasi le stesse proporzioni nelle professioni.

Eccone le cifre:

Contadini, agricoltori e bracciali 2,608
Pastori 198
Artigiani 957
Domestici 29
141 –

Suonatori e pifferai 29
Ecclesiastici 29
Commercianti 9
Industriali 188
Possidenti 213
Senza professione 180
Ignota 196
Totale 4,636

A suo luogo diremo quel che pensiamo di queste cifre. Per ora il. lettore si sarà persuaso che la emigrazione nostra è in massima parte elemento operaio, e quasi tutti operai del contado, perocché non solo gli agricoltori ed i pastori, ma anche gli artigiani emigrano dal contado e non dalle grandi città. Intorno a questa distinzione sono mute le statistiche che abbiamo delle 14 Prefetture, meno quelle di Cosenza e di Chieti. La statistica di Cosenza divide i 2,902 emigranti del 1872 in 1,001 partiti dalle campagne, e 1901 dalle città. Quella di Chieti distingue gli 854 emigrati del 1873 in 628 dalle campagne. e 226 dalle città.

Ma qui noi osserviamo che parlando di città, non alludiamo certo ai capiluoghi di circondario ove è un Sottoprefetto ed una popolazione, più o meno, di 8 o 9 mila abitanti. Questi sono piccoli centri artificiali, creati dall’organismo amministrativo. Per città intendiamo quei grandi centri ove per fatto non solo amministrativo, ma naturale e spontaneo, si muove una numerosa popolazione, che attira ed innesta ai suoi interessi un largo movimento di scambii e di affari. Per città intendiamo i capiluoghi delle 69 provincie da Alessandria a Vicenza nell’ordine alfabetico. Or bene l’unico documento che abbiamo trovato tra le nostre non poche indagini, è una tabella stampata dal Carpi nella citata sua opera. E da essa risulta che neli'anno 1869 le città italiane dettero un totale di 29,363 emigrati, e le campagne ne offrirono 113,736.

– 142 –

Quale enorme sproporzione! Mentre in Italia la popolazione delle città sta a quella del contado come un terzo a due terzi, l’emigrazione, sulla predetta base, sta come un quinto a quattro quinti. E si noti che la emigrazione cittadina è quasi tutta costituita da viaggiatori per diporto o per affari; e nella stessa classe operaia delle nostre città non si è diffusa finora la tendenza ad emigrare; anzi i grandi centri sono il richiamo di molti artigiani del contado che vi si stabiliscono per esercitarvi un mestiere dopo di averlo nella città medesima apparato. Ma la emigrazione del lavoro, quella che corre incontro alle promesse fortune del nuovo mondo, in Italia ha origine dalle campagne, le quali ormai si spopolano di contadini e di artigiani, cioè di tutto l’elemento attivo e laborioso. Ecco perché non insistemmo presso la Prefettura di Napoli per sapere le cifre dell’emigrazione di questa città. Sapevamo dalla detta tabella pel 1869 che in quell'anno migrarono dalla città e provincia di Napoli 3,015 persone; ma erano commercianti, esercenti professioni, possidenti, viaggiatori per diporto, operai, ecclesiastici, e solamente 76 contadini. Di tutta questa grossa cifra soli 350 si diressero in America, il resto in Europa ed in Affrica. Ora, ancorché i 76 contadini emigrassero all'America, il rimanente è tutta emigrazione passeggiera, e molto più probabilmente utile all’individuo ed alla patria.

Il giorno in cui avremo una statistica sapremo che parimenti scarso fu il numero degli emigrati per l’America da Palermo, da Roma, da Bologna, da Firenze, da Milano, da Torino. Sapremo con le cifre di questi anni, quel che ci è noto per tradizione, che cioè la massima parte degli emigrati delle nostre grandi città si reca a lavorare negli altri paesi di Europa e torna in patria nell'anno stesso. Sapremo che a tutte fa solo eccezione Genova, la quale per antica usanza manda oltre mare i suoi figli, non per cangiare patria, ma per commerci e per industrie. Eppure nel 1872 sopra 2,559 emigrati della provincia di Genova, soli 559 appartenevano alla città! Comunque si studii la quistione, è sempre vero quel che accennammo nel precedente capitolo; in Italia emigra il contado, e la condizione degli emigrati lo prova.

– 143 –

I paesi di destinazione furono il terzo elemento delle nostre indagini. Riassumendo i risultati delle due tabelle, ecco nei seguenti specchietti le direzioni prese. dagli emigranti nei due indicati periodi.

Destinazioni dei 16,256 dell’anno 1872

Tabella A.

Europa 2,200
Asia 15
Africa 198
America settentrionale             1,627 13,69
America meridionale              12,058
Ignota destinazione 158
Totale 16,256

Destinazioni dei
4,645 emigrati del semestre 1873

Tabella B.

Europa 874
Asia 19
Africa 97
America settentrionale              548 3,595
America meridionale              3,047
Ignota destinazione 158
Totale 4,645 (1)

(1) Vedi nota in fine della Tabella B pei 9 in più di Salerno

– 144 –

Ecco dunque dimostrato, con la evidenza della prova, che nell'anno 1872 dalle sole province napoletane emigrarono all’America ben 13,685, ed in questa cifra non sono compresi  né gli emigrati di mezzo semestre della provincia di Teramo,  né quelli di Catanzaro,  né quelli di Napoli,  né quelli dei quali s'ignora la destinazione.

Non saremo certamente esagerati colmando queste lacune con la cifra di altri 1,315 ed avremo cosi un complessivo di 15 mila emigrati all’America nell’anno 1872 dalle sole 16 provincie napoletane.

Abbiamo dimostrato allo stesso modo, come nel 1° semestre del 1873 emigrarono 3,595 dalle stesse provincie, per l’America. Ma si ricordi che questa cifra è il prodotto di sole 11 province, perché ci mancano oltre ai dati di Catanzaro e Napoli, benanche quelli di Aquila, Bari e Cosenza (e queste due ultime province dettero un contingente numeroso alla emigrazione del 1872) e sarà evidente che la predetta cifra debba di molto aumentarsi. Si aggiunga che nell'anno 1873 crebbe l'emigrazione di tutta Italia, e lo dimostra la cifra della Prefettura di Genova che la fa ascendere a seimila in più dell’anno precedente. Si aggiunga che nel napoletano si sviluppò la manìa di emigrare in molti comuni e circondarii onde non si era emigrato mai, e crebbero le proporzioni ove il fatto era minimo due o tre anni prima. Nella tabella che ricevemmo dalla Prefettura di Campobasso sta scritto — «N. B. L'emigrazione aumenta ogni giorno. In«fatti nel terzo trimestre del 1873 si notarono 117 indivi«dui emigrati in più del terzo trimestre 1872» E così potremmo riportare altre dichiarazioni officiali e notizie di autorevoli amici, ai quali ci rivolgemmo, per accertare vie meglio le aumentate proporzioni del fatto.

Se dunque l’emigrazione del 1873 è cresciuta, la cifra di 15 mila del precedente anno, fu certamente sorpassata.

– 145 –

Ma pria di venire a conseguenze finali, importa alla statistica di studiare il rapporto tra la somma degli emigrati e la popolazione, e cominciamo dallo stabilire un riscontro tra le cifre ottenute nelle tabelle A e B con la complessiva popolazione delle provincie alle quali si riferiscono. Avremo così le seguenti proporzioni.

EMIGRAZIONE POPOLAZIONE Quanti emigrati per ogni 100 di popol. in patria
Dell'anno 1872 da 14 province 16,256 delle 14 province 5,839,068 0,27
Dell'anno 1873 1° semestre da 11 province 4,64 delle 11 province 4,150,834 0,11

Ma questo calcolo sarebbe erroneo. Esso, come è chiaro, conduce a conseguenze di perdite insignificanti, e renderebbe la emigrazione Un fenomeno non degno di essere rilevato. L'emigrazione invece è un fatto speciale e relativo alla sua sede di origine. Bisogna perciò rilevare il rapporto tra gli emigranti e la rispettiva provincia. Ciò non faremo per Benevento, Teramo, Aquila, Foggia, Lecce, Reggio Calabro, Avellino, province che ci han data una emigrazione inferiore ai 100 ognuna in ufi solo anno; la qual cifra fu più o meno la stessa negli anni antecedenti. Stabiliremo il rapporto nelle rimanenti province da noi studiate, ove molto più importante si manifesta la emigrazione.

– 146 –

Per l'anno 1872

PROVINCE Popolazione

secondo il censimento

del 1871

Emigrazione all'estero Quanti emigrati per ogni 100 di popolazione
Caserta 697,403 653 0,09
Chieti 339,986 368 0,11
Bari 604,518 945 0,15
Campobasso 351,071 809 0,23
Cosenza 440,468 2,902 0,66
Salerno 538,652 4,530 0,84
Potenza 510,543 5,709 1,11

La nostra Giunta di statistica non potè darci le proporzioni relative alle provincie, perché le mancavano i dati annuali dell’emigrazione. Ci diè invece un altro cómputo. Sul totale di 232 mila individui registrati nominativamente all’estero e classificati per provincie di nascita, studiò quanti ne spettassero per cento a ciascuna contrada italiana. Non riportiamo queste proporzioni perché si scostano dalla nostra attuale disamina. Ci fermeremo invece sul suo studio de' rapporti inversi.

Ella si fece la seguente dimanda: per ogni 100 abitanti censiti in patria, della Liguria, della Lombardia, ecc., quanti Liguri, Lombardi ecc., si trovano all'estero? Come è chiaro, questa ricerca è la stessa che abbiamo fatta noi nell’ultimo specchietto. Con tal processo la Giunta trovò che di ogni 100 abitanti in paese sono all’estero:

7.07 della Liguria

2.03 del Piemonte

0.83 della Lombardia

0.85, del Veneto

– 147 –

0.67 della Toscana

0.03 dell'Umbria

0.93 della Basilicata

0.04 degli Abruzzi e Molise

0.19 delle Puglie

0.17 delle Calabrie

0.42 della Campania (1).

Queste proporzioni che si riferiscono à tutti gF italiani all’estero sino al 31 dicembre 1871, sono di molto inferiori ai risultati da noi ottenuti in quelle province ove abbiamo fatta l'inchiesta. Ed infatti, la sola Campania, cioè cinque province, è detto che avea all’estero 0,42 di assenti sulla popolazione in patria. Ma se noi nel solo anno 1872 ne abbiamo constatati 0,09 per Caserta+0,84 per Salerno=0,93 in due sole province; chi non vede che il censimento all'estero non possa rassicurarci per le altre proporzioni,  né offrirci una norma intorno all’annuale emigrazione italiana?

Se non che, la Giunta, tenendo conto delle dichiarazioni de' Consoli, raddoppiò la cifra totale portando a 477 mila i nostri connazionali ripartiti nelle 5 parti del mondo; fu la espressione ultima che formulò intorno alla emigrazione italiana. Ma le ricerche da noi fatte nel Napoletano ci autorizzano a ritenere fallaci anche queste raddoppiate proporzioni. Attribuì 8,800 emigrati alla provincia di Basilicata, che rispondono all’1.72 per ogni cento abitanti in patria. Ma se noi trovammo emigrati da quella provincia 5,709 nell’anno 1872, ed altri 1198 nel 1° semestre del 1873, in tutto circa 7 mila in soli 18 mesi, dei quali accertammo nelle due Americhe 6,242;

(1) Notisi che avendo la Giunta divisa la popolazione italiana per compartimenti, comprende nella Campania le provincie di Avellino, Benevento, Caserta, Napoli e Salerno; negli Abruzzi e Molise, Aquila, Campobasso, Chieti e Teramo; e nelle Puglie, Bari, Foggia e Lecce.

– 148 –

se la Giunta, con tutti i suoi raddoppii di cifre, non ne calcolò in America che soli 4,400, mentre è a tutti noto che la emigrazione dalla Basilicata è una corrente periodica che dàta da molti anni, anche prima che questo movimento fosse cominciato nelle vicine provincie; sarà ormai evidente che quel censimento è sbagliato, e che molto maggiori debbono essere le proporzioni in questa, come nelle altre provincie italiane.

Passiamo ora a stabilire un secondo ed ultimo rapporto tra le nostre tabelle, i dati di Genova ed i calcoli della Giunta. Lo faremo, per non stancare il lettore, con le cifre complessive.

Si afferma da Genova che la emigrazione del 1872 per l’America fu di 20,365, de' quali 2,594 Genovesi, e 17,770 di tutto il resto d'Italia (1). Ma noi abbiam dimostrato che solo dal Napoletano emigrarono nel 1872 ben 15 mila persone, rimarrebbero 2,770 per tutte le altre province italiane,

Questo è risibile. Lo prova la Giunta a pag. 681 dell’Italia Economica, ove è detto che di tutti gl'italiani trovati all'estero, sopra ogni 100 ne appartenevano:

»
Alla Sicilia e Sardegna. 4,26
Alle province napoletane. 8,33
All’Italia centrale. 10,96
Alta Italia. 75,45

E più oltre è dimostrato, che di ogni 100 italiani sparsi nelle 5 parti del mondo, sono in America nella proporzione di 52.87 i Liguri, di 18,18 i Lombardi, di 12,13 i Piemontesi, ed in proporzioni assai minori tutti gli altri italiani. E per converso, di ogni 100 emigrati Liguri, ne vanno in America 62.17, di Lombardi 47. 52, e cosi di seguito in proporzioni discendenti.

Il che vuol dire che la cifra complessiva dell’emigrazione del resto d'Italia, dev'essere assai maggiore dell’emigrazione napoletana.

(1) Vedi nota pag. 124.

– 149 –

Questo lo dimostrò anche il Carpi con minuti confronti; da' quali dedusse che la emigrazione delle province meridionali sta con la popolazione, nella proporzione   

di 2 2/10  io per 1000 a fronte
»   11 1/10 » nell’Alta Italia
»     4  8/10 » nell’Italia centrale
»     4 4/10 » nella Sardegna
»            6 » su tutto il Regno

Le quali proporzioni se crebbero dal 1869 in qua per le province napoletane, non diminuirono di certo nel resto d'Italia. Si rileggano i due specchietti di Genova da noi riportati a pag. 125 e 126, e se ne avrà la prova per i due ultimi anni.

Ma ivi è detto che emigrarono dalle province meridionali nell’anno 1872, 6161, mentre noi ne abbiamo constatati 15 mila pel solo napoletano, e chi sa quale sia stata la cifra della Sicilia; è dunque evidente il dilemma: o i dati che noi ricevemmo dalle Prefetture sono straordinariamente esagerati (il che non è possibile), o le cifre di Genova non rappresentano la vera emigrazione italiana.

Con ciò non diciamo che la Prefettura di Genova voglia nascondere una parte del vero; sostenghiamo solo che essa non sappia tutto il vero. I nostri connazionali partono per cento vie dalle Alpi e dal mare; emigrano con passaporto e senza, e si ricordi che la cifra de' clandestini di tutta Italia non è nota alla detta Prefettura,

Laddove nelle proporzioni come da 6 a 15 mila, fossero aumentate tutte le altre cifre che compongono i 20,364; laddove la cifra de' 12 mila espatriati dal confine francese, dovesse accrescersi in queste od in maggiori proporzioni;

– 150 –

laddove fosse nota la cifra di tutta la emigrazione clandestina (la quale in questi ultimi anni fu incoraggiata dalla politica di astensione governativa), chi sa dirci in tal caso quale sarebbe la espressione ultima della emigrazione italiana?

Nel 1873, l'emigrazione crebbe di oltre a 6 mila, e la tabella Genovese segna gli aumenti di ciascuna regione d'Italia.

Se qui volessimo accrescerne le proporzioni cxm le norme del ragionamento testé fatto, quale prodotto ne risulterebbe? E non dubitino di ciò i fautori della emigrazione. Il giorno in cui parlerà una statistica seria, avranno di che consolarsi!

Ma noi per ora volemmo essere discreti. Accettiamo i 26 mila da Genova, computiamone 15 mila per terra e 9 mila clandestini, ed avremo i 50 mila annunziati nel precedente capitolo. Tutto il dippiù lo sapranno gl'italiani quando da questo movimento, che ora sorge, del governo e degli scrittori, verran fuori ricerche analitiche e conclusioni schiette, tendenti ad illuminare e non a confondere la pubblica opinione.

CAPO VII.

Una vergogna riparata.

SOMMARIO

La statistica dei fanciulli emigrati. — Il passaporto. —Il comprachichos. —Les petits savojards ed i piccoli italiani. —Loro patrie. — Il processo della tratta; un contratto, la partenza, i trafficanti ed i nuovi padroni, palestre umilianti, trattamenti, rivelazioni de' Consoli, rapporto del 1868 da Parigi. —Echi negli Stati Uniti; Associazioni di beneficenza' e giornali americani. —Movimenti in Italia. — Mozioni in Parlamento. — Concetto e storia della legge votata. —Suo avvenire. — Debito del paese.

Tenendoci strettamente ed unicamente alle cifre avute da Genova, avremmo sui 20,364 emigrati del 1872, una cifra di 3,209 ragazzi, e sui 26,183 dell’anno passato 2,364, gli uni e gli altri inferiori ai 12 anni.

Dopo tutte le cose discorse, il lettore comprenderà che le due cifre non sono tutta la somma della nostra annuale emigrazione infantile. Ma non è delle cifre che qui discuteremo, bensì del fatto, che è degno della maggiore attenzione. — Sinora in Italia fu conceduto il passaporto alle femmine di tutte le età, ed ai maschi sino ai 14 anni, o dopo giustificato di non aver obblighi di leva.

Queste facilità aumentarono, con le cresciute comunicazioni, un traffico infame che esiste da immemorabile data tra alcune province italiane ed altre contrade del mondo: vogliami dire la tratta dei fanciulli.

Siffatto fenomeno è una delle tante forme della schiavitù umana; si collega all’immenso problema del pauperismo, alla ignoranza ed alla corruzione dei paesi dominati da secolare tirannia. Il male è antico più che non si creda.

– 152 –

Il Cristianesimo non potè distruggerlo, e la storia è funestata dai nomi dei comprachicos o comprapequenos, compratori di bambini, strana e spaventevole affiliazione nomade, famosa nel XVII secolo, nata in Ispagna che le diè il nome, poi diramata in Inghilterra, e nei due paesi fulminata dalle legislazioni penali.

I compra-chicos facevano il commercio dei fanciulli; li compravano e li vendevano; ne faceano dei mostri,

«Pourquoi des monstres? — dimanda Victor Hugo.

«Pour rire.

«Le peuple a besoin de rire, et les rois aussi. Il faut aux carrefours le baladin; il faut aux Louvres le bouffon. L'un l'appelle Turlupin, l'autre Triboulet» (1).

Mà i compra-chicos — afferma il poeta francese — furono obliati nel secolo XVIII, ignorati oggidì.

No — di questo antico vituperio umano non si spezzò la tradizione. Il male, cangiò forma, ma si riprodusse. Non più i deturpamenti della creatura umana, tentando di riportarla al nano, alla scimmia, all’orangoutang con le torture e le trasformazioni, delle quali fu primo maestro ed inventore Aven More, il monaco irlandese. Ma il male si riprodusse altrimenti laido di sangue e di brutture: pallido, smunto, vestito di cenci, anzicché di broccato d’oro come i buffoni di corte o i negri babbuini che servivano le cene delle bizzarre ladys del gran secolo XVII.

Guardiamo intorno in Europa — La moderna emigrazione europea offre, secondo calcoli fatti in Germania, un sesto di uomini minore degli anni 14, mentre questa popolazione infantile forma più di un terzo della popolazione complessiva di un paese. Però nessuna contrada pagò, come l'Italia, un tributo al pellegrinaggio infantile. Un tempo partirono dalla Savoja quelli che in Francia erano chiamati les petits savojards. Con l'aumentare delle emigrazioni europee in America, quei fanciulli ancor essi valicarono l’Oceano, e salutati col nome di piccoli italiani essi si aggirano in questo secolo per le piazze di New-York, di Filadelfia, di Wasington, e per le contrade del Sud.

(1) L'Homme qui rit. V. 1. p. 51.

– 153 –

In tutti i porti, in tutti i paesi di partenza e d’arrivo della emigrazione mondiale, questo infame commercio tiene i suoi agenti ed i suoi complici.

Altra volta il servaggio dei fanciulli partì dalla riviera Ligure e da alcuni paesi di Piacenza e del Parmigiano. La civiltà, se non fugò, diminuì il male in quelle contrade, ma per una bizzarra consonanza che ha il vizio, fu visto ripullulare e svilupparsi nella lontana provincia di Basilicata, donde si diramò per le Calabrie, nel Salernitano e nella Terra di Lavoro.

Divennero celebri in tutte le città del mondo i nomi di Boccolo dei Tassi, Bardi e Roccabruna nel Piacentino; di Nè e di Mezzanego nella Liguria; di Corleto, Calvello, Laurenzana, Viggiano e Marsicovetere nella Lucania; di Picinisco, Sora e Villa Latina nella Provincia di Caserta, come la infausta patria dei fanciulli girovaghi.

Il processo di questa tratta offre un singolare interesse. Sogliono da anni presentarsi nei detti villaggi uomini che per professione esportano fanciulli come una merce qualunque. Nelle casucce che sono tugurii anzi covi, ove si annidano le nostre popolazioni rurali, ivi il nuovo compra-chicos stringe un contratto con genitori spietati i quali gli affittano o gli vendono le innocenti creature. Non sono rari i casi in cui li hanno addirittura rapite alle famiglie, ma la norma è il contratto, essendo facili i parenti a concedere, ed a buon mercato, la mercanzia (1).

(1) Non è meno importante a sapersi da tutti la forma di questi contratti che provocano il riso e lo sdegno. Vogliamo riportarne  uno tolto dai documenti che pubblicò la Giunta Parlamentare. Eccolo letteralmente riprodotto con tutte le originali offese alla grammatica.«L'anno 1866, il dì 30 Settembre in Viggiano. Colla presente benché privata scrittura ed atto in doppio originale: si dichiara da Pasquale... fu Nicola da una parte, e Pietro... dall’altra, ambi di Viggiano, che sono venuti al seguente contratto.

– 154 –

Una volta impadronito del fanciullo, questo primo padrone gli appende alle spalle un'arpa od un organino, e strimpellando come ispira l’istinto, lo trascina a Genova.

Colà si addensano i comprati fanciulli e di là si diramano per le diverse vie del mondo.

Alcuni valicando le Alpi s'inoltrano nella Francia; altri gettati nella stiva di un bastimento son trascinati a Marsiglia, altri in Germania, e tutti sulla terra straniera consegnati o rivenduti ad altri trafficanti, mentre il primo torna ai villaggi di Basilicata o di Liguria ad incettare merce novella.

«L'anno 1866, il dì 30 Settembre in Viggiano. Colla presente benché privata scrittura ed atto in doppio originale: si dichiara da Pasquale... fu Nicola da una parte, e Pietro... dall’altra, ambi di Viggiano, che sono venuti al seguente contratto.

«Esso Pasquale... ha in presenza de' qui sottoscritti testimoni dichiarato, che dovendo per qualche tempo girare pel regno, oppure fuori regno per lucrarsi il vitto in qualità di musicante e dovendo all’oggetto portare alcuni garzoni, così ha chiesto il cennato Pietro... che gli avesse dato i suoi figli a nome Francesco e Vincenzo... anche musicanti, uno di violino e l'altro d'arpa; il quale di buon grado vi è condisceso, con patto però che il Pasquale... dovrà trattare i ragazzi suddetti come propri figli, come pure li dovrà calzare, vestire e somministrargli tutti i mezzi necessarii al vitto. Che per compenso e mercede del servizio prestante durante il termine di anni tre a contare dal dì della partenza, il padrone... si obbliga consegnare in mano del genitore Pietro... ducati 114 per tutti gli anni tre dandoli ancora qualche cosa di danaro in conto, ogni qualvolta il Pasquale... manderà alla moglie, e finito l1 intrapreso viaggio dovrà ricondurre seco alla famiglia i ragazzi surriferiti dandogli un vestito nuovo ed un altro usato, secondo la stagione che sarà, ed il violino nuovo, e l'arpa pure nuova del valore di dieci ducati, e valendo di più si dovrà valutare e rifondere dal Pietro... quando costerà più di dieci ducati: con spiega che se i ragazzi rompessero gli istrumenti per casualità li dovrà accomodare il padrone a suo conto, e rompendoli poi per scherzo o per loro capriccio, anderanno a carico del Pietro...

– 155 –

Il secondo padrone subaffitta o rivende i suoi fanciulli ad un terzo e forse questo anche ad un quarto, mentre cosi quei miseri divengono proprietà d'ignoti padroni, sperduti nei misteriosi laberinti della miseria delle più grandi metropoli del mondo.

A noi manca una statistica esatta di quegli italiani che esportano fanciulli e che ne tengano in terra straniera.

Solo ci sono noti i nomi di 343 individui che condussero fanciulli all'estero dall’anno 1864 in poi. Di essi appartengono alla Provincia di Piacenza 21; di Genova 25; di Basilicata 98; di Terra di Lavoro 199.

come ancora se nella estranea ipotesi i ragazzi cadessero ammalati per quindici giorni o per un mese, non se ne parla, ma altresì essendo di più li deve guidare sì il padrone, ma i ragazzi perdono le mesate, purché sia malattia che loro manda Iddio, ma se se la procurano essi, tutta la spesa che correrà, andrà a carico di Pietro... spiegandosi pure che i cennati ragazzi dovranno essere ubbidienti al padrone nel travagliare, e sera per sera dovranno consegnare nelle mani dello stesso tutto ciò che si lucreranno senza profittarsi in menoma parte di quello che lucreranno; e se i ragazzi si profittassero di un grano, il padrone avrà la facoltà di ritenersi dalle mesate un carlino, e profittandosi d’un carlino, si riterrà dieci carlini, e cosi via discorrendo, ed in ultimo si conchiude che mancando ciascuna di esse parti, o in tutto od in parte a quanto di sopra si è detto, e volendo i ragazzi lasciare il padrone senza essere maltrattati; oppure volesse il padrone maltrattare i ragazzi, oppure abbandonarli, si assoggettano scambievolmente ad una multa di ducati 30 a titolo di danni ed interessi anticipatamente liquidati, ed a cautela di ciò che si è detto, se n'è formata la presente sottoscritta dal Pasquale... e da due testimoni avendo il Pietro... asserito non saper scrivere.

Firmati: Pasquale...

Giacomo... testimonio

Giuseppe... testimonio

Per estratto conforme all'originale da noi esaminato.

Nuova York, 7 Marzo 1868.

Il regio Console Generale

Ferdinando de Luca

– 156 –

Ognuno di costoro condusse fanciulle e fanciulli. Un tale Briglia Pietro di Piacenza ne condusse 19 (1).

Ma quanti altri ve ne saranno dispersi per la terra?

Il numero dei fanciulli italiani sparsi pel mondo ci è ignoto. Il censimento estero del 1871 tace; tacciono del pari le relazioni consolari; ma non i giornali americani. In uno di essi abbiamo letto che nelle sole principali città degli Stati Uniti vi sono 8 mila fanciulli rubati in Italia. New York è sempre il deposito centrale; sono venduti giornalmente ai mercati variando il prezzo pei maschi da 100 a 200 dollari, e per le femmine da 100 a 500. Se le fanciulle sono belle i prezzi diventano più alti. Due giovinette che suonavano abitualmente in Wall-Street, furon vendute 1,600 dollari. Il traffico si estende oggi dal sud al nord degli Stati Uniti e dal sud al nord di America; è più attivo ove minori sono i rigori.

Abbiamo sott'occhio la nota dei bastimenti che nei tre mesi di aprile, maggio e giugno del 1873 sbarcarono nel porto di New York 370 fanciulli italiani, tutti al di sotto di 12 anni, la maggior parte fra gli 8 ed i 9 e molti proprio piccini.

Conosciamo del pari le umilianti palestre nelle quali viene sciupata questa errante e povera infanzia.

Gran parte di essi sono destinati a provocare col riso e la smorfia, la beffa, la pietà o la compiacenza degli uomini. Saltimbanchi, funamboli, espositori di scimmie, essi debbono far ridere. Le peuple a besoin de rire. Una logora arpa, un violino ed un organetto, toccati da mani istecchite, empiono anche oggi i trivii di New York di musiche che non ispira il genio d’amore dell’arte, ma la paura, la forza, la fame.

(1) Non vogliamo dare ai loro nomi l’onore della pubblicità. Il mondo li disprezza come autori di una tratta peggiore di quella dei negri.

– 157 –

E chi con questi miserabili mezzi strappa un sorriso ed un quattrino, procaccia ad un tempo un' amara censura contro il paese che manda quegl'infelici.

Altri sono impiegati nei più servili mestieri, coi né lo spazzacamino, il lustra scarpe. Altri ai lavori faticosi della terra che esauriscono le tenere forze d’un fanciullo, o gettati tra i miasmi d'un'officina ove si avvelena l'infanzia, e lo provano le statistiche di tutti gli stabilimenti del mondo. Ad altri infine tocca per mestiere l'improbo accattonaggio.

Nel 1867, durante l’esposizione universale, furono arrestati a Parigi 1544 fanciulli italiani mendicanti. Nel 1868 se ne arrestarono 698, e nell'anno seguente 431. Questa diminuzione degli arrestati non dimostra già che fosse diminuita la indegna esportazione; vuol dire invece che i rigori di Parigi rovesciarono la corrente in altri paesi. Infatti Londra e New York ebbero l'onore di questa emigrazione rifiutata dalla Francia.

I trattamenti che le diseredate creature ricevettero dai loro compratori e rivenditori, sono una pagina sanguinosa della triste leggenda. I Consoli stranieri descrissero queste nuove miserie, le quali solo oggi attirano l'attenzione di noi italiani, ma già da molti anni erano note al mondo.

L'atmosfera perenne in cui vivono quei disgraziati è pregna del lezzo di ogni umana bruttura, e quel tossico avvelena l’animo infantile. Costretti ad aggirarsi per le taverne e pei lupanari, a provocare la gioia o la pietà di un ubbriaco e di una meretrice, ammucchiati su pagliericci d’un antro fetente, maschi e femmine insieme, senza pudore, senza riguardi, senza morale, coi corpicini brulicanti d'insetti e di miserie; questa è la sorte toccata ai nostri poveri fanciulli. Eppure essi sono nell'età in cui il cuore deve aprirsi ai nobili sentimenti e gli occhi ricevere onesti e virtuosi esempii. E ciò avviene in un secolo in cui fisiologi, economisti e filantropi, banditori di scienza e di carità, studiano le attitudini dell’adolescènza e la necessità di preservarla dai contagi del vizio, perché essa che d’avvenire dei popoli, non sia corrotta e sfruttata.

– 158 –

Guardate chi sono gli esseri ai quali si affidano queste vittime, Ceffi di galeotti e vecchie streghe, padroni di terza e quarta mano, gente avida e dissoluta, avanzi di cantina e lenoni di ridotti, briachi di vino, di oro, di sdegno; ecco i profili delle bieche figure innanzi alle quali impallidisce e muore l'infanzia tradita e venduta.

Se la sera stanchi ed affamati osano pria del consueto tornare a casa, o se scarso provento adducono al padrone, costui sfoga la sua ira in bastonate che sono strazii, in castighi che sono tortura, in prepotenze che son ferocia.

Ed è tale la disperazione, che per sottrarsi a tanto strazio i miseri preferiscono di girovagare tutta notte per le vie di Parigi, di Londra, di New York, finché la pioggia od il gelo non li abbia ammiseriti o confinati sotto i portici de' templi o de' palazzi ove cascono d'inedia e di sonno, e dove sono raccolti dagli agenti delle polizie o dalla pietà di qualche filantropo.

Fu calcolato che di questi tapini ridotti a tal vita, il 50 per 0|0 moriva, 20 riuscivano a rimpatriare, e 30 si diffondevano ne' paesi stranieri, ove pagarono ancor giovani il loro tributo alla morte.

Gli episodii narrati dai Consoli italiani non sembrano storia, ma leggende barbare. Un fanciullo fu una sera a Londra «appeso con la testa pensolone alla colonna d'un letto, ed in questa posizione il padrone il percosse spietatamente e senza riguardo a veruna parte del corpo. Poscia slegatolo e denudatolo, se lo mise bocconi sulle ginocchia e si pose a lacerargli rabbiosamente con morsi le carni in varie parti del corpo, riducendolo nel più compassionevole stato. E più stanco che sazio di questa carneficina, pigliatolo rabbiosamente, lo gettò per terra, e lasciatolo in tale stato, fuggi dalla casa».

– 159 –

Questa vittima si chiamava Domenico Capucci da Spinoso in Basilicata, e queste sono le testuali parole con cui lo riferisce il Ministro Italiano a Londra.

Anche a Londra una giovanetta, confidata da snaturati parenti ad un essere abbietto, morì in un Ospedale, di orribili mali, dopo essere stata vittima de' più osceni abusi del suo padrone.

Questa infelice era di Chiavari, ed avea 13 anni!

È notevole che tali inumani trattamenti sieno progrediti col crescere e col propagarsi della tratta. A Londra, peggio che a Parigi, a New York peggio che a Londra.

Simigliante è l’effetto della cancrena. A misura che si estende, cresce il suo lezzo e si approssima l’agonia.

Innanzi a queste crudeltà nuove, le colpe antiche non maravigliano. Erode non è più l'eroe leggendario dei massacri infantili. Medea ò giustificata dalla gelosia. Nella madre spartana che dirupa il suo nato non robusto, prevale all'istinto della maternità l’amore della patria ed il coraggio. Le crudeltà degli spagnuoli conquistatori d’America sono spiegate dai vizii del secolo XVI, e la Spagna le ha scontate quelle colpe! (1) Nella Cina l'esposizione nelle strade e la vendita dei fanciulli, e 1infanticidio abituale, sono il doloroso effetto della grande popolazione e della eccessiva miseria.

(1) Eccone un saggio, a conferma di quanto dicemmo nel capo 2.

«Un giorno nel Messico, ad uno spagnuolo cadde il pugnale nel pantano che egli traversava. Lo cerca invano ed è vicina la notte. Passa una donna che stringe al seno il suo caro lattante. Lo spagnuolo trova regolare di strappare quel bambino dalla poppa materna, di affondarlo nel brago, perché la dimane gli dinoti il luogo ove tornare alla ricerca».

ALonzo Zurita = Collezione Temauoo Compans. pag. 286.

– 160 –

È un immenso paese ove si muore di fame! (1)

Ma quale di queste ragioni può giustificare la tratta de' fanciulli italiani, che si consuma alla luce della civiltà Europea in pieno secolo XIX? È una vergogna grande di questa Italia che fatta nazione va lacerando gli ultimi cenci delle sue vecchie miserie!

La Società Italiana di beneficenza a Parigi nel 1868 scrisse un rapporto che fu una rivelazione di tanta sventura. Più tardi i giornali di Londra e di New York levarono alta la voce, chiamando l’attenzione del mondo sulla nuova schiavitù dei bianchi.

Alle grida della stampa non fu sorda la rarità privata in molte città del mondo, e segnatamente nella capitale degli Stati Uniti d'America, ove sorsero associazioni allo scopo di educare, di soccorrere que' disgraziati, rinnovandone il corpo e l'anima. Fu promotore e capo di questa Società il sig. Cerqua, italiano, infaticabile, tenace. Egli ha la gloria di avere redenti molti traviati. In pochi anni entrarono nel suo stabilimento 850 fanciulli italiani de' quali soli 40 sapeano leggere; ma tutti da lui manodotti ed istruiti, uscirono avviati ad oneste carriere.

Noi italiani dobbiamo molta riconoscenza alla stampa di New York, i cui redattori con generoso zelo ricercarono e visitarono i covi ove erano annidati gl'infelici nostri connazionali, e ne descrissero al vivo le miserie e le sofferenze (2).

E vedi Cruautés des conquérants du Mexique. Memoria di Don Fernando d'Alva d'Ixtlilxochitl.

(1) Duhalde. Hist. de la Chine t. 1.

Malthus — Essai sur le principe de la population. Livre 1, Ch. XII Paris 1852.

(2) Non faremo opera vana o tardiva, se a completare questo quadro di dolori, riprodurremo un brano del New York Times, ove la pittura è il vero.

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Dobbiamo riconoscere che tutte le società italiane di New York compiono il loro dovere, e (come leggevamo ultimamente)

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«Un'altra visita è stata fatta a Crosby-Street dal nostro reporter accompagnato da un ufficiale di polizia: eccone il risultato:

«Una vasta allèa a forma d’arcata sboccava in un piccolo piazzale che chiameremo col nome dignitoso di corte. In questo luogo penetrarono i visitatori aiutati dalla lanterna dell’ufficiale. La corte era oscura e trista, come generalmente sono tutti quei luoghi; ma il suo profumo naturale era aumentato dal contenuto di un canale sospeso che pioveva in tutta la sua lunghezza ed emanava tanta mal'aria da avvelenare l'intero vicinato. La fossa troppo ripiena era evidentemente il ripostiglio di tutte le immondizie delle case vicine, giacché per l'inclinazione della superficie non ammetteva movimento possibile senza traboccare. Da un lato vi erano molti cesti sfondati vuoti del loro contenuto, ma ancora di non soavi odori. Qualche cassa vuota adornava quel luogo tanto da rendere difficile il navigarvi, e le difficoltà erano ancora considerevolmente accresciute dalle file di panni sospesi, proprio all’altezza della gola, che procuravano cosi la piacevole sensazione di rimanervi strozzati. Una volta entrati nella tana, la luce brillante della lanterna aiutò a traversarla senza molti pericoli. Qualche cane abbaiando annunciava l'arrivo dei visitatori ed avrebbero anche impedito il passaggio se due colpi dì bastone non avessero cambiate le loro intenzioni.

«Un furioso ululato ne fu la conseguenza, al quale si aggiunse il lamento di qualche gatto vagante. Questa scena durò un tempo abbastanza lungo per ispaventare un vicinato che non vi fosse abituato, e tutto finì con un grido rauco che veniva dalla finestra aperta, perché si aveva l'idea che al di fuori l’aria fosse più fresca.

«Il fabbricato principale entro cui furono fatte le ricerche aveva due entrate; le porte erano aperte. Il davanti della casa era tutto guernito da scale e ogni scalino era occupato da persone che respiravano quell’aria malsana.

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 continuano le loro adunanze per adottare risoluzioni intorno alla soppressione di questo traffico nefando.

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Dopo un breve consulto tutti rientrarono, perché dalla luce della lanterna capirono che vi era un po' di pericolo, e la scala tosto scricchiolava sotto i piedi come un bastimento tra i flutti di un mare in burrasca. Un membro del corpo di spedizione, più zelante che accorto, andò oltre la luce della lanterna e si perdette di vista in uno svolto della scala. Appena scomparso si udì un grido accompagnato da bestemmie inglesi ed italiane, ed il rumore di un corpo pesante che cadeva. Accorsi dietro il pianorottolo, la causa della commozione fu presto saputa.

«L'affrettato esploratore era caduto sopra un fanciullo addormentato, la cui arpa cadendo corse la sua strada fino in fondo alla scala.

«Fatta qualche domanda, si seppe che il ragazzo, di quasi dieci anni, essendosi attardato per guadagnare il denaro necessario, il padrone non gli avea permesso d’entrare, ed egli avea pensato di passare la notte su quelle scale poco frequentate.

«Non avrebbe mai detto dove abitava, perché se lo avessero scoperto l’avrebbero battuto.

«Lasciando il fanciullo nella sua miseria, perché impossibilitati a procurargli un aiuto, i visitatori passarono oltre. —Infine essendo in cima alla casa, si domandò alla porta di un appartamento, dove si sapeva esservi un padrone coi suoi schiavi, se si poteva entrare. Alla richiesta non fu data una pronta risposta, ma un parlare sommesso al di dentro lasciò capire che ci avevano sentito. Ancora un colpo alla porta e fu risposto «Chi è là?» e alla parola: «Un ufficiale» la porta fu subito aperta.

«La scena presentatasi per una miserabile descrizione.

«La stanza«era quasi quadrata, circa dieci per dodici; sembrava occupata da quattro uomini che avevano trovato comodo di non levarsi i loro abiti neanche per dormire. —Era calda, impregnata di una malsana atmosfera prodotta dal respiro dei suoi abitanti.

«Due mucchi di stracci da un lato erano il loro letto, una piccola stufa, un paio di panche di legno componevano l’intera mobiglia. —

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Le risoluzioni saranno spedite al Congresso degli Stati Uniti, perché le ratifichi e le attui.

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Una quantità di utensili di stagno, posati sopra un armadio, sembrava troppa pel servizio di quei quattro uomini.

«Alla manifestazione del motivo della visita ed al desiderio di vedere i fanciulli, fu risposto, che si cercava inutilmente. Uno di quegli uomini, il più vecchio, fece osservare che non era egli un padrone, epperò si desistesse dal proposito espresso. Alla richiesta però dell’uso al quale servivano tutti quegli oggetti sufi' armadio, il vecchio perdè contegno, e aperto un uscio, indicò la via ad uno strettissimo appartamento dove i visitatori avrebbero trovato l'oggetto delle loro ricerche.

«Là, sopra uno strato di paglia, dormivano dieci fanciulli. La camera era estremamente piccola e sporca più che non si possa descrivere.

«Quando la porta era chiusa l'aria mancava giacché mancavano le finestre. Oltre agli abitanti vi era una quantità di stracci lavati e sospesi ad asciugare; la corda essendo tesa a poca altezza dalla paglia i panni toccavano quei fanciulli addormentati. L'odore dell’umidità riempiva la camera ed aumentava la puzza di quell'impossibile atmosfera.

«Così riposavano i fanciulli dopo una lunga giornata di fatica e di lavoro: metà non erano svestiti, metà erano nudi, ma tutti addormentati. Colle braccia cercavano di stringersi l'uno all'altro come se cercassero un' amicizia nella loro miseria; i loro movimenti inquieti si riflettevano sul viso del padrone che guatava i visitatori sospettando il motivo di quella visita notturna. I nuovi arrivati, fatti accorti da quel sospetto, e cercando di investigare maggiormente, furono sorpresi alle spalle, da uno di quei disgraziati. Era tutto cosparso di cicatrici prodotte da forti e spessi colpi di frusta; che disgraziatamente non erano di vecchia data.

«Questo stato fece ricordare molte vecchie storie. Si esaminò la mano di uno di quegli sventurati, e nel polso si vide il segno della corda che lo aveva serrato; non aveva più di otto anni, eppure era stato legato e frustato! Quasi tutti quei fanciulli erano ridotti in quel modo, ed il vecchio disse, per giustificarsi, che erano stati cattivi. Quando gli fu chiesto chi erano, rispose suoi figli, e gli altri, loro compagni, e rise placidamente alla domanda del loro nome.

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Questi reclami di ogni parte della terra, mandarono finalmente un eco doloroso in Italia. Tre deputati. de' quali con riconoscenza nazionale ricordiamo i nomi, portarono la quistione in Parlamento, eccitando il provvido intervento della Camera e del Governo. Furono: l’Arrivabene nella seduta del 30 gennaio 1868, e l'Oliva ed il Guerzoni nella tornata del 2. 1 maggio 1869.

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«Alla vista di quei fanciulli una madre avrebbe pianto: erano più che sporchi perché il sudiciume era attaccato alle loro membra, e dove vede vasi qualche macchia bianca lo sporco era caduto a squame. Non e' era una brocca per acqua, non una catinella in tutto lo stabilimento e certamente quei fanciulli non avevano da mesi toccato acqua. A compiere la loro tortura, i violini, le arpe ingombravano la camera in tutti gli angoli e completavano il quadro il più tuttuoso della miseria.

«Con tutto ciò il padrone guardava sorridente a quei suoi schiavi, perché la legge protegge tanta barbarie. I fanciulli $ranó certamente stati rubati, ma che importava al loro padrone dal momento che egli mostrava un contratto per un dato termine di servizio?

«In tutto questo tempo i quattro uomini stavano intorno guardandosi attentamente, e rispondendo di così cattiva maniera che se non fosse stato per la poca protezione degli investigatori, avrebbero forse parlato con altro linguaggio. Furono visitate altre camere nella casa istessa e in tutte si trovarono da dieci a dodici fanciulli; qualcuno era meglio alloggiato, altri peggio, ma in tutte si trovarono sempre cattiverie e barbarie impossibili a descrivere. Si videro perfino dei ragazzi che non avevano più la forza di muoversi, perché ridotti alla pura pelle sulle ossa: stavano su quei durissimi giacigli malamente trattati, addormentati come se il loro sonno fosse non naturale».

New York Times del 23 giugno 1873.

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La seconda mozione trovò la Camera ed il Ministero Menabrea disposti, se non preparati, ad una legge che meritò studio amorevole e pagine eloquenti dagli ufficii dei due rami del Parlamento (1).

Il concetto di questa legge non è già una limitazione della libertà umana, ma una tutela dell'infanzia. Era ormai tempo di pagare questo tributo all’umanità oltraggiata quando si abusa di chi non ha il pieno discernimento delle sue azioni, e la cui personalità è incompleta di fronte alle leggi di natura, a quelle dell’etica e della religione, incompleta innanzi ài codici di tutti i popoli e di tutti i tempi. La responsabilità dei padri, dei tutori e dei trafficanti era indeclinabile di fronte alla nuova legge; ed essa in fatti punisce i padri o tutori che cedono i figli o pupilli, i detentori di essi e tutti quelli che ne fanno traffico indegno. La quistione pare a noi abbastanza compresa nei 15 articoli della legge. Essa fu studiata da tre ministri, da due commissioni parlamentari, approvata due volte dal Senato, e due volte dalla Camera dei deputati, ove ebbe un secondo ed ultimo voto nella tornata del 18 dicembre 1873.

Oggi è legge dello Stato e si chiama Proibizione d'impiego di fanciulli in professioni girovaghe. Ora non ha bisogno che di essere eseguita sollecitamente e severamente. Qui il rigore è carità.

È necessario che la notizia piena delle sue sanzioni sia diffusa in mezzo alle popolazioni, ove il male ebbe la prima radice. Agli scrittori, agli uomini colti, a tutti i cuori che non han perduto il sentimento dell’umanità, tocca il dovere della nobile propaganda. Il legislatore ha compiuto il suo; il paese dee renderne proficua l’operar. Ecco il solo pensiero che ispirò a noi queste pagine, ora che l’antica vergogna fu riparata.

(1) Composero la Giunta della Camera dei deputati, gli on. Piroli Presidente, Boselli, Lacava, Oliva, Rugeri, Ricci e Guerzoni segretario e relatore.

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Questa legge è intesa a spezzare la tradizione del male, che abituò tante generazioni a guardarlo indifferenti; a restituire il decoro alla patria (1), e la signoria agi' istinti della natura; a far rinascere nel tugurio e nella capanna del Viggianese l’amore dei figli ed il sentimento dolcissimo della famiglia.

(1) Quanto ci abbia guadagnato in questo fatto il nome italiano, ognun di noi dee riconoscerlo, vergognandone.

Nel giugno del passato anno seguì in America un grave dibattimento. Fu tradotto innanzi alla Corte di New Haven nel Connecticut un tale Giovanni Glionna di Laurenzana (Provincia di Potenza) imputato di inumani sevizie commesse su 4 fanciulli da lui comprati in patria. Il suo programma ad ognuno di quei miseri schiavi, si compendiava così «suona il violino e guadagna — e se non guadagni, ruba — e se la sera non porti danaro, bastonate a morte».

La Corte di New Haven decise che avendo il Glionna violato non solo l’articolo 31 dello Statuto del Connecticut, ma altre leggi di quello Stato, avea commesso un crimine punibile con tre anni di lavori forzati per ogni ragazzo. La Corte di Assise dovea riunirsi in ottobre.

Egli frattanto non potendo prestare la malleveria di 4 mila dollari (mille doli, per ogni schiavo bianco) fu trattenuto in carcere. I quattro fanciulli furono liberati.

Può dirsi che non vi è settimana in cui i giornali americani non ci narrano qualche nuovo episodio. Ultimamente l'Eco d'Italia di New York annunziava che la polizia di Filadelfia arrestò 150 individui tra padroni e piccoli schiavi italiani, che trovò alloggiati in due luride strade di quella città; 75 di quei ragazzi ed alcuni padroni vennero rilasciati in libertà.

Un altro giornale ci annunzia che le guardie di polizia a Filadelfia hanno avuti recenti ordini di arrestare tutti i musicanti girovaghi per la città, suonino essi il violino, l’arpa o l’organetto.

Con tutte le simpatie che gli Anglo-Americani hanno per l'Italia, essi sono spinti dalla carità e dal dovere a misure così rigorose!

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Ma che cosa valgono le leggi senza i costumi? Si troverà sempre modo di eluderle, quando i mali, che esse voglion reprimere, sono antichi e profondi. Inventata la legge, nascerà la frode.

Se da una parte reclamiamo il concorso di tutti i poteri esecutivi e giudiziarii dello Stato, noi vorremmo d’altronde veder sorgere private società di uomini onesti nelle province ove il fatto è maggiore, per prevenire ed impedire il vergognoso traffico, e creare asili d infanzia e scuole di lavoro pei derelitti figli della miseria. Un paese civile deve saper completare con la sua iniziativa 1 opera del governo, o rassegnarsi alla continuità dei suoi malanni.

In questo caso sarebbero inefficaci le leggi, inutile la libertà,  né alla stima del mondo si avrebbe diritto.

CAPO VIII.

Fasti di questo esodo famoso

SOMMARIO

Un nuovo processo di otto pagine. — Incettatori ed Agenzie. — Le spese di viaggio ed il garante. —Prime frodi. —I porti d’imbarco ed il naviglio dell’emigrazione. — Tradimenti e disinganni. — I clandestini. — La P. S. e la Magistratura. —Nuovi inviti e collocamenti. — Conclusione.

Non basta sapere che emigrino 50 mila italiani in un anno per l’America. Bisogna sapere un' altra cosa, forse ancora più importante, ed è il modo come si emigra, modo che per ordine e merito di fatti, dee chiamarsi il processo della emigrazione italiana, o con nostro battesimo: i fasti di questo esodo famoso.

Questo processo che fu appena sfiorato dalla stampa italiana, e poco studiato dalla recente relazione del sig. Jacopó Virgilio (1), offre pagine nuove, piene di sapore e di interesse, e noi che lo abbiamo istruito con amorosa cura, non vogliamo privarne i nostri lettori, e segnatamente il Governo, il quale avrà spesso occasione di rallegrarsi dei frutti di molti suoi concetti politici ed amministrativi

(1) Relazione alla Commissione sugli istituti di previdenza, pubblicata in questi giorni dalla Gazzetta d'Italia, intorno alla emigrazione. (Aprile 1874).

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PAGINA l. a

Incettatori ed Agenzie

Fu fatta in questi ultimi tempi una distinzione tra emigrazione naturale ed artificiale. La prima — fu detto — è quella esuberanza di forze che spontaneamente lascia la patria. La seconda è quella che cede alle persuasioni, agl'inganni, alle promesse di speculatori interessati.

È noto come i paesi d’America che domandano operai, abbiano per tutta Europa agenti, l’ufficio de' quali è di attirare l’attenzione de' volentierosi ad emigrare.

È noto come esistano più o meno visibilmente, compagnie di speculatori sull'emigrazione, che hanno intimi legami con le agenzie de' trasporti marittimi; compagnie che reclutano emigranti, sia per paesi fissi, come per qualunque destinazione del nuovo mondo senza preferenza.

È noto infine come in Italia le agenzie che non posseggono bastimenti di lungo corso, rappresentino l'anello di congiunzione tra l’emigrante e gli armatori, e come talvolta noleggino per conto proprio un vapore per un viaggio in America.

Da questa immensa lega d'interessi, esce un gran numero di sotto agenti e reclutatori, i quali si diffondono nelle campagne alla caccia di uomini come al Kansas si corre alla caccia delle belve. Tutto questo personale diviso e suddiviso in tante diverse gradazioni, vive speculando e profittando sulla miseria dell’infelice che emigra. Cosi il becchino vive col cadavere. Così gli sciami de' corvi si gettano sul putridume delle carogne. Ognuno ha il suo mestiere!

Questo commesso viaggiatore, o incettatore di carne umana, riceve un premio fisso o variabile, per ogni emigrante.

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Egli si reca nell'interno delle provincie italiane; con l'odorato di un cane delle Alpi, fiuta i covi della miseria, e la sorprende nelle più inospite contrade. Si affaccia come tremendo fantasma alle porte dei meschini tugurii, ove trova quello stesso spettacolo che i negrieri inglesi trovavano nei paesi della Guinea. Vi trova un uomo, che le leggi proclamano libero, ma che le condizioni locali tengono mille volte schiavo del capitale, dell’intelligenza e del dispotismo di chi ha, di chi sa, di chi può. L'istrione comincia a recitare la sua parte. Descrizioni da leggenda sulle ricchezze americane, promesse di esagerati salarii, di sollecita fortuna e di alimenti da signori, ecco un pugno di polvere d’oro che acceca gli occhi di quel miserabile e lo stordisce. Egli ascolta quei racconti color di rosa, mentre forse quel giorno d'inverno manca ai figli un tozzo di pane ammuffito, mentre la moglie non ha latte per nutrire il pargolo, mentre la piena delle acque avrà allagato il campicello ove seminò con fatiche e sudori le speranze del pane futuro, mentre non ha fuoco,  né coltre per riscaldare la desolata famiglia.

Quell’infelice non esitò, non lottò per vendere la sua libertà. Il cuore, la fantasia, il calcolo, lo gettarono nelle braccia del bene arrivato filantropo.

Questi intanto lieto del trionfo, per aver conchiuso un affare, passa oltre a ripetere ad un altro sventurato la sua rettorica da ciurmadore; tremenda eloquenza, che da mezzo secolo strappa alla pace del domestico focolare la maggior parte dell’emigrazione europea.

Ma all’agenzia non bastano i suoi commessi. Essa vive di pubblicità, e ne crea dovunque. Si raccomanda ed accredita nelle provincie con manifesti ai sindaci, ai parroci, ai paesani. Non vi è settimana in cui la posta non rechi in ogni comunello rurale parecchi di questi attraenti avvisi, riboccanti di promesse per gli emigranti. E con lettere particolari si promettono luigi d’oro a chiunque mostri centesimi di buon volere per aiutare la onesta officina.

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È una propaganda cotidiana che ogni giorno acquista alle agenzie nuovi amici, i quali in poco d'ora divengono maestri delle arti necessarie a simile reclutamento. Costoro accompagnano le proprie reclute allo scalo marittimo, e pari ad un branco di armenti, le consegnano alle agenzie, insieme al danaro, da cui è prelevata la provvigione a seconda della somma che l'eloquenza di un arrollatore avrà saputo carpire all'emigrante.

Presso di noi divennero incettatori a questo modo persone di ogni risma. Se per avventura alla partenza di qualche vapore, vi farete sullo scalo di Napoli, curiosi di osservare chi accompagni le torme degli emigranti, vedrete strani ceffi e più strane fogge di accompagnatori, tra i quali si confondono il borghese ed il prete, i vecchi e gl'imberbi. Dimandate qualche volta chi siano dessi, e non è strano vi si risponda: quegli è un sindaco di villaggio, l’altro un curato, o un impiegato municipale, o un maestro di scuola. Costoro dunque sono incettatori, sono interessati tutti a che la emigrazione aumenti.

Nè sono noti solo alle agenzie; essi acquistano una sollecita notorietà nel comune, nel mandamento, nel circondario. Tutti lo sanno e lo vedono il tale che recluta uomini e ci specula; ma niuno gli diminuisce per ciò la sua stima ed amicizia, e questo segna il grado della pubblica moralità.

Eppure basta il più lieve senso morale per accorgersi quanto sia brutto il promuovere per meschino guadagno questo traffico! Basta il più lieve discernimento per comprendere che una emigrazione procurata con la persuasione o col raggiro, è sempre una insidia contro il nostro simile, è un fatto artificiale che si consuma a danno del paese, epperò contrario a tutte le leggi economiche! Basta ricordare. la storia della schiavitù africana, per convincersi che gran parte di questa emigrazione è vera tratta di bianchi nella quale il negriero ed il corsaro furono sostituiti dal cinismo di bugiardi reclutatori; con una differenza in peggio: lo schiavo non pagava nulla,

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 ed oggi il libero emigrante deve egli pagare perché sia oggetto di speculazione in patria e di lucri agli accorti piantatori dell'America del sud.

Se si volesse istituire un raffronto tra le due tratte, quanta identità di elementi! Variano talora le tinte, ma il quadro è lo stesso: la miseria, la vendita, il profitto!

La crociata delle agenzie è responsabile di questa tratta de' bianchi. Senza di essa molti milioni di esseri non avrebbero lasciata l’Europa. Un solo ufficio di emigrazione in Amburgo ha fatto partire in dieci anni due milioni e mezzo di emigranti tedeschi. A quel governo è parsa cosi grave la cosa, che nel novembre del 1873 ha chiuso quell'ufficio, tuttocché in Germania la emigrazione venga facilitata. Si citano gròsse fortune surte nel giro di pochi anni con tali speculazioni. Ecco perché esse si diffondono e moltiplicano ovunque cominci a svilupparsi la malattia dell'emigrare.

In Italia tali agenzie non sono permesse dalla legge, e se lo fossero, salta agli occhi che dovrebbero prestare una cauzione. Ma la cauzione non è richiesta — il permesso non si accorda e non si domanda — ed intanto le agenzie di emigrazione esistono e si moltiplicano alla giornata, e si estendono nelle province interne con affiliate e corrispondenti. Non abbiamo il dovere di scendere a minuti particolari. Ma quando il governo aprirà gli occhi, ne troverà di queste agenzie in quasi tutti i capoluoghi di provincie e di circondario, e, potremmo aggiungere, anche di mandamento, ove il farmacista o il caffettiere tiene alla porta della bottega affisso il cartellone delle partenze per l'America, e placidamente cerca il poverino d'industriarsi anch'egli.

Un giorno ci venne nelle mani un biglietto rosso, rabescato di firme, di timbri e di avvertenze stampate. Era la ricevuta di un'agenzia di emigrazione, avente sua sede in un paese che non è certo notato nella carta geografica—era un villaggio di poche centinaja di abitanti situato sopra una rupe — ma talmente civile, che avea la sua agenzia!...

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La nuova istituzione si prolifica e propaga rapidamente in tutte le nostre campagne, e si arrampica sulle creste dei monti, esercitando dovunque con maggiore o minor fortuna il suo benefico apostolato.

La promessa biblica si compie. Gli incettatori collegati picchiarono tanto alle porte della miseria, che furono esauditi!— E crebbé cosi il fatto spontaneo della emigrazione italiana.

Se si avesse il coraggio di pubblicare il numero delle agenzie che si movono nelle 69 province d'Italia; che bella cifra!

Se si chiedesse agli emigrati: quanti furono reclutati, consigliati, persuasi, da agenti ed agenzie; che bella cifra!

Se sparissero per incanto agenzie ed agenti, quanti emigrati di meno ogni anno? che grossa cifra!...

Comincerebbero dal restare a casa coi loro figli quei 102 operai fiorentini, annunziati dalla Nazione (1) «che furono ingaggiati da agenti italiani per l'Australia e per Buenos Ayres, con promessa di ricevere lire 100 per ognuno al momento della partenza. »

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(1) Marzo 1874.

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PAGINA 2. a

Le spese di viaggio ed il garante

Ma sia naturale o artificiale la emigrazione, essa abbisogna di alcune condizioni indispensabili.

Prima di tutto sono necessarie le spese di viaggio.

Il capitale necessario ad intraprendere il viaggio, varia da 220 a 1500 lire, a seconda delle classi e della distanza pei varii porti americani.

Se vi fossero de' contadini che possedessero in effettivo questa somma, chi di essi emigrerebbe? Ma 1 agenzia vuole l'oro da chi ha i cenci: ora ecco il modo come i cenci producono l'oro.

Ordinariamente il contadino vende il tugurio che ha per casa, o la terricciuola che possiede, o la bestia che ha per industria; infine qualunque cosa può dargli un gruzzolo di luigi.

Quando egli avrà venduto questo unico simbolo della sua proprietà, è evidente che lascerà la moglie ed i figli, o il vecchio padre e i suoi congiunti nella più desolante miseria, e senza il sollievo delle sue braccia vigorose. La vendita è un fatto certo. In ricambio egli lascia promesse di mandar soccorsi di danaro, e porta con sè mille speranze di guadagnarne nella terra promessa. Quante lagrime di desolazione attuale bagnano gli addii della partenza! Quante considerazioni sociali non sorgono spontanee da quella lagrimosa o cinica separazione!

Ma tra gli emigranti, da noi come dovunque, ve ne ha migliaia che non posseggono  né la casa,  né il campicello,  né la bestia, e che han sempre trascinata la vita a frusto a frusto. Chi darà a questi diseredati i mezzi pel viaggio?

Ecco un'altra pagina della triste istoria.

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Due sono i modi. O li trovano a prestito in patria, o li anticipa qualcuno in America.

In patria coloro che hanno un capitale lo prestano volentieri ad un emigrante. Sono condizioni del contratto un'interesse sino all’80 per 0|0 l'anno, e la restituzione sollecita sui primi guadagni che offrirà la California straniera. Il caso più frequente è che divengano trafficanti di capitali a questo modo i ripatriati dall'America ove raggruzzularono un pò di danaro. È inutile il dire che costoro preferiscono il comodo mestiere dell'usura all'incomoda briga di lavorare, come faceano innanzi che divenissero proprietarii.

Ma nei paesi di America non mancano degli emigrati che avendo fatto fortuna, abbiano stabilito fattorie o comprati vasti poderi. Quello che manca loro sono le braccia, ed ecco il bisogno di aver uomini dall’Europa, e ciascuno, d'ordinario, li cerca nella sua patria. Allora o manda un incaricato a farne incetto, o scrive offrendo l’anticipo delle spese di viaggio. In patria ove non manca il buon volere in molti di seguire, come gregge, l'esempio dei precedenti, ma i mezzi mancavano a parecchi, la condizione arriva incoraggiante. —Sostituite al connazionale che invita, o l’americano od altro europeo ivi stabilito, e sarà lo stesso. È una condizione attraente per esportare la merce uomo sul mercato d'America.

Chi parte a questo modo s'imbarca senza contratto. Egli non sa o non pensa alle condizioni dell’anticipo. Appena approdato nella terra del richiamo, il libero diviene schiavo del padrone. I primi 6 mesi, e talora tutto l'intero anno di duro lavoro, bastano appena a scontare il prezzo del viaggio. Cosi ai meschini arrivati non spetta che uno scarso pane, amareggiato dal disinganno e dal tardivo pentimento!

Questo modo di emigrare è antico. Quando le prime colonie angloamericane ebbero bisogno di popolarsi, reclutavano per tutta Europa gl'intendent servants.

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Allora si estese quel traffico così immorale per cui sette od otto sterline anticipate pel viaggio di un emigrante, dovea questi scontarle con 60 sterline di duro lavoro. Ne' principali porti europei si stabilirono agenti conosciuti sotto il nome di redemptioners, i quali non solo l'inganno ma la forza adoperavano per reclutare i vagabondi ed inviarli alle colonie. Da ciò nacquero quei grandi abusi che il Mérival chiama: «This odious system of misrepresentation and kidnapping by the managers of the trade in England». Cosicché il consiglio privato d'Inghilterra dovette abolire questo scandaloso traffico.

L'emigrazione odierna assume spesso questa forma. In Germania è comune, in Italia progredisce alla giornata.

Nota uno scrittore tedesco «che un'anticipazione pel viaggio, la quale deve essere scontata coi duri lavori del terreno, demoralizza la gente, perché annuvola le loro aspettative, lega la loro risoluzione, ed arresta la loro operosità; per tali ragioni simili contratti sono inammessibili». E fu anche notata come illegale e dispotica la sottomissione dell’emigrante all’autorità del possidente, come avvenne ne' contratti conchiusi dagli agenti Brasiliani in molti paesi d’Europa, i quali mascherarono con la filantropia di anticipi pel viaggio e temporanee concessioni di terreno, la certa miseria preparata agli emigrati.

Noi dividiamo la opinione di quegli scrittori che sostengono non debba emigrare chi non possiede tanti risparmii per poter intraprendere il viaggio a proprie spese. All'estero il proletario europeo è, più che nella patria, abbandonato a sè stesso; le proprie forze debbono assicurargli la esistenza; sua dev'essere l'abilità di acquistarsi la ricchezza. L'attività umana va diretta, non coatta,  né limitata,  né sottoposta a condizioni che deprimano la energia dello spirito.

In Italia, ove siffatte quistioni non ancora si studiano, il Governo dové però registrare le tristi conseguenze del fatto.

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Ricevé i reclami de' Consoli intorno alla miseria di alcuni emigrati, dové rimborsare alcuni Consoli del danaro anticipato da essi pel ripatrio di quei miserabili che non poteano vivere ali' estero. Ed allora il Governo impose a ciascun emigrante l’obbligo di offrire un garante, il quale rispondesse delle spese di ritorno.

Così sorge nel nostro processo questa nuova personalità che si chiama il garante. Esso però è un espediente, è un ripiego, o per lo meno è una insufficienza, come viene oggi attuato.

Nelle provincie napoletane non, vi fu nessun emigrante (e siamo convinti di apporci al vero) che desse importanza alla richiesta di un garante. Non vi fu nessun garante che comprendesse la importanza della sua garenzia. È un fatto puramente nominale, una formalità come un'altra, che si compie senza prevederne le conseguenze. Tutti offrono un garante, un presta nome, e benché una Circolare governativa chieda una persona solvibile, non si va pel sottile ad indagini di solvibilità.

A noi è noto il caso dell’emigrante X che fu garentito da un prete nullatenente. X si ammalò in America, e non avendo mezzi ricorse al Console, il quale ha dovuto rimandarlo a casa a spese del Governo. Cioè la nostra finanza paga la imprevidenza di chi avrebbe il dovere di prevedere.

Il prete intanto ha garentito nello stesso anno diverse centinaia di emigranti!

E se il Governo chiamasse il fideiussore al rimborso? Ai fatti la risposta.

Sorge da tali considerazioni evidente il dilemma.

O si vuole il garante, e bisogna constatarne la solvibilità e fargli comprendere le conseguenze della malleveria che presta.

O si ricerchi la condizione dell’emigrante, per impedire che un inconsulto 'viaggio di uomo ignorante, ingannato, o imprevidente, possa esporlo in terra straniera alla miseria, e forse anche al delltto.

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Prime frodi

Appena ammanite, in un modo qualunque, le spese di viaggio, l'emigrante si prepara alla partenza. Egli ha bisogno innanzi tutto di un passaporto per l'estero, il quale si rilascia dagli ufficii di Prefettura e Sottoprefettura, secondo le norme stabilite dal regolamento di P. S. e da circolari governative.

Per queste norme occorrono i seguenti documenti:

1. Atto di nascita.

2. Certificato di esito di leva.

3. Perquisizioni nette della Pretura e del Tribunale.

4. Certificato di buona condotta.

5. Consenso del coniuge, se è ammogliato.

6. Attestato che abbia mezzi per fare il viaggio e mantenersi all'estero fin che non trova lavoro.

7. Atto di garenzia per assicurare le spese di ritorno.

Abbiamo detto come l’atto di garenzia fosse efimero; né meno efimero è l’attestato n.° 6, perché se fosse seriamente richiesta questa prova, l'Italia non avvierebbe al nuovo mondo tante migliaia d'infelici, molti dei quali finiscono col mendicare la vita quando non trovano lavoro.

Fin qui v'ha leggerezza nei municipi? ai quali compete lo adempimento di questi due doveri. Ma per gli altri documenti, l’emigrante è obbligato a rivolgersi oltre che al Sindaco, al Sotto-Prefetto, alla P. S., alla Pretura, al Tribunale. È un pellegrinaggio che una persona còlta farebbe senza imbarazzarsi. Ma l'emigrante per l’America, che è ordinariamente un contadino o un artigiano di contado, s'inviluppa nello elenco di queste formalità, e quindi sorgono le mediazioni di sollecitatori locali. Il che facendosi da privati, sarebbe cosa meno rilevante. Ma tali mediazioni le compiono spesso i Segretarii Comunali, i quali, se anche non ne profittassero, farebbero sempre male ad immischiarvisi.

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Ma essi non sono  né filantropi,  né gonzi, da perdere l’occasione di un lecco; e pensano che di un modico guadagno non ci è colpa, quando la emigrazione è l'albero della cuccagna che tutti ascendono impunemente. Tutto compreso, il passaporto che per legge è soggetto alla tassa unica di lire due quando è rilasciato agli operai, ai braccianti, ai giornalieri ed ai merciai ecc. , diviene per ognun di costoro una spesa che varia da 15 a 30 lire, secondo la mansuetudine di chi paga e la cupidità di chi esige. '

E qui sarebbero piccoli lucri da destare il sorriso in un secolo in cui i grandi ladri sono gli eroi della società.

Ma la cosa è più grave.

Un giorno un Segretario comunale certifica che Tizio ha 14 anni. Il passaporto è subito rilasciato, perché l'impedimento legale comincia dall’anno 16° per la iscrizione alla leva. Più tardi si scopre che Tizio,, quando partì, avea 18 anni — ed ecco iniziato un processo di falso contro il Segretario, a cui il generoso attestato avea fruttato una discreta somma. Questa è cronaca; e di queste cronache potrebbe comporsi tutta una storia di brogli, nella quale si ammirerebbe sovente la connivenza di qualche Sindaco e la tolleranza di quei Sindaci che assistono, spettatori muti, alla rappresentazione di questa commedia sociale.

Comincia con queste prime frodi l’esodo degl'infelici. E non le rilevammo per voluttà di un atto di accusa contro una numerosa classe d'impiegati amministrativi e giudiziarii, fra i quali non mancano, benché miseramente stipendiati, esempii di specchiata onestà. Ma volemmo dimostrare che la emigrazione non ha nessuna tutela nella sua sede di origine, come non ne ha in prosieguo; ed ecco la dolorosa realtà che traspira da tutti i pori di questo processo.











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