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Dal boom economico alla fine della Cassa del Mezzogiorno

di Angelo D'Ambra

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12 Dicembre 2013

Negli Anni Cinquanta il Sud si presentava come una enorme riserva di forza lavoro inutilizzata, per utilizzarla bisognava battere la ribellione delle campagne e ciò si ottenne con la Cassa e la riforma agraria che costruirono i prodromi per il boom del decennio seguente. Il “miracolo economico” del Nord fu possibile grazie alla spinta dei 1.470 milioni di dollari USA ma anche grazie all’uso capitalistico della disoccupazione: i senza lavoro meridionali tennero bassi i salari e ridussero i conflitti sindacali al minimo storico determinando profitti elevati per l’imprenditoria settentrionale. Nel 1964 per la prima volta fu stimato il superamento delle migrazioni transoceaniche di Meridionali in favore di quelle interne; furono circa due milioni i lavoratori che emigrarono da Sud verso Nord, una cifra scandalosa se si pensa che corrispondeva al 12% dei residenti nel Mezzogiorno.

L’intervento economico al Sud in quegli anni era dettato da logiche d’espansionismo commerciale. Poiché si sosteneva che l’industrializzazione di un’area arretrata dipendeva dalla convenienza privata ad investire, si affidò allo Stato soltanto il compito di creare questa convenienza con la creazione di infrastrutture (idea vecchia che ritorna di continuo nel dibattito politico italiano).

Si assistette quindi alla crescita del pubblico impiego e ad un primo diretto intervento statale in favore delle opere pubbliche destinate ad essere funzionale allo sviluppo degli impianti industriali. Tale politica veniva concepita non per risolvere la piaga della disoccupazione su cui si ergeva l’albero della cuccagna dell’industria settentrionale, ma per accresce ulteriormente il livello di reddito meridionale e far sì che il Sud potesse accollarsi l’ulteriore sviluppo del Nord assolvendo al meglio al compito di bacino di consumo dei beni che calavano da Torino e Milano.

Il “boom”, era in realtà estremamente fragile e destinato a durare poco perché strettamente dipendente dalle esportazioni e dai bassi salari: non appena il Nord si avvicinò alla condizione di piena occupazione la pressione della domanda sul mercato del lavoro determinò un’inversione di tendenza nella dinamica salariale. Lo sviluppo dei grandi impianti industriali e l’incremento di manovalanza operaia tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta aveva generato nel Settentrione la crescita delle forze sindacali e delle contrapposizioni in fabbrica; erano aumentate progressivamente le ore di sciopero ed i salari e, a conclusione di un ciclo di alta conflittualità sociale, nel 1970 si era arrivati allo Statuto dei lavoratori. Intorno al 1966, l’industria del Nord sembrava addirittura poter soccombere sotto il peso di una crisi che investì interi gruppi per effetto della piena occupazione, della redistribuzione di reddito e delle restrizioni monetarie adottate dalla Banca d’Italia.

Da questa crisi l’apparato produttivo settentrionale uscì nell’unico modo possibile: espandendosi ulteriormente nel mercato del Mezzogiorno. Le nuove industrie assunsero prevalentemente la forma di grandi impianti ad elevata intensità di capitale e scarso assorbimento di manodopera. Grandi concentrazioni di operai si ebbero, infatti, esclusivamente negli stabilimenti Italsider di Bagnoli e di Taranto, alla Montedison di Brindisi, alla Sincat di Siracusa e alla Anic di Gela.

Non solo la redistribuzione del reddito fatta col bilancio statale (spesa ordinaria e spesa straordinaria) fece aumentare il potere d’acquisto dei meridionali (ed avviò un processo ancora oggi noto che permette al Sud la crescita dei consumi più di quanto non cresca la capacità d’offerta del sistema produttivo locale), ma adesso la minore conflittualità del mondo del lavoro meridionale rendeva appetibile al capitale del Nord il decentramento produttivo di impianti nel Sud supportato da un sistema di incentivi che, per propria natura non selettivo, in una struttura sperequata lo diventava e permetteva così il rafforzamento delle grandi aziende.

Gli incentivi pubblici avevano reso conveniente al capitale padano localizzare nuovi impianti al Sud o espandere quelli preesistenti, mentre artigiani e piccoli imprenditori locali chiudevano bottega. Come esito di questa politica alla fine degli anni ’80 del Novecento la produzione meridionale era completamente assuefatta a 5 grandi monopoli del Nord: i gruppi Fiat, Montedison, Pirelli, Olivetti e Pesenti.

E’ difficile sostenere che quanto sia stato fatto sia stato pensato e realizzato per il profitto delle popolazioni locali: gli incentivi servirono ad attrarre nuovi insediamenti di origine esterna, comportarono sì un incremento dell’occupazione e del reddito (e quindi della capacità di acquisto), ma assestarono pesanti colpi alla piccola impresa locale ancora legata all’attività tradizionale,  retta su base familiare e con scarse strategie innovative tecnologiche e di marketing. Questa si andò modellando in funzione della grande impresa settentrionale decentrata al Sud originando indotti incapaci di vita autonoma.

Un’idea dell’effettiva portata di questo fenomeno la rendono alcuni dati degli anni Ottanta: nell’industria meridionale esercitavano un ruolo preponderante le unità operative controllate da capitale esterno; quasi il sessanta per cento dell’occupazione totale faceva capo ad aziende esterne (400.000 posti di lavoro divisi per il 25% alle imprese pubbliche, per il 24,6% alle imprese del Nord e per il 9,7% alle aziende straniere); l’occupazione nell’imprenditoria locale si concentrava per il 60% nelle piccole imprese con meno di 50 dipendenti, mentre quella che faceva capo all’imprenditoria esterna era concentrata per il 62% nelle grandi imprese; i grandi gruppi pubblici operavano con 382 stabilimenti con una occupazione di 160.000 addetti, le società straniere erano presenti con 254 unità operative che occupavano 62. 000 addetti e l’imprenditoria settentrionale operava con 1000 stabilimenti di ogni dimensione con una occupazione pari a 160.000 addetti (e di fatti controllava, attraverso l’indotto o tramite nuove forme di controllo quali lavorazioni per conto terzi, sub-forniture e licenze di produzione, oltre l’85% dell’intera occupazione meridionale).

Dagli anni ’80, in un progressivo moto di avvicinamento a Maastricht, le privatizzazioni travolsero il settore pubblico italiano particolarmente esteso nel Mezzogiorno e l’industria del Nord fece incetta di tutti gli impianti in precedenza a partecipazione statale: nel 1986 Fiat comprò l’Alfa Romeo (e più tardi si insedierà a Melfi), furono vendute l’Italsider, lo Sme, l’Eni, la Telecom, l’Enel. La normativa della Comunità europea nell’intento di tutelare la concorrenza e la parità di trattamento fra le imprese, vietava ai governi nazionali ogni forma di sussidio a singoli settori o territori e dettava i tempi per la liquidazione della Cassa del Mezzogiorno. Già sul finire degli anni Settanta la legge 183 del 1976 affidò alle Regioni la responsabilità dell’intervento straordinario, sette anni più tardi la Camera dei Deputati decise di non prorogare la vita della Cassa e demandò l’intervento straordinario all’Agenzia per la promozione dello Sviluppo del Mezzogiorno e al Dipartimento per il Mezzogiorno sulla base di piani triennali; con la legge 488 del dicembre del 1992, anno del Trattato di Maastricht, veniva definitivamente sancita la fine dell’intervento straordinario per il Mezzogiorno.











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