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La marcetta su Roma

di Antonio Orlando

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29 Novembre 2013


In un freddo pomeriggio di fine novembre, esattamente un mese dopo quella fatale di novant’anni addietro, c’è stata un’altra marcia su Roma. Oddio, una marcetta, un raduno all’insegna dello svago e della goliardia per sostenere un capo mestamente avviato sul viale del tramonto. Mentre in Senato, che non è un’aula sorda e grigia, bensì colorata e calda, molte prèfiche (occhio all’accento, per favore!) vestite di nero, a lutto strettissimo, stavano intonando le ultime lamentazioni sulla uccisione “politica” (certo, ci mancherebbe altro) del Lider Maximo, in piazza il Grande Capo arringava le turbe per ribadire che non era finito, che avrebbe continuato a guidare il suo popolo come Mosè e che non avrebbe smesso di lottare, novello Spartaco, per la libertà.

Sotto il palco, il popolo sventolava bandiere ed inalberava cartelli di sostegno e di affetto, anche se, qui e là, facevano capolino croci celtiche e rune, simboli sinistri di un passato che non c’è modo di far passare. Un popolo di sostenitori molto composito e variopinto, gente proveniente da ogni regione, persone di ogni ceto, signori attempati e giovani signore ingioiellate ed impellicciate accanto a proletari e sottoproletari, emarginati e coatti, studenti, stranieri e disoccupati. Qualcuno, candidamente, ammette:

“Non siamo iscritti né al Pdl  e neppure a Forza Italia, però è tutto pagato pure l’albergo, tutto a gratis”. In poche parole un ragazzotto dal marcato accento calabrese, riassume il senso della sua presenza in quella piazza. Una bella gita con pranzo e cena pagati e un bel pernottamento, con un intermezzo rappresentato dal “dovere” di sostenere il Capo, anche se è ufficialmente “un pregiudicato”, condannato con sentenza passata in giudicato dopo tre gradi di giudizio. Tutto questo, ovviamente, non conta o meglio non interessa. Qui c’è solo da gridare “ladri, ladri” a ministri e senatori, bisogna applaudire ad ogni parola del Capo, che nei comizi usa la metrica latina meglio di un professore universitario ed è in grado di chiamare l’applauso meglio di un consumato attore di teatro.

Un gruppo di giovani sostenitori, che, a prima vista, non distingueresti dai tifosi di una squadra di calcio, magari proprio da quelli del Milan-stellare, muove in ritirata, verso via del Corso, dopo il comizio ed il commiato commosso del loro leader. All’imbrunire il Senato ha votato la decadenza del Capo, ma loro cantano e ballano lo stesso, non sembrano poi così dispiaciuti per il “colpo di stato”, la “morte della democrazia”, “il sacrificio di un innocente”. Per loro, giovani con bandiere e vessilli, la storia è diversa. Qualcuno urla a squarciagola “viva la patata, viva la patata”, inequivocabile riferimento al sesso femminile mentre i turisti osservano divertiti l’invasione pacifica. È il momento del divertimento, il tempo per le rivendicazioni arriverà. Si fermano volentieri a raccontare la loro giornata ai giornalisti.

 “Veniamo da Gioia Tauro, abbiamo fatto un lungo viaggio per sostenere il nostro amato Presidente abbattuto dalla magistratura comunista e dalla sinistra giacobina”. Forse, per una più corretta applicazione della linea del Partito del Capo, (che si chiama di nuovo “Forza Italia” perché l’anno prossimo ci sono i mondiali in Brasile) gli aggettivi andrebbero invertiti, ma ti sorge il dubbio se conoscano il reale ed autentico significato di quel “giacobino” o se non è altro che un’atavica, molto atavica, reminiscenza, tipicamente calabrese, di quando, tra fine ‘700 e primi dell’800, i calabresi combatterono accanitamente contro i francesi invasori.

Un giornalista chiede quando ripartiranno. “Quando ripartiamo? Domani o la mattina o il pomeriggio”. Incerti sui tempi, sono più pronti a raccontare altro: “Un consigliere provinciale delle mostre parti ha organizzato tutto, questa sera dormiamo a Roma, tutto a gratis”. “E’ stato eletto nel centro-destra, è consigliere provinciale a Reggio Calabria, ed ha organizzato questo viaggio, lo abbiamo voluto chiamare il tour per la democrazia. Bello, vero?” Dove dormite?  “Non ricordiamo, è un posto poco fuori Roma, però dicono che è bello, uno dei migliori alberghi”. Uno suggerisce: lo Sheraton golf club. Niente da dire, hotel a 4 stelle. A quel gruppo vociante viene posta un’ultima domanda: se sono iscritti a Forza Italia, la risposta  è  netta “No” e qualcuno aggiunge: “ e che c’entra questo?”.

 Non sono venuti a celebrare i funerali della democrazia, i giovanotti sono venuti a trastullarsi, a divertirsi almeno per una notte. Sono venuti  per la vacanza “a gratis” e ora si godono la notte romana. Domani è un altro giorno…siamo calabresi, mica inglesi.  










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