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Il problema del grano duro

Angelo D’Ambra

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7 Ottobre 2013

Sono di questi giorni i lamenti del vicepresidente di Confagricoltura Foggia che denuncia come il calo dell’11%  dei prezzi del grano sia un dramma per i produttori meridionali che non riescono a far fronte ad un mercato invaso da importazioni di grano provenienti dal Canada: “A questi prezzi non conviene proprio coltivare. A mio avviso tutto questo è scandaloso, si mortifica un territorio che basa buona parte dell’economia sul frumento. Dopo che anche il settore del pomodoro ha subito un tracollo dei prezzi”.

Il problema del grano meridionale ha una storia lunga. Anche prima del 1936, anno in cui intervenne l’ammasso obbligatorio, il grano duro meridionale ha avuto sempre un prezzo sfalsato in quanto regolato da un dazio protettore, risalente al 1878, di 14 lire la tonnellata senza distinzione tra duro e tenero. L’errore di avere unificato i due grani sotto la stessa tariffa fu triplo: non si considerò la diversità merceologiche, giacché il primo è desinato alla pastificazione ed il secondo alla panificazione, né il contenuto proteico e soprattutto non fu tenuta in considerazione la capacità unitaria di resa produttiva.

A giudizio dell’on. Milazzo una delle ragioni per le quali la Sicilia ad un certo punto restò indietro economicamente fu proprio attribuibile al prezzo politico del grano duro risultante da una protezione che in realtà tale non era. Tutta l’economia della Sicilia poggiava sulla granicoltura per via della notevole percentuale di terreni argillosi e di una piovosità concentrata al massimo nel periodo compreso tra l’autunno e l’inverno. Addirittura qualunque tipo di reddito da lavoro era regolato in proporzione al prezzo del grano. Tutto ciò sebbene la coltura di grano duro richieda notevoli sforzi per le colture preparatorie immagazzinatrici di acqua, come quella della fava, che vengono fatte solo al fine di coltivare il grano l’anno successivo. Nonostante questi sacrifici agli agricoltori meridionali non è mai stato accordato alcun sostegno al grano duro che pure è sempre stato insufficiente rispetto al fabbisogno italiano, mentre nel secondo dopoguerra lo Stato ha comprato la quantità eccedente il fabbisogno a lire 7 mila il quintale di grano tenero del Nord rivendendola all’estero a lire 3500. E’ vero che nel 1947 il Comitato interministeriale dei prezzi attribuì ai due grani il prezzo base per il conferimento all’ammasso di 4 mila lire per il grano tenero e 5 mila lire per il grano duro, ma neppure questa ristretta differenza fu mantenuta negli incrementi successivi.

L’on. Giuseppe Alessi, mentre rivestiva la carica di Presidente della Regione Siciliana inviò alla testata giornalistica “Il Giorno” una lettera pubblicata in data 27 settembre 1956 in cui si legge: ”Mentre il grano tenero viene sostenuto e maggiorato di circa 3000 lire al quintale rispetto al mercato internazionale, il prezzo del grano duro siciliano viene allineato ai prezzi non remunerativi del mercato internazionale; per modo che all’economia siciliana già in crisi, si sottrae qualcosa come venti miliardi l’anno. Cifra che costituisce un tal volume di capitali che, impiegati in senso economico, avrebbero potuto operare incisivamente nella trasformazione dell’ambiente. Lo stesso voto della Camera dei Deputati, pronunziato nel 1957, per l’aumento di 3 mila lire il quintale del prezzo di grano duro è rimasto inattuato”.














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