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COMMISSIONE D'INCHIESTA SULLA MAFIA

(20 dicembre 1962 - 4 luglio 1976)

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Senato della Repubblica - Camera dei Deputati

LE PRIME INCHIESTE


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Montagne di carte tutte scritte sulla falsariga dei testi ottocenteschi (Monnier. Pantaleoni, Zenner, Villari) che non hanno risolto nulla.

Zenone di Elea – 28 Dicembre 2014


PRESIDENTE: CATTANEI FRANCESCO, deputato

COMMISSARI: ADAMOLI GELASIO, senatore; AZZARO GIUSEPPE, deputato; BERNARDINETTI MARZIO, senatore; BISANTIS FAUSTO, senatore; BRUGGER PETER, senatore; BRUNI EMIDIO, deputato; CAGNASSO OSVALDO, senatore; CASTELLUCCI ALBERTINO, deputato; CIPOLLA NICOLÒ ROSARIO, senatore; DELLA BRIOTTA LIBERO, deputato; FI.AMIGNI SERGIO, deputato; FOLLIERI MARIO, senatore; GATTO SIMONE, senatore; GATTO VINCENZO, deputato; JANNUZZI RAFFAELE, senatore; LI CAUSI GIROLAMO, senatore; LUGNANO FRANCESCO, senatore; MALAGUGINI ALBERTO, deputato; MERLI GIANFRANCO, deputato; MEUCCI ENZO, deputato; NICOSIA ANGELO, deputato; PAPA GENNARO, deputato; SANGALLI CARLO, deputato; SCARDAVILLA CORRADO, deputato; SGARLATA MARCELLO, deputato; SIGNORELLO NICOLA, senatore; TORELLI CARLO, senatore; TUCCARI EMANUELE, deputato; VARALDO FRANCO, senatore; ZUCCAIA MICHELE, senatore.

Relazione sui lavori svolti e sullo stato del fenomeno mafioso al termine della V legislatura

CAPITOLO III - LE PRIME INCHIESTE

Il viaggio del Pantaleoni.

«Renitenti», «disertori», «malandrini»: questi i termini che più frequentemente erano corsi nei rapporti dei funzionari diretti al Governo di Torino sulla condizione della sicurezza pubblica in Sicilia. Del nascente fenomeno della mafia esso da quei rapporti non sera certamente potuto fare un’esatta idea, come del resto non se l’era fatta tutta l'opinione pubblica continentale da quanto s'era già scritto sui giornali. Perciò quando se ne cominciò a parlare, essa fu di solito assimilata alla «camorra» di Napoli e ad altre simili degenerazioni sociali. Fu per primo Diomede Pantaleoni ad individuare il fenomeno e a delinearne il carattere, per cui, sorpreso e sconcertato, si affrettò a farlo conoscere al Minghetti dal quale appunto aveva avuto l'incarico di condurre una indagine sulle condizioni morali, sociali ed economiche dell’Italia meridionale ai fini di una politica più aderente e meglio rispondente ai bisogni locali. Sia nella corrispondenza privata, sia nelle relazioni finali evidentemente non usa la parola «mafia» che ancora non è entrata nell’uso scritto, ma già di quel fenomeno delinea il carattere e coglie lo spirito nella descrizione abbastanza circostanziata ch'egli fa delle sue manifestazioni.

Sulle condizioni generali trovate nel Mezzogiorno e in Sicilia il Pantaleoni diede ampio resoconto al Governo in due distinte relazioni al termine del suo viaggio, ai primi di ottobre, ma già precedentemente, con lettere confidenziali dirette sia al Minghetti sia al Ricasoli, manifestò impressioni e giudizi che per la loro immediatezza, che non si ritrova più nelle relazioni finali, forniscono a noi indicazioni preziose sullo stato generale di quelle regioni al momento dell'unificazione e sullo spirito di mafia che già aleggia nella stessa attività politica di chi doveva rappresentare la regione al Parlamento (1).

(1) La relazione sulle province continentali in data 8 ottobre 1861, è stata pubblicata da Paolo Alatri, «Le condizioni dell'Italia meridionale in un rapporto di Diomede Pantaleoni a Marco Minghetti (1661)», in: Movimento Operaio, 1953, nn. 5-6, pp. 750-92. Quella relativa alla Sicilia in data 10 ottobre 1861, è stata pubblicata da Giuseppe Scichilone, Documenti sulle condizioni della Sicilia dal 1860 al 1870, Roma, ediz. dell’Ateneo, 1952, pp. 92-103. Un gruppetto di lettere al Minghetti è stato pubblicato da Franco Della Peruta, «Contributo alla storia della questione meridionale Cinque lettere inèdite di Diomede Pantaleoni», in: Società, 1950, n. 1, pp. 69-94. Alcune lettere al Ricasoli ancora inedite e qui utilizate si conservano all’Archivio Ricasoli, Brolio, c. 51, nn. 78, 92, 102. Interessanti sono pure le lettere scritte allora al d’Azeglio, in: Massimo d’Azeglio e Diomede Pantaleoni Carteggio inedito, con prefazione di Giovanni Faldella, Torino, L. Roux e C., 1888.

Come per le province continentali, anche relativamente alla Sicilia le osservazioni del Pantaleoni, quanto mai interessanti, erano dirette ad illustrare i vari rami della pubblica amministrazione, le possibilità di sviluppo economico dell'isola, la distribuzione della popolazione, le comunicazioni, l'amministrazione della giustizia e molti altri problemi. Ma, per quello che qui ci interessa, di notevole rilievo sono le sue considerazioni sulle condizioni morali della popolazione e sulla pubblica sicurezza. Particolarmente penosa è l'impressione da lui riportata per avere trovato, fra l’altro, nei consigli comunali le persone, per mentalità e preparazione, meno qualificate ad assolvere funzioni tanto delicate. «I sindaci scrive appunto in una lettera confidenziale al Presidente del Consiglio sono spesso coloro che capitanano il disordine». E, dopo aver rilevato che si rubava «a man salva», continua: «Il fatto è che la moralità pubblica è in uno stato deplorabile, appena superiore (se pur lo è) a quello che ho trovato nella Grecia, e che ha impedito fin qui quello sciagurato paese di risorgere anco sotto le istituzioni di libertà. La sicurezza pubblica è in uno stato deplorevole specialmente ne’ villaggi. Non è il brigantaggio perché non esiste, ma la rissa, ma la vendetta anco ereditaria che ingenera i frequenti assassini che turbano il paese» (2).

Anche se contengono qualche nota di colore, comprensibile nello stato d'animo di chi, investito d'un delicato incarico dal Governo, scese per la prima volta a visitare l'isola, tuttavia tali apprezzamenti colgono in certo modo la natura del disordine, per cui il Pantaleoni ritornò a ribadire nel rapporto ufficiale: «La piaga ancora più acerba in Sicilia è la mancanza della pubblica sicurezza. Non parlo delle pubbliche vie e del brigantaggio, perché vero brigantaggio non esiste e la circolazione del paese, per quanto lo stato delle pubbliche vie il consente, è libera; ma l'assassinio o il tentativo di quello è comune e direi quasi cosa di tutti i di, e meglio anco nelle grandi che nelle piccole città. L’assassinio è quasi ognora o personale vendetta, la quale importa un eguale ritorno di vendetta per la parte offesa, o tale che di assassinio in assassinio si funestano le città e le contrade, ed in Palermo si registravano nel diario ufficiale 29 attentati in 27 giorni nel mese di luglio, né la giustizia ripara a ciò, imperocché il terrore della pubblica vendetta è tale che non si trovano testimoni a deporre, sindaci o questori di pubblica sicurezza per decretare gli arresti, e, quando pure abbiano luogo per l’azione di benemeriti carabinieri reali, non giudici per procedere e condannare. Non si stimi esagerazione quanto io espongo, e se meno acuti se ne sentono i lamenti di quelle popolazioni, gli è che esse stesse preferiscono la personale vendetta all’azione della legge.

Che poi sia male ristretto fra loro e non cosa politica si può vedere da ciò che

(2) Lettera di Pantaleoni del 17 settembre 1861 da Palermo al Ricasoli, in: Archivio Ricasoli, Brolio, c. 51, n. 78 (originale autografo).

non un solo ufficiale o un non siciliano è stato tocco da questi assassinamenti, che anzi di preferenza colpirebbero questi, ove la politica passione smuovessero» (3).

Quando avvenne l'attentato contro il consigliere di Corte d'appello Guccione, il Pantaleoni si trovava a Palermo solo da qualche settimana e fu quella la prima triste esperienza fatta in Sicilia di quanto potesse il «terrore» negli stessi agenti di polizia, per cui si rifiutavano «ad ogni constatazione del vero in giustizia». Eppure tutti sapevano bene il nome dell'assassino. «L’uomo che il compì (il sanno tutti) confidava al Presidente del Consiglio è un tale De Marchis, è rifugiato ai Colli in una villetta d'un avvocato ed io straniero a Palermo il seppi il primo dì, e ho dovuto dire ciò al luogotenente Pettinengo. Il De Marchis non conosceva il Guccione ed avea due o tre complici, de'  quali uno certamente se non due nominati mozzi al Palazzo del Re a Palermo, un Breggio e un Valenza se non erro, e fu l'un di loro che in siciliano gli disse di colpire e di esser quegli la vittima».

Ma il Pantaleoni trovò ancor più grave fatto che quel delitto era maturato proprio nell’ambiente del partito governativo che, non avendo con sé il popolo, il quale seguiva invece quello di Garibaldi, se «per rafforzarsi» era andato «quasi ai borbonici o ex borbonici», in basso era sceso «fino agli accoltellatori» e di essi si valeva. Perciò aveva visto correre pure per la bocca di tutti, prima in modo sommesso, poi apertamente anche sulla stampa, il nome del presunto mandante che s'era ritenuto di trovare nella persona del deputato P. di tendenze governative, anzi ultragovernative, e avverso pertanto al Guccione. «E in casa sua confidava ancora al Ricasoli che fu fermato il compierlo il sabato; è il lunedì ch’egli se ne partì, avendo venduto tutto il suo, per Torino; e questi sono gli uomini che ci rappresentano in Sicilia, che si dicono ministeriali, N. un ladro a Napoli, P. un assassino a Palermo». Ma si fece scrupolo d'aggiungere: «Badi bene che io non intendo d'avvalorare di mia autorità i sospetti più o meno fondati, o di aggiustar fede a voci che potrebbero anco provarsi calunniose, ma questo parmi indispensabile che i fatti siano chiariti ne' modi i più positivi, onde la riputazione del Parlamento e del Governo ne rimanga intemerata come fu insino adesso; e mi consenta di aggiungerle che accuse di tal genere non sarebbonsi mai formulate né contro lei né contro me, né contro 430 su 440 deputati del Parlamento, e ciò sia scusa al mio dire perché la riputazione degli uomini che ho nominati anco prima di queste accuse era pessima» (4).

Per la stessa mancanza di dirittura morale in alcuni uomini che si dicevano governativi e che avrebbero dovuto meglio rappresentare gli ideali

(3) Rapporto del Pantaleoni del 10 ottobre 1861, cit.

(4) Lettera del 21 settembre 1861, in: Archivio Ricasoli, Brolio, c. 51, n. 92.

a cui il Governo avrebbe inteso informare le sue direttive politiche, dovette suo malgrado constatare che il partito governativo, contrariamente ad ogni aspettativa, non aveva in Sicilia dalla sua parte il popolo il quale era rimasto invece legato a Garibaldi e ora seguiva il partito facente capo a quello e che pertanto avrebbe vantato una maggiore forza e una maggiore influenza nell’isola. «Ora gli è un fatto rilevava che sia attività ed energia più grande, sia intelligenza maggiore di capi o naturale simpatia del popolo, il partito d'azione è grandemente più potente dell'altro, ha per sé il sentimento siciliano, e poi Garibaldi ha lasciato da per tutto nel Mezzogiorno la più grande riputazione di sé ed il più grande amore nel paese. Invece l'altro partito, più governativo senza dubbio, non ha né grande potenza né grande energia, mal risponde a quell’indirizzo franco ed ardito che un Governo che comprende il duro compito debbe avere, e nulla fa per sorreggere ed aiutare la amministrazione. Questo a mio avviso è la vera ragione del poco appoggio che trova il Governo nel paese».

Quanto all'indirizzo da seguire in Sicilia, o, meglio, in tutta l'Italia, per assicurare basi migliori allo sviluppo del nuovo Stato: «Secondo me rilevava, nel rapporto al Minghetti, il Pantaleoni non ve ne ha che uno: rompere con qualsiasi legame antecedente, offrire egualmente la mano agli uomini onesti ed abili che si dicano o del partito d’azione o del Nazionale, curare la fusione di tutti gli uomini, che ugualmente convengono nei princìpi fondamentali, e finirla una volta sempre con una lotta vera o pretesa con un uomo e con un partito il quale certo rese all'Italia servigi importantissimi ed al quale si deve l’avere conquistato l’unità italiana» (5).

L'indagine di don Benedetto Zenner.

Il Pantaleoni, se, come abbiamo visto, riesce a individuare il fenomeno mafioso, quale si è poi sempre meglio configurato, e a descrivere i tenebrosi procedimenti delle sue operazioni e le sue caratteristiche (anche l'accenno alla «villetta» di un avvocato ai Colli, vicino Palermo, sicuro rifugio per il ricercato dalla polizia, è sintomatico  di tutto un ambiente e della protezione che la mafia trovava nella stessa classe degli avvocati i quali, come fu notato anche dalla stampa, prestando ad essa «validissimo aiuto», traevano lautissimi guadagni) (6), non sa poi in definitiva ritrovarne le origini se non nella deficienza e incapacità degli uomini di trarre vantaggio dalle istituzioni liberali introdotte nell'isola dopo la unità.

(5) Rapporto dei 10 ottobre 1861, cit.

(6) Il Messaggiere, Caltanissetta, 20 ottobre 1870.

Egli infatti non si allontana poi troppo dalla linea seguita dai dirigenti politici nel diagnosticare le ragioni del disadattamento manifestato dall’isola alle strutture amministrative e politiche imposte dal Governo di Torino. Quale collaboratore del Cavour, per cui era stato da quello utilizzato in missioni speciali a Parigi e a Roma durante gli ultimi negoziati, poi falliti, relativi alla questione romana, aveva anche egli ereditato dal grande «tessitore» una illimitata fiducia nella funzione redentrice dell'idea liberale per se stessa considerata. Perciò, se la Sicilia non aveva dato gli sperati frutti, ciò attribuiva alla impreparazione e all'arretratezza del paese, cosa naturale dopo secoli di servaggio sotto governi che nessun interesse avevano preso per le sue condizioni, piuttosto che all’indirizzo politico seguito dal Governo unitario nell’amministrazione dell’isola, trascurando pertanto di studiarne lo stato economico e sociale per una politica più conforme alle sue vere esigenze. Lo stesso suggerimento che pure dà alla fine circa la necessità di «offrire egualmente la mano agli uomini onesti e abili» di qualsiasi partito, anche di quelli dell'opposizione, non implicava un vero e proprio mutamento nella linea politica fin dal momento dell'annessione seguita in Sicilia, senza considerare che sarebbe stato molto discutibile definire quali uomini sarebbero stati «abili» e, soprattutto, quali veramente «onesti». Il Pantaleoni, insomma, finisce per dare alla sua inchiesta una impronta di discutibile moralismo in cui la mafia trova naturalmente la sua condanna, ma non la spiegazione delle condizioni sociali e storiche che l'hanno fatta nascere e delle ragioni che continuavano a farla prosperare.

Ci pare colga meglio invece l’essenza della nascente mafia don Benedetto Zenner, il sacerdote veneto che percorse la Sicilia qualche anno dopo il Pantaleoni al seguito delle truppe regie inviate nell'isola in occasione dei nuovi tentativi garibaldini che ebbero il loro triste epilogo ad Aspromonte Nelle sue lettere dirette a don Alberto Cavalletto, segretario del «Comitato politico centrale veneto» residente a Torino, non ha l’aria di condurre un'inchiesta, bensì di cogliere situazioni ed aspetti che più lo colpiscono; nell'insieme riesce tuttavia a delineare un quadro della situazione quanto mai organico e interessante, per cui lo stesso Cavalletto pensò di far pubblicare le lettere da La Perseveranza di Milano.

Soltanto successivamente lo Zenner le raccolse in due opuscoli che fece diffondere largamente anche in Sicilia (7).

(7) (Benedetto Zenner), Sulle condizioni della Sicilia, cit.; (Idem), Sulle condizioni della Sicilia. Lettere di un italiano. Milano, tip. di G. Bemardoni, 1863. In preparazione la ripubblicazione a cura di Letterio Briguglio, del quale cfr. intanto Le condizioni della Sicilia nel pensiero di emigrati Veneti (1860-1866), Padova, Soc. Coop. tip.» 1963, in cui, precedute da un’interessante introduzione, sono pubblicate lettere dallo Zenner c da altri emigrati veneti al Cavalletto.

Si sa la parte notevole che avevano avuto gli emigrati veneti nella liberazione della Sicilia (si fanno ascendere nel complesso a circa seimila quelli che avevano partecipato alle varie spedizioni seguite a quella dei Mille). Non sorprende perciò l'interesse che il «Comitato» di Torino continuò a prendere per i problemi della Sicilia anche per i riflessi che la soluzione di quei problemi avrebbe potuto avere per la questione veneta come per quella romana, di cui allora tanto si discuteva.

Come il Pantaleoni, anche lo Zenner è un moderato filogovernativo, ma, diversamente da quello, egli imposta tutta la sua indagine su un presupposto che dà tutta una particolare prospettiva ai suoi giudizi c ai suoi apprezzamenti.

Il Pantaleoni era partito nella sua inchiesta dalla convinzione che, come nelle regioni specialmente del nord della penisola, tutti i movimenti rivoluzionari, del 1820, del 1848 e del 1860, che avevano preceduto l’annessione, avessero avuto in Sicilia un principio direttivo politico comune, quello appunto poi sboccato nell'unità nazionale. Grande sarebbe stato perciò in questo il merito dell’aristocrazia liberale che avrebbe saputo, nella lotta contro il dispotismo, guadagnarsi la stima del popolo che contro di quello avrebbe sempre combattuto al suo fianco. All'aristocrazia liberale egli attribuiva pertanto di avere svolto un ruolo di primaria importanza non solo nell’ambito della vita isolana, ma in quello addirittura nazionale, per cui avrebbe voluto fosse presa in maggiore considerazione dal Governo. E noi sappiamo bene la cura già posta dallo stesso Cavour nel distribuire cariche e prebende ai maggiori rappresentanti della classe aristocratica non solo per conservarne l’appoggio, ma anche per meglio stabilire una certa continuità tra la rivoluzione del 1848 e quella del 1860, in cui proprio quella classe aveva ancora potentemente contribuito al buon esito del plebiscito. Se la sicurezza pubblica era degenerata fino a dare manifestazioni del tipo di quelle relative all’attentato contro il consigliere di Corte d’appello Guccione, ciò sarebbe avvenuto non per ragioni politiche o sociali, ma, come abbiamo visto, per il temperamento rissoso e vendicativo dei siciliani.

Egli lamentava peraltro la mancanza di un valido ceto medio, di una borghesia insomma intraprendente ed attiva come quella dell'alta Italia, ma, come tutti i moderati, era convinto che con l’applicazione integrale delle istituzioni liberali e con una maggiore sicurezza pubblica, si sarebbe presto formata anche nell’isola.

Ben altro è invece il presupposto da cui muove nella sua indagine lo Zenner. Egli nega assolutamente carattere politico ai moti e alle insurrezioni tanto frequenti nella storia della Sicilia prima dell’unità, ai quali attribuisce al contrario un’origine eminentemente sociale, determinata dal bisogno nel popolo di uscire da una condizione avvilente e disumana in cui il Governo borbonico lo aveva per tanto tempo tenuto.

Essi sarebbero stati perciò forme di «vendette» popolari che però non si sarebbero trasformati in concetti politici e, quindi, in un programma politico organico, tranne naturalmente che in pochissimi elementi rimasti però praticamente isolati, come isolati e «segregati» erano i comuni l’uno dall’altro, senza quasi «reciprocità di corrispondenza» e senza vie per incamminarla (8). Questo sarebbe avvenuto pure nel 1860, quando pochi patrioti avrebbero colorito i fatti di un'idea politica che non c’era, che non avrebbe potuto esserci in un paese in cui invece l’isolamento individuale costituiva ancora la norma comune di vita. Da qui l’opposizione all'autorità e alla legge, da qui il brigantaggio e la «camorra» (che lo Zenner non chiama naturalmente «màfia» non essendo ancora divulgato questo termine), da qui infine la difficoltà nel Governo di farsi un’idea esatta della vera situazione nell’isola. Gli organi stessi locali non avrebbero potuto non risentire del carattere individualistico della società in cuf agivano e non rifletterne quindi tutte le tendenze e gli spiriti. Tutto si colorisce quindi ai suoi occhi degli stessi vizi del popolo e il camorrismo diventa la regola comune di vita, a tutti i livelli. «Il Governo centrale scriveva al Cavalletto non sa quale piaga stia aperta quaggiù e come bisogni pensarci seriamente». La stessa questura gli appariva «mezzo involta nel camorrismo» (9).

Egli vede diffuse in Sicilia due forme di «camorrismo»: una, diciamo così, professionale, che è quella più appariscente e che lo Stato persegue con il rigore delle sue leggi, e un’altra, non professionale ma molto più complessa, perché non appare, non si vede, non si può colpire con la legge. Considera questa appunto più pericolosa e difficile a sradicarsi, in quanto, determinata dal carattere individualistico della società siciliana, opererebbe in ogni ceto e in ogni attività.

Sarebbe insomma un fenomeno di suggestione da cui tutti sono come trascinati, quasi involontariamente, per una ineluttabile legge a cui nessuno può sottrarsi: «... il signore di qua, sempre spregiatore del lavoro, esercita la sua piccola camorra sui lavoratori che non paga che a suo piacere. Il commerciante va sulla piazza e, se ha nome, abusa di questo, impedendo che un altro gli faccia concorrenza. Il servo è sempre contro il suo padrone e, sulle spese, si ritiene un tanto coll'accordo del venditore che le compartisce sulla roba comprata, onde così si viene mantenendo la piccola ruberia impunita e protetta. I servi non hanno salario, ma tutti accettano il servizio, calcolando sulle rendite segrete che possono cavare le quali, alcune volte, superano il doppio la pensione stabilita.

(8) (Zenner), Sulle condizioni della Sicilia. Pensieri di un patriota, cit., p. 2.

(9) Lettera del 17 ottobre 1862, ivi, pp. 46-47.

I lavoranti si tassano da sé e s’impongono ai maestri e ai direttori dei lavori, si rifiutano concordemente all'opera e, quando sia lasciata da alcuni, non può essere ripresa da altri, poiché c'è la minaccia della vita; onde è forza cedere ai loro capricci e riconoscere in qualche modo la loro potenza.

Né è da credere che questo gusto regni solamente nel basso, ma si leva con le stesse proporzioni anche fra gl’industriali e fra i commercianti paesani, i quali vanno alle aste per ottener lavori, e l’ottiene quello ch’è più potente, minacciando gli altri» (10). Per questo lo Zenner pur propendendo, per migliorare le condizioni del popolo, per una distribuzione di terre alienando le manimorte, non avrebbe mai voluto che ciò fosse stato fatto con le aste in cui il «camorrismo» avrebbe certamente fatto la sua triste comparsa, creando nuove e maggiori ingiustizie. Per questo non avrebbe voluto si procedesse alla nomina di commissioni per la lotta contro il brigantaggio, come s’era fatto anche per il Napoletano, ritenendo potessero anche queste subire la dannosa influenza del «camorrismo» locale. «Ditele queste cose a tutti, ingiungeva al Cavalletto ma che le sentano e si persuadano a provvedere, e non a mandar commissione, che le apparato senza strucco» (11).

Quanto ai rimedi, siccome la società siciliana non avrebbe potuto esprimere una burocrazia e dirigenti se non del suo stesso carattere individualistico e, quindi, tendenzialmente camorristica quale era lo spirito a cui per tradizione e per educazione era stata informata, il meglio da fare sarebbe stato, almeno relativamente ai più alti e importanti uffici, sostituire il personale locale con funzionari del continente che dessero la maggiore garanzia di serietà e di correttezza. «Il Governo scriveva ancora al Cavalletto non seguiti a chiudere gli occhi, poiché, credete, quaggiù è tutto per aria o male impiantato. Dite al ministro dell’interno che quando non si fanno dei bei colpi, mettendo fuori quelle persone che sono da mettere, qua l’andrà sempre peggio» (12).

Ma, per la sua stessa condizione di sacerdote, il rimedio sovrano egli vedeva in un rinnovamento integrale della spiritualità siciliana, in un completo rinnovamento spirituale che liberasse il popolo dai tradizionali, vieti pregiudizi che ne avevano tarpato lo sviluppo economico e sociale e da quella diffusa ignavia che aveva potuto far credere «che il Governo debba far tutto e loro nulla», mentre non si sarebbe potuto mai realizzare un vero rinnovamento in Sicilia se non vi fosse divenuta comune la convinzione che nulla di buono vi si sarebbe potuto mai realizzare, anche con la migliore volontà da parte degli organi dirigenti, senza la «concorrenza isolana», senza il contributo cioè della volontà e dell’opera dei siciliani.

(10) Briguclio, Le condizioni della Sicilia, cit., i p. 19.

(11) Lettera del 27 febbraio 1665 da Agrigento ivi, p. 59.

(12) Ivi, p. 58.

In questo senso, secondo Io Zenner, un contributo certamente importante avrebbe potuto dare la stampa, che però in Sicilia egli trovava quanto mai faziosa e servile. Avrebbe voluto perciò che il Governo contribuisse a impiantare «un bello e ottimo» giornale fatto senza servilità, il quale avrebbe dovuto essere affiancato anche da un comitato nazionale «che dirigesse l’opinione nelle elezioni dei deputati, e che concorresse a stabilire la pubblica sicurezza» (13).

Evidentemente queste conclusioni tolgono alla inchiesta dello Zenner un po' di quel merito, che pure essa indubbiamente ha, di avere riportato il problema della mafia da un terreno di carattere razzistico in cui, essendo stato visto come un fatto conseguenziale al carattere rissoso del siciliano, aveva rischiato di cadere con l’inchiesta del Pantaleoni, a una origine psicologica e storica da ricercarsi nel tradizionale individualismo preminente nella società isolana. Esse lasciano delusi per il fatto che, volendosi indicare i rimedi, questi non in altro sanno trovarsi che in provvedimenti di esclusione dei siciliani dalia amministrazione delle cose proprie o, peggio, nella formazione di fantomatici comitati che dall’alto, come Giove dall’Olimpo, manovrino l’opinione pubblica, secondo questo o quell’indirizzo ritenuto più opportuno, facendo così del popolo un semplice oggetto, non un soggetto di storia. Rispunta qui insomma in altre forme il deplorato orgoglio del continentale, che era poi quello che, per il mal simulato spirito di autosufficienza da cui nasceva, maggiormente dava fastidio ai siciliani, spesso non meno orgogliosi essi stessi dei loro difetti che del loro passato..

Molto complesso si presentava dunque il fenomeno della mafia, investendo esso, fin dalle sue origini, tutti gli aspetti della vita sociale. Perciò sarebbe stato anche difficile definirlo e dettare gli opportuni rimedi per eliminarlo o, quanto meno, per limitarlo.

Di questo molto si preoccuparono, come abbiamo visto, sia il Pantaleoni, sia lo Zenner. Non pare si sia data invece molto pensiero la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni della città e della provincia di Palermo, disposta dalla Camera con deliberazione del 25 aprile 1867 e costituita il primo maggio successivo sotto la presidenza dell’onorevole Giuseppe Pisanelli. Eppure allora il fenomeno avrebbe dovuto risaltare agli occhi per la maggiore articolazione che era venuto acquistando nella vita generale del paese, in conseguenza anche dei fatti che, a sfondo pure politico, vi si erano verificati, oltre che per il grande peso che aveva esercitato e continuava ad esercitare nella società modificandone anche enormemente i rapporti.

(13) Lettera da Milano del 18 aprile 1863, ivi, p. 68.

L'inchiesta parlamentare del 1867.

Per effetto dell’azione della «mafia» infatti, come si cominciava a notare nei rapporti di qualche funzionario molto attento ai fenomeni sociali, un profondo rivolgimento era avvenuto in alcuni strati della società. Così non poche famiglie nel giro di alcuni anni, cioè dal 1860, s'erano enormemente arricchite, a vista d’occhio, senza che potessero giustificare come. Ciò naturalmente aveva rafforzato i vincoli di tacita solidarietà tra la mafia e la borghesia terriera, per il comune interesse di conservare, contro alcune tendenze sovvertitrici dell'ordine esistente, la propria posizione economica. Anche famiglie che godevano di grande reputazione e stima nel paese s’erano fatte, «almeno col' silenzio», conniventi con la mafia. Del resto questa, si osservava, era «cosa comune alla maggior parte dei proprietari», ed era avvenuta «per timore di gravi danni». D’altronde, fuori di questo rapporto, quelle famiglie s'erano conservate «oneste». Il Governo perciò non si azzardò a prendere provvedimenti che potessero rompere quella alleanza, decise al contrario di prendere delle severe misure nei confronti dei renitenti che sempre più numerosi scorrazzavano per la campagna e che, secondo quanto veniva riferito anche dai paesi dell’interno, fornivano man forte ai partiti avversi e particolarmente a quello borbonico. Colpendo i renitenti, si pensava, sarebbe stato dato un colpo mortale sia ai partiti dell'opposizione, sia alla mafia che da quelli avrebbe tratto molti dei suoi gregari.

Questo il proposito del prefetto marchese Filippo Gualterio al quale viene comunemente attribuito di avere per primo fatto uso nei suoi rapporti del termine «mafia» sulle cui manifestazioni, appena insediatosi nel suo ufficio, verso la fine di aprile del 1865, aveva fermato la sua attenzione, ritenendo fosse in rapporto con essa il ricercato Giuseppe Badia, uno, a suo parere, dei più pericolosi capipopolo. Convenne perciò con il generale Giacomo Medici, comandante la divisione militare di Palermo e con il questore Felice Pinna, pure di recente inviato in Sicilia, di eseguire alcune «operazioni militari» oltre che nella provincia di Palermo, in quelle di Trapani e di Girgenti, che si ritenevano le province in cui minore efficacia aveva avuto l’applicazione della nuova legge contro il brigantaggio dell’11 febbraio 1864, che aveva modificato alquanto la legge Pica. Prese inoltre accordi con i rispettivi prefetti delle altre due province e, nello stesso tempo, per mettere «al coperto ogni responsabilità» non solo sua, ma anche del Governo centrale, e per assicurare alle «operazioni» «fin dal primo istante» la cooperazione della magistratura, non si contentò soltanto di prendere «concerti» verbalmente, ma volle sottoporre il piano fondamentale delle «operazioni», preparato dal generale Medici, allo stesso procuratore generale Giovanni Interdonato, dal quale ottenne, con sua grande soddisfazione, «la più esplicita approvazione scritta», nonché «utilissimi suggerimenti che valevano ad ampliarlo e ad estenderlo».

Indirizzò infine opportuni proclami alla popolazione, cercando così di preparare anche l’atmosfera spirituale più adatta per il migliore esito possibile. Insomma fece tutto curando con il massimo scrupolo ogni particolare, come quando si prepara una guerra, e una «guerra» egli diceva di volere condurre non soltanto contro i «manutengoli, malviventi e vagabondi», secondo era stato esplicitamente dichiarato nel progetto proposto dal generale Medici, ma anche c soprattutto, secondo i suoi reconditi fini, contro i partiti avversi fra cui principalmente quello borbonico che più degli altri partiti avrebbe tratto proseliti fra i renitenti e dalla mafia.

Come già con le «operazioni» condotte dal generale Govone, anche con queste un fine principalmente politico si proponeva dunque il prefetto Gualterio di raggiungere e, sotto questo aspetto, mostrò anche al Governo i grandi vantaggi che si sarebbero conseguiti, in quanto, «senza avvilupparsi per ora scriveva in processi politici, i quali, quando la suprema necessità non li comanda, sono sempre imbarazzo grave», eliminando la «malandrineria» si sarebbe «disarmato» e reso «impotente» il partito borbonico, mentre, nello stesso tempo, si sarebbe avuto aggiungeva «il vantaggio indiretto duna misura preventiva che renda impossibile a qualsiasi altro partito estremo di valersi di quella forza». Ciò considerava una necessità anche in vista delle prossime elezioni politiche. Ma avvertiva anche la necessità che quelle «operazioni» avessero almeno «pel momento» l’apparenza di una «lotta radicale contro i malfattori impuniti».

Perciò volle anche che alla truppa venissero aggiunti alcuni agenti di pubblica sicurezza, «onde togliere ogni apparenza di militarismo», mentre era persuaso che «per riuscire non si poteva fare che una vera esecuzione militare» (14).

Per meglio intendere le ragioni di tanta preoccupazione nel prefetto di Palermo e dell'impegno politico messo nel preparare le «operazioni» affidate alla direzione del generale Medici, giova ricordare che dopo l'impresa garibaldina tristemente conclusasi ad Aspromonte la Sicilia, in cui quella aveva avuto la massima popolarità, venne sottoposta a numerose e gravi misure di sicurezza, tra cui la nomina di un Commissario straordinario con poteri civili e militari, stato d’assedio, disarmo generale e fucilazione di garibaldini sorpresi con le armi in mano (15).

(14) Nota del generale Medici del 20 aprile 1865, rapporto del prefetto di Palermo del 25 aprile 1865, manifesto a stampa, in: Archivio di Stato di Palermo, filza 7, cat. 23-35.

(15) Per maggiori particolari, cfr. Francesco Brancato, «Riflessi sociali dell’impresa d’Aspromonte in Sicilia», estr. da: 1862 La prima crisi dello Stato italiano. Atti del 11 Convegno siciliano di Storia del Risorgimento. Marsala 26-28 marzo 1962, a cura di G. Di Stefano, Trapani, Corrao, 1966.

S'era perciò fatto strada tra la popolazione dell'isola anche un grande fermento insurrezionale fomentato dall'ala sinistra del partito d'azione, capeggiata prima da Giovanni Corrao, uno dei principali organizzatori dell'impresa d'Aspromonte in Siclia, poi ferito al Volturno e, dopo il suo assassinio per mano ignota la sera del 3 agosto 1863 a Brancaccio, vicino a Palermo, da Giuseppe Badia che non meno di quello godeva di un grande favore popolare, anche per avere presieduto la «Commissione statuente» per una ricostituzione in senso più democratico delle società operaie già sorte a Palermo dopo l’unità. Il «mafioso» numero uno che nei propositi del prefetto Gualterio occorreva ad ogni costo catturare era appunto il Badia che, latitante, come già il Corrao, era il principale assertore dell’opposizione, e già amico e collaboratore di quello, stava molto prodigandosi nel preparare una nuova insurrezione. Le «operazioni», iniziate il primo maggio, durarono circa sei mesi con l’impiego di circa 15.000 uomini che percorsero, in pieno assetto di guerra, come predisposto, le tre province. Fu certo un grande sollievo per il prefetto Gualterio la cattura, fra gli altri, anche del Badia, ma, pei essere stati con quelle operazioni maggiormente esasperati gli animi, l’insurrezione, già preparata dal popolare cospiratore, scoppiò ugualmente a Palermo dal 16 al 22 settembre del 1866, fino cioè all’arrivo del corpo di spedizione comandato dal generale Raffaele Cadorna che rimise l'ordine in tutta la provincia (16).

Quando, dunque, il 16 maggio dell'anno successivo giunse a Palermo e si mise al lavoro la Commissione parlamentare incaricata di studiare le condizioni della città e della provincia, la Sicilia e, particolarmente, quella provincia era passata per tanti avvenimenti che se avevano, da una parte, favorito lo sviluppo della mafia da ritenersi ormai una specie di «setta» (a setta aveva rilevato fra gli altri il barone Nicolò Turrisi, uno dei maggiori esponenti del moderatismo isolano che trova ogni giorno nuovi affiliati nella gioventù più svelta della classe rurale, nei custodi dei campi e nell’agro palermitano, nel numero immenso dei contrabbandieri, che dà e riceve protezione e soccorsi da certi uomini che vivono col traffico ed interno commercio, che poco o nulla teme la forza pubblica, perché crede potersi facilmente involare alle sue ricerche, che poco teme la giustizia punitrice, lusingandosi nella mancanza delle prove e per la pressione che vi esercita sui testimoni e sperando sulle rivoluzioni che al 1848 ed al 1860 fruttarono due generali amnistie pei prevenuti e pei reati comuni») (17)

(16) Circa questa rivolta e relativa bibliografia, cfr. Francesco Brancato, «La rivolta palermitana del 1866 nella critica storica», in: Muovi Quaderni del Meridione, 1966, n. 16, speciale, dedicato con vari contributi di studio a quell’avvenimento.

(17) Nicola Turrisi Colonna, Cenni sullo stato attuale della Sicurezza pubblica in Sicilia, Palermo, 1864, pp. 30-32.

avevano pure, d’altra parte, contribuito a sviluppare un maggiore risveglio spirituale e un maggiore interesse politico, anche negli strati più bassi della popolazione, per cui i partiti di sinistra vi avevano trovato anche numerosi seguaci. Ne è indice l'organizzazione di numerose società operaie e la stessa larga partecipazione popolare all'insurrezione palermitana di settembre.

Su tutto questo avrebbe dovuto riflettere la Commissione, ai fini anche di meglio definire la natura della mafia che, se non era l'oggetto specifico dell'inchiesta, rientrava ormai, per il molto parlare che se ne faceva, nell’oggetto di qualunque indagine sulle condizioni dell'isola. Essa, invece, considerando quanto era avvenuto in Sicilia in generale una manifestazione di volgare delinquenza, da attribuirsi alla poca maturità delle popolazioni a far buon uso delle istituzioni liberali e considerando come tale anche l’insurrezione palermitana, per cui era stata disposta l’inchiesta parlamentare, s’impegnò principalmente ad elaborare un piano di leggi da proporre in Parlamento, che avrebbero dovuto soprattutto incrementare nell'isola lo sviluppo della vita economica e sociale e, quindi, migliorare anche le sue condizioni morali. Perché, veniva rilevato, se era stato dato un notevole assetto alla sua economia (come avrebbe dimostrato la concessione fino al dicembre di ben 3.131 fondi rustici ecclesiastici divisi in 6.882 lotti in applicazione della legge del 10 agosto 1862) e grande impulso aveva ricevuto pure l'istruzione pubblica (a Palermo le scuole elementari da 9 che erano nel 1860 erano salite a ben 135, gli alunni da appena 783 al notevole numero di 8.957) non altrettanto era avvenuto riguardo alle opere pubbliche e, soprattutto, alle vie di comunicazione, che erano state invece trascurate.

In ciò trovava la ragione principale della scarsezza del reddito dei terreni, dei fabbricati e della ricchezza mobile, tanto più evidente se messo a confronto con il reddito dei medesimi cespiti nelle regioni in cui maggiore era lo sviluppo delle vie di comunicazione.

Se si voleva dunque eliminare ogni motivo di malcontento in Sicilia, che sarebbe stato la principale causa dell’insurrezione di settembre a Palermo, occorrevano non leggi eccezionali, quali erano state invece prospettate in alcuni ambienti dell’alta borghesia agraria in Sicilia, potendo esse esacerbare maggiormente gli animi, già abbastanza tesi, ma strade e opere pubbliche, con cui accrescere i traffici e, quindi, le possibilità di sviluppo dell’intero paese in ogni ramo di attività.

Questo carattere generico nel proporre dei provvedimenti con cui alleviare i mali dell’isola e la mancanza di un esame specifico di quello che già allora si considerava un fenomeno preoccupante, la mafia, fanno naturalmente pensare che la Commissione volle di proposito evitare di affrontare un problema così scottante, anche per non turbare maggiormente lo spirito pubblico in Italia su cui ancora pesava il ricordo dei fatti di Custoza e di Lissa:

questa l’impressione che si riceve leggendo la relazione della Commissione presentata alla Camera il 2 luglio dall’onorevole Giovanni Fabrizi quale relatore ufficiale. Considerando inoltre i modi tenuti nell'eseguire le indagini (alcuni interrogatori e qualche sopralluogo in alcuni comuni vicino Palermo) e la fretta con cui si volle chiudere la inchiesta (qualche giornale la definì addirittura «una passeggiata a volo d’uccello»), appare ancor più evidente il carattere tutto dimostrativo e non sostanziale dell’inchiesta, disposta appunto per appagare quella parte dell’opinione pubblica isolana che avrebbe voluto fossero presi pronti e seri provvedimenti di polizia per la repressione del crescente malandrinaggio e della mafia. Nella relazione, al contrario, non si fa neppure il nome di mafia che per altro era stato ormai da tempo coniato e già introdotto proprio dal prefetto Gualterio nell'uso anche scritto, come già del resto era stato nei rapporti usato anche da tutta la burocrazia da lui dipendente, dalla quale appunto egli l’aveva mutuato per designare un certo tipo di persone sospette alla polizia.

Perciò non piacque soprattutto al marchese Di Rudinì, già sindaco di Palermo durante la rivolta di settembre e poi prefetto della medesima città, come non piacque a tutta l’alta borghesia terriera siciliana la risoluzione, presa dalla Camera nella tornata del 29 luglio, in cui «a tutto vapore» fu posta in discussione la relazione della Commissione, di approvare solo i primi quattro dei sei progetti di legge da quella proposti relativi ad alcune sovvenzioni per la costruzione di opere pubbliche in Sicilia e sussidi ad impiegati, e di rimandare, al contrario, per la discussione, ad altra sessione, praticamente respingendoli, i due progetti relativi ai detenuti per conto dell’autorità politica (in tutto 1300, poi scesi a circa 130) e all’obbligatorietà della costruzione delle strade con l'annessa assegnazione di un «fondo speciale». Era così caduta anche la speranza dell'assegnazione per la deportazione temporanea ma lunga dei «ribaldi notori», secondo la richiesta fatta dal Di Rudinì come condizione nell’accettare, dopo la rivolta di settembre, il gravoso incarico di reggere la provincia di Palermo, la più popolosa ed irrequieta delle province siciliane. Perciò egli, avendo visto, suo malgrado, procrastinare proprio i due disegni di legge ai quali maggiormente teneva per una maggiore garanzia dell'ordine pubblico in Sicilia, sia contro le «mene» dei partiti estremi, sia contro le «operazioni» della mafia, e avendo visto tenute in nessun conto le altre sue richieste, rassegnò le dimissioni. «Vedendo poste da canto le sue idee veniva osservato sulla stampa si toglie da canto lui». Ciò si trovava «logico» e gli si dava ragione (18).

(18) Sull’atteggiamento del Di Rudinì, cfr. Francesco Brancato, «Il marchese Di Rudinì, Francesco Bonafede e la rivolta del 1866», in: Nuovi Quaderni del Meridione, 1966, n. 16, pp. 460-91.

Così l’inchiesta si concludeva praticamente con un aperto contrasto tra l'opinione pubblica isolana, nella quale s'erano venute manifestando intanto tendenze più accentuatamente autonomistiche, anche come reazione alle continue repressioni militari, e il Governo, specie dopo che, caduto per la seconda volta il Rattazzi in seguito al tentativo garibaldino di Mentana, era andato alla Presidenza del Consiglio il Menabrea, deciso ad una politica di maggiore accentramento di poteri, per meglio combattere i particolarismi regionalistici affioranti qua e là in tutta l'Italia e, in modo particolare, in Sicilia.

Ma si concludeva anche con una riprova di quanto la prevalente preoccupazione politica contribuisse a complicare la situazione in Sicilia, così da apparire anche contraddittoria, perché rimaneva scontenta del Governo proprio quella classe su cui quello aveva sempre poggiato e, per altro, continuava a poggiare la sua azione, restando così anche politicamente isolato: da questo momento infatti non sono dalla sua parte in Sicilia né la classe aristocratica c borghese, rappresentativa del liberalismo moderato, perché non si sente sufficientemente protetta, né le masse popolari, contadine ed operaie, da cui usciva massimamente la renitenza, perché già profondamente deluse e ora stanche delle continue persecuzioni a mano armata, né la borghesia professionista, rappresentativa delle tendenze autonomistiche e di sinistra, perché contraria all’indirizzo autoritario ed accentratore del Governo. Con le blande conclusioni dell'inchiesta parlamentare del 1867, anziché la fine s'erano insomma create le condizioni ideali perché la mafia potesse prosperare maggiormente, come si ebbe modo di constatare negli armi successivi in cui essa, con i numerosi tentacoli che si era creati, riuscì meglio a consolidarsi e a far sentire la sua presenza in ogni ramo di attività. Ma allora nessuno badò a tanto.
















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