Eleaml


Fonte:

Il Ponte rivista di politica, economia e cultura 

fondata da Piero Calamandrei - Numero 1 – 1967

MEZZOGIORNO SESSANTUNO

di BENIAMINO FINOCCHIARO


La seconda Relazione sulla attività di coordinamento, presentata dal presidente del Comitato dei ministri per il Mezzogiorno, on. Pastore, alla presidenza della Camera il 19 aprile 1961, di recente distribuita ai deputati, ha chiuso momentaneamente il ciclo delle documentazioní e dei dibattiti meridìonalistici, che fra il '60 e il '61 in coincidenza del primo decennale della Cassa del Mezzogiorno hanno consentito un consuntivo di massima degli interventi ordinari e straordinari dello Stato e della iniziativa privata nel Sud.

I piú significativi contributi al risveglio di una coscienza meridionalistica del paese ci sono venuti dalla discussione aperta dai radicali nell'estate del '60 sul «Mondo» e dal dibattito svoltosi alla Camera nel gennaio-febbraio 1961 su sette mozioni - tre democristiane, una comunista, una socialista, una socialdemocratica, una liberale - presentate dopo la distribuzione, nel giugno del '60, della prima Relazione sulla attività di coordinamento (predisposta dall'on. Pastore e diffusa col nome dell'on. Tambroni, a causa delle dimissioni del primo dal governo presieduto dal secondo).

Due gruppi di interventi, che hanno avuto il merito di una valutazione organica e complessiva della questione, e che si possono integrare per una piú matura riflessione con i calcoli di Guglielmo Tagliacarne sul reddito prodotto dal settore privato e dalla pubblica amministrazione nelle province e nelle regioni d'Italia negli anni dal 1951 al 1959; con i risultati di una inchiesta "impressionistica", condotta nel Mezzogiorno da Giuliano Pischel e Piero Savini e raccolta in otto saggi sulla rivista «Mondo Economico», tra il dicembre 1960 e il febbraio 1961; con le relazioni di Gino Martinoli sul fabbisogno di personale qualificato in Italia e sulle prospettive e gli obiettivi da porsi nel prossimo futuro in questo settore; con il prisma delle posizioni polemiche e di consenso suscitate dall'articolo di Luigi Einaudi sul «tempo lungo» e dall'altro della economista inglese Vera Lutz sullo «spiazzamento» e sulla «forzatura dei tempi» nelle prospettive di industrializzazione del Sud.

Dal primo - ed il piú recente - degli strumenti informativi elencati, cioè la seconda relazione Pastore, si possono facilmente ricavare dati di comprova del permanere, e per certi versi dell'esasperarsi, di grossi livelli di squilibrio, calcolati a prezzi correnti 1960, tra Centro-Nord (31.791.000 ab. ) e Sud (19.138.000 ab. ) nei settori: del reddito complessivo e pro capite: 3.532,6 miliardi di lire per il Mezzogiorno,13.599,4 miliardi di lire per il Centro-Nord, ridistribuito pro capite nella misura di 184.600 lire al Sud e di 427.800 lire nel Centro-Nord; della produzione netta interna cumulativa di tutti i rami di attività economica: 3.322,6 miliardi di lire nel Mezzogiorno,11.322,4 miliardi di lire nel Centro-Nord con punte massime ed amplissime di dislivello nel settore industriale (945,0 miliardi nel Sud; 5.529,0 miliardi nel Centro-Nord); dei consumi privati: 3.346,3 miliardi nel Mezzogiorno,9.335,7 miliardi nel Centro-Nord; degli investimenti lordi: 1.151,8 miliardi nel Mezzogiorno,3.580,2 miliardi nel Centro-Nord.

Nei dati riassuntivi del bilancio economico del Mezzogiorno gli incrementi percentuali 1959/50 dei fenomeni economici caratteristici, valutati sia in cifre assolute che in cifre pro capite o assimilabili sono apparentemente positivi per il Sud. Valutate all'opposto nei calcoli le cifre di partenza, si rivela il netto peggioramento degli squilibri fra Centro-Nord e Sud nell'ultimo decennio.

Limitando l'esemplificazione al solo reddito lordo pro capite e ad alcuni dei consumi di prima necessità si ricava già un quadro oggettivo della situazione di fatto: - il reddito lordo per ab. nel '50 fu per il Centro-Nord di 224.000 Lire e per il Mezzogiorno di 96.000 lire. Nel 1959 l'incremento percentuale rispetto al '50 è stato del 70% per ab. del Centro- Nord (381.000 lire) e del 78,1% per ab. del Mezzogiorno (174.000). In percentuale, dunque, maggiore per i meridionali. Ma di fatto gli abitanti del Centro-Nord hanno migliorato il loro reddito di 157.000 lire annue, quelli del Sud di solo 75.000 lire annue; - il consumo kg. /ab. della carne nel '50 fu nel Centro-Nord di 12,6 kg. , nel Sud di 6,2 kg.

L'incremento percentuale 1959/50 è stato del 40,2% per ab. del Nord (23,0 kg. ), del 42,9% per ab. del Sud (12,0 kg. ). Maggiore per i meridionali, ma di fatto il consumo della carne nel Nord è aumentato per abitante di circa 7 kg. annui, nel Sud di poco mena di 4 kg. annui.

Una valutazione questa estensibile a tutti gli indici di incremento di consumi e dei settori della produzione e degli investimenti.

Ad un miglioramento percentuale assoluto corrisponde un peggioramento costante e progressivo di fatto.

Naturalmente tentare un giudizio sulla positività o negatività di una determinata politica meridionalistica, partendo soltanto dalla constatazione dei dati di disuguaglianza o dei disuguali saggi di sviluppo sarebbe premessa sprovveduta per un qualsiasi serio ragionamento economico e politico. Si provocherebbe il facile rifiuto di ogni incriminazione di imperizia e di contraddizioni da parte dei responsabili dell'attuale politica meridionalistica con la comoda controtesi che l'accentuato divario dei saggi di sviluppo fra Sud e Nord non consegue dal fatto che il Sud non ha beneficiato dall'intervento straordinario e massiccio dello Stato, bensí dal fatto che il Nord ha toccato punte espansive impreviste ma non per questo di non apprezzabile vantaggio per l'intero paese.

È questa la proposizione di fondo del cripto-antimeridionalismo di un largo arco di forze politiche, di organi di stampa e di settori governativi, che celano il fastidio per la protesta meridionale e la volontà di tutela di interessi settoriali e territoriali con l'ottimismo dei dati economici non comparati del Sud ed il buon senso di una impostazione, che non vuole turbato il miracolo italiano da problemi di riqualificazione e di priorità nella scala dei bisogni, dei consumi e degli investimenti.

A voler tentare un giudizio sulla situazione del Mezzogiorno e sulla proprietà o incongruenza della politica ad esso destinata in questo primo decennio di impegno meridionalistico dello Stato democratico, è piú opportuno fondarlo su una valutazione della rispondenza fra natura degli strumenti adoperati e fini conseguiti, onde sbarazzare il rosario di luoghi comuni, che l'antimeridionalismo di tendenza ha messo in circolo nell'opinione pubblica del paese.

Fra gli strumenti di accelerazione del riequilibrio economico nazionale e di distruzione della nostra economia dualistica, oligopolistica nel Nord e precapitalistica o di capitalismo primitivo nel Sud, la Cassa del Mezzogiorno avrebbe dovuto costituire il canale centrale di intervento straordinario, di tipo parziale, con precisi obiettivi di programmazione globale e pluriennale. La produttività dell'intervento era naturalmente legata alla conservazione degli interventi ordinari dello Stato negli argini di progressione naturale e necessaria. Nel carattere aggiuntivo - e non sostitutivo - della Cassa era fondata la prospettiva di recupero dell'economia del Sud nei confronti di quella del Centro-Nord.

«L'intervento pubblico nel Mezzogiorno è affidato. . . ad un apparato complesso, costituito dalla Cassa, dai Ministeri e dagli enti pubblici: ciascuno di questi organismi ha un ruolo specifico e insostituibile, venendo meno al quale si rischia di compromettere, o almeno di ritardare, la soluzione dei problemi dello squilibrio economico del nostro paese», ha scritto l'on. Pastore (Relazione, p.15). Questa lucida intuizione governativa, non ha, comunque, potuto sottrarre il consuntivo decennale alla registrazione di notevoli sfasature verificatesi in ordine al coordinamento ed all'integrazione degli interventi ordinari e straordinari e alla esecuzione di essi, affidata quest'ultìma non direttamente alla Cassa o ai ministeri, ma agli organi periferici e, in particolare, agli enti locali, dalle Province ai Comuni, dai Consorzi di bonifica agii Enti di Riforma, tutti organismi di scarsa consistenza finanziaria e tecnica, che hanno condizionato e condizionano in modo negativo ogni forma di intervento.

A concretare in annotazioni puntuali le sfasature di piú grosso rilievo: i rapporti fra interventi ordinario e intervento straordinario, gli squilibri fra programmazioni e realizzazioni della Cassa, la carenza negli impegni delle aziende a partecipazione statale, si rileva: A) la Cassa nell'arco della sua decennale attività ha realizzato e provocato interventi, che ammontano per il complesso del Mezzogiorno a 1.496,8 miliardi di lire, pari al 40% circa degli investimenti, compresa la quota dei privati, effettuati nel Mezzogiorno dalle altre amministrazioni dello Stato dal 1950-51 al 1959-60.

Nello stesso periodo l'intervento dell'Amministrazione ordinaria - ministeri del Lavoro e della Previdenza Sociale, dei Lavori Pubblici, dei Trasporti, dell'Agricoltura e Foreste, amministrazioni che rientrano nell'ambito della azione di coordinamento del Comitato dei ministri per il Mezzogiorno - è stato globalmente di 2.359,5 miliardi di lire, pari al 39,6% del complesso degli investimenti effettuati in Italia, passando da un intervento di 175,0 miliardi di lire nel 1950-51 a 356,9 miliardi di lire nell'esercizio 1959-60.

Ma l'intervento ordinario dello Stato nel Mezzogiorno, crescente in termini assoluti, è stato nettamente decrescente in termini relativi nei confronti del Centro-Nord e dell'Italia in complesso.

I numeri indici - fatto il 1950-51 uguale a 100 - rivelano che fra il 1950-51 ed il 1958-59 l'investimento ordinario dello Stato è passato da 100 a 201,9 nel Mezzogiorno; in Italia, invece, è salito da 100 a 230,4 per ascendere addirittura a 290,6 nel Centro-Nord.

Anche il peso percentuale del Mezzogiorno sul totale nazionale è andato decrescendo dal 41,5% del 1950-51 al 36,4%, del 1958-59. Durante l'ultimo esercizio questo valore ha subito un lieve miglioramento, passando al 37,8% in relazione tuttavia alla flessione dell'intervento statale nel Centro-Nord.

Ne consegue che l'opera della Cassa per il Mezzogiorno, nella misura in cui l'intervento ordinario dei ministeri è stato inferiore alla media nazionale, ha avuto carattere sostitutivo, anziché aggiuntivo come previsto dalla legge istitutiva.

Particolare rilievo merita l'intervento del ministero dell'Agricoltura e Foreste nel Mezzogiorno (nel triennio 1957-59 la quota dell'agricoltura nella formazione del reddito totale delle regioni meridionali è stata del 31,4%, doppia rispetto alla quota delle regioni settentrionali e centrali,16,5%), salito in termini assoluti da 9,8 miliardi di lire del 1950-51 a 43,3 miliardi di lire nel 1959- 60, ma diminuito in percentuali di investimenti ministeriali dal 53,0% nel 1950-51 al 46,2% nel 1959-60. Gli investimenti espressi in numeri indici sono passati - fatto uguale a 100 il 1950-51 - a 440,6% nel Mezzogiorno a 506,1% in Italia ed a ben 580,0% nel Centro-Nord.

Gli interventi di tutti gli altri ministeri - eccettuato in parte quello del Lavoro e della Previdenza Sociale - hanno mostrato una tendenza netta al peggioramento in termini relativi, che l'aumento dei valori assoluti non può nascondere.

B) In sede di consuntivo decennale non si possono inoltre tacere i grossi squilibri, nella sfera d'esercizio della Cassa, fra programmazioni e realizzazioni di opere provocati solo in parte dalia inidoneità degli organi periferici e, in partìcolare, degli enti locali ad assumere la fase esecutiva delle programmazioni.

Nel settore delle infrastrutture civili gli interventi per acquedotti e fognature hanno nel decennio impiegato - e non del tutto utilizzato un coefficiente oscillante fra il 50/80% degli importi di programma.

Nel biennio '50-51, '51-52 contro un importo di programma di 48 miliardi di lire ed un complesso di progetti approvati a carico della Cassa per 41.157 miliardi di lire, furono appaltati lavori per 23.355 milioni di lire; nell'esercizio 1959-60 contro un importo di programma di 241,1 miliardi di lire e progetti approvati a carico della Cassa per 189.429 milioni di lire, erano stati appaltati lavori per 157.645 milioni di lire. Realizzati solo 124.000 milioni di lire.

In materia di costruzione di asili infantili, presso la Cassa dai tre programmi, due a favore dei comuni con popolazione inferiore ai 3.000 ab. e il terzo con popolazione dai 3.000 ai 5.000 ab. , è stata prevista la costruzione di 1.385 asili, dei quali 264 a carico del primo programma,395 del secondo e 582 del terzo.

A tutto il 30 giugno 1960 erano pervenuti alla Cassa 548 progetti di asili, di cui 226 relativi al primo programma,304 riguardanti il secondo e 18 il terzo. . Sempre alla stessa data i progetti approvati risultavano in totale 359, deí quali 183 riguardavano il primo programma,175 il secondo e soltanto uno il terzo. Dal confronto degli asili approvati con quelli programmati risulta che lo stato di avanzamento del primo programma è attualmente pari all'81%, quelli del secondo programma a circa il 33%, mentre appena iniziata risulta l'approvazione dei progetti relativi al terzo programma.

Questo in un settore di delicato ed urgente intervento. Solo il 37,5% dei bambini tra i 3 e i 6 anni viventi nel Mezzogiorno continentale ed il 34,1 % di quelli del Mezzogiorno insulare (media  nazionale 45,5%) frequenta, infatti, le scuole di grado preparatorio.

Nel settore della viabilità ordinaria, alla fine dell'esercizio 1959-60, erano da registrare contro un importo di programma di 151,2 miliardi di lire progetti approvati a carico della Cassa per 156.638.000 di lire, appaltati per 131. 055.000 di lire, realizzati per 112. 000. 000.

Rilievi analoghi possono essere mossi nel settore degli investimenti industriali. I contributi della Cassa sulle spese di impianto o di ampliamento di piccole e medie industrie nell'ambito dei Comuni del Mezzogiorno con popolazione non superiore ai 20 mila ab. sono stati erogati con ritmo lentissimo. Le domande pervenute al 30 giugno 1960 furono 1.611 per un costo delle opere pari a 129.706 milioni di lire. Sono state ammesse ai contribuiti 258 domande per un costo delle spese di 18.967 milioni di lire e contributi per l'ammontare di 2.629 milioni di lire. I contributi erogati sono stati di 1.360 milioni di lire a copertura di solo 112 domande.

C) Gli investimenti delle aziende a partecipazione statale destinate al Mezzogiorno furono fissati dalla legge 29 luglio 1957 in almeno il 40% del totale. L'impegno nasceva dalla esigenza di esasperare l'intervento pubblico nel Sud - nel periodo 1951-59 la distribuzione totale degli investimenti delle aziende a partecipazione statale dava una percentuale nel Mezzogiorno non superiore al 25% -, onde accelerare con una spinta complementare il processo di equilibrio fra l'economia del Sud e quella del Centro-Nord. Nonostante il disposto legislativo, negli esercizi 1958- 59 gli investimenti sono rimasti sensibilmente al disotto del 40%. Nel '60 si prevedono investimenti nel Sud pari al 37% del totale dell'Iri, del 41,1% del totale dell'Eni, del 25,5% del totale delle aziende facenti capo direttamente al ministero delle Partecipazioni Statali (Anmi, Cogne, Carbosarda. Non conteggìati i dati relativi alla finanziaria Ernesto Breda). In totale investimenti per poco meno del 38%, laddove avrebbero dovuto toccare almeno il 40%.

Su queste contradizioni programmatiche e funzionali di fondo è possibile innestare annotazioni marginali, anche se utili al ricavo di una diagnosi della situazione economica meridionale.

Opere pubbliche e agricoltura: gli investimenti lordi a prezzi 1954 in questi due rami di attività nel decennio 1950-1960, pur essendo progressivamente aumentati, nella loro entità assoluta (rispettivamente da 91,8 miliardi di lire a 131,2 miliardi di lire; da 89,1 miliardi di lire a 195,2 miliardi di lire) si sono ridotti notevolmente in percentuali relative, passando dal 23% circa degli investimenti fissi complessivi del 1951 al 13% del 1960, e dal 22,3 al 19,3.

Persino gli investimenti in corsi di addestramento normale e per disoccupati e in cantieri di lavoro e rimboschimento - strumenti di corruzione politica piú che di qualificazione professionale - non hanno agevolato la disoccupazione e la sottoccupazione del Sud: nel 1959-60 al Sud sono toccati per i primi 5.299 milioni di lire pari al 34,3% del totale contro 10.133 milioni di lire al Centro-Nord pari al 65,7%, e per i secondi 7.980 milioni di lire pari al 49,8% del totale, contro 8.430 milioni di lire, pari al 50,2%, al Centro-Nord.

Indici che chiaramente contraddicono il luogo comune di un Mezzogiorno impigrito dalle sinecure dei lavori pubblici, dei sussidi pro-disoccupazione e dai contributi all'agricoltura nocciolosa.

Apporto combinato del capitale pubblico e di quello privato. Su un totale di 1.496,8 miliardi di lire di investimenti realizzati dalla Cassa nei primi dieci esercizi, ben 542,6 miliardi di lire sono stati utilizzati per incentivi alla iniziativa privata: per miglioramenti fondiari 265,4 miliardi di lire, per iniziative industriali 269,6 miliardi di lire, per la pesca e l'artigianato 7,6 miliardi di lire. Ed ancora sui 35.346 milioni di lire, destinati dalla Cassa alle attività formative e sociali, una grossa aliquota è stata assorbita dal settore privato con la istituzione di centri interaziendali, per la formazione di quadri direttivi della produzione e della vita amministrativa aziendale e per la formazione di tecnici industriali per il Mezzogiorno (un contributo di 50 milioni è stato erogato alla Soc. Montecatini per la formazione dei tecnici da destinare agli stabilimenti di Brindisi).

Nonostante questo massiccio complesso di incentivi e di provvidenze il Comitato dei ministri ha di recente esteso le facilitazioni già previste per le piccole e medie iniziative industriali anche a quelle di piú vasta portata. Ed ha confermato l'intendimento di condizionare nel tipo e nel livello, nonostante la recisa opposizione di molti settori parlamentari, la programmazione pubblica al sistema di scelta degli investimenti privati.

«È su questa base (le prospettive di investimento industriale nel prossimo quadriennio, formulate dalla Confederazione Generale dell'Industria), che si può costituire un utile punto di incontro tra intervento pubblico e privato, fermo restando che laddove gli operatori economici non possano o non intendano arrivare, è necessario si sostituisca l'iniziativa pubblica» - ha scritto l'on. Pastore (Relazione, p.13).

Di prossima programmazione sono: - l'intensificazione della attività di promozione e di assistenza tecnica delle attività imprenditoriali in tutti i settori; - l'intensificazione e la qualificazione dell'assistenza finanziaria, attraverso l'intervento creditizio di natura speciale; - la sperimentazione di nuove forme di partecipazione pubblica ai rischi imprenditoriali.

In sintesi, nuove provvidenze per una piú ampia ipoteca del monopolio nel Sud, con un sempre minore volume di rischi. Come hanno bene sperimentato in Sicilia la Edison, la Montecatini, la Italcementi. E a conforto di quanti avvertono nel dirigismo della Cassa una grossa minaccia per la libertà imprenditoriale in Italia.

Occupazione operaia. Nel decennio 1950-60 il volume complessivo delle giornate operaie lavorate è ammontato a 233 milioni, di cui 118 milioni di giornate impiegate nella esecuzìone di opere pubbliche in agricoltura, nei servizi civili (acquedotti, viabilità, opere ferroviarie) e nelle opere di interesse turistico,76 milioni di giornate nelle opere di competenza prìvata e 39 milioni di giornate, infine, nella riforma fondiaria. Ripartendo 233 milioni di giornate in dieci anni dì esercizio si ottiene una media di 23.300.000 giornate annue, che divise per un aggregato di 300 giornate lavorative pro capite danno una occupazione operaia annua media di 77.666 unità, contro una inoccupazione che al 20 aprile 1960 era conteggiabile in 772.000 unità.

Nel decennio, in compenso, si è avuta una ingente accentuazione dei fenomeni migratori verso il Nord d'Italia e d'Europa e verso i paesi d'oltre oceano. Inoltre al 20 aprile 1960 il decremento della disoccupazione rispetto al '59 era nel Sud del 27,1% (Centro-Nord 34,3%) e della inoccupazione del 18,9% (Centro-Nord 27,1 %), mentre le forze di lavoro occupate in agricoltura salivano dal 41,5% nel '59 al 42,1% nel '60.

Tradotta in cifre è questa la pioggia d'oro della Cassa sui disoccupati, gli inoccupati e i sottoccupati meridionali.

Nel loro schematismo questi dati sono sufficientemente orientativi, ancor piú se collocati in un piú ampio arco di apprezzamenti negativi, sulla riforma agraria, che ha sostituito ai tradizionali rapporti latifondistici non una moderna organizzazione di cooperative o di grandi aziende capitalistiche, ma una miriade di lottizzazioni contadine parassitarie e incapaci di produrre per il mercato, e sugli Istituti di credito speciale (Isveimer, Irfis, Cis), che, rinunciando alla funzione per la quale erano stati creati, hanno operato e si comportano come banche tradizionali.

Una apprezzabile consapevolezza delle contraddizioni, della confusione, dei ritardi, che appesantiscono gli interventi pubblici e privati nel Mezzogiorno è ricostruibile anche nei propositi e nei suggerimenti di ristrutturazione degli interventi in sede di Relazione. Gi si è accorti che: 1) la stessa documentazione globale dell'intervento andava sottoposta ad una opportuna valutazione critica, premessa ad un complesso di nuove scelte, necessarie per accelerare la creazione di un meccanismo autonomo di sviluppo e di integrazione nel Sud, sinora non formatosi, capace di sbloccare gli interventi dallo stadio di provvidenzialità; 2) la moltiplicazione dei provvedimenti legislativi destinati allo sviluppo meridionale e il sovrapporsì di tipi diversi di intervento - parziale fra il '49 e il '53 con la Cassa, la riforma agraria e la riforma tributaria; unitario, organico e generale nel 1954 con lo Schema Vanoni - poneva problemi di ridisciplina: - nei rapporti territoriali, settoriali e temporali fra intervento ordinario ed intervento straordinario.

La delimitazione di zone suscettibili di rapida evoluzione agricola e industriale, per la massima parte coincidenti (poli di sviluppo), e la individuazione di zone marginali, come aree non suscettibili di una rapida, economica trasformazione delle strutture, potrebbero consentire nel Mezzogiorno un prevalente impegno dell'intervento straordinario, capace di conferìre una posizione prioritaria all'espansione industriale, all'interno dei poli di sviluppo, mentre all'amministrazione ordinaria toccherebbe l'onere della conservazione, della sistemazione, dell'adeguamento alle esigenze della vita moderna dei servizi di pubblica utilità nelle zone marginali. Una ridistribuzione di compiti da realizzarsi con una ulteriore fase di programmazione dell'intervento nel suo insieme secondo un indirizzo politico unitario; - nel complesso istituzionale e organizzativo, che presiede alla realizzazione delle trasformazioni, da qualificare e puntualizzare in base alle esigenze della nuova fase di programmazione; - nei rapporti fra Cassa, ministeri ed enti locali, concessionari ed esecutori di opere, le cui carenze tecniche, quando l'esecuzione delle opere è ad essi affidata, e finanzìarie, quando una parte dell'onere è da essi sostenuto, bloccano lo sviluppo ordinato di un programma straordinario. La nuova programmazione dovrebbe anche prevedere e guidare l'attività di questi Enti; 3) la localizzazione territoriale degli interventi, imperniata sulla distinzione fra poli di sviluppo e  territori di sistemazione, comportando problemi di programmazione comprensoriale, giustificava la creazione di aree industriali, di nuclei di industrializzazione e, su un piano piú ampio, di piani regionali; 4) l'ampiezza degli impegni delineati dall'intervento nel Mezzogiorno sollevava il problema dell'inquadramento nel programma generale e pluriennale di tutti gli interventi pubblici, ivi compresi quelli delle aziende a partecipazione statale, della previsione degli interventi privati. I limiti di questo inquadramento nelle provvidenze è già stato da noi denunciato.

Un complesso di propositi tecnici, che ha il suo limite nel difetto di inquadramento generale. «Va da sé, tuttavia, che il successo dell'azione meridionalistica resta intimamente legato ad una politica generale di governo, che investa tutti i settori fondamentali della vita economica e sociale», scrive per il vero l'on. Pastore (Relazione, p.13). Quanto poi alla definizione delle linee di questa politica generale del governo, non s'è trovato altro inchiostro per illustrarle.

All'opposto sui legami fra sottosviluppo meridionale e la politica generale del governo s'erano già in precedenza articolati, sia l'intervento socialista nel dibattito parlamentare del gennaio-febbraio 1961, sia la discussione dei radicali - in modo particolarmente intelligente ed acuto s'erano espressi Eugenio Scalfari e Paolo Sylos Labini - sul «Mondo» nell'estate del '60.

«Siamo chiamati a discutere, non tanto gli aspetti tecnici del problema, quanto quelli politici», avevano affermato i socialisti Foa e Giolitti alla Camera.

Scontato il processo storico di formazione a dislivelli della struttura economica del paese, essi aggredivano con proprietà la causa prima dei rapporti fra il Nord e il Sud.

«La genesi del sottosviluppo, e quindi di una distribuzione difettosa degli investimenti in rapporto a determinate esigenze generali dello sviluppo economico, non sta nelle regioni cosidette arretrate del Mezzogiorno, sta nel tipo di sviluppo delle regioni avanzate, capitalisticamente piú progredite, in questo caso nel Nord» (Foa). Il fenomeno va collegato ad una economia di mercato, in cui «il volume e la destinazione dell'investimento sono determinati da decisioni imprenditoriali che si formano in funzione di certe previsioni sull'andamento della domanda, la quale a sua volta è influenzata precisamente dalla scelta degli investimenti produttivi che compiono i grandi gruppi detentori del massimo potere economico» (Giolitti). Ed in queste scelte, fondate sulla determinazione capitalistica del massimo profitto immediato e impossibilitate a contenere in sé elementi di perequazione e di sviluppo omogeneo, è da rinvenire l'esasperazione dei problemi di una economia a doppia struttura, oligopolistica da una parte e precapitalistica dall'altra, portata inevitabilmente a polarizzare gli incrementi della produttività, degli investimenti e dei consumi nelle zone a piú alta concentrazione di capitale.

Pertanto è contradditorio e assurdo pensare che oggi, nelle condizioni che sono state create da questo tipo di sviluppo dualistico, le regioni ed i paesi sottosviluppati possano ripercorrere la stessa strada che gli altri, partiti prima, hanno percorso in condizioni che erano diverse e che lo sviluppo di questi stessi paesi piú fortunati ha profondamente modificato. Oggi sono mutate le condizioni tecnologiche, perciò rimangono necessariamente vani - e non perché la gente sia sorda ed ottusa - gli appelli al cosidetto spirito imprenditoriale. Nel Mezzogiorno oggi l'iniziativa imprenditoriale si trova di fronte a limiti di ordine tecnologico e finanziario che sono del tutto diversi,  qualitativamente e quantitativamente, da quelli che si ponevano in una economia di concorrenza, in cui l'attività imprenditoriale poteva svilupparsi attraverso incrementi graduali. Oggi le discontinuità tecnologiche e le dimensioni finanziarie dell'attività imprenditoriale non consentono quel tipo di sviluppo graduale attraverso l'allargamento della piccola e media impresa verso dimensioni sempre maggiori. E ciò avviene poiché appunto sono mutate le strutture. Ecco quindi l'esigenza che queste strutture vengano efficacemente aggredite» (Giolitti). Ed è significativo che un discorso analogo aveva già fatto Sylos Labini nel suo saggio dell'estate del '60, L'alternativa del Centauro.

«È per queste considerazioni», continuava Giolitti, «che noi proponiamo un intervento dello Stato che sia capace non tanto di assecondare, come troppo spesso si dice, ma piuttosto di contrastare la tendenza del mercato, e di contrastare soprattutto (ecco il problema politico sul quale ancora una volta insisto) gli interessi che promuovono quel tipo di tendenza e di sviluppo, ovvero di mancato sviluppo. Le strutture - lo sappiamo benissimo, ma giova ripeterlo in questa occasione in cui dobbiamo porre in luce gli aspetti politici del problema - non sono cose morte. Bisogna essere consapevoli del fatto che colpire le strutture significa colpire gli interessi di uomini vivi, costituiti in gruppi e classi sociali. Questo è il terreno della scelta politica alla quale invitiamo la maggioranza, il governo e coloro che si sono dichiarati a favore di una svolta effettiva nella politica del Mezzogiorno».

Ed è appunto con una permanente consapevolezza della necessità di una riforma fondamentale delle strutture politiche, civili ed economiche del paese che i socialisti ed i radicali, in sedi diverse, hanno elaborato il loro contributo ad un nuovo corso della politica meridionalistica: - schema nazionale di programmazioni economiche che, scontando l'impotenza dell'economia di mercato nell'opera di riequilibrio fra Nord e Sud, consenta un intervento dello Stato, capace di contrastare le attuali tendenze di sviluppo capitalistico, cause determinanti e preminenti del sottosviluppo meridionale; - ampia ed effettiva riforma agraria, idonea a modificare le strutture del regime fondiario e contrattuale, a riqualificare gli attuali ordinamenti culturali in rapporto alle modificazioni del consumo, ad incrementare l'efficienza produttiva dell'unità aziendale, attraverso gli strumenti della cooperazione; - nazionalizzazione dell'energia elettrica, che ne riequilibri la disponibilità, la ripartizione ed i prezzi, ed iniziative unilaterali dello Stato in materia di energia nucleare che blocchino il paventato accaparramento privato; - formazione professionale delle nuove leve di lavoro sulla base di previsioni scientifiche della domanda e dell'offerta sul mercato di lavoro in rapporto ai prevedibili sviluppi nel settore tecnologico; - industrializzazione fondata sulla destinazione settoriale e territoriale degli investimenti pubblici e degli investimenti privati, controllati e condizionati dallo Stato; - decentramento burocratico, creazione dell'Ente Regione, pianificazione globale, a livello regionale, comprensoriale e comunale, assicurando una partecipazione popolare ai programmi di sviluppo e al loro controllo.

 Nei dati essenziali questi i consuntivi e le prospettive meridionali - sui versanti del governo e dell'opposizione socialista e democratica - negli anni '61. In essi si concreta l'impegno di tutto il paese a rifiutare il "bifrontismo" economico e sociale attuale, incivile ed umiliante.

BENIAMINO FINOCCHIARO 












vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del Webm@ster.