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“Il professore Abele De Blasio, docente di antropologia criminale presso l’Università partenopea si fece promotore del primo Gabinetto Scientifico di Polizia. Utilizzando il metodo descrittivo, fotografico e antropometrico, che in Francia già veniva praticato da Alphonse Bertillon.” (Cfr. http://www.poliziaedemocrazia.it/)

Quando il profilo di  un popolo passa nelle mani delle forze di repressione vuol dire che quel popolo sul territorio in cui vive non ha più alcuna sovranità reale, che la sovranità è gestita da forze straniere.

Questo accadde nelle provincie napoletane nel giro di qualche decennio. Fu applicato un paradigma criminale per delineare le caratteristiche comportamentali di tutto un popolo. Nacquero così le semplificazioni napoletano=camorrista, siciliano=mafioso e poi calabrese=ndranghetista.

Questa trasformazione delle differenze che contraddistinguono una massa di individui in una semplificazione che le racchiudeva tutte fu operata da vari studiosi i cui lavori si contaminarono l’un l’altro, spacciando per verità scientifiche una serie di corbellerie che di scientifico non avevano nulla. Non è un caso che questa opera del De Blasio si avvalga della entusiastica prefazione del Lombroso!

Fu così che finanche la scarsa presenza di un tessuto industriale (anche perché quelle poche o molte industrie che c’erano furono lasciate andate in malora o chiusero per mancanza di commesse) fu addebitata ad una congenita assenza di spirito imprenditoriale nelle popolazioni.

Non stiamo qui a ripetere altro, in quanto i lettori che si soffermano a curiosare tra le pagine del nostro sito in genere son già bene informati.

Chiudiamo ricordando che il De Blasio scrisse centinaia di opere ed insieme al Monnier divenne una sorta di sancta sanctorum culturale a cui attinsero ed attingono tutti coloro i quali si misurano con lo studio della criminalità organizzata nelle regioni meridionali.

Zenone di Elea – Agosto 2014 

(Dott) A. DE BLASIO

Fondatore e direttore dell'Ufficio antropometrico nella R, Questura dì Napoli

USI E COSTUMI DEI CAMORRISTI

CON PREFAZIONE DI CESARE LOMBROSO

2. EDIZIONE ILLUSTRATA DA S. DE STEFANO

NAPOLI

LUIGI PIERRO, EDITORE

PIAZZA DANTE, 76

1897

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

Al NOTI SCRITTORI DI COSE NAPOLETANE

SALVATORE DI GIACOMO

E

FERDINANDO RUSSO

DEDICO QUESTO STUDIO

CHE TRATTA DI UNA TRISTE PIAGA

DEL NOSTRO PAESE

PREFAZIONE

Molti han tentato studiare quell’arruffato e terribile problema della camorra, dal Monnier fino all’Alongi, Turìello, Pucci, Cimino, Abatemarco, Garofalo: chi ne penetrò le origini, che rimontano alle invasioni spagnuole, chi il gergo, chi i riti; ma nessuno, come voi, gl’intimi costumi, la natura organica, la scrittura ancora geroglifica, come nei popoli selvaggi, e le evoluzioni, che, se la resero meno feroce, non perciò ce la resero meno dannosaestendendone le propagini nella politica, nell'amministrazione, nel giornalismo!

Tanto che i leggitori della Tribuna Giudiziaria e del mio Archivio di Psichiatria ed Antropologia criminale, dove comparvero in frammenti quelle vostre scoperte, si credettero, percorrendoli, trasportati in mezzo una terra nuova e sconosciuta, abitata da popoli primitivi o barbari, ahi! troppo spesso, ma non sempre privi di qualche raggio estetico ed etico.

Così quel primato nell'Antropologia criminale, che successivamente toccò a giovani, divenuti rapidamente e giustamente celebri, come il Garofalo, come il Fioretti, come il Carelli, ma a cui le vicende della vita, che trascinano così spesso lungi dai punti di partenza, hanno distratto in altre vie, tocca ora a voi, che con pochi altri, come il Penta, lo Zuccarelli, il del Greco, il Grimaldi, il Ventra, il Cascella, il Nicoletti, il Motti, ed il Maestro di tutti Virgilio, rimanete a sostegno di queste nuova scienza, che può dirsi con orgoglio italiana.

Così là dove sorge più viva e ricorrente la piaga, sorge più abile il medico; che, se la sorte malvagia non d dà legislatori abili per debellarla, né politici per comprenderne tutta la gravità, abbiamo almeno forti scienziati, che la sanno minutamente ricercare e descrivere.

Peggio per quelli che chiudono gli occhi per non vedere e non provvedere.

Torino, 4 agosto 1890.

CESARE LOMBROSO

PARERE DEL Dott. GIUSTINIANO NICOLUCCI

Prof, di Antropologia nella R. Università di Napoli

Mio caro de Blasio,

Voi col vostro libro avete scoperta una sordida piaga onde è affetto il basso strato della plebe napoletana. Molti, è pur vero, salissero della degradazione morale di quella parte del popolo nostro, ma niuno come voi seppe raccogliere tanti particolari intorno alla più nefasta di queste degradazioni, la camorra, che è un fomite di delinquenza e di turpitudini di ogni specie. In che questa consista, quali gli ordinamenti della setta, quali i gradi che vi si occupano, quali i requisiti ond’esservi ammesso voi lo rivelate per il primo, e mettete a nudo l’organizzazione di quell’associazione, la quale fi un tarlo che rode lentamente la coscienza del popolo, ed è sorgente di ogni sorta di brutture in mezzo alla nostra civiltà.

È vero che scopo principale della camorra è il furto, ma sovente al furto si associano delitti di sangue, e turpitudini di ogni specie tanto nell’uno che nell’altro sesso.

Una nota allegra risonerebbe pure talvolta nel vostro racconto, se il canto a figliola e il Pellegrinaggio alla Madonna di Montevergine non fossero seguiti di frequente da bizze od alterchi, nei quali ha sempre ragione chi sappia meglio maneggiare il coltello.

Di un altro merito ancora il vostro libro va adorno, ed è lo studio materiale e psicologico ad un tempo del tatuaggio.

Discorsero sullo stesso argomento altri valenti uomini e soprattutto il mio illustre amico Cesare Lombroso, ma la serie delle osservazioni raccolte sui camorristi napoletani è così numerosa, che avete potuto formarne un grosso elenco nel quale si vedono predominanti le stimmate dell’odio, della vendetta, del disprezzo ed ancor più di oscenità ributtanti, benché talvolta in mezzo a quelle tristi note pur si veggano congiunte quelle di un vero e sentito amore.

Che questi segni rappresentino caratteri degenerativi, come vuole il Lombroso, io non saprei affermarlo, avvegnaché nelle popolazioni di altre provincie pur si veggono frequentemente dei tatuaggi, quasi sempre sulle antibraccia, come ricordi di pellegrinaggi fatti a questo o a quel rinomato Santuario; e però io crederei invece che nei camorristi, lungi dall’essere indizio di carattere degenerativo, quei tatuaggi fossero piuttosto simboli di disprezzo o di odio o di vendetta, e in molti casi anche ricordi incancellabili dei più cari affetti del cuore.

Il vostro nobile proposito di rivelare il putridume del nostro basso strato sociale possa essere un lievito di redenzione per quella abietta classe di popolo che, vedendo messe a nudo le sue nefandezze, possa elevarsi alla perfine a più nobili sensi, e fare scomparire le tracce delle brutture presenti. All’avvenire, e speriamolo non lontano è, riserbata la soluzione dell'arduo problema, all’avvenire al quale dovrà indirizzarsi l’istruzione, e più che l'istruzione, la educazione morale e civile del popolo.

State sano.

12 Aprile 1897. ---

G. Nicolucci

Il psicologo naturalista non deve arrestarsi davanti al fango umano, ma deve studiarlo, perché tutto ciò che è umano gli appartiene; Paltò come il basso, il sublime come il ributtante. Non si può migliorare l'uomo che dopo averne studiate tutte le possibilità. Non è con filippiche declamatorie né con ipocriti veli che si distrugge l'abbiezione umana, ma collo studio indulgente e spassionato delle sue origini.

Mantegazza — Gli amori degli uomini.


Mi piace far notare che alcuni pregevoli scritti di autori così antichi come moderni, i quali trattano della camorra, sono zeppi di inesattezze ed abbondanti di fantasticherie: il che pare sia dipeso dal perché pochi hanno avuto, come me, occasione di avvicinare, studiare, curare ed interrogare i nostri pregiudicati.

Per queste mie ricerche, mi sono avvalso anche dell’opera di alcuni graduati di P. S., perché sono essi che, quasi ogni giorno, si trovano a contatto con malviventi; e quando, fra le confidenze degli uni e degli altri, notavo qualche

disaccordo, allora, per chiarire la cosa, facevo da me venire un ex capintrito, il quale con un’aria di compiacenza e di soddisfazione apportava, a ciò che avevo scritto, una efficace... erratacorrige.

Io non mi occupo dell’etimologia della parola camorra, né se ebbe questa istituzione sua prima sede nel vecchio o nel nuovo mondo; ma mi piace far notare solo che essa, con qualche leggiera modifica, non è che la Guarduna, e che fu introdotta in queste nostre provincie nell’epoca in cui il Regno di Napoli e di Sicilia rimase soggetto, come disse il Weber, allo scettro di Spagna e governato da Viceré, che ridussero il popolo povero e servo.

Come il lettore potrà vedere appresso, parecchie di queste usanze camorristiche sono comuni ai non pregiudicati, fra i nostri popolani; ma nello studio della malavita s’incontrano spessissimo, tanto da formarne una specialità nel genere, una vera caratteristica della criminalità (1).

(1) Parte, di queste note furono pubblicate nella Tribuna giudiziaria del Lioy e nell'Archivio di Psichiatria ecc. del Lombroso. Il materiale, colla cooperazione dell’abile funzionario Vincenzo De Silva, fu raccolto nell'Ufficio antropometrico della Questura di Napoli: istituzione, da me impiantata e diretta.

 

La camorra ha per sinonimi società dell'umirtà o bella società rifurmata. Si divide in maggiore e minore: a questa appartengono i giovinotti-onorati ed i picchiotti; a quella i camorristi.

Nella società maggiore, ogni anno, si eleggono capi, che sono: il capintesta, il caposocietà o capintrito ed il contajuolo; nella minore, non si sceglie che il solo contajuolo.

Capintesta. Il capintesta, che è un uomo di grande ardire, è il camorrista-capo di tutta Napoli. Fino a pochi anni or sono, veniva scelto fra i camorristi di Porta Capuana; ma, dopo la morte del famoso C. C. e dopo un’ assemblea camorristica, si stabili di estendere tale privilegio anche al Pendino; perché è noto che in questo quartiere ’o camorrista sape fa pure buono ’o dduvere sujo.

Se i candidati sono due, allora chi ottiene più voti si dice capintesta e l’altro primo-vuto, cioè vice-capintesta.

All’elezione di questo generale della camorra possono presenziare tutti quelli che appartengono alla società maggiore dell’umirtà; ma non hanno diritto a votare che i soli capisocietà.

Il capintesta viene eletto ogni anno; ma chi mostrasi con i dipendenti affabile ed arditissimo nelle azioni, può avere riconfermato il mandato.

Fino a pochi anni or sono, quel capintesta che era condannato per furto, dietro parere dei capisocietà, veniva ipso facto destituito, e se ne adducevano i motivi in piena assemblea. Oggi però, grazie alla civiltà, anche i ladri possono aspirare a tale carica.

In questo alto personaggio hanno i camorristi una fede cieca, tanto che le stesse autorità, alle volte, se ne avvalgono, per ottenere che nella plebe ritorni la calma. Ricordo infatti che in uno degli scioperi dei cocchieri né la Questura, né la Prefettura riuscirono a far tornare in circolazione le carrozzelle; ma quando il capintesta di quell’epoca, che era ’o siè Ferdinanno C., salì per il primo in serpa di una di queste, e scassianno ’a bacchetta fece un giro per le principali vie della città, allora soltanto si vide ripristinato il servizio delle pubbliche vetture.

Caposocietà o capintrito. — È il camorrista capo di ciascun quartiere, e vien definito: un uomo di grande onore e scelto dalle paranze, per dar ragione a chi spetta e torto a chi lo merita.

Dipende direttamente dal capintesta, al quale, a voce, ogni otto giorni, riferisce su ciò che di anormale succede nella propria giurisdizione. Si benigna ammettere in sua presenza, ogni sera, il camorrista di jurnata ed il contajuolo, dai quali riceve il rapporto giornaliero e parte della camorra e del baratto — da servire questo denaro, come lui dice, per pagare quelli che spiano l’andamento della P. S.

Contajuolo. — Non è che il segretario della società. Il frieno (regolamento) ammette che tale carica debba essere rinnovata ogni anno; ma, siccome di allitterali la malavita ne conta un numero limitatissimo, così, salvo eccezioni, il contajuolo ha il piacere di tenere questo incarico per parecchi anni. Riceve, ogni sera, il camorrista di jurnata e funziona da Pubblico Ministero, allorquando si deve amministrare la giustizia.

CERIMONIALE DI AMMISSIONE

Elezione del giovinetto onorato.

In questa città vi è una classe di monelli, figli quasi sempre di pregiudicati e di prostitute, detti guagliune ’e mala vita o palatini, che si distinguono, come ben disse il Dores, da tutti gli altri coetanei «per avere un’ aria precoce di vizio, di efferatezza e di cinismo. Sono svelti ed intelligenti; guardano e parlano con la sfrontatezza e l’audacia di vecchi malfattori; negli scrollamenti del capo, nelle alzate di spalle, nello strizzare gli occhi, in tutti gli atti rivelano il delinquente, che non si educa, ma diviene più astuto e più formidabile, al contatto della società».

Non appena uno di questi giunge ad una certa età, e si crede meritevole di occupare il primo scalino della gerarchia camorristica, presenta i suoi titoli di... bravura al contajuolo dei picciuotti, il quale ne parla al contajuolo dei camorristi, e quest’ultimo ne tiene parola al caposocietà del proprio quartiere.

Se il capo decide favorevolmente, allora il contajuolo dei picciuotti avvisa il guaglione di trovarsi in quel dato luogo, in giorno ed in ora stabilita, e fare così la prima comparsa nella società minore dell’umirtà. Il luogo prescelto è quasi sempre qualche casa di camorrista, dove convengono il caposocietà, quattro camorristi, il contajuolo dei picciuotti e quello dei camorristi.

Il capo siede nel mezzo; i due camorristi più anziani ed il contajuolo dei camorristi, a destra; e gli altri tre della cummetiva, a sinistra. La porta della stanza è socchiusa...; poi, ad un dato momento, si sente picchiare, e una voce domanda: È premesso?

Segue allora il dialogo, che trascrivo fedelmente.

Caposocietà: Entrate.

Guaglione, che già trovasi sulla soglia, prima di entrare, dice: Desidero sapere chi fa da capo.

Capos. Fa da capo il vostro superiore N. N. (e fa il proprio nome); e perciò non vi appaurate, perché entrate per il canale diretto della società.

Guagl. (entra tenendo il capo inchinato sul petto, colle braccia incrociate). Bramo sapere, sempre per favore e grazia, se questa società fa capintesta e capisocietà; e se in questa bella riunione ci sono socii e superiori alla testa.

Capos. La società fa capintesta, capisocietà; e qui uniti ci sono altri sei superiore, cioè due contajuoli e quattro camorristi.

Guagl. Allora riverisco voi, i contajuoli, i quattro superiori, nonché l’intiera società.

Capos. Copritevi.

Guagl. Non ho espressioni sufficienti per ringraziare il caposocietà, i contajuoli ed i quattro superiori, che mi danno l’onore di parlare a capo coperto.

Capos. Ditemi, perché vi siete permesso farci riunire? Che bramate?

Guagl. Capo, il cuore mi ha spinto a venire in questa casa e domandarvi se nella bella sodetà rifurmata (ordinata) ci sia qualche posto che possa da me essere occupato, purché non disturbi voi e tutti questi miei superiori.

Capos. Col permesso dei quattro camorristi e dei contajuoli, vi fo notare che se voi vi credete abile di far parte della nostra società, non cosi la pensiamo noi tutti, che vi crediamo invece inabile.

Guagl. Capo, capisco che la società mi crede inabile, perché ignora come la penso; ma se voi, i contajuoli e i quattro superiori mi accordate l’alto-onore di appartenere a questa bella società rifurmata, vi darò pruova che da solo sono buono a sbaraglia l’intiera squadra della Questura (!)

Capos. Col permesso dei contajuoli e dei quattro superiori, vi fo notare che io ve l’aggio menata per due, e voi vi siete difeso per tre! Che altro bramate da questa società?

Guagl. Bramo dare un bacio dalla diritta in testa, ed un altro dalla sinistra in testa (cioè principia a baciare la mano destra del capo e quella dei socii, che si trovano dallo stesso lato; poi la sinistra del capo e la destra degli altri, che si trovano a sinistra del capo).

Capos. Col permesso dei contajuoli e dei quattro superiori, desidero sapere perché mi avete dato due baci? Mi avete, forse, preso per donna?

Guagl. Yi ho dato due baci perché portate due votazioni: una dalla diritta in testa ed un’altra dalla sinistra in testa; e siete un uomo di grande onore, scelto dalla società per dar ragione a chi spetta e torto a chi lo merita.

Capos. Che altro bramate da questa società?

Guagl. Bramo sapere, sempre per favore e grazia, quanti socii minori siamo, e se fra questi ce ne sia qualcuno a passeggio (cioè punito dalla società) o sottochiave (cioè in carcere).

Capos. In questo quartiere i giovinotti-onorati sono... (e ne fa il numero): sottochiave non vi è nessuno; ma a passeggio ce ne sono due.

Guagl. Capo, siccome oggi la società si è riunita per grazia e non per giustizia, così prego voi, i contajuoli e questi altri miei superiori di richiamare chi sta a passeggio.

Capos. Va buono: la società vi fa la razia, ed incarica il contajuolo di richiamare chi sta a passeggio.

Guagl. Ed io ringrazio, con tutto il cuore, voi, i contajuoli e gli altri superiori, per la grazia che avete accordata ai miei compagni. Ora, sempre per favore e grazia, vi prego comunicarmi il frieno (regolamento) della società minore.

Capos. Da questo momento, appartenete alla classe dei giovinotti-onorati, e sarete incorporato nella società minore dell’umirtà. La nostra bella società rifurmata impone a voi altri giovinotti:

1.° di amarvi fra di voi;

2.° di essere umili e rispettosi verso i vecchi ed i superiori;

3. di farla da pacieri nelle risse che possono succedere fra i vostri compagni;

4.° di esigere, senza approfitto, la camorra pei camorristi;

5.° di non svelare a nessuno ciò che si fa nella società.

Chi trasgredisce a questo frieno, non solo sarà espulso dalla bella società, ma può, secondo la gravezza della colpa, essere condannato anche a morte. — Volete altro?

Giov. Ringrazio la società che mi ha incorporato in essa, e mi dichiaro sottomesso a qualunque cumanno (ordine) dei superiori.

Capos. Così vi voglio. Salutate la chiorma (riunione) e distaccatevi (partite).

Elezione dei picciuotti.

Se il giovinotto-onorato, dopo aver dato pruova di astuzia e di bravura, si crede meritevole di passà picciuotto, non gli resta che distaccarsi dai giovinotti onorati e presentarsi al picciuotto di jurnata; il quale, dopo raccolti i titoli del candidato, ne parla al contajuolo dei camorristi, perché spetta a quest’ultimo designare il luogo per l'elezione.

La prima parte del cerimoniale di ammissione non è dissimile da quella del giovinotto-onorato, se non che al picciuotto, è permesso, fin dapprincipio, di parlare a capo coperto. Fra le altre domande, il caposocietà dice al giovinotto: Che bramate?

Giov. Desidero divenire picciuotto.

Capos. E che significa picciuotto?

Giov. Picciuotto vuol dire: un uomo di sangue freddo, servo dei camorristi, e che porta miele in bocca e rasojo in cuore!

Capos. Perché porta miele in bocca e rasojo in cuore!

Giov. Il miele serve per raddolcire le quistioni, ed il rasojo per discacciare l’infamia.

Capos. E che significa caposocietà?

Giov. Vuol dire un uomo di grande onore, e scelto dalla società, per dar ragione a chi spetta e torto a chi lo merita; e che porta due votazioni, una cioè dalla diritta in testa ed un’ altra dalla sinistra in testa.

Capos. Col permesso di questi superiori, desidero sapere che altro volete da questa società?

Giov. Bramo fare il mio dovere, prima dalla diritta in testa, e poi dalla sinistra in testa (bacia le mani collo stesso ordine tenuto dal guaglione).

Capos. Avete nient’altro da aggiungere?

Giov. Capo, è vero che a noi picciuolti non spetta niente di ciò che ricaviamo dalla camorra; però, sempre per favore e grazia, riunendosi la società maggiore, proponete ai superiori di far rilasciare a nostro benefizio qualche piccolo fiore.

Capos. Va bene: non appena si riunirà l’intiera società, comunicherò ai compagni-superiori questo vostro desiderio e son sicuro che dalle tangende sarà rilevato qualche piccolo fiore per voi. Ed ora, se non avete altro da aggiungere, e se i compagni qui presenti non hanno da fare osservazioni in contrario, io vi caccio, in nome della società dell'urnirtà, picciuotto e vi dichiaro distaccato dai giovinotti onorati.

Giov. Ringrazio la società dell’onore accordatomi e mi dichiaro servo legittimo (parte).

Anche i picciuotti, come i giovinotti, ottengono per i loro compagni l’amnistia!

I picciuotti si suddividono in onorati e di sgarro: i primi sono quelli che consegnano ai camorristi tutto il ricavato della camorra; ed i secondi, cioè i più astuti, ne dànno solo una parte.

Tanto i picciuotti che i camorristi, per turno, diventano di jurnata. I loro obblighi sono quasi sempre gli stessi; cioè, se si trovano all'aria-libera, sono incaricati di:

1.° soccorrere e dare schiarimenti a quelli che escono dal carcere;

2.° riferire ai proprii contajuoli ciò che succede nel quartiere.

Se, al contrario, si trovano sotto-chiave (in carcere), debbono:

1.° distribuire i posti nei cameroni;

2.° spiare se quelli che entrano nel carcere fanno o pur no parte della società dell’umirtà.

Elezione dei camorristi.

È comune opinione che i componenti la società minore dell’umirtà, per passare alla maggiore, dovevano dimostrare non solo di essere provetti malandrini, ma di non appartenere né alla classe dei becchi, né a quella dei pederasti passivi; e ciò fu posto in pratica fino al 1857; però, siccome coll’andar del tempo tutto muta, così la società maggiore non si cura più di tali minuzie, ed abbraccia tutti nel suo ampio seno!

Il cerimoniale di ammissione è quasi simile a quello dei picciuotti, se non che varia in qualche modo, quando il caposocietà domanda al picciuotto, che desidera divenire camorrista: «Chi cercate?»

Picc. Cerco i miei compagni.

Capos. E chi sono i vostri compagni?

Picc. Sono i camorristi.

Capos. E che significa camorrista?

Picc. Un uomo ardito, che comanda la società minore, e che sta con un piede in terra ed un altro nella fossa.

Dopo questo interrogatorio, il caposocietà, sentito il parere del contajuolo, esclama: Credo che le prove per fare entrare N. N. nella società maggiore dell’umirtà sono sufficienti, e perciò da oggi sarà incorporato in essa e verrà considerato come camorrista a voce, lasciando a voi, compagni carissimi, 15 giorni per riflettere e per fare, se credete, opposizioni, ed a lui lo stesso tempo, se non ci saranno ostacoli, per fare il dovere.

Rivoltosi poi al novizio, gli fa ripetere ad alta voce:

«Giuro innanzi a Dio e ai compagni di essere fedele a tutte le leggi della società dell'umirtà, e di sottostare a tutti gli ordini che mi vengono dai miei superiori».

Giunto il giorno stabilito per fare il dovere, il caposocietà del quartiere, il contajuolo ed alquanti camorristi si recano dal capintesta, per farlo presenziare alla tirata (duello al coltello).

Il luogo di convegno viene, per lo più, scelto in vicinanza di bettole.

Il capintesta ordina di disporsi in circolo e di prepararsi per la tirata. Il camorrista a voce occupa il centro del circolo, e riceve un coltello dal caposocietà del proprio quartiere; mentre un’altra arma dello stesso modello vien data ad un camorrista anziano.

Il momento è solenne!... Tutti zittiscono; però ad un dato cenno del caposocietà, si sente gridare dal contajuolo:

A bujejammo! e la tirata principia. L’abilità del camorrista a voce sta che al terzo assalto deve guadagnare la tirata, cioè ferire l’avversario; ma se il vecchio camorrista si avvede che, per l’emozione, il novizio è inabile al maneggio dell’arma e per non perdere la scampagnata, molla la puntata, cioè si fa volontariamente ferire al braccio; al comparire delle prime gocciole di sangue, il capintesta alza la mano e grida: Stateve! Il feritore si lecca ’o sanghe d'’o campagne ed il duello finisce.

Da questo momento il camorrista a voce diventa camorrista ’e duvere e può percepire liberamente la camorra.

Il neoeletto, dopo la emozionante cerimonia, abbraccia e bacia i superiori ed i compagni; e poi, fra grida e schiamazzi, si avviano alla cantina, dove, precedentemente, è stato, a spese del camoristiello, preparato uno inappuntabile e squisito luncheon, di cui ecco la minuta: vermicelli aglio e uoglio, baccalà fritto e l’immancabile quarticiello ’o fumo: e se la chiorma non viene disturbata dalla forza pubblica, alla salute del novello figliuolo dell'umirtà, si vuotano parecchie palle di Gragnano (litri di vino).

Finito il pranzo e prima che la chiorma se ne vada, il nuovo camorrista distribuisce ai compagni e ai superiori il tradizionale.... sigaro napoletano!


ESAZIONE DELLA CAMORRA

«Lo straniero — dice Marco Monnier — ed anche l’italiano, che or fa poco tempo sbarcava a Napoli, spesso era meravigliato, mentre toccava terra, vedendo un uomo robusto accostarsi al suo barcajuolo, e ricevere da lui segretamente un soldo o due. Se al viaggiatore prendeva vaghezza di chiedere chi fosse quell’esattore, meglio vestito degli altri plebei, spesso coperto di anelli e di gioielli, che si faceva innanzi come padrone, e divideva, senza proferir verbo, il prezzo del passaggio coll’umile barcajuolo, udiva rispondersi: è il camorrista.

Lo straniero giungendo alla locanda, preceduto da un facchino, che aveva portato i bagagli di lui, scuopriva ordinariamente un secondo esattore, del pari misterioso e taciturno, che dal facchino riceveva alcuni soldi. E se i facchini erano due, entrambi deponevano una moneta di rame, nelle mani dell’imperioso incognito.

E se lo straniero, dopo aver osservato questa seconda contribuzione, si ostinava a chiedere qual fosse il nuovo percettore, gli veniva risposto del pari: è il camorrista. »

Oggi anche, dopo secoli da che fu istituita lacamorra, le tangendesi segui tano ad esigere dai figli dell'umirtà.

Eccone gli esempii.

Camorra sulle prostitute.

Fra i nostri pregiudicati, la classe più abietta è quella che vive alle spalle delle malefemmine, e sono i così detti ricottavi o sciammerie.

Non appena arriva in qualche casino una nuova colomba, subito le si propone, o dalla mammà o dalle compagne, ’o nnammurato, il quale fra i sozzi baci e le scipite carezze, fa alla disgraziata la dichiarazione del suo turpe amore.

Da principio questa novella Messalina fa un po’ la sostenuta; ma tosto si convince che anch’essa, come le tante altre, ha di bisogno, se vuole menare innanzi quella vita, di due protettori: cioè di un santo e di un amante sparatore.

Al primo, accende, ogni giorno, la lampada, e fa ’o vuto di sentirsi la messa; ed al secondo fornisce non solo una parte del denaro, che ricava dal suo turpe mestiere; ma si obbliga altresì:

1.° di fargli tre abiti nuovi all’anno e di regalargli, nel giorno del suo onomastico, un anello ed una catena d’oro di 12. carati;

2.° di schivare gli abbracciamenti di quei soggetti, che sono amici d’’o nnammurato sujo;

3.° di accordare all’amante tre dolci convegni per settimana e di levarle.... l'uoglio;

4.° di pagare con i suoi risparmi, ed in caso speciale, anche coi suoi favori, l’avvocato che sarà chiamato a difenderlo;

5.° di portargli, in caso che andasse in carcere, vitto, sigari e denaro.

Non è possibile, dice Ferdinando Russo, descrivere gli enormi sforzi di queste vili femmine, così legate ai loro vampiri; gli entusiasmi di queste megere, che talvolta commettono cinicamente anche un delitto per giovare loro, per accontentarli in ogni più piccolo desiderio.............

Seduta sconciamente sul davanzale della finestra della casa infame ove è destinata a far copia di sè, l’amante del carcerato guarda, dietro le persiane verdi socchiuse, nel vicoletto deserto: il suo occhio cerchiato di bistro vaga insonnolito dal fango del selciato smosso ai muri delle case dirimpetto, dal bancariello del ciabattino-portinaio alla variopinta tinozza del tintore, dal canrandagio alla guardia di questura, che passa occhieggiando e tirandosi i baffi incerottati.

Ella sorride languidamente; ma è distratta: ella pensa all’amante lontano... E quante volte, sfogliando una rosa, o masticandone rabbiosamente i petali, ella canticchia pensando al carcerai del suo cuore:

Me so misa a durmì, t'aggio sunnato,

me so misa a viglia, t'aggio veruto!

Da quanto tiempo t'hanno carcerato!

Anello anello!

Quanta suspire dint'a chisto core

e quanta figlie e mamma int'e ccanceIla.

Ammore ammore,

stu ricciulillo ca nfronte te care,

stu ricciullillo m ha attaccato ’o core!

Arezza arezza

Quanta te voglio ama ca si nu pazzo

nun tiene na parola de fermezza!


Oppure a sera, nel suo ostinato peripatetismo, mentre va guazzando nel fango, con le mani occupate a tirar su le vesti, e col nasino all’aria fiutante la preda, canticchia ostinatamente; e magari seguita nel suo tugurio. Mentre il rimorchiato carrettiere si accinge ai ragionari amorosi, ella sospira fra le labbra:

Che passione ca tengo a siti core...

Quando è giorno di visita al carcere, una folla di cenciose si assiepa nei pressi della prigione aspettando impazientemente il turno.

Son povere vecchie madri cariche di fagotti e fagottini, talune piangenti per essere andate a mani vuote; sono mogli emaciate dalla privazione, che si trascinano i loro marmocchi abbronzati dal sudiciume, o si piegano sotto il peso di due assassinelli poppanti: e quelle bocche avide pare contribuiscano a spingere sempre più la derelitta verso la tomba; son donne giovani, sorelle o amanti, e queste ultime un po’ meglio vestite, un po’ più ardite, spesso sfrontate; e si fanno innanzi a furia di spintoni e di parolacce. Talvolta accadono scene disgustevoli da stringere il cuore: la impudica amante che abborda sulla soglia del parlatorio la moglie legittima del suo drudo e la insulta:

Tu che si venuta a fa? ’O ssai ca maritete nun te pò vedè?

Tu a maritete nun le puorte niente? E vattene ’a casa! Lassa passà a nuje ca simmo femmene ’e core!

*

* *

E queste femmine di core respingono cosi le madri, le mogli, le sorelle, sdegnosamente; o passano, cariche di panni e di mangiare, per rendere, in prima linea, omaggio al vizio..

E non di rado si ascoltano di questa frasi,, lanciate ad alta voce nella bassa sala,"ove ad uno ad uno convengono, per parlare con le famiglie, i detenuti:

Pasca, t'aggio purtato ’a carna cu ’e ppatane, ’o vino e ’o ttàbacco!

Viciè, mugliereta sta fore! Nun t'ha purtato proprio ’o riesto ’e niente! Sciù, pe la faccia soia!

E la povera moglie, che non ha potuto raggranellare nulla pel marito, lo guarda mestamente da lontano attraverso i cancelli; e non osa avvicinarsi per tema di qualche insulto; e sopporta che l’altra lo vada a consolare, a porgergli, orgogliosa come una regina, tutto il ricavato di una settimana d’impudicizie e di avvilimenti.

*

* *

O 'nnammurato poi fa in modo, che a’ femmena soja venga non solo rispettata, ma temuta tanto dalle compagne, quanto da quelli che cercano malmenarla.

Eccone due esempi, che tolgo dalla cronaca locale.

«Ieri sera (il Roma, 1;3; 1895) in piazza della Ferrovia, le guardie di pubblica sicurezza Maddaloni e Adorno, procedevano allo arresto di due donnine Adele Sorrentino e Cecilia Rossi. Mentre però le traducevano nel vicino ufficio di polizia, un giovane, atteggiandosi a protettore delle arrestate, pretendeva che fossero rilasciate.

Le guardie, com’era naturale, si rifiutarono di annuire all’intimazione di quel prepotente, ed allora questi, cavato un rasoio ed aiutato da altre due donnine, Carmela Navot e Santa Mosca, cercava ferire la guardia. »

Nel Paese poi (10 Aprile 1896) leggesi: «In un lurido palazzetto del vicolo Salvatore agli Orefici domiciliano parecchie veneri da strapazzo.

Ieri l’altro 1 ufficio di p. s. di Pendino venne avvisato che nel detto vicolo era avvenuta una rissa.

Il delegato de Martino, coadiuvato dal brigadiere Cavallaro, si recò sul posto, e per motivi di ordine pubblico, chiuse ermeticamente il palazzetto.

Ieri intanto l’ufficio di Pendino, proseguendo nelle indagini, riuscì a sapere che due di quelle «abitatrici», erano venute a questione fra di loro, per gelosia di mestiere.

Di ciò n’ebbero sentore i due loro protettori L. N. detto zichelle, ammonito, e A. R. noto camorrista.

Come di regola nella mala vita, i due vennero ad un dichiaramento. Dalle parole i due cavalieri passarono ai fatti, e mentre il R. impugnava un lungo coltello, il N. gli esplodeva a bruciapelo quattro colpi di revolver, che andarono a vuoto. »

Camorra sul giuoco.

Secondo la malavita, quelli che si dedicano ai giuochi di azzardo costituiscono le chiorme d’’o juoco, le quali son fatte di pregiudicati, dediti a pelare qualche provinciale.

I luoghi prescelti per queste bische sono, per lo più, o case di camorristi, ovvero vicoli poco frequentati dalla pubblica sicurezza (1).

(1) A dimostrare che il giuoco delle carte è stato, per i nostri scugnizzi, sempre una predilezione, riporto dalla vita del P. Camillo del Lellis scritta dal P. Sontio Cicatellì questo brano:

«Scampati dalla sudetta fortuna per gratia d’Iddio, giunsero le sudette Galee di Napoli, (1574)» poco men che tutte fracassate dal mare: dove essendo state licentiate quelle Compagnie, Camillo si trovò libero dalla guerra, ma tanto mal trattato di vita, e di denari, che quasi non gli era restato più niente addosso, per hauersi giuocato ogni cosa in Palermo. Nella qual Città panie fosse stata volontà di Dio, che per un mese continuo sempre hauesse disdetta nel giuoco; Al che s’era così estremamente dato, che in Napoli una volta si ridusse anco à giocarsi la camicia, che sotto 1 istessa insegna si cavò, il che fù nella strada di San Bartolomeo. Qu'anco, subbito, che ritornò quest’ultima volta da Palermo, per la medesima ingordigia del giuoco, si vendè quanto gli era rimasto, cioè la spada, l'archibugio, i fiaschi della polvere, e un mantello, giuocandosi ogni cosa, e restando affatto povero, e mendico.

Ad eternare poi la memoria di detta bisca nel 1778 sull'entrata del fondaco S. Camillo fu posta questa piccola leggenda.

SE TALUN PER SE DISPERA VEDI LUPI SUL MATTIN

PARTIR POI LA PREDA A SERA LELLI, PAOLO,

BENIAMINO DIÈ QUI CAMILLO SUA CAMICIA

OR SI ADORA NELL’ISTESSO LOCO

A. D. 1778

Prima di mettersi al giuoco, è necessario che ciascuno prelevi, dai propri fondi, un tanto, che vien dato a quelli che conoscono l’ambulanza; e questi tali, che si addimandano pali, hanno l’obbligo di piantarsi agli sbocchi dei vicoli, dove si tiene il gioco, e di passare, non appena vedono qualche pagliettella (guardia di p. s.), il motto d’ordine, che consiste o in un fischio prolungato, o in una voce imitante quella di qualche venditore ambulante.

Al primo allarme, le chiorme si sbandano, denaro e carte scompaiono, e tutto par ritornare in perfetta calma; però questo raramente accade, perché i giocatori raramente sono disturbati.

Ciascuna chiorma è tenuta d’occhio da qualche incaricato dei camorristi, il quale può essere o un giovinotto onorato, o un picciuotto.

Tanto nell’uno che nell’altro caso, questi rappresentanti della società minore si rivolgono ai giocatori con un «Buon giorno, signori e cumpagni. »

Che commannate? rispondono i giocatori.

Se è lecito, chi tene mano per la camorra?

Se prima di questo interlocutore già c’era un altro, allora quest’ultimo s’alza e dice:

Se non vi dispiace, sto tenenno la mano per il superiore N. N., e fa il nome del camorrista mandatario. Però alle volte può accadere che il secondo venuto conosca il camorrista del primo esattore, ed allora dice: Sta in buone mani — e va via; in contrario soggiunge: In nome della società dell'umirtà impedisco la tangenda perché non ho l’onore di conoscere questo superiore; ed in questo caso, il denaro esatto passa in altre mani, e vi resta fino a tanto, che il camorrista, che prima faceva tener la mano, non si faccia ufficialmente conoscere. Spesse fiate però accade che fra i due picciuotti esattori, specie se sono di sgarro, avviene un accordo, ed il denaro ricavato, a dispetto dei mandatari, se lo dividono alla buona. Per ciascuna vincita, spetta alla camorra il 20 0|0.

Camorra sulla vendita dei cavalli dello Stato.

Se, nel giorno fissato per la vendita dei cavalli dello Stato, a qualcuno venisse il ticchio di fare acquisto di questi cosi detti scarti de reggimenti, è necessario dirigersi ai camorristi, i quali, con un sottomano, impediscono che altri prendessero parte alla gara di compera. Ed in questo caso, mentre il veterinario fa gridare dal banditore il prezzo del cavallo,

od il sergente, con uno scudiscio, fa dare alla bestia saggio dei suoi difetti, i camorristi si portano di qua e di là per vedere se, oltre ai loro protetti, vi fossero altri che ardissero aumentare il prezzo del cavallo; perché, se ciò fosse, allora il bravo strizza l'occhio al compratore col quale non è di accordo, come per dire: Fate silenzio.... ! Ma se questo significativo e muto linguaggio non viene dall’altro compreso, un secondo figlio dell’umirtà gli si avvicina e gli dice: Mio signò, facitece fa ’o sviziale!... e il compratore, limitandosi ad un semplice scusate, si allontana dalla riunione. Intanto, siccome ciò va a danno dello Stato, cosi la Questura, per fare la razzia di tali prepotenti, non manca di mandare sopra luogo, in simili occasioni, delegati e guardie. Eccone un esempio che togliamo dal Roma:

«Quasi sempre, e non v’è chi lo ignori, tutte la vendite a pubblici incanti formano in Napoli il monopolio d’una branca di malviventi e prepotenti, fra uomini e donne, i quali s’impongono nei pubblici incanti che si bandiscono, tanto dal Governo e dai banchi, quanto nelle piccole agenzie di pegnorazioni e vendite private.

Un manipolo di questi prepotenti, che per le singole qualità personali di ciascuno, forma l’elemento più pericoloso, soprassiede alla vendita dei cavalli.

Ultimamente dall’autorità militare fu bandita la vendita di una quantità di effetti di vestiario fuori uso, e di cavalli di scarto, e tale vendita doveva aver luogo nella caserma di artiglieria, al Ponte della Maddalena.

Gl’immancabili prepotenti subito si misero in moto, per la compera a modo loro.

Il cav. Pasanise, ispettore della sezione Mercato, informato dell’accordo preso da quei signori, che volevano imporsi colla camorra, dispose un servizio di appiattamento, sotto la direzione del delegato de Actis, con buon numero di guardie.

Infatti, verso le 12, i camorristi incominciarono ad aggirarsi presso il quartier generale della Maddalena, ma, ad un dato segno, le guardie dettero loro addosso e ne arrestarono otto (1)».

(1) Secondo 1 on. Ferruccio Macola la camorra si esercitava su vasta scala anche in Africa. Infatti la Gazzetta di Venezia (31 Marzo 1896) pubblicava un quarto articolo del suo direttore on. Ferruccio Macola, sulla responsabilità del disastro di Abba Cariina e segnatamente sulla responsabilità dell’onorevole Mocenni ex ministro della guerra e dei suoi colleghi.

L’on. Macola s intrattenne sull’organizzazione dei servizii di guerra dopo che la campagna era stata decisa.

Camorra sui santi.

E per finirla, ricordo che anche i Santi debbono, alle volte, pagare il loro obolo alla camorra.

Nel 30 aprile del 1895, verso il Corso V. E., avvenne uno sparatorio e si versò parecchio sangue.

Deplora che siano presi i soldati a spizzico nei vari reggimenti durante le prime spedizioni di rinforzi.

Questa specie di arruolamento volontario incoraggiò l'emigrazione della canaglia (?) che — essendo fuori dalla sorveglianza diretta di superiori immediati — trovò campo alle biricchinate di ogni specie e misura.

La camorra, la mafia ed altre mariuolerie si manifestarono subito dopo la partenza a bordo di qualche piroscafo.

Ad Adigrat, allora quartiere generale, i furti spesseggiavano sotto le tende degli ufficiali piantate dentro lo stesso forte!

Basti dire che il comando, per far cessare o almeno porre un freno a tale anormale stato di cose, fu. costretto di adoperare delle sentinelle del chitet, a preferenza dei soldati bianchi!

Per narrarne una, il tenente Ghirardi, incaricato della paga ai soldati, fu derubato di 2000 talleri!

Con ciò il Macola non vuol dire che tutti i soldati dell’arruolamento a spizzico fossero cattivi soggetti, no, ma dice che erano tanti quanti bastavano ad ingenerare il cattivo esempio, senza che i superiori potessero prendervi pronto e sicuro riparo poiché ignoravano i precedenti dei soldati che erano stati loro mandati.

Al rumore delle detonazioni accorsero alcuni agenti di forza pubblica ed un sottotenente di contabilità. Gii sparatori si dettero a fuggire, ma alcuni di essi furono arrestati.

Da questi fatti e da questa confusione la moralità e la disciplina ricevettero una cosi grave scossa, che molti soldati non sapevano nemmeno il nome del proprio reggimento africano.

Cosi mancò l'ascendente morale dell'ufficiale verso i suoi soldati, e proprio nel momento in cui era più necessario di poter esercitare tale ascendente.

E dinanzi a tutti questi atti d’indisciplinatezza, a questi esempi deleterii, il comando debole rifuggiva dalle misure gravi ed energiche, richieste dalla gravità del momento.

Un soldato della batteria Bianchini, essendo ubbriaco, sparò contro il proprio capitano e schiaffeggiò il tenente.

Ebbene, il comando si limitò a denunciare il soldato al Consiglio di disciplina e a rimandarlo in Italia.

Ed eravamo in tempo di guerra!

La stessa cosa avvenne dopo il combattimento di Alequà, durante il quale molti, troppi soldati abbandonarono i loro ufficiali di fronte al nemico.

Questa indisciplinatezza, la mancanza di ogni energia atta a correggerla influirono certamente a provocare la fuga dopo la infausta battaglia di Adua.

In tali condizioni come potevano gli ufficiali imporsi ai fuggitivi, raccoglierli a far fronte al nemico?

Neanche i generali vi riescirono.

L’autorità di p. s. della sezione Avvocata dette principio ad indagini, e assodò che si trattava di un dichiaramento tra camorristi avvenuto per la divisione delle elemosine che i fedeli offrono alla Madonna della Pignasecca!

La istruzione del processo è durata un anno, perché l’autorità giudiziaria ha voluto ben assodare la causale vera del reato e rinviare gl’imputati al giudizio.

Nei primi momenti della istruzione, si trattò di associazione a delinquere e di mancati omicidii; ma la Camera di Consiglio, in seguito ad una pregevole requisitoria del sostituto procuratore del Re signor Giulio Menzinger e su relazione del giudice istruttore signor Francesco Jannelli, rinviava innanzi al tribunale tutti gli arrestati, per rispondere di associazione a delinquere, di lesioni personali, mancate e consumate, e per alcuni anche di violenze ed oltraggio ad agenti di forza pubblica e contravvenzione alle ammonizioni.

La Camera di Consiglio ritiene che la causale del reato sia la distribuzione di una parte delle elemosine della Madonna della Pignasecca.

Il procuratore del Re, cav. Menzinger, e la Camera di Consiglio affermano che tra i camorristi di Montesanto, diretti da Salvatore G. e quelli di Avvocata, diretti da Luigi Cor., vi erano gravi ed antichi rancori; e la causale sarebbe questa.

Nel novembre 1894 il G. avrebbe ferito Domenico Ba., perché una parte della elemosina offerta alla Madonna della Pignasecca non fu ben distribuita tra essi. In seguito Nicola Gio. avrebbe ferito Gaetano Col. comproprietario del quadro della Madonna.

E, sempre per la parte che spettava ad alcuni camorristi, le ostilità crebbero tra Col. e Ba. Infine si ricorse al Cor., che avrebbe giudicato essere sufficiente la parte che si dava del ricavato della elemosina, ma i camorristi non vollero saperne ed allora il Cor. avrebbe ordinato al Col. di non continuare più a pagare.

Fu allora che le due brigate dei camorristi di Montecalvario ed Avvocata, capitanate dai loro capintriti, decisero lo sparatorio previo regolare dichiaramento.

E di fatti nel 30 aprile dell’anno 1895 convennero nel caffè di de Martino, in Via Salvator Rosa, prima il Cor. ed i suoi amici di Avvocata e poi quelli di Montelcavario, e siccome fra le due parti non si venne ad un accomodamento, cosi, senza perdere altro tempo, s’impegnò la lotta, come innanzi abbiam detto.

Dal libro nero della questura rilevasi che tutti gl’imputati sono stati condannati più volte per reati di oltraggi, ribellioni, ferimenti, porto d’arme,

sparo d’arme, omicidii, furti, estorsioni, contravvenzioni all’ammonizione ed alla vigilanza speciale, parecchi hanno respirato le fresche aure dei bagni penali di Nisida, Ventotene e Pozzuoli; molti, perché ammoniti, visitavano, prima di annottare, i rispettivi ispettori di p. s. e, spesse fiate, venivano disturbati, durante la notte, dalle famose pagliettelle (guardie di p. s.).

Delegati, guardie e testimoni, di comune accordo, hanno dichiarato che gl’imputati erano degli oziosi-vagabondi, però tutti simulavano un mestiere; tutti, come ben si espresse l'egregio magistrato De Tilla, agivano in forza di quel principio del dritto marittimo che la bandiera neutrale copre la merce, ma nessuno lavorava per davvero e chi non lavora deve vivere con mezzi illeciti.

Molti hanno una cicatrice sul volto (sfregio), stimmate della mala vita; tutti hanno il soprannome col quale sono conosciuti nella loro carriera: Cor. è chiamato Spiniello — G. è detto il pizzaiuolo, Don. è novizio nella camorra e deve passà picciuotto se sarà condannato — Ero. è detto guallarella — Dam. Pasquale ed Eugenio vengono conosciuti col nomignolo dei cangianesi — Tra., per le sue stravaganze, è detto ’o pazzo

— Avv. è chiamato palluccella — Lon., perché di non alta statura, lo dicono ’o muzzone. A Giov. dànno il soprannome di rafaniello ed Esposito, perché orbo di un occhio, viene, nella paranza, denominato ’o cecatiello.

Il pubblico ministero, signor Alfredo de Tilla, che chiese per questi sparatori una pena non lieve, nell’udienza del 5 maggio 1896 esordì presso a poco così (vedi Tribuna Giudiziara an. X n. 19):

Dunque non basta ad una setta di oziosi, di vagabondi, di prepotenti il contendere i disonesti guadagni al biscazziere? Dunque non basta eleggersi a protettori di femmine da conio per sfruttarne il turpe lucro? Non basta costringere alla prostituzione quelle fanciulle del popolo cui la sventura o depravati istinti trascinarono a precoci sensualità per estorquerne poscia i fruttiferi amori? Non basta l'accerchiamento di giovani minorenni appartenenti ad agiate famiglie per carpirne un patrimonio che fu il frutto del lavoro e del risparmio? Non basta vivere sul furto e su i delitti di ogni genere? No! a completare la figura di chi vive di soppraffazioni sulle bische. e su i bordelli, sulla sventura e sulla depravazione, sull’inesperienza giovanile e sul delitto era necessario ancora la più ributtante delle prepotenze, quella sul sentimento religioso!

e l’immagine della più poetica creazione della divinità muliebre servi di turpe speculazione a gente senza onore! E l’obolo carpito alla pietà dei fedeli serviva ad alimentare i vizi e la crapula di questi ras della camorra! Io non avrei voluto pronunziare questa parola profanatrice in questo tempio ove sovrana, unica regna la giustizia, ma dalla prima all’ultima pagina di questo processo e di quelli allegati, a richiesta della difesa, non si ha altra pruova che si tratti di una questione di camorra! Vedrà chi ne ha il dovere, e per il suo ufficio altissimo ne ha incontestata autorità, quale provvedimento converrà adottare perché da questo processo non resti diminuito il prestigio di quella religione che spesso è l'unico conforto che rimane al nostro popolo nelle sue sventure e nelle sue miserie; di quella religione che, al dire di uno dei più profondi pensatori della età nostra, è qualche cosa di così essenziale all’anima umana che, se non ci fosse, bisognerebbe crearla! (1)

(1) Il 1o luglio 96 ebbe termine innanzi alla 5. sezione della Corte di appello la causa a carico dei condannati per associazione a delinquere e lesioni personali. Parlarono egregiamente gli avvocati Ranucci, Marciano Gennaro, Marnili, Nota, Manzi, Adinolfi e Passarelii.

LE MAMME

I tribunali.

Le questioni l'interesse e d'onore si risolvono nei tribunali. Le note parole delle nostre Corti «La legge è uguale per tutti» vengono sostituite dalle altre «Qui le sentenze sono giuste, perché non si giudica colla penna, ma col cuore e colla mente». La casa di giustizia è, per lo più, qualche casa di pregiudicato; ma, in mancanza di locale sicuro, si può giudicare anche all’aria aperta (in campagna).

La Corte, dopo molto tempo di deliberazione, pronunziò la sentenza con la quale escluse l'aggravante dell'associazione dei malfattori, ritenuta dal tribunale.

Gl’imputati oltre alla pena sono stati condannati tutti a una multa dalle 100 alle 200 lire, e alla sorveglianza speciale da 2 a 3 anni. Fu assoluto il solo Esposito.

La Corte si compone di un presidente, che è il caposocietà del proprio quartiere, del pubblico ministero, che è il contajuolo del quartiere dell’offeso, e di due avvocati ufficiosi, che sono scelti fra i camorristi più assennati. Il pubblico, che assiste al dibattimento, può dare il proprio parere.

Il caposocietà, sentiti i fatti, propone la condanna; il contajuolo la modifica: ma siccome il presidente porta due votazioni, una cioè dalla diritta in testa ed un’altra dalla sinistra in testa, così spetta a lui dare l’ultimo ed inappellabile giudizio.

Emanata la sentenza, se trattasi d’interesse, la cosa si accorda fra le due parti molto facilmente; non così avviene allorquando è necessario menare le mani, perché i quesiti possono, in questo caso, essere tre:

1.° Se l’offeso è un camorrista e l’offensore un picciuotto, la vendetta deve essere compiuta da un altro picciuotto, scelto dall’offeso.

2.° Se tanto l’offeso che l'offensore sono di pari grado, il mandatario sarà un altro camorrista, che è, quasi sempre, amico dell’offeso.

3.° Se l’offensore non fa parte della bella società rifurmata, ne succede che la guapparia la vuol compiere sempre il più giovane; ma se i pretendenti sono più, allora il presidente, prima di dichiarare sciolta la sedata, ordina di menare il tocco, e chi ’a sorte favoresce è ritenuto il più meritevole.

Ecco intanto le sentenze, che il tribunale dell'umirtà suole emanare nel suo anno giuridico:

1. ° impedimento della tangenda.

2,° sospensione della stessa.

3.° espulsione, temporanea 0 permanente, dalla bella società rifurmata.

4.° dare uno schiaffo in pubblico.

5.° fare ’o sfregio col vetro.

6.° » »  »  col rasoio sgranato (a denti).

7.° » »  »  col rasoio tagliente (affilato).

8.° » »  »  colla purcaria (sterco).

Le sentenze capitali si eseguono con i taglienti (coltelli), e i colpi, secondo la gravezza della colpa, possono essere diretti 0 a ’o tammurro (addome) 0 alla scatulella (petto) e raramente alla mummara (capo).

 

Nella camorra le esercitazioni alle armi si fanno sempre all’aria libera e i luoghi prescelti variano secondo le armi preferite dagli schermitori: cosi, oggigiorno, per la petrejata il luogo prediletto è la spiaggia della Marinella; per la zumpata e la tirata ’o rasulo si preferisce la via vecchia ’e Pocereale e per la sparata si dànno, i nostri malandrini, l’appuntamento a ’o Pasconciello.

’A PETREJATA

A questa costumanza di gente primitiva, e della quale i nostri malviventi sono i superstiti, fino a pochi anni fa prendevano parte anche i componenti della società maggiore dell’umirtà; ma, dopo che il piccone dello sventramento ha ristretto la cerchia di tali esercitazioni, è restata la sassaiuola come specialità dei soli guagliuni, il che per altro non toglie che parecchi dei componenti della società maggiore e non pochi della minore, con una certa soddisfazione, presenziino a queste battagliuole ed incoraggiano i nostri scauzuni a sapersi sciaccà. Il d’Addosio, che si è occupato del duello dei camorristi (1), fa notare che questa manifestazione cavalleresca del popolo ha luogo non solo per gelosia di quartiere, ma anche per contese personali fra due persone e e lo stesso autore soggiunse che la petrejata, in questa città, era comune fin dagli antichi tempi.

(1) DAddosio Carlo — Il duello dei camorristi — Pierro editore, Napoli 1893.

Infatti nel Cunto de li Cunti del Basile si legge che «Cienzo,... facenne a pretate all’Arenaccia co lo figlio de lo Rre de Napole, le ruppe la chiricoccola» ed il Celano, che scriveva alcuni secoli addietro, dice «che ve n’erano dei così bravi nel tirare la fionda, che ove segnavan con l’occhio, ivi colpivano» e che nel 1625 il duca d’Alba «fece prendere da trenta capi sassaiuoli e li mandò in galera».

Fabio Giordani ci ricorda che presso Carbonara v’ era un piano detto il campo, dove nei giorni che non erano di lavoro si univano i sassajuoli a gareggiare con le pietre tra di loro; poi si cominciò a contrastare con bastoni; e per ultimo, nei tempi de’ Francesi vi si concorreva a giostrare proponendosi prima il premio, come appunto si suol fare oggi nelle corse dei cavalli barberi, nelle lotte ed altri simili giuochi. E questo premio si attaccava ad un olmo che stava dentro della Città (1).

(1) Il Chiarini nelle aggiunzioni fatte al Celano (p. 481 vol. II) scrive:

Nel tempo degli Angioini, specialmente di Re Roberto era l'arena dei giuochi gladiatori nella gran piazza di Carbonara luogo di convegno degli uomini d’armi più famosi per valentia e coraggio.

Nel 1647 i popolani lanciando pietre presero il Castello del Carmine.

Nell’invasione Francese, al cominciare del corrente secolo, ebbero i nostri petriazzanti uno scontro fortunato colla cavalleria Francese ed i vecchi napolitani ancora ricordano che nel 1848,

Durarono fino a tempi di Carlo III di Durazzo spettacoli si sanguinosi ai quali una volta con sommo ribrezzo e suo malgrado trovavasi presente il Petrarca. Il quale lasciò scritto che le sfide de duellanti erano spinte fino ali ultimo sangue.

Afferma inoltre il Petrarca che chiunque sentivasi offeso del proprio nemico, in questo luogo chiamavaio a disfida, ed in cotal guisa vendicavasi di lui, senza incorrere in alcuna pena, cosi che 1 abuso ognora crescente erasi convertito in patria consuetudine.

Queste medesime cose ci ricorda Paride de Puteo allorché dice: In nobilissima civitate Neapolis piena militibus, armisqne fiorentissima alter campus pugnatorius appellatus Carbonara, in quo quisque suas offensas et injurias vindicabat impune, (lib. i. c. 4 de singul. certamine, apud Engen.)

Aboliti questi feroci ed insani esercizi col mezzo di severissime pene, fu quindi piazza de torneamenti e di altri dilettevoli giuochi in occasione di pubblica letizia, e questa costumanza durò fino a tempi a noi più vicini, come rilevasi da un nobilissimo documento esistente nel Reale Archivo dell’anno 1209 (Lettera H, fol. 12. 13. let. C. fol. 213 riportato dal di Pietro nella cronologia della famiglia Caracciolo).

dopo che furono cacciati i PP. Gesuiti, si voleva praticar lo stesso coi monaci carmelitani, ma di notte, così mi diceva uno dell’epoca, i nostri lazzaroni approvigionarono il largo Mercato e dintorni di montoni di brecce marine per respingere gl’invasori allorché sarebbero venuti a compiere il sacrilego attentato.

Il cav. Raffaele Sava, che comandava la guardia nazionale, persuase quella turba invadente ad entrare in Chiesa e pregare Iddio pel vero bene del napolitano. Dopo un sermone e la benedizione del Santissimo, impartita da quel Priore, i nostri mascalzoni tolsero le pietre ed andarono via in santa pace.

Anche noi nel 1871 presenziammo, nei pressi del Pagliarone, ad una famosa petrejata ed i feriti dall’una e dall’altra parte furono tanti che la questura fu costretta ad invitare la cavalleria pe fa sbaraglia i combattenti.

Non voglia certamente credere il lettore che la petrejata fosse stata esclusiva specialità dei precursori o dei discendenti di Masaniello, perché la signorina Adele Pierrottet scrisse nella Rivista delle tradizioni popolari italiane che simili cose erano comuni a Milano, a Siena, a Pavia, a Cremona, a Mantova, a Ravenna, a Verona, a Pra e Pegli, e che in una vecchia pergamena di Modena, data dal 1188, dice il Muratori si leggeva: «Extra Urbem nostrani erat Pratum de Batalia (1)».

(1) Anche nel mio paese nativo, Guardia Sanframondi, era, un tempo, in uso la sassaiuola, per attrito regnante fra i due rioni la Portello, e Fontanella. I guagliuni della Portello, chiamati a raccolta dal tamburino Filippo S., si dirigevano verso il ponte del craunaro, dove aspettavano la morla (compagnia) della Fontanella. Non appena le due brigate si trovavano a tiro subito cominciava la petrejata. Ricordo anche che vi era un guaglione della Piazza, che poi divenne consigliere comunale, tanto abile nel menare la scionna (fionda) che dove mirava ivi colpiva.

La guerra doveva finire collo spargimento di sangue. Il quartiere generale dei lazzaroni della Portello era piazza Castello e quello dei mamuozìì della Fontanella il cortile dei PP. Filippini.

Ecco intanto uno dei motivi più salienti che dava, fra noi, luogo alla petrejata. Se uno dei nostri scugnizze veniva maltrattato da un abitante di un altro rione, e se la faccenda non si aggiustava subito, con lo scambiarsi qualche pugneturella dint’a panza (coltellata); l’offeso, senza dir niente all’offensore, si recava nel proprio quartiere e parlava ai conoscenti dell''aggravio ricevuto. La cosa, perché comunicata dall’amico all’amico, subito si diffondeva e i guagliuni, dopo che si erano provvisti di pietre, si avviavano a morre (in gran numero) al quartiere dell’offensore e quivi gridavano:

Ainella! Ainè! Ascessero ’e guagliune d’’o Buvero, ca so belle!

E quelli di rimando:

Questo barbaro costume fu smesso dopo che ai carabinieri pervennero i lamenti di alquante madri di... scioccati,

Petriate famose avevano luogo anche a Cerreto Sannita, dove i petriazzanti non solo si scioccavano fra di loro; ma, per astio di campanile, avvenivano delle importanti sfide fra cerretani e laurentini, È inutile dire che i vrecciajuoli cerretani, con una tattica speciale, attiravano i nemici sulle rive di Triterno e li conciavano per bene.

’E guagliune d’’o Buvero so' belle e buie site na rocchio, ’e femmenelle!

A questo invito-sfida accorrevano gli adepti dell’offensore e si dava principio alla battaglia con danno delle persone e della proprietà. Oggi, però, mancando per le vie il materiale da guerra, si dànno le due squadriglie l'appuntamento alla Marinella, dove il rifiuto del risanamento fornisce a dovizia scarde e vrecce.

Giunti al luogo designato, i due comandanti si scambiano prima un rosario di male parole; e poi ha luogo la sassaiuola. Alle due schiere di petriazzanti ben presto si uniscono i curiosi, i quali, se sono dei giovani, per non restare inoperosi, incominciano a scagliare anch’essi i sassi, invece i vecchi, non potendo prendere parte attiva alla guerricciuola, si limitano ad incoraggiare i combattenti con gesti e consigli.

Un vecchio avanzo di galera, da me sottoposto alle misurazioni antropometriche e che ancora presentava sulla bozza frontale sinistra le tracce di una gloriosa petrata, mi diceva che, a chilli tiempi, chi menava la preta doveva far questi movimenti, cioè: piglia, mira, mena e fuie; mentre l’altro, per non essere colpito e colpire, doveva: guardà, scansà, piglià, menà e scappà.

Spesso però accade che le pietre dirette al più ardito sono parecchie ed allora il più furioso viene scioccato, e, se durante ’a recisione della battaglia capita l’intervento della p. s., allora succede che le armi delle due fazioni, ad un dato cenno, si rivoltano contro gli acciaffatori (poliziotti) e la sassaiuola di tre anni fa, diretta contro la brigata di p. s. di sezione Porto, non l’abbiamo certamente dimenticata.

La petrejata finisce quando resta scioccato uno dei due capepuopolo (caporioni), che poi amorosamente viene fasciato ed accompagnato a casa; ma se la madre del ferito appura dove abita il feritore, dopo aver rivolto al figlio le più scelte male parole e dopo avergli ricordato che «è meglio a dà che avè mazzate», si reca alla casa dello scugnizze sciaccatore, dove, fra le due madri, avvengono delle scene violentissime.

Al chiasso accorrono i buoni vicini e cercano comporre onoratamente la vertenza. Le vecchie invece, scandalizzate dalle tante oscene parole che si rivolgono le due siè, si allontanano e borbottano Giesù... Giesù... e po’ dicimmo ca Dommenaddio ’nce manna li castighe. J Siente, sié che sciure jescene da la nocca de ste doje bone femmene!

Quanno maje mmane a chillo si dicevano cheste ccose?... Giesù Giesù!» e si rinchiudono in casa.

Le due furibonde donne, alla fine, vengono divise; ma la madre del ferito, prima di andarsene e dopo aver presa una posa tragica, dice all'altra: I' me ne vaco, pecché accussì venne sti galantuommene; però, mia signò, allecurdate a ’o figlio vuosto che, se isso ha rotto ’a capa a figlieme, i', femmena e bona, se l'afferro, ’o romparaggio ’o m... e così la scenata finisce con una minaccia di... oscena rottura.

I CAMORRISTI SOTTOCHIAVE

È da parecchio che i direttori delle carceri, per mettere un argine agli abusi e soprusi che i componenti della camorra commettevano in danno degli altri carcerati, furono costretti a proporre al Governo di separare i camorristi dagli altri detenuti, e, dove il locale si prestava, ne fu fatto un reparto speciale, come avvenne alla Vicaria, assegnando ai nostri guappi il reparto S. Lazzaro. Soppresse che furono nel palazzo di Giustizia le prigioni, per far posto alle sale di cancelleria e a quelle per gli uscieri, la camorra ne sloggiò per essere confinata addirittura fuori di Napoli; dove, fino ad oggi, il clima, pare, non abbia prodotto nessuna benevola influenza atta a modificare le tendenze dei nostri numerosi malandrini: prova ne è la rivolta avvenuta nel carcere di Salerno, solo perché il cav. Giampietri fece separare i camorristi dagli altri detenuti per evitare che si esercitasse la camorra a danno di quei prigionieri, che non appartenevano all'umirtà.

La promiscuità dei detenuti infatti favoriva i sopraffattori e l'associazione loro diventava anche più pericolosa nella prigione: la bella società rifurmata, quando le porte dei cameroni si chiudevano, tornava a costituirsi in tribunale, e sentenziava e ordinava e mungeva i deboli e i paurosi. Si stava, è vero, sottochiave, ma nulla mancava agli associati all'umirtà, non il denaro, non parecchi di quei comodi che la libertà soltanto può procurare.

Che cosa è un camerone di camorristi, e che cosa dunque vi succede?

Non appena un nuovo arrivato è introdotto dal secondino, qualche volta cacciato dentro con uno spintone addirittura, se costui fa parte della società e conosce di vista e d’imprese i detenuti, si scappella e dice: Salutammo ’e campagne e l'ati signure d’a cummertazione (salutiamo i compagni e gli altri signori della riunione).

I camorristi, che già stavano occupati a parlar del più e del meno, a queste parole pompose comprendono che il nuovo arrivato è dei loro. Ma può seguire che non lo conoscano null'affatto, che non ne sappiano le prodezze, il grado, il quartiere, e allora nessuno s’alza.

Si risponde in coro: Salutammo cu riserva, ed il capintrito temporaneo incarica il picciuotto 'e jurnata (di giornata, ossia di guardia) d’informarsi chi è il nuovo arrivato e da chi fu cacciato (cioè chi fu il capintesta che lo nominò camorrista e duvere). Il picciuotto ’e jurnata, dopo aver fatto un paio di giri, cosi alla sorniona, nel camerone, s’accosta al nuovo venuto e gli dice sottovoce:

Pirdunate, chi v’ha cacciato!

L’altro risponde: «Il tal de’ tali, del tal quartiere». Il picciuotto gli muove alcune altre domande e quindi torna ai suoi superiori, per riferire loro quanto ha appurato.

Finite le pratiche, tutti si accostano all’ospite novello, e il più anziano gli dice:

Scusate e pirdunate, pecché nun avevamo l’annore (l’onore) ’e ve cunoscere. ~

Con tutta serietà quello risponde:

Avete fatto il ruvere (dovere) costi è io mi avesse regulato ’o stesso e po’, comme bene sopite (conoscete), ’o società ’o ’mpone!

Se il nuovo arrivato è persona conosciuta, allora tanto gli altri camorristi che i picciuotti si alzano e rispondono:

Facimmo l’óbbreco e salutammo cu duvere.

Si dispongono poi in circolo e domandano al nuovo venuto perché fu mandato sottochiave (in carcere) e se ha portato novità dall’aria-libera e per quanto tempo farà loro l’onore della sua compagnia. Il capintrito temporaneo poi lo chiama in disparte e, con tutta lealtà, gli dice se in carcere vi sono spiccioli in carusiello (denaro ricavato dalla camorra), taglienti (coltelli), martini (pugnali), carte di stracolla (carte da gioco), e se fra i detenuti vi è qualche pullaste (cioè qualche prigioniero che ha mezzi di fortuna e che non appartiene alla camorra), e finalmente si ordina al picciuotto ’e jurnata di prepara ’o pizzo (letto) al superiore!

Trattandosi invece di qualche pullaste, allora gli sguardi feroci dei camorristi si fissano sopra di lui; poi, in massa, i figli della bella società rifurmata si riuniscono in un cantuccio del camerone, dove gesticolando si consultano nel loro gergo, ed infine il picciuotto ’e jurnata, dietro ordine del superiore, si distacca dal crocchio e va ad annasà il pullaste, cioè gli si cuce ai panni e non lo lascia più se non quando ha saputo tutto quel che gli occorre di conoscere: il disgraziato comprende che nessuno lo può salvare. Che potrebbe fare? Ribellarsi? Gliene incorrerebbe male, e chi sa che male. Ricorrere ai guardiani?

Certo il loro intervento può liberare il povero diavolo dall’immediato contatto e dall’imminente pericolo, ma il detenuto pullaste, allontanato dal camerone fatale, verrebbe chiuso solo in una cella, Ove appunto la solitudine, il silenzio, la malinconia gli farebbero desiderare mille volte al giorno piuttosto la prima compagnia. Non v’è peggio, nelle prigioni, che restar soli: la minaccia della cella piega i più risoluti e i più indisciplinati.

Il pullaste,dunque, si rassegna alla sua sorte. Paga l’olio per la lampada alla Madonna, senza aver mai il gusto di vederla accesa, mette fuori altri spiccioli per soccorrere i poveri compagni che si trovano al bagno penale, promette di scrivere alla famiglia per avere altro denaro da distribuire, s’impegna di dividere il suo desinare coi compagni, il suo tabacco, il suo vino.

A queste gentilezze forzate del detenuto non camorrista i nostri guappi corrispondono con gentilezze di società, cioè fanno fare e rifare da qualche picciuotto ’o pizzo al pullaste, dove, in tutte le ore, si può bellamente... appollaiare!

Il frieno (regolamento) detta che quattro camorristi, che si trovano riuniti in un carcere, possono fra loro eleggersi un capo, che finisce di esser tale non appena si esce all’aria libera.

Viene eletto capintrito temporaneo, quasi sempre, il più anziano della paranza; ma se fra le parti non vi è accordo, allora il tocco deciderà per la sorte.

È noto che all’aria libera i nostri bravi portano il vanto di essere oziosi-vagabondi; nel carcere, invece, p'accirere ’o tiempe, alcuni si dedicano a fabbricare carte di stracolla, che dipingono o col loro sangue o con colori che ricevono dalle loro famiglie; altri diventano disegnatori, e sotto i loro sgorbi osceni scrivono o fanno scrivere delle dediche pornografiche pei presidenti di tribunali, giudici, questori, delegati, giurati e per i testimoni che non andarono a deporre in loro favore.

Qualche altro dalla mollica di pane ricava un soggetto rappresentante, quasi sempre, qualche personaggio eroico. Da un chiodo, da un pennino o da un pezzettino di vetro vi ha chi costruisce un’arma micidiale (1); mentre gli allitterati, per stare in continuo scambio d’idee con quelli che vivono all’aria libera, cercano di tenere delle corrispondenze clandestine, inviando i loro scritti o nelle cuciture degli abiti o fra le suole delle scarpe; ricevendoli invece nel pane, nei maccheroni e nelle frutta.

(1) Ultimamente andai nel carcere del Carmine ed ebbi ad osservare un cucchiaio di legno ridotto, con un pezzo di vetro, a forchetta e a coltello.

Lo stile epistolare è compreso dai soli camorristi: il comune alfabeto alle volte è sostituito da numeri ed in certi altri casi da geroglifici speciali (vedi fig. a pag. 60).

Non mancano esempi in cui vi sono segni allusivi; cosi la corona allude al Presidente del tribunale, e forse al suo tocco, la vipera indica il P. M., per dimostrare, come diceva un contajuolo, che il pubblico accusatore «nei dibattimenti produce non poco veleno ai figli dell’umirtà». Il cifrario è conservato da ciascun contajuolo e viene modificato dal solo caposocietà, il quale cura anche di far conoscere le currezioni a quelli che si trovano sottochiave.

Il materiale di scrittoio viene nel carcere gelosamente conservato, e benché, alle volte, si facciano delle minute perquisizioni, pure le ricerche riescono infruttuose. Uno di questi allitterati in un agoraio del diametro di 23 e della lunghezza di 70 mm., conservava due pennini, 4 listerelle di carta, il cifrario che qui riproduco, due pastiglie di lapis, un ago da cucire ed un po’ di anilina bleu. L’astuccio, per tema che gli venisse trovato, se lo custodiva nel... retto!

Questo scrivano, che fu adibito come contajuolo temporaneo, si chiama Ciccio ’o cafettiere ed è quello stesso che dal carcere di S. Francesco dettò la seguente epigrafe-réclame, che ancora adorna la bottega di Pasquale F.

CA STA PASCAROTTO D’’O PENNINO

CHE VENNE UOGLIE, MACCARUNE E PASTA FINA

NUN TEME NISCIUNA CUNCURRENZA

PECCHÉ NON È USO A FA CREDENZA 

ALLICURDATEVE D’ ’O PRUVERBIO ANTICO

CA 'O MAGNÀ BUONO CI AZZECCA ’O VINO

Cifrario camorristico.

Presidente di tribunaleA
GiudiceB
Ispettore diC
Pubblico ministeroD
E
CarabiniereF
O
QuesturinoH
I
FurtoL
M
QuestoreN
O
CaposocietàP
CapintritoQ
CamorristaR
ContajuoloT
PicciuottoU
Giovinetto onoratoV
PaloZ
*

* *

I lavori dei camorristi sottochiave sono clandestini e palesi. I primi si fanno in tutte le carceri, i secondi invece, per quel che mi sappia, si eseguono solo nelle carceri di S. Francesco, dove al detenuto è permesso di fare oggetti di svago.

Quanto ai lavori letterari, può dirsi che lo stile che usano i nostri pregiudicati, tanto in prosa che in versi, sa del laconico e del nordico, cioè di un popolo fiero, fantastico, trascendente. Per rispetto ai generi dei componimenti, ho riscontrato lo stile epistolare, il poetico, l’oratorio ed il lapidario.

Stile epistolare. — Le lettere dei nostri camorristi sono piene di naturalezza, perché scritte senza affettazione; ma ricche invece di sgarbatezze, di frizzi disonesti e di sconvenienze. Un miscuglio di dialetto locale e di italiano è la lingua da essi preferita. Ecco un esempio di bello scrivere proveniente dall’excarcere S. Lazzaro:

Caro Papele (Raffaele) (1)

«Venco con questi pochi righi a farvi conoscere che quel piglia in c.. del Mastrariello (era) il soprannome di un picciuotto di sezione Mercato) che è chiù fetente (schifoso) della sua sora (sorella), mi sta bello bello ienno (andando) dinto o m...; però digli che pei 23 austo (agosto) non ci vuole moldo ed allora ce vedimmo le facce nostre. Salutaci a cummarella Rosella (Rosina) e tutti i combagni.

Tuo affezionatissimo

Gennarino

Un’altra lettera, scritta da un detenuto al suo avvocato, ha questo tenore:

Gentilissimo Signore Avvocato e Cavaliere,

«Vi arraccumanno (vi raccomando) a non dormirvi pecché so (sono) 22 ciorni (giorni) che innocentemente sto da dindo (in carcere) e non pensate pe farme la scarcerazione indando le granelle (denari)

(1) Sono sottolineati i nomi proprii e spiegate fra parentesi le parole troppo strane.

se ne vanno e niente di positivo si vede. Jade a dire (andate a dire) al mio patrono dì casa che non se vestesse de carattere perché tre mmesate (mensili) deve avere soltanto e arricurdatelo (ricordategli) che i veri e sinceri amici (sic) si cunoscono ngarcere (in carcere) e in malattie. Del resto vuja (voi) già lo sapite (lo sapete) che chill'omme (quell’uomo) si veste di carattere quando sa che nisciuno (nessuno) lo po azzeccà (dare) qualche cincofrunne (schiaffo). Scusatemi di tanta imbertinenza e allicurdatevi di me (ricordatevi di me).

25 Gennaro 1861.

Vostro sevro (Servo)

Pasquale

Un altro modello di stile e di ortografia è la seguente lettera, scritta dal pregiudicato Vincenzo C. al picciuotto d’annore Carmine Z.

Caro combagnone,

«Con grande rammaricamento son venuto a conoscenzia (conoscenza) che Andonio lo Schiari. vuttiello si fece per quellaffare fa f. del resto non era pietto pe isso e me ne faccio maraviglie di te che desti a lui lingarico.

LafFare avrebbe riuscito se si scendeva dalla preta perciata che sta vicino la fondana delli Serpi e subbito si arrivava sopra luogo. Pe mo (per ora) bisogna pensare a guardarsi perche i corsi (le guardie notturne) ce ne stanno a uffo (in quantità). Abbadate alla riflessione se no ci va per sotto lannore (onore) nuostro (sic). Bicienzo (Vincenzo)o pisciasotto nell’udienza di Biennarì (venerdì) mi dicette che la parte do muorto (furto) non fu data con coscienza perciò badate che nisciuno (nessuno) si lagnasse. Lo Squarcione badasse allo affare de lo Buvero (Borgo) e Giuanniello (Giovannino) ai bagnanti. Arride cordati tu e gli amici che la gola e secca e ci vonno pe farla ammollire doie palle di gragnano (vino di Gragnano). Qui tutto è pace: paricchi (molti) dei nostri saranno mandati a Vendotene e Ciccillo a Tremmiti. Se vai al vico Sole salutami a Pizzicatella.

«Napoli Austo 1871.

Tuo combagno

Vicienzo

*

* *

 

Stile poetico. — Come nella prosa così nella poesia la pornografia è sempre all’ordine del giorno, e siccome i nostri pregiudicati si prendono nella società licenze manesche così abusano nei loro componimenti di licenze poetiche. Nei loro scritti essi non tengono, è vero, calcolo né delle sillabe né degli accenti; però se la poesia è l’arte di rappresentare in versi tanto il naturale che l’ideale, i seguenti versi vi corrispondono a meraviglia.

Ecco come il sorvegliato speciale Filippo D’A. descrive le sue sofferenze:

La vita mia è perza

Nun saccio che aggia fa

Ngalera tutti e jurni

Nge pozzo mai sta?

E guardie comme a cane

Nun'hanno e me pietà

Mannaggia chi Ile muorto

Me stanno a ruinà

Se iesco so afferrato

Se parlo so traduto

Se c........so beduto

Nun saccio che aggia fa.

Quanno la notte dormo

Ecculì tuzzelià

So sempe chelle guardie

Che me vonno sfreculià.

S. Bicienzo beneditto

Che pietà hai degli afflitti

Allicuordate de me

E portame... Mbaravise cu te.

Un soldato del 75° Fanteria, prima di lasciare ’o canciello di Sezione Mercato, scrisse sopra un muro questa ottava:

Siete gran f.... voi del 73

Ippocriti, ignoranti assai cretini

Se in Africa qualcuno andò pel Re

Doveva morire perché era destino

Se a casa fra poco ritornate

Andando a mangiare ceci e patate

Del 75 parlar non vi azzardate

Perché verrò a prendervi a mazzate.

Uno studente di prima ginnasiale, arrestato ultimamente come facinoroso, per non starsene in ozio, scrisse sopra un tavolaccio del deposito della Questura:

Alla Signorina Elvira C.

L'amor che nella mente mi ragiona

A domandar in dono io vengo

Felice sarò nel profferirlo

Ingrato sarò nel pretenderlo

Cara, se vuoi saper quel che desio

A capo torna d'ogni verso mio.

Il poeta Ludovico del Mor., ladro di scasso, cosi si burla dei suoi col leghi di destrezza:

Poveri ratti

Nun anno che magnà

Pecche ’e purtafogli

nu ponno cchiù arrubbà.


Un picciuotto di sgarro mi dettò le seguenti strofe composte nel carcere di S. Francesco e cantate la prima notte, dopo la riacquistata libertà, sotto i balconi dalle persiane verdi di vicolo Panettieri n. 37, dimora prediletta della sua Rosinella.

Arezza arezza

E meglio na simpatia che na bellezza

Scorza e ze vieni o palazzo!

Anielle aniclle

All'isola anno mannato a Pascariello

Nora e gusto ciani amie e guai.....

So nato Averza

S'è rotta a pelle e guante

Mietteci a pezza cu a cera e Spagna

Fronne e limone

Stu guaglione che accire co curtiello

O vonno fa capo e sucietà?

Fronne e murtelle

Rusi né caccia a capa da stu barcone

Ca Luvigella te da rispettò.

Finalmente l’ammonito Ferdinando P., detto ’o lecca-ricotta, fra i suoi appunti teneva scritto questo avanzo di vecchia canzone:

Tutti vanno o campo

E Ciampinella no

Pigliammece 'a carruzzella

E purtammece a Ciampinella

Stile oratorio. — Il solo documento di stile oratorio che ho raccolto in cinque anni è questa autodifesa dell’omicida Vincenzo S.:

«Signor Presidente, Signori Giudici, Signor Pubblico Ministero, Signori Giurati e Signori della corte di Assise. Voi che siete uommini che capite non vi site certamente fatti mbroglià,

dalle chiacchiere del paglietta contrario anzi vi siete convingiuti che la mia pugnetura non avrebbe mai potuto far morì Pascariello; pecché o curtiello era proprio nu tantillo e se la morte è successa è stato pecché chella benedetta anima scappannesene jette cu a capa vicino a nu spiculo e muro — Signor Presidente è inutile perciò mettere mieze la freva, lo fegato e tutte late chiacchiere diciute da 0 miedico e da quel signore avvucato, pecché so gente che se consolano vedenne ngalera a me, e mmieze a la strada 6 criature nnucente. Io non lo nego che a curtellata ce la dette io pecché dicenne di no ci mettarria de cuscienzia, ma ognuno, caro Presirente, si po truvà cu na berrazione innanzi alla mente, cu nu bicchiere vino pe a capa e po cummettere no guajo.

«Signori giurati, arrifrisco all’anima soja, io quella sera no vuleva ascire dalla casa, pecché me vuleva curcà, ma isso, la bonanema, me venette a sfreculià dicennerae Iamme Viciè.... Iesci Viciè e io pe cuntentarlo ascette. Pa via, e pe na cosa e nulla, venemmo a parole e po na parola tira a nata cacciammo e curtielli, io co 0 curto, isso co o luongo ma la berrazione me lo faccette pognere.

«Signor Presirente fu o diavolo che ce ficcaie a coda pecché io nun buleva ascire.

«Signori giurati come vedite io sono innocente pensate ca tengo 6 criature che se morranno e fame se resto ngalera — So 6 anime e Dio.

«Mannatemenne alla casa primma e mo, pecché pe chella sventurata vedova e Pascariello ce penzo io pe darla a vesti e a magnà. »

Stile lapidario. — Ho raccolto parecchie iscrizioni: la più classica è questa:

QUI

PER VOLERE DI UN ISPETTORE

DIMORAI PER TRE GIORNI

NON PIANSI NON DORMII

MA PER L APPETITO RUTTAI

PE LA FACCIA DE LA MAMMA DELLA SORA

E DI CHI L'È STRAMUORTO

Lavori artistici (1). — I nostri malandrini, per i lavori artistici, si dividono in tre grandi categorie, cioè disegnatori, scultori ed incisori.

(1) Vedi la mia memoria La letteratura e le belle arti nelle carceri di Napoli», Archivio di Psichiatria, Scienze penali ed Antropologia criminale, Voi. XV, fase. IV.

I disegnatori si suddividono in scenografi, ritrattisti e caricaturisti. La classe degli scenografi è la più numerosa, perché abbraccia una caterva di giovinastri, per lo più isterici, detti patuti, che hanno, come dice il Russo (1), per Rinaldo e per tutti i paladini della leggendaria Tavola Rotonda una specie di adorazione, di

feticismo, di fede cieca, che giunge al più alto grado, tanto più che questi paladini benedetti tali smargiassate facevano per vendicare il Sepolcro santo (2), e sono le gesta gloriose e magnanime

(1)FERDINANDO RUSSO. Rinaldo (costumi napoletani). Napoli, L. Pierro Editore, 1888.

(2)Questo brano, che riproduciamo, è tolto dalla cronaca del giornale Roma (19 febbraio 1894).

«Iersera certo Gennaro Caiazzo entrò insieme a Salvatore Di Sarno, in un teatrino di marionette all’Arenacela.»

di questi difensori della santa religione di Cristo che i nostri patuti in carcere col gesso, col carbone, col lapis e coll’inchiostro ritraggono, quasi sempre, a soli contorni sulle mura, sul pavimento e sulla carta.

«Ma siccome, dice lo stesso Russo, sono spariti ad uno ad uno i caratteristici teatrini di marionette alla Marina ed in piazza del Castello spezzati dallo sventramento che abbatte senza pietà, trascinando nella sua rovina, diciamo pur necessaria e di utilità pubblica, tanti ricordi, tanto carattere nostro particolare:

— Si rappresentava un episodio delle famose gesta del signor Montalbano. Gli uditori ascoltavano attentamente Angelica, Rinaldo, il cavalier possente, ed il terribile Con di Maganza. A volte il cozzar delle armi guerriere di stagno richiamava la maggiore attenzione degli spettatori e lo smilluzzicchio delle sementi s interrompeva in attesa o nel dubbio della vittoria tra quegli eroi di legno.

«— Rinaldo è ghiuto sempe bello, osservava consolandosi Gennaro Caiazzo.

— Ncapa a te,.. Cane e Macanze fosse scemo? faceva l'altro — e cosi dei due ciascuno perorava la causa del suo personaggio gradito.

«Il dialogo, animandosi sempre più, disgustò qualcuno più vicino ad essi, che obbiettó:

i nostri monelli non potranno andare più a sentire le gesta del gigante Tisaferno... non potranno procurarsi più il piacere di dar la baia al lepido Astolfo o di fischiare, all’uscita, Macone dalla lunga barba di stoppa... Non potranno più dar consigli ad Orlando, quando sulla scena lo veggono in pericolo, stanco, affamato, stretto in un cerchio terribile dai turchi splendenti di corazze; non potranno più commiserare il giovinetto Berlingieri, che a quattordici anni cinse la spada ed uccise il più temuto dei giganti saraceni, Balasso, che se magnava ’a pella, ’a carne e l’uosso;» ma ora si debbono, i nostri scauzuni, accontentare di riprodurre c’ ’o gisso e coll’agnosta delle scene di sangue tratte dai romanzi del fu D. Ciccio Mastriani

«— Aggio parato quatte sorde pe sentere a buie a comme veco! «Fu una giusta osservazione, alla quale i due non seppero ribellarsi. Il resto dell'opera fu ascoltato di mala voglia, le scene susseguenti parvero lunghe e noiose.

«Quando il Caiazzo ed il Di Sarno vennero fuori, incominciarono a dirsene delle più scelte.

«— Tu a Lmardo nun si degno manco d'annumenà «— Vati è ca tu e macanzise non e saie manco.

«In breve si venne alle mani, e dalle mani si venne ai coltelli.

Allora Giovanni Caiazzo, fratello a Gennaro, di anni 35, cenciaiuolo, corse per salvare il fratello dalle mani del Di Sarno, ma questi gli vibrò tre colpi di coltello, ferendolo alla spalla, al fianco ed alla coscia sinistra.

ed ammannite con vivi colori da Federico Stella, da Annetta Lazzari e dal traritore Artale; ed ascoltate poi, con profonda ammirazione, dalla piccionara del teatro

S. Ferdinando, da questi affiliati dell’agonizzante Linardo.

Di ritratti, dopo cinque anni di ricerche, ne ho potuto raccogliere soltanto cinque esemplari; il più perfetto era quello che raffigurava Masaniello portante nella mano destra un nodoso bastone e nella sinistra un acuminato pugnale.

Vi ha pure nella camorra dei disegnatori caricaturisti; però di questi Mangamari di occasione la mala-vita ne conta un numero limitatissimo.

Gli scultori, che, come innanzi abbiam detto, usano per i loro studi la mollica di pane previamente preparata, ci forniscono bellissimi lavori

rappresentanti o briganti o qualche scena delle loro bravure, come ’o sfregio, ’a zumpata, alla sfarziglia, ovvero qualche tipo di santo, al quale hanno tolto la fisonomia della bontà e vi hanno sostituita quella della minaccia. Non mancano poi dei casi in cui modellano personaggi di drammi e di commedie.

Dopo quello che finora abbiamo detto intorno alle belle arti dei nostri camorristi, richiama soprattutto la nostra attenzione la scultura, perché in questo genere di lavoro abbiamo osservato degli esempi in cui non solo furono mantenute in perfetta armonia fra di loro le diverse parti del corpo, ma in una statuetta raffigurante un brigante calabrese il nostro artista cenciajuolo dette al suo capolavoro quella fisonomia svelta e fiera che è la caratteristica di quei montanari (1).

 *

* *

Finalmente un’altra occupazione dei camorristi detenuti sono le pugneture (tatuaggio), che o si fanno o si fanno fare.

Di questo deturpamento del corpo o di una parte del corpo si fa anche menzione nel cap. XX del Lenitico, dove leggesi Non farete incisioni sulla vostra carne, a causa di un morto: e non farete figure o segni sopra di voi.

(1) Tali lavori adornano i cassettoni delle prostitute e delle donnicciuole dei bassi quartieri.

Questi precetti furono da Dio dati a Mosè perché lo

straziarsi le carni ne’ funerali era usatissimo fra gli idolatri, credendo essi che il sangue delle loro graffiature avesse la potenza di calmare

l’ira degli dei infernali; e siccome i pagani s’imprimevano sulle carni le figure o alcun segno delle divinità alle quali si consacravano, così il Signore vedeva a malincuore che il suo popolo prediletto, il popolo ebreo, spesse fiate si abbandonasse a simili eccessi ed avesse troppo presto dimenticato questi precetti del Decalogo: «Non avrai altri Dii innanzi a me. Tu non ti farai scultura, né rappresentazione alcuna di quel che è lassù in cielo o quaggiù in terra o nelle acque sotto terra. E non adorerai tali cose né ad esse presterai culto. »

Non mi pare inverosimile che tale costumanza l’avessero gli Ebrei appresa dagli Egiziani; perché è noto che la casta sacerdotale, prima che i figliuoli d’Israele avessero occupata la valle del Nilo (anno 1750 a. G. C.), già ornava la pelle degli Egiziani con gli emblemi di Iside e di Osiride.

Luciano ci ha lasciato scritto che gli Assiri si dipingevano di figure tutto il corpo e, secondo Plinio, i Baci e i Sarmati facevano lo stesso.

Gli abitanti dell’antico Perù non solo si deformavano il capo, ma si facevano anche tatuare.

Vegezio attesta che i soldati romani portavano inciso al braccio destro il nome dell’Imperatore e la data dell’ingaggio.

Isidoro conferma che gli Scoti si disegnavano sul corpo con ferri sottili ed inchiostro delle strane figure.

Leggesi in Cesare che l’uso di farsi tatuare era talmente diffuso presso i Bretoni che Io stesso nome viene da Brih (pinge) come quella di Fidi, Pictones par ne derivasse: essi tracciavano figure col ferro nelle carni dei teneri bambini e colorivano i loro guerrieri coll’ictis tindoria per renderli più terribili in guerra.

E non manca chi congettura che gli ossicini acuminati, che servivano agli abitanti delle grotte preistoriche di Aurignac per cucire le pelli e per fare graffiti sulle stoviglie, fossero stati invece adoperati come strumenti per tatuare.

Del resto, dice il Pontecorvo, che fosse un’usanza già praticata dai tempi antichi lo prova il fatto, secondo narra Erodoto, che Paride, quando, rapita Elena, per sfuggire a Menelao, dovette approdare al promontorio di Canossa, presso il tempio di Ercole, si fece ivi tatuare, perché sapeva che il tatuaggio era una consacrazione a Dio e lo rendeva inviolabile.

Fra i Traci era considerato il tatuaggio come un segno di distinzione.

Ermogene dice che nel II. secolo dopo Cristo venivano tatuate le adultere, alcune delle quali morivano sotto l’operazione; gli schiavi, i prigionieri di guerra e i disertori erano pure segnati con il ferro rovente o tatuati.

Nel 600, a Napoli, i condannati per furto, non appena entravano in carcere, venivano segnati a fuoco, sulla spalla, con un piccolo ferro rovente ed alla stessa sorte venivano sottoposti gli esposti dello Stato Pontificio.

Procopio Cesariense è di avviso che i primi cristiani di Oriente e d’Italia erano tutti tatuati, e lo stesso Tolomeo si fece bucherare la pelle in onore di Bacco.

Se è vero, ciò che dicono alcuni scrittori, che nell’Europa occidentale il tatuaggio vi fu importato dai Celti, ciò dovette avvenire alcuni secoli innanzi l’èra nostra.

V’è infatti accordo fra storici ed antropologo che i Celti, ramo cospicuo della razza ariana, mossi dall’Asia, pervenissero nell’Europa occidentale, traversando le gole al nord del Caspio, donde, girato a borea il Mar Nero e risalite le valli del Danubio e passato il Reno, penetrassero in quella regione che prese il nome di Gallia, non senza lasciare qua e là reliquie della loro stirpe, lungo le vie che percorsero durante le loro peregrinazioni;

e ben si sa che mentre un forte nerbo di essi si recava in Ispagna ed in Inghilterra, altri passarono le Alpi, discesero in Italia e posero loro stanza dalle Alpi occidentali fino all’Adriatico, sovrapponendosi agli Umbri ed agli Etruschi, che tenevano la signoria di quella parte della nostra Penisola (1).

La presenza adunque dei tatuaggi simbolici riscontrati negli abitanti delle summentovate regioni ci fa pensare anche essere tali segni una reminiscenza della religione di quei barbari.

È noto infatti che, oltre i loro numi Ogmius, Avernus, Belenus, Sogomo, Camulus, Koronas etc., i Celti adoravano anche animali reali e fantastici, quali il toro, il cignale, i gatti, gli uccelli, i colubri, forme corporee di fate, serpenti ed alcuni simboli del tempo. L’aver poi trovato delle analogie fra i tatuaggi simbolici dell’Africa e quelli di queste nostre contrade, mi fa congetturare che l’origine, in questa meridionale parte del nostro Paese, fosse mista, cioè celtico-africana, ed in fatti, se i Celti vennero per i nostri luoghi,

(1) Nicolucci — I celti e la formazione delle odierne nazionalità francese, spagnuola ed inglese — Società italiana delle Scienze (detta dei XL) giugno 1891.

essi vi furono di semplice passaggio e non poterono, in sì breve tempo, imporre in tutto e per tutto le loro leggi e i loro costumi, come fecero al di là del Po, mentre ci è noto che fra l’Italia meridionale e 1’'Africa, mediante il Mediterraneo, e fin da’ tempi più remoti, ci dovette essere uno scambio molto attivo.

Le cause che spingono l’uomo di oggi a farsi tatuare sono multiple. Infatti per certi popoli selvaggi il tatuaggio tiene luogo di medicamento.

Wilson dice che il Tahitiano che non è tatuato sarebbe incorso nello stesso biasimo e ripugnanza di chi fra noi avesse passeggiato per le strade affatto nudo (1).

Diffenbach racconta che i NeoZelandesi si tatuano il corpo e la faccia a scopo di bellezza (2).

(1) Wilson — Missionari voyage to thè South Pacific., citatoda Lubbock. I tempi preistorici e Vorigine dell'ine ivilimeto. Trad. di Michele Lessona, 1875.

(2) Diffenbach — New Zealand, in Lubbock, o. c.

Presso i Figiani, dice Wilkes (1), le donne sole praticano il tatuaggio, si adornano, per tal modo, le dita, gli angoli della bocca, e, ciò che è molto bizzarro, anche le parti coperte dal lihu. L’operazione è dolorosissima, ma il sottomettervisi è considerato come un dovere religioso e chi vi mancasse sarebbe certamente punito colla morte.

Eyre osservò fra le donne delle sponde del Murray, come cerimonia più importante, quella di scarificarsi il dorso. Tale operazione vien fatta all’età della pubertà, ed è sommamente dolorosa. La fanciulla si genuflette, poggia il capo sulle ginocchia di una robusta vecchia, e l’operatore, che è sempre un uomo, pratica profonde incisioni con un pezzo di conchiglia 0 di selce per lungo e per largo in tutto il dorso fino alle spalle. Questo spettacolo è ributtante; il sangue scorrre a torrenti, ed inzuppa il terreno, mentre i gemiti della vittima gradatamente si mutano in grida strazianti. Tuttavia le fanciulle vi si sottomettono volontariamente perché un dorso scarificato è una cosa che desta l'ammirazione (2).

(1) Wilkes — Figi and the Figians, in Lubbock, o. c.

(2) Eyre — Discoveries in Central Australia, citato da Lubbock.

I Figiani, scrive Hall'(1), credono che una donna che non fosse tatuata in modo ortodosso durante la vita non avrebbe avuto da sperare alcuna felicità dopo la morte. Questa curiosa idea si trova pure tra gli Eschimesi, i quali si tatuano per principio, credendo che le linee fatte in tal modo saranno tenute nell’altro mondo per un segno di onestà.

La giovane cinese, prima di andare a marito, si fa tatuare.

Il Polinesio, per togliere al suo neonato la macchia del peccato originale, lo affida al tatuatore.

I Nyamba hanno sulla fronte il proprio blasone, che consiste in iscreziature puntiformi.

Le cicatrici di colore azzurro sulla coscia dei capi Bachascini rappresentano la nostra medaglia al valore militare, e, per finirla, ricordo che le tre graffiature dei Bunni sono distintivi di tribù.

Eccetto negli Arabi, nei Tschuktschi e nei Figiani, dove il tatuaggio si osserva più nelle donne che negli uomini, negli altri popoli, dice il Ratzel (2), gli uomini sogliono darsi la preferenza rispetto alle donne in quanto che essi coltivano maggiormente ogni specie di ornamentazione e dedicano a ciò un tempo maggiore.

(1) Hall. — Life with thè Esquimau, in Lubbock, o. c.

(2) Ratzel — Le razze umane — Trad. di Mario Lessona, Torino 1891-96.

Presso i gruppi di selvaggi posti più in basso, l’ornamentazione segue quella legge che è quasi generale fra gli animali. È l’uomo quello che è ornato più vistosamente, mentre la donna manca di ogni ricercato ornamento.

In Europa e specialmente in Italia, dice il Pontecorvo, il tatuaggio resta limitato ai contadini, ai soldati, ai marinai, agli operai ed ai delinquenti.

Molto eccezionalmente esso esiste nelle classi elevate e un po’ istruite: infatti due 0 tre volte mi fu dato riscontrarlo in persone piuttosto agiate; però in questi casi si trattava d’individui che non avevano il cervello a posto (1).

(1) Bernadotte, il fondatore della casa reale di Svevia, opponeva una forte resistenza ogni qualvolta il medico gli ordinava un salasso. Era di moda allora salassare gli ammalati di qualsiasi genere. Una volta però il medico, giudicando il salasso indispensabile, insistette talmente che il re acconsenti.

Prima però — disse il re — dovete giurarmi di non dire ad anima viva ciò che vedrete. Il medico giurò.

Bernadotte rimboccò la manica della camicia ed il dottore vide un tatuaggio rappresentante un berretto frigio col motto: Morte ai re. Questo tatuaggio rimontava al tempo in cui Bernadotte era granatiere e grande ammiratore di Robespierre. Egli gridava: Morte ai re! e finiva sopra un trono. (Pungolo 6 Dic. 1893).

Premesso questo sguardo sintetico sulla storia del tatuaggio fra i diversi popoli, discendiamo ora a qualche ragguaglio d’’e signe (tatuaggio), che adornano i corpi dei figli della bella società rifurmata.

Il tatuaggio della malavita è apparente ed occulto.

L’apparente si vede sul dorso delle mani e sul viso. Questa specie di tatuaggio è costituita o da soli puntini, rappresentanti nèi di bellezza, o da puntini e lineette indicanti marchio di graduazione e raramente oggetti di ornamento (anelli, bracciali).

Tanto il palese che l’occulto può essere suddiviso in auto ed in etero-tatuaggio.

Chi tene core se fa pure da isse ’e signe; così mi diceva un vecchio rimasuglio di bagni penali.

L'auto-tautaggio trovasi sempre a sinistra e non è frequente, perché, siccome lascia per la parte estetica molto a desiderare, così i nostri malandrini, pe se fa fa ’e signe, si affidano a quelli

che sono più periti nell’arte del punzecchiare. A seconda del disegno e del significato noi possiamo dividere il tatuaggio nelle seguenti categorie.

Tatuaggio religioso


d’amore
di nomignolo
di vendetta
di graduazione
di disprezzo
di professione
di bellezza
di data memorabile
osceno
simbolico
misto.

Tatuaggio religioso
. —Dopo il tatuaggio d’amore il tatuaggio religioso occupa il primo posto; ed infatti nessuno dei sanguinari e nessuno dei ladri lascia, prima di commettere il delitto, di raccomandarsi 0 ai santi 0 alle anime del Purgatorio.

I segni consistono in croci variamente eseguite, in sacramenti con ó senza raggi, in nomi di santi ed in disegni raffiguranti santi e madonne. Questi disegni sono accompagnati dalle iniziali del tatuato, e,

quando il lavoro riesce a meraviglia, allora il tatuatore si compiace incidervi anche le proprie (1).

Tatuaggio d’amore. — In questa classe di gente il tatuaggio d’amore consiste nel portare impresso sulla propria persona fiori, vasi con fiori, cuori sia soli che trapassati da qualche freccia, o un cuore che pende da una chiavetta, per non smentire, forse, la vecchia canzone «Tu si ’a chiavetella de sto core» ecc.: ma non mancano dei casi nei quali il tatuato, anziché ricorrere al simbolo, brama piuttosto leggere per intero il nome della guagliona o della ronna che gli rapì il... cuore; così, per esempio, un tale portava scritto sul braccio destro:

NANNINA A CAPILA BELLA E A

PASSIONA MIA

Un lenone di sezione Porto, soprannominato 'o figlio d’o monaco, portava inciso sulla regione interna del braccio sinistro un amorino nell’atto di ferire con una freccia un cuore.

(1) De Blasio A. — II tatuaggio dei camorristi e delle prostitute di Napoli, Archivio di Psichiatria, Scienze penali ed Antropologia criminale, vol. XV. Fase. II.

Idem — Ulteriori ricerche intorno al tatuaggio dei camorristi napoletani, Ibidem voi. XV. Fase. VI.

In seguito a mie istanze, seppi che l’amorino era lui, che da dodici anni viveva del prezzo della vergogna, e il cuore era l’amante, nota nel mondo della prostituzione, come direttrice di bordello ed abilissima per adescare le ragazze e condurle sulla via della perdizione.

La fedina di questo svergognato, che campa la vita alle spalle ora di una ed ora di un’altra donna pubblica, lo caratterizza ozioso, manesco e rapinante (1).

(1) Giorni addietro, in uno dei teatri anatomici di questa città, attirava l'attenzione degli studenti di medicina un veretrumsul dorso del quale vedevansi tatuate due chiavette accompagnate da questa scritta 75 C. C. Amo. Apparteneva quell'organetto al cadavere del grassatore P. G.

Tatuaggio di nomignolo. — Due sanguinari portavano impresso il marchio dei loro nomignoli. L’impronta di Antonio L. era uno scarabeo, situato sulla mammella sinistra, ed una testa di mostro, che poi seppi essere di gatta, era lo stemma di Pasquale F. Nella società rifurmata vengono conosciuti per Totonno ’o scarrafone e Pascariello capa ’e gatta.

Tatuaggio di vendetta. — Questa varietà non è rara perché è istinto del camorrista di non concedere perdono, ma di vendicarsi; infatti una vendetta ben compiuta apporta promozione nella società — I disegni, che adornano i corpi di questi nostri conoscenti, sono pugnali, pistole, spade, tombe e certi motti speciali.

Un sanguinario, per esempio, superiormente alla cicatrice ombelicale portava inciso una tomba tutta ornata di armi coll’iscrizione Morte a Te V. Z.; però questa vendetta non fu compiuta, perché il tatuato, che conobbi all’ospedale degl’Incurabili, se ne morì di osteomielite tubercolare.

Un ladro di scasso invece, sul braccio destro faceva leggere «Pure te stuto» (ti ammazzo), e sul sinistro «Pe Abrile se muorto» e finalmente mi piace riprodurre anche questa scritta, che Narpo Vincenzo incise sul braccio di Pariante Francesco:

FINCHÉ CI È VITA E SPERANZA

CON QUESTO REVOLVER

SPARO ALL’AMBULANZA

MI FIRMO E SONO

NARPO VINCENZO

Tatuaggio di graduazione. — I tatuaggi di graduazione sono, quasi sempre, visibili e i segni consistono 0 in numeri (2 casi), 0 in lineette e puntini (15 casi) situati sulla regione dorsale della mano e propriamente fra lo spazio che resta tra il pollice e l'indice. Mi dànno, questi tatuaggi, l’idea della scrittura telegrafica; così una lineetta e tre puntini significa camorrista; una lineetta e due puntini picciuotto di sgarro; una lineetta ed un puntino picciuotto onorato; una lineetta sola giovinotto onorato ecc. Sono stato anche assicurato che questi segni di distinzione variano secondo le diverse paranze. Questa specie di tatuaggio finirà per essere abolita, ed infatti ora non la si riscontra che in pochi pregiudicati.

Tatuaggio dì disprezzo. — Un solo accattone, arrestato, fino all’agosto 1893, 112 volte, perché mentiva a meraviglia un’ anchilosi angolare del ginocchio, portava inciso sul braccio destro:

PAPE’ SI F.......... E PIGLIA IN C.........

Questo motto poco lusinghiero fu, a viva forza, scritto sul braccio del sorvegliato speciale Raffaele S. perché, per melensaggine, favorì l’arresto di una rocchio, già pronta a perpetrare un furto.

Tatuaggio di professione. — Una barca incisa sulla regione mediana del petto di un vecchio marinaio ed un’ ancora con i rispettivi raffi uncinati, incisa sul braccio destro di un mozzo, espulso da un bastimento e scritto nel libro nero della Questura come rapinante, ci forniscono due esempi di tatuaggi di professione.

Tatuaggio di bellezza e di ornamento. — Il segno come ornamento prima lo vidi in due giovanetti di circa 15 anni, di professione borsajuoli, i quali avevano sulla guancia destra un neo di bellezza. Uno di essi però, per rendersi più attraente, teneva truccati gli occhi; ma, dopo un esame più minuto, venni alla conclusione che mi trovavo innanzi a due... ricchioni (pederasti passivi).

In due collegiali del convitto delle... Cappuccinelle trovai tatuato un bracciale ed una spoletta (anello): questa ornava la prima falange del mignolo di P. P., e quello circuiva il polso destro di A. M.

Prima di occuparmi del tatuaggio di data memorabile mi piace far notare che un’altra usanza dei nostri scugnizze è quella di dipingersi il corpo od una parte di esso col succo di gelse more.

Questa costumanza trova riscontro negli abitanti che occupano il territorio superiore del Nilo, i Mombuttù. Infatti si dipingono quei popoli il corpo di figure diverse tracciate secondo modelli assai svariati col succo nero della Randia malleifera, cui dànno il nome di blippo.

Stelle e croci di Malta, api e fiori, tutto serve loro di modello; ora tutto il corpo è striato a mo’ di zebra, ora invece è coperto di macchie irregolari come una pelle di tigre. Queste figure si conservano per due giorni circa, dopo di che vengono cancellate accuratamente e sostituite con delle nuove. Gli uomini si ungono tutto il corpo con un miscuglio contenente legno rosso polverizzato e grasso (1).

Tatuaggio di data memorabile. — I segni di data memorabile sono anche apparenti ed occulti. Un sanguinario portava scritto sul petto:

14 GENNAIO 1856

20 ABRILE 1859

epoche della carcerazione e della scarcerazione; mentre un mariuolo, ad imperitura memoria, si fece incidere sul polso destro «24 marzo 77». Ricordava quella data la morte di Rosina Colelli, vecchia meretrice di sezione Vicaria, che, per essere protetta, dava al tatuato tutto quello che ricavava dal suo ignobile mestiere.

(1) Ratzel, o. c.

Tatuaggio osceno. — Notai, fra quelli che erano ornati di tatuaggi osceni, un tale Camillo portante presso la cicatrice ombelicale un priapo e più sotto leggevasi:

AFFERRATE CHISTO

Quest’altro trofeo invece macchiava la pelle di Antonio C.

Tatuaggi simbolici. — Sono, dice il Pontecorvo, quelli di cui gli stessi tatuati ignorano, alle volte, il vero significato e consistono in animali fantastici ed in alcuni altri ornamenti (1).

(1) Il coatto Alfonso l'ostricaro, sulla parte dorsale del muto s’incise una testa di diavolo: Sta capocchia, mi disse il tatuato, 'nce l'aggio fatta pecchi quotino pensamme a na femmena ’nce se mette p' o mieze 'o riavolo.

Tatuaggio misto. — È una varietà da me descritta e figurata nella mia memoria: «Ulteriori ricerche intorno al tatuaggio dei camorristi napoletani».

É un tatuaggio religioso-amoroso, ed il disegno consiste in un cuore trapassato dalla base alla punta da una spada e sopra uno dei lati elevasi una croce, alla cui base si notano dei raggi. Il tatuato mi disse: 11 cuore trapassato dalla spada significa l'amore vivo, sentito; e siccome ogni amore puro deve menare al matrimonio, così quest’ultimo dovrà compiersi sempre coll’intervento della santa religione, e concluse: Pirciò ci faciette fa pure ’a croce.

Non pare troppo morale per un ladro di destrezza?

Ecco intanto come si esegue il tatuaggio: scelta la regione sulla quale debbono cadere ’e signe il tatuatore coll’indice ed il pollice della sinistra, se non è mancino, ne tiene tesa la pelle, se trattasi del petto o dell’addome; la stiracchia invece di sotto o di lato se i disegni debbono ornare gli arti. Fatto ciò, alcuni artisti preferiscono tracciare sulla cute, con un lapis, prima il disegno e su questo conficcano ripetutamente l’ago, poscia sulla superficie sanguinante stroppiciano la sostanza colorante altri dispongono sul disegno fatto prima uno straterello di colore e su questo eseguono direttamente le punzecchiature.

Vi sono quelli che intingono prima l’ago nella sostanza colorante in sospensione, che poi viene conficcato nella parte, e non mancano dei casi in cui il disegno, prima fatto sopra un pezzo di carta traforata, vien poi trasportato sopra una parte del corpo appunto come fanno i disegnatori di ricamo in bianco.

Fra le sostanze coloranti, che sono sempre insolubili, i camorristi preferiscono il nerofumo, la rasura di muro affumicato, il carbone polverato, la carta bruciata e qualche volta l’indaco ed il cinabro.

Fra 287 camorristi tatuati ho trovato adoperate le seguenti materie coloranti:

Nero fumo115
Rasura di muro affumicato27
Carbone polverato92
Carta bruciata32
Polvere da sparo10
Cinabro8
Indaco3

Gli strumenti da tatuare o sono aghi da cucire, o spilli, o degli stiletti speciali come quello che oggigiorno viene adoperato da Antonio F. (vedi figura a pag. 101).

Il preferito è l’ago, perché è comune credenza che ’e pugneture ’e spingole sobelenose! Non bisogna però mai esporre al fuoco i perforatori prima di adoperarli.

*

* *


Prima di lasciare l’argomento intorno alla ipercromia artificiale della pelle, è necessario farci questa domanda:

Durante le punzecchiature avvertono i pregiudicati dolore alcuno?

Dalle mie esperienze eseguite su due giovani tatuati (1) risultò manifesto che essi precisavano meno dei non segnati i cambiamenti di pressione e di temperatura.

Per ispiegare questi fatti bisogna ammettere che nei nostri tatuati notasi un diverso modo di distribuzione dei nervi nelle varie regioni della pelle.

(1) De Blasio A. — Ulteriori ricerche intorno al tatuaggio deicamorristi napoletani, Archivio di Psichiatria, Scienze penali edAntropologia criminale voi. XV, Fascicolo VI.

Per determinare l’ampiezza ed i confini dei circoli tattili del Weber mi servii di un compasso a nodo scorsoio provvisto di punte di avolio e trovai che nei tatuati le due punte per essere avvertite tutte e due richiedevano una maggiore ampiezza.

Per studiare la sensibilità termica, in mancanza del termoestesiometro di Eulemburg, mi avvalsi di provette contenenti acqua a diversa temperatura e graduata da termometri, e dopo parecchie pruove venni a conoscere che i miei segnati non distinguevano le piccole differenze di temperatura. Infatti mentre all’apice della lingua, alle palpebre, alle guance, ai polpastrelli, al dorso della mano, alle labbra, alla fronte ed al collo, dicono i fisiologi che si possono notare anche le differenze di pochi decimi, nei nostri tatuati invece tali differenze si dovettero portare a gradi.

Per ciò che riguarda la sensibilità dolorifica non ebbi bisogno per le mie osservazioni né del beragesimetro, né del pennello della corrente faradica, perché le migliaia di punzecchiature che subì Leopoldo Sch. (vedi figura a pag. 77), per farsi ornare buona parte del corpo, sono pruove sufficienti per dimostrare che, se il tatuato avesse avvertito, durante l’operazione, delle sensazioni penose o dolorose, il lavoro non sarebbe riuscito così completo; e poi bastami la dichiarazione dello stesso tatuato, il quale mi disse: ’E pugneture so cose ’e niente!

C’è discordia fra gli autori, che si sono occupati della ipercromia artificiale della pelle, perché alcuni dicono che, col passare degli anni, la sostanza colorante scompare, ed altri che resta inalterata.

Il tatuatore di Borgo Loreto — Antonio F.

(Riproduzione dal vero mercé il metodo fotoxilografico)

Noi, che abbiamo veduto un tatuaggio eseguito 60 anni or sono, possiamo affermare che il disegno era tanto fresco che pareva eseguito da soli pochi giorni, mentre in qualche altro caso era appena visibile.

In ultimo ci facciamo quest’altra dimanda:

Hanno i tatuati un mezzo per distruggere i loro segni? Tutti i nostri segnati sono di accordo che, ponendo sulla parte tatuata spuma di sapone e calce viva, il disegno va via; però questo mezzo non solo è infedele, ma è anche deformante, perché un altro tatuato, che presenziava al dialogo, aggiunse: Chi ci mette a cauce passa nu guajo, e mi mostrò la regione interna del suo braccio sinistro, dove, in luogo del tatuaggio, si notava un’estesa cicatrice deformante (1).

(1) Il Dottor D Herler presentò alla Società berlinese di dermatologia, seduta del 14 gennaio 1896, un ammalato al quale aveva distrutto il tatuaggio per mezzo dell’elettrolisi.

’A ZUMPATA E ’A SPARATA

Siccome fra i componenti la società dell’umirtà spesse fiate avvengono questioni, che bisogna risolverle onoratamente colle armi, così tutti quelli che desiderano occupare un posto nella gerarchia camorristica è necessario che si addestrino nel tira e molla. Le lezioni al coltello, che ha sostituito la sfarziglia, si dànno con pezzi di legno (sproccole), che si raccolgono, quasi sèmpre, sopra luogo. Gli scolari sono diretti dai loro maestri, che sono 0 picciuotti 0 camorristi anziani, i quali insegnano a questi giovani malviventi quel dimenarsi speciale che entra tanto nella tirata che nella parata. Quando il novizio entra nella camorra ed è bene addestrato nelle armi bianche, si può, con decoro, esporre alla zampata e, se ha più di una volta dato nel segno col revolver, potrà prender parte alla sparata. Il codice cavalleresco dell'umirtà non permette al caposocietà, ai capintriti, finché sono in carica, ai camorristi in ritiro, ai consulenti ed a quelli che hanno varcato il sessantesimo anno di età, di battersi alle armi.

Interdice l'onore del dichiaramento agli spioni, ai pederasti passivi ed a quelli che permettono che o le madri o le figlie o le sorelle facciano pubblicamente le prostitute; come anche non possono venire a vie di fatto i componenti della società minore con quelli della maggiore senza tenerne prima informato il capintrito del quartiere.

Per aver luogo ’o dichiaramento è mestieri che precedentemente vi fosse stato l’appicceco, che è, come ben fa notare il d’Addosio (1), il diverbio, la contesa, il dissidio, la causale del fatto. Ora, questa causale può essere una causale turpe, ad esempio, per non equa distribuzione di bottino, per mal tollerata prepotenza al gioco, per non aver versato la quota di camorra cui spetta, ribellioni tutte che il camorrista severamente punisce: oppure a causa di una mala femmina, il cui amore fruttifero i ricottari ferocemente si disputano: oppure è una causale di gerarchia camorristica, come il desiderio d’imporre e di affermare la propria supremazia e preminenza o di avanzar di grado nella setta, mostrando il proprio coraggio con l'uccidere qualcuno.

(1) D Addosio op. cit.

Ma, fra i tanti motivi che danno luogo al dichiaramento, il mancar di rispetto alla femmena del camorrista, con atti sconvenienti e scortesi, costituisce quasi sempre il movente che dà luogo al dichiaramento.

Ammesso adunque che una prostituta venga offesa, ella racconta a ’o nnammurato l'aggravio ricevuto, e l’altro, senza scomporsi, le risponde: Va buono, tu saie che chillo mio signore nun à fatto mai spegie a nisciuno e te rico che ’e notte le faciaraggio sciaequà bone bone ’e mmole, e subito va in cerca di due o tre galantuomini pari suoi, ai quali dopo aver raccontato,

con una certa pompa, ’o fatto, li delega di recarsi dall’offensore e di lasciargli n’ appuntamento pe ’o dichiaramento. Tale invito non si fa mai per iscritto, non già perché nella camorra manchino gli allitterati; ma, come ben mi faceva notare un picciuotto di sgarro, perché un biglietto di tal fatta potrebbe pervenire nelle mani della polezia ed allora ’o dichiaramento sfiatarria. I rappresentanti dell’offeso si presentano all'offensore con un: Buon giorno N. N.

Buon giorno!... Quale cumanne?

Venimmo da parte di N. N. pe! ’nvitarvi a no dichiaramento pe chili’ affare che buie cunuscite.

Troppo annore pe me e dicite all'amico vuoste che i’ sto all’ubbidienzia soia.

Allora ’nce vedimmo a., (indicando il luogo).

Non dubitate... cinche minute primma me truvarraggio ’ncoppa luoco.

Non mancate!

È duvere.

Stateve buone!

Salutammo!

Sentite ora come Salvatore di Giacomo nel suo «Funneco Verde» fa dare da nu cumpariello l'appuntamento p’ ’o dichiaramento.

— Vuie site don Errico Benevento?

— A servirve. — O nepote 'e donna Rosa?

— Giusto. — Putite asci pe nu mumento?

— E pecchi? — V'aggia dicere na cosa..

— Fore? E pecche, ccà dinto nun ce sento?

— Me parite na sita cuntignosa

— Nun capite?... È pe chili appuntamento...

— Ah! Be', scusate.. — Io so' Funtanarosa.

— Funtanarosa? Aniello? — Proprio, Aniello...

— Frate cugino a chillo mio signore?

— Nonsignore, le songo cumpariello.

— Io mo' nun m'aspettavo tant'onore!

— Onor' è mio. — Va be'... diciticello ca ce vedimmo llà... mmerse cinch'ore.

*

* *

Qualche volta accade che l'offeso, per n mettere tempo in mezzo, dimentica le regole cavalleresche e va di persona ad affrontare l’offensore. Ecco come Ferdinando Russo descrive questa scena:

— Signori belli... Santanotte attuorno

— Salutammo, Pasca! Nu rito 'e vino?

— Avisseve veruto a Tore ’e Cuorno?

— Mò è sciuto... Ha ritto jeva ccà vicino, 0 sto ghienno truvanno 'a mieziuorno...

— E chi Ilo ha da turnà... Sta cu Peppino...

— Chi Poppino? — Peppino 'e Zi-Taluorno. 'o caiunzaro, chillo r' ’o Pennino...

— Si torna, me facite na finezza?

— Lle ricite accussì ca Pose alette

tene a mmasciata ’e Nanninella Frezza...

— Chillo capisce e ghiesce... E grazzie tante...

— Signori miete, vi lasso a santa notte!...

— Fa malu tiempo ricette o Sfrignante.

Passate ascette. Doppo quatte passe

se sentette nu fisco e canuscenza.

Nun rispunnette: se facette ’a rasse

ma senza niente perderse ’e prisenza.

Na voce Ile dicette c’ aspettasse:

— Ron Pascali... nu poco ’e cumpiacenza...

Po’ ’a rint' ’o scuro, menanno ’o cumpasse,

spuntate ’o Stuorto... Cammenava ’e renza.

Appriesso ’o Stuorto n’ ati sse’ perzune

senza manco sciata se fanno sotto

cu ’e mmane rint’ ’e ssacche d’’e cazune.

— Scusate, giovinò... na parulella!...

— Manco meza, pe cierti carugnune!...

Chi vo’ parlà, tirasse ’a livurdella...

E s’accustava. Ma na botta secca

se sentette int' '0 viculo sulagne;

po’ gente che scappava ’a parte a Zecca,

e dint' ’o scuro accumminciaie nu lagne.

— Aiuto! So’ Pascale ’a Pignasecca

Songo stato... sparato d’e campagne...

’Ntanto n ommo arrivava int’’a Ggiurecca

e sbatteva ’a purtella appriesso ’e Bagne.

— Nanni, Nanni! — Chi è? Stammo rurmenno!

— Nanni!... — E chi site?.. Ma ricite o nomme...

— Rapre, ca Pascalotte sta murarne!...

Se sentette nu strillo risperato,

e pe mmiezo a Ggiurecca e passe e st'omme

ca s' 'a sfelava comm'a nu dannato!

*

* *


Il luogo del dichiaramento, che è quasi sempre il terreno dove avviene lo scontro, varia secondo le offese; cosi se trattasi di offese personali o di fatti inerenti alla società, tanto la zumpata che la sparata avranno luogo fuori Napoli; ma se la causale fu ’a femmena, allora il souteneur di questa, per darle sorrisfazione e per dimostrarle che isso sa pe essa farse accirere, stàbelesce che ’o dichiaramento si facesse nei pressi d’ ’o casino addò stà ’a femmena soia (1).

(1) — Fatte sotte se tiene core!

Embè, me mettesse appaura e te!

E, € fatto ed accettato l’invito due giovinotti ammartenati, verso le ore 15 di oggi, si son lanciati l'uno sull'altro, col coltello in pugno animosamente, come due cavalieri antichi, che ricoperti di ferro scendevano in lizza per disputarsi 1 amore di qualche bionda castellana.

In questo ultimo i signori camorristi, che sono incaricati di regolare la vertenza, debbono tener presente:

Che se l'aggravio partì da un’altra prostituta,

E la lizza per i due campioni era formata dal larghetto Montesanto.

A poco a poco i curiosi, attratti dalle grida dei belligeranti, hanno formato circolo, e si son messi a guardare la lotta discutendo ed approvando i colpi vibrati con più o meno maestria.

Ogni tanto partiva dal circolo dei curiosi un eccitamento, ed i due giovinotti, che avevano sospeso il duello rusticano, quasi avessero ripresa lena, rincominciavano la terribile scherma del coltello.

Ma, ad un punto, 1 uno dei due, per guardare la folla, si è «coverto, e, ratto come il fulmine, l’altro 1 ha ferito al viso.

Si è sentito un bravo; il ferito ha dato un urlo di rabbia e di dolore, e mettendo da parte tutti i precetti della scherma alla siciliana, è scattato, e, dando un balzo, è riuscito a ferire alla sua volta l'avversario, ricadendo in guardia, come un perfetto schermitore.

Altri bravo hanno accolta la risposta del picciuotto, e la folla ha cominciato ad appassionarsi ancora più alla lotta, perché questa diventava cruenta.

Sul più bello della lotta, e mentre la folla era tutta intenta, ano scugnizzo, messo alla vedetta, ha data la voce:

'E guardie! 'A Ambulanza!

Ed ecco una guardia di città affannando pel lungo correre,

allora si obbliga l’amante di questa di far chiedere scusa alla bardascia offesa; in caso di rifiuto il protettore di questa le farà ’o sfregio co ’a purcaria.

precipitarsi nella piazza, fendere la folla, e, prima che i duellanti potessero mettersi in salvo, ghermirli, disarmarli e condurli in arresto.

Un lungo clamore è successo. Qualche monello ha fischiato,qualche altro ha cominciato a far volare delle bucce, ed il rimanente della folla si è dato a seguire il gruppo, che si avviava alla sezione Montecalvario.

Ma, giunto all'angolo del vico dei Pellegrini, l'agente, avendo visto che i due arrestati grondavano sangue, ha pensato di condurli a medicare; e, sempre tenendoli per le braccia, ha girato il vicolo.

Allora è successo un fatto curioso.

I due picchiotti, che evidentemente si erano intesi con un cenno,hanno data una strappata all'agente e l'hanno gittato a terra.

Il poveruomo fra i fischi che assordavano l'aria è caduto, e, quando ha fatto per rialzarsi, i due campioni della malavita napoletana erano già lungi.

Pure la guardia non si è data per vinta, ed ha preso ad inseguirli per la Pignasecca e per il vicoletto dei gradini S. Liborio. Ma quivi, presso un portoncino, i due birbi si son confusi fra la folla, diventando in tal modo da attori spettatori.

La guardia ha creduto che fossero saliti nel palazzo, e senz’altro si è dato a far ricerche per tutte le abitazioni, riuscendo naturalmente a far un buco nell’acqua.

Nell'istesso tempo i feriti senza aver l'educazione di attendere l'agente per fargli i saluti di commiato, se ne sono andati tranquillamente. (Pungolo parlamentare 18 gennaio 1897).

2. Che se l’offensore è un picciuotto, allora questi non solo deve presentare le scuse alla donna offesa, ma deve inginocchiarsi e baciare la destra al ricottaro, il quale non dimentica ricordargli che non sta bene ad un componente della società minore dell'umirtà offendere ’a femmena d’’o superiore.

Di zumpatelle, previo ’o dichiaramento, se ne dànno degli esempi anche nelle carceri:

«Giacomo Ricevuta, ed il marinaio Francesco Falanga, di anni 26, erano detenuti nelle carceri mandamentali di Torre del Greco, per reati di camorra.

Il Falanga, già condannato a sei mesi di reclusione per un grave ferimento, ieri litigò col suo compagno di pena per una questione di camorra e ne nacque una sfida: si trattava quindi di dare lo spettacolo d’ima zampata; e, venuta l'ora in cui i detenuti vanno a pigliar aria nel cortile, dopo un breve dichiaramento, il Ricevuta vibrò un tremendo colpo di coltello al Falanga e gli produsse una grave ferita all'inguine.

Nel dichiaramento presero parte anche certo Giovanni e un giovane camorrista detto '0 caurararo.

Il ferito fu trasportato e quindi ricoverato in grave stato nell'ospedale dei Pellegrini ed il Ricevuta fu rinchiuso nella cella di rigore».

All'ospedale dei Pellegrini stamane è morto Giovanni Esposito, ferito ieri l’altro a Torre del Greco. (Dal Roma 2 morto 95).

Ma se il picciuotto non vuole umiliarsi, allora spetta al tribunale d’onore (!), che è formato dal capintesta, dal contajuolo del quartiere dell'offeso e da due camorristi consulenti, decidere se debbasi o pur no accordare che un componente della società minore si misuri con uno della maggiore: ovvero incaricare un altro picciuotto per difendere l'onore dell'offeso superiore; ed in questo caso il duello potrebbe, finché non si espletano le pratiche, essere differito.

3. Che se l'offensore è di pari grado, allora d'’o fatto se ne tiene informato il camorrista ’e jurnata, il quale ne parla al contajuolo, e questi, mediante il capintrito, sempre del quartiere dell'offeso, ne tiene a giorno il capintesta, il quale si benigna chiamare in sua presenza tanto l'offeso che l'offensore e, valendosi della sua autorità, fa del tutto per conciliare amichevolmente la vertenza.

Al luogo ed all’ora stabilita si fanno trovare l’offeso, l'offensore ed i testimoni delle due parti, e tutti ben provvisti (armati). Fra lo sfidante e lo sfidato ben presto s’incomincia a ragiunà ed ognuno dei rappresentanti cerca, con una quantità di verbi gratin, far valere le ragioni di colui che rappresentano.

Se ’o ragionamento finisce con la conciliazione, dicesi apparata, ed allora, mentre i testimoni tutti si stringono le mani, 1’offeso e l’offensore si abbracciano e si baciano e poi, come nulla fosse avvenuto, se ne vanno in una delle più arrinnumate cantine, dove fra i vapori del vino, le grida e gli schiamazzi si suggella la pace. Ma se le pratiche per un’amichevole conciliazione furono negative; allora i testimoni stabiliscono che pe fini ’a quistione sarria buono farse o na zumpatella o spararsi, ed in questo caso, se l’offesa fu accompagnata da vie di fatto, si preferisce ’o livorde (revolver); se invece fu lieve, ’o tagliente (coltello, pugnale. Ogni zampata o sparata è preceduta da un preambolo di male parole che scambievolmente si rivolgono i duellanti, fra le quali non mancano mai fetentone, schifuso, scarnatone ed altri simili fiori di bellezza, che arricchiscono il dizionario della società dell’umirtà. — Nel duello c’ ’o livorde non si tiene calcolo, nella cavalleria camorristica, di chi ha il diritto di tirare per il primo, poiché i duellanti, cacciate le armi, subito ne fanno partire i colpi e, mentre sparano, senza mai ferirsi, piroettano, come ben si espresse il d’Addosio, con meravigliosa agilità.

Nella zumpata lo stesso codice cavalleresco non si occupa né della lunghezza né della forma dei taglixxx ma non appena il capuotico (il più anziane testimoni) della compagnia dice ai duellanti: Embè che aspettate... vi muvite, o avisseve paura? i combattenti, che già si guardavano il cagnesco, si scagliano l'un contro l'altro ora coll’avanzarsi, ora col retrocedere ed ora col fare dei salti in questa o quell’altra direzione.

xxx però che, dopo circa tre secoli, la zumpata abbia, per le mossete, subita modifica alcun, infatti togliamo dal d’Addosio il seguente libro del Cortese nel quale, come il lettore vede, descritte le mosse e i detti due cavalieri txxxnanti.

Se vedeno, s affrontano, e s'accostano,

ridetto, se salutano, e se chiammano.

Se toccano le pratteche, e se mostano

ntrepete; po' s'arraggiano e se nsciammano.

Se votano, s'allargano e se scostano,

se stregneno, se mmestono, e s'arrammano.

Se zollano, e le coppole s'ammaccano,

se menano, se parano, e se scioccano.

S'abbasciano, po’ s’amano, e se tirano,

se stizzano, se fermano e se scornano,

mo scialano e se posano e ritirano:

p’ decidere e pe bencere po' tornano.

S'acconciano, po passano, e se mmirano;

s’appontano, s’annettano, e po s ornano:

po jettano li fodere, e sferrejano, se pesano,

se pogneno e stroppejano.

 

I secondi intano, per non restare inoperosi, cominciano a scaricarsi fra loro mille ingiurie, si avventano l'un contro l’altro come tanti destini, e nella rissa che ne succede si scannano e si sbudellano, e siccome i colpi si menano alla cieca, così avviene che, involontariamente, l’amico ferisce l’amico, il padre il figlio, il fratello il fratello ecc. Il combattimento, se non viene disturbato dalla pubblica sicurezza, finisce quando sul terreno sono rimasti dei morti 0 dei feriti gravi ed allora, pè evita ’e cumprumessioni, coloro che restano incolumi si sbandano. Dei feriti poi avviene che quelli con lesioni lievi vengono curati dalla vicina di casa, la quale applica sopra la parte offesa del barzamino prima spalmato sopra pezze masculine.

I feriti gravi vengono invece accompagnati all’ospedale dei Pellegrini o a quello di Loreto, dove spesso accade che nella stessa sala di medicatura s’incontrano due o tre dei duellanti, che fingono fra loro non conoscersi. E quando l’incaricato della Questura ’o briatiere, domanda al ferito chi fu il suo feritore, esso con quel solito ritornello risponde Briatiere mio, e che ne saccio!?.... Mentre camminava pe' 'e fatte miei nu scunesciuto m’e feruto e nun m’ai dato mane' ’o tiempo 'e chiammà na guardia pecché subeto è squagliato. I così, col non far dei nomi, viene salvato un degli articoli più importanti del frieno, che dice «Tutto ciò che succede fra i componenti la società dell'umirtà non deve sbelirsi alla polezia» (1).

(1) Ieri sera verso le ore 24, scortati da due carabinieri, furono trasportati in vettura all’ospedale dei Pellegrini i frate!Alfonso e Salvatore R., il primo d’anni 42 e 1 altro d» anni 35entrambi cappellai domiciliati in sezione Stella.

I fratelli R. erano entrambi gravemente feriti di coltello. Alfonso alla guancia destra ed al labbro superiore e Salvatore dquattro colpi, alla schiena, alla mano sinistra, all'anca ed allspalla dell» istesso lato.

I GIUOCHI ALL’ARIA LIBERA

Abbiamo, in uno dei precedenti capitoli, descritto ciò che i camorristi fanno sottochiave; aggiungiamo ora che gli stessi, all’aria libera, per truffare una parte del pubblico, mettono in mezzo alcuni giuochi come quello della rullina, del capo-croce, dello spaccasigne, della tommola, d’ ’o juoco piccolo, d’ ’o juoco d’ ’a palla e quello delle tre carte. Ci occuperemo solamente degli ultimi quattro.

Poco dopo, mentre i sanitari dell'ospedale medicavano i due feriti, eh erano per giunta assai brilli, e gli agenti di P. S. raccoglievano le loro dichiarazioni, come al solito negative, giunse in fretta nell'atrio dei Pellegrini un’ altra vettura da nolo, proveniente dal Campo, in cui erano tre altri individui parimenti feriti gravemente in varie parti del corpo.

I tre nuovi feriti, eh erano accompagnati da due graduati e da un milite dell'arma benemerita, furono identificati; per Salvatore B. di anni 39, da Napoli, domiciliato in via Sopramuro, proprietario di un albergo alla piazza Unità Italiana; Raffaele P. d’anni 51, orefice, da Napoli, e Giovanni M. d’anni 34, venditore ambulante di pannini, domiciliato in via S. Agostino alla Zecca.

’O juoco piccolo.

Per juoco piccolo, lotto clandestino, intendesi quella truffa che i figli dell’umirtà compiono a detrimento dello Stato. Per bene esercitare ’o juoco piccolo è mestieri che nell’affare vi sieno gli zampini delle femmene o delle ronne dei nostri guappi: perché son desse che, in circostanze speciali, conformano le strisce a rollino e se le conficcano in qualche parte del loro corpo; ma, se la roba da far scomparire è parecchia, allora se la celano fra il seno ed il busto, luogo, anche questo, non accessibile alle profanatrici mani delle paglìettelle.

 

Visitati alla lor volta, i chirurgi di servizio constatarono che il B. era ferito da tre coltellate, alla testa, al collo ed all'orecchio sinistro, il P. da poderose bastonate alla testa ed alle spalle e suo genero M. da due rasoiate alla guancia sinistra.

Alle domande rivolte loro, dopo la lunga e difficile medicatura, i tre feriti risposero come gli altri, evasivamente, sostenendo all'unisono di essere stati feriti da alcuni sconosciuti, mentre ritornavano dal Campo,

La P. S. non si fermò naturalmente a queste dichiarazioni e, fatte le prime indagini, assodò che trattavasi invece di una vera e formale rissi, sorta per causa del solito tocco.

Il lotto clandestino, senza i pali, non può esercitarsi e perciò questi spioni vengono dai proprietari rimunerati secondo la loro abilità, specie se sanno da lontano distinguere i cavalieri ed i corsi stravestiti (delegati e guardie).

Il Governo, che provvisoriamente ed a suo favore mantiene ancora il gioco del lotto (legge 27 settembre 1863), è preoccupato non poco d’’o juoco piccolo; e perciò fa punire con multa e carcere gl’intraprenditori, gli autori ed agenti principali, i raccoglitori e quelli che concorrono in qualsiasi modo nelle operazioni degli intraprendi tori o dei raccoglitori. Il risultato però è sempre meschino; primo perché le guardie, essendo malamente retribuite; poco si curano del proprio dovere, secondo perché fra funzionari ed agenti manca ciò che dicesi affiatamento.

Gli esattori dello fucate si dicono ruofoli e sono degli esseri infelici mandati le tante e tante volte in galera; perché trovati in possesso di lapis e di strisce.

Per essere nominato ruofolo è necessario sottoporsi ad un esamuccio, che consiste nello scrivere i numeri da 1 a 90 e sapere a memoria ’a smorfia.

Entrano questi pregiudicati nelle loro funzioni il giovedì per finire il sabato e chiudono le jucate mezz’ora prima dell'estrazione dei numeri del regio lotto, mandando per i caporali le liste al proprietario,

sulle quali sono segnati i numeri, le promesse e certi segni speciali che corrispondono alla madre-figlia.

Il danaro ricavato dalle jucate vien rimesso al banchiere da qualche donna di fiducia. Lo spoglio si fa sempre in qualche casa di campagna vigilata da due o tre pali, i quali, al comparire della P. S., subito dànno l’allarme consistente in un fischio prolungato; ed allora delle jucate se ne fa subito un falò.

L’esattore del lotto clandestino, spesso, vien onorato in casa dagli stessi giocatori coi quali s’intrattiene sui numeri probabili o sui certi, che dovranno uscire, e se quel tale assistito, che se la passa nel caffè della Rosa a Porta Capuana, sa veramente il luogo dove trovasi nascosto il tesoro (1).

(1) Certo Salvatore Fedele, detto nase e cane, uno di quei tali che godono fama di assistiti, radunò intorno a sè dodici individui di sua conoscenza e con molta circospezione disse loro di avere un importante segreto da comunicare.

Di che cosa si trattava dunque?

Nel territorio Tramontano allo Scudillo, in un sito eh egli solo sapeva, vi era un grande tesoro e tutti insieme sarebbero andati a scavarlo.

Altre volte però ’o ruofolo, per pescare i giocatori, deve farsi un giretto pel quartiere emettendo di tanto in tanto e ad alta voce un motto speciale conosciuto dai soli amatori d’’o juoco piccolo. Giovanni P., conosciuto col nomignolo di arre-arre, andava gridando «Tengo ’a chiava d' ’o core» e subito le siè gli passavano il denaro e ne ricevevano il biglietto. Questo scrivano, che è anche un abilissimo ladro di scasso, d’estate portava le strisce fra le foglie dell’insalata romana e d’inverno sotto la foderetta del cappello.

Se la sorte favorisce qualche giocatore, e la vincita è di poca entità, ’o ruofolo si occupa di far pagare la promessa ricevendo dal vincitore un piccolo regaluccio; ma se invece fu di una certa importanza, allora ’o ruofolo fa capire al vincitore che le strisce furono sequestrate dalla Questura ed il proprietario, per non andare in galera, fu costretto emigrare per l’America:

I dodici individui credettero alle rivelazioni del Fedele, e giorni fa si recarono infatti con lui al punto designato.

Non appena cominciato a scavare il terreno venne fuori una sterlina. Il Fedele mostrandosi molto allegro disse che il tesoro incominciava ad apparire, nondimeno bisognava interrompere lo scavo perché non era ancora maturo.

ed ecco perché molti giocatori, prima di affidare i soldi allo scrivano, desiderano conoscere se il proprietario è pecora zoppa! (truffatore).

La differenza esistente fra l’antica moneta napoletana e l’attuale è il solo guadagno che i ruofoli ricevono dai proprietari.

Intanto occorrevano 100 lire per poter proseguire nell'impresa.

Ritornati una seconda volta furono rinvenute una pergamena ed una chiave. Il Fedele gongolando disse che lo spirito gli aveva fatta la grazia, e che quella appunto era la chiave della cassa contenente il tesoro, per rinvenire il quale bisognava ritornare la terza volta.

Cosi il Fedele ebbe occasione di poter carpire altre 300 lire a quei dodici credenzoni, stabilendo un’ultima andata per la quale occorreva uccidere un canerino.

Ma il Fedele intanto incominciò a temere per la sua pelle, poiché i pretesti erano stati parecchi ed il tesoro non veniva mai fuori. Egli allora scrisse una lettera al questore informandolo che la sera del 3 febbraio, nella tenuta Tramontano allo Scudillo sarebbe avvenuta qualche cosa d importante.

Allora furono date disposizioni al delegato Nicolò, di Capodimonte, relative alle informazioni avute.

Infatti il detto funzionario recatosi sul posto con alcuni agenti trovò quei dodici sconosciuti e li trasse in arresto. Essi condotti in questura confessarono che dovevano scavare un tesoro e fecero il nome del Fedele.

Il truffatore, arrestato, fu trovato possessore della ricevuta della lettera che aveva raccomandata pel questore. I dodici individui furono allora rilasciati ed il Fedele rimase in arresto.

 

La somma che può giocarsi non è stata nel lotto clandestino limitata; però, in caso di situati o di quaderne secche, il proprietario, per mantenere in caso di vincita parte del proprio impegno verso il vincitore, fa giocare, in uno dei puosti governativi, la metà che si voleva giuocare nel proprio banco.

’A tommola. (1)

Questa pubblica truffa si commette a danno dei minchioni da alcuni miserabili detti riffajuoli, che si distinguono dagli altri delinquenti perché sono svelti ed hanno una parlantina tutta speciale.

Per la torninola oltre ’o bancariello, ’o panno e ’a vurzella coi numeri, sono necessari anche i compari ed i pali. La carica di palo spesso vien tenuta con decoro, da alcune donnacce di fiducia del banchiere, note non solo alla pubblica sicurezza ma anche alla direzione del carcere di S. M. d’Agnone, dove vanno a passare buona parte delle stagioni.

(1) Per tombola s’intende quel gioco che si fa con cartelle portanti una data quantità di numeri dall’uno al novanta e nel quale vince la cartella in cui nell'estrarsi i numeri siasi verificata prima la stabilita combinazione (regio decreto 29 giugno 1865. V. il regol. 17 settembre 1871).

La prosapia di queste cenciose si trova, quasi sempre, registrata nell’archivio di A. G. P. (1). I marciapiedi di Foria, la spiaggia della Marinella ed il largo Castello, un tempo sede delle loro immorali gesta, sono, anche oggi, i luoghi da esse preferiti. Conoscono da lontano le guardie di P. S. sezionali e quelle della squadra mobile della Questura, e, perché durante la loro gioventù se la facevano, per ragione di ufficio, colle pagliettelle del buon costume così anche oggi distinguono fra queste le buone e le terribili.

Siccome poi non ignorano quel brano della legge di P. S. che dice «I giuochi d’azzardo e d’invito sono vietati dalla legge poiché in essi la vincita 0 la perdita dipende dalla sorte senza che vi abbia parte 0 combinazione di mente od agilità di corpo» e perché sanno a memoria questo articolo del codice penale «In ogni caso di contravvenzione per gioco d’azzardo, il denaro esposto nel gioco e gli arnesi od oggetti adoperati 0 destinati per il medesimo si confiscano» (art. 486); cosi cercano, per quanto è possibile, evitare il contatto dei nostri questurini.

(1) Ave, gratia, plaena.


I compari, e di questi se ne trovano in tutte le vendite a pubblico incanto, sono quelli che coi loro consigli, esperimenti ed osservazioni inducono gli astanti a prender parte al gioco. Questi esseri anomali, che additiamo al Governo, costituiscono un pericolo permanente per la povera gente, perché coi loro raggiri vuotano le tasche dei nostri operai. Fingono, questi parassiti, di andare in collega se la fortuna mostrasi loro avversa e gioiscono se la vincita non si fa da essi aspettare. Uno dei compari, il più giovane, viene dal banchiere preferito per fare estrarre il numero dal sacchetto; mentre in realtà mostra al pubblico quello che teneva nascosto nella manica del pastrano. La vincita cade naturalmente sul numero preferito da uno degli altri compari, i quali, a fin di giuoco, ricevono dal banchiere, per questa loro disonesta occupazione, il 15 0|0.

Spesso accade che il riffajuolo, per dimostrare che la tommola da lui fatta è basata sull’alto principio di correttezza e di moralità (!), invita il più timido degli astanti ad estrarre il numero; ma di quest’atto politico con un’occhiata significativa se ne tiene avvertito il palo, il quale, per non compromettere la vincita, cerca, al momento dell’estrazione del numero, dare un falso allarme.

Per dare un’ idea esatta del come i riffajuoli cercano evitare le perdite, riporto questo brano di dialogo, nel quale appare chiaro l'avviso del banchiere dato al palo:

Chi ponta ’o sei! Guagliò cuopre ’o sei! ’O sei! ’O sei! Ma che dè nun ve piace o sei?... Iamme!... Muviteve! Nu sorde vence na liretta!.. ’O sei!... ’O sei! Nanni, bada a la rezza (leggi squadra mobile). Nanni, apri ll’uocchi! ’O sei! ’ 0 sei!... Ebbiva ’o signore che ha cupierto ’o sei!... Nanni, pozzo?

Chi tira?

Tira ’o signore d’’o sei! Attenziona!

Scustateve, guagliù... ’o nummero è fare... ecc... uno!... ’O nummero è fore... ecc... duje... !... ’O nummero è foro ecc...

Pasca... a rezza!

Allarma de le mmamme lloro... Aravoglia, Nanni, ed allora bancariello, tavulella, pezza e vurzella tutto scompare. Il banchiere si allontana; i compari se la svignano, i provinciali restano a bocca aperta, ed il signore del... sei domanda la restituzione del soldo; ma Nannina, che se ne sta colle mani in cintola, gli risponde: Comme, site nu signore e barate a na vii moneta! Chesto nu sta bene! Se vede profeta che sita 'a terza parte e... diciotto!

’O juoco d’’a palla.

Tant’’o juoco d'a palla quanto quello delle tre carte non vengono considerati d’azzardo, perché la vincita dipende in parte dalla sorte ed in parte dall’intelligenza ed attività dei giocatori. Perciò parecchi dei girovaghi, che si dilettano con tali giuochi a truffare i minchioni, sono forniti di regolare licenza, e siccome le gesta di questi malviventi non sono ignorate dalla P. S. cosi i nostri questurini dànno loro continua caccia; ma condotti innanzi al magistrato vengono quasi sempre assoluti, perché ad essi non può applicarsi l'articolo 487 del codice penale, che dice:

«Si considerano giuochi d’azzardo quelli nei quali la vincita 0 la. perdita, a fine di lucro, dipende interamente dalla sorte».

Il meccanismo p”o juoco d”a palla consiste in un tavolo rettangolare, sul quale vieti fissato un pezzo di legno duro anche rettangolare, dalle cui due estremità si elevano due colonnine, parimente di legno, che forniscono il punto d’appoggio ad un'asta metallica conformata ad arco, nel centro della quale vedesi sospesa, mediante una funicella, una palla che elevasi dal piano orizzontale per 5 o 6 centimetri.

Nel centro del detto piano si poggia verticalmente un pezzo di legno di forma cilindrica alto 20 centimetri, al quale i giocatori dànno il nome di sbriglia 0 palillo.

Il giuoco consiste nello spingere la palla e nel ritorno che essa fa deve far cadere e non circuire il palillo.

La sbriglia cade sempre finché il tavolo trovasi in perfetto piano; ma se un movimento qualunque ne viene a spostare il centro di gravità, allora avverasi la perdita.

Tanto in questo giuoco quanto in quello delle tre carte sono indispensabili i compari.

Ecco come il bigliardiere incoraggia gli spettatori a prender parte al giuoco.

Signure, così si vence... così si vence... così si perde... ! Pe vencere, ver ite, non ci vo’ né sturio né malizia! ma ci trase soltanto nu poco d’attenzione.

Verite come faccio io: si piglia ’a palla cu la mana riritta e si rotta chiane chiane facendola passà azzicco azzicco a la sbriglia e venie che quanno la palla torna a buje la sbriglia care e buje vencite... Andiamo... curaggema che dd’è nisciuno si move?Ecco ve faccio vere un’altra volta. Attenzione! aprite ll'uocchie.

Ecco così si venceCosì poi si perde e chesto è successo pecché 'a palla è stata ruttata cchiù addiscosta.

Brave lu giovinottoBrave... pruvateve na vota pe pazzia.

Brave!... Brave! vuje jucate propeto da nu prufessore!

Avite visto? Già avisseve venciute tre bote ’e seguito.

Il ragazzo, che teneva alquanti spiccioli per comperarsi i quaderni, ripiglia il giuoco, ma non vince mai perché uno dei compari, con una leggiera pressione fatta sul tavolo, fa spostare il centro di gravità della palla.

Gli astanti sotto voce dicono: cca mbroglie ’nce stanno; ma il tenitore del giuoco, con un’ occhiata significativa, fa entrare in iscena un compare, ed allora il tavolo si equilibra e la vincita non si fa più aspettare.

Così con questo sistema d’ingannare il pubblico il biliardiere vince sempre.

’E ttre ccarte.

Per il giuoco delle tre carte non si richiede nessun meccanismo speciale, ma soltanto tre carte da giuoco, una delle quali porta al di sotto un segno speciale. Spesso i giocatori sostituiscono alle carte i portafogli, gli specchietti o le monete da 10 centesimi.

Questi pubblici truffajuoli se la fanno per quei luoghi dove se la bazzicano i forestieri: infatti alla stazione di Telese, a dispetto dei carabinieri di Solopaca, si giuoca liberamente.

Il giuoco si esegue o sopra qualche ombrello aperto o sul nudo terreno.

L’invito che il proprietario fa agli spettatori è bellamente descritto in questo sonetto di Ferdinando Russo.

’A rossa venge! A rossa venge! ’A rossa

venge!... A la rossa! A la rossa! Jucate!

Chi vo' puntà na lira? 'A guaragnate,

e uno e ddoie e ttre, rint'a na mossa!

Guagliù sfullate! Pecceri sfullate!

Nge indite fa fà? Mannaggia ll'osse

caruliate 'e chi v'ha vattiate!

’A rossa venge! A la rossa! A la rossa!

Patriò, vuò jucà? Meza liretta!

Guarda!... E’ nu juoco fatto! E uno, e duie!...

E' uno... e duie... (— Ehilà! Mo’ si purpetta

'A rossa è chella 'e miezo, e chellè 'a vera!)

Aizate a carta, jammo belle, a nnuie!...

Ciò! Varda, sacrrr... L’è la carta nera !

I MERCANTI DI CARNE UMANA

Sono quei vampiri, che, a scopo di lucro e mediante promesse regali e minacce, inducono alla prostituzione le persone minorenni preferendo ora i maschi, ora le femmine, secondo le richieste che ad essi si fanno.

Siccome le gesta di questi esseri innominabili sono noti alla P. S.; così la ricerca del materiale passivo viene affidato alle mezzane, e, quando la vittima da essere immolata è pronta, allora soltanto entrano in iscena i monsieurs Alphonses; perché questi non ignorano che «chiunque per servire all’altrui libidine induce alla prostituzione una persona di età 'minore, o ne eccita la corruzione, è punito con la reclusione da tre a trenta mesi e con la multa da lire cento a tremila, la quale pena viene aumentata se la cosa è stata fatta con inganno o a fine di lucro».

 

A questi esseri depravati, fin da’ remoti tempi fu data la caccia: infatti nei Privilegi et Capitoli con altre gratie concesse alla fedelissima città di Napoli, et Regno per li serenissimi Re di Casa de Aragona (1) nel capitolo LX leggesi: «Item considerato ancora che per causa de diete meretrice et inhoneste femine, so in questa cita multi ruffiani, citatini et forestieri, se supplica pero vostra cath. Ma. se digne ordinare et comandare al regente dela gran corte dela vicaria, li debbia cacciare, persequitare et punire, et non permetta per respecto, ne causa alcuna, sia alcuno ruffiano, in ditta cita, et ad majore efficacia vostra catho. Ma. per lo presente capitulo conceda faculta ad li electi de dieta cita, che possano reuedere lo regente ad la executione contra dicti ruffiani, et dicto regente lo debbia exequire sub pena priuationis offieij. Placet Catholicae M. »

Ma ciò non è tutto, perché Ferdinando I. colla seguente prammatica volle che non solo fossero cacciali i lenoni dal Regno, ma che in casi speciali venissero condannati all’ultimo supplizio.

(1) Venetia 1588 — Per Pietro Dusinelli, Ad instantia di Nicolò de Bottis.

«Ferdinandus, etc. Satis odibile Nobis videtur, atque invisum esse pestiferum genus, nefandumque nomen Lenonum, qui miserandas puellas a castitate, quae DEO cum fiducia sola possibilis est homiuum animas praesentare, ad luxuriosain vitam deducunt, attrahunt, et impellunt, omnem turpissimum quaestum ex corpore earum proficiscentem, ac provenientem modo blandi ti is, modo nimis decipienter extorquent, inde flagitiosis lasciviis depravati tabernas frequentant, inebriantur, luxuriantur, ludunt, blasphemant, armati vicos discurrunt, furta faciunt, homicidia committunt, et a nullis denique pessimis sceleribus, et delictis se abstinent. Et quia Regiae dignitati nostrae, qui sapientiam meditamur, cultum Iustitiae vigere studemus, quietam, atque placatam Rempublicam nostram, DEO auctore, tenemus, et illi incrementum quotidie addere desiderantes, congruit solicite curare, ut unaquaeque nostri Regni Provincia malis hominibus, et signanter sceleratis lenonibus careat; quandoquidem lenones homines pestiferi, et castitatis, atque pudicitiae destructores sint, de Castris, Terris, et Civitatibus recte gubernatis jure merito expellendi; proinde ad pietatem,

et castitatem mentem vestram dirigentes, et ea de re intendentes prohibere, ne lenocinium fiat, ac providere, ut factum puniatur, hac nostra perpetua valitura lege Sancimus, lenones, qui in mulieres quaestuarias prostituunt, seu ad miseram, luxuriosamque vitam deductas ad meretricandum retinent, ultimo debere supplicio condemnari, et puniri, receptatoresque eorum, sine quibus leno hujusmodi vitae genus exercere non posset, mulctandos, castigandosque volumus, et jubemus, eorumdem receptatorum conditione, et qualitate pensata: Baronem, scilicet, aut Uni versi tatem cujusvis Civitatis, Terrae, vel Castri, in unciis de carolenis argenti ducentis, nobilem Burgensem in unciis centum, plebejum vero, seu villanum in unciis 50, prò quolibet, et quoties contra factum fuerit, nostri Fisci commodis applicandis; Qui, quando solvendo reperti non fuerint, luant in corpus. Mandantes propterea harum serie Viceregibus, Iustitiariis, Offlcialibus, Commissariis, ac Locumtenentibus eorum, cujuscumque fuerint status, dignitatis, et praeeminentiae, mediate, vel immediate Nobis subiectis, nec non Baronibus, Dominis tempore ralibus, Universitatibus, et aliis quibuscumque Rectoribus Civitatum, Terrarum, Castrorum,

locorumque omnium Regni nostri, quatenus sub poena unciarum centum, et majori nostra arbitrio reservata, omni prorsus privilegio cessante, huiusmodi legis intimatione eis facta, seu ipsa per unamquamque Provinciam publicata, contra mentionatos lenones capiant, et ad nostram magnam Curiam Yicariae bene custoditos remittant, per eandem praeinserta poena mulctandos. Denunciamus insuper per eosdem dietae Curiae Iudices, si qui forte fuerint receptatores, similiter. ut praemittitur, puniantur. Ut ergo omnibus in Republica nostra habitantibus, haec manifesta fiant, committimus vobis antedicto Regenti, quem ad praemissorum observationem specialem Commissarium, ac Exequutorem eligimus, et deputamus, ut sanctionem hanc in nostra Civitate Neap. publicare, verum etiam Viceregibus, et Iustitiariis in Provinciis Regni existentibus, per verum scriptum exemplari, insinuaci, et intimari faciatis per eosdem, deinde per provincia publicandam, ac singulis antere dictis Otfìcialibus, P. aronibus, et universitatibus, similiter insiimandam, et intimandam, quam ornili futuro tempore tenaciter observandam, et inviolabiliter custodiendam, quibuscumque privilegiis primarum causarum, seu exceptionis, et gratiae,

seu quibusvis clausulis, quomodocumque derogatoriis, et juratis, motu etiam proprio, et ex certa scientia, prò quibusvis considerationibus, atque causis, status pacis, et Reipublicae concessis, non obstantibus eis, quod hoc specifice derogando, eorumdem tenoribus hic habendo prò sufticienter expressis; Veteribus tamen Constitutionibus in suo robore permanen tibus, motu proprio, et ex certa nostra scientia edicimus, statuimus et decernimus. In cuius rei testimonium praesentes fieri fecimus. Magno Majestatis nostrae pendente sigillo munitas. In Castro Novo per Lucam Tozulum 1480. »

Rex Ferdinandus.

 

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* *

Ogni mezzana ha delle comari, le quali si recano in diversi paesi sotto pretesto di vendere mercerie, e, non appena prendono di mira qualche bella ed infelice fanciulla, subito vi attaccano amicizia. e poscia, con una tattica tutta speciale, la inducono a fuggire di casa.


Fino a pochi anni addietro, per reclutare le veneri da strapazzo, le comari dovevano lavorare parecchio; ma oggi, grazie all’emigrazione e alla miseria, i locali ne sono ben provvisti: infatti delle sole regolamentate la Questura ne registra circa 4 mila!

Siccome all’epoca del colèra (1884) ci fu fra le comari un tentativo di sciopero, così fra queste, le mezzane ed i lenoni fu stipulato che, quando queste ultime ricevevano una pollanca (giovane vergine), dovevano issofatto dare alle comari lire 10; per una gallinella (disgraziata) la promessa fu di 7 lire e per una giovane voccola (donna che ha procreato) la cifra venne limitata a lire 5 soltanto.

E inutile dire che le astute comari dànno alle ragazze le loro generalità non vere; perché sanno a memoria che «Chiunque per servire all’altrui libidine favorisce 0 agevola la prostituzione 0 la corruzione di una persona minorenne è punito colla reclusione da 3 mesi a 2 anni e con la multa da lire 300 a 5 mila».

Fissato il giorno della fuga, la comare ne tiene avvertita la mezzana. Di fatti in una lettera sequestrata ad una di queste megere si leggeva:

Cara D. Carlina,

Mi trovo a Salerno ed ho pronta una bella pollanga rossolella, che ancora non ha fatto l'uovo.

Fatevi trovare alla stazione, lunedì, col treno che arriva dopo mezzogiorno perché ve la consegnerò.

Vostra serva

Antoniella

Non appena la pollanca cala dal treno, subito la mezzana l’abbraccia e la bacia ripetutamente, come se si trattasse di vecchia conoscenza. La comare riceve ’o butto (paga). Negli occhi della fanciulla si vedono girare alquante lagrime; ma la merciajuola le dice: E cheste che bbo dicere?! Nu chiagnere, figlia mia, pecché chesta bella signora (la bella signora è... là mezzana) te vularrà cchiu, bene 'e mammeta e 'i p’ ’o mmale che te voglio t’auguro d’arreca a prencepessa!

Nella casa della megera la bardascia viene prima pulezzata, cioè vestita a nuovo, e poi la... signora

la sottopone ad una visita intima per accertarsi de visu se ciò che tu scritto dall’Antoniella intorno all’uovo trovasi in regola. Dell’arrivo di questa infelice subito se ne tiene

a giorno il camorrista lenone, il quale, se non è sorvegliato speciale, si reca, di notte, in casa della mezzana per conoscere la guagliona, poi si mette in giro per trovare qualche libertino col quale pattuisce ad ora o a giornata l'onore di quella povera creatura.

Intanto, mentre la ragazza trovasi impedita col primo compratore, il lenone e la mezzana non se ne stanno in ozio, la visitano dapprima le case particolari e poi le pubbliche dicendo alle mastresse: Errobba fresca... scannata sortanto da tre ghiuorne, e se sapite fa, a putite pure ’mpattà! (cioè con artifizii speciali farla ricomparire per vergine) (1).

(1) «Nei casi di anticipazioni pagate all’amore con troppa premura, dice il Mantegazza, nel suo interessante libro «Gli onori degli uomini» non mancano mezzi di simulare una falsa verginità, che è venduta più volte dalle mezzane più esperte e più intelligenti. So di fanciulle, che poco prima di avvicinarsi al damo si spremevano nella vagina poche goccie di umore sanguigno dalle penne di giovani piccioni o sceglievano pel dì delle nozze l'ultimo giorno della mestruazione, che celata da una spugna ingegnosa ricompariva nel momento della catastrofe, quando un ahi! opportuno annunziava al marito bonario che il tempio era violatto per la prima volta e che il velo del sancta sanctorum era stato lacerato proprio da lui. Aggiungete a questo le iniezioni astringenti e astringentissime che possono dare in un dato momento ad una prostituta sciupacchiata da mille clienti una strettezza di diametri ben superiore a quella di una vera vergine.

Se gli uomini nella scelta della loro compagna si industriasero un po’ più a ricercare la verginità del cuore e la purezza d'animo, senza ricercare con oscena e impudente curiosità le macchie sanguigne nelle lenzuola o sulla camicia, quanti disinganni di meno e quanta felicità di più si avrebbe nel matrimonio! Lo stesso autore cita il caso di una celebre meretrice parigina che si vantava di aver venduto ottandue volte la propria verginità.

Gettata così la fanciulla nella mala vita la sera stessa le si fa la proposta d’’o nnammurato, ma di ciò già ce ne occupammo nel capitolo «Camorra sulle prostitute».

E buono intanto far conoscere ai nostri lettori che, in ciascuno di questi... educandati, delle alunne si fanno tre categorie: napoletane, cafone e forastere.

Le napoletane, native proprio della città, si suddividono in quelle appartenenti ai quartieri sopra Toledo ed in quelle appartenenti ai bassi quartieri. Le prime popolano i locali di via Speranzella, di vico Sergente Maggiore e di Teatro Nuovo, arrivando fino a Chiaia, e, se dopo i primi anni non fanno affari, se ne calano a respirare aria più bassa al Ponte di Tappia e ai Guantai.

Da poco abbiamo sottoposto ad una cura specifica un impiegato di ferrovia, il quale credendosi di aver aperta, per il primo, una porta di Venere si buscò per quella immaginaria apertura una lesione sifilitica.

La creduta vergine, che prestasi per il trucco delle parti genitali, trovasi, come pubblica meretrice, registrata nella Questura, da sette anni!

Le seconde invece abitano le sezioni di Vicaria, Mercato, Porto e Pendino e si aggirano a processione per la piazza della Stazione, per la via Tribunali, per quella del Duomo e per la Carriera grande trascinando gli avventori alla Grotta della Marra, al vicolo S. M. 9a d’Agnone e a quelli della Duchesca.

Il gruppo poi che perlustra piazza Francese dà l'appuntamento al vicolo Cannucce, al fondaco S. Camillo e alla casa di D. Ferdinando ’o sbirro, dove buona parte dei nostri patriotti (soldati), prima della ritirata, vanno a depositare porzione delle loro cinquine.

Prima della legge Crispi sulla prostituzione, di veneri vaganti se ne vedevano pochissime, che se la davano a gambe non appena scorgevano qualche componente della squadra del buon costume.

Oggi, per incontrarle, non fa mestieri aspettare le più tarde ore della notte; perché snidano, come i pipistrelli, verso l'avemmaria.

In alcune di esse il pudore è talmente abolito che in pubblica via commettono degli atti sconci: per convincersene basta aggirarsi verso le 11 di sera per i vicoli adiacenti alla ferrovia o trattenersi un tantinello nella villa del Popolo, dove, sotto gli occhi delle guardie doganali, si imita, per certi atti, il canta familiaris.

Le cafone, forniteci dalle nostre provincie meridionali, secondo la loro estetica, 0 restano, fin da principio, nei casini di Vicaria, Mercato, Porto e Pendino, ovvero vengono dalle mescane disseminate pe 'ncoppae quartieri (vicoli sopra Toledo). Di questa merce umana la prima scelta la fa la troppo nota donna Rosaria; ed infatti, essendo essa direttrice di diversi istituti, ha tutto il diritto di essere la preferita. Se qualche volta non viene anteposta, con un’aria di disprezzo dice alla ruffiana: Me dispiace che v'aggio date pane pe tant'anni! A questa veritiera minaccia si risponde: Scusate, donna Rusà, chella non era rrobba pe buje, era na chiavecona che v'avarria fatto perdere e non acquista l'accunte!

Solo in caso eccezionale, e mai di prima mano, le nostre paesanelle si vedono dietro le persiane di via Chiaia, e ciò dipende dal perché l’elemento maschile che frequenta quelle case ha di bisogno di essere trattato con alta civetteria, della quale son maestre le piemontesi, le venete e le romane.

Non appena una ragazza entra a far parte della nuova famiglia, subito le compagne le azzeccano il soprannome.

Per le cafone delle vicinanze di Napoli al nome di nascita sogliono aggiungere quello del paese nativo; così nelle denominazioni Rusinella ’a turrese, Vicenzella l'averzana ecc., averzana e turrese sono aggiuntivi necessarii per distinguere una Rosina o una Vincenza dall'altra. Spesso succede che il nome della guagliona è troppo prosaico ed allora la mastressa gliene sceglie un altro: quindi le Gemme, le Bianche, le Emme, le Beatrici sostituiscono spesso le Caterine, le Filomene, le Pascarelle e le Carmele. Per quelle estranee alla provincia di Napoli, per le forestiere, si accontentano di unirvi il nome della regione: p. e. Luisella 'a rumana, Bianca 'a 'piemontese, Fanny 'a siciliana.

Fanno a questa regola eccezione quelle provenienti dal beneventano; perché esse vengono distinte col nomignolo di fattucchiarelle, essendo comune credenza che le streghe e i maghi si dànno convegno sotto il famoso noce di Benevento.

I cognomi poi che si adattano le napolitane vengono ricavati o da qualche qualità fisica della ragazza o dal mestiere che essa esercitava prima di entrare nella... comunità, ricorrendosi raramente a qualche altro espediente: così ’a scrivana se sa scrivere, 'a pìzzecata se è butterata, ’a chiattona se è grassoccia, ’ammaretata se ha marito,

’a ricciulella se ha la chioma ricciuta, ’a murista se faceva cappelli e ’a nnammurata d’’o sturente se un tempo preferiva le carezze di qualche studioso.

Nei locali di prima classe la prostituta non vi resta mai più di un anno: questa dipartita apporta utile tanto al proprietario che alla figliola; perché il primo mira a far trovare roba nuova ai clienti e la seconda cerca procurarsi altri soggetti.

Le prostitute dei bassi quartieri si vedono sempre per le stesse vie, e, se la morte non le miete nella giovine età, finiscono per fare 0 le serve 0 le lava-carrozzelle. A queste vecchie femmine da conio si dà il soprannome di zoccole.

Chi avesse vaghezza di rendersi familiari quelle sembianze di arpie, rese così da una vecchiaia precoce, dal rasoio e dalla sifilide, non avrà che a passare pel vicolo lungo S. Francesco a Porta Capuana 0 attraversare, verso le ore vespertine, Piazza Francese, dove se ne vede qualcuna che, memore del passato, ancora si permette lanciarvi quel solito... vulite venì?

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Per la ricerca del materiale passivo, alle volte, non se ne occupano le comari, mai è ’a cumbinazione che lo fornisce. Eccone degli esempi.

Un giorno una giovinetta della provincia di Avellino, accompagnata dalla madre, venne a Napoli per essere, in tribunale, intesa come testimone; però il rumore della città ed il viavai delle carrozzelle la fecero separare dalla madre. La fanciulla, tutta afflitta, se ne stava accantonata all’angolo di via del Duomo, verso Foria, quando fu avvicinata da un lenone, il quale, con una galanteria da fare invidia, si offerse di accompagnarla al paese nativo, ma in realtà la condusse a Caserta, dove la vendette ad un ufficiale per lire 35. Quel mercante di carne umana, il giorno dopo, con una compiacenza da far raccapriccio, raccontava il fatto in pubblica via.

Una fanciulla veneta, Virgina P., il 27 aprile 1896, mentre parlava con un sensale di domestiche, fu adocchiata dal pregiudicato Gabriele T., distinto nella paranza di Porta Capuana col nomignolo di nase ’nglese.

Il T., chiamata la ragazza in disparte, le disse che una sua parente aveva di bisogno di una bambinaia. Noleggiarono una carrozzella e calarono al largo Barracche. La Virginia si trovò in una casa infame, nella quale si mettevano in pratica gli atti più osceni, più laidi e più ributtanti da essere superiori forse a quelli che erano in voga a Lesbo, a Babilonia, a Sodoma e a Capri. Questa povera vittima, per tre giorni, fu tenuta rinchiusa in una. stanza; poi, di notte, fu imbavagliata e condotta in casa di un prete, che giù aveva comperato dal camorrista l’onore di quella fanciulla per... 50 lire. Questo eunuco mistificato la tenne presso di sé per 5 giorni.

E, senza lasciare questo tema, ricordo che tempo addietro un marinaio inglese, per assaporare nuove voluttà, aveva preso il brutto vezzo di amare le persone del proprio sesso.

Giunto che fu a Napoli, e dopo aver espresso ad un interpetre questo bestiale suo desiderio, fu accompagnato in casa di una faccendiera molto nota per adescare i ragazzi. Quella megera si chiamava donna Flavia e in men che lo si dica procurò al marinaio un biondo giovinetto.

Del fatto fu informato un noto camorrista; e, siccome le grida del fanciullo avevano impedito all’inglese di compiere i suoi disonesti atti, cosi, mentre il marinaio cercava svignarsela, il prepotente, che si qualificò per zio del ragazzo, disse al soldato: Pachiò, tu si benuto iusto a o paese nuoste pe cummettere cheste ppurcarie! Chesto nu sta bene... cheste so ccose che ’e francise facevano ai prigioniere prussiane; ma mi già a nuje napoletane... ’o ccapisce o no ca nuje te iessime... Basta...! Gomme semplice punizione te rico: Cacci' 'e sorde se no te manno a Foce reale (ti ammazzo) e pose sotto gli occhi del disonesto ed atterrito soldato un acuminato coltello, il pachiochia diede al camorrista lire 85, dalle quali il figlio dell'umirtà tolse quattro soldi per far comperare i confetti al ragazzo!

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Dei 7 lenoni da me sottoposti alle misurazioni antropometriche 5 erano brachicefali (i. c. 84) e 2 mesaticefali (i. c. 77). In tutti e 7 i casi la statura (m. 1,66) era superata dalla grande apertura delle braccia (m. 1,77).

I denti del senno mancavano in uno solamente. In 5 individui la comparsa dell’ultimo molare avvenne dal 19 al 21 anno e nell’altro al 24 anno.

Di questi nostri esaminati 1 era plagiocefalo; 1 mostrava la scafocefalin a cresta; 6 avevano il mascellare inferiore molto sviluppato; 1 aveva i canini superiori soprannumerarii; 2 mostravano le orecchie ad ansa.

La circonferenza orizzontale del capo, in questi nostri esaminati, segnava in media 487 mm., dei quali 232 spettavano alla porzione preauriculare e 255 alla postauricolare. In 5 di essi la fronte era sfuggente ed in 3 anche bassa.

Nel caso in cui mancava il dente del senno, la fronte era ampia, le orecchie di mediocre grandezza, l’indice cefalico non toccava 80, la circonferenza orizzontale del capo raggiungeva 515 e a differenza dei casi precedenti, la semicirconferenza anteriore prevaleva sulla posteriore.

Oltre il loro ignobile mestiere, quattro si esercitavano nel furto di destrezza e tre nella grassazione.

Nella bella società rifurmata 4 occupano il grado di camorrista, 2 di picciuotti ed al 7, perché malaticcio, ancora manca qualche titolo per essere ammesso al... dovere (!).

’O SPUSARIZIO MASCULINO

(Il matrimonio fra due uomini)

Accanto ai martiri della lussuria troviamo i pederasti passivi di professione, distinti nella malavita coi nomignoli di femminelle, ricchioni o vasetti e chiamati dal Brouardel delinquenti nati semifemminei. Essi fanno parte di quella folla che si agita per i bassi fondi della città e che si procura col furto il pane quotidiano.

Giunti che sono i ricchioni alla prima alba della pubertà, sentono il bisogno di essere... goduti; e, trovato che hanno l'ommo ’e mmerda (pederasta attivo), l’amano, come ben si espresse il Mantegazza, con una passione vera, ardente, che ha tutte le esigenze, tutte le gelosie di un amor vero.

Il vasetto, tutto contento dell’acquisto fatto, colma di carezze l’amante e poi cerca raggruzzolare quel tanto che è indispensabile per preparare l'ara dove spontaneamente va ad offrirsi in... olocausto.

Il luogo del sacrifizio è quasi sempre qualche lurida locanda, dove in giorno ed in ora stabilita si fa trovare l'amante, qualche sonatore di organetto e chitarra ed una schiera di ricchioni, che fan corona alla timida fanciulla. Dopo un balletto erotico; il più provetto della... materia augura alla felice coppia la buona notte; ma la sposina, prima di lasciar partire gl’invitati, distribuisce loro i tradizionali tarallucci e vino.

Il giorno dopo, 'o ricchione anziano, accompagnato da un caffettiere ambulante, porta agli sposi due piccole di latte e caffè e poi fa nel talamo un’ accurata rivista per accertarsi se il sacrifizio fu compiuto in tutta regola.

Dopo la luna di miele, che non dura oltre le 21 ore, e verso sera il sacrificato principia a serpeggiare pei quartieri più alti della città per procurarsi, come fanno le prostitute, qualche soggetto, che conducono nella locanda di D. Luigi Caprinolo, detto ’o capo tammurro, o, se la persona è pulita (signore), nella casa particolare di donna Benedetta 'a turrese.

Intanto mentre l'attivo guazza in quel «loco d'ogni luce muto», un altro mascalzone, che già se ne stava nascosto sotto il letto, gl'invola dagli abiti il portafogli o qualche altro valore.

Le nostre femminelle di giorno si occupano di faccende domestiche, appunto come l'anno le donne, e poi in ora stabilita si fanno alla finestra ed aspettano i loro amanti.

Parecchi vasetti, per rendersi ai soggetti più attraenti, si truccano gli occhi, altri si fanno tatuare sul viso qualche neo di bellezza e molti, mediante ovatta, cercano rendersi più formose le parti posteriori e più sporgente il petto.

Qualcuno si femminizza anche nel nome.

Il prezzo che ricavano dal loro ignobile mestiere lo versano ai loro mantenuti.

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Durante queste mie ricerche mi sono imbattuto in 12 vasetti noti alla questura come ladri di destrezza: 5 sono stati carcerati 4 volte; 6 7 volte, ed un altro, perché sommamente geloso, si rese anche colpevole di sfregio in persona di Carmela Ferrini, nota prostituta di vico del Sole, che, secondo il vasetto Filippo G., faceva del tutto per carpirgli... l’amante.

Noto è poi il fatto del femminella Carlo C., il quale anche per gelosia si tolse la vita col fosforo, facendosi scrivere per l’amante Francesco T. la seguente lettera.

Caro Ciccillo

Io mi avveleno colle capuzzelle di fiammiferi perché tu ammogliandoti non potrai più abbracciare chi tanto ha sofferto per te arrivando a darti finanche il suo onoreDel resto io ti perdono dell’offesa fattami perché sei cattivo come tutti gli altri uomini (sic). In qualche momento della tua vita e delle tue gioie arricordati del

tuo aff. Amante

Carluccio.

Da ciò che innanzi abbiamo esposto si deduce che la «sodomia psichica non è un vizio, ma passione: passione colpevole, schifosa, ributtante finché volete, ma passione». (Mantegazza op. cit.).

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Studiando gli usi e costumi dei varii popoli troviamo, dice il noto professore di Antropologia di Firenze che «l’amore fra i maschi è uno dei fatti più orribili dell’umana psicologia e fu ed è in ogni tempo ed in ogni paese vizio assai più comune che non si pensi (op. cit. pag. 142.)

«In alcune parti del Messico settentrionale si facevano matrimoni tra uomini, e a questi, vestiti da donna, era proibito portar armi (op. cit. p. 146).

«Molti viaggiatori parlano di vizi contro natura fra gli indigeni dell’America settentrionale.

«Si vedevano uomini vestiti da donna e che attendevano in casa ai lavori muliebri, e ciò significava con troppa eloquenza a qual uso servissero queste abbiette creature».

E, mettendo da parte i tanti e tanti altri esempi di simili immoralità, un tempo comuni anche in Roma ed in Grecia, concludo collo stesso antropologo che: «da Alaska fino a Darien si vedono giovani allevati e vestiti come donne, e che vivono in concubinato coi principi e coi signori (op. cit. pag. 147).

I RATTI

(I ladri di destrezza)

I ladri che pullulano in questa città si dividono, come certi animali, in diurni e notturni: questi si suddividono in scassatovi e grassatori e quelli in basajuoli, borsaiuoli o ratti e rapinanti.

Siccome è mio intendimento studiare dal punto di vista antropologico la grande famiglia dei mariuoli, così mi limito, per ora, a dire qualche cosa dei soli ratti.

È comune credenza che tanti anni or sono nel vicolo S. Arcangelo a Baiano v'era una casa, dove, ogni giorno, convenivano una quantità di ragazzi ed un vecchio, che veniva chiamato o inasto (maestro) non faceva altro che gridare liegge! liegge!

Un giorno una vecchierella del vicinato, vedendo che uno di quei ragazzi piangeva fuori la porta di quel creduto istituto, gli si accostò e con bella maniera fece comprendere a quel monelluccio che non stava bene far gridare continuamente al maestro liegge... liegge... e che era cattiva educazione fare andare in collera chi cercava istruirlo.


— Ma che istruzione e istruzione! disse tutto incollerito il fanciullo. In questo luogo non s’impara a leggere ma a rubare; ’o masto non dice legge ma liegge, cioè va leggiero. — Tu cara siè Rosa (così chiamavasi la vecchia), devi sapere che in luogo degli attrezzi scolastici ci è in questa casa un simulacro di donna che tiene in testa una corona di campanelli e che al più lieve movimento suonano. L’abilità di noi ragazzi sta, secondo ’o masto, nello svestire quella donna di cartapesta senza far sonare i campanelli; e, siccome io non ci riesco cosi sono bastonato di continuo.

Questa è la tradizione che circola per le bocche di tutti e che a primo aspetto parrebbe una favola; ma che è pure realtà, se si tien calcolo della seguente narrazione fatta al magistrato Gaetano Amalfi da un uomo degno di ogni rispetto.

«Vicino alla mia casa abitava una famigliuola non in buona fama. Durante la notte, si udivano, spesso, grida strazianti di bambini —Io non sapevo rendermene ragione — Ma, una volta, per caso, commettendo un atto poco discreto; giunsi a comprendere di che si trattasse — Il padre, ladro provato, abbigliava una specie di fan taccio, e con parecchi campanelli lo poneva in mezzo alla stanza.

Nelle ladre o in altre tasche poneva dei fazzoletti, e i suoi due figlioletti dovevano rubarlo

con insolita sveltezza, senza far sonare i campanelli — Se vi riuscivano, toccava loro un bravo! Se no — che era il più spesso — pugni, calci e ceffate. Di qui le grida» (!).

(1) Amalfi Gaetano — Irresponsabilità del minore dei nove anni (commento e critica all'articolo 53 c. p.) — Filangieri anno XXII, n. 21897.

In tutti i modi, messa da parte la scuola, noi possiamo assicurare che Napoli può vantarsi di avere abilissimi ladri di destrezza. Io ne conosco più di centocinquanta e fra essi primeggia un simpatico ed intelligente giovanotto, Antonio T., il quale un giorno mi disse, per dimostrarmi la sua perfezione nel rubare: «Indicatemi uno dei vostri amici più scaltri, che vantasi di non essere stato mai rubato, ed io vi assicuro che, dopo mezz’ora, sarà da me alleggerito del portafogli».

A questo ladro di destrezza io sono doppiamente grato; primo perché, colla sua influenza, e senza compenso di sorta, riuscì a far restituire ad un mio amico il portafogli che gli venne rubato, con tutto il contenuto; secondo perché, essendo fornito di una certa istruzione, volle scrivèrmi per questo libro ciò che riguarda i ladri di destrezza. Ed io, per far cosa grata ai cultori di Antropologia criminale, riproduco questo importante documento.

«Il ratto la mattina esce per il bosco (via Toledo) e va in cerca della vertola (saccoccia).

Il ratto viene accompagnato quasi sempre da due calonzi (pali), i quali servono per coprirgli la mano in modo che quando il ratto cala il gancio (indice e medio) nella vertola non deve essere veduto dai passanti.

Il ratto col gancio può dalla vertola refonnere (tirare) 0 il porto (portafogli) 0 il D. Luigi (portazecchini) 0 lo nureco (fazzoletto contenente denaro). Se il ratto va solo, la cosa rubata se la passa nel cappello; e se è accompagnato dai calonzi, la dà ad uno di essi, il quale subito volta al primo vicolo che incontra ed aspetta per la ricreazione (rivista nel portafogli etc.) l’arrivo del ratto.

Nel porto si possono trovare le sfoglie (carte monetarie), le passioni (lettere d’amore), 1 mustaccioni (cartelle del credito fondiario) e le uova able (carte inutili).

Le sfoglie possono essere così distinte:

verdoline carte da100 lire
rossolelle100 lire
scorze di purtualli50 lire
carte di bottiglie25 lire
turchinelle10 lire
musciulélle5 lire
scummazze2 lire
messe 1 lira

Nel D. Luigi e nel nureco si trovano 0 le mi serie (monete da 5 e da 10 centesimi) 0 i bianchini (monete di nikel).

I porti, i D. Luigi e i nurichi, vuotati del loro contenuto, si gettano nella prima chiavica che s’incontra.

Della cosa rubata spetta lo miezo-fatto (metà) al ratto ed il resto vien diviso fra i calonzi.

Se in luogo di denaro si trova la grossa (anelli, orecchini, catene di orologi etc.), allora si va in cerca del furniello (intercettatore di oggetti rubati) e se ne riceve il boccone (cioè il quarto del valore).

Gl’individui derubati si chiamano pachiochi, se sono stranieri; marti, se sono italiani, ma non appartenenti alla provincia di Napoli, ed in S. Gennari, se sono napoletani.

La persona derubata può essere na scuffia (vecchia), nu S. Giacchino (vecchio), nu cappelletto (signora, nu pierzeco (signorina), nu chiagnuluso (ragazzo 0 ragazza), na pacchéra (contadina), nu marro (contadino), na lucerna (prete), nu muto (monaco); nu vavusiello (magistrato); ed in fine se del derubato non si conosce la condizione sociale allora vien dai ratti chiamato taccone.

Ordinariamente si esce pel bosco quattro volte al giorno e non bisogna far ritorno alla tagliola (casa) se non sazii (cioè con denaro rubato).

— Quando ’o chiacchiarone (giornale) riporta ’o fatto, allora prudenza richiede non farsi vedere, per alcuni giorni, pel bosco; ma andare in cerca della vertola per i corriduri (vicoli).

Se il ratto viene arrestato nel momento che commette il furto, si dice dai calonzi: Papà è ghiuto in misericordia; se al contrario è riuscito a fuggire: A papà Dio l'aiuta!»

*

* *


Dalle pratiche che si conservano in archivio ho rilevato che il nonno del nostro ratto se ne morì in galera mentre scontava la terza pena per furto.

Il padre, ’o siè Biase, che nel 1893 fu da me sottoposto alle misurazioni antropometriche, morì l’anno passato dopo aver visitato per sette volte varie case di pena.

Lo zio paterno, Luigi, trovasi a... cambiar aria a Ventotene come abilissimo grassatore, ed un altro fratello del nostro scrittore, Michele, per ordine dell’ex Questore di Napoli, Comm. Sangiorgi, fu fatto fotografare ed identificare scientificamente perché sin dall’età di 13 anni prometteva di divenire un abile ladro di destrezza.

Per brevità non riporto il confronto dei dati antropometrici del padre e dei figli; però il lettore potrà essere più che sicuro che ai componenti di questa famiglia ben si addicono i seguenti versi di Lucrezio:

Qualcuno anche talor gli arci somiglia;

Degli àtavi le forme altri ritiene;

Però che spesso i genitor nel corpo

Celan varj principj in varia guisa

Misti, che dal primier ceppo discesi

Di padre in padre tramandar si ponno.

(Lib. IV, trad. Rapisardi).

’O VUTO

Il voto è l’obbligazione che il camorrista assume presso uno 0 più beati dei cieli, se, mediante l’intercessione di essi, vien liberato da Dio da qualche affrizione. Il voto più semplice consiste nell’accendere la lampada od i ceri innanzi all’immagine di colui che fra Dio e il camorrista si dovrà porre come mediatore; e siccome i figli della bella società riformata sono molto generosi, per disporre il santo 0 l’avvucato, come essi chiamano, a far la cosa subito e con garbo, fanno, anche prima di aver ottenuto il desiderato benefìcio, bruciare innanzi alle immagini dei loro celesti patrocinatori ceri ed olio.

Se qualche tarlo produce dietro la figura del santo qualche lieve rumore 0 se la lastra del quadro si rompe per il soverchio calore della lampada, se ne ricava un vaticinio sfavorevole e subito si sparge, tra i vicini, la voce che il santo ha dato ’o signo e che tutte le preghiere e le lagrime sono inutili, perché Domeneddio non ne vuol sapere di fare il miracolo.

Altre volte però, dopo ’o signo e dopo il suggerimento di qualche vicina di casa, alla figura del santo viene sostituita quella di S. Anna, che, come è noto, è una vecchia putente e che, come madre di Maria, può parecchio presso Gesù.

Il desiderio di riacquistare la salute perduta, l’essere dichiarato innocente in qualche processo, nel quale il camorrista rappresentava la parte principale, l’essere esentato dal servizio militare e il riuscire in qualche impresa di società, come nel furto o nella zampata, sono tutte cose che spingono i componenti dell’umirtà a fare ’o vuto!

Il voto può essere spontaneo ed imposto: nel primo caso è l'interessato che sceglie l’avvucato, nel secondo è ’o cumpariello che ne fa la proposta accompagnandola con una quantità di paragoni, dai quali si rileva che quel Tizio o quel Caio era in preda alla stessa afflizione e che, mediante il santo da lui proposto, la cosa si risolvette subito e favorevolmente. La proposta del S. Giovanni (compare) vien sempre accettata.

I voti di maggiore importanza si fanno in casi di malattie, specie se il medico fa dell’infermo una prognosi riservata; ed allora, oltre alla lampada ed alle candele, si promette anche di vestire l’abito ’e vuto.

Scampato il camorrista dalla primera (morte), vien chiamato il sarto per far cucire l’abito votivo; ma siccome non si sa chi degli avvucati fu il più inteso da Dio, pe cuntentà tutte quante, come suol dirsi nel gergo, alla prima uscita veste il convalescente un àbito cumbinato, dai colori del quale si rileva chi furono i mediatori che si occuparono di lui.

Se, per es., avrete occasione di avvicinare Vincenzo ’o stuccatore, vestito di giacca verde orlata gialla, con gilè giallo montato rosso e con calzoni fragola filettati di bianco, giurateci che, mentre era ammalato di pulmonite, perorarono per lui S. Lucia, S. Giuseppe e S. Ciro.

L’abito ’e vuto si deve portare tanto in casa che fuori, e viene smesso nelle passeggiate quanno non è cchiù ’e cumparenzia.

I santi e le madonne, ai quali i nostri camorristi rivolgono prima le preghiere e poi le imprecazioni, sono la Madonna del Carmine, la Madonna della Pignasecca, la Madonna di Montevergine, detta Mamma Schiavona, S. Anna del Rifugio, S. Vincenzo della Sanità, conosciuto sotto il nome di Munacone della Sanità, S. Giuseppe, S. Ciro di Portici e S. Lucia.

Gli abiti votivi, che ricordano i colori dei manti e delle vesti dei santi e delle madonne, sono così distinti: verde montato giallo (S. Anna); verde montato rosso (S. Lucia); nero montato bianco (Addolorata); bianco montato nero (S. Vincenzo); fragola montato bianco (S. Ciro); marrò montato bianco (Madonna del Carmine) e giallo montato rosso (S. Giuseppe).

Vestitosi il camorrista dell’abito 'e vuto deve andare a ringraziare l'avvucato; e siccome precedentemente fu parlato col rettore della chiesa, così, ad un’ ora stabilita, il prete si fa trovare sulla soglia della porta della chiesa e con una buona dose di acqua santa cerca purificare il peccatore. Il camorrista, dopo benedetto, si va ad inginocchiare innanzi al santo promettendogli chi sa quante e quante cose!...

Finalmente se il medico dà per spacciato l'infermo e se costui è scuitato (celibe), promette, dopo ottenuta ’a razia, di sposare una risgraziata (prostituta). Ed allora si presentano in pratica due casi: 1° se la risgraziata sta ancora in peccato, cioè sul bordello, 2° se è una pentita e trovasi in qualche ritiro.

«Nel primo caso la prescelta è sempre conosciuta

pregiudicato e la proposta del matrimonio sarà fatta alla meretrice dalla madre del convalescente.

Se non esiste la madre, si occupa della cosa ’a cummarella.

Cessato adunque il pericolo di morte, la madre del camorrista si reca dalla padrona d’’o casino e le dice:

So benuta pe sciogliere ’o vuto che facette figliemo quanno steva pe mmurì. Isse, se nu ve dispiace, se vurria spusà ’a schiavuttella.

I' vi ringrazio, dice la mastressa, de chesta crianza che m’avite fatta; cioè de parlarne prima cu mico. Vuje avite da sapè che alla schiavuttella, quanno venette da me, le mancava pure ’a cammisa ’e ’ncuollo, e siccome fino a mmo' nun’ ha ancora scuntato (pagato) tutto, pure pe’ o lucale che m’ ha accreditato i’ nun voglio nient’ato. Viene poi chiamata la sposa, che dalla mamma d’’o casino viene così presentata alla futura suocera: Schiavuttè, chesta è ’a mamma ’e Tolore... vasale la mano; pecché, se nhai piacere, fra breve te spusarrai ’o figlio.

Se ’o Signore l'ha destinato pecché no? dice tutta commossa la peccatrice.

Mentre intanto la mastressa fa le pratiche in Questura per il discarico della bardascia, la promessa sposa vien messa fuori sala, ed ai soggetti che la desiderano si fa rispondere: non fa cchiù affare!

La prostituta, uscita da ’o casino, viene affidata ad una parente dello sposo e il rito detta che non deve essere zitella. È incarico di questa donna di fiducia di accompagnare la peccatrice da qualche confessore pe farle pulezzà ’a coscienza. Lo sposo non potrà unirsi coll’ex-amante se non dopo spusati regularmente alla chiesa e a ’o muncipio.

Se invece trattasi di qualche pentita, allora, e questo è il caso più frequente, la sposa non è conosciuta dallo sposo e viene scelta fra le tante derelitte che si trovano nelle case di reintegrazione. Le pratiche, in questo secondo caso, si fanno prima colla signora monaca, dalla quale si appura anche qualche cosa sull’indole della pentita, e poi si passa dal cavaliere del luogo (governatore) pe cumbinà l'affare.

Il seguente dialogo, fra madre e figlio, dimostra come i nostri camorristi per non assoggettarsi alla vita militare ricorrono al voto.

Oi ni (ragazzo), quanno miette ’a mane dint’’o mancaniello (bussolo), allicuordate, core ’e mamma, e S. Bicienzo e afferra ’o nummero ’e miezo.

Va buono, me l'allicordo, dice il pregiudicato e si incammina all'ufficio di leva dicendo per la via paternostri ed avemmarie. Giunto il momento di pescare il numero, prende una posa pittoresca, cala la mano nell’urna, si ricorda dei consigli della madre, di prendere cioè il numero che si trova giusto in mezzo, lo afferra trepidante, poi l’alza e lo dà al commissario accompagnandolo con queste parole: Leggile, cavaliè. Se la sorte lo favorisce, corre dritto a casa e alla madre, che è sulla soglia della porta, fa segno dondolando il braccio teso colla mano conformata a pugno e gridando: Oi ma (madre), ’nce l'aggio ’mpizzato a chillo fetentone (quest’aggettivo qualificativo è diretto al Governo), aggio afferrato ’ncoppa ’o ciento.

Razia!... razia!... (grazia!) risponde la vecchia, e, unitasi al figlio, vanno a comperare e a portare i ceri al Monacone della Sanità (S. Vincenzo Ferreri). Se invece il numero estratto non fu alto; allora il figlio dell’umirtà, in luogo di ritornare a casa, se ne va prima in cantina e poi dalla femmena soia e, ad ora inoltrata, ebbro di vino e di sozzure fa ritorno,in famiglia.

Embè? che t’è succiesso? gli dice la madre.

Comme! si becchia e a chest'ora ancora, t’aviv’a magna ’e maccarune?... Aggio afferrato o’ carcere! (44).

Tu che stai ricenno!... Sciorta sciò! e poi rivoltasi all’immagine di S. Vincenzo: Neh! S. Biciè, e a che so barze Ile priere meie?... E chelle pperate ’e figliema, pe te fa a messa pezzuta, manco t’hanno cummosso?

Oi ma!... e po’ me ricive che i santi eMparaviso facevano ’e miracule... Vattè pecché pure chille so na maniata ’e...

—Sfatte zitto che è signo ca’a razia nun t’’a mmeritave... Chesto ch'è succiesso è stato nu vero castico d’’o Cielo, e 0 Signore l’ha premiso p’o minalo rispetto che puorte a pateto e pe chella brutta prattica che da tre anni tiene cu chella bautta zoccula ’e Rusinella!

I PALI

(Le spie)

I pali 0 spie sono dei farabutti dediti ad ogni vizio e fanno parte della società minore dell’umirtà. Essi, per un vii compenso, per un sigaro 0 per una semplice promessa fatta loro da qualche autorità, rompono fede alla camorra; poiché, mentre a beneficio della bella società rifurmata spiano l’andamento della P. S., nello stesso tempo servono a questa da confidenti!

Non si può commettere né un furto né una grassazione, né la società può tenere riunione di sorta, se non ne restano intesi prima i pali, i quali hanno la prerogativa di conoscere uno per uno tanto i gatti (delegati), quanto i surici (guardie di questura), azzeccando ad essi dei nomignoli che poi comunicano ai rispettivi contajuoli. Così: ’o Cavaliere, D. Gaetanino, ’o Milanese, Pilorusso, Carnmisagialla, Cera ’nterra, Nase e cane, ’o Ricciulillo e ’o Cafetteriello sono dei nomignoli che i pali della bella società dell’umirtà hanno dato a funzionari ed agenti di nostra conoscenza.

Il motto d’ordine (’o santo) varia secondo le paranze ed i giorni.

L'attenti, se è di giorno,'si dà coll'imitare qualche voce di venditore ambulante o coll’emettere un fischio prolungato od interrotto; se passano disturbatori in borghese (questurini) col gridare:

Acqua.... Acqua!.... se in divisa: Fuoco!... Fuoco!...

La notte invece, potendo, colle loro voci, insospettire le pattuglie, si limitano a menare una pietra, se si tratta di carabinieri, ed un pezzo di vetro, se di questurini o guardiani notturni; ed allora il lavoro camorristico si sospende fino a tanto che il rumore di una grastolella (coccio) avverte i nostri malviventi che il pericolo è cessato e che il lavoro può liberamente riprendersi.

Anche i ladri del sottosuolo hanno i loro pali, ed in questo caso il segnale, di notte, si dà con una funicella calata dalla strada nella sottoposta fognatura per la feritoia che trovasi più vicina al luogo che si desidera scassinare. L’estremo della fune, che pesca nel sottosuolo, tiene sospeso un sacchetto con avanzi di stoviglie; mentre il capo libero è tenuto dal palo, che se ne sta coccolone presso la chiavica.

Se per i ladri vi è pericolo, il palo tira tre volto la funicella ed il rumore dei cocci mette sull’avviso che prudenza richiede non far rumore; poi un’altra scossa data al sacchetto indica che la calma è ritornata e che il lavoro può essere impunemente continuato.

Se il pericolo è grave, non resta al palo che lasciare la cordicella ed al rumore della caduta del sacchetto subito i ladri, facendo i serpi, se la svignano, ed il palo mogio mogio s’ allontana. Se qualche questurino si permette dirgli: «Che facevate li seduto?», il palo, senza punto scomporsi, fa capire alla guardia che trovavasi in quel luogo perché, mentre stava per ritirarsi a casa, fu colpito da uno sbenimento interno (deliquio) e fu costretto, per non cadere, sedersi un poco; ma gli agenti non credono alle ciarle del palo e, dopo averlo perquisito, l’accompagnano in Questura, dove ’o cavaliere(1) di guardia gli prepara un cordiale p”o sbenimento, cioè un lungo interrogatorio e fra le promesse e le minacce il palo Unisce, alle volte, per confessare tutta quanta la verità.

(1) I nostri pregiudicati, allorquando si trovano innanzi alle autorità di P. S., per ironia, chiamano: oscellenza signò il questore; oscellenza cavaliè l'ispettore; oscellenza il delegato e signò la semplice guardia; ma nella camorra il questore è chiamato capuzzone, l'ispettore sgarrafattot il delegato ’o femmenella e le guardie magna... c...

E così spesso i ladri, prima di arrivare alle loro case, cadono nel laccio di qualche angelo custode (guardia di P. S.) e vengono accompagnati a '0 canciello (deposito carcerario della r. Questura).

Da parecchio si usa nella camorra retribuire malamente i pali ed in fatti sono stato assicurato che, in tempi più felici, per ogni carlino di vincita spettava al palo un tornese. Oggi resta invece alla generosità dei vincitori dare alle spie ciò che ai giocatori garba; di maniera che, mentre prima i pali dicevano ai giocatori: Facile ’e ccose cu cuscienza!, ora invece si limitano al semplice ed umile: Pensate pure pe nuie.

Nella divisione del baratto l'articolo 25 del fmeno della bella società rifurmata impone che «i pali debbono essere trattati ugualmente come gli altri della società», e ciò avverrebbe se precedentemente non vi fosse, fra quelli che direttamente pigliano parte al furto, un accordo, cioè, di fare scomparire parte della cosa rubata; ma se la cronaca dei giornali riporta la somma rubata 0 la lista degli oggetti sottratti, allora il palo, per vendicarsi dell’aggravio ricevuto, o fa scrivere al questore lettere anonime, nelle quali fa i nomi di quelli che presero parte al furto e delle persone che comprarono la cosa rubata, ovvero si reca in Questura e, al delegato del ramo sotto sugillo ’e cunfessione, fa ’a rivelazione d”o fatto.

Se la pulezia poi non si rende avara di qualche sottomano, il palo, memore di quel... regaluccio, si compromette, alla prima occasione, di far cogliere ’e mariuoli ’ncopp' ’o pizzo (sopra luogo).

E così s’avvera quel troppo noto adagio: L’una mano lava l'altra.

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Intorno ai misteri del sottosuolo si leggeva nel Mattino del 13 agosto 1896:

«Il delegato di P. S. signor Michele Manzi della sez. Poggioreale, ieri mattina, in sostituzione di un suo collega infermo, fu destinato alla ispezione Pendino, affatto nuova per lui.

Mentre il Manzi era in ufficio fu avvertito dal giovane Domenico Del Tufo che nel sottosuolo del negozio di canape e tessuti del suo principale cav. Michele De Paulis, alla via del Duomo n. 260, fin dal giorno precedente,

si udivano dei sordi ed interrotti colpi di piccone in direzione della fogna stradale, che dinotavano chiaramente come ignoti ladri volessero praticare una breccia per introdursi nel deposito.

Il solerte funzionario recatosi sopra luogo ed accertatosi della verità di quanto gli era stato asserito, senza più indugiare chiese telefonicamente alla Questura un buon numero di fontanieri municipali e di agenti di P. S., i quali giunsero poco dopo agli ordini del delegato signor Mezzacapo.

Quando tutto fu all’ordine i due funzionari disposero abilmente il servizio di sorpresa nel sottosuolo; e, fatti piantonare dagli agenti tutti gli sbocchi della fogna di via Duomo, discesero — il Manzi innanzi tutti — coi volenterosi e bravi fontanieri Muro, Re, Scherma, Pansa, Mastroianni e Cannavacciuolo, diretti dal loro capo Berlingieri,e con vari agenti, da uno dei chiusini; e, provvisti di armi e di lanterne cieche, si dettero subito alla caccia dei ladri, dirigendosi nel posto dove si udivano distintamente i colpi di piccone.

Funzionarii ed agenti percorsero cosi un lungo tratto di fogna, sino ai Mannesi, ma in sulle prime tutte le ricerche riuscirono infruttuose.

Finalmente, nella conduttura che rasenta il marciapiede, proprio al disotto del negozio del De Paulis, uno dei fontanieri scorse dei pali di ferro, una bottiglia d’olio ed una lanterna, indizio sicuro che in quei pressi dovevano trovarsi i ladri.

Ed infatti, pochi passi dopo, nella traversa che conduce ai Gerolomini, il fontaniere Muro scorse un individuo appiattato, il quale, non appena il delegato Manzi gli sbarrò la via, gridò in tono minaccioso:

Nun v’accustate ca ve sparo!

Allora il Muro esplose in aria diversi colpi di rivoltella per intimorire l’audace malfattore che, stretto in mezzo da altri agenti, fu arrestato e trascinato fino al chiusino eh’ è in prossimità dei Mannesi. Lo fecero salir su, presentandolo alla folla immensa riunitasi sul posto, che voleva far giustizia sommaria del malfattore, mentre altri, lieti del brillante servizio che era stato compiuto, battevano le mani.

Il ladro, eh’ era un giovane alto e robusto in camicia e farsetto coi calzoni rimboccati e le gambe nude imbrattate di fango, condotto sull’ispezione Pendino dette indifferentemente le sue generalità:

Enrico Schi... di 19 anni, da Napoli, senza domicilio fisso.

Lo Schi..., che dichiarò pure essere calzolaio a tempo avanzato, è un ladro notissimo alla P. S.

Egli, con grande indifferenza, dichiarò di essere dispiaciuto del suo arresto solo perché gli era sfuggita l’occasione di guadagnare una bella somma, sperando raccogliere 80 mila e più lire dal ricco negozio del cav. De Paulis.

Il delegato Manzi, al ritorno in ufficio, fece arrestare pure certo Vincenzo D... fu G. noto pregiudicato, il quale sotto il portone dell’ispezione Pendino si aggirava in attitudine sospetta, facendo da palo.

Pel brillante servizio compiuto vanno perciò lodati non solo il Manzi, che diresse le operazioni di sorpresa, ma quanto il Mezzacapo, il capo fontaniere Berlingieri, ed il maresciallo Mangi dei R. Carabinieri.

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Un luogo perlustrato dai pali è oggi il vicolo Donnaromita, presso l’Università, dove tutti i giorni si dànno convegno i mandatarii dei camorristi per l’esazione delle tangende sui giocatori di carte.

Quel vicolo, essendo poco abitato, fin ab antico fu prescelto dalla mala vita per tenervi bische, e di ciò fa fede il seguente bando che ancora leggesi sopra uno dei muri dell’ex monistero di Donnaromita.

BANNO ET COMANDAMENTO P. ORDINE

DEL SIG. CONSEGLIERO ANDREA

PROVENZALE COMISSARIO DELEGATO

DEL MONASTERIO DE S. TA MARIA. D.

ROMITA CHE NESSUNO ARDISCHA GOCARE

IN QUESTE DUE STRADE INTORNO

ALL MONASTERIO SOTTO PENA DE DUCATI

SEI ET CARCERATONE ARBITRARIO.

LA PATOLOGIA DEI CAMORRISTI

La patologia della camorra si divide in vera ed in fittizia (1).

Le malattie che più di frequente attaccano i figli dell’umirtà sono: la sifilide 73 volte su cento;, la tubercolosi (60 volte su cento), il catarro cronico dello stomaco (58 volte su cento), il reumatismo articolare cronico (58 volte su cento), la bronchite (56 volte su cento), l'erpete tonsurante (49 volte su cento), la. blenorragia (48,75 volte su cento), il restringimento uretrale (48 volte su cento), l’albuminuria (36 volte su cento), la blefarite ciliare (35 volte su cento), le varie forme di congiuntivite (34 volte su cento), l’elmintiasi, tenia, (31 volte su cento), l’epilessia (27 volte su cento), l'idropeascite 121 volte su cento), l’anemia (21 volte su cento), i vizii valvolari del cuore (19 volte su cento), gl’incurvamenti diafisarii delle tibie (18 volte su cento),

(1) Nelle malattie simulate la barba non rasa, i capelli non tosati ed il sudiciume sono fattori indispensabili per commuovere i creduloni.

la carie dei denti (18 volte su cento), il ginocchio varo e valgo (13 volte su cento), mancanza di vista in ambo gli occhi (10 volte su cento), in un solo occhio (8 volte su cento), gozzo esoftalmico (5 volte su cento), lo scorbuto (5 volte su cento), l’epitelioma (5 volte su cento), le piaghe e le ulceri (5 volte su cento), l’ernia (5 volte su cento), i piedi varoequini (4,25 volte su cento), la elefantiasi (4 volte su cento), il labbro leporino (4 volte su cento), la sindactilia (3,30 volte su cento), la follia (2,50 volte su cento), il catarro della vescica (2,50 volte su cento), la sclerosi a placche,2 volte su cento).

 

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* *

Secondo l’età poi abbiamo che nella fanciullezza i nostri scugnizze (ragazzi della mala vita) sono attaccati dal rachitismo, dalla tisi, dalla scabbia, dalla tigna favosa, dalle malattie di occhi, dal catarro dello stomaco e da quello dei bronchi, e siccome qualcuno ha voluto troppo presto bagnare la penna nel calamaio di... Venere, così è andato incontro a qualche lesione venerea 0 sifilitica.

Il sudiciume, l'umidità, la cattiva nutrizione ecc. sono tutte cause che influiscono a produrre questi malanni.

«La giovinezza è il tempo, come dice Hallopeau, in cui l’uomo resiste meglio alle influenze nocive, ma è quello del pari nel quale egli abusa maggiormente delle sue forze; è questa l’età dello smodato affaticamento fisico ed intellettivo, delle imprudenze, e molto spesso anche degli eccessi, che più tardi l’uomo fatto vecchio dovrà pagare a caro prezzo. »

Infatti è in questo periodo della vita che la sifilide, le lesioni violente, il catarro dello stomaco ed i catarri bronchiali si affacciano di frequente.

All’età di mezzo viene in campo l’alcoolismo, la follia, l'epilessia, la cirrosi epatica, le lesioni violente, la sifilide e le altre malattie veneree ecc.

Alla vecchiezza sono frequenti l’enfisema pulmonare, la scabbia, il catarro bronchiale acuto e cronico, la sclerosi, i vizi valvolari del cuore, i catarri della vescica, i restringimenti uretrali, il catarro dello stomaco e l’epitelioma.

Il seguente specchietto comparativo riassume tutto ciò che innanzi abbiamo esposto.

Malattie ed anomalie (1)FanciullezzaGiovinezzaEtà di mezzoVecchiezza
Sifilide11242810
Tubercolosi832137
Catarro cr. dello stomaco4122715
Reumatismo art. cronico4111627
Scabbia1092315
Bronchite9101720
Erpete tonsurante2201413
Blenorragia422158
Restringimento uretrale81931
Albuminuria114156
Blefarite ciliare156311
Congiuntivite910510
Elmintiasi (tenia)381010
Epilessia7119
Idrope-ascite43410
Anemia e clorosi41034
Vizii valvolari del cuore2458
Gambe torte14112
Carie dei denti6363

(1) In questo specchietto abbiamo incluso anche certe anomalie riscontrate in 1070 pregiudicati.

 

Malattie ed anomalieFanciullezzaGiovinezzaEtà dimezzoVecchiezza
cchio varo e valgo5611
3546
so esoftalinico113
buto212
eliomai 'I y1 11 4
;he ed ulceri11!1 3
e1112
li varoequini20
antiasi degli Arabii 4
bro leporino4
iactilia111
ia12
irro della vescica12
rosi a placche1!
li prensili3
li con membrana inter
gi tale1
li con atrofia parziale
die dita257
*

* *

Più importante è la classe di quelli che mentiscono i malanni a scopo di commuovere il pubblico e le autorità. I capitoli che formano la patologia fittizia sono: l’epilessia, la follia, i difetti di vista, le lesioni di continuo croniche (piaghe ed ulceri), l’idrope ascite e la mancanza o la deformità di qualche arto.

Epilessia. — Sono passati per i miei compassi 4 epilettici di occasione. Se lo spazio me lo consentisse, io descriverei tutte e quattro le loro finte storie cliniche; ma siccome la sintomatologia è in tutte identica, così ve ne racconterò una sola e questa varrà per tutte.

Alcuni anni addietro, attraversando il Corso Garibaldi, fui costretto a fermarmi, perché una donna, sapendomi medico, m’invitò a soccorrere un uomo che sopra uno dei marciapiedi si contorceva orribilmente: gli occhi spalancati ed una quantità di spuma che gli usciva dalla bocca completava il quadro clinico.

La mancanza poi delle convulsioni specifiche toniche e cloniche, la respirazione normale, i battiti cardiaci regolari e la nessuna irregolarità nelle pupille mi fecero far diagnosi che mi trovavo innanzi ad un falso epilettico. Infatti, non appena con uno spillo gli feci sulla mano alcune punzecchiature, quel mascalzone s’alza e mi dice: All’anema ’e chi ve vattiaje! ve vulite sta cuieto? e si fece cader di bocca un pezzo di radice di saponaria, che unita alla saliva formava la spuma che gli usciva dalla bocca. La folla, che presenziava a quelle mie osservazioni, diresse all’indirizzo di quel pregiudicato una lunga serie di male parole intercalate da certi sonori fischi e sarebbe stato anche conciato per bene, se prudenza non gli avesse suggerito di andar via.

*

* *

I ciechi temporanei si dividono in puntonieri, visitatori ed ambulanti.

I primi esercitano il loro ignobile mestiere dalle 7 alle 13 0 all’entrata di qualche chiesa 0 gettati sopra qualche marciapiede.

I terzi vanno per le botteghe dando il segnale della loro presenza con certi colpetti di bastone ed i secondi, accompagnati da un altro parassita, si permette, saputo il vostro nome, di onorarvi fino a casa.

Tutti esercitano questa poco onesta industria fuori quartiere, dove tengono preparato l’occorrente per il loro trucco. Una lente fumo di cannone basta per trasformare i visitatori, ed un abito rattoppato, un lungo bastone ed una corona con un grosso Cristo legato al braccio sono indumenti indispensabili par camuffare gli altri. I visitatori, che si fanno annunziare per infelici impiegati, e carichi di figli, dividono i loro guadagni coll'accompagnatore.

I puntonieri, se stanno nei pressi delle chiese, debbono pagare la tangenda agli scaccini ed alcuni anche ai padri rettori; se invece se la passano in mezzo alla via, parte dei loro lucri vien data agli avvisatori, cioè a quelli che richiamano l’attenzione dei passanti sul finto cieco.

Gli ambulanti sono quelli che in giorni stabiliti si recano dai loro clienti fissi per avere l’obolo della carità. Questi tali vivono come tanti principotti, ed io ne ricordo uno che nel 1886 ogni giorno, prima di mettersi in giro per via Chiaja, dove aveva i suoi accunti, andava a prendersi una bevanda rinfrescante in una farmacia di via Tribunali, dove ebbi occasione di conoscerlo.

Quel malvivente mi diceva che esercitava il mestiere da 12 anni e vi fu indotto perché dopo 10 anni di carcere aveva perduta l’abitudine di.... lavorare! Morì nel 1891 lasciando sulla cassa di risparmio lire 8000!

In media lucrava lire 6 al giorno, vestiva, nelle ore fuori esercizio, panni decenti, si permetteva di tenere la mantenuta ed era uno dei chiassoni giornalieri del teatro S. Ferdinando.

Follia. — Di finti pazzi la mala vita ne conta parecchi: mettono in mezzo quest’alterazione psichica quando vengono tradotti 0 in carcere 0 innanzi al magistrato.

Piaghe ed ulceri. — I nostri mascalzoni, per mentire le piaghe, si applicano sopra una parte delle gambe del sangue di agnello misto a carbone polverato, ravvolgendosi il resto dell’arto con fascie sporche.

Idropisia. — Il versamento immaginario di siero nella cavità addominale si ottiene circuendo l’addome con una quantità di ovatta e dando al colorito del viso una tinta itterica mediante un leggiero infuso di curcuma.

Mancanza di arti. — Parecchi dei nostri oziosi vagabondi, per menare innanzi la vita, fingono di avere un sol braccio; mentre tengono l’altro legato al tronco con ripetuti giri di fascia.

Uno stupendo esempio ce l’offre Carmine Fossi detto ’o pilorusso. È un giovane a 25 anni, che per la salita Salvator Rosa segue le carrozzelle chiedendo l’elemosina. Per quella creduta mancanza del braccio lucra da 1 a due lire al giorno. E un abile ladro di destrezza e scappa come una cerva, se incontra i componenti della squadra mobile della Questura.

Paralisi. — Di paralitici, che fingono di trascinarsi sulle stampelle, la bella società rifurmata ce ne fornisce parecchi campioni. Essi usano i loro arnesi fino alla sera; poi, alla barba dei creduloni, se ne vanno in cantina. L’ultimo giorno di carnevale del 1896 ne vidi uscir uno tutto avvinazzato dalla cantina a Porta S. Gennaro portante le grucce in posizione di... spall-arm!

Lettore, apri gli occhi prima di alleviare la miseria!

LA TARANTELLA DELL’IMBRECCIATA

È un ballo erotico che ci richiama il ricordo delle orgie di alcuni popoli selvaggi. Fino a pochi anni or sono si eseguiva con una certa pompa in quasi tutti i locali di Porlo, Pendino, Mercato e Vicaria, a scopo di eccitare alla lussuria quei soggetti che non volevano sacrificare a Venere.

Oggi invece quella fantasia non si balla che al solo vicolo Femminelle, dove il piccone del risanamento non ha fatto altro che abbattere le mura che chiudevano gli sbocchi dei vicoli adiacenti a quel fomite d’immoralità, lasciando però incolume la casta che da secoli vi tiene stanza (1).

(1) Il Celano, parlando del quartiere deglIncarnati, dice che la famiglia Incarnato fece presso Casanova case e deliziosi giardini e che il popolo vi si recava a diporto per festeggiar Bacco ed offrire il culto a Ciprina, e quivi si costrinse ad abitare la razza di zingari, che nel 1650 ascendevano a circa 100 famiglie soggette soltanto al loro capitano. Pure a quel tempo, sebbene il luogo si aveva mala fama, non era il vero ricettacolo delle donne di mondo, ed al 1692 il laido lupanare, com’egli nota, era per la Dio Grazia quasi estinto vedendosi abitato (il quartiere) da gente onorata e curiale.

La sala da ballo, che contemporaneamente era adibita per cucina, per dormitorio, per nido d’amore, per sala d’aspetto e per.... latrina, era sottoposta al piano stradale per circa mezzo metro. Una lurida tendina, fissata da un muro all’altro mediante una cordicella, divideva la sala dal dormitorio.

Il mobilio di casa si componeva di un vecchio canapè, di tre sedie e di un cassettone, sul quale vedevasi esposto un quadro della Madonna di Pompei, innanzi al quale ardeva una lampada ad olio.

Le male femmine sono state soggette a molte vicende per ottenere stabile dimora. Verso il XIII secolo stavano confinate al vicolo Gelso. Da questo luogo passarono a piazza Francese, presso Porto, in vicinanza del mare; indi salirono sopra i quartieri, presso S. Matteo, dove alloggiava il terzo reggimento spagnuolo. Infine furono ristrette da poco più di un secolo agl'Incarnati, luogo che. mutato il nome, aveva già preso quello di S. Francesco o del Cavalcatojo, perché lo spianato davanti a quei luridi vicoli serviva per campo da domar cavalli.

Nel 1851 queste femmine sono state quivi raccolte in un sol vicolo, donde non possono uscire che per la sola via di S.a M.a della Fede, essendo stati murati tutti gli sbocchi degli altri vicoli, i quali, offrendo comoda dimora a gente onesta, non son più turbati dalla vista e dagli atti di quella laida razza, alla cui conversione han finora atteso ed attendono con zelo e cristiana pietà molti solerti sacerdoti del nostro paese.

Gli onori di casa ci furono fatti da una vecchia zoccola che se ne stava infossata, in una sedia da barbiere.

La megera, dopo il consueto che cummannate?, ci fece, senza molti preamboli, comprendere che per veder ballare la tarantella cumpricata bisognava sborsare prima gli spiccioli: il che subito facemmo.

Poco dopo venne a far la nostra conoscenza il camorrista Totonno di Rua Francesca, che, senza neanche salutarci, disse alla vecchia: Siè Ro’, se po’ sapè che bonne ste galantuommene?

La vecchia espose al camorrista, che era il protettore del locale, il movente della nostra visita. Quann'è chesto, soggiunse costui, accumeratevi; ed offrì, tanto a me che ad altri due amici che mi facevano compagnia, le tre sedie disponibili. Dopo aver acceso due lucerne a petrolio, andò ad invitare pel ballo Luvisella ’a scugnata, dedotta ’a capera e i loro amanti Giuanniello ’o farinaro e Rabiele ’o tracchiuso. Quest’ultimo è quel biondo giovinotto che a piazza S. Ferdinando sale sui tramways e per un soldo vi offre quattro comodità, cioè lapis, penna, porta-penna e cassa-carta.

Di fuori si udivano risate, sberleffi, proteste, fischi, chiamate e scherzi d’ogni genere.

Totonno di Rua Catalana, nauseato da quella commedia, usci fuori, assestò alcune ceffate ai monelli più impertinenti, diresse al restante della folla alcune scelte imprecazioni e chiuse ermeticamente la porta.

La vecchia spense la lampada, pose il quadro alla rovescia, forse per non far presenziare la Madre di Cristo alle scene d’immoralità che si stavano preparando.

Le ballerine e i loro amanti, dopo un permettete!, andarono a svestirsi dietro ’o sipario.

La vecchia, dietro ordine del camorrista, diè di piglio ad un vecchio tamburo e principiò a sonare.

Le ballerine si fornirono di nacchere e, affatto ignude, incominciarono a ballare imitando coi loro movimenti gli atti dell’amplesso.

La vecchia intanto intonò una nenia oscena e quando arrivò al:

Figliò figliò, ballate

Uagliù uagliù, c......

Iate ’ncoppa 'o lietto

si videro uscire in... sala, anche ignudi, Ràbiele e Giuanniello, che si avventarono su quelle due larve e se le trascinarono dietro ’o sipario.

Ciò che successe non oso descrivere. Aprimmo la porta e andammo via da quella casa col convincimento d’aver passato tre quarti d’ora fra gente appartenente, come dice il Lombroso, al tipo regressivo di selvaggio che spunta in mezzo alla civiltà!

*

* *


Il professore Paolo Mantegazza nel suo bel libro «Gli amori degli uomini» ci dà i seguenti ragguagli intorno ai balli erotici dei selvaggi, che trovano, a parer nostro, pieno riscontro nella tarantella dell’Imbrecciata.

«La conquista della donna si fa spesso con giuochi e danze che rappresentano la conquista violenta dell’oggetto desiderato o eccitano la lussuria con una mimica che imita molto da vicino o molto da lontano l'unione dei due sessi...................................................

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Spix e Martius descrivono una danza che si fa dai Puri dell’America meridionale nelle tenebre della notte. Gli uomini si mettono in Ala davanti alle donne, che si schierano anch’esse dietro i loro compagni. Poi si muovono avanti e indietro con ondulazioni voluttuose, mentre vanno cantando:

Noi abbiamo voluto cogliere un fiore dell’albero, ma siamo caduti.

E quasi non bastasse l’allusione molto trasparente ai misteri d’amore, nell’ultimo periodo del ballo, le donne fanno rotar i fianchi, ora tirandoli indietro ed ora spingendoli all’avanti, mentre gli uomini non puntano che all’innanzi e di quando in quando, quasi ebbri, saltali fuori dalle file, saluntando gli astanti con un colpo di ventre.

Spix e Martius aggiungono che un ballo erotico consimile si trova anche presso i Mursi. In questa pantomima uomini e donne vanno cantando, ora alternandosi ed ora tutti in coro:

Qui vi è il diavolochi mi vuol sposare?Tu sei un bel diavolo, tutte le donne ti vogliono sposare.

Nelle danze erotiche per lo più le donne rappresentano solo l’amplesso, e gli uomini, oltre l’unione dei sessi, significano coi loro atti diverse maniere di seduzione.

Nelle danze di alcuni indigeni della California le donne, col pollice e l’indice delle due mani, battono il basso ventre ora a destra ed ora a sinistra. Appena gli uomini cominciano a ballare, anche le donne saltano, e quando gli uomini cessano cessano pure le loro compagne.

Il principe di Neuwied vide un ballo erotico fra i Mànnitaris del Nord-America, in cui le donne si dondolavano come fanno le anitre camminando, ora alzando un piede ed ora l’altro e rimanendo sempre però allo stesso posto. Dopo due ore di ballo, ogni donna si levava una parte del vestito e prendendo il compagno della danza lo conduceva via nella foresta in luogo solitario.

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Il capitano Beechey descrive un’altra danza amorosa da lui veduta fra gli Esquimesi del Capo Deas-Thomson. La prima parte di questo ballo rappresenta la seduzione, la seconda la vittoria. Anche qui abbiamo movimenti di fianchi e imitazioni più o meno sfacciate dell’amplesso. Pare che presso altre tribù Esquimesi il premio della danza sia una donna.

Balli consimili descrive Alberti fra i Cafri, e Campbell descrive una danza dei Matschappi nel Nuovo-Lattoku, nella quale si imita assai bene tutta la mimica degli attacchi amorosi. E cose poco diverse furono vedute tra i Negri di Sierra Leona.

Kulischer, che ha raccolto questi fatti, fa osservare che in quasi tutte queste danze erotiche è la donna che si sceglie il proprio compagno.

Lichtenstein però descrive un ballo dei Korani, nei quali è l'uomo che, dopo aver danzato davanti ad otto 0 dieci donne sedute per terra e dopo aver fatto moine a tutte, finisce per scegliere la prediletta e le cade in grembo e con lei si rotola per terra.

Cook vide a Tahiti una danza detta tinwrodi e che consiste in movimenti e gesti che sono protervi in modo indescrivibile; e mentre si balla si declamano frasi ancor più proterve per spiegare ciò che davvero non avrebbe bisogno di spiegazione».

Messa da parte la tarantella del vicolo S. Francesco, «fra noi» dice l’esimio antropologo di Firenze «il ballo non è più un’orgia 0 una rappresentazione fallica, ma di certo cammina spesso sulle frontiere del frutto proibito. La foglia famosa del fico dell’Eden non è tolta, ma è socchiusa, e molti amori legittimi ed illegittimi nascono fra il turbinio della danza». Con ragione teologi e moralisti di tutti i tempi e di tutti i luoghi lanciarono il loro anatema contro il ballo.

Nessuno forse però si espresse con più ingenua bonomia di un imperial professore di dritto, tedesco, Christof Besold, il quale dice:

«Nessun uomo pio deve lasciar andare al ballo sua moglie o sua figlia. Tu sei sicuro che esse non ti ritorneranno a casa cosi buone come quando vi sono andate. Esse desiderano o sono desiderate».

’O SFREGIO

Un’ altra usanza della società dell’umirtà, e che ebbe l’onore di essere discussa nel primo congresso di Antropologia criminale, è ’o sfregio, che vanta tra i suoi sinonimi tagliata ’e faccia e ’ntaccata ’e ’mpigna. Questo deturpamento permanente del viso si suddivide in sfregio d’ammore e di cumanno.

Per il modo come viene eseguito, dicesi a scippo, a sbarzo e a caca-faccia. Il primo si mette in pratica con pezzi di vetro 0 con rasoi affilati (taglienti), il secondo con rasoi seghettati (sgranati) ed il terzo, dopo raccolto lo sterco umano in un pezzo di carta, colla sinistra si tiene per i capelli la donna che si vuole sfregiare e colla destra le si passa sul viso quel poco piacevole profumo, accompagnando la manovra colle più oscene male parole.

Dal 1893 nella malavita si mette in pratica un’altra varietà di sfregio, ’o pisciancuollo, che, per il modo come viene eseguito, potrebbe benissimo sostituire ’o caca-faccia.

Eccone l’origine. Tra Eduardo P., detto ’o cecatiello, e Vincenzo S., conosciuto col nomignolo di sferralonga, giovani della più corrotta vita, esistevano rancori e gelosie per loro amorazzi con donne di lupanari. Il primo per mezzo di una di queste, Giuseppina Manfredonia, mandò a dire le più sozze villanie all’altro con profferta di dargli soddisfazione; e l’altro, a sua volta, nella sera seguente si recò dove era la prostituta del P., Assunta Peluso, e, dopo averla aspramente rimproverata, disse a due picciuotii: Tu, Giacumì, mantiene sta fetentona e tu ato, Papè, alzale 'a vesta. Ciò fatto, ’o cecatiello si sbottonò i calzoni e diresse uno getto di orina al basso ventre della Peluso ed inoltre la incaricò di dire al proprio amante che egli era a sua disposizione.

Pertanto P., il mattino del 4 dicembre 1894, si presentò ad S. e gli diede per la sera stessa l'appuntamento per un dìchiaramento alla piazza della Carità, dove incontratisi scambievolmente si ferirono.


Lo sfregio a scippo, che è quasi sempre lieve, si effettua dal camorrista non appena questi si accorge che la ragazza che forma il suo ideale non vuol corrispondere al suo amore. In questo caso la 'ritoccata ’e ’mpigna più considerarsi come l’anello matrimoniale; poiché, non appena la fanciulla vien deturpata, subito tra la famiglia dello sfregiatore e quella della sfregiata si agghiusta ’o interesse e se cumbina ’o matrimonio (1).

(1) Il calzolaio Stefano Natale, ventenne, da molto tempo faceva all'amore con la pettinatrice Maria Guida, giovanetta sui diciotto anni, di morale onestissima, la quale, credendo alle promesse del fidanzato, sperava in buona fede di divenire sua legittima moglie.

Natale però aveva tutt'altro in mente, e più volte investila buona Maria, tentando di farla accondiscendere alle sue brame licenziose; ma non riuscì mai nel suo intento.

Stanco di questa lotta infeconda ieri sera finalmente il Natale attese l’innamorata presso il vico Purgatorio ad Arco e, quandola vide passar sola, le andò incontro risolutamente e per l'ultima volta le propose di seguirlo sopra una certa casa in quei paraggi, dovendole comunicare cose importanti al loro matrimonio.

La Guida però lesse il tradimento negli occhi del giovane e si schermi recisamente, dicendo che l'avrebbe atteso a casa.

Visto così fallito l'ultimo suo tentativo, il Natale, spinto dall'ira e dal desiderio, senza indugiare, trasse di tasca un rasoio e vibrò un colpo alla povera Maria, sfregiandole la guancia sinistra.

«Lo sfregio si pratica anche contro le donne infedeli 0 semplicemente sospettate tali. Talvolta non ha altro scopo che quello di contrassegnare la donna del proprio cuore, perché qualche D. Giovanni di piazza,

Alle grida della ferita accorse molta gente, ma in due salti il Natale se la svignò, né potette essere raggiunto.

La Guida fa condotta e medicata agl'Incurabili (dal Mattino. 1314 agosto 1896).

Abbiamo saputo che il Natale, il giorno dopo, fece fare alla famiglia Guida regolare domanda per isposare la sfregiata Maria.

La modista Maria Milo è una giovanetta di 16 anni, figlia della famosa Antonia Can... Come i nostri lettori ricorderanno, nel 1893, alfe giornate d’agosto, mutino il popolo e se lo strascinò dietro a bruciare i tramways.

In quell'epoca la Can.... si guadagnò il soprannome di Ntuniella a terribile, soprannome che le è rimasto tuttora, più otto mesi di reclusione e mille lire di multa. Ma torniamo alla figlia.

Manetta è una avvenente fanciulla dai capelli castani e dai grandi occhi cilestrini. Due anni or sono, la ragazza si imbattette in un giovane muratore, certo Biagio Ron... e se ne innamorò.

Ma ben presto il Ron..., che non era muratore che di nome soltanto, cominciò a far parlare di sé, essendo un affiliato della mala vita, dove aveva il grado di picciuotto; e la ragazza, che aveva avuto sentore di ciò, e che si era accorta che lo innamorato era un disutilaccio, buono a niente, lo licenziò, non volendo più saperne di lui.

riconoscendola per la bella del camorrista, smetta qualsiasi velleità di corteggiarla.

Non è a dire se al picciuotto le parole della ragazza fossero dispiaciute, tanto più che, come tutti i.:uoi pari, che vivono sfruttando le povere donne, avea concepito dei progetti sulla Milo e sfacciatamente ne aveva fatto parola; ma la ragazza, onesta, ricusò e non volle più vedere il Ron...

Intanto costui, vedendosi sempre respinto da colei che un tempo era stata la sua innamorata, decise di vendicarsi — che diavolo non si è già picciuotto per niente! — ed attese il giorno per mettere in esecuzione la progettata vendetta.

Stamattina la Milo, verso le ore io, dovendo consegnare un cappello, si è recata al vico S. Maria la Neve n. 4, dalla signora Marianna Russo, dove si è trattenuta mezz’ora.

Sfortunatamente per lei, 1 ex innamorato stava spiandola e, come l’ha vista scendere, le si è lanciato contro nel portone e le ha domandato:

Pecché nun vuò fà cchiù pace?

—Perché debbo pensare a lavorare, ha risposto la ragazza.

Te si mise a ffà ammore!

—No!

—Ah! No? e nel dir ciò l’ha presa per la gola, e, tirando di tasca un rasoio, l'ha gittata a terra e l'ha ferita alla guancia.

E, non contento di ciò, le ha vibrato altri colpi, tagliuzzandole il mento, colpi che la poveretta ha potuto sviare in parte.

E, strano pervertimento morale, le donne subiscono lo sfregio con orgoglio, come una pruova sicura del forte amore di cui son l'oggetto, mostrandosi (fenomeno unico in donne volgari) più curanti dell’onore di appartenere ad un camorrista che della propria bellezza» (1).

Non mancano dei casi in cui anche alle donne maritate si taglia ’a ’mpigna; e ciò ha luogo quando esse, per conservarsi oneste, si rifiutano di soddisfare alle voglie dei prepotenti.

Eccone un esempio.

Un tal Pasquale Arpino, giovinastro dedicato alla mala vita, da diverso tempo voleva costringere alle sue voglie la giovane Concetta Passeggio, maritata ad un certo Peppino.

Fatta la bravura, il picciuotto è fuggito e, per fare un’altra smargiassata, incontrata una capera di nome Margherita, cummarella della povera Milo, le ha detto:

Curre d'a cummarella tota, pecchi l aggio tagliata 9a faccia.

La cummarella è stata lesta a correre al vico Neve, ed infatti, trovata la Milo sanguinante, insieme alla terribile sopraggiunta in quel mentre, l'hanno accompagnata all'ospedale dei Pellegrini, per le medicature. (Pungolo parlamentare 25 genn. 1896).

(1) Alongi. La camorra. Torino, Fratelli Bocca editori.


 La donna, onestissima, aveva sempre allontanato da sé l’Arpino, che, al ponte di Chiaia, incontratala nuovamente e non potendo ridurla a fare il piacer suo, impugnò un rasoio e la colpì per ben tre volte alla fronte ed alle guance.

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«La conquista della donna per via della violenza è una delle forme più antiche e più spontanee dell’amore.

L’uomo, quando non può avere l'amore per simpatia o non si cura di avere il consenso della compagna, rapisce e magari percuote e ferisce la femmina che vuol possedere. Anche oggi fra noi questo fatto si verifica come una rara eccezione, ed è considerato un delitto, mentre fra le tribù più basse può essere costume universale.

Al desiderio brutale, che non trova in alcuna legge morale un freno o un impedimento, s'associa poi anche l’odio per un’ altra tribù o un altro popolo, e la preda più ambita dai vincitori fu sempre l’amore delle donne dei vinti. In nessun altro caso forse Tubino può soddisfare in una volta sola due dei più prepotenti bisogni:

possedere una donna desiderata e umiliare col più crudele degli affronti l’orgoglio dell’uomo odiato (1).

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Nello sfregio a scippo la ferita è sempre unica; però, se la donna si rende di nuovo colpevole, allora nella seconda... edizione il camorrista le fa ’o x ('0 icchese), cioè il taglio a croce obliqua.

Fra 165 sfregiate 12 avevano ambedue le guance tagliate, 121 mostravano il deturpamento a destra e 32 a sinistra. Lo sfregio ad x non l’ho riscontrato che 7 volte soltanto (5 a destra e 2 a sinistra).

Il deturpamento nelle nostre esaminate in 150 casi fu fatto da uomini ed in 15 da donne. Degli uomini, che trovansi tutti iscritti nel libro nero della Questura, 96 sono classificati come sanguinari, 3 come falsari, 11 come ladri di scasso, 14 come ladri di destrezza, 2 come basajuoli, 16 come borsaiuoli e 12 altri non sono stati ancora classificati perché nello stesso tempo si dilettano a commettere reati contro la proprietà e le persone.

(1) Mantegazza, op. cit., pag. 209.

Delle 15 donne 10 sono note nel mondo della prostituzione, 2 sono distinte come spacciatrici di monete false e 3 appartengono a quelle... caritatevoli che dànno ’o turnesiello c’ ’o ’nteresse (usuraie).

Lo sfregio a sbarzo si esegue, come innanzi abbiamo detto, con rasoi sgranati. Colui che deve essere deturpato vien sottoposto prima al giudizio del tribunale, che giudica, come è noto, «non colla penna, ma col cuore e,colla matte».

Prima di emanare la inappellabile sentenza, la gran mamma invita il colpevole a difendersi; ma, se l’autodifesa non riesce a commuovere la corte, allora, dopo licenziato il condannabile e dietro proposta del contajuolo, si sceglie lo sfregiatore che deve essere, come dice un altro articolo del frieno (statuto della camorra), «di non conoscenza di chi deve essere ferito». La sentenza si deve eseguire nello spazio di tre giorni.

Lo sfregio a sbarzo non solo produce un deturpamento molto manifesto, ma spesso, per la recisione di vasi importanti, compromette la vita.

Prima di sfregiare una donna è necessario (il che non succede per gli uomini) che precedentemente segua nu raggiunamento minaccia, che servirà ad essa come un preavviso.

Il seguente brano di dialogo chiarisce questo nostro asserto.

Totore — Siente, pozz’essere privo d' 'a libbertà, ca sì n”a fernisce ’e guardà a cchillo nacchennella te ’ntacco ’a ’mpigna!...

Carmela — Sfatte zitto, non fa ’aucellone!

Totore — Pe’ regula toia Totore Bellidea non ha fatto maie ’aucellone e né s’ha fatto passà maie ’a mosca p’ ’o naso.

Carmela — l' te cunosco... e ssaccio pure ca tutte cose te mucche... tu nun i’ sta a ssentì ’a gente pecché i’ a ttal’e quale perzune ’e ccarcole pe chello che vanno... ’ncopp’ ’o cunto mio ncè poco a dicere e tu ’o primmo t’he’ a lavà a vocca co ’e sciure quanno annuommene ’a figlia e Rosa a cravunara... ’A razza mia se cunosce!

Totore (con ironia) — Ne sò perzuaso, mammeta era na... santa.

Carmela — L’i a dicere forte.

Totore — Ietteche e pazze veneno d’’a razza!

Carmela (con canzonatura):

Fronti' e lambazza mia, fronn'e lambazza.

Qua iuorno e chiste o vero facci' 'a pazza!

Totore (allontanandosi;:

Fronn’e limone mia, fronn’e limone.

Te ntacco a faccia e doppo t’abbandono!

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* *

«Ma non è da credere, dice Gaetano Amalfi (1), che lo sfregio abbia data recente, e che si sia ricorso sempre, come ora, ai rasoi, gnernò! Per non diffondermi sull’argomento, accenno solo che Luciano, nel Nigrino, ricorda quei filosofi, che adusano i giovani a fatiche e a tormenti, e «chi li consiglia a legarsi, chi a flagellarsi, e i più graziosi li consigliano a sfregiarsi con un ferro la faccia,» secondo l’elegante traduzione del Settembrini (I, p. 105). Nel dialoghetto poi fra Apollo e Mercurio, questi insegna che Polluce «porta sul volto le margini delle ferite avute dagli avversari nel pugilato, e massime di quei colpi che gli diede Bebrico Amico, quando navigavan con Giasone: l’altro [Castore] non ha segno alcuno, ed è liscio di volto e senza sfregio» (0. c. p. 265). Marziale (lib. IlI, ep. 13) rimprovera un marito d’aver tagliato il naso al ganzo di sua moglie (cfr. Domenichi, Facezie etc. Venezia 1571 pp. 14-51).

(1) Amalfi Gaetano — La culla, il talamo e la tomba. Pompei 1892.

Vi accenna anche Valerio Massimo in un brano, che il cardinale Seripando ricordava all’amico, storico Camillo Porzio, quando gli toccò quel terribile sfregio per cui fu in pericolo di perdere il naso; e, secondo il Minieri-Riccio, forse per causa di donne. È risaputo che così i cammorristi spesso compiono le loro vendette. Anche nella Tiorba a Taccone dello Sgruttendio (IV, 10) vi è un sonetto. A bella facce tagliata:

Chi t'hà tanta bellezza stroppiata?

Che mah punto haviste de fortuna?

E che sferra mmardetta fù chell'una,

Che t’ha ssa facce, Meneca, sfresata?

Ma non ne stare niente addolorata,

Pecché bruttezza non te dà nesciuna;

Pe te la dire bello, ssa sgarrata

Pare na foggia de na meza luna.

Ma si ssa facce è n'huorto de Signore,

Sso singo mmiezo, cossi fatto ad arte,

Pare no surco de no zappatore.

Ma si fu gelosia da l'anta parte,

Ca essenno mamma de lo Dio d'Ammore,

Chessa martino te l'ha fatta Marte.

A tale sfregio (mierco) allude pure un canto popolare:

Nu' t'aggio fatto quacche mierconfronte,

Manco f aggio levato quacche amante.

 

*

* *

In tempi non molto lontani, invece di ricorrere al rasojo, si affilava, da un lato, un pezzo da cinque grana e, chiuso nel pugno, diventava un’arma insidiosa e di sorpresa.

Pure in Donna Grazia, la prima delle Novelle napoletane di Marco Monnier, si nota che, mancando una fanciulla alla parola data, rischiava di ricevere qualche sera uno sfregio nel bel mezzo della faccia.

Comunque, la maggior parte delle donne del popolo hanno qualcuna di queste cicatrici sul viso; e quelle che ne son prive vuol dire che, per lo più, 0 non sono state mai belle, 0 non hanno mai suscitato passioni incomposte, 0 gelosia. La cicatrice è un brutto sfregio, specialmente per una morbida guancia; ma ordinariamente le donne ne superbiscono e le ostentano, non altrimenti di un soldato, che si gloria d’una cicatrice riportata sul campo. Ambedue sono campi di battaglia; e se quello dell’amore è più soave e meno pericoloso, certo richiede maggiore avvedutezza e non minore stratagemma. »

IL CANTO A FIGLIOLA

I cantanti a figliola o a fronn’ ’e limone appartengono alla gran massa dei monelli che pullulano in questa città e vengono chiamati guagliune ’e mala-vita, scugnizze o palatine (1). Sono figli di pregiudicati e di male femmine nati in quelle catapecchie che ancora formano il luridume di questa città.

Parecchi di essi iniziano la carriera della loro vita col fare gli accattoncelli e vengono dai loro genitori fìttati a delle donnacce, che, non potendo più far mercato delle loro carni, si sdraiano per terra ed, atteggiando il viso a sofferenza, emettono di tanto in tanto dei lamenti, ai quali fanno eco quelli di due o tre bambini che quelle sterili donne spacciano per propri figliuoli. Sono, per chi noi sappia, dei gemiti procurati che quelle creaturine emettono per le continue punzecchiature che ricevono da quelle inabili Messaline a scopo di attirare su di esse l’attenzione dei passanti e ricevere quell’obolo che non allevia la miseria, ma che spinge all’oziosità.

(1) Anticamente venivano chiamati tammurre o razze.

All’età di cinque o sei anni questi piccoli mascalzoni, privi dell’affetto della famiglia, incominciano a vivere la vita col farvisi alle calcagna e chiedervi o il soldo o il mozzicone del sigaro. I loro alberghi, d’inverno, sono le stalle e, di estate, alla lurida paglia preferiscono i lastricati della Stazione e di S. Francesco di Paola, dove saporitamente dormono sognando, forse, le gesta di Linardo (Rinaldo) e dei Palatine ’e Francia.

A sette anni già possono per le loro tendenze dividersi in due gruppi, cioè in quelli che si avviano pel latrocinio, e sono i più menzogneri ed i più astuti, ed in quelli che preferiscono l’assassinio e dànno, fin da quest’età, pruova d’essere irascibili, prepotenti ed insensibili al dolore.

Questi ultimi sono quelli che dalla piccionaia del teatro S. Ferdinando s’imbestialiscono e gridano involontariamente se nel «Sangue di Camorrista» la zumpata non è bene imitata e se al teatro della Stella Cerere il pupo Linardo non uccide con una spadata treciente perzune!

Ad otto anni già cominciano a fare la conoscenza colle guardie di P. S. ed i palchetti dell’archivio dell’ex palazzo delle Finanze si arricchiscono delle loro cartelle biografiche.

A dieci anni già la fanno da coristi nel canto a figliola, e, se qualcuno si distingue nel saper fare prupusezione 0 ire p’autore (sapere a memoria le più belle storie), allora, dietro parere dei più anziani della cummetiva, viene '0 guaglione dichiarato cantatore. Questi de Lucia, che la mala vita ne conta parecchi, si dividono in due schiere 0 frazioni: una che si dice de lo sciore e l'altra de le balanze. Appartengono alla prima lu monte 0 la sgarrupazione (rione della Sanità), lì sferre vecchie d’’o Sandrone (conceria e ponte della Maddalena), li frascaiuole (Infrascata 0 Salvator Rosa), S. Giuanniello 0 pelliccione (S. Giovanni e Paolo), ’a marina d’’e llimone (la strada marina tra il Carmine e la Porta di Massa). Costituiscono l’altra ’o bucero ’e S. Antuono Abate (Borgo S. Antonio Abate, ’a villa d”e gran signure (villa Nazionale a Chiaia), ’e quartiere (cioè gli abitanti delle strade e dei vicoli sopra Toledo), S. Michele, S. Dummineco, S. Gaitano (quelli che dimorano nelle indicate località). E forse, dice il Capasso, le insegne e le bandiere che i popolani recano al clamoroso pellegrinaggio di Montevergine sono allusive a queste divisioni. Gennarino ’o ferraro, Pascale ’o zelluso, Rummineco core ’e fata, Totore ’o bizzuoco, Ciccillo ’o cantiniere, Petruccio d’o Bavero e Bicienzo ’o cafone sono i migliori baritoni e tenori della bella società rifurmata.

Siccome ciascuna frazione si vanta di essere, per i cantanti, superiore all’altra, così spesso fra i componenti di esse avvengono delle sfide; ed il lettore ricorderà lo sparatorio avvenuto al vico Barrette e la cumprumissione dei due cantanti Salvatore B. detto Tortilo ’o sapunaro ed Alberto C., come anche non avrà dimenticato la sfida pel canto a figliola avvenuta presso il camposanto di Crispano, dove Vincenzo Esposito si ebbe da Michele Crispino una tremenda coltellata.

Ma sfide di maggiore importanza avvengono, ogni anno, a Nola, al ritorno delle carrozze da Montevergine, dove cantanti p’auture emettono le loro grida in onore di Mamma Schiavona (S.a M.a di Montevergine) e di S. Guglielmo.

*

* *


Per fare cosa grata ai nostri lettori riporto dalla cronaca del giornale Roma (25 maggio 1896) il seguente brano che riguarda Montevergine. «Che cosa sia questa festa per i napoletani basterà ricordare come, nei tempi andati, una delle condizioni principali che la giovinetta popolana faceva accludere nel suo contratto di nozze era quella che lo sposo si imponesse l'obbligo di condurla, ogni anno, a Montevergine al pellegrinaggio della Mamma Schiavona. Ma se ora i tempi son mutati, a Montevergine si va lo stesso.

Che importano le carestie, le guerre e tutti i mali che possono colpire questo mondo?

Il viaggio faticoso, la spesa del viaggio, i debiti che si contraggono, son tutte cose che spariscono innanzi alla consuetudine divenuta necessità. È una specie di sentimentalismo superstizioso, una nota caratteristica d’un popolo poeta, d’un popolo a cui non bastano canzoni per lasciare intendere tutto quello che pensa e che sente. E poveri ed agiati, sia in carrozza, sia a cavallo, sia a piedi, tutti si avviano lo stesso alla volta del monte famoso che tanti sovrani e tante generazioni visitarono.

Il pellegrinaggio, lungo, interminabile, sale da Mercogliano al tempio, per quattro lunghissime miglia.

Chi a piedi, chi in lettiga, chi scalzo addirittura, a seconda la forza... dei quattrini... tutti si avviano per la sospirata Muntagna fresca.

Ma, lasciando immaginare tuttociò che altra volta si è detto intorno a questa festa, nei suoi più minuti particolari, ieri volemmo fermarci a Nola, ove i pellegrini fecero la sosta consuetudinaria di Pasca rasata.

Poco dopo il mezzodì il tempo cominciò a mostrarsi minaccioso, e molti credettero che la pioggia desse il battesimo del malaugurio alla festa.

Ma le nubi si diradarono a poco a poco, ed il più bel sole di maggio fissò il suo sorriso sulla città brulicante di maeste e di cape nenne. Come si potrebbe intanto definire la Nola di ieri? Una immensa trattoria!

In piazza del Duomo, sulla balconata d’un primo piano, a destra eravi una tabella su cui leggevasi:

ISTITUTO VANVITELLI

SCUOLE ELEMENTARI

PREPARAZIONE

ALLA LICENZA TECNICA

Ebbene, in quell’istituto ieri, altro che licenza tecnica; non si preparavano che vermicelli, polli e litri di vino, mentre una brigata di amici aspettava voluttuosamente sdraiata alla tavola. Ma perché parlare dell’istituto Vanvitelli? Abbiamo detto che ieri Nola fu una immensa trattoria. Con ciò s’intende che osterie erano le case, osterie i cortili, osterie i vicoli, un baccanale così straordinariamente pittoresco, così vario, così ricco, così pieno di movimenti che nessun pennello potrebbe renderlo e farlo riconoscere.

Nella piazza innanzi detta erano rappresentati tutti i venditori, fra i quali troneggiavano tre acquaiole della più bell’acqua. Poi figurai, tamburai, venditori di telline, vongole e cannolicchi, venditori di castagne, di zoccoli gialli e rossi, di canestrini, di antrite, di nacchere, di pertiche, le immancabili bancarelle col torrone, e poi sorbettai, trunare, caffettieri, infine tutto un caleidoscopio, qualche cosa di simile alla scena delle nazioni nell'Excelsior. Ma ecco un simpatico giovanotto, vestito da cuoco, da un balcone al terzo piano incomincia, con voce da tenorino, il suo canto a figliola, rivolgendosi alla prima acquaiola a destra.

Questa, nella sua modesta camicetta di candida battista, fissa, lo sguardo al cuoco sorridente e dalla sua banca gli ricambia la strofa terminando col dire:

Faciteme ’a dota ca so' zetella

muntagna fresca

Ma l’assalto alle vivande volge alla fine. Dai balconi incominciano a sventolare le bandiere della festa. I cantatori, scamiciati e sbottonati pel caldo e pel vino bevuto, si affacciano e cominciano le ore del chilo, invitando alle risposte. Da un balcone di via Giordano Bruno Giuvanne d”a Marina accenna col canto a figliole ad un fatto avvenuto a Fuorigrotta. Chi lo capisce meglio è ’o Scugnatiello, che, quantunque anziano, gode sempre lo stesso diminutivo vezzeggiativo. Giuvanne d’’a Marina dice:

Tanti era ancora guaglione

e steva dint’’o spurtone

e vuie ireve già

cantatore sistimato.

’O Scugnatiello risponde dalla via:

Senz’offesa toja e d’è perzone

che stanno fora a stu barcone

io saluto primm' 'e bandiere

che song' minore d’ 'a plebba

E damma esempio a sti signure

ca stammo 'nzieme pe gudè sta festa

senza fa mai pe' niente...

E il coro:

'A quistionaaa!

In via Flora un altro cantatore da una terrazza invoca la protezione ’e Salvatore ’o nepote ’e Ngiulillo, che con un gesto fa intendere di essere seccato e di non volere rispondere.

All’angolo del vico Duomo Pascale ’e Furcella si annunzia togliendosi il cappello, e da un balcone l’amico princepale si sberretta con sussiego, rigirando da un angolo all’altro della bocca un mozzicone di sigaro, che gli manda il fumo negli occhi.

Un po’ più in là del Duomo, una famiglia di cenciosi, dimentica della sua vera miseria, acquista un tamburo a sonagli e balla la tarantella tra le più matte risate degli astanti.

Il più giovane balla con una vecchia e così bene ed a rigore di tempo sono date quelle spinte che tutti applaudiscono, ma dai balconi lo scalzo ballerino riceve una vera pioggia di rafani che alcune maeste gli lanciano, ridendo sgangheratamente.

Ma il ballerino piglia lui il tamburo per dare il turno all’altro, che lo ha già suonato fin troppo.

Bella be' si mo tenesse

o cavallo int' 'a rimessa

Ma non appena è finito il secondo verso, un colpo dato più forte squarcia la pelle del tamburo. Il cantante resta per un momento come istupidito alla inaspettata catastrofe.

Puveriello! steva ienno accussì bello! — E gli astanti, un soldo ciascuno, gli fanno una lira per acquistare un nuovo tamburo.

*

* *

Passando oltre tornammo un’altra volta in piazza del Duomo.

Quest’anno è stata introdotta una novità: dai balconi si suonavano e si cantavano le più recenti canzonette popolari.

Da un balcone a sinistra della piazza, quel tale Abate, che cantò alla festa del Carmine, eseguì Tiempe felice, ’E ccurvine, ’A voce e Primmavera, ed altre canzoni fra cui quella di Monte vergine.

La folla applaudì freneticamente. Uno dei pellegrini ch’era sullo stesso balcone se ne andava in sollucchero ed incitava la gente ad applaudire dicendo: Avimmo ragione o no?

E dalla folla:

’A penna de’ cantature belle!

Ma le donne, le nostre popolane formavano un quadro, il più bello che si possa immaginare.

Che profusione di perle, di oro, di diamanti, che toilettes sfarzose. Ma per la sovrabbondanza delle camicette bianche e dei sottabiti dai colori strillanti tutte quelle appetitose maeste e maestelle, se si fossero disposte in Ala sarebbero parse, ad una certa distanza, altrettanti parroci processionanti in cotta e stola.

E gli uomini tutti infiorati, le dita inanellate e un ramoscello al cappello. Una Pasqua delle rose tutta profumo, tutta canto e tutta poesia. Anche alcuni biciclisti si son recati quest’anno per la prima volta a Montevergine, ed al ritorno ornarono di rose e di arbusti le ruote delle loro biciclette.

Iersera poi seguitarono i canti, le sfide e le sbornie, chiuse in ultimo dallo sparo dei fuochi artificiali senza alcun deplorevole incidente.

Oggi i pellegrini fanno dunque ritorno in Napoli, e l'ultima retenata famosa avrà luogo al Ponte della Maddalena con grande giubilo del popolino e pochissima soddisfazione delle guardie, le quali sanno quanto sieno ostinati quei cavalli».

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* *

Finite le lodi alla Vergine, i nostri cantanti, anche cantando, s’incominciano ad offendere ed alle prupusezione sacre sostituiscono le pornografiche, ed a queste tengono dietro le revolverate, e cosi la scenata finisce coll’inviare chi al carcere e chi all’ospedale.

Salvo eccezione, le note del canto a figliola si emettono sempre di notte: se i cantanti son due, uno canto e l’altro si limita all’accompagnamento con un ah... oh... a... o..., che tiene qualche cosa del gracidare dei ranocchi e dei corvi; se invece son più, allora dicesi chiorma ed in questo secondo caso la massa fa il coro e i due più provetti cantano a botta e a risposta, ed è nelle prupusezione di questo canto che il malvivente dipinge il suo amore, la sua gioia ed il suo sdegno.

Hanno queste note tal magia nell’animo delle nostre popolane, che, anche nelle ore più inoltrate della notte, lasciano le coltri e si fanno o alle finestre o alla soglia della porta per non perdere nessuna di quelle note, nelle quali il cantante, con facoltà tutta propria, passa dall’amabile scherzo allo slancio delle passioni.

Percorrendo la storia dei vari paesi, si troverà che tutti i popoli hanno i loro canti popolari e più degli altri i meno inciviliti.

Noi non ci siamo preso briga di andare in cerca dell’origine del canto a figliola; ma pare che queste note fossero state lasciate in eredità alla bella società rifurmata dagli Spagnuoli, che, a loro volta, ne ebbero contezza nel Brasile. Uno scrittore del XVI secolo ci ha lasciato scritto che quei popoli antichi avevano una canzone le cui parole, mentre le note che la componevano vestivano un’ aria di malinconia e di mollezza, erano orribili e crudeli ed in fine un coro rispondeva con un rozzo e rauco he... hua... lie... hua... hu... ha...

Se ai nostri lettori venisse il ticchio di prendere qualche appunto sul canto a figliola, non avrebbe che a recarsi di notte ad uno dei seguenti indirizzi:

piazza Francese, Cape della Vicaria, vicolo Panettieri, vico Paparelle e vicolo Lungo S. Francesco a Porta Capuana, dove da anni ed anni vi alligna la bassa prostituzione.

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* *

A completare il canto della mala vita aggiungo queste altre notizie che tolgo da uno spigliato articolo di Ferdinando Russo I canti della camorra (1).

«Nell’alto silenzio delle notti estive o autunnali chi si trova à passare pei tristi quartieri bassi della città è colpito da una, quasi direi, paurosa emozione nell’udire, a un tratto, svoltando un vicoletto nero e fangoso, una nenia lontana che si va a poco a poco avvicinando e che diventa subito una cantata a squarciagola.

E quando la cantata finisce in una nota tenuta che si va smorzando rocamente, e quando al solitario e circospetto passeggiero par ritornato il silenzio che gli fa udire soltanto l’eco dei suoi passi, ecco sorgere un’altra sgradevole voce dal punto opposto a quella onde era la prima partita.

(1) Le varietà, anno V n. 221.

Ugualmente lugubri, ugualmente sguaiate, ugualmente sconnesse, queste caratteristiche nenie si seguono da lontano all’infinito; sono l’invito e la risposta della canzone a figliole, invito e risposta di due rocchie di malandrini che si comunicano così i loro affanni di cuore e le loro opinioni, o si dànno l’appuntamento per una losca bisogna.

Quando è per questo, le nenie sono il più delle. volte in gergo.

Non di rado accade che il canto è spezzato a un tratto da un fischio salterellante ed acuto: allora tutto ritorna come d’incanto nel silenzio.

Vuol dire che si avvicina la squadra volante della Questura, che certo, se circondasse e perquisisse i disturbatori, li troverebbe armati di rivoltelle o di lunghe sfarziglie o di affilati rasoi, e li condurrebbe a passare il resto della notte in guardina.

Il fischio d’avviso è assai eloquente: si adatta su una frase che è ora di uso comune anche fra quei napoletani pei quali la camorra è allo stato di lontana leggenda.

Tutti sanno che quel fischio corrisponde alle parole Oi nè, trasetenne ca chiove, e comunemente questo sibilo è denominato ’o fisco d’’e mariuole ’e notte.

Pure le guardie di P. S. lo sanno, ma quando la nenna, cioè la comitiva, ha avuto avviso che se ne deve entrare in casa (trasetenne) perché piove, perché cioè le guardie si avvicinano, i cantori si sbaragliano, dileguano nel buio, e non è più possibile agguantarli. Quante volte, a notte, nei vicoli sinistri del Pendino o del Mercato, non mi son trovato di fronte a rocchie di cantatori, intrecciati gli uni agli altri per le braccia strette dalle mani ai polsi, alternativamente, dietro la schiena o sulle spalle. Al mio apparire nel bujo, han d’un tratto cessato il canto sospettando di trovarsi di fronte a nu prubbechella (leggi agente di P. S.). Ma il mio contegno li ha ben presto rassicurati.

Giuvinò, bonasera! ho detto loro seguitando la via, rasente il muro.

Talvolta mi han risposto tranquillamente ricambiando il saluto, tal altra non han risposto affatto, tal altra ancora — devo dirlo? — mi han lanciato dietro una imprecazione.

Ed io, zitto come un olio, col pensiero fisso di scantonare al più presto. Non facciamo gradassate e diciamo la verità!

Quel canto, come ho detto, serve loro per tutto, mirabilmente.

Non è molto tempo che, in barba alla pubblica sicurezza e alle sentinelle, i cantatori picciuotti e camorristi comunicavano coi loro compagni carcerati cantando nei pressi delle prigioni, dietro il vico Lungo San Francesco a Porta Capuana e all’Imbrecciata, il quartier generale delle femmine vili, dei lenoni, delle usuraie, dei mantenuti, di tutta, insomma, la torva genia del vizio. Cantavano, cantavano, dopo aver fatto il fischio di richiamo che annunziava ai detenuti la presenza degli amici nella via.

Quelli si arrampicavano, per udir meglio, ai cancelli e, non di rado, eludendo la sorveglianza dei custodi, rispondevano all’interno, con lo stesso fischio per far sapere ai compagni che erano tutto orecchi. E il canto cominciava, misterioso per chi lo ascoltava, ma chiarissimo per l’individuo cui era diretto:

Auciello ’ngaiola

Stolte a sentì chesta bella canzone

fronn’ 'e limone!...

L’’auciello ’ngaiola, cioè l’uccello in gabbia, era il detenuto, che con quella prima strofa veniva messo sull’avviso.

E il cantatore seguitava informandolo, per esempio, con quest’altra strofa sul modo di regolarsi innanzi al giudice nell’interrogatorio:

Auciello auciello!...

Attiento quanne vene o cacciatore!...

Chillo te vò sparà dinto a na scella!

Il cacciatore è il giudice!

Attento a non farti trar di bocca cose che possono comprometterti peggio! Nun te fa sparà dinto ’a scella!

E quest’altra:

Aggio saputo ca dimane chiove,

Ca vene na tempesta a lampe e tuone!...

Trasitevenne ca facite buone!...

È uno degli avvisi che si dà al detenuto: Domani sarai condotto innanzi al Tribunale; vi sono contro te molti testimoni; il processo si mette male, sta saldo!... Usa prudenza!

E il canto sibillino seguita, seguita; e intorno alla rocchia dei cantatori si ferma la gente, a bocca aperta, accorrono le donne, le vecchie, i fanciulli.

E il camorrista 0 il picciuotto o il giovinotto annurato, che ha interesse di comunicare col compagno carcerato, seguita con tutta la forza dei suoi polmoni:

Fronn' ’e limone...

'A siè Giustina tene 'o grasso o core,

se vo' fa nu viaggio a fora o mare...

’A siè Giustina, cioè la Giustizia, pare voglia destinare il detenuto a domicilio coatto. Se vo' fa nu maggio ’a fora ’o mare!...

Fronn' 'e vurraccia.

Pover'auciello, a libbertà non ghiesce

L'hanno menato na brutta menaccia!

I canti si succedevano, si moltiplicavano, s’intrecciavano.

Trionfava il simbolismo e detenuti e camorristi facevano il loro comodo.

Poi la cosa si seppe, ed ora, quando la sentinella ode un canto a figliole nelle vicinanze del carcere, dà immediatamente lo allarme: accorre il picchetto armato, e si impadronisce del cantore.

Nondimeno, sono ostinati. È proibito di cantare? Ebbene comunicheremo lo stesso. Ed hanno subito organizzato un’altra specie di... telegrafo vocale col fischio a questo modo. Passa con le mani in tasca, dopo un poderoso fischio di richiamo sotto le prigioni, un povero diavolo che ha tutta l'aria di un lavoratore che è sulla via di casa sua. Passa, pianamente, fischiettando il ritornello di una canzone in voga, poi da quella, dopo una pausa, attacca un’ altra canzone, poi il ritornello di una terza. Sono motivi noti di passate Piedigrotte, di canzoni popolari, come ’a Fruttaiola, ’a Capa femmina, Funiculì, a Marechiare... Chi andrà mai a supporre che quell’individuo se la intende coi detenuti? Ebbene, si. Ogni ritornello ha un significato speciale. Il carcerato ascolta attentamente, e fa il fatto suo.

Seppi questo da un bell’avanzo di galera, un antico affiliato alla mala vita, che ora va sonando il pianino per la città, e che insiste e si ostina a chiamarmi cavaliere.

Spesso, sapendo dove incontrarlo, lo abbordo; gli dò un paio di sigari e lo faccio parlare. Preziosissima fonte.

Loro non ce fanno cantà cchiu? E nuie siscammo.

Avimmo fatto nu cumbinato cu ’o mutive d' 'e canzone 'e Piererotta. Io, cavaliè, si dimane

vaco carcerato e sento 'o mutivo d' 'a Retirata sotto 'e cancelle, saccio che vo' di!

Overo? E che vo di, neh Pasca!?

Cavaliè! Embè!... Scusate I'v’ ’o ddico a vuie, po’... m’ ’o scordo io!

E non c’è stato verso di saperne di più. »

*

* *


La figura che vedesi nella pagina precedente riproduce fedelmente la posa speciale che prendono i nostri cantanti, e le seguenti prupusezione a botta e risposta, che, con una cert’aria di compiacenza e di surisfazione, mi furono, giorni or sono, regalate da un picciuotto di sezione Vicaria, oggi le ridono ai nostri lettori.

Fronti e limone.

Che piatà me fa stu guaglione:

’o vanno privo da libertà.

o... o... o... oh...

Maronita mia.

O mese che trase n’ ho veco venì,

che aggio asci da carcerate.

o... o... o... oh...

’Nzalata riccia.

Levatoio da capo chisto capriccio,

Quotino primo veco a libertà.

o... o... o... oh...

Scorze 'e maruzza.

Fallo pe quattno bene l'aggio voluto.

M’ hai abbandunato carceralo,

o... o... o... oh...

Bell''e Totore.

Dinto a sacca s'hanno pigliato o muccaturo.

Mo ’o fanno privo da libertà.

o... o... o... oh...

Arena arena.

Tu n' 'o cirche e i’ t'ho faccio stu piacere.

Vurria avi o purtafoglio 'e Schilizze pe n'ora mmano.

o... o... o... oh...

Si ddonna 'e coppa.

Se te trovo ’ncopp’ o rivane te dò a morte.

E i’ faccio o zicchinetto a mmano a mmano.

o... o... o... oh...

Songo e Pazzigne.

Nu nnamurato lascio e n'ate piglio.

E o core mio se sente suffucà.

o... o... o... oh...

Ammore mio.

Pe tico non è frennuto.

Scostate se tiene brutto sentimento.

o... o... o... oh...

Bell'e Totore.

M'è purtato a mmano a mmano d' 'o Quistore.

E tte scarno da tutte e guaje.

o... o... o... oh...

LE PARANZE

Le paranze sono delle combriccole formate almeno di tre pregiudicati, che sotto pretesto di giovare traggono invece in inganno i poveri forestieri.

In tempi non molto vicini la camorra (1) contava 11 paranze, delle quali 2 spettavano alla sezione delle sciammerie (alta camorra), 2 alle giacchette (bassa camorra) e 7 a quella delle ’mbroglie (infima camorra).

(1) Nella prammatica XVI. tit. De Aleatoribus, in data 13 settembre 1735, le case da gioco a dadi furono ridotte alle seguenti: Porta Capuana, Porta S. Gennaro, S. Lorenzo, la Sevuscella, la Carità, Camorra avanti Palazzo, Porto e Mercato.

Forse dai frequentatori della casa detta Camorra e dalle estorsioni che ivi si commettevano si formò la trista associazione di malfattori e di prepotenti di cui ci occupiamo.

Di frequente si dice che camorra sia parola spagnuola: è un errore.

Camorra indica una veste donnesca antica che scendeva fino ai piedi: forse corrisponde all’italiana gamurra, nello spagnuolo detta ropa, zimarra.

La sezione delle sciammerie era formata di giovani nobili ma nullatenenti, ai quali l'umirtà faceva, a proprie spese, spiegare del lusso; purché spiassero l’andamento di questo 0 di quel tale ricco e stessero in relazione con gente di Corte affine di ottenere, in circostanze speciali, attenuazione di pena e talvolta anche l’impunità di quelli che facevano parte della società rifurmata e che cadevano nelle mani della Giustizia.

L’italiano gamurrino nello spagnuolo si chiama basquina o vasquina. Da noi oggi comunemente si dice baschina, conservandosi cosi la vera pronunzia spagnuola.

Vedi Cortese La Vajasseide, Can. III, ott. 13 — La Rosa, atto II scena ultima.

Il nostro de Ritis nel suo Vocabolario scriveva che Camorra era un tessuto prezioso. È vero che in italiano si legge «gamurra... forse è anche il panno col quale si soleva fare la gamurra»,ma. panno non è tessuto prezioso. Inoltre il passo di Notar Giacomo, citato dal de Ritis, dice precisamente il contrario: «In labara era una coltre di broccato: et ipsa era vestita de una camorra de broccato bianco con un circhio de oro in testa. »

Dunque la parola camorra indica la veste, non già la stoffe.

Altrettanto si legge nel Basile, Pentam, tratt. io «... le facettero vedere camorre de lo spagnuolo.» Dunque camorra, assolutamente detto, non è un tessuto prezioso, come scrisse il de Ritis, ma è una specie di veste. (Queste notizie mi, furono gentilmente comunicate dal Comm. Roberto Guiscardi, barone di Stigliano).

Erano i sciammerianti che si occupavano di far falsificare i passaporti, i congedi dell'armata, le fedi di credito del banco, i diplomi professionali e i testamenti.

Le giacchette abbracciavano non solo la grande caterva dei falsificatori di monete e di oggetti d’oro, ma i contrabbandieri terrestri e marini, distinguendo in questi i masti del carico e dello sgkiffo ed in quelli i tira-fora e i salvamenti.

La terza sezione finalmente era formata: a) dei rucche-rucche, cioè dei mezzani di matrimonii, che ricevevano il tanto per cento sulla dote; b) dei lecco-ricotta, di quelli cioè che facevano mercato delle prostitute; c) delle volpe, quelli cioè che facevano giuochi di destrezza, come quello delle tre carte, della tombola etc.; d) d’o juoco piccolo; e) dei nummari o dell’assistito; f) dei ratti (ladri); g) dei celanti, cioè ricettatori della cosa furtiva; h) e quelli della doppia faccia o dell’oro forno.

La paranza dell’oro fauzo, che ancora si aggira per le varie stazioni ferroviarie e per l’Immacolatella, riesce a farvi acquistare oggetti di ottone dopo avervi fatto osservare quelli d’oro.

La paranza dei nummari, che è la più importante, si divide oggi in quattro chiavi (categorie), che prendono nome dai loro comandanti, quali sono D. Rusario ’o cafettiere, D. Giuanne ’o uallo, D. Ferdinanno ’o guliuso e D. Carmeniello ’e S. Dummineco. Questi quattro tipi di. gentiluomini, che spesso vestono da preti 0 da frati, son noti non solo all’ispettore di P. S. della seconda divisione, ma eziandio a diversi giudici de’ nostri tribunali. Il capo-paranza, ogni mattina, accompagnato dai suoi adepti, s’imbarca (cioè esce per la città) e, quando s’imbatte in qualche mierlo (provinciale), dice ai picuozzi (compagni): Uuocchie apierte e rrecchie tese (cioè fate attenzione a ciò che succede); ed accostatosi al forestiere gli dice: Di grazia mi sapreste, se non vi dispiace, indicar la via che conduce a quella tale chiesa?

Non posso servirvi, dice l’altro, perché io non sono di Napoli.

Ed è per questo eh' ero venuto da voi; perché noi altri forestieri siamo burlati dai napoletani. Una volta, sentite che mi successe, io domandai ad un calzolaio, che aveva tutta l'apparenza di un uomo serio: Dove é il Corso Vittorio Emanuele, che, come ben sapete, è alla parte superiore di Napoli.

Invece mi diresse, quel lazzarone, a basso Porto. Del resto scusate la mia impertinenza e comandatemi.

Niente affatto, son dolente soltanto di non avervi potuto rendere un piccolo servizio.

Allontanatosi il capo-paranza, un altro della cummitiva si avvicina al forestiere e gli dice: Scusate, vuie cunuscite a chili’ ommo ì

Io no! e perché?

Pecché? Vuie avite da sapè ca chillo mio signore, vulenno, ve putarria fa cagna ’e punizione (fortuna). Chillo, niente ’e meno, è nu prevete spagliato che pe ordine d'’o Cardinale nuoste, requia all’anema soia, nu’ pò dicere cchiù messa pecché se la fa cu nu munaciello (folletto). Anze ’a semmana (settimana) passata a nu solachianiello le facette piglia alla bonafficiata (lotto) ’ncopppa a cciente rucate. Pirciò se ’a cumbinazione ve lo fa ’ncuntrà n'ata vota, sapitevillo fa amico.

Parte. Il provinciale resta fuori di sé, vorrebbe rivedere il prete spogliato, ma dove trovarlo? Mentre nell’interno suo così ragiona, ecco che lo spiritista ritorna sui suoi passi.

Eccolo, dice tutto contento ’o mierlo; poi corre dal voluto prete e gli bacia ripetutamente le mani.

Perché mi avete baciato le mani? dice il finto ministro di Cristo.

Vi ho baciato le mani perché voi siete un sacerdote e, se non vi dispiace, mi dovete dare i numeri.

Ma che numeri e numeri: io non sono Spirito Santo che indovino le cose.

Allora il forestiere ripete al creduto sacerdote tutto ciò che gli fu detto da quell’altro birbaccione, ricordandogli anche il fatto del ciabattino.

A tanta pruova il prete non sa come negarsi e, dopo aver fatto fare al credulone formale giuramento di non dire a nessuno i numeri che riceverà, conduce il forestiere in una chiesa e gli dice: Qual somma volete vincere?

Caro padre, in questi tempi così difficili la moneta non è mai superflua tanto più che già ho una ragazza da marito, alla quale bisogna fare la dote.

E il denaro per giocare l'avete?

Io doveva fare, prima di partire, altre spesucce; ma ora penso bene a giocare i numeri che mi darete.

Il capo-paranza allora mostra al povero forestiere una figura dove si vedono dipinte le anime del Purgatorio, e gli dice: Vedete queste anime del Purgatorio?

Sì le vedo.

Ebbene queste sono le anime pezzentelle che dovranno pregare il Signore per farvi vincere al lotto; ma per pregare Iddio è necessario che esse vadano prima in Cielo e per andarvi sono necessarie venti messe; perciò datemi il denaro: le anime sante andranno subito in Paradiso, dove pregheranno Iddio per farvi vincere e come lo Spirito Santo illuminò gli apostoli nel Cenacolo così illuminerà anche me per i numeri che vi dovrò dare. E per mostrarvi, figliuol mio, (prosegue il finto prete con una voce piena d’unzione e di mansuetudine) che il Signore già vi ha fatto la grazia vi prego andare solo in quel banco lotto e segretamente giocate tre numeri; poi ritornate da me ed io, mediante lo Spirito Santo, vi saprò dire non solo i numeri, ma anche la somma che avete giocata.

Il provinciale va al banco lotto, dove è stato preceduto da un altro della paranza, che di soppiatto guarda i numeri che il povero credulone ha giocato e che subito va a comunicare al suo superiore.

Il forestiere ritorna dall’assistito e gli dice: Padre, che numeri ho giocato?

Il prete cade in ginocchio, alza gli occhi al Cielo e, dopo una breve e non intelligibile preghiera, dice: Il Signore si è degnato esaudire le mie umili preghiere e nell’estasi in cui son caduto mi ha detto che voi avete giocato questi numeri è con questa promessa.

Raffermata così la credenza dell’inesperto, il provinciale senza aspettare ulteriori pruove versa nelle mani dell’assistito le lire per le messe e ne riceve in cambio tre numeri, sui quali l’infelice forestiere fa calcolo per la figlia; ma il sabato tanto desiderato, è per lui un giorno di martirio, perché resta con le pive nel sacco.

LA SUPERSTIZIONE

Prima di occuparmi degli amori dei nostri pregiudicati credo non fuori luogo dire qualche cosa intorno alla superstizione dei nostri malviventi, perché queste credenze, sia pel progresso della civiltà, sia pel mutarsi di sentimenti in questa classe da noi presa ad esame, potrebbero col passare degli anni o modificarsi o scomparire.

Non è qui il caso di discutere se parte di queste superstizioni trovano riscontro in abitanti di altre contrade, perché non è mio intendimento farne uno studio comparato; invece le trascrivo come mi furono dettate da P. C. detto ’o buffone e da Totonno ’o figlio d'aucéllaro. Questi due signori, che si vantano di essere sanguinarti e non ladri, fanno parte della società maggiore dell'umirtà e, per garanzia degli onesti, più d’una volta sono stati mandati a godere le piacevoli brezze di Nisida a Ventotene.


Come i selvaggi, anche i camorristi credono universalmente alla stregoneria e ricorrono alla fattucchiara in caso di malattie, d’amor non corrisposto ed allorquando debbono arrischiarsi in qualche impresa di società. Così tre croci fatte col pollice della destra accompagnate da: Cessa da ccà, fuje da ccà, non me fà cchiù spantecà, sono bastevoli per far cessare le coliche ventrali e mettere in fuga i vermi intestinali.

La spina-ventosa guarisce all’istante se sulla lesione si fa passare per tre volte la mano di un morticino!

Un coniglio sventrato e posto sul capo di un bambino affetto da meningite lo guarisce per incanto, e tre gloriapatri e quattro croci, accompagnate da certe parole misteriose, fanno cessare i dolori di denti!

Se qualche donna non vuol corrispondere agli amori del camorrista, non resta al prepotente che procurarsi nu ciuffetiello di capelli della ronna o della femmena che si vuol far cerere. I capelli vengono consegnati alla fattucchiara, che avrà cura di chiuderli in un cassetto con un nastrino bianco ed un altro nero. Il pronostico sarà favorevole o sfavorevole a seconda che ’o ciuffetiello viene da ’o munaciello legato col nastro bianco o col nero.

Dal galleggiare o dall’andare a fondo di un uovo, immerso in un liquido, si ricava anche un vaticinio fausto od infausto.

Il ladro di chiese (spogliasanti), per non commettere peccato e per placare l’ira divina, prima di rubare, deve inginocchiarsi innanzi all’immagine che deve essere rubata e dirle:

Non o faccio pe disprezzo,

Non o faccio p' arrubbà,

Ma ’o faccio pe magna.

Au Mmaria, razia prena ecc.


Molti però, prima di prender parte ad un furto, si raccomandano alle anime del Purgatorio e queste anime sono, per alcuni ladri, le vere protettrici; infatti, se il ladro riesce nell’impresa, dal baratto ne toglie l'arrefrisco per le anime pezzentelle.

Si ricorre a ’o strummolo quando si vuole stabilire chi di una comitiva deve commettere un assassinio; ed allora i nostri malviventi si recano alla calata d”o sole dalla fattucchiara, che ordina a’ convenuti di disporsi intorno ad una tavola; poi prende ’o strummolo e gl’imprime, colla destra, un movimento di rotazione. Se la trottola gira con vigore, è indizio che si riuscirà nell’impresa e il designato sarà colui presso il quale ’o strummolo va a fermarsi.

Presentemente, pel giuoco d ’o strummolo, porta il primato ’a siè Nocca d’’o Pennino.

Se mentre suona la mezzanotte sì sta commettendo un furto, allora ricordiamo ai ladri di farsi il segno della santa croce e dire: Signò, scanzace dalle spie e dalle guardie e di svignarsela se sentono il canto della civetta!

Chi dei ladri è fornito d’abbetiello si rende invisibile alle guardie di Questura.

L’assassino che avrà succhiato una gocciola di sangue della propria vittima non sarà arrestato.

Le preghiere che si dicono dai ladri innanzi all'immagine della Madonna del Carmine ed innanzi a quella di Sant’Anna, che, come è noto, è 'na vecchia putente, sono bastevoli per non essere sorpresi dai guardiani notturni.

Finalmente badino i nostri pregiudicati di non commettere bravure di venerdì, perché non è giorno di buon augurio.

’A FEMMENA E ’A RONNA

(La mantenuta e la moglie)

«L incerta prole, i profenati lari,

«I talami traditi ohimè! già faro

«De la nostra di ferro e di delitti

«Feconda etade i primi frutti amari.

«Quindi fluì tra ’1 popolo e Coscritti

«Letal veneno impuro:

«Gode atteggiar le membra a le carole

«De le ionoche scuole

«Anzi stagion la vergin che si pasce

«Nel farsi in arti dotta, ond’ella impari

«Incestuosi amor sin da le fasce.

Orazio, ode YL

Quelli che non sono addentro nelle cose camorristiche non fanno distinzione tra ’a femmena e ’a ronna dei nostri malviventi, mentre i figli dell'umirtà chiamano femmena la mantenuta e ronna la moglie. La femmena viene, quasi sempre, prescelta fra le prostitute e può considerarsi come il salvadenaro dei nostri acciaccasi; perché è dessa che, ogni sera, amministra, sia direttamente che per mezzo di qualche picciuotto, al proprio protettore parte dei suoi turpi guadagni.

Se la jurnata fu vacante, allora, prima di annottare, si procura, la povera derelitta, ’o turnesiello c’ ’o ’nteresse, e manda all’amante ’o butto. Se la malafemmena cerca fare delle spese eccessive, allora tanto la mastressa che la sotto-mastressa le dicono: Guagliò, allicuordate de la jurnata pe chillo mio signore.

A questa tassa forzata, sino a tanto che gli affari vanno bene, la guagliona ci si adatta; ma se, per l’età 0 per qualche lesione sifilitica apparente, essa perde i soggetti, allora fa la prostituta capire al ricottaro che la suglia non cammina e che non può più mantenere l'obbricazione fatta.

Il camorrista non crede tanto facilmente all’amante e perciò, dopo averla aspramente rimproverata, la bastona e le promette di tagliarle anche ’a faccia.

Se le vessazioni da parte del camorrista si facessero più incessanti ed alle parole si aggiungessero i fatti, allora si ricorre, contro il prepotente, all’ispezione di P. S.; ed in questo caso spetta al cavaliere (delegato) far chiamare il protettore e fargli una lavatina di testa (1).

(1) Antonietta de Marino, di anni 17, da Salerno, restata vittima di una delle solite seduzioni, per sfuggire alla vergogna al suo paese se ne venne in Napoli, occupandosi come domestica presso una famiglia.


Non mancano però dei casi nei quali le prostitute, per liberarsi da queste perniciose mignatte, si tolgono la vita.

I componenti un’altra casta, che non isdegnano gli amori dei nostri guappi e che dell’amore non conoscono che il congiungimento dei sessi, mostrandosi cosi non superiori ai bruti, sono quelle sante e caritatevoli donne che dànno ’o turnesiello c’ ’o ’nteresse (usuraie).

Capitata nella grande città, lei, a cui rimaneva ancora qualche cosa di ingenuo, credette di poter essere amata da qualcuno e si lasciò lusingare dalle profferte amorose di certo Pasqualino, il quale, per la tresca che strinse con lei, prima le fece perdere la sua occupazione e poi, quando la vide priva d’ogni risorsa, l'abbandonò.

Rimasta cosi, senza mezzi e senza alcun aiuto, ella si dette nelle braccia d’un ignominioso mestiere.

Capitata su di una infame casa, alla via Duchesca, quivi, uno dei soliti vampiri le si mise alle calcagna, imponendole il suo amore, ed ella fini per accettarlo.

L’amante, dunque, certo Luigi P.. subito cominciò le sue losche pretese, e, quando l'Antonietta non aveva quattrini per soddisfarlo, allora botte da orbo, senza misericordia.

Anche in questo caso, come nel precedente, il camorrista o si propone o si fa proporre per amante, non per amore, ma per scrocco; e ciò è di piena conoscenza di queste donnacce, le quali dànno baci e denari a questi parassiti per rimunerarli della loro audacia, che, in circostanze speciali, debbono spiegare per esse.

Finalmente vi sono le innamorate a forza: sono amori temporanei e bestiali, che i camorristì, per la solita prepotenza, commettono in danno delle mogli di mariti imbecilli.

Nello scorso dicembre, in seguito delle tante scenate, il P..., non avendo potuto smungere nulla alla disgraziata, la feri con un colpo di coltello alla gamba destra e dopo le impose di non palesare ad alcuno il fatto. Alcuni amici della mala vita si prestarono a curare la ferita, all’insaputa della Pubblica Sicurezza, non tralasciando di indurre al silenzio la povera disgraziata.

Antonietta seguitò ad essere la vittima delle prepotenze del suo uomo, il quale non desisteva mai dal percuoterla quando il guadagno di lei non era sufficiente a soddisfare le sue brame.

Ella dunque trascinava in tal guisa la sua esistenza.

Ieri intanto, dopo una delle solite scenate, il P... percosse la De Marino e la ferì con un morso al viso.

L'Antonietta, come una pazza, stanca. ormai dai martini di quell'uomo, corse alla ispezione Vicaria e lo denunziò.

(Dal Roma 25 gennaio 97).

Ricordo infatti che al vicolo S. Gaudioso v’era un povero calzolaio, che aveva per moglie un’avvenente ragazza, che, in presenza del marito, si doveva dare al camorrista; e ciò avvenne perché il povero ciabattino, interrogato dalla P. S., disse che, in una zampata, avvenuta al vico Paparelle, Antonio P., che poi gli riempi di disonore la casa, portava la battuta. Fu una specie di transazione perché il P., uscito dal carcere, minacciò il ciabattino della vita e la moglie di costui di sfregio, se non si fossero adattati alle sue pretensioni.

Questi immorali amori durarono però poco: perché il camorrista fu mandato a Ventotene ed il calzolaio, per evitare ulteriori disturbi, lasciò Napoli.

Le mogli 0 le ronne dei pregiudicati, salvo eccezioni, provengono 0 dai casini 0 dalle adiacenze di tali locali, e, fin dall’adolescenza, conoscono, come suol dirsi, ’o rnunno tanto a deritta che a smerza; sono figlie di malviventi e si distinguono dalle altre popolane, perché sono audaci, mordaci, sanguinarie, manutengole, falsane, ladre e sommamente religiose.

Passano dal riso al pianto con una facilità tutta propria; prendono molta cura della loro persona e per una scampagnata si prostituiscono.

Sono gelose dei loro mariti fino a tanto che non hanno trovato anche esse un amante; ma, trovatolo, vendono ciò che hanno in casa ed abbandonano il letto coniugale per andarne a riscaldare un altro!

Della infedeltà delle mogli alcuni non si dànno pensiero (1), altri bramano il prostituirsi delle loro donne, a scopo di tirare innanzi la vita senza lavorare (2),

(1) Vincenzo R...., che ha tutta una stona d* infamie commesse, viveva alle spalle di una certa Vincenza Campece di anni 54, la quale per lui abbandonò il marito Vincenzo V., che del-V infedeltà della moglie non se ne diè alcun pensiere, anzi permise che la sua Vincenza conducesse seco la figliuola Carmela.

Questa bambina decenne fu la prima vittima della brutalità del R..., che dovette perciò espiare una pena di sette anni di reclusione. Ora, fortunatamente Carmela, si è maritata.

Intanto dalle relazioni della Campece e del R.... era nata una bambina di nome Gaetana, la quale ora che conta dodici anni è stata la seconda vittima della brutalità del proprio padre !

Ed è tale l'orrore per questo inaudito fatto, accaduto in una locanda al vico Spadari a Porto, che non possiamo aggiungere altro.

(2)Teresa Argenio, domiciliata alla via Orto del Conte, da alcuni mesi e^a divenuta l’amante di certo Ernesto De Fazio.

Il De Fazio, dopo di averla sedotta, pretendeva che l'Argenio menasse una vita ignominiosa, pur di potere alimentare i suoi vizii.

qualche altro si limita a bastonare la infedele metà (1) ed infine non manca chi cerca lavare col sangue l’onta patita ed ammazza la moglie ed il drudo.

Per un pezzo ella resisté alla volontà del suo seduttore; ma l'incubo delle minacce l'obbligò a cedere e Teresa si gittò nel numero delle donne perdute.

Fu una storia di venti giorni.

Per la sua indole buona l'Argenio provò un terribile ribrezzo di quella infame vita che le s'imponeva di menare, pregò il suo seduttore di lasciarla in pace.

Il De Fazio, indispettito, iersera aggredì l'Argenio nel vico Pace, in sezione Vicaria, e cavato un coltello la ferì al viso.

(Dal Roma 28 maggio 1896).

(1) Il cocchiere Aniello Coppola, di anni 73, e Pasqua Cariello, di anni 19, due anni or sono sposarono ed andarono ad abitare nel fondaco dello Zucchero a S. Caterina a Formiello. La loro luna di miele passò tranquillamente, e nulla faceva prevedere che tanta felicità sarebbe in breve sfumata per P intervento di un terzo rappresentato da un altro cocchiere, certo Raffaele A.... di anni 23, che mesi or sono fittò una stalla nello stesso fondaco.

L'A........ adocchiò Pasqua, e le fece una corte, che non fu senza risultato. La cosa fu osservata dai vicini, che non mancarono deformarne il Coppola, il quale sorvegliò, come sfortunatamente prima non aveva fatto, la sua infedele metà. Ed il povero uomo, quantunque non avesse una prova sicura, dovette convincersi che sua moglie, dopo appena due anni, aveva già dimenticato il primo dovere del matrimonio.

Ecco come il Di Giacomo in alcuni dei suoi sonetti «A San Francisco» (1) dipinge maestrevolmente una di queste scene di vendetta:

Dunque aggio fatto 0 guaio: nun c è che fa!.,.

(Cosi dice l'uxoricida al drudo della moglie, il quale già trovavasi in carcere per contravvenzione all'ammonizione).

'A n'anno nun truvavo cchiù arricietto,

patevo 'a n'anno!... E... 'obbì... mo storno ccà...

Se fotte 'O core mm' 'o diceva ’mpietto

ca nu jorno perdevo a libbertà...

Iersera egli, nel rientrare in casa, sorprese la Cariello che parlava con l'A.....: e credette bene somministrarle una buona dose di legnate. Ma la correzione non fu gradita, e Pasqua fuggi di casa.

Il marito, allora, si recò sull'ufficio di P. S. e sporse querela di adulterio contro l'A......... e la Cariello. Dopo ciò il delegato Ferrante si prese V incarico di pescare la donna, che sorprese con l'amante in una casa al vico Lavatoio.

(Pungolo Parlamentare 10 gennaio 1897).

(1) S. di Giacomo — A San Francisco, con due illustrazioni di V. Migliaro — Napoli, L. Pierro, editore, 1895.

Fa 0 ualantomo, tratte buono a gente...

Quanto cchiù meglio a tratte e cchiù Ile faie,

cchiù nn'aie cote e veleno e trar intente!

Riebbete,  figlie, malatie: so guaie,

ma nun pogneno... E ccorna so ' pugnente!...

To'!... Curtellate si, ma corna maie!...

Afa... che bulite di?.... dicette Tore

Io... nn'arrivo a capì... Ronna Ndriana?!...

Leve stu ddonna,  fiamme stu favore!...

Chiammala 'a nnomme... Schifosa puttana!

... L'aggio accisa!On Giuvà!.. Si!.. Pe ll'onore!

Ndriana!.. Accisa!... E... quanno?.. 'A na semmana...

Mme scurnacchiava cu nu mio signore

e io l'aggio accisa! Sì! Comm' 'a na cana!...

... Si ente... E pecchi te scuoste?Io?.. Nun... mme... scosto...

E pecchi te si fatto mpont' '0 scanno?...

Io?.. No... Fatte cchiù ccàSto... ccà... M accosto...

Tu siente? Siente... Mme ngannava!.. 'A n'anno!..

E... saie cu chi? —... Cu... chi?.. Mo nn'0 ssaie cchiù?..

Si amico... nun o saie?... — Chi?Chi?.. Si tu!

Lucette acciaro e nu curtiello. O scanno

s'avutaie, s'abboccaie. Tore cadette

e chill'ato 'o fuie n'cuollo,.. È n'anno, è n'anno...

ca te ievo piscanno!Ile dicette.

Mamma r' ’a Sanità... Chiste che fanno!...

strillaie nu carcerato, E se susette

mmiez'o lietto, e guardaie... Nterra 'on Giicvanno

ncasava a «Nfamità»... Tre botte 'o dette,

tutte 'e tre mpietto... E s'aizaie... Pareva

nu cadavere. 'O sango ll'era sciso

p' a mano dint' a maneca e scorreva....

Chiammate  'on Peppo!.... Ccà ce sta n'amico

ca... mme vuleva bene!... E io ll'aggio acciso!

Mm è ccustato na lira... A benerico!

FRIENO DELLA SOCIETÀ DELL’UMIRTÀ

Art. 1.

La società dell'umirtà 0 bella società rifurmata ha per scopo di riunire tutti quei compagni che hanno cuore, allo scopo di potersi, in circostanze speciali, aiutare sia moralmente che materialmente.

Art.. 2.

La società si divide in maggiore e minore: alla prima appartengono i compagni cammurristi ed alla seconda i compagni picciuotti ed i giovinotti onorati.

Art. 3.

La società ha la sua sede principale in Napoli; ma può avere delle categorie anche in altri paesi.

Art. 4.

Tanto i compagni di Napoli, che di fuori Napoli, tanto quelli che stanno alle isole o sotto chiave o all'aria libera debbono riconoscere un sol capo, che è il superiore di tutti e si chiama capintesta, che sarà scelto fra i cammurristi più ardimentosi.

Art. 5.

La riunione di più compagni cammurristi costituisce la paranza ed ha per superiore un caposocietà.

Art. 6.

La riunione di più compagni picciuotti o di giovinotti onorati si chiama chiorma e dipende anche dal caposocietà dei compagni cammurristi.

Art. 7.

Ciascun quartiere deve avere un caposocietà o capintrito, che sarà, per votazione, scelto fra i cammurristi del quartiere e resta in canea un anno.

Art. 8.

Se fra le paranze vi fosse qualcuno di penna, allora, dietro parere del capintesta e dopo un sacro giuramento, sarà nominato contajuolo.

Art. 9.

Se fra le chiorme vi fosse qualcuno di penna, allora dal picciuotto anziano del quartiere sarà presentato al capintrito dal quale dipende e, dietro sacro giuramento, sarà nominato contajuolo dei compagni picchiotti; ma se non si trovasse, allora il contajuolo delle paranze farà da segretario anche nelle chiorme.

Art. 10.

I componenti delle paranze e delle chiorme, oltre Dio, i Santi e i loro Capi, non conoscono altre autorità.

Art. 11.

Chiunque sbelisce cose della società sarà severamente punito dalle mamme.

Art. 12.

Tanto i compagni vecchi che quelli che si trovano alle isole 0 sotto chiave debbono essere soccorsi.

Art. 13.

Le madri, le mogli, le figlie e le 'nnammurate dei cammurristi, dei picchiotti e dei giovinotti onorati debbono essere rispettate sia dai socii che dagli estranei.

Art. 14.

Se, per disgrazia, qualche superiore trovasi alle isole, deve, dagli altri dipendenti, essere servito.

Art. 15.

Quattro cammurristi sotto chiave possono fra loro scegliersi un capo, che cesserà di essere tale non appena tocca l’aria libera.

Art. 16.

Un socio della società maggiore, per essere punito, dovrà essere sottoposto al giudizio della gran mamma. Un socio della società minore sarà condannato A&W&piccola mamma. Alla gran mamma presiede il capintesta e alla piccola mamma il capintrito o caposocietà del quartiere di chi deve essere condannato.

Art. 17.

Se uno delle chiorme offendesse qualche componente delle paranze, il paranzuolo si potrà togliere la sorrisfazione da sè. Avverandosi l’opposto, ne dovrà essere informato prima il capintesta.

Art. 18.

Il dichiaramento si farà sempre dietro parere del capintrito, se trattasi di picciuotto o di giuvinotto onorato, e dietro parere del capintesta, se di cammurrista. Ai vecchi e agli scurnacchiati sarà vietato di zumpà.

Art. 19.

Per essere cammurrista o ci si arriva per novizio 0 per colpo.

Art. 20.

Chi fu compricato in qualche furto 0 vien riconosciuto come ricchione non può essere mai capo.

Art. 21.

Il capintesta si dovrà scegliere sempre fra le paranze di Porta Capuana.

Art. 22.

Tutte le punizioni delle mamme si debbono eseguire nel termine che stabilisce il superiore e dietro il tocco.

Art. 23.

Tutti i cammurristi e picciuotti diventano, per turno, cammurristi e picciuotti di jurnata.

Art. 24.

Quelli che sono comandati per esigere le tangende le debbono consegnare per intero ai superiori. Delle tangende spetta un quarto al capintesta ed il resto sarà versato nella cassa sociale a scopo di dividerlo scrupolosamente fra i compagni attivi, fra gl’infermi e quelli che stanno in punizione per sfizio del Governo.

Art. 25.

I pali, nella divisione del baratto, debbono essere trattati ugualmente come gli altri della società.

Art. 26.

Al presente frieno, secondo le circostanze, possono essere aggiunti altri articoli.

Napoli 12 settembre 1842.

Il contajuolo

Francesco Scorticelo

STATUTO DELLA GUARDUNA

A dimostrare sempre più la grande analogia esistente fra la Camorra e la Gardugna o Guardina, o, per meglio dire, come da questa sia derivata quella, riporto dal De Féréal «Misteri della Inquisizione ed altre società segrete di Spagna» alcune note storiche di M. de Guendias.

«Sotto il titolo di Confraternita della Gardugna (confraternita della rapina). esisteva in Spagna, fino dall’anno 1417, una società segreta, composta di briganti di ogni specie. Questa società, perfettamente organizzata, aveva per oggetto la direzione in grande d’ogni specie di delitti a favore di chiunque avesse una vendetta da esercitare, dei risentimenti da soddisfare. Si incaricava, al più giusto prezzo e con garenzia, di dare colpi di pugnale, mortali o no, secondo il gusto del committente, di annegare, di bastonare ed anco di assassinare. L’assassinio costava caro, e bisognava avere una certa importanza nel mondo per ottenerlo; ma, una volta promesso, ci si poteva contare, perché la confraternita della Gardugna poneva una esattezza disperante in eseguire le commissioni, una volta che se ne era incaricata.


La confraternita della Gardugna si componeva di un gran maestro chiamato hermano mayor (fratello superiore), che abitava la Corte, ove spesso occupava un posto eminente. Questo fratello superiore indirizzava i suoi ordini ai capatazes (maestri delle province); questi li facevano eseguire con un’ esattezza ed un zelo, che farebbero onore a più di un funzionario pubblico. Il corpo della Guardugna, assai numeroso, si componeva di guapos (specie di bravi), generalmente grandi spadaccini, assassini arditi, banditi consumati, il cui coraggio era a prova della tortura ed anche della forca. Nel gergo della Società questi guapos erano chiamati punteadores (pungitori, datori di colpi di punta). Dopo i punteadores venivano i floreadores (badaluccatori); questi erano giovani, mari uoli astuti, la maggior parte fuggiti dal bagno di Siviglia, di Malaga o di Metilla: si chiamavano fratelli aspiranti. Venivano in seguito los fecelles (i soffietti); così chiamati perché il loro impiego nella Società era di soffiare all’orecchio del maestro dell’ordine ciò che sapevano delle cose della città, nelle quali s’introducevano, in virtù dei loro esteriori ipocriti.

I fecelles erano tutti vecchi bacchettoni nell’aspetto, che si vedevano sempre in chiesa con una corona in mano, menoché nelle ore di servizio presso il maestro della Guardugna o presso l’inquisitore; perché la maggior parte di questi vecchi cumulavano l’impiego di famigliare del Sant’Uffizio con quello di spia della Gardugna. La Gardugna aveva pure un gran numero di ricettatrici di furti, che chiamava cóberteras (coperte) dal verbo cubrir (coprire, nascondere); e un gran numero di giovani dai dieci ai quindici anni, che designava col nome di chivatos (capriuoli). I chivatos erano i novizi dell’ordine. Bisognava almeno essere chivatos per un anno innanzi di meritare l'onore di lavorare in qualità di postulante.

Un postulante che avesse ben meritato della confraternita diveniva guapo a capo di due anni di servizio. Dopo quella di maestro e di gran maestro (1) era questa la più alta dignità che conferiva la compagnia.

(1) Nel 1534 il gran maestro della Gardugna stava a Toledo. Non fu che molto più tardi, sotto il regno di Filippo III, che si stabili in Madrid, ove divenne segretario del monarca, sotto

Oltre le persone che ho indicate, la Gardugna contava un numero di serenas (sirene). Erano donne belle e giovani, per la maggior parte gitane. Le sirene erano le odalische delle dignità dell’ordine. Erano esse che traevano le persone indicate loro in luoghi favorevoli per le operazioni della Gardugna.

A tutte queste persone si aggiungano delle guardie, degli scrivani, dei procuratori, dei monaci, dei canonici, dei vescovi ed anco degli inquisitori, i quali erano tanti strumenti o protettori della Gardugna, di cui avevano soventi volte bisogno, 0 che dava loro del denaro, e si avrà un’idea di questa società, la quale ha desolata la Spagna per più di quattro secoli» (1).

Eccone lo statuto:

il nome di Rodrigo Calderon, grazie alla debolezza del duca di Lerma ed alla potente protezione del gesuita Francesco Luigi de Aliaga, confessore del re ed inquisitor generale di Spagna dal 1618 fino al 1621.

(1) I componenti della Gardugna, per ordine dei terzi, mettevano in pratica anche lo sfregio che rendevano incancellabile soffregando la ferita con sego sciolto in aceto.

Art. 1.

Ogni galantuomo fornito di buon occhio, di buon orecchio, buone gambe e punto lingua può divenire membro della Guardugna. Potranno divenirlo pure le persone rispettabili d’una certa età che desidereranno servire la confraternita, sia tenendola al giorno delle buone operazioni da farsi, sia dando i mezzi di eseguire le dette operazioni.

Art. 2.

La confraternita riceverà eziandio sotto la sua protezione ogni matrona che avrà sofferto per la giustizia, e che vorrà incaricarsi della conservazione e della vendita dei diversi oggetti che la Divina Provvidenza si degnerà mandare alla confraternita, non che le donne giovani che saranno presentate da qualche fratello. Queste ultime a condizione di favorire con tutta la loro anima e con tutto il loro corpo gli interessi della confraternita.

Art. 3.

I membri della confraternita saranno divisi in chivatos, postulanies, guapos e fecelles. Le matrone saranno chiamate coberteras e le giovani serenas. Queste ultime debbono essere giovani, svelte, fedeli ed attraenti.

Art. 4.

I chivatos, fintatoché avranno imparato a lavorare, non potranno intraprendere nulla da sè soli, e non si serviranno del pugnale che in propria difesa. Saranno nutriti, alloggiati e mantenuti a spese della confraternita. Ciascuno di essi riceverà a quest’uopo dai capi centotrentasei maravedis (L. 1.) al giorno. Nei casi di qualche distinto servigio reso da un chivato, questi passerà subito all’onorevole categoria di postulante.

Art. 5.

I postulanti vivranno dei loro artigli, questi fratelli saranno esclusivamente incaricati delle eclissi operate a mano lesta per conto ed a favore dell’ordine.

Per ciascuno eclisse il fratello operante riceverà il terzo lordo, dal quale trarrà qualche cosa per le anime del Purgatorio.

Degli altri due terzi, uno sarà versato alla cassa per sovvenire alle spese di giustizia (per pagare le guardie, i cancellieri ed anche i giudici che proteggeranno i fratelli) e per far dire delle messe per le anime dei nostri fratelli trapassati; l’altro, per essere a disposizione del gran maestro dell’ordine obbligato a vivere alla Corte per vegliare al benessere e alla prosperità di tutti.

Art. 6.

I guapos avranno per essi gli oscuramenti, i sotterramenti, i viaggi, i bagni ed i battesimi.

Di queste due ultime operazioni potranno incaricare un fratello postulante, sotto la loro responsabilità. I guapos avranno il terzo lordo del prodotto di tutte le operazioni; soltanto daranno il trenta per cento del loro provento per l’alimentazione ed il mantenimento dei chivatos, e quello che vorranno per le anime del Purgatorio; il rimanente del prodotto delle loro operazioni sarà distribuito come è detto all’art. 5.

Art. 7.

Le cóberteras riceveranno il dieci per cento su tutte le somme che realizzeranno, e le sirene sei maravidis per ciascuna pesata (franco) versato nella cassa della confraternita dei guapos. Tutti i regali che riceveranno dai nobili signori, dai monaci ed altri membri del clero apparterranno loro in proprio.

Art. 8.

Il capataz, o capo di provincia, sarà nominato fra i guapos che avranno almeno sei anni di servizio e che saranno benemeriti della confraternita.

Art. 9.

Tutti i fratelli debbono piuttosto morire martiri che confessori, sotto pena di essere degradati, esclusi dalla confraternita, ed al bisogno perseguitati da essa.

Fatto a Toledo l'anno di grazia 1420, ed il terzo dopo l’istituzione della nostra onorevole confraternita.

Firmato

El Colmilludo

IL CAMORRISTA

nell’antropologia criminale

Dopo avere studiato gli usi e costumi dei nostri bravi ci facciamo questa domanda: Qual posto occupa il camorrista nell'antropologia criminale? Al che così risponde un nostro egregio amico, Pasquale Penta (1).

«Un breve quadro a parte spetta al camorrista ed al mafioso, meno per la figura in sè stessa che è quella del delinquente nato, per sua natura incline ad associarsi per far male a’ suoi pari, per il modo onde nasce e si forma.

Qui frequenti volte non si tratta più di perdita del livello evolutivo e quindi dei sentimenti morali attraverso l’anello della razza, degenerata per eredità morbosa etc.; ma viceversa qui, pel semplice fatto dell’ambiente, i sentimenti morali non si sono punto sviluppati. Non sono l'indice costoro della degenerazione di una razza, ma del livello morale di certi strati sociali, in cui sono apparsi, in cui si sono formati, per rispecchiarne poi, ingranditi e più vivaci, tutte le tendenze, tutte le abitudini, i pregiudizii, gli errori, gl’istinti.

(1) La Domenica giudiziaria 22 Novembre 1896.

Sono una vera ipertrofia criminale di certe basse classi della società, dove, appunto per mancanza antica e non per perdita recente di evoluzione, il sentimento morale è tuttavia nelle sue tappe primitive, arcaiche della razza umana, quando la selezione naturale si faceva ancora, come in tutto il resto della natura animalesca, colla forza, coll’inganno, colla prepotenza, col prevalere del forte sentimento dell’io. Il camorrista quindi è una espressione etnica del delitto, come egregiamente ritiene il Professore Bianchi, per nostra sventura più frequente dove questi strati bassi son più spessi e più larghi, dove i volghi abbondano colle loro incoscienze, colla loro condotta senza alti ideali umani e dove quindi il popolo vero, quello delle grandi imprese e dal forte carattere, manca o, di picciol numero, è soverchiato dai volghi.

Il camorrista infatti, come e più che il delinquente nato, rappresenta l'uomo primitivo. Studiatene il formarsi in mezzo alla plebe napoletana e ve ne convincerete.

Fanciullo ancora è lanciato nella vita turbolenta, tempestosa, difficile dai genitori, od ignoti addirittura per lui 0 che non ne vogliono sostenere il peso per tradizione di disamore verso i figli; impara presto quindi a vivere da sé soltanto, e impara presto, a proprie spese, che per tanto meglio e più sicuramente vivrà, per quanto, fuori l’imperio delle leggi, che non gli accordano protezione ed assistenza e conforto, egli si farà ragione colle proprie mani e si procaccerà il cibo, superando gli altri, compagni suoi 0 meno, e nel coraggio e nella forza e nell’astuzia; come i bambini dei selvaggi e degli antichi popoli descritti da Tacito, i quali non mangiavano se non quando si avevano colle proprie mani, a furia di destrezza, di coraggio o di forza, guadagnato il pane giornaliero. I suoi dritti, le leggi, i doveri morali sono in lui soltanto, non fuori di lui; egli è solo, non ha legami cogli altri, non dipendenza, non affetti; egli è centro a sé stesso ed al mondo. Si sviluppa cosi in lui la fiducia nella propria forza e il disprezzo delle leggi, l'odio contro le classi costituite e contro l’autorità e contro qualunque ordine sociale che viva sotto l’egida delle leggi: si sviluppa così l'esagerato sentimento dell’io e quindi la prepotenza, non scompagnata dall’audacia, dal coraggio, dalla freddezza nei pericoli e dalla insensibilità fisica e morale.

Vero rappresentante della selezione naturale, secondo i concetti del sommo Inglese, egli conquista il suo soglio abbattendo gli altri che vi aspirano, dando continue prove di coraggio e di forza. — Come l’animale od il selvaggio, si disputa colle armi la donna, e colle armi il nutrimento: come il selvaggio si dipinge con tatuaggi le carni, per apparire più bello 0 sceglie acconciature ed abiti che meglio mettono in rilievo le sue forme, e colori vivaci che impressionino vivamente la vista; come il selvaggio forma l’orda e questa soltanto, che é la setta camorristica, dove l’autorità del capo è somma, perché spesso a lui sono affidate le leggi della società e fin il potere esecutivo e perché egli giudica e colpisce quasi sempre colle stesse sue mani e colpisce tanto, quanto è stato il fallo dell’individuo contro la setta, per compensarla quindi e per vendicarla, dito per dito, dente per dente.

Questo e non altro era il procedimento giudiziario nell’epoche primitive e anche ora tra i selvaggi, ha dimostrato lo Spencer (Sociologie t. III. p. 660), e in alcuni animali, come hau riferito il Romanes ed altri.

Ecco il camorrista 0, se volete, il selvaggio vero, in seno alla società civile.

Non ha il sentimento della patria, non ha il sentimento vero della donna, su cui vive spesso, come schifoso parassita, non l’affetto della famiglia, dei figli, non il sentimento morale.

Il delitto anche qui è l’effetto di questa mancanza organica di sentimenti sociali e morali e della prevalenza esuberante degli impulsi egoistici. »

FINE.

























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