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La distruzione della tabacchicoltura leccese

di Angelo D’Ambra


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1° Maaggio 2014

L’alto impiego di manodopera agricola di cui bisognavano la coltivazione, la lavorazione e la cura del tabacco allo stato sciolto, nonché l’ulteriore notevole impiego di maestranze nella fase manifatturiera, concorsero a rendere la coltura del tabacco di grande importanza per la risoluzione di gravi problemi economici ed occupazionali del Salento negli Anni Cinquanta.

Oltretutto erano valorizzati terreni poveri, grassi, argillosi, inidonei ad altre coltivazioni. La provincia di Lecce, in particolare, forniva la più alta produzione di tabacco; nel 1961 su 747 mila quintali della complessiva produzione italiana, più di un quinto era costituito dal tabacco levantino leccese. Si contavano all’epoca 36 mila coltivatori, 80 mila tabacchine e 600 tecnici. Questi dati dicono ancora poco, per capire l’importanza di questa produzione basti pensare che la metà della forza lavoro della provincia di Lecce era impegnata nella tabacchicoltura.

Le cose subirono un brusco cambiamento a partire dalla fine degli Anni Sessanta quando la coltura del tabacco crollò a picco sotto i colpi delle politiche statali. Numerose aziende chiusero definitivamente i battenti, i costi di produzione erano elevati rispetto ai prezzi dei tabacchi concorrenti di Grecia e Turchia, ma l’avversario del tabacco leccese era soprattutto il monopolio di stato. Mentre i concessionari preferivano la qualità del tabacco leccese a quella del tabacco greco o turco fino al punto da maggiorare i prezzi allo scopo di invogliare i coltivatori a continuare la coltivazione, lo stato italiano pagava loro il tabacco a prezzo vilissimo tale da non compensare nemmeno quanto era stato speso per l’acquisto e la lavorazione del grezzo. L’azienda di stato riuscì così in meno di un quinquennio a stancare i concessionari che mollarono in favore dei produttori stranieri.

Quando qualcuno scriverà la storia della tabacchicoltura in Italia metterà a nudo gli interessi ancora nascosti del monopolio.

Con gravi stenti ancora oggi la provincia di Lecce è l’unica italiana a produrre tabacco levantino. Negli ultimi dieci anni, sotto i colpi inferti dalla crociata antitabagismo della UE, la superficie coltivata nell’area pugliese si è ridotta del 40%. La parabola è in declino ma ci sono ancora 12 mila addetti impiegati nei 4 mila ettari coltivati per una produzione annua di 10 mila tonnellate del valore di 30 milioni di euro. Cosa facciamo? Attendiamo che sia tutto finito? Forse qualcuno pensa di trovare aiuti in politici, sindacati e intrallazzieri di turno?

Era il 2005 quando l’UE imponeva la riconversione della tabacchicoltura salentina con la parallela introduzione di altre coltivazioni. La riconversione però è fallita dall’anno seguente che ha spazzato via l’accoppiamento portando all’abbandono della coltivazione del tabacco senza alcuna coltura capace di assorbire i posti di lavoro e garantire pari guadagni. Ha chiuso anche la Manifattura Tabacchi di Lecce, una fabbrica nata nel 1812 che era finita nelle mani della British American Tobacco. I proprietari hanno delocalizzato la produzione di sigarette mettendo in mobilità 388 operai. Lo stato, intermediario nelle trattative, si era assunto l’obbligo di ricollocare i lavoratori. Obbligo disatteso.























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