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Memorie per la  storia de’ nostri tempi  

dal  congresso di Parigi  nel 1856  ai giorni nostri  - 1865

BIOGRAFIA

DEL EX-MINISTRO PIETRO BASTOGI

(Pubblicata il 3 aprile 1861).


di Giacomo Margotti

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Ci giunge da Livorno stampata in un foglio volante la seguente curiosa Biografia:

«Grande era l'aspettazione del pubblico rispetto alla nomina del nuovo ministero. Ma se grande era l'aspettazione, più grande fu la sorpresa, o per meglio dire lo sbalordimento allorché conosciuti i nomi dei chiamati a comporto.

«La biografia di uno solo, cioè del ministro delle finanze sig. Bastogi, basterà a provare come un tal gabinetto potesse essere accolto dal pubblico con favore e rispetto.

«II sig. Bastogi formò già parte della Giovine Italia, ed ecco quali servigi le rese. Il Mazzini richiedeva per la spedizione di Savoia alcuni capitali che gli affiliali di Livorno avevano posti assieme all'oggetto di sovvenire i perseguitati politici. Fu tenuta consulta, quale fra gli altri, intervennero Bini, Dewit, Fauquet, Guerrazzi e Bastogi. Il Guerrazzi, che già savio era e avveduto abbastanza, si opponeva che quel danaro fosse inviato, essendoché, come egli faceva osservare, destinalo a scopo preciso dai contribuenti, perché la impresa ordinala sotto gli occhi delle polizie non poteva riuscire a buon risultato, ma piuttosto a far molte vittime invano. Il Bastogi opinava diversamente, si dovesse la impresa sovvenire coll'invio del raccolto danaro.

«Il Governo ebbe intanto notizia del tentativo Mazziniano, e temendo vi corrispondessero i Toscani, fece imprigionare il Bini, il conte Alani, Guerrazzi Guitera ed altri. Il Bastogi rimasto libero, adunò allora di nuovo la consulta e la persuase a fare la spedizione del danaro. Noi già sappiamo quale trista fine ebbe quella spedizione e quanto fu per tutti infelice, talché non vale parlarne. Ma che fece il Bastogi? il Bastogi disertò dal campo della Giovine Italia, cangiò fede, o piuttosto non cangiò nulla, perché in esso alcuna fede non era ne poteva essere, come andiamo a vedere. Vennero i moti del 1847 e il Bastogi tanto i sbracciò a mostrarsi liberale italianissimo, che fu a Livorno eletto deputato al Parlamento Toscano.

Venne la restaurazione, e mutò sembianza, si mostrò uno dei più caldi partigiani del reggime austriaco.

Strinse la mano al Baldasseroni e a Landucci, fece gl'imprestiti, che dovevano alimentare i Tedeschi in Toscana, e n'ebbe per senseria da Leopoldo II la croce di San Giuseppe.


Accadde la rivoltura del 27 aprile, ed egli pure si rivoltò: sorrise ai nuovi reggitori, pervenne dopo incessanti sforzi a salire gli scanni parlamentari, a gridare bravo bravissimo! ai discorsi del conte Cavour, il quale sembra lo prendesse allora in grazia.

«Ecco l'uomo che nei gravi frangenti, in cui versa tuttora l'Italia ebbe il portafoglio di ministro delle finanze. Può trovarsi eguale e più distinto Camaleonte? Ma crede egli, il sig. Bastogi, poter lottare contro il sentimento nazionale e la pubblica opinione?».


PIETRO BASTOGI SUL CAMPIDOGLIO!

(Pubblicatoli 17 luglio 1864)


Mi pare potesse giovare alla dignità (??) ed agli interessi (??) del Nuovo REGNO ITALIA, che anche una Compagnia d'Italiani si accingesse al concorso». Lettera di Pietro Bastogi che domanda l'impresa delle ferrovie meridionali, letta tra gli applausi de’ deputati il 31 luglio 1862 (Ani uff. N. 819, pagina 3178).

Sarebbe impossibile trattar quest'oggi altro argomento che non fosse di Bastogi, di Susani e del disinteresse italianissimo. La Camera, Torino, l'Italia, l'Europa sanno ormai chi sieno coloro che volevano togliere Roma al Papa, e per qual fine gridassero tanto contro il dominio temporale. Ah! bisogna stamparselo bene nella memoria, e da quello che si dice e si sa, argomentare il resto che non si dice e s'ignora, ma che forse la giustizia di Dio aspetta altro tempo per rivelare a quel popolo imbecille che si lascia sempre gabbare, a quelle pecore matte che si fanno mungere e tosare, ed applaudono i tosatori. Popolo, popolo, conosci una volta i tuoi veri amici, ed impara a tue spese.

Tra gli italianissimi che volevano salire sul Campidoglio tiene un luogo principale Pietro Bastogi, banchiere di Livorno, come colui che già da trentanni voleva conquistare Roma. Epperciò si era ascritto alla Giovine Italia del Mazzini insieme con Guerrazzi, Bini ed Enrico Mayer. Il Mayer viaggiava a Roma, dove fu conosciuto ed imprigionato, e Pietro Bastogi era cassiere del Comitato, come raccontò lo stesso Mazzini (1)1.

Dalle Memorie di Giuseppe Montanelli ricaviamo che cosa facesse Pietro Bastogi in sul principio della sua carriera rivoluzionaria per unire l'Italia.


«Durante l'agitazione della Giovine Italia quasi tutte le domeniche si recava a Pisa, e gli studenti suoi amici invitati a patriottici banchetti soleva inebriare degli spiriti mazziniani (1)2». E pare che il Bastogi non abbia ancora smesso questa sua arte d'inebriare, giacchè il Deputato Piroli nella tornata del 15 di luglio 1864 ci disse che riuscì ad inebriare il deputato Susani, e tentò pure di inebriare il deputato Grattoni.

Per salire sul Campidoglio i mazziniani nel 1833 divisavano d'invadere prima il Piemonte, ed atterrare il trono di Carlo Alberto, conciossiache stimassero impossibile spogliare il Papa se prima non avessero distrutto la Casa di Savoia, che fu dei Papi sempre divotissima.

Ma il granduca di Toscana Leopoldo II, che conosceva quali obbligazioni gli corressero verso il suo Reale congiunto, e non ignorava come, caduto un trono, difficilmente potesse reggersi il trono vicine, avuto sentore della spedizione di Savoia, facea tosto imprigionare i mazziniani della Toscana, e tra questi il Bini, il conte Alani, Guerrazzi, Giutera ed altri. Bastogi, invece, rimase libero, e poco dopo disertò il campo della Giovine Italia (2)3.

Venuto il 1848, il nostro eroe mostrossi de’ più caldi liberali, e gridò quanto n'ebbe in gola Viva Pio IX! e fu eletto deputato al Parlamento toscano. Ma scoppiata poi la repubblica, seppe ritrarsi in tempo, sicché dopo la ristaurazione strinse la mano al Baldasseroni ed al Landucci, imprestò danari al Granduca, e n'ebbe da Leopoldo Il la croce di San Giuseppe. Nell'ungere le carrucole il Bastogi fu valentissimo, e lasciava sempre una callaia aperta «da potersi ritrarre a salvamento».

Il 27 aprile del 1859 Bastogi gettossi con tutti gli altri contro il Granduca, fu deputato all'Assemblea toscana, dichiarò l'esautorazione dei Lorenesi, entrò in grande amicizia col conte di Cavour, e volea con lui andare a Noma.

Dopo l'annessione della Toscana, e la proclamazione del Regno d'Italia, il nostro Pietro veniva eletto ministro delle finanze dal conte di Cavour. Imperocchè ne' primi mesi del 1861 l'avvocato Saverio Vegezzi avendo abbandonato questo ministero, fu eletto in sua vece il 22 di marzo il cavaliere Bastogi. Il quale continuò ad essere ministro delle finanze dopo la morte del Cavour, insieme col Ricasoli, col Minghetti, col Menabrea, col Peruzzi, e ebbe in mano le nostre finanze quasi per lo spazio di un anno, dal 22 di marzo del 1861 al 3 di marzo del 1862.


Come ministro delle finanze Bastogi istituì il Gran Libro del debito pubblico del Regno d'Italia, Libro immenso che si viene scrivendo di nuovi debiti ogni giorno, e che finirà per essere gettato sulle fiamme secondo le profezie di due deputati, Mauro Macchi, e Gregorio Sella; il primo dei quali disse nella Camera, che quando pur fossimo nella necessità «di gettare alle fiamme il Libro del debito pubblico, purchè con ciò ci fosse concesso il bene supremo di viver liberi, poco a noi premerebbe (1)4», e l'altro soggiunse d'aver egli pure «volontà di gettare alle fiamme quel Gran Libro che si chiama il Libro del debito pubblico (2)5».

Nel maggio del 1861 Pietro Bastogi chiedeva ed otteneva dalla Camera un prestito di cinquecento milioni effettivi, prestito che aggravava i poveri Italiani di oltre a settecento milioni. Noi siamo certi che di questi milioni non andò disperso nemmeno il becco d'un quattrino. Imperocchè, se più tardi il Bastogi largheggiò danaro a coloro che lo aiutarono, diè danaro proprio; ma nessuno può dire che tacesse altrettanto col danaro dello Stato.

Pietro Bastogi radunava i milioni per andare a Roma e salire sul Campidoglio, e già sperava di piantarci la sede delle sue operazioni finanziarie. Se per la riuscita della sua impresa delle strade meridionali il Bastogi lece tutto quello che fu detto il 15 luglio 18&4 nella nostra Camera dei deputati, che cosa non avrà fatto egli mai in un. anno di ministero per riuscire nell'altra impresa infinitamente maggiore, l'impresa di salire sul Campidoglio? Non sappiamo se abbia trovato a Roma qualche Susano, ma ci pare incredibile che almeno non l'abbia ricercato!

Bastogi Ministro divenne conte, e mostrò la strada a tutti coloro che desideravano un titolo, giacchè il 4 di luglio 1861 presentava alla Camera dei deputati il disegno d'una tassa sul conferimento dei titoli di nobiltà: pel titolo di principe, L. 50 mila; di duca, 40 mila; di marchese, 30 mila; di conte, 20 mila; di visconte, 15 mila; di barone, 10 mila; ed assoggettò anche ad una tassa la collazione dei benefizi ecclesiastici!

Nel carnevale del 1862 cadde Bettino Ricasoli, e con lui Pietro Bastogi, il quale non potendo piti servire l'Italia come ministro, si diè a servirla come banchiere, e stabilì la società delle ferrovie meridionali, unicamente, per un caldo e fervente amore di patria. E per mettersi in grado di rendere alla patria questo servigio, Bastogi spese e regalò oltre un milione, e mancò al rispetto dovuto ai deputati. Ohi amor di patria, quid non murtalia pectora cogis (3)6.


La sede centrale della società delle ferrovie meridionali fu stabilita in Torino, ma nella polizza d'affitto del palazzo che dovea servire di residenza al Bastogi, questi volle che fosse una condizione, vale a dire che il contratto restasse sciolto, qualora la sede del governo italiano passasse a Roma. E il padrone del palazzo accettò ridendo la clausola, imperocchè egli teneva per certo che i Bastogi non andrebbero mai a risuscitare sulle rive del Tevere i brutti tempi che Giugurta imprecava.

Altro che andare a Roma! a poco a poco si vennero a scoprire certe maccatelle che diedero luogo ad una proposta fatta dal Mordini il 21 maggio del 1864, per ricercare se mai nella Camera a proposito delle ferrovie meridionali ci fossero stati corrottori e corrotti. E l'inchiesta fu fatta, e il suo risultato riuscì contro Pietro Bastogi, in guisa che egli non potrà mai più rialzare il capo. Il povero Pietro andò sul Campidoglio, ma per essere precipitato dalla Rocca Tarpea.

E qui considerate come la giustizia di Dio si renda sempre più terribile nei suoi castighi contro coloro che ruppero guerra a Pio IX. Il conte di Cavour è il primo colpito, e muore nel meglio della sua carriera. Giuseppe Garibaldi non muore no, ma riceve una palla rattazziana nel malleolo d'un piede, e dura gli anni infermo senza poter guarire. Peggio tocca a Luigi Farmi, che perde il bene di quell'intelletto che Iddio gli uvea dato potentissimo, e di cui egli osò fare si strano abuso. E Pietro Bastogi più disgraziato di questi tre è diffamato solennemente nella Camera dei deputati!


I MANGIAPOPOLI

NEL MANGIAMENTO NAZIONALE

(Pubblicato il 19 luglio 1864).


Il 4 agosto del 1862 discutevasi nella Camera dei deputati la proposta patriottica fatta da Pietro Bastogi di accollarsi l'impresa delle strade ferra te meridionali, e il ministro dei lavori pubblici ch'era il signor Depretis, non sapeasi adagiare a questa proposta. «Noi abbiamo in Italia, dicea il Depretis, molte compagnie incomplete, e fra queste vi è la compagnia Vittorio Emanuele dopo la separazione della Savoia, e bisogna provvedere». Il deputato Susani interrompeva il ministro esclamando: La mangieremo! Ed il ministro: «La mangierete? Bisognerà vedere se si lascierà mangiare. È facile il dire: la mangieremo». (Atti uff. N. 838, pag. 3254, col. 3^).

Il verbo mangiare è il verbo officiale della rivoluzione; essa lo coniuga in tutti i modi, in tutti i tempi, in tutti i numeri, in tutte le persone. Le rivoluzioni si fanno per mangiare; il desiderio d'indipendenza è l'appetito; e tutti i rivoluzionari più o meno legalmente mangiano.


I minchioni si lasciano cogliere colle mani nel sacco; i più destri dopo avere ben mangiato s'atteggiano a martiri, e passano per eroi.

La storia di tutte le rivoluzioni si riduce in fin dei conti alla storia delle mangerie. Si mangiano prima le somme lasciate dai tiranni, poi si mangiano i frati, si mangiano le monache, si mangiano i canonici, si mangia la Chiesa, si mangia il Papa, si mangiano i beni demaniali, e si finisce per mangiare i popoli. Quando i rivoluzionari non hanno più altro da mangiare, si mangiano fra loro.

Parliamo un po' della prima rivoluzione francese, madre, maestra, modello di tutte le altre rivoluzioni. Che cosa non ha mangiato in Francia? Campane, vasi sacri, statue di Re, argenterie di signori, perfino le scarpe dei poveri calzolai vennero requisite e divorate dalla rivoluzione francese! Essa ha messo imposte gravissime, imposte su tutto, anche sui camini che servono per iscaldarsi. Ila fatto prestiti volontarii, prestiti forzati; ha confiscato tutti i beni degli emigrati, tutti i beni delle sue vittime, tutti i beni delle opere pie. Il 3 marzo del 1793 Chabot presentava la sua relazione sull'effettivo dei beni divenuti nazionali e sommavano a sei bilioni e quattrocentoundici milioni. Non v'erano compresi i beni territoriali del clero stimati tre bilioni; sicché con questi la somma era di presso che dieci bilioni.

E la rivoluzione se li ha mangiati in sette anni, ed inoltre ha creato per trentatré bilioni, quattrocentotrenta milioni e quattrocentottantunmila lire di assegnati e E il 30 settembre 1797 lo Stato, dice Grenier de Cassagnac, facea pubblicamente una bancarotta di cinquanta bilioni! (1)7».

E Napoleone I reduce dalla sua spedizione d'Egitto non potè ritrovare nelle casse dello Stato mille cinquecento lire per mandare un corriere in Italia! (2)8. Né divorarono meno le rivoluzioni posteriori scoppiate in Francia, e fa calcolato che quella di luglio 1830, e l'altra di febbraio 1848 costarono più di trenta bilioni! (3)9.

Ma non abbiamo bisogno di cercare altrove gli esempi che ci si presentano in Italia eloquentissimi. I tiranni di Sardegna, Vittorio Emanuele I, Carlo Felice, Carlo Alberto fino al 1848 si erano contentati d'un debito pubblico di 135 milioni, i I tiranni di Parma di 10 milioni, i tiranni di Modena di 11 milioni, i Papi tiranni di 16 milioni nelle Romagne, Umbria, Marche, i tiranni di Toscana di 152 milioni, i tiranni delle Due Sicilie di 550 milioni. Questi debiti erano contratti in moltissimi anni, e rendevano agli Stati preziosi vantaggi. Ma ecco scoppiare la rivoluzione, e con essa imposte a rompicollo, e debiti senza fine.


Nigra, Cavour, Vegezzi in pochi anni ne contraggono negli Stati Sardi per la somma di L. 1,024, 970, 595. Farini in pochi giorni accresce di 5 milioni il debito di Modena, e d'altrettanti il debito di Parma. Pepoli accresce in un mese il debito pubblico delle Romagne di 13 milioni; Ricasoli in brevissimo tempo regala alla Toscana un debito di 56 milioni; e si fa altrettanto in Napoli ed in Sicilia, sicché Pietro Bastogi stima necessario d'istituire il Gran libro del debito pubblico del Regno d'Italia.

E lo stesso Bastogi scrive subito nel Gran Libro un nuovo debito di 714 milioni, ed un altro di oltre ad un bilione ce ne scrive Marco Minghetti, sicché sono già cinque bilioni incirca che deve il Regno d'Italia nato ieri! Ed ba incamerato i beni ecclesiastici ed ha venduto i beni demaniali, ed ha imposto ogni maniera di tasse, ed ba alienato le strade ferrate; e le pubbliche casse sono vuote!

Per mostrare come si mangia quando si contrae un prestito, daremo l'analisi di quello che venne autorizzato con legge del 17 luglio 1861, quando ora ministro delle finanze il conte Pietro Bastogi. Questo prestito dovea ascendere a 500 milioni, ma la povera Italia ha contratto un debito di 714 milioni, e 833, 800 lire, e non si sono incassati che 497 milioni, 078, 964 lire e 14 centesimi! Ducento diciassette milioni furono mangiati parte in interessi, parte in commissioni, e di 497 milioni gl'Italiani debbono pagare ogni anno lire 35,744,190 d'interessi! S'è regalato ai banchieri un premio di L. 2,820,000. Si sono pagate per interessi e commissioni a diverse case bancarie per somme anticipate al tesoro L. 961, 102, 79; in somma 217 milioni svaporarono in un prestito solo (1). E il prodotto di lutto quel prestito è mangiato, ed è mangiato egual-» niente il prodotto dell'altro prestito di 700 milioni effettivi.10

In mezzo a tanti debiti si arricchisce però il Dizionario italiano. Esso aveva già i mangiacatenacci, e sono i tagliacantoni; aveva i mangiaferro, e sono gli sgherri; aveva i mangiaparadisi, e sono gli ipocritoni, che danno buone parole e tristi fatti, promettono la Chiesa libera, e la incatenano; aveva i mangiapaltona, e sono i vili e i dappoco; aveva gli eroi d'Omero, i mangiagrano, i mangiaporro, i mangiaprosciutto. Oggidì ha anche i mangiapopoli, i mangiafinanze, i mangiastradeferrate e i mangiaitalie.


Il primo scandalo toscopadano: le ferrovie meridionali di Zenone di Elea




















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