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Questa Sicilia, prigioniera del Novecento

Relazione presentata al seminario di studi 
organizzato dall'Istituto "Terra e LiberAzione"Titolo
di Placido Altimari

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5 Luglio 2013

17 giu. 2013  relazione presentata al seminario di studi organizzato dall'Istituto "Terra e LiberAzione"  presso la sede del Valverde Social Forum (valverde, CT) sul tema:

Il Secolo Lungo. Questa Sicilia, prigioniera del Novecento... e senza Moneta.

17 giugno 2013; 17 giugno 1945: 68 anni fa. Da 68 anni si tessono gli elogi al grande eroe e ai suoi giovani compagni. Se ne ammira il coraggio, se ne contemplano le virtù civiche e se ne esaltano le virtù guerriere. Da 68 anni Canepa è il simulacro che soddisfa il narcisismo dei vili. La calda coperta sotto cui rifugiare l'incapacità cognitiva e operativa dei vili. A quale vizio può altrimenti ricondursi l'indipendentismo se non alla viltà? Si badi bene: non la viltà che teme le armi, oggi assolutamente improprie, improponibili e improbabili. Ma quella che atterrisce dipingendoci troppo piccoli, troppo deboli, troppo poveri, troppo pochi. E quella che ci convince ad appoggiarci al potente di turno, aspettando un sorriso,  una candidatura, magari un posticino di sotto-sotto-governo (catacombale), così da potersi introdurre al mercato delle vacche elettorali e lì finalmente intraprendere la via democratica (?) all'indipendenza, a cui si pretende pervenire usando le stesse parole e le stesse strategie italian style. Una viltà sottile, cui basta una pacca sulle spalle per sentirsi protagonisti. Salvo poi ricevere un sonoro e irreprensibile calcio in culo. Ma principalmente una viltà “pigra”, soddisfatta dei propri dogmi, inebriata delle proprie parole d'ordine, e beatamente adagiata nella calda alcova d'una memoria storica immaginata. (Immaginata, non conosciuta. Che per conoscerla ci vuole troppa fatica!). Con la sapiente strategia della gallina, l'indipendentismo conficca la testa nel suo pertugio, e rivolge spavaldamente il culo al futuro.

Non è forse così?E allora... -spiegatemi-: perché tutti (tutti gli indipendentisti...) conoscono e glorificano il canepa-morto mentre pochissimi si intessano del canepa-vivo? Forse perché più politically correct ripetere “la sicilia sarà come la vogliamo...” anziché “se i feudatari non ci daranno le loro terre ci prenderemo le loro teste”? E come giustificare poi un “partito dei lavoratori”, fondato a Firenze appena pochi mesi prima del suo assassinio? Imbarazzante dover ammettere che l'eroe di murazzu ruttu, da vivo, avesse un pensiero e un progetto politico definito e determinato. Se è necessario avere un eroe-morto da esporre ad ogni occasione, rinfacciando alla perfida italia il sangue versato per “lo statuto di autonomia” (!) -(si, si arriva al punto di dire anche questa irriverente assurdità cronologica!), diviene allora indispensabile rimandare nell'oblio l'eroe-vivo. Ammazzandolo di nuovo tutte le volte ka si wuntua. Il contributo che canepa diede alla costruzione di un mondo “senza tiranni e senza sfruttatori” è così tramutato in tributo di sangue, da rinnovare ogni qualvolta l'anemica retorica sicilianista ne abbisogni, e da aspergere sull'altare della patria.

Il nazionalismo -tutti i nazionalismi, ma specialmente il nazionalismo siciliano- anteponendo l'idea della “nazione” sovr'ogni altro ideale, arriva addirittura a parlare di “ideologia sicilianista”. (un controsenso assoluto, non essendo la nazione riferibile a nessuna idea: essa sta là. A prescindere). La nazione è sempre stata la divinità su cui e per cui distrarre il conflitto di classe. È lo stratagemma su cui si fonda la retorica del fascismo. Ma è anche lo stratagemma degli assertori della fine delle ideologie: lo slogan “né destra né sinistra”, amalgamando il conflitto di classe nella priorità nazionale, rivela la quintessenza hegeliana e fascista di chi -indipendentista- lo ostenta. Ecco che la viltà viene giustificata dalla opportunità: non è infatti opportuno costruire divisioni, e per amore di concentrare le forze si decide di concentrare le debolezze.

Eppure, basterebbe rivolgere lo sguardo sul canepa-vivo per comprendere quale irrompente forza è racchiuso nel desiderio di ogni singolo uomo. E come il desiderio di giustizia alimenti il percorso di scienza e conoscenza, guidandone le scelte, eccitandone la creatività, ponendo in essere le strutture per la sua realizzazione. Anziché misurare la forza dell'eroe, provate ora a misurarne la debolezza: entrate nella miseria dei corridoi di una università di regime, confrontatevi con l'adesione plebiscitaria all'italia fascista, scontratevi contro la follia della guerra... Di quale forza disponeva canepa? Di quale forza, che a noi è impedita? Forse... aveva semplicemente coniugato la questione nazionale alla questione sociale, facendo della prima lo strumento per la soluzione della seconda: la nazione serve al popolo, e non viceversa. Ma non a tutto il popolo, ma alla sua componente proletaria, che del popolo è quella che necessita e reclama la piena emancipazione dalla condizione servile. Considerate adesso che il proletariato preesiste alla nazione: esso non chiede giustizia domani, ma adesso. E nella pretesa di un adesso più giusto costruisce i presupposti per tutte le conquiste future: sociali, economiche ed istituzionali. Ogni atto di questa costruzione, nello stesso momento in cui si compie, è indipendenza immanente: la sicilia è indipendente nella persona che pensa e agisce indipendentemente. E nel pensiero e nell'azione del singolo militante è ricostituita la sovranità del regno nato al concilio di melfi: 883 anni di storia nel respiro di un attimo: adesso.

Placido Altimari

video: http://www.youtube.com/watch?v=4X2Sx_xRBQE











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