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Trasmetto  il terzo numero mensile de "La biblioteca del Tradizionalista".

Francesco Maurizio Di Giovine

RASSEGNA BIBLIOGRAFICA MENSILE

CURATA DAL COMITATO PROMOTORE DEGLI

INCONTRI TRADIZIONALISTI DI CIVITELLA DEL TRONTO

(se vuoi, scarica l'articolo in formato PDF)

n. 3 marzo 2014

Da qualche anno i convegni dottrinali che occupano la parte centrale degli Incontri Tradizionalisti di Civitella del Tronto si concludono con la presentazione di alcuni volumi, selezionati, che vengono raccomandati ai convegnisti. Il successo dell’iniziativa ha indotto il Comitato Promotore degli Incontri tradizionalisti di Civitella del Tronto ad istituzionalizzare l’appuntamento con l’edizione elettronica di una rassegna bibliografica a cadenza mensile, per recensire volumi che si inseriscono nel pensiero cattolico antiliberale e tradizionalista.

Il successo incontrato dal primo numero della rassegna bibliografica ci spinge a dedicare ulteriori sforzi all’iniziativa ed allo scopo, nel ringraziare quanti ci hanno scritto ed incoraggiato, chiediamo a chi legge di diffondere tra gli amici il foglio elettronico o di inviarci indirizzi di persone interessate a riceverlo.

0019/2014 Vittorio Ricci, LA MONARCHIA CATTOLICA NEL GOVERNO DEGLI STATI ITALIANI. Francesco Ciolfi Tipografo - Editore, Cassino, 2011, in -8° grande, pagg. 526, €.35,00 

Vittorio Ricci, profondo studioso della Monarchia ispanica e del suo ruolo negli Stati della penisola italiana, affronta in questo poderoso volume il ruolo dei fratelli Luis de Requesens e Juan de Zunica, cavalieri di Santiago al servizio della Monarchia cattolica e di Filippo II. Lo scenario del documentato studio è così sintetizzato in quarta di copertina da Rita Ricci: “In un oscuro borgo dello Stato della Chiesa si ritrovano i segni della gloriosa stagione della Spagna imperiale: un blasone con il “Palato d’Aragona”, un raffinato politico di scuola vasariana, i nomi di fedeli servitori della Corona, Verdugo, Herrera, Girgos, Avila, Olivares, Munez, Requesens, Zuniga.

Seguendo le tracce di questi ultimi due, fratelli e cavalieri di San Giacomo “il Maggiore”, si ripercorrono i principali eventi della Monarchia degli Asburgo di Spagna: il conflitto con la Francia, la repressione degli ultimi Mori, la guerra con il Grande Turco e la battaglia di Lepanto, le dispute giurisdizionali con il Papato e lo scontro con Carlo Borromeo, la tragica guerra di Fiandra. “Gli aspetti affascinanti della personalità dei due nobili spagnoli emergono dalla lettura delle lettere all’interno del libro che lasciano trapelare quelli che sono i loro sentimenti patrii, ma anche quelli più intimamente familiari, regalando in tal modo momenti di intensa commozione. Fedele nella ricostruzione dei fatti, la narrazione è scorrevole e analitica nelle descrizioni che, pur mantenendo un carattere oggettivo, offrono al lettore l’ipotesi di una bellezza storica visibile e nel contempo palpitante di vita”.

n. 3 marzo 2014

 I due nobili fratelli, protagonisti della ricostruzione storica, emergono come i protagonisti di impegnative imprese militari e politiche, fra le quali è da segnalare la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571). Secondo la ricostruzione di Vittorio Ricci, Luis de Requesens è “il grande dimenticato di Lepanto” perché fu il vero eroe della imponente ed epocale battaglia navale. E Juan de Zuniga fu, nella realtà degli avvenimenti storici uno dei principali artefici di quella lega Santa che di Lepanto fu l’antefatto e la cornice politica.

L’autore, attraverso la ricostruzione dell’attività politica e diplomatica dei due straordinari personaggi, ricostruisce il funzionamento della monarchia spagnola ed i suoi meccanismi intorno alla metà del XVI secolo. E’ un sasso lanciato nella palude della storiografia di stampo illuminista prima e nazionalista poi che ha descritto a fosche tinte la monarchia cattolica delle Spagne fondata sulla missione federativa e missionaria.

I due fratelli Zuniga e Requesens ressero l’importante ambasciata di Spagna presso la Santa Sede per diversi lustri (1563 — 1579) ed in via continuativa in un periodo di gravi tensioni internazionali.

Pagina dopo pagina, l’autore ricostruisce la politica della corona delle Spagne in Italia, nella Cristianità, nel Mediterraneo.

Requesens fu un intransigente governatore del Ducato di Milano e poi passò nei Paesi Bassi spagnoli, dove ricoprì il ruolo di governatore, in sostituzione del duca d’Alba, con un’azione di governo all’insegna di una grande pietà. Contemporaneamente il fratello minore Zuniga è viceré a Napoli per poi tornare in Spagna dove assumerà il ruolo di consigliere e precettore del futuro Filippo II.

Ecco quanto scrive l’autore introducendo la ricerca: “L’approfondimento biografico dei fratelli Zuniga e Requesens ci ha permesso di ricostruire i maggiori avvenimenti del ‘500, nonché di presentare tutta una serie di figure, non solo spagnole, ma anche italiane, francesi, fiamminghe, ecc., che rappresentano una delle più interessanti generazioni di cortigiani: quella rinascimentale, che costituì una classe aristocratica colta e raffinata, nata e formatasi sotto Carlo V ed affermatasi poi nel regno di Filippo II, come élite di governo.

Questa aristocrazia fece dell’assunzione della cultura letteraria un elemento fondamentale e distintivo dei suoi valori e delle sue qualità, in maniera tale che “el conocimiento de las letras se habìa convertido en una de las prendas imprescindibles de la gentilesca”, per poter riaffermare così la propria supremazia sugli intellettuali ed i letterati al momento di accedere a responsabilità di governo.

Tale processo, iniziato alla fine del Basso Medioevo, cominciò a diffondersi a partire dal XVI secolo, quando tra la nobiltà divenne uso e costume inviare i figli secondogeniti presso istituzioni culturali come università o collegi superiori, mentre ai primogeniti toccava di seguire nell’ambito familiare, sotto la stretta e severa vigilanza di selezionati precettori e maestri di lettere, le linee guida sull’educazione del cavaliere cristiano fissate da illustri umanisti e pedagoghi.

Ciò permise ad alcuni giovani ereditieri, appartenenti alle principali case nobiliari, di entrare al servizio dei membri della famiglia reale (in particolare dei principi in età infantile), con la corte che divenne luogo prediletto di formazione per gli imberbi cavalieri.

Questo fu ancora il caso dei fratelli Zuniga y Requesens, i quali, figli di Juan de Zuniga Avellaneda y Velasco, l’aspro e fedele precettore di Filippo II, vissero la loro infanzia e gran parte della giovinezza nella corte imperiale di Carlo V, al cospetto dei dotti maestri degli infanti di Spagna, da cui furono istruiti non solo nel campo delle armi, ma soprattutto in quello delle lettere e dell’arte del ben parlare e scrivere in forma corretta ed elegante.

Per di più, i due giovani cavalieri stando a corte ebbero modo di approfondire la dottrina cristiana, ma anche discipline quali la storia, la filosofia naturale e morale, la teologia, la matematica, la geografia, l’astronomia, la cosmografia, l’architettura, la danza e la musica.

n. 3 marzo 2014

 E’ in questo periodo che nacquero le grandi biblioteche private e gli archivi delle grandi famiglie nobiliari, a immagine di quanto faceva il sovrano spagnolo, e si sviluppò un forte interesse verso le collezioni d’arte, in particolare quelle pittoriche.

In sintesi, ripercorrendo le tappe della vita dei fratelli Zuniga y Requesens, è stato possibile riprodurre un “spaccato” di quella aristocrazia elegante, venusta, dotata di una certa educazione intellettuale, che, nonostante l’Inquisizione e l’Assolutismo, si trasformò in protettrice delle arti e delle lettere e si rese protagonista della storia del tempo”.

Emergono, perciò, figure veramente eccezionali di personaggi minori, conosciuti ai più ed apprezzati solo da qualche addetto ai lavori e comunque in ambiti ristretti. Ciò ha indotto, intelligentemente, l’autore a riportare in appendice all’opera una sorta di dizionario biografico dove, sinteticamente, ma con estremo rigore, compaiono capitolo per capitolo i profili di centinaia di uomini e donne legati alle vicende narrate nel volume.

L’apparato delle fonti bibliografiche manoscritte e a stampa, ricco ed ampio, offre l’opportunità di poter approfondire alcune tematiche diversamente esposte nel volume. Infine, il necessario indice dei nomi chiude degnamente l’opera.

0020/2014 L’ALTRO CRINALE. LA BATTAGLIA DI SOLFERINO E SAN MARTINO LETTA DAL VERSANTE AUSTRIACO. A cura di Costantino Cipolla e Pia Dusi. Franco Angeli, Milano, 2009, in 8°, pagg. 637, €. 33,50 

Un volume veramente singolare sulla battaglia di Solferino e San Martino del giugno 1859 letta dal versante austriaco. L’immagine della prima di copertina ne è l’espressione felice. Essa inquadra un episodio avvenuto il 24 giugno 1859 presso Guidizzolo dove il sergente Philipp Haselsteiner “impedisce ad un reparto francese di avanzare”. L’illustrazione è tratta dal libro dedicato al “K.u.K. Infanterieregiment Freiherr von Hess n. 49, 1715 — 1909”. L’illustrazione riproduce fedelmente l’aspetto del fante in quel periodo della campagna, con una eccezionale particolarità uniformologica che solo un testimone oculare poteva cogliere. I militari indossano calzoni aderenti ungheresi atipici per un reggimento di leva prettamente austriaco che vestiva i pantaloni alla tedesca, come chiaramente appare in un’altra immagine raffigurante il reggimento a Solferino. La cosa è spiegabile. Al reggimento n. 49 era riservato un autonomo circondario ausiliario di reclutamento a Oedenburg, in Ungheria, dove avveniva la vestizione con il corredo proveniente dal deposito di abbigliamento militare di Alt — Ofen.

L’opera fa parte di una più ampia ricerca articolata in 4 volumi, tutti dedicati alla Battaglia di Solferino e di San Martino. La battaglia, nella ricerca complessiva è studiata dal punto di vista austriaco, da quello francese e da quello italiano. Ma ciò non è oggetto del corrente argomento. In questa sede esaminiamo il volume che prende in esame il punto di vista austriaco.

Il professor Costantino Cipolla, nell’introduzione, inquadra la situazione dell’Austria alla vigilia della guerra del 1859 in questi termini: “Francesco Giuseppe aveva cercato di accattivarsi le simpatie degli italiani del Nord con varie mosse ad effetto, amnistie, viaggi e favorendo la nomina di suo fratello Massimiliano a governatore del Regno. Le riforme, però, non si videro e le cose continuarono ad andare come prima, anzi peggio di prima, se non altro per questioni internazionali. Infatti, mentre il piccolo Piemonte aveva tratto il massimo profitto dalla guerra di Crimea, l’impero asburgico, stando alla finestra, si era alla fine alienato le simpatie della Russia, che,  nelle vicende ungheresi di qualche anno prima, gli era stata così utile e così “fedele”. 

n. 3 marzo 2014

L’Austria feìix di settecentesca memoria non c’era più, ma non c’era più neppure l’Austria, forse al massimo del suo potere, dell’inizio degli anni ’50, quando, oltretutto, con l” umiliazione” di Olmuntz aveva costretto la Prussia a sottomettersi di fatto alla sua egemonia sulla Confederazione Germanica. Un decennio di neo — assolutismo o di restaurazione aveva, di fatto, peggiorato le cose, creando grossi problemi di bilancio nelle casse dell’impero ed incidendo sulla stessa efficienza dell’esercito, seppur sempre tenuta nella massima considerazione, ma nel contempo presentando sul palcoscenico internazionale un’Austria chiusa in se stessa ed incapace di ogni prospettiva vagamente liberale”.

Veniamo ora ai documenti austriaci, tradotti in lingua italiana, che riempiono il volume per centinaia di pagine.

E’ un viaggio attraverso il punto di vista austriaco sulla battaglia, sugli errori commessi dagli austriaci, sui problemi tra le nazionalità che emergevano prepotentemente in misura direttamente proporzionale al rafforzamento del partito liberale nel parlamento di Vienna.

Si parte con la Relazione Ufficiale Austriaca sulla battaglia di Solferino e San Martino. Essa è analizzata sotto molteplici aspetti: si parte con una lettura critica da parte italiana e con una replica dal punto di vista austriaco. Si passa alla descrizione di come fu utilizzata la Relazione Ufficiale Austriaca nel centenario della battaglia e poi in alcuni libri storici più recenti.

E’ la volta dei fondi dell’Archivio di Stato Austriaco sulla battaglia. Seguono i memoriali dei vari generali austriaci. Da quello del generale Ramming a quello del feldmaresciallo Wimpffen, per finire con altri contributi al dibattito austriaco sulla battaglia.

Un aspetto interessante è quello relativo agli echi della guerra del 1859 come fu visto dalla stampa austriaca nel giugno 1859.

Il volume mette la lente di ingrandimento sulla figura del generale Ludwig Ritter von Benedek (1804 — 1881).

Come è noto, Benedek fu l’unico comandante di corpo della guerra del 1859 ad aver avuto successo, ed era considerato il generale più capace di tutto l’esercito austriaco.

Fa seguito un interessante studio sulle Reclute italiane nell’armata austriaca, partendo dalla Restaurazione per giungere al 1859. Un ultimo saggio, prima di passare alla nutrita serie di documenti riportati, è dedicato a “Solferino e le sue conseguenze. Un’analisi dell’efficienza delle armi nella campagna militare del 1859 e delle sue ripercussioni sul loro sviluppo successivo delle armi”.

Quest’ultimo saggio parla dell’armamento utilizzato nella battaglia di San Martino dai vari eserciti coinvolti nel conflitto. Di qui l’autore (Franz Felberbancr) parte per prendere in considerazione la situazione politica in Francia ed in Austria dopo Solferino; passa poi a successive considerazioni dopo la battaglia di Sadowa del 1866 e chiude il capitolo con Sedan (1870). Questa battaglia rappresenta l’ultimo spartiacque tra la guerra tradizionale del corpo a corpo, viso a viso, del nemico guardato negli occhi, e la guerra moderna, con gli stermini di massa.

Ecco in sintesi l’opinione del citato autore sull’argomento: “L’efficacia delle singole armi durante questa guerra può essere giudicata anche sulla base delle cifre delle perdite, divenute note. Nei lazzaretti di Metz, i medici francesi constatarono che solo il 2% dei feriti mostrava segni di sciabolate o di ferite da taglio causate dalla baionetta; circa il 30% era stato colpito dai proiettili di piombo della fanteria. La maggior parte delle ferite, circa il 68%, erano state causate da frammenti di granata.

Lo sviluppo della tecnica d’armi iniziato a Solferino proseguì, inarrestabile, nei decenni successivi, e l’aumento delle perdite così avviato raggiunse il suo tragico culmine nella prima e nella seconda guerra mondiale”.

n. 3 marzo 2014

La serie dei documenti si apre con la traduzione in lingua italiana della Relazione Ufficiale Austriaca. Der Krieg in Italien — 1859 (La guerra in Italia del 1859) fu scritta negli anni 1872, 1874, 1876 dall’Ufficio di storia militare  dello Stato Maggiore austriaco, dopo più di dieci anni dagli avvenimenti, sulla base di documenti autentici. Della lunga trattazione attorno alla seconda guerra d’indipendenza in Italia da parte austriaca si è tradotto in italiano oltre agli indici dei tre volumi, il racconto degli scontri del 24 giugno 1859, vale a dire della battaglia di Solferino e San Martino e l’allegato VIII relativo alle truppe austriache schierate il 24 giugno 1859.

Seguono vari studi di carattere politico-militare. Li elenchiamo al solo scopo di mettere in evidenza l’eccellente livello metodologico del mondo militare germanico.

Anno 1859: 1. La crisi italiana risolvibile solo con una chiara conoscenza delle sue vere cause; 2. Studio della campagna del 1859 in Italia da parte di un ufficiale della Germania meridionale; 3. Teatro di guerra illustrato; 4.

La politica prussiana e la guerra in Italia del 1859; 5. Lettera del duca di Wurttemberg sulla battaglia del 24 giugno 1859; 6. La Prussia e la pace di Villafranca. Un contributo alla storia tedesca più recente; 7. Diario dal teatro di guerra. Dal quartier generale.

Anno 1860: 1. La campagna in Italia del 1859 comandata dall’imperatore Napoleone III per l’armata italiana, tradotta dal francese da J. Seybt; 2. Fatti della campagna militare italiana, 1859; 3. La guerra in Italia nel 1859, secondo l’”Edimburgh Review”; 4. Considerazioni militari su alcune esperienze nell’ultima campagna e su certe considerazioni delle armate tedesche. Dedicato ai capi delle truppe tedesche e ai membri delle camere corporative tedesche; 5. Considerazioni sugli avvenimenti più recenti in Italia con riferimento al futuro dell’Austria! Anno 1861: Replica all’opera stampata in manoscritto: Un contributo alla descrizione della battaglia di Solferino del fml. Barone Ramming, riguardante le prestazioni della divisione di cavalleria del fml conte Mensdorff.

Anno 1862: 1. La campagna militare in Italia del 1859. Allegato al “Settimanale militare” redatto dalla sezione storica dello stato maggiore per il III e il IV trimestre del 1861 e il 1° trimestre del 1862; 2. Riflessioni sugli eserciti francese e austriaco e sulle rispettive strategie militari nella campagna militare del 1859. Di un ufficiale di fanteria.

Anno 1863: Allori, raccolti dai soldati dell’esercito imperiale austriaco nella campagna del 1859, secondo fonti ufficiali.

Anno 1864: Ricordi della campagna militare italiana del 1859.

Anno 1867: La campagna in Italia del 1859.

Anno 1888: Da Montebello a Solferino.

Anno 1890: Diario della campagna in Italia del 1859.

Anno 1894: La guerra in Italia del 1859, secondo fonti ufficiali non analizzate ufficialmente.

Anno 1897: Isolamento e fiancheggiamento.

Anno 1901: La campagna del 1859 in Italia, stampata come manoscritto per uso esclusivo dell’imperial regia scuola militare.

Anno 1902: La campagna in Italia del 1859 e Napoleone III come comandante dell’esercito.

Anno 1903: La campagna del 1859 in Italia.

Anno 1904: 1. Ludwig Von Benedek; 2. Il corpo di Benedek a San Martino dal diario del fml. Von Berger.

Anno 1908: 1. Esperienze di un corrispondente di guerra degli anni 1859, 1866 e 1870; 2. Nei luoghi storici.

Note di viaggio dall’Italia settentrionale.

Anno 1909: Note a margine dell’arciduca Alberto sulla battaglia di Solferino, comunicate dal fml. E.v.K.

Anno 1913: Relazioni e lettere di comandanti e di partecipanti alle guerre d’indipendenza italiane dal 1848 al 1866.

Anno 1939: Apparato medico della battaglia di San Martino.

Anno 1964: Guida attraverso i monumenti di Solferino e San Martino.

n. 3 marzo 2014

 Gli interventi elencati, proposti in anni che si allontanavano di molto dal fatale 1859 mettono in evidenza il ruolo psicologico che giocò la battaglia di San Martino e Solferino nella psicologia militare austriaca. Molte relazioni nacquero in polemica con quelle sino ad allora pubblicate. Ma non possiamo addentrarci nella vis polemica per ragioni che ci porterebbero lontano dai limiti che ci siamo imposti. Per chi è interessato alla storia del processo di unificazione della penisola italiana, la conoscenza di quest’opera assume un valore imprescindibile.

Concludiamo col segnalare l’accuratezza della bibliografia. Essa è divisa in tre sezioni. Prima sezione: bibliografia specializzata in lingua tedesca. Segue l’elenco dei giornali e periodici consultati in lingua italiana. Seconda sezione: bibliografia di riferimento. Segue l’elenco dei giornali e periodici consultati in altre lingue. Terza sezione: fonti archivistiche in lingua tedesca. Fondi dell’Archivio Militare, Fondi dell’Archivio di Stato.

E’ quindi la volta di un indice dei nomi realizzato con accuratezza.

L’opera termina con una succinta ma esauriente nota sui curatori del volume.

Ed ora una riflessione conclusiva. Al di là dei singoli atti di eroismo, compiuti da tutte le parti belligeranti, quell’esperienza diede luogo a miglioramenti apportati nella sorte dei feriti e dei malati presso gli eserciti in campo. A conclusione di questo lungo viaggio attraverso la campagna del 1859, proponiamo alcuni periodi tratti da un lungo articolo sull’organizzazione sanitaria militare nella battaglia di Solferino.

“La campagna del 1859 e la battaglia di Solferino hanno avuto inoltre come conseguenza un secondo miglioramento nell’ambito sanitario militare: la sistematica ripartizione dei malati, vale a dire, lo spostamento pianificato nelle retrovie di tutti i malati e feriti, la cui guarigione non era pensabile in breve tempo, e la loro sistemazione negli ospedali all’interno, lontano dal fronte. E’ imperituro merito dell’allora maggiore medico Dr.

Felix (successivamente Ritter von) Kraus, referente sanitario della III armata di stanza in Ungheria, aver creato il sistema di ripartizione dei malati. Egli si era occupato della questione e di tentativi pratici già in occasione della mobilitazione del 1854. Il 20 giugno 1859 egli ricevette dal comando supremo d’armata l’incarico di organizzare lo spostamento dei malati dal teatro di guerra italiano. Prima di tutto si trattò di allontanare i malati e i feriti ammassati a Verona e intorno a Verona. Per questo erano a disposizione due linee ferroviarie: una attraverso Trento e Bolzano per Innsbruck, l’altra attraverso Padova — Udine — Nabresina — Laibach — Graz per Vienna.

Entrambe le linee erano però interrotte. All’epoca non erano completate né la tratta del Brennero né la tratta del Semmering. Per giunta sulla seconda linea citata esisteva un vuoto tra Casarsa e Nabresina (75 Km). La tratta tirolese fu utilizzabile per motivi strategici solo dopo la pace preliminare di Villafranca (11 luglio 1859). A partire da questo momento divenne percorribile anche la via del mare Venezia — Trieste.

Con l’aiuto dell’assistenza sanitaria volontaria — in testa vi era l’Associazione Patriottica Austriaca di soccorso, creata per tutta la durata della guerra — nel giro di 14 giorni si riuscì ad approntare in tutti i paesi della monarchia alloggiamenti e luoghi di cura per più di 50.000 malati e feriti. A questa ripartizione dei malati si dovette senza dubbio che presso gli austriaci fossero registrati migliori successi curativi che nelle precedenti campagne e che per i feriti trasferiti non si verificasse la temuta cancrena da ospedale, mentre questa mieté numerose vittime tra gli austriaci prigionieri, gli italiani, i francesi, feriti, ricoverati in gran numero a Milano, Brescia, Vercelli e Torino.

“A Felix Kraus, l’austriaco”, così scrive il maggiore dello stato maggiore prussiano Emil Knorr, “in qualità di antesignano di successo nel campo dell’igiene per la cura degli eserciti combattenti, spetta un posto d’onore nella storia militare accanto ai prussiani Goerche e Richter”.

Cos’ la campagna del 1859 con la battaglia risolutiva di Solferino è diventata punto di avvio di benefici miglioramenti nel settore sanitario militare di tutti i popoli”.

n. 3 marzo 2014

 0021/2014 Roberto Coaloa. CARLO D’ASBURGO L’ULTIMO IMPERATORE. Il Canneto editore, Genova, 2012, in - 8°, pag. 316, €. 18,00 

Le vie del Signore dono infinite! Uno storico piemontese, Roberto Coaloa, docente universitario, giornalista ed autore di vari saggi storici sul Risorgimento, rende giustizia verso la memoria del beato Carlo I d’Asburgo, ultimo imperatore d’Austria-Ungheria.

Il Piemonte, per le ragioni più diverse, negli ultimi decenni di vita della monarchia danubiana fu perennemente in guerra con quest’ultima. Stupisce, perciò, leggere pagine piene di rigore scientifico e di ricerca scrupolosa ed approfondita sull’imperatore Carlo I. Onore l merito! Fatta la doverosa premessa, diciamo di carattere emozionale, entriamo nel vivo dell’opera attraverso le righe dell’aletta di copertina(la prima) ove leggiamo: “A cento anni dalla Grande Guerra e a novant’anni dalla morte di Carlo d’Asburgo, ultimo imperatore dell’Austria-Ungheria, Roberto Coaloa propone il punto di vista sul primo conflitto mondiale del nemico storico dell’unità italiana: l’impero austro-ungarico.

Con l’ausilio di molti documenti inediti e testimonianze dei familiari dell’Asburgo diventato - nel 2004 — beato della Chiesa Cattolica, lo studioso ribalta l’opinione diffusa tra gli storici che la fine della monarchia asburgica fosse dovuta soprattutto all’inettitudine del suo ultimo sovrano e alle ostilità che opponevano i diversi popoli dell’impero.

Senza l’intervento dei paesi vincitori della Grande guerra, decisi a cancellare l’Austria — Ungheria dalle carte d’Europa, la corte di Vienna sarebbe probabilmente rimasta al potere. E con un imperatore che, contrariamente all’immagine che ne diede la potentissima propaganda dei paesi vincitori della prima guerra mondiale, era dotato di grandi qualità”.

La prefazione porta l’autorevole firma del nipote dell’Imperatore, Martino d’Austria — Este. In essa, l’arciduca tratteggia attraverso poche parole il profilo del su augusto nonno in termini lapidari: “Si scopre la straordinaria personalità etico — politica, fuori dalle ideologie, dell’ultimo imperatore mostrandolo come uomo intelligente, moderno, lungimirante, dalle idee chiare, corretto, lontano da ogni machiavellismo e profondamente legato alla fede”.

L’opera vera e propria si apre con una cronologia riguardante la vita dell’ultimo imperatore e gli eventi principali della casa d’Austria. Si susseguono quattro pagine ricche di date e avvenimenti estremamente utili alla comprensione dello scenario lungo il quale si muovono l’Imperatore Carlo I e la sua famiglia. Una lunga introduzione dell’autore (da pag. 17 a pag. 45) serve da premessa ai successivi capitoli. “Questa è una biografia talmente ricca che quasi mi vergogno — scrive l’autore — di accrescerne l’estensione con una introduzione.

Tuttavia, l’originalità di Carlo d’Asburgo (1887 — 1922), ultimo imperatore dell’Austria — Ungheria, unita alla curiosità, al gusto per il singolare e al principio di comprensione che ha caratterizzato la ricerca storica, richiedono alcune precisazioni”. E le precisazioni soddisfano l’attento lettore.

Il primo capitolo è circoscritto all’antefatto con i seguenti argomenti: da Mayerling a Sarajevo. L’ultimo imperatore dell’Austria — Ungheria. La ricostruzione della genealogia di Carlo con le trame di una complessa storia familiare che lo porteranno a diventare l’ultimo imperatore danubiano.

La tragedia di Mayerling è sfiorata, ma l’autore, con grande abilità, getta più di un sospetto sulla convenzionale ricostruzione storiografica della morte di Rodolfo, principe ereditari. In una nota a piè di pagina racconta un inquietante quanto prezioso retroscena. Ecco il suo racconto: “A proposito dei dubbi sul suicidio, leggo alcune cose dal libro di Albert Petro sui servizi segreti dell’Austria — Ungheria. Interessante è il caso della spia Alfred Redl. Dopo aver scoperto il tradimento di Redl, quattro agenti lo affrontarono nel cuore della notte, quindi gli  diedero modo di porre rapidamente fine alla sua vita. Un primo dispaccio fu inviato alla cancelleria dell’imperatore, dicendo che “per cause sconosciute Redi si era tolto la vita”, quindi per “situazione psichica disturbata”. Di fatto però dopo pochi giorni la stampa venne a sapere tutto e pubblicò un dettagliato resoconto del finto suicidio. Albert Petho sottolinea che essendo l’impero asburgico uno stato di diritto, il corpo ufficiali i.r.non era disposto ad accettare un assassinio politico o voluto dai servizi segreti, nemmeno di una spia.

n. 3 marzo 2014

Figuriamoci un erede al trono. Il lavoro di Petho è uno studio scientifico delle attività dei servizi segreti dell’Austria — Ungheria prima e durante la Grande guerra. Elbert Petho, nato nel 1956 da una famiglia della vecchia aristocrazia militare austriaca, storico e pubblicista, vive a Vienna. Si occupa da molti anni di storia militare e di servizi segreti in particolare. Il libro è frutto di anni di ricerche in archivi austriaci, ungheresi, russi e italiani. (Cfr. A. Petrho, Agenten fur den Doppeladkr. Osterreich — Ungarns Geheimer dienst im Weltkrieg. Leropold Stocker, Graz-Stuttgart, 1998)”. Per comprendere la nota (è la numero 6) appena riportata è bene riproporre il testa che le ha dato origine: “Durante la breve vita di Carlo d’Asburgo non mancarono altri colpi di scena e fatti avvolti da arcani segreti, come il mattrimonio di Francesco Ferdinando con Sophie (la vicenda è narrata dal bellissimo film di Max Ophuls, Da Mayerling a Sarayevo) e il suicidio di Alfred Redl, che divise Francesco Giuseppe e suo nipote Francesco Ferdinando, poiché si scoprì che l’imperatore aveva approvato la decisione del suo stato maggiore di indurre Redl a uccidersi anziché trascinarlo in un processo che avrebbe minato la fiducia nell’istituzione militare. Quest’ultimo episodio apre nuove interpretazioni sulla morte di Rodolfo: fu suicidio o assassinio politico?”. Sull’argomento avremo modo di tornare il prossimo mese con una specifica recensione.

Il capitolo prosegue con l’esame dell’educazione politica e spirituale dell’arciduca Carlo.

Il secondo capitolo è interamente dedicato all’imperatrice Zita, dal matrimonio agli otto figli, alla morte e alla sepoltura avvenuta a Vienna nel maggio del 1989 nella Cripta dei Cappuccini. Zita non rinunciò mai alle prerogative reali che costituivano la condizione inderogabile per il suo ritorno in Patria. E vinse la partita. Nel 1982, il giorno del suo compleanno, un decreto della repubblica austriaca le aprì unilateralmente le frontiere. Il 13 novembre 1982 l’imperatrice fece il suo ingresso in Vienna accolta da oltre ventimila persone. Vi rientrò per l’ultima volta da defunta ed il cerimoniale imperiale accolse solennemente l’ultima imperatrice d’Austria.

Il terzo capitolo affronta il ruolo dell’imperatore Carlo nella Grande Guerra. L’autore mette in risalto il ruolo dell’imperatore a favore della pace con manovre diplomatiche alle quali non furono estranei i fratelli della moglie Zita. Carlo tentò di fermare la carneficina seguendo il dettato del Sommo Pontefice.

Nel quarto capitolo, l’autore affronta la storia del 1918, anno in cui scompare dalle carte geografiche d’Europa l’Impero. In questo capitolo vi sono pagine di partecipata commozione agli ultimi giorni di vita a corte della famigli imperiale. E’ descritta la partenza per l’esilio ed i suoi primi tentativi per salvare quel che si poteva ancora salvare dell’impero.

Il quinto capitolo affronta l’azione di Carlo I nel primo tentativo di restaurazione monarchica in Ungheria. Ciò avvenne il giorno di Pasqua del 1921, il 27 marzo. Carlo è in Ungheria e chiede all’ammiraglio Horty di consegnargli il potere. Il tradimento di quest’ultimo fu fatale a Carlo e all’Ungheria. In questo capitolo non manca un accenno a come la stampa italiana commentò il primo tentativo di restaurazione monarchica in Ungheria. La stampa nazionalista e quella socialista agirono sotto l’influenza di quella francese. E non mancarono attacchi all’imperatrice Zita.

Il sesto capitolo affronta la storia del secondo tentativo di restaurazione, sempre a Budapest, questa volta raggiunta con un aereo. L’aereo decolla con i due sovrani a bordo. Zita e Carlo fecero questo volo nell’intento di alleviare le triasti condizioni in cui erano caduti i popoli sui quali avevano regnato, sia pure per poco tempo. Non dimentichiamo che l’Austria era alla bancarotta. Carlo tornò in Ungheria anche per tener fede alla promessa fatta  agli Ungheresi dopo il fallimento della prima restaurazione. Carlo salutando gli Ungheresi aveva detto “arrivederci e perciò era ritornato. La presenza dell’imperatore infiammò i legittimisti ungheresi, ma ancora una volta trovò sulla sua strada, di traverso, l’ammiraglio Horty. Nell’ottobre del 1921 Carlo è costretto a capitolare.Intervennero le grandi potenze e costrinsero Carlo ad un duro esilio.

n. 3 marzo 2014

L’ultimo capitolo tratta della fine dell’imperatore e della sua permanenza a Madera. In questo capitolo l’autore si supera. Dimostrando grande conoscenza dei fatti storici legati alla casa d’Asburgo racconta gli ultimi momenti dell’imperatore Carlo a Madera accostandolo a quello dell’Imperatore Carlo V nel monastero di Yuste. E’ un accostamento ben riuscito ed effettivamente realistico perché vide morire i due imperatori della casa imperiale asburgica nello stesso, identico, modo. Questo il racconto di Roberto Coaloa: “Nelle mani ha un crocifisso e sul petto il Toson d’oro. Morì riecheggiando gli ultimi moment di Carlo V e Filippo II, guardando dal letto attraverso una porta aperta la messa che veniva celebrata nella sala adiacente. E come Carlo V, nel monastero di Yuste, egli chiese i sacramenti una seconda volta prima di morire, e forse per lo stesso motivo”. Carlo fu sepolto a Funchal nella chiesa di Nostra Signora del Monte dove ancora oggi riposa. Il suo cuore fu prelevato, riposto in una urna e conservato dall’imperatrice Zita. Esso trovò definitiva collocazione nel convento di Muri, in Svizzera dove sono sepolti i primi membri della famiglia d’Asburgo. Nel 1972 la tomba di Carlo fu aperta per una ricognizione, alla presenza dei figli Otto, Rodolfo e Calo Ludovico. In quell’occasione i presenti constatarono che il suo corpo era incorrotto.

Il saggi osi chiude con alcune pagine di memoria personale e di ringraziamenti. Sono riflessioni personali dell’autore sui suoi maestri, sui suoi scritti di carattere storico, sugli incontri avvenuti nel corso della stesura del saggio. Interessante la figura del sesto figlio dell’imperatore Carlo, l’arciduca Rodolfo d’Austria, morto a Bruxelles il 5 maggio 1910. Ci congediamo dagli attenti lettori riproponendo questa bella pagina di Roberto Coaloa su Rodolfo: “L’arciduca Rodolfo d’Austria, morto il 15 maggio 2010 a Bruxelles, era il sesto figlio di Carlo e Zita. Il funerale dell’arciduca Rodolfo è stato celebrato sabato 29 maggio 2010, nella chiesa di Notre- Dame-du-Sablon a Bruxelles. Venerdì 4 giugno 2020, in forma privata, la salma ha trovato la sua ultima dimora nell’abbazia di Muri in Svizzera, dove la famiglia imperiale in esilio (durante il Novecento) ha fatto la sua “Saint- Denis” e dove si conservano i cuori dell’imperatore Carlo e dell’imperatrice Zita. L’arciduca Rodolfo, nato a Prangins il 5 settembre 1919, fu il primo Asburgo nato in Svizzera dopo secoli.

E’ ricco di memorie il nome completo dell’arciduca: “Rudolf Syringus Peter Karl Franz Joseph Robert Otto Antonius Maria Pius Benedikt Ignatius Laurentinus Justiniani Marcus d’Aviano”. Rudolf è un omaggio al fondatore della dinastia imperiale. Syringus è invece il nome di un beato svizzero, venerato nel cantone in cui nacque l’arciduca. Il nome è anche quello del sovrano più enigmatico del rinascimento europeo, l’imperatore Rodolfo II (1576 — 1612), protagonista dei fasti di Praga imperiale, arricchita di conoscenze e testimonianze nel campo dell’arte, della scienza e dell’alchimia. Rodolfo si chiamava il figlio di Francesco Giuseppe, l’erede al trono morto a Mayerling.

Come ebbe modo di spiegare il barone Karl Werkmann von Hohensalzburg, segretario politico dell’imperatore, quando nacque Rodolfo si presentò un problema di carattere giuridico. Prima che l’Austria e l’Ungheria firmassero il trattato di pace, era rimasta sospesa la questione sull’imposizione delle tasse, che fu più tardi fu sciolta in senso affermativo. Il 5 settembre 1919 a Prangins, quando nacque Rodolfo, l’ufficio di stato civile propose di immatricolarlo con un nome che non poteva essere accettato. Si cadde ancora una volta nell’errore di chiamare la casa sovrana d’Austria — Ungheria con il nome di casa Asburgo — Lorena. 

n. 3 marzo 2014

Ora, afferma Werkmann, “il nome di famiglia secondo il diritto di stato è precisamente “Casa (anche casa arciducale) d’Austria. Domus Austriaca”. Anche negli articoli della legge del 17 luglio 1922 che regola la successione al trono d’Ungheria, la  famiglia dinastica fu sempre indicata come la “Serenissima Casa d’Austria”. L’ufficio di stato civile, infine, si dichiarò pronto ad aggiungere il nome “Austria”, perciò l’arciduca Rodolfo fu notificato come figlio dell’imperatore e re della “ex Monarchia austro — ungarica”, sebbene il trattato di pace di Saint Germain fosse stato firmato soltanto il 10 settembre 1919 e ratificato assai più tardi, e quello del Trianon non fosse ancora progettato”.

0022/2014 Francesco Maurizio Di Giovine. LA DINASTIA BORBONICA. La vita politica e amministrativa nel Regno delle Due Sicilie (1734 - 1861). Ripostes, Battipaglia, 2011, in 8°, pag.213, €. 16

Il saggio prende in esame la storia di quel ramo della grande famiglia Borbone che lasciò la Spagna nei primi decenni del XVIII secolo per giungere nella penisola italiana. Si fermò a Parma e poi scese al sud dando origine a due distinti filoni dinastici: i Borbone due Sicilie ed i Borbone Parma. Successivamente Carlo, il primo sovrano di questa nuova dinastia che regno su Napoli indipendente tornò in Spagna ed anche qui diede origine al nuovo ramo dinastico da cui oggi discendono tutti i Borbone viventi: quelli che ebbero per comune madre una Farnese.

L’autore ha diviso l’opera in sette capitoli: Carlo di Borbone e la rifondazione della Monarchia (Cap. I); Ferdinando IV. La minore età del re. La monarchia napolitana tra illuminismo ed assolutismo (1759 — 1800 (Cap.

II)); La rifondazione dello Stato. Il Congresso di Vienna ed il nuovo ordinamento napoletano. Ferdinando I delle Due Sicilie (1815 — 1825) (Cap. III); . Francesco I ed il regno ponte (1825 — 1830) (Cap. IV); Ferdinando II (1830 — 1859) (Cap. V); Francesco II e la fine dell’indipendenza nazionale (1859 — 1861) (Cap. VI); La catarsi del regno (Cap. VII). La bibliografia utilizzata per la stesura ed saggio ed un accurato indice dei nomi concludono il volume.

Storiograficamente parlando, i Borbone della Due Sicilie sono stati esaminati con forti pregiudizi, riconducibili al fatto di essere usciti sconfitti dallo scontro con la rivoluzione risorgimentale ed unitarista. Fatta eccezione per il primo re della dinastia, Carlo, il loro operato è stato sempre condannato dalla storiografia liberale ora per i fatti del 1799, ora per quelli del ’21 e poi per quelli del ’48.

Una accurata analisi storica, libera da questi condizionamenti, mancava. Di Giovine, riesamina avvenimenti e personaggi condannati dalla sbrigativa storiografia ed offre una nuova interpretazione. L’autore, tuttavia, non tesse le lodi della dinastia per il solo scopo di equilibrare i precedenti studi. La Dinastia è studiata attraverso le sue luci e le sue ombre. Gli errori di Ferdinando IV sono evidenziati così come sono descritti i suoi pregi. E’ in sintesi un’opera che si pone in antitesi con la storiografia rinvigorita da Benedetto Croce che vide la storia del Mezzogiorno d’Italia non come essa si svolse ma secondo le logiche del suo pensiero, immanentista, egheliano e, sostanzialmente, anticattolico.

E’ trascorso oltre un secolo e mezzo dalla caduta della monarchia borbonica. Eppure la sua memoria continua a registrare persone che non hanno dimenticato quel tempo e lo ricordano con rimpianto. L’autore porta una testimonianza sulla quale, dopo un primo momento in cui prevale il sorriso, è bene riflettere per poter affermare che nel secolo e mezzo trascorso da quel “maledetto Sessanta” come amava ripetere mia nonna, tanta gente del Sud ha conservato nel cuore un dolore struggente per i propri Re. Ecco la testimonianza. 

n. 3 marzo 2014

“Circa venti anni fa ero in vacanza a Montese, sull’Appennino modenese. Si stava svolgendo una festa di paese, con doveroso omaggio ai caduti del posto durante le varie guerre. Passeggiavo con mia moglie e le due prime figlie, al tempo  piccole, seguendo con curiosità i vari eventi. Terminate le celebrazioni ufficiali iniziò il momento conviviale al centro della piazza del paese. Per un motivo assolutamente casuale (anche se dovremmo sempre riflettere sulla cosiddetta “casualità”) un distinto signore, abbastanza avanti negli anni (classe 1911), si girò verso di me offrendomi un bicchiere di vino. Lo accettai e, poiché aveva il capo coperto dal cappello degli alpini, alzai il bicchiere alla salute di quel corpo. Era davanti a me un vecchio ufficiale degli alpini che aveva fatto la seconda guerra mondiale, compresa la disastrosa campagna di Grecia, di origine abruzzese che, andato ad insegnare a Montese dopo la guerra, era stato pensionato da direttore didattico ed era rimasto in paese. Si presentò: Berardino Giardetti. Vide che ero con due bambine e chiese i loro nomi. Margherita e Sofia. Al sentire quest’ultimo nome disse: “che bello. Sa che è il nome dell’ultima regina del mio antico Paese?”. Trasecolai.

Proprio a me, studioso e difensore della memoria storica delle Due Sicilie si raccontava chi era la regina Maria Sofia? Lascio all’immaginazione di chi legge quel che riuscimmo a dirci in quel mezzogiorno estivo. Il professore mi invitò a casa sua per il giorno seguente, anticipando che aveva in serbo per me una sorpresa. E lo fu perché quando lo incontrai mi regalò un libro che aveva scritto e pubblicato nel maggio del 1991. Il libro ha per titolo “Grandezza e miserie dellUnità d’Italia’ e porta in copertina, in una cornice tonda su uno sfondo rosso una foto di Francesco II in uniforme di capitano generale. Mi disse che quel libro rappresentava la meditazione di un vecchio insegnante di storia sul proprio paese. Poi il discorso cadde sul nostro incontro e sul cappello degli alpini. E mi disse: “Vede, quando io indosso questo copricapo, la mia mente non va più alla giovinezza, quando ero capitano e mi trovavo in guerra. No, la mia mente va a una vita che non ho mai avuto, ma la sento come se fosse reale. In quella vita io ero capitano dei cacciatori e in quel maledetto Sessanta combattevo per il Re” poi aggiunse “po’ Rre nuosto”. Aveva le lacrime agli occhi. Ero seduto, di scatto mi alzai e mi misi sugli attenti davanti al mio capitano..

.” 0023/2014 Charles Garnier. L’ASSEDIO DI GAETA. Tradotto in lingua napoletana. In appendice la cronaca de “Lo cuorpo de Napole e lo Sebbeto”. A cura di: G. Catenacci, F. M.Di Giovine, A. Sammartino, V. D’Amico e P. Irpino. D’Amico Editore, Nocera Superiore, 2014, in -8°, pagg. 143, €. 10 

L’assedio di Gaeta di Charles Garnier costituisce il primo reportage giornalistico dell’ultima difesa di Gaeta da parte Napoletana. Scritto da un legittimista francese che prese parte, dall’interno della piazzaforte, a quella guerra, esso è il testo più citato da tutti coloro che dal 1861 in poi hanno trattato le vicende conclusive della monarchia meridionale.

L’opera che qui recensiamo è la prima raccolta a stampa delle pagine che uscirono a puntate su Lu Trovatore, tra il novembre 1867 e l’agosto dell’anno successivo riproponendo in lingua napoletana il saggio del Garnier, tradotto da un non meglio e mai identificato don Saverio. Ad esse fa seguito la cronaca dello stesso avvenimento storico che fu fatta, sempre in lingua napoletana, da un altro giornale: “Lo Cuorpo de Napole e lo Sebbeto”.

Il volume appena edito è una pubblicazione fatta all’insegna del rigore grafico, utilizzando buoni caratteri per facilitare la comprensione della lettura, necessariamente più lenta per la persa abitudine di leggere in lingua, ma soprattutto è un’opera fatta con grande entusiasmo e coraggio dal giovane editore Vincenzo D’Amico.

Ri proponiamo ora, per maggiore comprensione del testo presentato, l’introduzione curata da Giuseppe Catenacci e Francesco Maurizio Di Giovine: “Il 19 gennaio del corrente 2014, domenica, nella pagina culturale  del Corriere del Mezzogiorno, autorevole inserto napoletano del Corriere della Sera, lo scrittore Marzio De Giovanni ha lanciato un appello alla pubblica opinione scrivendo: “salviamo il napoletano”. 

n. 3 marzo 2014

L’allarme è nato dopo aver preso atto di aver smarrito l’identità storica. Perciò lo scrittore propone di tutelare il napoletano con una cattedra universitaria di lingua e letteratura napoletana allo scopo di rintracciare l’identità culturale smarrita per “sentirsi fieri di essere napoletani”. “Una bella idea, ma non sufficiente” ha replicato il musicologo Roberto De Simone con un duro quanto inequivocabile attacco ed ha proseguito: “sarebbe già utile iniziare a scrostare i concetti di una falsa napoletanità. Ossia, di una cultura “locale”, fossilizzata com’è nell’eredità eduardiana e in canzonette da strada fatte in tutte le salse”. Ad i due autorevoli personaggi si è unito nel dibattito Marco Lombardi che ha ricordato: “nelle nostre università, alla Federico II segnatamente e al Suor Orsola, la lingua e la letteratura napoletane già si studiano. Cito Nicola De Blasi ed Emma Giammattei, che bastano a rendersi conto della proficua vocazione europea dei più attrezzati discorsi critici sui secoli d’oro della lingua e letteratura napoletane”. L’opera che di seguito proponiamo fu scritta da Charles Garnier in francese e solo in seguito tradotta in Napoletano. Su di essa torneremo al termine del nostro discorso. Introduciamo, ora, l’autore ed il clima psicologico nel quale essa maturò. Nel contesto del clima di guerra psicologica che le potenze liberali d’Europa scagliarono contro il regno delle Due Sicilie con le celebri lettere di lord Gladstone, si distinsero alcuni giornalisti europei, prevalentemente francesi, che presero la penna per confutare le menzogne contenute in quelle lettere. Fra questi, si distinse il giornalista Charles Garnier che si caratterizzò nello smentire le accuse di atrocità che si commettevano nelle carceri napoletane. Egli pubblicò vari articoli che apparvero nel corso del 1857 sulla Gazette de France, il giornale legittimista legato al conte di Chambord, e successivamente ripresi dalla Gazette de Lyon. Charles Garnier scrisse non per sentito dire, come fece lord Gladstone per sua stessa ammissione, ma in seguito ad accurate visite presso le carceri napoletane. Visitò infatti il carcere di San Francesco, quello di Sant’Aniello e quello, sinistramente descritto dal lord inglese, della Vicaria. Le relazioni che ne uscirono, improntate alla massima fedeltà verso ciò che aveva visto, non misero in evidenza le crudeltà temerariamente descritte nelle celebri “Lettere a lord Abeerden” che scioccarono l’opinione pubblica dell’intera Europa. Charles Garnier decise di restare nel regno delle Due Sicilie per aggiornare il pubblico francese sulla situazione politica Napolitana in continua evoluzione. E fu un buon profeta perché nel giro di pochissimi anni la pressione politica anglo-francese sul regno mediterraneo accelerò il processo che condusse alla crisi finale della Monarchia. Nel luglio del 1860, Garnier è a Palermo per capire cosa era successo. Da Palermo scrive ad un suo connazionale, impegnato nella parte continentale del regno a difendere le ragioni di Francesco II. Costui si fa chiamare William Lumley — Woodyen e grazie ai documenti pubblicati da Ruggero Moscati ne “La fine del Regno di Napoli” pubblicato nel centenario del 1860 possiamo leggere le tre lettere che il Garnier scrisse da Palermo nel luglio di quell’anno indirizzandole al Lumley — Woodyen. Ma chi era costui? Sotto le spoglie del cav. Lumley si nascondeva il conte Théodule de Christen il quale “avea tolto in prestito il passaporto d’uno de’ miei amici, inglese, stabilito in Francia, e viaggiava sotto il nome di William Lumley — Woodyen” (T. de Christen, Giornale     , pag. 3). Da Palermo, Garnier scrive al sedicente cav. Lumley per aggiornarlo sulle tresche di due agenti segreti piemontesi (Jacques Griscelli e Pascal Totti) che brigavano per far proclamare subito l’annessione della Sicilia al regno piemontese, contrariamente alle intenzioni di Garibaldi. Sui due agenti segreti il nostro giornalista scrive: “corsi di nascita, appartengono a quella categoria di persone che riescono ad arruolarsi negli uffici di tutte le polizie del continente” e conclude informando l’amico che i due agenti segreti sono stati espulsi dalla Sicilia perché a Palermo cospiravano contro l’ordine costituito. In un’altra lettera, datata 15 luglio, stima che in Sicilia vi siano oltre 15.000 uomini giunti via mare. “Una spedizione Napolitana contro Palermo non mi sembra offrire delle possibilità di riuscita allo stato presente” (R. Moscati, La fine del regno di Napoli, Firenze 1960, pag. 251).

 Avverte poi l’amico che sono state promesse 2.000 once a chi assassina il Direttore di Polizia Salvatore Maniscalco, a Napoli, o dovunque egli si sia rifugiato. Nel leggere queste lettere ci sorge il sospetto che i due fossero in contatto per una vera e propria operazione di intelligence al servizio della causa Napolitana. Ed è proprio questo messaggio sul Maniscalco, dal sapore di avvertimento premuroso da far giungere al povero direttore di Polizia, messo al sicuro a Napoli con l’intera famiglia e successivamente fatto partire per Marsiglia, che ci induce a credere all’ipotesi avanzata. Ipotesi confermata dal contenuto della successiva lettera datata 18 luglio nella quale il Garnier scrive all’amico che Garibaldi è partito per Messina e sicuramente sbarcherà in Calabria per colpire il regno al cuore. Quindi fa alcuni calcoli sulle forze garibaldine. Al momento Garibaldi dispone di 40.000 21.000 sono giunti in Sicilia via mare provenienti dal nord della penisola e da Paesi esteri, oltre 18.000 sono i siciliani arruolatisi con le camicie rosse. Ed aggiunge: “Un servizio di battelli inglesi che commercia tra Genova e Palermo sembra avere per scopo principale di trasportare dei volontari” (R. Moscati, cit., pag. 254). In una ultima lettera, a noi nota, datata 19 luglio si lascia andare a valide considerazioni sul ruolo della stampa. 

n. 3 marzo 2014

“E’ uno sbaglio immenso che ha sempre commesso il governo reale di non sapersi difendere e di non farsi difendere. Napoli non ha mai avuto cura della sua reputazione che è il primo tesoro dei governi come degli individui. Napoli cade sotto l’opinione pubblica più ancora che sotto i filibustieri. Napoleone che ha 600.000 baionette a disposizione non esita a far difendere la sua politica dalla stampa. Oggi la stampa è una potenza; non si tratta più di sapere se è un bene o un male; è un fatto, è una istituzione. Il governo che non se ne serve agisce come se volesse ancora fare la guerra con delle carte contro un esercito che ha dei cannoni. Un giornale intelligente e devoto affidato ad uomini d’onore che gradiranno accettare questo incarico in momenti difficili come questo, renderebbero degli immensi servizi al Re e alla Monarchia con notizie ricevute da tutte le parti, essi schiaccerebbero i piccoli giornali, si imporrebbero alla pubblica opinione, la dirigerebbero, servirebbe da freno stessi ai Ministri che sotto il velo della costituzione vorrebbero dannare la regalità, e preparano utilmente le prossime elezioni. Come è che Napoli non lo comprende? Noi altri francesi sappiamo per così dire di cuore il metodo, la teoria che segue ovunque la rivoluzione, mi sembra che se Sua Maestà lo volesse, io potrei in un giornale metà francese, metà italiano, stabilito a Napoli, contribuire efficacemente al mantenimento dell’ordine, e lavorare energicamente alla salute della Società” (Ibidem, pagg. 254 — 255). In queste lettere c’è tutto Garnier. Giornalista, analista politico, uomo fedele alle istituzioni tradizionali Napolitane. Non passano due mesi dall’ultima lettera di Garnier da Palermo che egli è a Napoli. Lo apprendiamo dal Giornale dell’assedio di Gaeta, nel quale alla data del 4 novembre 1860, primo giorno ufficiale dell’inizio dell’assedio, egli scrive: “A Napoli ho assistito al compimento della mia sinistra profezia; e quando Francesco II salì sul vapore che doveva condurlo in Gaeta, fu una voce francese che fece sentire nel golfo l’ultimo grido: Viva il Re! nel mentre che i rivoltosi si affrettavano d’illuminare le loro finestre in segno d’allegrezza” (C. Garnier, Giornale dell’assedio di Gaeta, Napoli, Luigi Regina, 1971, pag. 7). Dunque Garnier è a Gaeta sin dal primo giorno dell’assedio. Ed è lì per raccontare la cronaca di una guerra basata su bombardamenti continui. Poche ma significative note di cronaca giornaliera. Al termine dell’assedio, con una tempestività che la dice lunga sull’organizzazione del legittimismo d’oltr’alpe, il giornale dell’assedio viene pubblicato in francese. La prima edizione appare in Belgio per la Societé belge de Librairies.

Contemporaneamente esce l’edizione parigina per l’editore Dentu. Entrambi le edizioni contengono i ritratti dei reali Napolitani dagli spalti della fortezza. Sempre nel 1861 escono 4 edizioni in lingua italiana nel giro di pochi mesi. Sono pubblicate per i tipi di Luigi Di Domenico e Antonio Campagna, di Napoli. Poi il silenzio per oltre un secolo. Finalmente nel 1971 l’editore Luigi Regina di Napoli ripropone l’edizione del 1861 al quale aggiunge il testo della capitolazione della fortezza mancante a tutte le precedenti edizioni. Infine, nel 1998, a Pistoia viene pubblicata l’ultima edizione in ordine di tempo con una nuova traduzione e annotazioni a cura di Ugo Guerriero.

n. 3 marzo 2014

 Garnier, dopo la permanenza a Gaeta, dove condivise le sofferenze dell’assedio con l’amico francese conte Théodule de Christen, si imbarca su La Mouette con i reali e si trasferisce a Roma dover scrive due pamphlet in difesa degli interessi Napolitani. Nel 1861 pubblica in francese la celebre “Lettre a M. le Baron Ricasoli en reponse a sa note circulaire du 24 aout 1861”. E’ un agile pamphlet di 32 pagine col quale confuta le menzogne e gli errori contenuti nella circolare inviata dal Ricasoli, nella sua qualità di ministro degli esteri del regno d’Italia ai rappresentanti del Paese accreditati presso i governi stranieri. Pubblica una monografia in francese sul generale carlista José Borjes e un’altra in difesa del potere pontificio: “Allons a Rome”. Tornato in Francia, pubblica nel 1866 per l’editore parigino Victor Goupy un memoria di 197 pagine in -8° dall’eloquente titolo: “Le royaume des Deux Siciles”. Conclude l’accorata introduzione in difesa degli interessi Napolitani apponendovi una data ed un commento: “8 settembre 1866, festa nazionale e anniversario della fondazione dell’indipendenza delle Due Sicilie con Carlo III”. Il riferimento alla festa della Madonna di Piedigrotta è significativo e possiamo affermare che, dopo la caduta del regno indipendente, per molti anni quella data evocò per molti dolci e felici ricordi. Il saggio è costituito da uno studio comparativo sul passato e sul presente del regno delle Due Sicilie, realizzato con rigore e basato su una documentazione approfondita. E’ un vero peccato he a quasi 150 anni dalla sua pubblicazione in lingua francese non sia ancora stato tradotto e pubblicato in lingua italiana. In Francia riprende a scrivere per i giornali legittimisti prendendo di mira il sistema imperiale del piccolo Napoleone. Assume la direzione del giornale “La Decentralisation” di Lione e da queste pagine sferra i suoi attacchi a Napoleone III. Egli definisce i napoleonidi “una razza antinazionale” (16 settembre 1870, n. 255) e qualche mese dopo, in seguito alla catastrofe militare francese di Sedan, sullo stesso giornale scrive che l’impero di Napoleone III è responsabile anche di tutte le rovine subite dalla Francia negli ultimi giorni se non negli ultimi anni (sabato 17 dicembre 1870, n. 347).

Periodicamente ritorna sul tema della stampa, da lui ritenuta importante. In un pamphlet apparso nel 1873 insiste su quello che egli considera uno dei più potenti grimaldelli per agire sulla mentalità dei contemporanei: “la stampa è l’arma essenzialmente moderna che ha preceduto i chassepots e a loro sopravviverà” e prosegue sostenendo che bisognava “opporre ovunque la stampa onesta alla stampa rivoluzionaria” (passo citato in G.

Gauden, Quelque mots sur la presse royaliste en Provence au debut de la IIIe republique, pag. 59). Negli ultimi anni della vita diviene un ardente propagandista della consacrazione nazionale della Francia al Sacro Cuore di Gesù e contribuisce con i suoi scritti a trovare i fondi per la costruzione della basilica parigina di Mont-Martre.

Muore a Marsiglia il 9 marzo del 1899. L’opera da lui scritta sull’assedio di Gaeta che di seguito si pubblica uscì a puntate sul giornale Lu Trovatore ed oggi vede la luce raccolta in volume, per la prima volta. Lu Trovatore fu uno dei tanti giornali Napolitani che si opposero al nuovo regime. Di espressione cattolica e di stampo borbonico, uscì per la prima volta nel 1860 venendo pubblicato tre volte la settimana con un programma sintetizzato dalla direzione del periodico con quattro parole: “religione, dritto, legittimità, verità”. Perché riproporre un testo in lingua Napoletana? Il discorso è complesso e lungo. Una buona sintesi ci viene in aiuto dal celebre ragionamento che Ferdinando Galiani appose come prefazione all’opera “Del Dialetto Napoletano” che così inizia: “Tra tutti gli amori terreni niuno certamente è più lodevole, più onesto quanto quel della patria. E quantunque a ciascuno sembri la propria esserne la più degna e sola, senza divisione d’affetti, senza comparazioni, senza rivalità, l’onori e l’abbia in pregio e l’ami; pure, se fosse permesso tra questi doverosi amori far parallelo, niuna patria a noi ne pare tanto meritevole quanto Napoli, per chiunque ebbe in sorte il nascervi cittadino” (Bulzoni editore, Roma 1970, pag. 5).

n. 3 marzo 2014

Ed infine, a conclusione di questo lungo viaggio attraverso Charles Ganier, poche righe in lingua per assaporare il piacere di questa lettura: “Ncoppa a le ffosse de tante bbrave vhe ànno sofferto co rassignazione senz’esempio, e  chesò muorte co ggrossa sempricità ‘ncoppa a le rruine de na cità che s’è difesa ciente juorne co risorze accussì debbole, co mmezze accussi sproporzionate, io, straniero, semprece testimmonio, ma non testemmonio ‘nzenzibbele, affermo che ll’assedio de Gaeta sarrà una de le cchiù belle pagene de la storia de lo tiempo attuvale.

La gloria sarrà non pe li vinciture, ma pe li vinte, e nonnce stà ommo de core che ricusa d’acalà la capo co rrispetto da nante a la guarnigione come da nante a le Mmaistà Lloro”.

0024/2014 Emiliano Picchiorri. LA LINGUA DEI ROMANZI DI ANTONIO BRESCIANI. Aracne editrice S.R.L., Roma, 2013, in - 8°, pagg. 330, €. 18,00 

Antonio Bresciani Borsa (Ala 24 luglio 1798 — Roma 14 marzo 1862) fu sacerdote della Compagnia di Gesù e letterato. Nato ad Ala, in provincia di Trento, suoi genitori furono Leonardo Bresciani de Borsa e la contessa Vittoria Alberti, figliola di Cornelia Fregoso, ultima discendente di una famiglia che aveva dato dodici Dogi alla Repubblica di Genova. Figlio primogenito di una famiglia cristiana, fu ordinato sacerdote nel 1821 ed entrò nella Compagnia di Gesù nel 1828. Si spostò in varie città della penisola come rettore di collegi gesuiti a Torino, Genova, Modena e Roma. Visitò la Sardegna e nel 1850 si trasferì a Napoli per contribuire alla nascita del periodico La Civiltà Cattolica. Morì a Roma nel 1862 e le sue spoglie riposano nella chiesa del Gesù accanto alle ceneri di Sant’Ignazio.

Scrisse molti romanzi tutti incentrati sul processo storico che, iniziato con la rivoluzione francese si concluse con l’unificazione politica della penisola sotto Casa Savoia. Fu un ottimo saggista che col tempo abbondonò per dedicarsi interamente ai romanzi storici generalmente pubblicati in appendice alla Civiltà Cattolica.

Probabilmente il suo romanzo più celebre è l’Ebreo di Verona. Certamente è il più criticato e non letto dai sostenitori del mito risorgimentalista. Questo romanzo narra il cammino di Aser, il personaggio che incarna l’Ebreo di Verona. Aser è un giovane, biondo e bello, dotato di radicati ideali e grande coraggio, che aderisce alla Carboneria, impregnato di spirito romantico. Ma, disgustato dalle violenze della setta a cui aveva precedentemente aderito, la abbandona per abbracciare, nella più totale e razionale convinzione, il Cristianesimo.

La setta lo condanna a morte. Sullo sfondo del percorso di Aser, c’è la rivoluzione scoppiata a Napoli nel 1848 vista dal punto di vista borbonico, anche se l’intero racconto prende le mosse dall’anno 1846 e si conclude con il 1849.

Emilio Picchiorri, dottore di ricerca, laureato all’università per stranieri di Pisa, affronta con questo saggio la lingua utilizzata da Antonio Bresciani per i romanzi. Per essere più precisi, prende in esame tre romanzi del Padre gesuita: l’Ebreo di Verona, la Repubblica Romana e Lionello o delle Società Segrete.

L’autore apre il primo capitolo con una interessante citazione di Francesco Flora, tratta dalla Storia della Letteratura Italiana (Milano, Mondadori, 1947) il quale scrive: “Non solo i fabbricatori di vocaboli devono tener conto di questo infaticato cogli — parole: ma anche i lettori discreti e attenti, ai quali più non giova una materia che offendeva gli uomini del Risorgimento e trasse il De Sanctis ad una stroncatura sincerissima, eppure viziata da una violenza massonica”. In verità la stroncatura decisiva all’opera del Padre Bresciani venne nel 1942 da Benedetto Croce su “La Critica che scrisse: “Per venire ora il Bresciani in onore, l’Italia dovrebbe essere discesa a un grado di ottusità mentale e di avvilimento morale dal quale è ancora lontana”. Questa affermazione costituiva una indiretta risposta ad un articolo pubblicato sul Corriere della Sera a firma di Alfredo Panzini che lamentava  l’oblio nel quale erano caduti i romanzi di Bresciani tanto cari all’antirisorgimento dell’Italia cattolica e dell’antiliberalismo. E poiché era coevo all’Italia di cui scriveva l’evolversi dei fatti storici sotto forma di romanzo, divenne l’inevitabile oggetto di stroncature da parte del pensiero laicista e progressista.

n. 3 marzo 2014

Scrive a tale proposito l’autore del saggio che recensiamo: “...la sua intransigente chiusura anche nei confronti del liberalismo più moderato e la violenza dei suoi sfoghi polemici sono caratteristiche evidenti al lettore dell’Ottocento come a quello odierno; tuttavia, ciò che probabilmente più di ogni altra circostanza la damnatio memoriae abbattutasi sull’autore è l’incontrastata fortuna arrisa ai suoi principali bersagli politici: chi aveva definito Mazzini un assassino o un satanista, Garibaldi un corsaro e un ladrone di terra e aveva solennemente affermato nel 1852 che “cielo e terra e mare s’oppongono a questa unità: la razza italica non è d’un seme” non poteva conoscere una sorte diversa nell’Italia unita, dominata dai miti dell’”eroe dei due mondi” e dall’”austero genovese”. E coerentemente, il saggista cita Virgilio Titone che nella Rassegna Storica del Risorgimento del 1952 affermò: “sarebbe difficile trovare lungo tutti gli anni del Risorgimento una figura che meglio e più compiutamente esprima una così radicata e convinta reazione agli ideali del tempo”.

Il saggio de9l Picchiorri si sviluppa attraverso tre capitoli: I. Antonio Bresciani romanziere dell’antirisorgimento (pagg. 7 — 68); II. Aspetti sintattici e topologici (pagg. 69 — 120); III. Il lessico e la formazione delle parole (pagg.

121 — 294). Seguono una accurata bibliografia che riporta gli studi su Bresciani ed il Brescianesimo aggiornata al 2007 (pagg. 295 — 319) ed un indispensabile indice dei nomi (pagg. 321 — 330).

Tutto il saggio è ricco di riflessioni che aiutano a capire il pensiero e gli scopi che Padre Bresciani si era prefisso di raggiungere. Ecco quanto scrive l’autore: “Tra le opere narrative con una forte connotazione ideologica apparse in Italia fino al 1850, nessuna aveva presentato, come l’Ebreo di Verona, una massiccia irruzione della cronaca e dell’attualità storico-politica nella finzione narrativa. Se il messaggio politico di Guerrazzi e Tommaseo, in accordo con uno cei punti fondamentali del programma romantico, si era espresso attraverso episodi della storia medioevale, Bresciani anche in virtù del sostegno papale che lo rende immune da ogni censura, parla ai suoi contemporanei dell’immediato presente. Come avveniva per i romanzi di Sue, ambientati nella Parigi contemporanea, il punto di forza dei racconti di Bresciani consiste infatti nello “shock da riconoscimento” (Bianchini, 1988) vissuto dal pubblico: eventi come l’assassinio del ministro Pellegrino Rossi, la fuga di Pio IX a Gaeta, le battaglie di Custoza, Curtatone e Montanara o quello di Garibaldi sul Gianicolo fanno ancora parte della cronaca quando ricevono, nelle pagine di Bresciani, la loro prima istantanea trasposizione letteraria; un protagonista della vita politica come Mazzini diventa — in anticipo su quanto farà Giovanni Ruffini nel Lorenzo Benoni (1853) e nel Doctor Antonio (1855) — un vero e proprio personaggio da romanzo, al quale si attribuiscono comportamenti e dialoghi di pura invenzione accanto a quelli pubblici conosciuti da tutti. Sotto questo punto di vista, l’Ebreo di Verona si presenta come il “primo romanzo d’attualità storico-politica” della letteratura italiana (Zaccaria 1977), e aprirà la strada negli anni successivi a numerose opere incentrate sul presente: riversando nella propria narrativa gli eventi della cronaca e dell’attualità, Bresciani sposa infatti un’esigenza propria del periodo storico post — quarantottesco, testimoniata non solo dall’esplosione della stampa periodica, ma anche dal successo del genere biografico e, di lì a poco, dalla grande proliferazione di memorie e diari scritti dai protagonisti stessi degli eventi bellici. La medesima urgenza di contemporaneità si manifesta, del resto, anche nel settore delle arti figurative: come la pubblicistica e la letteratura post — quarantottesche abbandonano le rappresentazioni storiche come Cincinnato, gli Spartani alle Termopili o le vicende medievali e rinascimentali e preferisce fotografare i garibaldini durante le recenti imprese militari romane”.

Si passa al secondo capitolo dove l’autore esamina la prosa di PDRE Bresciani ed ecco la sua opinione: 

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“L’ampio uso di figure retoriche rientra nell’impostazione tradizionalista e per molti versi anti-manzoniana con la quale  Bresciani affronta la scrittura letteraria; soprattutto in questo frangente l’autore tiene conto di modelli non soltanto prosaici, ma anche lirici, come testimonia il ricco campionario di citazioni poetiche che intesse il romanzo. Si osservi, d’altra parte, che il ricorso al repertorio retorico tradizionale, oltre ad essere molto comune nei romanzi storici primo — ottocenteschi, è un tratto tipico della stampa periodica coeva, con la quale, come si è visto, Bresciani è in continua competizione: rispetto alla stampa dei decenni precedenti, infatti, nei giornali quarantotteschi figure come poliptoti, epanalessi, anadiplosi e chiasmi si intensificano nella misura in cui si infiamma il dibattito politico e si accentuano la caratterizzazione ideologica e le finalità propagandistiche”.

Concludiamo con il terzo ed ultimo capitolo: il lessico e la formazione delle parole. Ancora una volta la parola al Picchiorri: “Se nei romanzi di Bresciani l’aspetto fonomorfologico e quello sintattico appaiono nel loro complesso decisamente rivolti sl passato, la compagine lessicale non è ugualmente relegabile in tale posizione arretrata, presentandosi ben più ricca di segnali orientati in direzioni diverse tra loro e parzialmente contrastanti.

Naturalmente, anche in questo ambito la componente arcaica e tradizionale assume un ruolo decisivo, ma con modalità del tutto differenti da quelle che caratterizzavano, nella prima metà del secolo, la prosa di quegli ambienti puristici nei quali si era formato l’autore trentino. Come si è osservato nei capitoli precedenti, nel corso degli anni Trenta Bresciani si era progressivamente allontanato dalle posizioni teoriche di Antonio Cesari per avvicinarsi a quelle dei fautori del toscano vivo, pur affermando l’esistenza di una presunta continuità tra la lingua degli autori trecenteschi e quella del popolo toscano contemporaneo. Questa adesione al toscano dell’uso non comporta però, come ci si potrebbe aspettare, un manzoniano abbandono della componente più marcatamente arcaica e letterari, che al contrario pervade questi romanzi, a vari livelli, in ogni loro pagina; la toscanizzazione stessa si realizza, inoltre, non solo attraverso la presenza degli elementi lessicali più ovvi e diffusi, ma anche attraverso l’inserimento di rari demotismi e di voci strettamente appartenenti ad ambiti settoriali, la cui ammirazione Bresciani aveva ampiamente testimoniato nel 12839 con la già menzionata compilazione del Saggio di alcune voci toscane. All’attenzione per la lingua viva sono da ricondurre anche i frequenti colloquismi e le espressioni idiomatiche; infatti, oltre che dal filone letterario comico — realistico e dalle commedie cinquecentesche, le voci colloquiali provengono spesso direttamente dall’oralità, come testimonia la presenza di svariate prime attestazioni. Questo quadro è completato dalla presenza di dialettalismo provenienti da diverse regioni d’Italia, che dominano le numerose parti dialogate e contribuiscono al vivace tentativo di ricostruzione mimetica messo in atto dall’autore”.

0025/2014 Paolo Pastori. ISTANZE COMUNITATIVE E FEDERAZIONE NELL’INSORGENZA DELLA TOSCANA NEL 1799. Collana del dipartimento di scienze giuridiche e politiche. Università degli Studi di Camerino, 2003, in -8°, pagg. 332, €. 12,00 

Paolo Pastori, professore straordinario di storia delle dottrine politiche presso la facoltà di Giurisprudenza di Camerino, non è nuovo a trattare i temi del tradizionalismo politico e storico. Ricordiamo, tra la sua numerosa produzione, i saggi “Rivoluzione e potere in Louis de Bonald, Firenze, Olschki, 1990”, “Tradizione e tradizionalismi. Primi saggi. Lecce, Milella, 1997”, “Comunità e Federazione nella resistenza delle popolazioni italiane nella resistenza delle popolazioni italiane alle armate giacobine, Torino, Giapparelli, 2003”. In questa sede esaminiamo il volume che Paolo Pastori ha dedicato all’insorgenza toscana. L’opera è costituita da una prima parte che comprende i saggio vero e proprio e da due appendici.

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 Il saggio (pagg. 11 — 51) si sviluppa in 7 paragrafi: 1. La riscoperta storiografica delle insorgenze anti-giacobine; 2.

La Repubblica conquistatrice ripete in chiave democratico-borghese le finalità assolutistico-aristocratiche di disaggregazione dell’antica società di corpi intermedi; 3. Istanze autonomiste e prassi federalista nei criteri militari e politico-amministrativi della Suprema Deputazione del Governo provvisorio di Arezzo; 4. I criteri adottati nella scelta dei deputati. Le strutture del rapporto federativo fra le comunità e la S.D. aretina. La figura dell’incaricato d’affari; 6. La sfera di autonomia dalle D.I.; 7. La pluralità di istanze nel progetto federativo dell’insorgenza esprime la complessità di distinte intenzioni cetuali. Le note a piè di pagina, puntuali e precise, rafforzano le tesi dell’autore, peraltro innovative nel dibattito storiografico. Questa è infatti la sua originale interpretazione: “Per quel che mi concerne, ho inteso proporre una diversa lettura dell’evento toscano, sin dalla mia relazione al Convegno milanese, del novembre 1999, sulle insorgenze popolari nell’Italia napoleonica. Partivo dal presupposto che si dovesse contestare l’orientamento revisionista in un senso marcatamente ideologico, quale risultava in alcuni degli interventi lì argomentati sulla base di una decisa identificazione fra insorgenze e reazione antigiacobina. Una tendenza, per la verità, già lì contrastata validamente, fra l’altro da Cesare Mozzarelli, Antonino De Francesco e Giuseppe Buttà. Oltreché, beninteso, da uno stupefatto Franco Della Peruta, attonito dal polare cambiamento di prospettiva rispetto alla sua linea interpretativa, in chiave ‘democratica’, del ‘triennio giacobino’ in Italia.

In che consiste questa mia proposta di rilettura è presto detto. Sulla base dei suddetti antecedenti storiografici, - riprendendo soprattutto l’orientamento innovativo di Cesare Mozzarelli sul quesito delle élites nella transizione fra antico regime, rivoluzione e Impero napoleonico, e tenendo conto dei recentissimi contributi forniti dalla pubblicazione dell’Istituto Gramsci con un intero fascicolo di ‘Studi Storici dedicato al problema — mi sono convinto che fra i due estremi dell’interpretazione in senso ‘radical-democratico’ e di quella in senso ‘reazionario’ vi fosse una terza via da percorrere più utilmente per comprendere il vero volto dell’insorgenza popolare degli anni 1796 — 99.

L’idea che mi sono fatto è che ormai si possa avanzare un’ipotesi che senza i suddetti recenti contributi storiografici non sarebbe stato possibile formulare anni addietro. L’ipotesi cioè che nel caso dell’insorgenza in Toscana si debba vedere un progetto di recupero della ‘società civile’, quale luogo di resistenza al radicalismo innovativo imposto dai francesi, ma ancor prima di una reazione alle precedenti riforme comunitative ed economiche lorenesi.

Sotto questo profilo, sia pure nella drammatica subitaneità del suo svolgimento (in un’unità tempo, di luogo, di azione, che dall’inizio di maggio alla metà di settembre del 1799 vede l’insorgenza dilagare da Arezzo a tutta la Toscana) il moto insurrezionale potrebbe essere visto in una complessità di referenti sin qui sfuggita alla storiografia ideologicamente orientata. Si tratterebbe, appunto, di una resistenza nell’immediato rivolta contro i francesi (ed i residui di giacobinismo), ma con sintomi di una reazione anche al precedente annientamento, in epoca lorenese, di ogni autonomia e di ogni rappresentatività politica delle comunità locali rispetto alla Capitale e della società civile nel suo complesso rispetto al sistema dispotico-illuminato granducale-imperiale”.

E’ una posizione che va segnalata conosciuta e da approfondire.

Quel che è certo è che l’insorgenza toscana nel combattere la rivoluzione cercò di confutare lo spirito dell’assolutismo che aveva contraddistinto la monarchia asburgico-lorenese. Lo scrive chiaramente Paolo Pastori nell’affermare: “E quindi, se non è un errore vedere un nesso fra fra le insorgenze popolari anti-leopoldine e anti- gianseniste degli anni 1787 — 95, e le insorgenze anti-repubblicane e anti-giacobine del 1799, quale può essere il modello politico cui si ispirano più o meno consapevolmente i responsabili stessi dell’insorgenza?  

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Nell’alternativa al regime repubblicano francese, la scelta obbligata di riferirsi al modello granducale di Ferdinando III costituisce qualcosa di diverso dal sistema politico di Pietro Leopoldo? Certamente sì, se si considerano sia la vera e propria restaurazione che già la Reggenza compie nel 1790 (al momento dell’ascesa al trono imperiale di Pietro Leopoldo), sia la stessa linea di governo successivamente scelta da Ferdinando III.

E c’è motivo di pensare che non solo i capi dell’insorgenza aretina, ma tutti i ceti dirigenti toscani avrebbero voluto — una volta conclusa la guerra contro la Francia — la reintroduzione di un regime di autonomie locali e di rappresentanza politica diverso dal Polizeistaat-Wohlfahrsstaat asburgico-lorenese. (Nota: Ulteriori indagini archivistiche potrebbero confermare come anche in Toscana la nobiltà ed i ceti emergenti alla politica non si accontentassero della subordinazione imposta dall’assolutismo. E qui ancora una volta dovremmo ricordare sia le relazioni presentate al sovrano da Pompeo Neri per rivendicare un ruolo politico alla nobiltà civile, sia le obiezioni di Marmorai all’idea di Gianni e di Pietro Leopoldo di identificare una rappresentanza di ceti possidenti con la rappresentanza politica. Ma lo stesso marchese Albergotti, capo carismatico dell’insorgenza, non risulta affatto un reazionario convinto della validità del modello assolutistico).

La prima appendice (pp. 55 — 257) riporta una lunga serie di documenti dell’Archivio di Stato di Firenze trascritti da Loredana Maccabruni e Giovan Palmiro Iaccino. I documenti riportati iniziano con una serie di Decreti del Governo Provvisorio che agiva per conto del Gran Duca di Toscana. Vengono riportati alcuni sonetti di ispirazione antigiacobina. Di essi, riportiamo il seguente per meglio rievocare il clima del tempo: 

Non sia che de’ tiranni terminò 

Il regno, e Gallo al Aquila cedé 

Deputazione indegna io dico a te 

Di oltraggiarti così timor non ho.

Tu proteggi i malvagi ed io lo so.

Vilipeso l’onor, lesa la fé 

Famiglie disolate e guerra,

ahimé 

miro dove la pace soggiornò.

Non v’è de giacobin razza peggior,

de Francesi nazion perfida più; 

già impresso il tiene il popolo nel cor.

Odio ad essi da lui giurato fu: 

e avvezzo a vendicar gli oppressor 

al autor de’ suoi mali farà bù....

La seconda appendice (pp. 261 — 332) riporta una scelta di documenti tratti dalla raccolta del Fondo Landau Finaly della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, costituito da manifesti, bandi ed altro materiale documentario e celebrativo, comunque sempre propagandistico e trascritti da Massimo Sabbieti. Il quale, molto opportunamente, coglie i limiti della storiografia imperante per tutto il XX° secolo, quando scrive: “Le testimonianze dell’insorgenza aretina rappresentano in tal senso un contributo, piccolo certo, ma comunque utile ad ampliare gli orizzonti di un tema sul quale la storiografia in passato non si è soffermata a sufficienza. E questo anche in tempi recenti, in quanto, sia pure con maggiore attenzione per tsli eventi, si continua a fraintenderne la  sostanza, a trattare con superficialità (seguendo l’erronea direttrice di uno schema il più delle volte dicotomico, i adeguato ed inapplicabile alle molteplici realtà che si dovrebbero affrontare in uno studio delle insorgenze meno preconcetto) un fenomeno estremamente complesso proprio perché connesso a diversissimi fattori locali.

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Del resto, si lamenta tuttora la frammentarietà, l’assenza di un’elaborazione a livello generale delle fonti, le quali non di rado non vengono direttamente indagate. Sebbene ultimamente vi sia stata appunto una concreta ripresa d’interesse verso l’argomento, nondimeno si è sin qui avvertita la mancanza di una ‘scuola’ storiografica interessata a studiare il fattore locale o le istanze ‘nazionali’ (sia pure delle ‘piccole patrie’ presenti anche negli Stati pre-unitari).

A ciò deve aggiungersi, a parer mio, anche una colpevole latitanza di seri ed oggettivi intendimenti e criteri di indagine, da parte di ricostruzioni affrettate della storia nazionale, nel senso di aver trascurato — più o meno volontariamente — fenomeni di portata così vasta come quello in questione. A dispetto di quanto asserito (o spesso volutamente sottaciuto) da una certa parte degli intellettuali responsabili di un’acritica esaltazione della Rivoluzione del 1789, in realtà l’ultimo decennio del ‘700, nel suo fervore di ideali ‘egalitari’ troppo spesso tragicamente espressi, vede il prepotente affermarsi di un potere fortemente centralizzato, basato su apparati polizieschi e sulla forza militare, deciso ad imporre il dominio della Grande nation (o dell’oligarchia che lo guidava) sulle nazioni che a parole i governi di Parigi volta a volta dichiaravano di voler liberare dai loro tirannici sovrani.

Sotto questo profilo, non ultima anche la ‘nazione’ italiana dovette subire un simile regime di dura occupazione militare, di requisizioni, di saccheggi e violenze, vedendo minacciata di annientamento qualsiasi sua diversità culturale, spirituale e politica.

Quantunque così trascurato, il suddetto periodo di transizione verso l’età contemporanea rivela il suo fulcro iniziale proprio in questo fenomeno delle insorgenze, che si inseriscono come logico antefatto di quel processo di unificazione che poi culminerà nell’acquisizione di una fisionomia compiutamente nazionale dell’Italia politica.

E’ comunque un aspetto importante proprio per una pluralità di elementi in gioco, tutti spesso interagenti tra di loro. Intanto, la forte influenza esercitata da fattori di tipo culturale. Nel periodo di cui ci occupiamo l’ideologia illuministica viene progressivamente sostituendosi nelle coscienze dei contemporanei con gli ideali ‘romantici’, per la piena riscoperta del valore della storia, dei sentimenti, e persino della passionalità e del carattere dei diversi popoli. Nondimeno assumono rilevanza anche altri fattori. Intanto quelli propriamente politici, come, appunto, l’insospettata resistenza di popolazioni che da Parigi si consideravano quasi impazienti ed ansiose di essere ‘democratizzate’, mentre invece si verificherà in molti se non addirittura in tutti gli antichi stati italiani la reviviscenza di antiche memorie di libertà comunali, locali, corporative. Memorie diverse certo dall’assolutismo, ma diverse ed opposte anche al tipo di libertà prospettato dai Francesi in chiave di centralismo e di livellamento di ogni differenza. Non va difatti trascurata nelle motivazioni dell’insorgenza anche la decisa avversione verso le politiche assolutistiche, attuate fino allora dai sovrani regnanti nei territori italiani, nonché le lacerazioni all’interno della stessa Chiesa (il serpeggiante giansenismo tra le file del clero, il conciliarismo di taluni e la pretesa di altri ecclesiastici e prelati di un’elezione locale dei vescovi)”.

Al termine di questa recensione attraverso un testo autenticamente contro corrente rispetto alla storiografia crociano — liberale - progressista — marxista ci permettiamo sommessamente di fare un rilievo esclusivamente metodologico: manca l’indice dei nomi sul quale sempre insistiamo perché è un importante strumento di studio per chi vuole utilizzare al meglio questo tipo di studi..

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 0026/2014 Chiara CURIONE. UN EROE DALLA PARTE SBAGLIATA. Besa Editrice, Nardo, 2008, in -8° piccolo, pagg. 125, 11,00.

Chiara Curione appartiene a quella schiera di narratrici politicamente non allineate al conformismo ideologico corrente e le scelte degli argomenti che affronta lo stanno a testimoniare. Chiara Curione è di Gioia del Colle, città simbolo dell’insorgenza legittimista dopo il 1860. Il suo eroe è il sottufficiale dell’Esercito Napolitano Pasquale Romano. Questo eroe ha ispirato il romanzo di Chiara Curione. La sua storia è narrata, sapientemente, in forma dialogica ed inserita nel contesto contemporaneo da cui tutta la storia prende le mosse. In questo moderno contesto, nel quale Nord e Sud si sono fusi (male), un bambino è conteso tra i nonni pugliesi e la nonna materna milanese. Il bambino ascolta dalla nonna paterna un racconto di tempi lontani: durante la campagna piemontese dell’unificazione d’Italia l’”antieroe” del sud, Pasquale Romano combatte una guerra di resistenza all’invasore obbedendo ad un dovere morale che sentiva: quello di essere fedele al giuramento fatto a Francesco II, il sovrano legittimo del Mezzogiorno d’Italia.

Nel romanzo echeggiano i nomi dei capi della guerra legittimista che incendiò le Puglie per vari anni dopo il 1860: il Capraro, Coppolone, Pizzichicchio, Nenna Nanna, La Veneziana. Costoro rappresentavano gli incubi notturni e diurni della Guardia Nazionale e, al tempo stesso, il sogno, la speranza di quelle popolazioni che volevano continuare a vivere cristianamente, come i loro antenati.

Il racconto della morte del Sergente Romano è fedele alla realtà e ciò rende il romanzo impregnato di un realismo felicemente inserito nella narrazione. “ I cavalleggeri di Saluzzo arrivavano nel bosco sorprendendo le sentinelle dei ribelli, che poste nei punti strategici si sforzavano di tenersi sveglie.

Da poco avevano terminato il pasto frugale e stavano montando il primo turno di guardia per sorvegliare il riposo di tutti, compreso il comandante.

Il freddo umido di quel giorno e la stanchezza le distraeva spesso dall’osservazione del tratto della via scoperto dalla vegetazione, tanto da non sentire il rumore degli zoccoli dei cavalli che si avvicinavano.

Il sergente Romano rapidamente balzò in piedi: stentava a credere ai suoi occhi che i soldati li avessero sorpresi.

Si guardò intorno. Capì che qualcuno lo aveva tradito.

“Presto fuggite!” gridò pieno di rabbia col cuore in gola, a chi gli era vicino.

I    ribelli sorpresi dal nemico non fecero in tempo a montare i loro cavalli. Presi dal panico abbandonarono armi e bagagli, tentando la fuga. Ma furono accerchiati dai soldati piemontesi diventando facile bersaglio dei loro fucili.

Molti di loro, pazzi di terrore, correvano alla ricerca della salvezza verso l’unica via d’uscita, dove c’era il maggiore Calabrese e la guardia nazionale di Gioia ad attenderli.

II    sergente Romano si rese conto che non c’era via di scampo, così raccolse tutte le forze che aveva. Avrebbe venduto cara la pelle. Se era giunta la sua ora, prima avrebbe ucciso tanti nemici e sarebbe morto da eroe. Era un soldato che aveva giurato di combattere fino alla morte per il suo re. Impugnò le armi insieme a pochi fedeli.

“Dimostriamo il nostro coraggio! Viva Francesco II! Ruggì lanciandosi nella battaglia circondato dai cavalleggeri.

La mischia si fece sempre più violenta, gli uomini sparavano a bruciapelo, mentre il cerchio dei soldati intorno a loro si faceva sempre più stretto.

Fu una lotta cruenta, la rabbia rodeva gli animi. Da entrambe le parti c’erano motivi di odio reciproco. I soldati per i compagni caduti durante tutte le imboscate dei briganti, i ribelli per la loro stessa vita.

Castaldi fu ferito da una sciabolata, e cadde perdendo momentaneamente i sensi, quando si riebbe vide vicino a lui molti compagni morti e la battaglia che imperversava. Mentre si stavano avvicinando altri cavalleggeri chiuse gli occhi fingendosi morto.

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 Più in fondo il sergente Romano combatteva come un leone, guadagnando terreno. Ma a un tratto alle sue spalle sopraggiunse il sergente Cantù che lo afferrò con le sue robuste braccia. Pasquale si dimenò riuscendo a svincolarsi e a tenergli testa, lottando corpo a corpo, finché riuscì a liberarsi e riafferrare la sciabola.

Stava per avere la meglio, quando il sottufficiale lo atterrò con uno sgambetto.

“Vigliacco! Sei un vigliacco!” inveì il sergente Romano contro l’uomo che lo aveva preso a tradimento e gli puntava la sciabola al petto.

In quel momento il capitano Bolasco che si era reso conto di cosa stava accadendo gridò: “Presto, venite: il sergente Romano è qui”.

Tutti i cavalleggeri si fecero intorno al brigante urlando al sottufficiale di finirlo.

“Sono un prigioniero di guerra! Ho diritto a un processo!” sostenne Pasquale Romano che si era sempre ritenuto il capo di un esercito avversario.

Mentre tutti insistevano che fosse ucciso, il sottufficiale piemontese lanciò un’occhiata veloce al capitano Bolasco, il quale abbassò le palpebre senza dire una parola.

Pasquale si rese conto che i soldati intorno a lui avevano deciso della sua vita. La morte gli era stata sempre vicina, ma non l’aveva immaginata così, uno come lui non poteva morire così ingloriosamente.fucilatemi da soldato!, implorò allora.

Il sergente Cantù pieno di odio scosse il capo negandoglielo e sollevò la sciabola su di lui.

“Muori da brigante” disse lanciando un violento fendente che attraversò il corpo del sergente Romano, portandosi via la sua vita e tutte le sue illusioni.

Castaldi aveva visto la scena, il suo capo e amico era morto e lui non aveva avuto il coraggio di combattere fino alla fine al suo fianco. Nella confusione di quel momento di eccitazione dei soldati, approfittando della distrazione degli uomini di Calabrese richiamati dai cavalleggeri per la cattura del nemico, egli fuggì.

Mentre si alzava un vento gelido che smuoveva i rami degli alberi e sollevava le foglie del bosco, i soldati esultarono per la vittoria. Il capitano Bolasco, il maggiore Calabrese si congratularono soddisfatti.

Subito i loro sottoposti si apprestarono a contare le vittime e a raccogliere le armi, controllando i loro bagagli.

Pochi feriti erano riusciti a fuggire, mentre c’erano ventidue morti tra i briganti e solo due prigionieri, tra cui un ragazzino quattordicenne.

Dopo aver raccolto le numerose armi e controllato i bagagli, il maggiore Calabrese ordinò che le vittime fossero seppellite sul posto. Tranne una.

“Il sergente Romano lo porteremo in paese” ordinò. “Caricate quel corpo su di un asino Voglio che il popolo abbia la prova della sua morte”.

Mentre i militari della guardia nazionale e soldati sotterravano i cadaveri, un sottufficiale si avvicinò al maggiore Calabrese e al capitano Bolasco.

“Ho trovato un quaderno in tasca del sergente Romano”.

I due lo esaminarono immediatamente, c’erano scritte pagine di diario e numerose preghiere con rime poetiche.

“Non era vile come gli altri! Ha avuto coraggio ed è morto combattendo” ammise riflettendo Bolasco. Continuò a leggere ed aggiunse stupito: “Sembra uno strano miscuglio tra fanatismo e rozza pietà e a modo suo aveva anche un certo senso di onestà....” Da quando era arrivato a Gioia si era ricreduto su molte cose rispetto a lui.

“Un idealista molto temibile!” definì Calabrese il suo nemico e ricordando quanto era avvenuto fino ad allora disse: “Per noi la sua morte è la liberazione da un incubo”.

I commenti dei due ufficiali furono interrotti da un soldato: tra gli effetti personali erano stati trovati documenti che provavano i rapporti tra il sergente Romano e importanti personaggi che sostenevano il brigantaggio.

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 Poco dopo i soldati si misero in marcia con i loro feriti e i due prigionieri, trasportando il corpo senza vita di Pasquale Romano in paese, dove si era diffusa immediatamente la notizia della sconfitta dei briganti.

Al loro arrivo, ali di folla si fecero intorno ai militari che rientravano vittoriosi, portando legato su di un asino il suo corpo senza vita.

La folla urlò ogni genere di insulti, lanciando sassi e inveendo contro quel cadavere che fu portato in giro per tutto il paese, fin sotto all’abitazione delle sorelle e della mare di Pasquale.

Le donne, che ignoravano cosa fosse accaduto, si affacciarono alle finestre e videro com’era ridotto il cadavere del fratello. Allora le loro urla di disperazione e i loro pianti furono coperti da insulti e minacce. Le donne si barricarono in casa minacciate dalla furia popolare. Poi il cadavere continuò a fare il giro del paese. Infine fu portato davanti alla piazza del castello e, nudo, fu appeso per i piedi.

Il suo corpo martoriato rimase esposto per tre giorni e tre notti e fu meta di pellegrinaggio di molta gente”.

Caliamo il sipario sul romanzo che raccomandiamo di leggere. Vogliamo, però, aggiungere una ultima annotazione. Siamo rimasti perplessi per il linguaggio utilizzato nel racconto. Espressioni del tipo “rivoluzione”, “ribelli”, “rivoluzionari” vengono utilizzate per raccontare le gesta della banda Romano. E’ evidente l’assenza di categorie politiche del tipo di: Rivoluzione e Contro-Rivoluzione al cui ricorso l’autrice avrebbe potutto affidarsi per delineare due campi di scontro rifuggendo dall’equivoco. Perché nello scontro del Risorgimento, Rivoluzionari furono i ribelli all’ordine legittimo e perciò i liberali, prima di tutto, e poi rivoluzionario fu l’esercito d invasione piemontese.

E con questo caliamo veramente il sipario sulla recensione della fatica letteraria dell’ottima Chiara Curione.

Certamente non caliamo il sipario sul Sergente Romano, eroe del legittimismo e martire della Tradizione. Mentre scriviamo queste righe ci viene in mente una felice espressione della indimenticata Cristina Campo: “le pietre parlano”. Ci vengono in mente queste parole pensando all’iniziativa presa da alcuni intellettuali di Gioia del Colle che alcuni anni or sono fecero innalzare nel bosco della Vallata, nei luoghi dove il Sergente Romano trovò la morte, una stele a suo ricordo ed a ricordo dei legittimisti caduti sotto il piombo piemontese per difendere la Patria ed il Re legittimo.

Attorno ad essa, ogni anno, il 6 gennaio, si incontrano in tanti, perché si identificano nei principi per i quali il Sergente Romano ha combattuto ed è morto. Molti dei partecipanti indossano il tabarro, antico mantello in uso sino al tempo dei nostri nonni, per simboleggiare una comune identità con quello che sbrigativamente fu definito “brigantaggio”. Le persone che si incontrano nel bosco della Vallata intendono riconfermare una continuità ideale nello stesso credo: fedeltà alla memoria dell’antica Patria, fedeltà al Re legittimo.

0027/2014 Henri comte de Chambord. JOURNAL (1846 - 1883). Carnets inédits. Texte établi et annoté par Philippe Delorme. Frangois-Xavier de Guibert, Paris, 2013, in - 8° grande, pagg.815, €. 42.

Il conte di Chambord, nipote di Carlo X, fu l’ultimo re di Francia legittimo. Ma se il regno di Enrico V non durò nemmeno una settimana, nell’agosto 1830, la sua influenza politica e morale è persistita sino alla sua morte, avvenuta nel 1883. Eterno esiliato, dal castello di Frohsdorf in Austria, egli non cessò di incarnare la legittimità del potere regale.

 Si pensava che il suo “Giornale” intimo, tenuto quotidianamente e per circa 40 anni a partire dal 1846, fosse stato distrutto per suo ordine, dopo la sua morte. Ma non era così. Al termine di una lunga inchiesta, Philippe Delorme lo ha felicemente riesumato dagli archivi privati dove era stato sepolto da più di un secolo.

La riscoperta di questa testimonianza essenziale sulla storia del XIX secolo, rimarchevolmente decriptata ed annotata, costituisce un avvenimento di importanza maggiore, indispensabile per meglio comprendere le origini della Francia contemporanea e la nascita della Repubblica. Attraverso i suoi tacquini sfilano tutti i grandi attori dell’epoca, le guerre e le rivoluzioni, il regno di Napoleone III e la Comune.

Nel 1873, il conte di Chambord, per la sua intransigenza, mancherà di poco una restaurazione che la maggioranza dei francesi sembrava volere. Il rifiuto e la sua reticenza vengono spiegate leggendo il Journal. Si scopre, egualmente, la vita quotidiana, i piaceri ed i viaggi, le pene ed i doveri di un principe persuaso di incarnare la Francia eterna, e del quale la sola speranza resterà sino al suo ultimo respiro quella di recuperare il trono dei suoi antenati.

Storico specialista di dinastie reali e giornalista di Point de Vue, Philippe Delorme è l’autore di una ventina di opere consacrate ai Principi dai grandi destini. Egli è, egualmente, il promotore delle ricerche genetiche realizzate nel 2000 sul cuore di Luigi XVII, che hanno avuto una risonanza mondiale.

Nella prefazione al Journal, S.A.R. la principessa Francesca di Borbone Parma, sposata al principe Eduardo de Lobkowicz, scrive: “Ecco il Journal ancora inedito del conte di Chambord, un uomo d’eccezione che, alla sua epoca, non fu sempre amato perché troppo poco conosciuto. Non sempre compreso perché l’ideale che egli incarnava sembrava a molti inaccessibile. Inutile descrivere il suo carattere, le pagine che seguono parlano da sole.

Il conte di Chambord fu prima di tutto un uomo di fedeltà. Fedele alla tradizione della nostra dinastia capetingia.

Fedele, indipendentemente dalle circostanze, a quei numerosi che, nel nostro paese, guardavano a lui, considerandolo come l’erede legittimo della nostra monarchia.

Un esempio celebre, quello della bandiera bianca, male interpretato, illustra la sua posizione. A mio nonno, suo nipote Roberto, principe di Borbone e duca di Parma, figlio di sua sorella ed erede, egli ripeteva ciò che egli aveva già più volte dichiarato ufficialmente: “qualunque sia il colore della bandiera, io lo accetterò. Non dimentichiamolo, la scelta del blu (colore del mantello della Vergine), del bianco (quello delle ordinanze del Re), del rosso (martirio, di S. Denis) era stato deciso, già, dall’avo Luigi XV per la sua guardia personale. Come avrebbe potuto rifiutarli? Ciò che egli rifiutava era il principio che la Rivoluzione incarnava ai suoi occhi.

“Nessuno, senza alcun pretesto, otterrà da me che acconsenta a diventare il re legittimo della Rivoluzione”. Ed ancora: “Diminuito oggi, sarò impotente domani. La mia persona non è niente. Il mio principio è tutto”.

In un’epoca in cui il nostro paese emergeva appena dalle ore più drammatiche della sua storia, travolgendo nella sua caduta l’Europa intera dietro di lui, ci è difficile oggi di criticare la scelta che fece il conte di Chambord.

Questo grande principe non può dimenticare in coscienza da quale stirpe è uscito. Per lui “le grandi ore di Reims sono quelle della Francia”. Quando il Re veniva a ricevere l’unzione reale in questa basilica — quella del battesimo di Clodoveo — essa gli conferiva, con la santa ampolla, una consacrazione, vero sacramento che assicurava la continuità dei re verso la loro missione.

Henry Charles Marie Dieudonné di Borbone, duca di Bordeaux, conte di Chambord, Principe di Francia, lascerà questa terra un 24 agosto per ritrovare nell’aurora della sua festa, il più grande re che la Francia abbia avuto, il suo avo diretto, San Luigi.

Con una fede senza limiti, essi hanno potuto offrire al Re dei re, “al Cristo Re di Francia” (S. Pio X) il cuore della loro Patria tanto amata, il cuore di una Franci che, nella sua anima, non ha mai demeritato”.

n. 3 marzo 2014

 Fin qui la principessa donna Francesca.

La figura del conte di Chambord è nota a chi segue il pensiero del tradizionalismo politico. Ad ogni modo, l’occasione è propizia per ripercorrere la sua vita a vantaggio di quanti poco conoscono di questo meraviglioso rappresentante della regalità. Quando Henri Charles Ferdinand Marie Dieudonné di Borbone nacque alle Tuilleries il 29 settembre 1820, la sua nascita fu salutata da uno straripante entusiasmo. Slphonse de Lamartine, che non era ancora divenuto repubblicano, lo definisce “l’Enfant du miracle”. In effetti, suo padre, il duca di Berry, figlio del futuro Carlo X, è stato pugnalato sette mesi prima, all’uscita dell’Opera. Louis-Pierre Louvel aveva pensato, con questo regicidio, di estinguere la linea dei Borbone. Ma, con sorpresa generale, la duchessa di Berry, Maria Carolina, nata principessa reale delle Due Sicilie, aveva allora rivelato di essere in stato interessante.

Battezzato con l’acqua del Giordano che Chateaubriand aveva riportato dalla Terra Santa, il piccolo principe riceve il titolo di duca di Bordeaux, in omaggio alla prima città francese schieratasi con Luigi XVIII nel 1814. E’ ancora nella culla quando gli è offerto per sottoscrizione nazionale il castello di Chambord. A partire dai sei anni riceve una serie di precettori che lo avrebbero formato al meglio. —si avvicendano in questo ruolo il duca di Montmorency, già ministro degli Esteri, fondatore della società segreta dei Cavalieri della Fede. A questo primo governatore, succedono il duca di Rivière, un veterano della Chouannerie, poi il generale barone de Damas — fervente cattolico e monarchico — che aveva combattuto contro Napoleone I con l’uniforme russa.

La rivoluzione del 1830 interrompe un’infanzia idilliaca. Il principe non ha ancora 10 anni quando suo nonno e suo zio, il duca d’Angouleme, abdicano in suo favore, il 2 agosto, a Rambouillet. Abdicazione inutile perché il duca d’Orleans, Luigi Filippo, qualche giorno più tardi sarà nominato re dei Francesi. Inizia un penoso esilio ed il giovane Enrico V prende i titolo di cortesia di conte di Chambord. Prima a Edimburgo, in Scozia, poi a Praga, nel castello reale del Hradischin, infine a Gorizia. Si dedica agli studi con notevole profitto ed al termine dei quali sarà un latinista eccellente, parlerà tedesco, italiano ed inglese, oltre alla lingua materna. Nel 1838 il principe ha 18 anni ed in quest’epoca il duca di Lévis, già aiutante di campo del duca d’Angouleme, diviene il suo principale consigliere. Nel 1846 sposa la principessa reale di Modena Maria Teresa d’Asburgo — Este, figlia del duca Francesco IV. Dal matrimonio non nasceranno figli e con esso si estinguerà la linea principale di casa Borbone — Francia. Sino al 1866 Enrico passa l’inverno a palazzo Cavalli, una delle più belle dimore di Venezia e il resto dell’anno si trasferisce a Frohsdorf che ha ereditato dalla duchessa d’Angouleme, morta nel 1851. Si spegne a Frohsdorf il 24 agosto 1883.

Il “Journal” fu tenuto dal conte di Chambord ininterrottamente per circa 40 anni: dal 1° gennaio 1846 all’11 agosto 1883. Raccolto in 38 agende di piccolo formato, era custodito nel castello di Frohsdorf, nella Bassa Austria e, alla morte del conte, fu da lui lasciato in eredità, assieme al castello stesso, alla moglie Maria Teresa.

La contessa di Chambord diede in eredità il castello di Frohsdorf con quanto in esso contenuto al figlio del nipote don Carlos, figlio di sua sorella Maria Beatrice. Don Carlos tuttavia ne conservò l’usufrutto sino alla sua morte, avvenuta nel luglio del 1909.

All’inizio del ‘900, lo storico francese Francois Laurentie, il cui nonno Pierre-Sébastien era stato uno dei capi del partito legittimista chiese a don Jaime di visionare gli archivi di Frohsdorf. Tra il 1910 ed il 1911 pubblicò due articoli sul Corrispondent di Parigi per illustrare alcuni frammenti del Journal. Francois Laurentie, sfortunatamente, morì nel corso del 1915, sul fronte de la Somme. L’8 agosto 1921 don Jaime scriveva al fratello dello storico defunto per sollecitare la restituzione delle carte precedentemente prestate.

Non conosciamo il passaggio successivo, ma quel che è provato è che i carnets erano finiti negli archivi dei Borbone-Parma. Ne è testimone l’opera del diplomatico francese Jean-Paul Garnier, Le Drapeau Blanc,  pubblicato nel 1971 che cita alcuni passaggi di un carnet del 1873 e ringrazia S.A.R. don Xavier di Borbone- Parma al quale l’opera è dedicata.

n. 3 marzo 2014

0028/2014 Gracchus Babeuf. La guerre de Vendée et le système de depopulation. Prefazione di Stephane Courtois, Introduzione di Reynald Secher e Jean-Joel Brége. CERF, Paris, 2008, in -8°, pagg. 240, €. 22,00.

Nel 1795, in un’opera pubblicata in occasione dei processo a Jean-Baptiste Carrier, l’autore degli annegati di Nantes, Gracchus Babeuf, padre del comunismo, una delle grandi figure della Rivoluzione Francese, sollevava una questione di fondo sulla natura della repressione messa in atto dalla Convenzione in Vandea. Questo libro doppiamente rivoluzionario per il suo contenuto e il suo titolo (Del sistema di depopolazione) si presenta come una requisitoria ben documentata, e di una incredibile modernità, contro la politica dittatoriale del 1793 e 1794, politica che doveva condurre , tra l’altro, all’annientamento e allo sterminio dei Vandeani, e di preferenza delle donne e dei bambini.

Con la nuova edizione di questo testo, Reynald Secher, nella sua introduzione (Memoria e memoricidio) riprende, attraverso una sintesi all’insegna della chiarezza e con l’aiuto di molti documenti inediti, la genesi degli avvenimenti in Vandea e di definire un quarto crimine di genocidio: il memoricidio; per Jean-Joel Brègeon, di presentare la personalità di Gracchus Babeuf; e, per Stéphane Courtois, di stabilire la filiazione tra l’ideologia di Robespierre e quella di Lenin e dei leaders comunisti.

Il tribunale internazionale di Norimberga, nel 1945, ha definito tre crimini di genocidio: la concezione e/o la realizzazione parziale o totale dello sterminio di un gruppo umano di tipo etnico, raziale o religioso, e/o la complicità nella concezione o nella realizzazione di esso.

Purtroppo, né il Tribunale internazionale di Norimberga, né la Convenzione per la prevenzione del crimine di genocidio del 1949 affrontano il problema della memoria. I redattori pensavano senza dubbio che, in ragione della natura intrinseca di questi crimini, le nefandezze non sarebbero mai potute essere negate.

Fenomeno unico nella storia, furono gli eletti di un popolo sovrano che, il primo agosto 1793, all’unanimità, votarono una legge di “annientamento” — vale a dire la distruzione totale col ferro e col fuoco — di un intero lembo del territorio di cui essi erano i rappresentanti e, alcune settimane più tardi, delusi per non essere ancora giunti ai loro obiettivi, votarono il primo ottobre 1793, una nuova legge, ancora una volta all’unanimità, di “sterminio” della popolazione di questo stesso territorio. Le due leggi, votate da rivoluzionari convinti, in coscienza, del loro buon diritto e del loro dovere di salute pubblica, sono pubblicate sul Giornale ufficiale dell’epoca. Esse sono senza alcuna ambiguità, tanto a livello della distruzione dei beni che dell’eliminazione della popolazione. Le parole parlano sufficientemente da sole: “Soldati della libertà: è necessario che i briganti della Vandea siano sterminati prima della fine del mese di ottobre: la salute della patria lo esige; l’impazienza del popolo francese lo comanda; il suo coraggio deve compiersi. La riconoscenza nazionale attende a questa epoca tutti coloro il cui valore e patriottismo avranno affermato senza esitare la libertà e la repubblica”. Qualche giorno più tardi, gli ordini precisano che per “briganti” si intendono tutti gli abitanti, residenti in Vandea, Bleu e Bianchi indistintamente e che bisognava di preferenza eliminare le donne, “in quanto riproduttrici” e i fanciulli “perché futuri briganti”.

n. 3 marzo 2014

 Chiaramente, i Vandeani, come scrive bene Stefano Courtois nella prefazione all’opera “sono assassinati non per quello che hanno fatto o per quello in cui credevano, ma per il semplice fatto di esistere”. Quanto all’attuazione di queste leggi, essa è indiscutibile. Fatto unico, gli archivi militari del Forte di Vincennes conservano la lettera originale datata 24 gennaio 1794, scritta per mano del generale in capo dell’Armata dell’Ovest, Turreau, incaricato dell’esecuzione di queste leggi d’annientamento e di sterminio. Ed ancora, le parole sono senza alcuna ambiguità: “Ho cominciato l’esecuzione del piano che avevo deciso con l’attraversare la Vandea su 12 colonne... Infine se le mie intenzioni saranno ben assecondate, non esisteranno più in Vandea, entro 15 giorni, né case né sostanze né armi né abitanti dopo le più scrupolose perquisizioni.”. Per capirci, Turreau, per iscritto, sollecita, ottenendolo, l’avallo del comitato di salute pubblica, l’8 febbraio, attraverso l’intermediario Carnot: “Ti lamenti, cittadino generale, di non aver ricevuto dal Comitato un’approvazione formale alle tue kisure. Esse gli sembravano buone eppure, lontano dal teatro delle operazioni, esso attende il risultato per pronunciarsi.

Stermina i briganti sino all’ultimo, ecco il tuo dovere.”. Per quel che riguarda l’applicazione di questo piano, l’armata, senza sconvolgersi, eseguì gli ordini: lo confermano gli scritti originali degli ufficiali superiori presenti negli archivi pubblici francesi e in numero considerevole di testimonianze, sia dei perseguitati che dei sopravvissuti.

Oggi, duecento anni dopo i gravi avvenimenti, questo crimine è negato, o, più sorprendentemente, giustificato.

Per esempio, nessun libro di scuola o dell’università menziona le leggi di annientamento e di sterminio pubblicate a suo tempo sul Journal officiel né gli scritti di Turreau e dei suoi accoliti di cui esistono gli originali. La storia ufficiale ha truccato la realtà degli avvenimenti riducendo la Vandea a una semplice piccola guerra civile che bisognò intraprendere in nome dell’interesse superiore della nazione.

Per giustificare l’ingiustificabile ed essere credibile agli occhi di una opinione pubblica che bisognava convincere e far aderire, si riutilizza ed esplora un mito al tempo eroico e lacrimevole, frutto uscito dall’immaginazione di Robespierre, che egli ha creato per i bisogni della causa: l’affare Bara, incrollabile menzogna politica i cui contorni sono perfettamente delineati. Ci sono due versioni contemporanee di questa morte. La prima viene dal suo superiore, il generale Desmarrès. Il giovane ragazzo sarebbe stato sorpreso da alcune vedette a cavallo e avrebbe opposto resistenza: “questo generoso ragazzo, scrive l’ufficiale, ha preferito morire piuttosto che arrendersi e di consegnare due cavalli”. La seconda versione proviene dalla contessa de la Bouère e si appoggia sulla memoria orale: dopo aver tentato di vendere due cavalli ad alcuni paesani, sarebbe stato abbattuto dai proprietari. Qualunque sia la verità, questa morte non è frutto di un atto politico ma un crimine. Desmarrès, annebbiato dalla disfatta che sta subendo dai Vandeani, preferisce centrare il rapporto destinato ai suoi superiori su questo affare, sollecitando una pensione per la madre col pretesto che il ragazzo sarebbe morto nell’esercizio delle sue funzioni. Questa lettera è letta da Barrère alla Convenzione in occasione della seduta del 15 dicembre 1793 e la pensione è votata senza un particolare dibattito. Il 28 dicembre, Robespierre, che vuol rendere omaggio ai soldati combattenti in Vandea e giustificare a posteriori la sua politica di annientamento e sterminio, trasforma il giovane palafreniere in Ussaro e martire. Barrère, che non vuol restare indietro, fa pronunciare a Barà le parole leggendarie che si conoscono ed ordina a David un quadro e la retorica delle parole fece il resto. Quanto a Desmarrès che, perplesso in seguito a questa inattesa interpretazione del suo rapporto, si permise di scrivere una seconda lettera per ricordare la realtà degli avvenimenti, viene arrestato e ghigliottinato il 31 gennaio 1794 dalla commissione militare di Angers: Robespierre non vuol correre nessun rischio e, come lo spiegano alcuni Convenzionali “occorre, se necessario, impiegare il ferro e il fuoco, ma rendendo i Vandeani colpevoli agli occhi della nazione del male che noi gli faremo”.

n. 3 marzo 2014

 Si conoscono bene i metodi utilizzati per relativizzare, occultare, banalizzare o negare il genocidio commesso in Vandea: l’autore li ha descritti ed analizzati in un libro intitolato Ebrei e Vandeani, da un genocidio all’altro: la manipolazione della memoria, apparso nel 1991 presso Olivier Orban.

Del resto non bisogna dimenticare quel che scrisse Hippolyte Taine, nell’introduzione all’opera Origini della Francia contemporanea, apparso nel 1884: “Questo volume, come i precedenti, non è scritto che per gli amanti della zoologia morale, per i naturalisti dello spirito, per i cercatori della verità, dei testi e delle prove, per essi solamente e non per il pubblico che, sotto la Rivoluzione, ha il suo partito preso, la sua opinione fatta. Questa opinione ha cominciato a formarsi nel 1825 e nel 1830 dopo il ritiro o la morte dei testimoni oculari: essi scomparvero, e così si poté persuadere il buon pubblico che i coccodrilli erano dei filantropi, che parecchi tra loro avevano del genio, che essi non avevano mai mangiato che dei colpevoli e che se per forza ne avevano mangiati troppi era stato a loro insaputa, nonostante essi, devotamente si erano sacrificati al bene comune....”.

Questi metodi messi a punto negli ultimi tempi hanno condotto a un revisionismo ufficiale di cui la Revue du Centre national de documentation pedagogique, è stata testimone col n. 469. In questo numero, pubblicato il 27 gennaio 1988, è apparso un saggio dal titolo “Chouans et Vendéens” scritto dal docente universitario Jean Clément Martin il quale ha affermato: “Alcuni parlano, impropriamente, di genocidio. Infatti, non vi era un piano di distruzione, ma un delirio politico attraverso alcune parole, del 1793 e del 1794, che autorizzavano le misure prese in modo incoerente. La distruzione è stata il fatto politico di una parte dei rivoluzionari: essa è stata condannata e fermata da altri rivoluzionari che si opponevano a queste pratiche. Non vedere dunque la Vandea come luogo di massacro, vale a dimenticare che la stessa politica terrorista si applicava a tutta la Francia (Tolone, Lione, ecc.). Parlare di genocidio, è non vedere che più della metà della Francia è stata messa in subbuglio dalla contro-rivoluzione e punita.”.

Ma per alcuni, la negazione del crimine commesso in Vandea è insufficiente, e in nome di un pseudo-interesse superiore della nazione e della Repubblica (ciò che permette e giustifica tutto, è necessario di riscrivere la memoria della Vandea per sradicare ogni ricordo di colpevolizzare i discendenti, di discreditare i fatti, di ridicolizzare e di denunciare gli sforzi realizzati tanto da singoli individui che da collettività locali o territoriali, come il Consiglio Generale di Vandea, per mantenere il ricordo doloroso degli avvenimenti e ristabilire la verità storica. I mezzi ritenuti da questi assassini della memoria si inseriscono nella logica e nel prolungamento di quelli utilizzati dai negazionisti: si relativizza, si semina il dubbio, si falsifica, si nega, si capovolgono i ragionamenti, si fa ricorso ad una terminologia ambigua, si gioca sul subliminale ripetitivo. Il commento della Revue du centre national de documentation pédagogique, già citata, relativo ad una incisione che raffigura gli annegati di Nantes è un esempio del genere: “Nell’inverso 1793 — 1794, i protagonisti del Terrore (Carrier a Nantes, Francastel ad Angers) annegarono dei prigionieri. Questi brutali procedimenti furono condannati dalla maggioranza dei Repubblicani nei mesi successivi. Essi furono, nel secolo XIX, l’occasione di una propaganda politica diretta contro la Repubblica”. Non è più dunque l’atto di assassinare le popolazioni che è criticabile, ma il fatto che se ne ricordi. Logico, sempre nella stessa rivista, il commento relativo a un’incisione che rappresenta due giovani repubblicani nell’atto di impedire a dei vandeani di abbattere un albero della libertà. E’ dello stesso tenore: “all’inizio della guerra, il fragore degli avvenimenti è considerevole in tutto il paese. Non occorre cercare delle verità storiche in questa azione militante”.

Gli esempi si possono ripetere all’infinito. La chiave di comprensione del fenomeno Vandeano passa attraverso il martirio di questo popolo, attraverso il genocidio della sua gente e, non ultimo, con la negazione dell’orrendo crimine.















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