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12 Stupidaggini italiche

di Antonio Orlando

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10 Luglio 2013

Non capisco perché lo Stato italiano – repubblica democratica ed antifascista, nata dalla Resistenza e fondata sul lavoro – abbia bisogno del mio apporto per combattere la mafia o, come si è cominciato a denominarla – la criminalità organizzata. Figuriamoci cosa accadrebbe se la criminalità fosse disorganizzata!

La seconda cosa che non capisco è perché la legalità – che presumo consista semplicemente nel comportamento corretto di chi deve rispettare le leggi e fare nient’altro che il proprio dovere – debba essere insegnata nelle scuole.

La terza cosa che non capisco è perché i giudici e i procuratori della Repubblica – rispettivamente la magistratura requirente ed inquirente – debbano peregrinare in continuazione da una scuola all’altra per parlare del loro lavoro, per chiedere (pretendere?) solidarietà e sostegno nella loro attività di indagine e perché le scuole si prestino volentieri a tali passerelle.

La quarta cosa che non capisco è che senso, che valore, che portata, che finalità abbia organizzare manifestazioni o marce o sfilate contro la mafia. Pensiamo di farle paura? o servono per lavarci la coscienza. Di mafia si muore e di antimafia si campa? O è un modo per tifare?

La quinta cosa che non capisco – e lo dico sinceramente pur essendo un avvocato – è perché agli avvocati non viene mai chiesto un comportamento o un gesto di solidarietà, di appoggio, di sostegno o semplicemente un’umana considerazione nei riguardi delle vittime del crimine e tutti si accontentano del ruolo che viene loro momentaneamente assegnato dal caso. Se l’avvocato difende la vittima state sicuri che avrà parole di fuoco contro la criminalità dilagante, efferata e disumana; mentre se difende l’imputato troverà mille giustificazioni e diecimila cavilli che possano salvarlo dal carcere o attenuargli la pene. E’ il suo mestiere.

La sesta cosa - è questa è proprio intollerabile – che non digerisco è quella di fare i processi in televisione, ma non tutti solo quelli di mafia, dei politici e dei delitti più gravi, più sensazionali e più appariscenti. Che poi, guarda caso, coincidono con i guai giudiziari dei ricchi e dei potenti. Ma i processi non si devono fare in tribunale? Perché si mandano fior di cronisti ed inviati ad intervistare l’avvocato della difesa? Che t’aspetti che ti dica che il suo cliente è colpevole? Che è un assassino incallito? Che è un ladro matricolato? Che è uno stupratore abituale?

La settima cosa – questa odiosa – è la vicenda del perdono. Ancora il corpo della vittima è caldo è stupide oche, in veste di giornaliste o presunte tali, starnazzano di perdono, spingono un microfono fin nelle gengive del povero malcapitato intimandogli di perdonare gli assassini del suo congiunto. Prova a pensare, mentre blateri idiozie, che cosa faresti tu se ti ammazzassero la mamma!

L’ottava questione la si potrebbe denominare “la retorica dell’emergenza” per cui qualsiasi cosa debba fare la Pubblica Amministrazione è un’emergenza! Il risvolto dell’emergenza è l’assunto che “siamo tutti sulla stessa barca”, compresi governanti, ricchi e speculatori vari?

Al nono posto si colloca il rapporto servizi pubblici/servizi privati per il quale non si può dir altro che i costi sono sempre pubblici e i profitti sempre privati. Questa si chiama economia di mercato. Infatti in Cile, ai tempi di Pinochet, si soleva dire che la gente andava in galera affinché i prezzi potessero rimanere liberi.

Al decimo posto metto le lacrime di coccodrillo e cioè la commozione postuma e a comando. E’ vero che de mortuis nihil nisi bene, ma è anche vero che l’ipocrisia dei mass-media è senza ritegno. Molto meglio gli Inglesi, più sinceri e più diretti, che quando è morta la Thatcher, quelli che erano sempre stati contrari alla sua politica, hanno espresso apertamente il loro pensiero: se n’è andata la strega.

L’undicesima cretinata è l’eterno e ricorrente dibattito sulla violenza, sull’uso della violenza specialmente in politica; chissà perché ci si dimentica sempre dell’impiego della violenza nel mondo degli affari. L’argomento meriterebbe un trattato, mi limito ad evidenziare che sono violenti solo coloro che se la prendono con il Potere. Gli anarchici francesi dell’epoca della belle-epoque sostenevano che “quando lo Stato dichiara guerra ad un altro Stato si fa chiamare Patria”.

Ed in ultimo c’è, stupidaggine delle stupidaggini, la questione meridionale. Nata, come diceva Zitara, sol perché la penisola italiana è stata unificata come Regno d’Italia nel 1861 e mantenuta come unica Repubblica nel 1946. La questione meridionale è un’invenzione e il Mezzogiorno non esiste, si chiama Sud o Meridione. Altrimenti per risolvere la questione meridionale basterebbe spostare le lancette dell’orologio. Siamo un territorio, una nazione, un popolo non un’indicazione temporale.










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