Eleaml



La metafora del colonialismo interno (Parte 1) di Angelo D’Ambra

La metafora del colonialismo interno (Parte 2)

di Angelo D’Ambra

(se vuoi, scarica l'articolo in formato ODT o PDF)

28 Luglio 2013


L’interrogativo socialista

“La storia della produzione di rapporti sociali (economico-culturale-politica di potenza) si accentua con il neocapitalismo ed il neocolonialismo: nascono e si sviluppano il capitale monopolistico, l'imperialismo transnazionale, i centri e le periferie internazionali ed interne; mediazioni e trattative, politiche, ideologiche, economiche, combinate con la violenza che sono socialmente stratificate e localizzate in modi diseguali, relativamente funzionali per le classi dominanti”1. Queste parole di González Casanova sembrano perfettamente sovrapporsi a quelle di Gunder Frank che ricordavamo nella prima parte di questa trattazione. “Una catena gerarchica di relazioni metropoli-satelliti“ si estende sul globo. Resta da analizzare però il ruolo che i “paesi socialisti” hanno giocato e giocano in questa relazione. Ne sono completamente al di fuori?

Cina e India

Anche quando l’utilizzo della programmazione economica ha proiettato taluni paesi dalle paludi del colonialismo ai vertici dell’economia mondiale e messo in crisi certe proiezioni radicali delle teorie della dipendenza, sono sorte in realtà nuove storie di colonialismo interno.

A ben guardare infatti Cina ed India hanno riprodotto forme accentuate di internal colonialism; i casi saltati alla ribalta dei giornali sono legati al Guizhou2 e al Sinkiang3, ma quello più studiato è il caso del Guangdong, la regione dove è esplosa l’industrializzazione, ma anche quella dove la terra è più fertile e le colture ortofrutticole sono più pregiate. Nel Guangdong la conflittualità contadina è aspra, è la zona “dove la nomenclatura ha maggiori opportunità di profitto espropriando i contadini e cedendo i loro campi a imprenditori che vi costruiscono fabbriche o insediamenti residenziali”, mentre tutt’attorno dal Tibet alla Mongolia avanza la desertificazione4. In India, invece, è il Sud del Paese ad avere condizioni di vita migliori mentre in stati settentrionali come l’Uttar Pradesh, il più popoloso, si patisce la miseria e oltre la metà dei bambini sotto i tre anni soffre di malnutrizione5.

Tutto ciò sembra dare credito a quanto Marx scrisse nella prefazione del Capitale: “Il paese industrialmente più sviluppato mostra al paese meno sviluppato né più né meno l’immagine del suo avvenire”. La rapida crescita economica di  Cina  e  India li ha sempre più accostati ai modelli “occidentali” di developed country con aree di relativa ricchezza e diffuso benessere accostate ad aree depresse; tutto normale dunque se non fosse per il fatto che l’India ha usato la programmazione e che la Cina è addirittura considerata comunista.

Proprio la pianificazione economica è stata vista da studiosi marxisti - ma spesso anche liberali - come soluzione al problema del colonialismo interno6, ed invece anche il piano può essere usato per creare ed alimentare il colonialismo interno7, ovvero per la riproduzione del capitale.

Unione Sovietica

Scrive Samir Amin: “I fenomeni di colonialismo interno sono prodotti da particolari combinazioni di attività di insediamento da un lato e dalla logica di espansione imperialista dall’altro. Centri di accumulazione primitiva, sotto forma di espropriazione sistematicamente delle fasce più povere dei contadini, e crea in tal modo un surplus di popolazione locale che l'industrializzazione non è sempre stato in grado di assorbire completamente, creando così potenti correnti di emigrazione”8. Tali parole sembrano adattarsi non solo ad un mondo capitalistico ma anche al già citato esempio cinese, nonché a quello della Russia sovietica dove il colonialismo interno ha mostrato sia il suo volto etnico “grande russo” sia quello territoriale.

Estrapoliamo queste parole da un testo sullo stalinismo9:

“…La struttura fondamentale, quindi, non consisteva in una semplice “differenziazione” tra città e campagna, ma in un marcato e crescente solco tra le due. Fu instaurato un potere elitario urbano centralizzato destinato a consolidare un dominio su una vasta società rurale, relazionata come una potenza coloniale aliena; era un colonialismo interno che mobilitava il suo stato di potere contro i tributari coloniali nei territori rurali.

In questo caso, la terminologia “colonialismo interno” si riferisce all’uso del potere da parte di una porzione della società (centro di controllo) per imporre sfavorevoli tassi di scambio su un’altra parte della stessa società (es. i subordinati remoti), i quali erano differenziati ecologicamente dagli altri.

Il centro di controllo governa usando lo stato per imporre scambi impari attraverso decisioni sull’allocazione dei capitali, investimenti, prezzi e controllo dei prezzi, accesso ai visitatori, tasse, esenzione e sottrazione di tasse, crediti, prestiti, selezione di manodopera, coscrizione militare, tassi d’interesse, salari, tariffe, dazi doganali, accesso all’educazione, passaporti, visti e rappresentazione elettorale. Laddove questi meccanismi di routine falliscono, il centro di controllo usa la forza e la violenza contro i subordinati remoti.

Le due regioni possono condividere lingua e cultura, ma hanno visioni differenti di essa; il Centro definisce la propria cultura e dialettica come “aulica/alta” e quella della periferia come “bassa”. Usando i termini di Robert Redfield, il centro definisce la sua stessa cultura come parte della “grande tradizione” definendo la cultura periferica come facente parte della “piccola tradizione”.

I contadini in Russia erano spesso visti come non illuminati, retrogradi, sospettosi nei confronti di stranieri e del potere costituito, senza regole, indisciplinati e anarchici.

Questo disprezzo era condiviso ed espresso dai Bloscevichi, i quali etichettavano i contadini come classe piccolo borghese, individualista, ristretta, corrotta, ossessionata dalla proprietà, proprio come Marx condannò tempo prima la “idiozia rurale”. La classe contadina russa sotto lo zarismo viveva essenzialmente in un ghetto politico, l’ultimo interesse dei politici e della politica pubblica piuttosto che il suo obiettivo principale.

Nel sistema del colonialismo interno che continuò durante lo stato dei Soviet, come osservarono Bukharin e Preobrazhensky ne “L’ABC del Comunismo”, le modalità elettorali sono di questa natura, cioè proporzionalmente al loro numero, i lavoratori urbani hanno più delegati dei contadini… Questi specifici privilegi costituzionali danno una mera idea di quale sia lo stato effettivo delle cose, ossia che la classe urbana proletaria solidamente organizzata comanda le masse rurali disorganizzate.

Al giorno d’oggi, l’acceso al sistema idraulico, alle strade asfaltate, al consumo di beni e all’educazione varia direttamente rispetto alla vicinanza ad una città. I tassi di pensione e lavoro sono minori nelle zone rurali rispetto alle città. Infatti, fu solo nel 1975 che, in linea di principio, il governo dei Soviet permise ai contadini di ricevere gli stessi passaporti richiesti per i movimenti interni e accessibili agli altri.

Quello che Moishe Lewin ha giustamente chiamato “questo peculiare socialismo senza i contadini, un profondo sistema anti-muzhik che trasforma l’intera classe contadina in una classe di fatto discriminata legalmente, la più bassa nella scala sociale” è precisamente ciò che abbiamo chiamato colonialismo interno”10.

Nell’analisi del capitalismo russo Lenin aveva notato come ”lo sviluppo dell'industria nella Russia centrale e lo sviluppo dell'agricoltura mercantile nelle regioni periferiche sono inscindibilmente connessi e si creano reciprocamente un mercato. Dal mezzogiorno i governatorati industriali, ricevono cereali, smerciandovi prodotti delle loro fabbriche, e fornendo alle colonie mano d'opera, artigiani, mezzi di produzione (legname, materiali da costruzione, attrezzi ecc.)”. Il fatto che questo schema non fu intaccato dalla Rivoluzione d’Ottobre e, più in generale, il fatto che nei sistemi socialisti si siano riprodotte forme di colonialismo interno, boccia la tesi che la pianificazione possa risolvere il problema. Al contrario il piano è servito a meglio organizzare l’espropriazione delle periferie.

____________

1 González Casanova, “La dialéctica de la situación y la historia”, en  Historia y sociedad, revista latinoamericana de pensamiento marxista, segunda época, N° 23. México.

2 Sulla Cina abbiamo individuate i seguenti testi: David S. G. Goodman, “Guizhou and the People’s Republic of China: The development of an internal colony”, in David Drakakis-Smith and S. Wyn Williams (eds.), Internal Colonialism: Essays Around a Theme (Edinburgh: Dep’t of Geography, University of Edinburgh, 1983); e, Timothy Oakes, “Tourism in Guizhou: The legacy of internal colonialism”, in Alan A. Lew and Lawrence Yu (eds.), Tourism in China: Geographic, Political and Economic Perspectives (Boulder CO: Westview Press, 1995).

3 Dru C. Gladney, “Whither the Uigher: China’s indigenous peoples and the politics of internal colonialism”, Harvard Asia Pacific Review 3 (1998), pp. 11-5

4 Alessandro Corneli, Oriente: Il grande ritorno,Novara 2008, p. 25

5 Alessandro Corneli, idem, p. 38

6 John, Stone, “Internal colonialism in comparative perspective,” Ethnic and Racial Studies 2 (1979), 279.

7 Sulla Croazia di Tito: N. L. Karlovic, “Croatia and its future: Internal colonialism or independence?”, Journal of Croatian Studies 22 (1981), pp. 49-115; “Internal colonialism in a Marxist society: The case of Croatia”, Ethnic and Racial Studies 5 (1982), pp. 276-99; and, Branislav Vukovic, “Neither internal colonialism nor external colonizer: A reply to Karlovic”, Ethnic and Racial Studies 10 (1987), pp. 96-109. Sull’Estonia sovietica: Colin W. Mettam and S. Wyn Williams, “Internal colonialism and cultural divisions of labour in the Soviet Republic of Estonia”, Nations and Nationalism 4 (1998), pp. 363-88. Sull’URSS: Anna Biscoe, “Internal colonialism in the USSR: The case of Soviet Ukraine”, unpublished M.A. thesis, University of Alberta (1986); John Comaroff, “Humanity, ethnicity, nationality: Conceptual and comparative perspectives on the USSR”, Theory and Society 20 (1991), pp. 661-87. Sul Vietnam: Grant Evans, “Internal colonialism in the central highlands of Vietnam,” Sojourn 7 (1992), pp. 274-304.

8 S. Amin, Franz Fanon en Afrique et en Asie, Novembre 2011

9 Alvin W. Gouldner, “Stalinism: A study of internal colonialism”, Telos 34 (1977), pp. 5-48

10 V. I. Lenin: Lo sviluppo del capitalismo in Russia 1898, In Opere complete, vol. III. Cap. IV: "Lo sviluppo dell'agricoltura mercantile", paragrafo II: " Zona dell'azienda cerealicola mercantile" P>









Creative Commons License
This article by eleaml.org
is licensed under a Creative Commons.







vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del Webm@ster.