Eleaml


Definire il post-italiano - Tentativi di superamento 

dell’orizzonte nazionale italiano nel Mezzogiorno

Prof. Dr. Marcello Messina
Professor Colaborador
Programa de Pós-graduação em Letras – Linguagem e Identidade
Universidade Federal do AcreCampus Universitário, BR 364 km 04 - Distrito Industrial
CEP:69.920-900 Rio Branco (AC), Brasil
(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)

20 Gennaio 2017

Abstract

In obiezione alla definizione di «tesi ‘anti-italiana’» proposta da Ernesto Galli Della Loggia, in questo lavoro propongo la categoria di «post-italiano» per descrivere la necessità meridionale di ripensare l’orizzonte nazionale italiano alla luce del divario Nord-Sud che caratterizza il paese. Mi concentrerò su episodi di insubordinazione al monologismo della nazione italiana nel tentativo di far luce sul congiunto di discorsi, manifestazioni e aspirazioni che caratterizza il post-italiano, che verrà qui indicato come avanguardia nel panorama politico-culturale nazionale, nonché proposta autenticamente creativa di liberazione dal, o riconfigurazione del, «colosso» nazionale italiano.

Parole chiave: Mezzogiorno, post-italiano, de-colonialità, indipendenza, autonomia.

Introduzione

In un noto editoriale pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno nel marzo 2011, a pochi giorni dai festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, Ernesto Galli Della Loggia fa menzione dell’esistenza di una «tesi ‘anti-italiana’» secondo la quale «la colpa del ritardo storico del Mezzogiorno è dell’Italia», ovverossia, dell’unificazione e della condizione coloniale (definizione problematica per Galli Della Loggia, che usa il virgolettato) in cui il Mezzogiorno è stato relegato da allora. Della Loggia continua esprimendo non poca preoccupazione per tale fenomeno intellettuale, per lui inevitabilmente destinato ad accrescere l’appoggio popolare alle «peggiori élite meridionali» nella loro «demagogia piazzaiola contro lo ‘Stato’, accompagnata di regola dalla richiesta di sempre nuovi favori e nuove mance per le proprie clientele» (Galli Della Loggia, 2011):

[L]a tesi ormai culturalmente maggioritaria dell’«innocenza meridionale» rovescia davvero le cose, in prospettiva disegnando in modo nuovo i rapporti tra i gruppi sociali. Lo dirò nella maniera più diretta. La tesi «anti-italiana», fatta propria dal ceto dei colti e comunque argomentata, ha un solo immediato effetto: quello di rafforzare grandemente il potere dei gruppi di comando nella realtà del Mezzogiorno. (Galli Della Loggia, 2011).

L’articolo termina con un’amara considerazione su come tali manifestazioni intellettuali rappresentino «l'ultima tappa della crisi del Mezzogiorno e insieme di tutto il Paese, un simbolo della disarticolazione culturale e del disorientamento ideale che incombono su noi tutti». (Galli Della Loggia, 2011).

Nel presente lavoro intendo partire dalle considerazioni di Galli Della Loggia per riconsiderare la valutazione irrimediabilmente negativa fatta da quest’ultimo sulla messa in discussione dell’orizzonte nazionale italiano da parte degli intellettuali meridionali. In primis, tenterò di sostituire il termine «anti-italiano» usato da Galli Della Loggia, che evoca inevitabilmente una situazione di ostilità indiscriminata nei confronti di un’intera nazione. È necessario osservare come, con la scelta di tale termine, si rischi di troncare un possibile dialogo – quello, cioè, tra i sostenitori dell’italianità da un lato e coloro che ne propongono la messa in discussione dall’altro – che potrebbe invece risultare estremamente produttivo, magari anche in direzione di una possibile risoluzione delle non meglio identificate crisi e disarticolazioni che Galli Della Loggia paventa a conclusione del suo articolo.

È dunque utile prendere le mosse proprio da uno degli elementi elencati da Galli Della Loggia, quel concetto di «colonia» che, secondo lo storico romano, verrebbe usato a pretesto per fabbricare consenso nei confronti delle classi dirigenti meridionali:

[M]a se il Sud è una “colonia”, non è giusto allora che come da manuale rispunti fuori, inevitabilmente, anche il ruolo progressivo della “borghesia nazionale”? Cioè qui da noi, di tutta la schiera da Milazzo e Achille Lauro in giù? Perché no? Ecco che cosa significa il passaggio dal meridionalismo al “sudismo”: il passaggio dei gruppi intellettuali da una posizione di potenziale opposizione nei confronti dell'assetto dominante ad una di sostanziale integrazione in essi. (Galli Della Loggia, 2011).

Esibirò quindi di seguito una breve e non esaustiva rassegna sull’idea di Mezzogiorno come colonia. Il primo autore di questa breve rassegna è Antonio Gramsci, non certo per questioni cronologiche ma perché proprio Gramsci viene citato nell’editoriale di Galli Della Loggia come esempio positivo di intellettuale meridionalista, capace di analizzare la Questione Meridionale alla luce della «complessa dialettica nazionale dei gruppi dominanti», piuttosto che ridurla ad «una unidimensionale contrapposizione puramente geopolitica Nord/Sud» (Galli Della Loggia, 2011). Tutto bene fin qui, Gramsci è un esempio della vecchia scuola di «meridionalisti», i cui insegnamenti oggigiorno vengono minacciati, a detta di Galli Della Loggia, da una «deriva […] dal meridionalismo al ‘sudismo’» (Galli Della Loggia, 2011). Il problema è che Gramsci, proprio come i «sudisti», parla senza remore di «colonia» quando analizza la condizione del Mezzogiorno:

La borghesia settentrionale ha soggiogato l`Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonie di sfruttamento; il proletariato settentrionale, emancipando se stesso dalla schiavitù capitalistica, emanciperà le masse contadine meridionali asservite alla banca e all’industrialismo parassitario del Settentrione. (Gramsci A., 1966, p. 73).

Partendo da questo passaggio di Gramsci, quindi, si può cominciare a chiarire una volta per tutte che l’idea di associare il sottosviluppo del Mezzogiorno ai meccanismi di subordinazione economica che caratterizzano il rapporto tra colonia e «madrepatria» non è una prerogativa dei nuovi «sudisti» individuati da Galli Della Loggia, ma una nozione consolidata della tradizione meridionalista. Già Francesco Saverio Nitti, nel suo celebre volume Nord e Sud: Prime linee di una inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia, pubblicato addirittura nell’anno 1900, faceva uso del termine «colonia» per descrivere la condizione del Mezzogiorno:

Gli effetti di questa politica doganale nell'economia interna non sono misurabili ma non si può negare che il vantaggio enorme fu limitato, sopra tutto in un primo periodo, ad alcune regioni, e che, viceversa, tutto il resto della penisola e le isole funzionarono alla stessa guisa che funzionano le colonie in generale, come un mercato di consumo, assicurando ultra profitti enormi. (Nitti F. S., 1900, p. 158).

Già questi contributi dovrebbero essere sufficienti, ma è forse utile menzionare brevemente il lavoro di Salvemini (cfr. 1963) e due importanti lavori degli anni ‘70 di Nicola Zitara, economista «maledetto» e autore presto dimenticato all’interno della scena intellettuale italiana: Il Proletariato esterno e L’Unità d’Italia: Nascita di una colonia. Zitara, che nei suoi scritti rifiuta l’idea gramsciana secondo cui la liberazione delle masse meridionali debba verificarsi per opera del proletariato settentrionale, e propone piuttosto l’idea di una lotta di liberazione nazionale del Mezzogiorno, è con ogni probabilità capostipite o precursore ideale della nuova scuola di intellettuali «sudisti» individuata da Galli Della Loggia. Alle produzioni dei «sudisti» è possibile aggiungere, tra gli altri, i lavori di Alianello (1980), Ciano (1996), Izzo (1999), Guerri (2010b) e Aprile (2010).

Ma non sono i nuovi «sudisti» ad aver inaugurato la tendenza ad incolpare il Nord per la condizione del Mezzogiorno, ovvero ciò che Galli Della Loggia chiama semplicisticamente «la tesi ormai culturalmente maggioritaria dell’‘innocenza meridionale’» (Galli Della Loggia, 2011). Se questo è già ampiamente evidente nelle citazioni di cui sopra, è bene anche ricordare che Gramsci adduceva persino il possibile rafforzamento di tesi separatiste meridionali ad una mancata azione politica dei partiti che rappresentano il proletariato settentrionale:

O il proletariato, attraverso il suo partito politico, riesce in questo periodo a crearsi un sistema di alleati nel Mezzogiorno, oppure le masse contadine cercheranno dei dirigenti politici nella loro stessa zona, cioè si abbandoneranno completamente nelle mani della piccola borghesia amendoliana, diventando una riserva della controrivoluzione, giungendo fino al separatismo e all’appello agli eserciti stranieri nel caso di una rivoluzione puramente industriale nel nord (Gramsci, 1966, p. 88).

La paura di Gramsci per una «controrivoluzione separatista» s’inserisce bene in un orizzonte discorsivo nel quale l’idea di unità nazionale è aprioristicamente considerata positiva e indispensabile alla «rivoluzione», mentre la possibilità di un superamento dell’assetto nazionale italiano è necessariamente negativa e «controrivoluzionaria». Da questo punto di vista, il discorso di Galli Della Loggia è effettivamente coerente col pensiero gramsciano. Eppure il passaggio di Gramsci bene illustra come la causa più plausibile del separatismo, o del «sudismo» gallidellaloggiano, sarebbe da individuare nella mancata comunicazione tra i partiti del proletariato del Nord e il Mezzogiorno, mentre una tale possibilità sembra non sfiorare Galli Della Loggia, che invece concentra la sua critica solo sugli intellettuali e le classi dirigenti del Sud. Quest’omissione non può non apparire bizzarra nel contesto storico in cui Galli Della Loggia scrive il suo editoriale, nel marzo 2011, in un’epoca già segnata da vent’anni di Lega Nord ai vertici del potere, e con i leghisti ancora al governo.

In altre parole, se a Gramsci non sfuggiva, nel 1924, che il Partito Comunista d’Italia difendesse solo gli interessi di una determinata porzione geografica del proletariato nazionale, come mai a Galli Della Loggia, nel 2011, non viene in mente che la partitocrazia italiana possa non riuscire a rappresentare il Mezzogiorno? Potrebbe essere, questo isolamento politico del Sud, un fattore importante nella formazione di un pensiero «sudista»?

Finora, nell’esporre critiche e perplessità nei confronti dell’editoriale di Galli Della Loggia, ho tentato di elencare alcuni elementi chiave che serviranno più in là ad argomentare ed illustrare la proposta teorica di questo lavoro: il concetto di colonia, la continuità concettuale tra il meridionalismo classico e il nuovo «sudismo», e la questione dell’isolamento politico del Mezzogiorno. Continuerò tentando di porre ulteriori basi per una sostituzione del termine «anti-italiano».

Riprendendo la breve rassegna di cui sopra, gli anni ‘90 sono segnati dal tentativo di applicare le teorie degli studi subalterni, post-coloniali e decoloniali all’osservazione del rapporto Nord-Sud in Italia. Lavori chiave in questo contesto sono quelli di John Dickie (1994; 1997), Gabriella Gribaudi (1997), e il volume Italy’s Southern Question: Orientalism in One Country a cura di Jane Schneider (1998). Sempre ascrivibile a questa tradizione intellettuale, il lavoro di Joseph Pugliese (2007; 2008) è da segnalare per l’introduzione della categoria di razzializzazione dei rapporti Nord-Sud in Italia:

L’utilizzo del significante «Africa», come lente attraverso la quale il Sud era reso intellegibile per i settentrionali, indica come la questione dell’Italia era, sin dall’unificazione, già razzializzata tramite una faglia geopolitica che divideva la penisola e le sue isole lungo un asse bianco/nero. Sin dall’inizio, quindi, la cosiddetta questione meridionale celava una serie di presupposizioni razzializzate secondo le quali la bianchitudine del Nord operava come un dato stabilito a priori, in contrapposizione con la condizione problematicamente razzializzata del Sud, con le sue storie e culture sospette in quanto africane ed orientali (Pugliese, 2008, p. 3).

È utile chiudere questo breve resoconto menzionando due lavori molto recenti che associano esplicitamente e sin dal titolo il Mezzogiorno al post-coloniale: si tratta di Mezzogiorno postcoloniale di Carmine Conelli (2013) e Postcoloniality and the Italian South di Goffredo Polizzi (2013).

vai su

Il post-italiano

L’idea di Mezzogiorno italiano come situazione postcoloniale richiama inevitabilmente l’attenzione sull’estrema problematicità del suffisso «post-» in questo contesto. Mi soffermerò solo in seguito su questa problematicità e sul dibattito intellettuale in corso al proposito, per ora ci si limiterà a citare un’utile delucidazione terminologica di Bill Ashcroft:

Il termine «postcoloniale è stato causa di dibattiti interminabili, ma la teoria postcoloniale può essere definita come il ramo di teoria contemporanea che indaga, e sviluppa proposte, sull’impatto politico e culturale della conquista europea sulle società colonizzate, e sulla natura delle risposte di queste società. Il termine si riferisce al post-invasione piuttosto che al post-indipendenza, non individua una cronologia né un’ontologia specifica – non è il ‘dopo-colonialismo’ né un modo di essere. Il postcoloniale è un modo di leggere – un modo di leggere il confronto continuo col potere coloniale e neocoloniale (Ashcroft, 2012, p. 1)

Alcuni elementi del discorso di Ashcroft risultano problematici e verranno considerati in seguito. Per ora, tenendo presente la permanente situazione coloniale del Mezzogiorno italiano, userò la delucidazione terminologica di Ashcroft per proporre il termine «post-italiano», da riferirsi a tutte quelle manifestazioni culturali meridionali che propongono una rinegoziazione dell’orizzonte nazionale italiano. L’uso del termine «post-italiano» serve ad aprire una polemica contro la scelta gallidellaloggiana di bollare interamente come «anti-italiana» la necessità meridionale di ripensare l’italianità alla luce di un secolo e mezzo di razzializzazione violenta dei rapporti tra il Nord e il Sud del paese. Il post-italiano non si riferisce necessariamente al desiderio di superamento dell’unità nazionale, ma piuttosto al ripensamento della propria identità e delle proprie aspirazioni a partire dal confronto diretto con un momento storico passato, come si vedrà più avanti.

Si noti che non desidero affatto negare l’effettivo avvenimento di manifestazioni estreme che potrebbero rientrare nella designazione gallidellaloggiana di «anti-italiano»: per esempio, il rogo di un tricolore avvenuto a Boscoreale nell’ottobre 2010, come forma di protesta contro la progettata costruzione di una discarica nel territorio del comune vesuviano (ANSA, 2010), ostenta sicuramente uno spirito esasperatamente e innegabilmente ostile nei confronti del concetto di Italia (anche se per niente riconducibile a preconcetti di tipo razziale). Di fronte a quest’evento, potrei senz’altro affermare che il post-italiano non neghi né escluda l’«anti-italiano», pur non coincidendo necessariamente con esso.

Eppure la qualifica di «anti-italiano» richiama prepotentemente alla memoria un campionario di discriminazioni, rappresentazioni e violenze ai danni di innumerevoli comunità di migranti di origine italiana, e principalmente meridionale, che hanno pochissimo in comune con l’episodio di Boscoreale (cfr. LaGumina, 1999). In questo senso, la scelta terminologica gallidellaloggiana sembra quasi un tentativo di trasformare le vittime in carnefici: ai meridionali, da sempre i principali sottoposti alla razzializzazione violenta dell’identità italiana, viene affibbiato un termine che li accomuna simbolicamente ai perpetratori dell’odio nei loro stessi confronti.

Detto questo, non mi stupisce che Galli Della Loggia concentri le sue critiche sull’«anti-italianità» meridionale e si dimentichi dell’ostilità caricata razzialmente che caratterizza il discorso della Lega Nord, costellato di trattamenti non meno simbolicamente violenti, ma più ripetuti e frequenti, dei simboli nazionali, e costantemente egemonico nello scenario politico nazionale degli ultimi 25 anni. Ancora una volta, è utile ricordare come l’articolo in questione sia stato pubblicato in un periodo in cui i leghisti sedevano saldamente al Governo e nei ranghi della maggioranza parlamentare. In realtà, come suggerito da Dickie (1994), il discorso della Lega Nord, con le sue costanti manifestazioni di anti-italianismo intriso di un irriducibile odio etnico nei confronti della componente meridionale (e di quella straniera) della popolazione nazionale, non rappresenta un mutamento sostanziale nella direzione classica della rappresentazione nazionale del Sud come Altro e come negazione dell’italianità. In altre parole, è possibile sostenere che l’anti-meridionalità razzista della Lega Nord sia ben poco post-italiana, dal momento che riproduce e custodisce gelosamente una divisione violentemente razzializzata tra Nord e Sud che, come già visto sopra con Pugliese (2008), entra in vigore in Italia sin dal momento dell’unificazione.

In questo lavoro sostengo che, se il discorso della Lega Nord si rivela difensore dell’etnocentrismo nord-normativo che caratterizza e definisce l’italianità, il congiunto di discorsi, manifestazioni e aspirazioni che caratterizza il post-italiano si presenta come avanguardia (1) nel panorama politico-culturale italiano, e come proposta autenticamente creativa di liberazione dal, o riconfigurazione del, «colosso» nazionale italiano.

È utile chiarire come la scelta terminologica del “post-italiano” non implichi alcuna pretesa di originalità: il termine è ampiamente usato in altri contesti, che spaziano dalle considerazioni di Sobrero sullo stato della lingua italiana (2003), fino agli usi relativi alle situazioni delle ex-colonie italiane in Africa dopo la fine dell’occupazione (Zitelmann, 2001) (2). In relazione all’ultimo degli usi elencati, il “post-italiano” del Mezzogiorno si ricongiunge idealmente a quello delle ex-colonie italiane: del resto, come sostenuto da Pugliese, “il colonialismo italiano ha operato, in modo asimmetrico, su almeno due importanti fronti: su quello interno, relativamente al Sud d’Italia, e su quello esterno, nel contesto dell’occupazione coloniale italiana di un numero di nazioni nordafricane” (2007, s.p.). Come il “post-italiano” delle colonie esterne, quello delle colonie interne allude, senza necessariamente coincidervi, a un progetto de-coloniale di largo respiro.

Ed è qui che devo chiarire e affrontare l’estrema problematicità del suffisso “post-”. Nella citazione di Ashcroft che apre questa sezione, è già evidente come il “post-” di “postcoloniale” fallisca nell’adempiere al medesimo ruolo che si prefigge semanticamente: quello di superare. La stessa critica è mossa da Callinicos nei confronti di concetti ampiamente riconosciuti come il “post-” moderno e del “post-” industriale (2010). Sono cosciente dell’estrema ambiguità della scelta linguistica del “post-” in riferimento al termine “post-italiano”, ma accetto e mi sobbarco le possibili conseguenze di questa ambiguità, nella consapevolezza che ciò che tento di definire come “post-italiano” è caratterizzato sia dalla lucida percezione di una condizione coloniale persistente e intollerabile, sia dalla palpabile possibilità di un fallimento nell’adottare un progetto de-coloniale efficace.

La mia formulazione del concetto di “post-italiano” è leggermente precedente al presente lavoro. In questo articolo tenterò di estendere l’osservazione a vari tipi di manifestazioni culturali, con l’intento di arrivare ad una definizione più completa ed esaustiva del fenomeno. Eviterò, nei limiti del possibile, di fare sistematico riferimento ai vari movimenti politici e culturali nati negli ultimi anni, nella consapevolezza che Patruno (2011) ha già ampiamente approfondito l’argomento, e mi concentrerò piuttosto su episodi di insubordinazione al monologismo della nazione italiana che sembrano emergere sempre più frequentemente.

vai su

La memoria storica

Come osservato da Galli Della Loggia, nel marzo del 2011 in Italia si festeggiano i 150 anni dell’Unità d’Italia tra polemiche e proteste. Queste proteste vengono sia dal Nord “a trazione leghista” che, soprattutto, dal Sud (Monsagrati, 2014). Circa dodici mesi prima dell’anniversario, nel marzo 2010, è uscito il best-seller Terroni di Pino Aprile, che in pochissimo tempo è diventato “una sorta di Bibbia delle rivendicazioni del Sud” (Guerri, 2010). Il libro, oggetto di interminabili polemiche la cui disamina non fa parte degli scopi di questo lavoro, apre con una serie di dichiarazioni che fanno riferimento al recupero della memoria da parte dell’autore, quasi tutte introdotte dalla clausola “io non sapevo”, o da espressioni simili:

Io non sapevo che i piemontesi fecero al Sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. E cancellarono per sempre molti paesi, in operazioni “anti-terrorismo”, come i marines in Iraq. Non sapevo che, nelle rappresaglie, si concessero libertà di stupro sulle donne meridionali, come nei Balcani, durante il conflitto etnico; o come i marocchini  (3) delle truppe francesi, in Ciociaria, nell’invasione, da Sud, per redimere l’Italia dal fascismo (ogni volta che viene liberato, il Mezzogiorno ci rimette qualcosa). Ignoravo che, in nome dell’Unità nazionale, i fratelli d’Italia ebbero pure diritto di saccheggio delle città meridionali, come i Lanzichenecchi a Roma. E che praticarono la tortura, come i marines ad Abu Ghraib, i francesi in Algeria, Pinochet in Cile. (Aprile, 2010, p. 7).

Questa serie di “io non sapevo”, “ignoravo”, etc. va avanti per diverse pagine, marcando un confine ben preciso tra una situazione iniziale d’ignoranza ed un nuovo stato di consapevolezza (4). L’adagio di Aprile viene ben presto usato in spettacoli teatrali, canzoni e manifestazioni di protesta (5). Lo scarto temporale tra il momento dell’«io non sapevo» e quello del sottinteso «io so» definisce il «post-» del «post-italiano», e il confronto con un momento storico passato diventa opportunità per rivalutare il presente e reimmaginare il futuro, coerentemente con quanto sostenuto in lavori sulla letteratura postcoloniale da autori come Stephen Slemon (1988) e il summenzionato Bill Ashcroft (2012). Tuttavia, contrariamente a quanto, come visto sopra, Ashcroft afferma sul postcoloniale, qui è possibile individuare una dimensione specificamente cronologica (se non anche ontologica), che si regge esattamente sullo scarto temporale tra l’«io non sapevo» e l’«io so».

Il recupero della memoria diventa, al Sud, motivo per reclamare un miglioramento della propria condizione, attraverso la proposta di varie soluzioni politiche che spesso contemplano la riorganizzazione territoriale dello stato italiano e la concessione di varie forme di sovranità alle regioni del Sud. Saggisti, artisti, scrittori e musicisti partecipano ampiamente a questo fermento culturale, e un numero senza precedenti di lavori che guardano alla condizione passata e presente del Mezzogiorno viene pubblicato a partire dal 2010 (cfr. Messina, 2015).

Ma la memoria storica “liberata” interloquisce in primo luogo con le celebrazioni per il 150° anniversario dell’unità. Tra proteste e polemiche, il 17 Marzo del 2011, si festeggia solennemente nelle città italiane. A Roma, in Piazza della Rotonda, mentre in basso si consumano le celebrazioni ufficiali, dal balcone di un albergo che dà sulla piazza, un uomo, Gaetano Siciliano, espone un cartellone con su scritto “Io non festeggio genocidi - La vita è bella” (Figura 1). Questo atto simbolico risulta evidentemente insopportabile alle autorità, e in poco tempo i carabinieri ottengono accesso alla stanza da dove l’uomo sta sciorinando il cartellone, che viene sequestrato (La Repubblica, 2011).

Gaetano Siciliano espone un cartellone a Roma (cortesia di eleaml.org)

Gaetano Siciliano espone un cartellone a Roma (cortesia di eleaml.org)

La notte prima, a Catania, ad un concerto in celebrazione del centocinquantenario, il gruppo Sfasciatura aveva suonato Splendi Sicilia, una canzone del 2010. La versione originale della canzone, uscita assieme ad un video ufficiale, parla, tanto sinteticamente quanto chiaramente, di autonomia:

Splendi Sicilia

centro del mondo

l’autonomia

non è solo un sogno (Sfasciatura, 2010)

L’affermazione «l’autonomia non è solo un sogno» è un chiaro riferimento ad uno dei punti fondamentali del dibattito politico siciliano, diviso tra i detrattori dello Statuto Speciale (Lanfranca et al, 2012) e gli autonomisti che invece dichiarano che lo Statuto non è mai stato applicato veramente (cfr. Costa, 2009). Gli Sfasciatura si posizionano molto chiaramente in questo dibattito e auspicano, anche con ottimismo («non è solo un sogno»), l’attuazione completa dell’autonomia regionale, sottintendendo che l’autonomia formale attuale non sia autonomia reale, e ponendo implicitamente l’autonomia in relazione con la centralità dell’isola richiamata nel verso precedente.

Nel concerto di Catania, gli Sfasciatura presentano la stessa canzone col testo rimaneggiato in corrispondenza del verso sull’autonomia:

Splendi Sicilia

centro del mondo

il tuo riscatto

non è solo un sogno (Sfasciatura, 2011).

La sostituzione del riferimento all’autonomia con quello, molto più vago, a un riscatto non meglio identificato, depoliticizza lo slancio utopico della canzone e lo rende compatibile con l’unità monologica e monoglottica della celebrazione ufficiale, tutto questo nonostante lo Statuto Speciale sia contemplato e istituito nella Costituzione italiana. Ma c’è forse di più nella scelta terminologica del «riscatto», che implica una situazione iniziale di colpa o di inferiorità da cui è necessario redimersi. La Sicilia che sogna l’autonomia si pone nella condizione di negoziare orizzontalmente il proprio ruolo con l’Italia, mentre la Sicilia che sogna il riscatto parte implicitamente da una condizione di subalternità: è qui che la canzone post-italiana degli Sfasciatura rientra diligentemente nei ranghi dell’italianità e ne accetta le gerarchie predefinite.

Ora, non è difficile immaginare che questa piccola modifica sia stata apportata a seguito di pressioni da parte degli organizzatori, o che sia stata, nel migliore dei casi, un’autocensura operata dai musicisti stessi nel timore di poter essere esclusi dall’evento. E in quest’ultimo caso non è forse fuori luogo fare riferimento alla distinzione tra violenza soggettiva e violenza oggettiva proposta da Slavoj Žižek, dove la violenza soggettiva è quella causata da un agente ben visibile, mentre quella oggettiva è insita nei meccanismi di dominazione che governano il sistema sociale, politico ed economico (Žižek, 2008: 1-7).

Il confronto con questi due episodi permette una riflessione particolare sulle celebrazioni: a fronte di un revisionismo spesso accusato di minare l’unità nazionale, le celebrazioni sono invece parte di un’ufficialità che interviene sulle idee e le aspirazioni delle persone e le sottopone ad una revisione (simbolicamente o fattualmente) violenta, le depoliticizza o le mette totalmente a tacere. Pertanto, non è fuori luogo sostenere che l’ufficialità è almeno tanto revisionista quanto le narrazioni non ufficiali.

Ora, questo revisionismo delle istituzioni non è solo interessante in ragione della violenza simbolica e fattuale che vi si può associare, ma anche e soprattutto in relazione all’estrema suscettibilità esibita di fronte a elementi di per sé innocui, come il testo di una canzone di un gruppo musicale locale o il cartellone esposto da un singolo. In questo senso, quanto sostenuto da Pugliese riguardo alla razzializzazione virulenta dei rapporti tra Nord e Sud e riguardo alla narrazione che l’Italia offre di sé come nazione «bianca», volta ad eclissare tutti gli elementi e le influenze nordafricane e mediorientali che determinano la cultura meridionale (2008), può tornare senz’altro utile. Alla luce di questa razzializzazione, infatti, è possibile applicare alla nazione “bianca” italiana il concetto di «white fragility» («fragilità o suscettibilità bianca») formulato da Robin DiAngelo (2011), a proposito della propensione dei bianchi statunitensi ad adottare meccanismi di difesa aggressivi quando messi di fronte alla natura dei propri privilegi: abituata ad una condizione permanente di «racial comfort» («comfort razziale», DiAngelo R., 2011), ovvero ad un occultamento continuativo e consolatorio della violenza intrinseca alla propria condizione di privilegio razziale, la nazione bianca italiana, esattamente come quella statunitense, reagisce violentemente quando viene posta di fronte alle implicazioni derivanti dal proprio stato di gruppo sociale dominante.

Di contro, il «post-italiano» è generalmente coerente con ciò che Pugliese descrive come «tactical blackening» («annerimento tattico», Pugliese, 2008), ovvero una risposta culturale al monologismo bianco imbastito dalla nazione italiana. La violenza culturale della nazione bianca, inoltre, non è solo monologismo ma vero e proprio «istoricidio» («white historicide» e «historicidal erasure», Pugliese, 2007), che cancella le varie componenti della storia meridionale che stridono con la narrazione dell’Italia come nazione integralmente bianca ed europea:

Parlo di «cancellazione istoricida» perché la storia della cultura araba in Calabria è segnata da atti violenti di censura e cancellazione. Questa cancellazione istoricida del passato arabo e nordafricano dell’Italia è stata compiuta sia fisicamente (attraverso atti di vandalismo culturale come la distruzione delle moschee) che simbolicamente (attraverso l’egemonia di una storiografia eurocentrica sostenuta da discorsi di supremazia bianca) (Pugliese, 2007, s.p.).

Prendendo in prestito un’espressione di Jeff Ferrel, Pugliese chiama «provisional street justice» («giustizia provvisoria di strada», 2008, p. 8) una delle principali manifestazioni del «tactical blackening» meridionale, riferendosi in particolare ai graffiti sulla statua di Dante Alighieri a Napoli:

Questa statua di Dante piena di graffiti esemplifica una forma di cultura civica che permane illeggibile agli occhi della cultura dominante, per la quale i graffiti significano solo «rumore” vandalistico. Questi graffiti rappresentano una forma di cultura civica dal basso che riorienta lo spazio caucacentrico e monoglottico dello stato-nazione verso un luogo aperto alle storie, politiche e pratiche culturali delle comunità meridionali (Pugliese, 2008, p. 13).

La protesta a Castellammare Di Stabia (foto di pubblico dominio come specificato su dagospia.com)

La protesta a Castellammare Di Stabia (foto di pubblico dominio come specificato su dagospia.com)

L’aspetto dissacratorio della “provisional street justice” a Napoli è rintracciabile in una protesta inscenata nel maggio 2011 a Castellammare di Stabia, dove alcuni lavoratori dei cantieri navali, a rischio di perdere il posto di lavoro, occupano gli uffici del comune e decapitano un busto raffigurante Giuseppe Garibaldi. La testa della statua viene successivamente infilata dentro uno dei gabinetti dell’ufficio comunale (Figura 2).

Questa protesta, come iniziativa politica spontanea, prende la forma di attacco lucido ed intenzionale nei confronti di uno dei simboli dell’unità nazionale, che si pone come sfida implicita alle narrazioni che legittimano l’unità nazionale e tutti i suoi effetti collaterali, compreso il divario Nord-Sud. Non si dimentichi, tra l’altro, che proprio i cantieri navali di Castellammare erano tra gli stabilimenti più fiorenti del Sud preunitario, e che subito dopo l’unificazione vennero ridotti a filiali delle fabbriche navali di Genova (Mazza, 2011).

Il post-italiano è, dunque, recupero della memoria storica come arma di difesa contro l’istoricidio caratteristico della nazione bianca italiana. Gli eventi elencati finora risalgono tutti al 2011, e cioè ad un periodo di celebrazioni ufficiali e forzate dell’unità nazionale che richiamava naturalmente un numero maggiore di manifestazioni di antagonismo. Le manifestazioni di recupero orgoglioso della memoria, tuttavia, non si sono interrotte dopo il 2011, e fino a qualche settimana fa uno striscione esposto dai tifosi del Napoli allo Stadio San Paolo commemorava con rancore i militari borbonici rinchiusi e uccisi nella fortezza di Fenestrelle, in Piemonte, dopo l’unità (cfr. Izzo F., 1999). Lo striscione recitava: “Lager Fenestrelle… Napoli capitale continua ad odiare” (Figura 3).

Lo striscione su Fenestrelle dei tifosi del Napoli (fonte: tuttonapoli.com foto riprodotta col permesso dell’autore Fabio Tarantino).

Lo striscione su Fenestrelle dei tifosi del Napoli 

(fonte: tuttonapoli.com foto riprodotta col permesso dell’autore Fabio Tarantino).

In poche parole, questo striscione ricapitola alcuni dei termini principali del discorso post-italiano: alla presa di coscienza della propria memoria storica (“Lager Fenestrelle”) è associata la riaffermazione della propria centralità (“Napoli capitale”), che a sua volta è legata al rifiuto dello spazio nazionale italiano (“continua ad odiare”). Anche in questo caso è possibile parlare di iniziative dal basso che pretendono di riconfigurare lo spazio nazionale nella direzione di spazi narrativi che includano storie, memorie e identità meridionali che sono generalmente escluse dal monologo nazionale italiano. Inoltre, all’ambito del gioco del calcio sono da ricondurre altri importanti episodi che hanno a che vedere col post-italiano, e che verranno considerati nella prossima sezione.

vai su

Simboli e vessilli

Alla fenomenologia delle tifoserie calcistiche italiane è legata la costante mortificazione delle identità meridionali, ed in particolare di quella napoletana, coi tristemente noti cori inneggianti alle eruzioni dell’Etna e del Vesuvio, accanto a striscioni razzisti, lanci di sacchi di immondizia contro i settori contenenti i sostenitori partenopei e altro (cfr. Martin, 2012).

A fronte di cotanto odio, le tifoserie meridionali, e quella napoletana in particolare, organizzano la propria controffensiva in modi affini a quanto visto sopra a proposito del “tactical blackening”. A parte il suddetto striscione, si possono osservare altre tattiche controffensive, quali i fischi contro l’inno nazionale, e l’esposizione di vessilli borbonici allo stadio. Proprio come i graffiti considerati da Pugliese, queste manifestazioni vengono accolte con stupore e sgomento dal gruppo sociale dominante, che è normalmente propenso a condannarle e depoliticizzarle. Così i fischi dei tifosi vengono definiti «vergognosi» (La Gazzetta dello Sport, 2014) e «da stigmatizzare» (Rai News, 2014), al punto che nel maggio 2012 il Napoli viene multato (Corriere della Sera, 2012) in seguito ai fischi verso l’inno nazionale prima di una partita.

Quanto alle bandiere borboniche, la polizia le ha recentemente sequestrate ad alcuni tifosi napoletani in occasione di un incontro internazionale (Il Mattino, 2015). È da notare che il vessillo duo-siciliano è qui considerato a prescindere dai suoi riferimenti alla dinastia Borbone e alla nostalgia filomonarchica di alcuni dei suoi sostenitori. Tale bandiera è piuttosto osservata come immagine immediatamente contro-simbolica e antagonistica nei confronti dell’idea di unità nazionale italiana.

La bandiera duo-siciliana è protagonista di un altro episodio molto importante. Nel giugno 2014, a Napoli, dopo la finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina del maggio precedente a Roma, muore il tifoso partenopeo Ciro Esposito, che prima della partita, e fuori dallo stadio, era stato colpito dal proiettile di un tifoso romanista, Daniele De Santis, legato agli ambienti dell’estrema destra romana. La narrazione di questi eventi era già stata ampiamente criticata da diversi osservatori a causa di una serie di omissioni e proclami che avrebbero minimizzato il ruolo degli aggressori e spostato tutta l’attenzione su eventi secondari, in modo da provocare una sorta di confusione tra le vittime e i carnefici che avrebbe finito per alimentare il disprezzo nazionale contro i napoletani (Insurgencia, Mezzocannone Occupato, e AfroNapoli United, 2014). Persino il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, dichiara di non accettare di “far passare la città di Napoli come colpevole di quello che sta accadendo, perché la storia non è questa” (De Magistris, 2014).

Dopo quasi due mesi di agonia, Ciro Esposito muore. A Napoli, il 27 giugno 2014 si celebrano i suoi funerali con migliaia di persone, alla presenza delle autorità cittadine, e dopo che il sindaco Luigi De Magistris ha annunciato il lutto cittadino. Già questa notizia di per sé sarebbe sufficiente a parlare di post-italiano, perché mentre l’innocenza e l’integrità del morto vengono ancora ampiamente discusse in ambito nazionale, la sola città di Napoli celebra i suoi funerali ufficiali in isolamento rispetto al resto del paese.

Ma l’immagine che più rimanda ad un’idea di discorso post-italiano è quella della madre di Esposito, Antonella Leardi, che abbraccia il feretro del figlio, avvolto in una bandiera borbonica (Figura 4).

Antonella Leardi abbraccia il feretro del figlio Ciro Esposito, avvolto nel drappo borbonico (foto di pubblico dominio come specificato su dagospia.com).

Antonella Leardi abbraccia il feretro del figlio Ciro Esposito, avvolto nel drappo borbonico 

(foto di pubblico dominio come specificato su dagospia.com).

All’interno della solennità del funerale di Esposito, marcato dal lutto cittadino e dalla nutrita presenza di vari rappresentanti delle istituzioni, viene riprodotto il cerimoniale delle esequie di stato, in occasione delle quali si usa avvolgere il feretro di illustri rappresentanti della nazione nella bandiera nazionale.

Senza bisogno di stabilire il grado di intenzionalità della sua forma di cordoglio, sembra evidente che la madre di Esposito appaia intenta ad innalzare la figura del figlio morto a quella di eroe nazionale, meritevole di celebrazioni equiparabili alle esequie di stato. È altresì palese che, nell’esprimere simbolicamente l’eroismo del figlio, Leardi voglia deliberatamente sottrarre il figlio morto alla nazione italiana e al simbolismo del tricolore, per restituirlo ad un popolo napoletano e meridionale identificabile nel drappo borbonico. Il morto smette di essere un morto italiano per diventare un morto napoletano.

Alla luce di tutto questo, l’immagine di Leardi avvinghiata al feretro del figlio avvolto nella bandiera borbonica è una proposta di contro-narrazione che disconosce il ruolo dello spazio nazionale italiano e rivendica, per la propria comunità, un’identità ed una storia separate.  

La bandiera siciliana raffigurante la trinacria assume spesso significati simili a quelli del drappo borbonico, ed è stata recentemente usata sia per proteste che per manifestazioni di natura indipendentistica e autonomistica. Dal 2010, la Regione Siciliana ha inoltre indetto una speciale Festa dell’Autonomia, da celebrarsi il 15 maggio, (Tuttoilmondo, 2010) e che sin dall’inizio è stata caratterizzata da una forte presenza di vessilli siciliani, usati sia dai manifestanti che da figure istituzionali. L’edizione del 2015, tra le altre cose, ha visto un corteo di 500 associati al movimento Sicilia Nazione sfilare sventolando le trinacrie, (LiveSicilia, 2015) nonché il concerto di Carlo Muratori al Teatro “Al Massimo” di Palermo (Muratori, 2015).

Durante il concerto, Muratori esegue il brano Sicilia patria mia (Muratori e Costa, 2005), un inno nazionale non ufficiale della Sicilia. Nel brano, scritto da Muratori a quattro mani con il leader indipendentista Massimo Costa, ci si riferisce alla Sicilia con il termine “patria” e si indicano i Vespri come episodio fondativo della “nazione siciliana”.

A cu la “mala signoria” ni detti

Dettimu cu lu Vespru na lizzioni,

Arrispunnemu juncennuni tutti,

E tannu addivintamu na nazzioni. (6)  (Muratori e Costa, 2005)

La canzone menziona Garibaldi, alludendo implicitamente all’unificazione italiana. Gli eventi in questione sono descritti in termini di illusione iniziale, seguita da episodi di violenza nei confronti dei siciliani, e successivamente da una serie di disagi connessi alla mafia e all’emigrazione:

Cu Garibaldi la Sicilia critti

D'avìrinni ricchizza e libirtati;

N'arrispunneru cu li bajunitti,

Emigrazioni, mafia e puvirtati.

(Con Garibaldi la Sicilia credette

Di ottenere ricchezza e libertà;

Ci risposero con le baionette,

Emigrazione, mafia e povertà) (Muratori e Costa, 2005).

La strofa conclusiva annuncia il recupero delle antiche glorie, e immagina i siciliani intenti a celebrare nuovamente la centralità e l’egemonia della loro terra, mentre gridano al mondo l’unità e l’indivisibilità del loro popolo:

Mentri parìa ca jìamu tutt'ô funnu

Si senti un gridu di l'antichi tempi;

Dici: “A Sicilia n-facci a tuttu u munnu:

Nuatri semu un populu pi sempri!”.

(Mentre sembravamo sprofondare tutti

Si sente un grido dai tempi antichi;

Dice: «La Sicilia davanti a tutto il mondo:

Noialtri siamo un popolo per sempre!») (Muratori e Costa, 2005).

È fondamentale segnalare che il testo della canzone non fa mai riferimento all’Italia, e sembra piuttosto intento a superare l’idea di Italia, piuttosto che a confrontarvisi, ed è anche qui che quello che descrivo come «post-italiano» si distingue nitidamente dall’«anti-italiano» gallidellaloggiano. In altre parole, per Costa e Muratori l’idea di italianità è già superata, e piuttosto che discuterla sembra più importante ed urgente ricostruire una narrazione nazionale siciliana.

Ritornando al discorso sulla colonialità introdotto sopra, non è forse fuori luogo chiamare in causa, in questo contesto il concetto di “distacco epistemico” (“epistemic de-linking”) elaborato da Walter Mignolo (2009) a partire da una formulazione iniziale di Anibal Quijano. In poche parole, la canzone di Costa e Muratori si avventura in un tentativo di scindere qualsiasi discorso sul passato, il presente ed il futuro della Sicilia da quello che è stato finora designato come “luog[o] d’enunciazione” (Mignolo, 2009,p. 2) privilegiato di questi discorsi, e cioè l’Italia. La costante imprescindibilità dell’Italia nel dibattito sulla Sicilia, il suo ruolo vincolante e normativo nel definire il Mezzogiorno a partire dalla negazione dei propri valori fondanti (cfr. Gribaudi, 1997), viene totalmente disconosciuta nella canzone, che traccia una linea narrativa nella quale la Sicilia assume il ruolo di soggetto, e non più quello di parte gregaria di un’entità nazionale superiore. Lo stesso tipo di distacco con intento de-coloniale è rintracciabile nell’immagine del feretro di Ciro Esposito avvolto nella bandiera borbonica considerata sopra.

Muratori, come accennato sopra, esegue il brano Sicilia patria mia a Palermo, durante la Festa dell’Autonomia 2015, con la bandiera siciliana e lo stemma del partito Siciliano appesi sul muro dietro al palco, e di fronte ad un pubblico di indipendentisti ed autonomisti, molti dei quali fanno il saluto a tre dita caratteristico degli indipendentisti siciliani (Figura 5).

Carlo Muratori canta Sicilia patria mia a Palermo (foto riprodotta col permesso dell’autore Fonso Genchi).

Carlo Muratori canta Sicilia patria mia a Palermo (foto riprodotta col permesso dell’autore Fonso Genchi).

Muratori è un musicista abbastanza conosciuto anche fuori dalla Sicilia, e questa sua aperta collaborazione con circoli indipendentisti è senz’altro sintomatica di una volontà generalizzata, da parte degli artisti, di esporsi su queste questioni, in una maniera che ricorda il fenomeno corso del riacquistu (cfr. Bithell, 2007) o, per parlare di fenomeni più recenti, la partecipazione di vari musicisti nella campagna per il Sì nel contesto del referendum del 2014 per l’indipendenza della Scozia.

vai su

Spazi e confini

Questa volontà di esporsi sull’opportunità di rivendicare la separazione politica della Sicilia dall’Italia sembra condivisa da altri musicisti siciliani, come il gruppo Brigantini, che nel 2010 ha pubblicato una canzone intitolata Allarga lo Stretto, che immagina esattamente l’esasperazione del confine naturale che separa la Sicilia dalla penisola italiana. La canzone, scritta come protesta contro la prospettata costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina, si avventura in una feroce disamina della subordinazione politica e culturale della Sicilia nei confronti di decisioni prese sulla terraferma:

A furia di sfruttarci, lo stretto si è allargato

e ormai dopo cent’anni abbiamo il culo abituato:

né destra né Sinistra, ci chiamano terroni

noi siamo siciliani, non rompeteci i co…co…co…co… (Brigantini, 2010).

Anche in questo caso, questa disposizione ad esporsi come sostenitori di posizioni indipendentistiche è difficilmente attribuibile a sentimenti «anti-italiani». Semmai, i Brigantini sembrano più preoccupati di specificare la propria collocazione all’interno di altri ambiti discorsivi, come la dicotomia tra uomini e donne e quella tra europee e africane, come emerge chiaramente dall’orribile sarcasmo nei confronti delle donne africane presente nel testo della canzone. Nei versi riportati qui sotto, infatti, si immagina un secondo ponte, costruito dopo il primo, in modo da permettere alle donne africane di arrivare facilmente in Sicilia per lavorare come prostitute:

Con il ponte, ci assicurano, le cose cambieranno,

sarà fatta cosa giusta, tutti ce lo invidieranno

e appena completato, se resterà cemento

un altro ne faranno da Tripoli a Agrigento,

così Egiziane, Libiche, Ghanesi e Nigeriane

verranno con i pattini per fare le buttane (Brigantini, 2010).

Queste parole offensive tracciano una linea di confine ben marcata tra questa canzone e le altre canzoni siciliane e meridionali che alludono a propositi indipendentistici o autonomistici, e che normalmente fanno riferimento a idee di cooperazione e solidarietà all’interno dello spazio Mediterraneo. Come si può vedere, a dispetto di quanto sostenuto sopra sulla strategia del «tactical blackening» (Pugliese, 2008) contro il monologismo della nazione bianca, il post-italiano non è immune da narrazioni supremaziste e rappresentazioni dell’Altro del tutto paragonabili a quelle di cui il Mezzogiorno è di solito vittima.

Inoltre, in contrasto con la reificazione della femminilità dei Brigantini, è importante mettere in chiaro che la condizione della Sicilia, nelle canzoni, è spesso descritta come quella di una donna oppressa da un uomo tiranno, in cui normalmente è riconoscibile lo stato italiano. Questo è sicuramente il caso di un’altra canzone siciliana e post-italiana, La Sicilia havi un patruni, cantata e musicata da Rosa Balistreri su testo di Ignazio Buttitta (1974). In questa canzone ci si riferisce alla Sicilia insistendo su pronomi femminili, che sono contrapposti a significanti maschili e patriarcali che servono a connotare il ruolo oppressivo dell’Italia, che quindi è “patruni” (“padrone”), “patria” e “patri” (“padre”) (Buttitta e Balistreri, 1974). L’Italia è quindi rappresentata come un patriarca opprimente che “la strinci 'nta li vrazza” (“la stringe tra le braccia”), e poi “a’mmazza” (“la picchia/uccide”) se chiede cibo; il “patri talianu” (“padre italiano”) è ritenuto responsabile per l’emigrazione di massa di giovani lavoratori verso altre regioni e altri stati, ed è accusato di esserseli venduti “p’un pezzu ri pani” (“per un pezzo di pane”) (Balistreri e Buttitta, 1974).

La contrapposizione forte tra Sicilia e Italia, presente, in modi differenti, sia nella canzone dei Brigantini che in quella di Rosa Balistreri, coesiste, e forse contrasta, con l’immaginazione del Mediterraneo come spazio liberato dalle frontiere nazionali e transnazionali che lo costringono. In in Che il Mediterraneo sia, Eugenio Bennato sostiene l’idea di un Mediterraneo libero e solidale, “na furtezza ca nun tene porte/ addo' ognuno po' campare / d'a ricchezza ca ognuno porta” (Bennato, 2002).

Nei due esempi riportati sopra, quello di Bennato e quello dei Brigantini, si anela al superamento dello spazio nazionale italiano, sia nella direzione della creazione di uno spazio mediterraneo condiviso, che nella direzione di una separazione dal resto del paese. Eppure lo si fa in maniera estremamente diversa, e se Bennato si oppone all’esistenza stessa delle frontiere nazionali, i Brigantini ne acclamano l’inasprimento.

Inoltre, gli svariati movimenti culturali e politici che, pur rimanendo lontano dagli eccessi dei Brigantini, immaginano nuovi confini nazionali per le regioni del Mezzogiorno, lo fanno in modi molto diversi. C’è chi immagina un paese unito coincidente con i confini del vecchio Regno delle Due Sicilie, e c’è chi immagina questo stesso territorio diviso in due, con una parte peninsulare unita e la Sicilia indipendente. A queste categorie programmatiche bisogna aggiungere i vari movimenti autonomisti, che non immaginano una vera e propria separazione politica dallo stato italiano, ma invocano la concessione di ampie sovranità decisionali in vari settori della gestione del territorio (Cfr. Patruno, 2011).

Questa estrema discrepanza di vedute può essere ricondotta a due problematiche principali. La prima è l’ambiguità, in un contesto coloniale, del concetto di nazione, che da un lato è percepito come unico orizzonte di riorganizzazione sociale possibile ai fini della liberazione, e dall’altro è visto come retaggio della colonizzazione e violento snaturamento del rapporto col luogo delle popolazioni locali (Ashcroft, 2012), questo anche a dispetto del fatto che il Mezzogiorno possegga una tradizione di unità politica pregressa all’unificazione italiana. Il secondo nodo concettuale da considerare è legato alla fabbricazione discorsiva del Mezzogiorno a partire da un’idea di negazione, che rende estremamente fluidi i confini di ciò che viene identificato come Sud Italia (Dickie, 1997, pp. 116-117).

vai su

Conclusioni

Queste ultime considerazioni permettono di caratterizzare il post-italiano come un orizzonte programmatico eterogeneo, un insieme di progetti politici differenti piuttosto che un blocco unico e compatto. Sia chiaro che questa eterogeneità di vedute e di aspirazioni non è qui associata necessariamente ad una presunta debolezza in termini di efficacia politica. Piuttosto, l’eterogeneità è da considerarsi caratteristica irrinunciabile del post-italiano, necessaria alla decostruzione di narrazioni tronfie e magniloquenti come quella della nazione italiana. Come argomentato recentemente da un gruppo di collaboratori della rivista EuroNomade, “siamo sud, e quindi sicuramente subalterni: ma popolo e nazione sarete voi, noi siamo semmai eterogeneità, transito” (Amendola et al., 2015).

Questa eterogeneità permette di distinguere il Mezzogiorno post-italiano dalle varie regioni europee che lottano per l’indipendenza. I vari orizzonti nazionalitari europei, infatti, sono accomunati da sostanziali omogeneità di vedute riguardo alla questione dell’indipendenza e a quella dei confini nazionali. Ciò non impedisce certamente di annoverare la Sicilia tra le nazioni senza stato europee caratterizzate da una storia di lotte per l’indipendenza. Tuttavia, anche all’interno di questa prospettiva, risulta molto difficile parlare di Mezzogiorno senza parlare della Sicilia e viceversa. In altre parole la Sicilia è sia parte fondamentale del Mezzogiorno post-italiano, che regione che costruisce indipendentemente la sua narrazione autonomistica e nazionalitaria, e questo è probabilmente evidente nel caso esaminato sopra del concerto di Carlo Muratori.

È importante precisare che la formulazione del post-italiano proposta in questo lavoro non assegna a questo orizzonte discorsivo un valore morale necessariamente superiore a quello del discorso nazionale italiano. Al contrario, come ampiamente mostrato a proposito della canzone dei Brigantini, alcuni tentativi di superare discorsivamente l’orizzonte nazionale italiano possono finire per riprodurre rappresentazioni dell’Altro simili o addirittura peggiori di quelle di cui il Mezzogiorno è normalmente oggetto. Sebbene questi casi siano rari, sono comunque da vagliare con attenzione.

In relazione a quest’ultimo punto, è altresì fondamentale connettere l’eterogeneità di cui sopra ad una puntualizzazione sulla limitata rappresentatività delle manifestazioni simboliche prese in esame in questo lavoro: nel drappo borbonico, per esempio, si riconosce solo una parte dei movimenti e dei soggetti intenti nella produzione di narrazioni post-italiane, mentre altri soggetti e movimenti tendono ad opporsi sia al drappo borbonico che a ciò che rappresenta. Va da sé che anche le battute dei Brigantini sulle donne africane tendono a non godere di consenso generalizzato, o, più probabilmente, tendono a non godere di alcun consenso tra coloro che mettono in discussione l’orizzonte nazionale italiano, anche se la proposta sarcastica di allargare lo Stretto di Messina, avulsa dalle sfumature razzistiche della canzone, articola senz’altro i pensieri di moltissimi siciliani.

Il Mezzogiorno post-italiano è un laboratorio complesso di dibattiti, collaborazioni, progetti, litigi, scissioni e polemiche che si contrappone, nella sua eterogeneità, al monologismo fondativo della nazione italiana, ma anche alla prospettiva «anti-italiana» lamentata da Galli Della Loggia. A questo proposito, è importante evidenziare che la formulazione del post-italiano è mirata all’identificazione di una categoria sia analitica che programmatica: in altre parole, si è raggruppata una serie di manifestazioni simboliche attorno alla definizione di post-italiano e allo stesso tempo si è cercato di individuare delle linee interpretative comuni potenzialmente feconde nella prospettiva dell’eventuale produzione di ulteriori manifestazioni simboliche indirizzate al superamento dell’orizzonte nazionale italiano. La dimensione programmatica del post-italiano non presuppone che la battaglia contro il monologo della nazione italiana sia vinta. Al contrario, come già argomentato riguardo al prefisso “post-”, il post-italiano è caratterizzato dalla consapevolezza della possibilità di un fallimento: per dirla, e concludere, con Eugenio Bennato, “il mio Sud ci sta provando: è Davide contro Golia” (Bennato, 2007).

vai su

Note

(1) Per questa felice scelta terminologica, saltata fuori durante una conversazione a Cordoba, devo ringraziare i carissimi colleghi Giuseppe Domenico Basile, Carmine Cassino e Antonio Vito Boccia. Si veda però anche Pugliese (2007, s.p.).

(2) Posteriore alla stesura di questo lavoro, ma precedente la pubblicazione dello stesso, è un articolo di Severgnini (2016), che utilizza il termine “post-Italians” per descrivere ancora un altro fenomeno.

(3) Ad onor del vero, l’uso comune del termine “marocchinate”, in riferimento ai tragicissimi eventi a cui allude Aprile, tende ad addossare esclusivamente ai militari marocchini la responsabilità di questi stupri di massa. In realtà agli stupri parteciparono anche ufficiali e soldati francesi, oltre che truppe originarie di altre colonie della Francia, e persino italiani aggregati alle truppe (Federici, 2004)

(4) In questo lavoro non si entra nel merito della polemica sulla presunta mancanza di accuratezza fattuale e sulla presunta inopportunità di alcuni paragoni proposti da Aprile. Ci si limita qui a osservare che alcune delle critiche contro Terroni sono assolutamente ragionevoli, mentre altre semplicemente non lo sono.

(5) Per esempio, sia Fiorella Mannoia (2012) che Mimmo Cavallo (2011) si sono ispirati a Terroni per mettere insieme un intero album. Inoltre, l’album di Cavallo fa da colonna sonora ad uno spettacolo teatrale diretto e interpretato da Roberto D’Alessandro (2011), mentre Altroparlante ha scritto una canzone (2011) che praticamente mette in musica quasi parola per parola l’incipit del libro.

(6) (A quelli che ci diedero la “mala signoria” _, / Demmo una lezione col Vespro, / Rispondemmo unendoci tutti, / E allora diventammo una nazione)

Bibliography

Alianello, C. 1972. La conquista del Sud. Rusconi, Milano.

ANSA. 2010. Boscoreale: bruciata bandiera italiana», tratto da http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/10/21/visualizza_new.html_1729939911.html.

Amendola, G., De Michele, G., Ferri, F. & Festa, F. 2015. ‘Il Rapporto Svimez e le lettere a un meridione mai nato’, EuroNomade. Tratto da http://www.euronomade.info/?p=5364

Zitelmann, T. 2001. ‘Anthropology and Empire in Post-Italian Ethiopia. Makonnen Desta and the Imagination of an Eriopian “We-Race”’, Paideuma, no. 47, 161-179.

Aprile, P. 2010. Terroni: Tutto quello che è stato fatto perchè gli italiani del sud diventassero meridionali. Piemme, Milano.

Ashcroft, B. 2012. ‘Introduction: Spaces of Utopia’. Spaces of Utopia: An Electronic Journal, vol. 2, no.1: 1-17.

Balistreri, R., & Buttita, I. 1978. ‘La Sicilia havi un patruni’. [R. Balistreri, Artista] In Vinni a cantari all’ariu scuvertu. Cetra.

Bennato, E. 2002. Che il Mediterraneo sia. Taranta Power.

Bennato, E. 2007. ‘Ritmo di Contrabbando’. In Sponda Sud. Taranta Power.

Bithell, C. 2007. Transported by Song: Corsican Voices from Oral Tradition to World Stage. Scarecrow Press, Toronto.

Brigantini. (2010). Allarga lo Stretto. Brigantini / Trp.

Callinicos, A. 1989. Against Postmodernism: A Marxist Critique. Polity Press, Cambridge.

Cavallo, M. 2011. Quando saremo fratelli uniti. Edel.

Ciano, A. 1996. I Savoia e il massacro del Sud. Grandmelò, Roma.

Conelli, C. 2013. ‘Mezzogiorno postcoloniale’. Terza giornata di studi su Nicola Zitara. Nola. Tratto da http://www.eleaml.org/rtfnofor/2013_pdf/2013_05_15_conelli_mezzogiorno_postcoloniale_nola_13_aprile.pdf

Costa, M. 2009. Lo statuto speciale della Regione Siciliana: Un'autonomia tradita?, Herbita, Palermo.

Corriere della Sera. 2012. ‘Multa di 20.000 euro al Napoli per i fischi all'Inno di Mameli’, Corriere della Sera, tratto da http://www.corriere.it/sport/12_maggio_22/fischi-inno-coppa-italia-multa-napoli

.D'Alessandro, R., & Aprile, P. 2011, Terroni: Centocinquant'anni di menzogne. Teatro Quirino, Roma. Tratto da http://www.youtube.com/watch?v=ibAhYZkBSoU

De Magistris, L. 2011. ‘Surreale arresto Ciro Esposito, Napoli non è colpevole di quanto accaduto’. Web TV - Comune Di Napoli. Tratto da https://www.youtube.com/watch?v=WFqiAXHXI9E

DiAngelo, R. 2011. ‘White Fragility’, International Journal of Critical Pedagogy, vol. 3, no. 3, 54-70.

Dickie, J. 1994. ‘The South as Other: From Liberal Italy to the Lega Nord’, The Italianist, no. 14 (Special Issue - Culture and society in southern Italy: past and present), 124-140.

Dickie, J. 1997. ‘Stereotypes of the Italian South, 1860-1900’. (A cura di) R. Lumley & J. Morris, The New History of the Italian South: The Mezzogiorno Rivisited. Exeter: University of Exeter Press, Exeter, 114-147.

Federici, G. 2004. ‘Le marocchinate - "Stuprate le italiane"’. Dal Volturno a Cassino. Tratto da https://dalvolturnoacassino.it/doc/marocchinate2.pdf

Galli Della Loggia, E. 2014. ‘Sbaglia chi pensa che il ritardo del Sud sia dovuto all'Unità d'Italia’. Corriere del Mezzogiorno. Tratto da http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/notizie/politica/2014/5-marzo

Gramsci, A. 1966. La Questione Meridionale. Rome: Editori Riuniti.

Guerri, G. B. 2010a. ‘Quando l'orgoglio dei terroni si trasforma in un bestseller’. Il Giornale. Tratto da http://www.ilgiornale.it/news/quando-lorgoglio-dei-terroni-si-trasforma-bestseller.html

Guerri, G. B. 2010b. Il sangue del Sud: Antistoria del Risorgimento e del brigantaggio. Mondadori, Milan.

Il Mattino. 2015. ‘La denuncia: “Sequestrate bandiere del Regno delle due Sicilie durante la partita del Napoli”’, Il Mattino, tratto da http://ilmattino.it/napoli/cronaca/napoli_bandiere_regno_sicilie-1341306.html

Insurgencia, Mezzocannone Occupato, & AfroNapoli United. (2014, May 6). Tra napoletanofobia, razzismo e omissioni, la vera Carogna è lo Stato. Milano in Movimento. Tratto da http://milanoinmovimento.com/news-stream/dallarete-ciro-siamo

Izzo, F. (1999). I lager dei Savoia: Storia infame del Risorgimento nei campi di concentramento per meridionali. Naples: Controcorrente.

La Gazzetta dello Sport. 2014. ‘L'inno fischiato: dalle curve bordate prima di Fiorentina-Napoli’, La Gazzetta dello Sport, tratto da http://video.gazzetta.it/inno-fischiato-curve-bordate-prima-fiorentina-napol

La Repubblica. 2011. ‘Manifesto di contestazione al Pantheon: "Io non festeggio genocidi, la vita è bella"’. La Repubblica. Tratto da http://roma.repubblica.it/cronaca/2011/03/17/news/manifesto_di_cont

LaGumina, S. J. (1999). Wop!: A Documentary History of Anti-Italian Discrimination in the United States. Guernica, Toronto.

L'Altroparlante. 2011. La storia capovolta. Tratto da https://www.youtube.com/watch?v=YEXRWnuTK1U

Lanfranca, D., Calandra, F., Crescimanno, G., Giambalvo, M., Grassi, P. M., Lucido, S. & Lanfranca, F. 2012. ‘Perché è diventato indifendibile lo Statuto Speciale Siciliano’. La Repubblica. Tratto da http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica

LiveSicilia. 2015. ‘Movimento Sicilia Nazione: In 500 al corteo di Palermo’. LiveSicilia. Tratto da http://livesicilia.it/2015/05/15/movimento-sicilia-nazione-in-500-al-corteo-di-palermo_627952/

Mannoia, F. 2012. Sud. Sony Music/Oyà.

Martin, S. 2012. ‘Sport Italia: 150 Years of Disunited Italy?’ Bulletin of Italian Politics, vol. 4, no. 1, 49-62.

Mazza, M. 2011. ‘Il travagliato Risorgimento nel Mezzogiorno’. La Capitanata, no. 26, 103-131.

Mignolo, W. D. 2009. ‘Epistemic Disobedience, Independent Thought and De-Colonial Freedom’. Theory, Culture & Society, vol. 26, no.7-8, 1–23.

Monsagrati, G. 2014. ‘1861–2011. The celebrations in Italy and in the international context’. Journal of Modern Italian Studies, vol. 19, no. 1, 71-77.

Muratori, C. 2015. Sicilia Patria Mia. Al Massimo, Palermo. Tratto da https://www.youtube.com/watch?v=3kP24x5vrVY

Muratori, C., & Costa, M. 2005. Sicilia Patria Mia. Tratto da https://www.youtube.com/watch?v=3kP24x5vrVY

Nitti, F. S. 1900. Nord e Sud: Prime linee di una inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia. Turin: Roux e Viarengo.

Patruno, L. 2011. Fuoco del Sud: La ribollente galassia dei Movimenti meridionali. Rubbettino, Soveria Mannelli.

Polizzi, G. 2013. Postcoloniality and the Italian South: Race, Gender, Sexuality, Literature. Utrecht: Utrecht University - Granada University. Tratto da http://dspace.library.uu.nl/handle/1874/281051

Pugliese, J. (2008). Whiteness and the blackening of Italy: La guerra cafona, extracommunitari and provisional street justice. PORTAL Journal of Multidisciplinary International Studies,, 5 (2).

Rai News. 2014 ‘Telecronaca’, Rai News, tratto da https://www.youtube.com/watch?v=wz9C7wwLeLQ

Schneider, J. (A cura di). 1998. Italy's 'Southern Question': Orientalism in One Country. Oxford; New York: Berg.

Severgnini, B. 2016. ‘Giulio Regeni e gli altri ragazzi. I nostri Post-Italians’. Il Corriere della Sera, tratto da http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_07/giulio-regeni-altri-

Sfasciatura. 2010. Splendi Sicilia. Tratto da https://www.youtube.com/watch?v=JWq0_tX3CAk

Sfasciatura. 2011. Splendi Sicilia. Piazza Università, Catania. Tratto da https://www.youtube.com/watch?v=9BSXG36vUsw

Slemon, S. 1988. ‘Post-Colonial Allegory and the Transformation of History’. The Journal of Commonwealth Literature, 23, 157-168.

Sobrero, A. A. 2003. ‘Nell’era del post–italiano’. Italiano & Oltre, vol.18, no. 5, 272-277.

Tuttoilmondo, A. 2010. ‘E in Sicilia scatta la festa dell'autonomia’. LiveSicilia. Tratto da http://livesicilia.it/2010/05/11/e-in-sicilia-scatta-la-festa-dellautonomia_48240/

Zitara, N. 1971. L'Unità d'Italia: Nascita di una colonia. Jaca Book, Milano.

Zitara, N. 1973. Il proletariato esterno: Mezzogiorno d'Italia e le sue classi. Jaca Book, Milano

Žižek, S. 2008. Violence: Six Sideways Reflections. Picador, New York.
























vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del Webm@ster.