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Gli anni della ricostruzione

Angelo D’Ambra

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1° Settembre 2013

Storicamente l’intervento pubblico non è stato l’effetto della miseria, ne è invece stato una causa. Ha svolto anzitutto precise funzioni politiche di tipo coloniale, ha ampliato i consumi di prodotti del Nord, ha seppellito lo spirito imprenditoriale meridionale, ha alimentato il clientelismo, ha creato un mercato del lavoro senza tutele con occupazioni mal pagate, instabili e senza possibilità di avanzamento. Si può dire in definitiva che ha aumentato la dipendenza dallo Stato. E’ questa la logica che stritola il Mezzogiorno repubblicano sin dalla fine del secondo conflitto mondiale.

Nel “periodo della ricostruzione” infatti al Sud l’inflazione raggiunse livelli eccessivi con l’emissione da parte degli Angloamericani delle amlire, avvenuta nella misura di 114 miliardi al cambio elevatissimo di 100 lire per dollaro a cui poi si aggiunsero 31 miliardi versati dalla Banca d’Italia per contribuire alle spese di guerra, e si scatenarono il rialzò dei prezzi (+300% rispetto ai prezzi del 1941) ed il ricorso al mercato nero; saltavano oltretutto agli occhi le precarie condizioni dell’agricoltura investita da una enorme pressione demografica. Mancava, come mancò sempre, la volontà di far convergere tale manodopera in esubero nelle campagne in impianti industriali sorti in loco perché l’idea condivisa dall’intero arco partitico di puntar tutto sull’industria padana escludeva ogni eventualità di creazione di imprese meridionali che avrebbero potuto dare vita ad una competizione nel mercato interno tale da fiaccare l’industria settentrionale destinata, secondo i dettami cui la chiamavano gli Americani, alla penetrazione e alla formazione nel mercato europeo.

Del resto, sebbene l’intero Paese era travolto da innumerevoli problemi d’ordine sociale, finanziario e amministrativo e dai vistosi danni della guerra, nelle regioni del Nord l’industria era rimasta pressoché indenne, con la produzione sempre a pieno regime nei grandi impianti, viceversa egual cosa non poteva dirsi per l’apparato produttivo delle regioni meridionali debole prima e ancor più debole dopo il conflitto. Dunque apparve cosa scontata pensare la “non industrializzazione” del Mezzogiorno, si volle che al Sud spettasse un altro ruolo e gli si attribuì la funzione precipua di esportare manodopera e di garantire il primo sbocco ai beni prodotti al Nord.

Su queste basi nelle regioni meridionali si attuò una politica di promozione delle opere pubbliche tesa a risollevare il reddito e ad accrescere le capacità di acquisto senza sviluppare alcuna capacità produttiva. Propedeutica a questa visione si sviluppò anche l’avversione partitica all’impresa metalmeccanica cresciuta al Sud durante il Fascismo in relazione alla politica bellica (impresa adesso considerata “un ramo da recidere” per stimolare industrie conserviere e alimentari, enologica, olearia etc.) e nel napoletano e nel tarantino si procedette addirittura a smantellare le poche industrie esistenti.

Nel mercato interno non ci sarebbe mai stato posto per i “doppioni” meridionali, basti pensare che ancora sul finire degli anni Settanta del Novecento Francesco Compagna nella sua accorata difesa della Cassa per il Mezzogiorno, così si esprimeva: “…oggi c’è una rilevante quota della capacità produttiva degli impianti non utilizzata: solo quando questa capacità produttiva risultasse insufficiente, in quanto pienamente utilizzata, investimenti nei settori tradizionali dell’industrializzazione potrebbero essere programmati e quindi localizzati al Sud. Ci sarebbero, è vero, gli investimenti in settori nuovi dell’industrializzazione. Ma, di fronte a ripetuti e rilevanti fenomeni di mortalità e anche di morbilità dei posti di lavoro nelle industrie del Nord che sono invecchiate, di fronte ai problemi di riconversione industriale che si aggravano nei distretti tradizionali dell’industrializzazione italiana, si dovrebbe contrastare risolutamente la tendenza a far valere tali investimenti – quando se ne profila la convenienza – come occasioni per investimenti sostitutivi là dove ci sono nel Nord fabbriche chiuse o che potrebbero chiudere, anziché come occasioni di ulteriore e più diversificata industrializzazione del Mezzogiorno”.









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