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Riceviamo e pubblichiamo.

Zenone di Elea – 27 Agosto 2016

Caro Franco

di Antonio Orlando
(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
Gent.mo avv.

Francesco TASSONE

VIBO VALENTIA


Caro Franco,

è vero che non ci sentiamo (e non ci scriviamo!) da tempo oramai immemorabile, ma alle vere amicizie basta un nonnulla per risorgere dalle ceneri come l’Araba Fenice. Scherzi a parte, seguo le tue attività con l’attenzione che meritano, leggo i tuoi scritti a volte condividendoli in pieno, altre trovandomi, invece, spiazzato, ma mai nettamente e preconcettamente contrario. Insomma non ti perdo mai di vista e per me sei presente, resti un punto di riferimento, un qualcosa che, per fortuna, esiste e a cui sai che puoi rivolgerti nei momenti di bisogno o di smarrimento. Diverse volte ho preso la penna in mano (si fa per dire, vista la moderna video-scrittura) e poi, ogni volta, qualcosa di più urgente o di più pressante mi distoglieva, mi distraeva o richiedeva il mio impegno in altro e per altro.

Non voglio apparire un uomo super impegnato e tuttavia l’insegnamento da un lato e l’esercizio della libera professione dall’altro, a volte, non mi lasciano il tempo per riflettere. Devo fare delle forzature oppure sottrarre tempo agli affetti familiari o allo svago per riuscire a scrivere e mi accorgo di farlo sempre più raramente, scrivendo con crescenti difficoltà e, soprattutto, con un’evidente superficialità. Ho cominciato questa lettera al termine della lettura (domenicale) dell’ultimo (credo) numero dei “Quaderni” (107-108 di gennaio/luglio 2009) e spero di riuscire a portarla a compimento per come vorrei anche a costo di doverla comporre a rate o, come suol dirsi, “a spizzichi e bocconi”.

Quello che mi ha colpito è quel titolo, sparato in copertina, color fragola su un fondo bianco, “Alla riscossa terroni”. Mi ha fatto venire in mente un episodio della mia giovinezza.

Un maturo professore, per la precisione era un maestro elementare, stanco di essere appellato con il soprannome affibbiato alla sua famiglia (la famosa “’ngiuria”, appellativo che distingue e contraddistingue i vari ceppi familiari omonimi nei nostri paesi) avanzò domanda al Tribunale per ottenere che quella “’ngiuria” entrasse a far parte del cognome. Al termine di un non breve iter giudiziario finalmente venne accontentato e d’allora si fregiò di quell’appellativo che i suoi familiari continuavano a considerare ingiurioso, inserendolo come secondo cognome. Strano a dirsi, ma è vero, credimi, da quel momento nessuno lo chiamò più con il soprannome, diventato cognome, mentre tutti i suoi parenti continuarono ad essere identificati con quell’appellativo. Aveva depotenziato il soprannome, non solo gli aveva tolto la carica offensiva, che lui reputava esserci, ma appropriandosene ne aveva accettato tutte le implicazioni in esso contenute e che erano, probabilmente, appartenute ai suoi antenati.

La collettività, però, non riconosceva alcun valore a quella innovazione e quindi non lo identificava più con quella famiglia.

Quel titolo, se non ho capito male, vuol essere un grido di battaglia, un urlo di guerra, funge da richiamo, da invito a stringersi e a riconoscersi, fino ad accettarlo, in un appellativo volutamente infamante ed ingiurioso che però noi facciamo nostro e rimandiamo al mittente. Ben fatto! E poi? alla riscossa di che cosa?

Forse sarò eccessivamente pessimista, non vedo all’orizzonte nessuna voglia di riscossa o di riscatto. Cento e mille domande mi si affollano: chi dovrebbe guidare questa riscossa?

In nome di che cosa? Per fare cosa? Voglio essere provocatorio fino in fondo: esiste ancora il Meridione? Semmai, per l’Italia, esiste il “Mezzogiorno”, termine odioso che mi provoca una violenta orticaria e che, tutto sommato, non meritiamo e che però, viene ripetuto pappagallescamente dagli stessi meridionali con enfasi, quasi con voluttà, calcando la voce su quelle due zeta per rafforzare una inesistente identità o, forse, per richiamare appunto un’identità perduta. Pretendono di trasformarci in un orologio e si meravigliano che, alcuni di noi, non siano disposti ad accettarlo. Chiaramente, in una lettera non posso parlare dei massimi sistemi per cui vorrei concentrarmi esclusivamente su due tematiche che, penso, siano strettamente connesse con questa potente ed intrigante “parola d’ordine” lanciata dai “Quaderni”. Intanto non posso certo tralasciare il fatto che quello che appare come uno slogan è in realtà il titolo di un libro di un intellettuale meridionale che, ammetto la mia ignoranza, non conoscevo perché anche questo non conoscersi tra di noi è indicativo dello stato di emarginazione ed isolamento del nostro Meridione. E’ più facile poter leggere, in tempo quasi reale, l’ultimo romanzo di uno scrittore americano alla moda tipo Tarrow, che il libro di un autore calabrese o pugliese o siciliano, tranne Camilleri, che, peraltro e per inciso, personalmente adoro e quando avremo più tempo e maggiori possibilità mi farà piacere poterTi dire anche perché. Meno male, dunque, che continua ad esistere “Quaderni calabresi” attraverso le cui pagine possiamo venire a conoscenza dell’esistenza di un’altra Italia, di altri autori, di altri pensatori e studiosi non omologati con il pensiero unico corrente ed imperante, che, tra l’altro, non si distingue né si divide più neppure nella classica e tradizionale dicotomia “Destra/Sinistra”. Detto questo, cercherò di procurarmi il volume di Patruno e nel frattempo, sulla scorta di quanto scrivi Tu (“Appunti per una lettura di questo numero” e “Bozza di proposta. Ragioni e forma di un movimento meridionale”) focalizzerò l’attenzione su due aspetti che, a dire il vero, non emergono, ma, come dire, si muovono sotto traccia e dai quali, a mio sommesso avviso, non si può in alcun modo prescindere in un qualsiasi discorso sul Meridione.

La prima questione è la presenza della mafia; volutamente non adopero la parola “’ndranghita”. Sarebbe meglio parlare di “criminalità organizzata per lo sfruttamento illegale delle risorse economiche al fine di imporre il proprio potere sulla popolazione”. Un’accumulazione selvaggia e priva di scrupoli di capitale per instaurare una forma di dominazione attraverso l’impiego della violenza, del terrore e della sopraffazione. Se vuoi prendila come una definizione assiomatica, però mi pare renda bene l’idea del tipo di organizzazione con cui, nostro malgrado, abbiamo a che fare.

Non si può far finta che non sia vero né possiamo continuare a comportarci come il popolo degli Eloi ed esser grati a coloro che ci permettono, bontà loro, in cambio del nostro neutralismo, di condurre la nostra quotidiana esistenza. Non mi interessa la partita a “guardie e ladri” condotta dalla magistratura (peraltro non tutta) contro i delinquenti, né mi interessano le solenni, vuote e retoriche dichiarazioni di lotta alla mafia che i politicanti nostrani e nazionali recitano nel corso di continue e rituali parodie, specialmente televisive. Quello che mi interessa veramente è capire questo fenomeno, entrare dentro i meccanismi, smontare la costruzione di un sistema che si fa di tutto per elevare a modello di una parte della società meridionale, quasi fosse insito nella nostra cultura e nei nostri geni dar luogo alla formazione di simili organismi. Per questo è il caso di ripartire (riprendere?) dalle considerazioni che, tra la fine dell’800 ed il primo decennio del ‘900, facevano alcuni nostri emigrati negli Stati Uniti, tra cui, molto modestamente, vorrei annoverare mio nonno paterno, partito per gli U.S.A. intorno al 1903 senza conoscere una parola d’inglese ed avendo, si e no, completato la quinta elementare. Destino comune, dirai Tu, di tantissimi calabresi! Sì, certo, non voglio, con questo, accampare alcun particolare merito, intendo soltanto mettere in evidenza ciò che mio nonno e quelli come lui, persone non colte, ma avvedute e attente, notarono immediatamente una volta sbarcati a New York. Il tutto si può riassumere in una frase, che trovai scritta in una delle primissime lettere inviate alla giovane fidanzata, “…qui ci tocca capire con chi ci conviene stare se con la picciotteria o con gli anarchici, ma tutte e due hanno la Mano nera…

Tutti continuano a ripetere che i calabresi sono – secondo la felice espressione creata da Nicola - “o emigranti o briganti” ed invece i nostri che emigravano davvero si trovavano di fronte a ben altro dilemma, mica facile da sciogliere! Nel primo caso se stavi zitto e buono, se facevi finta di non vedere, di non capire, di non sentire ed accettavi di proteggere gli “amici” ed i “compaesani” non potevi che ricavarne benefici anche da parte dello Stato americano, ufficialmente avverso nei riguardi degli italiani, sotto sotto disposto a chiudere un occhio se non tutt’e due. Nel secondo caso non facevi altro che enunciare pubblicamente la tua dichiarazione di guerra nei confronti dell’autorità statale, ma anche della mafia che tanti favori rese alla polizia, alla magistratura ed all’apparato repressivo nord-americano. Il caso Sacco e Vanzetti, per tutti e mi fermo per non scantonare e per non correre il rischio di uscire fuori strada, anche a costo di semplificare al massimo e dare troppe cose per scontate e conosciute. E sai benissimo che così non è!

Si ripeteva all’estero lo stesso schema, la stessa situazione, le stesse circostanze dalle quali molti di quegli emigrati volevano fuggire e nel Nuovo Mondo cambiavano solo la lingua e le strutture, non l’oppressione e la sudditanza. Anzi la picciotteria aveva trovato nuove fonti di arricchimento, aveva scovato nuove opportunità, aveva instaurato nuove relazioni e mostrava di essersi trovata a proprio agio in una società moderna, industrializzata, avanzata, iper-progredita e consumista all’eccesso. Insomma si era perfettamente integrata dentro la società, collaborava con gli industriali contro il sindacato, aveva corrotto la polizia e sosteneva, a convenienza e secondo il proprio tornaconto, ora i candidati politici più progressisti, ora quelli repubblicani e più tradizionalisti.

Allora: a distanza di oltre cento anni, mettiamo da parte gli slogan ad effetto (“ragnatela che ci opprime”, “piovra”, “malapianta”, “cancro”, etc.) e proviamo a ragionare a mente fredda sul crimine organizzato. Che differenza c’è tra i malavitosi di origine siciliana e calabrese che, durante uno sciopero, andavano a minacciare o a pestare brutalmente i sindacalisti del WWI (al cui interno erano numerosissimi i meridionali italiani, basta leggere la biografia di Carlo Tresca o gli articoli di “Cronaca sovversiva” di Luigi Galleani) per conto degli industriali americani? e che dire dei banchieri di mezza Europa che accolgono a braccia aperte i trafficanti di droga che vanno a depositare valigette di euro o di dollari nei loro forzieri?

Che differenza c’è tra i mafiosi di Chicago che sostengono apertamente la candidatura di Kennedy alla Casa Bianca ed i delinquenti calabresi che, spavaldamente, fanno campagna elettorale per questo o quel candidato al parlamento o alla Regione? Che differenza c’è tra “il consigliori”, la figura di avvocato resa famosa dal romanzo di Mario Puzo “Il padrino” e stuoli di avvocati che difendono fior di mafiosi sapendo che hanno realmente commesso i reati di cui sono accusati, alcuni dei quali veramente odiosi? Che ne diresti se provassimo a dimostrare che il movimento studentesco americano, quello tanto celebrato degli anni ’60 e dell’Università di Berkeley, è stato scientificamente distrutto grazie alla diffusione di quantità enormi di eroina a buon mercato da parte della polizia, che l’acquistava dai trafficanti colombiani? Il fenomeno del crimine organizzato, comunque lo si voglia chiamare, fa parte integrante della società calabrese e, più in generale, della società meridionale. Esso è un pilastro dell’organizzazione e della stratificazione sociale e non si può far finta che non esista né può essere trattato, tanto per salvarsi l’anima, come un fiume carsico, cioè parlarne tutte le volte che viene commesso un omicidio o viene scoperto un traffico di droga o di armi o di diamanti e per il resto fingere che non esista e girare la testa dall’altra parte. Tanto meno si può dar credito alla favola che si tratterebbe di una forma, sia pure anomala, di ridistribuzione della ricchezza, come pure si disse all’epoca dei sequestri di persona. Così magari, finiremo per ricreare il mito del bandito romantico, del moderno Robin Hood che cerca di porre rimedio alle palesi ingiustizie sociali attraverso il crimine però realizzato per una buona causa. Ancora una volta siamo sempre di fronte alla scelta cui si trovavano cento e passa anni fa, mio nonno e tutti gli altri emigranti e da quella tenaglia non possiamo scappare in alcun modo. Veramente ridicola e “da chiacchiera del bar dello sport” è poi quella giustificazione secondo la quale la mafia è dappertutto oppure sta a Monte Citorio o a Milano o a Bruxelles.

Può essere che stia anche lì, ma non è questo il punto. A furia di parlarne, di discettarne, di scriverne, di adoperarla come spunto per romanzi, film, fiction televisive e quanto altro, la mafia è diventata qualcosa di impalpabile e nebbioso, un’entità di cui ci sfuggono i contorni e che può perfino suscitare interesse ed attenzione e da qui alla fascinazione ed all’accettazione acritica come modello di vita, il passo diventa veramente breve. In tal modo si finisce, ancora una volta, per fare il gioco della criminalità quando proprio noi meridionali abbiamo tutto l’interesse a svelarne l’arcano e a liberarci da un giogo che ci tiene sotto scacco. Intanto sarebbe il caso di eliminare tutto quel ciarpame di contorno rappresentato dal presunto e sedicente folklore fatto di canzoni, di leggende, di riti, di tradizioni e di uso strumentale della religiosità popolare. In secondo luogo sarebbe ora di delegittimare questi soggetti sul piano sociale e relazionale mettendo in evidenza che le loro ricchezze grondano sangue. In terzo luogo – e lo dico da ateo e non credente – sarebbe opportuno che la Chiesa cattolica non si prestasse a tenere il fianco a queste persone che nello stesso tempo pregano ed ammazzano, fanno la comunione ed ordinano un’estorsione, battezzano bambini ed uccidono giovani con l’eroina. Il tutto ricorda molto quella famosa scena de “Il Padrino III” quando il figlio di don Corleone ordina l’ennesimo massacro dei suoi nemici mentre lui accompagna la famiglia al battesimo dei suoi rampolli!!

Intendiamoci, non ne faccio una questione di principio e contrariamente a quello che ritieni Tu, non penso che la Chiesa cattolica sia un’istituzione credibile, tuttavia potrebbe, attraverso una serie di comportamenti coerenti, riacquistare un ruolo all’interno di una società fin troppo disgregata e frammentata. Dopo di chè, finalmente, potremo cominciare a discutere di mafia o, se vuoi, di criminalità organizzata; qualche idea in merito la sto maturando e ne riparleremo.

Il secondo aspetto riguarda l’altra faccia dell’eterno piagnisteo che specialmente noi calabresi siamo soliti snocciolare ad ogni piè sospinto. L’immagine che diamo di noi stessi è di piagnoni che intonano lamentazioni o che imbastiscono delle sceneggiate da perfetti commedianti, anzi da “tragediatori” , termine che non ha equivalenti nella lingua italiana, ma che esprime meglio e più di commedianti lo stato d’animo di tali soggetti.

Procedo per immagini o, se vuoi, per segni.

Certe volte, in alcuni servizi giornalistici – TG3 Regione, in testa – compaiono delle persone di condizioni modeste se non al limite dell’indigenza che si lamentano della loro situazione di disoccupati o di emarginati però se son donne hanno le unghie perfettamente laccate e se son uomini fumano ostentatamente. Se fai un giro (non mi rivolgo certo a Te che la Calabria la conosci palmo a palmo) per i nostri paesi e per le nostre contrade noterai che le strade sono perennemente dissestate, piene di buche, ai bordi sono ammonticchiati sacchetti di spazzatura, le cunette sono invase dalle erbacce; nei paesi le case si affastellano l’una sull’altra, le facciate hanno i muri scrostati, molti fabbricati sono dei rustici mai completati, le coperture di eternit la fanno da padrone, i rari monumenti sono ricoperti da infestanti o cadono a pezzi, il verde pubblico è inesistente, gli arredi urbani sono stati distrutti, di sera l’illuminazione semplicemente non c’è. Dappertutto incuria, abbandono, sciatteria, disinteresse, un degrado veramente incivile e che certo non ci fa onore.

Se provi a sollevare il problema e ti azzardi a dire che magari è colpa del sindaco, dell’amministrazione comunale o della provincia o della regione, quegli stessi cittadini, ti guardano come un nemico. Poi scopri che sono stati a lavorare all’estero o in qualche città del Nord e allora cominciano a magnificare la splendida condizione di quelle località, pontificano sulla civiltà di quelle popolazioni e concludono maledicendo il giorno in cui sono dovuti rientrare al paesello dalla Svizzera o dalla Germania o da Milano.

Non c’è mai qualcuno, sindaci per primi, che si sia sognato di dire, rimbocchiamoci le maniche e rendiamo più vivibile l’ambiente entro cui quotidianamente trascorriamo le nostre giornate. Siamo poveri, ma perché dobbiamo essere anche sporchi?

Fuor di metafora: noi calabresi non abbiamo nessuna responsabilità, la colpa è sempre degli altri ed il meccanismo funziona come uno scaricabarile dal basso verso l’alto. Se accusi il sindaco questi dirà che è colpa della provincia, la provincia dirà che è colpa della regione, la regione dirà che è colpa del governo, il governo dirà che tutti i nostri guai sono causati dall’aver aderito prima alla Comunità Europea, poi all’Unione Europea e poi all’euro. C’è anche qualche variante come quella di prendersela con il prefetto o con qualche singolo ministro oppure con soggetti evanescenti tipo “le multinazionali”, “la massoneria”, “Osama bin Laden”, non ben identificate “lobbies” e a questo punto manca solo la Spectre dalla quale ci salverà, come al solito, James Bond.

Naturalmente aspettiamo sempre che siano gli altri a proporre, ad agire, ad intervenire, in una parola a toglierci le castagne dal fuoco, noi ci guardiamo bene dal mettere il classico dito nella ancor più classica acqua fredda e se per caso per strada mi viene tra i piedi una cartaccia mi guardo bene dal raccoglierla e buttarla nel primo cestino – ammesso che esista – che mi capiti a tiro. Tutto questo Tu lo puoi anche chiamare mancanza di senso civico, ma, per quel che mi riguarda, Ti dico che si tratta di totale irresponsabilità. Siamo ancora un popolo bambino, incapace di assumersi le proprie responsabilità, perennemente in attesa che un biglietto della lotteria o una sequenza di numeri che risolvano tutti i problemi da quelli economici a quelli esistenziali. Hai mai visto qualcuno che sia andato a chiedere il conto? Hai mai visto un calabrese che si sia presentato dal sindaco del proprio paese a domandare notizie sulla gestione del bilancio comunale? Non si può costruire un’idea di cittadinanza, che presuppone un senso dell’appartenenza, quando mancano le basi minime ed essenziali. Mentre sto finendo di scrivere, quando già è sopraggiunto un nuovo anno, mi è arrivato il n. 109 dei “Quaderni” e questa volta Tu scrivi “Le strade di un’identità soppressa”. Dovrei stracciare tutto quello che ho scritto e ricominciare daccapo e tuttavia ci tengo moltissimo alla Tua opinione su questi due tasti dolenti per cui questa lettera, alla fine, Te la mando lo stesso, anche perché, oramai da anni, sono uno che vive in Calabria, ma con il cuore altrove.

Un grande abbraccio con l’affetto di sempre

Antonio Orlando

Cittanova, dicembre 2009 – gennaio 2010




















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