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http://www.lintellettualedissidente.it/

Tecnica della privatizzazione dell’istruzione pubblica

e smantellamento dell’università nel Mezzogiorno

Anche in Italia è stato messo in atto un processo di smantellamento e privatizzazione del sistema formativo, in particolare per quanto riguarda la struttura universitaria. E’ però evidente che gli effetti di tale processo siano molto più deleteri e nocivi nel Mezzogiorno, dove l’università ha sempre rappresentato sia un tentativo di contrasto alle logiche vigenti del sottosviluppo, sia un baluardo contro l’illegalità e l’emarginazione giovanile.

di Antonio Aventaggiato · 8 gennaio 2014

Nei Paesi occidentali la transizione, in atto da vent’anni, dal modello capitalistico europeo, basato su forme di welfare state, su diritti sociali inalienabili, su sufficienti garanzie per i ceti medi e subalterni, a quello statunitense, caratterizzato da privatizzazioni e liberalizzazioni selvagge e deregolamentazione del mercato del lavoro, è soprattutto evidente attraverso gli effetti che vengono prodotti all’interno di due organismi fondamentali per la vita sociale di un Paese: il sistema scolastico e quello sanitario. A livello mondiale, sono pochi i Paesi che mantengono alto il livello dei propri processi formativi statali (uno dei pochi casi citabili è quello cinese). All’interno del blocco capitalistico occidentale, invece, ci si scontra con la dura realtà delle università statunitensi, sempre più elitarie, inaccessibili alla maggior parte della popolazione, e con la drammatica situazione degli atenei europei, in molti casi vicini al tracollo o in situazione di piena emergenza (evidente è il caso, in questo senso, dell’Università di Atene, costretta a sospendere le proprie attività, e delle altre istituzioni scolastiche superiori greche).

Tagliare i fondi e alzare il livello della tassazione, impoverire e mettere in concorrenza i docenti, sottomettere i processi di formazione alle logiche del profitto: questi sono i passi attraverso i quali vengono inflitti colpi letali all’unica istituzione che, in generale, può fornire all’individuo le risorse affinché esso sia capace di discernere e giudicare in maniera consapevole la realtà che lo circonda. Anche in Italia è stato messo in atto un processo di smantellamento e privatizzazione del sistema formativo, in particolare per quanto riguarda la struttura universitaria. E’ però evidente che gli effetti di tale processo siano molto più deleteri e nocivi nel Mezzogiorno, dove l’università ha sempre rappresentato sia un tentativo di contrasto alle logiche vigenti del sottosviluppo, sia un baluardo contro l’illegalità e l’emarginazione giovanile. I dati non lasciano dubbi: gli atenei delle regioni settentrionali sono indubbiamente favoriti, anche da precise volontà politiche. Il rischio di essere costretti a sospendere le attività formative e amministrative è, per il sistema universitario del Mezzogiorno, una realtà molto più vicina di quanto si pensi.

In questa direzione, già la facoltà di Agraria, situata a Lamezia Terme, dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria è stata costretta alla chiusura. Le statistiche demografiche, però, lasciano intendere un altro punto di vista da cui è possibile analizzare la situazione reale. La maggior parte dei flussi migratori in partenza dalle regioni del Mezzogiorno e diretti nelle regioni settentrionali d’Italia o nei Paesi più sviluppati dell’Europa centro settentrionale (Germania e Inghilterra in primis) sono costituiti, in questi ultimi anni, soprattutto da giovani laureati, la maggior parte dei quali specializzati in ingegneria e in informatica (quindi nei processi del cosiddetto lavoro immateriale). E’ possibile quindi che l’attuale ciclo di sottofinanziamento delle università del Mezzogiorno non punti al tracollo totale delle sue istituzioni formative superiori, ma a una loro imbalsamazione, che le renda incapaci sia di costituire un volano di sviluppo sia una valida fonte di processi per la formazione personale. Per le logiche capitalistiche è  però necessario che questi istituti continuino, seppur in forma ridotta ed embrionale, a funzionare, provvedendo così alla loro funzione di fornire forza lavoro intellettuale a basso costo ai Paesi più sviluppati.

Cinanni, nel suo Emigrazione e imperialismo, metteva in luce proprio il fatto che, per un Paese industrializzato e altamente sviluppato (come l’attuale Germania) è importante essere meta di correnti migratorie composte da individui altamente scolarizzati e specializzati, proprio perché essi rappresentano forza lavoro fortemente produttiva, disponibile a essere immessa fin da subito sul mercato e della quale il Paese che la riceve non deve farsi carico dei costi necessari a un’ulteriore fase di formazione. Va da sé che, al contrario, è proprio il Paese di partenza, in questo caso il Mezzogiorno, a indebolirsi e depauperarsi, in quanto si è sobbarcato i costi di formazione e di crescita di individui che produrranno ricchezza altrove. Il Mezzogiorno, quindi, per le logiche del Capitale che evidentemente influenzano anche le decisioni riguardanti l’istruzione pubblica, deve essere messo in grado di continuare a esercitare il suo ruolo di dipendenza coloniale, che lo obbliga a svendere ad altre comunità la sua forza lavoro: forza lavoro di natura bracciantile durante tutte le emigrazioni di fine Ottocento e del Novecento; forza lavoro di natura intellettuale, necessaria alle nuove frontiere della produzione di beni immateriali, oggi.









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