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INTERPELLANZA SUI FATTI DI SICILIA

del Deputato D'ONDES-REGGIO

TORNATA DELL'8 DICEMBRE 1863

PRESIDENZA DEL COMMENDATORE CASSINIS, PRESIDENTE.


Signori, questa triste iliade doveva finire con due grandi catastrofi. L’una, quella ornai assai famosa di Petralia; a tutti è noto che si andava a cercare in una capanna sui monti di notte tempo, non un renitente alla leva, ma uno il quale poteva sapere, o s’immaginava che poteva sapere dove fosse un renitente alla leva, si tentava di fare aprire per forza chi vi albergava il quale non voleva aprire; si tirano fucilate da ambo le parti, e poi si appicca il fuoco e si bruciano vivi un padre, una figlia, un figlio. (Viva sensazione)

[…]

L’altra catastrofe: si arresta a Palermo un sordomuto come renitente alla leva; la povera madre chiedeva di vederlo, le era proibito; ma l’amore di madre, e di madre siciliana, sa vincere ogni barriera. (Ohi ohi)

Questo ed altro narra il deputato siciliano per motivare la sua interpellanza e la sua richiesta di commissione di inchiesta. Lo scontro in parlamento riguardò soprattutto l'applicazione arbitraria della Legge Pica in  Sicilia, in quanto era stata varata per le provincie continentatli e comunque per quelle dichiarate con decreto reale "infestate dal brigantaggio".

Dal voto sulla sua interpellanza derivarono poi le dimissioni di alcuni parlamentari fra cui Garibaldi.

Zenone di Elea – 9 Ottobre 2014

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SOMMARIO: Atti diversiPresentazione dal ministro dell'interno, Peruzzi, dei disegni di legge: segregazione, ed erezione di comuni nella provincia di Palermo, repressione del brigantaggio nelle provincia napoletane, e disposizioni di pubblica sicurezza nelle provincie siciliane. = Seguito della discussione sollevata dalle interpellanze del deputato D'Ondes sopra gli ultimi fatti di SiciliaIl ministro per l'interno Peruzzi termina il suo discorso in favore del suo operatoVoti motivati dei deputati Paternostro e Gravina, Crispi, Mordini e vari altri, Scrugli Dichiarazione dei deputati Crispi e Mordini circa la loro prima domandaSpiegazioni personali dei deputati Lazzaro e BeltraniDiscorso del deputato Mordini per lo svolgimento della sua proposta contro il MinisteroIncidente sull’ordine della discussione: Miceli, D'Ondes-Reggio, Bixio, Massari, Crispi, CordovaDiscorso del deputato Bertolami in favore dell’operato del MinisteroDiscorso del deputato Miceli contro gli atti militari, e sua accusa ài prefetto di AvellinoDichiarazioni del deputato Rattazzi, e del ministro per l'internoAttestazione del deputato Bixio — Voti motivati dei deputati Pinzi e Salaris.

La seduta è aperta alle ore 1 12 pomeridiane.

MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale della tornata precedente, che è approvato.

gigliucci, segretario, espone il seguente sunto di petizioni:

9556. Verrati Vincenzo, farmacista nel comune di Archi in Abruzzo Citeriore, esposto cerne per comprate deposizioni fatte in odio dei suoi sentimenti liberali sia stato accusato di assassinio e poscia condannato all’ergastolo, ove rimase per 35 anni; indi relegato in Ventotene fino. al 1860, implora, coll’appoggio del sindaco e di 22 fra i primari cittadini di Archi che hanno firmato il suo ricorso alla Camera, una benefica intercessione onde egli possa, per tratto di reale clemenza, avere la sua riabilitazione ed essere reintegrato nel possesso dei suoi diritti civili e politici.

9557. Spegis Francesco, da San Sebastiano da Po, ricorre al Parlamento per ottenere la liberazione del suo unico figlio Giovanni dal servizio militare, al quale asserisce essere stato ascritto per erronea applicazione della legge.

ATTI DIVERSI.

MELCHIORRE. Verrati Vincenzo, farmacista, sino dal 1820 condannato all’ergastolo, dopo di avere sofferto questa pena in Santo Stefano ben ben 35 anni, e poscia relegato nell’isola di Ventotene, ove rimase sino a che le provincie meridionali furono liberate

dal generale Garibaldi, il quale gli fece la grazia di ritornare ai suoi patrii lari; ora, carico d’anni viene innanzi alla Camera elettiva, e ne implora la benevolenza perché a lui conceda ricuperare l’esercizio dei diritti civili e politici prima che passi agli eterni riposi.

La petizione di lui è raccomandata dal sindaco non che da 22 fra i primari cittadini d’Archi, che chieggono con vive istanze sia riabilitato nell’esercizio dei diritti civili e politici.

Per conseguenza la presente petizione, che è ben degna di grave ponderazione, riferendosi ad una persona la quale per 40 e più anni è vissuta nell’ergastolo, e ne è uscita viva, credo debba essere presa dalla Camera in considerazione e discussa per urgenza. Le circostanze eccezionali esposte in essa e la preghiera che fa un vecchio di 72 anni son certo richiameranno l’attenzione del Parlamento perché sia iniziato e votato un progetto di legge che faccia al petente riacquistare i perduti diritti civili e politici.

(E dichiarata d’urgenza).

DISEGNI DI LEGGE:

1° ELEZIONE DEL COMUNE DI SAN CIPIRELLO IN PROVINCIA DI CASERTA;
2° REPRESSIONE DEL BRIGANTAGGIO NELLE PROVINCIE MERIDIONALI.

PRESIDENTE. Il ministro per l’interno ha la parola per presentare un progetto di legge.

PERUZZI, ministro per l’interno. Ho l’onore di presentare alla Camera un progetto di legge relativo alla separazione della borgata di San Cipirello dal comune di San Giuseppe, circondario di Palermo, ed alla di lei erezione a comune con amministrazione propria ed indipendente.

Ho in pari tempo l’onore di presentare uno schema di legge per la repressione del brigantaggio e per alcune disposizioni di pubblica sicurezza nelle provincie napoletane e siciliane.

Pregherei la Camera a voler decretare l’urgenza per questo progetto di legge.

PRESIDENTE. Si dà atto al signor ministro della presentazione di questi progetti di legge, dei quali il secondo, se non v’ha opposizione, sarà dichiarato di urgenza.

(È dichiarato d’urgenza).

camerini. Certo l’onorevole presidente non ha dimenticato che esiste una mia interpellanza relativa appunto all’applicazione della legge sul brigantaggio.

Trovando ragionevole che, essendosi presentata oggi la legge di proroga dal signor ministro, non si abbiano a fare per uno stesso oggetto due discussioni, desidero mi sia mantenuta la parola in allora pel primo su quel progetto di legge.

PRESIDENTE. Osservo all’onorevole Camerini che se egli intende parlare sul progetto di legge, in tal caso, secondo il regolamento, debbe farsi inscrivere, né gli si può concedere l’iscrizione se non quando la discussione ne sarà annunziata all’ordine del giorno.

camerini. L’interpellanza è già stata annunziata e si proclamò, me assente, e che perciò non mi opposi, il rinvio della discussione all’epoca di quella sul progetto di legge oggi presentato. Ciò avvenne a proposta del ministro. E per questo reclamo la parola per il primo come posizione d’interpellanza.

Avrò cura di farmi iscrivere, ma però credo poter mantenere il mio diritto d’interpellante, indipendente dall’iscrizione.

SEGUITO DECIDA DISCUSSIONE SOLLEVATA DALLE INTERPELLANZE

DEL DEPUTATO D’ONDES-REGGIO SULLE COSE DI SICILIA.

PRESIDENTE. L’ordine del giorno porta il seguito della discussione sulle interpellanze dei deputati D’Ondes-Reggio e Greco Antonio intorno ai fatti di Sicilia e Napoli.

Il signor ministro per l’interno ha la parola per continuare il suo discorso.

PERUZZI, ministro per l’interno. Sai finire della seduta di ieri io aveva impreso a rispondere agli onorevoli oppositori, i quali avevano contestata l’applicabilità della legge 15 agosto nelle provincie che non fossero dichiarate per decreto reale in istato di brigantaggio; io aveva incominciato a tessere la storia delle leggi che pendevano, nell’ultimo giorno nel quale si adunò la Camera, dinanzi alle sue deliberazioni; di quella formolata dalla Commissione d’inchiesta pel brigantaggio e delle due iniziate in Senato, l’una per la renitenza alla leva che fu votata in quel giorno, l’altra per alcune disposizioni, di pubblica sicurezza applicabili alle provincie siciliane e napolitane, per la qual legge era stata decretata l’urgenza, e fu presentata in quel giorno la relazione, ma non potè venire in discussione. Io ricordava come alcuni onorevoli deputati presentassero un progetto per la sospensione della discussione già iniziata sulla prima di queste leggi, e formolassero un emendamento in un solo articolo, diviso in cinque paragrafi, contenente varie disposizioni, progetto che fu adottato mutando l’unico articolo in vari articoli separati, [o ricordava infine, come a seguito dell’interpellanza intorno all’applicabilità o no di alcuni di questi articoli di legge nelle provincie che non fossero dichiarate in istato di brigantaggio secondo l’articolo 1°, io rispondessi essere opinione del Governo che questi articoli potessero essere applicati anche in dette provincie a differenza degli altri articoli che unicamente alle provincie nelle quali tal dichiarazione fosse stata fatta, si riferivano domandando se alla Camera piacesse che fosse questo esplicitamente dichiarato; alla qual cosa l’onorevole relatore soggiunse, bastare la dichiarazione che io faceva, e la Camera rispose chiedendo la votazione.

Immediatamente io fui sollecito di presentare al Senato quel progetto di legge, e per quanto non sia consueto che il ministro accompagni di una relazione le leggi che qui iniziate passano al Senato, per supplire al difetto della relazione della Giunta intorno a quest’emendamento, io stimai mio debito di far precedere questo progetto di una relazione, d’alcuni brani della quale io chiedo alla Camera il permesso di dar lettura:

«Per quanto gravi e molteplici siano le cagioni che assegnar si possano alle anormali condizioni della pubblica sicurezza in parecchie delle provincie costituenti il già reame delle Due Sicilie, non vi ha chi non confidi che il Governo italiano riuscirebbe certamente a vincere queste difficoltà col perseverare nella applicazione delle leggi vigenti, nella energica azione delle autorità e della forza pubblica, nel miglioramento degli ordinamenti e del personale delle pubbliche amministrazioni, e specialmente nel combattere colla pubblica istruzione e colle opere pubbliche i due fondamenti del Governo borbonico, ora capitali nemici del reggimento libero e nazionale, l’ignoranza e la miseria. .

«Ma l’Italia ha bisogno di vedere prontamente tutte le sue provincie fatte uguali per ogni rispetto dinanzi alle condizioni di fatto come lo sono innanzi alle leggi; l’Italia ha bisogno di affrettare lo svolgimento delle ricchezze nazionali, specialmente in quelle provincie ove per svegliatezza dell’ingegno degli abitatori, per la feracità del suolo e per la benignità del clima maggiori germi se ne acchiudono; l’Italia ha bisogno di potere ad ogni occorrenza disporre di tutte le sue forze per il compimento dell’impresa nazionale.

Dopo aver esposte le ragioni dei progetti di legge, soggiungeva:

«Egli è perciò che d’accordo colla Commissione, veniva, nell’altro ramo del Parlamento, proposto di staccare dal vasto progetto del quale già si era iniziata la discussione le disposizioni più urgenti e di una utilità così evidente da non andare esposte a gravi opposizioni; e di limitare la legge a queste e ad alcune disposizioni tolte da altro progetto già deliberato dal Senato e sul quale la Camera dei deputati non ebbe agio di deliberare, ma udì favorevole la relazione della Commissione cui ne aveva affidato lo studio.

«Tale è l’origine del progetto di legge che, approvato dalla Camera dei deputati nella sua adunanza del 1° corrente, io mi onoro raccomandare alla speciale sollecitudine dei signori senatori.

«Il primo articolo di questo progetto più specialmente diretto alla repressione del brigantaggio nelle provincie afflitte da questa piaga, darebbe per tutto il corrente anno al Governo del Re la facoltà di dichiarare per decreto reale quelle provincie in istato di brigantaggio: e l'effetto di questo decreto sarebbe la sostituzione della giurisdizione militare a quella dei tribunali ordinari per giudicare i briganti ed i loro complici.»

E dopo avere spiegato questa disposizione, conchiudeva:

«Nè tampoco mi dilungherò sulle disposizioni dell’articolo 5 siccome quello che avendo avuto già l’onore di essere dal Senato sancito in altro progetto, che non potè essere ancora convertito in legge, provvederanno efficacemente a migliorare le condizioni della pubblica sicurezza in molte provincie ove questa è gravemente turbata, sebbene queste condizioni non siano tali da render necessaria l’applicazione dell’articolo primo di questo progetto.»

Spiegato così chiaramente il concetto, che aveva già chiarito a questa Assemblea, la Commissione nominata dal Senato procedeva allo studio nell’intendimento stesso che aveva presieduto alla presentazione per parte del Ministero.

Non istarò a leggere la relazione della Commissione, e piuttosto, poiché l’onorevole interpellante D’Ondes-Reggio ha creduto di citare alcuni brani della discussione che ebbe luogo in Senato, io devo chiedere alla Camera il permesso di leggerle alcune parti di questo dibattimento per rettificare quello che egli, mi dispiace doverlo dire, ha incompletamente ed inesattamente ricordato.

Difatti egli diceva:

«Questa legge, o signori, si portò quindi dinanzi al Senato, ed in quel consesso Lorenzo Pareto, il quale non ha dimenticato mai i principii di libertà e di giustizia, ed è decoro dell’antico patriziato genovese, oppose al Ministero che con questa legge e principalmente coll’articolo quinto si avrebbero potuto mettere le Giunte in tutta Italia; allora il ministro fece la genealogia della legge, che per fermo è una genealogia un po’ bastarda; egli parlò di legge di sicurezza pubblica in Napoli e di legge di sicurezza pubblica in Sicilia, come se mai si fosse parlato e del brigantaggio di Napoli e della sicurezza pubblica della Sicilia insieme, come se mai o nelle proposte o nella discussione di cotal legge si fosse fatto un motto solo della Sicilia!

«E tanto è vero che non se ne parlò, che vi era un altro progetto di legge che risguardava la Sicilia e che l’onorevole Conforti, relatore della Commissione, mi disse quell’ultimo giorno della precipitazione delle leggi che sperava si sarebbe potuto discutere avendo egli la relazione in pronto.

«Il signor ministro tra le altre cose rispondeva a Pareto che questa legge non poteva applicarsi all’alta Italia, ma bensì alla Sicilia.

«Ma l’illustre senatore replicava che questa distinzione non era scritta nella legge, la quale si dovea eseguire come stava scritta.

«A ciò il ministro dell’interno non rispondeva.»

Non istarò a rileggere il discorso dell’onorevole senatore Pareto, imperocché esso è esattamente riferito dall’onorevole interpellante D’Ondes-Reggio: ma poiché fu detto che io non vi risposi, mi permetterò di leggere la mia risposta e la replica dell’onorevole senatore Pareto, nonché le dichiarazioni di altri senatori e del relatore dell’ufficio centrale.

Mi dispiace di dover tediare con queste citazioni la Camera, ma essa ben comprende che per spargere luce sulla discussione questo è un elemento essenzialissimo.

Rispondendo all’onorevole senatore Pareto io diceva:

«Che nella relazione colla quale ho avuto l’onore di accompagnare questo progetto di legge al Senato io credeva che fosse assai chiaramente spiegato il concetto che informa il progetto stesso; concetto che mi pare sia stato perfettamente inteso e spiegato anche nella relazione dell’ufficio centrale, ed è che questo progetto è sorto dalla necessità nella quale è sembrato all’altro ramo del Parlamento che si tosse, di provvedere alle condizioni eccezionali della pubblica sicurezza nelle provincie meridionali, in seguito della impossibilità in cui il Parlamento si è trovato di procacciare la sanzione dei due rami del Parlamento istesso al progetto di legge per la repressione del brigantaggio iniziato nell’altra Camera, ed al progetto per alcune disposizioni relative alla pubblica sicurezza nella Sicilia e nelle provincie napolitano iniziato dal Ministero in Senato.

«A fronte di questa materiale impossibilità si pensò di provvedere temporariamente per il tempo necessario a poter poi riprendere la discussione e sull’uno e sull’altro degli anzidetti progetti, di provvedere, dico, con questo che ora è sottoposto alle deliberazioni del Senato, il quale consta principalmente di due parti, una repressiva, l’altra preventiva.

«La parte repressiva più specialmente tratta dal progetto di legge per la repressione del brigantaggio si sostanzia nell’articolo 1, cioè nella sostituzione dei i tribunali militari ai tribunali ordinarli, e per questa è chiaramente esplicata la necessità della dichiarazione! che la provincia è in istato di brigantaggio.

«In ordine alla parte preventiva, su questa misura che trovasi e nell’uno e nell’altro dei due progetti di legge cui il presente è in parte sostituito, fu nell’altro ] ramo del Parlamento esplicitamente dichiarato concordemente fra il Ministero e la Commissione, ed è pure; stato esplicato nella relazione tanto del Ministero quanto dell’ufficio centrale del Senato, non essere tale misura applicabile solo alle provincie dichiarate in istato di brigantaggio, ma anche alle altre provincie cui questo progetto di legge si riferisce.

«Senatore Pareto. Domando la parola.

«Ministro dell'interno. Infatti, signori, nelle provincie dichiarate in istato di brigantaggio meno che! nelle altre, queste disposizioni preventive potranno; riuscire opportune ed efficaci, imperocché là piuttosto, di azione repressiva che preventiva fa di mestieri: egli: è principalmente nelle altre provincie, in quelle dove il brigantaggio per anco non è sorto, dove le condizioni della pubblica sicurezza sono quelle che avevo; l’onore di esporre al Senato pochi giorni fa, che queste: disposizioni possono riuscire eminentemente opportune.;

Egli è per questo che è stato inteso e dichiarato esplicitamente come i vari articoli di questo progetto; di legge siano indipendenti l’uno dall’altro, e come la dichiarazione di stato di brigantaggio sia necessaria per la sostituzione della giurisdizione militare all’ordinaria, ma che tutte le altre misure preventive debbono! particolarmente applicarsi a quelle fra le provincie meridionali dove le condizioni della pubblica sicurezza sieno tali da rendere necessari questi provvedimenti, la necessità dei quali fu riconosciuta e dal Senato e dalla Camera dei deputati in occasione di discussioni di altri progetti di legge.

«Presidente. La parola è al senatore Pareto.

«Senatore Pardo. Io ben mi apponevo che questo articolo messo nella legge del brigantaggio avesse una portata molto maggiore di quella che sembrava, poiché io capivo che potesse stare senza di quello; ma nella prima legge votata dal Senato era limitato alle provincie meridionali dove c’è bisogno di maggior rigore in queste circostanze: ma in questo modo è dichiarato non dipendente dal 1° articolo, e nessuno toglie che possa esser applicato anche nelle nostre provincie, perché delle provincie meridionali non si parla punto; nella legge sulla sicurezza pubblica come era stata votata dal Senato era detto: in Sicilia e nelle provincie meridionali il Governo avrà diritto, ecc., ma nel nuovo progetto, di provincie meridionali non si fa parola, si parla invece di provincie dichiarate in istato di brigantaggio, e dalle parole del signor ministro risulta che questo articolo 5° è applicabile dappertutto, e quindi anche nelle provincie settentrionali, dove non vi è ragione nessuna di adottare una tale misura eccezionale.

«Capisco che il signor ministro non ne farà abuso, ma ci sono certe armi che non si debbono sì di leggieri lasciare nell’arsenale ministeriale; abbiamo veduto una volta che avevamo votato i pieni poteri per fare la guerra, che di questi pieni poteri si è abusato per fare leggi organiche, di organizzazione provinciale, d’istruzione pubblica e di altre mille cose, di modo che in un sol giorno furono promulgate, non so in quante ore, una quarantina di leggi per lo meno, che non avevano che far nulla colla difesa del paese.

«Io penso che si potrebbe da un Ministero abusare di questa legge per estendere alle nostre provincie queste misure eccezionali che noi crediamo solo applicabili alle provincie meridionali.

«Ma, ripeto, è vero che certe armi in mano dei ministri sono pericolose, perché se deve supporsi che il Ministero attuale non ne abusi, esso può cambiare da un giorno all’altro; e se l’attuale non ne abuserà, potrebbe abusarne il futuro, e perciò conchiudo opinando che non si può lasciare al Governo questo arbitrio.

«Ministro dell’interno. Domando di parlare.

«Presidente. Ha la parola.

«Ministro dell'interno. Ho chiesto la parola unicamente por fare osservare come la genesi di questa legge deve pienamente rassicurare; imperocché come aveva avuto l’onore di notare poc’anzi, è sorta da due leggi le quali si riferivano unicamente alle provincie meridionali, quindi non è venuto in mente a nessuno che dessa potesse estendersi alle altre provincie che non erano contemplate in quelle leggi alle quali fu questa sostituita.

«Egli è perciò che le dichiarazioni fatte nell’altro ramo del Parlamento si ripetono qui, e l’origine stessa di questa legge nata da fatti che si riferiscono solo alle provincie meridionali, è tale argomento da rassicurare pienamente tutti coloro che credessero che ad essa si desse un’estensione maggiore di quella che è sfato nell’animo di darle e dall’altro ramo del Parlamento e dal Ministero istesso.

«Senatore Farina. Accetto le dichiarazioni del signor ministro, e le tengo per buone; nelle circostanze in cui siamo, io credo che e l’origine e la genesi, come diceva il signor ministro dell’interno, della legge e le dichiarazioni che ba fatte, possano tranquillare sufficientemente il Senato circa l’applicazione della legge medesima, la quale d’altronde non è che una legge di breve durata.»

E finalmente il senatore Vacca, relatore dell’ufficio centrale, chiudeva la discussione con queste parole:

«Dopo le ampie spiegazioni fornite al Senato dagli onorevoli signori ministri dell’interno e di grazia e giustizia, l'ufficio non trova che aggiungervi.

«Dirò solo che il concetto nei termini in cui lo chiariva e lo presentava il ministro dell’interno è quello appunto che parve all’ufficio centrale opportunissimo ed accettabile. In conseguenza in questa parte si trova pienamente l’ufficio centrale d’accordo col Ministero.»

D'ONDES-REGGIO. (Interrompendo) Scusi, signor ministro: per chiarire un fatto...

PRESIDENTE. Permetta: domandi la parola.

D’ONDES-REGGIO. La domando.

PRESIDENTE. In questo momento non gliela posso concedere.

PERUZZI, ministro per l'interno. Se la Camera non ha nulla in contrario, io non ho alcuna difficoltà di cedergli la parola.

D’ONDES-REGGIO. Si tratta di vedere se ho potuto prendere un equivoco; e questo per abbreviare la discussione.

PRESIDENTE. Il ministro e la Camera consentono a questa interruzione? (Si! sì! No!)

Interrogo la Camera se acconsenta a questa interruzione.

(L’interruzione è acconsentita).

D’ONDES-REGGIO. Bisogna verificare questo fatto: può darsi ch’io abbia preso un equivoco. Ho detto: il senatore Pareto fece questa difficoltà al ministro se questi provvedimenti si potevano adottare per tutta Italia, e il ministro fece una genealogia bastarda. Il senatore replicò: questa sua dichiarazione è inutile perché le leggi debbono applicarsi come sono scritte. Io quindi ho ritenuto che a questa risposta del senatore Pareto non abbia dato replica alcuna. Può essere che per un’inavvertenza commessa nel leggere il rendiconto io mi sia sbagliato.

Voci. Sì! sì!

D’ONDES-REGGIO. Questa è la questione, vediamo...

PERUZZI, ministro per l'interno. Mi scusi, mi pare d’essere stato abbastanza chiaro.

L’onorevole D'Ondes-Reggio ha detto: ma l’illustre senatore replicava che questa distinzione non era scritta nella legge, la quale si doveva eseguire come sta scritta.

«A ciò il ministro dell’interno non rispondeva.»

Non ho menomamente accusato la buona fede dell’onorevole D’Ondes-Reggio, ma sono certissimo ch’egli ha preso un equivoco, ed era naturale che per sentimento di legittima difesa io leggessi il rendiconto. Ora dal passo che ho avuto l’onore di leggere risulta che il senatore Pareto cominciò dal chiedere la parola per quella tale domanda. Rispondendo, io feci quella genealogia bastarda della quale ha parlato l’onorevole D’Ondes-Reggio; il senatore Pareto rispose che le leggi debbono essere applicate come sono scritte. Ora il deputato D'Ondes-Reggio dice che a questa osservazione il ministro dell’interno non replicò, mentre dal rendiconto appare il contrario, poiché dopo vi si trova scritto:

«Ministro dell'interno. Chiedo la parola.

«Presidente. Ha la parola.

«Ministro dell'interno...» e qui vengono le parole che ho già lette, e che è inutile rileggere.

Dopo di questo parlò il senatore Farina, il quale accettò le dichiarazioni del ministro, e finalmente parlò il relatore dell’ufficio centrale, il quale disse che la intendeva precisamente come il ministro.

Ora io ripeto: qui non è questione di buona fede, e posso assicurare l’onorevole D’Ondes-Reggio che io non dubito della buona fede di chicchessia, della sua poi meno di qualunque altro: siamo avversari in molte cose, ma certamente non credo che egli si servirebbe mai di armi sleali contro di me; sarà stata una inavvertenza sua, ma capisce bene la Camera che, essendo accusato di incostituzionalità, io doveva ristabilire la verità sopra di un fatto sul quale è constatato che tanto il relatore della Commissione della Camera dei deputati, quanto il relatore dell’ufficio centrale del Senato, hanno dichiarato esplicitamente nelle due Assemblee essere perfettamente d’accordo nell’intelligenza che il ministro dava a questa legge.

Del resto la questione tra l’onorevole D'Ondes-Reggio e me è sgombra da qualsiasi amarezza.

D’ONDES-REGGIO. (Interrompendo) Mi permetta. (Rumori)

PRESIDENTE. Parlerà a suo tempo: ora deve continuare il sistema normale.

D’ONDES-REGGIO. Allora chiedo di parlare subito dopo il ministro, siccome quello che ho proposto l’inchiesta.

PERUZZI, ministro per l'interno. Checché si possa dire, questa è tal cosa che nessuno potrà mai contrastare, e questo è il fatto capitale che regge questa discussione; imperocché, o signori, io non verrò qui ad addentrarmi in disquisizioni legali, a recare innanzi autorità di giureconsulti intorno al modo d’interpretare la legge: qui, o signori, noi siamo un’Assemblea politica, ed io vi domando se poteva neppure passarmi per la testa il dubbio che, quando era stato da un solo articolo in vari paragrafi mutato, in vari articoli staccati l’uno dall’altro il progetto dell’onorevole Pica ed altri deputati; quando era stato dichiarato esplicitamente dal Ministero e consentito dalla Commissione che i vari articoli erano indipendenti l’uno dall’altro, non si potesse l’articolo 5 applicare alle provincie siciliane, quando alla domanda dell’onorevole Lazzaro io avea risposto che, se la Commissione chiedeva che fosse più esplicitamente dichiarato questo concetto, si facesse pure; ed essa aveva risposto coll’annuire, ed il relatore della Commissione aveva replicato col consentire in quello che aveva esplicitamente dichiarato il Ministero, nella separazione cioè degli uni dagli altri articoli di questa legge. La qual opinione aveva espressa nella relazione della quale aveva accompagnato questo progetto di legge nel presentarlo al Senato, e manifestata nel rispondere ai dubbi elevati dall’onorevole senatore Pareto e da altri onorevoli senatori, i quali avevano a quest’oggetto mosse delle esplicite interpellanze; e la stessa opinione aveva esternata il relatore dell’ufficio centrale, che nel chiudere la discussione affermava concorrere perfettamente in questo parere espresso dal Ministero nell’uno e nell’altro ramo del Parla mento: dietro la quale dichiarazione il Senato passò immediatamente ai voti.

A petto di queste dichiarazioni non poteva sorgere in me verun dubbio intorno all’applicabilità o non applicabilità degli articoli successivi ai primi di questa legge alle provincie non dichiarate in istato di brigantaggio. Questo dubbio non mi è neppure passato per la testa intorno all’inapplicabilità, e se mi fosse rimasto dopo le dichiarazioni dell’onorevole Conforti in questa Camera, io che sapeva che quella sarebbe stata l’ultima seduta della Camera dei deputati, io che sapeva che non sarebbe stato possibile il farne altre, io sarei stato grandemente colpevole; e voi avreste pienamente il diritto di rimproverarmi se non fossi sorto allora, e non avessi detto: signori, poiché è stata dichiarata l’urgenza della legge di pubblica sicurezza nella Sicilia già votata nell’altro ramo del Parlamento, io dichiaro che non assumo la responsabilità della tranquillità pubblica in quella provincia, se voi non deliberate avanti di separarvi intorno a questo schema di legge, imperocché nelle condizioni nelle quali si trovava l’isola quel Ministero il quale avesse lasciato che le Camere si prorogassero rimanendo disarmato di fronte a quelle eccezionali difficoltà, dopo avere dichiarato che a quelle speciali condizioni non poteva provvedere che con quelle speciali disposizioni, quel Ministero avrebbe fallito altamente a’ suoi doveri, e forse compromesso le sorti della patria.

Dunque, o signori, come ho già detto, non è mio intendimento di venir qui ad agitare meschine discussioni legali; sebbene io creda che a buon diritto potrei farlo tuttoché non ne avessi la capacità, e sono certo che a tal uopo avrei il valevole sussidio dell’onorevole guardasigilli, il quale come tutti i ministri è stato pienamente consenziente in questo modo di applicare la legge.

Ora, o signori, vi ha un’altra questione, ed è quella relativa alla nomina dei consiglieri provinciali che fanno parte delle Giunte. Ma in verità, dopo aver così lungamente abusato della pazienza della Camera, io non credo di dover trarre dal mio arsenale tutti gli argomenti che vi avrei per sostenere queste nomine fatte dal Ministero, imperocché mi occorrerebbe leggere molti brani delle discussioni che furono fatte in quell’occasione ed annoiare lungamente la Camera. Mi limiterò a far notare come quella disposizione dell’articolo 5 fosse ben diversa nel progetto presentato dagli onorevoli proponenti dell’emendamento.

Vi si leggeva: «Il Governo avrà inoltre facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di un anno, domicilio coatto agli oziosi e vagabondi, persone sospette, ecc., nonché ai manutengoli e camorristi.» E non si parlava niente affatto di Giunte provinciali.

Ora, essendo stato da alcuni osservato che questa sarebbe stata una facoltà eccessiva data al solo ministro, io sorsi a dichiarare che per parte mia ero più che qualunque altro compreso della gravità della responsabilità che mi veniva addossata in quel modo, e che era ben determinato a giovarmi di Giunte nelle quali avrei fatto entrare l’elemento elettivo; allora l’onorevole Lovito mi rispose: in questo caso voto anche io la legge. Nella stessa seduta essendo poi stato da taluno proposto qualche cosa in questo senso, mi rammento che l’onorevole Miceli si sarebbe contentato che fosse consultato il solo procuratore generale; invece io stesso proposi queste Giunte composte del prefetto, del presidente del tribunale, del regio procuratore e di due consiglieri provinciali, senza però parlare di chi dovesse nominare questi consiglieri provinciali.

Io per la parte mia ritenni, come ritengo fermamente, che nel silenzio della legge spettasse assolutamente al Governo il nominare questi consiglieri provinciali, imperocché ritenni e ritengo che questa fosse unicamente una limitazione nella scelta che si dava al Governo; non poteva scegliere qualunque cittadino, ma non vi era fatta parola che dovessero essere scelti dal Consiglio provinciale. E nel silenzio della legge, visto specialmente il di lei carattere, carattere eminentemente di pubblica sicurezza, carattere che riflette una di quelle funzioni che spettano esclusivamente al Governo, e nelle quali I corpi amministrativi non entrano per niente; io ritenni che sarebbe stato un diminuire la responsabilità ministeriale l’ammettere che questi consiglieri fossero nominati dai Consigli provinciali.

Ed anzi mi confortarono ad interpretare in questa guisa quell’articolo gli esempi di altre leggi, le quali, concernendo argomenti che interessano l’amministrazione provinciale, o comunale, richiedono che facciano parte di questi Consigli, di questi corpi o consultivi o deliberativi i membri dei Consigli amministrativi.

E fra le altre io citerò la legge sulla leva, nella quale il Consiglio provinciale è certo interessato per vegliare all’equo riparto dei contingenti fra le varie parti della provincia; citerò la legge sulla. pubblica istruzione, nella quale pure le amministrazioni provinciali sono grandemente interessate. Ed in queste due leggi, che sono di un’indole completamente diversa da quella di cui io parlo, in queste due leggi è detto che vi devono essere dei consiglieri provinciali; ma è detto altresì che questi consiglieri provinciali devono essere designati nell’una dal Consiglio provinciale, nell’altra dalla deputazione provinciale.

Ora, o signori, nel silenzio della legge e di fronte all’indole della medesima, il Ministero non ha dubitato un momento che a lui spettasse, per la risponsabilità che gl’ineombe, nominare questi consiglieri provinciali.

Il Ministero adunque si trovava armato di due leggi per restaurare la pubblica sicurezza nelle provincie siciliane: primieramente la legge sui renitenti alla leva; secondariamente la legge 15 agosto contenente disposizioni speciali di pubblica sicurezza. Ma, come ben disse, non so se l’onorevole mio collega ministro per la guerra, o il generale Govone, a che avrebbero servito queste leggi se il Governo non avesse cominciato dal ridurre in sua mano coloro che dalle medesime dovevano essere colpiti? Giacché fin allora erano rimasti senza effetto i mezzi adoperati allo scopo di ridurre in mano della giustizia tutti questi individui che compromettevano la pubblica sicurezza, e priva, vano l’esercito del contingente che a quelle provincia spettava.

Tale è la ragione delle operazioni militari, le quali del resto erano già state qualche tempo innanzi sperimentate, come vi fu detto nella seduta di sabato scorso.

E queste operazioni militari aver dovevano il duplice intento di arrestare e i renitenti che fossero subordinati alla giurisdizione creata con la legge dal Parlamento approvata, e i malfattori che si trovavano quasi tutti o in una condizione irregolare di fronte alla legge degli amnistiati, o imputati di reati gravissimi pei quali non avevano potuto essere condannati soltanto per mancanza di documenti o di testimoni.

Questo è quanto ieri vi esposi, e da altri pure vi fu esposto; e quando l’onorevole mio amico Beltrani leggeva la risposta ad un suo telegramma, non che una sua lettera confidenziale di cui mi onorò, ed interpretava la mia risposta di raccomandazione, di girata, in certa guisa al ministro della guerra, nel senso che io declinassi la responsabilità di quei provvedimenti, mi permetta l’onorevole deputato di dirgli ch’egli era incorso in errore: dal quale errore però mi pare avrebbe dovuto trarlo una risposta parimente confidenziale che io gli feci: e qualora egli me ne avesse avanti parlato, non avrei avuto nessuna difficoltà di permettergli di comunicarne copia alla Camera. Appena mi rammento in genere di quello che gli scrissi, ma se la memoria non mi tradisce mi pare che allora gli rispondessi quello che del resto io già dichiarai esplicitamente alla Camera: che non intendevo menomamente coprire la mia responsabilità con quella del ministro della guerra per quello che concerneva l’ordine delle dette operazioni ed il loro intendimento; ma che quando si trattava del modo di esecuzione egli era naturale che io dovessi rivolgermi al ministro della guerra, che a Palermo dovessi dirigermi al generale che comandava in quella città, dal quale direttamente dipendevano, e non da me, gli esecutori di queste disposizioni.

BELTRANI. È pienamente vero, e siamo rimasti di differente opinione.

PRESIDENTE (Con forza). Non ha la parola.

BELTRANI. Io tacio. (Ilarità)

PERUZZI, ministro per l'interno. Ora, o signori, io non ricordo se dall’onorevole ministro della guerra e dal generale Govone siano state esposte le norme che presiedevano a queste operazioni militari relativamente all’arresto dei renitenti e dei malfattori.

In ogni modo alla Camera non dispiaccia che io brevemente gliele esponga quali risultano ne’ rapporti che esistono nel Ministero.

Le colonne mobili avevano l’incarico di ricercare gli imputati sotto mandato di cattura latitanti;

Secondo, i malviventi non condannati e non colpiti da mandato di cattura per difetto di testimoni, ma notoriamente diffamati come tali e dati in nota dal prefetto;

Terzo, altri dati in nota per lo stesso titolo dai carabinieri o dalle autorità di pubblica sicurezza;

Finalmente gl’imputati d'aver promosse renitenze e diserzioni, ed i renitenti.

Voi vedete, o signori, come tutti questi si trovassero in condizioni tali che in un paese nel quale l’azione della giustizia avesse regolarmente proceduto sarebbero stati arrestati con regolare mandato di cattura, e che se là non l’erano ciò avveniva appunto per quei motivi che sono stati ampiamente svolti alla Camera nella seduta di ieri.

Dopo l’arresto venivano fatte nuove indagini; erano mandati all’uopo degli uffiziali dei carabinieri sul luogo, ed al seguito di queste informazioni vari furono immediatamente liberati. Su tutti questi arrestati si interpellarono le autorità giudiziarie. Se v’erano elementi per fare procedimenti giudiziari, i detenuti erano rimessi ai magistrati; se cotesti elementi facevano difetto, erano chiamate a deliberare le Giunte.

Sono stati liberati quelli pei quali le Giunte, dopo minute informazioni ed indagini, non hanno trovato sufficienti motivi per giudicare che fossero meritevoli del domicilio coatto; per gli altri fu proposto questo provvedimento che dal ministro dell’interno, in ordine all’articolo 5, fu pronunziato.

Io ho avuto molte lagnanze, o signori, dalla Sicilia; ma queste vennero mosse per lo più per la soverchia larghezza adoperata dalle Giunte nel metter in libertà quelli ch’erano stati arrestati. Reclami per quelli che sono stati mandati al domicilio coatto ne ho avuti pochissimi.

Vi bastino, o signori, queste cifre che ho l’onore di mettere sotto gli occhi della Camera.

Nella provincia di Palermo, ad esempio, si sono arrestati 593 individui, dei quali 126 sono stati dimessi dal carcere, e su questi 593 individui non si sono avuti altro che 6 reclami, e tra questi reclami, o signori, soffrite che io vi dia lettura di uno che mi è stato rimesso non in via confidenziale, ma officialmente, dall’onorevole deputato D’Ondes-Reggio.

Egli mi faceva l’onore di scrivermi il 21 novembre 1863:

» Illustrissimo signor ministro,

«Mettendo da parte se, giusta la legge o no, si sia instituita la Commissione giudicatrice, o consultiva che piaccia chiamarla, in Palermo, mi reco a dovere di manifestare a lei, illustrissimo signore, de’ fatti che meritano certamente tutta la sua coscienziosa attenzione.

«Furono arrestati due fratelli Arena, di Bagheria, per sospetto che avessero potuto aver parte indiretta in un omicidio tentato e non consumato. Quei due fratelli hanno goduto sempre di eccellente riputazione, e non sono stati mai imputati di alcun lieve delitto. Dopo un mese di carcere, la Commissione, accortasi dell’errore, stabilisce di metterne uno in libertà: tutti e due sarebbe stato uno scandalo! Ma chi scegliere? Chi ha più numerosa famiglia; e costui si pone in libertà; e l’altro, che pure ha quattro figli, si condanna alla deportazione!

«Posso dire ho prove di ciò, non certamente giudiziarie, ma tali da non lasciar dubbio sulla mia coscienza.

«Spero che ella, signor ministro, non approverà la ingiusta deliberazione della Commissione.

«Colla più alta considerazione,» eco.

Ora, o signori, quando si hanno dei reclami si rinviano ai prefetti perché sentano nuovamente la Giunta. Ecco quello che risulta dalla deliberazione presa dalla medesima ad unanimità di voti al seguito di accurate informazioni e disamine.

Gli Arena Francesco e Paolo erano imputati d’omicidio, e furono assolti per la solita riluttanza dei testimoni a deporre, e per mancanza di prove giudiziarie. Francesco, tristissimo soggetto e notoriamente diffamato siccome autore d’omicidio consumato sopra un certo Ciro Nizzo, e di aver ferito un fratello di questi, e di aver tentato di far uccidere un individuo per tema che deponesse contro di lui in giudizio, ed impedire così col terrore l’amministrazione della giustizia, fu proposto pel domicilio coatto, che dal Ministero è stato pronunziato.

Io intendo perfettamente che in disposizioni di questa natura, quando i regolari procedimenti giudiziari non hanno luogo, qualora si discuta intorno alle decisioni che si sono prese, pur troppo un qualche errore possa essere accaduto.

Ma io vi domando, o signori, se mentre come cittadino ognuno ha il diritto di dar maggior peso all’opinione ed alle deposizioni dell’onorevole D’Ondes-Reggio che a quelle d’un prefetto, di un presidente di tribunale, di un regio procuratore e di due consiglieri provinciali, io, come ministro, e di fronte all’articolo 5 della legge, potessi preferire il parere dell’onorevole D’Ondes a quello che al seguito di coscienziose informazioni adottava questa Giunta composta delle rispettabili persone designate dalla legge.

Io vi domando, o signori, se in un paese posto nelle condizioni che ieri io accennavo, dove l’amministrazione della giustizia è così incagliata, come persino gli onorevoli oppositori l’hanno reiteratamente confessato, si possa sperar di restaurare la pubblica sicurezza senza tener ferme queste disposizioni, senza applicarle, quando si sono adoperate tutte le cautele che la legge prescrive.

Per parte mia, signori, io lo dichiaro esplicitamente e ripeto quello che dissi ieri, io credo che se noi non rompiamo in questa guisa quella specie di cerchio nel quale sono dai malfattori riuniti in società, come diceva l’onorevole Crispi, stretti i cittadini di Sicilia, ed è impedita l’amministrazione della giustizia, sarà assolutamente impossibile di far sì che questa e le altre pubbliche amministrazioni riprendano le loro regolari funzioni.

Ed in verità, o signori, quando si tratta di queste operazioni militari, per quello che spetta ai renitenti alla leva, mi sembra anche più singolare che si venga a combattere i provvedimenti che furono presi relativamente ai renitenti ed a coloro i quali favoriscono la renitenza; imperocché, o signori, vi ricorderete come il renitente è considerato sempre in istato di flagranza di reato, vi incorderete come perfino sono promessi dei premi agli agenti di pubblica sicurezza che procedono al suo arresto, e che inoltre l’articolo 178 della legge 20 marzo 1854 dispone:

«Chiunque abbia scientemente nascosto ed ammesso al suo servizio un renitente, è punito col carcere estensibile a 6 mesi.

«Chiunque abbia scientemente cooperato colla forza alla fuga d’un renitente è punito col carcere da un mese ad un anno La ste. ssa pena si debbe applicare a coloro che con colpevoli maneggi abbiano impedito o ritardato la presentazione all’assento d’un iscritto.»

lo vi domando, o signori, quando vi erano le condizioni delle quali si è parlalo ampiamente in questa Camera, io vi domando se presuntivamente nei luoghi dove si trovavano tanti renitenti non erano da adottarsi generalmente queste disposizioni, e se non erano appoggiate sopra gli articoli 176 e 178 della legge. .

Quanto a me, credo che in quelle condizioni dianzi accennate, che la legge evidentemente non ha preveduto, perché non le poteva prevedere nel tempo in cui fu fatta, io credo che lo spirito della legge porta a che, per conseguirne lo scopo, sa ne faccia l’applicazione nel modo in cui io fu in Sicilia.

Del resto, o signori, il Ministero assume tutta intiera la responsabilità di queste disposizioni, perocché egli non avrebbe creduto di rispondere al voto esplicitamente manifestato dal Parlamento quando votava quelle due leggi che ho già ricordato, se non avesse cominciato dal ridurre in mano della giustizia coloro che turbavano così gravemente la pubblica sicurezza, che compromettevano l’esito della coscrizione.

Ed è lieto, o signori, del poter assumere del pari la responsabilità ' del modo col quale queste operazioni sono state eseguite, imperocché io dico, ed altamente dico che uno degli atti i più onorevoli per l’esercito nazionale fu appunto quello delle operazioni militari così felicemente condotte in Sicilia. (Segni di assenso)

Io credo, signori, che pochi eserciti sarebbero capaci di adempiere ad uffici così delicati, senza dar luogo a lamenti, senza abbandonarsi ad atti di indisciplina, senza che si abbiano avuti a deplorare quegli inconvenienti che pur troppo, quando si mandano piccole pattuglie comandate da ufficiali o sottoufficiali, soventi è ben malagevole di poter impedire. (Segni dì assenso)

Infatti, o signori, l’onorevole D’Ondes-Reggio vi diceva: avrebbero potuto accadere collisioni e nascere dei turbamenti della quiete pubblica, dalle quali si sarebbe potuto compromettere gravemente l’avvenire del paese; ma, o signori, questa ipotesi non si è mai verificata.

E come mai da un paese come la Sicilia, dove alla leva non erano abituati, dove evidentemente la leva non era popolare, in un paese il quale è tutto armato, imperocché voi ben sapete come le distribuzioni di armi alla guardia nazionale siano state fatte in gran quantità, e come la guardia nazionale di Sicilia abbia neppur quel limite del censo che è nella legge della guardia nazionale delle altre provincie del regno, per; ché là in quel senso fu modificata la legge del 1848, io vi domando, o signori, come mai se quella popolazione avesse avuti quei sentimenti che l’onorevole i D’Ondes-Reggio vi esponeva in questa Camera, come mai non avrebbe fatta in questo o quell’altro luogo qualche manifestazione di questo dispiacere e disgusto?

Io credo, signori, che questo sia dovuto a che la grande maggioranza della popolazione siciliana nutre a questo proposito dei sentimenti ben diversi da quelli dei quali l’onorevole D’Ondes-Reggio crede doversi fare l’interprete in questa Camera. (Bravo! Bene!)

Per parte mia io ritengo che egli esprimeva quei sentimenti che altra volta hanno dominato nella maggioranza della popolazione siciliana, come dominavano nella maggioranza di altre popolazioni italiane, quando in buona fede moltissimi credevano che per via della federazione piuttosto che per via dell’unità si potesse pervenire alla indipendenza e grandezza d’Italia.

Ma, o signori, oggi io credo che nella Sicilia vi sia il sentimento della italianità profondamente scolpito; io credo che questo è il motivo che quello che non è riuscito neppure al Governo siciliano nel 1848, questo sia riuscito felicemente a noi. (Bravo!) Quindi, signori, io credo che quelle dimostrazioni non sieno accadute pei motivi ai quali alludeva l’onorevole deputato D’Ondes Reggio...

D’ONDES-REGGIO.  Domando la parola per un fatto personale.

PERUZZI, ministro per l'interno... ma sibbene per questo sentimento che credo scolpito nell’animo della maggioranza dei Siciliani.

In secondo luogo perché la truppa si è condotta in una maniera così esemplare, da non dare nessuna occasione neppure a parziali turbamenti. (Bravo!) Ed infatti l’onorevole D’Ondes-Reggio, quando ha voluto spiegare i ringraziamenti che dopo la partenza della truppa furono mandati da una grande quantità di comuni siciliani, l’onorevole D’Ondes-Reggio, melo permetta, ha dovuto lanciare sopra i suoi concittadini un grave insulto, imperocché ha paragonato i municipi che erano nominati dai ministri borbonici coi municipi siciliani usciti dalla libera elezione dei loro concittadini. (Bravo!) Signori, io credo che queste manifestazioni fossero sincere; imperocché io penso che veramente nell’animo della maggioranza dei Siciliani vi siano quei sentimenti che io vi ricordava, e perché io credo che vi sia in coloro che escono dal libero suffragio dei cittadini bastante sentimento di dignità personale da non mentire a quello che nella loro coscienza credono giusto.

E questo è tanto vero, o signori, che io ricorderò per esempio un’ingenua deliberazione del municipio di Pantelleria, che altamente mi commosse quando ne ebbi la partecipazione.

Soffrite, signori, che brevissimamente ricordi i fatti di Pantelleria.

Voi sapete come colà si dissero sbarcati nel luglio ultimo passato 15 o 16 briganti venuti da Malta, e come questi per due mesi tennero in iscacco tutta la popolazione dell’isola ed un drappello di truppa comandata non so più da qual ufficiale. Tanto era il terrore che avevano sparso nell’isola che persino il sindaco non funzionava più, e l’azione del Governo era annullata.

Vedendo questo stato di cose altamente lagrimevole il ministro della guerra ed io demmo energici provvedimenti al prefetto di Trapani ed al generale Carderina, e fu inviato colà il colonnello Eberard con truppe e con un ufficiale di pubblica sicurezza. Arrivato il colonnello Eberard, prese dei provvedimenti d’urgenza, ordinò che fossero ridotti nelle città i bestiami sparsi per le campagne, e fece delle intimazioni per poter isolare i briganti, circondarli e prenderli.

Che cosa avvenne, appena questi ordini furono dati? Il sindaco immediatamente riprese le sue funzioni, tutto rientrò nell’ordine, e la popolazione aiutò efficacemente.

Questa bella missione del colonnello Eberard fu compiuta nel modo drammàtico che si è letto nei giornali di quel tempo; cosicché furono presi tutti i briganti entro una grotta, della quale non si erano potuti fino allora trovare gli accessi molto nascosti nelle pieghe del terreno.

Eccovi un brano del rapporto del colonnello Eberard:

«Credo pur cosa conveniente di far conoscere alla S. V. illustrissima come, sia la Giunta che il Consiglio comunale che la popolazione in genere di quell’isola, nulla abbiano tralasciato di quanto poteva valere a dimostrare quanta riconoscenza venga da loro sentita pel Governo del Re che sì efficacemente provvedeva onde ristabilire colà la pubblica sicurezza e ridonare la tranquillità a quegli abitanti; non che quanto sia stato da essi apprezzato l’eminente servizio reso loro dalle truppe, l’abnegazione e la disciplina di quest’ultime.

«Tacerò come durante l’operazione nei giorni 18 e 19 corrente in più della loro ragione sieno pure state, per cura del municipio, abbondantemente fornite sulla montagna di pane, vino, formaggio, legna e quanto poteva loro abbisognare;tacerò come rientrata la truppa dall’operazione sì felicemente compiuta, abbia io dovuto permettere, dietro reiterate sollecitazioni di quella Giunta, che dalla stessa venissero fatte alla truppa straordinarie distribuzioni di vino; ma ciò che credo poi meritevole di essere portato a conoscenza della S. V. illustrissima si è come quella Giunta municipale, nello scopo di viemaggiormente provare quanta riconoscenza sentisse quel paese verso il Governo del Re, abbia deliberato di cancellare dai conti di quell’amministrazione la partita di un migliaio circa di ducati di cui l’erario sin dal 1860 è a quell’amministrazione debitore.

«L’amministrazione medesima pagava inoltre le spese incontrate dal comando della colonna mobile pel nolo di barche che armate non cessarono d’incrociare intorno all’isola dal 15 al 18 corrente, non che la mercede dei marinai che le governavano»

Farò conoscere la lettera che il sindaco di Palermo scriveva il 19 novembre al generale Govone:

«Nel ringraziare la S. V. illustrissima delle gentili espressioni colle quali ha voluto onorarmi con lettera di oggi stesso, di numero 2215, per quei pochi servigi che questo municipio ha potuto prestarle in occasione alle operazioni fatte dalla truppa ai suoi ordini per la ricerca dei renitenti, io sento il debito di manifestarle, a nome anche della Giunta, che la città è rimasta oltremodo contenta dell’ammirevole contegno serbato dalle regie truppe in tale circostanza; e però ne porge per mio mezzo i meritati elogi e i più sentiti ringraziamenti alla medesima e all’egregio generale in capo che sì degnamente la comandava.

«Permetterà poi la S. V. illustrissima che io con questa occasione le ripeta gli attestati della mia più alta considerazione, con cui ho il pregio di rassegnarmi.

«Il sindaco

«A. RUDINI'.»

BELTRANI. Chiedo di parlare per un fatto personale.

PERUZZI, ministro per l'interno. Potrei, signori, moltiplicare queste citazioni, come potrei altresì portarvi alcune deliberazioni di Giunte e di Consigli comunali, le quali eccitavano a fare delle leggi speciali per ristabilire la pubblica sicurezza in Sicilia e ringraziarono quando quelle leggi furono presentate e quando furono promulgate, ma non voglio stancare la Camera con queste citazioni, e mi permetterò di chiudere questo già troppo lungo discorso col far sentire alla Camera come tutti i prefetti dell’isola da me interpellati intorno alla convenienza o no di proporre il rinnovamento della legge del 15 agosto 1863 che va a spirare col 31 dicembre di quest’anno, tutti ad una voce abbiano fatto delie risposte quasi stereotipate, dicendo essere indispensabile, se non si vogliono perdere i frutti delle operazioni eseguite, che questa legge venga confermata, e di più venga prolungatala durata del domicilio coatto; imperocché il timore di vedere ritornare dopo un anno questi facinorosi inquieta assai le popolazioni dell’isola, le quali vedono che ancora non si ottengono dall’applicazione di questa legga quei risultati per le regolari funzioni amministrative e giudiziarie che se ne erano sperati; quantunque io creda, o signori, e nessuno mi contraddirà che la trasformazione delle condizioni della sicurezza pubblica nell’isola sia veramente maravigliosa.

Finalmente, o signori, poiché io credo che il risultato di questa discussione debba essere quello di chiarire perfettamente quali siano stati e siano gl’intendimenti del Governo per assicurare la ristaurazione completa della pubblica sicurezza nelle provincie dove questa lascia purtroppo ancora a desiderare, io chiedo alla Camera il permesso di darle lettura, e sarà l’ultima, delle istruzioni che ho dato ai prefetti delle quattro provincie occidentali della Sicilia con circolare nella quale è stabilito tutto l’intendimento del Governo a questo riguardo.

Ai prefetti di Palermo, Trapani, Girgenti e Caltanissetta.

 «Da molto tempo vari prefetti della Sicilia ed anche parecchi cittadini di alcune provincie dell’isola rappresentavano la necessità di provvedere con misure straordinarie ai pericoli per la pubblica sicurezza nascenti dal gran numero dei renitenti alla leva, di malfattori amnistiati, evasi dai carceri o sfuggiti alle ricerche delle autorità giudiziarie e di pubblica sicurezza; dal cattivo ordinamento delle compagnie di militi a cavallo, comandate da uomini disadatti o non aventi prestata la voluta cauzione, e composte in parte di uomini pericolosi; dall’imperfetto servizio prestato dai carabinieri in alcune località, per non essere accasermati; e dalla difficoltà di trovare aiuto in molti municipi e guardie nazionali, nonché nei cittadini chiamati a fornire indicazioni alle autorità di pubblica sicurezza ed a deporre in giudizio.

«Il Ministero, dopo aver dati vari provvedimenti nell’intendimento di ottenere la desiderata riforma del personale dei funzionari governativi, delle autorità municipali e delle guardie nazionali; dopo avere inviato nelle varie parti dell’isola un alto funzionario colla missione speciale di provvedere al casermaggio dei reali carabinieri ed al riordinamento degli uffizi di pubblica sicurezza, si determinava a chiedere al Parlamento la sostituzione della giurisdizione militare alla ordinaria per i renitenti, come già era stato disposto per i disertori, e la facoltà di assegnare un domicilio coatto ad alcune categorie di persone pericolose riputate meritevoli di siffatta misura da Giunte provinciali all’uopo istituite.

«Senonché, per applicare queste provvidenze legislative, occorrendo ridurre in potere delle pubbliche autorità gl’individui meritevoli di essere colpiti dalle medesime, fu mestieri eseguire delle operazioni militari, per le quali, se dovette essere recato in varie località qualche momentaneo impedimento alla generalità delle popolazioni, perché non fuggissero gl’individui ricercati, vennero prontamente migliorate dovunque le condizioni della pubblica sicurezza.

«Ora, ad assicurare il compiuto e durevole conseguimento dello scopo importantissimo per il quale il Ministero, sotto la propria risponsabilità, ordinava queste operazioni straordinarie, il sottoscritto fa assegnamento sull’opera delle autorità da lui dipendenti, le quali devono porre il massimo studio nel condurre a compimento l’azione riparatrice stata così energicamente avviata mercé l’efficace concorso del' valoroso esercito nazionale.

«Mentre i tribunali militari spingono alacremente i giudizi contro i renitenti, perché questi prender possano nelle file dell’esercito quel posto onorato che compete a tutti gl’italiani, ed i tribunali ordinari istruiscono i processi contro quei malfattori che sono soggetti alla loro giurisdizione, dovranno i signori prefetti affrettarsi a designare alle Giunte provinciali, istituite per virtù dell’articolo 5 della legge 15 agosto 1868, gl’individui ai quali convenga assegnare un domicilio coatto, e trasmettere i relativi pareri al Ministero, dal quale è già stato disposto l’occorrente, perché questa misura esser possa prontamente ed efficacemente applicata.

«Ed a ridurre all’impotenza di nuocere quelli fra gli individui pericolosi, ai quali non sieno reputate applicabili né le leggi penali, né quelle testé ricordate, molto possono giovarsi le autorità delle disposizioni del decreto del 17 ottobre 1860, e della legge del 24 agosto 1862 (n° 791), rispetto agli amnistiati, non che della legge di pubblica sicurezza del 15 novembre 1859.

«Infatti, se le autorità competenti veglieranno attentamente a che i condannati per reati di sangue dimorino lungi dal domicilio degli offesi, e quelli per furti porgano la prescritta mallevadoria, o sieno sottoposti alle prescrizioni dell’articolo 8 del decreto prodittatoriale suricordato, l’applicazione ai trasgressori delle disposizioni degli articoli 2 e 3 della leggo del 24 agosto 1862 recherà indubbiamente nelle mani della giustizia non pochi individui pericolosi.

«E questo stesso risultamento potrà venire altresì efficacemente conseguito mercé la intelligente e solerte applicazione delle disposizioni della legge di pubblica sicurezza, relative alla sorveglianza degli alberghi, trattorie, caffè e simili stabilimenti, alle prescrizioni da dare per la chiusura de’ medesimi nelle ore serali, e segnatamente di quelle relative ai viandanti, agli oziosi, vagabondi, mendicanti, ladri di campagna ed al porto d’armi.

«Il sottoscritto non dubita che i signori prefetti avranno già adottate e saranno per adottare viepiù le prescrizioni che dalle leggi testé ricordate sono poste nelle loro mani e mercé le quali già furono da reputati funzionari restaurate le condizioni della pubblica sicurezza in altre importanti provincie; ma vano sarebbe riprometterci da queste prescrizioni il desiderato effetto, se all’opera ordinatrice dei funzionari superiori non rispondesse il concorso dei sindaci e dei delegati di Governo, e se l’azione dei reali carabinieri e della regia truppa non fosse aiutata efficacemente dalla guardia nazionale e dai militi a cavallo.

«Pongano adunque i signori prefetti il più solerte studio nell’eseguire il riordinamento dei militi a cavallo prescritto dal regio decreto del 30 settembre 1863, attenendosi rigorosamente alle istruzioni date loro colla circolare del 3 ottobre 98776-8795; si adoperino efficacemente perché mercè la missione del generale Cerutti, intesa ad aiutare il riordinamento delle guardie nazionali nelle provincie che maggiormente ne abbisognano, venga questa nobile istituzione posta in grado di produrre dovunque gli utili risultamenti che già produce altrove ed anche in parecchi comuni della Sicilia; animino lo zelo dei funzionari da loro dipendenti, dei municipi e dello guardie nazionali, imprimendo all’azione loro un energico impulso; e qualora vi abbiano funzionari, municipi o guardie nazionali che non sappiano o non vogliano fare il debito loro, non esitino a proporne rispettivamente la surrogazione o lo scioglimento, in conformità delle precise disposizioni già partecipare colle circolari 30 dicembre 1862 (n° 28209, divisione vii, sezione i), e il 27 dicembre 1862 (n° 22211, divisione iv, sezione hi), delle quali qui si unisce un esemplare.

«Mentre da un lato il Ministero sarà sollecito di assecondare le proposizioni dei signóri prefetti intese ad introdurre le riforme occorrenti nel personale da loro dipendente, nonché nelle amministrazioni municipali, nelle guardie nazionali, nelle compagnie di militi a cavallo, li terrà intieramente responsabili della esecuzione delle misure prescritte per restaurare la pubblica sicurezza in tutte le provincie della Sicilia, come già lodevolmente avvenne per alcune di esse.

«E poiché finalmente stanno ora per essere eseguite le operazioni della leva, i signori prefetti avranno una cura speciale d’occuparsi col più diligente studio perché queste operazioni procedano per modo da prevenire, per quanto sia possibile, tutto quello che può aver contribuito a dare nelle leve antecedenti un così ingente numero di renitenti.

«Quando mercè la pronta ed energica applicazione delle misure sovraccennate, sieno, come già avvenne in gran parte, ridotti in carcere o allontanati dall’isola gl’individui pericolosi che tenevano i cittadini sotto la minaccia di private vendette, e quando sia prevenuto il rinnovamento degli inconvenienti cui si è posto riparo, confida il sottoscritto che all’azione delle pubbliche autorità non farà difetto il concorso dei cittadini, e che le condizioni della pubblica sicurezza saranno intieramente ristorate.

«Ella si compiacerà accusare ricevimento della presente, e far conoscere frequentemente al Ministero le misure che avrà adottate intorno ai vari punti sui quali il sottoscritto ha richiamato la più sollecita sua attenzione.»

Ora, signori, io credo di avervi nettamente spiegato quali siano stati gli intendimenti del Governo nelle operazioni che ha eseguite nelle provincie siciliane, e come egli ritenga d’essere pervenuto a tali risultamenti da poter avere intiera fiducia che, perseverando ancora per qualche tempo in questo sistema, noi riusciremo a mettere quelle provincie nelle condizioni stesse nelle quali si trovano le altre del regno.

E se io vi ho lungamente ed apertamente esposto tutto quello che il Governo ha fatto, egli è perché il Ministero attende da voi un esplicito voto il quale giudichi del suo operato. Imperocché, o signori, bisogna che da questa discussione chiaramente risulti se quello che si fece in Sicilia per l’arresto di questi malfattori debba essere disfatto, e questo non lo sarebbe certamente da noi che ci riputeremmo altamente colpevoli se rinviassimo in Sicilia questi individui assai pericolosi ed intieramente degni dei provvedimenti stati adottati per i quali tanto vantaggio si è recato alle condizioni di quell’isola.

Oppure qualora la Camera ritenga che noi abbiamo bene operato, che noi abbiamo bene interpretato lo spirito delle leggi da voi votate, in questo caso, signori, per perseverare in questa difficile impresa, a noi bisogna il concorso esplicito della rappresentanza nazionale, che ci dia la_ forza di far fronte a tutte le resistenze che incontriamo. Diffatti, o signori, come io aveva l’onore di dirlo nella relazione al Senato del regno, egli è tempo (Con calore) che tutte le provincie italiane siano messe in condizioni eguali, tanto per la pubblica sicurezza quanto per il contributo che devono prestare alla formazione dell’esercito nazionale. (Bene Bravo!) Egli è tempo che di tutte le forze vive della nazione noi possiamo disporre quandochessia, imperoccliè, o signori, questa è condizione essenzialissima ed indispensabile perché ci possiamo presentare dinanzi all’Europa in modo degno della nazione che rappresentiamo, in modo tale da potere contribuire al consolidamento ed al compimento della nostra unità nazionale. (Bravo! Bene! a destra e al centro)

PRESIDENTE. Prima che la discussione ulteriormenta proceda, si deve dare sfogo ad alcune incidentali emergenze.

Darò innanzi tutto lettura di un ordine del giorno stato presentato dagli onorevoli Paternostro e Gravina, del tenore seguente:

«La Camera, sperando che il Governo nell’adottare provvedimenti energici per la tutela della pubblica sicurezza e la formazione dell’esercito non oltrepasserà i limiti segnati dalla legge, passa all’ordine del giorno.» (Susurro)

Viene dopo un altro ordine del giorno presentato dall’onorevole Crispi e da trentaquattro altri nostri onorevoli colleghi, così concepito:

«La Camera, considerando che dalla discussione risulta avere il Ministero apertamente violate le leggi dello Stato, ritiene superflua l’inchiesta parlamentare, e passa all’ordine del giorno.» (Movimenti diversi e risa)

Una voce a sinistra. Che c’è da ridere? (Rumori)

PRESIDENTE. I nomi degli onorevoli deputati che hanno firmato quest’ordine del giorno sono i seguenti: Crispi, Mordini, Bargoni, La Porta, Lazzaro, Cadolini, Minervini, Curzio, Calvino, Bertani, Miceli, Sineo, Fabrizj Nicola, Brunetti, Zanardelli, Vischi, Catucci, De Boni, Lovito, Laurenti-Robaudi, Tamajo, Maccabruni, San Donato, Cognata, Polsinelli, Polti, Romano Giuseppe, Cuzzetti, Mandoj-Albanese, Vecchi, Greco Antonio, Marsico, De Luca, Romeo Stefano.

Debbo inoltre dichiarare alla Camera che gli onorevoli Mordini, Crispi, La Porta, Calvino, Marsico, De Luca, i quali avevano firmato l’ordine del giorno D’Ondes-Reggio con cui si chiedeva l’appello nominale sulla votazione dell’inchiesta parlamentare, coerentemente al nuovo ordine del giorno e per cui dichiarano superflua l’inchiesta parlamentare, ritirano la firma per essi apposta a quell’ordine del giorno.

Verrebbero ora i fatti personali.

Hanno chiesto la parola per fatti personali gli onorevoli Govone, Paternostro e Lazzaro.

Io pregherei l’onorevole Govone...

GOVONE. Vi rinuncio. (Bene!)

PRESIDENTE. Farei ora all’onorevole Paternostro la preghiera di riservare il fatto personale per cui ha chiesto la parola all’occasione in cui svolgerà il suo ordine del giorno.

paternostro. Accetto il consiglio dell’onorevole presidente tanto più volentieri che dopo le amichevoli spiegazioni datemi ieri sera dall’onorevole ministro dell’interno, il fatto mio personale avrebbe perduto importanza.

PRESIDENTE. Ora mi rivolgo all’onorevole Lazzaro, pregandolo di voler egli pure riservarsi a svolgere il suo fatto personale quando parlerà in merito alla questione essendosi egli inscritto.

LAZZARO. Siccome in questa discussione io non avrò quest’altra occasione di cui parla l’onorevole presidente, io crederei che dovesse concedermi la parola adesso.

PRESIDENTE. Dichiari il suo fatto personale.

LAZZARO. Esso consiste in ciò, che il signor ministro ha citato alcune mie parole prendendole ad occasione dell’interpretazione da esso data dell’articolo quinto della legge 15 agosto.

Siccome anche altri hanno inteso giustificare quest’interpretazione prendendo la stessa occasione, così io mi credo non solo in diritto, ma in dovere di fare alcune dichiarazioni che rivelino lo spirito e il fine di quelle parole. Ecco il fatto personale.

PRESIDENTE. Parli.

LAZZARO. Quando l’onorevole ministro dell’interno ieri ha fatto la storia del modo con cui fu condotta la discussione nella seduta del 31 luglio, io credeva a dir Vero che prima di arrivare all’incidente che mi riguarda ne avesse citato altri che erano atti a svolgere ed a chiarire le mie parole. La Camera e l’onorevole ministro ricorderanno come prima della presentazione dì quel progetto di legge una classe di cittadini in Napoli si trovasse in una posizione anormale. Or nella discussione della legge bisognava legalizzare quella posizione che già preesisteva. Ed a tal uopo io mi ricordo benissimo di averne spesse volte parlato precedentemente coll’onorevole ministro, ed anche in seno alla Commissione della quale faceva parte, lnsomma era questione di sapere che cosa s’intendeva di fare di 500 o più persone carcerate nelle Murate in Firenze senza alcun giudizio.

Allora si pensò che sarebbe stata occasione opportuna la discussione della legge: quindi non nello scopo di applicare quell’articolo 6 alle provincie non dichiarate infestate dal brigantaggio, ma bensì di legalizzare, migliorare una posizione illegale, io feci quella domanda. Ed insisto che io parlai, e parlai specialmente delle provincie di Napoli, perché eravamo arrivati al punto o di porre in libertà i 500 individui detenuti nelle Murate di Firenze, oppure legalizzare la loro posizione.

Da ciò si vede con la massima evidenza che io in quella domanda fui animato da un pensiero umanitario, liberale, poiché invece di tenere detenuti tanti individui illegalmente, si migliorava la loro condizione, e ciò con applicazione dell’articolo 5 il quale non parla di prigionia, ma di domicilio coatto.

Ecco dunque lo spirito da cui fu animata la mia domanda.

Ora, dalle mie parole il ministro ha voluto dedurre una conseguenza alla quale, in verità, non mi aspettava né io, né la Camera, né alcuno. Imperocché era molto strano che un ministro il quale solennemente aveva dichiarato pochi giorni prima che una legge simile era la negazione dello Statuto e della civiltà, venisse poi in Parlamento ad interpretare in senso ristrettivo alla libertà l’articolo più odioso di quella legge che egli avea un momento prima condannato.

PRESIDENTE. Ora la parola spetterebbe all’onorevole D’Ondes-Reggio che la chiese egli pure, come ho avvertito, per fatto personale; ma siccome la parola gli spetterà come interpellante, e l’ha in tal senso di già domandata, io pregherei lui pure di differire a quell’occasione quant’egli intenda di dire per fatto personale.

D’ONDES-REGGIO. Faccio come vuole.

PRESIDENTE. L’onorevole Beltrani intende parlare per il suo fatto personale?

BELTRANI. Or ora ho parlato coll’onorevole Covone. A me fa senso la dichiarazione che si volle pubblicare fatta dal sindaco signor Rudini: ma io ho sicura la coscienza. Io scrissi la mia prima lettera il giorno 2 ottobre, e la dichiarazione è del 10 novembre.

Il sindaco non mutando il suo concetto intorno alle illegali misure militari, avrà potuto ringraziare poi per i miti provvedimenti presi. Avrà detto: giacché abbiamo un gobbo, per gobbo è fatto bene.

PRESIDENTE. Debbo dar lettura alla Camera d’un ordine del giorno presentato dall’onorevole deputato Scrugli:

«La Camera, intese le interpellanze dell’onorevole D’Ondes-Reggio e le dichiarazioni del Ministero, passa all’ordine del giorno puro e semplice.»

La parola, secondo l’ordine delle iscrizioni, spetta al deputato Mordini.

MORDINI. Signori, non tanto come deputato di Palermo, quanto, e molto più, come italiano, compreso da profondo sgomento, sento imperioso in me il dovere d’intervenire nella discussione oggi che davanti al tribunale supremo della Rappresentanza nazionale si agita con tanta solennità la causa dei dolori di una nobilissima provincia, dolori che sono veramente di tutta l’Italia.

Il campo dei fatti fu largamente mietuto: non intendo entrarvi. Anzi, sono d’avviso che ormai nell’interesse di tutti noi si debba abbandonare questo terreno; si debba d’una questione speciale fare una questione generale; si debba esaminando il presente indagare l’avvenire.

Io credo che non si possa portare un giudizio retto, maturo, adeguato sui fatti, se non si risalga alle cagioni di quelli. L’onorevole ministro per l’interno, debbo dichiararlo, mi ha preceduto in questa via, ma, o per manco di lume sintetico, o per ragioni calcolate d’interesse proprio si è fermato a mezzo, non ha potuto fornire l’intiero cammino, non ha potuto dare una soddisfacente ragione dei due fatti secondo lui prominenti nelle manifestazioni della vita pubblica in Sicilia, l’odio alla leva, e l’avversione a concorrere col Governo per tener ferma la pubblica sicurezza.

Voi dunque vedete, o signori, come a voler comprendere in tutta la loro interezza i dolori della Sicilia sia necessario ripensare alla natura degli uomini ed ai caratteri generali delle rivoluzioni che hanno scosso in questi ultimi tempi quella terra generosa.

Per natura, voi lo sapete, e per sangui diversi mescolati e trasfusi di generazione in generazione i Siciliani sono un popolo impetuoso, ardito, fiero, amantissimo della casa propria, privilegiato d’ingegno vivace ad un tempo e profondo. Nobili qualità che preparano uno splendido avvenire a quel paese, e fin d’ora son pegno che eserciterà una grande influenza nei supremi consigli della nazione.

Queste lodi cui presso voi giustifica la schiera eletta dei nostri colleghi venuti da quell’estrema parte d’Italia, e questi vaticini lusinghieri io posso farli imparzialmente perché nato in altra terra italiana, vidi, conobbi, osservai con diligenza da vicino le provincie della Sicilia.

Ma se la natura fu larga di meravigliose facoltà ai Siciliani, le male signorie, l’onorevole ministro ve l’ha già detto stigmatizzandole con vive pennellate, adoperarono tutti i. loro sforzi per contrastarne lo sviluppo e per impedire il ritorno d’un periodo di civiltà che fosse pari, od anche superasse quelli che resero famoso il nome della Sicilia in altri tempi nel mondo.

Pur troppo la tirannide trionfò colla violenza materiale. Se non che invano seminò l’ignoranza, la superstizione e la corruzione in tutti gli ordini della vita privata e pubblica e invano sancì i suoi decreti bestiali coi più raffinati tormenti, ché, per quanto ella facesse, non riuscì, e la coscienza collettiva del paese potè resistere vittoriosamente.

Colle cospirazioni, colle insurrezioni, colle rivoluzioni si resero famose Siracusa, e Messina, e Catania, e Palermo. Quella del 1848 fu una grande rivelazione all’Italia. Io non esaminerò perché cadesse, ma non posso assentire coll’onorevole ministro dell’interno che fosse solo per mancanza di soldati e di pubblica sicurezza. Io credo che altre cagioni concorressero, e credo sopratutto fosse per colpa di quel partito ohe mandò a male tutte le altre rivoluzioni di Europa. (Mormorio a destra — Bene! a sinistra)

Ma dopo il 1848, preparata dalle lezioni dei tempi che erano preceduti, e dall’apostolato e dall’opera indefessa d’uomini devoti al principio di unità, scoppiò la rivoluzione del 1860.

Il popolo siciliano sotto i benefici influssi del portentoso avvenimento, e della stima, della fiducia, dell’amore che mostrò per lui il capo di sua elezione, si sentì per così dire rigenerato, agli occhi propri apparve altamente nobilitato e corrispose colla stessa stima, collo stesso rispetto, collo stesso amore e con pronta e volenterosa obbedienza. Molte virtù potemmo scoprire allora nelle popolazioni siciliane, e come niun sacrifizio fosse loro grave. Combatterono valorosamente in nome d’Italia, e, non appena ebbero vinto, al nome d’Italia accorsero a liberare i fratelli napoletani.

Io sostengo che tutto si poteva facilmente ottenere da un paese il quale aveva confermato le proprie vittorie colla rinunzia a qualunque aspirazione di esistenza separata dall’Italia, e col più bel plebiscito d’Italia; bastava solo secondarne saviamente le nobili qualità, dirigerne prudentemente gl’istinti felici.

La Sicilia allora contenta e soddisfatta, sarebbe stata ben presto un elemento di grandezza e di prosperità per l’Italia. Invece la vediamo malcontenta, e, se per poco ancora le cose procedano di questo passo, vi ha ragione di temere che ella possa diventare un serio ostacolo alla grandezza italiana. (Movimenti)

La cosa non può recar meraviglia. Il sistema che ci governa trovò una popolazione espansiva, e la trattò con un fare compassato e con sussiego; trovò una popolazione piena di entusiasmo, e ne compresse lo slancio, ne agghiacciò i sentimenti; trovò una popolazione riconoscente, e cercò di spegnerne gli affetti più vivi, di cancellarne le memorie più care..

Ora voi vedete, o signori, che di questo modo, spezzato ogni vincolo morale, chiusa ogni comunicazione alla stima scambievole, all’affetto, alla fiducia, il Governo dovè trovarsi solo.

Ma invece di fermarsi, di riflettere e anche di ritirarsi dal mal passo, incominciò e proseguì con molto ardore un lavoro di unificazione che per nulla corrispondeva alle tradizioni e alle tendenze dell’isola.

Invece di osservare e praticare quel gran principio del poco alla volta che domina tanto nel mondo fisico come nel morale, si diede ad imporre tutte d’un pezzo riforme radicali, e d’un colpo a sovvertire l’amministrazione del paese. Il risultato non poteva essere dubbio. Si erano dimenticati gli esempi i più luminosi che ci porge la storia degli altri paesi; non parlo della storia dell’Inghilterra fra gli altri, ma della nostra stessa storia a cominciare dai Romani fino alle riforme Leopcldine toscane, le quali, se attecchirono così bene, fu solamente perché erano state da gran tempo invocate e di lunga mano preparate.

Io credo che rimarrà memorabile il fatto della prova tormentosa a cui i neofiti unitari d’Italia hanno sottoposto le provincia meridionali, e farà maraviglia come in un’epoca di sosta e delle più precarie, mentre eravamo accerchiati da infinità di nemici più o meno palesi, si desse opera a riformare amministrativamente d’un tratto la metà quasi d’Italia.

Offesa in questo modo nei suoi interessi morali e materiali la Sicilia, avvenne quello che doveva necessariamente seguire; essa si ritrasse in disparte, abbandonò il Governo, ed il Governo rimase solo o con pochi amici.

Intanto però la sfiducia si era impadronita dei buoni, e i cattivi, per mancanza di ogni incoraggiamento a riabilitarsi, a vivere virtuosamente, e perché, vedendo esautorato moralmente il Governo, più non ne temevano la forza materiale, tornavano più che mai ad esere infesti alla società.

Ora, come succede che moltissimi buoni debbano lasciarsi sopraffare dai pochi tristi? Il fenomeno esiste ed ha bisogno di una spiegazione. Questa spiegazionese voi vogliate ripensare alle cose da me dette, non la potete trovare se non in questo, che per quanto grande possa essere l’avversione per i tristi in Sicilia, anche maggiore è l’avversione per gli uomini che ci governano, e pel loro sistema.

La stessa ragione vi spiega il fatto dei renitenti alla leva.

Ma dunque si dovrà credere che i Siciliani, i quali sono naturalmente valorosi e arditi, siansi proprio oggi trasformati in paurosi? Si dovrà credere che l’araor di patria, del quale hanno dato tante prove, sia venuto a mancare? No, neppur questo si può credere, signori. Resta la spiegazione del fatto quale io ve l’ho data riguardo al niun concorso dei Siciliani per tener ferma la pubblica sicurezza.

Alcuni dei nostri avversari non tengono lo stesso nostro metodo, non vogliono dagli effetti risalire alle cagioni, ma adagiati in quell’ordine di fatti che cadono immediatamente sotto i sensi, si proclamano uomini eminentemente pratici, e battono un’altra via. Al contrario del ministro dell’interno, il quale, per quanto potè, tentò elevarsi ai principii generali, il ministro della guerra se ne stette puramente e semplicemente ai fatti.

Apertamente debbo dichiarare che il signor Della Rovere non ha dato prova in questa discussione di essere un uomo politico prudente, un?statista avvisato. Egli, sedotto dallo spirito di corpo, il quale è nobilissimo, ma spesso pericoloso, ha convertito la sua legittima difesa in offesa imprudente; ha fatto pubblica mostra di Vergogne, le quali, seppure esistono, sono vergogne nazionali; ha compromesso tutto il Governo di fronte alla Sicilia; ha scoperto un lato debole dello Stato; ha perduto di vista l’interesse generale del paese; ha dimenticato che l’Europa e gli stranieri che insidiano alla fortuna nascente d’Italia raccoglierei; bero le sue parole e ne farebbero avidamente tesoro, (Bene! a sinistra)

Nulla dirò del discorso del deputato Govone; nulla del rapporto che fa parte integrale del sistema di dii fesa adottato dal ministro, Quel discorso non fu che un’amplificazione dei concetti dell’onorevole ministro della guerra; fa come un’eco che più e più volte ripetè con diverse gradazioni una sola e medesima voce.

Ma non posso tacere come io ritraessi una penosissima impressione dalle orazioni dell’onorevole ministro della guerra. Io credeva di quando in quando sentirmi offuscare l’intelletto e in quei momenti mi pareva che un genio maligno all’Italia spingesse gli oratori ad un linguaggio ostile alla Sicilia, e la Camera ai sorrisi di compiacenza ed agli applausi quasi si rammaricasse poi di non avere in pronto qualche corona di alloro. (Bene! Bravo! a sinistra)

lo so bene che all’indomani un altro sentimento si è impadronito di tutta la Camera..

Alcune voci. No! no!

Voci a sinistra. Peggio per chi dice no!

MORDINI... so bene che la coscienza della Camera si è risvegliata, che ha lamentato un momento il quale deve essere posto oramai in dimenticanza. So bene che il deputato Govone, obbedendo a sentimenti nobili e generosi, ha spiegato le sue idee, e procurato di cancellare l’impressione che avevamo risentita; ma restano pur troppo i fatti, o signori, ed è su questi fatti che noi s'amo chiamati a discutere.

Qual è il ragionamento del ministro della guerra? Egli vi dice: le condizioni della Sicilia, nella primavera scorsa, erano straordinarie; bisognava ad ogni modo ripararvi; io feci dunque bene a proporre e a mandare ad esecuzione la legge sui renitenti. I risultati ottenuti ottimi sono stati, epperò voi mi dovete un bill d’indennità non solo, ma lode.

Osservo prima di tutto che io non impugno la facoltà nell’onorevole ministro della guerra di mandare ad esecuzione la legge sui renitenti alla leva. La Sicilia non concorreva, secondo l’obbligo suo, alla leva; ed ei fece bene a compir quell’atto, perché ritengo che la Sicilia anch’essa, come qualunque altra terra italiana, debba fornire il suo contributo all’esercito nazionale (Benissimo! a sinistra); perché voglio che non vi sia grado di inferiorità o grado di superiorità nelle diverse provincie d’Italia; perché le nostre glorie hanno da essere ugualmente divise da tutti gli abitanti della Penisola, come devono essere divisi i dolori, come in un caso funesto dovrebbero anche essere divisi in comune i disastri e le sventure nazionali.

Ma io non intendo che, trattandosi di mandare ad esecuzione una legge, si usino modi illegali ed arbitrari (Con forza); questo è che impugno io, questo è che impugniamo noi dell’opposizione in questa Camera.

Nè ciò può negarsi, o signori; vedete, non lo impugnò il ministro della guerra, e lo dichiarò esplicita mente il deputato Govone.

«Io, o signori (così il deputato Govone) se dovesse ia Camera giudicarmi non lo so, ma io dico che, se la Ca mera tiene solamente conto delle misure prese, senza badare alle eccezionalità delle circostanze che resero necessarie le misure eccezionali, dovrebbe condannarmi. i Ma per me, e credo pure per tutti gli altri miei col leghi, per me, il deputato Govone non ha bisogno di presentarsi alla Camera a ricevere amnistia; egli stesso ha detto, non può aspettarsi dalla Camera né lode, né biasimo. Noi dentro questo recinto vediamo sola mente il deputato Govone, non pensiamo al generale Govone; noi non vediamo e non possiamo vedere che solo ministro.

E si noti che in una istituzione quale è l’esercito, colla dottrina prevalsa dell’obbedienza passiva, il solo capo dell’esercito è moralmente risponsabile. Egli dunque deve avanti al paese e alla Camera rispondere delle città lasciate senz’acqua per 27 ore! Non è morto nessuno, vi diceva l’onorevole ministro della guerra, ma egli non può dire quanti casi di patimenti fisici abbia prodotti questa mancanza d’acqua per 27 ore (Mormorio a destra); egli non ha pensato ai vecchi, non ha pensato alle donne, ai fanciulli, e non ai malati.

Il ministro della guerra deve inoltre rispondere delle famiglie bruciate vive, e degli uomini puniti per le loro fisiche infermità sortite colla nascita, mediante cura di ferro e di fuoco.

Voi mi direte, e io lo concedo, che mollissimi casi i quali sono stati rimproverati non sono accertati, ma facendovi le più ampie concessioni, signori, voi mi accorderete che una famiglia viveva una sera, e poche ore dopo non presentava che cadaveri carbonizzati. Questo solo mi basta. Ebbene, contro questi eccessi, che portano l’impronta della barbarie, noi protestiamo, o signori, con tutta la forza dell’anima nostra.

Noi abbiamo un affetto vivo e profondo pei nostri soldati, che sono parte della nazione, parte di noi stessi. (Bene! a sinistra) Il cuore ci batte anche più lieta mente quando pensiamo con orgoglio ai nostro giovane esercito. A questo giovane esercito noi portiamo gratitudine pei servizi già resi, e noi, noi nutriamo speranza che possa in breve far trionfare i destini d’Italia nelle ultime finali battaglie.

Ma tanto maggiore è il dover nostro di essere severi col capo di questo esercito. Poco importa che egli ci dica che deplora taluni fatti; noi crediamo all’onore ! vole ministro, rispettiamo la sincerità dei suoi sentimenti, ma gli rispondiamo che eccessi non se ne debbono mai verificare. Quando se ne verifichino, la colpa è sua.

Noi non possiamo ammettere, neppure in un caso solo, che il rigore militare si trasformi in sevizie, in brutalità. Noi, quando disgraziatamente questi eccessi avvengano in un esercito come il nostro, composto di uomini naturalmente buoni e miti, noi ne domandiamo conto al capo che tiene il portafoglio della guerra.

Ma l’onorevole ministro della guerra ha poi tanto da rallegrarsi degli ottimi risultamenti? Io ho provato che nell’eseguire la legge egli è uscito dalla legalità. Quando si allegano dunque gli ottimi risultamenti, io rispondo dapprima che il fine non giustifica i mezzi. Eppoi il deputato Govone stesso ve lo ha detto apertamente che il miglioramento è passeggierò, che è necessario persistere. Ma se così deve essere, i mezzi ordinari e normali di Governo per la Sicilia diventeranno le provvisioni straordinarie ed eccezionali; cito le parole del deputato Govone.

«Ma, o signori, per la poca esperienza che ho acquistata, devo dire che questo miglioramento è passeggierò, perché, quando circostanze sociali non permettono ai tribunali di cogliere, di condannare i colpevoli, i malviventi rinascono e con essi i delitti,» ecc.

Bramerei adesso una spiegazione dal ministro La Rovere. Per quanto io sia animato da sentimenti italiani, per quanto io, facendo l’esame della mia coscienza, non abbia a rimproverarmi di un solo istante consacrato a sentimenti locali e municipali, non posso tuttavia non risentirmi, quando sento lanciare accuse che han per effetto di coprir di vergogna una nobile provincia.

L’onorevole ministro della guerra vi diceva che le tre leve 1840, 1841 e 1842 diedero sui ruoli 19, 298 renitenti. In altra parte del suo discorso ei vi fa questo conto: si sono arrestati 4000 circa renitenti; ne restano 466. Per 8000 si provò che erano morti od avevano cambiato domicilio, o non erano esistenti. Dunque dico io: 4000 arrestati, 8000 che sicuramente non si devono contare fra i renitenti, 466 che si hanno ancora da trovare, sono in tutto 12, 466; come si giunge a 19, 298?

Ci ha di più: per quanto tempo non è stata infamata sui pubblici fogli la gloriosa città di Palermo?

Essa era debitrice di 4000 renitenti al Governo. Ebbene, si confessò l’errore e si dichiarò che 900 sono stati arrestati, e piccolissimo numero ne avanza a trovare.

Ora io voglio ricordare alla Camera che l’onorevole ministro della guerra diceva dare ogni provincia italiana in media, leva per leva, 150 renitenti. Ma se Palermo era debitrice di tre leve, questa, alla stregua delle altre provincie italiane, avrebbe dovuto presentare 450 renitenti, ossia la metà di 900.

Ora io domando se l’averne Palermo dati 900 invece di 450, ossia il doppio, sia una buona ragione per poter accusare una sì nobile città, nuova alla leva, mentre che ogni altra provincia italiana vi darebbe per tre leve 450 renitenti dopo che la leva è un’ istituzione oramai radicata. (Susurro a destra) E ancora, o signori, non dimenticate la Sardegna e le difficoltà che sono state quivi incontrate...

Voci dalla destra. Nessuna.

MORDINI... e nelle Marche e nell’Umbria.

Or bene come si superarono queste difficoltà in quelle provincie si supereranno di certo nella Sicilia.

Non c’è nessun motivo per cui la Sicilia non debba fornire il suo contingente, ma dovete convenire meco, un’istituzione di questa natura non può immediatamente trapiantarsi con ottimi risultamenti nei costumi di una popolazione.

Prima di prendere licenza dall’onorevole ministro della guerra, benché l’onorevole La Porta ne toccasse con alquante parole, io mi credo in dovere di dire che il signor Perrone Palladini di Palermo, del quale lesse l’onorevole generale Della Rovere una lettera scritta al Precursore di Palermo, non sostenne e non inculcò mai ai suoi concittadini di sottoporsi ai modi illegali ed arbitrari che potessero adoperarsi nell’esecuzione delle leggi sui renitenti. Egli invece inculcò sempre la sola osservanza delle leggi.

Ma che! Non siamo tutti d’accordo in questo? Non osserviamo noi stessi di sinistra le leggi contro le quali per amore dei nostri principii, e per amor del paese, considerato dal nostro punto di vista, abbiam votato inutilmente?

Così fece in congiuntura gravissima a Palermo il signor Perrone Paladini, e gli elogi dell’onorevole ministro della guerra non impediscono che noi riteniamo sempre per amico nostro quell'intelligente e bravo patriotta che rese tanti servizi al suo paese.

L’onorevole ministro dell’interno con molta abilità e con bell’artifizio oratorio, dopo aver cominciato a lodare il popolo siciliano, ha finito poi per rappresentarlo tumultuante contro le sante immagini a lui poco benefiche e adoratore del diavolo. L’onorevole ministro dell’interno non fece altro di questo modo che confermare quant’era già stato dichiarato dall’onorevole ministro della guerra e dal deputato Govone.

I mezzi furono diversi, i risultati gli stessi.

Io tralascierò quella parte della orazione ben ponderata dell’onorevole ministro dell’interno, che si riferisce alle operazioni militari; ne ho già parlato implicitamente rispondendo all’onorevole ministro della guerra, e credo che le osservazioni da me fatte a questo si attaglino precisamente anche all’onorevole suo collega dell’interno. Ma d’una parte specialmente debbo occuparmi, ossia del famoso articolo 5 della legge per la repressione del brigantaggio.

Io considero questa quistione sotto due aspetti diversi.

L’onorevole D'Ondes-Reggio ve lo diceva: l’intitolazione della legge è così scritta: «Legge colla quale sano date disposizioni dirette alla repressione del brigantaggio.»

L’articolo 1° della legge definisce il reato di brigantaggio; tutti gli altri articoli riguardano disposizioni per la repressione del brigantaggio medesimo fino al 9° che è l’ultimo, e che vuole aperto un credito di un milione di lire per tale scopo. Le disposizioni di siffatti articoli sono poi legate e corrispondenti fra loro come altrettanti anelli di una catena non interrotta, ed applicabili, giusta i termini dell’articolo 1°, il quale investe tutta la legge, nelle provincie infestate dal brigantaggio, e dichiarate tali con decreto reale. Quest’articolo 1° non può dunque essere considerato come una parte staccata e indipendente, ma invece come una parte legata colle altre disposizioni, e concorrente con quelle a formare un insieme, un tutto omogeneo retto dai medesimi principii e dal medesimo fine.

Considerata adunque la legge nel. suo testo non può quest’articolo ricevere una differente interpretazione. Che se voleste dargliela ad ogni costo, offendereste direttamente il senso comune, ammettereste il principio della disparità di materie nella fattura di una sola e medesima legge, violereste quel canone supremo di giustizia il quale vuol essere a ogni modo ed in ogni tempo rispettato, che le disposizioni ostili alla libertà individuale debbono ricevere una interpretazione restrittiva e benigna.

Ma se non poteva dunque essere applicato l’articolo primo, e il Ministero l’applicò, egli è evidente che commise una flagrante incostituzionalità. Però quello che non consente il testo della legge, l’onorevole ministro dell’interno vi dice che si ottiene dalle dichiarazioni le quali ebbero luogo alla Camera ed al Senato.

Alla sua lunga dimostrazione io risponderò brevemente, ma rifacendo un po’ di storia.

Quando l’onorevole ministro dell’interno, dopo che fu dal Senato adottato il suo progetto di legge per la sicurezza pubblica in Sicilia, venne a presentarlo alla Camera pregando che fosse dichiarato di urgenza, e per la relazione rimesso alla Commissione incaricata di riferire sul progetto di legge per la repressione del brigantaggio, la Camera deve ricordare che il mio onorevole amico Crispi ed io siamo sorti ed abbiamo vivamente combattuto questa proposta del signor ministro, e dichiarato, parlando incidentalmente del merito della legge, come quel progetto fosse altamente dannoso alla Sicilia. Quando poi si venne alla pubblica discussione della legge per la repressione del brigantaggio, io ho un bell’interrogare la mia memoria, ma di questo solo mi ricordo, che il signor ministro non mosse verbo sulla Sicilia, non mosse verbo la Commissione, non fiatò la Camera; e l’onorevole Crispi ed io, che eravamo già interessati a parlare contro la medesima, neppure pensammo ad aprir bocca; e perché? Perché credemmo che non si dovesse applicare alla Sicilia l’articolo 5, perché, se avessimo pensato diversamente, non è possibile il comprendere che egli ed io, i quali ci eravamo così vivamente opposti alla presentazione di quel progetto di legge alla Camera, volessimo sopportare in pazienza che la Camera nell’ultimo giorno, con tanta fatuità passasse all’approvazione (Vivi rumori di disapprovazione e richiami)

Diverse voci. Ritiri la parola!

PRESIDENTE. Prego l’onorevole Mordini di spiegare il suo pensiero, forse, a quanto pare, non stato bene inteso.

MORDINI. Se la Camera me lo permette.

Io credo di non essere stato ben compreso dalla Camera, e credo che la mala intelligenza delle mie parole abbia cagionato questa viva suscettività. Lungi è stato sempre da me il pensiero d’offendere comecchessia la Rappresentanza della nazione, della quale faccio parte anch’io, e certamente non potrei o vorrei offendere me stesso. (Movimenti diversi)

Ora, secondo me, la Camera non ebbe in mente per nulla in quell’occasione di votare un articolo di legge che fosse applicabile alla Sicilia. Per me e per i miei amici la notizia posteriore che il contrario si avesse da intendere fu una vera sorpresa, ma quello che non accadde alla Camera accadde al Senato. Là dove era stato presentato e adottato un progetto di legge sulla pubblica sicurezza in Sicilia, là dove non erano da temere opposizioni, là l’onorevole ministro dell’interno emise dichiarazioni aggiunte a dichiarazioni sull’applicabilità di quell’articolo quinto nelle provincie meridionali, e le sue dichiarazioni furono accettate dagli onorevoli senatori. Ad ogni modo o si consideri il testo della legge o si tenga conto del procedimento che questo articolo quinto subì per passare ed avere vigore di disposizione legislativa tanto nella Camera che nel Senato, gli è un fatto che non si può ravvisare nel medesimo il carattere della legalità, e quindi è forza ravvisarvi per lo contrario quello della illegalità e della incostituzionalità nella sua applicazione.

Intanto l’applicazione che se ne faceva dava luogo a numerosi arbitrii.

L’onorevole ministro dell’interno si difende invocando la testimonianza conforme di tutti i prefetti, ed i lamenti che da molte parti gli sono venuti, che non siasi anzi data maggior larghezza a questo articolo quinto. Ma l’onorevole ministro permetterà a noi di non valutare, nello stesso modo che fa egli, i rapporti dei signori prefetti, permetterà a noi che teniamo conto delle lagnanze le quali da tutte le parti ci sono pervenute sull’applicazione di questa legge; edio ho l’onore di dire che il clamore è stato generale quando si è veduto che un prefetto, un sotto prefetto, un delegato, che dico? un agente di pubblica sicurezza, o un carabiniere erano padroni del più sacro diritto dell’uomo, della libertà individuale.

Io mi ricordo che quando fu adottata quella malaugurata legge, uno fra gli eminenti deputati della maggioranza, discutendo con me sull’applicabilità o non in Sicilia, mi disse: io ritengo applicabile in Sicilia questa legge, ma vi dico al tempo stesso, che guai pel Ministero se occorrano arbitrii, esso sarà perduto nella pubblica opinione, e correrà altresì rischio di incorrere in gravi sciagure tutto il paese.

Considerate infatti, o signori, che gli arresti, in seguito alle istruzioni ministeriali, furono fatti alla rinfusa, a caso, spesso secondo le prime informazioni avute e le prime impressioni personali fors’anco di coloro che dovevano eseguirli.

Chi di voi oserebbe affermare che non abbiano avuto luogo degli arresti arbitrarli; chi affermare che quelle stesse autorità politiche che ricoprono i gradi superiori nella gerarchia, non siano state ingannate dagli agenti subalterni; chi affermare che non siansi rallentati gli stessi vincoli gerarchici?

Ma per quanta opinione vantaggiosa si voglia avere degli impiegati dipendenti dal ministro dell’interno, voi mi accorderete che fra moltissimi buoni qualcuno cattivo se ne può trovare. Ora un malvagio solo può essere causa della desolazione e della rovina d’intere famiglie.

Lo stato di quelle provincie estreme d’Italia è desolante, o signori. Io ritengo per certo che il Ministero non oserebbe coprirsi nella sua responsabilità cogli applausi e cogli archi trionfali eretti al nostro Re d’Italia.

Ma io domando: perché i ministri della Corona non consigliarono un viaggio regio in Sicilia?

Signori, non credete coloro che per fini propri hanno interesse d’ingannarvi. Voi non siete amati in Sicilia.

Io provo un dolore profondo quando penso al pervertimento intellettuale e morale che debbono immancabilmente produrre gli arbitri vostri in popolazioni che tanto bisogno hanno di essere educate, e quando penso che tanto più perniciosi saranno gli effetti quanto più grande ed amaro si presenti il disinganno.

Che il Governo borbonico si avvolgesse nelle peggiori arti di governo poteva facilmente comprendersi senza che ne. ricevesse detrimento la speranza in un giorno di finale giustizia, ma come sperare, come serbare intatta la fede quando si vede manomessa la liberti), violata la legalità dal potere esecutivo in uno Stato costituzionale?

Debbo parlare ora di Palermo, la quale, secondo l’espressione del ministro dell’interno, sfidando a giorno fìsso il tiranno, diede nel 1848 il segnale di una rivoluzione che diventò europea, di Palermo che fece la rivoluzione maravigliosa del 1860, di Palermo che è considerata tuttora come avente il primato nell’isola. Ebbene, lo dico aperto, Palermo, mentre abborre il passato, mentre è pronta a rinnovare ogni sorta di sacrifici per combattere qualunque tentativo di reazione potesse occorrere, Palermo è nel modo più dichiarato ostile al Ministero. Eppure vorrei che tutte le altre parti della Sicilia fossero così miti nella loro opposizione come Palermo!

Da quanto sono venuto esponendo fin qui comprenderà la Camera che non posso essere più favorevole ad una inchiesta parlamentare. Tanti fatti sono stati accertati, e la confessione delle illegalità avvenute è stata così ampia che non si può più parlare d’inchiesta. Per me la questione sta in questo, che il Ministero è sopratutto in colpa di aver dimenticato il suo programma, di aver continuato le antiche tendenze illiberali e di aver condotto la cosa pubblica a questo miserando stato in cui la vediamo.

Signori, vi è manifesto adesso come sia necessario trovare un pronto riparo ai guai lamentati, tanto più necessario che noi siamo incalzati da tempi grossi, o andiamo incontro a giorni che possono mettere in cimento la fortuna d’Italia.

Ritengo che neppur voi crediate al congresso, ma però dico che se una guerra si presenta come possibile in Europa, dessa è necessaria per l’Italia, giacché noi siamo ormai in questa alternativa, o un disastro finanziario e la tisichezza dell’organismo dello Stato, oppure la sorte delle battaglie.

Se il Ministero fosse capace di guidare i destini d’Italia, ci farebbe avere la guerra. Ma devesi osservare che in questo caso una delle prime operazioni preparatorie sarebbe il richiamo delle nostre milizie dalle provincie meridionali.

Rivolgiamo adunque a queste, finché tempo c’è, tutte le nostre cure e non dimentichiamo che con Palermo tranquilla e con Sicilia contenta l’unità italiana è sicura. (Bene! a sinistra)

PRESIDENTE. L’onorevole D’Ondes-Reggio come interpellante ha chiesto di parlare adesso, sebbene il primo iscritto sarebbe l’onorevole Miceli: l’onorevole D'Ondes-Reggio si richiama a qualche antecedente della Camera, e se non erro all’occasione delle interpellanze Bertani, ove allo interpellante fu accordata la parola fuori dell’ordine delle iscrizioni per dichiarare se e come fosse soddisfatto delle risposte date dall’onorevole ministro interpellato, per esporre insomma sulle risposte avute i suoi riflessi; credo tuttavia opportuno d’interrogare la Camera.

BIXIO. Domando la parola sull’ordine della discussione.

PRESIDENTE. Io accorderò la parola all’onorevole Bixio se egli parla su questo punto da me testé accennato; giacché dopo ciò che ho premesso, debbo io ora interrogare la Camera se ella voglia o no accordare la parola all’onorevole D’Ondes-Reggio, come interpellante, sebbene il turno ne spetti ora all’onorevole deputato Miceli.

MICELI. Io credo che l’onorevole Bixio voleva parlare su altra cosa, cioè sull’ordine della discussione.

PRESIDENTE. Se ella parla su questo incidente, ha la parola.

MICELI. Io credo che l’onorevole D’Ondes-Reggio non abbia diritto di antecedermi nella discussione, perocché egli ha già fatto il suo discorso da interpellante, e credo che non possa più aver diritto alla parola, se non dopo gli oratori che sono iscritti.

Voci. Ma vi ha un antecedente!...

MICELI. No signori; son certo che se noi consulteremo tutti gli atti della Camera, vedremo che gli oratori hanno sempre parlato secondo il loro numero d’iscrizione e che non si è mai derogato a quest’usanza.

Io dunque mi troverei defraudato di un mio diritto, e mi duole che l’onorevole D’Ondes-Reggio essendo impaziente di rispondere a’ suoi oppositori, voglia occupare il mio posto.

A me spetta la parola, e prego la Camera di accordarmela.

PRESIDENTE. Interrogherò la Camera.

D’ONDES-REGGIO. Per un fatto personale.

PRESIDENTE. Ha la parola per un fatto personale.

D’ONDES-REGGIO. Io non voglio punto levare la parola né all’onorevole Miceli, né ad altri, se la Camera crede di dar facoltà di parlare ad altri oratori.

Io poi, secondo le consuetudini della Camera, parlerò un’altra volta.

Voci. Dopo gli altri. Quando sarà chiusa la discussione.

D’ONDES-REGGIO. E io pregherò l’onorevole presidente ed anche la Camera che se non vogliono che io parli ora, mi permettano soltanto ch’io faccia un’osservazione.

Voci. No! no!

D’ONDES-REGGIO. Per un fatto personale.

PRESIDENTE. Non c’è fatto personale; è già inteso che avrebbe parlato al suo turno; dunque se ella rinuncia alla parola ora, l’avrà poi a suo tempo.

D’ONDES-REGGIO. Io sono a disposizione della Camera.

PRESIDENTE. L’incidente dunque non ha seguito.

BERTOLAMI. Domando la parola per una mozione d’ordine.

PRESIDENTE. Per una mozione d’ordine ha già chiesto la parola l’onorevole Bixio. Ella l’avrà dopo.

BIXIO. Chieggo la parola sull’ordine della discussione.

PRESIDENTE. Va bene; parli.

BIXIO. Vorrei sottomettere alla Camera una preghiera.

A me pare che non sia troppo bene che la discussione continui dando la parola agli oratori che parlano tutti in uno stesso senso. Tranne l’onorevole Govone, tutti quelli che hanno parlato sin qui hanno suonato la stessa campana. (Si ride) Dico francamente ch’io sono tra quelli che ne fanno sentire un’altra. Vi sono oratori inscritti che intendono dar ragioni a giustificazione delle misure prese dal Governo e io pregherei la Camera di sentirli. (Segni di assenso)

PRESIDENTE. Vorrebbe dunque l’onorevole Bixio la parola fosse accordata non nell’ordine cronologico delle iscrizioni, ma alternativamente, secondo il vario senso in cui intendono parlare gli oratori.

Voci. Ha ragione! Si! sì!

PRESIDENTE. Chi intende di accettare...

Voci dalla destra. La chiusura! la chiusura!

PRESIDENTE. Se è domandata la chiusura...

Molte voci. No! no!

PRESIDENTE. Allora metto ai voti la proposta dell’onorevole Bixio, che cioè non si dia la parola secondo l’ordine d’iscrizione, ma alternativamente secondo le opinioni tra loro contrarie degli oratori.

(La proposta è approvata).

Secondo l’iscrizione, spetterebbe ora la parola all’onorevole Miceli; ma siccome egli intenderebbe parlare nel senso delle interpellanze D’Ondes-Reggio, così a mente della deliberazione testé presa dalla Camera, la parola sarà data ad un oratore il quale parli in senso contrario.

MICELI. Perdoni, signor presidente, io non parlo in senso della proposta D’Ondes-Reggio, parlo in un senso a me particolare. (Ilarità) Io non sono per l’inchiesta, anzi combatterei l’inchiesta.

MASSARI. Domando la parola per una mozione d’ordine.

PRESIDENTE. Parli.

MASSARI. A me pare dover far riflettere alla Camera, senza equivoci di sorta, che qui non vi possono essere che due generi di oratori: quelli che parlano contro i provvedimenti adottati dal Governo e quelli che parlano in favore. (Sì! ! È giusto!)

Ora, è evidente per me che l’onorevole Miceli parlerà contro; e siccome l’onorevole Mordini ha pure parlato contro, così io penso che la Camera in questo momento, volendo uniformarsi alla sua decisione, debba concedere la parola all’oratore il quale intende parlare in senso diverso, che credo sia l’onorevole Bertolami. (Sì! ! parli Bertolami!)

PRESIDENTE. Io interpellerò gli oratori secondo l’ordine materiale delle loro iscrizioni.

Il deputato Cordova parla contro i provvedimenti stati presi dal Governo?

CORDOVA. Io parlo nel senso dell’ordine del giorno che credo sia stato presentato dall’onorevole Salaris.

Voci. Dunque parla in merito. (I rumori continuano)

PRESIDENTE. Verrebbe ora l’onorevole Mandoj-Albanese.

Voci. Non è presente.

CRISPI. Domando la parola per una mozione d’ordine.

PRESIDENTE. Parli.

CRISPI. Poiché la Camera ha deciso che gli oratori si classifichino secondo il metodo delle opinioni da ciascuno professate, affinché la sua volontà abbia effetto, è conveniente che si esegua il regolamento. Le norme in questo sancite sono che devono parlare prima il deputato iscritto contro, poi quello che abbia presentato un ordine del giorno e che è in merito, finalmente quello in favore. (Interruzioni)

Così vuole il nuovo regolamento! Esso prescrive che non possano parlare in merito se non che coloro i quali presentino un ordine del giorno, o, laddove si tratti di leggi, un emendamento. La Camera volendo ritornare al solito sistema d’iscrizione, dobbiamo tenerci completamente a questo. Ora tre sono gli ordini d’iscrizione: contro, in favore e in merito: tra questi ultimi, lo ripeto, vanno coloro che hanno presentato un ordine del giorno, oppure un emendamento. Quindi l’onorevole presidente classifichi gli oratori in cotesta guisa

BIXIO. Domando la parola.

CRISPI... e dia la parola in conseguenza.

PRESIDENTE. Io credo che la proposta dell’onorevole Crispi sia pregiudicata ormai dalla deliberazione testé presa dalla Camera. Il regolamento dice che non si deroga all’ordine d’iscrizione che per accordare la parola alternativamente contro, sopra e in favore, che la parola sopra è riservata esclusivamente agli oratori, che facendosi iscrivere, avranno deposto un emendamento che varii sostanzialmente il sistema della legge. Quindi egli è evidente che questa disposizione del regolamento non è punto applicabile alle interpellanze ed altre proposte che non siano proposte di legge.

Ora poi la questione fu posta nettamente testé dall’onorevole Massari, vale a dire l’alternativa fra chi parla in favore e chi parla contro i provvedimenti e gli atti fatti dal Governo in Sicilia; né d’altra parte si può negare che gli oratori che discorsero finora hanno parlato tutti contro.

CORDOVA. Domando la parola.

PRESIDENTE. Ha chiesto la parola prima di lei l’onorevole Bixio.

BIXIO. Non posso cederla; ognuno al suo turno.

L’onorevole Crispi fa una questione che si attacca alla mia, solamente invece di cominciare dalla testa si comincia dalla coda. Ed io nel fare la mia proposta mi atteneva appunto al regolamento. Non vi è dubbio che hanno parlato molti oratori contrari agli atti del Governo, quindi mi pareva giusto si desse ora la parola a un oratore ad essi favorevole.

È la proposta medesima dell’onorevole Crispi; solamente invece di incominciare da una parte si incomincierebbe dall’altra.

PRESIDENTE. Il deputato Cordova ha la parola.

Cordova. Prego l’onorevole presidente di verificare sul registro delle iscrizioni che io mi sono annotato nella colonna centrale destinata a coloro che parlano in merito. Allora mi si fece osservare che in questa discussione non si doveva tener conto né del prò, né del contro, né del sopra, e che tutti avrebbero parlato secondo l’ordine successivo d’iscrizione. Poiché ora si ritorna all’altro sistema, io domando che mi sia data la parola nell’ordine che mi compete.

Voci. Parli! parli!

PRESIDENTE, Non sento bene; il signor Cordova, pare, verrebbe contro quello che la Camera ha deciso testé.

CORDOVA. No, signor presidente, io voglio eseguire gli ordini della Camera...

PRESIDENTE. Rimane inteso pertanto che in questa questione non ci dev’essere altro che il prò ed il contro,

CORDOVA. Io desidero di esporre le mie idee quando la Camera me lo conceda, e questo mi compete. Non ho la smania, ma sento il dovere di parlare su questo argomento. Io ho voluto soltanto indicarle il posto in cui mi trovo inscritto.

PRESIDENTE. Ella sarebbe dopo il signor Miceli, quanto a dire il quinto; in conformità pertanto della deliberazione presa testé dalla Camera si debbe procedere sino a quello degli oratori iscritti il quale parli a favole dei provvedimenti del Governo.

Gl'inscritti ora sarebbero: Miceli contro, Cordova contro; Mandoj-Albanese, non c’è.

Voci. Parla in merito.

MANDOJ-ALBANESE. Parlo contro.

PRESIDENTE. Mi pare che la Camera ha, abbastanza dimostrato che in questa questione non riconosce il merito, ossia il sopra, non esiste che il prò ed il contro. (Benissimo!)

Tuttavia, se la Camera lo crede, io ne provocherò una nuova e più esplicita deliberazione.

Voci No! no!

PRESIDENTE. Ora l’ordine dell’iscrizione porta il nome dell’onorevole Bertolami. In che senso ella parla?

BERTOLAMI. In favore.

Voci a sinistra. Oh! oh!

PRESIDENTE. Ha la parola.

BERTOLAMI. Signori, con somma sorpresa da alcuni banchi della Camera ho udito delle esclamazioni perché io siciliano, cioè a dire Italiano nato in Sicilia, parli in favore dei provvedimenti che hanno restaurata la pubblica sicurezza in Sicilia. (Bravo! a destra)

Io mi appello alla coscienza di coloro stessi dai quali è partita quella voce. Essi mentirebbero alla propria coscienza, se mostrassero di credere che io parli qui per alcuna ragione che non sia quella del dovere che sento verso la patria. (Bravo!)

Io desidero, o signori, che sgombrino una volta da quest’assemblea quei nomi che ci ricordano un passato odioso, un passato che noi tutti dobbiamo adoperarci a cancellare.

Io vorrei ricordarvi, o signori, il profondo concetto di Giorgio Washington quando si doleva che si parlasse di un’America del Nord e di un’America del Sud. Giorgio Washington veramente sapeva che cosa vuol dire creare una nazione. Giorgio Washington, direi quasi nei tempi ai quali siamo venuti, Giorgio Washington fu un profeta, oltre di essere stato padre di una libera nazione.

Io quindi, o signori, parlerò non come nato in questa od in quell’altra provincia d’Italia, ma come italiano, perché quanti siamo qui parliamo in nome soltanto della nazione. (Benissimo )

L’onorevole Mordini ci ha discorso dei dolori della Sicilia e, dico il vero, le sue espressioni mi han fatto male, perché mi han ricordata la stessa frase profferita in altri tempi, quando i dolori erano veri, quando i dolori erano profondi, quando i dolori s’indirizzavano ad un uomo che doveva essere il primo soldato della futura nazione. Ma i dolori presenti di quell’isola credo di conoscerli anch’io, quanto l'onorevole Mordini e quanto qualsiasi altro deputato della Camera, perché, oltre che io nacqui e vissi sino al 1849 in Sicilia, vengo di Sicilia e ho continue corrispondenze coi miei amici conterranei, i quali sono devoti alla causa nazionale quant’io lo sono.

I dolori della Sicilia sono veri, o signori, per quella parte che riguarda la pubblica sicurezza. Per tutt’altro poi si possono lamentare degl’inconvenienti in questa parte dell’isola o in quell’altra; ma quando si vede la cagione degl’inconvenienti medesimi, allora abbiamo motivo di rallegrarci, perché partono da errori i quali hanno solcato, direi, le menti di quelle popolazioni, anzi le hanno invase, errori che possono sgombrarsi di leggieri perché non imputabili all’indole del popolo, ma solo alla condizione di essere nuovo alla vita politica; dico nuovo alla vita politica in oggi; non parlo dei tempi trascorsi, nei quali i Siciliani diedero prova grandissima di senno politico.

Ebbene, o signori, quelle popolazioni le quali sorgono a questa vita nuova non hanno elementi bastevoli per potersi formare un concetto sicuro, un criterio adeguato ed esatto di tutte le questioni le quali si agitano nell’aula del Parlamento, di tutte le difficoltà che attraversano l’opera commessa al Governo italiano; quindi avviane che quelle popolazioni imprecano a ciò che poi benedicono appena la luce si faccia nelle loro menti. E con quali rapidità la luce penetri nelle menti siciliane non ho bisogno di dirlo, perché tutti sanno la velocità di quelle menti, tutti sanno l’attitudine meravigliosa che la natura ha dato a quel popolo. Ed io, signori, godo di poterne fare ampia fede personalmente; io mi sono trovato in Sicilia, in luoghi dove era abborrito in buona fede ciò che ogni buon italiano desidera che fosse amato, idolatrato; io mi sono trovato in luoghi dove la leva si tollerava con amarezza, e in luoghi dove era assolutamente detestata. Ebbene, signori, io rendo questa testimonianza con animo esultante alla mia isola natale, in quei luoghi stessi quando io mostrai che la leva è il primo bene di un popolo che si trovi nelle nostre condizioni, perché solo l’esercito italiano potrà salvare la causa che tutti noi difendiamo, e darci l’avvenire al quale abbiamo diritto; quando io dimostrai che senza la leva troppa parte dell’isola sarebbe realmente divisa dal resto d’Italia, che la leva è potenza di fusione fra tutte le provincie italiane, e quindi di civiltà; quando io dimostrai che se i cittadini non volessero difendere il proprio paese allora dovrebbero rassegnarsi alla sorte miseranda di essere percossi, spogliati e scherniti dagli stranieri, perché i cittadini i quali non sanno difendere il proprio paese lo abbandonano in balìa degli sgherri domestici e stranieri; quando io dimostrai queste verità, in sì gran parte d’Europa ovvie ed evidenti, ma che per l’opera tenebrosa di sciagurate fazioni non erano entrate nella mente di quelle popolazioni, avreste veduto forse il risentimento, forse la malevolenza? No; furono accolte le mie parole con una benevolenza della quale io non saprei abbastanza essere riconoscente.

Quindi, o signori, guardiamo con occhio sicuro i mali della Sicilia, perché niun medico può curare i mali che non conosce, ma vediamoli dove sono e come sono, non come e dove non sono; vediamoli con l’occhio della coscienza, non colla lente dei partiti.

La Sicilia, signori, si liberò dai Borboni in un modo prodigioso. Come al 1848, così al 1860, la sua insurrezione fu un trionfo singolarissimo. Ma potevamo noi pretendere che la Sicilia si fosse liberata da tutte le esose conseguenze di un secolo e più di tirannide borbonica colla stessa facilità? Che avesse potuto spogliarsi di quel manto, gettarlo via come si farebbe di un cencio? No, signori, Gli effetti della tirannide borbonica erano gravi, erano penetrati troppo addentro perché si fossero potuti estirpare in un giorno, in un mese, in un anno, Quegli effetti debbono da noi combattersi, non temersi; perché, ripeto, abbiamo sì forti e rigogliosi elementi di vita in quelle popolazioni che non ci possono far paura gli avanzi lasciati dalla tirannide borbonica. Ma ad ogni modo dobbiamo, da buoni politici, da uomini pratici, riconoscere che quei mali non si potevano curare in via dì prodigio, come in via di prodigio fu compiuta la insurrezione siciliana.

Ora, che è mai avvenuto? È avvenuto in Sicilia ciò che sempre avvenne in tutti i paesi che sono chiamati a nuova vita da una rivoluzione radicale; che nel primo periodo d’entusiasmo quei mali parvero sopiti, quei mali si tacquero. Così appunto avvenne nel 1848; gli stessi evasi dalle prigioni percorsero le vie Toledo e Maqueda gridando: Viva Palermo! Viva Santa Rosalia! Viva la libertà! e si credette quasi per un momento che i nibbi fossero diventate colombe e che tutti ci fossimo abbracciati intorno al vessillo della patria nostra. Però, dopo due mesi, quei malfattori contristarono quella povera isola in modo che il Governo vi era, ma vi era in effigie; si poteva dire che veramente l’isola era in mano di quei ribaldi, perocché nessuno era sicuro della sua proprietà, della sua vita; ed io mi ricordo che non una, ma parecchie sere, nel corso della rivoluzione del 1848, dovendo ridurmi a casa, dovetti passare per vie nelle quali i fuochi s’incrociavano fra coloro che assalivano e coloro che si difendevano. Questa era, o signori, la condizione delle cose d’allora.

Qual meraviglia che simili danni si debbano lamentare oggi? Non poteva avvenire altrimenti per chiunque guardi alla condizione di un popolo il quale si rileva, direi, da un abisso come quello della Sicilia, e si deve incamminare per una via assolutamente nuova. Che dire poi degli ostacoli che noi incontriamo oggi nella leva? Io non ridirò quello che altri oratori hanno detto; ma tutti sanno che la leva in Sicilia doveva essere certamente più grave che altrove, perché in buona fede in Sicilia tutti credevano ohe l’esenzione della leva fosse il più prezioso privilegio che l’isola godesse, il solo, come ben disse il ministro dell’interno, che quasi per irrisione, per politica certo infernale, il Governo dei Borboni le aveva lasciato. Ora è ben naturale che in un paese, il quale non è abituato alla vita militare (e se ne fece ben dolorosa esperienza nel 1848!), in quel paese non si potesse correre alle armi con grida di giubilo come si fa in altri paesi i quali hanno avuto la fortuna di essere stati educati militarmente. E a considerarsi poi anche quello slancio ardentissimo di famiglia che in Sicilia si concentrava tanto più quanto più era rapito della vita pubblica dal Governo dispotico che l’isola aveva sofferto. A questo si aggiungano le insinuazioni del partito sacrilego che osteggia l’unità della patria, il quale ha fatto credere che la leva sia la più grande calamità; si aggiunga la perfidia colla quale si è dato ad intendere a tanti contadini e artigiani che essi diventando renitenti della leva si sarebbero messi in una posizione perfettamente opposta a quella in cui si mette il soldato, perché il soldato va in una via di sacrifizi e di privazioni, ed essi invece si sarebbero aperta una via di premio e di guiderdone, avendo fatto vedere a quella povera gente che il Borbone era lì per isbucare e che gli avrebbe premiati l’indomani.

Noi non possiamo certamente, lo ripeto, signori, meravigliarci degli ostacoli che abbiamo incontrato nella leva in Sicilia. Ma colali ostacoli dovevano farci arretrare o dovevano raddoppiarci invece la forza per combatterli e vincerli? Quanto a me sono della seconda opinione, cioè a dire che noi dovevamo anche in questo combattere e vincere.

Le misure che furono prese, si obbiettò, sono state non che severe, ma arbitrarie, sono state illegali. Io credo, signori, debba farsi questa considerazione. I provvedimenti di chi governa possono essere arbitrari allorquando si ha l’intenzione di elevarsi sopra le leggi, allorquando non si ha il culto della legge, e se ne impedisce l’esecuzione per sostiturvi l’arbitrio. Allora, signori, nessun uomo il quale abbia pudore potrebbe giustificare un Ministero; nessuno potrebbe tollerare che al seggio dei ministri del regno d’Italia potessero sedere uomini i quali avessero fatto carta straccia del patto fondamentale o delle leggi della nazione.

Ma era questa, signori, la condizione delle provincie siciliane? Mi appello alla coscienza di tutti quanti sieno stati in quei luoghi, o che menomamente ne conoscano le condizioni dal 1860 in oggi. La legge era impotente, la legge era derisa dai malfattori, da coloro che erano un incubo, un tormento continuo, indescrivibile e insopportabile per quell’infelice popolazione.

Quando la giustizia non poteva spiegare la sua azione, quando non si poteva trovare colla lanterna di Diogene un uomo che fosse andato al tribunale a deporre per fatti i quali succedevano in pieno mezzodì e in pieno corso Vittorio Emanuele, non è irrisione il dire: noi vogliamo l’impero della legge, noi vogliamo la piena legalità per arrestare i malfattori?

Chi può rispondere ad un popolo che soffre oltre misura con simiglianti illusioni mostra di non avere per lui un sentimento di compassione. Io intanto debbo attestare che da tutte le parti della Sicilia, dove quel flagello era crudele (e parlo delle provincie particolarmente di Palermo e di Girgenti), da quelle parti una voce sorgeva: noi abbiamo bisogno di provvedimenti energici, noi abbiamo il diritto della vita che ci ha data Iddio e di quelle proprietà morali e materiali che formano il patrimonio di un popolo civile.

Questa era la voce che sorgeva, e i deputati della sinistra, come della destra, hanno tenuto in Parlamento lo stesso linguaggio. Alcuni anzi hanno detto: voi parlate del brigantaggio del regno di Napoli, ma di qual nomerfkhiamate questo regno del terrore che v’è in Sicilia, dove i buoni sono depressi, sono schiacciati da un’orda feroce di scellerati che trattano il paese, come padroni? Ebbene, signori, io domando agli oppositori stessi: che cosa avrebbero essi fatto in quella circostanza, in cui non trovavano il mezzo di poter far eseguire la legge, di poterle ridare alcuna autorità morale? Quando di tribunali non v’era che il nome, perché mancavano tutti gli elementi per la punizione dei colpevoli? Allora io vi domando: che cosa aveste fatto? Vi sareste arretrati innanzi alla suprema necessità di mostrare che 22 milioni d’italiani hanno saputo costituirsi in Governo? E badate, o signori, che il nostro non è il Governo della rivoluzione nel senso comunemente detto, ma bensì lo è nel significato della parola altamente sentito ed altamente compreso, perché rivoluzione, o signori, è la nostra finché non si compiano i destini d’Italia. (Bravo!) Il giorno in cui avremo la nostra capitale e la nostra frontiera, sarà chiusa l'era della rivoluzione; ma in quel giorno, non prima.

Non mi farebbe meraviglia, se coloro che avversano la rivoluzione, che hanno una paura, direi femminile, di qualunque rivolgimento, non mi farebbe meraviglia se venissero ad invocare la stretta legalità, quella legalità che si guarda attraverso gli occhiali dell’avvocato e dell’ideologo; ma mi fa meraviglia cotale linguaggio in quella parte della Camera che più professa il culto della rivoluzione.

Una rivoluzione, o signori, deve essere forte e superiore ad ogni ostacolo, e quelle rivoluzioni le quali hanno attuato il loro programma con mezzi logici e risoluti, benché talvolta non appieno consentiti dalla sensibilità umana, hanno lasciato una profonda traccia nella storia e hanno distrutto cose che non si poterono ricostruire, e fondato altre le quali non si poterono più distruggere.

Gli uomini si consumano, gli uomini hanno il coraggio di sfidare i patiboli e le mannaie, ma allorquando costoro hanno saputo tradurre le loro idee in fatti trionfali, questi fatti restano mentre gli uomini passano.

Quindi, o signori, io non avrei potuto tollerare una politica italiana la quale avesse accarezzati i mali che noi tutti deploriamo. Io invece ho sempre desiderato che quei mali fossero curati con mezzi logici, con mezzi efficaci, non mai con palliativi, perché allora la guarigione sarebbe stata per noi una puerile illusione. E curando quei mali con tali mezzi, noi, o signori, abbiamo una conseguenza preziosissima, quella di evitare certe crudeli necessità, per le quali la storia ci ammaestra che i popoli passano nel periodo difficile della loro formazione.

Io non vi parlo, signori, di epoche remote; non vi parlo di popoli che appartengono al mondo antico; ma desidero che si porti la riflessione di ognuno sopra fatti contemporanei, sopra fatti che sono accaduti, direi, sotto i nostri occhi. Ebbene, non è la Francia una nazione civilissima? Non possiede la Francia intera la sua indipendenza? Ebbene, signori... (Interruzioni a sinistra)

Voci. Non interrompano; lascino parlare!

PRESIDENTE. Continui l’oratore.

BERTOLAMI. La Francia, nazione sì potente, per non aver saputo sul principio della sua rivoluzione del 1848 ben governare, per non aver saputo rassicurare gli animi dei cittadini in tutto quanto è sacro agl’individui e alle famiglie, la Francia dovette andare incontro alle giornate di giugno...

PETRUCCELLI. Non è vero. (Rumori)

BERTOLAMI. Oh non è vero? Sì, la Francia andò incontro alle giornate di giugno, a quelle fatali giornate, o signori, che non solo la Francia, ma tutti i popoli civili ebbero a deplorare profondamente. In una città, la quale è il laboratorio, direi, del pensiero di tutta Europa, in quella città la quale non meno di altra qualsiasi ha la tutela gloriosa della civiltà, tante migliaia di cittadini si scannarono nelle vie gli uni per mano degli altri. E che! Dovevamo noi aspettare questi eccidi per rimediarvi? Nessuno ha negato il malessere della Sicilia; tutti anzi vi han lamentato a gara la mancanza della pubblica sicurezza; e dovevamo aspettare che cotal malessere si fosse convertito in quella disperazione la quale rompe tutti i freni, la quale irrompe anche contro tutto ciò che v’abbia di più salutare? (Bravo! bravo!)

Noi, signori, abbiamo la coscienza d’aver provveduto a tempo, e oggi dobbiamo rallegrarci degli effetti ottenuti. Dopo le misure militari, le quali hanno dato all’esercito italiano con le reclute siciliane ben preziosi elementi che le fazioni ostili avrebbero voluto allontanare, dopo quelle misure salutari, noi abbiamo veduto rinascere in Sicilia la confidenza dei cittadini in loro stessi, la fiducia dei cittadini nella causa nazionale, l’amore riconoscente per quegli uomini i quali non adulano le improvvide passioni, ma additano loro la via... (Voci d’approvazione della destra e del centro che coprono la voce dell'oratore)

Io quindi, o signori, che non nacqui per far di cappello ad alcun Ministero (sia nero, sia rosso, sia azzurro); io che nulla domando dagli uomini, perocché non so vivere che nella mia coscienza, io, signori, non posso alzare la voce contro il Governo, il quale solleva con robusto braccio le più dolenti provincie siciliane da quell’abisso che minacciava ingoiarle. (Bene'. Bravo'. )

Quanto ai fatti atroci dei quali abbiamo udito la narrazione in Parlamento, sarei stato al Governo avversissimo se non avesse fatto il suo dovere, che era quello di abbandonarne gli autori, colpevoli od infelici che fossero, all’azione della giustizia, di quella giustizia che mi fa meraviglia sentir a dire debba essere soggetta alla nostra azione parlamentare. No, signori, un Parlamento che ha coscienza dei propri doveri, dei limiti che devono rispettare tutti i poteri dello Stato e della rispettiva loro indipendenza, questo Parlamento non può invadere il campo dei magistrati, e per il fatto di cittadini offesi non può intervenire, come se si trattasse di affari che riguardino lo Stato.

Può essere macchiato alcun individuo della milizia di colpe punibili dai tribunali, ma i poveri soldati che adempivano al loro dovere in Sicilia facevano prova di abnegazione. Costoro non potevano venire ad alcun fatto triste per turpitudine d’animo, perché nessun interesse avevano d’inimicarsi quelle popolazioni; essi anzi obbedivano al più penoso dei doveri, perocché non avevano a fronte nemici d’Italia a debellare, ma figli della stessa nazione, che noi desidereremmo convertire al culto della probità e della patria.

E riguardo all’esercito io prendo di gran cuore questa occasione per dare adito ad un sentimento dell’animo mio.

Esule siciliano venni in Piemonte, e sapete, o signori, quale fu la più dolce, la più grata impressione che abbia ricevuto nel Piemonte nei miei giorni di esilio? Fu quella di vedere un esercito che, mentre tutti gli eserciti d’Europa (pur troppo in quell’epoca) obbedivano a politiche oblique od ingrate, ed erano più o meno in contrasto coi sentimenti delle popolazioni, si vide sempre fedele alla più grande, alla più ardua delle virtù, che è quella della modestia pari al valore, della invitta moderazione nell’usare la forza. (Bravo! Bene!) Nessun abuso io vidi, ma abnegazione pienissima. (Bene! bene!)

Io visitai non piccola parte della Sicilia nelle vacanze parlamentari, e ne ho riportato la dolce soddisfazione di vedere che quelle provincie che mi fu dato percorrere entro quel periodo godono di tanta tranquillità quanta ne godono le provincie di Genova e di Torino; parlo delle provincie di Messina, di Catania, di Noto.

Una scena oltre ogni dire angosciosa mi strinse il cuore, l’alluvione che funestò Messina nello scorso mese.

In quel giorno, in cui sì tremendo flagello percuoteva quella nobilissima città (per la quale pare non abbiano alcun limite gl’infortuni, come tutta la sua storia fa piena fede), ebbene, o signori, in quel giorno miserando quei poveri cittadini furono confortati dal vedere che quel pugno d’uomini i quali erano di presidio in Messina si slanciavano in mezzo ai più grandi pericoli per salvare la vita degl’infelici ai quali sovrastava maggiore il pericolo.

Il patriottismo dei soldati italiani in Messina in quell’occasione fu tale, che io ho veduto le lagrime della riconoscenza sugli occhi delle persone le quali mi raccontavano quei nobili fatti, e particolarmente quelli nei quali l’abnegazione e la generosità giun sero sino all’estremo limite. (Segni d’approvazione a destra)

In quella occasione mi gode l’animo di attestare che l'autorità la quale rappresenta il Governo in Messina (è un tributo sacro che io debbo a codesto benemerito italiano) non fece come altre volte le autorità dei Borboni che abbandonavano il popolo in preda alla sciagura, e in questo modo la dilatavano di tanto da farla divenire sterminata. Non solo non fece altrettanto, ma fece ben il contrario; in Messina il prefetto Zoppis, il quale gode e merita la stima e l’amore di tutte le classi di quel paese, fu il primo a dar l’esempio del coraggio e dell’abnegazione. (Bene!)

In conclusione, signori, io non veggo d’onde debbano sorgere le nostre apprensioni per la Sicilia; la Sicilia è un corpo ammalato, ma la malattia sua non è creata da nessuno di noi, la sua malattia è nella natura delle cose, e noi dobbiamo guarirla con mezzi logici, cioè a dire con mezzi risoluti ed efficaci. (Bravo! al centro)

Immaginate, o signori, che noi oggi ci facessimo a disapprovare cotesti mezzi: io domando alla coscienza di quanti voi siete uomini politici che sedete in questa Camera, io vi domando che cosa dovrebbe fare un nuovo Gabinetto, ove noi disapprovassimo oggi quello che il presente Ministero ha fatto in Sicilia per restituire la pubblica sicurezza. Ne verrebbe per conseguenza logica che dovrebbe disfarsi tutto il già fatto; non parlo dei renitenti che oramai appartengono all’esercito, ma dico dei malfattori, di coloro che facevano pesare la loro lurida mano sui probi cittadini, su quelle povere famiglie che non osavano sbucar dalle loro case; quando coloro fossero restituiti tranquillamente, trionfalmente nelle loro sedi, che cosa direbbe il paese?

Se noi negassimo la facoltà del domicilio coatto al Governo, il quale deve governare quel paese, con quali validi mezzi riuscirebbe a consolidare la sicurezza pubblica in quelle popolazioni?

Questo Governo, signori, sarebbe un Governo assurdo, un Governo impossibile, e il Parlamento italiano mostrerebbe di non sapere che cosa importi il Governo d’Italia; in altri termini, di non aver la coscienza dei propri doveri, di non aver la coscienza delle esigenze della nazione.

Quindi, o signori, in nome tanto della mia isola natale, quanto della mia patria italiana, vi domando fermezza, vi domando energia contro i tristi, perché l’energia contro i tristi in quelle povere popolazioni sulle quali gravano ancora le conseguenze di un orrido passato, l’energia contro i tristi è la sola, unica pietà per i buoni. Vi domando energia, perché due cose, oltre la finanza, abbisognano all’Italia, formare un potente esercito e mostrare al mondo di saper governare sè stessa. (Applausi, molti deputati vanno a stringere la mano all'oratore)

PRESIDENTE. L’onorevole deputato Miceli ha facoltà di parlare.

MICELI. Signor presidente, giacché si è cambiato l’ordine d’iscrizione, dopoché ha parlato uno in favore è regola che parli uno sopra o in merito.

PRESIDENTE. È questione già finita; non vi sono oratori inscritti che in favore o contro; dunque parli.

Prego i signori deputati a volersi recare ai loro posti.

MICELI. Signori, gli onorevoli oratori che mi hanno preceduto hanno dichiarate gravissime ragioni...

(La voce dell’oratore è coperta dalle conversazioni).

PRESIDENTE. Prego nuovamente gi onorevoli deputati che sono nell’emiciclo a volersi recare ai loro posti, e far silenzio, onde la Camera presenti quella calma e quella dignità che le si addice.

MICELI. Il Signor presidente vede bene che la Camera è stanca.

Molte voci. No! no!

Voci. Parli! parli!

MICELI. Gli oratori che mi precedettero hanno con molta eloquenza dimostrata l’incostituzionalità degli atti compiuti da! Governo in Sicilia; hanno dimostrato come i sutterfugi trovati dall’onorevole ministro dell’interno per provare la legalità de’ suoi atti non abbiano alcun valore.

Io non tornerò su questo terreno, giacché è stato abbastanza percorso; mi assegnerò un compito ben diverso e farò osservare alla Camera che tanto gli onorevoli ministri della guerra e dell’interno, come l’onorevole deputato generale Govone, difensore del Ministero e di sè stesso, si siano trincerati dietro l’argomento del. la necessità, della salute pubblica minacciata per giustificare le misure eccezionali a cui essi sono addivenuti, e come tutte le altre loro difese abbiano i segni della più evidente debolezza.

L’onorevole ministro della guerra poi caratterizzava come atroci due fatti gravissimi: quello di Petralia e l’altro del muto Cappello, torturato a Palermo per le ragioni a voi note.

Io non entrerò a fare la disamina di questi fatti; solo dirò che la Sicilia fu teatro di quelle scene deplorabilissime, come fu Napoli dell’altro orrendo fatto di Pietrarsa, perché nel sistema del Governo sono invalse tali ingiustizie che dovevano assolutamente sconvolgere la coscienza del paese e pervertire alcuni sentimenti dell’esercito da rendere inevitabili le sventure da tutti lamentate.

Signori! Io sono convinto che noi non saremmo oggi contristati dalla ricordanza di quelle sventure, se durante i tre anni dacché ha vita il regno d’Italia il Governo non avesse guardato con indifferenza fatti egualmente lagrimevoli, i quali, se non sono finora noti alla Camera, son noti ad intere provincie dello Stato; se non sono patrimonio della universalità dei cittadini, è nondimeno innegabile la loro funestissima esistenza.

La impunità di quegli atroci delitti dovea determinare ed ha determinato la perpetrazione dei delitti [ atrocissimi che da tanto tempo tempo han sollevato la riprovazione del paese.

Sì, o signori, con la più profonda convinzione io dichiaro che i fatti di Petralia e del muto Cappello, che i signori ministri vogliono considerare come isolati, non possono come tali considerarsi; il Ministero ne ha la piena responsabilità, perché quando altri consimili si erano prima compiuti esso li lasciò impuniti, e gli agenti del potere non solo si sforzarono a giustificarli, ma vollero nasconderne l'esistenza, commettendo novelli delitti. Lo dimostrerò.

Niuno potrà negare di quanti disastri sia fecondo il non punire le colpe, specialmente quando esse siano commesse da quelli che hanno la missione di mantenere l’ordine pubblico, di essere la salvaguardia della legge. e della tranquillità e sicurezza dello Stato.

Da Platone a Cicerone, da Cicerone a noi ogni filosofo, ogni giureconsulto proclamano il solenne principio che l’indulgenza pe’ rei è una insidia tramata contro la civil comunanza. :

Quando si concede l’indulgenza a colui che rappresenta ed è la pubblica forza, allora il danno diventa enorme, poiché la forza si fa prevalente ed oppressiva: calamità supreme, cagione inevitabile di terrore e di demoralizzazione nel paese, di superbia e corruzione nell’esercito, e quindi, determinati da un cieco zelo, i fatti di Petralia e di Pietrarsa vengono a gettar nella società il disordine e lo spavento.

Signori, io non ragiono su ipotesi o congetture. Le mie considerazioni sorgono da luttuosi avvenimenti, della cui verità io mi fo mallevadore.

Che direste voi infatti se io vi provassi che un evento ancora più crudele che quello di Petralia l’anno scorso successe nelle provincie continentali napoletane? Che questo reato ben lungi dall’essere raggiunto da esemplare castigo, fosse dagli agenti del potere coperto dal silenzio; che per procurare l’impunità si commettessero altre colpe abbominevoli, le quali fecero elevare le proteste di intere popolazioni e le colmarono di orrore?

Io vi prego, o signori, giacché il caso è gravissimo, che malgrado la stanchezza per le lunghe occupazioni permettiate che io dichiari questo fatto, ed abbiate la benevolenza di ascoltarmi. (Movimenti di attenzione)

Nel mese di ottobre dell’anno scorso, quando il flagello dello stato d’assedio affliggeva le provincie napoletane, un picchetto di soldati perlustrava la campagna vicino a Nola.

A due ore circa dopo mezzanotte tirarono delle fucilate, sospettando forse che fra gli alberi fossero appiattati dei malfattori di cui era infesta la contrada.

Da una delle case vicine rispose immediatamente una fucilata. Oh non si fosse mai udito quel colpo funesto, che doveva esser causa di sventure, la cui memoria sarà per lungo tempo argomento di maledizione e di lutto!

Un pover'uomo, un contadino a 65 anni, secondo il costume del paese nella stagione del raccolto dell’uva, sentendo rumore in qualche distanza tira questa fucilata per avvisare che ei vegliava sul frutto de’ suoi sudori. I soldati, udita la denotazione, s’avvicinano alla casa, trovano altri contadini in vicinanza, vogliono sapere d’onde fosse partito il colpo e questi che erano sdraiati in mezzo alle vigne dichiararono con tutta franchezza: la fucilata è partita da quella casa dove abita un onest’uomo, padrone del podere. Fu imposto ad uno che andasse a picchiare, perché aprissero. Il padrone della casa uscì subito da una terrazza. Egli era un certo Francesco Avella, e con lui era la moglie a 60 anni, una figlia quindicenne, un figlio a 17 anni ed un garzone a 18; il vecchio corse in camicia, udendo il picchio alla porta, a domandare di che si trattasse. Il contadino rispose: è la forza pubblica.

Io non apro a quest’ora di notte così inoltrata. Sono stato varie volte vittima dei briganti, che fingendosi forza pubblica, sono venuti a spogliarmi: andatevene, ci vedremo a giorno.

Il contadino, all’insistenza dell'uffiziale che comandava il picchetto, e dei soldati impazienti, ripeté le premure. Francesco Avella si ostinò, i soldati minacciarono di mettere fuoco alla casa se non cedesse subito.

L’Avella disse: bruciate pure se volete, ma io non aprirò.

Ebbene, lo credereste, o signori? Essi tennero la parola, e misero fuoco alla casa! Non appena incominciarono le fiamme a crepitare sotto i piedi di quella misera famiglia, il pover uomo gridò: spegnete il fuoco, io mi arrendo, chiunque voi siate. I due giovanetti che erano nascosti per paura escono alla vista delle fiamme, corrono alla porta. In quel momento i soldati dicono: arrendetevi, ma gettate pria il fucile.

L’Avella si fa al parapetto, cerca gettare il fucile, ma in quel momento il suo capo è raggiunto da una palla, e cade. I soldati cercano di spegnere le fiamme, ma tutti gli sforzi sono inutili. Francesco Avella resta morto sul terrazzo, e vi fu trovato con la sola camicia: la casa rimase preda delle fiamme, la moglie e la figlia e i due garzoni si salvarono a stenti, seminudi rimasero presso alla casa ridotta in cenere a piangere sul cadavere del vecchio, ed i soldati partirono.

Saputo il fatto, la popolazione di Nola si commosse tutta quanta. Il sindaco (io ho letto la sua dichiarazione) va sul luogo, verifica i fatti e si rende certo che un’orrenda tragedia si era colà consumata. S’informa della moralità del vecchio, della condizione della famiglia, seppe che era gente laboriosa ed onesta, che vivea nell’agiatezza e nella felicità.

Il sindaco non indugiò ad invitare il giudice istruttore ad iniziare un processo, perché la giustizia non fosse oltraggiata e si punissero i rei. Il magistrato si accinse all’opra, ma invano.

Signori! Si era consumato un gran delitto, e per coprirlo se ne consumarono altri, dieci.

Il giudice si presentò dal capo del corpo e domandò il noma dei 25 soldati. Sulle prime ne ha ricisa ripulsa, dicendosegli che il potere militare non dipendeva dal giudiziario, e che nello stato d’assedio essi non dovevano render conto a chicchessia dei fatti loro.

Il giudice insiste e chiede che gli si dia per iscritto quella risposta, perché egli potesse giustificarsi co’ suoi superiori. Messo così alle strette il capo della forza disse al giudice:

Ebbene, fate il processo. Ma come si fa, o signori, questo processo?

Io ho letto in una copia, il cui originale è negli archivi del mandamento di Nola, che invece dei nomi dei 25 soldati furon dati 25 nomi supposti. Ecco una falsità per coprire il delitto.

Erano tempi tristissimi, la forza dava spavento. Che avvenne? 11 capo di quel corpo chiamò il. sindaco e gli disse: come? voi avete invitato il giudice in nome della popolazione indegnata, che freme al racconto della uccisione di Francesco Avella e dell’incendio della casa, dite in che maniera voi credete di rappresentare l’opinione pubblica, e giacché parlate dell’indegnazione del popolo, dichiarate quali sono i cittadini di Nola che vi hanno dato l’incarico di protestare in nome loro, ditemi i nomi, altrimenti io dirò che voi siete un calunniatore e pagherete il fio della vostra audacia. I soldati hanno ucciso Francesco Avella perché aveva tirato delle fucilate contro di loro. Il sindaco ne vede grandemente compromessa la popolazione di Nola; in quel momento non crede di compiacere l’ufficiale e dà una vaga risposta. Intanto va ad interrogare parecchi dei cittadini; i più coraggiosi gli dicono: dichiarate che siamo noi che protestiamo contro il misfatto. Il sindaco fa la dichiarazione per sè e per gli amici, ma le minaccie di querela dall’altra parte continuano e si pretesta che si calunnia l'esercito! Ed ecco il solito abuso del nome dell’esercito contro chi chiamava colpevoli solo gli autori dell’orrendo delitto e non di altri: delitti ed abusi esecrandi, che se non cessano saranno la rovina dell’esercito e del paese. (Rumori)

Signori, ascoltale. Come credete che andasse a terminare il fatto? Il sindaco dichiarò che se si volesse dar querela di calunnia, egli era pronto a smentirla. La querela non fu data, perché non poteva darsi; ma il processo contro gli uccisori di Avella, contro gli autori della miseria di una disgraziata famiglia, fu sepolto; non se ne parlò sotto il Ministero passato, non se n’è parlato sotto il presente. La forza prevalse sulla legge e non vi fu nessuno né allora, né poi che rivendicasse i diritti della giustizia: ministri, magistrati, delegati tutti tacquero, quasi che nulla fosse avvenuto: intanto il cadavere di Francesco Avella, il dolore e la miseria dei figliuoli e della moglie, le mura nereggianti della casa incendiata protestano con tremenda eloquenza. contro sì gran cumulo di colpe! (Bravo!)

Impunito questo eccesso, maraviglieremo di quello di Petralia, che ne sembra il ritratto? Stupiremo di quello di Pietrarsa? Sì, o signori, se restarono illesi i soldati che commisero un misfatto così grave, come volete che non se ne veggano le funeste conseguenze? Sì, o signori, noi non saremmo stati colpiti dai casi di Petralia e di Pietrarsa, se a Nola 25 soldati non avessero appreso che si può scherzare con la vita degli uomini come se fossero trastulli da bambini, se non si fosse da quello e da altri fatti imparato a guardare con indifferenza ciò che a noi ha destato raccapriccio ed orrore.

Signori, il sistema che si tiene di dare il privilegio dell’impunità, agli uomini che portano le armi è privilegio mostruoso, è un privilegio esiziale che non deve più esistere. Ed io ciò dico in nome della libertà del paese, in nome dell’umanità oltraggiata da sì enormi iniquità. Io, signori, mentre protesto dal profondo dell’animo mio contro gli eccidi di Petralia e di Pietrarsa, con maggiore indignazione protesto contro la impunità data agli uccisori di Francesco Avella, contro le colpe con cui si volle procurarla.

Quell’immane delitto gettò la immoralità nell’esercito e produsse venefici frutti, pervertì la pubblica coscienza e fece dire alle popolazioni atterrite: ma dove sono le nostre leggi? Dove siam noi? Dov’è la libertà decantata, dove la giustizia? E quel fatto, o signori, quel fatto degno di epoca barbara e di barbare genti succedeva a Nola, alla patria di Giordano Bruno che tanto splendore di civiltà e di scienza diffondeva nel mondo!

In conferma di quanto ho detto, cioè che i danni lamentati sono conseguenza di un rovinoso sistema, narrerò un altro fatto, di cui inutilmente trattai tempo fa coll’onorevole ministro dell’interno.

Nel mese di febbraio di quest’anno in noma sempre della libertà, in nome sempre dell’umanità e dell’Italia pericolante, in un paese di due mila anime in Calabria si fucilarono 27 cittadini in dieci o dodici giorni. Io ebbi notizia di questo eccidio, e domandai al paese dove sono nato i certificati della morte violenta di quegl’infelici, vittime del falso zelo di alcuni furibondi, affinché su quei certificati io potessi chiedere riparazione. Che avvenne? Io vi parlai un giorno di altri eccidi successi nella mia provincia natale e vidi che la Camera, quantunque evidentemente commossa, non prese alcun provvedimento. Trattai dunque quest’affare coll’onorevole ministro dell’interno, e meco erano in quella circostanza i miei amici Fabrizi Nicola e La Porta. Lo credereste? o signori? Io consegnai all’onorevole ministro dell’interno un documento, dal quale rileverete con sorpresa in che condizione misera abbia posto una forte e civile provincia, il terrore che impunemente vi fu esercitato.

Sappiate dunque che in quel certificato era detto: Io, segretario del municipio di Fagnano, dichiaro che nei giorni tali, tali e tali altri sono deceduti Tizio, Caio, Sempronio, ecc., fino a 27 individui, ma non vi è precisato di che specie di morte quegli individui fossero deceduti. Sembrerà una cosa strana, ma in questa stranezza è racchiuso un arcano che vi farà stupire.

Io, saputo quel fatto che aveva inorridito la mia provincia, dove pur gli animi sono fieri, e non si scuotono troppo alla vista del sangue, chiesi un certificato. Persona da me incaricata va a domandarlo in nome della legge al segretario del municipio, e questi rispose di non poterlo rilasciare. Alle insuperabili insistenze, dopo grandi difficoltà rispose che i tempi non erano sicuri, che il brigantaggio durava, che poteano riprodursi le scene di febbraio.... insomma si capì che se 27 infelici erano stati fucilati senza giudizio, il poveruomo temeva di essere il ventottesimo. Esaurì tutte le negative, e notate, o signori, dichiarò che l’autorità superiore aveva ordinato di non rilasciare a chicchessia; i certificati della morte di quei ventisette!! Onorevoli colleghi, su questo strano certificato si possono fare gravi e profonde considerazioni. Non io, ma il mio illustre amico Ferrari, che è quel filosofo che tutti sapete, son certo che su questo certificato del pauroso segretario municipale di un paesetto di Calabria scriverebbe un volume. Immaginate che si dové capitolare per ottenere il documento, e bisognò che si dicesse deceduti senza precisare la specie della morte!...

Ed il volume che vi si potrebbe comporre su sarebbe i eternamente vergognoso ai reggitori del regno d’Italia, e sarebbe pure di vergogna alla patria nostra ed al ! tempo in cui viviamo.

Sono scene orrende, o signori; non si possono rammentare senza dispetto. Ripeto, onorevoli colleghi, che ! l’impunità della colpa è maligna e contagiosa come la peste; e che questa impunità elevata a privilegio dei soldati è grave minaccia alla libertà del paese, e se non cessa subito, comprometterà seriamente il nostro avvenire.

Credo superfluo dichiarare che io con queste parole non fo una colpa all’esercito. Nessuno potrebbe imputarmi ciò, e se alcuno me lo imputasse, mentirebbe e mi calunnierebbe.

Io voglio l’esercito forte e glorioso, disciplinato, amante della patria ed ossequente alla legge. Perciò io voglio che, accanto ai mille innocenti e compresi sempre del loro dovere, non stia il delinquente impunito degradato dalla colpa e corrotto dalla impunità; per ché questo contamina i mille, è scandalo a tutti, rallenta i vincoli della disciplina. Un esercito di patrioti e di valorosi, ove fosse bandito il sentimento del do vere e la efficacia della benintesa disciplina, diventerebbe inevitabilmente per la stessa forza delle cose un esercito di pretoriani. Chi non sa che, perduta la virtù, i soldati romani, vincitori del mondo, divennero flagello della patria e furono sconfitti dai barbari? Giacché è tempo provvediamo...

Signori, è l’ora tarda...

Voci. Parli! parli!

MICELI. L’ora è tarda e fa sì che io non posso addurre altri fatti di cui avrei buon numero.

Questi fatti poi costano molto al mio cuore, me lo spezzano quando fermo sopra essi il pensiero.

Mi limiterò adunque ad un altro solo che non è tinto di sangue, ma che però ha un gran significato, e prego la Camera di prestarmi un momento di attenzione, affinché possa giudicarlo con ponderatezza.

È sistema dei nostri ministri, sistema che sventuratamente prevale da tre anni, che per quanta persecuzione si faccia agli uomini che non la pensano come loro, perché professano idee più democratiche ed ardite, altrettanto si tollerano, anzi si promuovono e careggiano quei che si mostrano d’indole retrograda ed avversano la libertà.

Questa è prova ben chiara dell’animo dei nostri ministri, e bisogna che la Camera avvisi anche a così pericoloso inconveniente.

Signori, nessuno di voi, ed io me ne appello agli nomini dell’estrema destra...

Voci. Non c’è!

MICELI. Tanto meglio; mi appello adunque ai più conservatori della Camera. Nessuno negherà, nessuno vorrà mettere in dubbio che la condizione legale del paese per noi è il Governo costituzionale unitario! Dimodoché noi tutti oppositori e conservatori siamo obbligati a sostenere, a tutelare quest'ordine legale di cose, e se qualcheduno violasse così sacro dovere, sarebbe senza dubbio ribelle alla legge e alla volontà della maggioranza della nazione.

Ebbene, che cosa si direbbe, o signori, se un giorno un alto funzionario dello Stato, un presidente di Corte d’appello, un prefetto, un primario impiegato, credendo che l’aura democratica in qualche parte del mondo spirasse favorevole, avesse l’audacia di scrivere al ministro dell’interno: Signor ministro, vedete che succedono avvenimenti che accennano ad un grande progresso; è tempo di finirla colla monarchia costituzionale, preparatevi ad abbatterla ed a proclamare la repubblica! Voi rispondereste ohe farebbe mestieri per lo meno di una Commissione di medici per vedere se quegli fosse pazzo!

PERUZZI, ministro per l'interno. Verissimo!

MINGHETTI, presidente del Consiglio. Precisamente!

MICELI. E se non fosse pazzo, il signor ministro lo riterrebbe, senza dubbio, per indegno funzionano, per uno sleale cittadino, lo punirebbe e lo destituirebbe!

Ebbene, il signor presidente dei ministri mi dice benissimo. ed io lo credo. Ma risponderà pure benissimo, se l’alto funzionario, invece di dire al signor ministro: la democrazia trionfa, proclamiamo la re! pubblica, vi dicesse arditamente: Signor ministro, ma finiamola una volta con questa Costituzione; che cosa abbiamo a guadagnare con codesta libertà di tribuna; perché non ci togliamo la noiosa censura della stampa, il molesto cicalio dei signori deputati....?

PERUZZI, ministro per l'interno. Lo stesso come sull’altro!

MICELI. Se vi soggiungesse: mano all’impresa, distruggete lo Statuto che è un inciampo per tutti noi, e proclamate il dispotismo!

Il signor ministro mi ha fatto l’onore di rispondermi che tratterebbe quest’uomo, come quello che consigliasse la repubblica rossa!

Ebbene, signori ministri, non è così, e lo provo alle signorie vostre.

So bene che voi trattereste duramente e peggio chi vi consigliasse di proclamare la repubblica, ma non avete così trattato chi audacemente vi consigliava di distruggere la Costituzione. (Oh!)

Dal banco dei ministri. Ma chi! Lo nomini.

MICELI. Ciò che dico io lo provo.

L’anno scorso, nell’epoca, sempre funesta, dello stato d’assedio, vi fu un funzionario il quale volle mostrarsi molto zelante, e dichiarò al Ministero che allora reggeva le sorti del paese che egli avrebbe adempiuto coraggiosamente al suo dovere, ecc. Poi conchiudendo con un consiglio diceva: Signori, finiamola con questa gente che abusa della libertà, ma finiamola radicalmente, distruggete la Costituzione, salvate l'Italia come Napoleone salvò la Francia il 2 dicembre!

L’onorevole deputato Rattazzi che allora reggeva le sorti italiane aveva cose più gravi a pensare per non seccarsi del prefetto, che gli dava quel benevolo consiglio. Ma caduto il Ministero Rattazzi, gli attuali ministri, quei che ora seggono al banco verde, seppero il fatto, lessero questo gentile invito che faceva al Ministero Rattazzi lo zelante funzionario nelle provincie napoletane. Fu da qualcuno detto ai signori ministri: ma, signori, vedete.

PRESIDENTE. Mi pare che ella sorta dal tema della discussione.

Voci. No! no! lasci dire.

MICELI. I signori ministri videro lo scritto. Fu loro ripetuto: ma vedete, il capo politico di una provincia consiglia di distruggere la libertà, di versare il sangue dei patrioti d’Italia come Napoleone versò il sangue dei patrioti di Francia il 2 dicembre, e voi lo tenete al suo posto. Ho inteso dire, e mi fu assicurato da chi poteva saperlo, che il signor ministro avesse risposto: che volete? È un prefetto che ha tanta popolarità; dobbiamo rispettarlo. (Movimenti diversi)

Signori, un prefetto ha popolarità, e per questo dovete rispettarlo, dopo che egli ha avuto l’ardire di consigliare la ribellione alla patria: quando ha consigliato di mettere sotto ai piedi tutte le leggi divine ed umane; quando ha rinnegato il sangue che migliaia di Italiani hanno versato per la libertà del paese? (I rumori continuano)

Signori ministri, quando siete voi in questa facile disposizione verso un uomo evidentemente ribelle alla Costituzione, ad un uomo così nemico della libertà, quanto amore potete avere voi per questa libertà, per questa Costituzione?

Varie voci. Nomini questo prefetto! Il nome! il nome!

MICELI. Ecco il nome: è il prefetto di Avellino, De Luca. (Sensazione)

E qui me ne appello a qualcuno della Commissione d’inchiesta, perché sono certo che non mi smentirà, né sulla esistenza dell’atto di cui parlo, né degli uffizi fatti al Ministero perché si sbrigasse di questo indegno funzionario.

Onorevoli colleghi, l’Italia è oppressa da tante sventure, successero misfatti da parte della pubblica forza, che lo stesso signor ministro della guerra chiamava atroci. Ebbene, l’avete visto, questi atroci fatti debbono succedere in Italia, è inevitabile che continuino a contristarci, perché fatti simili e peggiori non sono stati puniti, e per nasconderli si sono commesse altre colpe neppur esse punite!

I signori ministri, perché si lagnano che esiste il brigantaggio nelle provincie napoletane, perché il paese è in preda al malcontento, perché la Sicilia è travagliata da ribaldi e da malfattori, se funzionari che non amano la libertà, e danno prove così evidenti di abborrirla, devono reggere i destini del paese che dalla libertà vuol esser governato ed è deciso a non lasciarsela strappare giammai?

Signori, io non mi dilungo di più: mi basta avervi citati questi tre fatti, e ne lascio a voi il commento. (Nuovi rumori) Io certamente sopra ciascuno di essi ben potrei domandare alla Camera di mettere in accusa i signori ministri (Oh! oh! al centro), i quali lasciano le grandi colpe senza pena; e permettono che un prefetto si ribelli alla legge fondamentale dello Stato, e lo mantengono al posto, lo carezzano, l’onorano, lo potrei dirvi: mettete in istato d’accusa i ministri i quali essendo acquiescenti ad un atto così infame, al tentativo di un parricidio, possono dirsene complici, ma invece, in nome del paese, in nome della legge, in nome dell’onore su cui non dobbiamo, né possiamo venire a patti, vi esorto di proclamare altamente la vostra sentenza infliggendo il meritato biasimo ad una condotta così contraria alla libertà, così nociva ai pubblici interessi,

| così pericolosa all’avvenire del paese. Se ciò non faremo, o signori, l’Italia dirà che i suoi rappresentanti sono autori delle colpe dei suoi ministri. (Bravo! a sinistra).

PRESIDENTE. Il deputato Rattazzi ha la parola per un fatto personale.

RATTAZZI. Veramente io non credeva di essere trascinato in questa discussione: ma mi vi sforza l’onorevole Miceli affermando in modo positivo che quando io reggeva il Ministero dell’interno il prefetto di Avellino avesse scritto consigliando il Governo a distruggere la Costituzione e a chiudere la tribuna parlamentare.

Io dichiaro che non mi ricordo di avere ricevuto mai da nessun prefetto una lettera di questo tenore (Bisbigli a sinistra), e che certamente se alcuno dei pubblici funzionari avesse osato di dare un simile consiglio, egli non avrebbe durato al suo posto. (Bravo!)

Del resto l’onorevole De Luca, poiché se ne pronunziò il nome, io lo conosco come uno dei patrioti più distinti.

Fu deputato nel 1818, ha sofferto il carcere, e se la provincia che regge non fu infestata dal brigantaggio come tante altre, è a lui che se ne deve il merito.

MASSARI. Bravo ! (Applausi a destra)

MICELI. (Con vivacità) Domando la parola per un fatto personale. (Rumori a destra)

PRESIDENTE. Qui non c’è alcun fatto personale.

MICELI. Mi scusi; è una formale smentita di ciò che io ho detto. (Nuovi rumori) PRESIDENTE. Parli per un fatto personale.

MICELI. L’onorevole Rattazzi non nega il fatto; dice che non se ne ricorda (Oh! oh! a destra); contro ai fatti non c’è (Rumori) Io non nego che il prefetto di Avellino abbia appartenuto al partito liberale (Rumori a destra)

MASSARI. Ci appartiene.

MICELI... io non nego che il prefetto di Avellino sia stato in carcere sotto i Borboni, come non nego che perseguitasse arditamente i briganti; io più d’ogni altro ho goduto quando egli era fatto segno alla benemerenza del paese ed era onorato dal Governo: bensì sostengo che questo persecutore dei briganti ebbe più tardi l’ardire di voler lacerata la Costituzione, e quindi contaminato il paese di sangue civile. (Interruzioni e rumori) Il deputato Bixio sa se la mia accusa è infondata. (Rumori)

BIXIO. Domando la parola per dichiarare...

PRESIDENTE, Vorrei sapere su che cosa domanda la parola.

BIXIO. Per un fatto personale: io sono stato citato

PRESIDENTE. Io non ci vedo alcun fatto personale. (Interruzioni generali e voci in vario senso) Voci a sinistra. Deve parlare come membro della Commissione d’inchiesta! BIXIO. Si è fatto appello alla mia testimonianza e debbo rispondere.

PRESIDENTE. Sia ! Parli per un fatto personale.

BIXIO. Ci va della dignità della Camera. La verità prima di tutto.

L’onorevole deputato Miceli, quantunque mio avversario politico nel senso parlamentare, essendosi appel lato alla Commissione d’inchiesta, è mio dovere di rispondere. Ebbene, io dichiaro, come membro della medesima, che negli atti, nelle corrispondenze stateci comunicate dal Governo esisteva una lettera in cui il De Luca dava questo consiglio al Governo. (Vivi ap plausi dalla sinistra)

PERUZZI, ministro per l'interno. (Con calore) Do mando la parola e credo di aver diritto d’intervenire in questa questione, allorquando si parla di mettere in istato di accusa un ministro, perché non ha destituito un funzionario che dicesi aver un anno fa scritta una lettera di cui ignorava il contenuto.

Io dichiaro altamente che non ricordo niente affatto di avere mai veduta questa lettera, anzi sono certissimo... (Il deputato Crispi ride) E inutile che l’onorevole Crispi rida perché io dichiaro sull’onor mio di non avere mai veduta questa lettera. Solo mi pare che mi sia stato parlato vagamente di questa lettera da qualcheduno dei membri della Commissione d’inchiesta, ma son certo di non averla vista; ed ora, signori, come mai si viene a parlare di mettere in istato d’accusa un ministro perché non ha destituito un funzionario pubblico il quale forse può avere scritte alcune parole in un momento di esasperazione, o di abbattimento di animo, dinanzi alle grandi sventure... di cui era testimonio in quei luoghi?... Come avrei dovuto licenziare un funzionario pubblico il quale ha resi servizi così eminenti al paese?

MICELI. Domando la parola.

PERUZZI, ministro per l’interno... un funzionario... che ha date prove di sè con atti e sentimenti liberali e costituzionali? (Dalla destra e dal centro: Bravo!)

lo dichiaro altamente, o signori, che tutti gli atti del prefetto De Luca, dacché io sono ministro dell’interno, sono sotto la mia risponsabilità... dichiaro di avere piena la mia fiducia nel prefetto di Avellino.

MICELI. (In mezzo ai rumori) Basta questo fatto solo per accusarlo.

PRESIDENTE. Non ha la parola.

(Il deputato Miceli pronunzia ancora alcune parole in mezzo ai clamori, che non sono udite, e il presidente lo chiama all'ordine e gli toglie la facoltà di parlare). Voci dal centro. All’ordine! all’ordine!

(Rumori generaliViva agitazione).

MICELI. Signor presidente, sono all’ordine.

PRESIDENTE. L’onorevole Finzi ha presentato il seguente ordine del giorno:

«La Camera riconosce che il Governo ha provvidamente soddisfatto ai voti delle provincie siciliane e di tutta Italia ridonando a quelle provincie la pubblica sicurezza gravemente turbata dai renitenti e dai malfattori.

«La Camera si felicita che l’esercito cooperando al Governo sapesse riuscire efficace e dare prova distinta della sua abnegazione e della sua intelligenza, e passa all’ordine del giorno.»

Il deputato Salaris ha presentato il seguente ordine del giorno:

«La Camera, tenuto conto al Ministero dei risultamenti ottenuti in Sicilia, confidando che in avvenire si rivolgerà al Parlamento quante volte saranno necessari provvedimenti eccezionali, passa all’ordine del giorno.» La seduta è levetta alle ore 6.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

1° Seguito delle interpellanze dei deputati D’Ondes-Reggio e Greco Antonio intorno a fatti di Sicilia e Napoli;

2° Seguito della discussione del progetto di legge per l’estensione a tutto il regno della legge sulle privative. industriali;

3° Discussione del progetto di legge concernente il bilancio attivo.



BRIGANTAGGIO E DIMISSIONI DI GARIBALDI






















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