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INTERPELLANZA SUI FATTI DI SICILIA

del Deputato D'ONDES-REGGIO

TORNATA DEL 10 DICEMBRE 1863

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE CASSINIS, PRESIDENTE.


Signori, questa triste iliade doveva finire con due grandi catastrofi. L’una, quella ornai assai famosa di Petralia; a tutti è noto che si andava a cercare in una capanna sui monti di notte tempo, non un renitente alla leva, ma uno il quale poteva sapere, o s’immaginava che poteva sapere dove fosse un renitente alla leva, si tentava di fare aprire per forza chi vi albergava il quale non voleva aprire; si tirano fucilate da ambo le parti, e poi si appicca il fuoco e si bruciano vivi un padre, una figlia, un figlio. (Viva sensazione)

[…]

L’altra catastrofe: si arresta a Palermo un sordomuto come renitente alla leva; la povera madre chiedeva di vederlo, le era proibito; ma l’amore di madre, e di madre siciliana, sa vincere ogni barriera. (Ohi ohi)

Questo ed altro narra il deputato siciliano per motivare la sua interpellanza e la sua richiesta di commissione di inchiesta. Lo scontro in parlamento riguardò soprattutto l'applicazione arbitraria della Legge Pica in  Sicilia, in quanto era stata varata per le provincie continentatli e comunque per quelle dichiarate con decreto reale "infestate dal brigantaggio".

Dal voto sulla sua interpellanza derivarono poi le dimissioni di alcuni parlamentari fra cui Garibaldi.

Zenone di Elea – 9 Ottobre 2014

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SOMMARIO. Lettera del deputato Gallenga sulla sua assenza. — Seguito della discussione sollevata dalle interpellanze del deputato D'Ondes-Reggio intorno agli ultimi fatti di SiciliaSpiegazioni personali domandate dal deputato BixioProposta d'ordine del deputato BargoniDichiarazioni del deputato CrispiIl deputato Bixio continua il suo discorso in favore degli atti del Governo — Repliche personali del deputato D'Ondes-Reggio Schiarimenti del deputato Fàbrizj Nicola sulle cose di Sicilia negli anni scorsi — Svolgimento della proposta del deputato Crispi e di altri contro gli atti del MinisteroIncidente rumoroso in seguito di una frase dell'oratore — Il deputato Grispi è chiamato all'ordine con iscrizione sul processo verbale — Le tribune pubbliche sono sgombrateA istanza del deputato Chiaves, la Camera si dichiara in permanenzaSpiegazioni personali del deputato Bertólami — Svolgimento delle proposte dei deputati Bertani, Paternostro e BonCompagni — Dichiarazioni del deputato Pinzi sulla sua proposta ritirataRisposte e dichiarazioni del presidente del Consigliò Minghetti e sua adesione al voto del deputato BonGompagniAltre spiegazioni del deputato Crispi. — Relazione sul disegno di legge per il conguaglio dell'imposta fondiaria. = Rassegna d'ordine delle diverse proposteRinvio della seduta per relazione di petizioni fissata per questa seraIstanza del presidente del Consiglio sull'ordine del giorno — Votazione a squittinio nominale, ed approvazione del voto motivato del deputato BonGompagni in favore del Ministero.

La seduta è aperta alle ore 1 12 pomeridiane.

MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente, che è approvato.

GIGLIUCCI, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

9563. La deputazione provinciale di Ravenna si oppone a che il progetto di perequazione dell’imposta fondiaria venga modificato a vantaggio solo di alcune provincie e chiede che il medesimo venga approvato quale venne proposto od emendato secondo norme giuste applicabili indistintamente a tutte le provincie del regno.

9564. Monticelli Alessandro, da Rimini, espone alla Camera essere egli rimasto creditore del caduto Governo pontificio per lavori eseguiti negli stabilimenti militari della suddetta città per la somma di lire 1540 14, e chiede perciò d’essere soddisfatto di questo suo credito, attestato da documenti ufficiali.

ATTI DIVERSI.

PRESIDENTE. L’onorevole deputato Gallenga scrive da Nuova-York in data 24 novembre:

“Sono stato trattenuto in questo emisfero un mese e mezzo più del tempo da me divisato, e con sommo rincrescimento ho dovuto essere assente al riaprirsi della Sessione parlamentare il 17 ultimo scorso. Partirò per altro di qui il 2 dicembre e mi recherò con ogni sollecitudine all’adempimento del mio dovere. „

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE SOLLEVATA DALLE INTERPELLANZE 

DEL DEPUTATO D'ONDES-REGGIO SULLE COSE DI SICILIA.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione sollevata dalle interpellanze del deputato D’Ondes-Reggio intorno ai fatti della Sicilia.

BIXIO. Prima di tutto ho una preghiera da rivolgere alla Camera. Ieri fui interrotto nello svolgimento del mio ordine del giorno, e durante l’interruzione il deputato Crispi, avvicinandosi a me, mi lanciò un’accusa alla quale io desidero di rispondere pubblicamente e chiaramente. Invito l’onorevole Crispi a ridirla nuovamente, affinché io possa rispondere e provare che non è nel vero.

CRISPI. Domando la parola.

BIXIO. Se l’onorevole presidente e la Camera...

PRESIDENTE. Ritenga l’onorevole Bixio che questo non fu certamente detto dall’onorevole Crispi in qualche suo discorso, né udito dalla Camera; onde avviene e ne la posso d’altronde assicurare, che dal resoconto non risulta di nessuna parola per di lui parte, a cui possano riferirsi le sue lagnanze; laonde pregherei l’onorevole Bixio di non insistere sopra questo argomento.

BIXIO. Mi permette di replicare?

L'onorevole presidente è nel vero, e dal momento che ei lo dice deve essere così, che questa parola non si sarà intesa; ma io mi appello ad alcuni rappresentanti che seggono vicino a me. Quella parola fu raccolta da me con dolore, e poco mancò che io non divenissi intieramente antiparlamentare. Essa fu raccolta anche da altri i quali me l’hanno ripetuta. Ciò importa alla mia riputazione. Ella sa, come tutti sanno, che non si vive di solo pane.

Io tengo che gli amici sappiano che sono un uomo onorando, e l’accusa dell’onorevole Crispi, se non tocca l’onore, rigorosamente parlando, mi abbasserebbe dal livello a cui credo d’aver diritto di rimanere.

BARGONI. Domando la parola per una mozione d’ordine.

BIXIO. L’onorevole Crispi dovrebbe, con la franchezza che lo distingue, e con la vivacità anche che lo distingue, se erede, ripetere l’accusa di ieri in modo che io possa rispondere e provare che egli, se non altro, si è ingannato.

BARGONI. Le parole cui allude l’onorevole Bixio furono pronunciate dal deputato Crispi in uno dei momenti in cui la discussione era di fatti interrotta. Io domando quindi in nome della carità di patria che la Camera non acconsenta che il deputato Crispi ripeta queste parole. (Bravo!) Ma d’altra parte conoscendo quanto siano delicati i sentimenti che muovono il deputato Bixio onde avere ciò che egli crede una riparazione al suo onore, dichiaro a nome mio, che sono uno di quelli che hanno sentito quelle parole, e benché non abbia ancora interpellato gli altri amici miei che udirono quelle parole, credo di poter dichiarare anche a nome di loro che saremo pronti fuori di questo recinto a riunirci in convegno d’amici, in seno del quale, ne son certo, vorrà pure recarsi l’onorevole Crispi, del quale conosco a prova la lealtà, ed allora, senza portare uno scandalo nuovo davanti a questo Parlamento, l’onorevole Bixio potrà ottenere tutto ciò che desidera. Questa discussione è già stata abbastanza ricca di emozioni per tutti, ed io rinnovo la mia preghiera perché non si dia ulteriore seguito a questo incidente doloroso. (Bravo! Bene!)

BIXIO. Permetta l’onorevole presidente che dica ancora poche parole.

Ognuno intende le cose di questo genere a modo suo. Io non so se il mio linguaggio possa avere qualche cosa che possa farlo interpretare diversamente dal mio intendimento, ma io non posso prendere ad imprestito la natura da un altro: dico quello che sento; credo di poter rispondere a quello che si dice in Parlamento. Io non giudico di poter rimanere deputato se non posso rispondere ad accuse che furono intese dai colleghi che mi siedono vicino.

PRESIDENTE. Non si può dire che siano state pronunziate in Parlamento le parole a cui l’onorevole Bixio allude; oltre a quanto già accennai, ora s’aggiunge, come or ora disse l’onorevole Bargoni, che in quel momento la seduta era sospesa; che che abbia detto in quel momento l’onorevole Crispi, non bisogna confondere le cose che possono dirsi in particolare e fra deputati, quand’anche nell’aula parlamentare, colle cose che formano soggetto della discussione e del resoconto.

BIXIO. Aspetto la decisione della Camera per prendere la mia.

Voci. Parli! parli!

PRESIDENTE. Fu fatta una mozione d’ordine dall’onorevole deputato Bargoni

CRISPI. Chiedo di parlare per un fatto personale. (Mormorio)

Non susciterò dei dispiaceri.

PRESIDENTE. Mi raccomando.

CRISPI. Io non ritratto nulla di quello che sta nel processo verbale nella tornata di ieri. Ci furono delle parole scambiate tra me e l’onorevole Bixio abbastanza vivaci. Io dissi le mie, egli replicò: io forse gliene ho lanciata qualche altra che a lui sarà dispiaciuta.

Se l’onorevole Bixio chiede che io ripeta le cose che risultano dal processo verbale....

Voce. No I no!

CRISPI. Mi lascino terminare... che risultano dal processo verbale, e delle quali sono come deputato responsabile davanti questa Camera, io non mancherò di farlo. Per quelle cose però che io ho dette come Crispi individuo e che Bixio individuo disse contro di me, è un affare a parte, che ce lo assesteremo dove e quando vorrà l’onorevole Bixio. (Bravo!)

PRESIDENTE. Mi pare che dopo questa dichiarazione l’incidente è terminato, e pregherei quindi l’onorevole Bixio di entrare nel tema della discussione.

BIXIO. Ieri sono stato interrotto violentemente dalla Sinistra parlamentare, e particolarmente dagli onorevoli Mordini e Crispi, nel dire la mia opinione nella questione che si riferisce alla Sicilia.

La Sinistra parlamentare, secondo me, aveva debito di dimenticarsi di essere opposizione, e di appoggiare il Governo, od almeno di far comprendere con una motivazione speciale che se riconosceva illegali le misure prese, comprendeva per altro che le misure erano necessarie.

Ho bisogno di aggiungere qualche parola per ispiegare meglio i miei pensieri. E di fatto che la rappresentanza delle provincie siciliane si comprende, in gran parte almeno, di uomini della Sinistra parlamentare; e mi dispiace che questi deputati che hanno notevolissima influenza nelle provincie siciliane non appoggino il Governo nella presente quistione — e temo che trattandosi di un paese dove la tradizione di Governo è tradizione quasi di nemico che bisogna combattere, aumenti di molto le difficoltà che naturalmente s’incontrano per vincere le resistenze all’esecuzione d’una legge che è supremo bisogno che sia rigorosamente applicata.

Per quello che ho detto ieri, e per questo che aggiungo oggi, si spiega come io credessi necessario che la Sinistra parlamentare, nella presente questione che ha relazione così intima colla nostra posizione in Europa e colle possibilità cui andiamo incontro per risolvere direttamente od indirettamente la questione romana e veneta, non facesse un tutt’uno con la maggioranza e dicesse: il paese prima di tutto. Queste cose, che sono perfettamente comprese dagli uomini della Sinistra, avrebbero dovuto, parevami, influire tanto da tenere il linguaggio che io dico. Perché anch’io mi sento spesse volte portato a gridare: avanti! avanti! oltre quell’avanti che la maggioranza del paese vorrebbe; poiché il paese non si compone soltanto di gioventù e d’uomini che siano disposti a dare la loro vita da un momento all’altro.

Ma non oggi e per questo io mi sono staccato interamente questa volta dalla Sinistra; e qualunque sia il modo, direi quasi micidiale, con cui mi rispose la Sinistra, io ritornerò ad essa tutte le volte che lo crederò conveniente.

Credo con questo di aver completato il concetto emesso da me ieri a schiarimento od a spiegazione di quanto ho detto parlando dei deputati dell’opposizione.

Del resto, ho pregato l’uffizio di revisione stenografica di conservare le bozze di quello che ho detto, perché, rileggendole con calma ed in presenza dì amici, ho trovato che non ci era niente, salvo qualche cosa che nel sistema parlamentare potrebbe forse essere impugnato, e. che si riferisce all’onorevole D’Ondes-Reggio.

Quanto alla Sinistra parlamentare non ci ho trovato nulla che non potesse essere detto in un discorso fatto alla Camera.

Io sono abbastanza vecchio delle cose di questo mondo per aspettarmi giustizia dai miei avversari politici. Io non l’aspetto e non l’aspetterò mai; epperciò sono disposto alla lotta. La lotta è la mia natura, e ci sto bene. Se non mi rendono giustizia, non vuol dir niente; quando sento il bisogno di combattere, combatterò, e non mi allarmerò per questo che non sono inteso.

Seguendo ora il mio discorso, vorrei dimostrare, se fosse possibile, quale pericolo fu già per la Sicilia il trovarsi disavvezza alle armi, e il non sentire nelle rivoluzioni passate, come nel presente il bisogno che i suoi figli fossero preparati alle armi neppure quando un uomo straordinario che vi aveva e vi ha tanta influenza ve li chiamava. E probabile che io abbia da parlare lungamente; se la Camera me lo concede, esporrò i miei pensieri per intero.

Voci. Parli! parli!

BIXIO. Parlo di storia che tutti conoscono.

Il generale Garibaldi, dopo di aver sorpreso il nemico e combattutolo gloriosamente, occupava Palermo. I combattenti, inebbriati per la vittoria, come succede spesso, non si curavano di raccogliersi; l’ebbrezza andò fino al punto che il giorno della presa di possesso per occupare la Piazza Reale ed il palazzo del Governo non poterono riunirsi che 400 uomini circa della prima spedizione, e questi per occupare una posizione dove erano circa 18 mila uomini. Questa noncuranza mi allarmava; la posizione era difficile, i Siciliani disavvezzi dalle armi, e noi pochi. Ma fortunatamente la rivoluzione aveva guadagnata tutta la città, i soldati borbonici avevano scosso la disciplina e si erano abbandonati al saccheggio, e di questo modo la posizione era divenuta difficile anche pel comandante borbonico, il quale fu poi interamente travolto dall’astuzia del generale Garibaldi, che è anche in questo di un’abilità incomparabile, in questa parte della diplomazia della guerra. Breve, il generale borbonico abbracciò il pensiero di abbandonare Palermo che non aveva saputo difendere e che in quel giorno avrebbe dovuto distruggere per conquistarla. Ritirandosi volle pattuito che si ritirerebbe in Messina dove intese a concentrarsi per mare con evidente disegno di piombare un’altra volta sopra di noi quando ci avesse lasciato abbastanza tempo perché l’anarchia ci divorasse: egli aveva per sè il passato del 1848-49. La leva non si vorrebbe, i volontari sarebbero pochi, e lui, sboccando un bel giorno da Messina, dato una buona lezione colla, prima testa di colonna, avrebbe veduto rinnovato quello che s’era veduto nel 1849 col Satriano,

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Ma se il paese era lo stesso, nel 1860 Garibaldi era presente. La guerra del 1859 aveva preparato una gioventù pronta ad accorrere dovunque con lui, e da tutte le parti d’Italia accorreva. Tutte cose che il generale borbonico non conosceva o non credeva.

Detto il concetto che aveva voluto formarsi il generale borbonico, bisogna dire che Garibaldi non gli dette tempo di riconoscersi, e comprendendo perfettamente il pericolo dove stava, non perdette un istante; bisognava organizzare il paese dovunque, far funzionare i municipi, e ritirarne uomini per ingrossare le poche forze che aveva, e che mise in moto per raccogliere tutti ed incamminarli allo Stretto. Così per le campane per fondere cannoni, così per i cavalli, così per la tela per le camicie, così per le scarpe, ecc. ecc., ed in questo modo, giunto che fu Medici a Palermo con circa tremila uomini, tutti ebbero una direzione. Tunso partì colla seconda brigata comandata da Eber; io partii colla prima, e Medici con Simonetta e Malenchini partì colla sua colonna; il concentramento era Messina.

E qui le difficoltà furono enormi; oltre tutte le pratiche per far funzionare il Governo, bisognava raccogliere mezzi d’armamento e uomini; ma questi non venivano che pochi, ed alla prima marcia rimanevano indietro chi stanchi, chi portando via facile, scarpe e coperte che per noi erano i nostri tesori.

A questi incarichi che ho detto altri e assai più gravi se ne aggiunsero; io, per esempio, ebbi missione di ricercare sulla costa di Santa Croce gli assassini di un equipaggio svedese naufragato, e dicendo questo non voglio generalizzare, ma accennare a fatti che sono pure un sintomo di grave sconcerto morale, e questo dico all’onorevole Cordova, ricordandole ch’io stesso ho naufragato sulle coste di Sumatra, sono stato venduto, ma non fui ucciso, come vedete, poiché io parlo, e il povero equipaggio che aveva naufragato sulle coste di Santa Croce per derubarlo era stato ucciso.

Il console svedese, appena il generale Garibaldi fu arrivato in Palermo, si presentò a lui e domandò in nome dell’umanità la ricerca di questi uomini colpevoli.

Il generale, con quella indegnazione che è naturale in un marino segnatamente, incaricò me di cercare gli autori di questo assassinio, che era stato commesso sulle coste della Sicilia!

Mentre si facevano queste ricerche accadde la battaglia di Milazzo, perché Medici, non guardando né a campane, né a tende, né a uomini, marciò diritto al nemico, e s’incontrò col famoso Bosco. Incominciarano le battoste; io naturalmente sentendo che si combatteva, lasciai al governatore del luogo l’incarico dell’inchiesta, e andai al mio posto. Davanti ad un nemico fortunatamente poco accorto e che fidava, non so, sul passato, potemmo concertare delle forze discrete. Da tutte le parti d’Italia erano accorsi combattenti. Io ho tenuto un giornale di quella campagna; non l’ho qui per citarvene alcuni brani, ma ricordo benissimo la cifra delle forze che avevamo.

Eravamo circa 15,000 uomini; sei mila erano Veneti, di quei Veneti per cui dobbiamo raccogliere soldati, onde liberarli. (Bene!) Niente di più, niente di meno, è un conto corrente aperto. Non fosse altro, bisogna dar loro quello che hanno dato a noi. (Bene!) Cinquemila circa erano Lombardi (e nella prima spedizione, tranne un centinaio di Genovesi e un certo numero d’illustri rifugiati napolitani, gli altri quasi tutti erano Lombardi). Mille circa erano Toscani, e tre mila circa Siciliani.

Le cifre che io qui ricordo le ho sentite enumerare di bocca del generale, e posso ritenerle come precise. Mi si dirà che discorrendo di questi fatti vengono fuori cose dolorose a sapersi. Ma il mondo è com’è, ed importa sempre conoscere il nostro paese. Se circostanze spiacevoli vengono in chiaro, la colpa è di chi ha iniziato la discussione.

PETRUCCELLI. C’è l’Europa dietro.

BIXIO. Rispondo.

Voci. No! no!

BIXIO. Rispondo immediatamente.

Molte voci. No! no!

BIXIO. Mi permettano che io risponda ad una interruzione che non è l’espressione di un solo individuo, ma vi sono altri che ripetono la stessa cosa.

Io dirò dunque all’onorevole Petruccelli, il quale ha viaggiato ed ha letto molto e che deve aver letto i fatti della Scozia, i quali certamente non erano belli: ebbene, su questi fatti si discusse nel Parlamento di Scozia, ed io non vedo che per questo l’Inghilterra sia andata all’altro mondo, che la rivoluzione inglese non abbia fruttato, per quanto allora si fosse nel 1685 o 1686. Bisogna vedere quale sia lo stato del paese e portarvi rimedio ove ne abbia bisogno. (Bravo!) Ecco la questione. Non bisogna illuderci.

Ma mi permetta l’onorevole Petruccelli, giacché m i ha interrotto con quella citazione, che io gli domandi: ma crede egli che vi sieno uomini in Europa tanto buoni da farsi illusione che l’Italia, presa borgo per borgo, sia nelle condizioni in cui si trova l'Inghilterra? Se egli ha questa persuasione, io la ammiro. (Si ride). Ma io trovo che quei paesi non possono essere che come sono. Non dico che certi fatti accadano a Palermo od a Catania od a Messina, accadono in alcuni altri punti.

E qui mi dirigo, giacché mi hanno interrotto, all'onorevole Cordova, il quale ieri parlava di alcune parti nelle quali la civiltà della Sicilia è veramente molto avanti.

Io l’ho percorsa un poco la Sicilia, ed ho letto anche su di essa qualche pagina scritta da un militare, il Marmont, Voyage en Sicile, il quale ha saputo far qualche viaggio in Oriente, in Austria, in Ungheria, ed anche in Sicilia, e scrisse delle pagine che certo possono essere lette con vantaggio da tutti. Io che ho una simpatia particolare per gli scritti dei marescialli di Francia, anche quando hanno tradito il loro paese (Si ride), ho letto quel libro. Senza parlare dei tempi di cui scrive il Marmont, posso dire che attualmente in quelle stesse provincie delle quali ha parlato ieri l’onorevole Cordova come le più civili, capitò a me, poco dopo l’affare di Santa Croce, di dover accorrere in mezzo ad una quindicina di paesi ove si erano bruciate molte case e mangiate le persone. (Sensazione) Ed ho veduto io stesso di persona i cadaveri bruciati e lacerati, da cui avevano estratto il cuore. Io dico la verità, non me ne sono spaventato tanto, perché uomini i quali sono capaci di fare simili cose, educateli, date loro quello che ci va e vedrete che faranno ottimamente, perché consimili nature sono capaci di grandi cose; queste cose non accadono altrove oggi; io non ricordo fatti consimili in altri paesi nei nostri tempi.

BRUNO. Vi sono successe.

BIXIO.... non succederebbero a Messina o Catania.

Però quella zona in cui questi fatti accadevano che è abbastanza grande, comprende molti paesi vicini a Catania, ed è per conseguenza in quelle provincie di cui l’onorevole Cordova, ripeto, parlava come aventi una civiltà avanzatissima, per le quali le misure dal Governo erano fuor di luogo. Questo ho detto non perché lo volessi, ma perché l’onorevole Petruccelli mi vi ha tratto.

Quando fui interrotto io faceva l'ipotesi che se non fosse stato Bertaui a Genova col suo Comitato, la Società nazionale con La Farina a Torino, se tutti insomma non avessero mandato per tutte le vie possibili degli uomini in Sicilia, il generale Garibaldi si sarebbe trovato davanti a Messina con 3 mila uomini, e avendo la cittadella di Messina stessa occupata dai Borbonici, occupata Siracusa, occupata Augusta, la flotta borbonica nel canale, le batterie delle coste calabre armate e 30 mila uomini che lo aspettavano in Calabria, che cosa sarebbe succeduto?

L’onorevole D’Ondes-Reggio diceva ieri: volete che io vi spieghi perché è caduta la Sicilia nel 1849? Perché l’Inghilterra non ha mantenuta la sua parola che l’armata borbonica non passerebbe lo Stretto. L’armata passò e la Sicilia è caduta....

D’ONDES-REGGIO. Ne ho dette anche altre cause.

BIXIO. E vero, ma io parlo soltanto di questa, e dico: se voi che avevate questo affidamento, questa promessa, siete caduti appena che l'Inghilterra spintavi dalla Russia lasciò che l’armata borbonica vi attaccasse: ma noi che non avevamo affidamento di sorta, noi che non avevamo favorevole quel Governo, per quanto favorevole ci fosse l’opinione pubblica di quel paese, nella fatta ipotesi saremmo stati evidentemente battuti, e i tre mila sarebbero morti. Anche questo è qualche cosa, ma è meglio ammazzare gli altri. (Si ride)

Ecco quello che sarebbe potuto accadere e tutto questo per non essere assuefatti a contare sopra di sé, ed a questo non vi è che un rimedio: armarsi ed assuefarsi alle armi, lo chiedo a tutti voi cosa poteva accadere se il Governo centrale ci fosse stato avverso. Se Garibaldi non era, se l’italianismo di tuttala gioventù della Lombardia e delle altre parti d’Italia, che era esaltata dalla guerra del 1859, e quel complesso di fatti per i quali la gioventù accorse?

Ed oggi questa necessità che tutte le provincie accorrano è tanto più necessaria in quanto che noi ci troviamo in una condizione speciale, a senso mio. Noi abbiamo forze bastevoli per far la guerra all’Austria noi soli. Quando l’Europa stia al suo posto, noi abbiamo forze maggiori di quelle che sono necessarie. Io vado fino a quel punto là. Ma la volontà nella maggioranza del paese, io lo vedo con dispiacere, nel paese non ci è.

La maggioranza del paese vuole andare ai propri confini naturali, ma più tardi che possa: vuole impossessarsi del paese, ma più tardi che potrà, quando sarà ben sicura: quando tutti i generali uno per uno avranno detto che la cosa può farsi al sicuro.

E sarà una questione lunga, gli uomini speciali già trovano che non ce n’è mai abbastanza.

Del resto quando tutti saranno ben persuasi, quando tutti saranno sicurissimi, insomma quando, quando ci sono tanti quando che non la finirei più. (Ilarità) Quello che è certo è che siamo in una condizione tale che da un momento all’altro noi possiamo trovarci in necessità di guerra, ed è in questa previsione che io chiedo alla Sinistra parlamentare di dare l’appoggio necessario al Governo per preparare il paese al punto in cui deve essere. Vediamo che cosa può accadere.

La Polonia è in armi da molto tempo e combatte valorosamente, e più che valorosamente, direi quasi, miracolosamente.

L’Italia, come il rimanente d’Europa, se n’è commossa, e la Camera coll’iniziativa della Sinistra ha detto al Governo: aiutiamo la Polonia; io. ho applaudito pure. Ma bisogna poi vedere in qual modo faremo e da che parte muoveremo e con chi. Se anderemo sulle coste del Baltico o su quelle del mar Nero dove pure la Polonia arriva. Quello che accadrà non so.

Io non sono ministro, ma evidentemente v’è un accordo colla Francia che è alla testa di questo movimento. Probabilmente la nostra guerra pel Veneto e per Roma la faremo in Russia. Può accadere ohe un bel giorno ci si dica: volete o non volete? Se non volete, rimanete soli. E siccome soli non si può rimanere, converrà forse che noi prendiamo parte a questa guerra, quantunque ciò non sia, a parer mio, conforme in tutto ai nostri interessi, poiché queste grandi combinazioni di guerra non mi piacciono.

Ad ogni modo il fatto può accadere: se la Francia va a fare la guerra, noi dobbiamo essere con lei, malgrado i cattivi servigi che essa ci fa colla sua politica incomprensibile dell’occupazione di Roma. Noi seguiremo dunque la Francia in Oriente o nel Baltico. Con qual flotta ci andremo? Questo lo lascio al tempo.

Ma può accadere un fatto naturalissimo, e la storia ce n’offre esempi. L’Austria resta titubante. Si decide o non si decide? Porse fa come ha fatto nel 1854. Se non ha avuto abbastanza della lezione nel 1859, ripeterà un’altra volta il suo tentennare. Sia che essa resti a vedere, sia che s’unisca alla Francia, ci troviamo in una posizione assai singolare!

Prendo l’ipotesi la più felice: sarebbe quella in cui essa stia a vedere. Fino a quando resterà essa in tale posizione? Finché le convenga. Quindi se succede una disgrazia qualunque, se v’ha una battaglia perduta, se si verifica la morte di un imperatore (anche questo può succedere), se in qualsiasi modo la Russia è più o meno felice, allora l’Austria si unisce alla Russia.

Questa è tal cosa che può avverarsi domani, ed allora noi ci troviamo con una parte dell’esercito fuori d’Italia sulle rive del Baltico o del mar Nero colla Francia che occupa Roma. E poi chi sa cosa può succedere in Francia? Può darsi una ristaurazione, può far ritorno un Borbone: son cose queste che si sono già vedute.

Ora, se noi venissimo a trovarci con una parte dell’esercito impegnata fuori d’Italia, col nemico in casa, chi si batterebbe allora? E intanto provincie intiere di due milioni e mezzo vengono a dirci: ma che leva? Noi non ne abbiamo mai avuta; ci vuol tempo; il Ministero non va.

Ma con tutto questo si cade, e si cade come nessuno di noi vorrebbe cadere, perché io son convinto che nessuno di noi vuol cadere.

Ebbene, come si fa per rimediare a quegli inconvenienti che ognuno vede, che possono verificarsi domani, che non è nella nostra facoltà di fermare? Certamente io vorrei che il Governo si componesse d’uomini energici e risoluti; ma bisognerebbe che la maggioranza del paese lo fosse. Basterebbe a tal uopo che il paese dicesse: io non voglio far la guerra a nessuno, voglio far la guerra a’ miei nemici e voglio il mio paese, sono forte abbastanza per farlo. Credete che lo possa dire il Governo? Io credo che se lo dicesse sarebbe rovesciato. La maggioranza del paese non mi pare di quest’avviso, dunque bisognerà prepararci a fare la guerra quando l’Europa vorrà, e per fare la guerra come e quando l’Europa vorrà ci vogliono 100, 000 uomini da poter mettere in campo da un giorno all’altro e una flotta per raccoglierli se sono battuti, ed un’armata di riserva per soccorrere all’uopo quelli che sono in campagna, e poi un altro esercito pronto in Italia per difendersi ad ogni modo. E come si può far questo?

Signori, queste per me sono ipotesi oggi, ma possono essere realtà domani, e ho il diritto di dirle dal momento che sono rappresentante del paese. Questo è il motivo per cui tenni ieri quel linguaggio, e quantunque taluno voglia di ciò biasimarmi, io parlerò, occorrendo, sempre con la stessa franchezza, perché dicendo questo credo adempiere al mio dovere: ho finito.

PRESIDENTE. La parola è all’onorevole D’Ondes-Reggio per un fatto personale. (Movimenti)

D’ONDES-REGGIO. Signori, ieri l’onorevole Bixio si piacque di dire che io aveva renduto dei servizi al mio paese, ma pria del 1860; che alla rivoluzione del 1860 e poi all’altra del 1862 nessun servizio aveva reso al mio paese perché non mi era recato in Sicilia.

Rispondo primamente che i motivi per cui io non mi sono recato in Sicilia son ben noti ai Siciliani, e questo per me basta. Io certamente non sono obbligato a dar conto all’onorevole Bixio perché ci sia o non andato, come non è egli obbligato a dar conto a me dove sia andato o no.

Pur nondimeno, signori, io non manco di cortesia, sono un gentiluomo. (Ohi ohi) Non dico che altri non sia tale (Si ride)... la maggioranza (Rumori) stia tranquilla.

Signori, io non manco di cortesia, sono un gentiluomo, e quindi invito l’onorevole Bixio, specialmente, che ieri disse che avea letto qualche mio scritto, a leggere un foglio che ho dato allora alle stampe; e può leggere anche una lettera che su quel foglio pubblicò nel giornale II Diritto uno dei primi scrittori d’Italia, il nostro onorevole collega Francesco Guerrazzi, e così conoscerà perché non andai nel 1860 in Sicilia.

Riguardo poi ai motivi per cui non mi condussi nel 1862 in Sicilia, io gli ho significati apertamente in questa Camera in una discussione, quando l’onorevole generale Brignone, alludendo a me ed all’onorevole Crispi, lamentava che dei deputati influenti non erano andati a Palermo ad aiutarlo. Quindi l’onorevole Bixio non ha da far altro che leggere ancora quella discussione.

Dirò poi, una volta che l’onorevole Bixio mi ha tacciato quasi di mancanza di patriottismo, che i Siciliani non solo sanno perché io allora non sono andato nella terra nostra, ma sanno ancora, e perciò mi stimano assai, che io non ho mai ricavato alcun personale vantaggio dai servigi venduti alla patria.

Quanto alla medaglia, da coniarsi a mia onoranza, sebbene affare che non fosse luogo parlarne nel Parlamento, dirò che è avvenuto tutto il contrario di quello che ha supposto l’onorevole Bixio.

I promotori hanno impedito che alcun prete od alcun frate vi contribuisse; e sapete perché, o signori? A bella posta perché prevedevano che il partito governativo avrebbe detto che erano stati solamente i preti ed i frati (Bene! — Ilarità) che l’avessero fatto.

Noi Siciliani, come diceva Cicerone, siamo d’ingegno acuto e sospettoso. Quindi, o signori, hanno contribuito tutti di ogni classe, di ogni partito, nobili, non nobili, popolo, ricchi e poveri; io sono di ciò con tutto il cuore gratissimo al mio paese. Soltanto si sono opposti i pochi del partito ministeriale in Palermo, i quali in un loro periodico hanno espressa la loro contraria opinione; però debbo confessare che sono stati benevoli verso la mia persona, anzi sono stati soverchiamente indulgenti verso la mia povera capacità intellettuale.

Signori, non c’è esempio che io mai in questa Camera, in cento discussioni, abbia attaccata la persona di alcuno (Segni di adesione da tutti i lati); non c’è esempio che alcuno abbia Covato un fatto personale quando io parlassi, nonostante che io sia un po’ vivo nel mio linguaggio. Nè c’è esempio che alcuno, di qualunque partito, abbia attaccato la mia persona, e di ciò io ne rendo infinite grazie a tutti i colleghi. La prima volta che è stata attaccata la mia persona è questa. Signori, mi permetto di dire che gli attacchi alla mia persona, attesa la mia intemerata vita, non tornano che a mio maggiore onore.

Io, conforme a tutta la mia vita, qui difendo la giustizia e la libertà. (Bravo! dalla sinistra)

PRESIDENTE. Il deputato Fabrizi ha la parola per un fatto personale.

FABRIZI NICOLA. Io credo che mi spetti per delicatezza e dovere il rettificare alcuni fatti ed alcune considerazioni poste innanzi dall’onorevole Bixio; fatti e considerazioni che riguardano un’epoca in cui ebbi parte come militare, e come segretario di Stato della guerra, agli avvenimenti di Sicilia.

Dapprima io rettificherò un fatto asserto dall’onorevole Bixio or ora, cioè che tre mila fossero i volontari di cui il generale Garibaldi poteva disporre in Sicilia al momento della spedizione sul continente meridionale.

L’onorevole generale Bixio dimenticava che la Sicilia si trovava con tre fortezze in mano dei borbonici, cioè, Siracusa, Augusta e Messina, per cagion delle quali restavano truppe volontarie necessariamente nell’isola, truppe che nella sola Messina erano di oltre quattro mila uomini, pròpriamente all’oggetto di proteggere la città, di fronte alla cittadella armata di molte centinaia di cannoni, e la cui guarnigione era convenuta con noi in armistizio, ch’essa però violava ogni volta che una notizia dubbia o lusinghiera ne rianimava lo spirito.

Il fatto sta che quel corpo di volontari, che non ebbe l’onore di partecipare alle battaglie del continente meridionale, seppe onorarsi invece di tale condotta, da ottenere la restituzione dei prigionieri, che i borbonici avevano potuto fare sulla spedizione di Calabria e che conservavano nella cittadella, senza perciò restituire ai borbonici stessi i prigionieri loro, che furono invece spontaneamente rinviati alle loro case.

Il contegno di quel piccolo corpo che prestava servizio giornaliero di fronte alle mura della cittadella e che ebbe le sue vittime, fu rimarcato con ispeciale riguardo dagli officiali delle navi sia francesi che inglesi che stavano nel porto, e coi quali ebbi incontro più volte, per oggetto di non lievi incidenti di quella epoca.

Nè mancò il momento in cui la guarnigione della cittadella si disponeva a trattare per la resa, onde ebbe luogo un consiglio di guerra, di cui io potei informare ed istruire, per copia avuta dei verbali, il generale Garibaldi. Il quale progetto non ebbe poi effetto per essere stato distolto dall’arrivo di un vapore svedese, che portava ordini da Gaeta.

Or, come dissi, quel corpo non era già il solo; ed altri prestarono importanti servizi in altri punti. Così vi furono quelli che ottennero la capitolazione di Siracusa, e quelli che la costrinsero in Augusta, di cui la guarnigione borbonica raggiungeva il Re caduto e gli avanzi del suo esercito a Gaeta.

Io poi non so in vero come il generale Bixio, al quale riconosco il più deciso sentimento di nazionalità, abbia potuto inoltrarsi tanto nella sua critica alla Sicilia da riversare su lei la ripetizione di cose che succedono in qualunque paese che sia uscito da una rivoluzione. Chiunque abbia partecipato ad avvenimenti politici sa che non dappertutto sempre si ottiene un successo immediato, che anzi questo è piuttosto singolare e raro. I movimenti politici cominciano per lo più gradatamente e si alternano tra successi ed insuccessi, tra accrescimenti e diminuzioni di forze sino a che, arrivando ad acquistare un ordine, si costituiscono in condizioni stabili e progressive.

Mi sembra che ciò sia confermato dall’esempio della storia di qualunque popolo; e basti sopratutto quello della storia della rivoluzione francese, che finendo per dare i migliori soldati del mondo, cominciava tuttavia col darne di tali che il generale Dumoriez denunciava al suo Governo essere fuggiti in massa davanti a 14 ussari prussiani.

Rispetto poi agli inconvenienti che possono avere avuto luogo...

Voci a destra. Questo non è fatto personale!

FABRIZI NICOLA... non asserisco già che non fossero quali li descrisse l’onorevole Bixio; né mi fa meraviglia che, mentre vagavano oltre sette mila evasi dalle galere, molti di loro si accostassero mentre l’ordine non era perfetto, e l’abbandonassero quando l’ordine progrediva in meglio.

Infatti avrebbero colla trista loro maniera d’intendere e d’agire mancato di calcolo se non avessero profittato di quei fucili e di quelle scarpe che facilmente si potevano ottenere. Dirò bene, che io, destinato ad una missione la quale non era così rapida e precipitosa, e che d’altronde per quel lato mi avrebbe imposte maggiori responsabilità per la conoscenza che mi avea del paese e dei suoi elementi, ebbi invero anch’io tale specie di volontari improvvisi che avrebbero voluto fucili, scarpe e capotti.

Ciò avvenne mentre io mi trovava di fronte ai Napoletani sulle alture di Torre San Rizzo; e mi ricordo assai bene che questi uomini mi domandavano delle armi nel momento in cui io attendeva a sloggiare i borbonici da quelle alture.

A vero dire, per quanto la circostanza fosse gravo, la qualità delle persone non piacendomi, mi rifiutai, e spinsi questa gente ad occupare due alture lontane, quantunque essa fosse disarmata; cosicché il nemico, credutosi accerchiato, abbandonò quelle posizioni, ed io risparmiai le scarpe ed i fucili.

In quanto poi agli appunti sulla civiltà siciliana, io invero non so comprendere come prima di gettare quest’accusa ad un popolo di due milioni e mezzo di persone, non si abbia pensato che altri popoli hanno dati esempi di maggior immoralità, giacché dei disonesti ve ne sono dappertutto. Io mi ricordo fra i fatti che avvengono in momenti di rivoluzione, che quando mi trovava esule in Francia, nel dipartimento delle Basse Alpi nel 1852, si segarono alcuni gendarmi fra due tavole...

Voci. Venga al fatto personale.

FABRIZI N. Relativamente all’amore dei Siciliani per la leva, certamente che colà non può essere molto pronunziato. I Siciliani partivano da tradizioni le quali non erano militari. Per l’amore della patria, per l’amore al nuovo Stato, la leva diventava in Sicilia una necessità, un dovere. La leva poteva dunque essere accolta in Sicilia non ostante che le tradizioni dovessero renderla meno facile. Ciò prova abbastanza l’avere i Siciliani proclamato sino dal principio l’unione colla nazione italiana, poiché i Siciliani conoscevano molto bene che la leva doveva essere una delle conseguenze dell’annessione.

È ben vero che nel 1848 mancò l’appoggio delle milizie; è verissimo che le milizie non si costituirono che in debole parte; ma dai testimoni della rivoluzione siciliana questo fatto non è attribuito a mala volontà, bensì alla lusinga di cui s’è parlato, alla protezione che il Governo si riprometteva e calcolava di aver dall’Inghilterra.

Nei primi tempi della dittatura la leva fu tenuta piuttosto nei limiti di una proposta che spinta ad un principio d’attuazione, pure all’epoca dell’ultima prodittatura non si mancò di tentarla in alcuni punti nei quali riuscì abbastanza felicemente, come a Noto ed a Castroreale.

Del resto noi non ponemmo grande alacrità a spingerla, giacché allora trattavasi appunto d’unir quelle provincie all’Italia, e non pareva conveniente d’introdurre una istituzione così nuova alla vigilia della votazione del plebiscito.

Sono stato vivamente commosso dalle parole colle quali l’onorevole Bixio espresse il pensiero che non era patriota chi dissentiva da lui in questa quistione..

Ma i generali Foy, Lamarque e LaFayette, che siedevano alla sinistra nel Parlamento francese, non eran meno patrioti d’altri generali che sedevano su altri banchi, non erano certo meno gelosi dell’onore dell’esercito, non erano meno pronti all’appello della patria.

Anzi lo furono più assai di un altro generale il quale ebbe a mostrarsi più tardi in Francia sulla scena politica e militare, né certamente avrebbe seduto alla sinistra in Parlamento; e questi è il generale Saint-Arnaud.

Io credo pertanto che noi siamo egualmente che il generale Bixio gelosi dell’onore e della forza dell’esercito; la questione nostra non è questa; essa concerne il metodo per arrivare ad aver un forte ed italiano esercito, e se ciò si possa ottenere col mezzo adottato dal Governo in Sicilia. (Mormorio)

Io ritengo che in Sicilia, come in tutto il mezzogiorno, sia sempre necessario che l’autorità del Governo abbia per base la legalità e l’amore alla patria.

Il deputato Bertolami stesso, mentre perorava la causa del Ministero...

BERTOLAMI. La causa della patria.

FABRIZI N.... vale a dire le misure militari dal medesimo adottate, vi diceva che fra quelle popolazioni bastava la sua voce per indurre i paesani alla leva; ora mi sembra che la sua voce valendo tanto, sarebbe stata per lo meno preferibile alle misure prese. (Ilarità a sinistra)

PRESIDENTE. Pregherei l’onorevole deputato Fabrizi a restringersi, perché mi pare che il fatto personale prenda troppa estensione.

FABRIZI N. Quando si è passato trentadue anni in vicende politiche e tre anni in mezzo ad avvenimenti politici e militari in terre straniere, come accadde a me, non riesce molto facile l’essere docili alle opinioni altrui intorno all’effetto che alcune date misure possono esercitare presso le popolazioni.

Io ho veduti generali i più distinti, i più patrioti, per la sola apparenza di antagonismo verso le popolazioni, un solo atto di poco rispetto ad un'autorità municipale essere esautorati ad impedire i più gravi inconvenienti; perché, dietro l’esempio dei suoi superiori, il soldato entra in un dato paese coll’opinione di entrare in paese nemico, ed esercita tutti gli atti cui la sua natura stessa di soldato lo spinge, mentre crede di aver dinanzi chi non ami la sua bandiera, le leggi della patria. E così giungono le cose a tal punto che questi disordini, questi atti di prepotenza, nessuno li può più impedire.

Io non ho percorso la milizia dalle caserme ai campi di istruzione; ma avendo dovuto meditare sui fatti ho potuto trarne quella convinzione che coscienziosamente ho potuto portare al mio paese.

Ho vissuto in contatto colla Sicilia ventiquattro anni, ho partecipato con benemeriti suoi figli (alcuni dei quali siedono in quest’aula, ancorché in banchi diversi, e che io rispetto per la ricordanza del loro antico patriottismo) ad un lavoro comune per radicare nella Sicilia il germe di quella unità nazionale di cui essa ha presa l’iniziativa.

Fin d’allora io non ho mai dubitato della riuscita; non ho mai dubitato che la Sicilia non si sarebbe interamente consacrata all’unità d’Italia. Ma ho pensato che l’opera e il metodo della unificazione fossero sommamente delicati, e che il fuorviare dalla retta via della libertà, giustizia e legge sarebbe stato un respingere quei sentimenti che sì prosperamente avevano germogliato e dato già splendidi frutti. (A sinistra: Bravo!)

PRESIDENTE. Verrebbe ora il turno dell’onorevole Bertani, ma egli l’ha cambiato coll’onorevole Crispi; do quindi a lui la parola per isvolgere l’ordine del giorno da lui presentato in compagnia di molti altri suoi colleghi.

Questo è così concepito:

«La Camera, considerando che dalla discussione risulta avere il Ministero apertamente violate le leggi dello Stato, ritiene superflua l’inchiesta parlamentare, e passa all’ordine del giorno.»

L’onorevole Crispi ha la parola per isvolgere questo ordine del giorno.

CRISPI. Signori, prendo la parola per adempiere ad un incarico che mi fu dato da’ miei amici politici, il che fo con qualche trepidazione, non già per le idee che io verrò esponendo, ma per la pochezza del mio ingegno e per quel bisogno che sento di trovare nei miei onorevoli uditori l’indulgenza che non è sempre concessa agli uomini che seggono su questi banchi. (Bisbigli)

Se mai ho detto parole meno che convenienti, come potrebbe apparire dai rumori che si levarono, sta a coloro che le motivarono a darmi una smentita. (Bene! a sinistra)

L’ordine del giorno della Sinistra ritiene come superflua l’inchiesta parlamentare propostavi dall’onorevole deputato D’Ondes-Reggio. Esso però accenna, come constatato dalla discussione seguitasi in questi ultimi giorni, che il potere esecutivo ha mancato ai suoi doveri.

Io, tratto da questi due concetti cardinali della nostra mozione, ho bene indicato in essi il metodo della mia orazione.

L’inchiesta è superflua, o signori, giacché dai discorsi dei ministri dell’interno e della guerra vennero confessate le cose di cui essi furono accusati. Il ministro della guerra, difendendosi, fu costretto di venirvi a chiedere l’applicazione della circostanze attenuanti, permettetemene la frase un poco giudiziaria.

Il ministro vi ha detto, ed il deputato Govone che gli ha fatto seguito ha ripetuto: abbiamo raggiunto un grande fine, perdonateci i violenti mezzi da noi praticati. Habemus reum confessum!

Si levarono due soli oratori (scusi il deputato Govone se non lo metto nel numero, giacché egli non venne se non se a ripeterci quello che l’onorevole ministro della guerra a suo nome già ci aveva detto), si levarono, dico, due soli oratori a difesa del potere esecutivo, l’onorevole Bixio e l’onorevole Bertolami.

Dell’onorevole Bertolami, del quale forse mi sarà dato luogo di parlare nel seguito del mio discorso, non dirò che una sola parola.

Egli è di animo mite, e tanto al 1848 nella Camera siciliana, quanto nella Camera italiana dal 1861 in poi, meno la piccola parentesi del Ministero Rattazzi, non ha fatto che difendere sempre l’onore dei ministri. (Si ride)

BERTOLAMI. Domando la parola per un fatto personale. (Movimenti a destra)

CRISPI. Quindi la sua autorità è alquanto affievolita.

Dell’onorevole Bixio, col quale mi dolgo che sieno accaduti diverbi disaggradevoli, e dal quale mi rincresce di essere distaccato, non potendogli ormai più professare l’antica amicizia, ne parlerò mettendolo in contraddizione con sé stesso. Nè in contraddizione con sé stesso egli è solamente, ma lo è bensì col ministro dell’interno; imperocché le cose dette dall’onorevole generale contro la Sicilia trovano la nostra difesa nelle parole dell’onorevole Peruzzi quando vi parlò della rivoluzione del 1848.

Qual giudizio si può dare della difesa dell’onorevole Peruzzi e di quella dell’onorevole ministro Della Rovere?

L’onorevole Peruzzi fu maestro in sofismi, arte che con eccellenza ha dimostrato possedere nei tre anni che abbiamo l’onore di averlo nostro collega, e che in questa discussione usò a meraviglia, tanto che mi parve farla non da ministro, ma da curiale.

Dell'onorevole Della Rovere, a parte la durezza che viene dai suoi studi e dalle sue abitudini, un francese se lo avesse ascoltato avrebbe potuto dire che invece di difendersi, il a voulu faire de l'esprit. Mais pour fair e de Vesprit.... (Mormorio) Vi ho pregati a volermi onorare della vostra indulgenza.... pour faire de l'esprit ci vogliono altro animo, altre abitudini. Anch’egli in molte cose si è contraddetto con sé stesso.

Posto ciò, non mi è disagevole il difendere l’ordine del giorno che i miei amici proposero ed io ho accettato e firmato con loro, ordine del giorno che è la sintesi a un dipresso delle cose dette dagli oratori che presero la parola in questo lato della Camera.

L’inutilità dell’inchiesta è molto evidente. I ministri hanno confessato; i ministri e l’onorevole Govone che fu loro compagno in questa discussione non hanno negato che in vari luoghi della Sicilia fu posto lo stato d’assedio.

Lo stato d’assedio, signori, non ha il fondamento di alcuna legge in Italia; direi anzi che vi è formalmente vietato. Secondo lo Statuto fondamentale del regno, è proibito espressamente di sospendere l’autorità della legge o di dispensarne l’osservanza; ove di ciò fosse d’uopo ci vorrebbe un apposito atto del Parlamento.

In Napoli ci era sotto i Borboni per lo stato d’assedio la celebre ordinanza di Piazza del 26 gennaio 1831; in Francia c’è un decreto sulla stessa materia in data del 29 agosto 1849, esso fu uno degli atti di quell’Assemblea legislativa, che aprì l’abisso in cui furono ingoiate le libertà di quella nazione.

In Italia non l’abbiamo dunque cotesta legge, ed oso credere, o signori (e qui parlo agli uomini della maggioranza), che fedeli all’uomo che tenete a capo delle vostre idee, anche oggi che è disceso nella tomba, voi non vorrete farla una simigliante legge.

Tutti sanno la lettera del conte di Cavour del 2 ottobre 1860, nella quale opponevasi recisamente contro ogni proponimento che avesse potuto sospendere la libertà d’Italia.

In quella lettera si dichiarava che l’Italia non doveva ricorrere alla dittatura, ma che noi dovevamo dare l’esempio miracoloso di compiere l’impresa nazionale senza sacrificare la libertà all’indipendenza.

E se per lo stato d’assedio non ci sono leggi, ce ne sono esse per le perquisizioni fatte da un comandante militare? Neanche.

L’onorevole ministro della guerra e l’onorevole deputato Govone sono militari e sanno meglio di me che è proibito nel Codice penale militare ai signori militari, di fare perquisizioni per reati non militari nelle case e negli stabilimenti civili. Che direbbesi, ove si trattasse di reati che rientrano nella competenza dei giudici ordinari?

Ebbene, signori, quando accadevano i fatti di Licata, la Camera non aveva votata ancora la celebre legge dell’otto agosto ultimo scorso, colle quali i reati di renitenza alla leva erano deferiti ai tribunali militari. Quindi in cotesto caso il Ministero mancò al debito suo. Si parlò, signori, di certi barbari, di popoli da medio evo, di certi uomini che non avrebbero dovuto essere nati ai tempi nostri; ma non si ricordò che non si possono applicare pene che non siano sancite nel Codice penale prima del commesso reato, e che quelle sancite non si possono applicare senza una sentenza dell’autorità giudiziaria.

La pena dell’acqua, sia per ore, sia per giorni (poco qui importa la questione del tempo), la pena dell’acqua è cosa da medio evo. (Susurro) Noi non la conosciamo se non perché ci vien ricordata dai nostri scrittori; ma essa, o signori, non ha posto nel Codice italiano.

Nel medio evo quella pena era applicata contro i nemici della società; è la pena che alla loro voltagli stranieri, venendo in Italia, imponevano alle nostre città.

E le detenzioni ed i sequestri? Con una ingenuità che gli fa onore l’onorevole Govone vi dichiarava: noi arrestammo qualche sindaco o qualche consigliere municipale, ma l’abbiamo messo in un locale apposito.

L’onorevole Govone non sa che il mettere un arrestato in un locale apposito sia un delitto, secondo il Codice penale del regno. Non ci sono locali appositi, non ci sono che le carceri quando un individuo è regolarmente arrestato. E questo delitto se egli non lo sa, e se non lo sa il signor ministro, se lo faccia dire dal ministro della giustizia che lo deve sapere e lo sa perché in materia di legislazione è maestro mio.

Signori, ho letto da capo a fondo la legge sulla leva del 1854; ho voluto persuadermi se mai questa legge permette le misure che furono applicate in Sicilia contro i renitenti; non c’è un articolo su questo riguardo.

 Si parla d’arresti, non si parla di cordoni militari ai comuni. Non si parla di pene prima che questi arresti siano fatti, molto meno poi si parla d’ostaggi.

E di questi ostaggi nel modo con cui furono operati quali ne sono state le conseguenze?

Avete sentito la celebre divisione della Sicilia in parte occidentale ed in parte orientale che con molta sapienza l’onorevole Cordova volle provarvi che costituissero un tutto che si completa, svolgendovisi quella civiltà che non si volle riconoscere nell’isola, ma che anzi si volle ingiuriare. (Mormorio)

Signori, di questi ostaggi se ne sono fatti anche nella parte orientale della Sicilia, nella parte buona, della quale fa sempre elogio l’onorevole Peruzzi. Una donna in Catania, negandosi a consegnare il figlio renitente alla leva, fu trascinata in carcere ed ivi trattenuta con un bimbo di tre mesi.

Non vi parlerò poi degli ostaggi fattisi nella parte cattiva di Sicilia.

Non vi parlerò di Benedetta Rini di Alcamo, da otto mesi incinta, che va a morire in prigione dopo quattro giorni di convulsione; non di un’altra donna in Monreale, la quale perì anch'essa, e bisognò farle, benché senza profitto, il taglio cesareo. Sono casi speciali e di poca entità, voi direte; ma avvennero e sono abba stanza dolorosi!

E poiché siamo sulle illegalità, eccoci ora a petto a petto col ministro dell’interno. Io vengo alla legge Pica; legge, la quale prese il nome da un nostro collega, dandogli tristissima celebrità: l’ha voluto, ben gli stia.

Di questa legge hanno parlato diversi oratori; e l’onorevole ministro dell’interno, per difenderne la esagerata applicazione, tolse argomento dai discorsi tenutisi nelle due Camere del Parlamento, e l’onorevole De Cesare pur egli venne ad osservare all’onorevole Cordova che a quei discorsi bisognava attingerne i motivi, ricordando che così fu fatto nel Codice Napoleone: circostanza che l’onorevole Cordova ben sapeva, perché fece lungo tempo l’avvoeato.

L’onorevole ministro Peruzzi adunque, tenendosi stretto a quei discorsi come l’ostrica allo scoglio, ne fece suo principale fondamento di difesa.

Ebbene, quantunque al par dell’onorevole Cordova potrei dire che non sono cotesti gli argomenti dei quali si sarebbe valso l’onorevole ministro della giustizia, ove avesse parlato in questa occasione, voglio prendere in fallo l’onorevole ministro dell’interno, ricorrendo agli stessi discorsi ai quali egli si è appoggiato.

La legge Pica venne il primo agosto di quest’anno come sostituzione alla legge sul brigantaggio che precedentemente era stata proposta per discutersi. Essendosi alla Camera suscitate delle gravi opposizioni a che venisse esaminata e votata, il Pica, che non sapeva che cosa portare di buono alle provincie meridionali, venne dicendo che egli ed i suoi amici avevano escogitato di fare di quella legge un sunto in tre articoli.

Nella tornata del primo agosto, il Pica, dandoci cotesta notizia, si esprimeva in questi termini (ed avverta la Camera che, poiché si vogliono interpretare le leggi dai discorsi tenutisi in questo recinto, bisogna attenersi certamente ai discorsi degli autori di queste, perché l’autore dà alle medesime l’impronta; direi anzi ch’esse sono informate del suo spirito).

Che cosa diceva dunque l’onorevole Pica? (Rumori)

Ho chiesto un po’ d’indulgenza; d’altronde sarò breve.

Egli si esprimeva così: «Volendo trovare un modo di potere in questo scorcio di Sessione far cessare lo stato attuale delle cose che è altamente deplorabile, e dare al Governo le facoltà che per le leggi in vigore non avrebbe, e nello stesso tempo fare una specie di esperienza se con alcuni temperamenti si possa dar opera a scemare la piaga del brigantaggio, io ed alcuni miei amici abbiamo rassegnato alla Camera una proposta sospensiva della legge intorno al brigantaggio, e abbiamo tratto da questa legge medesima tre articoli che sarebbe essenziale che fossero immediatamente discussi e votati dalla Camera.»

La Camera acconsentì, e nella tornata mattutina di quel giorno, dietro alcune osservazioni presentate da parecchi oratori, incaricò la Commissione medesima di studiarla e di proporla nella tornata vespertina. L’onorevole Pica venne più tardi colla nuova proposta, la quale, invece dì comporsi di tre articoli, come nacque, era stata redatta in cinque articoli.

Non ho bisogno di leggerli, ognuno di voi li conosce. D’altronde mi sarà dato di parlarne quando verrò allo esame della stessa.

L’onorevole Pica cominciò ad esporre i motivi dei cinque articoli e disse:

«Io crudo non dover spendere molte parole per dimostrare la convenienza e la giustizia delle disposizioni che la Camera è chiamata a votare attualmente. Negli articoli di legge che io vi propongo è definito il reato di brigantaggio, e questa definizione, o signori, non è senza importanza sulla pratica applicazione; la definizione non è mia, non è arbitraria; ma è tratta dalla legge, o nella specie applicata vi ha una distinzione importantissima.

«Era i colpevoli di questo reato che oppongono resistenza alla forza pubblica, ed i quali necessariamente vanno puniti colla pena capitale, coloro che essendo semplicemente complici, secondo la graduazione della loro complicità, sono sottoposti alle pene ordinarie stabilite nel Codice penale.»

E qui viene discorrendo della competenza dei tribunali militari istituita pei misfatti di brigantaggio. Non ne proseguo la lettura perché non fa al caso nostro. Viene immediatamente l’onorevole Pica a parlare del celebre articolo 5:

«Vi è una misura preventiva, dichiara il relatore della legge, della quale tutti riconoscono la necessità, che le autorità locali hanno spesse volte implorato di poter adoperare, ma che ora non è consentita dalla legge, quella cioè di allontanare da taluni luoghi infestati dal brigantaggio le persone sospette di favorirlo.

«Questa facoltà si è accordata al Governo, ma si è accordata per un tempo limitatissimo. Era pure necessario, signori, provvedere alle spese che la repressione del brigantaggio naturalmente esige.»

E qui discende a parlare dell’onere che dalla legge risulterebbe alle finanze dello Stato, il che esce dal nostro argomento.

Dunque l’onorevole Pica fece capire a questa onorevolissima Camera che i cinque articoli avevano due fini: reprimere il brigantaggio, e con misure preventive far sì che non sorgesse là dove ancora non si era sviluppato. Tuttavia si trattò sempre di brigantaggio: e la Commissione che portò quegli articoli a discutere alla Camera era quella stessa per lo innanzi incaricata della legge sul brigantaggio.

Alla Camera vi furono discorsi scambiati qua e là, e la legge fu votata. Al Senato i dubbi ritornarono. In quella Camera vi furono alcuni onorevoli personaggi, i quali temettero che di cotesta legge si potesse fare cattivo uso, o che per lo meno potesse applicarsi a repressione di reati che non avessero legame col brigantaggio.

L’onorevole guardasigilli, con quella schiettezza e con quel retto criterio che l’onora, dissipò tutti gli scrupoli.

Io non farò che leggere le parole di lui per persuader vene.

Mi scusi l’onorevole Peruzzi se l’abbandono per un momento; mi è d’uopo metterlo in contraddizione col suo onorevole collega.

Dopo il discorso dell’onorevole senatore Farina, il guardasigilli diceva:

«È vero che l’articolo 5 non è in relazione coll’articolo 1° (qui è in errore l’onorevole ministro, giacché i due articoli hanno strettissima relazione), in quanto che esso avrà impero e vigore anche nelle altre provincie che non siano dichiarate in istato di brigantaggio, ma non di meno è indispensabile, perché può accadere che vi sia il brigantaggio in una provincia, senza che prenda uno sviluppo di natura tale da costringere il Governo a dichiararla in istato di brigantaggio, e stabilire una giurisdizione eccezionale. Così vi potrebbero essere in cotali provincie manutengoli anche senza che fossero soggette quelle provincie alle disposizioni dell’articolo 1°.

«Può accadere ancora che vi siano manutengoli in una provincia in cui non vi sia il brigantaggio e che porgano aiuti, somministrazioni o facciano pagamenti a briganti che infestano altre provincie.

«E quindi evidente come possa accadere che la disposizione dell’articolo 5 sia applicata in luoghi, che non sieno stati dichiarati in istato di brigantaggio.»

Dunque il ministro guardasigilli osservò che quello articolo era scritto nello scopo di provvedere alla sicurezza delle provincie dove fossero briganti, quantunque non dichiarate in istato di brigantaggio, e d’impedire che dalle provincie limitrofe a quelle dove infierisse il brigantaggio partissero aiuti al brigantaggio, e questo fosse favorito e protetto.

«L’osservazione poi fatta dall’onorevole senatore Farina (continua il signor ministro) intorno alle persone indicate con la designazione di sospetti manutengoli, non ha valore quando egli rifletta che, se il manutengolo, complice dei briganti, prenda parte attiva nel reato del brigantaggio, il medesimo cade sotto la sanzione degli articoli 1 e 2 della legge.

«Nell’articolo 5 il sospetto manutengolo (qui spiega la parola manutengolo, onde sapersi su quali individui era data piena autorità al potere esecutivo,) è quel tale individuo sul quale l'autorità di pubblica sicurezza, sia per i suoi precedenti, sia per la sua condotta, ha seri dubbi che tenga mano al brigantaggio, senza però che vi sieno prove tali da poter intentarsi contro di lui un giudizio regolare.

«Questi sospetti manutengoli (cioè i complici di brigantaggio) hanno dall’articolo 5 una guarentigia nel parere di quella Giunta cui è deferito il giudizio in torno ai fatti del sospetto; il sospetto in una parola corrisponde a quelle notorietà che molte volte indiziano una persona senza che possa concretarsi contro di lei una prova che valga a tradurla in giudizio. Fassi perciò evidente che l’articolo 5 non è in contraddizione coll’articolo 1.» Dopo parlò l’onorevole senatore Pareto, a cui succedette il suo collega, l’onorevole Farina, il quale così si espresse: «Prendo atto delle dichiarazioni del ministro, e dacché mi assicura che la legge non si applicherà che ai sospetti manutengoli di brigantaggio, mi tengo per pago. Sarebbe per verità desiderabile che le cose fossero state spiegate meglio; ma ciò pur troppo è quello che avviene, quando si improvvisano emendamenti che non sono stati col rimanente della legge coordinati.» In conseguenza di coteste spiegazioni il Senato votò la legge.

Credo che ce ne sia abbastanza per convincersi che le parole dell’autore della legge, di coloro che presero parte alla discussione e del guardasigilli, ci spieghino che l’articolo 5 non fu scritto nella legge del 15 agosto 1863 che per punire eccezionalmente coloro che pote vano essere riconosciuti manutengoli dei briganti, o che avevano stretti vincoli coi briganti.

Ora siccome in Sicilia il flagello del brigantaggio non si è mai sviluppato, e nessuna relazione è tra i malfattori dell’isola e i briganti delle provincie napoletane, non era permesso estendere l’enunciata legge oltre i limiti indicati dalla volontà del Parla mento.

Io diceva un momento fa che l’articolo 5 della legge 15 agosto 1863 è legato coll’articolo 1; cotesta è questione di grammatica, o signori, ed i Toscani, che ne sanno più di noi (Ilarità), o dovrebbero saperne più di noi...

PERUZZI, ministro per l'interno. No! no!

CRISPI... mi daranno ragione.

L’articolo 1° prescrive che fino al 31 dicembre del  corrente anno i reati di brigantaggio saranno deferiti ai tribunali militari.

Nell’articolo 2° si enunciano le pene da infliggersi ai colpevoli di reati di brigantaggio.

Nell’articolo 3° è detto:

«Sarà conceduto a coloro che si saranno costituiti, o si costituiranno nel termine di un mese, una diminuzione di pena.»

All'articolo 4° poi è soggiunto:

«Il Governo avrà. pure facoltà, ecc. (La particella pure è una congiunzione, e vale a congiungere cotesto articolo ai precedenti). Finalmente troviamo all’articolo quinto: «Il Governo avrà inoltre (ecco un’altra congiunzione) la facoltà di assegnare per un tempo non maggiore di un anno domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi,» ecc. _

Dunque, o signori, quando ci si viene dicendo che l’articolo quinto è indipendente dagli altri quattro articoli, ciò è affatto assurdo: che lo si faccia per artifizio oratorio, per difetto di migliori argomenti da mettersi innanzi, io non ho nulla a ridire: ma quando si vuol provarlo con interpretazioni capricciose, io dovrò ripetere quello che ieri disse l’onorevole deputato Cordova, che se, alla vece del ministro dell’interno avesse parlato il guardasigilli, costui non avrebbe ricorso a cotesta difesa.

Posto ciò, io domando: dopo coteste illegalità, diremo noi che il fine giustifica i mezzi? L’ingiustizia non può in nissuna occasione cangiar significato, ed ottenere tributi di lode. Del resto, discendendo ai fatti pratici, vediamo se in realtà i mezzi raggiunsero il fine. Vediamo se produssero qualche vantaggio cotesti mezzi eccezionali. E un esame cotesto che vai là pena di fare.

Se lo aver gettato in carcere onesti cittadini, se lo aver dato la caccia in Sicilia ai patrioti che nel febbraio e nel marzo di questo anno erano stati, dopo un illegale arresto, messi in libertà dalla Corte di appello di Palerzno, era il fine cui si mirava, cotesto fine fu raggiunto. Cotesto però è un fine politico, e non certamente contro la libertà delle opinioni fu fatta la legge fatale del 15 agosto.

E in ciò, signori ministri, sta il vizio del sistema del vostro Governo, che da tre anni avete imposto all’Italia. E lo dico a voi, perché dall’apertura del Parlamento, meno la parentesi del Ministero Rattazzi, sempre voi siete stati al potere. Al 1861 eran ministri l’onorevole Peruzzi e l’onorevole Minghetti, e sono essi oggi l’anima, il pensiero dell’attuale Gabinetto, i due cardini su cui poggia l’ordinamento del Governo italiano.

Dunque, se il proposto fine era di tormentare i patrioti, l’onorevole Peruzzi l’ha raggiunto; ma con ciò egli si è distaccato sempre più dal paese il quale non è con lui, né co’ suoi amici. Non ha però coi mezzi eccezionali ristabilita la sicurezza pubblica.

Signori, ho notizie di Sicilia da pochi giorni: alle porte di Palermo le grassazioni continuano; alla Bagheria, al ponte delle Grazie, al ponte delle Mortelle, a poca distanza da quella città, la vettura pubblica più volte è stata assalita, i cittadini sono stati attaccati dai malfattori e spogliati. Dunque, invece di servirsi della legge Pica per richiamare in carcere tutti quelli che noi primi vogliamo che vi ritornino (e l’onorevole Peruzzi lo notò nel suo discorso quando venne ricordando le varie volte che io parlai di ciò in questa Camera), ve ne siete serviti per infierire ancora una volta contro coloro che lavorarono pel trionfo della libertà della patria.

Abbiamo molti liberali arrestati in Termini, in Palermo, ed in altre città di Sicilia, ma la massa dei galeotti non è ancora rientrata nel carcere.

(Il ministro Peruzzi fa segni negativi).

Il ministro può far segno negativo, e n’è padrone, io lo affermo e niuno può vietarlo: egli ha le notizie da coloro che devono difendersi, io ho le notizie da coloro che l’accusano: tra la sua negativa e la mia affermativa la Camera deciderà.

Voci a sinistra. La Camera ha già deciso.

CRISPI. Voi dite che fu raggiunto il fine, perché tutti i renitenti di leva furono raccolti sotto le bandiere. Anche in questo non siete riesciti: stando alle vostre cifre, mancano ancora 10, 000 giovani da trovare.

Del resto, questo argomento dei renitenti, siccome si rannoda a un altro ordine d’idee, la Camera mi permetterà che io ne parli quando verrò alle materie che si legano a cotesto delitto ed alle cause che l’hanno potuto ingenerare.

Prego pertanto l’onorevole presidente a volermi accordare pochissimi minuti di riposo.

PRESIDENTE. La seduta è sospesa per pochi momenti.

Essendo presente il deputato Marcone lo invito a prestare il giuramento.

MARCONE presta il giuramento.

PRESIDENTE. L’onorevole Crispi ha la parola per continuare il suo discorso.

CRISPI. Signori, si è voluto, in proposito delle interpellanze del deputato D’Ondes, fare un po’ di storia da alcuni deputati e dall’onorevole ministro dell’interno. Essi però non ebbero in mira che l’interesse di coloro che hanno governato e governano in Italia, onde non poterono essere abbastanza veridici. Rifacciamo la storia e rifacciamola in difesa del popolo.

E in questa storia non crediate che, essendo forzati a parlare della Sicilia, io intenda di trattenervi di una provincia speciale, imperocché le cose che là successero hanno avuto un’eco e si sono per altri modi manifestate nel continente italiano.

L’onorevole ministro Peruzzi a temperare qualche aspra parola che fu detta sulla Sicilia in questo recinto venne narrandoci le cose parlermitane del 1848.

Quella sua narrazione naturalmente è in contraddizione con ciò che su quell’epoca ricordò l’onorevole Bixio. Laonde io vi prometteva nel principio del mio discorso che io li avrei trovati in contraddizione, giacché nei giudizi sulla rivoluzione siciliana e nelle sue vicissitudini il ministro con anticipazione aveva già risposto al deputato.

Le ventiquattro giornate di Palermo sursero gloriose senza l’aiuto di altre provincia italiane.

Compartecipe allora, come nel 1860, agli avvenimenti della mia terra natale, credo di poterne ricordare i casi meglio che qualunque altro.

La Sicilia levatasi in armi per rivendicare la sua libertà, onde far parte politicamente della nazione italiana, aveva dato prove di energia e di valore, sicché i popolani di Milano quando insorsero anch’essi contro la dominazione dell’Austria, volendo fare un elogio a sè stessi ed ai combattenti di Palermo, li chiamarono i Lombardi di Sicilia.

Prima delle giornate di febbraio, i Francesi, all’annunzio delle vittorie popolari della Sicilia, esclamarono: Les journées de Palerme ont effacè Juillet.

Siccome avviene in tutte le insurrezioni, ritornato l’ordine legale, coloro che vanno alle barricate e tengono il Governo durante la lotta ne sono allontanati, onde sono condannati a mettersi alla sinistra delle Assemblee.

Apertosi il 25 marzo 1848 il Parlamento siciliano, si compose un Ministero di uomini appartenenti alla fazione moderata; qui abbiamo uno de’ suoi membri, l’onorevole senatore Amari, che allora ebbe il gran coraggio di tarla da ministro delle finanze.

Alla Camera dei comuni un deputato della Sinistra, il signor Romeo, al secondo o terzo giorno delle nostre adunanze, chiese che si pensasse all’ordinamento dell’esercito; i ministri vi si opposero e domandarono ed ottennero che non si discutesse quella mozione.

Il primo aprile 1848 il deputato Pronte, che era anch’esso a sinistra, lusingandosi di un successo che era mancato al suo collega signor Romeo, domandò che si pensasse alla costituzione dell’esercito e che si prendessero tutti i provvedimenti perché appena ne sorgesse il bisogno, il paese, ordinato in armi, avesse potuto difendere i suoi diritti.

Era le parole di quell’onorevole deputato, che oggi è morto, ma che fu una delle migliori intelligenze del nostro paese natio, erano assai notevoli le seguenti: «Le più vitali quistioni che sin dal primo momento della riunione nostra avrebbero dovuto occupare la Camera, o non si sono toccate affatto, o di sfuggita.»

Chiudeva poi il suo discorso in questo modo: «Non confidiamo ciecamente nella straniera influenza, che non so quanto possa valere.»

Il ministro degli affari esteri (amicissimo in questi ultimi anni dell’onorevole Peruzzi, tanto che, quantunque non fosse unitario, ne fu promosso ad alti uffici), si indegnò di quella proposta, e chiese che non fosse discussa. Il deputato Amari, ignoro se fu il ministro o un altro degli Amari, dichiarò che la proposta era una offesa alla maestà del Parlamento, e consigliò il suo autore a volerla ritirare. La Camera la respinse come inconveniente ed inopportuna.

Il ministro della guerra Paterno, il quale era uscito dalle file dell’esercito napolitano, dove era stato un bravo ufficiale, aveva il desiderio di organizzare almeno un reggimento di cavalleria; presentossi un giorno al ministro degli affari esteri per essere autorizzato a comperare delle selle e delle sciabole; il suo collega gli rispose: «Ma come, anche voi pensate all’esercito? La cittadella di Messina ci sarà resa con una nota dell’Inghilterra, l’esercito lo faremo quando il Re avrà preso possesso della Sicilia.»

Il 21 agosto successivo presentai alla Camera siciliana una proposta di legge per la leva. Tutti i ministeriali e i ministri si opposero, onde non ebbi né anche l’onore di vederla discutere. Quel Ministero abbandonava il potere alla vigilia della guerra, lasciando un migliaio di lire in cassa ed i quadri di dodici battaglioni con poche centinaia di soldati. Messina, pochi giorni dopo, cadeva per impreveggenza di coloro che avevano governato l’isola, e cadeva difesa eroicamente dal popolo che, senza guida, senza capi, battendosi solo contro numerose coorti di Svizzeri lanciate nell’isola dal Borbone, tormentati dalle bombe della cittadella che ridusse in cenere quella martire città.

Il 23 settembre io, che sono tenace nelle mie opinioni, riproposi alla Camera la legge sulla leva, che fu discussa e votata.

Ci volle l’eccidio di Messina perché i signori che stavano al potere e quelli che facevano parte della maggioranza, nella quale c’era pure l’onorevole Bertolami, accettassero una legge così salutare.

Quella legge, debbo confessarlo, era abbastanza mite; devo altresì soggiungere che la coscrizione si fece come per prodigio. Da tutti i comuni di Sicilia i coscritti affluivano in Palermo: mai moderati, che anche allora erano negligenti, li lasciavano senza casermaggio, senza vestimenta e senza armi.

Le povere reclute restarono più d’un mese sulla paglia, onde non è a meravigliarsi se sia avvenuta qualche diserzione.

Cotesto è un fatto inoppugnabile, e nessuno potrà contraddirmi.

Direste or voi che la Sicilia era ostile alla vita militare, e che colà, per l’avversione del popolo alla leva, al 1848 non fu possibile avere soldati? 0 direste al contrario, che tutta ricade sui Ministeri la colpa di non aver saputo, né voluto costituire un esercito per la salute della patria.

Il paese diede prove di valore e di abnegazione; tutte le volte che il Governo nazionale chiedeva un sacrifizio non gli veniva negato. Resta a ciò ricordare che il Parlamento avendo decretato il prestito forzoso non furono necessarie le coazioni perché questo prestito si eseguisse; in un giorno, signori, appena le liste furono affisse, la città di Palermo versò un milione e mezzo di lire nelle casse dello Stato.

Malgrado il malvolere di coloro che erano stati al potere, malgrado le loro opposizioni, dal mese di ottobre 1848 al mese di febbraio 1849 furono organizzati 14 mila uomini, del che lode sia resa a Giuseppe La Farina, del quale io era allora il segretario generale. Colui, quantunque non fosse militare, pose tanto zelo e tanta energia a costituire un esercito in Sicilia che in breve tempo seppe riuscirvi.

Una voce. Si dice ora che è morto.

CRISPI. L’avrei detto anche lui vivente.

La mia lealtà è conosciuta. Le vostre insinuazioni poco benevoli contro di me non valgono.

I moderati che sono stati sempre la peste d’Italia... (Oh oh! — Vivi rumori)

I moderati che sono stati sempre la peste d’Italia (Ilarità), fecero sì per le loro paure che cotesti 14 mila uomini, invece di esser lanciati di un colpo sul nemico, fossero sparpagliati su tutta la superficie della Sicilia. Essi temevano che i repubblicani avrebbero proclamato non so quale Governo democratico se Palermo e le altre città fossero rimaste senza forza ordinata. Giammai 4 mila dei nostri si trovarono raccolti di fronte ai borbonici, i quali marciavano sempre in grandi masse.

Cadde Catania, anch’essa difesa eroicamente dal popolo. Cotesta caduta fu un vero Waterloo per i signori che avevano governato; essi se ne fuggirono tutti allo straniero, nessuno escluso. (Il ministro Amari fa segni di diniego per sè) Il ministro Amari era in Parigi allora. Dirò anzi che, sentito il rovescio della rivoluzione, lasciò la missione che gli era stata affidata all’estero (io non l’ho dimenticato) e venne col suo fucile dichiarando ch’era pronto a battersi per difendere i diritti della Sicilia.

Dunque la caduta di Catania fu pei moderati un vero Waterloo.

L’onorevole ministro Peruzzi l’altro giorno vi lesse una pagina della storia di La Farina con molta inopportunità; cotesta, per coloro che ignorano le pagine precedenti, poteva essere interpretata come offensiva al paese, mentre le cose dettevi sono al contrario un grande elogio per Palermo. Io compirò la narrazione dei casi che vi furono raccontati anche valendomi della storia del medesimo scrittore.

Mentre il Borbone rioccupava la Sicilia, che cosa credete che facessero coloro che rimasero al governo della cosa pubblica? Sciolsero i 14 mila uomini, invece di aumentarne il numero per difendere il paese.

E tutto questo perché?

Perché coloro i quali avevano il 13 aprile 1848 votata ed applaudita la decadenza del Borbone, il 17 aprile 1849 avevano accettata una transazione col Borbone.

AMARI, ministro dello pubblica istruzione. Noi no, era il partito stesso che era al Ministero.

PRESIDENTE. Io prego l’onorevole ministro a non interrompere.

CRISPI. Fu la Camera, meno noi della Sinistra, che rifiutammo ogni patto; quella era la stessa Camera a cui, quando era ministro, si era appoggiato il signor Amari.

Narrando gli atti di quel tempo, La Farina così scriveva:

«Dal dì 15 al 20 aprile, unico studio del Ministero fu di sciogliere e disperdere le forze armate e mettere il popolo nella necessità di accettare una pace vergognosa. Furono rifiutati 2000 fucili e 500 quintali di polvere, che per conto della Sicilia arrivavano in Trapani; furono invitati parecchi personaggi, autorevoli per nome e per noto amore alla rivoluzione, di partirsi dall’isola. Con ciò era ben naturale che il generale Satriano procedesse liberamente per Palermo.»

Allora, signori, di quella illustre città, avvenne quello che vi fu narrato dall’onorevole ministro Peruzzi, cioè che alcuni dei soldati stati disciolti, senza capi, senza guida, difesero l’onore del paese e si opposero, nelle montagne di Palermo, a che il Borbone prendesse possesso dell’antica capitale della Sicilia.

Quindi quelle parole lettevi dal ministro Peruzzi nella storia del La Farina, e che forse male suonarono alle vostre orecchie:

«All’alba del dì 7 maggio bande di popolani armati, senza ordini, senza capi, e solo sostenute dal battaglione francese e da un mezzo squadrone di cavalleria ricostituitosi con alcuni soldati ritornati spontanei alle bandiere al grido di guerra, assalivano vigorosamente gli avamposti napolitani.»

Per chi legge, sembra che il battaglione francese fosse solo a difenderci, ed avrebbe ragione di credere. che la Sicilia, restìa alle cose militari, dovesse ricorrere alla forza straniera a sostegno dell’onore e della libertà. Ma conoscendo che cotesto fu un generoso conato popolare contro una codarda ostilità, avrà di che lodare il paese.

Questo fu fatto nel 1848; e noi che andammo sulla via dell’esilio, ma col pensiero di rivendicare la Sicilia a libertà per riunirla alla patria italiana, noi sospirammo per ben dodici anni, onde il nostro loco natio prorompesse in un’insurrezione tutta sua e senza l’aiuto di forze forestiere. Ci lusingavamo intanto nel pensiero che coloro i quali nel 1848 avevano fatto così misera prova di sè, essendo al timone degli affari, questa volta almeno ci avrebbero lasciati tranquilli ordinare il paese non solo nella sua amministrazione e nelle sue finanze, ma anche nelle armi.

Anche questo ci fu negato nel 1860.

Sbarcati a Marsala (e qui, come vede la Camera, vengo all’argomento che fu oggetto delle interpellanze del deputato D’Ondes-Reggio), primo nostro pensiero fu di rovesciare il Borbone e ricomporre con un regime civile lo Stato che la sorte della rivoluzione ci aveva affidato.

Quale urgente necessità ci si offriva alla mente quella di trovar uomini e cose per compiere la rivoluzione e prepararci alla guerra. Pertanto pubblicammo in Salemi il decreto del 14 maggio 1860 che gettava le basi del nostro sistema militare.

L’onorevole ministro Della Rovere, che ricordò un tale decreto come origine della leva in Sicilia, deve intanto sapere che, quando eravamo in Salemi, non eravamo ancora padroni della Sicilia. Non eravamo, si può dirlo, neanco padroni della stessa Salemi, perché dopo un giorno di riposo ne siamo partiti, onde la città rimase alla sua antica amministrazione.

Il 15 maggio ci fu la battaglia di Calatafimi, e dopo quel giorno fummo obbligati sempre ad avanzare, onde il 27 dello stesso mese entrammo in Palermo, la quale non fu interamente sgombra dai Borbonici che il 19 giugno; quindi il 24 luglio fu sgombra Milazzo, il 28 Messina, il 2 o 3 agosto Augusta, il 2 settembre Siracusa.

Perché una leva si possa eseguire, il ministro della guerra me lo insegna, e l’onorevole Bixio dovrebbe pur saperlo, ci vogliono molti mezzi e bisogna essere in condizione di farsi ovunque obbedire. Ora, perché un Governo sia obbedito, bisogna poter esercitare il suo impero senza ostacolo alcuno. Poscia è necessario compilare le liste, né questo si può fare in un giorno; ci vogliono quattro o cinque mesi per avere le liste di coscrizione.

Ma Garibaldi, come benissimo dice il deputato Bixio, aveva in mente di andare a Napoli il più presto possibile, per non lasciare al nemico tempo di riprendere la rivincita su noi.

Ora in così breve periodo di tempo era impossibile attuare la leva, e con essa avere i soldati che dovevan passare lo Stretto.

Noi, lo ripeto, fummo padroni interamente della Sicilia il 2 settembre, cioè 24 giorni prima che furono eseguiti i primi sbarchi in Calabria. In conseguenza di ciò, dovemmo rinunziare alla leva e ricorrere all’arruolamento dei volontari.

Cotesto arruolamento risulta essere d’una qualche entità dalle liste che ho qui, e che l’onorevole Bixio non potrà contraddirmi, giacché egli può conoscere le cose fatte da lui e ch’ei vide nei luoghi dove passò, ma non può sapere le cose che fecero gli altri.

Adunque da queste liste risulta che noi reclutammo in Sicilia e mandammo su) continente 9800 volontari, alla quale cifra bisogna aggiungere i 4000 uomini rimasti in Messina, dei quali parlò il mio amico, il deputato Fabrizj, e i 1250 marinai forniti alla flottiglia che rese così utili servizi agli sbarchi sul continente; ed in quella flottiglia, o signori, non vi erano che soli 50 continentali.

Dunque, come vi rassegnai, si ricorse all’arruolamento dei volontari. Chi faceva cotesto arruolamento? Sventuratamente spesso lo facevano coloro che conoscevano poco il paese e le sue abitudini. Quindi avveniva con poco criterio, talché talora non mancò che molti di quei galeotti che erano fuggiti dai luoghi di pena venissero accettati. Dovremo noi giudicare l’indole militare o non militare del paese da' costumi di quella gente? Signori, ove il facessimo, mancheremmo di senso comune.

C’è anche un’altra osservazione a fare su questo argomento: l’onorevole deputato Bixio disse alla Camera che nei suoi battaglioni avvenne più d'una fiata che molti di coloro che si arruolavano la mattina se ne partissero la sera con armi e bagaglio.

L’onorevole deputato Bixio, il quale è uno dei più valorosi campioni della rivoluzione e dell’esercito italiano, ammirevole al fuoco, io non lo ammirerei mai nell’amministrazione e nell’organizzazione. Egli si lagna delle diserzioni che avvenivano nel corpo da lui comandato: ciò è vero, ma spessissimo successe che molti lasciando la di lui divisione se ne andavano in un’altra divisione, con la speranza di esservi meglio trattati.

L’onorevole Bixio per la sua vivace natura fa la disciplina a colpi di revolver.

BIXIO. Domando la parola per un fatto personale.

CRISPI. E un fatto noto che contro alcuni indisciplinati l’onorevole generale Bixio diede dei colpi di revolver.

BIXIO. Contro i ladri.

CRISPI. Quindi non è a stupire che molti, per isfuggire la sua disciplina, lasciassero lui e si raccogliessero in altro corpo sotto altro comandante e perciò se ne andassero e col vestiario e colle armi.

Del resto l’onorevole Bixio non ebbe mai sotto di lui più di 2000 uomini, perché allora egli era maggior generale o brigadiere, come vuole, e comandava una brigata.

Allora egli non comandava che una brigata; ebbene, in questa brigata esso formò i quadri degli uffiziali con quella parte dei Mille di Marsala che per la loro intelligenza potevano occupare dei gradi. Ma l’onorevole Bixio, siccome scrisse in un suo documento che ho qui sotto gli occhi e del quale leggerò un passaggio alla Camera, aveva i battaglioni della prima brigata tutti di Siciliani, meno gli ufficiali. Cotesto è il rapporto dell’onorevole generale Bixio del 6 ottobre 1860, diretto al dittatore sulle giornate del 1° e del 2° ottobre 1860. In esso così vengono suddivise le forze che erano sotto i suoi ordini: prima brigata 1828 uomini; seconda brigata 670 uomini.

(Allora egli aveva preso il comando di un corpo di truppe superiore a quello che aveva quando dalla Sicilia venne al continente).

Brigata Ebherard, nome che ricorda memorie infauste, 1502...

BOGGIO. È un nome onorato.

Voci. È un uomo che ha fatto il suo dovere.

CRISPI. Colonna Fabrizj 1560 uomini. Queste erano le forze sotto di lui.

Le due prime brigate formavano un totale di 2498 uomini.

L’onorevole Bixio ieri vi disse che 1600 uomini erano Siciliani, dunque soli 800 erano i continentali. Egli parlando della prima brigata così si esprime nel suo rapporto:

«E dover mio dirle che i battaglioni della prima brigata che caricarono alla baionetta i vecchi soldati della Germania venuti a puntellare la tirannide di Francesco Borbone sono formati quasi intieramente di giovani Siciliani: solo i quadri compongonsi dei nostri continentali sbarcati in Sicilia colla prima spedizione.»

Dunque, se solo i quadri si formava no degli individui sbarcati in Sicilia nella prima spedizione, la conseguenza è che senza i Siciliani egli non avrebbe potuto formare la sua brigata.

Queste poche cose aggiunte alle altre dette dall’onorevole mio amico il deputato Fabrizj vi provano che la Sicilia non è poi così restìa alla milizia come si è voluto dimostrare.

È stata restìa sotto il Governo del Re d’Italia? È quello che vedremo.

Epperciò io diceva alla Camera di volermi permettere che la questione dei renitenti alla leva io la trattassi quando sarebbe venuta la materia che si riferiva alla poca, o nessuna, o completa inclinazione che ha la Sicilia alle cose militari.

L’onorevole ministro della guerra vi disse che della

leva del 1840 i renitenti furono 4987
ed i disertori di seconda categoria 2952
i renitenti della leva 1841 furono 5870
ed i disertori di seconda categoria 2656
i renitenti della leva 1842 furono 8241
ed 1 disertori dall’esercito1419
(La seconda categoria del 1842 non fu chiamata)
E così ci dava un totale di26,125

uomini tra renitenti e disertori.

Tediamo, o signori, quanti erano gl’iscritti, e quanti furono i chiamati sotto le armi dalla Sicilia.

Dalle leve 1840-41.... (Mormorio d'impazienza)

Signori, vi prego di un po’ d’indulgenza, io sono quasi al termine....

Una voce al centro. Ci vorrebbe anche un po’ di discrezione.  

CRISPI. Dopo tante accuse lanciate contro le provincie siciliane, non è fuor di luogo che un deputato sorga a difesa delle medesime.

Per le leve del 1840 e del 1841 la prima chiamata fu di 9396 uomini, la seconda categoria di 42, 362.

La leva pel 1842 (la seconda categoria non essendo stata chiamata) fu di 4969 uomini: totale 56, 727.

Da questa cifra, tolti i renitenti e i disertori di cui parlò il ministro della guerra, cioè 26, 125 uomini, si ebbero sotto le armi 30,602 uomini.

TORRE. Tutto sbagliato.

CRISPI.  Ho preso le cifre da atti ufficiali!

A questi 30,602 uomini, i quali vennero sotto le armi senza bisogno di coazioni, aggiungete gli arrestati con mezzi ordinari 3759, gli arrestati con mezzi straordinari 4000, abbiamo l’egregia cifra di 38,361 uomini.

Se non isbaglio, mi pare che il debito di sangue fu ben pagato dalla Sicilia.

Se il signor Torre, il quale è maestro in ciò, avesse delle osservazioni a fare, io gliene sarei grato. Queste cifre....

TORBE. Queste cifre non sono esatte.

CRISPI... Queste cifre io le ho tolte dai decreti e dal discorso del ministro della guerra alla Camera.

È un ragionamento al quale non potete sfuggire. Le cifre sono tutte officiali, e se vi è qualche errore, che non può esser grave, esso è tutto vostro.

Poste siffatte premesse, ne viene questa conseguenza: la Sicilia ha dato un contingente di 38,361 uomini.

Ieri l'onorevole deputato Bixio vi diceva che noi non abbiamo in soldati che 270 mila uomini.

BIXIO. Non calcolati gli uffiziali.

CRISPI... soldati senza contare gli uffiziali.

La Sicilia ha una popolazione di 2,391,802 individui, poco più del decimo di tutta la popolazione del regno d’Italia.

Mi dica l’onorevole ministro della guerra (io gli chiedo ciò, giacché le leve delle quali ha tenuto discorso furono fatte nello spazio di tempo corso dal dicembre 1861 al dicembre 1862, cioè entro un anno), mi dica l’onorevole ministro della guerra, quando ci sono 38,361 uomini sotto le armi in mezzo a soldati il cui totale ascende a 270 mila, io credo che la Sicilia diede di più di quello che era chiamata a dare. (Risa ironiche al centro)

Le risa non sono una risposta; io ho parlato di cifre, ed a queste si potrà soltanto rispondere con altre, e allora io saprò alla mia volta soggiungere che, se queste cifre sono false, sono opera di coloro che scrissero i decreti (Oh!); i decreti non li scrissi io.

Io ho letto nell’articolo 25 dello Statuto che tutti i cittadini devono concorrere ai carichi dello Stato in proporzione dei loro averi, e conseguentemente non al di là dei bisogni nazionali; ciò è per l’imposta in denaro, quanto per l’imposta di sangue. Non dovete chiedere ad una provincia del regno al di là di quello che è obbligata a dare in proporzione delle altre provincie.

Ora, voi che avevate sotto le armi 30, 602 siciliani allorché deste opera alle misure eccezionali in Sicilia, avevate al di là di quello che la Sicilia dar vi doveva. Quindi, allorché usaste quelle misure eccezionali, voi gravate doppiamente colpevoli, doppiamente avevate offesa la legge.

Lasciando quest’argomento della leva non sarà fuor di luogo ch’io dica che la Sinistra parlamentare, che questa volta fu accusata di poco patriottismo, non ha mancato mai di predicare in Sicilia l’adempimento di cotesto dovere.

Sono ancora pochi giorni che il mio amico deputato La Porta pronunziando ai suoi elettori un discorso, dal quale l’onorevole ministro dell’interno riferì le poche parole soltanto che concernevano la pubblica istruzione, fra le altre cose chiedeva che il popolo accorresse sotto le bandiere. (Segni d’impazienza)

PRESIDENTE. Prego nuovamente l’onorevole deputato Crispi di restringere il suo discorso, imperocché, come ella ben vede, è necessario che oramai si termini questa discussione. La prego di limitarsi a quello che gli resta ancora a dire per sostenere il suo ordine del giorno.

CRISPI. Perdoni l’onorevole presidente, io sono sul finire del mio discorso, ma nell’argomento in cui sto per entrare vi sono trascinato per accuse venute a provincie del regno che amo quant’altri mai, e che non posso al certo dimenticare per la ragione che io sono unitario, giacché né anco sarei italiano se non fossi nato in Sicilia.

Signori, si è fatta una dolorosa discussione quanto alla sicurezza pubblica in Sicilia. Non c’è nulla di nuovo in tutto ciò, meno la confusione delle date. Non c’è nulla di nuovo in tutto ciò, perché parecchie volte io sono venuto qui alla Camera chiedendo al potere esecutivo che volesse fare il suo debito, imponendo ai suoi subordinati che facessero anch’essi il debito loro, onde quelle provincie, dopo tre anni in cui il Governo regio è stato istituito, potessero godere i benefizi della libertà e della sicurezza delle vite e dei beni.

Si parlò di molti fatti i quali, come benissimo diceva l’onorevole deputato Cordova, non si possono slegare dagli avvenimenti sorti nel 1860. Si fece anche di più: si confusero gli avvenimenti del 1860 con quelli posteriori: si ricordò, per esempio, il fatto di Santa Margherita, se ne ricordarono tanti altri, senza osservare che quelli sono avvenuti dal 16 maggio al 4 agosto 1860, che tutti, quello di Santa Margherita in ispecie, scoppiarono in un momento che il Governo della rivoluzione non aveva ancora impero, né il Borbone era più padrone della Sicilia. Allora le orde dei galeotti lanciatesi sulle città erano padrone del paese. È troppo strano che la civiltà d’un paese la si voglia misurare dai fatti d’un tempo eccezionale ed ex lege. Il naufragio del legno svedese avvenne giusto in quell’epoca di desolazione.

Ma, signori, di questi fatti ne sono avvenuti anche nella civile Inghilterra, e in momenti di calma. Non avete voi letto di quel terribile omicidio che si narra d’un nomo tagliato a pezzi, messo in un sacco e gettato sulla spiaggia del Tamigi? Diremo noi per questo che la civile Inghilterra sia una nazione barbara? Non ci fu un certo Boggia in Milano, che per 15 anni consecutivi uccideva e seppelliva gli uomini nelle cantine della sua casa? E diremo per questo che la Lombardia sia una provincia barbara? Non ebbimo nel 1859 nella civilissima Parma il fatto terribile dell’Anviti? E diremo per questo che Parma sia una città barbara? Non ebbimo noi la società dei pugnalatori di Livorno? E diremo noi che la civilissima Toscana sia una provincia barbara? (Bravo 1 Bene!)

Ma lasciamo questi periodi eccezionali nella vita dei popoli, e da uomini seri giudichiamo i paesi colle statistiche dei tempi normali.

Signori, il regno d’Italia ancora non ha una statistica penale, almeno non ce n’è alcuna pubblicata; spero che l’onorevole guardasigilli colmerà questa lacuna.

Accordatemi dunque che io mi valga delle statistiche penali di Sicilia e della statistica penale degli Stati sardi: e soffrite chi io faccia un paragone dei reati che si rilevano da queste statistiche.

Nei tempi normali, nel 1846, per esempio (poiché i dati statistici che vennero pubblicati sono degli anni 1846, 1850, 1851, 1852), gli omicidi in Sicilia, in un anno, erano 98 sopra 1380 reati, cioè 7 su 100; nel 1850, cioè dopo due anni della rivoluzione, quando già non tutti i galeotti evasi erano rientrati nei luoghi di pena, gli omicidi erano 124 in un anno, e non un migliaio all’anno siccome l’onorevole Govone disse che ne avvengono ordinariamente in Sicilia, furono 124 sopra 894 reati, cioè 14 su 110; nel 1851 furono 107 sopra 897 reati, cioè 13 su 110; nel 1852 furono 115 sopra 993 reati, cioè 12 su 100. Questa è dunque la proporzione dei reati nei tempi normali: ed ho l’orgoglio di dichiarare che non abbiam ragione di arrossire per ciò di fronte allo straniero.

Negli Stati sardi, o signori, qual è la proporzione? Io apro il libro pubblicato d’ordine del Governo l’anno 1853 e trovo gli omicidi 152 su 1451 crimini, cioè 11 per 100.

Voi vedete, o signori, che le proporzioni dei reati non sono dissimili da quelle della Sicilia. Quindi ne tirerete la conseguenza che quell’isola non merita certo di essere giudicata così severamente, siccome fu fatto, e che per lo meno, se vogliamo parlare della sua moralità, non possiamo far a meno di ritenere ch’essa è al pari delle altre provincie italiane.

Ma, diceva l’onorevole Govone, il quale naturalmente non giudicò la Sicilia se non che dalle cose che gli narravano, non dalle cose che vedeva, che ci erano stati vari omicidi di carabinieri; che il paese era diffidente, che nelle condizioni morali in cni si trovava non c’era altro rimedio se non che continuargli il metodo di cura che gli è stato applicato in questi tre_ anni.

Signori, per quello che riguarda i reati contro i carabinieri sicuramente essi sono deplorabili, ma permettetemi che io ve ne dia il vero significato: cotesti omicidi sono la conseguenza della legge del taglione! Noi abbiamo molti reati commessi anche dai carabinieri e rimasti impuniti; né di ciò vogliate fare le meraviglie, giacché oggi i carabinieri non sono più quelli di altra volta. A Belpasso, vicino a Catania, a Partinico, a Morreale, i carabinieri si piacquero uccidere degli uomini i quali dopo arrestati fuggivano dalle loro mani.

Ma in quel paese dove il popolo risente le impressioni di amore e di odio con molta vivacità osservando che non gli vien resa giustizia (fa male, io non lo approvo, anzi sono il primo a censurarlo), risponde reagendo; è cotesta, vi dissi, la legge del taglione.

Signori, ho terminato.

Parlando della Sicilia, non volli estendere le mie osservazioni alle altre parti del regno, e specialmente al Napoletano, giacché ne verrà l’occasione, quando avranno luogo le speciali interpellanze dell’onorevole Greco.

Ma non crediate che questa mia riserva sia stata coll’intendimento di voler fare della causa siciliana un argomento a parte, giacché per me l’ultimo borgo del regno d’Italia equivale alla prima città della Penisola; ogni zolla di terra nazionale dalle Alpi al Lilibeo mi è oltre modo cara, essendo stata mia cura e mio affetto la costituzione di questa grande nazione.

Ora, come conclusione, permettetemi che nel congedarmi da voi, io vi domandi: qual è il rimedio a tutto ciò? Vi lagnate della diffidenza di quel popolo verso i militari ed i pubblici funzionari, della sua natura sospettosa, dei reati che in gran numero vi si commettono. Cotesti però non sono che effetti; bisogna che voi mi diciate quale ne sia la causa. La causa è nel Governo.

Il Governo ha colpito in quelle provincie tutti gl’interessi, ha urtato tutte le suscettibilità, ha disprezzato l’elemento locale, ha offeso la dignità umana, si è reso impossibile, e perciò l’amministrazione pubblica non può regolarmente procedere.

Ve lo abbiamo detto più volte dal marzo 1861 al dicembre del 1863; ve lo ripeteremo ancora altre volte, perché temiamo che ci darete motivo di doverlo ripetere.

Qual è il rimedio? Il rimedio, signori, non istà né in quei ministri, né in voi; il rimedio sta nel Re e nel paese. Ve l’ho detto un anno fa: questa Camera legalmente rappresenta l'Italia, moralmente non la rappresenta. (Applausi nelle tribune pubblicheRumori e vivi segni dì disapprovazione nella Camera)

PRESIDENTE. Signor Crispi, questa è una sconveniente parola: la ritiri.

Voci al centro e alla destra. All’ordine! All’ordine!

LANZA. E un insulto fatto alla rappresentanza nazionale!

Voci, Si sgombrino le tribune.

CRISPI. Bisogna che il Re nei modi costituzionali faccia appello al paese, affinché ne esca la vera volontà della nazione. (Nuovi richiami)

LANZA ed altri. È un insulto alla Camera!

(Molti deputati a destra ed al centro si alzano gridando: Si chiami all’ordine! Il deputato Crispi all’ordine!)

LANZA. (Con impeto) E un membro della Camera che vuole esautorare il Parlamento!

Molte voci a destra ed al centro. Si facciano sgombrare le tribune pubbliche donde è venuto lo scandalo!

TORRE. Si faccia rispettare la rappresentanza nazionale!

Voci. (Al presidente) Faccia ritirare le espressioni di Crispi.

PRESIDENTE. Lo ripeto: il deputato Crispi ritiri questa espressione, altrimenti egli sarà chiamato solennemente all’ordine,

CRISPI. Signori, non è la prima volta che cotesto pensiero fu da me manifestato alla Camera. Un anno fa vi espressi il bisogno di ciò, e tanta irritazione non fu suscitata. Prendete il volume dei rendiconti parlamentari del 1862, e troverete che io dico la verità.

Se oggi venisse un deputato a dichiararvi che, in tanta difformità di opinioni, sarebbe necessaria una nuova Camera, farebbe forse male cotesto deputato mettendo avanti una sua proposta per un miglioramento della nazionale rappresentanza? (Nuovi richiami Agitazione)

PRESIDENTE. Silenzio!

DI PETTINENGO. Domando la parola per una mozione d’ordine.

CRISPI. Per obbedire all’onorevole presidente, spiegherò la frase. (Lunga interruzione).

Voci a destra. No! no! La ritiri!

PRESIDENTE. Ella debbe assolutamente dichiarare che ritira quelle parole.

CRISPI. Per obbedire all’onorevole...

Voci a destra. Ritira le sue parole; non c’è altro. (Vivi rumori)'

CRISPI. Non mi lasciano parlare!

Voci a sinistra. Silenzio!

CRISPI. Posso parlare?

presidente, Dee ritirare quelle parole, altrimenti si farà risultare dal processo verbale ch’è stato chiamato all’ordine.

Una voce a destra. E togliergli la parola.

(Il rumore continua).

CRISPI. Non ho sentito il Presidente.

PRESIDENTE. (Scuotendo il campanello) Prego i deputati di tacere. (Si fa silenzio)

La invito a ritirare senza più quelle parole.

CRISPI. Allora accetto che mi chiami all’ordine. (Bravo! Bene! a sinistraNuovi e forti rumori a destra e al centro)

PRESIDENTE. La chiamo all’ordine, e ne risulterà dal processo verbale. (Bene! a destra) danza. (Con forza) Il paese giudicherà. (Bene! a destra)

Voci a sinistra. Invochiamo anche noi questo giudizio!

BIXIO. Chiedo di parlare per un richiamo al regolamento.

Prego l’onorevole presidente della Camera di far riconoscere se le tribune hanno turbato le discussioni della Camera con ischiamazzi, ed in caso affermativo a farle sgombrare. (Bravo bravo!)

Il Parlamento debb’essere fatto rispettare, e il paese esser certo che le nostre deliberazioni non si fanno al rumore delle tribune pubbliche. (Bravo! bravo! al centro ed alla destra)

E strano che ne sia causa l’estrema sinistra!

PRESIDENTE. (Con forza) A tenore del regolamento ordino agli uscieri di fare sgombrare immediatamente le tribune donde sono partiti gli applausi. (Bravo! Bene!)

(Gli uscieri fanno sgombrare le tribune pubbliche dell'ordine superioreLa seduta è sospesaAgitazione e conversazioni animate in tutti i banchi della Camera).

Ora che sono state sgombrate le tribune, si ripiglia la discussione.

L’onorevole Chiaves ha la parola per una mozione d’ordine. .

CHIAVES. Signori, la Camera ha certamente dato prova di aggiungere all’argomento che ci occupa tutta la gravità di cui è meritevole, avendo consacrato a questo argomento lunghe sedute ed in buon numero; credo però che ciascuno sentirà quello che io sento profondamente, la necessità, cioè, che questa discussione venga pur terminata, ed il più prontamente possibile, e più ancora che non si riapra una nuova seduta sovra l’argomento che stiamo discutendo.

Sono molte le emergenze della patria le quali urgentemente domandano l’attenzione della Camera, e siamo in un’epoca dell’anno nella quale i nostri elettori sono soliti di vedere attivata di molto l’operosità della Camera; non credo quindi che corrisponda esattamente alla loro aspettazione questo consumare lunghe sedute in un argomento che per verità è di grande importanza, ma che si riduce sostanzialmente ad un giudizio di atti del Governo che tutti abbiamo in cuore e che tutti già siamo pronti ad esprimere col nostro voto.

Perché in questa giornata abbia fine questa discussione, mi si paravano dinanzi due mezzi: uno di ricominciare la seduta stasera, l’altro di dichiararci in permanenza finché non si fosse definitivamente votato; io mi determinai di proporre alla Camera questo secondo mezzo, sopratutto perché si guadagnava tempo, senza andar a cercare altre ragioni per ciò. (Bene!)

Io quindi propongo che la Camera si dichiari in permanenza sino a che non abbia votato sull’argomento che ci ha finora occupati. (Segni di assenso)

PRESIDENTE. Se non vi hanno osservazioni in contrario, la Camera si dichiara in permanenza.

(La Camera è dichiarata in permanenza).

L’onorevole Bertolami ha la parola per un fatto personale. (Rumori)

Voci a sinistra. Basta! Lasciamo i fatti personali! Molte voci a destra. Parli! parli!

BERTOLAMI. Io ringrazio la Camera...

PETRUCCELLI. Domando la parola per una mozione d’ordine.

Poiché si vuol finire... (Rumori)

PRESIDENTE. Non ha la parola. (Richiami)

PETRUCCELLI. Poiché si vuol finire...

PRESIDENTE. (Con forza). Ella non ha la parola. Non interrompa.

L’onorevole Bertolami parli per il fatto personale, ma procuri di essere spedito.

BERTOLAMI. Ringrazio la Camera del sentimento benevolo e nobile ad un tempo per il quale non credeva necessaria la mia risposta alla strana accusa che mi si fece, ma io non posso approfittare di questa sua cortesia.

Io sono stato accusato dall’onorevole deputato Crispi di due cose: prima di ministerialismo quasi direi incorreggibile, perché comincia dal 1848 e non è finito ancora; poi di avere votato anch’io la legge sulla leva nel Parlamento siciliano, benché moderato, benché appartenente a quella tal peste di politici che si chiamano moderati.

Ebbene, signori, ho bisogno di chiarire questo concetto del ministerialismo.. (Segni d'impazienza)

PETRUCCELLI. Ma che cosa c’importa questo?

Voci a destra. Parli! parli!

Voci a sinistra. No! no!

PETRUCCELLI  ed altri a sinistra. Lo scriva in un giornale.

PRESIDENTE. Perdonino, si è dato molta latitudine ai fatti personali, dai due lati della Camera; tanto vale che andiamo sino alla fine. Prego l'oratore di continuare e venir al fatto personale.

BERTOLAMI. Ecco, o signori, il mio ministerialismo, il quale, come diceva l’onorevole deputato Crispi, comincia dal 1848.

Al 1848 in Sicilia vi furono due Ministeri. (Ohi ohi — Rumori a sinistra) Mi permettano, signori, che io parli di quello di che ha parlato l’onorevole deputato Crispi. (Rumori)

Dunque nel 1848, quando cominciò il mio ministerialismo, vi furono il Ministero Stabile ed il Ministero Torrearsa. (I rumori d'impazienza costringono l'oratore ad interrompersi ad ogni tratto)

Al tempo del Ministero Stabile io aveva certi dispareri col ministro il quale sedeva a capo di quel Gabinetto; giusto differivano le mie opinioni in quel punto di cui ha parlato l’onorevole Crispi, cioè a dire nel confidare nell’aiuto di una potenza straniera, aiuto che s’invocava non certo codardamente dal Ministero col quale io non mi trovava d’accordo, ma s’invocava per un’illusione alla quale non partecipava... (Continuano i rumori d’impazienza) Ed è tanto vero che non vi partecipava che il Ministero Stabile, verso il quale io sono accusato di servilismo, cadde dietro la mia proposta...

PRESIDENTE. Il deputato Crispi non l’ha accusato di servilismo; ha detto che ella aveva difeso gli errori dei ministri; è ben naturale, che un deputato dell’opposizione chiami errori tutti gli atti dei ministri, e le opinioni dei deputati, che seguono la loro politica; non c’è quindi, né ingiuria, né fatto personale. '

Voti a sinistra. Basta! basta!

BERTOLAMI. Ma mi perdonino, è un fatto personale.

Voci. Faccia stampare il suo discorso.

BERTOLAMI. Io non ho bisogno di far discorsi.

E veramente strano che si lanci un’accusa di servire un Ministero, quando quel Ministero cadde per mia proposta.

Sì, o signori, la proposta portava la firma mia, di Vincenzo Errante e di Giovanni Interdonato. Furono convocati i componenti della Camera dei Comuni, come chiamavasi in Sicilia, nella casa del compianto deputato Amodio, e fu loro rappresentata la necessità di un mutamento ministeriale, perché quel Ministero, sebbene composto di uomini di virtù, egregie, pur tuttavolta aveva un’ illusione alla quale non si poteva e doveva partecipare, cioè l’illusione che il Borbone non avrebbe più fatta una spedizione in Sicilia, perché il Gabinetto inglese vi si sarebbe assolutamente opposto. Per questa ragione non solo non potei più appoggiare quel Ministero, ma invece ne provocai la caduta.

E si mandò infatti una deputazione al Ministero Stabile, dicendogli: i vostri servigi alla patria sono certamente apprezzati da noi, ma noi non dividiamo la vostra politica (Vivissimi segni d'impazienza); quindi vi invitiamo a discendere dal Ministero. Ecco, o signori, il mio ministerialismo!

Voci a sinistra. Basta! basta!

Altre voci a sinistra. Ma questo è inutile!

BERTOLAMI. Un’altra accusa mi fu lanciata, quella di aver votato la legge della leva. Io non so perché non avessi dovuto consentire quella legge quando io fui alla Camera fra i proponenti del prestito forzato, poiché i capitalisti stranieri non avevano fede nella Sicilia.

Quel prestito fu votato per fare la guerra al Borbone. Se io non riponeva fede che sul popolo siciliano, se io voleva fare la guerra con tutte le forze della Sicilie, poteva non volere la leva?

Eccovi, o signori, i moderati, i quali fanno cadere i Ministeri quando non li credono nella via che conduce alla meta della rivoluzione; eccovi i moderati i quali non abborrono da tutto ciò che è fermezza, e abborrono solo da ciò ch’è delirio o violenza. (Bravo! a desti a — Bravo! ironici a sinistra)

PRESIDENTE. Il deputato Bertani ha la parola per sviluppare il suo ordine del giorno così concepito:

«La Camera, istruita dalla discussione intorno l’interpellanza del deputato D’Ondes; convinta che i gravi fatti annunciati sono gli inevitabili corollarii del sistema di Governo applicato all’Italia, lo condanna come pernicioso ai destini della patria, e passa all’ordine del giorno.»

BERTANI. Veramente io ho la facoltà di parlare ad ora sì tarda ed in un momento così disgraziato, ch’io non posso presumere che le mie parole, le quali devono suonare censura all’attuale amministrazione, possano, dopo tanta concitazione di animi, essere pazientemente ascoltate.

Più che la gravità della circostanza in cui io debbo parlare invocherò adunque a mio suffragio e per conciliarmi la vostra attenzione, la scarsità delle volte in cui io domando la parola, e quest’altra ragione, che forse io parlo a voi per l’ultima volta.... (Oh! ohi)

Voi, ne sono certo, ne sarete contenti... (Ohi ohi

Ilarità)..,, ed io del pari, perché sono tranquillo nella mia coscienza; saremo quindi soddisfatti da ambe le parti.

Il mio ordine del giorno, o signori, è logico e schietto; ve lo ha detto l’onorevole Peruzzi, ed io quasi credo che lo voterà....

PERUZZI, ministro per l'interno. Logico per lei.

BERTANI. Logico, perché è il corollario diretto immediato delle rimostranze da me già fatte, or sono ventiquattro mesi, intorno all’attuale sistema di governo in questa Camera; logico, perché tutto quanto avvenne in questi ventiquattro mesi dà piena ragione alle mie previsioni.

Auguro a tutti i Ministeri futuri, non posso augurarlo agli attuali ministri, che possano vantare la ragione del successo a ventiquattro mesi di distanza dalle previsioni.

La questione del sistema di governo, a mio avviso, deve essere adunque posta innanzi a tutte; è, per cosi dire, la questione pregiudiziale rimpetto ad ogni altra.

Mi affretto a dire che io, parlando di sistema e censurando quello dal Governo seguito, non intendo di uscire dal sistema di governo costituzionale, ma intendo censurare quel tale complesso di idee e di azioni, quel tale complesso di arbitrii che, a mio giudizio, del vero sistema costituzionale non hanno lasciato che poco oltre il nome.

L’ordine del giorno D’Ondes-Reggio fu già giudicato da questi banchi. Esso mostra fiducia nel Ministero e crede ad un espediente di cui abbiamo già fatto la prova. La Commissione d’inchiesta sul brigantaggio ci procurò la legge Pica e tutte le misure eccezionali che lamentiamo.

L’ordine del giorno Bixio è per me troppo limitato e parziale, condanna ed assolve le parti querelanti, e posso definirlo un ordine del giorno militare.

Gli ordini del giorno Paternostro, Salaris e Boggio fanno a mio parere, una grave e ad un tempo timida censura al Ministero; fanno l’effetto delle ammonizioni del Governo italiano ai preti, i quali se ne irritano e seguitano a far peggio.

L’ordine del giorno della sinistra, che ho io pure firmato, è anch’esso parziale; tocca però nel giusto segno e pone netta la questione di fiducia per l'amministrazione attuale. E parziale, dissi, ma è giusto, perché condanna le commesse illegalità, la violazione dello Statuto.

E se quella condanna non avesse già valido appoggio nella convinzione nostra e negli argomenti molti e solidi svolti da questi banchi, io potrei citare la grave autorità del Consiglio di Stato, che unanime ha giudicato illegale l’applicazione della legge Pica alla Sicilia.

L’ordine mio del giorno non implica la sola censura all’attuale Ministero; esso condanna tutto il sistema pel quale fu altre volte violato lo Statuto, e non fa distinzione tra il Ministero attuale ed il Ministero precedente; giacché per forza del sistema ogni Ministero ha violato e può violare lo Statuto quando gli piaccia.

L’ordine del giorno BuonCompagni, Serugli e Pinzi, il quale fu surrogato all’ordine del giorno puro e semplice, è, al pari del mio, l’altro ordine del giorno logico.

Essi dicono: va bene così, seguitiamo così, reprimiamo così; perché così noi sosteniamo il Ministero; noi assicuriamo la Costituzione; noi rassodiamo la monarchia: noi, tenendo così nove milioni d’italiani sotto leggi eccezionali, facciamo l’Italia.

Io dico invece: per carità finiamola con questo sistema di governo; per carità avvertite che noi andiamo di male in peggio; bisogna farsi amare per farsi seguire, per farsi rispettare sempre, e voi lo sapete pur troppo e me l’insegnate; se così seguitiamo sarà giudicato il regime costituzionale; non faremo l’Italia colla libertà, ma la disfaremo colla violenza e gli arbitrii.

Però questi due ordini del giorno oltre l’essere i due logici, e strettamente logici, sono i soli efficaci. Dunque non c’è dubbio nella scelta: o l’ordine del giorno BonCompagni e Pinzi, o l’ordine del giorno mio.

Voi udiste dai ministri e dal deputato Govone la storia dei gravissimi fatti occorsi ultimamente in Sicilia. Ci furono asserzioni, contraddizioni, informazioni parziali, o negazioni totali; ma in fin dei conti io me ne appello a voi: l’opinione pubblica fu chiarita? È sicura su quanto si è qui citato o negato? L’opinione pubblica sa di quei fatti forse più degli altri che pendono ancora dai tribunali? L’opinione pubblica, sapete che cosa concreta nella sua sintesi? Ve lo dirò io: essa concreta che in Sicilia ci sono renitenti alla leva in numero grande, ci sono disertori, ci sono sindaci che protestano contro la con dotta del Governo, ci furono imposte arretrate, rifiutate.

Oh, signori, questi sono tristi prodromi; questi sono gravissimi significati.

Che più, per caratterizzare un’incoata rivolta? Che mai suggerirono, che mai attuarono i rivoluzionari d’Europa per poter spingere i popoli a scuotere la dominazione che li opprimeva? Che mai suggerirono tanti patriotti nel 1859 ai Lombardi, ai Veneti, agli abitanti dell’Emilia? Che cosa più si suggerirebbe ai fratelli Veneti e Romani ancora schiavi per tentare di levarsi di dosso il giogo del papa e dell’Austria, se non che di non dare i coscritti, di far disertare dalle fila dell'esercito straniero gl’italiani, di non pagar le imposte, di far protestare i sindaci contro le autorità costituite e contro l’intero regime? Sì, o signori, quelli della Sicilia devono considerarsi come sintomi d’una rivolta incoata.

Quel paese, disse l’onorevole Cordova (mi appoggio volentieri all’opinione di un individuo siciliano di parte politica avversa alla mia) ama pure profondamente l’unità d’Italia: quel paese ama e vuole la libertà, ed io ne sono convinto con lui; ma egli, con molta pene trazione e finezza, ha mostrato altresì come quel paese sì rivolta sempre, sia sempre intollerante, indomabile quando l’offendauo soprusi, arbitrii o violenza.

Dunque la Sicilia non si rivolta al programma della nazione, non si rivolta al plebiscito, ma si rivolta al sistema di governo.

Ma questa rivolta fu subitanea? Nacque per un’improvvisa accensione d’animo, così facile in quelle ardenti popolazioni? No, debbo dirlo, è una rivolta cresciuta in 3 anni con ispaventevole progresso.

Voi, in 3 anni, vi alienaste gli animi di quegli Italiani, di quella gran maggioranza che vi ha acclamati, che vi ha accolti come fratelli. Come mai è svanita quella unanimità? In 3 anni appena, qual precipizio si è presentato innanzi a voi! o bisogna dire che quella maggioranza si è convertita tutta in gente da mettere innanzi al cannone col metodo anglo-indiano, o che voi non siete più rispettati ed amati in quell’isola.

E dilemma doloroso, ma di qui non si sfugge.

Voi avete pel vostro sistema dimenticato che quelle forti popolazioni si conducono facilmente per la via del sentimento (Mormorio), ma resistono e spezzano ogni governo di violenza, ogni sistema d’arbitrio.

Lo dissero gli oratori della parte contraria, e l’onorevole Cordova lo confermava: quei fatti dolorosi si collegano coi cresciuti risentimenti da una parte e coi mezzi di governo dall’altra.

Gli oratori miei amici politici vi hanno essi pure già detto in mille maniere come tutti questi fatti che noi lamentiamo fossero una conseguenza irresistibile del sentimento popolare offeso e dei mezzi repressivi applicati.

Già mi prevenne l’onorevole Fabrizi quando addusse in prova di quanto io sostengo l'asserzione del deputato Bertolami, che colla sua voce aveva saputo persuadere i coscritti alla leva; ed io soggiungerò, che l’onorevole Bertolami, il quale nel 1848 riteneva e scriveva al Mazzini come fosse un sogno l’unità italiana, e più tardi era meco fremente in Genova, doveva percorrere tutta l’isola a portarvi il benefizio della sua voce efficacemente persuasiva.

BERTOLAMI. (Con impeto) Non chiedo la parola per un fatto personale.

PRESIDENTE. Perdoni; non l’ha.

BERTOLAMI... perché sa la Camera...

PRESIDENTE. Non ha la parola, signor Bertolami, (Rumori)

BERTANI. Dirò di più che nel 1861, quando tutti i municipii erano col Governo, quando era gara tra gli uomini designati fra i più avventati per dar caparra all’Italia che la Sicilia voleva l’unità, allora i coscritti affluivano a torme agli uffizi di leva ed erano accolti e festeggiati dalla cittadinanza, erano incontrati colle bande civiche, erano invitati a banchetti fraterni, eppur quelli erano i primi momenti in cui si applicava la coscrizione nell’isola.

Ma perché mai in seguito, progressivamente sempre più i coscritti si resero renitenti e si armarono persino contro di voi? Perché crebbero tanto in numero dopo Sarnico ed Aspromonte? Meditate. (Mormorio)

Una voce. C’erano prima. .

BERTANI. Ma progredirono, diciamo la verità, progredirono.

Anche gli oratori vostri, ho già detto, e sono per la più parte militari, confessano come i fatti lamentatisi colleghino strettamente fra di loro, ed abbiano remota e varia origine anche da risentimenti contro il Governo. E però soggiunsero francamente, specialmente il deputato Govone: badate che nullaostante l’energia usata, questo miglioramento, di cui ci compiaciamo, è temporaneo. Bisogna seguitare in questo sistema per iscongiurare la ripetizione di tali fatti. Se il rancore locale è cresciuto, non importa, bisogna continuare nella repressione, sia pure con illegalità, esse saranno scusate poi in merito del successo. Bisogna quindi accrescere la forza, la forza sempre, e solamente la forza.

Quando io nel 1863 sento in questa Camera apologizzare la forza, io mi domando: qual è dunque la ragione d’essere di questo Governo? Perché la forza sola, da parte del Governo, ha da essere subentrata alla fiducia, alla concordia, all’entusiasmo dei popoli? Non possiamo dunque altrimenti procedere?

Il deputato Govone chiese francamente o la condanna o l’assoluzione e i ringraziamenti per la sua condotta. Ma noi non abbiamo qui a censurare il generale Govone, perché egli fu esecutore di ordini avuti, e come militare non poteva fare altrimenti. Noi dobbiamo invece investigare e giudicare quell’ordine di idee pel quale il deputato Govone ed il Ministero attuale hanno condotto il paese nella condizione d’oggidì.

Dunque di necessità bisogna ritornare alla quistione del sistema. Ma una voce può sorgere e dire: e qual sistema surroghereste voi? Voi non potete, o signori, ricordare., poiché è troppo debole ed ha nessuna autorità la mia voce, quello che io diceva ventiquattro mesi or sono: ve lo ripeterò in poche parole.

Io vorrei un sistema che fosse riverente, scrupolosamente riverente allo Statuto tale qual è, e che ne procacciasse instantemente il complemento, adattandolo ai tempi ed allo spirito pubblico, ai bisogni di tante e diverse popolazioni adesso riunite; ve lo dissi già altra volta, e l’hanno detto prima di me gli stessi deputati e senatori subalpini nel 1848.

Io vorrei che il cuore e lo spirito del Governo fosse coi liberali, fosse per la libertà all’interno ed all’estero. Io vorrei l’armamento completo e pienamente fiducioso della nazione (RumoriIlarità), io vorrei il pronto compimento dell’unità, il cui ritardo ci accumula ogni dì intorno un ammasso di pericoli e d’insidie.

Invece col vostro sistema continuamente violatore delle guarentigie costituzionali, diffidente e illiberale voi tentaste far nascere una piaga (perdonatemi, o signori, ma m’inoltro in un campo assai spinoso, ed io tengo ad esporre le mie opinioni con tutta lealtà), una piaga terribile nell’esercito; voi cercate di far entrare nella nostra nobile armata quel flagello della libertà che si chiama militarismo, l’abuso cioè dello spirito di corpo, la preponderanza militare sugli ordini civili.

Voi avevate i vostri fini, ma trovaste però che l’armata non ba potuto accondiscendere a queste suggestioni. Per buona ventura dell’Italia il militarismo non attecchisce nella nostra brava e giovine armata. Essa ha altri ricordi storici cui aspirarsi, ha altri esempi in patria da imitare che non quelli che essa rammenta con orrore, di tali truppe che trassero in brev’ora crudelmente a rovina la libertà d’Europa or sono 12 anni.

La nostra armata si commove invece al pensiero soltanto di potere presto riprendere le armi pel compimento della nostra unità, per assicurare la nostra libertà. (Bene! a sinistra)

Voi lasciaste stancare l’esercito nella guerra del brigantaggio; in una guerra dove il soldato italiano non ha nulla da imparare e che per nulla s’addice ai destini cui la patria riserba l’armata sua.

Voi respingeste sempre i volontari che venivano a dirvi: fate di noi ciò che più vi piaccia, ordinateci come più vi conviene; lasciate che noi rimpiazziamo la truppa in quell’ingrato ufficio; lasciate a noi la cura di finirla con sì funesta piaga di tanta bella parte d’Italia.

Ma voi diffidaste come sempre di chi vi offriva quell’aiuto, e dopo il breve tentativo del generale Cialdini, a stenti vi arrendeste dappoi all’esperimento, e se i giornali mi hanno bene informato, foste soddisfatti della riuscita dei volontari in quell’aspra guerra.

Dalla guerra del brigantaggio al fatto di Petralia, da Petralia a Ponte Landolfo, dalle mutilazioni e torture fatte subire ai nostri soldati caduti prigionieri de’ briganti, alle ustioni del muto Capello, l’animo dell’italiano ansioso corre per trovare una sicura smentita, un conforto. (Si ride)

Non ridete perché il fumo delle carni arse potrebbe asfissiarvi in questa Camera. (Oh! — Rumori)

Io conosco gli uomini particolarmente designati come autori dei fatti più dolorosi che ci occuparono. Conosco il Prigerio ed il Restelli. Ebbene, quegli uomini furono soldati volontari nei primi momenti dell’insurrezione del 1848; furono giovani esemplari per moralità, coraggio, abnegazione; ed ora, che ha fatto di essi il vostro sistema?

Io non prevengo il giudizio de’ tribunali, ma vi chieggo intanto, o signori, come sia impressionata oggigiorno la pubblica opinione per quegli uomini sì gravemente accusati!

Noi abbiamo chiesto a voi, ministri, più volte da questi banchi e nelle vostre sale di rimuovere dalla Sicilia carabinieri, guarnigione, guardie di sicurezza pubblica, tutti quegli agenti della pubblica forza i quali avevano preso parte allo stato di assedio, e stavano là come funesto ricordo e spesso funestissima provocazione a vendetta di quei ricordi stessi.

Voi resisteste alle nostre domande, voi ci chiamaste spesse volte troppo diffidenti, esagerati e perturbatori, Voi ci dicevate che non intendevamo le cose, che non conoscevamo lo spirito di quelle popolazioni, la necessità di quelle misure. Voi ci rispondeste sovra tali ed altre quistioni di simile natura con quel sicuro scetticismo. perdonate il paradossale connubio, che tutto nega e deride, e però ha corroso alte individualità, spiega le grandi catastrofi delle nazioni e ad un tempo le rapide evoluzioni di molti uomini politici.

Voi foste diffidenti sempre, acri e tribolatori per tanti liberali, e specialmente per gli uomini designati sotto il nome perseguitato di uomini di azione; e questi uomini d’azione voi lo sapete quanto abbiano tenuto alto con voi, e talvolta prima di voi, e più alto ancora di voi il vessillo dell’unità, del plebiscito, della concordia italiana.

Si, pur troppo, individui onorandi per i loro antecedenti che soffrirono lunghe prigionie per amore giovanile e forte alla libertà, hanno covato e cresciuto dentro di loro, in quella triste solitudine, quasi fosse naturale reazione di dolore o vendetta, una smania, un amore funesto, fanatico, per l’onnipotenza della polizia.

Essi hanno portato la polizia dappertutto, e l’hanno esercitata con troppa passione, con modi ed espedienti non pure scritti nei Codici di polizia, né permessi ora più dalle nazioni rispettate e civili. Tanto fanatismo di polizia non può riuscire che funesto all’Italia.

Nè voi soltanto della polizia abusate, ma abusate di tutta l’obbedienza passiva di cui disponete; dell’obbedienza passiva del soldato, dell’impiegato, delle consorterie. E per disgrazia maggiore d’Italia, contro noi e contro voi stessi sta per dippiù potentissima l’obbedienza passiva della gerarchia cattolica.

Oh! in questo secolo XIX, agli albori della nostra redenzione, è troppo scarsa la parte che si lascia alla ragione ed alla libertà in questa Italia, perché si componga e si mostri una forte nazione.

Quando nel dicembre del 1861 io stigmatizzai il vostro sistema, surse l’onorevole Spaventa, di cui onoro gli antecedenti, e cui più volte io rivolsi un pensiero ansioso nella sua prigione di Santo Stefano, e si avventò contro me colla sua che chiamerò fisiologica violenza, difendendo il passato, il presente, l’avvenire di quel sistema. Ebbene ora, a ventiquattro mesi di distanza, dica la Camera, dica lo stesso onorevole Spaventa: siamo noi meglio o peggio d’allora? Lo giudichi il paese, Siamo meglio noi nell’affetto tra popolo e Governo? Siamo meglio noi nella concordia cittadina? Siamo meglio noi nella fusione dei diversi partiti?

Io noi credo.

Come manteneste voi le vostre promesse del 1860?

Voi ci avevate promesso che il vostro sistema doveva soffocare il germe della discordia nel suo nascere, e la discordia crebbe fino al punto da dover giustificare le vostre forti repressioni tacciando di barbarie quella nobile isola, cui dobbiamo due mirabili iniziative dell’unità italiana.

Oh! signori, voi così ci condurreste a gridare: Viva la barbarie siciliana che fa l’Italia!

Voi proclamaste un’amnistia parziale, laddove non avevate da assolvere che ostinati nemici, che nemici pagati a danno della vostra patria, che nell'animo riboccano d’odio per l’Italia, e lasciaste prigioni per severità di disciplina i giovani generosi d'Aspromonte perché avevano troppo amore per l’Italia in cuore. Voi avete lasciato rientrare in patria mitrati e togati nemici, e perseverate a lasciare esule Giuseppe Mazzini... (Mormorio)

CHIAVES. Non ha fatto domanda.

BERTANI maestro, amico, abbandonato da tanti fra di voi, e forse più da quelli che gridano adesso.

Voi continuate a perseguitare i volontari che si sono arruolati nell’esercito, ed ogni giorno ne rimandate con mille pretesti a casa, e dichiarate decaduto per mancanza all’onore un intemerato ufficiale, per il quale protestano tutti i suoi commilitoni, e vi dicono calunniatori.

Voi avete promesso che il vostro sistema avrebbe impedita l'anarchia nell'amministrazione, nella truppa, nella finanza, negli affici, e foste costretti allo stato d’assedio per mezza Italia, ad adottar leggi eccezionali, a permettere l’onnipotenza militare. Voi non potete avere i soldati che chiedete ad una quarta parte d’Italia, ed intanto i cospiratori reazionari ed i briganti compiono audacissimi fatti in centri popolosi.

11 vostro sistema dovea tutelare la pubblica sicurezza, e lo stesso deputato Bixio viene ora in dicembre 1863, a raccomandarvela come compromessa.

Il vostro sistema dovea creare quella forza tutta nostra, che ci permettesse la guerra coll’Austria, e ci meritasse il favore delle potenze e della nazione germanica la quale ci avrebbe consentita allora la presa della Venezia.

E dopo due anni di aspettazione, e dopo replicati e formali impegni assunti in faccia al Parlamento, ' che cosa avete fatto della legge così detta di Garibaldi, per l’armamento di 220 battaglioni della guardia nazionale? — Voi ci avete raffreddati nei rapporti diplomatici coll’Inghilterra; voi ci legaste ancora più al carro fatale del Bonaparte; e se mai scorgeste l’addensarsi del turbine contro di lui, voi vi accostaste ancora più stretti al suo fianco; obbedite a’ suoi cenni più imperiosi ed esigenti adesso che mai, imponendo pesi e sacrifizi al paese che suscitarono recriminazioni in gran parte d’Italia.

Voi siete tutto orecchi per le parole di Bismarck e di Gorciacoff, e lasciaste senza un conforto, senza una parola i Polacchi combattenti per la loro indipendenza. 0 ossequiosi ai potenti per la grazia di Dio, quantunque io nou presuma penetrare nei misteri dei Gabinetti, pure coi meno veggenti scorgo che voi ve la intendete coi due imperatori d’Oriente e d’Occidente per avere chi sa da quali sognate catastrofi la Venezia dall’Austria; e intanto non avete una parola, un atto, un conforto per la desolazione di popoli amici e fratelli.

Voi ci prometteste di propiziarci col vostro sistema l'opinione cattolica d'Europa, la quale ci avrebbe aperto le porte di Roma.

E da oltre un armo non profferiste il nome di Roma, divenuto marchio di soggezione ed impotenza per voi.

E il papa e i cardinali e il Borbone cospirano, armano contro di noi, ed operano e sperano.

E il papa accetta con voi il congresso, nello speranza che dal vostro alleato gli venga la ristaurazione del suo potere in Italia.

Voi ci alienaste necessariamente contro il vostro programma invece di propiziarcela l’opinione cattolica in Europa, irritando gli animi sacerdotali, dovunque, e non compiendo alcuna forte riforma che ne restringa l’influenza e il potere.

L’opinione pubblica ha progredito sì contro Roma cattolica e contro il papato, ma non per opera vostra. Il Ferrari, che già da più anni alzò la sua potente voce contro l’autorità mistica, soprannaturale nel regno civile degli uomini; il Renan, il De Boni non sono uomini vostri. Vostri sono quelli che in Roma, armata mano, portarono via i torchi e devastarono una tipografia di uomini più liberali di voi. Uomini vostri sono quelli che hanno denunciato la seconda volta alla polizia romana dove erano nascosti un ultimo povero torchio e pochi caratteri, Ecco i fasti del vostro sistema nella questione di Roma!

11 vostro sistema dovea proteggere l'Italia dai funesti effetti. de'  rivolgimenti del 1848 e del 1849 e dalle mene rivoluzionarie. — e colla vostra impotenza ed incoerenza, colle vostre repressioni senza misura avete più che mai per buona fortuna d’Italia ridesti gli spiriti del 184849; avete fatto risorgere, e più salda, la fede in quelle rivoluzioni incontaminate, in quelle vittorie che fanno l’onore immortale del popolo italiano.

Il vostro sistema infine dovea darci l'unità italiana che ci accreditasse in Europa come restitutori del diritto nazionale e conservatori dell'ordine, e non aveste mai in quest’anno una parola né per Roma, né per Venezia; ed i vostri atti, se non fossero ignorati, si potrebbero supporre contrari. — Voi in quest’anno istesso respingeste un’altra volta dal consorzio italiano i fratelli veneti e romani.

Eccovi in breve i frutti del vostro sistema dal 1861 ad oggi.

Io vi eccito quindi e vi prego, o colleghi della maggioranza; fate giustizia alla pubblica opinione; non limitate lo sguardo alla piccola questione ministeriale dell’oggi, provvedete al bene d’Italia o il giorno prossimo del pericolo ci troverà insufficienti, sfiduciati, divisi.

Non fa d’uopo che ve lo dica, o signori; io non ho più fede nel vostro sistema; e se esso fosse il solo che potesse fare l’unità, io mi vi ribellerei (Ohi ohi) per riverenza alla libertà.

Io debbo quindi fare e tentare tutto ciò che possa promuovere un cambiamento di tale sistema. In tanta sfiducia poi ne farò appello ai miei elettori, e subirò riverente da essi il giudizio delle mie opinioni e del mio operato.

Per tutto quanto vi dissi, o signori, io ho creduto bene di presentarvi il mio ordine del giorno che condanna questo fatale sistema di governo. E commosso dalle gravi agitazioni di queste ultime sedute, che mi hanno torturato fisicamente e moralmente, mi è di conforto esclamare: Viva la Sicilia! e viva la libertà e l'unità d'Italia! (Rene! a sinistra)

PRESIDENTE. Il deputato Paternostro ha la parola (Segni d'impazienza) per isviluppare il suo ordine del giorno che è del seguente tenore:

«La Camera, sperando che il Governo, nell’adottare provvedimenti energici per la tutela della pubblica sicurezza e la formazione dell’esercito, non oltrepasserà i limiti segnati dalla legge, passa all’ordine del giorno.»

PATERNOSTRO. L’onorevole Bertani definì il mio ordine del giorno una censura grave e timida; io dico censura grave sì, timida no, ma prudente, e spiegherò il perché.

Grave perché, senza scendere ai fatti particolari che non ho né il tempo, né la volontà di esaminare dettagliatamente, le parole dell’onorevole ministro della guerra, le parole dell’onorevole generale Govone, le parole che si sono pronunciate da tutti i lati della Camera, non permettono di mettere in dubbio come fatti gravi siano succeduti Sicilia in aperta violazione delle leggi. Censura prudente perché io mi accorgo come nello stato attuale del paese, e al punto in cui è ridotta la questione, gravi complicazioni potrebbero succedere se la prudenza ci abbandonasse un momento.

Io, o signori, non voglio spingere la mia censura sino al punto di sollevare nuovi incidenti disgustosi, non voglio spingerla sino al punto da far supporre che io voglia togliere il prestigio e l’autorità all’esercito che dev’essere il palladio delle nostre libertà.

Ecco perché il mio ordine del giorno, mentre costituisce una censura, costituisce nullameno una censura prudente, la censura cioè che è compatibile con le circostanze del paese.

È o non è vero, signori, che la legge sia stata violata? Entrate nelle vostre coscienze, nessuno lo mette in dubbio, neanche i ministri. Si è voluto difendere l’abuso, si è voluto stirare un po’ la legge, si è voluto giustificare il fatto per presentare sino ad un certo punto l’aspetto della legalità. Il ministro della guerra, di cui io amo dimenticare acerbe parole, e il generale Govone, alle cui osservazioni sul conto della Sicilia altri meglio che io non possa fare hanno risposto, colla loro franchezza da soldati hanno ammesso chela legge non è stata eseguita scrupolosamente. Se questo è, e se la violazione della legge suona sino a un certo punto, non giustificazione, perché la violazione mai si giustifica, ma una scusa in circostanze speciali, in circostanze eccezionali del paese esagerate in parte, ed in parte molto gravi, che cosa rimane alla Camera, che cosa rimane al Ministero? ! Al Ministero rimarrebbe, secondo me, mettersi con franchezza nella giusta via, e rimarrebbe l’uscita di ; una dichiarazione franca, leale, costituzionale. (Richiamo al banco dei ministri) Dico franca e costituzionale, e ciò s’intende, dico leale, perché il carattere di tutti gli uomini che seggono al banco dei ministri mi dà ragione di esser certo che vorranno mettere lealtà nelle loro dichiarazioni, una dichiarazione franca per dire: datemi un bill di indennità; io la legge l’ho violata; io ho cercato di giustificarmi dal lato della legalità, ma non ci sono riuscito; datemi un bill d’indennità, perché ho prodotto un bene, e siate sicuri che da oggi in poi non violerò più la legge, starò nei limiti della medesima, e, se la legge non mi bastasse, verrei al potere legislativo per ché mi desse una legge tale con cui potessi conseguire lo scopo che mi sono prefisso. (Rumori) Tale dichiarazione salverebbe il Ministero, salverebbe la dignità della Camera, giustificherebbe il voto di tutti in faccia al paese.

Signori, io sono stato addolorato dei fatti che si sono succeduti, addolorato della forma delle interpellanze, addolorato delle risposte di quella ingiustizia, esagerazione e severità di giudizi che si sono emessi contro una provincia d’Italia da coloro che io ora non nominerò per non sollevare un’altra volta fatti personali; ma sono molto più addolorato dopo questa angosciosa discussione della posizione che noi ci siamo fatta, o a meglio dire della posizione che la condotta del Governo ha creata. Che cosa può fare la Camera? Che cosa è l’ordine del giorno BonCompagni che voi accetterete? Il Ministero che cosa vede in quell’ordine del giorno? Vi vede non solo un’approvazione pura e semplice del passato, ma ancora l’autorizzazione a continuare, se lo crede necessario, nello stesso sistema; vede la giustificazione dell’operato, non come necessità delle circostanze, ma come autorizzato dalla legge, come lo strumento del quale un Governo si poteva legalmente servire.

E la Camera? La Camera votando quell’ordine del giorno come lo intende il Ministero; la Camera non accettando un ordine del giorno che possa essere in teso come un semplice bill d’indennità, la Camera, o signori, non farebbe che tutelar del suo voto una illegalità flagrante. La questione come l’ordine del giorno BonCompagni la posa assume un aspetto personale, e ministerialmente personale piuttosto che una questione di principii. Lo so; sarà votato quell’ordine del giorno che suonerà voto di fiducia al Ministero; ma questo non sarà che un elevare a sistema la violazione della legge. E la Camera deve farlo? lo farà? Io non prolungo di più il mio discorso dopo quel che già fu detto a sazietà da tutte le parti, ma mi volgo alla maggioranza, a quella maggioranza alla quale ho avuto l’onore di appartenere, dalla quale ho dovuto in qualche occasione solenne staccarmi, con la quale ho ' diviso aspirazioni, e condotta governativa, e la invito e la prego a riflettere ben al voto che va a pronunziare.

Era alcune idee dell’onorevole Bertani e le mie c’è un abisso, come un abisso c’è fra me e coloro che approvano le illegalità commesse in una provincia che è pur italiana, illegalità commesse a suon di tamburo e al passo di carica.

Volete che dia il mio voto al Governo per conservare autorità all’esercito? Volete che con me glielo diano quanti amano i principii d’ordine e di autorità e nel tempo stesso di energia in fatto di pubblica sicurezza, e nella formazione dell’esercito? Volete consolidare veramente la concordia fra tutti coloro che appartengono ad una stessa famiglia italiana? Votate un ordine del giorno che tiri un velo su taluni abusi del passato, e salvate i principii.

E a voi, signori del Governo, lo ripeto, siate franchi, dite peccavi, io vi assolverò in grazia di circostanze speciali; pregandovi a rispettare sempre la legge. Se non fate questa dichiarazione io debbo dire che non ho fiducia nei violatori della legge, che non ho fiducia in voi.

PRESIDENTE. Ora viene l’ordine del giorno Salaris:

«La Camera, tenuto conto al Ministero dei risultamenti ottenuti in Sicilia, confidando che in avvenire si rivolgerà al Parlamento quante volte saranno necessari provvedimenti eccezionali, passa all’ordine del giorno.»

Intende di svolgerlo?

SALARIS. Pregato dai miei onorevoli amici, io rinuncio allo svolgimento del mio ordine del giorno. (Bravo! a destra) Anzi vi rinuncio tanto più volentieri in quanto che ogni mia parola nulla potrebbe aggiungere a quanto disse l’onorevole Cordova nel suo discorso, nel quale svolse il nostro ordine del giorno con tanta chiarezza che non ha bisogno di altre argomentazioni. (Bravo! bravo!)

PRESIDENTE. L’onorevole Bixio intende ancora parlare sul fatto personale?

BIXIO. Io non posso lasciar passare sotto silenzio l’accusa direttami dall’onorevole Crispi, colla quale egli mi accusava di condurre la gente che aveva sotto le armi col revolver.

Ho usato una volta sola il revolver, ma era contro un ladro.

PRESIDENTE. Verrebbe l’ordine del giorno dell’onorevole BonCompagni, firmato pure da vari suoi amici politici.

Esso è in questi termini:

«La Camera approva l’operato del Ministero, e passa all’ordine del giorno.»

Firmati: BonCompagni — Chiavarina — Scrugli — Lacaita — Guerrieri — Betti — Massari — Pinzi.

L’onorevole BonCompagni intende svolgere il suo ordine del giorno?

Voci. No! no!

BON-COMPAGNI. Non rientrerò nella discussione. Mi riferisco ai discorsi degli oratori che parlarono in appoggio del Governo. La discussione che occupa la Camera da parecchi giorni si riassume in questi termini. Il Ministero ha operato bene o male in Sicilia? Non ci sono che tre partiti: o dire al Ministero avete fatto male, e sarebbe come volere che si avessero ancora in Sicilia 26,000 refrattari; o dirgli: avete violato la legge, ma vi scuso per questa volta, e sarebbe esautorare il Governo.

Gli dico adunque: avete fatto bene, glielo dico tenendo conto del prescritto della legge, ma tenendo anche più conto delle condizioni straordinarie dei fatti; glielo dico sicuro che il voto non stabilirà una massima che possa invocarsi in condizioni diverse.

PRESIDENTE. La parola spetterebbe all’onorevole deputato Pinzi per una dichiarazione sul suo ordine del giorno.

FINZI. Io aveva presentato un ordine del giorno di mio moto proprio, che dietro ai consigli dei miei amici politici ritirai per associarmi a loro in un ordine del giorno più semplice, che pure esprime quell’appoggio che accordiamo all’attuale Ministero, appoggio che è informato alla mia coscienza, la quale mi attesta che l’operato del Ministero fu perfettamente legale.

Il mio ordine del giorno risultava di due parti: nell’una io esprimeva appunto quest’approvazione dell’operato del Governo, nell’altra io intendeva di rivolgere una parola di stima all’esercito nostro, che aveva veduto con mio grandissimo dolore, non dirò già direttamente attaccato, ma che si era voluto talvolta gettare sovra di lui una penombra la quale toglieva a quel grado di nobiltà, a quel grado di civiltà, a quel grado di libertà che io intimamente gli riconosco.

Poco ho a dire sulla prima parte, su ciò che riflette la legalità dell’azione del Ministero in Sicilia. Questa questione si risolve per me in un semplice atto di coscienza. Io non ho che a domandarmi: quando noi ci partimmo ed eravamo incalzati o dalla defatigazione, o dalla ressa, o da una ragione qualunque che ci muoveva a desiderare di far ritorno ai nostri focolari, allora ci dicemmo: bisogna pur provvedere a ciò che v’ha d’urgente, a ciò che reclama urgentemente delle provvidenze in soccorso del paese; avevamo specialmente in faccia a noi due provincie le quali domandavano provvedimenti straordinari.

Questi provvedimenti straordinari erano reclamati da tutti. L’una era la parte continentale napoletana, dove infieriva il brigantaggio; l’altra era la Sicilia, dove la moltitudine dei renitenti e dei malfattori aveva largamente compromessa la pubblica sicurezza.

Noi avevamo là due provincie italiane, le quali domandavano dall’Italia, dalla società alla quale esse appartengono, quelle garanzie che sono fondamento principalissimo d’ogni società.

Volendo accumulare questi provvedimenti nella legge Pica io certamente non ho mai dubitato di armare il braccio del Ministero anche contro la mancanza di pubblica sicurezza in Sicilia; il mio voto è stato dato con questo consenso, né certamente vorrò infirmarlo oggi sia per interpretazioni più o manco scolastiche, più o manco dottrinali, vale a dire, se per l'applicazione o l’interpretazione di una legge si abbia più o manco riguardo alle discussioni che l’accompagnarono, ovvero se la legge s’abbia da intendere quale è scritta, quale risulta nel suo spirito, quale è secondo i principi! che la reggono. Questa tesi io non intendo certo di trattarla in questo momento, né l’avrei fatto mai in confronto della Camera; solamente dico che la mia memoria e la mia coscienza mi servono a sufficienza per dire che quando diedi il mio voto, lo diedi coll’intenzione ferma di armare il braccio del Ministero contro quelle lacune che si presentavano anche nelle provincie siciliane e che ne compromettevano la pubblica sicurezza, al punto che al rimettere il piede in questo Parlamento io mi aspettava che si potesse chiedere al Ministero il perché la pubblica sicurezza in Sicilia non fosse ristabilita intieramente, che si potesse chiedere se il Ministero avesse fatto tutto quello che gli incumbeva, a tale riguardo, ma non già per sentir lamentare che quello che il Ministero aveva fatto per procurare il ristabilimento della sicurezza pubblica in Sicilia fosse di troppo ed egli avesse de’ suoi poteri abusato. A questo non mi vi sarei mai atteso. In fatto di pubblica sicurezza io non so come possano riscaldarsi le passioni dei partiti.

Quando l’azione del Governo si fosse esercitata in persecuzioni politiche, io intendo che allora ognuno, secondo l’ordine delle proprie idee e delle proprie opinioni, avrebbe potuto chiedere strettissimo conto al Ministero, ma quando si tratta di ridonare la sicurezza alla società, di assicurare cioè all’individuo la sua persona e la sua proprietà, non so comprendere come si possa essere così accaniti contro il Governo, come si possa chiedergli un conto soverchiamente minuzioso d’ogni suo fatto.

Finalmente la questione, per quanti fatti siano stati allegati e mai provati, per quanti si dice si siano raccolti e portati qui dinanzi al Parlamento, per quante descrizioni orribili di braccia scarnate, di nuove macchine inventate, di sangue spicciato, per quante altre descrizioni, dico, siansi studiosamente fatte, che serbano quasi l’impronta d’essere state coniate in un’officina monacale, per quanto si sia voluto allarmare la Camera, dal complesso di tutti questi racconti io non ne ho tratto che un solo senso, che cioè quello stromento che è stato adoperato all’esecuzione della legge che noi avevamo affidata al Ministero è stato così intelligente, così mite e vi ha sì bene corrisposto che anche in questa circostanza l’Italia ne rimase onorata, ne fu onorata per modo che noi possiamo riconoscere nell’esercito non solo quella prodezza che ci dovrà condurre al compimento dei nostri destini, ma assicurarci anche di quella libertà che godiamo, perché liberale è il nostro esercito più di qualsiasi altro d’Europa.

(Bene!) Questo io lo dico con tutta la mia convinzione, e me ne sento tanto sicuro, come ho fede negli uomini che si chiamano o La Rovere, o La Marmora, Govone, Brignone, Bixio, Sirtori, Cosenz, de’ cui principii mi tengo così sicuro come de’ miei, come di quelli che sono predominanti in questa Camera. (Bravo! Bene!)

Signori, io conchiudo col dirvi, che mai un pentimento mi è nato dell’aver presentato quell’ordine del giorno che accenna ad una lode al nostro esercito. Quello che feci ritirando quell’ordine del giorno, lo feci puramente per secondare i suggerimenti degli uomini eminenti, al cui partito politico mi onoro di appartenere, ed ai quali dovetti deferire, perché mi venne da loro affermato che accordando al Ministero quest’altra approvazione completa, come il Ministero stesso è ritenuto risponsabile di tutti gli atti che sono stati compiuti in Sicilia, s’intende che ne venga onorato l’esercito di quella lode che ha bene meritato. (Bravo! a destra)

E l’adempimento di questo debito non avrei mai pretermesso io in quest’istante in conforto del nostro esercito, perché sarei stato dolentissimo che il nostro esercito restasse senza una parola di conforto, mentre ho nell’animo mio che l’attendono tra breve difficili prove, nelle quali difficili prove non sarà mai che io non voglia in nome mio e di tutta Italia precederlo coll’affetto e colla stima (Applausi), che non posso essere audace interprete, affermando che tutti gli serbiamo.

PRESIDENTE. Verrebbe ora l’ordine del giorno dell’onorevole Boggio, il quale ha dichiarato che rinunciava a svolgerlo.

Il ministro guardasigilli ha la parola.

PISANELLI, ministro guardasigilli. Io sentiva quasi il debito di rispondere ad alcune osservazioni dell’onorevole D’Ondes-Reggio, ed altre dell’onorevole Cordova, e ad altre ancora dell’onorevole Crispi. Ma rendendo omaggio ai principii da cui è stata animata la deliberazione presa dalla Camera, stimo opportuno di tacere; mi accadrà nella discussione intorno alla legge novellamente proposta dal Ministero di ribattere le osservazioni che vennero fatte in contrario. (Bravo! Bcne)

PRESIDENTE. Il presidente del Consiglio ha facoltà di parlare.

MINGHETTI, presidente del Consiglio. (Segni d'attenzione) Signori, mi corre obbligo a nome del Ministero, riassumendo in brevi parole le cose che si sono agitate in questi giorni, dichiarare qual è l’ordine del giorno che esso preferisce.

Poche discussioni ricorda il Parlamento più amare, più violente di questa. Fu sventura che l’onorevole D’Ondes sia venuto a sollevare siffatta questione, gittaudo contro il Governo accuse la cui enormità, mj permetta il dirlo, non ha pari che nella leggerezza con cui furono da lui raccolte. Ma una volta che tali accuse erano pronunciate dinanzi al Parlamento, bisognava che la discussione fosse compiuta. Tale, o signori, è il regime della pubblicità, il quale ha certo i suoi inconvenienti, ma ha ancora i suoi vantaggi; e per quanto il paese possa deplorare l’acerbità di questa discussione, io son convinto che le conseguenze ne saranno pur favorevoli alla libertà ed all’unità italiana. (Bravo!) Signori, noi crediamo di aver ribattute ad una ad una tutte le accuse che dall’onorevole D’Ondes e da altri ci sono state fatte. Noi crediamo di aver dimostrato che se fummo costretti dalle condizioni eccezionali della Sicilia a prendere provvedimenti severi e straordinari, vi eravamo autorizzati dai voti del Parlamento. Noi crediamo fermamente di non essere usciti dalla cerchia delle prerogative costituzionali che appartengono al potere esecutivo.

Tale, o signori, è il nostro profondo convincimento; che se a taluno, geloso. di scrupolosa legalità, potesse per avventura parere che in alcuni atti, il rigor della lettera nell’applicazione della legge non sia stato osservato, questi pensi alle condizioni nelle quali si trovava la Sicilia, pensi ai intendimenti onesti che aveva il Governo, pensi ai risultati che si sono ottenuti, e ponendo la mano sulla coscienza, credo che ci darà il voto favorevole.

Signori, i provvedimenti severi di cui abbiamo discorso sono stati eseguiti, lo dico sicuramente, dalla truppa con una moderazione e con una abnegazione degna di ogni elogio; ed io ringrazio il mio onorevole amico Finzi di aver accennato come nell’ordine del giorno che approva il nostro operato si contenga implicita una lode all’esercito, a quell’esercito al quale sono rivolte le nostre più vive speranze, e che come sarà forte in guerra, così è in pace fermo propugnatore della libertà e della Costituzione. (Bene! Bravo!)

I risultati che il Governo ha ottenuti non furono impugnati da alcuno, neppure dai suoi più accaniti avversari. Non è lieve cosa aver purgato l’isola da ben mille e duecento malfattori che da tre anni la infestavano; non è lieve cosa aver dato esecuzione alla legge sulla leva. '

L’onorevole Crispi parlando della leva in Sicilia ha recato innanzi delle cifre che discordano dal vero. Io non so dove egli abbia trovato che trent’otto o quarantamila coscritti siciliani sono sotto le armi. Se tutti i coscritti fossero venuti sotto le armi ne avremmo poco più di ventidue mila; tale è il calcolo fatto sopra le leve di lae 2a categoria. Ma bisogna togliere quelli che non si presentarono al momento della partenza e quelli che disertarono dal corpo dopo averlo raggiunto, e sono circa otto mila; vede adunque quanto i suoi calcoli siano errati.

Io voleva solo rettificare tali cifre, non intendo rientrare nei particolari che l’onorevole Govone ha forniti. Egli vi ha spiegato come fra i servigi resi dalla operazione militare da lui eseguita vi fosse stato anche quello di aver ridotto alla vera proporzione il numero dei renitenti, esagerato per imperfezione dei registri, e per conseguenza di aver sollevato quelle provincie da un carico troppo grave che veniva loro imposto. Egli vi ha detto come una gran parte dei renitenti sia stata presa. Io aggiungerò che quelli i quali trovansi nelle altre parti dell’isola non percorse dalle colonne mobili, cominciano a venire spontaneamente sotto le bandiere. E il generale Medici, nell’operazione che sta compiendo, altri mille ne ha già raccolti, sicché può dirsi che l’esito risponde appieno ai nostri disegni.

Importantissima fra tutte le cose in Italia è che la legge della leva sia mantenuta nella più stretta osservanza.

Signori, se vi fu mai tempo in cui questo sentimento dovesse penetrare profondamente negli animi di tutti, egli è il momento attuale. Voi vedete quale sia la condizione presente d’Europa, e con quanta perplessità di animi si attenda l’avvenire. Dinanzi alle possibili eventualità è necessario che l’Italia abbia il suo esercito completo, è necessario che tutte le provincie rendano il tributo che debbono alla patria, è necessario che ci presentiamo dinanzi all’Europa forti moralmente e materialmente. (Bene! Bravo!)

Pur troppo si è detto e ripetuto che nelle provincie meridionali infieriva il brigantaggio, mancava al tutto la pubblica quiete. Noi abbiamo mestieri di mostrare all’Europa che quelle provincie sono pacificate, di provare col fatto che non sono meno devote delle altre alla causa italiana, pronte a fare per essa tutti i sacrifici.

E qui, rispondendo all’onorevole Bertani, io affermo francamente: sì, da un anno a questa parte, un notabile progresso si è fatto in questa via; sì, nell’interno vi è quiete ed ordine maggiore, maggior sicurezza pubblica, ed all’estero il nome d’Italia è più onorato e più rispettato. (Bravo! Bene! a destra e al centro)

Ma perché tale opinione si estenda e pigli radice è necessario che vi sia un Governo forte, saldamente. appoggiato sul voto concorde del paese. (Bravo! bravo!)

Signori, dopo tutti i fatti 'e gli argomenti che vi furono recati innanzi, a che prò fare un’inchiesta? Certo non siamo noi avversi in genere alle inchieste. Il Ministero presente ve lo ha provato, perché ha già accettato due volte inchieste parlamentari, l’una ardua, delicatissima sul brigantaggio, l’altra molto complicata sulla marina; ma un’inchiesta sui fatti di Sicilia avrebbe tutti gli svantaggi senz’avere alcuna delle utilità che da tali indagini si sogliono ritrarre. Nè su ciò mi trattengo, perché parmi che l’onorevole D’Ondes-Reggio sia quasi abbandonato da tutti nella sua pretesa; dico da quelli stessi che stanno sul suo banco. Per lo meno trovo due ordini del giorno della Sinistra i quali dichiarano che l’inchiesta parlamentare è superflua; ma, checché sia di ciò, l’inchiesta in questo momento non avrebbe più scopo, perché tutte lo accuse che sono state dall’onorevole D’Ondes-Reggio recate innanzi lo ripeto, con incredibile leggerezza, furono analizzate e ribattute per modo che non v’è luogo che a pronunziare un giudizio. Oltre di che l’inchiesta esautorerebbe il Governo e gli torrebbe ogni forza a poter compiere quella missione che gli è affidata e alla quale in Sicilia, come in ogni altra parte d’Italia, non deve fallire. Resta adunque solo il giudizio della Camera sul nostro operato, e questo giudizio noi lo aspettiamo con secura coscienza.

L’onorevole Crispi nel suo ordine del giorno dichiara che noi in questi fatti abbiamo violato apertamente le leggi.

L’onorevole Bertani, più logico e più schietto ancora, come ben disse il ministro dell’interno, ha involto in questa sua riprovazione non pure gli atti di Sicilia, ma gli atti tutti del Ministero dal 1860 a questa parte, e condanna quello che in suo linguaggio egli ha chiamato molte volte in questa Camera il sistema.

E molte volte io gli ho risposto su questa materia, né ripeterò le cose dette. Sì, vi ha fra noi e l’onorevole Bertani una differenza profonda, non nel fine, perché credo che il fine che egli si propone sia pari al nostro, l’unità e l’indipendenza della patria; ma vi ha una, differenza profonda nei mezzi di conseguirlo. La nostra divisa sta in ciò che al Governo spetta l’iniziativa al compimento della patria comune, che intorno al nostro esercito come a nucleo debbano schierarsi le forze vive della nazione, che la salute della patria non debba venire da agitazioni popolari, non da armamenti incomposti, non insomma da quegli espedienti tumultuari che accompagnano le rivoluzioni e il più delle volte le travolgono nell’abisso. (Bravo! Bene! a destra e al centro)

E come non ho mai potuto accettare i principii dell’onorevole Bertani, così non posso accettare il suo ordine del giorno, né tampoco quello dell’onorevole Crispi e dei suoi compagni.

Due altri ordini del giorno furono presentati: l’uno dall’onorevole Paternostro, l’altro dagli onorevoli Salaris e Cordova. Il senso loro è l’ambiguità. Essi non danno forza al Governo, ma gliela tolgono; essi non osano dire: voi non dovevate fare ciò che avete fatto, ma lasciano nello stesso tempo intravvedere un biasimo ed un sospetto.

Per conseguenza, questi ordini del giorno io li respingo ancora più recisamente, se è possibile, degli altri; preferisco che la Camera voti cogli onorevoli Bertani e Crispi, che dichiari il Ministero colpevole di avere mancato al suo dovere, anziché ricevere una timida lode, una simulata approvazione la quale nasconda la sfiducia. (Bene! Bravo!)

Quanto all’ordine del giorno dell’onorevole Bixio, esso risponderebbe certo ai miei sentimenti, ed io sarei pronto ad accettarlo; ma poiché in questa materia la semplicità e la brevità sono ciò che più colpisce, e siccome la decisione che partirà da questa Camera deve essere tale da potersi facilmente comprendere in tutta Italia, per questo, tuttoché approvi ed accetti il concetto dell’onorevole Bixio, preferisco e desidero che la Camera voti l’ordine del giorno firmato dagli onorevoli Bon-Compagni, Chiavarina ed altri,

Io sono al termine delle mie parole, ma permettetemi innanzi due considerazioni.

Si è molto parlato di violazione di Costituzione, si è detto che il Ministero attuale calpesta lo Statuto ed è nemico della libertà.

Io confesso che sono rimasto stupito da queste accuse. Io non dirò che la nostra vita e i nostri principii politici doveano sgombrare da ogni animo questa dubbiezza; ma affermo che gli atti che noi abbiamo compito sono di tale natura da non ledere di guisa alcuna lo Statuto. Se essi avessero potuto comprometterlo in qualche modo, giammai, o signori, non sarebbero da noi partiti gli ordini di eseguirli.

Nè i provvedimenti severi che abbiamo preso rispetto ad alcune provincie, offendono la libertà. No, non la offendono perché sono misure parziali e temporanee, sono destinate a reprimere mali speciali, sono volute e votate dalla rappresentanza nazionale; ciò non fa che riconfermare il principio che la libertà è la norma e la regola che nelle generalità dee sempre essere mantenuta.

Finalmente se nella esecuzione avvenne qualche arbitrio o violenza, il Governo ne deferì i rei immediatamente al tribunale perché fossero puniti secondo il rigore delle leggi.

Sapete voi, o signori, ciò che potrebbe compromettere la libertà? Ve lo dirò io. Sarebbe la mancanza di pubblica sicurezza, sarebbe la disuguaglianza di doveri e di oneri fra le provincie dello Stato, sarebbero le improntitudini dei partiti, sarebbe l’agitazione popolare, l’anarchia, la quale ingenera nelle moltitudini uno sconforto e una disperazione che sono il preludio all’abbandono di ogni libertà! (Bravo! Bene! Benissimo!)

Un’altra considerazione, o signori. Si è voluto in questa discussione (ed è ciò che è stato più grave al mio cuore), si è voluto in questa discussione, raccogliendo alcune parole e contorcendone il senso lungi dai sentimenti che animavano coloro che le profferirono, dedurne che in noi manchi il rispetto e l’affetto verso una delle più nobili provincie d’Italia!

Io, o signori, protesto altamente contro questa interpretazione. Io dico che i partiti politici, per quanto concitati, e comunque esprimano la loro opinione, non dovrebbero mai prevalersi di questi obliqui mezzi. (Segni d'approvazione)

Ma (Con forza) la Sicilia non vi crederà Essa sa bene che noi nutriamo in cuore il rispetto e l’affetto ch’ella merita. La Sicilia conosce per prova il mio onorevole collega il generale Della Rovere, l’uomo che l’ha governata con giustizia e benevolenza, al quale essa ha reso sentimenti di gratitudine e di stima (Bcnel), la Sicilia non ignora che quando vi furono vertenze difficili in materia finanziaria, io posi nel risolverle, e mi compiaccio di averlo fatto, non solo uno spirito di conciliazione, ma tutta la possibile deferenza; la Sicilia sa che noi non desideriamo altro che il suo bene, che, esprimendo i suoi bisogni e i suoi sentimenti, il Ministero li prenderà sempre nella più seria considerazione; che è nostro voto supremo di sradicarne gli abusi, di portarvi tutti i miglioramenti che le si convengono.

Negli stessi atti che abbiamo testé fatto per arrestare i malfattori e per riprendere i renitenti, essa scorgerà un argomento del nostro buon volere. Almeno questo è stato il nostro concetto. Noi abbiamo creduto, servendo prima all’Italia, di servire anche particolarmente alla Sicilia, e noi abbiamo sperato e speriamo che la Sicilia ci dia lode, non biasimo, né accusa.

Tale è il nostro convincimento; a voi, o signori, di pronunziare il giudizio. (Applausi)

CRISPI. Domando la parola per un fatto personale. (Rumori)

Voci a destra. No! no! Ai voti!

PRESIDENTE. Indichi il fatto personale.

CRISPI. Il fatto personale è questo...

Voci. No! no! Ai voti.

MINGHETTI, presidente del Consiglio. Le mie parole non possono dar luogo a fatto personale; d’altronde dichiaro che non ho inteso riferirmi personalmente ad alcuno.

CRISPI. Nella mia assenza... (Rumori e voci che impediscono l'oratore di continuare)

Molte voci a sinistra. Silenzio!

PRESIDENTE. Prego la Camera di lasciar che il deputato Crispi indichi il fatto personale, come il regolamento glielo permette.

CRISPI. Indico il fatto personale, e se i rumori non fossero venuti ad interrompermi, avrei già terminato.

Mi fu riferito che nella mia assenza l’onorevole ministro delle finanze abbia detto che le cifre da me prodotte... (Oh! oh! a destra)

Voci a sinistra. Lascino parlare (Noi no!)

lazzaro, Quando ha parlato Bertolami noi abbiamo tollerato.

Voci. Parli! parli!

Altre voci. Non è fatto personale.

PRESIDENTE. Mantengo la parola all’onorevole Crispi per dichiarare il fatto personale; prego la Camera di far silenzio.

CRISPI. Mi fu dunque annunziato che il signor ministro delle finanze abbia detto nella mia assenza che le cifre, da me prodotte in quanto agl’inscritti di leva in Sicilia, ai chiamati sotto le armi ed ai renitenti, dei quali tenni parola nel mio discorso d’oggi, non siano esatte. È vero questo?

MINGHETTI, presidente del Consiglio. Sì, è vero; anzi, se vuole, gli darò la memoria.

CRISPI. Non ne ho bisogno. Ebbene, io gli dirò donde abbia prese le mie cifre

Le cifre le ho tolte dai decreti 5 dicembre e 19 dicembre 1861, numeri 346 e 388, e dall’altro decreto 27 luglio 1862, numero 713; chiunque vuole può andare a leggerli cotesti decreti.

Dalle cifre ivi notate risulta che la Sicilia fu chiamata a dare sugli iscritti delle leve 1840-41-42, entro il periodo di un anno, 56,727 uomini.

L’onorevole ministro della guerra disse che i disertori e renitenti erano 26, 125: facendone sottrazione troveremo che sotto le armi ci erano 35, 602 uomini. Dunque, se c’è errore, questo non è mio, ma del Ministero che fu autore dei decreti e che ci ha date le cifre dei renitenti e dei disertori.

Aggiungendo ai 30,602 soldati ch’erano in servizio sin dal principio i 3759 che con mezzi ordinari furono ripresi, i 4000 che furono arrestati con mezzi eccezionali dal generale Govone e dagli altri incaricati delle operazioni militari, avremo un totale di 38, 361 uomini. Se queste cifre volete negarmele, non dovete dirlo a parole, ma coi fatti. Le cifre, lo ripeto, io le ho tratte da atti ufficiali e dal discorso fatto in risposta al deputato D’Ondes Reggio dal ministro della guerra.

PRESIDENTE. Essendo presente l’onorevole Massei, lo invito a prestare il giuramento.

(Massei presta il giuramento).

Il deputato Cavallini domanda un congedo di cinque giorni per indisposizione di salute.

(E accordato).

MINGHETTI, presidente del Consiglio. Domando la parola.

Domani farò pubblicare in un giornale la risposta precisa al deputato Crispi, perché non voglio prolungare più oltre questa discussione. (Bene)

REE AZIONE SUL DISEGNO DI LEGGE

PER CONGUAGLIO DELL’IMPOSTA FONDIARIA.

ALLIEVI, relatore. Ho l’onore di presentare alla Camera la relazione sul progetto di legge pel conguaglio dell’imposta fondiaria.

PRESIDENTE. Questa relazione sarà stampata e distribuita.

SI RIPRENDE LA DISCUSSIONE SUI FATTI DI SICILIA.

PRESIDENTE. Esporrò ora alla Camera il mio concetto intorno alla priorità relativa dei vari ordini del giorno.

La proposta dell’onorevole D’Ondes-Reggio, ossia dell’interpellante, è la questione principale: lo è per sè stessa, lo è specialmente per la dichiarazione fatta dal Ministero di considerarla come un voto di sfiducia.

Dopo quest’ordine del giorno possono gli altri classificarsi nel modo seguente:.

Primi vengono quelli i quali condannano il Ministero, e il cui concetto perciò si confonde con quello onde è informata la proposta D’Ondes-Reggio, cioè una assoluta sfiducia.

Succedono in secondo luogo quelli che pur disapprovando i provvedimenti del Ministero, gliene concedono il perdono; gli accordano, come si direbbe con formola inglese, un bill d'indennità.

Sono ultimi quelli che approvano l’operato del Ministero; essi pertanto son quelli che più si scostano dalla proposta principale del signor D’Ondes-Reggio.

Appartengono alla prima classe, come la Camera ha ben compreso, gli ordini del giorno Bertani e Crispi.

Appartengono alla seconda classe gli ordini del giorno Paternostro e Salaris.

Appartengono alla terza gli ordini del giorno Bixio, Boggio e BonCompagni.

Questi tre ordini del giorno vogliono essere ancora distinti fra loro.

Vale a dire, vi hanno ordini del giorno i quali contengono varie proposizioni; tali Sono quelli dell’onorevole Bixio e dell’onorevole Boggio.

Vi ha infine l’ordine del giorno BonCompagni, il quale più si accosta all’ordine del giorno puro e semplice; questo pertanto, a parer mio, debbe avere la priorità. (Bene!)

Del resto sono agli ordini della Camera.

Voci. Ai voti! L’appello nominale.

PRESIDENTE. Ricorda. la Camera che si è chiesto lo appello nominale sopra l’ordine del giorno, il quale sarebbe messo prima ai voti.

Poiché la Camera ha accettato senza osservazioni la priorità da me proposta, metterò dunque a partito l’ordine del giorno BonCompagni, che è in questi termini:

«La Camera approva l’operato del Ministero, e passa all’ordine del giorno.»

Si procederà pertanto all’appello per lo squittinio nominale.

Coloro i quali approvano l’ordine del giorno BonCompagni risponderanno sì, quelli che disapprovano risponderanno no.

Credo intanto interpretare la volontà della Camera nell’avvertire che questa sera non ci sarà seduta per le petizioni. (Bene!)

La parola è all’onorevole presidente del Consiglio.

MINGHETTI, presidente del Consiglio. Nell’ordine del giorno d’oggi vi sono tre argomenti.

Io pregherei la Camera a volerne invertire l’ordine e cominciare dal bilancio attivo, perché dovendosi fra breve discutere al Senato la legge sulla ricchezza mobile, io avrei mestieri di trovarmivi presente. E sopratutto credo quanto alla legge sul bilancio attivo che sia nell’interesse di tutti di affrettarne la votazione. Perciò spero che la Camera non avrà difficoltà di mettere all’ordine del giorno, prima degli altri progetti, quello concernente il bilancio attivo del 1864. (Sii sì!)

(Segue l'appello).

Votarono in favore:

Alfieri Carlo — Allievi — Amicarelli — Andreucci — Anguissola — Ara — Arconati Visconti — Atenolfi — Baldacchini — Ballanti — Barracco — Bastogi — Bella — Belli — Berardi — Bertea — Berti Domenico — Berti Lodovico — Bertini — Bertolami — Betti — Biancheri — Bianchi Alessandro — Bianchi Celestino — Bichi — Bixio — Boddi — BonCompagni — Bonghi — Borella — Borromeo — Borsarelli — Bottero — Bracci — Brida — Briganti-Bellini Bellino — BrigantiBellini Giuseppe — Brignone — Broglio — Brunet — Bubani — Busacca Canalis — Cantelli — Cappelli — Oarafa — Cardante — Caso — Cassinis — CastellaniFantoni — Castelli — Cavour — Cedrelli — Cempini — Cepolla — Chiapusso — Chiavarina — Ghiaves — Cini — Colombani — Conti — Coppino — Corinaldi — Correnti — Corsi — Cortese — Cosenz — Cugia — Cuttinelli — Damis — D’Ancona — Danzetta — De Benedetti — De Blasiis — De Cesare — De Donno — De Filippo — De Franchis — Della Valle — De’ Pazzi — Devincenzi — Dino — Doria — Ercole — Fabricatore — Fabrizi Giovanni — Farina — Fenzi — Ferraris Luigi — Finzi — Fiorenzi — Galeotti — Genero — Giacchi — Gigliucci — Giorgini — Giovio —Giuliani — Govone — Grandi — Grattoni — Grella — Grixoni — Grossi — GuerrieriGonzaga — Guglianetti — Jacini — Jadopi—Lacaita — Lanciano — Lanza — Leardi Leonetti — Leopardi — Levi — Longo — Luzi — Maceri — Maggi — Malenchini — Marazzani — Marchetti — Maresca — Marescotti — Massa — Massarani — Massari — Massola — Mautino — Mazza — Melchiorre — Melegari — MeloneBaille Menichetti — Menotti —Mezzacapo — Michelini — Minghetti — Mischi — Moffa — Molinari — Monti — Monticelli — Monzani — Morandini — Morelli Giovanni — Moretti — Morirà — Mureddu — Nicolucci — Ninchi — Oytana — Panattoni — Parenti — Pasini — PasseriniOrsini — Pelosi — Peruzzi — Pettinengo — Pezzani — Piroli — Pisanelli — Poerio — Possenti — Ranco — Rapallo — Rattazzi — Receagni — Restelli — Ricci Giovanni — Ricci Vincenzo — Robecchi Giuseppe — Rorà — Rovera — Ruschi — Saeehi — Sandonnini — Sanseverino — Saracco — Scarabelli — Scrugli — Sebastiani — Sella — Sergardi — Sgariglia — Solaroli — Soldi — Spaventa — Speroni — Tecchio — Tenca — Teodorani — Testa — Tonelli — Tonello — Torelli — Torre — Torrigiani — Toscanelli — Trezzi — Ugdulena — Valerio — Vegezzi Zaverio — Villa — ViscontiVenosta — Zanolini.

Votarono contro:

Bargoni — Beltrani Vito — Bertani — Brunetti — Bruno — Cadolini — Cairoli — Calvino — Camerata Scovazzo Francesco — Camerini — Catucci — Cognata — Cordova — Crispi — Curzio — Cuzzetti — De Boni — De Luca — D’Ondes-Reggio — Fabrizj Nicola — Ferrari Giuseppe — Gravina — La Porta — Laurenti-Robaudi — Lazzaro — Maccabruni — Macchi — Mancini — Mandoj-Albanese — Marsico — Massei — Miceli — Minervini — Mordini — Paternostro — Petruccelli — Pisani — Plutino Agostino — Plutino Antonino — Polti — Romano Giuseppe — Romeo Stefano — Ruggiero — Salaris — San Donato — Scalia — Sineo — Tamajo — Tigoni —Vecchi — Vischi — Zanardelli.

Risultarono assenti:

Abatemareo — Acquaviva — Agudio — Airenti — Alfieri d’Evandro (in congedo) — Amari — Arezzo — Argentino — Assanti — Audinot — Avezzana (in congedo) — Basile-Basile — BattagliaAvola — Beilazzi — Beltrami Pietro — Beneventano — Berti-Picat — BoggioBonaccorsi — Borgatti — Bovi — Brioschi — Brofferio — Budetta — Cagnola (in congedo) — CamerataScovazzo Lorenzo (in congedo) — Camerata-Scovazzo R. (in congedo) — Camozzi (in congedo) — Campanella — Ganicarao — Cannavina — Capone — Carini — Carletti Giampieri (in congedo) — Carnazza — Casaretto — Castagnola — Castellano (in congedo) — Castromediano — Cavallini (in congedo) — Cialdini (ammalato) — Cipriani — Cocco — Collacchioni — Colocci — Compagna (in congedo) — Conforti (in congedo) — Corleo (in congedo) — Costa A. — Costa Oronzio — Crea — Oucchiari — D’Ayala — Deandreis — De Cesaris — Del Giudice — Della Croce — Del Re — Depretis — D’Errico — De Sanctis Francesco — De Sanctis Giovanni — De Siervo — Di Martino — Di Sonnaz — Dorucci — Farini (ammalato) — Ferracci — Ferrano Carlo — Friscia — Gallenga — Gallo (in congedo) — Galiucci — Garibaldi — Garofano (in congedo) — GinoriLisci (in congedo) Giordano — Giunti Golia — Grassi — Greco Antonio — Greco Luigi — Grillenzoni (in congedo) — Guerrazzi — Jacampo — La Marmora — La Masa — Libertini — Lovito. — Lualdi — Magaldi — May — Majorana — Benedetto — Majorana Salvatore — Marcolini — Marcone — Mari — Martinelli (in congedo) — Matina — Mattei Felice — Mattei Giacomo — Mazzetti — Mazzoni — Medici — Mellana — Mollino — Mongenet — Monteccbi — Montella — Morelli Donato — Mosca — Mosciari — Musolino — Napoletano — Negrotto — Nicotera — Nisco — Oliva (in congedo) — Pace — Pallotta — Palomba — Pancaldo — Papa — Passaglia — Pescetto — Pessina — PettitiBagliani — Pica — Pinelli — Pirajno — Pironti — Polsinelli — Prosperi (in congedo) — PuglieseGiannone — Ranieri (in congedo) — Rasponi — Regnoli — Ribotti — Ricasoli Bettino — Ricasoli Vincenzo — Ricciardi — Robecchi Sensore — Romano Liborio — Romeo Pietro — Saffi (in congedo) — Salvagnoli (in congedo) — Salvo Fazio — Salvoni (in congedo) — Sanguinetti — SannaSanna — Santocanale (in congedo) — Scalini — Schiavoni — Scbininà — Scoccherà — ScottiGalletta — Siccoli — Silvani — Silvestrelli (in congedo) — Sirtori (in congedo) — Sprovieri — Stocco — Susani — Tabassi (in congedo) — Tasca — Tornielli — Vacca — Valenti — Vanotti — Varese — VegezziRuscalla G. — Verdi — Viora — Zuppetta.

Risultamento della votazione:

Votanti 258
Maggioranza 129
Voti favorevoli 206
Voti contrari 52

(L’ordine del giorno è approvato).

La seduta è levata alle ore 7 3/4.

Ordine del giorno per la tornata di domani.

1° Discussione del progetto di legge concernente il bilancio attivo;

2° Svolgimento di una proposta di legge del deputato Brofferio intesa a modificare la legge sull’ordinamento giudiziario relativamente ai giurati;

3° Seguito della discussione del progetto di legge per l’estensione a tutto il regno della legge sulle privative industriali.



BRIGANTAGGIO E DIMISSIONI DI GARIBALDI






















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