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Questione meridionale e industrializzazione del mezzogiorno

Prometeo - III Serie - Primo e secondo semestre 1976

Franco Migliaccio

Il sud prima dell'unità d'Italia

La genesi delle strutture capitalistiche del sud va ricercata molto lontana.

Dobbiamo andare alla metà del settecento per veder già soppiantato il feudalesimo da una situazione obiettiva già chiaramente capitalistica.

Che fosse ancora una economia arretrata e prevalentemente agricola è indiscusso ma è interessante notare come si stessero instaurando rapporti avanzati anche se, è ovvio, vanno necessariamente riferiti all'epoca specifica in cui si sono sviluppati.

La terra, ad esempio, da mezzi per produrre valori d'uso diviene in tal epoca mezzo per far danaro; per tal motivo si sostituiscono ai vecchi rapporti feudali a carattere naturale o semi-feudale, rapporti di natura monetaria concretizzatisi con gli investimenti nella terra la quale, dopo adeguata lavorazione ottenuta mediante prestazione d'opera dei non possessori (retribuiti con semplice salario), dava possibilità di lauti profitti rivendendo a prezzi progressivamente crescenti i prodotti che essa poteva dare.

La borghesia mercantile ed usuraia già presente nel feudalesimo, ma emarginata ed esterna rispetto alla produzione, viene a trasformarsi, in guanto possidente di ingenti quantità di danaro (che, in un'epoca come quella di cui stiamo dicendo, di lievitazione dei prezzi può accrescere di molto il proprio potere economico), e ad assumere le caratteristiche che le saranno proprie nei più tardi rapporti specificatamente capitalistici.

Oppure viene a perdere la propria funzione nel tentativo di trasferire ad altri il rischio ed il peso della conduzione agricola tentando di stabilizzare e perpetuare la propria posizione economica basata sulla pura rendita parassitaria (ma il fenomeno riguardò soprattutto il ceto nobiliare di marca feudale). Succedeva infatti (ciò soprattutto in Sicilia) che i nobili tendevano a dare volentieri, per potersi trasferire in città, i feudi in affitto ad un ceto medio speculatore dotato di capitali e spinto ad investire nella terra verificata come mezzo semplice d'ottenere alti profitti mediante la forzatura dei prezzi dei prodotti agricoli.

I motivi, almeno in apparenza, non avevano da temere dalla concessione dei feudi in fitto poiché erano essi revisionabili e adeguabili alle nuove quotazioni. Ma in prosieguo di tempo dovevano svilupparsi condizioni tali da capovolgere la situazione e dal punto di vista degli interessi che legavano il signore al proprio feudo e da quello dei contadini allora operanti nella forma giuridica della colonia.

Il gabellotto infatti, sostituendosi al signore feudale appesantisce talmente gli obblighi del colono, colpisce i diritti consuetudinari dei contadini che vengono in massa a proletarizzarsi, trasformati in braccianti retribuiti con salari da fame. Nasce così il profitto capitalistico nelle campagne ottenuto mediante il sistematico approprio del plus lavoro che porterà ad un sempre più totale immiserimento dei lavoratori agricoli.

D'altra parte i gabellotti avevano eroso i vecchi rapporti feudali costringendo ad un sempre più massiccio esodo dai diritti giuridici sulla terra del ceto nobiliare oberato di debiti.

L'allontanamento della terra è rapido pur nella sua gradualità e si svolge nell'arco di tempo in cui si susseguono poche generazioni dall'iniziale suddetto processo di inurbamento. La stessa monarchia assoluta interviene nel 1752 abolendo l'enfiteusi e favorendo, con la diffusione del bracciantato, il sorgere di rapporti più tipicamente propri alla legge del capitale.

Le generazioni seguenti divennero sempre più esterne alla terra avendo perso ogni contatto con essa (che nel frattempo si era trasformata) e i suoi problemi. Il potere quindi si trasferisce sempre più nelle mani dei gabellotti fino al divenire istituzionale della legge sull'affitanza espressasi prima semplicemente come tendenza. Si delinea quel processo di concentrazione delle ricchezze analogamente al modo con cui esso avviene in Inghilterra: un ceto medio di fittavoli si arricchisce da una parte intensificando lo sfruttamento della forza lavoro, (il rovescio di tale termine è il capitale) dall'altro emarginando i landlords; l'inflazione diveniva lo strumento di tale politica. L'equazione del capitalismo (D-M-D') e cioè l'investimento per il profitto si veniva a realizzare divenendo il fulcro dei nuovi rapporti di produzione. Alle tre categorie economiche del capitalismo agrario (rendita - profitto - salario) corrispondono le tre figure giuridiche sociali (classi) dell'agricoltura meridionale dell'epoca: quella del nobile (proprietario), del neo-borghese (affittuario-imprenditore), del bracciante o proletario agricolo (salariato).

Fu il periodo in cui si pone in gran risalto il massiccio fenomeno dell'urbanesimo. Specie in Sicilia le cui città si ingrossano a dismisura in un breve lasso di tempo: Messina che dopo la peste del 1743 ha 20.000 abitanti passa ad averne 50.000 nel 1798. Catania da 25.000 nel 1748 a 45.000 nel 1798; Palermo passa invece dai 145.000 abitanti ai 200.000 tra l'inizio e la fine del '700 (la popolazione dell'isola aumenta complessivamente di 500.000 unità). Le borgate agricole invece, e ciò è sintomatico, vedono un calo di presenza di mano d'opera quantomeno pauroso: Lentini riduce il numero dei suoi abitanti a 5.050 nel 1798 da 14.756 che ne aveva (nel 1570); Polizzi passa nello stesso periodo da 8.343 a 3.936 abitanti; Alì da 2.934 (1563) a 1.633 (1748); i piccoli villaggi del centro dell'isola perdono complessivamente il 50% della popolazione e tutto ciò a favore, naturalmente, dello spopolamento delle campagne che contribuisce a infrangere in maniera inverosimile il vecchio legame contadino-terra. Contribuisce naturalmente anche ad incrementare il processo di mercantilizzazione dell'economia (data la crescita della quota di produzione che va al mercato cittadino) e di aumento, in termini assoluti, della produttività del lavoro agricolo.

I suddetti rapporti di produzione, già chiaramente capitalistici e tipici in tutta l'economia del Sud, vengono ulteriormente diffusi con l'occupazione napoleonica nel meridione continentale e inglese in Sicilia. In che modo influiscono tali eventi sulla economia del nostro Sud?

Il regime murattiano si propone principalmente quanto segue: integrazione del Sud in uno spazio economico dominato dalla Francia produttrice di manufatti, relegazione del Sud, in stato di colonia, come produttore di generi agricoli in grado di soddisfare le esigenze della città (nella madre-patria). Divisione del lavoro dunque tra paesi produttori di manufatti e paesi produttori di derrate agricole con conseguente preminenza dei primi e sfruttamento coloniale delle seconde. Per realizzare ciò i francesi danno il colpo finale al già agonico feudalesimo con riforme giuridico-amministrative di diretta derivazione dal codice napoleonico tendenti a creare un apparato politico (e giuridico) funzionale al mercato e al profitto che si facevano strada influenzando la struttura economica della società.

L'occupazione inglese in Sicilia (analogamente) determina una svolta ma favorisce soprattutto lo svilupparsi del capitalismo in agricoltura. L'Inghilterra infatti invade di manufatti (a basso prezzo) l'isola che è costretta ad investire quasi soprattutto nell'agricoltura.

Viene a crearsi una situazione obiettivamente matura a sanzionare, anche a livello formale e giuridico, il processo economico in atto: nel 1810 verranno eliminate le esenzioni fiscali a vantaggio della feudalità e nel 1812 viene sciolta la stessa feudalità e concessa, su pressioni degli inglesi, la Costituzione (ciò non toglie però che residui dell'antico regime possano esistere anche per lunghissimo tempo, all'interno della nuova società in cui prevalgono modi di produzione e dominanti rapporti sociali di ben diverso contenuto economico e politico).

Insomma il Meridione era già passato a nuovi rapporti capitalistici di produzione superando anche in agricoltura il principio della riproduzione semplice e dell'autoconsumo e operando secondo i principi di una continua espansione economica.

Quando nel 1848 si scatenarono in Lucania le lotte bracciantili, culminate nell'occupazione delle terre, vi troviamo presenti già le idee socialiste le cui parole d'ordine erano: riduzione della giornata lavorativa e delle pigioni, aumenti salariali e rivendicazioni in genere tipiche della lotta di classe di una società capitalistica

Né il ritorno dei Borboni inverte, come da più parti si lascerebbe far credere, la tendenza venutasi ad esprimere coi precedenti regimi; anzi essa viene accentuata proprio dopo aver ratificato e legittimato al nuovo potere le riforme prima avviate (quelle murattiane in primo luogo).

Il protezionismo industriale borbonico, pur strozzando le esportazioni dei prodotti agricoli (facendone cadere i prezzi) rallentandone l'espansione, stimolò lo sviluppo industriale: attirò come le mosche al miele il capitale straniero. Gli alti dazi permettevano infatti alti profitti per alti investimenti poichè con la caduta dei prezzi agricoli si veniva ad aumentare il potere d'acquisto del proletariato che poteva così vivere (o sopravvivere) con un salario assai misero; i bassi salari però, implicando bassi costi di produzione, permettono la politica di potenziamento del settore industriale (con una crescita dell'accumulazione). Va aggiunto che le barriere doganali rendono possibili prezzi eccezionalmente alti dei manufatti in contrapposizione ai bassi prezzi dell'agricoltura; instaurando così la dialettica dello scambio diseguale tra città e campagna in cui quest'ultima è sfruttata a vantaggio della prima in quanto lo sviluppo industriale è più rapido ed ha la preminenza su quello agricolo.

Crescono e si moltiplicano le compagnie commerciali d'investimento che in soli due anni (1831-33) passeranno da 1 a 6 milioni di ducati di capitale, mentre sono in netta e costante ascesa le loro azioni. Si ramifica il sistema bancario che distrugge il fenomeno della tesaurizzazione. La circolazione di monete d'oro e d'argento era di lire 88 contro le 40-45 del resto dell'Italia e d'Europa.

La politica doganale dei Borboni parte dalla preoccupazione che il paese possa venire schiacciato dalle nazioni più forti, da quella di tenere in parità la bilancia dei pagamenti e per impedire le fughe di capitali all'estero. Non è dunque l'espressione di una chiusa società feudale ma di una società (capitalisticamente) in via di sviluppo che, operando nel vivo dei mercati internazionali, tenta di premunirsi dalle tendenze imperialistiche che si delineano minacciose, con una oculatissima politica protezionistica.

Senza dubbio si mirava ad uno sviluppo dell'industria all'ombra del protezionismo ed a spese dell'agricoltura. Il Reale istituto di incoraggiamento delle scienze naturali favorì la ricerca scientifica applicata all'economia, l'attività delle società economiche si sgravò l'agricoltura di tasse, si eliminarono i dazi di esportazione per vari prodotti agricoli onde conseguire un allargamento più consistente del mercato.

Ma la posizione politica dei Borboni era precaria e poteva contare su sole forze interne (si può parlare a proposito della nascita di una primordiale borghesia di stato).

La borghesia agraria era libero-scambista e contraria, quindi, alla politica dei dazi doganali; la borghesia industriale (favorevole al protezionismo) ambiva ad una economia inserita nel suo contesto naturale: quello di un sistema liberale costituzionale che le consentisse maggiore autonomia politica (al massimo il suo muoversi politico poteva essere caratterizzato da una certa neutralità ma non di appoggio diretto al regime dei Borboni); il proletariato urbano, impedito ad organizzarsi, fatto sopravvivere con bassissimi salari, scalcitava; i braccianti e i contadini poveri, vivendo la situazione economica in modo identico alla classe operaia in città, si muoveva con crescente ostilità verso il regime. Insomma tutta la società muoveva prima in sordina, poi con sempre più rumore contro il reame borbonico che ormai era braccato da tutte le parti. Si erano diffuse le idee socialiste (ancora di derivazione proudhoniana e saintsimoniana) coi moti contadini del 1848 tanto che i Borboni, per avere una minima base di massa, dovettero ricorrere all'appoggio del brigantaggio. I briganti-contadini intendevano la loro guerriglia, per ispirazione che veniva dall'alto, come lotta di poveri contro i ricchi (autoctoni e piemontesi).

A livello internazionale poi, le ostilità di Austria e Inghilterra fecero indugiare e desistere i Borboni dalla prospettiva di prevenire (onde salvare il salvabile) i Savoia, tentando di egemonizzare il movimento unitario con un progetto unitario-costituzionale in chiave federativa, poi rimangiato, che avrebbe riservato ai Borboni, in Italia, uno dei primi posti.

Il crollo del reame è ormai imminente e la sua durata si spiega col fatto che, come ci insegnano Marx ed Engels, a livello di società civile, coesiste un intreccio di rapporti feudali e borghesi che dimostrano un non ancora definito e preciso rapporto di dominanza.

Qualche dato comparativo tra nord e sud al momento dell'unità

Agricoltura

I dati sottoelencati, approssimati e generici, ci danno un'idea di quella che era la situazione dell'agricoltura meridionale nei confronti di quella settentrionale.

Le province dell'ex regno borbonico producono quasi la metà dei cereali e dei legumi, la metà delle patate, il 60% dell'olio, il 20% del vino e dei bozzoli di seta, la totalità degli agrumi e del cotone. Anche per ila produzione del tabacco e della frutta il Sud è in testa. Viene distanziato dal Nord per i bovini (che ne ha quasi il 90%) ma ritorna in testa per quanto concerne invece gli ovini e i caprini (più del 50%), per gli equini (60%) e per i suini (55%).

Il Nord ha invece la totalità della produzione di riso per evidenti ragioni climatiche.

Come si vede, pur con qualche settore in disavanzo rispetto al Nord, il Sud è tutt'altro che staccato. Anche per ciò che concerne la produttività della terra i dati ci dicono ad esempio che il Meridione con il 43,5% della superficie nazionale coltivata a cereali (la metà circa del terreno produttivo del Sud), ha il 47,7% della produzione; con il 32,4% dei castagneti ha il 36,5% della produzione. La popolazione attiva, e ciò fa assumere maggior rilievo alla cosa, era al Sud il 63% del totale (media italiana 57,4%), ma solo il 56,6% di essa lavorava in agricoltura contro il 59,7% della media nazionale.

Da ciò può risultare evidente il carattere mercantile, concorrenziale e dinamico dell'agricoltura nel Sud e che non esisteva un serio divario tra Nord e Sud; divario che data invece, come vedremo, un'epoca posteriore.

Industria

Anche qui i dati sono evidentemente frammentari e incompleti. Ma è possibile ricavarne un quadro complessivo alquanto attendibile.

Il solo dato globale è invece indicato dal censimento fatto nel 1861: il Sud aveva in quell'anno il 51% di tutti gli operai impiegati nell'industria italiana; il che contrasta decisamente con la visione di un Sud pre-industriale o addirittura feudale di molti nostri noti meridionalisti.

Ma vediamo la situazione industriale settore per settore. Nel campo della seta il Nord era in netto vantaggio, ma più per la estensione della produzione che non per il livello tecnologico (le imprese del Nord erano disperse, arretrate e poco meccanizzate, mentre esisteva al Sud l'opificio di S. Leucio conosciuto in tutta Europa e la cui produzione veniva largamente esportata).

Nel campo cotoniero, prendendo a paragone le punte più avanzate, il dato è indicativo: al Nord la Lombardia produce 16 milioni di metri di tessuto complessivamente; al Sud la Campania con i soli stabilimenti meccanici, minoritari rispetto alla diffusissima lavorazione a domicilio, ne produce 13 milioni (il più grosso opificio lombardo, la Filatura Ponti, nel 1848 aveva 414 operai contro i 1300 della Egg di Piedimonte).

Nel settore laniero il Nord aveva un leggero margine di vantaggio in quanto industria un po' più estesa quantitativamente ma meno concentrata qualitativamente.

Il settore cantieristico vede invece il Sud in vantaggio: nei due soli grandi cantieri del golfo di Napoli lavorano 3400 operai su 6650 del ramo in tutta Italia. A Castellammare ci si organizza per la lavorazione di scafi in ferro mentre Napoli diventa il maggior centro italiano per la produzione di macchine e motori marini. L'arsenale-cantiere di Napoli impiega 1600 operai (a Castellammare 1800) ed è l'unico ad avere un bacino di carenaggio in muratura lungo 75 metri (la flotta napoletana e siciliana ricopriva i 4/5 del naviglio in tonnellaggio dell'intera flotta italiana e possedeva 20 piroscafi a vapore.

Le cartiere erano fiorentissime ed avevano registrato una espansione e una capacità produttiva a livello europeo.

Per ciò che riguarda la siderurgia il Sud impiegava 20 mila operai: 4000 in meno rispetto al Nord. Ma il confronto è senz'altro favorevole al Sud per il maggior grado di concentrazione ed il miglior livello tecnico delle sue aziende (solo l'Ansaldo di Genova era a livello di grande industria ma aveva 480 operai contro i 1000 di Pietrarsa a cui si accostavano la Zino ed Henry con 600 operai e la Guppy con altrettanti operai e ad altissimo, riferito all' epoca, contenuto tecnologico). Inoltre due fabbriche delle tre italiane per fabbricare locomotive erano al Sud. Per le industrie estrattive lo zolfo siciliano copriva il 90% della produzione mondiale (prima metà dell'800) e assorbiva 1/3 degli operai del settore.

Il delinearsi della questione meridionale

La questione meridionale comincia a delinearsi sin dai primissimi anni post-unitari in Italia Ciò in virtù di una politica selvaggia di accentramento portata avanti dallo Stato unitario ai danni dell'economia del Sud; politica resa possibile, date certe particolari caratteristiche della struttura sociale del meridione d'Italia a cui prima abbiamo accennato: la borghesia autoctona, avente in mano le maggiori deve del potere economico, si identificava nella sua quasi totalità nelle persone fisiche appartenenti al precedente regime borbonico che, una volta crollato, l'ha trascinata con sè nella catastrofe. Era quindi in prevalenza una "borghesia di stato" che ha condiviso le sorti tristi del potere in cui direttamente si incarnava. La borghesia libero-scambista (rurale e industriale) era invece meno consistente e pur col suo spiccatissimo spirito imprenditoriale non riuscì a farsi valere dal nuovo stato unitario. Anzi, una volta iniziato il processo di devastazione economica del Sud (vedremo come), per la logica che induce il capitale a ricercare alti livelli di autovalorizzazione è stata spinta ad investire al Nord, rendendosi così, in prima persona, responsabile del progressivo deteriorarsi economico del Sud (ma le condizioni erano state create ed esasperate dall'intervento capitalistico e "colonizzatore" del settentrione).

Il capitale straniero anch'esso dovette spostarsi, alla ricerca di più alti profitti, verso Nord dove era già consistentemente presente lasciando il Sud alla mercé della borghesia industriale del Nord che, rapidamente, porta la situazione economica del Meridione a livelli esasperati.

La borghesia del Nord (in quanto politicamente unita), è identificabile con le forze che mossero alla realizzazione dell'unità d'Italia tanto da costituire un blocco politico-economico in grado di muovere gli interventi del nuovo potere nella direzione voluta e, quindi, a proprio esclusivo vantaggio.

Altro fatto certamente non determinante ma egualmente degno di considerazione è la collocazione geografica del Nord: vicino all'Europa industrializzata, coi suoi mercati facilmente raggiungibili era estremamente favorito rispetto al Sud nelle relazioni commerciali di import-export con la maggior parte dei paesi europei. Ma vediamo quali principali interventi operò lo stato unitario nel realizzare il processo cli sfruttamento del Meridione in funzione di una accelerata accumulazione al Nord.

In primo luogo la politica fiscale perseguita dallo Stato per consentire un vero e proprio drenaggio di capitali dal Sud al Nord. La pressione fiscale, già notevole al tempo dei borboni, sotto i Piemontesi venne ad accentuarsi in maniera sperequata rispetto al Nord. Mentre prima dell'unità si pagavano 50 milioni di imposta fondiaria, se ne pagheranno 70 nel 1866 contro i 52 del Centro e del Nord uniti.

La sperequazione è più evidente se si considerano i tassi di incidenza per ettaro; nelle province di Napoli e Caserta si pagavano L. 9,6 per ettaro contro una media nazionale di 3,33 e una media in Toscana, regione fertilissima, di 2,33 per ettaro.

La spesa pubblica viene concentrata al Nord così come avviene per quasi tutte le opere pubbliche: per le spese di opere idrauliche in campagna la media pro-capite fu cli L. 0,39 per abitante nel Mezzogiorno continentale, lo 0,37 in Sicilia contro una media nazionale di L. 19,71.

Anche le scuole si distribuiscono in modo estremamente sperequato; vengono incrementati inoltre i disagi dei trasporti, settore in cui il Sud partiva già svantaggiato: diventa adesso costosissimo far circolare le merci con conseguenze di ristagni nei mercati locali.

Insomma lo Stato dava al Sud la terza o la quarta parte di quel che dava al Nord e ciò avveniva concentrando capitali nell'alta Italia dove si concentravano anche gli uffici statali (uffici amministrativi, magistratura, esercito, polizia, ecc.). La sperequazione si rifletteva (o ne era il riflesso) sulla situazione politica: il solo Piemonte ebbe fino al 1898 ben 41 ministri nei vari gabinetti contro 47 dell'intero Meridione.

In quanto al sistema bancario meridionale, a cui lo stato unitario sferrò un attacco poderoso, vediamo ciò che successe.

La forza del Banco di Napoli preoccupava i banchieri del Nord e la stessa Nazionale che decisero di strozzarla tentando di ridurlo, pressappoco, ad un semplice monte di pegni. Il tentativo fu relativamente difficile essendosi la borghesia meridionale serrata attorno al proprio istituto; rendendo impossibile la riforma per la costituzione di una banca unica di emissione nella quale al Sud sarebbero spettate solo 1/5 delle azioni.

La Nazionale, che dopo l'unità era scesa al Sud per fare concorrenza al Banco (nel frattempo modernizzatosi rispetto all'epoca dei Borboni), fatica non poco nel volgere i rapporti di forza, in parità fino al 1860-66, a proprio vantaggio. La maggiore disponibilità di capitali della prima trovava come opposto non meno importanti fattori di una maggiore circolazione e riserva aurea del secondo. Allora si passa alle maniere forti: si vieta (o si ritarda) l'apertura al Nord delle filiali del banco il cui ampliarsi e l'estendersi delle proprie zone d'intervento diventa vitale, nel contempo che si dà inizio alla politica di drenaggio delle sue riserve auree che appare come tentativo di privare il Sud del suo oro e delle sue capacità di credito. Il gioco era semplice e si realizzava con d'intervento delle numerose filiali che la Nazionale aveva aperto al Sud le quali vendevano ai risparmiatori i titoli del debito pubblico ottenendo i risultati di ampliare la quantità di debito pubblico gravante sul Sud, di succhiare moneta del banco con ovvi danni alla sua politica di espansione, e di indebolire la struttura del Meridione mediante la strozzatura del suo credito.

La legge sul corso forzoso varata nel 1866 continua coi suoi effetti devastatori la politica mirante all'indebolimento del Sud. Anche se le giustificazioni addotte (motivi patriottici: la guerra con l'Austria rendeva necessario allo stato grosse riserve auree; motivi congiunturali: difficile situazione dell'industria messa in difficoltà dalla concorrenza straniera) in relazione a detta legge fossero, come in parte furono, dettate da necessità, resta da spiegare perché il principio della inconvertibilità avesse escluso soltanto la moneta del Banco di Napoli e non, ad esempio, quella della Nazionale a cui premeva invece, ed è questo un motivo, di indebolire le enormi riserve auree del suo diretto competitore. Ciò permise al Nord di superare la crisi mediante la dilatazione del credito, mentre al Sud (che continuava a sborsare oro) con la sua restrizione verranno compromesse in maniera irreversibile le possibilità di sviluppo industriale ed economico; fino alla completa acquisizione del Banco al sistema creditizio settentrionale.

Allo stesso modo viene attaccata l'industria con la strozzatura delle commesse e conseguente chiusura di stabilimenti, lenta decadenza degli arsenali e dei cantieri (lasciati languire), abbassamento dei dazi protettivi, sistematica politica di rapina e di sfruttamento

Nemmeno l'agricoltura si salva da questo tipo di sfruttamento delle risorse messe in atto dallo Stato, anche se i primissimi anni post-unitari avevano fatto registrare un'espansione tale da inserirla in ambito internazionale mediante un processo di riconversione indirizzato verso le colture d'esportazione. Ma un paese relativamente arretrato (nel contesto europeo) come l'Italia non riesce a sostenere l'attacco delle potenze straniere che inflazionano il mercato coi prodotti a bassissimo costo provenienti dalle colonie in cui è possibile, mediante un intensivo e criminale sfruttamento, ottenere merci (sia agricole che industriali) a contenutissimi costi di produzione. Molti paesi, quelli più deboli, ricorrono al protezionismo per non essere schiacciati dalla concorrenza internazionale e non correre il rischio di mandare a monte molte tra le più importanti colture (canapa, riso, gelso, ecc.). L'Italia, anch'essa, seguì tale indirizzo.

Il provvedimento però (1887) colpisce Nord e Sud in maniera diversa in quanto il Sud era stato indirizzato proprio verso le colture d'importazione: è così costretto a comprare manufatti industriali al Nord a prezzi di monopolio, assoggettandosi alle leggi di uno scambio diseguale. Avviene pertanto una vera e propria fuga di capitali verso il Nord che finivano inevitabilmente a confluire verso i settori industriali e più industrializzati. All'inizio del 1890 tutta l'agricoltura meridionale è prostrata.

Riepilogando, dunque, al Sud spettavano, nel disegno della borghesia unitaria, questi principali compiti: fornire capitali al Nord; fornire mano d'opera a basso prezzo: fornire prodotti agricoli contro i manufatti del settentrione che si scambiano in ragione diseguale.

La "questione meridionale" è ormai realtà.

Questione meridionale e industrializzazione del Mezzogiorno

Il divario tra Nord-Sud non subisce pause d'arresto; al contrario, si aggrava sempre più, tanto da divenire la preoccupazione dei cultori speranzosi dei fati d'Italia naturalmente di là a venire. Solo il fascismo ne negherà l'esistenza nel mentre che si preoccupava ad aggravarne l'entità intervenendo di fatto sulle già miserrime condizioni di vita delle classi rurali del Sud.

Fu abolito il regime di proroga dei contratti agrari e i concedenti ave vano libero agio di sfrattare fittavoli e coloni insolventi e di fissare i canoni locatizi in base alla contrattazione individuale (un vaso di terracotta in mezzo a quelli di rame dovette sentirsi il fittavolo che trovavasi nella necessità di contrattare).

Furono cacciati dalle terre incolte i contadini che l'avevano dissodate e bonificate a prezzo di duri sacrifici (decreto Visocchi) mentre nel 1934 la corporazione della agricoltura proponeva l'impiego delle compartecipazioni (restrizione della sfera salariale e ampliamento di quella in compenso in natura). Si teorizzò per questa via la deproletarizzazione che nient'altro fu se non la espansione di un arcaico contratto in cui rimaneva identica la condizione proletaria del lavoratore. Si conobbe l'usura e furono diminuiti i salari al di sotto dei limiti imposti dagli stessi sindacati neri. Il Meridione approfondiva la sua esperienza di zona destinata artificiosamente (ma funzionalmente alla logica del profitto) al sottosviluppo.

Né migliore sorte toccò al Mezzogiorno dopo il crollo del fascismo. La ricostruzione avviene in chiave monopolistica e logica vuole che il sistema dei monopoli presenti lacerazioni, contraddizioni, possibilità d'intervento (nonché di sfruttamento) molto più accentuate del capitalismo nella sua "precedente versione".

La riforma agraria nel 1950-56 fu la risposta al malcontento dilagante nelle campagne (si ricordino le occupazioni delle terre e il sangue versato dei lavoratori agricoli); essa pur attaccando il latifondo, favorendo l'investimento nelle campagne e la trasformazione in senso capitalistico delle aziende tradizionali, obbedì a puri criteri di deperimento. Le piccole aziende all'uopo create, divennero in poco tempo riserve di mano d'opera sottoccupata da cui, costantemente, attingere forza-lavoro (ancora una volta) per il Nord.

Il primo (1961) e il secondo (1966) Piano verde obbedirono alla medesima logica e favorirono un processo di concentrazione esasperato col cosiddetto boom economico che evacua le campagne dalla presenza operante e non, della mano d'opera.

Il triste fenomeno dell'emigrazione selvaggia è a tutti cosa nota; da un punto di vista capitalistico defluivano intanto le condizioni per l'applicazione del Piano Mansholt.

Il destino dell'Italia sembrò essere di tipo esclusivamente "industriale e cittadino" (tale problema fu alla base delle trattative del primo centrosinistra) ma i nodi di uno sviluppo anarchico e irrazionale, come quello capitalistico, prima o poi vengono, come sono venuti, al pettine.

La crisi storica del Meridione si accompagna ad una crisi generalizzata che ha investito tutto il mondo capitalistico occidentale (in particolar modo) ancor prima che la stessa Italia. Come momento di estrema concentrazione essa non può che favorire l'esasperarsi della questione meridionale che ha come effetti immediati e tragici la progressiva espulsione di forza-lavoro dai processi produttivi.

Gli interventi dello Stato, in quanto stato capitalista sono puri palliativi e si muovono sulla base della logica del massimo profitto e, oggi, della speculazione, quando non del più gretto clientelismo. Infatti gli investimenti anche statali al Sud, pur avendo raggiunto plafond massimi, sono di gran lunga meno consistenti di quelli operanti al Nord. Ciò non a caso: la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instaura tra due realtà estranee o anche solo genericamente collegate, ma presuppone uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è congeniale. Quindi un Nord capitalistico e un Sud "feudale", lo ribadiamo, è una tesi che non regge il confronto con la storia.

L'analisi e la strategia meridionalistica della socialdemocrazia

La neo-socialdemocrazia (Pci, Psi, sinistra ex-extraparlamentare e sindacati) punta le sue analisi partendo da presupposti che furono di Gramsci.

La società meridionale sarebbe per Gramsci di tipo pre-capitalistico il che, nella Europa occidentale del precedente e del suo periodo il "pre-capitalistico" non può che stare per feudale o semi-feudale. La sua costante è quindi la mancanza di una borghesia e del capitalismo al Sud, cosa che, abbiamo visto, non è assolutamente vera. Le amministrazioni borboniche e spagnole avrebbero impedito il sorgere di una borghesia autoctona mentre detta classe era sorta al Nord. Così la proprietà terriera dominante è per sua essenza feudale e il capitalismo ed un suo Stato sono estranei al meridione del tempo.

Nelle tesi di Lione si parla degli agrari e dei contadini come di realtà che è entrata nel quadro del sistema borghese conservando le specificità (anche dei rapporti che sottendono) della loro fisionomia pre-capitalistica. L'errore parte dalla viziata concezione che l'essenza del capitalismo sia l'industrialismo dal che ne discende che dove le industrie sono poche o mancanti non ci si possa essere capitalismo (e agricoltura capitalistica) che è invece, a prescindere il grado di industrializzazione, il sistema della produzione per il plus valore utilizzando a tal fine tanto l'industria quanto l'agricoltura.

Ne discende anche che la rivoluzione russa non sarebbe stata possibile in quanto effettuata in un paese scarsamente industrializzato e prevalentemente agricolo-contadino. Le sue declamazioni rivoluzionarie diventano pertanto o pura demagogia populista ovvero opportunismo deteriore, che, partendo dal presupposto di una ineffettuata rivoluzione democratico-borghese al Sud, può arrivare a concepire, collegandosi a certe esperienze russe del 1905 (impropriamente), l'alleanza con la borghesia progressiva (perché nella sua fase di costituzione in quanto classe) e con tutte le forze produttive, operaie e non, arrivando così alla teorizzazione del blocco storico, anticamera ideologica del compromesso storico di più recente e berlingueriana memoria. La porta all'interclassismo è definitivamente aperta e oggi qualsivoglia borghese può riconoscersi, per puro interesse, con la concezione gramsciana storicamente inesatta, politicamente opportunista, della questione meridionale.

Illazioni a parte, vedremo come l'attuale strategia riformista della social democrazia italiana si appresta a "risolvere" la questione meridionale nel quadro globale dei rapporti capitalistici di produzione, quindi in senso genuinamente borghese. Il discorso si ricollega a quel famoso "nuovo modello di sviluppo" caro a tutta la sinistra parlamentare italiana che vorrebbe un controllo allo sviluppo del capitalismo nel mentre che questi mostra invece i segni della sua decadenza come indica la crisi strutturale in corso.

Il mezzogiorno viene, nell'economia italiana, considerato come il tallone d'Achille la parte cioè più vulnerabile del sistema e portatore di fermenti che, in fase di crisi più avanzata, potrebbe avviare al decollo della lotta di classe condotta fuori dal sistema. La prevenzione di questi fenomeni di disgregazione (e di "eventuali" rotture) si ottiene pertanto - sempre secondo i nostri attuali esponenti socialdemocratici - innestando un processo di recupero delle risorse meridionali che sono ancora ingenti. Vanno solo canalizzate verso il giusto fine. Per renderle competitive nei confronti dei mercati esteri e per accrescere favorevolmente le risorse del Paese: una economia meridionale arretrata non solo è di per se stessa indice di uno sviluppo caotico della società italiana ma sottrae allo stesso tempo ricchezze a tutto il Paese. Sull'Unità si poteva leggere:

Il Mezzogiorno è contemporaneamente principale vittima e causa dell'indebolimento delle forze produttive del paese; il suo basso livello di sviluppo, abbassando l'efficienza del sistema economico, frena il resto del paese.

Ciò è vero? Una analisi del genere non può che partire da presupposti borghesi. marxista sa che il sottosviluppo del Sud - e lo abbiamo dimostrato - è funzionale alla legge dello sviluppo ineguale e quindi al sistema complessivamente. Per il Pci, soprattutto, la debolezza del Meridione ha una causa principale: "la debolezza del sistema imprenditoriale" (siamo al colmo. Gente che si dice comunista vorrebbe un sistema imprenditoriale più forte). La causa principale, data per scontata la situazione di indigenza in cui versa il sud d'Italia, è che nessun capitalista potrebbe investire oggi per avere profitti diciamo fra vent'anni. Sarebbe voler contraddire una legge fondamentale del capitalismo che è quella dell'autovalorizzazione del capitale.

A parte l'attuale mancanza di liquidità (i capitali emigrano, come la nostra forza-lavoro, all'estero), soprattutto oggi, ciò si rende ulteriormente impossibile per cause inerenti alla crisi strutturale del capitale. In regime di stagnazione economica i capitali si spostano verso l'area della speculazione, dell'extraprofitto, abbandonando così la sfera della produzione che vede ridursi notevolmente il saggio del profitto.

Né un ipotetico capitalismo di stato (tant'è che nella sua accezione più stretta il Pci l'ha ributtato; almeno a medio termine) potrebbe risolvere la questione. In quanto anche lo stato-imprenditore, per rispondere alle leggi economiche del capitalismo, può muoversi solo nelle condizioni in cui si raggiungano le sfere del profitto (dell'estorsione di plus valore alla classe operaia), cioè si risponda alle leggi del modo borghese di produzione, l'accumulazione capitalistica. Allora bisogna avviare all'utilizzo massimo delle risorse del paese poiché come ci "insegna" il prof. Pasquale Saraceno dalle pagine dell'Unità, "è necessità di investire nel Mezzogiorno risorse addizionali per colmare il ritardo storico". In che modo? Anche se fa rabbrividire perché detto da un partito sedicente comunista, ciò si renderebbe possibile incentivando il profitto stesso quel "giusto profitto" (sic!) la cui teorizzazione, uscì, maldestramente (?), dalle labbra del "liberal" Giorgio Amendola.

Viene ufficializzato e consacrato come ineluttabile quel modo di produzione per cui Marx, Engels, Lenin e tanti altri validissimi rivoluzionari, impegnarono tutte le loro forze per dimostrarne scientificamente la transitorietà e la necessità del suo superamento mediante la violenza di classe proletaria.

L'incentivazione del profitto dovrebbe realizzarsi però non mediante inter venti aggiuntivi, ma dovrebbe avvenire invece "nell'ambito della programmazione nazionale". Nell'inscrizione in "un generale cambiamento della società" (estratti di discorsi dal Convegno del CESPE 1975).

Ed ecco delle "argute" argomentazioni di Peggio, economista tra i più accreditati del Pci, che ribadiscono la caratterizzazione borghese della politica meridionalistica del Pci:

La ricerca attorno a queste scelte intendiamo farla con la partecipazione di dirigenti sindacali, del mondo imprenditoriale, di tutte le forze democratiche. La ragione della nostra scelta discende dalla consapevolezza della gravità della crisi e dei pericoli che ne derivano [il corsivo è nostro ed è usato per sottolineare quanto stia a cuore alla nostra socialdemocrazia, la stabilità di questo sistema].

E arriviamo a Rosario Villari il meridionalista per antonomasia del Pci che ci consente di riverificare (ammesso che ce ne sia di bisogno) la continuità ideologica dell'odierna teoria socialdemocratica col pensiero di Gramsci, in base a quanto precedentemente esposto, e la costante pratica di "concretiamo" gradualistico del suddetto modo di far "meridionalismo" a buon mercato. Così argomenta: "di fronte alla crisi che il paese attraversa ed al drammatico fallimento della politica meridionalistica del governo è necessario un forte rilancio della visione gramsciana della rivoluzione italiana, con una nuova vigorosa sottolineatura del suo contenuto meridionalistico. La visione gramsciana e la successiva elaborazione togliattiana devono essere ulteriormente arricchite alla luce delle esperienze dell'ultimo quarto di secolo, affinchè possano costituire la base di una nuova aggregazione di forze sociali; in un nuovo blocco democratico che mobiliti più a fondo anche le risorse politiche del Mezzogiorno nell'azione per il superamento della crisi".

La rivoluzione italiana, come abbiamo avuto modo di rilevare, rimane ineffettuata soprattutto nel Meridione, quindi (povero Lenin!) "leninisticamente" è possibile, anzi necessaria e doverosa l'alleanza con la borghesia progressiva (quella agraria?) del meridione. La successiva elaborazione di Togliatti a cui Villari si riferisce rimane nel binario di quella concezione progressiva di alleanze e patteggiamenti - ma senza contropartite - con le forze borghesi con cui già il Pci di Gramsci e Togliatti già si riconosce. L'ancor più tarda elaborazione berlingueriana segna un ulteriore passo verso il "compromesso" più ampio con le più ampie forze sociali del Paese.

È soprattutto in questo periodo di crisi che il Pci vede come risol vibile, ignorandone (o facendo finta di ignorarne) le caratteristiche strutturali, connesse al modo di produzione borghese, la questione meridionale. Appellandosi - è sempre Villari che argomenta - alla classe operaia, tenuta sotto controllo con la illusione delle riforme di struttura:

Il Pci si sta assumendo coraggiosamente [sic!] le sue responsabilità di fronte alle masse per chiedere sacrifici a vantaggio del Sud [il corsivo è nostro - nda], ma può farlo solo se prevale la politica dell'espansione produttiva e del riequilibrio territoriale, se cioè nel futuro figli investimenti nel Mezzogiorno saranno veramente orientati alla trasformazione dell'agricoltura [nemmeno originale questo discepolo del buon Mansholt - nda], allo sviluppo industriale e all'erogazione di incentivi ad imprese veramente utili.

Insomma la tanto declamata "riconversione" che è "una via obbligatoria allo sviluppo, in forma diversa, dell'economia nazionale" (Colajanni).

"Forma diversa": la si legga come "migliore" gestione del sistema produttivo-amministrativo (sclerotizzato quasi totalmente da trent'anni di dominio democristiano) che nel piano di "riconversione" ("spostamento geografico al Sud dell'industrializzazione") va riattivato, moralizzato e reso quanto mai efficiente; come si può dedurre dal "progetto di legge del Pci per il Mezzogiorno", così riassunto:

  1. intervento statale per coordinare la distribuzione delle risorse, sia provenienti dall'esterno, sia formatesi nel Mezzogiorno stesso.
  2. Programmi triennali di interventi controllati da una commissione parlamentare.
  3. Sola forma di intervento diretto centralizzato dello Stato sono i progetti di sviluppo.
  4. Creazione dell'ISVEM.
  5. Rilancio degli incentivi, sotto forma di contributi a fondo perduto, con limite massimo più alto per le piccole imprese.
  6. Attuazione della fiscalizzazione degli oneri sociali, in modo da offrire alla piccola e media industria del Nord un'occasione di allargamento al Sud delle proprie attività.

Si ha forse bisogno di ulteriori commenti? Sacrifici per la classe operaia. Questo sanno ripetere i nostri borghesi, tutti, per risolvere la crisi e frenarne gli effetti più acceleranti della stessa: i pesantissimi fenomeni inflattivi da contenere, la rivitalizzazione della bilancia commerciale (e pareggiamento di quella dei pagamenti), "riconversione produttiva" (qualche autobus in più, qualche auto in meno) a "vantaggio" del Sud, dove meglio non si trova da fare che sconvolgere le sue strutture caratteristiche per impiantare qualche sparuta cattedrale nell'immenso deserto del Meridione. Le esperienze negative dell'Alfasud, del V centro siderurgico (quando verrà messo in funzione?) e qualche altra squallida consimileria, evidentemente, nulla hanno insegnato.

Il partito rivoluzionario sul problema

Le posizioni del partito di classe sulla questione meridionale, senza ripeterci, si deducono chiaramente dal presente articolo. Traspare cioè evidente da ogni rigo, quando addirittura non vengono tout court sentenziate con critiche antitetiche (per tattica, strategia e dottrina) a quelle analizzate e che sono tipiche di una visione socialdemocratica del problema. Idem per quanto riguarda il tentativo di risoluzione della questione meridionale mediante la cosiddetta politica di "industrializzazione" del Mezzogiorno. Ma cerchiamo di riassumere.

Nel solco di quell'impostazione tracciata dalla sinistra comunista italiana, il partito di classe vede la questione meridionale come un prodotto naturale del capitalismo, sistema in cui si viene a realizzare uno sviluppo ineguale a livello nazionale (Sud arretrato, Nord con economia ad alto contenuto tecnologico), come a livello internazionale (convivenza, sul piano del mercato mondiale, di cittadelle capitalistiche con paesi - la stragrande maggioranza del globo - ad economia arretrata o in via di sviluppo).

Non è pertanto possibile concepire, facendo parte di una stessa realtà capitalistica, strategie diverse da un punto di vista di classe, né differenziate per le diverse situazioni sociali legate allo sviluppo ineguale del capitalismo, se non quel tanto che ragioni tattiche e contingenti possono rendere necessarie al fine di mirare al cuore del sistema per rovesciarlo.

Tattiche diversificate, non strategie. Ma attenti! È pur sempre la tattica un momento di una più ampia azione strategica; volere appunto forzare "tatticamente" la linea di condotta rivoluzionaria, giustificandola con falsi concetti di "diversità" più o meno strutturali e riferite alle varie situazioni con cui il partito può venire a contatto (mediante la lotta), si va a parare nell'opportunismo più repellente.

Nell'era dell'imperialismo qualsivoglia paese è obiettivamente un paese capitalistico, anche quello più arretrato. Allo stesso modo va considerato il sud d'Italia, prodotto delle contraddizioni irrisolvibili del capitalismo stesso. L'agrario reazionario, l'industriale illuminato, sono due momenti della stessa realtà. Entrambi sono nemici della classe operaia e nessun riguardo, in quanto tali, va riservato a questi o all'altro. Non ci sono padroni buoni o cattivi; né tanto meno accettabili o inaccettabili; anche quando politicamente si identificano con quei partiti sedicenti "progressisti" e quindi vicini, a lor dire, agli interessi di "tutta la società" e della classe operaia (ma solo a parole).

Il Mezzogiorno è al centro delle attenzioni del Partito. Poiché la crisi internazionale è, per sua natura, portatrice di fattori disgreganti e dirompenti, la realtà meridionale diventa per tali motivi una polveriera; una miccia a lenta combustione, ma che brucia costantemente, è innescata e urge la necessità a che il botto non sia apportatore di danni riparabili.

La questione centrale è che il Partito deve mettere le radici nel cuore della classe, ovunque essa si trovi, per indirizzarla all'unico fine che è l'abbattimento del sistema del profitto. Nel frattempo quindi che la borghesia (e i suoi centri più avanzati, i partiti socialdemocratici sedicenti comunisti o socialisti) blatera di "nuovi modelli di sviluppo" (quando il capitalismo, già in fase di putrescenza, manifesta un incredibile decadimento sia a livello economico che politico), di programmi di "industrializzazione del Mezzogiorno" (ma siamo arrivati all'assistenzialità negando la legge del profitto. Gli investimenti al Sud rinvierebbero l'accaparramento di profitto in data sine die), il partito di classe si fa promotore di interessanti iniziative, al Sud, indirizzate a far trascrescere politicamente momenti di esplosivo malcontento già in essere, a coordinare le lotte spontanee e a livello locale e a livello nazionale (quando le situazioni rendano possibile ciò). Non stiamo certo a teorizzare l'immediatezza dell'esplosione della "questione meridionale". Ma è certo che esiste una realtà tale da indurre i rivoluzionari a una più urgente riconsiderazione del problema; per creare le condizioni più favorevoli, da un punto di vista soggettivo, a che la miccia già innescata non venga spenta. Proprio da coloro che, parlando in nome del proletariato, sarebbero in grado di farlo: creando i motivi (già esistenti) dell'acquiescenza della classe operaia ad una politica riformista e di restaurazione, per tamponare la crisi in corso.

Per tamponare la crisi, non per superarla. Tal compito compete soltanto alla guerra imperialista, prossima a venire, per schiudere le porte ad un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica.

F. Migliaccio










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